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Numero tre; estate 2011

Rivista autoprodotta di racconti e sproloqui pseudo-letterari

Non inquinare l’ambiente. Conserva la tua copia di Follelfo per sempre.

www.rivistafollelfo.com


“ – Come sta Mark? – Benissimo – Len alzò le spalle. – Che racconta di sé? – Ieri sera ha detto che non avrebbe più sputato. – Sono contento di sentirtelo dire. – E io sono contento di poterlo dire. – Cosa avrà da sputare tutto il tempo? – Beh, gli piace farsi una bella sputata ogni tanto. – Sì, ma su cosa sputa, o non sputa, in questo momento? – chiese Pete. – Sul mio Maestro. – Chi? – Cristo. Gesù Cristo.

” Harold Pinter, I nani


www.rivistafollelfo.com Milano, estate 2011


Editoriale di Follelfo ........................... 6 Arance, vaniglia, Sicilia di Carolina Crespi............... 7 La rivoluzione, suppongo di Marco Montanaro ......... 15 Grigiore di Gianluca Senis ............... 19 La Giuditta di Alessandra Vascello.......25 Three to get ready di Matilde Quarti ............... 29 Postfazione di Michele Turazzi ............ 31

Tutti i pangolini sono opera di Alberto Condotta [albertocondotta.com] Le illustrazioni interne sono opera di Gervaso Troche [portroche.blogspot.com]


Editoriale Follelfo

P

are, nonostante tutto, che ci tocchi un’altra volta; non che la redazione di Follelfo in verità faccia molto, sia mai stata svelta nel farlo oppure brava a parlarne; quasi nutrisse quel tenero imbarazzo di quando sei ragazzino un po’ stralunato e gli amici ti portano a tirare sassi nel paesello vicino. E mentre loro finti gradassi mirano attentamente alle propaggini rumorose per destare stupore, tu distratto punti un albero ed invece vai a frantumare il vetro della macchina parcheggiata accanto, e quando fuggi a casa a nasconderti in camera, senti un prurito lungo la schiena che mica ti fa dormire. Te ne stai là, disteso a letto, con lo sguardo fisso ancorato al soffitto, poi ti giri e rigiri ed è come se avessi una strana febbre. I sassi però puoi pure farli saltare sull’acqua, quelli piatti e lisci, e se anche dovessi trovare lavoro ad estrarre marmo da una cava non è detto che i blocchi te li debba sognare di notte, ché non tutti desiderano scolpire una statua, e ci son pure i poveracci che la notte non dormono più; figurarsi poi quelli arrabbiati, che i sassi li tirano in testa alla gente. Poi la mattina prima d’uscire, mentre ripensi a quella volta sulla panchina del parco quando disegnavi la ghiaia col piede, la doccia diventa gelida e, mentre ti asciughi, pensi che sia pur legittimo prendersela con qualcuno ogni tanto; che i sassi possono saltare molto lungo lo sanno tutti, ma dopo cinque o sei slanci solitamente li vediamo affondare. Non fosse altro che la malinconia almeno un po’ ci piace. Ma non temete; qui dentro ci trovate solo gente in gamba, bei disegni e racconti sinceri. ■

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Arance, vaniglia, Sicilia Carolina Crespi

A

mos attende le luci dei fari del bus del mattino e ripete a memoria il complemento di specificazione. Di chi, di che cosa, di quale nome. No. Di quale nome no, è denominazione. Alla fermata della rotonda di Sant’Elena – se fosse l’isola, denominazione – ecco l’eccezione: sale solo lui. Non è una vera fermata. Il bus inchioda in curva apposta per farlo salire, ogni santa mattina. Fa uno strappo alla regola e dimentica le buone maniere di accostare nell’area predisposta appena ridipinta, ancora sporca di un cemento nero-blu irriverente. Amos caracolla svelto sul bus che riparte ondeggiando a destra. La forza centrifuga lo controlla dall’alto. – Come andiamo ragazzo? – Fa il Garko con la voce dall’oltretomba, smorzata dal rumore dell’acceleratore e dei clacson di chi non ha tempo da perdere. Una Panda a metano tenta il sorpasso del mezzo all’interno. Amos non risponde, tanto non fa nulla. Il Garko fa solo domande retoriche e infetta l’intorno con un fiato pesante di tabacco e caffè. Intanto una nuova orda di clacson lo investe. Stavolta è una Panda quattro per quattro che liscia una Panda a metano che sorpassa il boeing arancio imbarazzo. Il bus barrisce a due voci e il richiamo del cuculo mette tutti a tacere. Guadagna facile la prima linea e dà il passo alla ciurma a trenta all’ora. Silenzio, la lepre è partita e tutti dietro intonano inni. Intanto Amos ritira le chiavi di casa nella tasca bassa dello zaino e si sistema la camicia arricciata sul deretano. Quando sale a Sant’Elena è sempre troppo tardi per sedersi e troppo presto per restare in equilibrio tra i corpi degli altri. Così Amos barcolla per un paio di fermate e osserva lo spazio per sé diminuire ad ogni tappa. E quando è Benedetta che sale, già lui fatica a respirare bene e tende il collo in aria come fanno gli struzzi. È dalle parti della Stecca che lei di solito fa capolino con una sua amica riccia. Il ciuffo moro appiattito a sinistra svetta sulle teste degli altri e quasi sfiora le maniglie per tenersi. Il resto dei capelli lunghi si scioglie a cascata sullo zaino. Benedetta è affusolata e lunghissima. Amos non ne ricorda i tratti del viso ma ne misura i fianchi e le poppe 7


che sono giusto in linea con la sua visuale. Peccato che ogni mattina sia respinto sul fondo del bolide e non riesca ad avvicinarsi per osservarla meglio. Amos non è che la conosca Benedetta. Intendiamoci, quelli del bus si conoscono tutti abbastanza poco, ci si saluta, ci si spintona, ci si insulta ma poi non è che si esca insieme o si vada a casa uno dell’altro. Si è conoscenti sul bus e poi, una volta scesi, ci si saluta a fatica. Amos, ad esempio, non sa nemmeno che classe faccia Benedetta. Di sicuro non è in prima, ma si era capito dalla sua statura. Benedetta invece di Amos non sospetta neppure l’esistenza, non appartiene al suo campo visivo e dunque non può vederlo a meno di sedersi su un seggiolino. Ma di posti non ce ne sono quindi è condannata all’ignoranza e Amos all’inesistenza. Muratti, Amos lo conosceva di vista. Era nella sua classe di inglese e tre volte a settimana prendevano insieme il bus del pomeriggio fino al piazzale della stazione. Lì, Muratti scendeva mentre Amos era fra i pochi che restava sul bus e ne aveva ancora per un buon quarto d’ora. Quando la mandria si riversava di sotto, il bus riprendeva ad ondeggiare come una pedana e, visibilmente alleggerito, cominciava ad andare più velocemente. Il Garko in quei momenti godeva e fischiando strepitava sguaiato – E alloraaaa. Amos nemmeno lo sentiva. Puntava già da dieci minuti buoni lo sguardo dritto verso il fondo e, come un avvoltoio s’accaparrava un posto a sedere duro e ineguagliabile. Capitava spesso però che Muratti stesse a scuola fino a tardi ad allenarsi con quelli della pallamano e il giorno precedente doveva essere stato uno di questi perché Amos, Muratti, sul pullman non l’aveva beccato. A scuola si era capito subito che qualcosa non andava. Quando Amos era entrato in classe era stato assalito da un odore acre di pianto e catarro. Gli si era come appiccicato alle narici e non riusciva più a liberarsene ovunque voltasse quel suo muso puntuto. S’annusava le dita per assicurarsi che non fosse lui a sapere di quella schifezza mucolenta. Si ficcava il naso nel collo, prima a destra e poi a sinistra, ché capitava di starnutirsi addosso e riscoprire cadaveri di muco qualche ora più tardi cosparsi sulla maglia. No, stavolta non era lui. Tuttavia si sentiva che là dentro ci si stava soffiando il naso in fazzoletti di stoffa ormai freddi e trasparenti

