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80

ore con

l’autore

Giornale gratuito redatto in occasione della manifestazione 80 ore con l’autore. A cura degli studenti del Master in Photography and Visual Design di Forma e NABA.

Fondazione FORMA per la Fotografia

Ferdinando Scianna

Fondazione FORMA per la Fotografia • Piazza Tito Lucrezio Caro 1 • 20136 Milano • tel. 02.58118067 - 02.89075419 • tel. 02.89075420 - www.formafoto.it


Faccia a faccia

NOTE BIOGRAFICHE Ferdinando Scianna nasce a Bagheria in Sicilia, nel 1943. Dopo aver avviato gli studi in Lettere e Filosofia all’Università di Palermo, si avvicina alla fotografia attorno ai vent’anni e poco dopo, in seguito al decisivo incontro con lo scrittore Leonardo Sciascia, pubblica il suo primo libro dedicato alle feste religiose siciliane. Pochi anni più tardi, nel 1967, si trasferisce a Milano, in quella che diverrà la sua seconda casa. Inizia qui la sua fruttuosa carriera di fotogiornalista con l’Europeo; per questa testata Scianna avrà l’opportunità di lavorare anche come corrispondente da Parigi. Nel 1982, su invito di Henri Cartier-Bresson, entra a far parte di Magnum, primo fotografo italiano a potersi fregiare dell’appartenenza alla più nota agenzia fotogiornalistica a livello mondiale. Parallelamente all’attività di fotogiornalista, Ferdinando Scianna sviluppa una “frequentazione fotografica” anche con il mondo della moda, innovandone completamente il linguaggio fotografico. Scianna inoltre è anche un apprezzato autore di articoli, saggi e libri intorno alla fotografia e, in genere intorno ai protagonisti e ai temi della visione.

Ferdinando Scianna D: L’eredità del passato così come la memoria dell’infanzia, rappresentano un patrimonio di immagini fondamentale per comprendere la sua fotografia. In questo senso, quale traccia ha lasciato in lei la sua regione di provenienza? R: Ho vissuto ventidue anni in Sicilia. Essere siciliano è una specie di destino, nel senso maggiormente positivo o negativo del termine. Per oltre quarant’anni ho cercato di divorziare dalla Sicilia. Ho avuto diverse avventure, ma mi tocca tenermela ancora, come una vecchia moglie. La mia origine è piccolo borghese; la mia famiglia possedeva un ampio limoneto a Bagheria: le nostre vite dipendevano dai limoni. Quel terreno ha sempre simboleggiato la mia stessa concezione dell’intera isola: una terra bruciata, arsa,

trasformata dalla contingenza. Prima che nascessi, le fiamme distrussero il vigneto e al suo posto vennero piantati i limoni. Mio padre non fu un ottimo studente e desiderava invece che io lo diventassi. Prefigurava per me una vita agiata, da ingegnere o da medico. I miei rapporti con lui sono sempre stati ostici. La mia fonte di maggior conforto era il nonno; incarnava la dimensione artigianale tipica della mia terra e la sua l’autenticità. Dopo la guerra, Bagheria non fu neppure sfiorata dalla modernità, per i siciliani il passaggio a una società industriale si manifestò letteralmente: a partire dagli anni ’60 molti miei conterranei emigrarono verso il nord; chi andava a Roma lo faceva per non perdere l’illusione di poter ritornare; chi invece sceglieva Milano

generalmente non tornava più. Il mio pensiero e, di conseguenza, il mio stile, riflettono il linguaggio dei contadini che restarono a Bagheria: la loro abitudine di utilizzare i proverbi coincide col mio gusto per la citazione, i miei ricordi sono scanditi dalle immagini vivide dei braccianti e degli artigiani; attorno ad essi nascevano i circoli sociali. In ogni modo, solo l’ingresso in camera oscura preludeva all’accensione definitiva della mia fantasia. In quei momenti il rapporto tra le esperienze maturate e il nascente oggetto-fotografia si traduceva in uno stato di terribile bellezza, una condizione per me irrinunciabile. Quando raccontai a mio padre che volevo diventare fotografo, lo vidi trasalire. A Bagheria le tracce della cultura araba trasparivano dall’approccio scaramantico

