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marzo/aprile ’09 n. 2 - anno quarto

DEMETRA DISEGNA IL FUTURO DI ASIAGO

dal

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marzo/aprile ’09 n. 2 - anno quarto

sommario

Questo mese... In copertina ________________ DEMETRA DISEGNA IL FUTURO DI ASIAGO

dal

10 - territorio Sarà Demetra a riscaldare Asiago

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Tel. 0444.590.170 info@rasotto.it

marzo/aprile 2009 n. 2 anno IV

Direttore responsabile FRANCESCO TAGLIAPIETRA

5 - editoriale Una questione di equilibri (e squilibri)

28 - normative Sono arrivati gli ecoincentivi

Capo redattore ANDREA CERONI Progetto grafico e art direction MICHELE RASOTTO

6 - scenario L’energia costa meno. Ma non appena passerà la crisi...

Impaginazione CLAUDIA CECCATO

8 - attualità Inquina più una mucca che un’automobile...

Segreteria di redazione CARLA COSTA Comitato di redazione Alessandra Agosti, Roberta Binotto, Lamberto Brunelli, Chiara Durighetto,

30 - attualità Addio caro vecchio sacchetto di plastica

32 - impianti Caldaie: la manutenzione non è un obbligo, ma un investimento

Alessandra Mantiero, Elena Tagliapietra Comitato scientifico Paolo Baggio, Walter Formenton,

13 - interviste “Orgogliosi di questo innovativo impianto”

Andrea Gasparella, Mauro Marani, Piercarlo Romagnoni Editore: VI.ENERGIA srl Tel. 0445 864788 Fax 0445 339713 vicenza@vienergia.it Concessionaria di pubblicità: Rasotto Pubblicità srl Tel. 0444 301628 Fax 0444 301629 studio@ras8.com

17 - scienze Il dizionario ambientale-energetico

34 - libri & co. Il cammino della scienza. Successi, rischi, prospettive 34 - libri & co. La voce segreta dell’orto. viaggio nell’immaginario dei vegetali

21 - attualità Nucleare: è anche una questione di scorie

Stampa: Industrie Grafiche Vicentine srl Tel. 0444 353535 Fax 0444 353550 Registrazione Tribunale di Vicenza N. 1098 del 31/3/2005 Questo numero è stato stampato in 15.000 copie Costo copia: € 1,60 Abbonamento: € 12,00

24 - scienza I parenti “grossi” del silicio: i siliconi

Abbonarsi è semplice. Telefona a Vi.energia, al n. 0445 864788 39713 oppure invia un fax al n. 0445 339713. Puoi anche mandare una e.mail all’indirizzo vicenza@vienergia.it o compilare un bollettino postale sul conto 68897297 intestato a Vi.energia scrivendo sulla causale “Abbonamento Ecoenergia”.


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editoriale

Una questione di equilibri (e squilibri) Risorse e popolazione: le prime sono sempre meno, la seconda cresce esponenzialmente. Serie politiche ambientali possono contribuire all’obiettivo di garantire condizioni economiche dignitose in tutto il mondo. di Francesco Tagliapietra L’equilibrio tra risorse e popolazione è da sempre un’equazione se non irrisolvibile almeno assai complicata e che spesso porta, a seconda dal punto di vista da cui lo si guardi, a considerazioni opposte. Una “buona cosa” certo per i procreazionisti, per i sostenitori della vita sempre e comunque. Una “cattiva cosa” per quanti, dati alla mano, si richiamano ai maggiori consumi alimentari, alla crescita esponenziale dei consumi energetici e quindi ad un maggiore inquinamento. In definitiva l’aumento della popolazione porta solo problemi e rende assai complicato se non arduo costruire una ipotesi ambientale-ecologica che possa garantire una vita dignitosa alle prossime generazioni. Viviamo in un tempo di grandi squilibri, dove gli equilibri sociali, ambientali, economici e alimentari tra le diverse parti del pianeta sono assai precari, e dove i ritmi e i modi di vita non sono compatibili con un benessere ampiamente diffuso, che dia minima dignità e basilari conforti a tutti. Si pensi che oltre il 30 per cento della popolazione mondiale non ha ancora la luce elettrica nelle case, che i requisiti igienici minimi sono patrimonio di una percentuale assai modesta e che la gran parte delle risorse energetiche, circa l’80 per cento, viene utilizzata da meno del 30 per cento della popolazione. Per non pensare poi all’acqua che tocca consumi vertiginosi, si parla di 300 litri al giorno, nei paesi occidentalizzati, per arrivare a poche gocce in gran parte del continente, dove però si assiste a un aumento della popolazione. Se i paesi emergenti, oggi consumatori ancora modesti di acqua, tra qualche anno raggiungessero la quantità utilizzata dagli occidentali, è logico e sensato prevedere che la risorsa primaria non potrà essere sufficiente, con conseguenze catastrofiche facilmente immaginabili. L’esperienza storica ci conduce a riconsiderare anche in termini energetici, il rapporto tra popolazione e risorse; l’energia è il motore del fare umano, ma oggi deve essere

anche pulita, in grado di soddisfare al principio di continuità della vita e dell’ecosistema. Ma i dati che abbiamo possono lasciare qualche interrogativo di troppo. Nel 1968, quindi non secoli fa, eravamo tre miliardi e mezzo. Nel 2000 abbiamo raggiunti i sei miliardi ed ora siamo sopra i sei miliardi e mezzo. Basti pensare al nostro Veneto, dove nel giro di un cinquantennio siamo passati da 3,9 milioni di abitanti del 1952 ai 4,8 milioni del 2007; 900mila abitanti in più su un territorio che sicuramente non si è allargato sono un bel numero. Lo stesso vale per la provincia di Vicenza passata dai 600mila abitanti del 1952, agli 850mila del 2007. Una conseguenza, forse la più determinante ed evidente, è l’elevato aumento dei consumi energetici che nel solo Veneto toccano i 13 milioni di tep (tonnellate di petrolio equivalenti; dato ultimo rintracciato e riferito al 2004). Una domanda cui dobbiamo rispondere è se dobbiamo togliere ai più per dare a chi ha meno o se va ridisegnata, con uno sforzo inimmaginabile una nuova via che, partendo proprio dai nostri comportamenti, dall’utilizzo di energie diverse, compatibili con l’ecosistema, possa contribuire in modo determinante a portare pari dignità a tutte le vite umane. Di certo l’equazione tra risorse e popolazione non è facilmente risolvibile in breve tempo, ma qualunque strada si prenda non si può prescindere dalla scarsità di risorse naturali non rinnovabili e dalla precarietà delle condizioni ambientali che ne sono la conseguenza. Dunque il problema energetico va risolto con urgenza, abbandonando la via delle parole, per procedere, anche se a piccoli passi, nella strada del fare. Magari partendo dal basso, dalle cose che si possono fare senza l’intervento dei “piani superiori”. Conteniamo i consumi, razionalizziamo gli usi energetici, impariamo ad aver meno bisogno di energia; ne trarrà vantaggio il nostro territorio e, su scala globale, ci saranno più risorse disponibili. Il problema ha respiro globale e non possiamo pensare di salvare i pochi che sono ricchi, se non siamo in grado di aiutare i molti che sono poveri. • marzo/aprile -

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scenario

L'energia costa meno. Ma non appena passerà la crisi... ...i prezzi ricominceranno a correre, parola dell'economista Giacomo Vaciago. Che passa in rassegna presente e futuro del petrolio, delle fonti rinnovabili, dei titoli energetici, dei pannelli solari (intervista di Oliviero Marchesi cortesemente concessa da “Gas&Power Magazine”) Il mondo intero è alle prese con una recessione che dagli Stati Uniti si è “irradiata” al resto del pianeta e che, secondo le previsioni di Nouriel Roubini (l’economista della New York University diventato famoso per averla “scoperta”) durerà tre anni. Ma quali effetti produrrà la crisi economica in atto sul mercato dell’energia? Risponde Giacomo Vaciago, ordinario di Politica Economica e direttore dell’istituto di Economia e Finanza dell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. Professor Vaciago, quali sono le prospettive per il mercato dell’energia in questa fase? «Per rispondere vorrei partire da un dato che, a mio avviso, è fondamentale tenere presente. La crisi che stiamo attraversando segue una lunga “bolla” che ha interessato i settori food and energy: un periodo in cui i prezzi delle derrate alimentari e dei combustibili, petrolio in testa, erano cresciuti fino a picchi molto elevati. Abbiamo visto, per esempio, il prezzo del petrolio aumentare da 30 a 150 dollari al barile tra il luglio 2006 e il luglio 2008: un biennio che sarà ricordato come il “terzo shock petrolifero”, dopo quelli del 1973 e del 1978. A questa impennata dei prezzi ha fatto seguito la contrazione dovuta alla recessione che stiamo attraversando. Ma qui ci troviamo di fronte a una cosa strana e, secondo me, altamente significativa». Quale? «Il prezzo del petrolio non si è inabissato a 10 dollari al barile, come sarebbe stato ragionevole attendersi in una “normale“ recessione. Oscilla, invece, tra i 34 e i 40 dollari al barile». Anche in questa fase recessiva, quindi, il petrolio costa di più che

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nel luglio 2006, quando l’impennata dei prezzi è iniziata. «Proprio così. E questo significa che il “terzo shock petrolifero” ha avuto una caratteristica che lo distingue nettamente dai due che lo hanno preceduto». Quale caratteristica? «A differenza di quelli del 1973 e del 1978, il “terzo shock” non è stato provocato da una contrazione dell’offerta, ma soltanto dalla forte crescita della domanda mondiale: è stata, insomma, una classica “bolla”. Questo aumento della domanda, che, mi preme sottolinearlo ancora una volta, non ha riguardato solo il petrolio e le altre risorse energetiche, ma anche le derrate alimentari, è stato innescato soprattutto dai Paesi “emergenti” caratterizzati, negli anni scorsi, da economie in forte crescita e dall’emergere di nuovi ceti medi orientati ai consumi. Penso in particolare, come è ovvio, alla Cina e all’India, che da sole mettono insieme due miliardi e mezzo di abitanti: se pensiamo, per esempio, al fatto che la Cina non ha giacimenti di petrolio all’altezza del proprio fabbisogno e che ha condotto una intensa po-

Petrolio, quanto ci costerai? _________________________________ Tra le tante incertezze sul futuro dell’oro nero, anche la difficoltà di prevedere l'andamento dei costi di estrazione

litica di acquisti di terreni coltivabili in Africa per provvedere alle necessità alimentari della propria popolazione, possiamo avere un’idea della “fame” di cibo e di energia con cui le potenze economiche “nuove arrivate” si sono affacciate alla ribalta internazionale. Ora, il fatto che il petrolio, per soffermarci sul versante energy di questa bolla food and energy, non sia precipitato a 10 dollari al barile ma resti stabilmente sopra i 30 ci fa capire una cosa: anche se nessuno ha la sfera di cristallo per sapere quando la recessione finirà, i mercati stanno scommettendo sul fatto che, nel momento in cui assisteremo a una ripresa dell’economia, la marcia trionfale dei prezzi nel settore food and energy sarà pronta a ripartire». Però nessuno può sapere con certezza quando la crisi finirà. «Certo, il futuro riserva sempre la sua quota di incognite: se, lo dico per pura ipotesi, la crisi in corso dovesse portare a un decennio di stagnazione economica, si spalancherebbero scenari preoccupanti e in larga parte imprevedi-


bili. Ma supponiamo che la crisi sia destinata a durare due o tre anni, come hanno predetto autorevoli esperti: in questo caso, al momento della ripresa, i due miliardi e mezzo di cinesi e di indiani che aspirano a eguagliare il tenore di vita di noi occidentali potranno portare il prezzo del petrolio a volare fino a 200 dollari al barile e oltre». Se le cose stanno così, professore, conviene investire in titoli energetici aspettando che la crisi finisca? «Non se ci si aspetta una redditività a breve termine. In questa crisi economica, chi non vuole mettere i risparmi nel materasso e desidera investire i propri risparmi in qualcosa che lo faccia guadagnare nell’immediato, o che almeno non lo faccia perdere nell’immediato, deve orientarsi su quei settori che non risentono dei cicli economici. In questa fase io suggerirei ad esempio, con un consiglio che può forse sembrare cinico ma che credo realistico, di investire nella sanità, perché non è un consumo voluttuario, superfluo, legato alle fasi di prosperità economica: la gente si ammala anche quando non ha soldi in tasca, anzi, si ammala più facilmente proprio quando non ce li ha. Per tornare ai titoli energetici, si tratta di un investimento da fare per chi si ripromette di guadagnare non subito, ma su una di-