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per l’usura. Ancora con la giacca e lo zaino in spalla, Amos s’era diretto di gran carriera verso la finestra e ne aveva spalancato ambedue le ante per cambiare aria prima possibile. Intanto in corridoio tirava un brutto clima, lo si vedeva perché l’attenzione degli adulti era bassa, le urla nettamente oltre il limite consentito, la campanella suonata da cinque minuti buoni e nessun accenno di ritorno all’ordine. Le professoresse formavano un capannello piagnucolento all’entrata dell’edificio; la preside teneva gli occhiali ciondolanti sul petto e una mano tra i capelli: l’espressione era tra lo struccato e l’incredulo. Mentre Amos se ne stava sulla porta col naso in corridoio in cerca dell’aria buona in entrata, la Montecchi entrò di gran carriera. E appoggiando i libri sulla cattedra spiegò a chiare lettere la disgrazia capitata al povero Muratti. Scoprendolo finito sotto un treno mentre attraversava i binari con le cuffie, Amos sentì come un groppo in gola, che gli impediva di parlare. Una mano subito sotto il mento e una appena sopra il petto sembravano ostruire il cammino che l’aria compie quando s’infila su per il naso per poi incunearsi in direzione sud. Tentò di controllarsi, di contare i suoi respiri come faceva con l’asma, ma poi cedette e frugò nella cartella finché non trovò il suo inalatore di fiducia. Ne aspirò l’aria aromatica da cui ricavò immediato beneficio e tornò a fissare la professoressa che indorava la disgrazia con particolari a dir poco superflui. Quando la Montecchi smise di blaterare in aula piombò un silenzio tombale. La Marianna era bianca come il muro e il pianto le si gelò tutto in una volta in un verso ridicolo da regno animale. Qualcuno tirò fuori libri e quaderni dallo zainetto. Qualcun altro guardava oltre il vetro della finestra, cercando di cogliere la primavera con le mani nel sacco e distrarre l’animo stracciato. Fulvio guardava Amos col ventolin ficcato nel cavo orale e un’espressione vacua. – Cazzi suoi. Se le doveva levare le cuffie. Se l’è cercata il coglione, son cazzi suoi – dal fondo della classe, esattamente dall’altro capo della diagonale minore dell’aula romboidale immaginata da Amos in un suo sogno di fantageometria aveva sparato la sua fionda di puttanate il vocione maturo e sprezzante del Doria. Questo distolse chiunque dalla sua attività distraente e non ci fu nessuno che non rivolse lo sguardo nella sua direzione.

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La Montecchi impietrita ma poco combattiva sorvolò e disse che non voleva perdere tempo a discutere se in una disgrazia simile ci fossero colpevoli e tirò su una bella linea su tutti i giorni a venire in cui Muratti non sarebbe stato né presente né assente, ma morto. Fulvio però non era d’accordo col Doria. Adesso gli spacco il culo, diceva a due di terza più grossi di lui, mentre tentava un paio di calci al muro senza forza. Un paio di altri si fecero sotto. Alti e magri come betulle, annuivano in preda ai fili dei burattini. Poi arrivò Gronda e si decise che Doria non doveva passarla liscia. Amos osservava la scena da dietro la rete della porta e non aveva un parere suo. Era d’accordo con Fulvio che sì, il Doria stavolta aveva oltrepassato il limite e che sì, gli sarebbe dispiaciuto che potesse farlo altre volte. Era noto anche che il Doria non fosse persona con cui parlare a quattrocchi, motivo per cui nessuno – e di certo non lui – si sarebbe proposto per farlo. Il Doria era più grande di qualche anno, robusto e di famiglia importante. Aveva il portachiavi del motorino della BMW e una ragazza svizzera. C’era da dire poi che Muratti e il Doria non erano grandi amici mentre Fulvio e Muratti sì. Solo una cosa sfuggiva ad Amos mentre sbocconcellava le parti di formaggio triangolari che fuoriuscivano dal suo panino rotondo di gomma. Non capiva chi avesse insignito proprio Fulvio, e la squadra di aiutanti che stava abilmente mettendo in piedi, dell’autorità di pestare il Doria. Dal momento che nemmeno se fosse stato poliziotto o giudice Fulvio avrebbe avuto carta bianca sulla decisione di pestare il Doria, Amos sospettava che nessuno di loro fosse davvero libero di farlo, tanto meno Fulvio il cui unico titolo era quello di essere capitano della squadra di pallamano. La cosa era scomoda e andava fatta in fretta. Fulvio mandò un sms alla sorella di Amos e le disse di mettere fuori il cartello solo nel caso in cui avesse visto passare il Doria in scooter con lo zaino fra i piedi e la riga di tecnica sporgente. La sorella di Amos gli rispose che a suo padre scocciava che il cartello rimanesse ritirato per tut-

