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FUNZIONE E TRASMISSIONE DEI LIBRI D’ORE: DESTINATARI E COMMITTENTI


Prospetto sigle

Istituti, fondi e codici che verranno citati per sigla ASF BAV BL BML BNCF

Firenze, Archivio di Stato Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana London, British Library Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale

MAP MPAP MPP

ASF, Mediceo Avanti il Principato ASF, Magistrato dei Pupilli Avanti il Principato ASF, Magistrato dei Pupilli del Principato

B CI CII L M N R S T W

BL, Yates Thompson 23 Cambridge, University Library, Additional 4101, cc. 1-249 Cambridge, University Library, Additional 4101, cc. 250-279 BML, Ashburnham 1874 München, Bayerische Staatsbibliothek, lat. 23639 BL, Additional 19417 Rouen, Bibliothèque municipale, 366 (A 581 bis) BL, Additional 33997 Torino, Biblioteca Reale, Varia 89 Waddesdon Manor, 16

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«UNO LIBRICCINO DI DONNA»: FONTI DOCUMENTARIE FIORENTINE

In nome di Dio e del guadagno Perfetto connubio tra la cultura mercantile e la religiosità della società del Rinascimento, Offizioli lussuosi come quello di Waddesdon Manor univano, almeno in apparenza, la doppia funzione di oggetto devozionale e di status symbol. Scritti da copisti rinomati, istoriati con sfarzo d’oro dalle più valenti botteghe di miniatura e sontuosamente legati, con argento, smalti e perle, questi volumi erano assai spesso libri di preghiera soltanto di nome; di fatto si trattava di veri e propri gioielli e in quanto tali venivano considerati, usati e sfruttati. 1 Di frequente non si conservavano insieme agli altri volumi della biblioteca,2 ma si riponevano nei cassoni delle camere, talvolta entro piccole cassette di legno che custodivano gli averi più preziosi. Piccoli e facilmente trasportabili – e perciò anche facilmente trafugabili – costituivano un’apprezzabile e irrinunciabile risorsa patrimoniale per quei proprietari che, costretti alla fuga o all’esilio, riuscivano a portare con sé soltanto lo stretto indispensabile. Potevano quindi essere tramandati come cimeli di generazione in generazione, se le condizioni economiche della casata si mantenevano floride; d’altro canto, quando l’agiatezza veniva meno, potevano essere monetizzati rapidamente e con buon profitto. Il ms. di Waddesdon e molti altri codici fiorentini coevi di analogo pregio solitamente non recano segni di lettura, né tracce di usura da parte dei proprietari: non furono dunque usati per gli esercizi spirituali quotidiani, per i quali bastavano copie di fattura più modesta o a stampa, bensì ebbero una valenza soprattutto simbolica. Attraverso questi volumi i committenti intendevano sfoggiare nell’immediato la ricchezza e il prestigio della propria casata e perpetuarne il ricordo ai posteri. Con un libro d’Ore si facevano sovente ritrarre i facoltosi mercanti, banchieri e borghesi che affidavano la propria memoria al talento di grandi artisti: nel 1478, per esempio, il fiammingo Maestro dei Ritratti Baroncelli raffigurava Maria Bonciani e il marito Pierantonio Baroncelli mentre tenevano in mano un Offiziolo (Firenze, Galleria degli Uffizi, v. TAV. 0). Libro d’Ore, collana di corallo e gioielli sono anche gli attributi che identificano le giovani spose nei dipinti: un libriccino chiuso, dalla coperta nera e dal taglio dorato, compare alle spalle della bella Giovanna degli Albizzi ritratta dal Ghirlandaio nel 1488 (Madrid, Museo ThyssenBornemisza, v. TAV. 0); un volumetto rosso si scorge aperto dietro la giovane dama sconosciuta effigiata in un dipinto databile al 1495, sempre della cerchia ghirlandaiesca (Ritratto di una giovane, San Marino,

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California, Huntington Library).3 Sia i ritratti Baroncelli sia le altre due tele furono realizzati in occasione di matrimonio; la stessa circostanza sta all’origine della maggior parte dei libri d’Ore.

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IL LIBRICCINO NELLE «ZANE» Stando ai primi risultati di un’indagine sulle fonti documentarie fiorentine volta a costituire un corpus di testimonianze sugli Offizioli (per un quadro riassuntivo cfr. infra, Appendice, pp. 000-000),4 solo a un’unica occorrenza, peraltro antica (1421), si attaglia perfettamente la definizione di ‘dono di nozze’ nell’accezione comune in cui la intenderemmo oggi, ossia di bene regalato da uno degli invitati al matrimonio. Il matrimonio e il corredo nuziale Nel Rinascimento le nozze, articolate in un triplice iter (accordi preliminari tra le famiglie che si concludevano con l’«impalmamento», cioè la promessa che «ferma il parentado»; poi le «giure», ossia l’impegno solenne assunto davanti al notaio; quindi lo sposalizio vero e proprio, con la datio anuli), erano per le famiglie benestanti niente più che contratti giuridici mediante i quali si stringevano alleanze politiche. Le occasioni di scambi di denaro o di oggetti che avvenivano tra gli sposi e le loro famiglie durante l’iter nuziale erano diverse; o, meglio, le circostanze per i doni maritali, che secondo C. Klapisch-Zuber costituivano una sorta di controdote clandestina, erano varie, mentre l’apporto della donna si limitava alla dote.5 I regali dello sposo, che per la maggior parte erano rappresentati da gioielli e abiti indossati dalla moglie il giorno delle nozze, avevano una funzione rituale e simbolica: per loro tramite l’uomo poteva far bella mostra del proprio rango e al contempo ‘segnare’ la donna, marcando pubblicamente i diritti acquisiti su di lei. In altre parole, i doni maritali erano veri e propri investimenti, dato che la proprietà restava al marito; questi poteva disporne a suo piacimento e frequentemente li vendeva o li impegnava dopo il matrimonio. Doni rituali e transitori erano anche quelli offerti alla donna il giorno delle nozze da parenti e amici dello sposo; di norma consistevano in vari anelli, che nelle famiglie più agiate arrivavano persino alla ventina. 6 Questi anelli erano stati a loro volta consegnati ai donanti (uomini e donne, dietro le quali stavano però i mariti che decidevano la sorte degli averi) nell’occorrenza delle loro nozze. Si trattava dunque di beni che circolavano all’interno delle famiglie: le Ricordanze contengono infatti la registrazione degli anelli ricevuti con tanto di stima, perché dovevano essere restituiti al donante, mandando per le nozze di uno dei suoi figli lo stesso oggetto o altro simile di analogo valore. E se tutti i figli del donante erano già sposati, la riconsegna poteva avvenire in occasione di un parto: anche i doni per le nascite comportavano il medesimo obbligo di restituzione; 7 né era di ostacolo il fatto che questi oggetti recassero le armi congiunte dei novelli genitori, giacché era prassi modificarle. Regali reciproci e circolari: nella sostanza, prestiti anziché doni.

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Dagli elenchi di doni nuziali o per le nascite presenti nelle Ricordanze che sono state qui sottoposte a indagine non è tuttavia mai emersa notizia di libri d’Ore. Un diverso genere di inventari, quello dei corredi delle spose, ha invece fornito più di quaranta testimonianze di libretti devozionali. Allo stato attuale della ricerca gli esemplari documentati risultano 61 e coprono il periodo 1433-1580 (cfr. infra, Appendice, tabella I). Così come in altre fonti, i volumi sono descritti nei corredi sia con l’espressione «libriccini di nostra Donna», riprendendo il titolo dall’Officio della Vergine, nucleo centrale del libro d’Ore, sia nella forma più generica di «libriccini da donna» o, indifferentemente, di «libriccini di donna». Non è possibile accertare con sicurezza se le ultime due definizioni riguardino libri d’Ore propriamente detti (al cui interno si distinguono vari Offici) o piuttosto testi diversi destinati alla meditazione spirituale (libretti di orazioni, Salterini, Laudi della Vergine, Vite dei santi e così via): è comunque plausibile che per lo più il riferimento sia agli Offizioli, considerato che questi costituivano la tipologia di libretto devozionale più diffusa. Anche negli inventari dei corredi la registrazione degli averi personali della sposa, fatta dal padre o dal marito, rispondeva a finalità amministrative: gli accordi economici erano il fulcro delle trattative matrimoniali, che in pratica si riducevano alla negoziazione della dote, composta di regola da denaro e corredo, e alla modalità con cui sarebbero avvenuti i pagamenti. Se i versamenti monetari potevano essere dilazionati in più anni, era obbligatorio che il corredo accompagnasse la donna al suo ingresso nella casa del marito; o al massimo la seguisse di pochi giorni. Appena arrivavano le «donora» – così le fonti indicano il corredo – i rigattieri ne stendevano l’inventario, in seguito ricopiato dal padre o dal marito, e proponevano una stima, sia pur limitata a una parte degli oggetti. Si distingueva infatti tra donora stimate, ovvero beni valutati che rientravano nell’ammontare dotale pattuito, e donora non stimate – spesso, si specifica, «donate» –, che esulavano dalla somma totale della dote che era stata oggetto di precisi negoziati. Di quanto si spendeva da parte del padre o si riceveva da parte del marito occorreva prendere nota: in caso di morte del marito gli eredi erano tenuti per legge a restituire la dote alla vedova.8 Fra gli oggetti compresi nelle «zane» – le ceste che si usavano per trasportare il corredo della sposa nella dimora coniugale – frequentemente si trovava un Offiziolo. 9 Ma, ed è questo il dato significativo, molte volte poteva essercene più di uno. Nannina de’ Medici, la sorella di Lorenzo il Magnifico che nel 1466 sposò con grande sfarzo Bernardo Rucellai,10 portò una dote di 2500 fiorini e «molte, belle e ricche donora»: tra gli oggetti stimati era incluso «uno libriccino di nostra Donna istoriato con fornimenti d’argento»; e un altro, «uno libriccino di nostra Donna coperto di broccato»,

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stava tra le «cose donate che non si contano».11 In un terzo del campione, ovvero in quattordici inventari di corredi su quarantaquattro che contengono un libriccino da donna, gli esemplari presenti sono almeno due; in cinque inventari sono tre o più. Il caso che maggiormente spicca, per quantità anche se non per qualità, è quello di Lena Carnesecchi che nel 1558, quando sposò Giovanni Strozzi, aveva nel suo corredo cinque volumetti, forse in gran parte, se non tutti, a stampa e con legature di vario pregio: «IIII libriccini di donna, coperti I di teletta d’argento, I di velluto pagonazzo, et II di corame messo d’oro» si trovavano tra le donora stimate; il quinto, «uno libriccino di donna piccolino», era nelle donora «donate, fuori delle zane».12 In altri due inventari cinquecenteschi, quelli relativi ai corredi di Caterina Infangati (1539) e di Lisabetta Bonsi (1574), i tre Offizioli che ciascuna sposa portava al marito (Caterina a Giovanni Maria Piaciti, Lisabetta a Giovanni Capponi) sono elencati nelle donora non stimate e descritti nello stesso modo come «3 libriccini della Madonna».13 Solitamente, quando i libri da preghiera entro il corredo sono due il primo è quasi sempre incluso nelle donora stimate, mentre il secondo sta in quelle non stimate; fanno eccezione i quattro libriccini di Costanza e Alessandra Minerbetti (infra, p. 00 e p. 00) che furono tutti inseriti nelle donora stimate. Oltre ai casi dei volumi di Marietta e Fiammetta Strozzi, di Bartolomea Rinieri, di Maria Bini e di Ermellina Minerbetti, che si commenteranno più avanti (infra, pp. 00, 00, 00, 00, 00, 00), se ne possono ricordare altri tre. Il primo è quello di Costanza Ridolfi, primogenita di Antonio, che nel 1499 sposò Giovanni Buongirolami. Nelle sue Ricordanze il marito si limita ad annotare che la giovane aveva «uno libricino da donna» tra le donora stimate (201 fiorini su 1700 totali di dote) e «uno libriccino» tra quelle non stimate.14 I due libretti di Maria Capponi, che nel 1515 andò in moglie a Buonaccorso Pitti, vennero invece indicati con qualche particolare in più: uno, che rientrava fra le donora valutate, è registrato come «uno libriccino choperto di raso con ariento dorato», l’altro, compreso nelle donora non stimate, come «uno libriccino coperto di raso con ariento».15 Precisa è infine la descrizione dei tre volumi che Caterina Bongianni aveva nel corredo quando nel 1502 prese per marito Bernardo Soldani. Il primo esemplare, presente nelle donora stimate (in totale 244 fiorini), era «uno libricino di donna con vesta di raso verde con canti et con passi d’ariento inniellato et con 9 bottoni di perle, uno grosso», i restanti, entrambi nella parte non valutata del corredo, avevano invece diverso valore e probabilmente anche diversa funzione, poiché si trattava di «uno libriccino di nostra Donna in penna miniato coperto di velluto pagonazo serrami d’ariento» e di «uno libriccino di nostra Donna in forma coperto di raso verde».16 La partizione delle donora rispondeva a una duplice esigenza: da un lato sfuggire alla legislazione suntuaria che fissava limiti all’ammontare

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delle doti (le donora non stimate non rientravano nel conteggio ufficiale della dote); dall’altro esibire attraverso l’opulenza della parte non stimata il prestigio della famiglia della sposa e indurre lo sposo a rispondere con doni altrettanto magnificenti. 17 Resta da appurare se vigesse un differente trattamento giuridico tra la parte stimata e quella non stimata, ovvero se di quest’ultima la donna potesse disporre a suo piacimento: il corredo era infatti ‘portato al marito’ e giuridicamente la moglie era titolare soltanto di un diritto d’uso. Si potrebbe tuttavia avanzare l’ipotesi, ancora da vagliare, che la donna avesse una certa libertà di disporre delle donora non stimate e che quindi i genitori preferissero affidare a esse non solo i beni di uso quotidiano, ma anche quelli di maggior significato affettivo, oppure i più preziosi, sperando in tal modo di sottrarli al dominium del marito. Trasmissione matrilineare e passaggi degli Offizioli tra le famiglie fiorentine È già stato rilevato da C. Klapisch-Zuber che «svariati indizi portano a credere che il corredo rappresenti il principale canale attraverso il quale dei beni femminili – spesso di tratta di averi fortemente investiti di valore simbolico – sono trasmessi da una madre a sua figlia» e che «il libro di preghiere passa sovente dal corredo della madre a quello della figlia».18 Il passaggio del medesimo Offiziolo da madre a figlia è certo all’interno della famiglia Pandolfini; verosimilmente lo stesso avvenne nelle famiglie Rinieri e Minerbetti; si può infine supporre che altrettanto sia capitato nella famiglia Strozzi. Quando Marietta Martelli sposa nel 1473 Iacopo Pandolfini, portandogli una dote di 1700 fiorini (di cui 500 fra contanti e donora), nella parte stimata del suo corredo – in verità non particolarmente ricco, poiché composto di pochi oggetti valutati 90 fiorini in totale – si trova «uno libriccino di nostra Donna» insieme a un «bacino choll’arme e la misciroba».19 Dopo due figli maschi, il 25 ottobre 1481 Marietta dà alla luce una femmina, Francesca, e poi muore nel parto successivo (22 marzo 1483). Il vedovo – rimasto comunque tale per pochi mesi, dato che già ad agosto impalma la sedicenne Lisabetta Capponi – conserva l’Offiziolo della prima moglie: il 24 marzo 1484 lo deposita con altri oggetti alla Badia di Firenze e nei suoi ricordi specifica espressamente che si tratta di «uno libricino chovertato di brochato, fu della Marietta».20 Per altri quindici anni il libro resta a casa Pandolfini; fino a quando cioè Francesca va in sposa a Tommaso Soderini e il padre inserisce nel corredo della ragazza l’Offiziolo. Trascrivendo le donora stimate (107 fiorini su 1500 totali di dote) che le manda nel marzo del 1499, Iacopo registra infatti «uno libricino chon choverta di brochato e fornito d’ariento che fu della Marietta sua madre, [stimato] fiorini 6» e «uno bacino d’ottone cholla miciroba coll’arme

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smaltate [stimato] fiorini 3», 21 verosimilmente anch’esso proveniente dal corredo di Marietta. Tommaso Soderini, che nel 1499 diventa marito di Francesca Pandolfini acquisendo la proprietà dell’Offiziolo di Marietta Martelli, era all’epoca al suo secondo matrimonio. Nel 1493 aveva infatti sposato Fiammetta di Filippo Strozzi, che gli aveva portato in dote e presumibilmente lasciato in eredità due libriccini da donna. Di quattro figlie del famoso Filippo Strozzi (1428-1491), la cui ricchezza negli anni ’70-’80 del Quattrocento era seconda solo a quella dei Medici, si conservano gli inventari dei corredi.22 Il matrimonio tra Simone Ridolfi e Marietta Strozzi, avuta da Filippo con la prima moglie Fiammetta Adimari (morta nel 1476), si celebrò sotto gli auspici del Magnifico: gli accordi si conclusero «per mezanità di Lorenzo de’ Medici e questo dì [27 settembre 1486] la inpalmamo in chasa di detto Lorenzo con dota di fiorini 2000»; ancora Lorenzo fu garante nel giuramento del 5 ottobre. Il corredo, che arrivò con la sposa il giorno delle nozze (3 febbraio 1487), comprendeva due volumi: «uno libricino da donna chon ariento e perlle» tra le donora stimate (365 fiorini) e «uno libricino da donna» tra quelle non stimate. Cinque anni dopo (1493), l’altra figlia di Filippo e Fiammetta Adimari, che aveva mutato il nome da Alessandra in quello della madre scomparsa, si sposò, come si è accennato, con Tommaso Soderini. Anche nel corredo di Fiammetta Strozzi erano inclusi due libretti: «uno libricino di donna con fodera di brocchato e perle e fornimento d’argiento» tra le donora stimate (300 fiorini su dote di 3600) e «uno libricino piccino di donna con coverta di taffettà chermisi» tra quelle non stimate. Uno dei due libri di Marietta o di Fiammetta – magari quello nelle donora non stimate – potrebbe essere giunto dall’eredità materna. Alessandra e Caterina Strozzi erano invece le figlie che Filippo aveva avuto dalla seconda moglie, Selvaggia Gianfigliazzi. Sebbene Alessandra fosse la primogenita femmina di Selvaggia, il suo Offiziolo – come si vedrà più avanti, p. 00 – non era quello della madre, ma uno nuovo, allestito apposta per lei; presente tra le donora stimate (300 fiorini su dote di 2760), recate nel 1498 al marito Niccolò Capponi, venne registrato come «uno libricino di donna fornito d’ariento». Identica («uno libricino di donna fornito d’ariento») è la descrizione del volume della sorella Caterina, sposatasi nel 1503 con un altro Capponi, Gino; anche il suo libro era nella parte stimata del corredo, che valeva 300 fiorini.