stanza di qualche anno». Professore, lei ritiene che, tra la crisi in corso e l’auspicata ripresa, il mercato dell’energia potrebbe essere “ridisegnato” per quanto riguarda la rilevanza delle singole fonti energetiche rispetto al totale dell’energia prodotta e scambiata? Ritiene, in particolare, che il “peso” del petrolio e del gas naturale potrebbe essere ridimensionato a favore delle cosiddette “fonti rinnovabili”? «Ritengo proprio di sì. Penso, in particolare, che i trasporti basati su carburanti derivati dal petrolio in futuro dovranno conoscere una drastica riduzione perché, dal punto di vista economico, si basano sul principio meno efficiente che si possa immaginare. Oggi, per fare andare la mia auto, occorre fare un buco per terra in qualche Paese lontano, cercare un olio minerale nascosto nelle profondità del suolo, profondità abissali, trasportare questo olio, che è un materiale altamente inquinante, per migliaia e migliaia di chilometri, e raffinarlo in grandi impianti industriali per ottenere, finalmente, una quantità relativamente piccola di carburante, destinato ad alimentare un propulsore straordinariamente poco efficiente come il motore a scoppio delle nostre auto, ba-

sato su una tecnologia vecchia di cento anni. Come si vede, si tratta di energia prodotta a costi, economici non meno che ambientali, insostenibilmente alti: costi che si rivelano ancora più alti se si fa il saldo fra l’energia prodotta e l’energia che, fra estrazione, trasporti e lavorazione industriale, è stata consumata per produrla. Non varrebbe la pena di cercare molto più vicino a noi l’energia necessaria a muovere i nostri autoveicoli? Di cercarla, per esempio, nel sole che irradia costantemente i tetti delle macchine? E’ davvero impossibile studiare e mettere a punto delle auto con un motore alimentato da pannelli solari sistemati sul tettuccio? Non credo che sia impossibile: ci arriveremo. Credo molto nel solare, che considero l’energia del futuro e che potrebbe, in linea di principio, conoscere applicazioni tecnologiche molto più vaste di quelle di cui si parla ora». Lei dice che il solare è la risorsa del futuro. Il governo in carica, però, nell’ultima Finanziaria ha cancellato gli incentivi per chi dota la propria casa di pannelli solari. «Personalmente giudico questa decisione del ministro dell’Economia Giulio Tremonti un grave errore. Un errore che è “figlio” di un problema che, secondo me, caratterizza in generale l’azione dell’attuale governo anche in altri campi: l’abitudine di prendere provvedimenti giorno per giorno, sulla base di emergenze vere o presunte, dei sondaggi di opinione, delle emozioni del momento, senza però una visione di insieme, senza progetti lungimiranti e di largo respiro. Ma una politica energetica non può essere basata sull’improvvisazione, sugli annunci cui non seguono i fatti, sul dire e disdire. E questo vale anche per il ritorno al nucleare, di cui il governo Berlusconi, soprattutto nella persona del ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola, si fa assertore. Senza entrare nel merito della questione, mi limito a osservare che la “scelta” nucleare è molto impegnativa sul piano politico e industriale: occorrono massicci investimenti e almeno dieci anni di lavoro prima di avere nuove centrali nucleari a regime. Insomma, è una cosa seria. Siamo sicuri di voler “tornare al nucleare” in un Paese che ha chiuso la centrale di Caorso dopo pochi anni che era stata messa in funzione e che, a ventidue anni dalla sua chiusura, non è ancora riuscito a smantellarla?». • marzo/aprile -

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attualità

Inquina più una mucca che un’automobile… Sistemi intensivi di allevamento, alimentazione che facilita l’emissione di metano, eccessiva produzione di ammoniaca: ecco le cause principali di un fenomeno preoccupante, che produce una percentuale di gas serra superiore a quella dei trasporti. di Alessandra Agosti La cosa potrà anche far sorridere: “Ma come? - dirà qualcuno - Con tanti stabilimenti, veicoli, impianti di riscaldamento e condizionamento additati da sempre come causa numero uno dell’inquinamento atmosferico e dello squilibrio dell’effetto serra adesso viene fuori che la colpa… è delle mucche?”. Si tratta comunque di una faccenda seria, tanto che a lanciare l’allarme è la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Qualche precisazione, comunque, è d’obbligo. Prima di tutto, più che di colpa sarebbe più corretto parlare di complicità, nel senso che la responsabilità dell’attuale situazione non è certo da imputare tutta esclusivamente a mucche & Co. In secondo luogo, tale responsabilità non è certo dei mansueti bovini, che si limitano a fare esattamente quello che hanno sempre fatto, ossia mangiare e digerire: il guaio è che

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oggi sono in troppi a farlo e che lo fanno, oltre tutto, in un modo particolarmente dannoso per l’ambiente, a causa dei sistemi di allevamento intensivi e dei mangimi utilizzati. Ma andiamo con ordine. Da approfonditi, recenti studi è effettivamente emerso che i gas serra prodotti dagli allevamenti animali (bovini, ma anche suini, ovini, volatili e quant’altro) sono addirittura superiori per quantità rispetto a quelli emessi dal sistema dei trasporti: a livello mondiale, si tratta del 18% contro il 14%. La situazione è tanto più preoccupante, affermano gli esperti, se si tiene conto che il settore è destinato a uno sviluppo consistente, anche in considerazione della crescente richiesta di questi alimenti da parte di una popolazione in aumento e dell’ampliamento geografico dei Paesi interessati a questo tipo di prodotto (basti pensare a quelli economicamente emergenti, dalla Cina all’India, al Brasile): attualmente, infatti, il settore si rivolge a un mercato di 1 miliardo e 300 milioni di individui con 229 milioni di tonnellate di carne, ma secondo le stime nel 2050 si arriverà a produrne 465 e lo stesso iter seguirà il latte, che potrebbe passare dall’attuale quota di 580 milioni di tonnellate a 1.043 milioni. Ma che cosa significa tutto ciò in termini di inquinamento? Attualmente il 9% delle emissioni di CO2 derivanti da


attività umana proviene proprio dagli allevamenti. E ancora più alta è la percentuale del metano, derivante dalla digestione degli animali (il 37% del totale). C’è infine l’ammoniaca rilasciata dalle urine, che è tra le principali cause di acidificazione delle piogge. Gli studiosi hanno anche stilato una “lista della spesa” in termini ambientali: produrre un chilo di latte, per esempio, comporta l’emissione di 2 chili di CO2, che diventano 22 per un chilo di formaggio e addirittura 40 per un chilo di carne bovina.

LA ZOOTECNIA NEL VICENTINO Il problema riguarda, naturalmente, anche il Vicentino, dove secondo i dati della Camera di Commercio, il patrimonio zootecnico della provincia consisteva nel 2007 di 154.501 capi bovini (di cui 51.559 vacche), 10.296 ovini, 2.705 caprini, 56.482 suini e 4.025 equini, con una crescita rispetto all’anno precedente di ovini, caprini ed equini, e un contenimento di bovini e suini; va poi aggiunto il settore avicunicolo, che vede il Veneto firmare il 40% della produzione nazionale (Vicenza non va comunque oltre il 10% del mercato regionale del comparto). “La consistenza dei bovini - si legge nello studio della CCIAA - in provincia è diminuita nel 2007 del 3,5% rispetto al 2006; tuttavia l’analisi deve essere effettuata separatamente per i bovini da latte (in aumento) e per i bovini da carne (in diminuzione). (...) si è registrata una riduzione delle stalle di produzione passate in Veneto da 4.900 a 4.600 (-6%). Le chiusure hanno riguardato soprattutto le piccole strutture dell’area montana e pedemontana delle province di Vicenza, Treviso e Belluno. (...) La provincia di Vicenza si è confermata quale maggiore produttrice di latte bovino del Veneto nel 2007 con 3.012 mila hl, pari al 28,5%”.

I POSSIBILI RIMEDI In Europa la questione non è stata presa alla leggera. In Danimarca, per esempio, la legge richiede agli allevatori di collocare il letame sotto terra, così da evitare l’emissione di gas. In Olanda si sta invece studiando la possibilità di ricavare biogas da un mix di escrementi animali, alcune verdure e scarti dell’industria dolciaria: biogas che sarebbe poi utilizzato per produrre calore ed elettricità. In Italia, per il momento, non si va oltre l’applicazione delle normative

europee in materia di nitrati e l’incentivazione della produzione di elettricità da biogas. Le strade percorribili, comunque, non mancano ed è ancora una volta la Fao a proporne alcune. Prima di tutto, un controllo più attento dei pascoli, così da evitarne l’eccessivo sfruttamento, e un sensibile miglioramento dei sistemi di irrigazione. In secondo luogo, andrebbe modificata la dieta degli animali da allevamento, così da ridurre la fermentazione enterica, causa principale delle emissioni di metano, incentivando nel contempo la realizzazione di impianti di biogas. Inoltre, si dovrebbe limitare il più possibile l’attività di allevamento industriale in prossimità delle aree urbane. Quanto alle normative in materia, almeno a livello europeo, certamente non mancano, ma secondo gli esperti andrebbero ulteriormente mirate in considerazione della situazione attuale e delle prospettive future; soprattutto ne andrebbe verificata l’applicazione, riuscendo a renderla praticabile anche negli allevamenti meno moderni e di mi• nori dimensioni.

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territorio

Sarà Demetra a riscaldare Asiago L’impianto a biomasse di località Turcio, destinato a fornire riscaldamento e acqua calda ad Asiago, è pronto: in queste settimane la fase di avvio. Abbiamo rivolto a Lamberto Brunelli, responsabile unico del procedimento, e Luciano Panozzo, della direzione lavori dell’impianto, alcune domande sul suo funzionamento. di Andrea Ceroni Demetra, la dea della fecondità, si appresta a dare calore al comune di Asiago. Dalla metà di marzo, Demetra, questo è il nome dell’impianto di cogenerazione e teleriscaldamento a biomasse legnose costruito in località Turcio, è ormai pienamente operativo. L’impianto, voluto dalla Provincia di Vicenza, è pronto, e proprio in queste settimane si sta procedendo alla fase di avvio per verificarne e ottimizzarne il funzionamento. Abbiamo rivolto a Lamberto Brunelli,

gatura. Tale risorsa d’energia primaria fa parte delle cosiddette fonti rinnovabili classificate come biomasse dal Piano energetico nazionale (Legge 9 gennaio 1991, n. 10), che prevede lo sviluppo e l’incentivazione delle stesse. Riusciamo a riassumere in poche parole a cosa serve questo impianto? “Produrre calore dagli scarti di lavorazione del legno”. E usandone qualcuna di piu’? “L’energia termica proveniente dalla combustione delle biomasse produce

Le caratteristiche tecniche dell’impianto Potenza termica installata: 10 MW

proprio vicino all’impianto. Si tratta di una segheria che ne riunisce tre-quattro già prima esistenti sull’Altopiano di Asiago e che hanno deciso di unirsi, coinvolte da questo innovativo progetto. La nuova realtà si chiama Asiago Legnami e lavora circa 70mila tonnellate di legno l’anno”. Quindi gli scarti percorreranno pochissima strada? “Se intendiamo strada percorsa su automezzi o treni, non ne percorreranno affatto. Dalla segheria arriveranno direttamente alla camera di combustione per mezzo di nastri trasportatori sotterranei, che provvederanno anche alla pesatura per stabilire il prezzo d’acquisto. Per la prima volta in Europa non si caricheranno scarti e non li si faranno viaggiare, risparmiando così costi di trasporto ed emissioni”.

