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editoriale di Roberto Messori

Fly Line n. 6 di novembre/dicembre 2013 28° anno di pubblicazione 167° rivista.

Attenzione - Con questa uscita scadono tutti gli abbonamenti. Lo so, il 2013 è stato un anno economicamente difficile, ed in particolare lo so perché

l’editoria è stato uno dei settori più colpiti, pertanto, prima

di considerare l’ipotesi di un

disdicevole risparmio, pensate con

benevolenza alla vostra passione, al mio impegno, e regalatevi il

piacere di saperne sempre di più.

In altre parole è il momento di rinnovare l’abbonamento a Fly Line. Nel modulo allegato a quest’uscita troverete tutte le modalità.

In copertina: anche Fly Line ha il suo satellite per le telecomunicazioni. In un lontano futuro ne potrebbero usufruire tutti i Pam per sapere dove il pesce sta bollando e a cosa. Basterà dotarsi del nuovo iFish della Apple e scaricare la App di Fly Line.

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ly Line è vicina a compiere trent’anni, la prossima uscita la inserirà nel 29° anno di pubblicazione e nel 2015 festeggeremo i sei lustri, forse è un po’ presto per accennarne, poi non so ancora come, ma li festeggeremo, probabilmente con l’uscita del nuovo libro di dressing SUPERFLY, sempre in tre edizioni in tre lingue. In tutti questi anni lo scopo che mi prefissi nel lontano 1986 è rimasto lo stesso: far conoscere i fiumi attraverso un appassionante atavismo come la pesca a mosca, un sistema raffinato che accomuna destrezza, eleganza e conoscenza alla possibilità di rilasciare indenni le nostre prede, se lo desideriamo. Loro lo desiderano di certo. Ne convenite, vero? Per me la cosa più importante è sempre stata divulgare le basi per una migliore conoscenza degli ecosistemi, e quale modo è migliore della più potente passione? La rivista è nata per gli innamorati dell’acqua che scorre (beh, anche quella ferma, ma se scorre suona meglio, specie se rumoreggia tra i sassi del torrente), e che per attitudine hanno scelto la via più difficile, ma più foriera di soddisfazioni. Al successo o all’insuccesso conseguente alla deriva di un artificiale abbiamo sempre cercato la spiegazione nascosta tra le correnti, gli anfratti tra i macigni, negli ostacoli dei fondali, nel colore dell’insetto o nel suo comportamento. Questo fino al punto di realizzare opere come Gli insetti di Fly Line o le Guide Entomologiche, una vera follia, poi ci siamo tuffati nell’infinito mondo delle mosche finte, elaborando ottimi dressing e realizzando quelli che sembrano davvero i più bei libri del mondo sulla costruzione, ma la passione è passione, ed è questa che fa funzionare meglio le cose, fomentando idee ed intuizioni. E che dire del nostro sforzo di non dimenticare il passato? E con esso l’evoluzione della nostra passione fino a trasformarla in scienza. La storia è importante, è l’unica cosa che possediamo veramente, solo dal passato possiamo imparare e solo il passato, se ben compreso, può aiutarci a migliorare il futuro. O almeno ad affrontarlo. Credendo nell’uomo e nella donna, indipendentemente dalle preferenze sessuali (tra omofobia e femminicidio è meglio essere precisi), ho sempre pensato che alla fin fine avrebbero prevalso il buonsenso e la conoscenza, soprattutto la conoscenza avrebbe indotto i pescatori a privilegiare i fiumi naturali, a difenderli dall’antropizzazione e dalla gestione di comodo, sempre distruttiva: in Fly Line 1/1986 apparve per la prima volta un articolo, scritto da uno scienziato, che condannava inesorabilmente le pratiche di certe semine, il titolo era “Ripopolamento o inquinamento?”, speravo di gettare un primo macigno nello stagno dell’incompetenza gestionale, invece sembra andare tutto nella direzione opposta. Ai più non interessa capire i delicati e affascinanti meccanismi degli ecosistemi fluviali, appresi e studiati attraverso la pesca a mosca, ai più interessa prendere del pesce, tanto, sempre, in fretta, in modo facile, anche pagando, pesce buttato a quintali, preso con l’imitazione dei pellets, oppure al tocco con la ninfa piombata, con passate brevi, tutte uguali, senza alzare gli occhi a cercare un insetto, ad osservare il fiume, ad ammirare il volteggio, tutt’al più a controllare se gli altri prendono di più, a valle e a monte, a pochi metri di distanza, nella stessa lama dove staremo fino a sera sforacchiando povere bestie geneticamente devastate, imbottite di antibiotici, che ributteremo in acqua perché ci siamo evoluti. E se qualcuno di questi, un giorno, rilasciata l’ultima iridea di due chili immessa a suo uso e consumo, sedendosi perplesso su un sasso si troverà a chiedersi, in un barlume di consapevolezza: ma che cazzo ci sto a fare qui? Sappia che è tra i fortunati, e la successiva fortuna sarà quando, desiderando risalire un torrente naturale, in solitudine, con una cannetta, una coda e un pugno di mosche, riuscirà a trovarlo.

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direttore responsabile Roberto Messori Reg. Trib. di Modena n° 807 del 29 Gennaio 1986 Segretaria di redazione Serafina Antonucci

RECAPITI

posta: tel. mob. e-mail: web:

C. P. 30 - 41043 Casinalbo MO 059 573663 fax 059 573663 338 5354949 pam@flylinemagazine.com www.flylinemagazine.com

sede legale e redazione: 19, via Piero Gobetti - 41043 Formigine MO Stampa: Officine Grafiche Lito6 Srl Rastignano BO

abbonamenti

Fly Line, sei uscite

abbonamento anno solare Euro 45,00 singola uscita Euro 8,00 Europa Euro 90 - Americhe Euro 90 C. C. Postale 11432416 Cod Iban Fly Line di Roberto Messori IT76V0538766780000000434350 ISCRITTA AL REGISTRO NAZIONALE DELLA STAMPA Proprietario ed editore Roberto Messori

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Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta del direttore responsabile.

Copertine di Fly Line Richiedetele con una telefonata o con versamento (ccp 11432416). Costo: Euro 8,00 caduna. Indicate nella causale le annualità richieste. Disponibili fino al 2012

Arretrati di Fly Line

Non esistono più arretrati antecedenti al 2002, eccetto gli speciali. Le annualità dal 2002 al 2009 sono complete e vendute in offerta straordinaria ai seguenti prezzi in Euro (vedi anche flylinemagazine. com): (anziché)

una annualità 24€ (58€) due annualità 48€ tre annualità 68€ (148€) quattro annualità 88€ cinque annualità 104€ (270€) sei annualità 120€ sette annualità 132€ (376€) otto annualità 144€ Spedizione omaggio, copertine omaggio. Annualità 2010 45€

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indice Editoriale

Roberto Messori

I comunicati di Fly Line

A cura di persone comunicative - Tornano le grandi fiere: Trofeo Bisenzio; Pozzolini Fly Festival; Pescare Show di Vicenza; Fishing Show di Bologna, Expo Riva del Garda... I corsi Pam invernali e le ultime new gestionali.

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Lettere a Fly Line

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Le recensioni di Fly Line

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Le novità di Fly Line

A cura degli amanti dei rapporti epistolari Rubrica impietosa di corrispondenza dei lettori, senza censura, limiti di legge a parte. Diverse lettere per una brutta notizia: è scomparso Carlo Rancati. Poi commenti sulla ninfa alla polacca ed altro ancora.