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1422

Matteo di Simone Strozzi

Alessandra Macinghi

Filippo sposa a) b) a) 1467 Fiammetta Adimari († 1476) b) 1477 Selvaggia Gianfigliazzi

Caterina sposa 1447 Marco Parenti (cfr. Appendice)

1 libriccino (1)

a)

Costanza (n. 1452) sposa 1472 Filippo Buondelmonti

Maria (n. 1454) sposa 1475 Tommaso Alberti

Lisabetta (n. 1459) sposa 1483 Piero Altoviti

Piero sposa 1481 Onesta Degli Alessandri

1 libriccino (3)

1 libriccino (4)

1 libriccino (5)

b)

Marietta Alessandra (poi) Fiammetta (n. 1471) (n. 1476) sposa 1487 sposa 1493 Simone Ridolfi Tommaso Soderini 2 libriccini (6)

2 libriccini (7)

Alessandra (n. 1479) sposa 1498 Niccolò Capponi

Caterina (n. 1485) sposa 1503 Gino Capponi

1 libriccino (8)

1 libriccino (9)

1 libriccino (2)

1) «uno libriccino di donna» 2) «uno libriccino da donna con affibiatoio d’ariento» 3) «uno libriccino di nostra Donna, bello, con tutti gli Ufici usati, coperto di raso chermisi» 4) «uno libriccino di donna con affibiatoi d’ariento, bello» 5) «uno libriccino di donna»

6) «uno libricino da donna chon ariento e perlle», «uno libricino da donna» 7) «uno libricino di donna con fodera di brocchato e perle e fornimento d’argiento», «uno libricino piccino di donna con coverta di taffettà chermisi» 8) «uno libricino di donna fornito d’ariento» 9) «uno libricino di donna fornito d’ariento»

Di altrettante donne della famiglia Rinieri restano le descrizioni dei corredi.23 Il primo è quello di Bartolomea Dietisalvi, figlia di Dietisalvi e Margherita Ginori, che nel 1459 sposò Bernardo Rinieri, portandogli una dote di 1500 fiorini. Le sue donora, prive di distinzione tra stimate e non stimate, includevano due manufatti destinati alla devozione domestica: «uno libriccino di donna con uno brucho di perle» e «una schatola d’abete lungha entrovi uno bambino di quegli stanno in sugl’altari». Nel 1462 nasce il primo figlio della coppia, una femmina di nome Lucrezia, che è festeggiata con numerosi doni, tutti annotati dal padre. Nel 1483 Lucrezia viene data in sposa a Gentile Sassetti con una dote di 1400 fiorini. Tra le sue donora stimate (130 fiorini in totale) compare «uno libriccino di nostra Donna chon un brancho di perle»: anche l’Offiziolo di sua madre Bartolomea aveva un filo di perle e potrebbe perciò trattarsi del medesimo volume. 24 Per la seconda figlia, Antonia, che nel 1485 si sposò diciottenne con Niccolò Altoviti, probabilmente si allestì un libro nuovo. A lei tuttavia sembra sia passato l’altro oggetto devozionale della madre, la statuetta del Bambin Gesù: tra le donora stimate (136 fiorini) è elencato infatti «uno libricino di donna lavorato chon oro e ariento» e tra quelle non stimate «un bambino vestito di bigio a inmagine di nostro Signore». L’erede di Bernardo, Cristofano, continua a dar notizia dei matrimoni di famiglia: quello del 1506 della sorella Bartolomea (figlia della seconda moglie di Bernardo, Oretta Pucci) con Mariotto Carducci; il proprio del 1507 con Francesca Berardi; e quello di suo figlio Bernardo con Costanza Gherardi, celebrato nel 1543. A proposito di quest’ultimo ricorda che «il parentado s’è trattato e chonchluso per ordine della signora Maria Salviati de’ Medici chon Gherardo di Francesco Gherardi zio di detta Ghostanza». In nessun caso Cristofano si

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sofferma a registrare i corredi delle spose, dato che non ne era stato responsabile. Quando invece nel 1532 sua figlia Bartolomea andò sposa a Niccolò Berardi, parente per linea materna, trascrisse i beni che le affidò: tra le donora stimate (140 fiorini su 2000 totali di dote) c’era «uno libricino di donna miniato fornito d’ariento» e addirittura altri due «libricini franzesi, uno miniato» erano inclusi tra quelle che definì «donora non stimate e donate». Dietisalvi Dietisalvi

Margherita Ginori

Bartolomea sposa 1459 Bernardo Rinieri 1 libriccino e 1 bambola (1)

Lucrezia (n. 1462) sposa 1483 Gentile Sassetti 1 libriccino (2)

Antonia (n. 1468) sposa 1485 Niccolò Altoviti

Cristofano sposa 1507 Francesca Berardi

1 libriccino 1 bambola (3)

Bartolomea sposa 1532 Niccolò Berardi 3 libriccini (4)

(1) «uno libriccino di donna con uno brucho di perle», «una schatola d’abete lungha entrovi uno bambino di quegli stanno in sugl’altari» (2) «uno libriccino di Nostra Donna chon un brancho di perle» (3) «uno libricino di donna lavorato chon oro e ariento», «un bambino vestito di bigio a inmagine di nostro Signore» (4) «uno libricino di donna miniato fornito d’ariento», «II libricini franzesi, uno miniato»

Le Ricordanze di Andrea Minerbetti, conservate nel ms. Laurenziano Acquisti e doni 229, 2, offrono vari spunti di riflessione in merito alla trasmissione dei libretti devozionali.25 Coprendo un arco temporale di quasi sessanta anni (1492-1551) e provenendo da un capofamiglia longevo e assai prolifico di figlie femmine, aprono infatti uno scorcio sulle tradizioni familiari che vigevano riguardo ai libri da donna. Andrea ebbe tre mogli: Maria Bini, sposata nel 1493 (c. 2r) e morta di parto il 18 dicembre del 1499 (c. 28r); Ermellina Corbinelli, presa in moglie 6 mesi dopo la scomparsa di Maria (c. 31r), che conobbe una fine altrettanto triste, mettendo alla luce nell’ottobre del 1509 un neonato morto e seguendolo di lì a poco nella tomba (c. 71v); e infine Antonia Sassetti, con cui Andrea rimase per trent’anni, dal matrimonio del 1511 (c. 79r) alla morte di lei nel 1541 (c. 155v). Senza contare i bambini partoriti «sconciati», cioè morti, da queste unioni nacquero quattordici figli, cinque maschi e nove femmine. Maria fu madre di Costanza (dicembre 1493), Francesca (ottobre 1495) e Ippolita (agosto 1497); Ermellina ebbe Maria (marzo 1501), Alessandra (maggio 1502), Lucrezia (novembre 1503) e Bartolomea (ottobre 1505); da Antonia nacquero Ermellina (luglio 1512) ed Elena (aprile 1514, morta l’anno dopo).

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Andrea Minerbetti aveva sangue Medici, poiché sua madre Bartolomea era figlia di Bernadetto Medici e di Costanza Guasconi.26 Per il suo primo matrimonio con Maria Bini tre dei nove anelli che vengono regalati alla sposa provengono dai Medici: lo zio Averardo de’ Medici, la «donna di Lorenzo di Bernadetto», cioè la zia Caterina Nerli, e la «figlia di Piero de’ Medici» (forse Nannina o Bianca) consegnano tre rubini del valore di 6 fiorini ciascuno; Filippo Minerbetti, fratello dello sposo, dona invece alla giovane «uno cinto con le punte di calcidonio fornite d’oro e smaltate» (c. 2r). Maria porta in dote 800 fiorini e un corredo molto ricco per quantità e qualità degli oggetti, che solo per la parte stimata vale 240 fiorini. Nelle donora stimate, insieme a un gran varietà di capi di vestiario, stoffe, biancheria e accessori, si trova «uno libriccino fornito d’ariento col brucho di perle» (c. 2v); un secondo volume, forse meno pregiato del primo poiché non era ornato con fili di perle, ma solo impreziosito da serrami d’argento («uno libriccino fornito d’ariento coperto di raso rosso», c. 3r), era incluso tra le donora non stimate insieme ad altri manufatti preziosi di devozione domestica, quali «una sechiolina di cristallo con l’asperges», «quattro paia di paternostri di diaspro, madreperla et anbra»,27 «una disciprina di seta et d’oro» e «una santa Margherita con una veste di brochato d’oro con trine d’oro e perle et bottoni d’oro da chapo» (cc. 2v-3v). La primogenita di Maria e Andrea, Costanza, nasce nel dicembre del 1493; compari del battesimo sono Piero di Lorenzo il Magnifico, Antonio Serristori, Piero Ridolfi e Alessandro Nasi; oltre ai consueti doni (pani, torce, dolci, «nappo d’ariento»), la coppia riceve da Tommaso Minerbetti, padre di Andrea, «una santa d’anbra gialla fornita di rame d’oro con una reliquia in mano» (c. 9r). Poco dopo la morte di Maria (c. 24r), dalla quale nel frattempo erano nate Francesca (ottobre 1495, c. 12r) e Ippolita (agosto 1497, c. 14r), la santa d’ambra verrà data «in serbanza» alla cognata Lucrezia Bini, che la restituirà qualche mese dopo (c. 24r). Parte degli oggetti del corredo di Maria fu venduta da Andrea due settimane dopo la scomparsa della moglie, il 3 gennaio del 1500, alla suocera, alle cognate e a commercianti esterni alla famiglia (c. 28v). Scompare così un buon numero di manufatti, tra cui per esempio la cintura con le punte di calcedonio e tre agnusdei d’oro; probabilmente però né i due volumetti né alcuni altri beni di Maria incorrono nella stessa sorte. In un «elenco di cose mandate questo dì 23 di gennaio 1499 [1500 stile moderno] alle Murate» (cc. 28v-29r) figurano infatti «II libriccini grandi, III libriccini picholi [tutti] forniti d’ariento», riposti in una cassetta di cipresso,28 insieme a cinque paia di paternostri, vari coltellini con forchette29 e altri oggetti, tra cui «II discipline di seta e oro» (a quella già nel corredo di Maria se n’è quindi aggiunta una seconda), «uno pennaiuolo fornito» e «una palla da mondo» (c. 28v). Oltre ad aver mantenuto i due volumi della moglie, pare dunque che già agli inizi del

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1500 Andrea se ne fosse procurati altri. I beni consegnati alle Murate restano lì fino al giugno 1500; perciò, quando a marzo Costanza viene affidata «in serbanza» al monastero di Faenza per essere educata dalle suore,30 porta con sé soltanto «uno saltero in forma», ma nessun Offiziolo (c. 30r). Andrea si risposa nel giugno 1500 con la ventiseienne vedova di Raffaello Bonsi, Ermellina Corbinelli, del cui corredo tuttavia non fa ricordo (c. 31r); nel marzo del 1501 nasce Maria (c. 38v), un anno dopo Alessandra (c. 43v). Nello stesso 1502 Andrea decide di traslocare «con tutta la brighata» da via dei Servi a Santa Trinita e nell’occasione stende l’inventario dei suoi beni (cc. 45v-51r). I cinque volumetti che erano stati mandati alle Murate sono adesso diventati sei, forse perché se n’è aggiunto uno proveniente dal corredo della seconda moglie, Ermellina. Anche nell’inventario del 1502 i «2 libriccini grandi» e i «4 picholi», che sono tutti «forniti d’ariento» (c. 49v), vengono registrati di seguito alla «palla da mondo dorata» e ai coltellini e subito prima dei paternostri (ora sette paia), 31 del «pennaiuolo dorato fornito» e della «sancta con dorature d’anbra»: segno evidente che tutti quegli oggetti si continuavano a conservare insieme. Presto poi i libretti saliranno a sette, poiché dalla divisione dell’eredità della madre Bartolomea, morta nel 1505, Andrea acquisirà «uno libriccino in penna», oltre a «III libri di più sorte» (c. 59r). Nel 1505 sono aumentate pure le figlie di Andrea: nel 1503 è nata Lucrezia, due anni dopo Bartolomea (cc. 54r, 61v). Provvedere alle doti di sette figlie comportava un ingente sforzo economico, soprattutto per una famiglia come i Minerbetti, che per prestigio era tenuta a dotare ciascuna fanciulla di almeno 1000 fiorini. In tali casi la consuetudine offriva ai genitori che temevano il salasso patrimoniale la soluzione della monacazione: alle ragazze che entravano in convento si doveva procurare un corredo e la famiglia affrontava alcune spese in elemosine e donazioni; gli esborsi restavano comunque di gran lunga inferiori a quelli che si sarebbero sostenuti per un matrimonio. Andrea era ricorso a quest’espediente già nel 1502, facendo entrare nel monastero di Santa Marta a Montughi la figlia Ippolita (c. 43r), del resto già destinata alla vita religiosa per un difetto fisico (la cecità di un occhio provocatale della rosolia contratta nell’infanzia); nel 1506 fu la volta di Francesca e di Maria, che divennero monache a San Niccolò e a Santa Felicita (cc. 63r, 64v). Stesso destino toccò alle ultime due figlie di Ermellina: Bartolomea entrò alle Murate nel 1516 (c. 102r) e Lucrezia a San Pietro Martire nel 1518 (cc. 104v-105r). Nei corredi delle cinque ragazze Minerbetti che prendono i voti monastici si trovano alcuni volumi, tra i quali due libri da donna, che non hanno tuttavia né la preziosità né il significato simbolico dei libretti presenti nei corredi delle spose: sono stampati, hanno legature semplici e costo contenuto; sono insomma veri e propri strumenti di devozione privi di qualsiasi altro valore.

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Nel corredo di Francesca rientrano «uno libricino di donna in forma [e] un breviario in forma» (c. 63r); tra i beni di Lucrezia i libri sono invece quattro, «uno breviario, uno diurno, uno spaltero (sic), uno libricino di donna», tutti «in forma, leghati in asse» e del valore di «lire 16 soldi 10» (c. 105r). Un unico libro accompagna Ippolita («uno psaltero», c. 43r), mentre Maria porta con sé vesti, biancheria e qualche oggetto d’uso comune, ma nessun volume; soltanto quindici anni dopo il padre le farà avere «uno breviario in forma [del valore di] lire 6» (c. 101v). Ben diversi sono gli esemplari affidati da Andrea Minerbetti alle figlie Costanza, Ermellina e Alessandra; molto probabilmente si trattava di quei libriccini che si conservavano in casa. Quasi in contemporanea con il suo terzo matrimonio, avvenuto nell’aprile 1511 con Antonia Sassetti, Andrea maritava Costanza, la primogenita avuta da Maria Bini, a Carlo Sassetti. Mezzani di quelle nozze erano stati Cosimo Sassetti e Giovanni Battista Guasconi, zii dello sposo «e a me amicissimi», ricorda Minerbetti (c. 78v); Cosimo Sassetti era zio anche di Antonia, la terza moglie di Andrea. I due matrimoni non solo saldavano strettamente i legami tra le famiglie Minerbetti e Sassetti, ma consentivano altresì che le prestazioni economiche sotto forma di dote e donora si concludessero in uno scambio quasi alla pari: Andrea ricevette 1500 fiorini dalla dote di Antonia e ne sborsò 2000 per quella di Costanza. Il corredo di Antonia, che per la parte stimata valeva appena 100 fiorini, conteneva per lo più vestiti, ma nessun libro (cc. 79v80r). Due sono invece i manoscritti nel bagaglio nuziale di Costanza. Tra le sue donora stimate (in totale 275 fiorini) si trovavano «uno libriccino in penna con l’asse d’ariento, uno libriccino picholo in penna, fornito d’ariento, uno paio di coltellini con le forchette e fornimenti d’ariento, uno paio di paternostri di diaspro [forniti d’ariento], 32 uno paio di paternostri di madreperla forniti d’ariento, uno paio di paternostri d’anbra gialla segnati di diaspro» (c. 81r). Buona parte del contenuto della cassetta di cipresso che nel 1500 era stata depositata alle Murate venne dunque riversata nelle «zane» di Costanza: è perciò desumibile che tanto i codici quanto i paternostri provenissero dal corredo di sua madre, Maria Bini. Non sono questi gli unici oggetti giunti a Costanza dall’eredità materna: «una santa Margherita vestita di brochato con perle» era infatti inclusa nelle sue donora stimate, «una sechiolina [e] una asperges di cristallo» e «una disciplina lavorata» si trovavano in quelle non stimate (cc. 81r-v). Anche ad Alessandra, la seconda figlia che Andrea Minerbetti ebbe da Ermellina Corbinelli e che alla fine del 1519 fu data in sposa a Raffaello Torrigiani con dote di 1500 fiorini (c. 100v), toccarono due volumi: «uno libriccino grande fornito d’ariento» e «uno libriccino picholo in penna» (c. 108r), entrambi presenti nelle donora stimate che valevano 200 fiorini. Non avendo Andrea trascritto l’elenco delle donora di Ermellina, non si può dire se uno

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o entrambi i libri provenissero dal corredo della madre defunta; stante la descrizione, è comunque probabile che si fossero tolti dalla solita cassetta di cipresso che aveva contenuto anche quelli di Costanza. Ermellina, la primogenita avuta da Andrea con la sua ultima sposa, Antonia Sassetti, e che portava il nome della precedente moglie scomparsa (come la prima figlia di Ermellina ebbe il nome di Maria Bini), nacque nel 1512 (c. 90v) e fu maritata nel 1530 ad Arrigo Arrigucci con una dote di 2200 fiorini (c. 136v). Il suo corredo, che per la parte valutata era di 180 fiorini, comprendeva «uno libricino di donna in penna, fornito d’ariento» tra le donora stimate e «uno libricino di donna in forma» tra le non stimate (cc. 136v-137r). Nessuno dei due volumi fu trasmesso a Ermellina dalla madre, poiché Antonia Sassetti non portò alcun libro tra i suoi beni nuziali (cc. 79v80r); si può pertanto supporre che quello stampato sia stato acquistato per l’occasione, mentre l’altro, fornito d’ariento, potrebbe aver fatto parte dei sette volumetti che Andrea aveva tenuto nella cassetta di cipresso e che nel frattempo si erano ridotti a tre. Uno di questi, come si è visto, veniva dall’eredità di Bartolomea Minerbetti, la madre di Andrea, ed è possibile che sia toccato alle nipoti, ad Alessandra o a Ermellina. Le Ricordanze di Andrea Minerbetti forniscono dunque alcune conferme a dati già emersi. Alla morte di Maria Bini Andrea Minerbetti vende parte del suo corredo e conserva i pezzi più significativi per poi darli undici anni dopo alla figlia Costanza: i due libriccini di Maria si trasmettono direttamente dalla madre alla figlia. Poiché è probabile che il libro di Bartolomea Minerbetti, passato alla sua morte al figlio Andrea, sia confluito nel corredo di una delle nipoti, si dovrebbe anche ammettere che la trasmissione dei libretti per via femminile non necessariamente seguiva la strada da madre a figlia. Dalle Ricordanze Minerbetti si può poi trarre un’altra considerazione. Alla fine del Quattrocento e agli inizi del secolo successivo, quando i volumi a stampa si acquistano a un prezzo ragionevole, i libri di preghiera a penna e miniati hanno per lo più un significato simbolico che, se non cancella del tutto quello religioso, grandemente lo attenua. Con le loro legature preziose, con l’oro della decorazione e con i loro stemmi ricordano alla giovane sposa il suo lignaggio d’origine e lo esibiscono al nuovo marito; sono insieme testimonianza di affetti e di orgoglio di casata, che non possono e non devono svanire nel passaggio delle generazioni. I sette libriccini della cassetta di Andrea finiscono a donne che potranno tramandarli ai loro discendenti, non alle ragazze destinate a Dio e alla Chiesa che si prenderà i loro beni. Per loro, per le loro preghiere sono sufficienti i dozzinali libriccini «in forma». Agli inizi del Cinquecento, mentre gli Offizioli a stampa recuperano la pienezza dell’originario significato devozionale del libro d’Ore, quelli a penna tendono sempre più ad allontanarsene.