Potenza termica installata caldaia soccorso (olio vegetale non commestibile): 8 MW Potenza elettrica di cogenerazione installata: 990kW Produzione elettrica: ca 5.500.000/6.000.000 kW Fabbisogno annuo biomassa: ca 15.000 ton Lunghezza rete teleriscaldamento: ca 13 km

responsabile unico del procedimento, e Luciano Panozzo, della direzione lavori dell’impianto, qualche domanda per chiarirci maggiormente le idee. Prima, una breve “rinfrescata” sul significato di impianto a biomasse. L’impianto a biomasse di Asiago prevede di ricavare calore per riscaldamento urbano ed energia elettrica da immettere in rete (GRTN) da una centrale di cogenerazione che sfrutta come combustibile il cascame di una vicina segheria. Il cascame è composto da trucioli, cippato di legno, corteccia e se-

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acqua calda, che immessa in un sistema di tubazioni sotterranee, la rete di teleriscaldamento, viene distribuita all’utenza pubblica e privata. Ogni utenza allacciata preleva l’energia, cioè acqua calda, dalla rete tramite una sottocentrale composta essenzialmente da uno scambiatore di calore e dai necessari dispositivi di regolazione, misura, protezione e sicurezza”. Da dove si prenderanno gli scarti di lavorazione? “Dalla segheria che è stata costruita

Saranno impiegati davvero solo scarti di lavorazione? Nessun albero dell’altopiano sara’ tagliato appositamente per la combustione? “Solo scarti di lavorazione: trucioli, corteccia e segatura. Del resto l’impianto è stato dimensionato sulle disponibilità di cippato, quindi nessun albero sarà tagliato in più”. Quale percentuale rappresentano gli scarti in un albero? “Mediamente il 20 per cento”. Diamo qualche dettaglio tecnico sul funzionamento dell’impianto. “In centrale termica è prevista l’installazione di due generatori, alimentati a biomassa, rispettivamente con caldaia ad acqua calda avente una potenza termica pari a 3,5 MW e una caldaia ad olio diatermico avente una potenza termica pari a 6,5 MW, collegate a linea di trattamento fumi. In un locale compartimentato, ma attiguo al locale cal-


daia, verrà installato un cogeneratore per la produzione combinata di energia elettrica e calore”. Chi potra’ utilizzare questo calore? “La rete di teleriscaldamento è a disposizione di tutti, sia privati, sia attività commerciali e alberghi, oltre che le utenze pubbliche, quindi ospedale, scuole ed edifici comunali”. E con quali vantaggi? “Un risparmio sicuro del 20 per cento a livello di bolletta. Senza contare il risparmio ambientale”. Diamo qualche dettaglio in piu’ sul risparmio ambientale… “La cosa più importante è che saranno

completamente abbattute le emissioni di CO2, di anidride carbonica. Questo è davvero un risultato fondamentale per l’impianto a biomasse. Ma anche tutti gli altri agenti inquinanti subiranno una drastica riduzione”. I cittadini di asiago come hanno risposto a questa opportunita’? “Sono già un centinaio i contratti di utenza stipulati. Ora contiamo in un rapido passaparola e in una maggiore consapevolezza del funzionamento dell’impianto e dei suoi pregi”. L’acqua che arriva in casa arriva dall’impianto? “Naturalmente no: dai rubinetti dei cittadini uscirà sempre la stessa acqua. Diverso sarà solamente il calore

che la riscalda”. Esistono impianti simili? “Moltissimi in Europa, dove si è avanti rispetto all’Italia di decenni. Numerosi anche in Trentino Alto Adige e in Lombardia. Ma in Veneto si tratta del primo impianto del genere”. Sul versante della sicurezza si puo’ stare tranquilli? “L’impianto sarà dotato di sistema di gestione computerizzato, automazione, misure e controllo del tipo più avanzato oggi esistente. Sono previsti tutti i dispositivi di sicurezza e protezione necessari secondo la normativa tecnica, in maniera da garantire un funzionamento sicuro del• l’intero impianto”.


interviste

“Orgogliosi di questo innovativo impianto” L’impianto a biomasse di Asiago è ormai giunto in dirittura d’arrivo: la rete di teleriscaldamento è già parzialmente in funzione, alcuni importanti edifici sono già riscaldati (ospedale, contrà Pennar, alberghi) e un buon numero di utenze private gode già del calore dell’impianto. Siamo in presenza di un impianto innovativo, per certi aspetti unico nel suo genere in Europa, che è capace di garantire in loco la filiera completa del legno. Che permette di produrre localmente e utilizzare nello stesso luogo il legno per ottenere calore ed energia: ovviamente ne traggono vantaggio i cittadini per le loro abitazioni, gli enti pubblici, le scuole, le strutture sanitarie e altri edifici che hanno stipulato un’apposita convenzione con Vi.energia. Ma soprattutto ne trae vantaggio l’ambiente montano vicentino, che con questo progetto compie un passo decisivo per il suo futuro, assicurandosi calore ed energia da fonti pulite e rinnovabili, riducendo così le emissioni di anidride carbonica e favorendo il risparmio per i suoi cittadini. L’impianto è dotato di sistema di gestione computerizzato, automazione, misure e controllo del tipo più avanzato oggi esistente. Sono previsti tutti i dispositivi di sicurezza e protezione necessari secondo la normativa tecnica, in maniera da garantire un funzionamento sicuro dell’intero impianto. Dal punto di vista ecologico e ambientale l’impianto di Asiago presenta alcuni vantaggi indiscutibili rispetto ad impianti per la produzione di calore basati esclusivamente su combustibili fossili tradizionali quali il gasolio e il metano. La biomassa è infatti una

Il presidente di Vi.energia, Franco Miranda, può festeggiare la conclusione dei lavori: “Un progetto di grande spessore, il primo in Veneto e unico in Europa. Un grande risultato per la Provincia di Vicenza”

fonte di energia rinnovabile. Il suo sfruttamento a fini energetici segue un ciclo naturale chiuso. Per la biomassa il bilancio dell’anidride carbonica si può considerare neutro: ne risulta un contributo nullo della combustione del legno rispetto al temuto fenomeno di lento riscaldamento dell’atmosfera, meglio noto come effetto

serra. L’anidride carbonica liberata nella fase di combustione bilancia il carbonio fissato nella pianta durante il suo ciclo vegetativo. La centrale di cogenerazione dell’impianto in oggetto sarà, come sopra evidenziato, equipaggiata con efficienti sistemi di depurazione dei fumi, mediante i quali si garantisce il rispetmarzo/aprile -

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interviste to dei vigenti vincoli di legge in relazione alle emissioni di inquinanti in atmosfera. Si può quindi considerare l’impianto di teleriscaldamento come un sistema di produzione di calore ecologico che consente di ridurre l’inquinamento atmosferico. Un dato su tutti: con l’impianto sarà possibile sostituire un equivalente di circa 3,1 milioni di litri di gasolio per anno. Ne abbiamo parlato con il presidente di Vi.energia Franco Mirando, che ha svolto un ruolo notevole nel progetto, non solo perché ci ha creduto sin dall’inizio, ma anche per la convinzione che simili impianti possono dare una mano concreta ai grandi problemi legati alla produzione e consumo di energia. Presidente Miranda, siamo ormai in dirittura d’arrivo? “Si, questa volta non è solo un augurio, ma un dato di fatto; anche se abbiamo dovuto concedere qualche settimana in più alla data preventivata, l’impianto è funzionante, le caldaie sono accese e bruciano che è un piacere e soprattutto la rete di teleriscaldamento è in efficienza termica. Tutti questi sono indici di buon lavoro, di buon funzionamento dell’impianto che sta rispettando, seppur appena partito, le attese e le aspettative”. Più le soddisfazioni o le preoccupazioni? “Bella domanda: sicuramente nella fase cantieristica sono prevalse le preoccupazioni non tanto legate al lato tecnico, anzi devo dire con franchezza che sono state contenute nelle logiche di un impianto complesso e sono state ben dimensionate dalla capacità e bravura dei nostri tecnici sempre a livello della situazione. Le preoccupazioni devo dire sono legate soprattutto alle grandi difficoltà causate dal maltempo che non ci ha lasciato tre-

gua in questi ultimi tre, quattro mesi. Da novembre piogge torrenziali, nevicate oltremisura, gelo prolungato hanno giornalmente limitato la nostra operatività. E’ vero che in montagna gli inverni sono sempre “pesanti” ma come quello di quest’anno… E nonostante tutto siamo riusciti ad accendere la prima caldaia in prova tecnica il 30 dicembre dello scorso anno; davvero una bella tappa alla quale si somma, quella del 20 marzo giorno in cui l’impianto è entrato a regime”. Presidente, a quanto sembra dunque un cammino non sempre facile, che sicuramente ha richiesto dei compagni di viaggio preparati e molto motivati. “Sicuramente si è trattato di un progetto complesso, la prima esperienza in

Veneto e le difficoltà, come ben si può immaginare, non sono mancate. Per questo, a dire il vero, qualche pacca sulle spalle in più non sarebbe stata male, l’avrei certamente gradita anche se non avrebbe per nulla influenzato l’andamento tecnico-operativo dei lavori, né tanto meno avrebbe reso il tempo più clemente; avrebbe però contribuito a rasserenare la nostra tensione e rendere più funzionale la collaborazione tra tutte le parti. Comunque tutto è bene quel che finisce bene e oggi l’impianto funziona ed è un esempio unico in Europa per la sua alta qualità ambientale e la sua elevata tecnologia legata, in particolare, alla fornitura del legno che come noto avviene in modo del tutto automatico, grazie ad un apposito tunnel sotterraneo che trasporta il materiale residuo della lavorazione dell’attigua segheria”. Progetto destinato a rimanere unico o ci sono in cantiere altri progetti? “Non dipende solo da noi. Vi.energia ha le idee chiare e anche gli obiettivi progettuali sono ben definiti. Si tratta di vedere gli indirizzi e le motivazioni che sosterranno le decisioni della Provincia in materia. Di certo la nostra Provincia segue con molta attenzione le tematiche energetiche. Ci auguriamo, e noi lavoreremo per questo, che si possa creare nel territorio vicentino, laddove c’è disponibilità di legna, una serie di impianti di mediapiccola dimensione tali da garantire al territorio una piccola autonomia energetica, sull’esempio di quanto fatto nella vicina Carinzia. In questo mo-

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do aiuteremo l’ambiente a rimanere pulito, avremo una maggiore indipendenza dai grandi sistemi di distribuzione, faciliteremo il risparmio di combustibili fossili e, non ultimo, lasceremo qualche “scheo” in più nelle tasche dei cittadini e degli enti pubblici”. Presidente, soddisfatto? “Se mi consente direi orgoglioso di aver dato il via, su preciso indirizzo della Provincia, ad un progetto importante e significativo come quello del Turcio di Asiago. Soddisfazione ancor più sentita perché quanti hanno lavorato alla buona riuscita del progetto lo hanno fatto con impegno, professionalità, dedizione, spesso andando al di là dei propri compiti. E certe situazioni, superate grazie alla grande coesione del gruppo di Vi.energia, non erano certo facili da affrontare, credetemi. Ma oggi prevale, ovviamente, la grande soddisfazione, anche perché siamo consapevoli e fieri di aver segnato una prima tappa importante su un percorso, che ci auguriamo lungo e con numerose tappe, dell’utilizzo delle biomasse nel nostro territorio”. Il futuro dell’impianto: come verrà gestito, ci saranno nuove espansioni della rete, la gente di Asiago è soddisfatta? “Per la gestione siamo sereni, abbiamo tecnici e professionisti che sanno fare bene il loro mestiere e che grazie a lunghe e diversificate esperienze nel settore, ci danno tranquillità e garanzie. In più alle spalle abbiamo un alleato prezioso, la Kelag Warme carinziana che è al nostro fianco e la cui esperienza, gestiscono da decenni oltre 300 impianti a biomasse, ci verrà sicuramente utile. Per quanto riguarda il futuro, partiamo dal presente: abbiamo allacciate oltre 100 utenze tra cui molte di grande importanza e mi riferisco ad esempio all’ospedale, alle scuole, agli alberghi, al museo. Ricordo solo che l’impianto ha capacità tali da soddisfare il 60 per cento delle utenze con sede nelle zone centrali di Asiago. Si tratta ora, attraverso una attenta e oculata politica dei costi-ricavi, di far crescere ulteriormente la rete di teleriscaldamento, così da poter soddisfare le richieste dei cittadini che sinceramente crescono di giorno in giorno, a testimonianza della soddisfazione e della positiva accoglienza e credibilità di cui oggi l’impianto gode. Infine vorrei confermare che nel piano di ulteriore espansione della distribuzione del calore verranno privilegiati i residenti e gli edifici pubblici. Faremo un piano con l’obiettivo di soddisfare • il massimo delle richieste”. marzo/aprile -

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EMISSIONI IN ATMOSFERA Nel grafico che segue si riporta il confronto tra i valori di emissione annui della centrale a biomassa e degli impianti che attualmente funzionano con gasolio-gas-BTZ e che si andranno ad allacciare

STIMA EMISSIONE DI CO2 ANNUA • Emissioni Centrale a biomassa • Attuali emissioni prodotte dalle utenze che verranno servite dalla centrale • Risparmio emissioni CO2

ton di CO2 0 4.637 4.637

Limes, un partner affidabile Da più di trentacinque anni costruiamo impianti, forniamo assistenza h 24 e facciamo risparmiare energia ai nostri clienti mantenendo in efficienza i loro impianti. Lo facciamo ancora, con passione e impegno, grazie a solide competenze e una struttura tecnica in grado di accompagnarvi nei progetti più ambiziosi. La complessità delle soluzioni tecniche e le esigenze di risparmio energetico richiedono un modo nuovo di affrontare le problematiche impiantistiche e partner affidabili.