Libri, cassette, CD o DVD da non perdere, forse - Bellissimo libro fotografico sulla Mongolia, con descrizione a tutto tondo dell’ambiente, della cultura, delle tradizioni e del conflitto tra queste e la modernità, il tutto filtrato dallo sguardo ambientalista di un pescatore a tutti noto: Alvaro Masseini.

Prodotti, novità ed eventi commerciali - Gli ultimi ritrovati della tecnologia applicata alla Pam, proposte commerciali, aggiornamenti e varie.

22 La pagina del Pollo 42:

Le lunghe barbe delle mosche

Roberto Messori - Torna alla ribalda, sfruttando le tipologie costruttive più moderne, il sistema di utilizzare hackle con pochissimi giri, ma dalla barbe assai lunghe. Con tale accorgimento si migliorano silhouette, imitatività e galleggiamento dell’artificiale, e si risparmia sui colli di alta genealogia...


40 East’s fly tyer II parte

Alberto Calzolari - Seconda puntata sui costruttori famosi dei due secoli passati nell’Est degli Stati Uniti. La divulgazione della pesca a mosca creò una rete di flytiers e di rod makers che influenzò tutto il nostro passato, creando dressing immortali, miti, canne favolose e la base dei moderni galli da penna, la cui genetica originaria nacque in quei luoghi e in quegli anni.

54 Si fa presto a dire Sedge

Enzo Bortolani & Roberto Messori - Evoluzione delle imitazioni dei tricotteri nel passato nostrano, dall’inizio degli anni ‘70 ad oggi, attraverso la iniziale trascuratezza a favore delle effimere, malinterpretazione dei dressing inglesi, i tentativi nostrani, le novità riccardiane fino ad arrivare ai modelli di Chamberet. Storia quindi, e costruzione di due modelli, di un’imitazione alla quale i pesci sembrano interessati in via decisamente prioritaria.

66 L’attesa

Marco Sportelli - Considerazioni a ruota libera, ricordi, racconti e sensazioni di un pescatore che della nostra passione forse non ne ha fatto proprio una ragione di vita, ma in importante contributo alla qualità di questa certamente sì. Con consigli, test, prove e conclusioni su ogni aspetto della nostra attrezzatura.

80 Le interviste impossibili

intervista a Devaux

Paolo Bertacchini - Tutti conoscono Devaux. Le sue serie di mosche artificiali sono diventate fin dalla lontana origine, se non proprio dei simulacri, certamente un modello col quale è impossibile non confrontarsi. Ancora parzialmente avvolte nel mistero, giacché nessuno le ha mai riprodotte col sistema ed i materiali originali, svelano oggi, i un’intervista straordinaria all’Autore, parte del loro passato e dei loro segreti.

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I comunicati di Fly Line

rubrica di cronaca, corsi Pam, novità, convegni, meeting, gare di lancio e costruzione, scempi e INFO varie

Fiere, gare e meeting

A destra: stand del Club organizzatore alla XIII edizione. Qui sotto: stand di Fly Line alla XIV edizione.

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XV edizione del Trofeo Bisenzio - Il Prato Mosca Club Valbisenzio insieme al Coordinamento Toscano Pescatori con la Mosca di cui è tra i soci fondatori, è lieto di annunciare, per i giorni 30 novembre e 1 dicembre 2013, presso l’EstraForum di Prato, la XV edizione del “Trofeo Bisenzio” - Raduno Nazionale dei pescatori a mosca. La manifestazione, tra le più importanti del settore a livello europeo, avrà luogo grazie al fattivo sostegno della Regione Toscana, non solo tramite il contributo stanziato per la realizzazione dell’avvenimento, ma soprattutto grazie alla collaborazione con il settore “caccia e pesca”, che ha seguito passo passo lo sviluppo e la crescita dell’evento stesso. Anche quest’anno riproponiamo una manifestazione di due giorni nei quali l’organizzazione offrirà uno spazio di confronto tra le varie realtà che si occupano di gestione fluviale e delle risorse idriche, favorendo l’incontro delle varie esperienze. Il lavoro delle varie realtà associative e l’impegno a titolo volontaristico dei soci è divenuto, anche in Toscana, un valore aggiunto di fondamentale importanza ai fini del mantenimento, della salvaguardia e dello sviluppo degli ambienti fluviali delle medie ed alte valli. La valorizzazione dei corsi d’acqua, legata alle risorse del territorio, regala non solo ai pescatori, ma a tutti i cittadini, la possibilità di fruire al meglio l’ambiente fiume. Saranno allestiti più di 60 stand con la presenza dei maggiori brand commerciali e dei negozi di pesca più famosi che assicureranno ai visitatori imperdibili occasioni, nonché la possibilità di provare ogni tipo di attrezzatura; saranno presenti tutte le scuole di pesca e circa 50 tra associazioni, club, enti gestori di specifiche zone di pesca provenienti da tutt’Italia. Rinnovate richieste di partecipazione da parte degli espositori esteri, tutti gestori di fiumi o di tratti di essi, in Austria, Slovenia, Svezia e Danimarca ad ulteriore conferma dell’interesse al confronto che gli enti gestori di ecosistemi fluviali trovano appagato in questo consesso. Oltre allo “storico” raduno di costruzione che si terrà domenica, altri importanti eventi contraddistingueranno le giornate: Casting games (2° edizione); storie e racconti di pesca a mosca (sabato pomeriggio), con ospiti internazionali, in collaborazione con La Pesca Mosca & Spinning; dimostrazioni di costruzione di mosche artificiali (a cura di costruttori italiani e internazionali); dimostrazioni di lancio tecnico da parte delle scuole di lancio nazionali ed europee; interviste a personaggi della pesca a mosca; mostra fotografica multimediale “Click of the Year 2013”, in collaborazione con Pipam. Il canale tematico SKY Caccia e Pesca coprirà l’intero evento con ampi reportage. La manifestazione aprirà i battenti sabato 30 novembre alle ore 10.30 e terminerà domenica alle ore 19.00. L’ingresso alla manifestazione è gratuito in entrambi i giorni. La filosofia della manifestazione (a cura del Coordinamento Toscano Pescatori con la Mosca) - Nel 1989 il Trofeo Bisenzio sceglie di chiamarsi “Raduno di costruzione” e non “gara” per un motivo preciso. L’intenzione è quella di unire i pescatori con la mosca, di trovare spunti per collaborazioni e ipotesi di progetti unitari. Non tocca a noi dire quanto questo spirito abbia contribuito alla diffusione della Pesca a Mosca o quanto abbia dato all’evoluzione della tecnica di costruzione. Noi crediamo in un modo di interpretare questa passione fatto di attenzione per l’ambiente, di conoscenza degli ecosistemi, degli insetti, di tutto ciò che circonda e comprende il pescatore. Lo svago, il


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Available in: 4 Trout models - line weight from 3 to 6 3 Salmon models - line weight from 7 to 9 6 Saltwater models - line weight from 7 to 12 3 Two-handed models - line weight from 8/9 to 10/11 New 2012: All models are available in new green color with a cloth bag and hard transportation tube.

