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80

ore con

l’autore

Giornale gratuito redatto in occasione della manifestazione 80 ore con l’autore.

A cura degli studenti del Master in Photography and Visual Design di Forma e NABA.

Fondazione FORMA per la Fotografia • Piazza Tito Lucrezio Caro 1 • 20136 Milano • tel. 02.58118067 - www.formafoto.it

Franco Fontana


Faccia a faccia

NOTE BIOGRAFICHE

Franco Fontana

Franco Fontana nasce nel 1933 a Modena. I suoi esordi risalgono agli anni Sessanta, come fotografo amatore. L’utilizzo del colore, che da subito lo contraddistingue, gli vale l’inserimento nella 3a Biennale Internazionale del Colore di Vienna. È però dopo la sua prima mostra personale a Modena, tenutasi nel 1968, che il suo lavoro, concentrato sul paesaggio, comincia ad avere risonanza a livello internazionale. Nel 1976 espone presso l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Parma, dove si afferma definitivamente la popolarità dell’autore. Si susseguono da allora pubblicazioni e successi espositivi in tutto il mondo (dal MoMA di New York al Metropolitan Museum di Tokyo fino al Museum of Modern Art di San Francisco, per citarne alcuni). Ai progetti più noti “Paesaggio Urbano”, “Presenzassenza”, “Piscine”, si affiancano importanti lavori su commissione e un’intensa attività di insegnamento. Nel 2006, per celebrare la carriera dell’autore, il Politecnico di Torino gli conferisce la Laurea Honoris Causa in “Design del prodotto

Franco Fontana nel suo studio, Modena 2012

ecocompatibile”.

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Faccia a faccia con

Franco Fontana

D: Il suo lavoro si è affermato, soprattutto all’inizio, anche grazie all’uso del colore, non in linea con la tradizione dell’epoca, attraverso fotografie brillanti e sature. In questo senso è stato spesso associato a una possibile matrice pittorica. Quali sono i suoi riferimenti? R: Scherzando ma non troppo, mi definisco come acqua di sorgente. Non ho nessuna educazione artistica, la mia attività fotografica è cominciata in modo viscerale, spontaneo. Ogni riferimento è puramente informale; mi affascinava l’uso del colore nel lavoro di Art Kane, ma non l’ho mai imitato. Ero affascinato dalle forme, perché identificano la sostanza di cui sono fatte le cose. La mia vera ispirazione ha origine nella filosofia zen, come approccio quotidiano alla vita. La fotografia è infatti un corso di vita, che ti porta a farti riconoscere per ciò che sei. D: L’astrazione è un concetto che emerge spesso nel modo in cui la sua opera viene descritta. Come si rapporta a questa definizione? R: L’astrazione appartiene ai pittori: in una tela bianca, dove non c’è nulla, qualsiasi cosa vi si ponga è astratta, anche un paesaggio figurativo. Nella fotografia, invece, l’astrazione è il modo del fotografo di vedere, interpre-

tare e significare il mondo, perché egli si rapporta sempre e comunque a una porzione di realtà, anche quando questa risulta irriconoscibile. La differenza sta nel fatto che il pittore aggiunge a ciò che non c’è, mentre il fotografo prende, seleziona, per creare un suo modo di vedere il mondo. D: L’identità del fotografo, il modo in cui sceglie di rappresentare, è quindi fondamentale. In che modo avviene il processo di selezione nel suo lavoro? Quali elementi guidano la sua interpretazione di ciò che la circonda? R: La cosa più difficile per un fotografo è capire cosa può mostrare, fare comprendere, e successivamente come realizzare ciò che si porta dentro. La materia prima è comune a tutti, a portata di tutti: non esiste una chiave per riuscire a fare le fotografie. Per questo la fotografia è la disciplina artistica più difficile, proprio perché è la più facile: con lo stesso alfabeto, tutti possiamo scrivere cose diverse. In questo senso la fotografia è cultura: io ho un mio modo di interpretare la realtà e quando le persone riconoscono il mio stile, per esempio nei luoghi che visitano, è perché ho fatto sì che li potessero vedere in quel modo, unicamente riconducibile a me.