nei confronti delle immagini: l’unico fotografo di paese era caduto in disgrazia, e i paesani erano riluttanti a farsi immortalare, le donne si celavano dietro i loro veli al semplice suo passaggio. D: In quale modo la sua celebre dedizione ai libri influenzò le sue fotografie? R: Ricordo che a casa mia era possibile leggere soltanto due libri: una smilza sinossi della Bibbia e un testo dedicato alla vita di Santa Teresa. La lettura, specialmente di libri extrascolastici, era considerata peccaminosa. Si diceva fosse una perdita di tempo imperdonabile. A Palermo, negli anni universitari, ho avuto la possibilità di confrontarmi con docenti di alto livello, in grado di introdurmi allo studio dell’antropologia e della filosofia. Grazie a quelli che ora considero veri e propri mentori, cominciai a distinguere sfumature retrive e ipocrite nei comportamenti dei miei conterranei, pratiche serpeggianti che imparai presto a prevedere. Attraverso le mie fotografie cerco di concentrarmi sulle manifestazioni umane più istintive, più autentiche. I libri hanno avuto un ruolo determinante nella mia vita. La fotografia, come forma di racconto di natura culturale, trova la sua ideale collocazione nell’editoria. Non mi entusiasmano i centri espositivi in cui vengono allestite immagini riprodotte in formati abnormi: questo tipo di pratica è contraria allo statuto originario della fotografia. D: Il suo trasferimento a Milano? R: Dipese da un’esigenza personale e dall’incontro decisivo con Leonardo Sciascia. Leonardo s’interessò alle mie fotografie e per merito suo riuscii a pubblicare il mio primo libro, sulle feste religiose in Sicilia. Sciascia fu il mio primo grande ammiratore. Una volta giunto a Milano, la città mi apparve come una gran-

de piovra: tentacolare e inafferrabile. La trovavo terrificante quanto affascinante e dopo un anno di vagabondaggi, finalmente conquistai la mia stabilità: fui assunto da l’Europeo con la consapevolezza di essere un fotogiornalista professionista. Considerare la fotografia come un mestiere per me è sempre stato basilare. Milano aveva il pregio di essere meritocratica e offriva la possibilità di incontrare persone di grande valore e carisma. D: Considera Parigi una tappa fondamentale per la sua maturazione? R: Le conversazioni con Sciascia non potevano che suscitare in me un grande interesse per Parigi e la sua vita culturale. Discutevamo delle opere di Voltaire, Diderot, Montaigne, autori che esercitavano su di me un forte ascendente. Quando ho avuto la possibilità di trasferirmi e lavorare a nella capitale francese, sentivo di poter vivere al centro di un dibattito culturale intenso, anche in ambito fotografico. Del resto, in Francia alla fotografia si attribuiva un valore culturale del tutto sconosciuto in Italia; ho sempre creduto che questo fosse dipeso dall’assenza di una vera e propria rivoluzione borghese industriale nel nostro Paese, d’altra parte la fotografia è la naturale figlia delle innovazioni tecnico-meccaniche del XVIII secolo. In Italia, anacronisticamente, si ritiene che il patrimonio artistico di un popolo non debba essere riproducibile e il passato pesa più della contemporaneità. A Parigi conobbi e frequentai Cartier-Bresson a cui mi legai in modo indissolubile. D: Come avvenne il passaggio alle fotografie di moda?


Faccia a faccia R: Le fotografie per Dolce & Gabbana furono il risultato di un equivoco. Mi commissionarono il lavoro dopo aver visionato le immagini di un altro fotografo ed averle credute mie. Mi rispecchio in una frase di Erik Satie: “non basta rifiutare una consacrazione, basta non aver fatto nulla per meritarla”. Smisi di dedicarmi esclusivamente al fotogiornalismo perché mi ero stancato di attendere che Dio facesse capolino da dietro l’angolo. Il gusto per la trasgressione mi permise di calarmi nella parte senza particolari remore. Con Marpessa la sintonia era speciale. Possedeva un’innata capacità di porsi in relazione con la luce. Applicavo il mio stile reportagistico alle fotografie, rendendo le comparse coprotagoniste. Tuttora il mio stile è imitato perché da quello strano ibrido derivò un nuovo canone estetico. Nonostante questo, “sua Maestà” Henri Cartier-Bresson, dopo aver sfogliato il mio libro dedicato a Marpessa, mi scrisse una lettera. Sul foglio bianco campeggiava la stessa parola, ripetuta per tre volte in grandezza esponenzialmente

