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La Collina dei Fanciulli e delle Ninfe in agro di Giuggianello-Palmariggi-Minervino miti e leggende dell’antica acropoli della civiltà messapico-salentina di Oreste Caroppo

Serra di Giuggianello, la “Collina dei Fanciulli e delle Ninfe”; in particolare nella foto l’area di Monte San Giovanni. Foto di Oreste Caroppo, gennaio 2009.

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Non esistono in Puglia altri uliveti tanto legati alla tradizione popolare ed al mito sin dalle più antiche epoche dell’età del bronzo, degli uliveti del “Colle dei Fanciulli e delle Ninfe” (o anche detto “Colle delle Pietre Sacre”), in agro di Giuggianello, (ma che si estende anche nei vicini feudi di Minervino e Palmariggi, sempre in Provincia di Lecce). Così come nella tradizione ateniese si parlava ad esempio dell’ulivo legato all’acropoli di Atene e alla dea Atena, così presso i Messapi si parlava degli alberi, in particolare degli olivi della Collina giuggianellese, la Serra di Giuggianello anche detta, non a caso considerata l’ “acropoli della civiltà messapico-salentina antica”.

Foto dell’enorme masso detto “Letto della Vecchia”, ubicato sulla Serra di Giuggianello; roccia naturale usata per le sue suggestioni come antico altare pagano, rituale e probabilmente anche sacrificale. Nella parte superiori vi riosservano bacinelle e canalette, e fori circolari questi certamente di origine antropica. Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006.

Il più antico passo scritto in cui si accenna ai miti che aleggiavano intorno a quella Collina, già in epoca messapica (età del ferro, I millennio a.C.), ci è stato tramandato dalle fonti classiche greche ed è attribuito allo scrittore Nicandro di Colofone. Dal secondo libro delle “Metamorfosi” di Nicandro di Colofone (II sec. a.C.) ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’ Gli avvenimenti che portarono alla costituzione del popolo pugliese degli Japigi, suddivisi in Dauni al Nord, Messapi al sud e Peucezi al centro, si verificarono molto tempo prima della spedizione di Eracle. A quell’epoca gli uomini vivevano di allevamento e pastorizia . Si favoleggia dunque che nel paese dei Messapi presso le cosiddette “Rocce Sacre” fossero apparse un giorno delle ninfe che 2


danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; e il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: «Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio». E i fanciulli si trasformarono in alberi, nel luogo steso in cui stavano, presso il santuario delle ninfe. E ancora oggi, la notte, si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che geme; e il luogo viene chiamato “Delle Ninfe e dei Fanciulli”. ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’

L’identificazione dei luoghi del mito salentino raccontato da Nicandro con il Colle-Serra di Giuggianello, si evidenzia e nella presenza su quella collina di enormi rocce naturali e pseudonaturali, “sacre” sin dalle più antiche epoche, come rivelano vari reperti archeologici ritrovati in loro concomitanza e canalette e coppelle scavate su quei grandi massi che ne testimoniano la loro trasformazione in are (altari), sia l’addensamento di leggende molteplici intorno a quei massi in tutte le epoche e nella tradizione contadina popolare, ancora oggi, tanto da farne indubbiamente i massi con il maggior numero di leggende, fiabe e detti che sia possibile registrare in tutta la Puglia. Non solo, una leggenda ancor oggi raccontata nel vicino paese di Minervino e trasmessa di padre in figlio, presenta i medesimi topos mitologici del racconto di Nicandro, che a sua volta, dobbiamo credere, lo stesso scrittore raccolse da antiche leggende orali messapiche, tanto famose da essere raccontate persino in seno alla cultura greca classica pur mantenendo il riferimento alla terra messapica, dove i fatti, si raccontava, si svolsero. E veniamo alla leggenda popolare dei nostri giorni. Nella Città di Minervino i contadini vietavano ai loro figli (fanciulli), ancora nel secolo scorso, di recarsi nel campo dei grandi massi sulla vicina Serra di Giuggianello poiché lì, si favellava, «possono apparir loro le “fate”», creature femminili di estrema bellezza (le antiche ninfe delle tradizione antica originale), che possono “fatarli”; termine che indica sovente qualcosa di paragonabile ad un’ipnosi magica, forse qui metafora di seduzione, di prigionia delle menti, di rapimento della loro ragione in un turbine di passioni giovanili, che li renderà loro innamoratischiavi immemori di ogni altro dovere verso la famiglia e la società; un ricordo nella fiaba moderna dell’antico leggendario rapimento dei fanciulli, pastorelli messapici, trasformati in alberi e così rapiti ai loro cari e alla loro comunità dalle eteree divine ninfe. (Il racconto minervinese è stato raccolto da O.C. nel 2006-2007 dalla voce di Cosimo Merola, chiamato più famigliarmente 3


Cosimino, un anziano signore di Minervino di Lecce, che riferisce di averlo appreso da suo padre contadino, sempre di Minervino. La stessa leggenda riferita al medesimo luogo, è stata raccolta nel 2009, sempre da Oreste Caroppo, da una signora di Melpignano, (Provincia di Lecce), che l’aveva appresa di suoi anziani genitori). Il mito di metamorfosi raccontato da Nicandro, incrociato forse con altre leggende sempre di matrice messapica, viene raccontato in una versione leggermente diversa, alcuni decenni dopo, da Ovidio, classico sommo scrittore latino, “il più grande poeta latino dell’amore”. Nelle sua grande opera, “Le Metamorfosi” appunto, dove raccoglie dai miti antichi tutte le possibili leggende di metamorfosi a lui pervenibili, così Publio Ovidio Nasone (I sec. a.C. – I sec. d.C.) scrive: ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’ Vi era nella Messapia una caverna, scura per la folta selva e grondante di gocce leggere. Questa la occupa oggi Pan, dio dal corpo semicaprino, ma un tempo vi abitarono le ninfe. Un pastore apulo di quella regione le fece fuggire atterrite, incutendo loro in un primo momento una subitanea paura; ma subito, tornate padrone di sé e resesi conto con disprezzo di chi le inseguiva, tornarono di nuovo a danzare con i piedi alati; ma il pastore prese a schernirle, e imitando la loro danza con rozzi saltelli, aggiungeva ruvidi insulti a frasi volgari: né smise di parlare finché il legno non ricoprì la sua bocca; ora, infatti, è un albero, e si può riconoscere il suo carattere dal sapore dei suoi frutti. Poiché l’olivo selvatico reca, nelle amare bacche, traccia della sua lingua: in esse è andata a finire l’asprezza delle sue parole. ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’ L’olivastro, cioè l’olivo selvatico, è il porta-innesto di tutti gli olivi salentini. Su di esso, dalla estrema resistenza, si innestano le varietà domestiche di olivo, come la locale “oialura” e “cellina”, due delle principali cultivar salentine di ulivo. Questa versione del mito messapico illumina su quali fossero gli alberi in cui furono mutati i fanciulli del Colle di Giuggianello, gli olivi; quegli olivi che ancor oggi ammantano il campo delle Rocce Sacre e tutto il Colle giuggianellese, dall’altura detta Monte di San Giovanni, dove è la cripta bizantina dell’omonimo santo, al campo “de la Vecchia e de lu Nanni” oggi detto, dove vi sono le ciclopiche “rocce sacre”. Nessun sito megalitico al mondo tanto ben identificabile dove vi son menhir, dolmen, grandi massi sacri in posizione naturale o artificiale, giunti in buona parte integri fino ai nostri giorni come appunto a Giuggianello, può vantare racconti trasmessi da fonti letterarie così antiche, come accaduto per le rocce sacre del Colle dei Fanciulli e delle Ninfe. Non a caso si parla per il Colle di Giuggianello e di tutta l’area circostante, come della indiscussa “Stonehenge italiana”, date anche le dimensioni e la ricchezza di monumenti “megalitici” (“di grandi massi”, traducendo letteralmente dal greco). Non solo, i miti che ci sono stati trasmessi dai greci e dai latini in merito alle "Rocce Sacre" (Ιεράς Πέτρας ), sono alcuni dei pochissimi miti che ci sono giunti della cultura messapica. Interessante è anche la presenza in essi della pratica della danza, tanto delle ninfe, quanto dei fanciulli e dei pastori messapici, e la danza è ancora oggi uno dei più caratterizzanti elementi della cultura popolare salentina; pensiamo alla danza-scherma detta “danza delle spade”, pratica coreutica e arte marziale con o senza accompagnamento musicale di tamburelli ed altri strumenti, praticata dagli uomini; la “pizzica pizzica” danza d’amore e corteggiamento, accompagnata dalla musica; e inoltre la danza-codice di movimenti rituali nei riti del tarantismo, accompagnata dalla musica di tamburelli, flauti, nacchere, timpani, zampogne, violini, chitarre, ecc, praticata dalle donne “tarantate”, ma anche talvolta uomini “tarantati”, tarantolati, morsi, come si diceva e credeva, dal ragno chiamato in vernacolo “taranta”, da cui ha avuto origine il ballo e la musica napoletana della “tarantella”. Di seguito riporto estratti dal testo del prof. Mario Lombardo “I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine”, i passi di Nicandro e Ovidio in lingua originale e tradotti in italiano, citati sopra. 4


Prefazione di Giuseppe Nenci Congedo Editore, Galatina, 1992 5


NICANDRO

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OVIDIO

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Letto della Vecchia.

Foto di bacinelle, canalette e fori circolari (certamente questi ultimi di origine o finitura antropica), presenti sul grande masso detto “Letto della Vecchiaâ€?. Masso naturale divenuto per la sua suggestiva morfologia, (come accaduto per le altre grandi rocce del sito, uniche nello scenario dell’ entroterra salentino), pietra sacra, ara per riti di libagione ovvero di versamento sacrale di liquidi sulla pietra, per propiziare magicamente la fertilitĂ della natura e degli uomini; liquidi quali acqua, vino, olio, latte o anche il sangue delle vittime e degli animali sacrificati. I fori circolari forse potevano essere basi di pali di strutture lignee in alzato sui massi, o semplici bacinelle rituali.

Letto della Vecchia in fondo, e altri grossi massi sulla sinistra. Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006.

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Dei ciclopici massi sacri di Giuggianello, focalizziamo l’attenzione sul più originale di essi, il “Masso oscillante di Ercole”, anche detto nella versione oggi più popolare “Fuso della Vecchia” (“Furticiddhu de la Vecchia” in vernacolo locale per la sua forma a fungo che ricorda quella di un fuso), o anche semplicemente “Masso della Vecchia”.

Foto del gigantesco masso detto “Sasso di Ercole”, o “Masso di Ercole”, o “Masso oscillante di Ercole”, o anche popolarmente “Fuso della Vecchia”. Non passa inosservata anche la sua non tanto lontana similitudine con un fallo eretto verso l’alto, data anche la forma a glande della pietra cappello sommitale; suggestioni che bene si legano con le valenze magiche legate alla fertilità associate alle rocce sacre erette verticalmente (i bethilos), nelle antiche civiltà e religioni pagane. Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006.

Di questo masso si parla già nel Corpus Aristotelico, l’insieme degli scritti attribuiti al filosofo greco Aristotele; in particolare in un’opera intitolata “Racconti Meravigliosi”, ritenuta però spuria rispetto alle opere autentiche di Aristotele e databile invece ad un epoca successiva al filosofo ma pur sempre antica, tra il I ed il II sec. d.C. Riportiamo la traduzione del passo di quell’opera in cui si accenna al salentino Sasso di Eracle: ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’ Presso il Capo Iapigio (Capo di Leuca) vi è anche una pietra enorme, che dicono venne da Eracle (Ercole) sollevata e spostata, addirittura con un sol dito. ‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’ Sempre dal libro prima citato del prof. Lombardo, “I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine”, riportiamo il testo in lingua originale greca e tradotto in italiano sopra già trascritto. (Vedi pagine scannerizzate seguenti). 12


PSEUDO-ARISTOTELE

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Ora lo stesso legame tra l’eroe greco Eracle, di cui è intrisa l’antica cultura salentina greco-messapica, e le grandi pietre oscillanti compare nelle stesse “Argonautiche”, le leggende greche relativa al mitico viaggio dell’Argo, la nave guidata da Giasone e tra i cui membri dell’equipaggio, Argonauti detti appunto, vi era lo stesso Eracle. La ricostruzione esegetica dei testi delle “Argonautiche”, correlata a studi archeologici incrociati con altre discipline, rintraccia nella narrazione miti e racconti più antichi relativi a rotte commerciali e militaricommerciali degli achei, (i micenei, i greci antichi dell’Età del Bronzo), nel Mare Adriatico, che lambivano dunque anche il Salento; relitti narrativi che possono spiegare questa perseveranza del mito di una “roccia oscillante” legato ad Eracle (Ercole per i latini, Eracle per i greci), nei miti dell’Argo volta alla conquista del “Vello d’Oro”. In foto statua dell’Ercole Farnese, presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Grande masso detto il “Piede di Ercole” dalla tradizione popolare per la sua caratteristica forma e per la sua monumentalità; è sempre ubicato sulla Serra nelle adiacenze degli altri massi sacri! Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006.