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to il tempo che lei avrebbe perso a star lì impalata alla rotonda ad aspettare il Doria e propose di fare al contrario: il cartello sarebbe rimasto esposto finché il Doria, presumibilmente nel tardo pomeriggio, sarebbe sfrecciato per Sant’Elena e passato sotto il cavalcavia diretto verso in boschi, in direzione di Foscarito. Fulvio scrisse ok e rimasero d’accordo. La sorella di Amos non aveva idea del motivo per cui gli amici di suo fratello le chiedessero un favore simile ma aveva un debole per Fulvio e poco le importava dei fatti degli altri. Quell’asino di suo fratello non le raccontava mai niente e lei s’azzardava raramente a chiedere. La quarta ora fu tutto un pigiare tasti di gomma sul cellulare. Il rumore umidiccio dei polpastrelli sui numeri e la frenesia nervosa dei tendini tesi li avevano quasi cancellati. Era un lavoro di memoria visiva e spaziale, di destrezza fine e velocità. Al suonare della campanella che annunciava l’ennesimo break prima dell’ultima ora, Fulvio scattò su come in preda alla redbull e sgattaiolò in cortile. I due spirlunghi lo raggiunsero spuntando da chissà quale angolo del campo di calcio. Superarono la cancellata, si mischiarono ai ragazzini della scuola elementare di fronte e quando arrivò Gronda la combriccola fu al completo. Parevano pronti per una scampagnata e invece, Amos lo sapeva bene, avrebbero riempito di botte il tipo che proprio ora stava dietro di lui a fumare Marlboro con le dita sporche di Fonzies. In braccio ad un pullman strapieno di poppanti Fulvio ripeteva mentalmente il piano che aveva messo a punto con la sua squadra. Di Muratti in quel momento si era totalmente scordato. Avevano bisogno di vantaggio: loro erano in bus, non in motorino. Se i tempi erano ben calcolati e il bus non sgarrava, al loro passaggio alla rotonda di Sant’Elena il cartello del fruttivendolo sarebbe stato ancora fuori, sempre che quella stupida non avesse sbagliato i tempi o confuso gli accordi. Alla fermata successiva sarebbero scesi, appena dopo il cavalcavia, l’ultimo stop cittadino prima della statale. Sarebbero ritornati sui loro passi, arrancando fin sotto il ponte, dove la strada fa una piccola conca e la gente ci rimane impantanata con le piogge di novembre. Lì lo avrebbero aspettato con gli zaini in mano, pronti ad essere usati come bombe a carta. Lo avrebbero braccato a colpi di cannone, come si fa col pallone in palestra quando si infila dove non deve, sui davanzali interni dei finestroni sempre troppo alti. E poi se le sarebbero date di santa ragione, quattro

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contro uno. Peccato non ci fosse Muratti, era il più agile di tutti e avrebbe saputo dove assestare i colpi giusti. Per un attimo il pensiero dell’amico lo travolse. Fulvio si sentì male. Aveva un caldo boia e sudava freddo come a judo d’inverno. S’allentò la sciarpa e il giubbotto e guardò il Gronda grosso come un eroe dei fumetti, spallato, gli zigomi alti, la bocca storta e tutto un puzzo di fumo nei capelli puntinati di bianco per l’insistenza del gel di bassa qualità. Grazie a quella visione confusa come d’improvviso Fulvio si riebbe e tornò a dimenticarsi di Muratti. Amos intanto non stava più nel banco dalla foga. Voleva assolutamente dirla lui la parte sui complementi. S’allungava in avanti col braccio destro sparato in diagonale, sorretto a triangolo da quello sinistro. Con la mano di tanto in tanto urtava la testa riccia di Maso che non aveva mai nulla da dire agli altri e parlava da solo col vetro della finestra a sinistra. – Io, la prego, gli scappò una supplica di attenzione e la professoressa gli diede parola. – Di Roma, città di Roma, complemento di denominazione, gongolò, certo di aver colto nel segno. La Montecchi annuì disse bene e passò oltre. Amos si calmò e ripiombò nell’apatia di chi, raggiunti tutti gli obiettivi, non sa più bene cosa fare. Fulvio al contrario lo sapeva bene. Il bus passò oltre Sant’Elena e il segnale che annunciava che di lì prima di loro non era passato nessuno se ne stava ben piantato a terra con una cretina che seduta di fianco fissava l’asfalto. Il Garko suonò il clacson alla bella statuina che imprecò parole dolciastre. Alla fermata i quattro discesero parlottando a bassa voce. Soprattutto del culo della sorella di Amos. Alla guida del pullman stavolta il Garko non c’era. Di martedì smontava alle due e se ne tornava da dove era venuto, tagliando la valle in moto da cross dopo tutta una mattina a guidare scatole di lamiera. Amos non l’aveva mai visto ma glielo aveva raccontato una mattina e lui andava sulla fiducia. Se lo immaginava a gambe larghe mentre sputava le cicche sul prato, i capelli unti al vento e baffi da paura. La sua moto da cross doveva essere era una favola. – La vedi quella? E aveva indicato lo scooter del Doria che di mattina faceva la stessa strada

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del bus. – Ecco dimenticatela, quella è una barzelletta. Credi a me Ahmed, la mia moto è Omero. Amos non si chiamava Ahmed, ma ci si capiva lo stesso. Il Doria passò per Sant’Elena dopo una decina di minuti che lo si aspettava. La ragazzina ritirò il cartello e suo padre le urlò addosso di rimetterlo fuori lei sbraitò di no e poi il Doria non sentì altro ché aveva il motore in corpo. Passò sotto il cavalcavia e fu colpito da qualcosa. Perse l’equilibrio e picchiò la testa ma non svenne. Vide quello stronzo di Fulvio e il Gronda venire verso di lui mentre due paia di braccia lo trascinavano ai lati della sterrata per Foscarito. Fulvio gli chiese che cazzo aveva da dire sul suo amico. Il Doria disse quello che disse tanto il Gronda non aspettò nemmeno che aprisse la bocca che cominciò a pestarlo con un asse di legno fino a lasciarlo mezzo morto fra le braccia delle betulle. Il cielo di marzo insicuro voltava la faccia per non scoprirsi testimone. I quattro tornarono di nuovo alla fermata di Sant’Elena e presero il bus che rientrava in città. Amos li vide salire, vide sua sorella che sistemava il cartello e salutava civetta in direzione nord. Vide suo padre, crucciato, restaurare con rara pazienza a mezzo di una bomboletta nauseabonda la scritta della sua insegna. Diceva: Arance Vaniglia Sicilia. Su sfondo bianco, una parola sotto l’altra, nessuna punteggiatura. Amos prese il cellulare e fece il 118. Si sistemò sul retro del camioncino ambulante di suo padre. Tirò su una delle ultime arance dell’anno e cominciò a riflettere, penna in mano, sul compito della Montecchi, assegnato per il giorno successivo. La pena di morte per lapidazione in Iran. Esprimi un tuo parere con esempi tratti dai fatti di cronaca degli ultimi giorni, senza superare le 250 parole. ■

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La rivoluzione, suppongo Marco Montanaro Alla Democrazia Cristiana, tutta quanta.

