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TERREMOTO

Obiettivo prevenzione Nonostante ricostruire costi di più che mettere in sicurezza, le istituzioni non avviano un piano a lungo termine che allontani il rischio di nuovi disastri. Perché manca il concetto di investimento ltre a riscoprirsi un paese a forte rischio sismico e idrogeologico, l’Italia è anche ricca di edifici storici, che spesso vengono impiegati per prestigiose sedi di scuole, università e qualche volta ospedali. Una pratica esteticamente valida che però cozza con l’esigenza dei cittadini di sentirsi in sicurezza proprio nelle situazioni più delicate, come una degenza in ospedale o lasciare i propri bambini in classe. Da questo punto di vista c’è un gran lavoro, ma sono ancora poche le applicazioni dei sistemi anti-sismici, come l’isolamento sismico e la dissipazione di energia, che andrebbero adottati soprattutto in questo tipo di edifici pubblici. Alessandro Martelli, a capo dell’Enea di Bologna nei giorni del sisma e oggi presidente del Glis e dell’Isso, riconosce la difficoltà di arrivare al compromesso tra sicurezza e conservazione negli edifici storici. «In Italia il vecchio viene considerato antico dopo cinquant’anni, così si tengono edifici a volte brutti, non sicuri e inutili che invece andrebbero demoliti e ricostruiti». Oppure c’è l’alternativa più manichea: non mettere le scuole in edifici storici: quando la sicurezza non va d’accordo con altri principi, va privilegiata. Cosa significa mettere in sicurezza un edificio? «Se si vuole intervenire sull’esistente la soluzione è unica: il cosiddetto adeguamento, per cui la struttura esistente deve arrivare ad avere le stesse caratteristiche di sicurezza di una nuova, per questo adeguare un edificio antico è molto complesso. L’isolamento sismico è una tecnologia che garantisce in caso di scossa l’assoluta integrità dell’edificio, inoltre, diminuendo le vibrazioni, evita i possibili effetti del panico. Oggi la scuola di San Giuliano di Puglia, crollata nel terremoto del 2002, dove sono morti molti bambini e una maestra, ha queste caratteristiche. È così che vorrei una scuola o un ospedale. Privilegerei una sicurezza totale a rattoppi spesso più costosi».

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A quanto ammonta la previsione di spesa per la messa in sicurezza del territorio nazionale? «Dopo il crollo della scuola di Rivoli, la Protezione civile stimò un costo di 13 miliardi di euro. Per questo avevo proposto di devolvere parzialmente l’8 per mille alla messa in sicurezza delle scuole, ma ci sono dinamiche difficili da scardinare, anche se in realtà la situazione è realmente drammatica. Un’altra alternativa potrebbero essere le assicurazioni». Quindi dove trovare i finanziamenti? «Se vogliamo parlare di soldi, il discorso da fare è questo: riparare i danni di un terremoto costa da tre a cinque volte di più rispetto alla spesa necessaria per mettere in sicurezza le strutture. Se un paese è civile e serio, fa un piano concreto e preventivo. Non occorre mettere subito a bilancio 13 miliardi, si stabiliscono delle priorità che dipendono dai timori dei sismologi per una zona piuttosto che un’altra, dalla qualità delle strutture, mettendo sempre davanti scuole e ospedali. Facendo così in cinquanta, sessant’anni la questione si risolve, ma la scusa che non ci sono i soldi non sta in piedi. Se aspettiamo il prossimo terremoto, avremo altre vittime e necessiteremo di nuovo di denaro per la ricostruzione». Manca la prevenzione, dunque. «È una questione di mentalità. In questo Paese manca completamente il concetto di investimento: quello che non rende oggi pomeriggio non interessa a nessuno. Basta guardare come viene trattata la ricerca scientifica. Per avere un ritorno economico bisogna investire, se ogni anno si mette a bilancio una spesa per la sicurezza, prima o poi verrà recuperata. Magari fra dieci anni o forse di più, ma una cosa è certa: se in un luogo c’è stato un terremoto, sismologi e geologi confermano che ce ne sarà un altro. Se si ha a cuore il futuro delle nostre generazioni questi soldi non sono mai buttati via. È una questione di civiltà».



ed economico dei territori, e questo mi conforta molto». Dal punto di vista idrogeologico quali sono i rischi di questa regione? «Se escludiamo il rischio vulcanico, la nostra regione è interessata da tutti i rimanenti rischi geologici e idrogeologici. Per quanto riguarda il dissesto e le frane, quasi il 20 per cento del territorio è esposto a tale rischio. Quello che è suc-

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