Faccia a faccia D: Vorremmo approfondire il discorso sul linguaggio. Uno dei suoi marchi di fabbrica è l’utilizzo del teleobiettivo, che tende a esasperare la caratteristica bidimensionalità della fotografia. Quali sono le conseguenze di questa scelta nelle sue fotografie? R: Fotografare è un processo in cui si cancella per eleggere. Il teleobiettivo annulla la prospettiva, serve a togliere, pulire. All’inizio fotografavo con un obiettivo normale, 50mm, e tagliavo via parti dell’immagine fino a quando non ottenevo ciò che volevo. In pratica, continuavo a cancellare. Allora ho capito che il teleobiettivo era lo strumento giusto per il risultato che volevo raggiungere. Una volta che capisci che cosa vuoi ottenere, sono le cose che ti si mostrano, non hai bisogno di andarle a cercare. D: Trova che le tecnologie digitali possano in questo senso essere d’aiuto per raggiungere al meglio i suoi obiettivi? In che modo queste si intrecciano con il suo percorso di ricerca? R: Ben venga il digitale! Photoshop può essere molto d’aiuto; l’ho utilizzato sia per salvare vecchie fotografie e diapositive rovinate, altrimenti ormai inutilizzabili, sia come strumento di ricerca in sé. Il mio lavoro “Paesaggi Immaginari”, infatti, riguarda la possibilità di creare vedute di territori dichiaratamente finti, eppure possibili. L’iperrealismo è un altro effetto che mi interessa: attraverso la post-produzione, l’immagine risulta ancora più vera, ben più di quanto non sia vi-

Studio di Franco Fontana, Modena 2012

sibile all’occhio umano e in fase di ripresa. In ogni modo, i mezzi con cui un artista svolge un’opera non dovrebbero essere rilevanti, quanto piuttosto il perché del suo lavoro. D: Dalla campagna italiana, all’asfalto, ai paesaggi urbani americani. Si può quindi dire che una volta definito il suo sguardo, lei abbia esercitato quello stesso sguardo in modo analogo in tutti i contesti in cui si è trovato a lavorare? R: Lo stile è lo stesso, il linguaggio sempre quello: le mie fotografie sono tutte paesaggi, anche quelle più materiche dei muri e dell’asfalto. Un giorno si cominciano a notare determinate cose, e quindi ad esprimerle. Quando ho iniziato a lavorare a “Presenzeassenze”, vedevo ombre dappertutto: c’erano anche prima, naturalmente, ma io non le notavo. Il punto è che il mondo è

dove sei tu. Se si è a Parigi o a New York, si trova ciò che ci si porta dietro, né più ne meno. Certo, diverso è il caso dei paesaggi americani: non avrei potuto trovare niente di simile a Firenze o a Modena, perché il paesaggio urbano italiano si identifica nella storia. Il modo in cui io interpreto la realtà non si presta a questi contesti: avevo bisogno delle mie campiture, e soprattutto dei colori. D: Cosa l’ha spinta, a un certo punto del suo lavoro, a inserire le persone all’interno delle sue fotografie, fino ad allora completamente assenti? R: Ho cominciato a fotografare le persone solo durante un viaggio in America, nel 1979. Hanno iniziato a interessarmi in quel contesto, perché l’America mi ha dato la forte sensazione di essere caratterizzata da una sorta di solitudine di gruppo: le persone mi sembravano numeri, nessuno parlava con l’altro, pur

in comitiva si trattava sempre di gruppi di individui soli. Non a caso nelle mie fotografie appare quasi sempre una persona per volta. D: Da lungo tempo si occupa anche di insegnamento. Prima di salutarci, ci piacerebbe sapere come vive nei panni dell’insegnante e quali siano gli elementi della sua esperienza che trova più significativo offrire e trasmettere. R: Mi piace considerarmi un maestro più che un insegnante: non spiego un metodo; propongo invece esercizi che spingono a pensare e riflettere, attraverso lo strumento della macchina fotografica. Quello che faccio è cercare di aiutare gli studenti a ragionare su loro stessi, sperimentarsi, liberarsi dai condizionamenti cui siamo continuamente sottoposti. I miei corsi servono a capirsi un po’ di più: chiunque potrebbe frequentarli e ne uscirebbe con qualcosa in tasca.