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piacere della cattura sono solo conseguenza di tale sensibilità e conoscenza. È davanti agli occhi di tutti il fatto che la stragrande maggioranza delle esperienze gestionali degli ecosistemi tocca, quale onere, ai pescatori e in particolare ai pescatori a mosca. Crediamo per questi motivi che sia opportuna e forse addirittura necessaria una convergenza di informazioni, uno scambio costante di esperienze, un rapporto di interazione stretto e prolungato nel tempo tra i vari gestori di Ars e tra le varie amministrazioni, al fine di raggiungere prima e meglio i risultati che tutti ci aspettiamo. La stampa ed i vari forum telematici hanno ben evidenziato, negli ultimi tempi, i limiti delle esperienze gestionali che esulano dal rispetto della natura, divenendo spesso dei piccoli “ghetti” per i pescatori. L’ eccessiva pressione di pesca, il comportamento falsato della popolazione ittica, frutto di immissioni sconsiderate, o peggio di popolazioni selvatiche, divenute domestiche a causa dell’abitudine al pescatore, non può e non deve essere la strada da intraprendere. Sarà il lavoro delle associazioni, che, con gli anni ed i buoni risultati ottenuti, dovrà portare le amministrazioni pubbliche a rendersi conto che l’unica strada percorribile è quella di una gestione efficiente, seria, ecosostenibile di tutte le nostre risorse, siano esse fluviali, lacustri o marine. È questo l’impegno che vorremmo incentivare, e questo è lo spirito del raduno: aiutare il lavoro delle associazioni, incentivare in esse la presenza e l’entusiasmo delle giovani leve, ricordare che non c’è lancio o costruzione che tenga se l’ecosistema fluviale non è protetto e ben gestito; questo vuole essere lo spirito che ci accomuna e per questo è importante ricordare ed enfatizzare il lavoro di chi tanto ha fatto e di chi tanto ha dato per tutti noi. Info: http://trofeobisenzio.pratomoscaclub.it

2° Pozzolini Fly Festival - Il 18 e 19 Gennaio 2014, pres-

Foto di repertorio, stand di Pozzolini al Pescare Show.

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so il Centro Fiere del Garda di Montichiari (BS), lungo la statale Brescia-Mantova, Antonio Pozzolini, come da consuetudine, organizza il 2° Pozzolini Fly Festival, tradizionalmente l’unico appuntamento italiano riservato esclusivamente ai praticanti ed ai simpatizzanti della pesca con la mosca artificiale. La manifestazione è un’occasione ideale per provare tutti i nuovissimi prodotti messi a punto da Pozzolini tra cui le rivoluzionarie canne ICT3 (Italian Casting Technique) in 3 sezioni, espressamente disegnate per il lancio di code leggere e leggerissime, le TC4 in 4 pezzi con doppio cimino di serie, le AC4 destinate al saltwater, le Carbolux, le Precision e Realcast in 2 sezioni e le canne in Bambù refendù, oltre alle nuove serie di mulinelli, code, fili, finali, mosche e tutta una vasta gamma di articoli innovativi per la pesca con la mosca artificiale. Gli appassionati avranno l’opportunità di incontrarsi, scambiarsi idee ed esperienze, provare ed eventualmente acquistare con lo sconto fiera del 10% le attrezzature più aggiornate e sofisticate, e ottenere notizie su itinerari e viaggi. L’entrata è libera, con orario continuato dalle 9 alle 18, ed un simpatico rinfresco verrà offerto a tutti gli intervenuti. Vasto il programma della manifestazione, aperta anche ad altri espositori del settore dell’outdoor, gestori di riserve e tour operators, che comprende: “COME ERAVAMO” mostra retrospettiva sulla pesca a mosca in Italia, con esposizione di materiali, foto, filmati d’epoca e l’intervento di qualche “vecchia lenza”. Sarà anche un’occasione per commemorare l’amico Carlo Rancati, uno dei personaggi che più hanno hanno contribuito all’evoluzione ed alla diffusione della nostra tecnica. SPAZIO COSTRUZIONE dove si alterneranno al morsetto i migliori flytiers che illustreranno le tecniche più avanzate e raffinate. SPAZIO LANCIO E SCUOLE, esibizioni di lancio con intervento degli istruttori delle varie scuole con la possibilità


di ottenere utili consigli per migliorare la propria tecnica. SPAZIO VIAGGI – Itinerari, riserve di pesca, ecc. in Italia ed all’estero. SPAZIO ASSOCIAZIONI dove incontrare i rappresentanti dei pescatori a mosca. SPAZIO LIBRI E RIVISTE con la presenza delle maggiori testate ed editori specializzati tra cui Fly Line che presenterà i suoi nuovi libri. SPAZIO REFENDU ED ANTIQUARIATO….. ed altro ancora, tra cui giochi ed omaggi. Ulteriori informazioni ed aggiornamenti sul programma saranno reperibili nella sezione eventi del sito web. POZZOLINI FLY FISHING di A.Pozzolini – Via Trento 2a - 25014 CASTENEDOLO (Bs). Tel./Fax 030 2131002 mob. 3346317910 - 3486012564 email: info@pozzolinifly.com sito web www.pozzolinifly.com

Pescare Show - Salone Internazionale della Pesca Sportiva - VICENZA. Il Salone

internazionale della pesca sportiva si terrà dal 8 al 10 Febbraio 2014 presso le strutture della fiera di Vicenza.. Pescare Show è il settore del salone dedicato al mondo della pesca tradizionale, della pesca a mosca e dello spinning in acqua dolce e in mare. Pescare Show è una tappa obbligata per gli appassionati del settore. Di certo lo è per i pescatori a mosca, che in questo tradizionale evento troveranno la massima concentrazione di tutto il mercato, il mondo associazionistico e le scuole, tra operatori commerciali, editori, associazioni e stand di viaggi ed artigianali. La manifestazione può contare sulla presenza dei maggiori marchi e su una vasta esposizione di attrezzature e articoli per la pesca sportiva. Numerosi sono gli eventi, le attività, le mostre d’arte dedicate alla pesca o ad attrezzature storiche e gli incontri organizzati in collaborazione con i più importanti club di pesca. Rimane consolidata la presenza delle associazioni e delle scuole di pesca, impegnate nella dimostrazione dei lanci in ampie casting pool da 15 mt per lo spinning e la pesca a mosca. Non mancano infine le aree dedicate alla costruzione di mosche artificiali, dove i migliori costruttori italiani organizzano dimostrazioni e corsi di costruzione per i più giovani. Pescare Show è tenuto in contemporanea con HUNTING SHOW. Vedi il sito www.huntingshow.it (attualmente in aggiornamento, al momento di andare in macchina). In particolare desideriamo rimarcare la fiducia che questa manifestazione si è guadagnata nel corso degli anni: è l’unica mostra-mercato che è costantemente cresciuta, offrendo da un lato sempre più operatori e dall’altro un pubblico che sa che non sarà deluso, sia per la ricchezza dell’offerta che per la possibilità di buoni affari. Il Pescare Show di Vicenza non solo ha vinto la sfida coi concorrenti, ma anche quella con la crisi economica, in quanto sempre più operatori privilegiano questa possibilità vicentina. In particolare quest’anno la pesca sarà ospitata nel padiglione 1, al quale si accede direttamente dall’ingresso principale e che gli anni scorsi ospitava la caccia, padiglione assai più luminoso e con soffitti tali che anche provando le canne a due mani sarà difficile agganciare finali al soffitto. I visitatori che entreranno dall’ingresso principale vedranno come prima cosa la lunga pista di lancio per la mosca e gli stand della nostra disciplina.

Pescare Show 2013: la Sim in festa per il 25° anniversario.

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Fishing Show - Bologna - Il Fishing Show ritorna in grande stile dal 14 al 17 marzo 2014.

Veste nuova, nuovo padiglione ed un grande ritorno in contemporanea ad Eudi Show (il salone europeo della subacquea). Dopo lo straordinario successo di questa combinazione avvenuto nel 2010 e 2011, i due saloni tornano a riunirsi nelle stesse date a BolognaFiere anche per il 2014. Il Fishing Show approderà al

A destra - Il... sorridente stand dell’Alleanza Pescatori Ricreativi, associazione impegnata nelle lotta ambientale. Edizione 2011. Qui sotto: anche gli stand della subacquea hanno cose interessanti da mostrare (Fishing Show 2011).