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Bartolomea di Bernadetto Medici († 1505)

Tommaso Minerbetti

1 libriccino (1)

Andrea sposa a) b) c) a) 1493 Maria Bini († 1499): 2 libriccini (2); b) 1500 Ermellina Corbinelli ved. Bonsi ( † 1509); c) 1511 Antonia Sassetti († 1541)

a)

Costanza (n. 1493) Sp. 1511 Carlo Sassetti 2 libriccini (3)

b)

Francesca (n. 1495) Suora a S. Niccolò 1506 1 libriccino in forma (4)

(1) (2) (3) (4) (5) (6) (7)

Ippolita (n. 1497) Suora a S. Marta a Montughi 1502

Maria (n. 1501) Suora a S. Felicita 1506

c)

Alessandra (n. 1502) Sp. 1519 Raffaele Torrigiani 2 libriccini (5)

Lucrezia (n. 1503) Suora a S. Pietro Martire 1518

Bartolomea (n. 1505) Suora alle Murate 1516

1 libriccino in forma (6)

Ermellina (n. 1512) Sp. 1530 Arrigo Arrigucci

Elena (n.1514 † 1515)

1 libriccino 1 libriccino in forma (7)

«uno libriccino in penna» «uno libriccino fornito d’ariento col brucho di perle»; «uno libriccino fornito d’ariento coperto di raso rosso» «libriccino in penna con ll’asse d’ariento, uno libriccino picholo in penna, fornito d’ariento» «uno libricino di donna in forma» «uno libriccino grande fornito d’ariento»; «uno libriccino picholo in penna» «uno libricino di donna […] in forma» «uno libricino di donna in penna, fornito d’ariento»; «uno libricino di donna in forma»

Se si eccettua il caso dell’Offiziolo di Francesca Pandolfini, di cui esplicitamente si ricorda che si trattò del libro della madre, generalmente gli inventari dei corredi non fanno menzione dell’origine dei libriccini. La trasmissione matrilineare si può desumere quando ricorrono descrizioni identiche (come quelle degli Offizioli di Bartolomea Rinieri e di sua figlia Lucrezia); in presenza di due o più libri si può supporre che uno avesse fatto parte del patrimonio familiare, provenendo dalla madre, se non dalla nonna. È del resto probabile che i libri da donna definiti «vecchi» 33 siano stati volumi già esistenti in famiglia, come potrebbe darsi per i libriccini di due delle tre figlie di Francesco Inghirami. 34 Nel novembre del 1471, morti entrambi i genitori (Francesco nel 1470 e la moglie Maddalena Bellacci poco dopo), Antonia, Lisabetta e Fiammetta Inghirami si trovavano «in serbanza» nel monastero di Foligno. Secondo quanto registrato dal Magistrato dei Pupilli che assunse la loro tutela, tra gli averi personali delle ragazze depositati al monastero erano compresi tre libretti, oltre a un cassone ferrato contenente numerosi anelli. Ciascun volume aveva la sua precisa destinazione: «uno libriccino da donna al’Antonia, chon serami d’ariento, vechio; uno libriccino da donna ala Lisabetta, chon uno serame d’ottone, vechio; uno libriccino ala Fiammetta, da donna, con due serrami d’ottone». 35 Verosimilmente per le tre ragazze Inghirami non c’erano matrimoni in vista a quel tempo; ma i genitori ancora prima di morire avevano provveduto alle loro esigenze spirituali,36 forse assegnando alle due

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figlie più grandi, Antonia e Lisabetta, due libriccini di casa. Uno potrebbe essere stato della madre Maddalena, benché un suo codice sia già presente nell’inventario: nella casa di Firenze, curiosamente elencato tra gli oggetti presenti nell’anticamera della cucina, c’era infatti «uno libriccino da donna con serrami d’ariento, ch’era di mona Maddalena, nelo schritoio». Si ignora purtroppo il destino di questo volumetto; si può comunque concludere che per alcuni libri da donna vale quanto C. Klapisch-Zuber affermava riguardo alle ‘sacre bambole’, ovvero che esse «seguono delle vere e proprie linee di successione femminile, che s’interrompono soltanto nel caso che colei che le eredita entri in convento».37

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IL LIBRICCINO «NUOVO»

Dalle fonti agli esemplari superstiti Accanto ai libriccini vecchi, che perpetuavano il legame tra le donne, ve ne erano anche di nuovi, 38 commissionati per l’occorrenza del matrimonio, che attraverso l’opulenza della loro fattura materiale esibivano al marito l’importanza del casato della novella sposa. I libri d’Ore fiorentini – scritti, miniati e legati da artigiani spesso famosi – presumibilmente furono numerosi. È probabile che i preziosi libriccini da donna di cui parlano le fonti siano stati per la maggior parte vergati in littera textualis, la scrittura gotica che tradizionalmente si impiegava per il libro liturgico; ma si può supporre che, almeno dall’ultima decade del Quattrocento, siano stati parecchi anche i codici in littera antiqua. Già agli inizi del secolo Firenze era stata la patria della scrittura restaurata dagli umanisti ed era divenuta in breve tempo uno dei principali centri di produzione del libro manoscritto, cui si rivolgevano pure i signori degli stati esteri, come gli Aragonesi, Federico da Montefeltro e Mattia Corvino, che consideravano il possesso di una ricca biblioteca un’indispensabile e tangibile manifestazione del proprio potere. La notevole diffusione della letturatura devozionale, soprattutto nella specie dell’Offiziolo, la presenza di numerosi libri da donna entro gli inventari dell’epoca e la celebrità di Firenze in quanto sede di copia lascerebbero dunque supporre una generosa fioritura della produzione di questi piccoli volumi nel capoluogo toscano. Lo spoglio del Census of scribes di Albinia de la Mare, il ricchissimo repertorio di copisti e codici del secondo Quattrocento fiorentino (dal 1450 al primo quarto del ’500),39 lascia però delusi: gli Offizioli citati sono soltanto venti (uno in littera textualis) e i copisti che li allestirono appena sette. Il più attivo fu Sigismondo de’ Sigismondi, cui si devono sette codici, seguito da Antonio Sinibaldi con sei volumi e da Alessandro da Verrazzano con tre manoscritti; vengono infine Giuliano Antonio da Prato, Martino Antonio presbyter (che usa la littera textualis), Niccolò da Mangona e Sinibaldo C. con un codice ciascuno. Quello di A. de la Mare è l’unico studio sistematico dal quale è possibile attingere dati quantitativi; esso non è tuttavia esaustivo della produzione fiorentina superstite, che appunto si può credere costituita per lo più da manoscritti vergati in littera textualis, solitamente non presi in considerazione dalla studiosa inglese. 40 Alla scarsità numerica che risulta dal Census of scribes si affianca poi l’impossibilità di accertare l’esistenza degli Offizioli entrati in anonime collezioni private inaccessibili alla ricerca. Già nel Quattrocento i libri d’Ore più pregevoli, rappresentando un’importante risorsa patrimoniale per far fronte alle difficoltà economiche,

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si davano in pegno41 o si vendevano; era del resto anche facile smembrare il volume, composto da vari Offici codicologicamente indipendenti, per smerciarlo a pezzi e realizzare così un guadagno maggiore. 42 Fiore all’occhiello delle aste librarie, dalla fine del Seicento in poi gli Offizioli sono stati contesi dai principali collezionisti, specialmente inglesi, che gareggiarono per accaparrarseli.43 Di vari esemplari si sono perciò perse le tracce e la loro memoria resta ormai affidata soltanto ai cataloghi di vendita. A fronte di un affollarsi di testimonianze desumibili dai documenti fiorentini (per il periodo coperto dal Census di A. de la Mare si possono annoverare allo stato attuale dell’indagine oltre 180 volumi, in prevalenza manoscritti), 44 si contrappone dunque uno scarso riscontro di esemplari conservati noti. Dei libri d’Ore fiorentini a disposizione degli studiosi non è poi sempre agevole ricostruire la storia. 45 In primo luogo perché gli Offizioli hanno sovente percorso vie diverse rispetto a quelle seguite dagli altri volumi della biblioteca del proprietario; in secondo luogo perché i codici sono di difficile identificazione negli inventari di libri dell’epoca. Per lo più definiti genericamente «libriccini da donna» o «di donna», come si è visto, sono distinguibili unicamente per le legature di valore, che furono probabilmente le prime a essere vendute. La scomparsa delle legature originali ha implicato la perdita di tutte le note che potevano essere state apposte sulle controguardie; d’altra parte, la preziosità stessa degli Offizioli può aver contribuito a tener lontana la penna dei possessori, che in codici meno importanti non hanno avuto remora ad annotare il proprio nome sulle guardie o nel volume. Molte volte quindi il loro ricordo perdura soltanto grazie agli stemmi inclusi nella decorazione, che tuttavia non sono sempre originali: in occasione del passaggio di un Offiziolo da una famiglia all’altra non era infrequente che il nuovo proprietario cancellasse gli stemmi del precedente e vi sovrapponesse i propri. Talvolta poi il pregio della decorazione ha costituito una minaccia per l’integrità dei volumi: non pochi, compreso il codice di Waddesdon, sono oggi privi di alcune pagine miniate, che lettori senza scrupoli hanno asportato e venduto singolarmente. Quel medesimo pregio, infine, spesso ha reso unilaterale la prospettiva degli studi, indirizzandone la maggior parte quasi esclusivamente sul lato artistico a discapito degli aspetti codicologici, paleografici e storici. Alterati negli stemmi, mutilati, smembrati e talora riaccorpati arbitrariamente, passati di mano in mano, non di rado irrintracciabili: numerosi codici hanno subìto varie traversie a causa del loro valore. Ciò che li ha resi celebri e ambìti ne ha paradossalmente compromesso la conoscenza. Le commissioni per le nozze

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Le notizie sinora rintracciate nelle fonti sulle commissioni di libri d’Ore pur non essendo numerose, sono tuttavia significative. I casi meglio documentati sono quelli dei libriccini di Alessandra Strozzi e di Maddalena Nacchianti. Le registrazioni contabili dei fratelli di Alessandra Strozzi, la primogenita femmina di secondo letto di Filippo Strozzi, consentono di ricostruire la vicenda d’origine di quel «libricino di donna fornito d’ariento», che si è già visto far parte del corredo della ragazza (supra, p. 00). Essendo morto il padre, le spese per maritare Alessandra toccarono agli eredi di Filippo (i figli Alfonso, Lorenzo e Filippo); ma all’allestimento partecipò anche la madre, Selvaggia Gianfigliazzi. Fu infatti quest’ultima a procurare il codice dal monastero delle Murate e a farlo legare: nella nota del 1501, relativa ad alcune spese fatte da Selvaggia, si legge che «per uno libricino per l’Alexandra da le monache de le Murate» furono pagate «lire 16.15» e «per fare choperta per uno libricino per l’Alexandra lire 0.5». 46 I fratelli Strozzi si occuparono del resto: annotando nel 1498 le spese sostenute in proprio per il matrimonio di Alessandra, riportano due debiti verso il canonico Michelangelo Biscioni («A ser Michelangelo piovano di Lucholena per paghare la miniatura di uno libricino fiorini 9.8.4. A ser Michelangelo per brocchato per la coverta di uno libricino fiorini 0.12.3») e un altro nei confronti dell’orafo Bastiano del Facchino, al quale devono quindici fiorini per vari lavori, tra cui il «fornimento del libricino». 47 Gli Strozzi demandarono dunque il compito di procurare la stoffa e di far miniare il libro a Biscioni, di cui si servirono come sensale in altra occasione;48 consegnarono poi il volume a Bastiano orafo perché applicasse «i fornimenti» d’argento. Dietro la scarna descrizione di quel «libricino di donna fornito d’ariento» c’è dunque un codice prezioso scritto verosimilmente in littera textualis da una suora delle Murate, corredato di ricchissima miniatura – ben 9 fiorini furono pagati –, munito di una coperta di broccato con serramenti d’oreficeria e costato più di 14 fiorini.49 L’Offiziolo di Maddalena Nacchianti ebbe invece un unico e celebre protagonista, Monte di Giovanni. Il notaio ser Andrea Nacchianti (morto il 9 marzo 1510) era un appassionato di libri in rapporto con i principali cartolai fiorentini, a partire da Vespasiano da Bisticci, con cui ebbe contatti fin dal 1471.50 Nel 1480, nell’imminenza delle nozze della figlia Maddalena con Leonardo di Mazzeo Mazzei, 51 si rivolge a Monte di Giovanni, che affiancava all’attività di cartolaio quella di miniatore in collaborazione con il fratello Gherardo.52 Quando il 2 giugno 1480 Andrea inizia ad annotare le spese per il libriccino della figlia, l’oggetto della prestazione di Monte è già stato definito: il cartolaio deve fornire entro il 10 giugno («amolo a dare facto per di qui a otto dì») «uno libriccino di nostra Donna» completo di ogni elemento, assumendosi i costi di scrittura, miniatura e legatura secondo

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il «modello» concordato con il committente («legato a tutte sue spese di fibbiali d’ariento e le coverte col modello d’accordo»); il compenso stabilito («mercato con lui») è di dieci fiorini e mezzo. Quello stesso 2 giugno Nacchianti versa un anticipo di quattro fiorini e tra il 12 luglio e il 15 luglio paga a Monte altri 6 fiorini, tra cui uno «per dare al ricamatore». Poco più avanti, in data non specificata, il notaio registra: «Monte di Giovanni cartolaio de’ avere per uno libriccino comperai da llui per la Maddalena mia figliuola come appare in questo [a c.] 62, fiorini dieci larghi et mezzo. Anne avuto in più volte, come appare in questo [a c. 62] fiorini 10 larghi. Anno avuto che comperai la coverta di mia, che fu raso chermisi, che l’aveva a comperare lui, costommi lire 1 soldi 10». 53 L’Offiziolo, il cui copista è purtroppo ignoto, ma il cui miniatore fu probabilmente lo stesso Monte, giunse quindi con la sua legatura in raso rosso, perle e serramenti d’oreficeria nel corredo di Maddalena, che per la parte stimata valeva 150 fiorini (su 1000 totali di dote): il 23 maggio 1481 venne elencato tra le donora non stimate come «uno libriccino di nostra Donna storiato, fornito di perle con fornimento d’oro e d’ariento». Le Ricordanze di Andrea consentono inoltre di seguire la storia di questo prezioso Offiziolo per qualche tempo. Nemmeno sei anni dopo il matrimonio, il 20 dicembre 1486, Leonardo Mazzei muore e Maddalena Nacchianti ha diritto alla restituzione della dote da parte degli eredi. Il consuocero, Mazzeo Mazzei, l’11 luglio 1487 riconsegna ad Andrea «per parte della dota di decta Madalena» alcuni oggetti il cui valore ammonta in totale a 517 lire; tra essi si trova «uno libriccino con perle». Nel frattempo Maddalena si è nuovamente sposata: impalmata a maggio del 1487, il 9 giugno riceve l’anello dal secondo marito, Giovanni Guidacci. Di lì a poco – Andrea non indica il giorno – entra nella nuova casa, ma senza le sue donora. Arriveranno infatti proprio l’11 luglio 1487, quando Mazzeo Mazzei le restituirà il corredo. L’Offiziolo torna allora a Maddalena ed è citato dal padre come «uno libriccino di nostra Donna storiato e con perle e con altri belli fornimenti». Le tracce del volume procurato da Monte si perdono qui. Si ignora se Maddalena abbia avuto figli da Giovanni Guidacci e se abbia lasciato l’Offiziolo a uno di loro; è certo tuttavia che non lo trasmise a Papera, la figlia nata dal primo matrimonio, che il 6 maggio del 1500 dette in affidamento a suo padre.54 È infatti Andrea che si assunse l’incarico di maritare la nipote, facendola sposare con Lorenzo Tucci di Prato: nelle donora della giovane, che il nonno fece consegnare il 3 febbraio 1509, non ci sono libri. Qualche altra Ricordanza quattrocentesca restituisce notizie di commissioni di libri d’Ore, ma non tanto precise quanto quelle appena richiamate. Per gli inizi del secolo resta la testimonianza di Francesco Datini. Il 26 settembre 1407 il ricco mercante pratese pagò 4 lire e 2 soldi «per