In merito all’identificazione del “Sasso di Eracle” della tradizione greco-messapica con il masso oggi detto popolarmente “Fuso della Vecchia” in agro di Giuggianello, ritroviamo questa identificazione già nell’ ‘800 negli studi dell’archeologo salentino De Simone, come è possibile leggere nella pagina 28 della sua seguente opera, ma anche, e lo vedremo più oltre, nello scritto sempre ottocentesco di Giustiniano Nicolucci. (Vedi pagine scannerizzate seguenti). 15


LUIGI G. DE SIMONE

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Nicandro colloca l’origine della sua storia “dei fanciulli e delle ninfe”. in un’epoca precedente alla spedizione di Ercole in Italia. Se colleghiamo l’arrivo della leggenda di Ercole nel Salento con quella delle genti micenee-achee-greche, come plausibile, possiamo allora ben comprendere come i miti che racconta Nicandro si riferiscano ad un sostrato mitologico, sempre radicato al medesimo luogo salentino delle “Rocce Sacre”, ma pre-greco e pre-messapico, legato dunque alle genti dell’Età del Rame e poi del Bronzo, e forse addirittura neolitiche, che vissero nel Salento; una leggenda con tutta probabilità legata almeno alla civiltà pre-japigio-messapica degli AusoniMorgeti che vivevano nel Salento in piena Età del Bronzo, tanto da dare il nome di Mare Ausonio a quello che poi i greci ribattezzarono Mare Jonio. La stratificazione culturale Ausona-Ellenica, si osserva dunque nella presenza dei due miti, quello “dei fanciulli e delle ninfe” più antico e quello erculeo successivo, sempre però relativi e associati all’elemento megalitico salentino delle grandi “Rocce Sacre”. Ciò testimonia anche una certa continuità culturale e di genti tra gli Ausoni e gli Japigi-Messapi di influssi illirici minoici e micenei, che vede l’introduzione di nuovi contributi etnici e culturali. La locale cultura, etnia e civiltà salentina dell’Età del Bronzo non smarrisce, dunque, la sua identità, ma si contamina e si arricchisce senza cesure, portando nell’Età del Ferro alla nascita della civiltà di sintesi degli Japigi-Messapi. Osserviamo come nella cultura popolare relativa alle leggende che aleggiano intorno ai massi di Giuggianello troviamo dei topos, degli elementi, dei simboli e degli archetipi che esprimono una continuità culturale attraverso i secoli sconcertante. E’ quanto accaduto per la leggenda trascritta da Nicandro e che affonda le sue origini probabilmente nella prima Età del Ferro, se non nell’Età del Bronzo o addirittura in epoca neolitica. Dopo secoli di trasmissione orale Nicandro e poi Ovidio la misero per iscritto, (Ovidio accedendo al testo di Nicandro e/o anche a fonti locali orali), ma oralmente la leggenda continuo ad essere trasmessa in loco, di generazione in generazione modificandosi ed adattandosi ai tempi fino ai nostri giorni, e così le ninfe classiche divennero le fate medioevali popolari. Idem è accaduto per la leggenda del “Masso oscillante di Eracle” che continuo ad essere trasmessa nel Salento oralmente, tanto che ancora oggi nelle leggende popolari relative a quel sasso ciclopico permane il topos della possibilità di sposarlo con un sol dito, come nella facoltà o mirabile capacità attribuita a Eracle nell’opera dello Pseudo-Aristotile. Si racconta nella città di Giuggianello ancor oggi che «se ti sogni la Vecchia che ti da il Bene - una sorta di maga vegliarda buona, praticante la magia bianca, in contrasto con la Vecchia strega cattiva, (quella detta del terrifico “Nanni Orco”), che da il male, e che pratica la magia nera e che viveva nello stesso luogo; o forse, anziché di due streghe diverse, si trattava di due aspetti, due anime, quella buona e quella cattiva, della stessa strega - tu devi andare al Masso e spostarlo, farlo oscillare con un dito e sotto vi si ritroverà un tesoro, l’ “acchiatura” - così è chiamato in vernacolo il tesoro legato ad un ritrovamento fortuito, o più spesso magico, come in questo caso, - , consistente - in questo Coppelle incise sul “cappello” del Sasso d’Ercole. Vi si osservano anche bacinelle e canalette di scolo di dubbia specifico caso - in una gallina d’oro con 7 origine umana e/o erosiva forse legate a riti di libagione. pulcini tutti d’oro»; nel sogno la Vecchia ti fa La Coppella è un tipico elemento dell’arte rupestre antica. vedere il masso “Fuso della Vecchia”, dove Foto di oreste Caroppo, agosto 2006. andare a reperire la preziosa fortuna dell’acchiatura . Il masso Fuso della Vecchia ha forma di grande fungo con un cappello lenticolare formato da un solo grande masso monolitico che di fatto poggia su un gambo roccioso costituito da diversi strati di rocce che nessuno ad oggi sa dire 18


con certezza, mancando ancora un adeguato studio chimico-goeologico a riguardo se tale sua collocazione a mo’ di masso in equilibrio sul suo asse baricentrico, sia stato il frutto di un opera umana megalitica o meno. (Fonte della leggenda del sogno e del tesoro: Vincenzo Ruggeri cultore di storia patria, archeologia e cultura popolare, ed ex sindaco di Giuggianello; leggenda raccolta nel febbraio 2009 da O.C.). La nozione del dito con cui spostare il masso che compare anche in riferimento ad Eracle nelle fonti scritte antiche, è un elemento interessantissimo di continuità con il passato così come accaduto per alcuni elementi della leggenda di Nicandro, che avvalorano ancor più l’identificazione del sito delle grandi rocce di Giuggianello, unico per altro nel Salento, anche geologicamente, con il campo delle Rocce Sacre dei Fanciulli e delle Ninfe e di Ercole delle tradizioni greco-messapiche del Salento antico. La Serra di Giuggianello testimonia pertanto una ininterrotta continuità culturale tra la odierna cultura popolare salentina e quella locale messapica e greca antica; una continuità attraverso i millenni, senza insanabili e traumatiche cesure, che pochissime culture e realtà territoriali al mondo possono vantare! In merito all’acchiatura legata ai massi di Giuggianello, una leggenda raccolta nella Masseria di San Vasili (San Basilio) in agro di Minervino, posta vicino ai sacri massi giuggianellesi (contrada San Vasili è separata dal Campo Tenenti delle “pietre sacre” solo da una via vicinale chiamata Via Pesculli), riferisce che se si prende una capra, la si porta in una chiesa consacrata e le si fa mangiare un ostia benedetta, le si fa impartisce dunque la comunione, e quindi si va nei pressi del masso detto “Lettu de la Vecchia”, ci si potrà lì impadronire dell’acchiatura consistente sempre in una chioccia d’oro con 7 pulcini tutti d’oro! (Fonte: testo “Otranto e il suo comprensorio, storia arte tradizione” di Luigi Paiano, Editrice salentina, Galatina 1989). Cambia il masso, il campo è il medesimo, medesimo è il simbolico tesoro. Un'altra leggenda popolare relativa al sito dei grandi massi della Collina di Giuggianello, il Campo “de la Vecchia de lu Nanni” (o de “la Vecchia e de lu Nanni”), è la seguente che riportiamo da un sito internet:

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E' interessane perché in essa riemerge il concetto della metamorfosi, presente nelle antiche versioni di Nicandro e Ovidio, sebbene stavolta la mutazione è della carne ed ossa dei malcapitati in pietra e non in legno; con essa anche le pietre dei muretti a secco e i massi spassi ovunque nei dintorni, i menhir lì presenti, ecc., acquistano dignità ed un anima come per gli alberi. La metamorfosi un relitto etnografico. Ritroviamo anche diversi topos dei miti mediterranei e greci, come quello dell'indovinello della Sfinge ad Edipo, e della Gorgone Medusa che muta in pietra con lo sguardo le persone che lei fissa negli occhi direttamente, pietrificandole. C’è poi nel mito una spiegazione popolare dei megaliti dei menhir e delle grandi pietre presenti in tutta l’area circostante, attribuiti all’opera di esseri mitologici giganti solitamente, qui raffiguranti dal possente Orco, di cui diremo anche in seguito; la stessa associazione del possente Ercole, il più forte degli eroi greci, ai megaliti, si collega in parte a questa esigenza di spiegare popolarmente la umana realizzazione di quelle strutture di immensi blocchi litici, i megaliti appunto, in epoche successive, quando si era ormai persa memoria delle tecnologie e dello spiegamento di forze e unita lavorative impiegate per realizzarli. Ritroviamo ancora il simbolo della gallina d’oro con i pulcini d’oro, qui però in numero di 12 e non di 7. Quando si parla dell’ “acchiatura” consistente nella chioccia con i pulcini d’oro, il numero dei pulcini nelle leggende salentine può essere 7 oppure 12, proprio come osservato precedentemente. Chioccia con sette pulcini d’oro secolo VI d.C. e interventi successivi Autore anonimo – Opera in argento sbalzato e dorato. Monza - Museo e Tesoro del Duomo. Questo prezioso manufatto rivela quanto sia antico il simbolo della chioccia con i sette pulcini d’oro, simbolo per eccellenza di benessere, fortuna, ricchezza e fertilità; archetipo conservatosi ancor oggi nella cultura popolare salentina come simbolo di tesoro materiale, ma forse anche spirituale e magico. Un autore di Milano, Paolo Morigia, che scrive nel 1612 di questo prezioso manufatto altomedioevale, riporta che i pulcini sono 12. Ciò si deve al fatto che egli scrisse dati riferiti da terzi, e il che dimostra come sono simboli quasi equivalenti per il vulgo ed interscambiabili tra loro “la chioccia d’oro con sette pulcini tutti d’oro” e “la chioccia d’oro con 12 pulcini tutti d’oro”, proprio come appare dall’etnografia salentina, anche in merito al Colle di Giuggianello, ma non solo. Il numero dei pulcini è però solo aut 7 aut 12; due numeri, infatti, dalle profonde valenze inconsce ed archetipe legati alla fertilità della natura connessa ai cicli della stessa, attraverso cui si perpetra la vita; 7 sono i giorni della settimana e 12 i mesi dell’anno!

Vi sarebbero, inventate recentemente e romanzate, altre storie relative al luogo delle Rocce Sacre, a firma di Elio Paiano di Otranto, un giornalista appassionato di “cose patrie”, ad esempio su Ercole che lì, presso i massi della Serra, incontrò la Vecchia e che, sempre lì, si batté contro l’Orco; un intersecazione tra le leggende popolari dei nostri giorni della Vecchia e dell’Orco e quelle classiche di Ercole che combatté nel Salento contro i giganti, come raccontato anche dallo stesso PseudoAristotile (vedi la pagina 23 del libro del Prof. Lombardo sopra riportata a pagina 13). Alcuni autori parlano del Masso d’Ercole come di un masso scagliato durante la lotta di Ercole contro i giganti che vivevano nel Salento; un conflitto conclusosi con la vittoria dell’eroe Ercole e con i giganti che 20


feriti andarono a morire nelle grotte della costa salentina fra Otranto e Santa Maria di Leuca; li, si dice che essi scomparvero nelle viscere della loro Madre Terra che gli inghiotti. Il loro sangue putrefatto, lì, sgorgherebbe fetido in mare rendendo disgustosa la navigazione di cabottaggio, cioè condotta sotto costa o comunque sempre in vista della costa, lungo quel tratto di mare, detto leuternino, dal nome dei giganti. In questo modo gli antichi navigatori greci spiegavano l’odore delle acque sulfuree, che ancor oggi, ad esempio a Santa Cesarea (Santa Cesarea Terme appunto), sgorgano in mare da grotte costiere. Il mito ha lasciato dei forti elementi nella leggenda agiografica di Santa Cesarea, santa salentina e romana di un villaggio, oggi scomparso, in feudo di Maglie e Cutrofiano, quello di Francavilla. La giovane Cesarea, orfana di madre, per mantenere la sua verginità e sfuggire alle attenzioni poco paterne ed incestuose del padre vedovo, chiusa in camera mise due colombe bianche, (classici animali associati e simbolo di Afrodite, ma anche della purezza e in seguito della Madonna nel cristianesimo), legate in una bacinella d’acqua, affinché sbattendo le ali, dessero al padre la convinzione che la figlia fosse in camera a lavarsi, e intanto, probabilmente da una finestra, fuggì via dirigendosi verso la costa. Il padre scoperto l’inganno e la fuga, la inseguì; la santa passo lungo un sentiero, un tratturo, dove si diceva non crescesse più l’erba dopo l’evento, e vi fossero visibili le sue orme, (leggenda che richiama quella delle orme di Ercole visibili nel Salento in una località, secondo quanto riferisce lo Pseudo-Aristotele, che ha ispirato anche il nome del masso della Serra di Giuggianello, detto Piede d’Ercole). Giunta ormai sulla costa, oggi detta Cesarina (del villaggio di Santa Cesarea), la Santa disse, pregando in vernacolo, “aprite munte e gnutti Cisarea”, e lo scoglio si apri ed inghiotti la Santa, proprio come accaduto con i giganti nelle antiche leggende. Un ulteriore elemento di associazione della Santa con la Grande Madre atavica associata sempre, come la Madonna cristiana poi, con le grotte e la Terra in generale, la Dea Madre Terra. Varie altre leggende raccontano che la Santa sia ancora nascosta nelle grotte sotterranee sulfuree della costa di Santa Cesarea, dove qualcuno occasionalmente ha avuto il privilegio di vederla in miracolose apparizione. Santa Cesarea è un’eco anche della Dea greco-messapica Athena, poi Minerva in epoca romana; un santuario ad essa dedicato fu eretto da Idomeneo, eroe acheo di Creta, che sbarcato ove è l’attuale Castro sulla acropoli, la rocca, eresse un tempio-santuario alla dea che aiutò Eracle nella sua lotta contro i giganti; l’originaria leggenda della lotta di Ercole contro i giganti e le popolazioni locali salentine e dell’aiuto di Atena dato all’Eroe che ne eresse un santuario, si ritrova, sebbene traslata ad occidente, tra mare Egeo e Mare Nero, anche nelle Argonautiche, dove si racconta di giganti che assalirono gli argonauti con il lancio di pietre e rami e di un conflitto tra gli Argonauti e le popolazioni locali; gli poi si dice che gli Argonauti, trai quali vi era anche Eracle, eressero un tempio alla Dea Atena. Oggi il fondo delle rocce sacre detto fondo “Murge” (“murge” è sinonimo locale di “serre” e “munti”, indica quindi “alture”), o anche “Murge Tenenti”, o semplicemente “Tenenti”, ricadente nella contrada rurale che si suole appellare “Serra Vecchia”, è chiamato pure campo “de la Vecchia de lu Nanni”; il “nanni” è il “nonno” nel locale dialetto, il “vecchio”, o come qualcuno dice qui “nanni” sottintende “Nanni Orco”, il “Nonno Orco”, (l’Orco, o il vecchio Orco, un classico spauracchio per bambini nelle leggende salentine), una figura solitamente negativa e malvagia, originariamente divinità ctonia legata alla cultura latina ed italica antica. La Vecchia è vista talvolta con accezioni negative di strega che fila nel campo sulle rocce, di cui una per la sua forma pulvinata è considerata il suo letto, e chiamata appunto il Letto della Vecchia (“Lu Lettu de la Vecchia” in vernacolo locale), l’altra per la sua forma di fungo, il suo fuso (“Lu Furticiddhu de la Vecchia”). Nel legame della Vecchia con la filatura, echeggia la figura delle divine tre Moire greche e delle corrispettive divine tre Parche latine; in ogni caso nella figura della Vecchia echeggia l’archetipo della Dea Madre, della Dea della Natura, talvolta creatrice, buona come nel sogno della leggenda dell’acchiatura, elargitrice di bene, salute, prosperità, fertilità e ricchezza, talaltra cattiva, apportatrice di male e di morte, figura della strega malefica, lanciatrice di fatture, maledizioni, pestilenze, carestie e malocchi. 21


''Le Parche'', olio su tela, cm 56x84.5 , del 1904, opera di Angelo Morbelli; collezione privata.