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padiglione 35. Due gli ingressi a disposizione per il pubblico, che potrà visitare entrambe le manifestazioni con un solo biglietto. Ma il Fishing Show si propone ancora di più come un appuntamento da non mancare. Un grande evento dai connotati che vanno anche oltre il confine del salone e che permetteranno alla manifestazione di diventare una volta di più un appuntamento imperdibile nel panorama della pesca. Tra le tante novità che caratterizzeranno la manifestazione un’area intera dedicata allo shop dove gli appassionati avranno modo di acquistare direttamente i prodotti che hanno visto in fiera. Due vasche di lancio, una dedicata alla mosca ed una allo spinning, per poter provare le attrezzature, una mostra scambio delle attrezzature antiche, un’area intera dedicata alla pesca a mosca con i più importanti specialisti all’opera, una serie di appuntamenti indimenticabili all’università della pesca. Le premiazioni dell’appuntamento più prestigioso delle competizione con l’Amo d’Oro, ripartirà il concorso fotografico con alcune importanti novità e sarà anche lanciato un concorso video per gli appassionati. Infine, ma non per ultimo, il salone reale sarà affiancato da un salone virtuale che proseguirà nel tempo e che consentirà agli appassionati di poter vivere il Fishing Show ancora per molti mesi dopo l’evento. Una versione dunque del Fishing Show proiettato nel futuro e destinata a riscuotere un grande successo di partecipazione per qualità e quantità dei contenuti. Molte le novità che caratterizzeranno questa edizione. In progressione saranno consultabili sul sito della manifestazione. Il Salone si snoda in un percorso dove è possibile entrare in contatto diretto con il personale e i prodotti della quasi totalità delle aziende dedicate, siano esse produttrici o distributrici. Una sorta di appuntamento irrinunciabile nel quale il pubblico può anche comprendere chi è sul mercato e chi no, o non lo sarà a breve. Il FISHING SHOW abbraccia tutte le specialità e discipline che animano il mondo della pesca sportiva. Tali molteplicità e completezza rendono l’appuntamento con il Salone, un’occasione imperdibile per ogni appassionato. Appassionati che da anni trovano nel salone non solo un appuntamento tecnico, ma anche un’occasione d’incontro unica. Per il 2014 saranno dedicati al Salone 12.000 mq espositivi. Convegni, incontri non solo tecnici, premiazioni e dimostrazioni sono solo una parte delle molteplici iniziative che caratterizzeranno il prossimo appuntamento. Una parte interattiva potente e di grande respiro, permetterà a tutti gli appassionati di passare un’intera giornata all’interno della manifestazione. Un programma che farà del FISHING SHOW un grande ed unico evento oltre che una fiera. Info: segreteria organizzativa tel. 039/879832 Fax 039/8900086 mail: info@fishingshow.it web: www.fishingshow.it


Expo Riva Caccia Pesca Ambiente - Diventata in pochi

anni l’appuntamento irrinunciabile per amanti della pesca (mosca, spinning, carp fishing, pesca mare e generica) e per gli appassionati della caccia, soprattutto alpina e di selezione, è la mostra-mercato di riferimento del nord Italia e arco alpino dove acquistare le ultime novità ai prezzi più interessanti. Uno dei punti di forza di Expo Riva Caccia Pesca Ambiente è infatti la possibilità di acquistare direttamente grazie alla vastissima scelta di articoli in mostra. Con oltre 200 Aziende presenti, provenienti anche dall’estero, troverete tutto quello che state cercando per la vostra passione sulla caccia alpina e di selezione. Produttori di armi, armerie, negozi di ottica, artigiani, coltellinai, artisti e tutto il meglio dell’abbigliamento venatorio. Lo stesso, ovviamente, per la pesca. Nel padiglione d’ingresso espongono i principali negozi di articoli, attrezzatura e abbigliamento per la pesca a mosca, lo spinning, il carp fishing, la pesca mare e quella generica. Un’occasione unica, per gli appassionati di testare il materiale al momento dell’acquisto, nelle due vasche di lancio mosca e spinning. Expo Riva Caccia Pesca Ambiente non è solo mostra-mercato per appassionati, ma fiera per tutta la famiglia. Grazie alle proposte di Società di marketing territoriale, Istituzioni e Agenzie presenti, troverete spunti per vacanze attive, visite a territori e parchi e giochi didattici legati all’ambiente. Info: www.exporivacacciapescambiente.it

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Lancio tecnico - Trofeo Unpem - Il Mosca Club Bergamo organizza una gara

di lancio tecnico valida come seconda prova per il Trofeo Unpem. La competizione si svolgerà il 10 Novembre 2013 presso il lago Smeraldo, Località Tiro – Ghisalba (Via al Ponte, 24050 Ghisalba, Bergamo, 0363 904796). Specialità: Distanza coda 5 - Precisione su percorso di pesca – Tournament casting. Vedi il regolamento di gara nel sito web dell’Unpem. Inizio competizione ore 09.30 - Sono aperte le iscrizioni il cui costo è stato fissato in 15,00 Euro. Il numero dei partecipanti è limitato al tempo del normale svolgimento della gara. Le iscrizioni all’ultimo momento saranno condizionate dalle precedenti iscrizioni già ricevute. Le iscrizioni possono essere inviate a: Rinaloddg@alice.it oppure giorgio_barbieri@ hotmail.it oppure tramite SMS al telefono 335 5430115 di Rinaldo; 329 0745708 di Giorgio; 393 9957898 di Carlo, indicando il numero dei partecipanti. Presso la sede del Club si potrà usufruire del servizio bar e ristorazione, per il pranzo si potrà prenotare scrivendo a smeraldo@hotmail.it oppure sms al telefono 3487337370 di Simone. Segreteria MCB

Ambiente e gestione New dal Piemonte - A cura di Marco Baltieri. REGIONE PIEMONTE: l’entrata in vigore della L. R. 7 Maggio 2013 n. 8 (Legge Finanziaria 2013) ha parzialmente modificato la Legge Regionale 37/2006 – Norme per la gestione della fauna acquatica, degli ambienti acquatici e regolamentazione della pesca. Tra queste, le più importanti riguardano l’abrogazione dell’art. 25 – Danno Ambientale – in quanto materia di competenza esclusiva dello Stato, modifica dell’art.27 – Tasse e soprattasse che ripristina il pagamento alla Regione ed alla Provincia di residenza (dal 01 gennaio 2014 si dovranno versare 12 Euro alla Regione e 23 Euro alla Provincia). Infine sono stati abrogati i commi 6 e 7 dell’art. 10, è stato sostituito l’art. 32 e soppresse le parole “istruzioni operative di dettaglio” e “istruzioni operative” ovunque inserite.  Unpem Piemonte: cresce e si fortifica la struttura piemontese. Nell’ultima riunione il Consiglio Direttivo Piemontese ha approvato la costituzione di un Comitato Tecnico Scientifico che presterà gratuitamente le prime consulenze a tutti i soci singoli di Unpem Piemonte. Responsabile tecnico di questo team è il dr. Mauro Zavaldi, esperto ittiologo ed appassionato pescatore con la mosca. Sempre nell’ambito del potenziamento delle attività a favore dei propri soci singoli, Unpem Piemonte ha istituito un servizio di consulenza per tutti i pescatori ultra sessantacinquenni che avessero erroneamente pagato la licenza di pesca nel corso del 2012 ed intendano richiederne alla Regione Piemonte la compensazione. Inviare una mail a gianni_ tacchini@aruba.it per usufruire di questi servizi. Con l’occasione si ricorda a chi avesse già ottenuto la compensazione che dal 1 gennaio dovrà pagare con le nuove modalità su elencate.