Su Franco Fontana

Su Franco

Fontana

Phoenix, Arizona 1979 © Franco Fontana

So che Fontana ama quel momento di un recente film americano, Smoke, in cui Harvey Keitel, che di mestiere gestiva un negozio dove si vendevano raffinati tabacchi, piazzava ogni mattina la macchina fotografica su un treppiedi a scattare una foto. Ogni mattina alla stessa ora e nello stesso punto del marciapiede, e con la stessa inquadratura. E ogni mattina la foto risultava diversissima dalle altre. E non perché l’obiettivo “incocciava” dei neri o dei bianchi, dei ricchi o dei poveri, dei democratici o dei repubblicani, delle ragazze belle o

brutte, degli assassini o degli innocenti, degli eroi o dei vigliacchi, ma perché ogni mattina la luce era diversa da quella del giorno precedente. E perciò ogni mattina il presepe del vivere aveva un suo diverso sapore, un suo diverso enigma. Perché proprio a questo porta l’ossessione della luce nelle foto di Fontana, alla constatazione di un enigma. Giampiero Mughini

Le fotografie di Fontana sono essenziali come il linguaggio di Samuel Beckett,

e severe come la pittura di Ozenfant, tuttavia anche silenziosamente appassionate e rigogliosamente colorate come I giardini dipinti da Bonnard. Egli vede dettagli del passato che volontariamente rimuove per giungere fino all’osso, immaginando una forma di armatura, sulla quale appendere un soprabito dal colore inaspettato. Egli non inventa, non applica regole, né manipola il cielo blu come il lapislazzulo, il mare color arancio pallido, o dei tetti color lilla, egli non fa altro che scoprire cosa gli altri non volevano vedere o non erano in grado di ve-

dere. Chi avrebbe mai detto che il mondo che ci circonda può essere così ricco e astratto? Grazie a Fontana l’abbiamo scoperto. Vicki Goldberg

Tutto inizia negli anni Settanta. Fontana comincia a fotografare il paesaggio italiano, che nel suo obiettivo diventa una terra incantata, quasi un mosaico pop: luci, strisciate di colori, contrasti cromatici. Fontana titola questa raccolta “Paesaggi”, ma le decine di foto della Puglia e della Basilicata […]


Su Franco Fontana avrebbero potuto chiamarsi tranquillamente geometrie. Fontana inventa uno stile, forse qualcosa di più. Sfoca o addensa la luce, slabbra i colori o li satura. L’effetto è comunque quello di un quadro, una grande invenzione artistica. Attraverso il suo obiettivo la natura cambia pelle. Diventa qualcosa di diverso da come siamo abituati a conoscerla. Si fa astratta, artificiale. Al punto tale che le immagini di autostrade che Fontana abbina a questo inedito meridione italiano si confondono con le geome-

trie cromatiche che segnano i campi coltivati. Adriana Polveroni

Ogni paesaggio è da lui percepito come un’entità viva e parlante, che viene tradotta nel linguaggio del segno e del colore. Come Stieglitz aveva composto tra il 1923 e il 1931 i suoi “Equivalents” fotografando le nuvole con l’intento di fornire un’immagine simbolica del cielo, così Fontana si indirizza a rintracciare il minimo comune