È

andata avanti al solito per non più di tre o quattro minuti. Meno di una canzone di Carlos Gardel, sicuro. Qualcuno ha accompagnato la procedura tintinnando con l’acciaio sulla porcellana, perché queste cose hanno bisogno di ritmo, durano poco ma che ritmo che hanno. Qualcuno ha detto che doveva essere più dolce, ancora più dolce, tutta una roba di coccole, abbracci, così l’abbiamo immaginata allora, in una parola sola: poco violenta. C’è sempre un certo tasso di violenza anche nelle coccole, in fondo, e infatti subito dopo qualcun altro ha detto che tanto valeva farla più amara, “amara come la vita”, che banalità, ma comunque. Sì, amara, o addirittura violenta, perché certe cose o sono violente o non sono, non hanno motivo di esistere, bisogna trasformare quest’acciaio in corpo contundente, infilarlo tutto nella carne del padrone. “Ma quale padrone?”, ha chiesto uno, e così siamo rimasti in silenzio. Del resto, abbiamo poi realizzato che c’è sempre una linea di congiunzione tra tenerezza e violenza e questa cosa l’abbiamo imparata dalle Babalities e dalle Fatalities di Mortal Kombat, mica in questi tre o quattro minuti. Insomma, credo che abbiamo impiegato almeno uno di questi minuti a raccontarci. “Devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto venire la cacca dura”, ha detto un altro e ci abbiamo pensato su un bel po’ perché vedete, certe cose vanno fatte a stomaco vuoto, un passo alla volta, nel corso di molti anni. Abbiamo condiviso quel pensiero, non il dolore o il sottile strato di piacere che a volte richiama, e siamo andati avanti. Qualcun altro ha raccontato di come avesse perduto la giovinezza dividendosi tra due donne, spendendosi in egual modo per entrambe e consumandosi fino a trasformarsi nel più grigio burocrate di una società assicurativa. Ci ha fatto ridere in coro. La cosa più bella che accade in quei tre o quattro minuti che durano comunque meno di una canzone di Carlos Gardel è proprio quando si ride in coro, del resto, non ci si può sottrarre. Però poi ci siamo accorti che uno di noi aveva una mac15


chia sulla camicia. L’abbiamo preso come un monito. Forse si trattava di una spia. Il solito traditore che si barrica dietro la scusa delle visioni diverse, della prospettiva che è cambiata. Insomma, abbiamo improvvisato un tribunale, lui l’ha chiamato così, e poi lo abbiamo spedito dentro a fare quello che di solito facciamo a turno. Be’, in fondo qualcuno doveva pur farlo, e lui aveva quella macchia inguardabile sulla camicia. A quel punto ci siamo chiesti se fosse davvero il caso di fare quello che stavamo facendo. “Ma lo facciamo da sempre”, ha fatto notare un tipo che sembrava lì per la prima volta. Gli abbiamo dato ragione. C’è da scommetterci che abbiamo pensato tutti la stessa cosa, riguardo a questo tipo. E infatti poi il tipo l’ha fatto: ha chiesto quante sedie ci fossero, e di chi fosse quella che stava per cedere. Abbiamo deciso che era di chi aveva le scarpe a punta, lo abbiamo fatto all’unanimità perché ci sembrava un criterio oggettivamente plausibile. Trenta secondi dopo avremmo ritrattato, se solo qualcuno ce lo avesse chiesto, ma non ce l’ha chiesto nessuno, e il tipo che sembrava lì per la prima volta si era già abbottonato il giaccone. Così ci siamo chiesti se fosse domenica, in effetti accadevano cose così domenicali in quei tre o quattro minuti, comunque meno di una canzone di Carlos Gardel. Ne abbiamo discusso, questa volta sì, era il caso di farlo, ci è sembrato giusto affrontare la discussione in termini piuttosto franchi, senza nasconderci. Abbiamo concluso che si trattava di un anonimo martedì d’inizio gennaio o fine aprile. Non faceva molta differenza e a quel punto avremmo anche potuto concludere che uno di noi poteva pure lasciarsi morire, ma è successa una cosa che tutt’ora non ci è molto chiara. In buona sostanza, un signore che passeggiava è inciampato a qualche metro da noi. Sulle prime ci siamo preoccupati. Il signore era finito con la faccia per terra. Per quel che ne sapevamo, poteva essersi spiaccicato il naso e gli occhiali, se ne avesse avuti. Infatti ci siamo interrogati a lungo sui suoi occhiali: montatura sottile, oppure spessa? E di che materiale? Acciaio o plastica? E il colore? Abbiamo concluso però che il signore non aveva gli occhiali. Non abbiamo avuto bisogno di appurare. Qualcuno ha aggiunto che il signore non aveva neppure il naso, così l’abbiamo mandato via. Però in quel momento ci è stata chiara una cosa: la caduta del signore non ci aveva indotto al riso, e neppure, in fondo, alla preoccupazione come avevamo pensato: era solo

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un evento agghiacciante. Qualcuno voleva cedere all’inquietudine, andar via, qualcun altro ha fatto presente che avvenimenti del genere dovrebbero piuttosto spronare all’unità, alla compattezza, anche se questo può voler dire rivedere gli obiettivi di lungo periodo. Questo concetto del “lungo periodo” ha messo a dura prova l’intero terzo minuto della cosa, ammesso che fossimo al terzo e non al secondo e mezzo. Su questo avremmo anche potuto discutere ancora a lungo, visto che ormai non stavamo facendo altro che parlare ognuno con la propria sedia, ma qualcuno ha dato dello “stronzo” a un altro, e così per trenta o quaranta secondi non s’è capito più nulla. Finché non è uscito fuori Enrico Montesano: l’abbiamo innalzato a simbolo e poi ce ne siamo vergognati, privatamente, ognuno da sé, realizzando infine quanto fosse rivoluzionaria, in fondo, la figura di Enrico Maria Salerno. Infatti a quel punto non era più molto chiaro di quale Enrico stessimo parlando. Forse era un Emilio: Solfrizzi o Gadda, solo che Gadda si porta dietro anche un Carlo, Carlo che non è mai un buon nome perché richiama storie di monarchia, una monarchia lontana nel tempo ma noi di monarchia non possiamo parlare, non vogliamo parlare, e così il tipo con le scarpe a punta, richiamandosi all’indubbia autorità di cui era stato investito qualche minuto prima, ha sciolto l’assemblea. “Assemblea?”, abbiamo chiesto in coro. In effetti doveva trattarsi di un’adunata spontanea, questo era quello che avevamo in mente, almeno così si era detto il giorno prima, ma a quel punto eravamo al minuto tre e qualcosa della cosa che dura meno di una canzone di Carlos Gardel, il signore caduto per terra si era rialzato e, a dirla tutta, era pure andato via, uno lo avevamo già mandato dentro e, soprattutto, aveva iniziato a piovere. A certe cose uno non può proprio ribellarsi, così quello con le scarpe a punta si è alzato, si è allontanato e ha deciso di dare il buon esempio bagnandosi per primo.■