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dizionario energetico realizzazione di interruttori, elettrodi e pile. Inoltre viene utilizzato, per esempio, nella produzione di coloranti ed insetticidi, o nel processo di “sbiancamento” di oro e argento, con pesanti conseguenze negative per l’ambiente.

METALLI Sono costituiti da diverse sostanze, ciascuna delle quali è un elemento chimico e pertanto non possono scomparire o essere distrutti completamente. Possono però combinarsi a loro volta con altre sostanze e acquisire pertanto differenti caratteristiche di impatto ambientale. Il metallo è un materiale che riflette la luce conferendole una particolare tonalità; è un ottimo conduttore di calore e di elettricità. Esistono vari tipi di metalli; questi furono scoperti in epoche distanti nel tempo, per-

chè ben pochi metalli sono reperibili in natura allo stato nativo. Ogni metallo ha una sua temperatura di fusione: più bassa è, più è facile l’estrazione del metallo dalle rocce che lo contengono. In particolare, i primi metalli lavorati (il rame e lo stagno) hanno una temperatura di fusione relativamente bassa, ottenibile tramite gli antichi forni di circa 10mila anni fa, epoca in cui iniziò la lavorazione del rame. Caratteristica essenziale del metallo è la sua struttura regolare, basata sulla ripetizione di una cella elementare.

me cadmio, piombo, rame e cromo. Oggi sono considerati tossici e hanno un effetto negativo sull’ambiente. Informazioni più dettagliate per ogni metallo pesante si trovano in que-

sto vocabolario.

METANO Il metano (formula chimica CH4) è

un idrocarburo semplice presente in natura sotto forma di gas, inodore, incolore e insapore, ed è il componente principale del gas naturale. È il principale componente del gas naturale, ed è un ottimo carburante poiché produce il maggior quantitativo di calore per massa unitaria. Bruciando una molecola di metano in presenza di ossigeno si forma una molecola di CO2 (anidride carbonica), due molecole di H2O (acqua) e si libera una quantità di calore. Rappresenta una valida alternativa al combustibile tradizionale per autovetture (benzina e gasolio) per il minor impatto ambientale delle sue emissioni. Le principali fonti di emissione di metano nell’atmosfera sono: decomposizione di rifiuti solidi urbani nelle discariche; fonti naturali (paludi); estrazione da combustibili fossili; processo di digestione degli animali (bestiame); riscaldamento. Dal 60% all’80% delle emissioni mondiali è di origine umana. Esse derivano principalmente da miniere di carbone, discariche, attività petrolifere e gasdotti e agricoltura.

METALLI FERROSI Metalli contenenti ferro. Possono essere separati dai rifiuti utilizzando dei potenti magneti.

METALLI PESANTI Sono metalli con elevata densità comarzo/aprile -

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m cità di ossigenazione del sangue e può provocare emicranie, affaticamento, problemi respiratori e, ad alte concentrazioni, la morte Il monossido di carbonio è tossico perché legandosi saldamente agli atomi di ferro dell’emoglobina del sangue forma un complesso molto più stabile di quello formato dall’ossigeno. Questo porta ad uno stato di incoscienza e quindi alla morte.

METEOROLOGIA La meteorologia è la scienza che studia i fenomeni che caratterizzano il tempo atmosferico. Si basa sull’analisi dei fenomeni atmosferici (nubi, venti, fronti) e delle variabili ad essi collegate come pressione e umidità atmosferiche.

un’ottica di sviluppo sostenibile. Il settore dei trasporti è infatti responsabile di rilevanti problemi in termini di consumi energetici, di emissioni di gas serra, che contribuiscono ad accentuare il fenomeno dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento acustico ed atmosferico.

MICROCLIMA Il microclima è il clima locale, quasi uniforme, di uno specifico sito o habitat, comparato con il clima dell’intera area di cui è parte integrante.

MONOSSIDO DI CARBONIO (CO) Il monossido di carbonio (o ossido di carbonio o ossido carbonico), è un gas inodore, incolore, insapore, velenoso. È un prodotto di combustione incompleta dei combustibili organici (carbone, olio, legno, carburanti). Esso è presente negli scarichi dei veicoli a motore e nel fumo di tabacco. Il CO è inoltre un combustibile importante perché rilascia una considerevole quantità di calore quando brucia all’aria. Si miscela bene con l’aria, con cui forma facilmente miscele esplosive e penetra facilmente attraverso le pareti e il soffitto. Se inalato, questo gas riduce le capa-

MICROONDE Radiazioni elettromagnetiche con frequenza compresa fra 300 MHz e 300 GHz (lunghezza d’onda fra 1 mm e 1 m).

MOBILITÀ SOSTENIBILE Per Mobilità sostenibile si intende un sistema di mobilità urbana che, pur garantendo ad ognuno il diritto alla mobilità, sia organizzato in modo da non gravare sull’ambiente, in

N NANOPARTICELLE Le nanoparticelle sono particelle con

un diametro tra i 2 e i 200 nm (nm = nanometro, che corrisponde a un milionesimo di millimetro). In genere, le nanoparticelle sono associate al particolato ultrafine, prodotto dalle emissioni inquinanti di attività industriali e di trasporto.

NEON Neon (o neo) è un elemento chimico della tavola periodica degli elementi, che ha come simbolo Ne e come numero atomico 10. Gas nobile, quasi inerte, incolore; possiede una distintiva incandescenza rossastra quando è utilizzato in un tubo a scarica o nelle lampade dette, appunto, “al neon”. È presente in tracce nell’aria. La luce rosso-arancio che il neon emette nelle lampade al neon è ampiamente usata nelle insegne pubblicitarie. Il termine “neon” viene normalmente usato per indicare questo tipo di luci, anche se in real-

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tà altri gas vengono utilizzati per ottenere diversi colori.

NETWORK MONDIALE IMPRONTA ECOLOGICA (Global footprint network) Organismo internazionale che utilizza l’impronta ecologica come strumento statistico per valutare l’impatto ambientale dei consumi.

NEVE CHIMICA La neve chimica è un particolare fenomeno artificiale, dovuto alla presenza di particelle inquinanti nell’atmosfera che, durante l’inverno, fungono da nuclei di condensazione, provocando la caduta di vere e proprie nevicate anche in condizioni in cui una normale nevicata non avverrebbe, per esempio in presenza di cielo sereno.

Con l’aumento di inquinanti nel corso degli ultimi anni si è verificato un notevole ed allarmante aumento delle segnalazioni di nevicate chimiche. La neve chimica cade di frequente in Pianura Padana nel corso dell’inverno, e va distinta dalla Galaverna. Questa infatti è data dalla condensazione diretta e immediata di cristalli di ghiaccio su oggetti più freddi (come sui finestrini delle automobili), mentre la neve chimica vera e propria si forma nello strato più basso dell’atmosfera. La prima notizia ufficiale della comparsa di tale fenomeno fu una nevicata con cielo sereno e nebbione verificatasi nel periodo natalizio del 1984, a Segrate (Milano).

stema Internazionale. Il newton è l’unita di misura della forza e prende il nome da Sir Isaac Newton (1642-1727) come riconoscimento per il suo lavoro nella meccanica classica. Venne adottato dalla conferenza generale sui pesi e sulle misure (CGPM) nel 1960. Viene definita come la quantità di forza necessaria per accelerare un chilogrammo di massa di un metro al secondo quadrato.

NUCLEARE Energia prodotta nelle centrali nucleari mediante il bombardamento di uranio con neutroni: il nucleo dell’uranio si divide in due nuclei più piccoli (fissione nucleare) e, per effetto domino, genera nuovi nuclei che a loro volta, bombardati da altri nuclei di uranio, danno luogo alla famosa reazione a catena nucleare. L’uranio non emette in atmosfera anidride carbonica, il principale gas serra, a differenza dei combustibili fossili: questo è un aspetto sicuramente positivo. Uno degli aspetti negativi è invece

rappresentato dal fatto che durante questo processo viene emessa radioattività ad alta intensità. Gli oggetti esposti alle radiazioni assorbono radioattività, diventando scorie radioattive. Le scorie devono essere stoccate anche per molte migliaia di anni per far decadere il livello di radioattività. Attualmente nessuna tecnologia è in grado di distruggerle: vi sono studi che sembrano dimostrare la possibilità di riutilizzare alcune scorie per produrre nuova energia e di essere smaltite in poche decine d’anni, ma il tutto rimane ancora infattibile.

O OASI ECOLOGICA Detta anche isola ecologica, è un sito nel quale possono essere conferiti i rifiuti solidi urbani e i rifiuti spe-

NEWTON In fisica, il newton (simbolo: N) è un’unità di misura derivata del Simarzo/aprile -

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o frontare un abbassamento della temperatura avrà una reazione che tenderà ad innalzare la temperatura stessa.

ciali, quali ad esempio batterie esauste, medicinali scaduti, vernici e solventi, elettrodomestici…, da parte dei cittadini e delle aziende autorizzate. Per sapere dove si trova l’isola ecologica più vicina, è sufficiente telefonare al proprio comune di residenza ed ottenere tutte le informazioni necessarie (orari di apertura, quantità di rifiuti ammessa…). L’oasi ecologica è un importante anello del ciclo dei rifiuti, che permette di alleggerire le discariche ed allo stesso tempo avviare a recupero moltissime tipologie di rifiuti.

OLIO DI COLZA L’olio di colza è un olio vegetale estratto dalla pianta di colza, e fa parte degli ecocarburanti che possono garantire la stessa efficienza dei carburanti tradizionali ma con un impatto ambientale 100 volte inferiore. Il suo uso è oggi molto ridotto, soprattutto a causa della mancanza di un’adeguata politica di incentivazione all’uso di carburanti puliti.

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OMEOSTASI Per omeostasi si intende la stabilità delle funzioni degli organismi viventi in relazione ai cambiamenti dell’ambiente circostante. Si tratta in pratica di un processo attivo pre-

sente negli organismi viventi capace di riportare equilibrio in un sistema perturbato. Per fare un esempio, un organismo che si trovi ad af-

ONDA In fisica, perturbazione che si propaga nello spazio con velocità definita, trasportando energia e non materia. Ad eccezione della radiazione elettromagnetica, ed a livello teorico della radiazione gravitazionale, che possono propagarsi nel vuoto, le onde esistono in un mezzo (che per deformazione è in grado di produrre forze elastiche di ritorno). Attraverso di esso le onde possono viaggiare e trasferire energia da un punto all’altro, senza che alcuna particella del mezzo venga dislocata permanentemente: non esiste, quindi, un trasporto di massa associato, ogni punto oscilla attorno a una posizione fissa.

ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI (OGM) Organismi (animali, vegetali, funghi, virus o batteri) il cui patrimonio genetico (DNA) è stato modificato artificialmente, mediante incrocio o ricombinazione genetica, attraverso l’introduzione di uno o più geni presi da altre varietà o specie, in modo diverso da quanto si verifica in natura. Ciò avviene attraverso il ricorso a biotecnologie, comprendenti tecniche di biologia molecolare e di ingegneria genetica. Gli OGM trovano applicazione in diversi campi, dall’agricoltura, alla medicina, all’ecologia, al settore zootecnico. In particolare, negli ultimi anni, si è assistito ad una loro rapida diffusione nel settore agricolo e, per derivazione, in quello agroalimentare.


attualità

Nucleare: è anche una questione di scorie Si conclude il nostro lungo viaggio tra le pieghe della complessa questione dell’energia nucleare. In questa puntata affrontiamo anche il tema dei “rifiuti”. di Lamberto Brunelli Quando si parla di nucleare, si sa, è difficile essere veramente imparziali e non farsi condizionare anche dal cuore. E’ chiaro dunque che, pur se tutti sono consapevoli della necessità dell’energia per non ritornare ai tempi delle caverne, tutti sono anche consapevoli dei pericoli che il nucleare può portare, della difficoltà dello smaltimento delle scorie e di tutti i problemi connessi. Ecco, direi che le maggiori perplessità non sono date dalla pericolosità delle centrali durante il loro funzionamento- forse perché tutti si rendono conto che, volenti o nolenti, noi ormai da molti anni conviviamo con le centrali nucleari che i nostri vicini ci hanno piazzato subito dopo le Alpi: la domanda quasi ossessiva è sulla gestione delle scorie che rimangono, dopo che il combustibile di partenza ha fatto il proprio dovere all’interno del reattore. Ebbene, altri, partendo da questo problema, arrivano ad affermare che le scorie, se ben trattate ed utilizzate, sono addirittura una ricchezza e non un pericolo. Ovviamente i pareri dipendono molto dalla valutazione che ognuno si è fatto della possibilità di ottenere energia in abbondanza anche da altre fonti alternative, come il fotovoltaico e l’eolico. Le opinioni divergono poi sul peso da attribuire ai vari tasselli e sulle soluzioni proposte. Cercando di essere neutrali, proponiamo in successione una vetrina dei vari modi di pensare, riassumendo interviste, articoli di giornale e dichiarazioni di scienziati, giornalisti, personalità e gente comune.