Intorno a una foto

Basilicata, 1978

Franco Fontana ricorda spesso l’aneddoto nel quale un gruppo di amici, di ritorno da un viaggio in Provenza, disse di aver visto i “suoi” paesaggi pugliesi nel sud della Francia, come se il fotografo avesse trasmesso loro un modo di vedere il paesaggio che prima non conoscevano. Se una delle principali sfide della fotografia consiste ancora nel rendere visibile ciò che è invisibile, allora l’aneddoto sembra evidenziare come Fontana abbia da sempre contribuito a tale ricerca. È infatti nei primi paesaggi della Puglia e della Basilicata che il fotografo modenese trova i codici fondanti il proprio sguardo sul mondo: scopre le potenzialità del teleobiettivo, che schiacciando il paesaggio lungo due dimensioni ne favorisce l’astrazione; rivela inoltre quanto il rapporto tra colori, forme, luci e ombre si inserisca positivamente in una cornice bidimensionale, producendo immagini dal forte rimando alla tradizione pittorica. In tal senso Gianluigi Colin, riferendosi in particolare a questa fotografia, nota come il giallo dilatato del prato sembri essere stato “rubato a Van Gogh” e i tagli netti prodotti dalla luce dura, dall’ombra delle nuvole e dal colore dei campi ricordino le linee dei quadri di Mondrian. I rapporti tra questi elementi essenziali che compongono l’entroterra dell’Italia meridionale ritornano in ogni scatto, come se la continua ricombinazione di alberi, nuvole, cielo e prato colorato producessero – suggerisce ancora Colin – “appunti di un viaggio interiore dove la forma e i “tagli grafici” diventano elemento di riflessione sui colori della nostra vita”. Marco Scotuzzi

denominatore del paesaggio contemporaneo. A differenza della tradizione americana rappresentata da Ansel Adams, tutta puntata sulla mitologia dello spazio non toccato dall’uomo […], Fontana non trascrive lo spazio, ma lo trasforma. Non è il contenuto narrativo, infatti, il centro della sua attenzione, poiché un paesaggio marino può trasmettere emozioni cromatiche equivalenti a una corsia d’autostrada o alla forma sinuosa di un corpo nudo, se intesi tutti quali segni colorati dello spazio;

in uno spazio, tuttavia, che rinuncia alla misurabilità prospettica suggerita dalle leggi fisiche della camera ottica e, attraverso l’artificio della compressione spaziale data dalla focale dell’obiettivo fotografico, si fa astrazione, puro rapporto di forma e colore. A questo punto Fontana consegna la sua immagine al fruitore, concedendogli la libertà di interpretarla soggettivamente e trasformandolo in tal modo in ideale coautore dell’opera. Massimo Mussini


Intorno a una foto

Intorno a una foto

Los Angeles, 1990

Principalmente interessato a campiture, superfici, composizione e forme, Fontana trova nel paesaggio urbano americano uno stimolo raramente riscontrabile nelle città italiane, dove sussiste invece un continuo confronto con un’identità storica difficile da rappresentare secondo la sua particolare visione del paesaggio. Si discosta completamente dai suoi lavori precedenti sulle campagne italiane, se non per l’uso del colore e della luce. Quest’ultima, immobile e uniforme, colpisce la figura senza alcuna traccia dell’atmosfera, è una luce di origine sconosciuta, che contribuisce a raffigurare la povertà della scena con un alone di mistero, una solennità unica, che per certi versi ricorda la luce americana per eccellenza, ovvero quella dei dipinti di Edward Hopper. Rispetto alle prime fotografie statunitensi degli anni Settanta, estremamente mi-

nimaliste, qui il fotografo compie uno scarto ulteriore, infatti aggiunge al suo lavoro un livello decorativo, soffermandosi su particolari che fino a quel momento aveva trascurato. Ricorre all’astrazione pittorica, anche grazie all’uso del teleobiettivo che rende bidimensionale tutto ciò che viene rappresentato; la facciata dell’edificio viene accostata a un albero, che assume la funzione di riportarci alla realtà, scatenando così un processo di ambiguità. Anche per questo motivo un altro artista che viene subito alla mente guardando questo lavoro è Giorgio De Chirico e la sua pittura metafisica che, come le fotografie di Fontana, evoca emozioni facili da percepire ma complesse da spiegare. Alessandro Calabrese