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Grigiore Gianluca Senis

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iulio si stropiccia una palpebra, mentre ascolta sbadigliando il rantolio meccanico della macchinetta; poi afferra il bicchierino, e dà un paio di mescolate leggere. Non di più, perché anche se non ancora del tutto arresosi ai puristi della bevanda, Giulio il caffè lo prende sempre piuttosto amaro. Trangugia con un’unica veloce sorsata, e prima di gettare il tutto esita qualche secondo, facendo vacillare la stecchetta di plastica tra i denti. Poi osserva l’orologio tondo e bianco appeso sulla parete opposta, che gli ricorda tanto un oblò; infila quindi il corridoio verso il suo stanzino realizzando che sia già la una e venti, e che tra poco sarebbe arrivato Attilio. Attraversa la porta tra il rimbombo dei suoi passi, sposta uno scatolone pieno di buste a lato della scrivania, apre la finestra ed abbozza qualche profonda boccata, poi lascia ricadere il mozzicone tra grigi sbuffi di fumo. A quell’ora all’ufficio smistamento restano in pochi, ed ultimamente è sempre Giulio che si presenta a ricevere le proteste di Attilio. Giulio non è sempre stato un lavoratore notturno. Iscritto alla facoltà di chimica farmaceutica, aveva trascorso un paio d’anni tralasciando la parte meno divertente della vita universitaria, offrendo a tutti un sorriso pronto per ogni occasione, arrotondando con un lavoro saltuario da postino. Poi una mattina il suo coinquilino, uno strano ragazzo di Bari dai capelli spesso unti, gli disse di dover tornare dai genitori per qualche giorno. Non avendo ricevuto sue notizie per un paio di settimane, Giulio realizzò che difficilmente lo avrebbe rivisto a breve, e che per recuperare un paio di mensilità arretrate, in attesa di trovare qualcun altro con cui dividere le spese, avrebbe dovuto darsi da fare un po’ di più. Riuscì a farsi assumere in un piccolo discount a pochi isolati dal suo quartiere. Giulio lavorava in qualità di magazziniere o qualcosa di simile, il cui compito era spostare e incasellare prodotti per due, tre ore ogni sera. Tra quelle scatole rimase incastrato anche il suo desiderio di studiare. L’atrio è bianco e deserto, set ideale per un paesaggio lunare, con la luce dei neon che rimbalza stanca sulle pareti; a decorare l’entrata quattro 19


vasi di metallo argentato da cui si drizzano fiammelle vegetali d’un verde intenso ed uniforme; Giulio sì è da alcuni minuti perso lungo il loro profilo dentato, seguendone gli incavi regolari in una conta impalpabile. In fondo, a lui quelle piante non dispiacciono neanche troppo. Poi osserva attraverso il vetro aspettando d’incrociare lo sguardo torvo ed azzurro di Attilio, il materializzarsi del suo volto indurito, dalla barba un poco riccia, e quel grosso naso che pare esser stato schiacciato da una grandinata di pugni. Prima che Giulio arrivasse all’ufficio smistamento, il suo posto era occupato da una vecchina premurosa che una notte, spaventata dalla stravagante comparsa di Attilio, aveva allertato la polizia; sebbene i testimoni oculari fossero pochi, si racconta che ne nacque una divertente scazzottata, al cui termine la vecchina decise di curare la propria insonnia in altro modo. A Giulio piace pensare che un naso così schiacciato ce lo si debba guadagnare combattendo. Sistemare prodotti in un discount può anche sembrare monotono, se non si esercita una premura talmente indifferente da far trasparire una dedizione esemplare. Fu così che Giulio si fece sorprendere un venerdì qualunque, mentre trasportava rotoli e rotoli di carta igienica attraversando gli angusti passaggi che vagamente separavano la massa quasi indistinta di articoli. Improvvisamente si trovò una ragazza piantata in mezzo al suo cammino, che con sguardo preoccupato e mani perplesse esaminava con grande minuzia flaconi di forme e colori differenti. Giulio rimase incerto per qualche istante finché lei, accortasi della sua presenza e quasi spaventata dall’imbarazzo che la colse, fece cadere un barattolo di shampoo. Subito si accovacciò per riparare all’incidente mentre Giulio, gettati i rotoli chissà dove, si avvicinò per offrirle aiuto e comprensione; il pavimento sapeva di ciliegia e fior di mandorlo e la ragazza, voltandosi, trasse dalle labbra leggermente imbronciate un tenero sorriso che scopriva delicatamente le gengive. Rialzandosi, mischiarono i loro sguardi allegri accompagnandoli con scuse divertenti e improbabili rassicurazioni. Poi il viso della ragazza si fece nuovamente pensieroso, quasi velato di malinconia, e un poco allibito Giulio dovette assistere ad una confessione ricca di passione: sì, insomma, forse quel dannato ciliegia e fior di mandorlo non era caduto per caso, era da troppo tempo che desiderava cambiarlo. Può anche sembrare una cosa stupida, però acquistare uno shampoo non è certo facile, potrebbe anche non essere un gesto chissà quanto anarchico, ma c’è il gusto di

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cambiare, di esercitare una libertà di scelta tradendo le abitudini più sciocche e forse più radicate, e poi le possibilità sono così tante, l’offerta così ampia, e come non sbagliare, come essere certi di sostituire in meglio… E mentre lei si perdeva nel sovrapporre parole dubbiose, Giulio pensò che non avrebbe potuto abbandonarla, e che adagiandole un bacio sulla fronte l’avrebbe salvata. Ed invece fu lei ad afferrargli la mano, e lo condusse disperatamente in un valzer di balsami e liquori viscosi, offrendogli un’infinita moltitudine di profumi spesso accoppiati tra loro in maniera bislacca, ed ogni nuova fragranza produceva spasmi vitali nei loro gesti, agitando la loro già ebbra fantasia. E mentre si abbandonava in oceani di cocco, cacao e karité, Giulio vide impotente la figura di lei che piangendo fuggiva a mani vuote, senza voltarsi nemmeno per un ultimo istante, senza donargli un ultimo tenero sorriso. Quando si riebbe, gridò in preda allo sconforto di sentirsi poco bene, e fuggì a casa così velocemente come mai più gli sarebbe capitato; si infilò nel letto e trascorse una notte scandita da terribili convulsioni febbrili, e quando la mattina successiva si risvegliò credette d’esser sopravvissuto ad una discesa nel Maelström. Quella fu anche l’ultima vera esperienza di sonno seppur disastrato che a Giulio fu concessa; da allora il buio che lo avvolgeva al momento di dormire divenne sempre più lungo, le sue notti man mano sempre più bianche, finché ne divenne completamente incapace. A notti così disastrose seguirono interminabili giornate che avevano il colore grigio dell’emicrania, il viola prugna del suo sguardo riflesso nello specchio; Giulio trascorreva pomeriggi pigramente sdraiato, sfuggendo la luce e l’aggressiva invadenza della realtà; si scopriva spesso con gli occhi chiusi, addormentato senza pace e riposo, fino a che, d’un tratto, come invaso da una scarica elettrica, si drizzava sul letto con sguardo sgranato. I suoi sogni, ormai, fanno sempre schifo. Attilio si avvicina con quell’incedere claudicante che un sguardo distratto potrebbe credere il solito, ma che il solito non è; c’è qualcosa di stranamente affascinante nel suo zoppichio, quasi che il ritmico alternarsi dei suoi passi fosse del tutto collassato in una nuova sconosciuta armoniosa andatura. Giulio lo osserva, e si fissa sui i tendini tesi della mano destra che afferra una foto quasi stropicciandola, e ripassa mentalmente la scena ormai vista diverse volte; Attilio gli mostrerà quella foto, iniziando a parlare di sua figlia, poi chiederà se sia per caso arrivato un