Qualche leggenda vorrebbe che il mito della Vecchia derivi da una vedova del paese di Minervino che per vivere si mise a rubare e rubo una volta delle mele. Scoperta fu allontanata dal villaggio e si rifugiò nella magica, suggestiva e da sempre inquietante zona delle grandi pietre, dove visse e dove sulla pietra detta appunto Letto de la Vecchia si distendeva per dormire.

“Letto della Vecchia” visto da un'altra prospettiva. Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006. Nota di pagina 23: gli inghiottitoi vanno frequentemente incontro a periodi di ostruzione, completa o parziale, a causa dei detriti che le acque piovane ruscellanti, che sfociano in essi, trasportano; ne conseguono, in seguito a periodi di forte piovosità, formazioni di laghi anche estesi. Talvolta dall’inghiottitoio, quando il peso del’acqua ristura i passaggi ostruiti, emergono grandi rumorose bolle d’aria, e si dice nel Salento, cha la vora “darlutta”, rutta, erutta. Grande doveva essere la suggestione nel vedere emergere dalle acque dolci, fonte di vita, i grandi massi levigati del Colle delle Pietre Sacre, quando si ostruivano le voragini ad essi vicine!

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La forte natura carsica del sito delle Rocce Sacre. La natura carsica di tutta la zona dei massi è deducibile da uno dei suoi nomi, la contrada rurale è anche chiamata “Ora” o anche “Ore”, per via delle vore o ‘ore, le voragini, gli inghiottitoi carsici lì numerosissimi, chiamati in dialetto locale appunto, vore o ‘ore. Alcuni anni fa, (fonte: il proprietario di Giuggianello del podere in cui insite il “Letto della Vecchia”, intervistato da O.C., in data19 aprile 2009), un contadino ostruì con terra e pietre uno di questi inghiottitoi, (quello imbutiforme all’esterno, sopra il quale si Inghiottitoio di recente osserva il caratteristico masso chiamato “Piede d’Ercole”); alle prime apertura in fondo Ora, nei forti piogge nel sito si formò un esteso lago, che perdurò per alcuni giorni, pressi del masso detto Letto della Vecchia. finché per effetto meccanico non si allargo un ulteriore inghiottitoi in una parte basse dell’orografia del sito e le acque scomparvero nel sottosuolo rapidamente. Queste voragini, prossime ai massi, mettono in evidenza come il sito poteva essere legato anche a fonti locali di approvvigionamento idrico e a culti delle acque; dove vi son inghiottitoi carsici con tutta certezza nel sottosuolo vi sono cunicoli, grotte e gallerie; (Ovidio parla di una grotta delle ninfe grondante acqua di stillicidio, Nicandro di un santuario delle ninfe che forse era una locale grotta, e dove vi son inghiottitoi carsici non è raro trovarvi grotte!). Vedi anche la nota nella pagina 22. Menhir del Masso della Vecchia Leggo dal testo del prof. Paolo Malgrinò “Monumenti Megalitici di Puglia”, Schena Editore, 1997 : ……………………………………… Menhir del Masso della Vecchia Anche di questo menhir non vi sono notizie in letteratura e sorge in località Masso della Vecchia. Il menhir, situato quasi all’incrocio con la via Minervino di Lecce, è alto m 1.60; le facce misurano cm 60x 40 con orientamento di quelle più larghe verso E-W. La forma del menhir è alquanto anomala e presenta nella parte superiore una sporgenza nella faccia rivolta a Nord. …………………………………….. Dal sito internet dell’architetto Pino de Nuzzo, di Casarano, riportiamo la seguente foto del menhir, di P. Malgrinò ed un testo relativo scritto da quest’ultimo. Malgrinò è uno dei più grandi studiosi pugliesi viventi delle manifestazioni del megalitismo nella Regione Puglia. Tipologia: Menhir Comune: Giuggianello Nome: Menhir del Masso della Vecchia Località: non lontano dal Masso della Vecchia Dimensioni del monolite altezza: 1.60 m faccia principale: 60 cm faccia laterale: 40 cm tipo di materiale: (?) orientamento facce larghe: E-W descrizione e note: la forma del menhir è alquanto anomala e presenta una sporgenza nella faccia rivolta a nord. Rinvenuto da: P.Malagrinò anno: 1997 descrizione: pietra arbitrariamente classificata da me come menhir, in prossimità del Masso della vecchia, più per suggestione del luogo che per reale convincimento. La forma insolita della parte superiore si può interpretare anche con delle concause naturali. In tutti i modi il problema che pongo è con quali criteri si può considerare questa pietra un menhir o una semplice pietra occasionale. Il problema non è di facile soluzione e merita sicuramente qualche riflessione. Paolo Malagrinò http://www.pinodenuzzo.com/pietre/malagrino.htm

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Il Centro di Cultura e Ricerche “D.Pirtoli” di Giuggianello negli ultimi decenni ha raccolto sulla Collina di Giuggianello (La Serra in vernacolo), centinaia di reperti archeologici erratici di epoca paleolitica e neolitica, quali utensili litici in selce bianca, nera e gialla; si tratta di lame raschiatoi, asce votive, ecc. di epoca paleolitica e neolitica, ma anche altri reperti quali frammenti di ceramica grezza o anche decorata di epoca neolitica ed altri oggetti non identificati. I reperti son stati ritrovati soprattutto nei ricchi giacimenti archeologici della zona Armino e San Giovanni (non lontano dalla cripta bizantina e nei pressi delle Rocce Sacre di Ercole in gran parte).

Reperti litici ritrovati sulla Serra di Giuggianello dal Centro di Cultura e Ricerche”D. Pirtoli” di Giuggianello. Foto tratte dal testo “Centro di Cultura Sociale di Ricerche ONLUS, Giuggianello 1977-2002…venticinque anni insieme”, Zane Editore, Melendugno, 2002.

Di particolare rilievo un frammento di ceramica neolitica (sotto in foto), ceramica impressa, trovato non molto lontano dalla Cripta di San Giovanni sempre sul Colle; riporta impressa una spirale tripla, a tre cordoni convergenti, che permette associazioni con la frequenti raffigurazione sempre neolitiche di spirali nei dipinti rupestri della Grotta dei Cervi, santuario di grandissima rilevanza di epoca neolitica nella non lontana baia di Porto Badisco. Frammento ceramico neolitico ritrovato sulla Serra di Giuggianello all’incirca nel punto medio tra la Cripta di San Giovanni e il Masso della Vecchia, dal Centro di Cultura e Ricerche “D. Pirtoli” di Giuggianello. Foto tratta dal testo “Centro di Cultura Sociale di Ricerche ONLUS, Giuggianello 1977-2002…venticinque anni insieme”, Zane Editore, Melendugno, 2002.

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Foto a colori del frammento ceramico neolitico con spirale tripla ritrovato sulla Serra di Giuggianello.

L’archeologa Elettra Ingravallo, professoressa di Paletnologia presso l’Università del Salento Dipartimento di Beni Culturali, che ha studiato attentamente questi reperti, ha evidenziato la forte somiglianza del reperto sopra in foto con un frammento di ceramica neolitica più piccolo e più danneggiato sempre recante una spirale impressa, da lei repertato durante gli scavi archeologici del villaggio neolitico di “Serra Cicoria”, (Serra dell’Alto in agro di Nardò).

Frammento fittile neolitico di ansa ritrovato sulla Serra di Giuggianello dal Centro di Cultura e Ricerche “D. Pirtoli” di Giuggianello.

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Ripari sotto roccia offerti dai fianchi del grande masso “Letto della Vecchia”, probabilmente già utilizzati in epoca paleolitica per ottenervi dei ricoveri poggiandovi delle pareti spioventi fatte di pali, canne, paglia, pelli e/o ossa di animali. I reperti in selce che si ritrovano nelle adiacenze del masso testimoniano una frequentazione del sito già in epoca paleolitica. Foto di Oreste Caroppo, agosto 2006.

La presenza di frequentazioni neolitiche rituali e insediative (villaggi capannicoli), di epoca neolitica e protostorica, è sul Colle molto forte, come rivelano i frequenti ritrovamenti erratici di numerosi reperti che impreziosiscono le teche comunali di Giuggianello e Minervino; tanti i resti di numerosi antichissimi villaggi capannicoli del neolitico e di epoche successive. In feudo di Giuggianello in località Madonna della Serra, nell’ottobre 1971 tre speleologi del Gruppo Speleologico Salentino “Pasquale De Lorentiis” di Maglie, (Isidoro Mattioli, Severino Alberini e Remo Mazzotta), scoprirono una profonda grotta naturale (chiamata oggi “Grotta della Madonna delle Serra”), in cui furono recuperati vasi databili al neolitico (IV-III millennio), furono anche rintracciati crani umani, frammenti fittili e ossei e un corno di cervo, tutto a conferma dell’ importanza della Serra di Giuggianello nello scenario archeologico neolitico della Puglia antica.

26 Scorcio di Monte San Giovanni. Foto di O.Caroppo, gennaio 2009.


Nella “relazione di rischio archeologico per le aree d’ingombro delle piattaforme di 12 aerogeneratori in agro di Giuggianello (Le)” commissionata agli archeologi, Dott. Michele Sicolo e Dott.ssa Anna Valeria Vitale, della ditta Wind Service s.r.l. e redatta nell’aprile-maggio 2009, si legge: <<l’area in agro di Giuggianello, (…), è caratterizzata, dal punto di vista geomorfologico, dalla presenza di leggeri rilievi collinari (serre) e vallecole che costituiscono degli ottimi indicatori di scelte vocazionali antropiche per gli aspetti pedecollinari e pericollinari. L’agro di Giuggianello e Palmariggi, come evidenziato anche dallo stralcio cartografico del SIT (Sistema informativo Territoriale) elaborato dal laboratorio di Topografia Antica dell’Università di Lecce, è senza dubbio stato, in tempi antichi, fortemente antropizzato per i suoi aspetti geomorfologici idonei per le scelte vocazionali antropiche>>. Nella relazione citata sopra si segnalano diversi villaggi neolitici capannicoli evidenziati dalla presenza di giacimenti archeologici superficiali di ceramiche antiche, frammenti, schegge e strumenti litici in selce ed ossidiana d’importazione (poiché rocce assenti nella geologia del luogo): Masseria Cutura Grande diverse aree con frammenti ceramici d’impasto di epoca neolitica o cmq protostorica; Località Cutura tracce di una frequentazione antropica del Neolitico finale con la presenza di frammenti di ceramica d’impasto e lame di selce ed ossidiana; Località San Giovanni frammenti ceramici d’impasto di probabili frequentazioni antropiche del Neolitico medio-recente. Si ritrovano vari cumuli di pietre sul Colle. Forte è la probabilità che possa trattarsi di “piccole specchie”, tumuli sepolcrali di epoca protostorica, contenenti delle sepolture con corredi, eventualmente racchiuse in una o più ciste dolmeniche interne. Possibilità resa forte dalla presenza di simili strutture funerarie di alto interesse archeologico nella vicina contrada di Quattro-macine (monumento noto come “tomba a tholos di Giuggianello” (vedi il sottostante approfondimento), e dalle altissime frequentazioni del sito in epoca neolitica e protostorica come questa stesa relazione archeologica, qui oggetto di valutazione, esplicitamente e con dati archeologici e reperti sottolinea e dimostra. ……………………………………………………………………………………………

Tomba a tholos di Giuggianello

Foto di Luigi Corsini, dal testo “Salento Megalitico”.

Tomba a tholos di Giuggianello in cui, lo scopritore, lo studioso magliese Luigi Corsini, riconosce, da analisi comparate delle strutture, influssi egeo-ciprioti. (Nota: vedi per queste e altre segnalazioni dello studioso magliese, “Salento Megalitico”, Luigi Corsini’, edizione Erreci-Maglie, 1986). 27


La tomba a tholos di Giuggianello, sorge non lontano da Masseria Quattro Macine, un centinaio di metri in direzione Sud. È un tumulo cilindrico in muratura a secco, con pietre di medie dimensioni, del raggio di 5 m circa, che poggia su roccia affiorante. All’interno ospita una piccola cella parallelepipeda profonda 1,45 m, e alta circa 80 cm. L’ ingresso si apre nel lato Sud e ha una larghezza di 65 cm. Presenta ingresso trilitico, è infatti bordato da due pilastri monolitici con zeppa su cui poggia come architrave la prima delle due lastre di copertura della cella. All’ interno questa poggia su massi ben allineati del tumulo. All’ interno una seconda lastra più elevata che ricopre la parte più interna della cella, poggia in parte sulla prima lastra e per il resto poggia ancora su massi laterali del tumulo che definiscono il contorno della cella. Uno sportello litico trovato riverso nella cella e combaciante con l’ingresso permetteva di chiudere la struttura. A 50 m circa sorgeva il menhir di Quattro Macine noto anche come ‘croce caduta’. Nelle vicinanze vi è anche il Dolmen Stabile o Di Quattro Macine e il Dolmen Ore. NOTA: Si osservano nel suo interno in maniera rudimentale i principi costruttivi della “tholos” o “falsa cupola”. Pseudo-Tholos. Nell’ingresso si conserva il principio costruttivo dolmenico del trilitismo. ……………………………………………………………………………………………

Riportiamo, a partire dall’immagine qui a fianco, delle pagine scannerizzate di testi archeologici e scientifici ottocenteschi di atmosfera positivista, in cui si tratta con maggiore dettaglio proprio degli enigmatici “massi sacri” della Serra di Giuggianello.

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Sasso di Ercole in una suggestiva luce ed inquadratura.

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Di seguito riportiamo un testo ottocentesco dello studioso e scienziato leccese Cosimo De Giorgi sui massi di Giuggianello segnalati per la prima volta dal Cavalier Luigi Maggiulli, cui si accenna nel testo, grande studioso di beni culturali patri, di Muro Leccese.

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COSIMO DE GIORGI

Aia circolare antistante alla grotta bizantina di San Giovanni sul Monte omonimo.

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Ingresso alla grotta-cripta chiesetta bizantina di San Giovanni sul Monte omonimo. Allâ&#x20AC;&#x2122;interno, è stato recentemente ritrovato un fòllaro, (trattasi di un conio bizantino del IX sec. d.C.)