Faccia a faccia per lui è sinonimo esatto di strano, o addirittura di fantastico o di surreale. È significativo il grado di inadeguatezza di questi aggettivi rispetto alle sue immagini, mentre una direzione giusta è quella che porta verso l’enigmatico. Claude Ambroise

crescente: “Attention!”. D: Qual è stato l’insegnamento di Henri Cartier-Bresson? R: Se mai mi toccassero in sorte due righe nella grande storia della fotografia mi accontenterei di poche parole: “Ferdinando Scianna, epigono bressoniano dal carattere mediterraneo”. Ne sarei sufficientemente fiero e felice. Henri mi fece comprendere quanto fosse indi-

spensabile ritenersi “professionisti del caso” ed “allenati alla fortuna”. Per tutta la mia vita ho considerato il suo lavoro come una stella polare. Cartier-Bresson era un esteta filantropo, incarnava la forza visiva dell’aforisma, attraverso la folgorazione dell’istante. Siamo figli della cultura, del talento e del lavoro; ma il talento non può che coincidere con la propria sorte.

Per Scianna la fotografia è un linguaggio paragonabile a quello dello scrittore. Essi danno, con l’immagine e con la scrittura, entrambi mezzi privilegiati di comunicazione, il complesso personale della loro visione del mondo. Ovvio, se d’altro canto e al contempo, il mondo non avesse bisogno del fotografo per

Su Ferdinando

Scianna

Non ricordo precisamente quando - nel 1961, nel 1962 - Ferdinando Scianna, di cui mi aveva parlato un professore di storia medioevale dell’Università di Palermo, venne a farmi vedere alcune sue fotografie di feste religiose siciliane. Si preparava a farne una mostra: a Bagheria, paese in cui era nato e viveva e che andava caoticamente espandendosi quasi a lambire la città capitale, la Palermo che non meno caoticamente da ogni parte di espandeva. Scianna spolava tra Bagheria e Palermo quotidianamente seguendo all’Università i corsi di storia dell’arte di Cesare Brandi e frequentando l’istituto di Antropologia. In quanto all’interesse per la letteratura, che in lui è sempre stato vivissimo, segnali e maestri se li cercava da sé, al di fuori della scuola. E forse per amore di letteratura, ma anche vagamente sapendo del mio interesse per la fotografia, venne a mostrarmi il suo “portfolio” delle feste religiose: che era poi una parte minima, anche se sufficientemente riassuntiva e significativa, delle tante fotografie che aveva colto in un paio di anni, girando per i paesi siciliani quando vi si cele-

Si tratta della morale? Non è, invece, forse, che Scianna preferisce selezionare disordini e in un certo senso allontanarsi da ogni realismo sorprendente o truculento? Non sarà che tutte le fotografie di Scianna, anche quelle in esterni che catturano al volo le cose e i gesti, sono foto di studio, perché tutto e tutti, in un certo senso, posano per lui? L’ammessa passione per Cartier-Bresson e la teoria dell’ “interesse umano” ce lo colloca tra la fine della comunicazione libertaria, libertà di fotografare, libertà di leggere, voltando le spalle ai traffici codificazione-decodificazione dei semiologi. La semiologia è quella scienza che innanzi tutto spiega perché i tavoli con quattro gambe sembrano avere quattro gambe e quale luogo occupa questa constatazione nella scala comparativa dell’iconicità decrescente o dell’astrazione crescente. Diventa difficile fotografare cercando quel punto di incontro tra l’iconicità che parte e l’astrazione che arriva. Nella difficoltà Scianna si ferma all’opera aperta filtrata da una soggettività che il lettore rende oggettiva o ignora o falsifica e sempre modifica. Questo è tutto. Manuel Vázquez Montálban