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Corsi di pesca a mosca Corso Pam a Bologna - Il Fly Fishing Team Bologna è lieto di invitare

tutti coloro che sono interessati a provare il piacere della pesca a mosca a partecipare al nuovo corso base 2013. Il corso si articolerà in 8 appuntamenti, alternando lezioni di lancio in palestra e serate di tecnica, tattica e costruzione mosche artificiali in sede. Gli allievi saranno seguiti da istruttori diplomati SIM - SLM e soci esperti del Club. Le attrezzature ove necessarie (canne, mulinelli, code, finali, materiali e attrezzi per la costruzione di mosche artificiali) saranno messe a disposizione dal Club; per le lezioni in palestra sono gradite scarpe con suola in gomma. Sono previste uscite di pesca in fiume con i corsisti per provare le nozioni acquisite. Contributo spese: 20,00€ senza obbligo di iscrizione al Club. Per informazioni e/o iscrizioni scrivi una email a: consiglio@fftb.it, visita il nostro sito www.fftb.it o telefona al numero 3479322955 (Osvaldo Rizzi) presso: Circolo San Rafael, via A. Ponchielli, 40141 Bologna.

Corso Pam a Torgiano PG - Il Mosca Club Il Bombo

ed il negozio Magica Pesca ti offrono l’opportunità di apprendere le basi di questa affascinante tecnica di pesca. Cinque serate all’insegna della tecnica di lancio e di costruzione degli artificiali, accompagnati dallo spirito goliardico che caratterizza il nostro gruppo di amici. Le basi della tecnica, l’approccio al fiume, il lancio e la costruzione delle mosche artificiali saranno illustrate ed insegnate a chiunque voglia imparare i fondamenti di quella che spesso si definisce “Arte della pesca a Mosca”. Programma: corso di lancio (presso Cva Colombella). Far volteggiare la coda di topo: il gesto che più di ogni altro affascina e caratterizza la tecnica; il corso è suddiviso in 2 cicli per una migliore organizzazione logistica. Primo gruppo mese di Ottobre: Giorni 8-1522-29. Secondo gruppo mese di Novembre: giorni 5-12-19-26. Corso di costruzione (presso sede sociale del club in località Le fornaci, Torgiano) giorni 12 novembre 1° dicembre. Nozioni di entomologia elementare: le principali tecniche di costruzione; i principali modelli di artificiali. Il corso si chiuderà con una prova pratica di pesca sul fiume. Il Club è un’associazione senza fini di lucro, per la partecipazione al corso di lancio è richiesto tuttavia un rimborso spese di 25,00 € (affitto locali, energia elettrica) e l’iscrizione al club (25,00€). Info: moscaclubilbombo@gmail.com sito web: www.ilbombo.it Note sul club: costituito nel giugno 2010 per volontà di un gruppo di amici con la passione della coda di topo, Mosca Club Il Bombo ASD ti invita a visitare il proprio spazio web. L’ambizione del nuovo Club è quella di divenire un punto di riferimento e di aggregazione per le realtà PAM di Perugia e provincia. Grazie allo spirito di amicizia e con la certezza di superare le difficoltà di chi inizia e di chi si crede già arrivato, pescatori appassionati di tutela ambientale e salvaguardia del territorio si sono riuniti intorno ad un tavolo per la promozione di uno stile di pesca ecocompatibile e con lo scopo di attirare le attenzioni di quanti ruotano intorno alla pesca a mosca. Il nome del simpatico insetto un po’ goffo e peloso, ma micidiale se presentato come imitazione nei nostri fiumi, il Nera su tutti, sta ad indicare lo spirito goliardico, ma anche determinato di chi vorrà unirsi al nascente gruppo di pescatori. Associazione versatile, da vivere secondo le proprie esigenze e disponibilità, rivolta sia per chi intende organizzare una pescata tra amici o trascorrere qualche serata davanti al morsetto, sia per chi ha intenzione di spendere qualche ora del proprio tempo come volontario al servizio della fauna ittica.

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Corso Pam a Forlì - Il Mosca Club Romagna - Club Italiano Pescatori a Mosca,

scuola di pesca a mosca riconosciuta in campo nazionale dalla Fipsas, Sezione di Forlì e Cesena, comunica l’organizzazione del 35° corso di pesca a mosca “base” e “perfezionamento” che avrà inizio il 14 Novembre 2013 presso la sede in viale dell’Appennino 141, a Forlì. I corsi saranno tenuti da istruttori federali costantemente aggiornati con stage presso la scuola federale del Cipm e riconosciuti in campo nazionale dalla Fipsas, sotto la direzione dell’istruttore del Cfsm Libero Belli. CORSO BASE per l’apprendimento della pesca a mosca aperto a tutti coloro che desiderano approdare a questa spettacolare tecnica. Il corso dura 7 settimane con appuntamenti dalle ore 20,30 alle 23,00 ogni giovedì presso la “polisportiva” LIBERTAS”. V.le dell’Appennino 141. Durante le lezioni teoriche e pratiche saranno trattati argomenti quali: ambienti acquatici ed ecosistemi; cenni di entomologia ed ittiologia; tecniche di pesca (ninfa, sommersa, secca e streamer); apprendimento della moderna tecnica di lancio e delle applicazioni nella pesca pratica; tecniche di costruzione; ai partecipanti saranno consegnati gratuitamente 2 Dvd per la costruzione degli artificiali e un manuale completo sulla pesca a mosca. A fine corso sarà consegnato un attestato di partecipazione della scuola naz. Cipm. Il corso è gratuito per gli iscritti. Saranno a disposizione gratuita degli iscritti: videocassette e riviste (per consultazione); canne e mulinelli per le esercitazioni in palestra; materiale per la costruzione degli artificiali. Per informazioni ed iscrizioni rivolgersi presso la sede il giovedì dalle ore 20,30 alle 23,00 oppure telefonare ai seguenti numeri: Libero Belli 0547.610473 - 347.0352520; Gianluca Neri 349 0849504.

Corso Pam a Treviso - Corso base di lancio e costruzione autunno 2013:

venerdì 8 novembre 2013 alle ore 21, nella consueta atmosfera conviviale, inizia il corso di lancio e costruzione al Mosca Club Treviso: potrai apprendere i primi rudimenti sulle tecniche di lancio e costruzione ed i piccoli segreti di quell’affascinante mondo che è la pesca a mosca. Il corso si articola in: una serata introduttiva di presentazione con visione video didattico, otto serate con lezioni di tecnica e pratica di lancio, lezioni di entomologia e costruzione degli artificiali, due uscite pratiche sul fiume con gli istruttori, un’uscita sul fiume col presidente. Per conoscerci, per informazioni puoi venire a trovarci il venerdì sera dopo le 21 c/o il Circolo Sportivo “La Gemma” a Dosson di Casier in via Marie, oppure vista il sito web www.moscaclubtreviso.it Per prenotare la partecipazione al corso (i posti sono limitati) comunicare il proprio nominativo ed un recapito telefonico a Marco 349 7778019 oppure all’indirizzo email: info@moscaclubtreviso.it Per chi fosse sprovvisto della attrezzatura, essa sarà messa a disposizione dal Club.