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Riportiamo dei testi sulle rocce ciclopiche di Giuggianello dal libro “Ambienti e Itinerari Naturalistici della Provincia di Lecce”, Conte Editore, 1993 …………………………………………………………… Comune: Giuggianello Mezzo consigliati: a piedi Come arrivare: strada provinciale da Palmariggi a Minervino di Lecce; dopo 3 km deviare per la Masseria S.Vasili Parcheggio: nei pressi della Masseria "Lu Furticiddhu de la Vecchia e de lu Nanni", costituisce uno degli elementi più singolari del paesaggio naturale del Salento.

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Si tratta di un blocco monolitico di roccia calcarea che, a dirla con C. De Giorgi, "sembra a prima giunta un fungo di forme colossali col suo cappello e col suo peduncolo", e che, ergendosi nella cornice di ulivi e lecci, ha suggestionato per secoli le genti di queste zone. Secondo una delle leggende "dotte", la sua origine si fa risalire ad Ercole che, sbarcato sulle coste salentine, si scontrò con l'ostilità delle popolazioni locali, ed infuriato scagliò contro di esse alcuni massi staccati dalla scogliera. La tradizione popolare invece ricorda la strega (la Vecchia) che in quei paraggi lavorava con l'arcolaio ("lu furticiddhu" è appunto l'anello di forma discoidale che, nel fuso dell'arcolaio, blocca la fibra filata) e l'Orco (lu Nanni), che sicuramente non poco timore dovette incutere in queste zone. Il "Masso (o furticiddhu) della Vecchia" non è l'unica particolarità che si può trovare in questa zona; qui infatti troviamo anche un enorme monolite a forma di cuscino, comunemente chiamato il "Letto della Vecchia" e un masso che, secondo una leggenda attribuita ad Aristotele, viene chiamato "Piede di Ercole". A ridosso del muretto che separa i due fondi è facile trovare un altro masso, questa volta a forma di goccia, caduto dal proprio piedistallo, mentre poco lontano un bellissimo esemplare di pajara -enorme- vigila sulla dolce campagna salentina.

Grande trullo (pajara) di fondo Tenenti. Foto di O.Caroppo, agosto 2006. Il colle è ricco di tanti elementi in muratura a secco della civiltà contadina, dai muretti a secco di delimitazione dei poderi, ai trulli di varie e molteplici tipologia e destinazioni d’uso, abitazioni, forni, stalla, pollaio (puddhari), ecc. Presenti anche alcuni antiche masseria.

Oggi molto di più sappiamo di questo e degli altri monumenti naturali simili che possiamo osservare poco lontano. Si tratta di blocchi calcarei di età miocenica, in particolare la parte superiore è costituita di calcarenite marnosa, di colore verdastro per la presenza di un particolare minerale (glauconite); mentre la parte inferiore è costituita sempre da calcarenite, ma con un diverso grado di resistenza. Proprio questa differenza ha fatto sì che l’azione degli agenti atmosferici, in particolare l’acqua, modellasse la roccia dandole questa strana forma. ……………………………………………………………

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Altri enormi massi di Fondo Tenenti sulla Serra di Giuggianello. Foto di O.Caroppo dell’agosto 2006.

Altri enormi massi di Fondo Tenenti (Campo “de la Vecchia e de lu Nanni”). Tracce evidenti di cavatura, come anche ai piedi del Masso d’Ercole. Foto di O.Caroppo dell’agosto 2006.

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Il “Furticiddu de la Vecchia” a Giuggianello: il cuore spirituale del Mesolitico salentino dal sito www.belpaese.it e dal giornale locale settimanale gratuito omonimo “Bel Paese” CULTURA 28/08/2009 Articolo di Vincenzo Scarpello

Lungo la strada provinciale Maglie-Santa Cesarea Terme, tra Giuggianello e Poggiardo, domina la pianura una serra boscosa, i “Santi Stefani” sui cui frondosi declivi è custodito tra oliveti secolari ed il verdeggiare magico della macchia mediterranea, il cuore spirituale del Salento, quel vero e proprio Santuario mediterraneo della Dea Madre costituito dalla Grotta di San Giovanni e dal “furticiddhu della vecchia” (nella foto), il ventre ed il “corpo mistico” di quella divinità femminile a cui le popolazioni dell’arcaico Salento tributavano onore e venerazione. A poca distanza dell’abitato di Giuggianello si trova questo luogo mitico, in località Furticiddhu della Vecchia. Foto di Oreste “Duelli”, che è dominato da tre enormi monoliti sovrapposti, Caroppo, 2009 culminanti in una pietra “a cappello di prete”, posta in una posizione di apparentemente instabile equilibrio. Ma a OSSERVAZIONE: quest’articolo di V. Scarpello è stato sorprendere non è soltanto lo strabiliante masso, ma l’intero pubblicato su BelPaese dopo la divulgazione pubblica di testo che qui lo contiene e dei suoi studi, molti agglomerato megalitico, che suggerisce l’idea di un vero e questo originali e inediti, dovuti all’autore e studioso O. Caroppo. proprio santuario, coi suoi altari ed i suoi luoghi “liturgici”, dove i sacerdoti e le sacerdotesse della Dea Madre celebravano principalmente riti di fertilità connessi al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, consistenti nella sottoposizione dei fanciulli in età puberale a veri e propri itinerari iniziatici, che culminavano nel rito cruento della rinascita. Una tra le teorie più consolidate tra gli studiosi di antropologia è quella che voleva i fanciulli dormire nel ventre della madre terra per una notte, per poi rinascere cruentamente adulti all’alba del giorno successivo, in un rito che replicava i dolori ed il trauma del parto, con l’effusione della linfa sacra, del sangue, che ritornava alla terra. L’effusione del sangue avveniva o infliggendo ai ragazzi vere e proprie ferite, oppure sacrificando alla dea uno di essi, che per tutti ritornava alla natura, bagnando col proprio sangue la rinascita degli altri, i quali erano così pronti a celebrare i misteri della vita. I resti delle vittime sacrificate, fossero esse uomini o animali, venivano bruciati assieme a piante aromatiche, ed i roghi effondevano il loro sacro profumo nei luoghi circostanti. L’età del passaggio era stabilita col sopraggiungere delle regole femminili per le ragazze, mentre per i ragazzi si seguiva probabilmente il medesimo computo degli anni delle coetanee. Le sacerdotesse della Dea, le donne anziane delle comunità, le quali erano le depositarie delle conoscenze magiche, mediche e religiose, curavano gli aspetti rituali per tutti, ragazze e ragazzi, mentre gli uomini attendevano la fine dei riti di rinascita per introdurre i nuovi membri maschi della comunità ad altri riti, quelli della caccia e della vegetazione. Le ragazze invece venivano educate dalle anziane ai misteri della vita e della maternità per poter poi partecipare a quelle festività connesse alla fertilità della terra. È opinione ormai diffusa che il “furticiddhu della vecchia”, conosciuto anche come il “colle dei fanciulli e delle ninfe” (un evidente richiamo ai riti di iniziazione degli adolescenti) non sia stato edificato da popoli primitivi, ma che sia stato luogo di formazione naturale a cui i primitivi hanno progressivamente dato una forma, aggiungendovi scale e modellando alcune pietre per meglio rispondere alle necessità rituali. Quanto a lungo siano durati questi riti arcani è testimoniato dal fatto significativo che al “furticiddhu”, luogo che non poteva essere cristianizzato, come è invece accaduto per molte grotte, come quella di San Giovanni, sono state attribuite caratteristiche demoniache, tanto che si deve il suo nome alla Vecchia, la strega che “sul comignolo, pronuncia filando i suoi vaticini al sorgere del sole”, traccia evidentissima della figura delle sacerdotesse della Dea Madre. La superstizione popolare più che lo zelo ecclesiastico, che preferiva cristianizzare i luoghi di venerazione delle antiche divinità, ricollegò il retaggio di questi riti antichissimi alla figura della “strega de lu Nanni Orcu”, ossia la sacerdotessa-moglie del sacerdote del signore degli animali del neolitico, sul quale essa aveva la preminenza. (Vincenzo Scarpello)

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Altro enorme masso del Campo “de la Vecchia e de lu Nanni”. Struttura geologica a strati come il Masso d’Ercole. Dietro, uno degli ulivi della Serra; i mitici uliveti del Colle, nei cui alberi secondo la leggenda locale messapica furono trasformati dalle ninfe, alcuni fanciulli messapici. Quegli ulivi, dice la leggenda, emettono nella notte i gemiti dei fanciulli imprigionati da millenni nel loro duro legno. Qualcuno dice ancora di averli talvolta uditi… Foto di O.Caroppo, agosto 2006.

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Metamorfosi di un fanciullo nel legno d’un ulivo. Olio su tela, cm 90x160, titolo “Precario Equilibrio”; opera del 2004 dell’artista Paola Rizzo, nata a Galatina nel 1974, e fortemente affascinata dalle forme, a volte antropomorfe, degli ulivi salentini, suoi principali soggetti artistici.

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Nella foto accanto vediamo un particolare del Masso detto “Liettu de la Vecchia”; si nota un incavo a forma di anfora. Il professore Vincenzo Ruggeri, presidente del Centro di Cultura, ipotizza che lì le antiche comunità vi ponessero i neonati in riti di battezzo pre-cristiano, pagano, riti di iniziazione ma anche di fortificazione attraverso il contatto con la forte roccia sacra sporgente dal suolo e apportatrice di energie benefiche. Quasi come se il bimbo rinascesse dal ventre della roccia, simbolo della Grande Madre Terra. Per la sua azione di unificazione tra terra e cielo che la rende archetipicamente nel Particolare del masso “Letto della Vecchia”, incavo a forma di anfora, su un suo fianco, ad altezza d’uomo e delle dimensioni tali da poter pensiero magico-religioso condensatore comodamente accogliere seduto o in fasce un piccolo bambino. di energie cosmiche, la roccia sporgente Foto di O.Caroppo del 19 aprile 2009 dal suolo, come un bethilos, il menhir appositamente eretto in posizione verticale, è elemento unificatore dei principi maschili e femminile di cielo-padre e terra-madre, creduti fonte della vita e della rinascita di ogni forma di vita del creato; la pietra omogenea monolitica, tra cielo e terra posta, assorbe ed elargisce attorno forze benefiche, diventa genesi di queste forze essenziali per dar fertilità alle messi e ai prodotti della terra, al bestiame, alla selvaggina e alle comunità umane in generale. Da questi elementi psicologici si comprendono tutte le manifestazioni rituali e religiose (culti bethilici), connesse antropologicamente a questi monumenti ritenuti capaci di garantire la ciclica rigenerazione della vita attraverso le stagioni e le età degli esseri viventi. Ecco perché poi concetti di “fortuna”, e di tesori, le “acchiature” in vernacolo salentino, sono sovente associate nelle fiabe a questi monumenti (menhir e rocce sacre), e a cavità grotte poste nelle loro adiacenze o vicinanze; grotte simboli del ventre-utero della terramadre dove avviene la rigenerazione della vita, in contrapposizione complementare al simbolo fallico-maschile del menhir allungato (e spesso infatti, nel Salento, grotte artificiali o naturali sono spazialmente associate alla presenza dei menhir). Fiabe che nascono da un sostrato psicologico atavico, ma che si sono anche arricchite storicamente, dei ritrovamenti veri di monili ed altri oggetti, più o meno preziosi, che nel corso del tempo, quali offerte, ex-voto, o suppellettili funerarie di tombe poste vicine ai bethilos per assicurare la rinascita del defunto a nuova vita, sono stati lasciati nei pressi di queste rocce sacre. L’area dei massi della Vecchia ricca di roccia affiorante, presenta diverse zone di cavatura superficiale di rocce probabilmente impiegata anche per la realizzazione di alcuni vicini edifici rurali nella zona, con grossi blocchi monolitici sub-parallelepipedi usati come architravi adiacenti gli uni agli altri per la copertura. I muri perimetrali son realizzati con blocchi parallelepipedi di minori dimensioni o anche da grandi blocchi allungati e schiacciati del tipo di quelli architravali, disposti orizzontalmente ma in questo caso non di piatto ma di taglio e gli uni sugli altri. Tracce di queste cavature son persino ai piedi del Masso d’Ercole. Lo studioso Cosimo De Giorgi racconta che nell’800 si usò la dinamite per fare esplodere un grossissimo blocco litico lì presenti; ancor oggi si ritrovano nei margini del banco roccioso affiorante i chiari segni dei fori verticali per collocarvi la dinamite è i piani di frattura della roccia a seguito delle esplosioni. Tanti i massi, anche grandi, che si trovano nel campo, (forse, alcuni, resti 39


dell’esplosione di quel grande blocco di cui accenna il De Giorgi); alcuni son stati accatastati, probabilmente con un mezzo meccanico, sopra l’inghiottitoio di una piccola dolina a imbuto vicina al “Letto della Vecchia”; tra quei massi vi è la pietra detta “Piede d’Ercole”. Il fatto però che i grandi massi del Fuso e del Letto della Vecchia siano ancora in loco intatti, è spiegato dal geometra del comune di Minervino, paese vicino, Cosimo Merola (detto Cosimino, grande cultore di storia locale antica e tradizioni e innamorato del luogo dei massi al punto da aver acquistato un vicino podere così da potersi recare spesso nel vicino luogo magico e pietroso che lui dice sprigionante energia benefica, rilassante e guaritrice), attraverso il concetto del “rispetto”; egli sostiene che tanto forte è il fascino esercitato da quei massi, così singolari e particolari, che i contadini hanno attribuito loro addirittura un’anima, come testimoniato dal fatto che ai massi sono stati dati uno o più nomi propri nel corso del tempo, e pertanto da sempre essi sono stati sacralizzati e rispettati; mai danneggiati dunque nei secoli. Nel campo si ritrova anche una cisterna per l’acqua, forse un’antica cavità riadattata a cisterna. Frequente il ritrovamento di denti di squalo fossile nei terreni della zona, creduti punte pietrificate dei fulmini lì caduti, e chiamati in vernacolo, “lingue de focu”, “lingue di fuoco”, del fulmine luminoso ed infuocato, che incendia gli alberi che colpisce. Qualcuno ipotizza che forse la leggenda dei fanciulli mutati in alberi dalle ninfe o lì fatati dalle fate, sia originata storicamente dalla scomparsa in quei luoghi di fanciulli caduti nelle voragini e lì deceduti, mentre giocavano o esploravano curiosi quei luoghi durante le lunghe pause quando portavano i gregge di pecore, capre, mucche, cavalli e asinelli al pascolo. Né possiamo escludere l’ipotesi di una genesi ancora più cruenta; legata ai possibili antichi riti di sacrificio umano, (di cui anche la Puglia, come l’intero Mediterraneo, in epoche protostoriche fu testimone, ad esempio rappresentazioni di sacrifici umani si ritrovano sulle stele daune del foggiano dell’ VIII sec. a.C.), di bambini magari proprio volutamente gettati nelle voragini in olocausto alle divinità della terra e degli inferi, come semi all’origine dell’antichissima leggenda. In tante leggende legate ai menhir e ai dolmen salentini paiono echeggiare semi mitologici di antiche pratiche di sacrificio umano. Qualcuno a Minervino, ad esempio, racconta ancora una vecchia leggenda, secondo cui il grande dolmen Scusi, poco fuori del paese, era un antico altare dove si sacrificavano bambini! Altre leggende raccontano precise pratiche magiche per recuperare i tesori, le tradizionali “acchiature”, nascoste sotto i menhir, e che prevedevano la morte di fanciulli o di donne. Riportiamo dal testo dello studioso Luigi Panico “Dolmen, Menhir, Specchie Viaggio fra le pietre e i megaliti del Salento”, Edizioni del Grifo Lecce, stampato a Manduria nel 2004: ………………………………………………………….