bravano feste padronali o liturgiche di una qualche originalità, non ancora guastate da sovrapposizioni turistiche, da echi dei festival di Sanremo. Le sue fotografie ebbero in me, non immediatamente ma per lenta presa di coscienza, l’effetto di farmi smettere di fotografare. Leonardo Sciascia Le foto di Scianna, qualunque sia il suo debito nei confronti di chi prima di lui ha fatto fotografie, appaiono, a voler caratterizzarle, come rette da un paradossale giocare col caos del mondo. La sua démarche è quella di cogliere incontri “curiosi”. Che questo fotografo insegua compulsivamente certe situazioni, che le crei, che sia una hantise sublimata a suscitare il ripetersi degli scatti di un certo tipo, non importa. Gli etimologisti stabiliscono un rapporto tra curiosità e cura: aver cura di, essere curiosi di. Ma Scianna non va in cerca di curiosità da reperire e fotografare, che sarebbe un atteggiamento da collezionista o da scienziato. Né tanto meno curioso

esistere. Guardando le foto di Ferdinando Scianna non pensate all’individuo che fa funzionare “un apparecchio destinato a catturare le immagini”, non vi dite che quanto ha fatto vedere appartiene già al regno delle ombre; vi siete perfino dimenticati dell’amico. Vivete ora l’eternità dell’arte dell’istante. Maurice Nadeau Queste fotografie di Scianna che raccontano la Sicilia sono appunto le cristallizzazioni di un lungo processo di conoscenza; di amore e anche di odio: perché la Sicilia è sempre, per un siciliano, anche se a diversi livelli di consapevolezza e di equilibrio, come la donna dell’antico poeta: “nec sine te, nec tecum vivere possum”. E ad accompagnarle, a scriverle un testo che le accompagnasse, mi è parso di non poter fare nulla di meglio che aggiungere altre cristallizzazioni: cristallizzazioni linguistiche, di un lessico particolarissimo, di una particolarissima paremiografia, così come le ritrovo nella memoria, nella “camera oscura” della memoria, e che sono effettivamente gli elementi su cui si fonda la vera conoscenza - ed in questo caso la mia conoscenza del paese nel quale sono nato, in cui ho passato l’infanzia e la giovinezza. Leonardo Sciascia


Intorno a una foto

Intorno a una foto

Marpessa, 1987

Jorge Luis Borges, 1984 “I conoscitori dell’opera di Borges ritengono che nessun fotografo sia mai riuscito a dedicargli una raccolta di ritratti intensa quanto la mia. Mi basterebbe che questo fosse vero per giustificare l’intera mia esistenza”. Ferdinando Scianna incontrò lo scrittore argentino all’hotel Delle Palme di Palermo. Più volte aveva desiderato conoscerlo personalmente. Leonardo Sciascia citava Borges di continuo; l’autore de Il Giorno della Civetta non consigliò mai all’amico fotografo di leggere specifici testi di Borges, sosteneva semplicemente che “il suo pensiero fosse fatto di libri” e che sarebbe bastato trovarsi in sua compagnia per comprenderne la grandezza letteraria. Scianna racconta di aver avuto la possibilità di ritrarlo grazie ad “una casualità necessaria, simile alla stessa fotografia”: Borges si trovava in Italia per ritirare un premio e non aveva rinunciato a stabilirsi per qualche settimana a Palermo. In quest’immagine, l’autore ritrae Borges in chiaroscuro. La sua figura appare oltre una vetrata, sufficientemente alta da riflettere, quasi nella sua totalità, una palma ed il paesaggio che l’autore argentino avrebbe potuto scorgere, se la sua vista non fosse stata ottenebrata dalla cecità. Istintivamente, Scianna riuscì a catalizzare i tratti della stessa poetica dello scrittore, convertendo “il suo pensiero fatto di libri” in un’immagine complessa, colma di simboli di cui è possibile presentire le repliche, i doppi: sedie non enumerabili, piastrelle intervallate come scacchi, profili mai nitidamente accentuati. Eric Caffi