NON TRASCURIAMO LA FISSIONE! Tutti sono convinti che l’Umanità ha urgente bisogno di sorgenti di energia, alternative a quelle dei fossili. Allo stato attuale della nostra conoscenza, il traguardo della Fusione è ancora lontano e i problemi da risolvere sono ancora tanti. Invece la Fissione, non quella odierna, ma quella dei nuovi reattori veloci basati sull’uso di Uranio impoverito, offre disponibilità energetiche illimitate ed emissioni di scorie radioattive confrontabili per quantità e durata a quelle della Fusione. Inoltre, grazie a conoscenze già acquisite, è realizzabile industrialmente in tempi ben più ridotti, con costi e complessità inferiori a quelli che comporta la Fusione, nella più ottimistica delle ipotesi. Sia la Fusione che la Fissione andrebbero perseguite con eguale vigore, alla ricerca di una nuova energia nucleare capace di alimentare l’umanità per i millenni a venire.

LA PRODUZIONE DI CO2 NON È ZERO L’affermazione che l’energia nucleare non causi emissioni di CO2 è corretta se si guarda solo al funzionamento del reattore nucleare, senza considerare quindi l’intero processo, dall’estrazione del minerale fino al confinamento finale delle scorie. Per rendere disponibile al processo l’energia incorporata nel minerale uranio, sono necessari numerosi processi industriali: • la conversione del minerale di uranio in elementi utilizzabili nei reattori;

la costruzione, la conduzione e la manutenzione del reattore; • la gestione delle scorie radioattive e la sistemazione in depositi geologici sicuri. Ognuna di queste attività comprende un certo numero di processi industriali. Ogni processo consuma elettricità, combustibili fossili, materiali, acqua, sostanze chimiche ed emette anidride carbonica ed altri gas a effetto serra. Solo le operazioni nel reattore non producono CO2. Alla fine la CO2 prodotta è circa un quarto di quella prodotta da un analogo ciclo a gas.

CI SONO ALTRI MODI PER RISPARMIARE La potenza nucleare potrebbe essere una ragionevole opzione per risolvere il cambiamento climatico se fosse l’unica alternativa al carbone ed al gas naturale. Fortunatamente ci sono già pronte altre veloci soluzioni al riscaldamento globale: la prima è quella di utilizzare le enormi potenzialità delle energie alternative. La seconda è migliorarne l’efficienza: già adesso le moderne turbine eoliche sono meno costose di equivalenti impianti nucleari e il loro prezzo tende a diminuire ancora. La terza via è una diminuzione dei consumi energetici ed elettrici e in una revisione dei modelli consumistici e merceologici dell’umanità: un rapporto del McKinsey Global Institute segnala che l’istallazione negli Stati Uniti di lampade ed elettrodomestici ad alta efficienza potrebbe sostituire la costruzione di 60 grosse centrali nucleari. marzo/aprile -

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attualità

IL COMBUSTIBILE NUCLEARE È RINNOVABILE La prima cosa da sapere sui rifiuti nucleari è che essi non sono affatto “rifiuti”, ma una risorsa rinnovabile che, opportunamente trattata, può offrire nuovo combustibile fissile e isotopi preziosi per molte applicazioni. Quando le altre fonti di energia utilizzate (legno, carbone, petrolio, gas) sono bruciate, non rimangono altro che cenere e prodotti aeriformi inquinanti. Al contrario il fissile esausto, alla fine della reazione nucleare conserva ancora un 96% di uranio inutilizzato, che può essere convertito in nuovo combustibile. Il restante 4% dei cosiddetti rifiuti consiste di materiali altamente radioattivi, anche questi ancora sfruttabili. Tra di essi vi sono cesio 137 e stronzio 90 che, separati, possono essere impiegati in applicazioni mediche quali la sterilizzazione delle attrezzature.

LE SCORIE? UN PERICOLO ENORME. Ricordiamoci che, durante e dopo la vita di una centrale nucleare, si devono affrontare i giganteschi problemi scientifico-tecnici della sistemazione del combustibile irraggiato e dei materiali radioattivi formatisi durante l’attività; dello smantellamento delle centrali e dei reattori nucleari ancora esistenti; tutte operazioni che richiedono conoscenze, innovazioni e l’impegno di decine di migliaia di specialisti nei campi della fisica, chimica, biologia, ingegneria.

LE SCORIE? IL PUNTO FORTE DELL’INDUSTRIA NUCLEARE Da qualche anno la questione del destino delle scorie delle centrali nucleari è diventata la questione condizionante il futuro del settore. “Sì, il nucleare è un bene, ma che ne è del-

le scorie?”. L’opinione della gente varia da una sostanziale sottovalutazione del problema ad una esagerazione del pericolo in esse insito. Per quanto riguarda il “pericolo che esse rappresentano”, è interessante un paragone: a livello mondiale, l’elettricità è prodotta per una quota superiore al 50% da centrali a carbone. Secondo l’organizzazione “Sauvons le climat” (salviamo il clima), “una centrale che produce 1000 MW elettrici consuma ogni anno circa quattro milioni di tonnellate di carbone. Essa produce circa trecentomila tonnellate di ceneri che contengono quattrocento tonnellate di metalli pesanti tossici, delle quali cinque tonnellate sono di uranio e tredici di torio: e tutti questi radioelementi non sono gestiti come quelli prodotti durante il ciclo di una centrale nucleare. La centrale a carbone, inoltre, emette ogni anno dieci milioni di tonnel-

DEMO DEMO è il nome del reattore a fusione attualmente studiato in Europa. A differenza del progetto ITER, lo scopo principale del progetto è dimostrare la possibilità di generare energia elettrica tramite la reazione di fusione nucleare. Le caratteristiche del plasma di DEMO devono quindi essere più spinte di quelle del plasma di ITER, cioè tali da mantenere la stabilità della reazione di fusione per un tempo indeterminato, superiore ai pochi secondi degli esperimenti analoghi.. Il notevole consumo di Trizio richiede la presenza in DEMO di strutture sensibilmente più complesse, per la produzione del Trizio dal Litio direttamente nell’impianto (blanket). Infatti il Trizio, essendo un isotopo con un periodo di dimezzamento di circa 10 anni, non si trova in natura, ma deve essere prodotto in loco. Inoltre la necessità di efficienza nella produzione di energia costringono ad usare refrigeranti diversi dall’acqua, richiedendo tecnologie più avanzate e, quindi, più costose. La reazione di fusione in DEMO sarà ottenuta per confinamento magnetico in una macchina tipo Tokamak. Dato che nello studio di DEMO sono previsti quattro modelli diversi, sono date le caratteristiche minima e massima previste per i vari modelli. Potenza elettrica della centrale: 1,33-1,55 GW

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Potenza generata dalle reazioni di fusione: 2,53-5,00 GW Raggio interno del plasma: 4,1-6,6 m Raggio esterno del plasma: 8,2-13,1 m Scopo di DEMO è di dimostrare la possibilità di produrre energia elettrica dalla reazione di fusione nucleare, mentre dimostrare l’economicità di questa forma di produzione di energia è lasciato a successive filiere di reattori. La strada per arrivare alla produzione di energia da fusione prevede di portare avanti in parallelo: • studi sulla fisica di base del plasma, settore dove IGNITOR potrebbe portare un importante contributo • la costruzione di una macchina intermedia qual è ITER • studi sulle tecnologie di base necessarie alla costruzione di un reattore commerciale Il passo successivo, da costruire basandosi sui risultati ottenuti, sará la costruzione di un impianto dimostrativo, la macchina DEMO, in grado di produrre effettivamente energia elettrica. Tutto questo porta ad una previsione di un reattore commerciale a fusione non prima del 2050.


LE SCORIE late di gas carbonici (CO, CO2) nell’atmosfera”. Ugualmente interessante è il paragone tra il volume dei rifiuti nucleari e quello degli altri rifiuti industriali tossici. Nel 1998, nell’Unione Europea, il volume delle scorie nucleari ad alta radioattività (HAVL) era di 150 m3 (cioè un cubo di 5,3 m di lato) e il volume comprendente anche le scorie nucleari a bassa attività era di 80.000 m3 (cioè un cubo di meno di 45 m di lato); il volume dei rifiuti industriali tossici era invece di dieci milioni di metri cubi (cioè un cubo di 215 m di lato) e quello di tutti i rifiuti industriali era pari a un miliardo di metri cubi (cioè un cubo di 1 km di lato).

TIRIAMO LE SOMME... Come si vede, le ragioni del pro e del contro sono tutte vere e tutte importanti; si tratta di dare loro il peso dovuto. E qui le opinioni divergono in maniera sostanziale. Chiaramente, il progresso è sempre stato una lotta e una forzatura continua dell’uomo contro la natura, per ottenerne vantaggi: superare le valli con i ponti, colmare le lunghe distanze con il volo, entrare nelle profondità dei mari, riscaldarsi quando c’è freddo e viceversa; ogni volta la natura soffre, ma sopporta. Fino al punto in cui si ribella: maremoti, uragani, cambiamenti climatici, ecc. Fino a quando? Io non voglio entrare nel merito e lascerò a voi le conclu• sioni personali.

Si deve fare un’osservazione, generalmente passata sotto silenzio: più è lungo il tempo di decadimento e meno pericoloso è il rifiuto! Per esempio lo iodio 129, che ha una vita di quindici milioni di anni, è 1,5 miliardi di volte meno pericoloso dello iodio 131, responsabile del cancro alla tiroide nel disastro di Chernobyl, la cui attività si riduce nel corso di qualche settimana (dimezzamento pari a 8 giorni). Pochissimi conoscono questa profonda differenza tra i due isotopi dello iodio! Per tutto il tempo in cui restano confinati sotto terra, in un sito appropriato (opportunamente scelto con criteri e conoscenze geologiche), i rifiuti nucleari non presentano pericoli per il pubblico. La produzione di rifiuti è qualcosa di peculiare di ogni attività umana. Voler sopprimere la loro produzione comporta dunque l’interdizione delle attività umane in generale; questo significa, in altri termini più crudi, interdire l’esistenza stessa dell’uomo. La soluzione che consistesse nella soppressione della produzione di rifiuti radioattivi, chiudendo definitivamente ogni installazione atomica, ci forzerebbe a ricorrere a processi di produzione energetica più primitivi, incapaci di sostenere i bisogni energetici di una popolazione umana di circa 6,5 miliardi di individui; inoltre questo ritorno a processi primitivi (eolico, solare, fermentazione delle biomasse, combustione di carbone e gas), paradossalmente non porterebbe affatto all’eliminazione delle scorie, anzi ad un loro aumento. Ben prima che si preoccupassero gli ecologisti, l’industria nucleare applicò autonomamente il principio di precauzione, in quanto pioniera in materia di igiene, di sicurezza e di tutela dell’ambiente. La gestione delle scorie che essa ha istituito, anche se può subire delle migliorie, è per molti versi esemplare. Essa serve quale esempio a molti altri settori industriali meno avanzati.