Lu Furticiddu de la Vecchia de lu Nanni (il fuso della Strega) La prima sensazione che si prova, visitando questo sito, è quella di trovarsi in un luogo incantato, dove da un momento all’altro, fra le tante pietre, possono apparire, Fate, streghe, Gnomi. Il sito è ubicato in località Duelli, sulla serra che si erge appena fuori l’abitato di giuggianello, parte in un uliveto, parte in un fondo seminativo. L’area è particolarmente interessante, perché ricca di macigni e blocchi litici ciclopici, dalle strane fattezze, che pare spuntino all’improvviso dal terreno. Blocchi giganteschi addossati gli uni agli altri, sovrapposti o semplicemente appoggiati, come se mani immense gli avessero posti in quel luogo. Il tutto in una scenografia da mozzare il fiato. Appena fuori l’uliveto, all’improvviso, oltre un basso muro a secco, appare “Il Masso della Vecchia”, tre monoliti sovrapposti di notevole dimensione, il primo io più grande, funge da base del secondo, molto più piccolo, che a sua volta sorregge il terzo, enorme dalla strana forma a “Cappello di Prete” in una posizione che sembra di instabile equilibrio. 40


La prima descrizione di questo sito, si deve a L. Maggiulli in “Monografia di Muro Leccese” (1871). Il Maggiulli vede in questo monumento quelle che nel “fenomeno megalitico” sono dette “Pietre oscillanti” e ne attribuisce l’edificazione a non meglio identificati “popoli primitivi” li definisce “monoliti a cono rovescio, ritti su grandi basamenti, ancora saldi all’incalzarsi di tante migliaia di anni”, ed ancora “i primitivi tenevano questi immani monumenti, come pietre memorali o come simbolo del sole o raffigurazioni misteriose della divinità”. Inoltre chiarisce che “il popolo lo chiama ‘lu furticiddu de la Vecchia de lu Nanni’ il fuso della strega, individuando nella vecchia de lu Nanni (nella leggenda popolare lu Nanni Orcu) la famosa strega che sul comignolo, pronuncia filando i suoi vaticini al sorgere del sole. Ciò è confacente alle tradizioni popolari che vedono questi monumenti fuori dalle normali forme e dimensioni case degli orchi, dei giganti e delle streghe” . Ritiene inoltre che intorno a questa struttura dovessero elevarsi dei cippi conici distrutti dal tempo e dagli uomini: facendo propria la descrizione di C. Cantù (1845) delle “pietre oscillanti” [in bretone queste pietre sono chiamate logan], che scrive: “Sassi sprofondati in terra che servivano da base ad un altro, il quale poggiandosi sopra su una parte stretta o a spigolo, si teneva in bilico, oscillando alla più piccola scossa”. Oggi l’opinione più accreditata sulle origini del “Fuso della strega o masso della vecchia” è che questa enorme struttura non sia stata edificata, così come sostenuto dal Maggiulli, da popoli primitivi, ma che si tratti più semplicemente di un fenomeno geologico avvenuto al momento del sollevamento delle serre, ciò non esclude che questi megaliti, sbalorditivi per i giorni nostri , non abbiano attratto l’attenzione ed il rispetto dei primi abitatori di questo territorio e che in epoche remote lo abbaino potuto assumere come un vero e proprio santuario. Hsm = m 110 Coord. Geog.: Lat. 40° 06’ 28’’ Long. 18° 23’ 41’’ …………………………………………………………. Riportiamo dal testo del prof. Paolo Malgrinò “Monumenti Megalitici di Puglia”, Schena Editore, 1997 : …………………………………………………………. Qualche cenno descrittivo merita la località Masso della Vecchia, a vario titolo associata al megalitismo, dove affiorano, variamente disseminati, numerosi massi di notevoli dimensioni dalle forme bizzarre. Tali affioramenti si presentano come degli enormi blocchi, uno dei quali di forma lenticolare, dal perimetro di circa venti metri, misura rispettivamente negli assi maggiore e minore m 6 e m 3; nella parte centrale ha uno spessore di oltre due metri e si soleva dal suolo per oltre tre metri, poggiando su un piedistallo naturale litico fortemente eroso. Gli altri blocchi hanno varie dimensioni, sempre comunque grandi. Alcuni poggiano direttamente sul suolo; altri, come quello descritto, sono appoggiati a vari livelli. Queste forme sono modellate nella calcarenite miocenica, indicata dai rilevatori del foglio Gallipoli della Carta Geologica d’ Italia come Calcareniti di Andranno. Si tratta di calcari detritici, variamente stratificati, del tipo localmente detto piromaco, con componente magnesica argillosa con resti fossili di Lamellibranchi e Gasteropodi oltre che di numerosi Foraminiferi. Questi sedimenti sono frutto della sedimentazione di una delle fasi di trasgressione marina di età miocenica avvenuta in una depressione dell’ impalcatura calcarea del Cretaceo. Tali sedimenti, dopo essere stati solidificati, sono stati erosi e modellati nella forma attuale da processi di trasgressione marina durante una delle tante fasi climatiche del Quaternario. Un generale spianamento dovuto alle trasgressioni marine attestato dalla morfologia della zona, che presenta numerosi altopiani compresi tra novanta-cento metri di quota con l’asse maggiore in direzione N-NW. [Altri studiosi ritengono che siano stai effetti di erosione esogena non legata al moto ondoso del mare ma all’acqua piovana ed al vento a determinare la modellazione delle 41


strutture litiche Masso della Vecchia e Letto della Vecchia e gli altri massi. Nel caso del letto della vecchia e delle altre strutture con rocce lenticolari su gambo calcareo, la maggiore resistenza dello strato del cappello agli agenti esogeni quali la pioggia rispetto agli altri strati rocciosi del gambo, che però al di sotto del cappello vengono da questi protetti dall’azione erosiva meccanica della pioggia battente, spiegherebbe la formazione di queste strutture singolari note alla geologia. Un analisi chimico-geologica dovrebbe rilevare, trattandosi di rocce sedimentarie non fortemente soggette a deformazioni tettoniche, una maggiore antichità degli strati sottostanti del gambo rispetto a quelli superiori del cappello, secondo una precisa successione stratigrafica e cronologica; se questa successione cronologica non dovesse essere confermata nello studio scientifico degli strati del complesso Masso della Vecchia sarebbe ben sostenibile l’ipotesi oggi poco considerata di una sua possibile origine antropica nell’attuale positura]. Si tratta in definitiva di rilievi testimoni di sedimentazioni marine di età pre-plioceniche, erosi in forma di massi dal vario aspetto che per le loro dimensioni e la singolare morfologia sono stati abitualmente legati al fenomeno megalitico, tanto da essere confusi con i dolmen. Alcuni autori, e segnatamente De giorgi (1879), hanno posto il dubbio che queste forme potessero rappresentare delle costruzioni megalitiche e comunque utilizzate, forse modificate, da quelle popolazioni che praticarono i culti megalitici: Chi infatti può negare che i nostri antichissimi progenitori non abbiano potuto servirsi di questo blocco per alcuni riti religiosi conformemente a ciò che risulta dalle tradizioni e dalle leggende? L’accostare il Masso della Vecchia di Giuggianello alla fenomenologia megalitica è comprensibile in quanto qua e là sembra di poter vedere degli indizi, dei ‘segni’ che possono far pensare ad un utilizzo da parte dell’ uomo neolitico, oltre che dalla suggestione del posto. [Si pensi poi anche che il complesso litico cade in un area interessata dalla massima concentrazione di dolmen e menhir; si pensi al menhir Polisano, al Croce-caduta, al Pezza, al Puzzone, e alle tante pietre-menhir disseminate sul Colle ed in tutta la zona circostante, e ai dolmen Ore e Stabile-Quattro Macine]. Siamo infatti sulle pendici di quel pianoro compreso tra i 90 e i 100 metri di quota che spingendosi fino a Giurdignano rappresenta una zona di grandissima diffusione megalitica. Numerose e di vari natura sono le testimonianze di una tradizione megalitica che ha preso il posto del megalitismo vero e proprio, tradizione probabilmente non del tutto scomparsa. D’altronde nella stessa località, dal muro di un edificio rurale sporge, all’improvviso e senza alcuna motivazione apparente, un troncone lapideo di oltre un metro che lascia facilmente e suggestivamente pensare ad una pietra preistorica riutilizzata forse come gnomone [asta o stilo la cui ombra indica l’ora nelle meridiane]. Una leggenda, riportata anche dagli autori citati, lega il Masso della Vecchia alla figura di Ercole, l’unico uomo capace di sollevare il masso o di farlo ruotare con la semplice pressione di un dito. …………………………………………………………. Anche soltanto dal punto di vista geologico dunque l’area delle Rocce Sacre costituisce un unicum di grande valore ed interesse scientifico per la geologia pugliese, oltre che di grande valore archeologico, naturalistico, paesaggistico, antropologico ed etnografico. Un caposaldo dell’identità salentina di grande, ovviamente polo focale di grandissima rilevanza turistica. Una cartolina irrinunciabile per chi visita la Puglia ed il Salento, già oggetto di ambientazione di numerosissimi film nonché di approfondimento in tanti documentari regionali, nazionali ed internazionali. Nel famoso film “Pizzicata”, del 1996, del regista Edoardo Winspeare di Tricase, che narra la storia di una giovane tarantata salentina della prima metà del ‘900, una scena tra questa ed il suo innamorato si svolge sul masso Letto della Vecchia; lì seduti, la donna racconta che gli anziani di casa le raccontavano che al di sotto del masso era custodito il magnifico tesoro di un antico e grande eroe molto forte, chiamato “Ercole il Greco”. Nel documentario “Magica Puglia d’Oriente” (realizzato nel 2007 dalla DIVA cinematografica S.r.l. di Roma, con la locale collaborazione e consulenza dello studioso Oreste Caroppo), trasmesso nel 2007 sulla televisione nazionale, canale Rai 3, nel programma Geo&Geo, si da ampio risalto al 42


sito megalitico delle “Rocce Sacre” del colle giuggianellese; lì, la voce narrante di Claudio Capone, riporta una versione secondo cui il Masso della Vecchia fu scagliato da Ercole contro le popolazioni indigene ostili al suo sbarco. Si racconta anche che il luogo divenne dimora di una vecchia strega, “che incutendo timore sulla gente ha suggestione per secoli la gente della zona”.

Dolmen Stabile di Quattro Macine Tipologia: Dolmen Nome: Stabile Epoca d’origine: Eneolitico-Età del Bronzo Funzione: monumento, altare, tomba Comune di: Giurdignano Località: contrada Quattro-macine, non lontano dalla zona dei Massi della Vecchia. Accessibilità: Dalla strada Provinciale PalmariggiMinervino Dimensione pietra di copertura: Spessore copertura cm. 20 Larghezza cm. 250 x 170 Altezza da terra cm. 90 Numero ortostati o pietre d'appoggio: 2 + 7 appoggi Orientamento apertura: SSE Descrizione: Noto anche come "Quattromacine", il Dolmen Stabile è posto nei pressi della Masseria Quattromacine. Probabilmente esso deve il nome al fatto che vi si stabulavano animali. Ubicato a 8 km dal mare e 90 m di quota, fu trovato da Maggiulli nel 1893. I pilastri di sostegno sono strutturati in modo simile a quelli dei dolmen maltesi, con due ortostati e una serie di blocchi. E' alto circa un metro e presenta la tavola incisa lungo il bordo da una canaletta su cui confluiscono altre due incisioni, perpendicolari tra loro, che iniziano dal centro della tavola; alcune ipotesi legavano a riti sacrificali la presenza della canalette. Sorge su un banco di roccia affiorante dove si osservano davanti all’ingresso due fori di palo probabilmente, di sezione quadrata, ed uno sempre di fronte all’ingresso più grande e più distante di sezione circolare forse di valenza rituale come le bacinelle rettangolari sulle rocce affioranti intorno al dolmen Scusi in agro di Minervino. Il piano roccioso interno alla camera e ribassato rispetto a quello roccioso degli spazi antistanti, una canaletta su banco roccioso i corrispondenza dell’ ingresso sembra poi raccogliere le acque all’interno della cameracella dolmenica al di sotto del lastrone. Alcuni dei tanti altri monumenti megalitici vicini: il piccolo dolmen Ore, il menhir Croce Caduta che è un pilastro a sezione rettangolare con bacinella scavata in testa adagiato da tempo al suolo, la tomba a tholos (piccolo trullo con piccola specchia di copertura di Quattromacine), i menhir vicinanze I e II, il menhir San Paolo e i menhir San Vincenzo, Madonna di Costantinopoli e Fausa i dolmen Grassi, Chiancuse, Sferracavalli, Orfine, Cauda, Peschio, Paolo Niuri e Gurgulante. rinvenuto da: Maggiulli anno: 1893

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Menhir Polisano Tipologia: Menhir Comune: Giuggianello Nome: Polisano Funzione: segnacolo tombale, gnomone, orientamento, segnacolo di territorio, culti solari, culti bethilici. Località: Masseria Polisano (strada vicinale per Muro Leccese a partire dalla provinciale Palmariggi-Giuggianello), nella vallata umida ai piedi del Monte San Giovanni. Dimensione del monolite altezza: 3.45 m faccia principale: 40 cm faccia laterale: 25 cm tipo di materiale: pietra leccese orientamento facce larghe: E-W

Particolare delle coppelle incise sulle facce del menhir, alcune a mo’ di crocetta. Descrizione e/o note: Dopo un attacco vandalico nel 1980, questo monolite è stato recentemente ripristinato. Il De Giorgi, su indicazione del Maggiulli, ci riferisce di un altro menhir posto nei pressi del Polisano, andato distrutto agli inizi del secolo. Il menhir Polisano ha le pareti decorate con la presenza di coppelle singole o in gruppi Anche con 4 a coppelle ai vertici di un’ideale croce, e croci incise. Alla base due grossi macigni sub sferici sono posti quasi a mo’ di testicoli, se si assume il menhir come fallo ai fianchi del monolite in corrispondenza della facce minori. Rinvenuto da: Palumbo anno: 1950

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Diverse pietrefitte, forse antichi menhir, pietroni ed altre caratteristiche rocce si ritrovano sulla Serra lungo i margini delle stradine, nei muretti a secco inglobati o in altre ubicazioni. Forse originari resti di antiche strutture antropiche o monumenti megalitici, in situ o spostati per essere utilizzati come materiali litici per vari usi dalla civiltà contadina. Sempre dalla pagina web http://www.pinodenuzzo.com/pietre/malagrino.htm , riporto nella pagina seguente alcuni testi e foto del professore Malagrinò relativi al megalitismo sul Colle delle Pietre Sacre di Giuggianello. ……………………………………………………………….. Accludo delle immagini di pietre di insolita fattura nel territorio di Giuggianello genericamente riconducibili alla tradizione megalitica.