Bagheria, 1981 Ferdinando Scianna racconta come questa fotografia fosse stata concepita da lui stesso ben prima dello scatto: la signora ritratta era una conoscente di famiglia e più volte il fotografo aveva visto questa donna scrutare oltre le persiane. Questa immagine rispecchia l’anima fotogiornalistica e bressoniana di Scianna: la necessità di ritrarre la signora col suo sguardo curioso non può infatti prescindere dalla celerità nello scatto. L’autore racconta che, proprio per questo motivo, la fotografia nasce orizzontale, mentre è stata pubblicata verticale per seguire l’idea compositiva originale. Per l’autore ciò che conta non è tanto come è stata fatta, ma ciò che significa la fotografia. Il centro dell’immagine sono i due occhi intensi, lo sguardo indagatore che sembra volerci scrutare e indagare la nostra vita intima pur restando nascosto nell’oscurità. Quello sguardo rappresenta, in fin dei conti, un aspetto identitario molto forte dell’eredità culturale italiana. Quanti non hanno mai scorto uno sguardo ugualmente indagatorio attraverso le stecche di una veneziana socchiusa, a Palermo come a Milano, a Roma come a Torino? La potenza di questa immagine sta proprio qui: riuscire a operare un sunto conciso di un infinitesimo di esperienza di vita italiana in due occhi dietro una finestra. Come ha detto Ernesto De Martino (una frase che Scianna ama molto citare), “Solo chi ha un villaggio nella memoria può avere una esperienza cosmopolita”. Roberto Cortese

Questa immagine fu scattata per il primo catalogo di moda realizzato da Ferdinando Scianna per Dolce&Gabbana, allora ancora semisconosciuti al grande pubblico. Gli stilisti commissionarono questo lavoro a Scianna nel febbraio 1987, dopo essere rimasti colpiti da alcune sue immagini sulla Sicilia: quel che cercavano erano fotografie di moda, scattate da un autore, però, che non si occupasse affatto di moda. Scianna, nonostante non avesse mai realizzato scatti glamour e non avesse mai sentito parlare dei due giovani stilisti, accettò incuriosito dalla strana richiesta. La modella, Marpessa, fu selezionata senza alcuna esitazione dallo stesso autore siciliano. A differenza di molte altre modelle, Marpessa usava truccarsi e pettinarsi da sola: una condizione di grande libertà nella creazione delle immagini. Scianna collocò istintivamente Marpessa nei luoghi della sua infanzia, Bagheria, Palermo, Sant’Elia, ecc., mischiando la pratica reportagistica a quella a lui più ignota della fotografia di moda. Scianna riprese la modella come nelle foto che aveva già scattato, facendole vivere le esperienze che lui fotografo, aveva già vissuto, producendo qualcosa che andava molto al di là dal prodotto dell’artificio; qualcosa che sembrava essere tanto imbevuto di autenticità, da trasformare la bella ragazza metà olandese e metà del Suriname in una delle donne con le quali il giovane Ferdinando era cresciuto nella sua Sicilia. Alberto Lapenna

Enna, 1963 Quest’immagine è stata scattata ad Enna nel 1963. L’autore, allora giovanissimo, studiava di Antropologia presso la Facoltà di Lettere di Palermo. Proprio lì, sui banchi universitari, approfondì l’interesse verso le feste e le tradizioni popolari della sua terra e cominciò quasi naturalmente, a seguire con la macchina fotografica le processioni e i rituali religiosi siciliani, interessato a cogliere gli aspetti antropologici e trans-storici della sua regione. Come le altre immagini di questa raccolta, la foto fu scattata con una Canon R2000, ricevuta in regalo dal padre per la licenza liceale. Quel giorno a Enna c’era molta nebbia e pochissima luce. Ferdinando aveva con sé una pellicola Agfa recording, all’epoca era considerata all’avanguardia perché poteva essere esposta a 800 asa. Scianna decise coraggiosamente di esporre la pellicola a 3200 asa perché le condizioni luminose erano scarsissime e c’era il rischio di avere immagini troppo sottoesposte. La particolarità tecnica dona grande fascino all’immagine; la materia granulosa ed espansa rende assai evocativo il racconto del passaggio della processione con la bambina adorna di fiori, esausta dalla lunga camminata. La fotografia fa parte del suo primo libro Feste religiose in Sicilia, uscito nel gennaio 1965, frutto dell’incontro intellettuale e umano con Leonardo Sciascia, che scrisse il saggio introduttivo del volume e spinse Scianna ad abbracciare pienamente la sua grande passione: quella di diventare fotogiornalista. Nell’immaginario comune questa fotografia è diventata un’icona di tutto il suo lavoro. Laura Naranjo