Corso Pam a Lucca - Nato dalla passione per la pesca a mosca, per il rispetto della natura e degli altri, il Mosca Club Lucca aderisce ad Autodisciplina e nel suo logo ha il simbolo del Catch & Release. Perchè un corso di pesca a mosca gratuito? Perchè riteniamo che questa disciplina votata al rispetto della natura debba essere divulgata. Info: sede Capannori (LU), via Romana 209, email: moscaclublucca@gmail.com Contatti: Roberto Baldini 329 4917565, Giuseppe Favilla 329 5681053. Le lezioni teoriche saranno tenute presso la sede del Mosca Club Lucca, le prove pratiche si svolgeranno in una struttura sportiva con illuminazione notturna. I minori dovranno essere accompagnati da un responsabile sia alle lezioni teoriche che a quelle pratiche. Per partecipare al corso è necessaria l’iscrizione al Mosca Club Lucca e, prima dell’adesione, occorre aver letto ed accettato il suo regolamento. Durante il corso sono previste delle uscite di pesca sul fiume. A questo proposito si ricorda che bisogna essere in regola con il pagamento della tassa regionale per l’esercizio della pesca nelle acque interne e di essere in possesso della ricevuta di pagamento da esibire ad eventuali controlli delle autorità competenti. Le lezioni si terranno il lunedì, dal 4 novembre 2013 al 20 gennaio 2014. Le domeniche 9 Febbraio e 2 Marzo saranno dedicate a lezioni sul fiume. Il corso è rivolto a tutti ed è completamente gratuito.

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Lettere a Fly Line L e eventuali risposte, in questa colonna, sono di R. Messori

Qui sopra: Carlo Rancati (foto da Pipam).

rubrica di corrispondenza dei lettori senza censura: lettere, letteracce, complimenti, richieste e proteste varie

Addio Carlo Sabato 5 ottobre 2013 è scomparso Carlo Rancati. È difficile commentare a freddo una simile perdita, anche in virtù del fatto che da anni aveva fortemente ridotto la sua attività nel campo della pesca a mosca, del resto era un uomo nato nel 1931. Delle nuove leve probabilmente molti non lo conoscono neppure, ma di certo in tanti ne hanno sentito parlare. Nello sviluppo della pesca a mosca in Italia è stato uno dei divulgatori più importanti ed influenti, e non solo per la sua grande conoscenza in materia. Tanto per dare un’idea fu Carlo a creare o partecipare alla creazione delle strutture più significative nel panorama italico, come il Fly Angling Club di Milano, poi dilatato in tante sedi locali, fu Carlo ad utilizzare con sapiente capacità la possibilità offerta da Ravizza con la pubblicazione “Consigli di pesca” per divulgare la pesca a mosca in modo capillare, almeno per i tempi, fu Carlo a promuovere Autodisciplina, che tanto fece parlare (e sparlare) i pescatori degli anni ‘70: per la prima volta un manifesto come quello di Autodisciplina introduceva potentemente una filosofia di salvaguardia per il fiume, scontrandosi con leggi e mentalità fino ad allora distruttive. Possiamo dire che Autodisciplina fu il primo passo che portò al concetto di catch & release, o no kill che dir si voglia, indipendentemente dall’abuso che se ne fa nei tempi attuali. Fu sempre Carlo a partecipare alla fondazione dell’Unpem, e fu sempre lui uno dei più attivi promotori del connubio dell’Umpem con la neonata Aiiad, l’Associazione degli Ittiologi d’Acqua Dolce, il cui primo convegno scientifico, organizzato in sinergia a Reggio Emilia nel 1985, gettò le basi di quanto di buono venne successivamente realizzato nel nostro (ambientalmente) disgraziato Paese. Un accentratore od un unificatore? Dipende dai punti di vista. Quello di cui sono certo è che mai come oggi ci sarebbe bisogno di un personaggio di quella stazza, un uomo capace di creare ed unificare potenti sodalizi ed interessi al solo fine di salvaguardare i fiumi con l’unico scopo di restituire loro un’accettabile naturalezza. Roberto Messori

Il Rancati pescatore Carlo Rancati aveva uno spessore che superava quello di tanti altri che hanno operato nel mondo della pesca a mosca. Forse, a detta di molti, non era un grandissimo pescatore (leggasi “catturatore” nell’ottica odierna) ma era un pescatore a tutto tondo. Non c’era nulla della pesca a mosca che non conoscesse, e soprattutto non lesinava il suo sapere nei confronti di chi, come lui, dimostrava la sua stessa passione. Aveva “l’occhio lungo” e previde con decenni di anticipo molto di quello che ha avuto luogo nella pesca a mosca. Di una cultura alieutica infinita, fu forse uno dei pochi ad avere un panorama così vasto e così approfondito da rappresentare una sorta di faro per chi voleva sapere. Prima di ritirarsi - purtroppo - dal mondo della pesca a mosca, ha avuto modo di trasmettere a molti le sue nozioni ma, purtroppo, non tutti hanno avuto la capacità ed il buon senso di farne buon uso. I suoi scritti, i suoi articoli ed i suoi libri hanno rappresentato per diverso tempo inesauribili fonti di notizie in un momento in cui la pesca cercava di emergere nel panorama italiano. Vulcano di idee in continua attività, diede vita ad innumerevoli iniziative trascinando con un entusiasmo senza pari tantissimi appassionati. Personalmente devo moltissimo a Rancati, oserei dire la maggior parte delle nozioni che ho recepito ed elaborato sin dal primo momento in cui entrai a farte parte del Fly Angling Club di Milano (era il 1977-78). Per me è stato come un padre (alieuticamente parlando) cui devo molto ed al quale ero legato da un tenero affetto e lo ricordo con infinita riconoscenza. Apprenderne la scomparsa è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Mi piace ricordarlo con

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quel suo sorriso sornione, mentre cercava di farmi capire, senza dirmelo chiaramente, uno dei tanti misteri della pesca a mosca. Ciao, Carlo. Ora riposi nel paradiso dei Grandi della pesca a mosca, quel paradiso al quale non tutti hanno libero accesso. Osvaldo Velo

Una grave perdita È morto Carlo Rancati, uno delle delle figure più note nel panorama della pesca a mosca italiana. Autore di libri, collaboratore di riviste è stato uno dei massimi divulgatori della cultura e dell’etica della pesca con la mosca, operandosi attivamente per la sua conoscenza e nell’associazionismo dei suoi praticanti. Tra le sue tante iniziative ricordo, negli anni ‘60, ai tempi del Fly Angling Club, di cui eravamo entrambi soci e consiglieri, quella di promuovere una maggiore coscienza ambientale con Autodisciplina che, per la prima volta in Italia, invitava i praticanti a trattenere solo 3 salmonidi con misura minima di 30 cm, in un’epoca dove, normalmente, la misura era di 18 cm, per 10 capi o senza limite di cattura. Successivamente è stato tra i promotori e fondatori dell’Unione Nazionale Pescatori a Mosca in una lontana domenica di maggio. Ricordo che lui e Giacinto Torrielli mi avevano pressato perché partecipassi a “forgiare i destini dei pescatori a mosca”. Ma a quel tempo dirigevo un’azienda di trasporti internazionali e avevo prenotato 3 giorni di pesca sul Gacka, in una breve finestra libera da impegni, ed optai, egoisticamente, per sfruttare l’occasione di vedermela con qualche trotone. Oltre che giornalista, tra l’altro ha diretto per anni Consigli di Pesca, la rivista di Ravizza redatta dal Fly Angling Club, era anche un abile fotografo ed un appassionato ed eccellente cineamatore. Dell’amico ricordo l’eleganza, il savoir faire, l’umorismo e la grande disponibilità. Una decina di anni fa ci siamo incontrati ad un convegno sul temolo in Valtellina, abbiamo ricordato le gite fatte insieme e lo avevo invitato a venire a pescare con me, ma mi disse di avere praticamente smesso di pescare e di essersi dedicato al bridge, senza peraltro cessare di dare il suo supporto ad ogni iniziativa Pam. Una quindicina di giorni fa lo avevo contattato per invitarlo a gennaio al mio Fly Festival dove contavo di organizzare una retrospettiva ed un incontro con altri amici dei bei vecchi tempi e mi aveva assicurato che mi avrebbe procurato foto e filmini che aveva fatto digitalizzare. Una grave perdita per tutti quelli che hanno avuto la ventura di conoscerlo ed apprezzarlo e per tutta la comunità dei pescatori a mosca, che hanno sempre avuto in lui un instancabile paladino. Alla moglie Giovanna vanno le più sentite condoglianze. Antonio Pozzolini

Sotto: Carlo Rancati in una delle sue ultime uscite (foto cortesemente concessa da Andrea Galli e A. Pozzolini).