Lastrone in muretto a secco in territorio di Giuggianello. Questa pietra di insolite dimensioni fa pensare ad un caso di riutilizzo di pietra proveniente da una struttura precedente; è un esempio di come, in un ambiente come quello salentino, è quasi d’obbligo pensare ad una pietra di derivazione megalitica ma senza avere alcun supporto capace di sostenere una libera interpretazione difficile da smentire ma anche da provare.

Moncone di pietra in muretto a secco. Forma insolita non di grandi dimensioni.

Altro esempio di pietra insolita, sempre in territorio di Giuggianello, che in maniera anomala ed apparentemente non funzionale sporge dalla parete di una costruzione rurale. Si pone il problema: presenza occasionale o riutilizzo di pietra preesistente ? …………………………………………………

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Ampia area a roccia levigata affiorante nel Campo de la Vecchia de lu Nanni. Foto di O. Caroppo del 19 aprile 2009.

Il Sancta Sanctorum del Colle delle Pietre Sacre Il sacro “Masso di Ercole”, il “Letto della Vecchia” e il “Piede d’Ercole” sono collocati a poche decine di metri l’uno dall’altro. Sebbene siano questi i macigni della Collina dalle forme più immaginifiche e quelli maggiormente famosi tra gli studiosi e i turisti, l’attributo di sancta sanctorum del sito sembra spettare ad una zona più distante, sempre nel Campo della Vecchia e nel medesimo uliveto; una zona meno appariscente da lontano, dominata dall’estesa presenza di roccia affiorante, levigata ed ondulata, con vene di terreno tra i grandi massi. L’area sorge ad un centinaio di metri dai macigni analizzati sin ora. Si caratterizza per il seguente singolare aspetto: da tutte le persone che dichiarano di poter percepire le Foro sub-circolare scavato al centro del energie benefiche o meno dei luoghi, il sito roccioso in grande masso pulvinato sub-circolare questione, (e qui mostrato nelle foto di questa pagina e delle visibile nella foto superiore al centro in fondo. Foto di O. Caroppo del 19 aprile due pagine successive), è indicato come quello di massima 2009. concentrazione energetica benefica. Colpisce il fatto che, 46


Sancta Sanctorum del ninfeion nicandreo del Colle dei Fanciulli e delle Ninfe nel Campo della Vecchia. In fondo la pietra pulvinata con il foro intesta di cui si è approfondito nelle due foto precedenti. Foto di O. Caroppo del 19 aprile 2009.

individui diversi, indipendentemente tra loro e portati sui luoghi anche in periodi diversi, concordano in questo giudizio senza essere stati minimamente pre-suggestionati in merito. A volte si dirigono essi stessi, spontaneamente. come richiamati da qualcosa, verso quest’area del campo, e li dicono “è qui che sento la massima energia!”. Sono persone dalla sensibilità assimilabile a quella dei rabdomanti, ma nell’approfondimento della percezione di queste sorti di energie, o sulla querelle se si tratti di vere geo-energie emesse dalla terra o di effetti della carica suggestiva sull’inconscio dei luoghi, non entriamo, qui, nel merito. Singolare è però il fatto che tanti dicono di recarsi nel luogo sancta sanctorum del Campo delle Rocce Sacre, per rigenerarsi non solo nello spirito, ma anche nel corpo; dicono essere quella zona fonte di guarigione; dicono che lì, è come se il tempo fosse sospeso ed anche i rumori fossero diversi, ovattati o nulli! C’è chi addirittura, come Cosimino Merola di Minervino ha acquistato un terreno poco distante, (lasciandolo assolutamente intatto, evitando ogni intervento deturpativo), solo per poter nei momenti del bisogno recarsi in questo luogo “magico” e “benefico”, anche da lui univocamente ed indipendentemente individuato come il più denso di energia. Nell’area che qui abbiamo chiamato il Sancta Sanctorum del Santuario delle Ninfe, (del Ninfeion che nel Campo delle Rocce Sacre era collocato da Nicandro), e in maniera più diffusa su tutto il sito, è indubbio, dunque, che diverse persone percepiscano uno stato di benessere psicosomatico, (da ogni parte del mondo accorrono persone nel Campo delle Rocce Sacre, che sostengono di percepirvi, lì, energie benefiche da cui sono attratte, quasi 47


subconsciamente, “fascinate” dal magico luogo); un aspetto questo che non può essere trascurato nello studio ed approfondimento del luogo; un aspetto che apre filoni di indagine scientifica e antropologica e che accomuna il sito a tanti menhir e dolmen e grotte salentine dove le medesime persone salentine e non, dotate di questa sorta di particolare sensibilità parapsicologica, dicono di percepire energie benefiche o malefiche. Una di queste persone, una signora di Tricase dice, ad esempio, di percepire forti energie nel contatto con la mano di alcuni menhir salentini, parla come di un’energia che fluisce nel monumento e che si irraggia tutt’attorno e che nel contatto fisico con la pietra lei sente fluire attraverso tutto il suo corpo, come una corrente, in maniera molto forte; ma già nello spazio circostante essa sostiene di percepire, sebbene in minore intensità, questa energia. Energie malefiche dice invece la stessa donna di percepire vicino al grande Dolmen Scusi di Minervino; racconta di essere lì, in grado anche di vedere ombre nere sfuggenti e malvagie, che le schizzano davanti nel cielo. Suggestione? Probabilmente sì, ma l’interessante aspetto è che queste suggestioni sono indotte nella psiche dai luoghi e dalle forme dei siti e dei monumenti, che attivano in quelle persone ed in noi tutti, archetipi sopiti nell’inconscio, gli stessi archetipi ed impulsi all’azione, che non repressi negli uomini delle civiltà che eressero e venerarono i megaliti, agirono ed orientarono alla loro costruzione e venerazione.

Sancta Sanctorum del ninfeion nicandreo del Colle dei Fanciulli e delle Ninfe nel Campo della Vecchia. Oltre agli ulivi nel campo sono presenti anche alberi di mandorlo, pero come qui in foto, fico, nocciolo, noce, ecc. Si osserva una struttura trulliforme in pietra a secco sul lato destro della foto. Foto di O. Caroppo del 19 aprile 2009.

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Bellissimo scorcio del paesaggio sulla Serra di Giuggianello nei pressi di Monte San Giovanni. Paesaggio di seminativi, prati, macchie boschetti, querce di molteplici specie, oliveti e vigneti, suoli terrosi o rocciosi si alternano senza sosta tra fiori e farfalle in primavera; (foto di O.Caroppo del 19 aprile 2009).

Culto cristiano legato a San Giovanni Battista sul Colle delle Pietre Sacre La presenza da antichissima data di un culto cristiano legato a San Giovanni Battista, è alquanto interessante. San Giovanni è spesso stato sostituito, in un’opera di cristianizzazione di precedenti culti pagani legati a divinità femminili e dunque alla Dea Madre. Sulla Serra di GiuggianelloPalmariggi-Minervino la presenza di miti antichi legati alle Ninfe lascia pensare proprio ad antichi culti prevalentemente di divinità femminili, ipotesi ancor più plausibile se si pensa alla presenza su quel rilievo del santuario della Madonna di Montevergine in agro di Palmariggi e alla chiesa della Madonna della Serra di Giuggianello, entrambe con una colonna antistante dedicata alla vergine e sedi di importanti e frequentatissime feste religiose. La chiesa della Madonna della Serra è poi famosa perché se si parcheggia l’auto dinnanzi ad essa senza freno a mano questa si muove in direzione opposta alla chiesa, è frutto di una pendenza della strada che però non si apprezza per un effetto relativo connesso alla presenza di un adiacente strada che sale invece sulla collina con ben più forte pendenza, da qui la diceria popolare secondo cui la Madonna non vuole che si parcheggino auto o altro dinnanzi alla chiesa che con una forza repulsiva misteriosa essa allontana. La Madonna di Montevergine conserva al di sotto una chiesetta bizantina con un affresco medioevale della vergine con bambino, grotta ritrovata da un pastorello. Lì poi tante leggende parlano di apparizioni della Vergine. Tornando al culto di San Giovanni una cripta sul Monte di San Giovanni non lontano dai massi della Vecchia è dedicata da lontana memoria al santo che battezzò il Cristo. La chiesetta La bella e simbolica aia circolare rupestre, una gratta artificiale forse originariamente una cavità antistante l’ingresso della Cripta di San Giovanni; una sorta di rurale naturale sul costone roccioso della serra poi ampliata dalla mano cerchio magico su un terrazzamento dell’uomo risale ad epoca bizantina, in essa durante dei recenti del Monte di San Giovanni. Luogo lavori di pulizia è stato ritrovato un fòllaro, un conio bizantino del belvedere verso Ovest sulla vallata IX sec. d.C. San Giovanni legato al battesimo è legato del cuore del basso Salento un caratterizzata dalla all’elemento acqua, forse uno dei motivi per cui il suo culto si tempo estesissima foresta chiamata “Bosco associa alla donna, e ai culti del femminile, cui l’acqua è un Belvedere”. 49


elemento universalmente strettamente connesso dal punto di vista simbolico, (si pensi alla rottura delle acque nella donna in gravidanza poco prima del parto; il geroglifico egizio che rappresenta la donna è legato all’acqua). Forse anche per questo motivo grande rilevanza magica si dava alla rugiada formatasi nei campi la notte precedente alla festa del Santo. Qualcuno ipotizza, e l’ ipotesi è molto interessante che il termine Nanni relativo al campo dei massi detto campo “de la Vecchia e de lu Nanni” voglia dire campo “della Vecchia e di San Giovanni”, Nanni è infatti nei paesi salentini diminutivo del nome Giovanni. Nel nome non si parla di Orco ma nel Salento, quando si parla dell’Orco nei cunti, le fiabe locali popolari si parla di “Nanni Orcu”, dove Nanni par essere proprio il nome del mostruoso e forzuto Orco, è allora possibile che nel Salento proprio a partire dalle mitologia della Serra di Giuggianello si sia associato all’ Orco il nome ed il santo cristianizzante San Giovanni battista. Di seguito, riportiamo un testo relativo all’antichissima Sagra di San Giovanni sulla Serra di Giuggianello e ai culti, riti e racconti di miracoli e di apparizioni del Santo in quel luogo, tratto dal sito http://www.ccsr.it/s_giovanni.html del CCSR il Centro di Cultura, Studi e Ricerche di Giuggianello: ……………………………………………………………………………………………………………………… La Sagra di San Giovanni forse è la più antica di tutta la provincia di Lecce. Essa rievoca un antico culto medioevale legato a riti pagani del mondo antico, oggi purtroppo in disuso e quasi del tutto cancellati per il progressivo processo di cristianizzazione, mirante a far scomparire ogni residuo di paganesimo del mondo antico per poi assorbirlo nella liturgia cristiana. La notte della vigilia di San Giovanni in Giuggianello è una notte specialissima, notte gravida di magia, di misteri, di vaticini ed incantesimi, notte popolata di streghe, folletti, demoni. Notte inquietante e sovversiva in cui, secondo la credenza popolare, avvenivano prodigi di ogni genere e si compivano rituali squisitamente pagani. Questa notte è particolarissima dal punto di vista astronomico, segna, cioè, il momento culminante del viaggio del sole che dopo essere salito ogni giorno sempre piu' in alto nel cielo, si ferma e da allora ritorna sui suoi passi giù per la via celeste cominciando a discendere progressivamente. E' questo il momento del solstizio d'estate, un evento eccezionale per i popoli antichi, i quali non riuscendo a spiegarsi razionalmente i grandiosi mutamenti ciclici della natura e riconoscendo davanti ad essi la propria impotenza e fragilità, li ritenevano generati da misteriose forze sacrali diffuse nella natura. La notte del solstizio d'estate era perciò considerata notte magica per eccellenza, che aveva in se il potere di decidere i destini dell'intero anno solare. Le antiche popolazioni allora Interno dela chiesetta rupestre di San ricorsero a tutta una serie di riti e pratiche divinatorie. Sopra l’altare un affresco Con l'avvento del cristianesimo questi rituali magici furono Giovanni. rappresenta San Giovanni Battista in integrati nella sfera cristiana, sostituendo al rito del sole la tenera età in compagnia di un agnello. Un santo pastorello come quei pastorelli figura di San Giovanni Battista. In Giuggianello si credeva che in questa notte si verificassero della tradizione raccontata da Nicandro, o come la pastorella che lì ebbe, in epoca benefici fenomeni magici: così la rugiada assumeva poteri non molto antica, un’apparizione del speciali e diventava in grado di accrescere notevolmente le Santo ed un miracolo di guarigione. L’affresco prende il posto di uno più proprietà curative delle erbe. antico molto simile, ma danneggiato dal Si usava addirittura rotolarsi nei prati bagnati di rugiada per tempo che è stato rimosso ed ancora rigenerare il corpo, mentre le ragazze in cerca di marito, di conservato all’interno della sacra cripta. essa si bagnavano il sesso perché alla rugiada era attribuito il 50