Intorno a una foto

Chicago, 2001

Questa fotografia fa parte di una raccolta di scatti dell’autore realizzati in uno dei suoi numerosi viaggi negli Stati Uniti. Intitolata “People”, la serie segue un lavoro che Fontana aveva cominciato alla fine degli anni Settanta e già raccolto nella serie “Sorpresi dalla luce americana”, dedicato ai passanti delle grandi città. Precedentemente non interessato alla rappresentazione delle figure umane, Fontana si ritrova a osservare in America quello che definisce uno stato di “solitudine di gruppo”, che caratterizza la gente che abita le caotiche strade delle grandi città. Persone sole o in gruppo ma sempre una distante dall’altra, sconosciute, come se non bastasse il contesto vivace in cui abitano a renderle davvero vive. Spesso rappresentate individualmente e di spalle, le persone che Fontana fotografa sono sole. In questo scatto, più recente, si evidenzia un effetto che affascina molto l’autore: l’iperrealismo. Aperto a continue sperimentazioni e ricerche sul proprio linguaggio, infatti, Fontana abbraccia le tecnologie digitali sfruttando il potenziale dei software di foto-ritocco per esasperare le caratteristiche che da sempre lo interessano dell’immagine fotografica: contrasti accentuati, la texture dei materiali sottolineata dalla luce a tal punto da far sembrare l’immagine quasi come un render, o ancora il disegno creato dalle ombre sulle superfici, altro oggetto d’indagine nel lavoro “Presenzeassenze”. La fotografia si inserisce a pieno titolo in quello che in Fontana si conferma essere uno sguardo estremamente costante e uniforme. Ilaria Speri


Intorno a una foto

Intorno a una foto

Piscine, 1984

In questa foto di Franco Fontana, tratta dal lavoro “Piscine” del 1984, si rendono particolarmente evidenti le principali caratteristiche dell’autore: l’importanza espressiva dei materiali, la rappresentazione del corpo come un oggetto scultoreo, la totale assenza di profondità spaziale e l’immancabile potere degli accostamenti cromatici. Nella composizione, oggetti che siamo abituati a vedere nella nostra vita quotidiana acquisiscono un forte potere visivo grazie al modo in cui sono fotografati: diventano soggetti. Il tubo verde, per esempio, rappresenta un contorno, una traccia: sembra che l’autore disegni, più che fotografare, con gli oggetti che si trova davanti. Si nota subito come tutto sia organizzato e pensato per creare un forte equilibrio compositivo all’interno dell’immagine. Fondamentali sono i colori di questa fotografia, che riempiono ogni elemento proprio come le campiture dei paesaggi. Guardando questa foto si nota subito il particolare modo in cui vengono rappresentati i nudi femminili, che vengono trattati in modo estremamente neutrale, pulito, come oggetti marmorei il cui unico ruolo è quello di contribuire alla perfetta riuscita dell’immagine.

Tutte queste caratteristiche, ben visibili nella fotografia descritta, sono emblematiche e immediatamente riconducibili al codice visivo che caratterizza l’intera opera di Franco Fontana. Alexandre Torres