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miniatura di uno libricciuolo della Ginevra» al camaldolese fra Gabriello, che nel monastero fiorentino degli Angeli era sia scrittore sia miniatore.55 Ginevra era la figlia illegittima di Datini, avuta con una schiava, ma allevata in casa dalla moglie Margherita che non poteva avere figli propri. Dopo lunghe trattative Ginevra venne impalmata a Leonardo di ser Tommaso (24 aprile 1407); sette mesi dopo si celebrò il matrimonio. Alle nozze la ragazza era abbigliata sontuosamente – vestiti e accessori costarono più di venti fiorini – e «in mano Ginevra reggeva un libricciuolo miniato, coperto di seta», 56 cioè l’Offiziolo che il padre aveva commissionato al monastero degli Angeli e poi fatto arricchire con serramenti di pregio. L’orafo Domenico di Deo, che aveva bottega in Por Santa Maria, aveva difatti realizzato per Ginevra alcuni gioielli e un paio di fibbie dorate per la coperta di seta del suo libro d’Ore.57 Ugualmente alla prima metà del Quattrocento risale la commissione di Ilarione de’ Bardi (infra, p. 00), mentre quelle di Lorenzo Morelli (infra, p. 00) e di Cino Rinuccini ci riconducono di nuovo alla seconda metà del secolo. Cino Rinuccini, oltre a ricordare che nel 1461 sua moglie Ginevra Martelli58 aveva nelle donora stimate (177 fiorini su una dote di 1200) «uno libricciuolo di donna, ricamato di perle e fornito d’ariento»,59 fa memoria di un altro libro d’Ore, acquistato direttamente. Il 13 aprile 1467 annotò infatti di aver speso «fior. 1.7 per uno libriccino piccolo di nostra Donna per le carte, la scrittura, legatura e miniatura ed il serrame che è d’ariento di peso d. 5».60 Forse Cino commissionò il codice per sé o per la moglie o per una parente; certo non per una figlia, giacché non ebbe prole.61 Le vicende che furono all’origine della confezione dei libriccini sin qui rammentati – e in particolare quelle degli Offizioli per Alessandra Strozzi e Maddalena Nacchianti – possono considerarsi paradigmatiche della genesi di numerosi altri volumi fiorentini. Esse infatti testimoniano che a Firenze, sul finire del Quattrocento, la produzione dei libri d’Ore aveva quasi il carattere di un’industria che coinvolgeva vari commercianti e artigiani specializzati, ciascuno secondo il proprio settore di competenza: cartolai che procuravano la materia prima, copisti laici di mestiere, che operavano nelle botteghe degli stessi cartolai o in qualità di professionisti indipendenti (è il caso di Antonio Sinibaldi), copisti religiosi semiprofessionali, che nei monasteri affiancavano il lavoro di copia ai doveri spirituali, miniatori, ritagliatori, cioè venditori di stoffe, legatori, ricamatori, orafi. E in aggiunta a questi personaggi, altri ancora agivano in veste di intermediari dei committenti, occupandosi di taluni aspetti dell’allestimento, come Michelangelo Biscioni, o seguendo l’intera realizzazione del volume, come i cartolai quali Monte di Giovanni. I libriccini «forestieri»

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Dalle fonti documentarie emerge inoltre che le famiglie benestanti apprezzavano non solo i libretti di manifattura locale, ma anche quelli d’Oltralpe. Si è già visto (supra, p. 00) che nelle donora di Bartolomea Rinieri del 1532 c’erano «II libricini franzesi, uno miniato». Un libro d’Ore di analoga provenienza stava tra le «robbe» di Caterina Sforza, che nel 1497 aveva sposato in terze nozze Giovanni di Pierfrancesco Medici: nell’inventario stilato nel 1502 è registrato «uno officiollo de oracioni a la franzese coperto di raxo cremixino»,62 che si ritrova ripetuto nell’inventario del 1509, dove è descritto come «uno libricino in chartapechora francioso, choperto di raso roso e ghang[h]eri d’oro».63 In diverso genere di inventari, quelli redatti dal Magistrato dei Pupilli che assumeva la tutela dei minori alla morte del padre e in assenza di familiari che volessero farsene carico, si rintracciano altre testimonianze: «uno libricino di dona, franzese, legato» è nel 1505 tra gli averi di Mariotto Nelli; «uno libricino da uficio di donna, franzese, coperto di paonazzo» si rinviene nel 1545 tra gli oggetti di Bartolomeo del Caccia; 64 «uno libriccino di nostra Donna grando (sic), schritto alla franciosa» è nel 1495 nella casa di Sigismondo della Stufa insieme ad altri tre Offizioli; 65 due volumi di origine non italiana sono infine tra i beni di Francesco Inghirami, portando così a sei il totale dei libriccini da donna elencati nell’inventario del 1471 (supra, p. 00 e nota 00). Il primo esemplare ‘forestiero’ degli Inghirami si trovava «nella casa grande», riposto nel primo cassone presente nella camera di Francesco (separato dunque dai restanti libri, che erano concentrati nello scrittoio), ed era indicato come «uno libriccino di nostra Donna chovertato di raso paghonazo, fornito d’ariento con più mini forestieri»; il secondo codice apparteneva invece a Piero Inghirami, che occupava la «casa piccola» confinante con quella di Francesco, e si conservava nel secondo cassone della camera, anziché nell’anticamera dove stavano gli altri volumi. Descritto come «uno libriccino in charta pechora da donna, bello, basso, letera parigina, chon fibia e puntale d’ariento dorato», lascia supporre, insieme a «uno libro in francioso Lapidario, in chavretti, choverte di charta pechora» che stava nello scrittoio di Francesco, 66 che i «mini forestieri» del primo libro d’Ore si possano ricondurre a un ambito francese. Gli Offizioli quindi non si commissionavano soltanto ad artigiani locali, ma si importavano anche dall’estero (o forse si facevano soltanto miniare da artisti stranieri); 67 quelli d’Oltralpe – si potrebbe credere fiamminghi, oltre che francesi – erano particolarmente ricercati. Secondo quanto indicano le fonti dell’epoca, che designano i libretti devozionali con le definizioni «da donna» e «di donna», gli Offizioli erano dunque principalmente rivolti a un pubblico femminile. I libri d’Ore più ricchi, manoscritti, miniati, con coperte di stoffe pregiate arricchite di perle

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e argento erano per lo più destinati alle giovani spose appartenenti alle classi alte della società fiorentina. Si trattava di beni di famiglia, che erano trasmessi dalla madre mortis causa o, se ella era ancora in vita, per disposizione consuetudinaria con il tacito accordo del marito; oppure venivano allestiti ex novo in occasione delle nozze ed erano perciò commissionati dal padre della sposa o, se questi era già morto, dalla madre o dai fratelli. Sia nel caso dei libriccini vecchi sia in quello dei nuovi, la trasmissione degli Offizioli si attuava con la modalità della costituzione del corredo. Allo stato attuale della ricerca pare insomma che l’idea del codice ‘dono di nozze’ si debba in prevalenza restringere all’ambito della famiglia d’origine della sposa. Altre commissioni Quanto sin qui esposto non esclude ovviamente che gli Offizioli potessero essere commissionati da mariti o parenti anche per occasioni diverse dal matrimonio. Al momento tuttavia, accanto alla quarantina di notizie attestanti che i libriccini giungevano alle donne dalla propria famiglia tramite il corredo, se ne contano soltanto due che documentino esplicitamente altre forme di acquisizione. La prima testimonianza riguarda Francesco Datini, già incontrato in precedenza come committente del libretto per le nozze della figlia (supra, p. 00): nel 1395 il mercante regalò un Offiziolo alla moglie Margherita, alla quale era unito da vari anni (1376). Per la commissione Francesco si giovò dell’aiuto del suo più caro amico, ser Lapo Mazzei; questi svolse il ruolo di intermediario con gli artigiani e procurò il volume a un costo che oltrepassava i cinque fiorini. 68 Superata la difficoltà legata ai numerosi impegni del copista cui si era rivolto, il 30 settembre del 1395 il notaio poteva informare Datini che «il libro di monna Margherita ho a fornire io. Priegovi la preghiate ch’ella sia paziente ad astettarlo: ch’io la debbo consolare, per grazia di Colei per cui amore ella n’ha voglia».69 L’Offiziolo era stato quindi consegnato di lì a poco, probabilmente con una legatura semplice, forse in nude assi, di cui Margherita stessa si sarebbe dovuta occupare, facendola impreziosire con ornamenti consoni. Ma la moglie di Datini non provvide a riguardo e ciò suscitò il biasimo dell’amico. Scrivendole il 13 novembre 1395, Mazzei la rimproverava di aver rivolto troppe attenzioni alla vanità mondana, procurandosi un gran numero di vesti e accessori, senza essersi curata di fornire una degna coperta al suo libro di preghiere, così come sarebbe convenuto alle «cose della madre di Dio».70 La seconda testimonianza è quella di Ilarione de’ Bardi, facoltoso banchiere che insieme al fratello Benedetto contribuì all’ascesa del Banco Medici, di cui fu socio e direttore. 71 Nelle sue Ricordanze Ilarione annota che il 23 agosto 1420 pagò 13 fiorini, 23 soldi e 7 denari al cartolaio Piero

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d’Antonio Tornaquinci «per uno libricciuolo di donna comperai da llui per la Ghostanza mia donna», cioè per Costanza Davizzi, che Bardi aveva sposato nel 1417. Il costo, tra l’altro assai elevato, pare relativo alla sola scrittura e sembra che passassero quattro anni prima che il codice acquistato per la moglie fosse finalmente completato in tutte le sue parti: il 24 giugno 1424 Ilarione registra la spesa di un fiorino «per lighatura e miniatura de’ libricciuolo della dona mia, lo scrisse il maestro Cristofano da Cortona». Nel frattempo il banchiere aveva acquistato un altro Offiziolo, stavolta destinato alla famiglia Alessandri, con cui i Bardi si imparentarono nel 1421 tramite il matrimonio di Costanza, figlia di Benedetto Bardi, con Bartolomeo degli Alessandri. Il 23 marzo del 1422, riepilogando le spese sostenute nell’anno 1421, Ilarione ricorda di aver sborsato ben quindici fiorini «per tanto mi costò uno libriciuolo di nostra Donna fornito di perle, che la Ghostanza mia donna donò alla Ghostanza mia nipote quando andò a marito». Seppure in forma nettamente minoritaria e per adesso soltanto per la prima metà del Quattrocento, è dunque documentato che i libri d’Ore venivano anche commissionati dai mariti per le mogli, a matrimonio già avvenuto, e che venivano acquistati per regalarli alle donne del proprio parentado. I libriccini da donna «di messere» Se le donne sono le protagoniste principali nella storia degli Offizioli, non è detto che il ruolo maschile sia esclusivamente quello della comparsa richiamata formalmente dalla presenza dello stemma del marito entro la decorazione. Infatti gli uomini non solo agiscono in veste di donatari (acquirenti e committenti di codici per le figlie, le mogli, le parenti), ma giuridicamente sono i titolari della proprietà dei libriccini che le loro mogli portano nella dimora coniugale; e della loro sorte dispongono. Talvolta poi sono gli stessi uomini i destinatari degli Offizioli. In alcuni casi le fonti indicano esplicitamente la pertinenza maschile: tra i volumi di Matteo Castellani, per esempio, è elencato «un libro di nostra Donna, di messer»; in relazione al libriccino di ser Antonio da Pescia si precisa che è «a uso di messer Antonio».72 Altre volte i documenti informano che questi «messeri» hanno commissionato o acquistato per sé gli Offizioli. Lorenzo Morelli ricorda che nel 1465, quando ancora non si era sposato con Vaggia de’ Nerli (1472), spese «per uno libriccino da donna chomperai per me da Bartolomeo [Tucci] chartolaio lire 16».73 Questo non fu l’unico acquisto librario di quell’anno, giacché Morelli si procurò anche altri volumi, tra cui un Dante e un Canzoniere di Petrarca, riguardo al quale annotò di aver speso «lire 6 soldi 10, che lire 4 soldi 10 paghai a ser Bartolomeo de’ Baroncelli pe lla scrittura». Allo stesso cartolaio si rivolse

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ancora Morelli nel 1489 per comprare due volumi e per rimettere a nuovo la coperta consunta di un libretto, forse devozionale, della madre: il 26 marzo registrò infatti di dovere a Bartolomeo Tucci «soldi 25 per rileghatura di uno libriccino vechio de mia madre».74 Gli uomini, al pari delle donne, possono quindi essere destinatari esclusivi degli Offizioli: ecclesiastici, cui il libro d’Ore serve per ulteriore meditazione, o piuttosto signori, per i quali è spesso manifestazione di prestigio. Ma anche in quest’ultimo caso occorre tener presenti le sfumature e le eccezioni. Due codici, scritti da uno dei più famosi e abili copisti del secondo Quattrocento fiorentino, Antonio Sinibaldi, attestano con le loro sottoscrizioni che tanto la committenza quanto la destinazione dei due libriccini fu prettamente maschile. Il codice londinese BL, Yates Thompson 23 [d’ora in poi B, v. TAV. 00], fu scritto nel 1485 per Agostino Biliotti, il manoscritto di Rouen, Bibliothèque municipale 366 [d’ora in poi R, v. TAV. 00], per Donato Peruzzi nel 1491; nessuna presenza femminile compare tra le carte dei due volumi. Il codice B, costituito da più Offici (Vergine, Defunti, Salmi penitenziali, Salmi graduali, Croce maggiore, Gaudi della Vergine, Croce minore e Spirito Santo) per un totale di 248 carte, venne dotato di un cospicuo apparato iconografico, opera di Mariano del Buono75 (frontespizio miniato a piena pagina; tredici iniziali figurate, di 4/9 righe, e nove decorate, di 4/6 righe, tutte affiancate da una bordura marginale; numerose iniziali semplici, di 2 righe in oro o di 1 riga, alternate in blu e oro). Vergato nella perfetta littera antiqua del Sinibaldi all’apice della carriera, l’Offiziolo potrebbe essere stato un dono dello stesso copista, che affermò di averlo scritto «gratis et amore», forse in segno di riconoscenza per favori ottenuti. La posizione e l’importanza politica di Biliotti erano infatti di tutto rilievo, poiché Agostino ricoprì vari e importanti uffici, culminati nel 1481 nel gonfalonierato, massima carica della Repubblica; giusto qualche mese prima della stesura del codice, a partire dal marzo del 1484, era stato priore. 76 Le carte del ms. B, non recando segni d’uso, sembrerebbero farlo rientrare nella tipologia degli Offizioli di lusso, che non servivano per pregare, ma per ostentare prestigio. Diverso pare invece il ms. R, che pure condivide con B copista e miniatore.77 Il codice, di appena 119 carte che tramandano soltanto l’Officio della Vergine con alcuni testi accessori in chiusura (la Messa della Vergine, una Lezione dal libro della Sapienza, un capitolo dai Vangeli di s. Luca, il Credo e qualche preghiera), è sotto il profilo grafico un altro prodotto di alto livello, seppure lievemente meno accurato del solito; la decorazione si limita al frontespizio e a otto iniziali figurate accompagnate da una bordura marginale (Ore e Messa della Vergine): le iniziali medie e minori sono di penna. Tra le preghiere finali risalta una sequenza dedicata a s. Sebastiano, tradizionalmente considerato il

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principale protettore dalla peste. Nella prima orazione (cc. 112v-113r) si invoca il santo contro la «mortifera peste» e nelle due seguenti ci si rivolge a Dio affinché consenta agli uomini «contra pestem epidemie liberi transire» tramite l’intercessione di s. Sebastiano (c. 114r); la sequenza si chiude, dopo l’ammonimento a dire tre paternostri e tre avemarie, con l’invocazione in prima persona dello stesso Peruzzi: «Deus meus exaudi me famulum tuum Donatum et libera me ad instanti periculo» (c. 115v). È dunque probabile che il codice, benché scritto per un personaggio altolocato proveniente da una famiglia di spicco quale i Peruzzi, sia stato commissionato come ex voto o come talismano protettivo contro un’epidemia. Stando alle riproduzioni, il volume presenta tracce di usura e pertanto sembra che abbia realmente espletato la sua funzione di libro di preghiere. Non assolse tuttavia pienamente lo scopo, dato che cinque anni dopo l’allestimento del libro, nel 1496, Donato Peruzzi moriva appena ventottenne, mentre in tutt’Italia infuriava la peste. 78 I doni del potere? Un’ultima osservazione riguarda gli Offizioli commissionati e donati in occasione di matrimonio da personaggi influenti, estranei alla cerchia stretta dei parenti. Allo stato attuale della ricerca la circostanza non è ancora emersa dai documenti. È tuttavia desumibile sia da una fonte letteraria, ovvero dalla notizia di Piero Parenti circa un prezioso codice donato dal vescovo Gentile Becchi a Clarice Orsini per le sue nozze col Magnifico (infra, p. 00 e nota 00), sia da alcuni indizi adombrati dagli stessi codici, che parrebbero alludere a una committenza medicea. Il ms. BL, Additional 19417, per esempio, reca non solo gli stemmi dei due sposi, Niccolini e Nerli, ma anche l’impresa medicea dell’anello diamantato con le tre piume, più volte ripetuta a c. 195r (v. TAV. 00).79 A. Garzelli, pur riferendosi a due volumi medicei destinati a rimanere in famiglia, il Laurenziano Ashburnham 1874 e il Monacense lat. 23639, elevava questo rilievo a considerazione generale, affermando che «in entrambi [i codici] gli emblemi medicei vanno saputi cogliere quasi mimetizzati dal gioco degli elementi portanti dei fregi. Dati questi che fanno propendere ad una commissione per dono». 80 Il significativo ruolo che i Medici giocarono nella politica matrimoniale fiorentina, improntata all’endogamia delle classi dirigenti, non si limitò a quello di semplici promotori, bensì incluse anche il loro coinvolgimento personale e diretto nell’iter nuziale. Lorenzo prima e Piero poi parteciparono più volte, in qualità di mezzani o arbitri, ai contratti matrimoniali fra i membri della loro consorteria e furono numerosi gli impalmamenti, le giure e le nozze che avvennero sotto l’egida dei Medici nel palazzo di via Larga o presso il loro Banco. 81 Al momento è solo ipotizzabile che il patronus, presenziando a tali cerimonie, talvolta abbia

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elargito in dono un Offiziolo a suggellare il proprio intervento. Un ulteriore scavo nella documentazione fiorentina potrĂ  forse chiarire aspetti che restano ancora oscuri nelle vicende genetiche di alcuni Offizioli, facendo emergere le fonti in grado di provare modalitĂ  di trasmissione e tipologie di committenza diverse da quelle finora attestate.