Grazie della mosca! Buona sera carissimo Roberto. Volevo ringraziare Mauro Raspini per la sua Tf Bwo descritta su Cdc Evolution. Mosca che mi ha permesso di chiudere la stagione in modo ottimale. Mi sembra giusto rivolgere un pensiero gentile a chi lavora con tanto impegno per la nostra passione. Stefano Volpato

Tf Bwo

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A pesca in fantasia Carissimo Roberto, con grande rammarico non vado più a pesca (per motivi di salute), ho donato la mia attrezzatura per la costruzione delle mosche, le canne, i mulinelli e tutto il resto, salvo l’intera collezione di Fly Line che voglio continuare a ricevere per rivivere, con la fantasia, i meravigliosi fiumi una volta frequentati e perché no anche quelli che tu mi proporrai attraverso la nostra rivista sempre antica e moderna, giovane e vecchia, romanzata e reale. Sicuro che anche il tuo lettore Franceschi ritornerà nei suoi propositi. Un cordiale abbraccio, Nicolini Luciano

Il lupo cattivo Caro Roberto, ti racconto quel giorno della foto quando devo essermi perso, non capivo più in che parte del fiume mi trovavo! Credevo di essere nel no-kill del fiume... di... vedevo canne lunghe oltre i 4 metri fare la passata con un galleggiante fluorescente, ma, guarda la postura del pescatore, ti sembra la postura di un pescatore a mosca? Mi avvicino piano piano e gli chiedo: – Caro pescatore, ma tu sai dov’è la zona no kill? – È questa, non sai leggere? – Sì, ma... che canna lunga che hai! – Per fare la passata meglio. – Ma che strano avvisatore di abboccata che hai. – Per vederlo meglio. – Ma... che finale lungo che hai. – A me non serve in pesca la coda di topo, basta averla arrotolata sul mulinello. – Ma quanti pesci che prendi! – Va ben te lo dico. Sono il Lupo travestito da pescatore a mosca, ma non preoccuparti, sono in regola, ma ti dico un segreto, non dirlo a nessuno, non sono capace di fare un lancio con la coda di topo e non so nemmeno la differenza fra una effimera e una ninfa. Finché non si accorge nessuno io vengo a pescare qua, mi metto in fila con molti altri, però prima di trovare un posticino libero... ma non preoccuparti, quando è il mio turno io pesco. Ma perdindirindina, accipicchia, non dico tanto, anche nella favola di Cappuccetto Rosso c’era il lupo, ha mangiato la nonnina, anche senza troppa fame (credo), poi anche cappuccetto rosso. Poi però il cacciatore s’è accorto e ha sistemato le cose. Ma, in Italia, dove caz... sta il cacciatore? Matteo Faggionato

Sui problemi etici della Pam a confronto con la sua trasformazione in pesca al tocco ho già parlato e lo farò ancora, qui mi limiterò a ricordare che in tutti i paesi, nei fiumi ove si pesca solo a mosca, di regola è imposta la coda di topo, spesso sono proibite code affondanti, esche appesantite e pesca col buldo. A proposito di buldo, prima o poi ci si tornerà...

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Le leggi del fiume Caro Roberto vorre fare alcune riflessioni, sono ormai molti anni che pesco a mosca, ma più vedo i pescatori e più mi domando dove è andato a finire il senso di questa tecnica. Ormai si vedono pescatori, specialmente nei tratti no kill, con la così detta canna per pescare con ninfa alla polacca, piantati nel bel mezzo del fiume, immobili in tutte le stagioni, non fa differenza se l’acqua è alta o bassa, loro sono lì immobili sempre coi loro waders nell’acqua, con la canna orizzontale, mi ricordano il monumento al pescatore. Anni fa si parlava di lancio tecnico per posare un mosca, ora la maggior parte lancia alla distanza di 3 metri con l’indicatore bicolore grosso come un galleggiante con canne da 11 piedi e prende il pesce al tocco con delle grosse imitazioni che vanno sul fondo ed è anche convinto che così si pesca a ninfa, la motivazione principale è che cosi si cattura più pesce, altrimenti sei una schiappa, come se questa fosse la cosa primaria. Che senso ha tutto questo? Oltrettutto anche in questo hanno travisato il concetto di pesca a ninfa, (vedi Sawyer, Stefanac, Ritz e tutti gli altri grandi), pescare a ninfa non vuol dire pescare necessariamente con il piombo, altrimenti è meglio una canna di 5 metri al tocco come del resto abbiamo sempre fatto fino a quarant’anni fa, col verme al posto della ninfa. Questa tecnica molto pubblicizzata dalle riviste ha permesso alle aziende di vendere a chi non ha l’umiltà di imparare la vera pesca a mosca, sostituendola con un lancio da tre metri. Forse nei club dovremmo insegnare soprattutto che l’importante non è la cattura del pesce a tutti i costi, altrimenti non solo non s’apprende la pesca a mosca, ma si impedisce a questa di insegnarti le leggi del fiume. Lombardi Vincenzo


in contemporanea con

Fiera di Vicenza, 8 - 10 Febbraio 2014 Orario di apertura Sabato 8 e Domenica 9 Febbraio: 9.00-19.00 Lunedì 10 Febbraio: 9.00-16.00

Biglietto intero: € 14,00 Biglietto ridotto: € 10,00 Biglietto Gruppi Organizzati € 5,00 Riduzioni: Possessori di Licenza di caccia e di pesca

Omaggi: ragazzi fino ai 12 anni, disabili e loro accompagnatori Ticket on line su www.huntingshow.it o www.pescareshow.it € 10,00

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www.pescareshow.it


Le recensioni di Fly Line

Rubrica dei prodotti dell’ingegno: libri, video ed ogni altro possibile audiovisivo interagente coi nostri interessi

In Mongolia In Mongolia

Viaggio in un paese nella bufera della modernità di Alvaro Masseini Info: www.alvaromasseini.it

Fronte della copertina.

Retro della coperina.