potere di portare fortuna in amore. La notte di San Giovanni, infatti, era considerata particolare propizia a pronosticare fidanzamenti e matrimoni. Numerosi erano i modi per indovinare se la ragazza si sarebbe sposata entro l'anno e quale mestiere avrebbe avuto lo sposo. A Giuggianello l'antico segno della venerazione del Santo è la GROTTA DI SAN GIOVANNI dove anticamente si celebrava la festa con riti, canti, danze intorno ad un falò per ringraziare del nuovo raccolto delle messi il Santo. La cripta si trova a due Km. dal centro abitato sul Monte San Giovanni (120 m s.l.m.) immersa negli olivi secolari e la macchia mediterranea lungo la strada di campagna sulla direttrice Giuggianello-Palmariggi. Nel medioevo la grotta - cappella era adibita a funzioni religiose con culti greco, in seguito le funzioni si celebrarono col rito latino continuando a venerarsi San Giovanni Battista. Con il passare degli anni, però, la devozione si disperse, ma un avvenimento miracoloso ne rinverdì i momenti pi intensi. Il massaro della vicina masseria "Armino" aveva una figlia cagionevole di salute la quale aiutava la famiglia portando al pascolo le pecore proprio nei pressi della cripta, dove un giorno le apparve San Giovanni che le promise la guarigione. Ciò avvenne ed il padre, in segno di gratitudine, riportò la cripta all'antico splendore. Qui il parroco del tempo ogni 24 giugno, festa di San Giovanni, celebrava la messa, e il massaro alla fine della funzione religiosa offriva ai fedeli vino e formaggio in segno di devozione. [La tradizione è stata oggi ripresa e In tanti accorrono per la ricorrenza da tutto il Salento e non solo, sul Monte di San Giovanni, (luogo ameno e belvedere, oggetto di frequenti visite e scampagnate e gite fuori porta tutto l’anno da tanti che lì si ritrovano per ritemprare lo spirito), la notte della vigilia della festa del Battista (di San Giovanni Battista), per una suggestiva sagra fatta con danze e musiche, messe e l’offerta di vino e formaggio ai presenti da parte del Centro di Cultura, che organizza l’evento, e con la degustazione di pietanze tipiche locali presso il grazioso agriturismo in stile rurale e pietra a secco, chiamato “il Fòllaro” a memoria del ritrovamento numismatico lì avvenuto, posto nelle adiacenze della cripta. Secondo il classico programma, vi si celebra la messa sullo spiazzale antistante la Grotta e poi dopo come vuole la tradizione si distribuisce il formaggio e il vino e successivamente balli e canti tradizionali sull’aia. Il piato tipico della sagra è il “castrato al forno con patate”, accompagnato da altri piatti della gastronomia tradizionale salentina.] ……………………………………………………………………………………………………………………… Nella Grotta, attualmente priva di affreschi, un altare in pietra e dei locali adibiti alle cerimonie preparatorie della messa dicono con certezza che essa fu luogo di culto, funzionale probabilmente al rito greco, visto che a Giuggianello ancora nel 1700 rimaneva legata alla religiosità greca nonostante molti paesi si fossero già all’epoca avvicinati alla religiosità latina. In origine fu probabilmente realizzata o adattata a divenire chiesa rupestre dai monaci greci basiliani, che, in epoca bizantina, si insediarono nel Salento. Una masseria del Colle ricorda nel nome il santo fondatore del loro quest’ordine monastico di rito greco, San Basilio (San Vasili in vernacolo locale). La grotta presenta un arco d’ingresso in muratura con volta a botte sostenuta da due pilastri laterali realizzati in pietra leccese. Una data incisa sull’arco indica che l’ingresso è stato costruito attorno al diciottesimo secolo.

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La Grotta di San Giovanni, il ventre della Dea fecondato dal Dio della Vegetazione dal sito www.belpaese.it e dal giornale locale settimanale gratuito omonimo “Bel Paese” CULTURA 28/08/2009 Articolo di Vincenzo Scarpello

A poca distanza dal “furticiddhu della vecchia”, domina la località Santi Stefani, sul Monte della Serra, situato a 112 metri sul livello del mare, la grotta di San Giovanni, uno straordinario esempio di cristianizzazione degli antichi luoghi della spiritualità pagana. La grotta, dovuta ad un singolarissimo fenomeno carsico, è caratterizzata da pilastri naturali che sembrano sorreggerne la volta. All’interno di essa si svolgevano le antiche ritualità neolitiche, legate alla fertilità della terra e degli uomini. Vertice e fulcro dell’anno naturale era per queste popolazioni, la cui vita era scandita Intermo della cripta di San Giovanni, affresco dai tempi della natura, la notte del solstizio d’estate, il del santo sull’altare. Foto di Oreste Caroppo, 2009 momento culminante del viaggio del sole nel cielo, il quale OSSERVAZIONE: quest’articolo di V. Scarpello è stato inizia la sua ridiscesa. In questa magica notte avvenivano le pubblicato su BelPaese dopo la divulgazione pubblica di questo testo che qui lo contiene e dei suoi studi, molti nozze sacre del Dio della vegetazione, il cui simbolo era il originali e inediti, dovuti all’autore e studioso O. Caroppo. serpente, con la Dea Madre, la cui unione garantiva la prosperità dei raccolti e la fortuna nella caccia. Tale unione veniva ritualmente replicata dai sacerdoti e dalle sacerdotesse che si rinchiudevano in queste grotte dando corso a rituali di fertilità che si incentravano sull’unione fisica e spirituale della terra con il mondo vegetale, la cui vita era garantita dalla rugiada che in quella magica notte diveniva teurgica, curativa. Uomini e donne si rotolavano nella notte nell’erba per rigenerare il corpo e ritrovare la fertilità, e tutta la natura, sconvolta dalla magia astrale della notte di San Giovanni, veniva coinvolta in fenomeni straordinari: si riteneva ad esempio che gli animali acquisissero la parola e vaticinassero agli uomini le loro sorti. In seguito alle nozze sacre avveniva il consueto sacrificio umano o animale e la ricorrenza sacrale si concludeva con un falò, attorno al quale avvenivano danze e banchetti. Di tali consuetudini rituali sono rimaste tracce importanti nelle tradizioni cristiane legate al culto di San Giovanni, che hanno contribuito a tramandare sino a noi l’essenza spirituale del nostro passato più antico. È stato proprio grazie alla cristianizzazione del culto pagano che è stata resa possibile agli antropologi ed agli archeologi la ricostruzione di un antichissimo passato che altrimenti si sarebbe perduto per sempre. La Religione Cattolica, memore della pax deorum che aveva garantito l’universalità spirituale di Roma nel mondo antico, preferì assorbire le religioni pagane anziché distruggerle, preservando nella trasformazione e nella attribuzione del senso autentico del sacro dell’intuizione che di esso aveva avuto l’antenato, che non aveva potuto avere conoscenza dell’incarnazione del logos divino. La devozione al dio vegetazionale ed alla Dea Madre, traslata nel culto di San Giovanni e nella fortissima devozione Mariana, molto sentita a Giuggianello come in tutto l’Occidente cattolico, è potuta così sopravvivere fino ai giorni nostri, vivendo periodi altalenanti di fortuna tra un medioevo greco di splendore iconografico, nel corso del quale molti santuari rupestri vennero convertiti in chiese con l’apposizione di magnifici affreschi di scuola bizantina, ed un periodo di declino, conclusosi fortunatamente con un avvenimento prodigioso, la guarigione della figlia del massaro della vicina Masseria “Armino”, che contribuì personalmente al restauro dell’antica grotta ed alla ripresa di un fenomeno culturale che compendia l’essenza stessa dell’Identità Salentina, ossia la devozione ad una Madre Celeste, e contemporaneamente Madre terrena, della quale hanno avuto privilegiata premonizione e conoscenza i nostri avi, sin da quei tempi ancestrali nei quali Ella veniva chiamata Dea Madre. (Vincenzo Scarpello) …………………………………………………………………………………………………..

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Aspetti naturalistici

Sughereto. Gli alberi da poco decorticati dal sughero, accatastato a destra nella foto, appaiono nel tronco di color rossoarancio, nel corso degli anni produrranno un altro strato di sughero protettivo.

Sul Colle, sul suo altopiano megalitico e nell’umida e boscosa vallata ai suoi piedi verso Muro Leccese si ritrovano preziosi lembi di macchia mediterranea, steppa, e boschetti, con numerosissime specie di querce; da quella caduche del sub-genere Robur, come Quercus dalechampii, Quercus virgiliana, con presenza di roverella (Quercus pubescens) e querce ibride con la ormai rarissima Farnia (Quercus robur), presente nel Salento in purezza prima delle forti bonifiche delle zone umide, suo habitat ottimale, alle specie semi-sempreverdi come i rarissimi esemplari relitti di Quercia di macedonia (il Fragno, Quercus Trojana) in località Ore verso Minervino, alle sempreverdi come i Lecci (Quercus ilex) e le Querce spinose (Quercus coccifera var. calliprinus). Di particolare rilievo poi anche un nucleo relitto dell’antica sempreverde Quercia da sughero salentina (Quercus suber), nel bosco chiamato “Oscu Paletta”, un querceto misto con prevalenza di leccio, e quercia spinosa nelle aree a macchia cespugliosa, ubicato in contrada Quattromacine, (area protetta dichiarata riserva naturalistica). Si tratta del nucleo di sughera più orientale al mondo, tenendo conto dell’areale di diffusione naturale odierno di questa specie che ha il baricentro nel Mediterraneo occidentale; un tempo era diffusa fin nella Penisola Balcanica. Dal punto di vista naturalistico molteplici sono le specie, anche rare, di animali e vegetali che vegetano in quei luoghi incontaminati del Colle ed ai suoi piedi. Altissima la biodiversità e la molteplicità di ambienti, biotopi, ecosistemi e paesaggi naturali e rurali. Significativa è la segnalazione frequente, da parte di gente del luogo, durante i passi migratori, di esemplari, anche in gruppo, di Cicogna bianca (Ciconia ciconia), Grande Fragno di contrada Ore, chiamato “Fragnu Ore”. soprattutto nell’altopiano di San Vasili, nei pressi del campo “de la Vecchia de lu Nanni”, dove alcuni Dati biometrici: il “Fragnu Ore” ha un’altezza di circa tronco con circonferenza basale di circa locali raccontano, che alcune coppie di cicogne, lì vi 12,5 m, e un 240 cm a 1,30 m dal suolo. nidificano, addirittura, da alcuni anni, ormai ogni Foto di Oreste Caroppo, del 23.9.2007. primavera; evento che se confermato, sarebbe di importanza naturalistica straordinaria! FONTE: l’ informazione in merito agli avvistamenti delle cicogne mi è stata riferita da Angela Venturi di Minervino che ha anche in suo possesso delle foto di documentazione della interessante presenza ornitologica, scattate da una sua amica qualche anno fa. Il padre di Angela riferisce della nidificazione in loco di coppie di cicogne; da interviste curate da O.C. il 22 febbraio 2009 e approfondite nei giorni seguenti. Foto di cicogne sulla Serra, ha anche Cosimo Merola, che riferisce della copiosa frequentazione del sito da parte di questi protettissimi, ormai rari, uccelli!

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Cicogna bianca (Ciconia ciconia) in volo.

Altopiano di San Vasili (San Basilio). In fondo uno stupendo filare di pini domestici ad ombrello (Pinus pinea). Vista belvedere dalla zona dei Massi della Vecchia. Foto di O.Caroppo del 4-6-2006.

Cespuglio selvatico in fiore ai piedi di Monte San Giovanni. Foto di O. C. del 19 aprile 2009.

Cicogne bianche (Ciconia ciconia) ed un Airone cenerino sullo sfondo, in un campo di cereali dopo la mietitura.

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Menhir Pezza. Sul retro si vede il piccolo tumulo di pietre. Foto di O. Caroppo del 1993.

Menhir Pezza Tipologia: Menhir Comune: Giuggianello Nome: Pezza, dal nome del podere rurale in cui insite. Funzione: segnacolo tombale, gnomone, orientamento, segnacolo di territorio, culti solari, culti bethilici. Località: a destra, oltre il ciglio della strada della via provinciale Palmariggi-Giuggianello. Pare fosse inizialmente al centro della strada prima che per la realizzazione della via provinciale fosse traslato dove è oggi, comunque sempre vicino ad tumulo di pietre e terriccio (in vernacolo locale “nu munte de petre” o anche una “specchia piccinna” chiamato genericamente). E’ ubicato ai piedi del Colle dei Fanciulli e delle Ninfe, a 85 m s.l.m. Dimensione del monolite altezza: 1.49 m faccia principale: 61 cm faccia laterale: 59 cm tipo di materiale: pietra leccese Descrizione e/o note sul menhir: il menhir Pezza è un blocco monolitico molto tozzo e piuttosto basso a sezione quasi quadrata, piuttosto basso rispetto ai più diffusi menhir salentini a pilstaro squadrato e a sezione generalmente rettangolare. Come molti menhir presenta in testa un sistema di coppelle e canalette con una grossa bacinella concava a calotta sferica sulla base superiore; bacinella legata con tuta probabilità a riti di unzione-libagione con liquidi quali acqua, latte, vino, olio, birra, o sangue delle vittime sacrificali nei riti pagani, o forse in testa vi si accendevano anche fuochi per bruciarvi offerte e essenze profumate a mo’ di ara, o per deporvi offerte rituali alle divinità ed ai defunti in culti bethilici e funerari. Menhir Pezza particolare della faccia interessata più Singolare è la “croce greca” (croce a braccia uguali), che si osserva in alto su una delle ampie facce laterali, probabilmente diffusamente dalla presenza delle bucherellature. In alto incisa appare anche una croce greca (a braccia uguali). apposta in epoca cristiana, (o forse segno più antico secondo il Foto di O.Caroppo del 19 febbraio 2006. Maggiulli), per cristianizzare il monumento sacro pagano. Interessanti sono i fori ciechi a macro-coppella, anche di grandi dimensioni, che si osservano sulle facce e uno in alto, con piano di appoggio, su uno spigolo. Piccole coppelle-traforature si osservano sparse sulle sue superfici in particolar modo su una delle superfici laterali, quella dove è stata incisa la croce greca. Probabilmente di origine antropica poi erose dagli agenti esogeni , queste coppelle sono elementi tipici dell’arte rupestre megalitica. Il motivo delle trapanature a microcoppelle fitte e diffuse è tipico di alcuni dei decori