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GLI OFFIZIOLI DI MADDALENA DE’ MEDICI E LE ‘COMMISSIONI’ DEI CODICI PER LE FIGLIE DI LORENZO Secondo M. Evans Lorenzo il Magnifico commissionò tre lussuosi libri d’Ore da donare alle figlie in occasione delle loro nozze: il Monacense lat. 23639 (con le armi Medici e Salviati) e il ms. di Waddesdon (con le armi Medici e Cybo) sarebbero stati destinati rispettivamente a Lucrezia, che sposò Iacopo Salviati, e a Maddalena, maritata a Franceschetto Cybo, figlio di papa Innocenzo VIII; il Laurenziano Ashburnham 1874, con gli scudi vuoti, sarebbe stato invece il dono per Luisa, promessa sposa al biscugino del padre, Giovanni di Pierfrancesco Medici il Popolano, che però morì prima della celebrazione delle nozze, a soli 11 anni.82 Recentemente, per cura di I. G. Rao, sono stati segnalati altri due Offizioli di evidente origine medicea, legati insieme nel ms. Cambridge, University Library, Additional 4101: la prima sezione del codice contiene un libro d’Ore che in apertura esibisce lo stemma Medici (antiporta) e Salviati (frontespizio) (v. TAV. 00), mentre la seconda sezione tramanda la porzione, verosimilmente finale, di un altro Offiziolo, sul cui frontespizio campeggia lo stemma impalato dei Cybo e dei Medici (v. TAV. 00).83 Prescindendo dalla prima sezione, forse destinata a Lucrezia (anche se qualche dubbio si potrebbe sollevare per la posizione degli stemmi: infra), è indiscutibile che quelle trenta carte poste in chiusura del ms. di Cambridge, alle quali sono affidate la Messa delle cinque piaghe e quattro orazioni, furono scritte per Maddalena. La secondogenita figlia femmina del Magnifico possedeva dunque due Offizioli, il codice di Waddesdon, che è completo, e un altro di cui resta solo il frammento di Cambridge. Sulla scorta di quanto si è osservato a proposito degli inventari delle donora, 84 è assai probabile che nel ricco corredo di Maddalena, la cui dote era di 4000 fiorini, fossero presenti almeno due Offizioli, procurati per lei dal padre; non è tuttavia sicuro che i manoscritti di Cambridge e di Waddesdon abbiano fatto parte entrambi del bagaglio nuziale della giovane. Sembrerebbe infatti che i due libriccini siano stati scritti e miniati non in contemporanea, bensì a distanza di tempo e che le circostanze della loro origine siano state diverse e variamente articolate per presupposti, modalità e ruolo svolto dai personaggi implicati. Nel frammento di Cambridge risaltano tre elementi utili per delineare la storia genetica del codice: una sigla all’interno del testo, su cui si tornerà in seguito, la scrittura e lo stemma. Nel bas de page di c. 250r il mediceo anello diamantato con le tre piume racchiude uno scudo partito, che reca alla sinistra lo stemma Cybo e alla destra quello Medici. Le posizioni dello sposo e della sposa sono quelle tipiche dell’arme di

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matrimonio: la destra, posizione più autorevole, è riservata allo sposo, mentre la sinistra alla sposa; ovviamente per chi guarda le posizioni sono ribaltate (a sinistra l’uomo, a destra la donna). 85 Da quel che si è rilevato finora, di solito negli Offizioli che recano un controfrontespizio gli scudi sono divisi: nelle due pagine affrontate che aprono l’Officio della Vergine l’antiporta, ossia la pagina sinistra (che è anche la prima e perciò la principale), è riservata allo stemma dello sposo, mentre il frontespizio, la pagina destra, allo stemma della sposa. Se ciò riprenda la posizione dei coniugi nello scudo partito oppure se la presenza della sposa nel frontespizio sia da mettere in relazione con la commissione paterna è ancora da appurare. Talvolta, come nel caso del ms. BNCF, Banco Rari 242, vi è un solo stemma dipinto, quello del frontespizio, mentre nell’antiporta lo scudo resta vuoto (v. TAV. 00); probabilmente in questi casi la famiglia della sposa aveva commissionato la decorazione quando ancora la ragazza non era stata impalmata. Uno scudo partito che unisce le due armi familiari, come quello di Cambridge, non è perciò dei più usuali; ma è comunque attestato, e non solo nei codici privi di controfrontespizio. 86 Nel Salterino BNCF, Banco Rari 326, per esempio, l’unico scudo che compare (frontespizio, c. 8r; nel controfrontespizio lo spazio araldico è occupato dalla raffigurazione di un cerbiatto) reca le armi congiunte dei due sposi, nella fattispecie Lorenzo di Piero Medici, nipote del Magnifico, e Maddalena di Giovanni de La Tour d’Auvergne, le cui nozze avvennero nel 1518 (v. TAV. 00). Per la medesima coppia fu allestito anche un altro libriccino devozionale, il Banco Rari 328, che reca invece i consueti stemmi affiancati (Medici nel controfrontespizio della Vergine a c. 13v, de La Tour d’Auvergne a c. 14v; v. TAV. 00, cfr. anche infra. p. 00 e nota 00). Insomma, due manoscritti per gli stessi destinatari si aprono con figurazioni araldiche differentemente organizzate: questo fatto potrebbe essere il riflesso di circostanze diverse all’origine dell’allestimento dei codici, o almeno della commissione della loro decorazione. Stemmi ad armi unite, che simboleggiano il congiungimento dei due sposi, ricorrono spesso nei doni per le nascite, come deschi e tafferie da parto, ossia vassoi o ciotole che servivano per portare il cibo alla puerpera (v. TAV. 00).87 Si potrebbe allora supporre che i due codicetti della Nazionale di Firenze siano stati decorati, se non anche trascritti, a breve distanza di tempo per due diverse occorrenze: il Banco Rari 328 per il matrimonio del 2 maggio 1518,88 mentre il 326, con gli stemmi congiunti, a nozze celebrate e comunque entro l’aprile del 1519, quando Maddalena morì poco dopo aver dato alla luce Caterina, la futura regina di Francia. Anche il frammento di Cambdrige potrebbe essere stato commissionato dal Magnifico – se non da suo figlio Piero – dopo che il matrimonio di Maddalena con Franceschetto Cybo era già stato consumato (20 gennaio 1488): magari in occasione della nascita di uno dei figli della coppia. Del

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resto, benché nelle Ricordanze esaminate non compaiano citazioni di Offizioli per eventi del genere, i doni offerti per le nascite, tra i quali frequentissimo un «nappo d’ariento» spesso ornato con le armi dei due casati, 89 provengono quasi sempre dalla famiglia d’origine della sposa. 90 Contro quest’ipotesi si potrebbe però rilevare che gli stemmi impalati compaiono anche sui cassoni nuziali, che venivano commissionati prima del matrimonio, e che vi sono Offizioli nei quali gli stemmi sono sia divisi sia congiunti: è per esempio il caso del ms. BAV, Barb. lat., 382, allestito per le nozze del 1492 tra Bartolomeo di Lorenzo Ginori e Selvaggia di Neri Capponi, che si apre con gli stemmi divisi (Ginori sull’antiporta e Capponi sul frontespizio) e poi reca i due stemmi insieme in uno unico scudo alle cc. 233v-234r.91 La perdita della prima parte dell’Offiziolo di Cambridge non consente di verificare se vi fossero presenti ulteriori stemmi, stavolta affiancati. La supposizione che il codicetto sia stato vergato a nozze avvenute trova comunque conforto nella scrittura, databile – come si vedrà più avanti, pp. 00-00 – agli anni Novanta del Quattrocento. Sotto il profilo grafico il codice di Waddesdon è invece collocabile qualche anno prima: vi si può riconoscere la mano di Alessandro da Verrazzano e, mediante un percorso attributivo che passa attraverso le prime prove grafiche datate del copista, lo si può considerare un prodotto allestito entro o attorno al 1484 (infra, pp. 00-00). Lorenzo il Magnifico intraprese i negoziati prematrimoniali per la diletta figlia Maddalena («la quale è un occhio del capo mio»)92 già alla fine del 1486, cioè al termine della guerra tra Firenze e Roma.93 Le trattative non furono semplici e vennero inizialmente ostacolate dalla concorrenza di Milano e Napoli, che sostenevano la candidatura di una sposa Aragona (Lucrezia, figlia di re Ferrante) o Sforza (Chiara, sorella del duca Ludovico) per il figlio del papa. A metà del dicembre 1486 Innocenzo VIII sembrava comunque preferire l’alleanza matrimoniale con i Medici e proponeva a Lorenzo un accordo segreto. Il Magnifico tuttavia esitava a rispondere, anzitutto per questioni politiche non del tutto chiarite, ma anche per il timore che lo scapestrato Franceschetto non fosse lo sposo adatto per Maddalena, fra l’altro ancora molto giovane (era nata nel 1473). Dopo settimane di delicati negoziati, che rassicurarono Lorenzo sotto il profilo politico, questi chiedeva all’ambasciatore fiorentino, Pier Filippo Pandolfini, se fosse possibile definire un’intesa con il pontefice che escludesse il matrimonio dei rispettivi figli «cioè, che potendosi, havere l’amicitia del papa sanza fare il parentado».94 La risposta di Pandolfini fu perentoriamente negativa: Innocenzo VIII era fermamente risoluto a riguardo e non si poteva indietreggiare su questo punto senza patire ripercussioni politiche; del resto, proprio mentre Lorenzo rivelava i suoi dubbi all’ambasciatore, il 4 febbraio

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1487 il papa aveva chiesto all’arcivescovo Rinaldo Orsini informazioni dettagliate su Maddalena: «delle qualità della fanculla (sic), dell’età, del nome».95 Lorenzo si dovette così piegare alla ragion di Stato e il 12 febbraio 1487 Innocenzo ricevette la sua lettera di accettazione dell’accordo. Messe a punto le ultime faccende (sulla forma delle nozze, se pubbliche o private, sulla somma che il papa avrebbe dovuto depositare per Franceschetto al Banco Medici e sui possessi feudali che gli avrebbe fatto ottenere) e precisata la dote (che Lorenzo aveva proposto di 3000 ducati più «alcune donora», ma che fu poi fissata in 4000 ducati), il 17 febbraio il Magnifico firmò la procura con cui conferiva a Rinaldo Orsini il mandato di concludere l’accordo. A Roma, il 25 febbraio del 1487, alla presenza del pontefice e di tre testimoni (il cardinale Marco Barbo, il vescovo Ardicino della Porta e Maurizio Cybo, fratello del papa), fu stipulato il matrimonio «per verba legittima de’ presenti» tra Maddalena, per mezzo di Orsini, e Franceschetto. 96 Lo stesso giorno Pandolfini chiese a Lorenzo di comunicargli «la forma della grossezza delle dita della Madalena perché il papa vuole fare fare una anella per lei, et secondo la forma che di costì verrà».97 Il contratto matrimoniale, che a pena di scomunica doveva restare segreto, venne ratificato nei giorni seguenti da Lorenzo per conto della figlia. A distanza di tre mesi, dopo che era stato dato l’annuncio ufficiale dell’unione, 98 Maddalena ricevette l’anello di Franceschetto, nuovamente per interposta persona. Il 26 maggio 1487 scriveva infatti il Magnifico nel post scriptum di una lettera a Pietro Alamanni, ambasciatore fiorentino a Milano: «Non voglio lasciare di dirti che qui è stato messer Cesareo Bandini, mandato da Nostra Santità et dal signor Francesco per dare l’anello alla Magdalena, in nome della Sua Santità, et giovedì [24 maggio] in buono puncto si decte la perfectione sua a questo parentado».99 Per la giovane età della ragazza le nozze e la successiva consumazione, che sanciva la perfezione del vincolo, furono tuttavia celebrate sontuosamente a Roma soltanto il 20 gennaio 1488.100 Sembra dunque che il codice di Waddesdon sia stato scritto prima che iniziassero le trattative per maritare Maddalena. Anticipando la conclusione di quanto verrà sviluppato a breve, si può aggiungere che probabilmente l’allestimento avvenne ancor prima che la destinataria ne fosse individuata. Già in passato ho avuto occasione di notare che l’Offiziolo Laurenziano Ashb. 1874, benché sicuramente riconducibile al Magnifico per la presenza dell’emblematica medicea, non doveva essere messo necessariamente in relazione con una delle figlie di Lorenzo, ma che anzi poteva essere stato commissionato dal signore di Firenze senza che questi avesse in mente una destinazione precisa. 101 Ipotizzavo inoltre che la

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commissione del Laurenziano avesse dato avvio alle altre due, ovvero a quella del Monacense lat. 23639 e a quella del ms. di Waddesdon, che allora attribuivo dubitativamente a Sinibaldi, prefissandomi di sciogliere la riserva su Verrazzano non appena avessi avuto le riproduzioni integrali del volume. La riscoperta dei due Offizioli medicei di Cambridge, la possibilità di esaminare l’intero testo del ms. di Waddesdon e ulteriori indagini su altri codici hanno fornito nuovi elementi che oggi mi permettono di rivedere e ampliare quelle supposizioni. Non è infrequente che nei codici allestiti su commissione il copista ‘personalizzi’ il volume inserendo nel testo riferimenti a colui che avrebbe ricevuto il libro, alla stregua del miniatore che include stemmi e imprese nella decorazione. Alcuni copisti possono essere discreti e alludere al destinatario tramite una sigla, come avviene nel Riccardiano 462, dove nell’Obsecro te si legge: «et michi B. fideli servo tuo» (c. 146v); la sigla B. si scioglie grazie a una nota apposta a c. 167r, dove il committente Bruno ricorda il furto del libro e il successivo ritrovamento. Altri copisti sono invece più prodighi di informazioni, come quell’«Alexander Antonii Simonis de Florentia ordinis fratrum Heremitarum» che, scrivendo nel 1478 a Napoli un Offiziolo per il fiorentino Lorenzo Strozzi (Cambridge, Fitzwilliam Museum, 153), per due volte ricorda esplicitamente nome e cognome del committente (c. 261r: «dignare me Domine famulo tuo Laurentio Strotio de Florentia»; c. 266r: «ut me famulum tuum Laurentium Strotium custodias»). Altri copisti adottano una soluzione intermedia tra la sigla e il nome completo, citando il destinatario con il suo nome di battesimo. È il caso di colui che nel 1469 trascrisse per un certo Francesco il ms. BML, Ashburnham 940 A bis («michi famulo tuo Francischo impetres»: Obsecro te, c. 214v),102 dello scriba del ms. BML, Acquisti e Doni 148, che ripeté per ben cinque volte il nome «Maria»,103 ma soprattutto di Antonio Sinibaldi nel codice BL, Additional 33997 (d’ora in poi S). L’Offiziolo S, già attribuito a Sinibaldi da Albinia de la Mare, 104 contiene in chiusura un’Oratio devotissima pro persona propria (cc. 223v224r) nella quale risalta per due volte, scritto in rosso, il nome Smeralda: «Respice super miseram famulam tuam Smeraldam peccatricem […] Concede mihi famule tue Smeralde». L’identità di questa misteriosa ragazza e quindi l’identificazione della committenza sono al momento ignote: ciò purtroppo impedisce di far luce sull’origine del manoscritto e sulle sue eventuali relazioni con il codice di Waddesdon. Le informazioni catalografiche, fondandosi sul calendario, volevano il manoscritto «executed for a lady Darned Smeralda or Esmeralda living in or near Perugia, and bearing the aims (see f. 13) gules a bend azure, on a chief argent a cross of the field»;105 esse tuttavia sono fuorvianti, poiché in realtà il calendario è di ambito fiorentino (infra, p. 00) e quindi Smeralda non viveva a Perugia.

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L’allestimento del codice si compì interamente a Firenze: qui lavoravano il copista e il miniatore (Attavante, per D’Ancona)106 e la città è richiamata a chiare lettere nel testo, laddove a c. 183r si legge: «ut civitatem istam Florentinam et omnes habitantes in ea, regere et custodire, pacificare et defensare digneris». Mentre si può presumere, stando alla scrittura, che Sinibaldi abbia vergato l’Offiziolo negli anni ’80 del Quattrocento, nuovi interrogativi, forse insolubili, vengono sollevati dallo stemma parzialmente eraso che compare sul frontespizio a c. 13r (v. TAV. 00). Il campo è rosso e il capo, benché rovinato al centro per la caduta del colore, è d’argento alla croce rossa; la decorazione della banda azzurra che attraversa lo scudo è stata abrasa, ma alle estremità della fascia si intravedono alcune tracce di nero (ovvero argento), che potrebbero essere state degli scacchi: lo stemma è compatibile con quello dei Cybo (di rosso, alla banda scaccata d’argento e d’azzurro, di tre file, col capo [di Genova] d’argento caricato dalla croce di rosso). 107 Se davvero si tratta dello stemma Cybo, si dovrebbe allora includere il codice S tra i libri d’Ore della famiglia in cui entrò per matrimonio Maddalena Medici. Si dovrebbe cioè ammettere che accanto al ms. di Waddesdon, al foglio singolo Additional R (infra, p. 00) e al frammento di Cambridge i Cybo abbiano posseduto un altro Offiziolo, scritto a Firenze per una certa Smeralda da quello stesso copista che, nei medesimi anni, realizzava i due Offizioli medicei Laurenziano e Monacense. Ma, in tal caso, che relazione intercorse tra questa Smeralda, verosimilmente fiorentina, e i Cybo, il cui legame con Firenze risale proprio ed esclusivamente alle nozze tra Maddalena e Franceschetto? Se Sinibaldi personalizzò il codice S inserendo il rimando a Firenze e scrivendo due volte il nome di battesimo della destinataria, in altri due Offizioli ci consegnò addirittura nome e cognome del committente, insieme alla propria firma. Si tratta dei già ricordati (supra, p. 00) mss. di Londra (B) e di Rouen (R), che recano le seguenti sottoscrizioni: «Scripto per Agostino Biliotti da Antonio Sinibaldi gratis et amore, anno Domini MCCCCLXXXV» (B, c. 248r); «Antonius Sinibaldus scripsit pro dignissimo Donato Perutio anno Domini MCCCCLXXXXI Florentię» (R, c. 100v). Nel codice R il nome proprio di Peruzzi torna anche alla fine della sequenza di preghiere per s. Sebastiano (c. 115v: supra, p. 00). Nei due Offizioli medicei Laurenziano e Monacense Sinibaldi appose firma e data 1485;108 ma non fornì alcun riferimento esplicito del destinatario. In entrambi i codici tuttavia compaiono, ripetute tre volte in ciascun manoscritto, due sigle entro l’orazione Inclina Domine aurem tuam che si legge nella parte finale dell’Officio dei Defunti. Nel Laurenziano alle cc. 157r-v si raccomanda infatti a Dio il «famulus tuus .G.» e nel Monacense alle cc. 146r-v il «famulus tuus .A.». (v. TAVV. 00-00). Benché non se ne possa ancora formulare una plausibile ipotesi di scioglimento,