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pacco per lui. Giulio fingerà di cercare per alcuni minuti, poi tornerà dicendogli che purtroppo non c’è nulla, che forse potrebbe esserci stato un contrattempo, che lo avrebbero contattato immediatamente nel caso ci fossero state novità. Poi avrebbe assistito con dolce pazienza alle lamentele di Attilio, che presto sarebbero montate in furenti proteste contro l’intero stato delle cose, regalando spettacolari accostamenti degli insulti più vari e coloriti; quindi, con espressione assente lo avrebbe accompagnato verso la porta, lasciando che il quartiere godesse della rumorosa esibizione notturna. Ma quando Attilio gli si presenta a pochi passi, Giulio realizza che non solo il suo incedere ha qualcosa di nuovo ed eccezionale, ma i suoi stessi occhi, il suo stesso viso rugoso si sciolgono questa notte in una tenera durezza velata d’ironia. Attilio esita qualche istante, scrutando il giovane come se cercasse di leggerne i pensieri, poi con un violento gesto slancia il braccio, dando quasi una frustata nel vuoto con la mano, e mentre la fotografia ondeggia mollemente verso il pavimento, pare che l’aria stessa sanguini; poi Attilio inizia a parlare: “Vedi, ragazzo, lo dico a te, ché mi sembri un tipo sveglio; ho sempre apprezzato il fatto che tu mi osservi senza spirito di compatimento, lo vedo anche ora nel tuo volto assente, nella tua grazia innaturale. Tutta questa gente, cosa credi ne capisca? Pensano davvero che a me importi qualcosa, che veramente io ogni notte venga qui a reclamare quel qualcosa che appartiene a decine d’anni fa, che entrambi sappiamo essere irrimediabilmente perduto? Lo credano pure, a me non importa più; sapessero le persone tutto quel che frulla per questa mia testa vuota, sapessi io un giorno dirlo, spiegarlo, esprimerlo! Tutto ciò non è possibile, il mondo richiede un ordine preciso, scatole predeterminate, parole e termini che diano adito alla semplificazione, che siano in grado di riordinare e raggruppare l’esistente... Ah, ma quanto io ne sono incapace, quanto soffro e detesto questa mia inadeguatezza, quanto il tutto ed il suo contrario mi fanno impazzire; e l’unica libertà di cui mi sento capace è questo irresponsabile disimpegno. Sai, una volta qualcuno parlò di una ‘diarrea cogitante di liberazione’; ecco, io me la immagino vividamente gialla…”. Attilio si ferma improvvisamente, quasi spaventato; Giulio s’è distratto contemplando il neon che sbatte sul calvo capo, donandogli un’aura quasi messianica, senza cogliere molto di quelle parole. Attilio si china lentamente, raccoglie la fotografia, e si dirige verso la porta a vetri; Giulio massaggia fronte occhi e tempie, poi infila la scala per tornare di sotto.

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L’alba è fresca e ancora leggermente pungente; Giulio raggiunge a passo lento l’edicola dietro il palazzone, chiedendo se sia per caso arrivato il terzo numero di “Chimica per tutti”, raccolta in fascicoli dall’ improbabile copertina gialloocra e fucsia, studiata per offrire al pubblico inesperto un accesso facile e divertente ai misteri del mondo chimico; il terzo numero non c’è, l’edicolante ciancia di un eventuale abbonamento postale. Giulio realizza che difficilmente sintetizzerà da sé barbiturici, e paga i quotidiani che ha infilato sotto il braccio. Già, perché la tapparella della camera è rotta da alcuni giorni, ed in attesa che qualcuno decida di venire realmente a ripararla, Giulio tappezza la finestra della camera con fogli di giornale; così, oltre a mantenere uno sguardo informato ed equilibrato sulla realtà, disteso sul letto, si lascia trasportare in un frenetico turbinio di scene, di parole accatastate, di lettere e caratteri sovrapposti che s’ammassano e s’affollano nella sua incoscienza. Immerso in tale sconquasso di segni, Giulio potrebbe sentirsi un fuorilegge, sentirsi in pericolo; quasi nutrisse una preoccupazione estetica, vorrebbe essere il protagonista di avventure ingenue, forse puerili, un modello di solitudine eroica e vittoriosa come lo sono i personaggi delle favole della nostra adolescenza. La camera, lentamente, sprofonda nelle onde galleggiando in mezzo al mare che batte la costa dove si vedono camminare due ragazzi allegri, e diventando a poco a poco liquida anch’essa, diviene il mare stesso. Una strana sensazione di pace, di spensieratezza, lo opprimono davanti ad una solitudine così preziosa, in un’urna così splendente. Addormentarsi senza dormire, spegnere le sensazioni tra quei flussi. L’ombra del mondo, del cielo, della strada entra in lui dagli occhi, si ferma in lui senza volgarità; finché un concerto di pianti infantili, musiche sudamericane e martelli pneumatici spezzano l’illusione. Giulio prende una birra dalla cucina, poi esce sul terrazzo; ha ormai preso la strana abitudine di soffiare il fumo all’interno delle bottiglie vuote, che poi sigilla con tappi di sughero intagliati; crede in quel modo di poter sigillare anche quei piccoli frammenti di vita rubata. Afferra con interesse la bottiglia, e l’avvicina a sé cercando di delineare il contorno soffuso riflesso nell’opacità del vetro, di saltare nel cuore di quell’immagine; poi guarda distratto l’albero che s’arrampica su per il palazzo, forse un ciliegio. A Giulio il rifiorire della primavera non piace. ■

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La Giuditta Alessandra Vascello