I DIFFERENTI TIPI DI RIFIUTI NUCLEARI. Tipo A - Rifiuti a bassa o media radioattività e a vita corta. Questi rappresentano il 90% della totalità dei rifiuti radioattivi. Nella maggioranza dei casi contengono radionuclidi che emettono raggi beta e gamma, poiché si tratta di filtri, gant e altro materiale costruttivo proveniente dalle centrali, dai laboratori di ricerca o dagli ospedali. Devono essere compattati e contenuti in fusti di metallo o di cemento, poi depositati in caverne. Il periodo della loro radioattività è inferiore ai 300 anni. Tipo B - Rifiuti a media radioattività e a vita lunga. La loro media attività può durare, in alcuni casi, alcune decine di migliaia di anni. Questi rifiuti rappresentano poco più del 9% della totalità dei rifiuti radioattivi. Si tratta di resine di depurazione, filtri o gusci metallici che hanno contenuto l’uranio. Devono essere trattati al fine di abbassarne il volume, contenuti in fusti di metallo o di cemento, e quindi interrati in profondità. Tipo C - Rifiuti a forte radioattività e a vita lunga. Questi rifiuti sono anche chiamati “scorie vetrificate” perché sono colati dentro adeguate matrici di vetro. Pur essendo estremamente attivi, rappresentano circa lo 0,5% della totalità dei rifiuti radioattivi. Si tratta, principalmente, di residui di combustione dell’uranio (o dei suoi prodotti di fissione) generati dalle reazioni che hanno luogo nel nocciolo del reattore, e che sono destinati a produrre altro combustibile, dopo essere state ritrattati. Al momento, questi prodotti sono conservati in forma liquida per cinque anni in opportune celle di acciaio inossidabile, mentre perdono parte del loro calore e della loro radioattività.


scienza

I parenti “grossi” del silicio: i siliconi Dopo avere visto nei due precedenti articoli le proprietà dei composti inorganici del silicio, è ora il momento di conoscere ciò che questo atomo sa fare quando forma i siliconi

Le protesi al seno _____________________ • Con soluzione salina: hanno un involucro di silicone riempito con una soluzione salina sterile. • Con gel di silicone: hanno un involucro di silicone riempito con un gel di silicone a cui corrispondono diversi gradi di coesività. Queste protesi sono utilizzate nel 90% circa degli interventi. • Protesi a laccio: questo tipo di protesi è meno comune. Utilizza il polipropilene come materiale costitutivo della protesi. • Protesi a base di tessuto: un nuovo tipo di protesi in fase di sviluppo. Vengono prelevate cellule dallo stesso paziente e poi vengono combinate con un materiale di impalcatura, così da produrre una protesi a base di tessuto.

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i

di Roberta Binotto Chimicamente i siliconi (detti anche silossani, da silicio-ossigeno) sono lunghe catene dove un atomo di silicio si alterna ad uno di ossigeno in questo modo:

SiO

SiO

Si

Ad ogni atomo di silicio sono anche legati due gruppi genericamente indicati con R e che possono essere il gruppo metile -CH3 o altri gruppi funzionali organici. L’elevata forza del legame silicio-ossigeno (Si-O), rispetto ai comuni legami carbonio-carbonio (C-C) o carbonio-ossigeno (CO), determina la grande stabilità chimica e termica di questi composti; l’elevata lunghezza di legame determina invece una bassissima resistenza alla rotazione e quindi un’enorme flessibilità delle molecole. Il gruppo organico conferisce flessibilità al prodotto, mentre la catena (O-Si-OSi) conferisce stabilità termica e la non infiammabilità caratteristica dei minerali. A seconda della lunghezza della catena silossanica Si-O, della sua ramificazione e dei gruppi funzionali R, si possono ottenere numerosi materiali con le più svariate caratteristiche ed utilizzazioni. I siliconi sono perciò polimeri inorganici che hanno notevole stabilità sia alle basse che alle alte temperature, una grandissima idrorepellenza e sono usati in un gran numero di applicazioni industriali; ma trovano impiego anche in settori sofisticati come quello delle protesi umane e in settori più “comuni” come quello degli attrezzi da cucina. Il polimero siliconico più comune è il polidimetilsilossano (PDMS) nel quale i gruppi R sono dei metili CH3. In commercio si trovano siliconi della più varia consistenza (dall’oleoso al gommoso) che trovano diverse applicazioni.

resistenti all’invecchiamento e alle alte temperature. Si ottengono trattando il polimero con opportuni catalizzatori in modo tale da portarlo alla vulcanizzazione. Questa si può fare sia ad alta che a bassa temperatura per ottenere oggetti di forma definita, con tutte le caratteristiche di una gomma. Si dicono HTV (High Temperature Vulcanizing) se vulcanizzano ad alta temperatura, ed RTV (Room Temperature Vulcanizing) se vulcanizzano a temperatura ambiente. Ci sono poi le gomme siliconiche dette liquide LSR (Liquid Silicone Rubber) che sono particolarmente adatte, per la loro bassa viscosità, ad essere iniettate in uno stampo e sono in genere costituite da due componenti da miscelare al momento della tra-

SiO

SiO

che delle silici con funzione di rinforzo meccanico.

UTILIZZI DEI SILICONI Il verbo “siliconare” è diventato di uso così comune che, in pratica, ha sostituito il verbo “sigillare”. E si dice “siliconata” di una donna che ha dato un aiutino al suo fisico. Questo per indicare la diffusione e la versatilità di questi materiali che sono utilizzati nei più disparati settori. Ecco infatti alcuni impieghi molto conosciuti dei siliconi. ADESIVI E SIGILLANTI Data la loro resistenza alle diverse temperature, che possono andare dai Polimerizzazione per addizione di un generico polimero siliconico

SiO

X

CH2

Pt

SiO CH2

H

CH2

Si

Si

sformazione. Il tempo di vulcanizzazione di questi prodotti varia in funzione del tipo di catalizzatore o di agente di vulcanizzazione e della temperatura di processo. La vulcanizzazione che utilizza platino come catalizzatore avviene molto velocemente, a temperatura ambiente e con rese vicine al 100%, pertanto questi materiali sono molto interessanti e risultano del tutto atossici; infatti il silicone liquido platinico viene comunemente utilizzato in campo medico, proprio perché non contiene componenti tossici. Spesso, poi, vengono addizionate an-

X

400°C ai -50°C, i nastri adesivi siliconici possono essere utilizzati in tutte le applicazioni ad alta e bassa temperatura garantendo la perfetta tenuta. La gamma di adesivi siliconici è vastissima. Dal silicone puro a quello modificato o alle formulazioni speciali necessarie nell’industria aerospaziale, nella verniciatura a polvere,nello sviluppo fotografico, nella fabbricazione o lavorazione della carta, in elettronica, nella produzione delle etichette, in galvanica, nella fabbricazione della finta pelle ecc. In edilizia il silicone è indicato per

LE GOMME SILICONICHE La caratteristica generale delle gomme siliconiche è quella di essere notevolmente resistenti alla temperatura, agli attacchi chimici e all’ossidazione. Sono, inoltre, ottimi isolanti elettrici, antiaderenti; sono elastiche, marzo/aprile -

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I NUOVI TAPPI DELLE BOTTIGLIE DI VINO NON SONO DI SILICONE! il riempimento degli spazi o fessure tra lavandini e muro, box doccia e piastrelle, oppure tra vetro e telai di finestre. Il silicone è generalmente venduto in confezioni “a pistola” per permettere di passare il prodotto con precisione sulla superficie. LUBRIFICANTI E ANTISCHIUMA Sono sostanze che servono a lubrificare dei semilavorati di gomma e materie plastiche, cavi in gomma e plastica. Sono protettivi antiumidità per contatti elettrici, distaccanti per lo stampaggio della gomma. Gli spray di silicone consentono di svitare bulloni arrugginiti. E, a livello domestico, sono utili per le più svariate occasioni d’impiego: cerniere di porte ed infissi, guide per persiane e cassetti, rotaie per tendaggi, macchine da cucire, elettrodomestici, lucidanti di mobili, superfici metalliche, plastificate. Proteggono le guarnizioni di gomma e plastica di frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie prolungandone la durata e mantenendole sempre mobili. La loro atossicità li rende perfetti anche per eventuali contatti con il cibo. Gli antischiuma siliconici sono impiegati per abbattere la schiuma durante i diversi processi di depurazione delle acque di scarico, o per eliminare la schiuma eccessiva nei detergenti liquidi ed in polvere. E perfino nella cosmetica, nella fabbricazione di make-up, creme, protettivi solari,

Da tantissimo tempo è in uso tappare le bottiglie di vino con il sughero, e questa tecnica ha consentito di conservare in maniera eccellente la preziosa bevanda. Da alcuni anni, però, la produzione di tappi di sughero risulta sempre meno in grado di soddisfare la domanda mondiale, soprattutto nei paesi che producono vino ma non querce da sughero come la Nuova Zelanda o la California. Perciò un numero sempre maggiore di bottiglie di vino, anche di pregio, viene tappato con turaccioli di un materiale plastico sintetico, che spesso viene chiamato silicone, ma che non lo è… In realtà i materiali utilizzati sono dei polimeri termoplastici espansi a caldo che cercano di riproporre la struttura cellulare del sughero. Spesso si tratta di miscele complesse protette da brevetto e solo in pochissimi casi si tratta di materiali puri. I siliconi sono uti-

shampoo, antitraspiranti, prodotti per il bagno e per i capelli. PROTESI Parlando di protesi siliconiche, la prima cosa che viene in mente è un bel seno prosperoso, di quelli che si vedono spesso in televisione. Effettivamente la mastoplastica additiva, cioè l’aumento delle dimensioni del seno, è una pratica che incontra un cer-

lizzati come lubrificanti superficiali per scongiurare una adesione elevata al vetro e facilitare l’estrazione del tappo dal collo della bottiglia (la stessa cosa viene fatta anche con i tappi di sughero). Pertanto il tappo non è di silicone, ma è lubrificato con materiali siliconici. Se è certo che questo materiale va bene per i vini dalla vita normale di 2- 4 anni, c’è molta incertezza sulla sua validità soprattutto per i prodotti destinati a lungo invecchiamento. Ma, anche se qualche purista storce il naso, almeno una cosa è assicurata: il vino non saprà mai “di tappo”!

to successo fra donne che non sono soddisfatte del loro aspetto naturale. Ma in realtà il maggiore impiego di protesi siliconiche è nella ricostruzione chirurgica del seno asportato a seguito di tumore della mammella. E molte donne salvate dal cancro possono di nuovo guardare con una certa serenità la propria silhouette allo specchio grazie a questi materiali che sono assolutamente non tossici e compatibili con i tessuti. Naturalmente il silicone impiegato è di qualità chirurgica e la sua produzione è garantita ai massimi livelli per non creare inconvenienti nel tempo e, se per qualche anno le protesi di silicone sono state guardate con sospetto negli USA, dal 2003 sono state ampiamente riabilitate: oggi, con le protesi di silicone di terza generazione, i dubbi sono definitivamente caduti. Allo stato attuale le protesi al silicone risultano insostituibili, le più inerti e sicure. Ma non bisogna pensare che le protesi di silicone siano solo quelle del seno: migliaia di persone che hanno qualche deformazione od amputazione agli arti superiori, a quelli inferiori, al naso o alle orecchie possono contare sulla possibilità di avere protesi così sofisticate da rendere piuttosto difficile (in qualche caso quasi impossibile) vedere la differenza fra l’arto naturale e quello artificiale. Fateci caso: quante sono, fra la gente che vi circonda, le persone senza una mano, un braccio o un orecchio? In Italia ci sono varie aziende o officine che sono estremamente qualificate

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scienza in questa attività e che producono protesi “invisibili”. Anche se non è una protesi (ma poco ci manca) anche il ciuccio per i neonati può essere fatto di gomma siliconica, oltre che in caucciù. E’ stato sottoposto a severi test di tossicità e li ha superati brillantemente. Il ciuccio in silicone ha diversi vantaggi: dura di più perché sopporta benissimo le sterilizzazioni, non assorbe acqua, odori e non si riempie di pelucchi per la gioia delle mamme.