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queste sigle trovano un significativo parallelo nel frammento di Cambridge e precisamente nella M. che si affaccia nell’Oratio valde devota ad Virginem. In questa preghiera l’orante, che all’inizio è genericamente maschile («ego sum facturus locuturus aut cogitaturus», c. 263r), assume poi connotati femminili: segnatamente quelli di Maddalena de’ Medici, cui rimanda la sigla M. («Et mihi famula tua M. impetres», c. 263v). 109 La presenza di una sigla inequivocabile, come la M. di Maddalena, conferma che l’Offiziolo, di cui a Cambridge resta solo la parte finale, fu confezionato su precisa e diretta commissione. Lasciando per il momento sospesa la questione delle due sigle nei codici Laurenziano e Monacense, torniamo all’Offiziolo di Waddesdon per osservare che non contiene alcun rimando al destinatario: non ha nomi esplicitati per intero nelle sottoscrizioni o nelle preghiere, né sigle allusive. Mancano le due orazioni, la Valde devota che è nel frammento di Cambridge e l’Inclina Domine che è trascritta nei mss. Laurenziano e Monacense; l’unica sigla riscontrabile in tutto il volume è una N. che compare due volte al termine delle Litanie. Il valore fittizio e lo scioglimento della N. in nomen è indubbio: a c. 162r si legge infatti «oremus pro papa nostro N.»; alle cc. 163v-164r «Deus miserere famulo tuo papa nostro N.» (il Laurenziano e il Monacense recano nei luoghi corrispondenti «oremus pro episcopo nostro» e «Deus miserere famulo tuo episcopo nostro»). La sigla N., che nella lettura sarebbe stata sostituita con il nome del papa in carica, se da un lato non fornisce informazioni sul destinatario, dall’altro però sembra quasi offrire una sorta di istantanea del momento in cui il copista trascrive, che può confermare la datazione paleografica. Se il codice fosse stato scritto per Maddalena in occasione del suo matrimonio con Franceschetto, ovvero dopo la fine del 1486, avrebbe quasi certamente riportato per esteso il nome di Giovanni Battista Cybo, padre dello sposo e papa dal 1484. La sigla N. evidentemente era già nell’antigrafo e, come si è detto, Verrazzano non aggiunse alla sua copia alcunché rispetto a quanto trovava nell’exemplar. Vergato prima del 1484, come sembra, il codice non poteva comunque recare il nome di papa Cybo, il cui figlio non era ancora comparso quale pretendente di Maddalena. Se d’altra parte si volesse supporre che il volume sia stato commissionato dal Magnifico proprio per la figlia, ancorché da accasare, la totale assenza di riferimenti alla giovane non potrebbe passare inosservata. Per quanto l’argomento e silentio di per sé non sia dirimente, esso nondimeno legittima il sospetto che il manoscritto non sia stato copiato appositamente per Maddalena. Si potrebbe anche ipotizzare che neppure Lorenzo abbia avuto un ruolo nella vicenda costitutiva del libro, ma che il progetto di allestimento sia riconducibile all’iniziativa autonoma di Verrazzano. Lorenzo, in altre parole, potrebbe aver acquistato da Verrazzano un Offiziolo che il copista aveva già pronto. Ben poco si può

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argomentare a favore di questa congettura, tranne rilevare che altrimenti il copista avrebbe inserito nel codice un richiamo all’illustre destinataria o all’ancora più illustre committente, come fece nell’Erodiano BL, Additional 23773 (infra, p. 00); o, per lo meno, orgoglioso di aver ricevuto un incarico tanto prestigioso, avrebbe firmato la sua opera, come accadde nel libro d’Ore di Torino, Bibl. Reale,Varia 89 (infra, p. 00). Né può ancora trovare conferma un’ipotesi affine avanzata di recente a proposito dell’origine degli Offizioli Laurenziano e Monacense. Poiché i due codici recano le sigle G. e A., secondo I. G. Rao potrebbero essere stati allestiti da Sinibaldi per ignoti committenti e poi ‘riciclati’ al Magnifico.110 La supposizione è di per sé plausibile, perché la ridestinazione di Offizioli già scritti per altri era evento che poteva verificarsi, anche per esemplari prestigiosi. A tal proposito si può citare il ms. BL, Yates Thompson 7, vergato attorno al 1480 da Matteo Contugi di Volterra e in seguito miniato da Gherardo e Monte e da Matteo da Milano, che venne destinato a Eleonora Gonzaga, quando nel 1509 andò sposa a Francesco Maria I della Rovere duca d’Urbino;111 a c. 210r si trova la sigla C. che probabilmente si riferisce al destinatario originario del libro: «respice in me miserum et indignum famulum tuum .C. et miserere mei». In questo caso però passarono trent’anni dall’allestimento alla consegna del codice, mentre per gli Offizioli medicei tutto si svolse in poco tempo. Ma, soprattutto, gli attori della vicenda furono due personaggi che si conoscevano bene e che erano uniti da reciproca stima: il Magnifico affidava a Sinibaldi gli incarichi più significativi, il copista nutriva profondo rispetto nei confronti del suo patrono – «io sono e sarò sempre tutto di Lorenzo», dichiarava già nel 1470. 112 Viene quindi da chiedersi se un legame così importante potesse ammettere il ‘riciclo’ di manoscritti da parte del copista, specie trattandosi di libri che Lorenzo voleva per sé stesso o per le figlie. Anche alla luce di quanto osservato sugli altri Offizioli vergati da Sinibaldi, la presenza delle due sigle A. e G. denuncia sì l’esistenza di una commissione precisa, che non appare però incompatibile con quella medicea. 113 Entrambe le sigle infatti non compaiono entro le orazioni che il possessore recitava per sé stesso (quali per es. l’Obsecro te e l’Intemerata alla Vergine o le preghiere ad hoc), bensì nell’Inclina Domine aurem tuam vergata nell’Officio dei morti – che nel Messale Romano del 1512 ha il titolo di «messa pro uno defuncto» –, 114 attraverso cui l’orante raccomanda a Dio l’anima di una persona scomparsa. A. e G. non sono pertanto le sigle dei destinatari dei codici, ma quelle di due defunti che, come osservavo alcuni anni fa, potrebbero aver fatto entrambi parte della famiglia Medici. In conclusione, finché non emergeranno altri indizi che consentiranno di sciogliere le sigle A. e G., il ruolo avuto da Lorenzo nella genesi dei codici Laurenziano e Monacense resta sfuggente. Il Magnifico

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potrebbe averli acquistati già pronti da Sinibaldi, che magari li aveva scritti per altri; oppure potrebbe averli commissionati, affidando a essi il ricordo di due cari scomparsi. In quest’ultimo caso potrebbe aver voluto gli Offizioli per sé stesso, come ho ipotizzato in passato riguardo al Laurenziano – e perciò le sigle si riferirebbero a due defunti di casa Medici –, oppure perché già pensava di trasmetterli alle figlie; si dovrebbe allora contemplare anche l’ipotesi che i defunti siano potuti appartenere alla famiglia dello sposo. Tornando agli Offizioli per Maddalena, si è visto che il frammento di Cambridge fu commissionato appositamente per lei, forse dopo il matrimonio. Alcuni indizi porterebbero infatti a formulare la ricostruzione della vicenda costitutiva del frammento così come accennata all’inizio: l’incarico potrebbe essere stato affidato in occasione di una nascita in casa Cybo; magari quella della primogenita Lucrezia (a cui comunque Lorenzo già pensò con il dono di «uno gioiello assai bello»); 115 stando alle caratteristiche grafiche, si dovrebbero tuttavia prendere in considerazione pure gli altri figli, nati tra il 1490 e il 1505. Il committente fu verosimilmente Lorenzo, oppure, se l’allestimento avvenne dopo il 1492, suo figlio Piero: la presenza medicea non soltanto è richiamata dall’emblematica entro la decorazione, ma anche dalla constatazione che l’onere di provvedere ai regali per i parti spettava principalmente alla famiglia d’origine della puerpera. L’Offiziolo di Waddesdon potrebbe essere stato invece un libriccino che il padre di Maddalena acquistò già scritto dal copista. Essendo a quei tempi molto alta la domanda di libri d’Ore, i cartolai tenevano a disposizione numerose copie stampate degli Offizioli: ne è un esempio Salvestro di Zanobi di Mariano, nella cui bottega si trovavano nel 1496, dopo la morte del titolare, «XII libretti de l’Ore chanoniche, in forma e scioltti, di ¼ foglio» e «uno leghato di libricini da dona, in forma, non pieghati, a foglio intero». 116 Anche i copisti avrebbero quindi potuto predisporre un certo numero di scorte, confezionando esemplari ‘in serie’, privi ovviamente di riferimento al destinatario, che poi sarebbero stati personalizzati attraverso la decorazione. Decorazione che poteva pure seguire di alcuni anni l’allestimento, come nel caso del libriccino di Ilarione de’ Bardi (infra, p. 00) o in quello ancor più sorprendente delle Ore Gonzaga. Nella fattispecie il codice di Waddesdon, se era già pronto entro il 1484, dovette attendere tre anni prima di ricevere la miniatura: poiché l’Offiziolo reca lo stemma Cybo e l’emblema del pavone (con tanto di cartiglio, benché vuoto), esso dovette essere miniato soltanto a iter nuziale avviato, cioè dopo la fine del 1486 e forse successivamente al 25 febbraio 1487, quando il matrimonio fu celebrato per procura. Molto probabilmente Lorenzo non dette al miniatore indicazioni precise sulla decorazione; ma non si dovrebbe forse escludere che lo stesso Magnifico, o meglio chi per

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lui, abbia confermato l’incarico solo dopo aver preso visione di un saggio del lavoro. All’interno del codice si susseguono infatti pagine miniate di identica tipologia tranne una, quella del frontespizio della Croce minore a c. 195r. In questa carta non solo l’architettura della pagina è diversa, ma anche la presenza dell’emblematica medicea è più consistente che altrove. Il verso della carta è poi del tutto eccezionale, poiché l’iniziale del primo Inno è accompagnata da una bordura floreale: soltanto gli incipit delle Ore della Vergine e della Messa della Vergine recano un fregio marginale, mai il verso dei frontespizi. Secondo Delaissé il fregio era stato realizzato per errore; 117 ma potrebbe anche essere la testimonianza di un progetto iconografico originario che venne mutato in seguito. In altri termini, il miniatore potrebbe aver decorato c. 195 prima delle altre e averla sottoposta all’attenzione del committente; ricevuto il placet, magari con il suggerimento di limitare i fregi marginali alle Ore della Vergine e della Messa, potrebbe aver completato il resto del lavoro. Forse, dopo che il miniatore ebbe terminato la sua opera, il codice fu poi riportato al copista per un controllo finale prima della consegna. Ciò spiegherebbe le particolarità nei titoli e nelle iniziali miniate che si riscontrano alle cc. 1r, 7r e 201r-v. Alle cc. 7r e 201r-v Verrazzano usa (per tutti i titoli a c. 201 solo per due lettere a c. 7r) un inchiostro rosso di una tonalità che non si riscontra in nessun altro luogo; la scrittura dei titoli di c. 201 mostra alcune caratteristiche ascrivibili alla fase ‘matura’ del copista; le iniziali delle cc. 1r, 7r e 201r-v sono infine decorate diversamente dalle altre e magari potrebbero essere state realizzate dallo stesso scriba (infra, p. 00). Se il codice tornò alcuni anni dopo a colui che lo aveva trascritto, verrebbe quindi da pensare che Verrazzano avesse agito da intermediario per conto di Lorenzo nella commissione della decorazione (copista e miniatore tra l’altro si conoscevano bene, abitando entrambi nella stessa strada);118 ovvero che il Magnifico, rivolgendosi a Verrazzano, avesse fatto richiesta di un Offiziolo completo di miniatura, se non anche di legatura. Qualunque sia stato il ruolo di Verrazzano e in qualsiasi modo si sia svolta la vicenda (con la miniatura preventivamente approvata o no, sottoposto a revisione da parte del copista o no) il volume dovette essere pronto entro il 4 novembre del 1487. A quella data infatti Maddalena Medici partì per Roma e verosimilmente portò con sé il prezioso libriccino, riposto all’interno delle «zane» che contenevano il suo corredo nuziale.

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Note 1

«Plus des livres-objects précieux que des livres proprement dits» sono definiti da BEC 1984, p. 25. 2 Un esempio significativo è costituito dal libro d’Ore presente in casa Gaddi. Nel 1496 Francesco di Agnolo Gaddi stese l’inventario dei suoi beni e registrò con precisione gli oltre 200 volumi che formavano la sua biblioteca. Tra essi non vi erano Offizioli; ma «uno libriccino bello [di] fiorini 4» era elencato tra «le veste et altre cose a uso della Horetta mia donna», ovvero insieme ai vestiti e agli anelli posseduti da Oretta Guasconi, che Francesco aveva sposato nel 1486 (BML, Acquisti e Doni 123: c. 120v per la citazione del libriccino; cc. 19v-20r, 92v per il matrimonio con Oretta; l’inventario dei libri, alle cc. 123v-126r, è edito in BEC 1984, pp. 319-323; per il commento cfr. pp. 127-132). Altri esempi sono rappresentati dai libriccini ‘forestieri’ degli Inghirami, sui quali infra, p. 00. 3 Sui libriccini di devozione nelle fonti iconografiche cfr. MIGLIO 2008b, pp. 237-246, 250251. Per alcune riproduzioni cfr. DE BURY 2006, nn. 25 (Piero di Cosimo, La Maddalena, 1501 ca., Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica a Palazzo Barberini), 26 (Amico Aspertini, Ritratto di giovane donna in figura di santa, 1510-1515, Baltimora, The Walters Art Museum), 27 (attr. a Ridolfo del Ghirlandaio, Ritratto di donna ‘la Monaca’, 1510 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi), 28 (Bronzino, Ritratto di Lucrezia Panciatichi, 1540-1541 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi) e fig. 11 p. 226 (Bronzino, Ritratto di donna – forse Maria Salviati – 1540, San Francisco, Fine Arts Museum). 4 Una panoramica sui libri da donna nelle fonti documentarie fiorentine edite, condotta sui volumi di Christiane KLAPISCH-ZUBER (1988), Christian BEC (1984) e Armando F. VERDE (1987), è stata delineata da MIGLIO 2008b, pp. 229-237. Ho in parte ripercorso la stessa strada, muovendo dalle testimonianze citate da C. Klapisch-Zuber per poi aggiungerne di nuove, che ho rinvenuto durante il percorso di ricerca negli istituti di conservazione fiorentini (per es. quelle in ASF, Acquisti e doni 302, ins. 1, una filza che contiene vari elenchi di corredi). Dallo studio di Verde e da quello di Bec (che tuttavia, come già osservava L. Miglio, ibid. p. 229 e nota 18, ha il limite di escludere i libri da donna dai rilevamenti statistici e talvolta anche dalle trascrizioni) ho estratto l’elenco di testimonianze poste in Appendice (tabelle a-c). 5 Sulla dote e i regali nuziali cfr. KLAPISCH-ZUBER 1988, pp. 153-191; sul matrimonio ibid., pp. 109-151. 6 A Nannina Medici vengono dati nel 1466 «venticinque onorevoli anella» (MARCOTTI 1881, p. 85); Costanza Guicciardini, che nel 1433 sposa Giuliano d’Averardo de’ Medici, ne riceve una quindicina (cfr. ASF, Mediceo Avanti il Principato [d’ora in poi MAP] 148, doc. 31, cc. 33r-34r). 7 Cfr. KLAPISCH-ZUBER 1988, pp. 181-182, e infra, p. 00 e nota 00. 8 Di fatto tuttavia gli eredi, che poi erano gli stessi figli della vedova, accampavano spesso pretesti di vario genere per rimandare la restituzione della dote: con ciò si prefiggevano di mantenere intatto il patrimonio dotale al fine di ereditarlo nella sua interezza alla scomparsa della madre. 9 Fino alla metà del XV secolo il corredo veniva trasportato nei «forzieri» commissionati dalla famiglia d’origine della sposa; in seguito, quando invalse l’uso che l’acquisto dei cassoni spettasse al marito, per consegnare il corredo si adoperavano grandi ceste, le «zane». Cfr. KLAPISCH-ZUBER 1988, p. 201 e nota 27. 10 Le nozze di Nannina Medici furono tra le più sontuose mai viste, a detta del suocero Giovanni Rucellai. I festeggiamenti durarono tre giorni e sotto un palco coperto di panni

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turchini, ghirlande e fiori, che recava «gli scudi la metà coll’arme de’ Medici e la metà coll’arme de’ Rucellai», si dette da mangiare a più di cinquecento persone per una spesa di 6638 fiorini: «la quale cosa fu tenuto il più bello e più gentile parato che si sia mai fatto a festa di nozze». Nannina era abbigliata con vesti e gioielli sfarzosi, che superavano i 3000 fiorini. Cfr. MARCOTTI 1881, pp. 81-89, in part. p. 83. 11 L’inventario del corredo di Nannina de’ Medici, che costò 1500 fiorini, è edito in MARCOTTI 1881, pp. 89-92; in part. per gli Offizioli, p. 90. 12 ASF, Acquisti e Doni 302, ins. 1, cc. n.n. 13 Entrambi i corredi sono conservati in ASF, Acquisti e Doni 302, ins. 1, cc. n.n. 14 Si potrebbe credere che questo secondo volume non sia stato un libretto devozionale, anche in considerazione del fatto che Giovanni Buongirolami nelle sue Ricordanze annovera numerosi libri riportandone il titolo con precisione; non lo si può tuttavia escludere, dato che Costanza era la prima figlia femmina di Antonio Ridolfi e potrebbe perciò aver ricevuto il libriccino di preghiere della madre (sulla trasmissione matrilineare degli Offizioli cfr. pp. 00-00). Le Ricordanze di Giovanni di ser Bernardo Buongirolami sono in ASF, Carte Strozziane II s., 23; l’elenco delle donora di Costanza è a c. 131r; per la biblioteca di Giovanni, formata principalmente da testi giuridici, numerosi dei quali a stampa cfr. per es. cc. 13v, 112v-114v, 117v, 119v-120r. 15 ASF, Acquisti e Doni 302, ins. 1, cc. n.n. 16 ASF, Acquisti e Doni 302, ins. 1, cc. n.n. 17 Cfr. KLAPISCH-ZUBER 1988, pp. 199-200; in generale sui corredi nuziali, pp. 193-211. 18 KLAPISCH-ZUBER 1988, pp. 208-209. 19 Firenze, Istituto degli Innocenti 12906, c. 156v. Per il matrimonio di Iacopo Pandolfini con Marietta Martelli, c. 153v; per la nascita di Francesca, la morte di Marietta e il nuovo matrimonio con Lisa Capponi, cc. 172v-173r. 20 Firenze, Istituto degli Innocenti 12908, c. 109v. 21 Firenze, Istituto degli Innocenti 12907, c. 111v. 22 I ricordi dei matrimoni delle figlie di Filippo sono affidati a due filze, la 41 e la 59, della quinta serie delle Carte Strozziane. In V, 41 alle cc. 160v, 169r-v è registrata la notizia del matrimonio e l’elenco delle donora di Marietta; in V, 59 si trovano i ricordi relativi alle altre figlie: cc. 13v-14r (donora di Fiammetta); cc. 20r-v, 24r-25r, 30v-31r (spese per maritare Alessandra e sue donora), cc. 31v-32r (donora di Caterina). Su altri Offizioli degli Strozzi cfr. infra, Appendice, p. 00. Per i matrimoni della famiglia Strozzi cfr. anche FABBRI 1991. 23 Nelle Ricordanze di Bernardo Rinieri, conservate in ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese 95, 212, sono elencati i corredi della moglie Bartolomea Dietisalvi (c. 154r) e delle figlie Lucrezia (cc. 169r-v) e Antonia (c. 170r). Il corredo di Bartolomea, nipote di Bernardo, è registrato nelle Ricordanze di suo padre Cristofano di Bernardo Rinieri in ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese 95, 220, alle cc. 70v-71r. 24 In tal senso anche KLAPISCH-ZUBER 1988, p. 209 nota 62. 25 Alcuni estratti furono editi in BIAGI 1899, pp. 12-20. Sui matrimoni nella famiglia di Andrea Minerbetti cfr. anche MOLHO 1994, pp. 172-177, 188-191, 245-246, 347. Dei beni del figlio di Andrea Minerbetti, Tommaso, resta l’inventario steso nel 1545 (Magistrato dei Pupilli del Principato [d’ora in poi MPP] 2662, n. 246); ma tra i suoi libri, stando a BEC 1984, p. 267, non vi erano Offizioli. 26 Cfr. LITTA 1829, tav. XVIII.