Q

uesto dialogo non è mai avvenuto. O meglio, è esistito a Sarajevo, nei pensieri di un uomo seduto su una panchina all’ora delle bombe. Forse l’uomo era un pittore, forse un bibliotecario innamorato delle storie, forse un sognatore a cui non rimase nulla se non lo stesso sognare. Forse. Ciò che sappiamo con certezza è che quel giorno, l’unico a salvarsi, fu il cielo. L’androgina creatura prende forma, fa la sua apparizione nella mente di Goran come fa il disco d’aspirina che si tuffa nel liquido e lo eccita di bolle rumorose. Goran mescola i pensieri, è l’occhio del ciclone, voyeur di quest’agitarsi vorticoso, spia, scruta e disegna attento il suo personaggio a due sessi. Dolce trance dell’artigiano, sordo e muto, schizofrenico creativo, innamorato e nemico dei suoi graffi embrionali in divenire. Chi sei? Chi siete? Gatti randagi che quanto più amano, tanto più si ringhiano negli occhi, l’uno dentro l’altro, nella notte. E la luna a guardare. Chi sei? Chi siete voi due che nel buio litigate dinanzi ad un quadro in fiamme? Chi è la meravigliosa signora che stringe capelli e sangue fra le sue eleganti dita? A chi appartiene la mutila testa che mostra vittoriosa? Oh Giuditta dal riso sardonico, lascia i miei amanti in quiete, lasciali nell’illusione! Oh Giuditta magnifico ritratto, voltati e scompari in una nuvola di sabbia, monta il vento e vattene indietro nei secoli tuoi. Oh mia povera Andrea, mio povero Andrea, non state a guardarla, sento già accese parole fra voi… “Guarda, Andrea, com’è superba. Pare Lucifero fatto donna”. La signora dai capelli neri se ne sta lì, appesa; osserva i due amanti e ha già deciso: guasterà il loro cuore. “I suoi occhi quasi mi feriscono. La sua luce m’inganna. Non ci fosse toccata la platonica maledizione mi staccherei da te e mi farei stoccata di fuoco dentro di lei”. “Perché mai dovresti procurarmi ferita più grande? La testa mi scoppia. Sento quello che senti tu, la vedo con i tuoi stessi occhi, la voglio

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anch’io, benché riluttante, perché siamo bocca su bocca, stomaco nello stomaco. Se tendi le braccia a lei sarò costretta a tenderle a mia volta”. “Mia Andrea, siamo condannati ad amarci e odiarci per la vita. Tu mi possiedi io ti posseggo. Quale disgrazia amore mio ci è toccata. Siamo fratelli, siamo amanti, siamo padre e madre, siamo burro sciolto nello stesso destino”. “Mio Andrea, compagno di corpo saliva e anima, io ti amo e ti ripudio come ripudio questi seni incastrati nel nostro petto che sono troppo per te e troppo poco per me. Smettila di pensare, o le tue grida di brama per lei m’uccideranno, ci uccideranno. Ci ucciderà”. “Se morire significa stare testa sospesa sul suo ventre, sentire la sua presa stringere fra i miei capelli, ebbene, mia povera commensale di vita, a me non spaventa affatto sapermi col fiato mozzato per sempre. Io scelgo il più sensuale e profano e castigato dei martiri. Creperemo assieme dolce Andrea, e sarà finalmente la dissoluzione di questo nostro folle legame”. “Tu, miserabile, hai già dimenticato l’amnistia concessaci dagli dèi. Il nostro disgraziato amore è Forma assoluta, ricerca di famelici e perpetui viandanti tormentati dai morsi dell’amore perduto, pronti a vendere tutto pur di imbattersi in un me e te perfetti. Quale pazzo potrà mai eguagliare le tue parole; sei cieco ed ingordo come un ubriacone che non ha più lucida vista”. “Andrea cara, io ti bacio tutti i giorni eppure non so come tu baci, ti guardo ogni istante ma non ti vedo più, ti ho incollata nelle ossa ma non ti sento. Siamo sposi sulla via del tramonto, godiamoci questo preludio meraviglioso di morte e moriamo per davvero. Quale errore più grande sarebbe continuare a cercarci nel buio perché tremanti di volare da soli. Permettimi di desiderare solo per un attimo qualcun’altra e il nostro Eterno avrà avuto senso”. “Ardere per un pezzo di tela è delirio dissennato. Osa dunque godere di carne viva affinché io possa farmi capace di quel che mi chiedi”. “Non posso. Perché tu sola sei l’erotico mortale che io possa concupire. L’arte è cosa imperitura, non appartiene al nostro patto d’abnegazione, non è tradimento, è liberazione. Aiutaci, o sarò braccio in cancrena su cui non potrai più sorreggerti”. “Piuttosto reciderò con le lame quello che per te è ora un cappio, farò schizzare sangue a pioggia sulla nostra testa, non sarò passiva nel vederci marcire. Ne sarò artefice stessa”.

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Le briciole di una granata hanno appena raggiunto il nostro uomo sulla panchina. Ora Goran si tiene le mani a feritoie sugli occhi sbarrati, pare un bambino che ha paura dei fantasmi nella notte. Intorno la città fuma come mille locomotive lanciate a tutta forza, brucia come l’Inferno. Dal ventre di un palazzo sbudellato si consumano le ultime note di un’aria di Bregovic; un fotoreporter le accompagna con i click della sua macchina fotografica. L’orrore qui è di casa, è dentro le case, è fuori, è nei rimasugli organici sparsi a mo’ di coriandoli per le strade; è nella pancia del nostro uomo seduto sulla panchina. Sarajevo strilla, Sarajevo muore. Mio straziato essere mono corporale, non cedere anche tu il passo alla morte. Nemmeno la luna vuole essere vostra complice, nemmeno la luna. Cessate i vostri lamenti, cessate il vostro violento assedio alla mia mente… “Il nostro amore è una mulattiera di sughero e paglia, è fiato sul collo, è un sogno felliniano da scartare. Ma ti prego, non alzar coltelli da macellaia ingelosita. Lasciami sbavare un attimo per lei e seccheremo al sole come barche silenziose”. “Se ora provo a riflettermi in te trovo solo un ritorno di grigio. Domanda a dio un requiem suonato a sax fatto per bene, ingoia una tanica di whisky palliativo. Caro amore, sputerò spine sul tuo viso. Questo è il mio testamento”. “Le tue parole sono lance di neve che bruciano in gola, il tuo ricatto m’inchioda. T’ho conosciuta, ma non so chi sei”. “Strozzati ora, o la solitudine lo farà per noi. Saremo iato incolmabile, e un quadro racconterà la nostra storia: tu col capo mozzato ed io appresso a te, che con occhi vitrei t’amerò per l’ultima volta”. Ecco la strana logica degli amanti, quando l’amore e il non-amore vengono a coincidere. Non avere paura bellissima Andrea, sciogli il velo nuziale dai vostri capelli e lascialo crepare in un breve volo. Siate liberi e siate incollati finché voglia non arrivi a separarvi. Nessun patto vi lega, la libertà vi possiede e vi scopa. Salpate dallo stesso porto con diversa rotta oppure ogni giorno sarà segregazione, gelosia, fiaba da chiesa. Non rubatevi la vita; salutatevi con una carezza. Soccorretevi e lasciatevi… “Mia nota stonata, siamo giunti ad un pentagramma orfano di linee. Non siamo più capaci di disegnare una melodia a ritmo. Rassegnati alla vita ed espellimi dal tuo grembo come feto che s’è fatto sgorbio. Vomitami e dormiamoci su per sempre”.