SILICONI E COSMETICA Cosa ha a che fare un materiale utilizzato per sigillare i bagni e le docce con i cosmetici? In realtà è un “parente lontano” che condivide, però, alcune delle caratteristiche generali della famiglia, le stesse caratteristiche che, sotto forma di ingrediente cosmetico, garantiscono particolari effetti anche nei prodotti di bellezza. La cosmesi moderna è alla continua ricerca d’ingredienti che generino “sensazioni” nuove nei consumatori, ed è quindi molto attenta a tutto ciò che può modificare l’aspetto sensoriale dei prodotti di bellezza. I siliconi costituiscono indubbiamente una categoria di materie prime dal tatto particolare. La loro prima apparizione nel mondo della cosmesi avvenne intorno alla fine degli anni ‘60: inizialmente furono introdotti nelle formula cosmetiche come additivi da usare in piccole dosi per rendere maggiormente idrorepellenti creme protettive o prodotti solari. Successivamente vennero aggiunti nei prodotti per capelli, quali districanti e lucidanti, o come additivi per migliorare la stendibilità e la sericità delle creme, o semplicemente per togliere il cosiddetto “effetto bianco” al momento dell’applicazione delle emulsioni. I siliconi, infatti, agendo sulla tensione superficiale, impediscono la formazione della microschiuma che si crea quando si stendono le creme su ampie zone della pelle ricche di peli o poco lisce (un effetto sgradevole che dà la sensazione di cattivo assorbimento del prodotto). Ma è solo di recente, comunque, che l’utilizzo di tali sostanze ha cominciato a diffondersi. Oggi ci sono in commercio emulsioni totalmente siliconiche e si è assistito a un boom dei siliconi volatili, particolari derivati a catena molto breve o ciclica, utilizzati come ingredienti base del trucco che non macchia. L’enorme flessibilità delle molecole ha due importanti conseguenze: la prima è quella di permettere la libera rotazione delle catene laterali, e

questo genera la particolare sensazione vellutata al tatto tipica di queste sostanze; la seconda è quella di facilitare la diffusione di piccole molecole gassose come O2 e H2O all’interno della struttura polimerica: questo implica, nelle formulazioni cosmetiche, la formazione di film sulla superficie della pelle che permettono la traspirazione. I polidimetilsilossani: costituiscono la maggior parte dei siliconi utilizzati nel mondo della cosmetica. Sono emollienti, filmogeni, danno un tocco leggero e asciutto ai prodotti che li contengono. Essendo antischiuma, aggiunti in piccole dosi alle creme, impediscono l’ “effetto bianco” al momento dell’applicazione. Nei fenilsiliconi i metili sono sostituiti con gruppi fenilici che ne modificano l’indice di rifrazione e si ottiene lucentezza e trasparenza nei prodotti da trucco. Migliorano la compatibilità con le sostanze organiche.

Gli alchilmetilsilossani come ingredienti nei prodotti per capelli, forniscono corpo senza appesantire: sono cerosi e sono spesso utilizzati anche come emulsionanti. In pochi anni da cinque aziende mondiali produttrici di siliconi per i cosmetici si è passati a ben 23. Un recente censimento, secondo la nomenclatura europea dei cosmetici INCI, registrava 125 voci diverse. Secondo alcuni sarebbero troppi rispetto ai possibili utilizzi cosmetici, ma è proprio il crescente successo a determinarne un ulteriore sviluppo esponenziale: negli Stati Uniti ben il 30% dei prodotti cosmetici sul mercato contiene siliconi. Se si diffonde il loro uso, viene a diminuire uno dei fattori che per anni ne hanno condizionato l’utilizzo: il prezzo, da sempre piuttosto elevato. (Notizie tratte da “Cosmetologia Guida visuale di Mauro Prevedello” • edito da Tecniche nuove)

I SILICONI IN CUCINA Da pochi anni sono disponibili a prezzi via via più abbordabili dei curiosi contenitori di gomma siliconica da utilizzare in cucina per fare dolci o arrosti da cuocere in forno. Flessibili, resistenti e colorati... Gli stampi in silicone, che sono già in uso da tempo presso maestri e chef nel settore della pasticceria e della gastronomia, adesso arrivano nelle cucine di tutti. Gli stampi sono realizzati in silicone liquido al 100% alimentare conforme alle leggi internazionali che regolano l’utilizzo di materiali destinati al contatto alimentare (attenzione alla serietà del produttore): questo consente una totale idoneità all’uso alimentare garantendo un prodotto atossico, inodore ed insapore. E’ consigliabile evitare di comprare stampi di origine ignota in favore di quelli prodotti da aziende italiane, che possono dare una giusta garanzia sull’origine del materiale utilizzato, anche se questo comporta una spesa d’acquisto maggiore. Gli stampi in silicone risultano molto pratici perché non occorre imburrarli prima dell’utilizzo, dato che la facilità di estrazione dei prodotti è garantita dall’antiaderenza e dalla flessibilità naturale tipica del silicone. Questi contenitori sono inoltre facilmente lavabili, anche in lavastoviglie. Un ulteriore vantaggio offerto da questo materiale è la resi-

stenza alle temperature, sia alte che basse: il silicone tollera infatti temperature che vanno dai -40 °C fino ai +280 °C, il che consente di realizzare la maggior parte delle operazioni di surgelazione e di cottura abituali, con il vantaggio di non dover cambiare contenitore e di sprecare meno acqua e detersivo per i lavaggi. Gli stampi in silicone offrono quindi la possibilità di eseguire tutte le preparazioni di prodotti dolci e salati, sostituendo totalmente l’utilizzo di teglie e stampi in metallo: possono essere infatti utilizzati in forni ventilati, in forni a temperatura statica, in microonde. Generalmente sono realizzati in silicone solido platinico o perossidico. Le uniche precauzioni nell’utilizzo sono: non utilizzare all’interno degli stampi in silicone oggetti taglienti o appuntiti; non porre mai gli stampi a contatto con fiamme libere o fonti dirette di calore e non utilizzarli con la funzione crisp nel forno a microonde. Da ultimo vogliamo parlare di quella specie di dischi volanti colorati che sono i coperchi per pentola fatti in silicone: aderendo perfettamente al bordo della pentola la fanno diventare quasi una pentola a pressione e consentono una minore dispersione del calore facendo bollire l’acqua più velocemente con conseguente risparmio energetico.

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normative

Sono arrivati gli ecoincentivi Il Governo intende rivitalizzare l’economia italiana rilanciando i consumi, con un occhio di riguardo a quelli connessi alla salvaguardia ambientale, come autoveicoli ed elettrodomestici verdi. di Alessandra Agosti Si chiama “Decreto Legge del 10/02/2009 n. 5. Misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”. Per gli amici, “Decreto anti-crisi”. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’11 febbraio scorso e da quel giorno, quindi, entrato in vigore, il decreto si è proposto come la risposta del Governo al difficile momento economico: il fine è quello di dare una scossa all’economia italiana, il mezzo è quello di incentivare i consumi, privilegiando però quelli in qualche misura connessi con la salvaguardia ambientale. Diviso in nove articoli, il pacchetto copre varie materie: le più interessanti per i consumatori sono sicuramente quelle in materia di veicoli (con o senza rottamazione) e quelle che riguardano l’acquisto di elettrodomestici e mobili, purché inserito nel quadro di ristrutturazioni edilizie; per le aziende, vale la pena ricordare gli articoli 3 e 4, dedicati rispettivamente a distretti industriali e aggregazioni di imprese.

I VEICOLI A MOTORE Cominciamo dai veicoli allora, dei quali si parla specificamente nell’articolo 1 del decreto. Le misure stabilite vanno ad aggiungersi, si legge nel testo, a

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quanto già previsto dalla legge 27 dicembre del 2006 e dal decreto legge n. 248 del 31 dicembre 2007 (convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2008). A questa base di partenza si vanno dunque aggiungendo, ora, alcuni incentivi ad hoc, i primi dei quali riguardano la rottamazione di vetture euro 0, euro 1 ed euro 2, immatricolate fino al 31 dicembre 1999, da sostituire con altre di categoria euro 4 o 5 “che emettono non oltre 140 gram-

mi di CO2 per chilometro oppure non oltre 130 grammi di CO2 per chilometro se alimentate a gasolio”: per questo tipo di acquisto è concesso un contributo di 1.500 euro; tale contributo passa a 2.500 euro quando ad essere sostituiti, previa rottamazione, siano veicoli commerciali leggeri (fino ai 3.500 chilogrammi). Altri 1.500 euro possono poi essere concessi come bonus aggiuntivo quando si procede all’acquisto, sen-


za rottamazione, di auto nuove ecologiche (a metano, elettriche e a idrogeno), le cui emissioni di CO2 non superino i 120 grammi per chilometro. Fino a 4mila euro di incentivi possono invece ottenere quanti acquistano veicoli commerciali leggeri nuovi e a metano. Un aiuto arriva anche per chi viaggia su due ruote: sempre nell’articolo 1, infatti, è previsto un incentivo di 500 euro per chi rottama motocicli o ciclomotori euro 0 o 1 acquistando un euro 3 fino a 400 cc. Così pure per autocarri leggeri e caravan: 2.500 euro di incentivo per rottamare il vecchio euro 0, 1 o 2 e acquistare un euro 4 o 5. Tutte le agevolazioni di cui si è detto valgono per mezzi acquistati con contratto stipulato dal 7 febbraio 2009 al 31 dicembre 2009, purché immatricolati non oltre il 31 marzo 2010. Per quanto riguarda infine la trasformazione dell’alimentazione a benzina in altra a basso impatto ecologico, il decreto prevede un contributo statale di 500 euro per chi passa al Gpl e di 650 per chi sceglie il metano.

MOBILI ED ELETTRODOMESTICI Passiamo a mobili ed elettrodomestici (articolo 2). Come i veicoli a motore, lo sappiamo bene, anche gli elettrodomestici risentono del passare del tempo e dell’usura. Inoltre, il progresso tecnologico in questo campo consente una sempre migliore efficienza energetica degli apparecchi. Il governo ha allora pensato di allargare i già esistenti incentivi alla ristrutturazione

anche a questi ambiti, inserendovi l’acquisto di lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, cucine, ma anche tv e computer. Ma attenzione: l’acquisto deve essere legato a interventi di recupero del patrimonio edilizio e non si tratta comunque di uno sconto sul prezzo di vendita, ma di una detrazione Irpef del 20% da ripartire in cinque anni e per un massimo di 10mila euro di spesa da effettuare entro il 31 dicembre di quest’anno. La detrazione è cumulabile con quella già prevista nella Finanziaria 2008.

I DISTRETTI INDUSTRIALI Giusto un accenno, ora, alle disposizioni previste per distretti produttivi e reti di imprese (articolo 3). In sostanza, il decreto prevede che nei distretti industriali, ossia in zone nelle quali sono concentrate più aziende attive nello stesso settore e indotto ad esso collega-

to (per esempio: il distretto della concia nella Valle dell’Agno, quello del mobile nel Bassanese o quello della ceramica tra Nove, Bassano e Marostica) e riconosciute come tali da un’apposita normativa, venga introdotta una fiscalità particolare, valida per le imprese lì operanti e tale da consentire alle stesse di scegliere una “tassazione di distretto” in materia di Ires. “La determinazione del reddito unitario imponibile - si legge nel comma 5 dell’articolo 3 - contributi e altre somme dovute agli enti locali, viene operata su base concordataria per almeno un triennio”, sulla base di disposizioni ben precise e illustrate nel prosieguo del testo. Particolari condizioni sono poi considerate, all’articolo 4, per le “aggregazioni di imprese”, risultato cioè di “operazioni di aggregazione aziendale, realizzate attraverso fusioni o scissioni effettuate nell’an• no 2009”.


attualità

Addio, caro vecchio sacchetto di plastica di Elena Tagliapietra Qualche provvedimento per affrontare l’inevitabile calo del petrolio è stato preso anche da noi italiani, seguendo il buon esempio di Australia, Taiwan, Bangladesh e la città di San Francisco: vietare cioè l’uso dei sacchetti in plastica a partire dal 1° gennaio 2010. Fra meno di un anno i sacchetti per la spesa in polietilene lasceranno il posto ai sacchetti prodotti da polimeri di origine vegetale, completamente biodegradabili; così facendo commercianti e consumatori

concorreranno a salvaguardare l’ambiente. La disposizione è contenuta nei documenti della finanziaria del 2007, in cui troviamo non un vero e proprio obbligo di lasciare i vecchi sacchetti per i nuovi, quanto piuttosto una decisa raccomandazione in questo senso; non sono infatti previste sanzioni per gli inadempimenti; ovvero, un magistrato potrà applicare quelle sanzioni generiche, stabilite per chi vende beni vietati dalla legge. La norma, dicevamo, apporterà grandi vantaggi in termini ambientali, tra