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Altri due paternostri furono regalati da Andrea alla moglie per il matrimonio. Sono infatti annotati tra le spese fatte per lei entro il dicembre 1493: «uno paio di paternostri di diaspro co’ segni d’ariento dorati» (c. 5r) e «uno paio di paternostri di corniuola, segnati d’ariento dorati» (c. 5v). 28 Una «chassetta d’arcipresso piena di profumi» e una «chassettina d’arcipresso» erano anche nel corredo di Maria Bini (c. 2v). 29 «uno paio di paternostri di cornuola, uno paio di paternostri d’anbra neri [tutti] forniti d’ariento, due paia di paternostri di diaspro, uno paio di paternostri di madreperla»; «uno paio di coltellini con le forchette forniti d’ariento, uno paio di coltellini nuovi sanza manicha» (c. 29r). 30 Una pratica diffusa tra le famiglie benestanti era infatti quella della «serbanza», che consisteva nell’affidare le giovani a un convento per periodi limitati (da qualche mese a qualche anno), affinché ricevessero educazione e istruzione. A riguardo cfr. anche MOLHO 2008, p. 182. 31 «3 paia di coltellini, 4 forchettine [tutti] forniti d’ariento»; «uno paio di paternostri di corniuola, uno paio d’anbra neri [tutti] forniti d’ariento, uno paio di madreperla, uno paio d’anbra gialla, uno paio di corniuola, 2 paia di diaspro [tutti] isforniti» (c. 49v). 32 La specificazione «forniti d’ariento» che viene data per i paternostri di madreperla, registrati subito dopo, sembra doversi estendere anche alla voce precedente, data la presenza di una parentesi graffa. 33 Sono numerose le testimonianze di volumi «vecchi» negli inventari del Magistrato dei Pupilli (cfr. infra, Appendice, in part. p. 00); il libriccino di Filippo Arrigucci è addirittura descritto come «vecchissimo» (ASF, Magistrato dei Pupilli avanti il Principato [d’ora in poi MPAP] 165, c. 76r, cit. in BEC 1984, p. 167; cfr. anche infra, Appendice, tabella a, n. 14). 34 Su Francesco di Baldino Inghirami (1414-1470), ricco banchiere direttore della Tavola del Banco Medici di Firenze, cfr. PEZZAROSSA 1989, p. 239 nota 2, e PASQUINI 2000, pp. 122-124, 152-161. 35 ASF, MPAP 173, c. 271v. L’inventario, contenuto alle cc. 265r-273v, è edito in MUSACCHIO 1999, pp. 158-173 e, per quanto attiene ai libri, in VERDE 1987, pp. 40-45 (già in BEC 1984, pp. 188-189). Cfr. anche infra, Appendice, tabella b, n. 25. 36 In altri tre inventari del Magistrato dei Pupilli viene espressamente indicato che la proprietà degli Offizioli spetta alle figlie del defunto. Nell’inventario dei beni di Piero Carnesecchi del 1479 si precisa che «uno libricciuolo d’uficio di donna, fu dato alle figluole», ovvero a Costanza di nove anni e ad Aura di sei. L’unico libro presente nel 1482 tra gli averi di Antonio Scarlattini è «uno libriccino di donna coverto di raso azurro», che fu rinvenuto «tra le cose che toccarono alla Maddalena [la figlia di nove anni] e Lucrezia [l’altra figlia, di un anno più piccola]». Infine, i due volumi registrati nel 1478 nell’inventario dei beni di ser Manno della Volta sono «uno libriccino di donna di monna Checa», ovvero della vedova di ser Manno, e «uno libricino della Bartolomea», cioè della figlia quindicenne (MPAP 177, cc. 84r, 201r; 174, c. 248r, cit. in VERDE 1987, pp. 83, 96, 77. Cfr. anche infra, Appendice, tabella b, nn. 55, 64, 50). 37 KLAPISCH-ZUBER 1988, p. 209. 38 Riguardo all’Offiziolo di Giovanni Cecchi l’estensore dell’inventario precisa appunto che è «nuovo» (cfr. ASF, MPP 2667, c. 331r, cit. in BEC 1984, p. 288; cfr. anche infra, Appendice, tabella c, n. 173). 39 DE LA MARE 1985, pp. 479-574.

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Nel repertorio di A. de la Mare sono tra l’altro assenti anche gli Offizioli in littera antiqua che la studiosa non poté attribuire ai copisti, noti o anonimi, da lei individuati. Non furono per esempio inclusi alcuni libriccini preziosi come lo stesso ms. di Waddesdon (che, come si vedrà in queste pagine, è riconducibile ad Alessandro da Verrazzano); entrambe le sezioni del ms. Cambridge, UL, Additional 4101 (cfr. infra, p. 00 e segg.); il codice Banco Rari 242 della Nazionale di Firenze; l’Offiziolo di New York, Pierpont Morgan M. 14, miniato da Attavante (vergato in una littera antiqua che, stando alle riproduzioni disponibili - http://corsair.themorgan.org -, sembrerebbe ricordare quella di Niccolò da Mangona). 41 Per esempio il libriccino di Girolamo Panciatichi nel 1495, dopo la morte del proprietario, era «tra le cose che sono al Monte di Piatà [di] Prato» (ASF, MPAP 179, c. 361r, cit. in VERDE 1987, p. 124; cfr. anche infra, Appendice, tabella b, n. 81). Si può inoltre ricordare la testimonianza di Francesco Castellani (1460), che dette il suo prezioso Offiziolo a garanzia di un debito e lo riottenne più avanti con la legatura in parte sciupata. «Ricordo che a dì 11 di giugno mandai f. cinque larghi a Francesco Alexandri per parte di f. 7 gli debbo dare per Giovanni di Cristofano Gliselli restav’avere da me com’apare a libro *** a c. ***, e per riavere certe cose havea detto Giovanni di mio date in sicurtà a detto Francesco gli mandai ancora uno libricino dell’oficio di nostra Donna con una federa di velluto chermisi ricamata d’argenteria e di perle e coverto di brochato d’ariento col bruciolo di perle per le cordelline. El quale libriccino mi debbe restituire salvo detto Francesco, ricevuto che arà fiorini cinque dice detto Giovanni gli resta dare oltre a’ sopradetti f. sette per parte de’ quali gl’ò dato f. cinque larghi. Portò Luigi di Iacopo de’ Pulci. Valsono f. 5. Ann’auto a dì *** di luglo f. due larghi portò Luigi detto a detto Francesco per resto di f. 7 che mi domandava detto Giovanni Gliselli, che se n’à a contar con lui, che so che non à avere tanto. f. 2 Riebbi sopradetto libriccino da Francesco detto, che se n’acordò con detto Giovanni Gliselli, e rimandòmelo per Giovampiccino mio famiglo. Eravi manco parechi perle alle cordelline» (ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese 90, 134, c. 31v). Il registro è edito da CIAPPELLI 1995; la citazione è alle pp. 100-101. 42 Fu smembrato, per esempio, il cosiddetto Offiziolo di Ippolita Sforza; cfr. infra, p. 00. 43 In Inghilterra la prima asta libraria si tenne nel 1599; ma il più antico catalogo conservato è del 1676 (cfr. MATTINGLY- BURNETT 1915 e l’introduzione di A.W. POLLARD, ivi, pp. IXXV: IX). 44 Per il periodo coperto dal Census di A. de Mare i libriccini da donna registrati negli inventari del Magistrato dei Pupilli (esclusi i libretti di Salmi) risultano 139; considerando una percentuale di voci dubbie pari al 12,5% (cfr. infra, Appendice, p. 00), diventano 119. A essi vanno aggiunti 42 libriccini citati nei corredi e 24 che si ricavano da altre fonti. Cfr. Appendice, tabelle a-c, I-II 45 All’approfondimento degli studi si frappone anche un ostacolo logistico, poiché le attuali sedi di conservazione degli Offizioli sono per lo più disseminate fuori d’Italia e nella maggioranza dei casi le biblioteche non hanno microfilmato i codici. 46 ASF, Carte Strozziane V s., 59, cc. 30v-31r. 47 ASF, Carte Strozziane V s., 59, c. 20v. A Bastiano di Bernardo del Facchino (14521506), la cui famiglia era anche chiamata de’ Gucci, accenna MILANESI 1878, III, p. 289. 48 Michelangelo di Giovanni Biscioni era canonico di San Lorenzo, oltre che pievano di Lucolena. Gli Strozzi si servirono di lui non solo come intermediario per commissioni di libri, ma anche come mezzano: fu infatti Biscioni a recarsi a Roma per negoziare il matrimonio tra Filippo di Filippo Strozzi e Clarice di Piero Medici, che si celebrò nel 1509. Su Biscioni cfr. MORENI 1804, p. 241.

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Nel dicembre del 1497 il fiorino valeva 6 lire e 14 soldi; cfr. ZANETTI 1775, p. 342 nota 273. 50 Ho in preparazione uno studio sulla biblioteca di Andrea Nacchianti, con relativa documentazione estratta dalle Ricordanze del notaio, conservate in Firenze, Istituto degli Innocenti 12915. 51 In realtà l’impalmamento di Maddalena non era ancora avvenuto (28 marzo 1481, ibid. c. 68v); ma è probabile che fossero già stati avviati i primi negoziati. 52 Su Monte di Giovanni cfr. GALIZZI 2004b. L’attività di Monte e del fratello Gherardo nel settore dei libri d’Ore fu vasta; i loro codici più rappresentativi, citati in GARZELLI 1985, pp. 327-330, sono l’Offiziolo per le nozze del 1490 di Isabella d’Este con Francesco II Gonzaga (già Monaco, Sotheby’s sale 1979), quello scritto da Sigismondo de’ Sigismondi per il matrimonio del 1495 di Lucrezia Strozzi con Roberto Acciaioli (Melbourne, National Gallery of Victoria, Felton 869-5 – già Felton 4), le Ore Ridolfi e Gondi (Milano, Biblioteca Trivulziana, 468 e 469), l’Offiziolo per una Caterina monaca (Oxford, Bodleian Library, Canon. lit 266), i mss. BNCF, Banco Rari 321 e 334, e BML, Gaddi 226 e Ashburnham 936 (citato erroneamente da Garzelli come Ashb. 930); in collaborazione con Mariano del Buono Monte realizzò l’Offiziolo del Victoria and Albert Museum 1722-1921 (Ore Serristori). 53 Le spese per il libriccino di Maddalena sono in Firenze, Istituto degli Innocenti 12915, cc. 62v, 63v. Per le donora di Maddalena del 1481, cc. 69v-70r (non stimate a c. 70r); per la morte di Leonardo Mazzei e la restituzione della dote, c. 85v; per il secondo matrimonio di Maddalena e le donora del 1487, c. 87r. 54 «La Madalena mia figlia, donna di Giovanni Guidacci, venendo in villa menò seco la Papera, sua figlia di Lionardo Mazzei suo primo marito, e racchomandomela; così la raccomandò alla Madalena mia donna e, veduto il bisogno di quella, sono contento d’aiutare detta fanciulla in quello potrò, e di quello spendesse in lei non intendo che mia heredi mai ne possino per l’avenir tempo adomandare alchuna chosa» (ibid. c. 123r). Per il matrimonio di Papera, c. 144v; per le sue donora, c. 145v. 55 La nota venne registrata da Datini nel suo Quadernaccio B, a c. 255, ed è edita in GUASTI 1880, II, p. 421. 56 ORIGO 2005, p. 159 e nota 33 a p. 332, dove è citato il Memoriale B (n. 603) di Francesco Datini, cc. 163, 172. Su Ginevra e il suo matrimonio cfr. pp. 154-160. Francesco Datini ebbe anche un figlio maschio (che morì infante) da un’altra serva, Ghirigora. Prima che il bambino nascesse, Datini fece sposare Ghirigora e provvide al suo corredo, fornendole diversi oggetti, ma – fatto ovvio considerato che la giovane era presumibilmente analfabeta – nessun libro (cfr. ORIGO 2005, pp. 135, 235, e nota 46 a p. 337 per l’elenco completo del corredo). 57 Cfr. ORIGO 2005, p. 232 e nota 40 a p. 336, dove, a proposito della ricevuta dell’orafo, è citato il Libro bianco B di Datini (n. 599). 58 Sul matrimonio di Cino di Filippo Rinuccini (1414-1490 ca.) e la politica matrimoniale della famiglia Rinuccini cfr. MOLHO 1994, pp. 181-185, 238-250, passim, ad indicem. Su di lui cfr. anche PEZZAROSSA 1989, p. 252. I Ricordi di Cino sono editi in AIAZZI 1840, pp. 251-256. 59 AIAZZI 1840, p. 255. 60 Ibid., p. 252. 61 Cfr. ibid., p. 147.

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ASF, MAP 104, doc. 16, c. 153v. Nell’inventario sono inclusi altri due Offizioli: nel medesimo «forzierino segnato 10» che conteneva il libretto francese stava «uno officiollo di nostra Dona in carta bona, scripto a pena, miniato, coperto di raxo alesandrino, cum le serame de argiento, cum l’arma, che le monete (?) sono dorate» (ibid. c. 152r); nel «forzieretto segnato 14» c’era «uno officio di nostra Dona coperto di cuoio rosso» (ibid., c. 162r). 63 ASF, MAP 104, doc. 18, c. 227r; un Offiziolo a stampa è presente tra «le cose avute Giovanni» e descritto come «uno libricino di nostra Donna rosio in forma» (ibid., c. 231r). 64 La descrizione del libriccino di Nelli è in ASF, MPAP 182, c. 156v (cit. in VERDE 1987, p. 199); quella dell’Offiziolo di Del Caccia in ASF, MPP 2663, n. 225, c. 1r (cit. in BEC 1984, p. 266). Cfr. anche infra, Appendice, tabella b, n. 101, e tabella c, n. 128. 65 Tra i numerosi volumi (ben 128) di Sigismondo della Stufa elencati nell’inventario del 1495 (ASF, MPAP 173, c. 366r e segg., edito, per quanto attiene ai libri, in VERDE 1987, pp. 124-140, e già in BEC 1984, pp. 200-203) erano registrati, oltre al libriccino francese che stava nello scrittoio (c. 366v, cit. in VERDE 1987, p. 128), «uno libriccino di nostra Donna chon fibia d’ariento», «uno libriccino d’uficio di donna e altre orazioni chon serami d’ariento dorato, choverta di raxo chermisi, richamato d’oro sanza puntale e perle e con braciolo d’oro e con spigholi di perle» e «uno libriccino di nostra Donna e altri ufici, choverta di brochato d’oro sanza puntale» (cc. 368v-369v, cit. in VERDE 1987, p. 139; cfr. anche infra, Appendice, tabella b, n. 82). 66 Sul luogo di ritrovamento dei libriccini degli Inghirami (anche per quelli delle figlie e della moglie di Francesco, su cui infra, p. 00 e nota 00) cfr. MUSACCHIO 1999, pp. 161, 166, 168, 170. Sul Lapidario cfr. ibid., p. 162, e VERDE 1987, p. 43. 67 Due pregevoli libri d’Ore che si conservano alla Laurenziana, l’Ashburnham 940 bis e l’Acquisti e Doni 148, vennero probabilmente confezionati in area italiana (l’Ashburnham forse in zona lucchese), ma miniati da un artista fiammingo della cerchia di Bruges. Sul primo ms. cfr. RAO 2001, in part. p. 393, sul secondo RAO 2000, in part. p. 147 e nota 3; cfr. anche infra, pp. 00, 00. 68 GUASTI 1880, I, p. 114 nota 1, riporta la nota di spesa del 29 ottobre 1395 (Quadernaccio, [s.s.], c. 192): «Demo per lui (Francesco) a Francesco di Niccola Doria, insino a dì 11 d’ottobre, e qua’ furono per uno libro di nostra Donna, che ser Lapo ci comperò per mona Margherita sua, fiorini 5.1.18.6». 69 GUASTI 1880, I, p. 114, lettera n. LXXXIX. Mazzei aveva così ovviato all’impedimento annunciato nella precedente lettera del 27 settembre (ibid. p. 113, lettera n. LXXXVIII), quando aveva avvisato l’amico che «el libro di monna Margherita non si può avere; io ne sono ito due volte a Santo Spirito; chè colui è legato e incatenato per lo cardinale di Firenze [Angiolo Acciaioli] per due anni, non restando mai di scrivere». 70 Scriveva Mazzei a Margherita: «d’una cosa ho io maraviglia di voi; che voi avete, come hanno anche dell’altre vostre pari, più gonnelle e più adornature per la vostra persona; e non vi siete curata d’adornare un poco il libro di nostra Donna, che sapete con che copritura l’avete. Tutto dì vedete, che si vergognano le genti di tenere loro libri, eziandio mondani, con triste coverte in casa. Or, se così è, che si dee fare delle cose della madre di Dio? Buono per voi, avete cominciato a volere sapere le sue laude e le sue glorie, e sarà bene che le sue cose onoriate. E però mandaretemelo, e farovvelo fare bello. Almeno che sia coperto orrevolmente in questa santa Natività» (GUASTI 1880, II, p. 181, lettera n. CDX). C. Klapisch-Zuber (1988, p. 203) intende le affermazioni di Mazzei come riferite a un libriccino vecchio (che «doveva essere ben decrepito») con una coperta usurata; stante la