Bibliografia essenziale Con Leonardo Sciascia, Feste religiose in Sicilia, Leonardo da Vinci, Bari 1965; Con Leonardo Sciascia, Les Siciliens, Denoël, Paris 1977; Con Leonardo Sciascia, La villa dei mostri, Einaudi, Torino 1977; Catalogo Dolce & Gabbana - Autunno/Inverno, Milano 1987; Kami: minatory sulle Ande boliviane, L’Immagine, Milano 1988; Le forme del caos, Art’ &, Udine 1989; Leonardo Sciascia fotografato da Ferdinando Scianna, Sciardelli 1989; Marpessa, un racconto, Leonardo, Milano 1993; Dormire forse sognare, Art’ &, Udine 1997; Jorge Luis Borges fotografato da Ferdinando Scianna, Sciardelli, Milano 1999; Niños del mundo, Domus, La Coruña 2000; Ferdinando Scianna: Altre forme del caos, Contrasto 2000; Con Dacia Maraini, Sicilia ricordata, Rizzoli, Milano 2001; Obiettivo ambiguo. Testi sulla fotografia e I fotografi, Rizzoli, Milano 2001; Quelli di Bagheria, Galleria Gottardo, Lugano 2002; Con Mimmo Paladino, Ombre, Editalia, Roma 2008; La geometria e la passione, Contrasto, Roma 2009; Con Giuseppe Tornatore, Baaria, Bagheria. Dialogo sulla memoria, il cinema, e la fotografia, Contrasto, Roma 2009; Ferdinando Scianna, Autoritratto di un fotografo, Bruno Mondadori, Milano- Torino 2011; Piccoli Mondi, Contrasto, Roma 2012

Principali mostre personali e collettive • 1962, “Feste in Sicilia”, Circolo di cultura, Bagheria • 1977, “Les Siciliens”, Istituto italiano di cultura, Parigi • 1987, “Il sonno”, Torino Fotografia, Torino • 1988, “Kami”, Kami, Bolivia • 1988, “Antologica Sicilia e dintorni”, Galleria il diaframma, Milano • 1989, “Marpessa”, Biennale d’arte contemporanea, Atene • 1997, “Dormire, forse sognare”, Istituto Suor Orsola Benincasa, Napoli • 1997, “La forma del tempo” Associazione culturale Arte G, Torino • 1999, “Niños del Mundo”, Domus Casa del Hombre, La Coruña • 2001, “Dos escritores, Borges y Sciascia” Festival de Fotografía de Salamanca, Salamanca

Progetto a cura di Forma Fondazione FORMA per la Fotografia La Fondazione FORMA per la Fotografia e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, organizzano il Master in Photography and Visual Design. Giunto alla sesta edizione, si tratta del primo e unico master accademico di settore legalmente riconosciuto offerto in Italia. Costruito con l’obiettivo di sviluppare competenze teoriche, tecniche e pratiche, questo programma di durata annuale è orientato alla formazione di fotografi, curatori, photoeditor e altre figure professionali specializzate nello studio e nel trattamento delle immagini fotografiche.

Piazza Tito Lucrezio Caro 1 – 20136 Milano tel. 02.58118067 - 02.89075419 www.formafoto.it Redazione: Eric Caffi, Roberto Cortese, Alberto Lapenna, Laura Naranjo. Progetto grafico: Daniele Papalini Finito di stampare nel mese di luglio 2012, presso EBS, Verona

• 2002, “Las formas del caos”, MACE, Ibiza • 2002, “Quelli di Bagheria”, Galleria Gottardo, Lugano • 2003, “Sicilia dentro”, Se.R.E.S., San Paolo • 2004, “Buenos Aires, los días después de la caída” Casa de America, Madrid • 2006, “Specchio delle mie brame”, Galleria Antonia Jannone, Milano • 2007, “Ti guardo negli occhi, città” Fotografia europea Reggio Emilia 2007, Reggio Emilia • 2008, “India”, Galleria dell’Incisione, Brescia • 2009, “La géometrie et la passion”, Maison Européenne de la Photographie, Parigi • 2010, “Sulla Sicilia”, Ikona Gallery, Venezia • 2011, “Ferdinando Scianna e la Sicilia - da porta a porta” Palermo

Le prossime uscite Piergiorgio Branzi Franco Fontana Nino Migliori

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