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megalitici di monoliti nei grandi templi di pietra d’epoca neolitica ed eneolitica dell’Arcipelago Maltese; e tante sono le significative analogie tra dolmen e menhir a pilastro squadrato maltesi e salentini, testimonianze di antichissimi contati marittimi tra le due terre mediterranee. Descrizione del vicino tumulo: ha una pianta ellittica con asse maggiore da NW a SE, di 6m circa e asse minore di 5m circa. Al centro raggiunge un altezza di 50cm. Tra le pietre del tumulo sono stati ritrovati anche frammenti di ceramica scura ad impasto grossolano, riferibile all'eneolitico o all’età del bronzo, forse resti di offerte o corredi funerari riferibili ad una destinazione tombale del tumulo di cui il menhir era sacro segnacolo con valenza di ara. Rinvenuto da: Vincenzo Ruggeri e Centro di Studi e Cultura di Giuggianello. (Studi ed approfondimenti successivi .di Oreste Caroppo). Anno della scoperta: 1979

Una interessantissima leggenda raccontano gli anziani del paese di Giuggianello e i contadini che ancora vivono nelle vicine masserie in riferimento alla località Pezze in cui esiste questo menhir e presumibilmente legata proprio a quel monolite e a tutto il suo complesso funerario cui si associa la tomba-tumulo che sorge nelle sue immediate vicinanze e di cui probabilmente era o divenne segnacolo se precedente all’insediamento del sepolcro. Si racconta che lì, in quel punto “esce l’anima”, uno spettro, un fantasma, l’ombra di una persona da molto tempo defunta. Ciò avvalora l’ipotesi di una destinazione sepolcrale del tumulo, forse da un suo spietramento e dal ritrovamento di teschi e altri resti ossei umani. A volte questi tumuli megalitici ospitavano nel Salento all’interno, racchiusi in ciste dolmeniche coperte di massi e terra, sepolture miste di più inumati accompagnati da corredi funerari, utensili, monili, vasi, offerte di cibi e bevande; si pensi a tal proposito al tumulo dolmenico tomba multipla, scavato nel 2007 dagli archeologi dell’Università del Salento ad Ugento, che è stato datato all’Eneolitico, dunque all’Età del Rame, circa fine del III millennio a.C. “Quando passi di là”, si racconta, (il menhir Pezza, come tanti menhir salentini, sorge lungo un crocicchio di strade), “quest’ombra” ti segue (malumbre sono chiamati spesso nel Salento i fantasmi cattivi, col significato letterale di “cattive ombre”; sono descritti spesso come ombre molto lunghe e vaghe, spesso sfuggenti e saettanti, visibili soprattutto con la coda dell’occhio). Qualcuno dice che questo fantasma di contrada Pezza avrebbe la camicia bianca e pantaloni neri. Ma l’aspetto più interessante è la raccomandazione che i contadini fanno, “quando passi di là l’ombra ti segue e tu allora non ti devi assolutamente voltare, no ti devi girare a guardar l’anima quando ne percepisci la presenza alle spalle, solo in tal modo, se non ci si volta l’ombra rimane lì, non ti tocca, altrimenti si corrono grossi rischi”. Questa raccomandazione sembra una reminescenza di antichissimi miti greci legati la rapporto tra gli umani e le anime dei defunti discesi nell’Ade, nel mondo infero nell’oltretomba. Echeggia in particolar modo un elemento, un seme, presente nello struggente mito di Orfeo e della sua bella e amata Euridice, una driade, una ninfa della quercia, morta in seguito al morso di un serpente velenoso. Orfeo, mitico ed eccelso citareda (suonatore di cetra), era figlio di Calliope, musa del canto e della poesia epica. Il Dio Apollo gli donò la lira e le muse gli insegnarono ad usarla ed era talmente abile che al suo melodioso suono si ammansivano ed accorrevano le belve ed ogni animale e si fermavano persino i fiumi. Fu tra i greci dell’equipaggio della mitica Argo, compagno a bordo di Eracle e Giasone. Orfeo amò in tutta la sua vita una sola donna. Euridice. Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo. Infatti un giorno, lo stesso giorno in cui Orfeo sposò la sua amata, la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di un gigante, chiamato Aristeo, che si innamorò di lei e cercò di sedurla, di farla sua prima del marito. La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre, ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell'erba che la morsicò, provocandole la morte istantanea. Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa decise di scendere nell'Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti e circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ghermirlo, giunse alla presenza di Ade e della sua sposa Persefone, signori del mondo infero. Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a cantare la sua disperazione e solitudine e nel suo 56


canto mise tanta abilità e tutto il suo dolore che gli stessi signori degli inferi si commossero; per la prima volta nell'oltretomba si conobbe la pietà come narra Ovidio nella “Metamorfosi” (X, 4160). Fu così che fu concesso ad Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra non si voltasse a guardarla in viso fino a quando non fossero giunti alla luce del sole. Orfeo, presa così per mano la sua sposa iniziò il suo cammino verso la luce, ma durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un'ombra e non Euridice. Dimenticando così la promessa fatta, si voltò a guardarla, ma nello stesso istante in cui i suoi Menhir Pezza, particolare delle bacinelle e canalette e fori occhi si posarono sul suo volto, Euridice svanì ed nella parte sommitale del menhir. Foto di O.Caroppo del 19 febbraio 2006 Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.

[Fonte per la leggenda legate al Menhir Pezza, raccolta da O. C., durante una ricerca etnografica sul campo effettuata nel febbraio 2009: Vincenzo Ruggeri di Giuggianello, che ha riferito di averla ascoltata dagli anziani del paese di Giuggianello (“Sciuaneddhu” chiamato in vernacolo locale)]. Al mito di Orfeo, in quanto sacerdote del culto di Dioniso, si lega l'Orfismo, uno dei fenomeni religiosi misterici più importanti della Grecia antica del VI secolo a.C. Elemento interiore di una religione esteriore che aveva i suoi dei nei rappresentanti planetari - Zeus, Giove, ecc. - l'Orfismo dimostra stretti collegamenti con radici anteriori e antichissime, che ne collegano la dottrina anche a fonti egizie e mesopotamiche. Sotto il profilo estetico, molta parte esteriore è assorbita dal mito come narrato da Ovidio, di Orfeo e Euridice. Essenziale per l'Orfismo è proprio la concezione dell' “anima” e della sua necessità di trasmigrare finché non raggiunge la perfezione secondo le regole di vita rese comprensibili dal culto orfico. L'anima, che risiedeva nei cieli, compie un peccato e cade dal regno dei cieli sulla terra reincarnandosi in un corpo, che utilizza per espiare la propria colpa. Con la morte, l'anima (il daimon dei greci) trasmigra e si ricompone in un altro corpo che può anche non essere quello di una persona, (questo dipendeva anche dal comportamento che il daimon aveva tenuto nella vita precedente: se ha espiato la colpa torna nel regno dei cieli, altrimenti si reincarna in un corpo differente). L'Orfismo addolcisce gli aspetti più cruenti del culto di Dioniso e sostituisce le danze orgiastiche, il vino e la carne, con offerte vegetali e d'incenso, accompagnate da danze e canti liturgici. Di questi canti sono presenti attestazioni ritrovate in lamine di rame, a scopo cerimoniale, largamente diffuse nell'Italia meridionale, la Magna Grecia. Con tutta probabilità anche presso i messapi aperti alla cultura greca si diffusero i misteri orfici, come anche altre correnti religiose, come i culti dionisiaci, e filosofiche, quali ad esempio il pitagorismo.

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I Messapi sulla Serra di Giuggianello-Palmariggi La Serra di Palmariggi-Giuggianello-Minervino rientrava molto probabilmente nei territori messapica controllati dalla città di Muro Leccese (forse chiamata MIOS, come si dedurrebbe da una mappa ritrovata su un òstrakon del V sec. a. C. a Soleto), e di BASTA (Vaste, oggi frazione di Poggiardo).

Modello grafico di strutture murarie difensive messapiche della tipologia della torre messapica ritrovata a Giuggianello sulla Serra.

I resti di una torre d'avvistamento messapica sono stati trovati sulla serra di Giuggianello, piccolo comune a sud di Maglie. Artefice della scoperta è l'equipe guidata dal direttore della Scuola di specializzazione in archeologia dell'Università di Lecce, Francesco D'Andria. Grande è l'importanza dell'antico manufatto, come sottolineano i ricercatori, unico nel suo genere in tutto il Salento. Non erano mai state individuate, prima di questa scoperta, tracce di torri utilizzate dai messapi per scopi difensivi. Lo staff, formato da Amedeo Galati, Emanuela Andreano, Valeria Melissanò e Giovanni Mastronuzzi si è messo a lavoro il 31 dicembre del 2005, dopo che lo studioso locale Salvatore Pede aveva segnalato la presenza delle antiche testimonianze in località «Madonna della Serra». Una sommaria analisi ha subito evidenziato il valore scientifico del sito: quattro filari composti da blocchi di pietra squadrati sono quel che rimane dell'antica torre circolare con un diametro che non doveva essere inferiore ai 16-20 metri. «Ma l'eccezionalità del ritrovamento sta nel fatto che l'esistenza di una struttura difensiva di tal genere non era stata mai neppure ipotizzata», come ha spiegato Mastronuzzi, che svela: «Dopo una semplice pulizia dei luoghi abbiamo anche rinvenuto alcuni frammenti ceramici

“Trozzella” messapica con raffigurazione di Ercole; fine del VI secolo a.C. (Lecce Museo "S. Castromediano"). Tutta la cultura messapica è intrisa di riferimenti, miti eponimici, culti e opere d’arte, raffigurazioni scultore, pittoriche, figuline e bronzee, dedicati al semi-dio eroe Eracle, (l’Ercole dei latini), che in Beozia, un’antica regione dell’Ellade, (la “Grecia” chiamata dai romani per i quali, invece, la “Magna Grecia” era l’Italia meridionale), era appellato il “Karops”. 58

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risalenti all'età messapica: resti del tipico vasellame di colore nero utilizzato in quell'epoca». Inoltre, dinanzi alla costruzione è stato portato alla luce un pezzo di asse viario, anch'esso dello stesso periodo. «La strada - racconta l'archeologo Francesco D'Andria - è composto da frammenti di tufo compattati fra loro con altri tipi di pietra, anche se non si può ancora stabilire dove conducesse». Diversi sono gli insediamenti messapici presenti nei dintorni con i quali la torre poteva essere collegata. «Il comprensorio è quello di Muro Leccese - dice ancora Mastronuzzi - che era l'abitato messapico principale della zona. Ad esso facevano riferimento altri agglomerati come Vaste e la stessa Otranto, anche se è un po' più lontana. L'edificio potrebbe, quindi, essere stato funzionale al controllo del territorio di questa grande città messapica che era Muro nel IV e III secolo avanti Cristo». «Bisognerà trovare un accordo con la Sovrintendenza per i beni archeologici e reperire i finanziamenti necessari - fa sapere Giovanni Mastronuzzi - per indagare tutta l'area, stabilirne l'estensione e verificare il perimetro, prima di sviluppare l'indagine stratigrafica. Quest'ultima servirà a conoscere gli strati associati alla struttura e quindi la cultura materiale, le caratteristiche della frequentazione umana e molte altre informazioni». [Fonte: articolo di Antonio Della Rocca sul quotidiano “Corriere del Mezzogiorno” del 02/03/06, “A Giuggianello la torre dei Messapi scoperta dell'equipe del professor D'Andria. «Così si difendevano dagli attacchi»”; articolo visionabile nella pagina web: http://www.frisella.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1063&Itemid=27 ] Sui pendii rocciosi della Serra, a partire dalla chiesa della “Madonna della Serra”, si sviluppa una intricata una bellissima integra zona di macchia mediterranea cespugliosa, essenzialmente a Quercia spinosa, denominata “macchia de lu Cutrini” probabilmente dal nome di un vecchio proprietario di quell’area rocciosa. In alcuni punti i pendii della Serra presentano terrazzamenti, fatti con l’impiego di muretti a secco, dove si pratica la coltura dell’olivo.

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Vista dello scenario mozzafiato della Collina (Monte di San Giovanni) e del paesaggio della prospiciente valle dove si estendeva fino all’orizzonte la foresta salentina del Bosco Belvedere, ed oggi una selva di boschetti e sconfinati uliveti, punteggiati dai campanili delle città che a macchie di leopardo punteggiano la vallata! Un patrimonio estetico da conservare per le future generazioni! Foto di Oreste Caroppo, gennaio 2009.

CONCLUSIONI Tantissimi sono i testi e gli studi di vario genere dedicati nel corso del ‘900 alla Serra di Giuggianello, al Colle dei Fanciulli e delle Ninfe, ai suoi singolarissimi Massi Sacri, tanti i documentari televisivi e i film girati in quei suggestivi siti, numerosissimi i siti internet che trattano di quei sassi ciclopici, che costituiscono una irrinunciabile cartolina per ogni turista che raggiunge il territorio salentino. Grandissimo è il legame della gente del Salento ancora oggi, con questi silenziosi eloquentissimi intatti testimoni litici della nostra plurimillenaria civiltà salentina; distruggerli, alterarne le suggestioni, comprometterne il paesaggio rurale e naturale circostante dal cui mutuo inscindibile dialogo con i massi scaturisce una ineguagliabile carica suggestiva, per cui tanti addirittura sostengono con convinzione sia questo luogo, in cui si recano a scopo terapeutico, fonte di benessere psichico e fisico, vuol dire attentare alla antica ed intatta genuinità di questa terra, vuol dire privare la terra salentina ed ogni suo abitante della parte più importante della sua più atavica, forte e radicata identità!

Testi, studi e ricerche di Oreste Caroppo

FIRMA DELL’AUTORE

Maggio 2009, con integrazioni successive

nato a Maglie (LE), il 22.3.1977

cell. 347 7096175 e-mail: orestecaroppo@yahoo.it

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La collina dei fanciulli e delle ninfe, studio di oreste caroppo  

La Collina dei Fanciulli e delle Ninfe in agro di Giuggianello - Palmariggi - Minervino miti e leggende dell’antica acropoli della civiltà m...

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