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data della lettera, è tuttavia più probabile che il notaio alludesse all’Offiziolo che aveva da poco procurato a Margherita (in tal senso anche GUASTI 1880, ibid., nota 2). 71 Le Ricordanze di Ilarione di Lippaccio de’ Bardi sono in ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese 79, 119. Le citazioni a testo sono, nell’ordine, alle cc. 9v, 75r, 51v. Per la discendenza di Lippaccio de’ Bardi cfr. BNCF, Passerini 45, p. 626, tav. XXIV. 72 ASF, MPAP 164, c. 56r, cit. in BEC 1984, p. 166; 173, c. 289v, cit. in VERDE 1987, p. 46 (cfr. anche infra, Appendice, tabella a, n. 15, tabella b, n. 26). Dagli inventari post mortem non sempre è agevole ricavare la titolarità maschile degli Offizioli, o meglio il loro impiego da parte degli uomini, fondandosi sul luogo nel quale fu rinvenuto il volume. Se infatti si può supporre che sia Piero di Lorenzo Medici sia Giovanni di Pierfrancesco Medici abbiano posseduto e usato un libro d’Ore (il libriccino registrato nello scrittoio di Piero e l’Offiziolo a stampa inventariato nei beni di Caterina Sforza tra «le cose avute Giovanni»), non è detto che i quattro volumi trovati nello scrittoio del Magnifico siano stati tutti adibiti all’uso di Lorenzo: è anzi più facile credere, considerando il valore della loro legatura, che siano stati considerati oggetti preziosi, al pari delle altre suppellettili che decoravano la stanza; uno di essi molto probabilmente era appartenuto alla moglie Clarice. (Per questi volumi cfr. anche supra, p. 00 nota 00 e infra, p. 00, nota 00 e Appendice, tabella II, nn. 10, 11, 17). 73 ASF, Archivio Gherardi Piccolomini d’Aragona 137, c. 13r; la seconda citazione a testo e a c. 13v. 74 ASF, Archivio Gherardi Piccolomini d’Aragona 139, c. 53r. 75 L’attribuzione a Mariano del Buono è in GARZELLI 1985, I, p. 214; ripr. in II, p. 446 fig. 752. Altre riproduzioni (cc. 15r, 97r, 147r, 240r) sono disponibili on-line sul sito della Britsh Library (http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts). 76 ASF, Raccolta Sebregondi 736. 77 Anche per quest’attribuzione a Mariano del Buono cfr. GARZELLI 1985, I, p. 214. 78 Sulla data di morte di Donato Peruzzi cfr. BNCF, Passerini 41, tav. IX, ripr. anche in ASF, Raccolta Sebregondi 4146. 79 L’Offiziolo BL, Additional 19417, attribuito da A. de la Mare (1985, p. 518, n. 16) a Niccolò da Mangona, venne probabilmente destinato alla coppia Giovanni di Lapo di Lorenzo Niccolini (stemma Niccolini a c. 15v) e Lucrezia di Benedetto di Tanai de’ Nerli (stemma Nerli a c. 16r), le cui nozze avvennero nel 1493 (cfr. PASSERINI 1870, tav. V). 80 GARZELLI 1980, p. 480. 81 Cfr. GUIDI BRUSCOLI 1997, pp. 354, 357-362, 376. 82 Cfr. EVANS 1991, pp. 198-200. 83 Cfr. RAO 2008. 84 Supra, pp. 00-00 e in part. p. 00. 85 Per l’osservatore le posizioni sono ribaltate poiché quando lo scudo viene imbracciato la parte che appare a sinistra si trova rivolta alla destra di chi lo sostiene; e viceversa. Cfr. BRUSCHI 2010, p. 89. 86 Nei codici sprovvisti di controfrontespizio allestiti in occasione di matrimonio la presenza delle due armi congiunte in un solo scudo può trovare ragionevole spiegazione nelle esigenze di spazio (così, per esempio, sul frontespizio della Vergine dell’Offiziolo Ashburnham 936, c. 14r, si trova un solo scudo, entro cui si affiancano lo stemma Galilei – cfr. ASF, Ceramelli Papiani, 2199 – e Neri di Pistoia – cfr. ASF, Ceramelli Papiani, 7473).

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Nel frammento di Cambridge resta un solo frontespizio; ma è lecito supporre, considerata l’importanza della destinataria, che il codice fosse dotato dei controfrontespizi. 87 Numerose riproduzioni degli oggetti che erano associati alle nascite in MUSACCHIO 1999; su deschi e tafferie cfr. in part. pp. 59-90. Per un quadro sintetico su questi oggetti cfr. MUSACCHIO 2006. 88 Nel codice campeggia anche uno scudo vuoto a c. 247v (bas de page del frontespizio della Croce); in base a esso si potrebbe pensare che gli stemmi dei due sposi alle cc. 13v14r siano stati miniati da ultimo e che quando l’artista lavorò su c. 247v non conoscesse ancora uno dei due blasoni – verosimilmente quello di Maddalena, poiché la decorazione è fiorentina. 89 Il «nappo», ovvero una ciotola, solitamente veniva regalato riempito di dolciumi. Anche il «nappo», al pari degli anelli dati alla sposa il giorno delle nozze, era dono ‘circolare’, che andava restituito al donante in un’analoga circostanza. Le Ricordanze di Iacopo Pandolfini offrono varie testimonianze a riguardo. Nel 1475, in occasione della nascita della nipote Checca, Iacopo Pandolfini manda alla cognata Costanza Nasi, sorella della moglie, «un nappo d’ariento dorato coll’arme sua e nostra»; tre anni dopo, quando a Iacopo nasce Bartolomeo, i Nasi glielo restituiscono. Lo stesso avviene con gli altri cognati: per esempio, nel 1481 Iacopo riceve da Francesco Martelli «un nappo coll’arme nostra e de’ Martelli, il quale nappo ci dà per uno nappo mi mandò quando ebbi Pandolfo mio figluolo 4 anni fa»; nel 1501 Iacopo manda alla cognata Francesca, la moglie di Tommaso Soderini che ha partorito una bambina, il «nappo» che «avamo avuto dal detto Tommaso quando la donna mia partorì una figliuola» (Firenze, Istituto degli Innocenti 12906, cc. 162r, 168v, 172v e 12907, c. 112v). Per altri esempi cfr. KLAPISCH-ZUBER 1988, pp. 181-182 e nota 77. 90 Ci si può limitare a qualche caso. Tommaso Guidetti, appena torna da Bruges il 22 luglio 1483, registra subito «i più doni ho trovato che la Lisa mia donna à dato a’ parti di più sue sorelle in el tempo che sono stato fuori» (ASF, Carte Strozziane IV s., 418, c. 8r); più avanti Tommaso prende nota dei regali ricevuti per la nascita dei suoi figli Giovanni Battista e Rinieri: tutti provengono dalla madre e dalle sorelle di Lisa Ricasoli (ibid., cc. 8v, 11v). I doni che Lorenzo Morelli annota nelle sue Ricordanze sono quelli mandati da lui «i’ nome della Vaggia mia donna» alle sorelle della moglie che hanno partorito, oppure quelli che ha ricevuto dal suocero e dal cognato (marito della sorella di Vaggia) per la nascita del figlio Leonardo (ASF, Archivio Gherardi Piccolomini d’Aragona 137, cc. 165r-v e 139 c. 161r). Andrea Minerbetti ricorda che quando nel 1501 ebbe Maria da Ermellina Corbinelli ricevette, oltre che un «nappo d’ariento» dalla suocera, alcune stoffe da parte del cognato (marito di Bartolomea Corbinelli), al quale aveva regalato in precedenza, in occasione del parto della moglie, forchette d’argento e una torta di marzapane (BML, Acquisti e Doni 229, 2, cc. 36r, 38v). Infine, per la nascita del 1468 di Cosimo, primogenito della coppia Nannina Medici e Bernardo Rucellai, i regali furono ricchi e vari: i più importanti provenivano dalla famiglia di Nannina (cioè dal padre, Piero di Cosimo Medici, e da suo cugino, Pierfrancesco di Lorenzo Medici, nonché dal cognato Guglielmo de’ Pazzi, marito della sorella Bianca, e dagli zii materni, Niccolò Tornabuoni e fratelli); due tuttavia, di minor valore, giunsero anche da parte delle sorelle del marito, Lena Bartoli e Caterina Vettori (cfr. MARCOTTI 1881, p. 94). 91 Cfr. MORELLO 1988, p. 91 tav. XXIX. 92 Cit. in STAFFETTI 1899, p. 5 nota 1.

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Sulle trattative che portarono al matrimonio per procura del febbraio 1487 cfr. BULLARD 2003, pp. 481-492. Per il significato e le conseguenze del parentado Cybo-Medici cfr. EAD. 1994, pp. 136-151. 94 ASF, MAP 51, doc. 379, c. 498r, cit. in BULLARD 2003, p. 488. 95 ASF, MAP 53, c. 35r. 96 Il contratto di matrimonio, conservato a Massa, Archivio di Stato, Archivio Ducale 478, n. 5, è edito in BULLARD 1994, pp. 152-153. 97 ASF, MAP 53, c. 42v. 98 Cfr. la lettera di Lorenzo del 22 marzo 1487, in cui annuncia ufficialmente il matrimonio della figlia (BAV, Patetta 1739, cc. 20r-v, ed. in BULLARD 2003, pp. 168-170, n. 931). 99 ASF, MAP 50, c. 86r, ed. in PIERACCINI 1986, I, p. 233, e poi in BULLARD 2003, pp. 271273, n. 959. Quello stesso 24 maggio 1487 Lorenzo aveva scritto a Innocenzo VIII per riferirgli della visita di Cesareo Bandini (la lettera è nel ms. Venezia, Marciana, Lat. X. 174, c. 191, ed. in BULLARD 2003, p. 270, n. 958); Bandini era giunto a Firenze non solo per portare a Maddalena l’anello e altri doni, ovvero «certe anella et broccati et altri drappi», da parte di Franceschetto, ma anche per discutere in privato con il Magnifico di alcune questioni politiche che interessavano al papa (cfr. BULLARD 2003, pp. 262-263, nota 4). 100 Cfr. PIERACCINI 1986, I, pp. 233-234. Lorenzo avrebbe comunque voluto procrastinare ulteriormente la celebrazione del matrimonio. Scrivendo all’ambasciatore Giovanni Lanfredini l’8 agosto 1488, affermava infatti: «voi sapete che venendo la Magdalena costà io non ero in opinione che sì presto si facessino le noze perché la età non lo comportava» (ASF, MAP 59, doc. 201, c. 211v). 101 REGNICOLI 2005a, p. 99. 102 Il libriccino (davvero tale, essendo appena mm 91 × 70), si chiude con due orazioni, la prima rivolta a s. Sebastiano, la seconda a s. Francesco; è probabile che l’inserimento di quest’ultima sia stato un ulteriore elemento di personalizzazione del volume, per affidare in tal modo il committente Francesco alla protezione del santo di cui portava il nome. 103 Il copista dell’Acquisti e Doni 148, dopo aver ricordato la destinataria nell’Obsecro te a c. 153r («michi famula tua Maria impetres»), ne ripete il nome altre quattro volte in una preghiera in volgare («Oration bona et devota fata per san Augustini ad Dio patre onnipotente», cc. 159r-161v): «libera me Maria» (c. 159v), «degnate liberar me Maria serva tua» (c. 160r), «degnati liberar me Maria» (c. 160r), «guardi me serva tua Maria» (c. 161r). Sul codice, la cui decorazione di scuola fiamminga presenta analogie con la miniatura del ms. Ashb. 940 bis, cfr. RAO 2000. 104 DE LA MARE 1985, p. 486, n. 36. 105 Catalogue of Additions 1888-1893, p. 158. 106 Cfr. D’ANCONA 1914, II, n. 1583, p. 800. 107 Cfr. CROLLALANZA 1886-1889, I, p. 291. 108 Laurenziano, c. 104r: «Antonius Sinibaldus florentinus scripsit anno Christi MCCCCLXXXV»; Monacense, c. 223r: «Antonius Sinibaldus scripsit anno Domini MCCCCLXXXV». 109 Cfr. RAO 2008, p. 345 nota 40. 110 «In base proprio a quest’ultima [invocazione] – “[…] ut animam famuli tui […]” – nella preghiera Inclina Domine aurem tuam, identica nell’Ashb. 1874 (f. 157r) e nel Clm. 23639 (f. 246r), con l’unica differenza costituita dall’aggiunta del nome del destinatario, siglato, che è “G.” nel primo ed “A.” nel secondo, verrebbe da supporre che Lorenzo, per le sue

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figlie, si sia rivolto a Sinibaldi quando questi aveva già trascritto i due codici, per uno o due diversi committenti precedenti a cui, per qualche motivo, non li aveva poi consegnati. Il copista quindi, senza particolari turbamenti, li avrebbe destinati solo in un secondo momento al Magnifico, gesto che potrebbe giustificare sia la forma maschile, se pure meno significativa perchè quella più comune che, in particolare, le due misteriose sigle» (RAO 2008, p. 335, nota 11). 111 La descrizione e alcune riproduzioni del codice sono disponibili on-line sul sito web della British Library (http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts). 112 ASF, Signori, Dieci di Balia, Otto di Pratica, Legazioni e Commissarie Missive e Responsive 75, c. 24r, cit. in REGNICOLI 2005b, p. 149. 113 Né osterebbe la considerazione che Sinibaldi non fa alcun accenno a Lorenzo nelle sue sottoscrizioni, diversamente da quanto accade nei mss. R e B: stante il legame tra lui e il signore di Firenze, Sinibaldi probabilmente riteneva superfluo ricordarlo e fra i vari codici che allestì per il Magnifico soltanto in uno (BNCF, Panciatichiano 126) menziona il suo principale committente (cfr. REGNICOLI 2005b, p. 161). 114 Cfr. Missale Romanum 1512 c. 247v b. A seguire il Messale tramanda la «messa pro una defuncta (Quesumus Domine pro tua pietate miserere animae famule tue) e da ciò si potrebbe dedurre che venne scelta l’Inclina Domine e non la Quesumus Domine come preghiera da inserire nei due Offizioli perché i defunti A. e G. erano uomini. Il testo dell’Inclina Domine affidato al Messale è identico a quello trascritto nei codici Laurenziano (cc. 157v-158r) e Monacense (cc. 146v-147r), con la sola eccezioni che gli Offizioli aggiungono in fine di tre luoghi («ut animam famuli tui»; «ut anime famuli tui»; «animam famuli tui») le sigle A. (Monacense) e G. (Laurenziano). Così recita la preghiera: «Oratio. Inclina Domine aurem tuam ad preces nostras quibus misericordiam tuam supplices deprecamur ut animam famuli tui [A. agg. in M; G. agg. in L] quam de hoc seculo migrare iussisti in pacis ac lucis regione constituas et sanctorum tuorum iubeas esse consortem. Secreta. Annue nobis domine ut anime famuli tui [A. agg. in M; G. agg. in L] hec prosit oblatio quam immolando totius mundi tribuisti relaxari delicta [delicta omesso in L]. Post communionem. Absolve quesumus Domine animam famuli tui [A. agg. in M; G. agg. in L] ab vinculo delictorum ut in [segue in L in ripetuto] resurrectionis gloria inter sanctos et electos tuos resuscitatus respiret». Sull’Oratio Inclina Domine aurem tuam cfr. anche LEROQUAIS 1927-1943, II, p. 4. 115 Lucrezia Cybo nacque a Roma il 13 dicembre 1489. Alla Vigilia di Natale Niccolò Michelozzi e Giovannantonio d’Arezzo scrivevano a Lorenzo e, dandogli notizia della buona salute di Maddalena e della bambina, gli comunicavano che «in vostro nome manderemo domani una volta (?) uno gioiello assai bello d’una rosa di diamanti con sette altri diamanti, intorno tre perle pendente et di sopra una rosetta di rubini apiccata a una catenuola d’oro molto vistosa. Dimostra in tutto di più di 200 ducati et a voi non costerà se non cento. […] Havamo pensato prima mandare qualche bello vaso d’argento, et non abbiamo trovato cose al proposito, però ci siamo resoluti in questo gioiello. […] Et la bambina lo porterà a collo al battesimo» (ASF, MAP 41, doc. 413, c. 419v, parz. cit. in BULLARD 1994, p. 64 nota 62). Il battesimo di Lucrezia fu celebrato in pompa solenne nella chiesa di San Salvatore presso Monte Giordano il 4 gennaio 1490 (Cfr. STAFFETTI 1908, p. 237, nota 14). 116 ASF, MPAP 189, c. 42v; l’inventario di Salvestro di Zanobi, nel quale erano elencati molti altri libretti devozionali di piccolo formato (tra cui «50 libriciuoli scioltti, da 1/8 foglio, di Lalde di nostra Donna» e «IV Salmisti scioltti, picholini, in forma e banbagina») è

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edito in BEC 1969 (per gli Offizioli p. 332) e in VERDE 1987, pp. 151-170 (cfr. anche infra, Appendice, tabella b, n. 86). 117 DELAISSÉ 1977, p. 340. 118 Dal 1462 al 1488 Mariano del Buono abitava nel popolo di S. Ambrogio in una casa in via della Fornace, all’inizio di via Ghibellina, e teneva a pigione una bottega nello stesso popolo (cfr. LEVI D’ANCONA 1962, p. 176); la casa dove Alessandro Verrazzano nacque e visse almeno fino al 1483 (in seguito fu costretto a vendere la sua quota per poter restituire la dote alla matrigna) era in via Ghibellina, benché nel popolo di S. Simone (cfr. ASF, Catasto 809, c. 474r; 915, c. 184r; Decima Repubblicana 14, cc. 118r-119r).

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Funzione dei Libri d'Ore  

Testo tratto dal commentario delle Ore Medici Rothschild.

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