GLI SPRECHI ITALIANI

In Italia si producono circa 200mila tonnellate di sacchetti di plastica all'anno, impiegando 430mila tonnellate di petrolio, pari grosso modo al consumo di 160mila automobili che percorrono 30mila km all'anno! Di esse, circa metà vengono riciclate per la produzione di nuove buste; le restanti 100mila tonnellate finiscono nelle discariche o direttamente nell’ambiente (un sacchetto robusto di plastica impiega anche 200 anni per decomporsi). Nel 2002 in Italia sono state raccolte dai volontari di Legambiente 1.552.500 di buste di plastica, che equivale ad una densità di 0,25 buste ogni metro quadro. Quanto spreco di risorse non rinnovabi-

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li per produrre un oggetto dalla vita brevissima, che in genere dura solo il tempo del tragitto dal supermercato a casa! Eppure per 25 anni le cose sono andate in questo modo: è sicuramente giunto il momento per invertire la rotta. L’appello che ci sentiamo di fare a tutti noi è quello di recarci già da ora nei supermercati e nei negozi con buste di stoffa, che dimostrano avere molte più qualità rispetto ai tradizionali sacchetti di plastica: in primo luogo sono esteticamente più piacevoli alla vista; sono più resistenti perché costituite di materiali più robusti; sono utilizzabili più e più volte; infine, come già abbiamo messo in rilievo, sono eco-compatibili.

cui l’avvicinamento al raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto e la riduzione di emissioni di anidride carbonica in atmosfera, dovute alla produzione degli shoppers. Un solo dato basti per capire quanto tutti noi, usando sacchetti in bioplastica, potremmo contribuire a disinquinare il pianeta: un milione di uccelli e migliaia di animali marini (specialmente tartarughe, delfini e balene) muoiono ogni anno soffocati dopo aver ingerito i sacchetti, perché scambiati per meduse, uno dei loro cibi prediletti. L’Italia cambia, ma con essa ed anche prima di essa, si sono mobilitati altri Paesi, dimostrando una certa sensibilità ecologica: è il caso, ad esempio, della Cina, paese che condivide con gli USA il triste primato delle emissioni inquinanti; qui, già dal 1° giugno 2008, è precluso l’impiego di buste di spessore molto sottile, poiché difficilmente riciclabili; è il caso anche di Giappone, Belgio e Irlanda, dove sono applicate ingenti imposte per chi fa ancora uso di sacchetti in plastica. Più complicata è la situazione in Francia, dove il divieto, che è già stato messo in atto dal 2007, sembra non coerente con le norme europee; ad esso, perciò, dovranno essere presto apportate modifiche. Il cambiamento sta procurando reazioni di vario tipo: c’è chi, i produttori dei “vecchi” sacchetti, cerca di difenderne l’uso, boicottando l’innovazione; c’è chi, molte altre aziende, invece, investe nello studio e nella produzione di materie plastiche vegetali a bas-


È del governo italiano la decisione di sospendere a partire dal 2010 l’uso del “bag” per la spesa in polietilene. Una scelta che era già stata fatta in altre parti del mondo

so impatto ambientale (come il Mater-bi, materiale derivante dall’amido di mais). Le prospettive sono rosee, soprattutto in Italia, dove i chimici hanno sempre ottenuto ottimi risultati dalle loro ricerche (nel 1954 il chimico italiano Giulio Natta inventò il polipropilene, una plastica molto funzionale che gli valse il Nobel nel 1963) e dove le aziende hanno un buon livello di esperienza alle spalle e vantaggi in termini di conoscenze e di tecnologie. •

A Londra, nei giorni scorsi, sono andate a ruba le prime 8mila borse di robusta tela con manici di corda e piacevolmente decorati con il logo-proclama: “I’m not a plastic bag”, ovvero “Io non sono una busta di plastica”. Il costo di uno di questi oggetti è di 5 sterline. Le ha create l'organizzazione “We are what we do” (“Siamo ciò che facciamo”) nell'ambito della campagna contro i sacchetti della spesa di plastica: in Gran Breta-

gna se ne usano 10 miliardi in un anno. Accanto a questo dato allarmante, ne aggiungiamo uno un po’ più rassicurante: nel 2008 negozi e supermercati del Regno Unito hanno distribuito 3,5 miliardi di buste di plastica in meno.


impianti

Caldaie: la manutenzione non è un obbligo, ma un investimento di Matteo Sostizzo Come ormai noto gli impianti termici costituiscono un fattore primario di inquinamento dell’aria. In Italia i settori civile, industriale e dei trasporti impiegano complessivamente oltre 120 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) ripartite in quote di circa un terzo per ciascun settore, causando l’emissione di circa 448 milioni

di tonnellate di CO2 ogni anno. Ciò significa circa 7,6 tonnellate di CO2 per ciascun abitante. Di questo “terzo” legato al settore civile, la maggior parte è da imputare agli impianti di riscaldamento. Ecco perché ancora una volta si ribadisce l’importanza di una corretta manutenzione delle nostre caldaie. Quando le accendiamo esse devono essere nelle migliori condizioni per poter garanti-

Negli ultimi anni la sensibilità del cittadino, affiancata da una sempre maggiore professionalità dei manutentori, ha portato ad miglioramento del rendimento medio degli impianti termici, come si può notare anche dallo schema che qui a fianco vi riportiamo collegato negli anni ad eventi di rilievo per il settore.

Rendimento medio dei generatori a gas naturale presenti a catasto in base all’anno di installazione Eventi di rilievo per il settore

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re il massimo risultato sia in termini di combustione e quindi di risparmio energetico che di emissioni in atmosfera. Una corretta e costante manutenzione dell’impianto, infatti, permette la riduzione di quantità di combustibile impiegato a parità di calore prodotto, e dal risparmio energetico consegue un sicuro risparmio economico. Inoltre con una corretta combustione

1993 - DPR 412 conduzione e manutenzione impianti termici

1991 - Legge 10 efficienza energetica


Il corretto e costante controllo degli impianti termici migliora le prestazioni (riducendo i consumi e aumentando il risparmio) e garantisce più sicurezza e minori emissioni nocive si limitano le emissioni dannose, a tutto vantaggio dell’ambiente nel quale viviamo e della nostra sicurezza (non ci stancheremo mai di ripetere che una caldaia ben pulita e funzionante evita i rischi di intossicazione o di conseguenze ben più gravi quali l’incendio o l’esplosione).

GLI IMPIANTI TERMICI IN PROVINCIA DI VICENZA Si stima che in Provincia di Vicenza esistano poco più di 280.000 impianti termici. Vi.energia attua da alcuni anni con cura e professionalità, per conto della Provincia di Vicenza, il controllo degli impianti termici su tutto il territorio vicentino. Particolare attenzione è sempre stata riservata all’informazione dei cittadini e di quanti operano nel settore affinché grazie ad una più sensibile e corretta cultura del risparmio energetico, l’utente possa vedere la periodica manutenzione degli impianti termici non come il fastidioso adempimento di una norma ma una consapevole e responsabile azione di rispetto dell’ambiente.

L’ATTIVITÀ DI VI.ENERGIA HA PORTATO A DEI RISULTATI SICURAMENTE APPREZZABILI Il flusso annuale di soli allegati G (l’autocertificazione di avvenuta manu-

tenzione e prova fumi della caldaia) pervenuti a Vi.energia è di circa 50.000, con riferimento ai dati dell’anno 2007. Per la maggior parte dei casi di impianti con potenza installata inferiore ai 35 kW (quelli cioè presenti nelle nostre abitazioni), l’invio del rapporto tecnico (allegato G) avviene ogni due anni, pertanto sono almeno 100.000 gli impianti in funzione regolarmente condotti, con l’intervento documentato di un tecnico, che ne ottimizza il funzionamento. Il catasto informatico degli impianti termici, predisposto e aggiornato da Vi.energia, consente di verificare il rendimento di combustione degli im-

RISPARMI ANNUI di CO2 (riferimento anno 2007)

ton di CO2 impianti con potenza inferiore a 35 kW

14.700

impianti con potenza superiore a 35 kW (centrali termiche)

4.800

TOTALE

2002 - accordo volontario con le Categorie. Istituzione del Registro dei Manutentori Convenzionati

19.500

pianti sottoposti all’intervento del tecnico e di confrontarlo con i requisiti di legge previsti per quell’installazione. Da ciò risulta che nel solo 2007, grazie alla maggior efficienza rispetto ai requisiti minimi di legge, sono stati risparmiati circa 7.350.000 m3 di gas, evitando l’emissione di 14.700 tonnellate di CO2. Analoghe considerazioni portano a quantificare in ulteriori 4.800 le tonnellate di CO2 evitate imputabili alle centrali termiche, relativamente a impianti con potenza superiore o uguale ai 35 kW. Complessivamente nel solo 2007 si è evitata l’emissione annua di circa • 19.500 tonnellate di CO2.

Vi.energia lavora a fianco dei cittadini perché le nostre caldaie siano sempre più sicure e rispettose dell’ambiente nel quale viviamo. Finanziaria 2007 detrazione 55% per spese di riqualificazione energetica degli edifici 2006 - Piena attività tà del Bollino Verde

2001 - L. R. 11 attribuzione competenze a Province e Comuni

1999 - DPR 551 introduzione del “modello H”

2002 - inizia l’attività di controllo da parte della Provincia

2005 - D. lgs. 192 novità su conduzione, manutenzione ed ispezione impianti termici

2006 - D. lgs. 311 modifiche al D.lgs 192/05

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IL CAMMINO DELLA SCIENZA. SUCCESSI, RISCHI, PROSPETTIVE autore: Federico Di Trocchio - editore: Mondadori Università collana: Azimut - pagine: 336 - prezzo: 22,50 euro

Libro sicuramente impegnativo, non solo per i contenuti, anche se descritti con l’obiettivo divulgativo, visto l’intento principale di rivolgersi al mondo dei giovani, ma anche per il prezzo; comunque un libro di rilevante curiosità, di stimolante interesse, che tocca un tema assai caro al nostro sapere: il cammino della scienza, con i suoi successi, i suoi rischi, le sue prospettive. A partire dalla rivoluzione copernicana la scienza è diventata parte integrante dello sviluppo e della supremazia dell’Occidente, consentendo un controllo sulla natura che la tecnologia va sempre più estendendo. Ma la solida immagine della realtà che ci avevano offerto Galilei e Newton ha lasciato il posto a quark, stringhe e buchi neri, oggetti virtuali altamente teorici e problematici per gli stessi scienziati; mentre l’inserimento sempre più organico dello scienziato nel sistema di produzione industriale lo ha ridotto da “filosofo naturale” a ingegnere e tecnico, talora persino a imprenditore o partner di imprese nate per sfruttare le sue idee. Lo sviluppo tecnologico ha perso così non solo saggezza e spessore morale, ma anche razionalità. La breve storia della scienza occidentale, delineata in questo libro, vuole mostrare come una delle più alte manifestazioni dell’intelletto umano rischi di perdere di-

Libretto curioso che ci avvicina ad un mondo, quello delle verdure, cui siamo a contatto giornaliero, ma lo fa da un altro punto di vista, dove prima protagonista è la “simpatia”. Pensiamo di conoscerle, di saperne molto. Nulla di più sbagliato. Considerarle come semplici protagoniste di “nature morte” è un’illusione, perché possiedono una forza vitale che si manifesta e prorompe: bisogna solo saperla cogliere.

gnità e di essere coinvolta in una corsa alla produzione e al profitto incompatibile con la propria vocazione. E vorrebbe avvicinare i giovani e gli studenti alla scienza, offrendo loro una visione critica della ricerca, affinché possano impegnarsi nel rinnovamento di un’impresa intellettuale cruciale per il futuro. Federico Di Trocchio è Professore ordinario, insegna Storia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Roma La Sapienza. È segretario della Società Italiana di Storia della Scienza e membro della Académie Internationale d’Histoire des Sciences; è stato redattore del settimanale L’Espresso. Si occupa dei problemi strutturali e gestionali dell’impresa scientifica e della comunicazione scientifica.

LA VOCE SEGRETA DELL’ORTO. VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO DEI VEGETALI autore: Clément Marie-Christine - editore: De Agostini pagine: 117 - prezzo: 10,20 euro

È una poetica delle verdure quella a cui vi invitiamo. Poco importano le classificazioni botaniche: venite a scoprire, o a riscoprire, le verdure fenomeni, le adulatrici, le seduttrici, le coccolone, le fresche, le succose, le croccanti, le verdurecondimento, le umili, le ingenue, le fanfarone, quelle che vanno bene ovunque, le eleganti, le buffone, le burlone, le rivoluzionarie, le bonaccione, le grottesche, le irriverenti.


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Ecoenergia marzo-aprile 2009  

Ecoenergia - numero di marzo-aprile 2009

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