Bibliografia essenziale Paesaggio immaginario, Puglia 1995 © Franco Fontana

Modena una città - Capricorno, Modena 1973; Laggiù gli uomini Riccardo Franco Levi Ed., Modena 1977; Skyline - Punto e Virgola, Modena 1978; Presenze Veneziane - Maurizio Rossi Editore, Modena 1980; Fullcolor - Contrejour, Parigi 1983; Lui lavora lì - Franco Cosimo Panini, Modena 1986; I nudi di Franco Fontana - Aleph, Enna 1989; Invito a Bologna - Magnus, Udine 1989; Aemilia - con C. Bonvicini, Biblos, Padova 1993; Franco Fontana. Polaroids - 24 Ore Cultura, Milano 1998; Sorpresi nella luce americana - 24 Ore Cultura, Milano 1999; Paesaggi - con M. Giacomelli, Gribaudo, Milano 2003; Franco Fontana - Federico Motta, Milano 2003; Franco Fontana. Retrospettiva - Logos, Modena 2003; Inediti. Appunti di viaggio (a cura di V. Sgarbi, W. Guadagnini) - Damiani, Bologna 2004; Franco Fontana. 10 cartoline - Artestampa, Modena 2008; La via Emilia Atlante, Bolzano 2006; Modena effetto notte - Artestampa, Modena 2009; Paesaggi a confronto - Artestampa, Modena 2010; Franco Fontana. A life of Photos - Postcart, Roma 2010; Donne - Franco Cosimo Panini, Modena 2010; L’anima - 24ore Cultura, Milano 2011.

Principali mostre personali e collettive • 1988, Centrum voor Fotografie, Rotterdam • 1990, Museo della Fotografia, Helsinki • 1991, Espace Photographique de Paris , Parigi • 1993, “Un’America, quattro Americhe”, Salone Lorenzo Berzieri, Salsomaggiore Terme • 1997, Past Rays Gallery, Yokohama • 2002, “Paesaggio immaginario”, galleria Venice Design, Vicenza • 2004, Palazzo Reale, Milano • 2005, “Color in the city”, Murcia, Spagna • 2006, “Franco Fontana, Images”, Galleria Boxart, Verona • 2007, “La Via Emilia”, Centro culturale Candiani, Mestre

• 2009, “Paesaggi a confronto”, Museo di Roma in Trastevere • 2009, “Polaroids”, Galleria Ca’ di Fra’, Milano • 2011, “Photografica”, Galleria Stefano Forni, Bologna • 2012, “Paesaggi dell’anima”, Sabrina Raffaghello Arte Contemporanea - Sr District, Alessandria

Progetto a cura di Forma Fondazione FORMA per la Fotografia

La Fondazione FORMA per la Fotografia e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, organizzano il Master in Photography and Visual Design. Giunto alla sesta edizione, si tratta del primo e unico master accademico di settore legalmente riconosciuto offerto in Italia. Costruito con l’obiettivo di sviluppare competenze teoriche, tecniche e pratiche, questo programma di durata annuale è orientato alla formazione di fotografi, curatori, photoeditor e altre figure professionali specializzate nello studio e nel trattamento delle immagini fotografiche.

Piazza Tito Lucrezio Caro 1 – 20136 Milano tel. 02.58118067 - www.formafoto.it Redazione: Alessandro Calabrese, Marco Scotuzzi, Ilaria Speri, Alexandre Torres Progetto grafico: Daniele Papalini Foto di copertina: Studio di Franco Fontana, Modena 2012 Finito di stampare nel mese di dicembre 2012, presso EBS, Verona

Los Angeles 1991 © Franco Fontana

• 1963, 3ª Biennale Internazionale del Colore, Vienna • 1968, Galleria della Sala di Cultura, Modena • 1970, Galleria Il Diaframma, Milano • 1972 , “Die Materie die wir nicht sehen”, Die Brücke, Vienna • 1974, “Aspekte der Photographie”, Photokina, Colonia • 1977, Photographer’s Gallery, Londra • 1980, Focus Gallery, San Francisco • 1982, Camera Obscura, Stoccolma • 1984, Museo de Bellas Artes, Caracas • 1985, Akademie der Kunste, Berlino

Le uscite precedenti Mario De Biasi Mimmo Jodice Gianni Berengo Gardin Gabriele Basilico Fedinando Scianna Nino Migliori Piergiorgio Branzi


80 ORE CON L'AUTORE FRANCO FONTANA  

Progetto a cura di Forma Fondazione FORMA per la Fotografia Pizza Tito Lucrezio Caro 1 – 20136 Milano tel. 02.58118067 - www.formafoto.it Re...

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