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Andrea ora chiude gli occhi. Si abbandona in tutto il suo potere di madre. Finisce lei, finisce lui. A colpi di lacrime e consapevolezza. Strilla tutto il suo aborto, Andrea, mentre la signora dai capelli neri sorride ed assiste impietosa alla scena, in tutta la sua crudele castità. Ah Giuditta, biblica puttana, regina dello scacco, spalanca la bocca e ridi forte, ché la tua giusta crudeltà si è appena saziata. Dormi ora, Giuditta, ordina mandragora come ho fatto io. Non le senti le bombe che arrivano? Oggi è primavera, anche l’aria vuole riposare. Goran ha chiuso gli occhi, sbarrandoli. È una marionetta senza gambe, ma gli rimane il sorriso. Che denti perfetti! E Sarajevo strilla, e Sarajevo muore. ■

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Three to get ready Matilde Quarti

L

a cosa che odiavo di più era quando il getto della doccia diventava improvvisamente freddo. Succedeva durante tutto l’anno, ma me ne rendevo conto solo in inverno. Era un inconveniente dovuto ad un difetto delle tubature, che prima di arrivare al bagno passavano per la cucina dell’appartamento di sotto. Ci vivevano due francesi, nell’appartamento di sotto, avevano una bambina piccola e cucinavano tutto il giorno. Mi rubavano l’acqua. La temperatura calava di colpo, passava dai trentacinque ai quindici gradi senza preavviso. Io allora mi lanciavo contro il muro, aderivo con la schiena alle piastrelle alzandomi in punta di piedi per non prenderne neanche un poco, di quell’acqua gelida. Osservavo il getto, allungando di tanto in tanto una mano per sentire se era tornato caldo. Era un gesto vano, una domanda retorica, perché intanto le gocce mi schizzavano impietose sulle cosce, facendomi venire la pelle d’oca. Ogni tanto lo sbalzo di temperatura mi faceva piangere. Quando sentivo farsi strada tra le mie scapole il rivolo gelato, mentre avevo i capelli ancora coperti dal sapone che stavo massaggiando, mi scoppiavano in petto una serie di singhiozzi brevi e veloci, a metà strada tra una risata e una protesta. Strepitavo forte, ritraendo con stizza le dita dei piedi, poi un attimo dopo mi sentivo stupida, ammutolivo. Restavo così, a fissare l’acqua corrente spingendomi il più possibile contro il muro, per minuti eterni che continuavano ad accumularsi uno sull’altro. Era l’esperienza più simile alla fede che avessi mai provato, quella disperata attesa dell’acqua calda. ■

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Postfazione Michele Turazzi

I

l momento in cui si chiude il numero di una rivista è un momento strano. Da un lato c’è quella piccola, insignificante, felicità propria di ogni impresa portata a termine, ché si sa, è molto più semplice iniziare una cosa e poi lasciarla lentamente agonizzare e rattrappire, in modo da crearne in seguito un’altra migliore e più bella, piuttosto che cercare di fare evolvere il progetto iniziale verso una direzione condivisa, sempre più aderente alle mutevoli idee di chi la anima. D’altro canto è anche un momento triste, di una tristezza particolare, come quando ti affacci al balcone una notte d’autunno e vedi il vento forte e la pioggia, e poi vedi la strada deserta colpita dall’acqua; una condizione malinconica, più che una vera e propria tristezza, ecco. Non puoi fare a meno di chiederti, mentre sfogli rabbiosamente e incessantemente le pagine virtuali del pdf che entro breve diverrà un oggetto materico e quindi in un certo senso reale, non puoi fare a meno di domandarti se questo sarà l’ultimo numero oppure soltanto una piccola tappa lungo il percorso. Una rivista così è legata a troppe variabili per dormire di un sonno tranquillo. Stamattina mi sono reso conto di una cosa. Ho capito di non avere mai avuto una reale percezione di cosa fosse davvero la mattina – la mattina, non il mattino, perché ne sono sicuro che è donna –, di cosa volesse dire guardare gli occhi rossi dal sonno delle persone ammassate in metropolitana mentre sfogliano lentamente le pagine di un piccolo libro, leggendo ora un paragrafo, ora lasciando perdere le righe stampate per sollevare lo sguardo verso centinaia di altri occhi uguali. Oppure ascoltare il ronzio ritmato che fuoriesce dai loro auricolari, da quelli bianchi, che sono i più comuni, o da quelli neri e di ogni colore, e pure quello delle cuffie, perché ce ne sono alcuni che usano dei cuffioni grossi e ricurvi che nascondono interamente le orecchie e isolano il cervello dal mondo. Ma non me sono reso conto in metro di che cosa fosse la mattina. L’ho capito poi. Alla mia fermata sono uscito dal vagone e sono risalito in strada; mancavano ancora una decina di minuti alle nove e allora me ne sono andato in un bar che, con evidente sforzo topono-

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mastico, si chiamava – e si chiama ancora – “bar del metrò”. È là che mi sono avvicinato al bancone, ho chiesto un caffè e ho scelto un cornetto alla crema dall’espositore di vetro che li teneva rinchiusi dentro. Quando l’ho preso in mano ho capito immediatamente che la sfoglia era calda. Non tiepida, era proprio calda. Ecco la mattina è una sfoglia calda, penso. Questo numero è stato impaginato pressoché nella sua interezza di mattina, allo stesso modo in cui il numero precedente è nato di notte. E, davvero, c’è stato un momento in cui credevo che non ci saremmo riusciti, che non l’avremmo mai concluso questo volumetto bastardo. Invece, eccolo qui, è già finito anche il numero 3; sono state soltanto poche pagine dopotutto. Un cornetto caldo. ■

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Follelfo nasce a Milano quattro anni fa e si articola da subito come un laboratorio di scritture narrative in cui coesistono testi pseudo-letterari e racconti veri e propri. Follelfo è un sito internet, in cui vengono pubblicati a cadenza bisettimanale – circa – stralci narrativi oppure brevi racconti, e una rivista cartacea a periodicità variabile, composta da racconti maggiormente strutturati e illustrazioni; nessuna recensione, nessun articolo critico, nessuno sconfinamento nel campo dell’attualità o del costume. Follelfo vuole essere semplice scrittura.

www.rivistafollelfo.com rivistafollelfo@hotmail.it


E ora che anche il numero tre di Follelfo è finito, che fare per evitare scompensi psico-fisici e crisi isterico-depressive talmente isteriche da fare invidia a Linda Blair e talmente depressive da far sembrare Virginia Woolf un’adorabile mattacchiona ? 1. Attendi un numero variabile di mesi in attesa dell’imprescindibile #4 2. Accendi un pc (oppure un mac, se vuoi far colpo su chi siede fronte a te), apri Mozilla e digita: www.rivistafollelfo.com 3. Scrivi a rivistafollelfo@hotmail.it e noi risponderemo con gioia e amore e risolveremo ogni tuo problema


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Il pangolino è un formichiere con il corpo interamente coperto da squame. Il pangolino, se spaventato, si appallottola e diventa una vera e propria palla di squame. Si dice proprio per questo che il pangolino sia solito innamorarsi di una pigna.

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Numero tre  

Terzo (o quarto, che dir si voglia) numero di Follelfo. Più pagine, più racconti, più collaborazioni. Scritti di Carolina Crespi \ Marco M...

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