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Libro di viaggi, di fotografia e di racconti su base alieutica e antropologica, 200 pagine, formato 16,5 x 23,5. Potete richiederlo all’Autore, alla redazione di Fly Line o nei negozi Pam. L’acquisto è possibile anche nello shop del sito web www.flylinemagazine.com “In Mongolia” è l’opera prettamente fotografica di un pescatore che da sempre utilizza la sua passione come pretesto per viaggiare, le mete devono quindi essere necessariamente luoghi di pesca, ma la sua formazione culturale, divisa tra la filosofia, l’interesse per le ideologie politiche e le strutture sociali, lo obbliga inevitabilmente ad osservare il mondo circostante con occhi e interessi che sanno essere diversi da quelli che osservano solo le vene fluide, i pesci e le correnti. Mentre gli occhi osservano, la macchina fotografica ne fissa le immagini, ma soprattutto i colori: quelli delle livree delle trote e dei temoli artici, del volteggio delle code sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, ma anche dei suggestivi abbigliamenti, delle espressioni e delle attività di chi, per un motivo o per l’altro, si aggira presso le rive, a volte per far guadare una mandria, a volte per consegnare un messaggio, a volte per accudire un gregge, e quasi sempre a cavallo. Ci racconta storie di pesca, ma anche la storia di un Paese dalle antiche tradizione alle prese con la modernità, una modernità che sta apportando una vera rivoluzione, fortunatamente incruenta, rivolta ad un maggior benessere, ma anche a discapito di quel rapporto con la natura da sempre imperniato su un’affascinante armonia. Dal libro riportiamo questo paragrafo, che ci tocca sul vivo: “Lo sciamanesimo è la religione dei pastori nomadi, molto legati da sempre e in vario modo agli spiriti presenti nei quattro elementi generatori della vita: aria, acqua, terra e fuoco. (...) La natura, in quanto piena di potenze e spiriti che possono così fortemente influire sulla vita del pastore, è degna di grande rispetto. Si tagliano alberi con misura e solo per il fabbisogno, si uccide un animale scusandosi con la sua anima adducendo la necessità per la sopravvivenza per quell’atto innaturale, non si buttano oggetti estranei nell’acqua per non offenderne e disturbarne gli spiriti che vi abitano. (...) Questo modo di concepire il mondo, questa filosofia, mal si combina con i concetti di predazione, sfruttamento, utilità, profitto, della ‘civiltà’ capitalistica, che per appropriarsi della natura e usarla a fini di lucro ha dovuto prima mettere al lavoro i propri intellettuali (...) [per] renderla cosa morta, inerte e quindi disponibile al suo sfruttamento (...)”. I pescatori consapevoli sapranno comprendere bene il senso profondo di questo assunto. Sulle fotografie quando, parlando con l’Autore, ho paragonato l’iconografia al famoso National Geographic, Alvaro ha puntualizzato l’impietosità del confronto, dichiarandosi un fotografo dilettante, ma io resto della mia opinione. Non so se quella di Alvaro è stata un pizzico di contenuta modestia, ma le foto sono belle, in perfetta armonia con le riflessioni un po’ nostalgiche che le accompagnano, forse meno da spot pubbicitario del National Geographic, ma di certo assai più ricche di poetico realismo.


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Le novità di Fly Line

rubrica di novità commerciali, intuizioni, invenzioni e prodotti vari per stimolare un sano o sconsiderato consumismo.

Novità Stonfo Flytube vise - Morsetto speciale studiato espressamente per le tubefly. Prodotto di alta tecnologia in grado di soddisfare il costruttore più esigente. Progettato secondo criteri di praticità e semplicità è in grado di realizzare ogni tipo di montaggio tubefly. Il compatto “cono porta-steli” ruota su cuscinetti di precisione consentendo il rapido avvolgimento in linea dei materiali senza fastidiose oscillazioni. È studiato per consentire il solido serraggio dei vari tubetti sia che si utilizzino steli conici, sia che si utilizzino steli paralleli con terminale anti-scorrimento. La silhouette conica del “porta-steli” è stata disegnata per rendere più agevole il lavoro. Una piccola vite posta nella parte terminale inferiore dello stesso consente di bloccare saldamente gli steli sia conici che paralleli. Alcune ghiere, in dotazione col morsetto, aventi fori di passaggio di diverso diametro si avvitano all’estremità del “cono”. Queste ghiere oltre a mantenere in generale l’allineamento in asse registrano la pressione di bloccaggio dei tubetti quando si utilizzano steli paralleli. La loro filettatura di accoppiamento è sinistrorsa per evitare che in fase di montaggio l’attrito provocato dall’avvolgimento del filo o dei materiali faccia allentare la presa. Il “cono portasteli ” è montato su cuscinetti e può ruotare sul proprio asse, sia liberamente, sia bloccato su una posizione ortogonale stabilita, sia frizionato nei 360°. Una vite di regolazione posta nella parte superiore consente il controllo delle rotazioni. Il movimento di rotazione è affidato ad un volantino con una scolpitura speciale che consente il movimento col solo palmo della mano. Tutte le parti strutturali e di montaggio sono realizzate in acciaio inox, mentre le parti accessorie sono in metallo trattato. Il morsetto è corredato di base da tavolo realizzata in modo tale da consentire una regolazione in altezza del morsetto per una migliore personalizzazione del lavoro. Oltre che dalla base il morsetto e fornito con molletta ferma materiali e chiavetta brucola per le regolazioni. La ditta STONFO con il FLYTUBE VISE accoglie le esigenze dei costruttori più sofisticati mettendo a loro disposizione un morsetto specialistico di alta affidabilità. Rotodubbing Elite - Nella tradizione della linea ELITE non poteva mancare un accessorio come il “rotodubbing”. Si trattava di realizzare un prodotto innovativo che unisse alle caratteristiche di impiego, oramai comuni a tutti i modelli che si trovano in commercio, qualcosa in più che rendesse questo strumento maggiormente pratico nell’utilizzo. E ancora una volta la STONFO ha colto nel segno. Questo accessorio viene prodotto secondo lo standard di alta tecnologia oramai consolidato in tutti i prodotti di questa ditta. Il Rotodubbing ELITE unisce a un elegante design accorgimenti tecnici di eccezionale funzionalità. L’impugnatura e le parti di lavoro sono costruite in acciaio inox mentre il volantino di rotazione è in metallo trattato. La rotazione assai fluida è garantita da un micro cuscinetto di alta precisione. L’apparato di aggancio del filato è formato da un supporto a “V” in filo di acciaio inox normalizzato avente un’apertura che consente di ottenere un’asola sufficiente a realizzare ogni tipo di dubbing. La testina che porta il supporto a “V” è snodata. Questo permette di poter avvolgere direttamente il dubbing, una volta completato, senza bisogno di trasferirlo su una qualsiasi pinza per hackles. Inoltre lo snodo è frizionato in modo tale che una volta terminato il dubbing la testina rimarrà sufficientemente inclinata da non permetterne lo svolgimento qualora si dovessero effettuare altre operazioni. Utilizzandolo ci si rende conto di essere di fronte ad un prodotto veramente superlativo e di grande funzionalità.

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Novità 1000 Mosche 1. Nuova collezione waders frogg toggs® 2014 - Gamma completa degli specialisti Usa del wading. Siamo lieti di poter presentare i nuovi waders frogg toggs® 2014, che saranno disponibili da ca. metà dicembre nel sito web www.1000mosche.it - Pilot II Guide Waders: il top della gamma, paragonatelo a modelli di altri marchi e vi renderete conto dell’ottima qualità: - Strato esterno ultra-resistente - Waders traspiranti e impermeabili a 4 strati in tessuto Supplex e DriPore C3 - Ulteriore rinforzo delle ginocchia, tibie e del sedere con ulteriori due strati - Piedi in neoprene con 4,00 mm di spessore, doppia sigillatura - Ghette integrate con elastico alle caviglie, contro l’infiltrazione della sabbia - Cintura regolabile - Bretelle regolabili, con chiusura rapida - Tasca interna con zip - Quattro tasche esterne! - Cordone elastico di sicurezza - Apprezzato dalle guide professionali in tutto il mondo. Pilot II Guide Pants (a vita): stesse caratteristiche, ma con taglio corto (arrivano alla vita). Canyon Hippers (cosciali traspiranti) per situazioni di acque non troppo alte: strato esterno ultra-resistente a 4 strati in tessuto Taslan e DriPore C3 - Piedi in neoprene con 3,5 mm di spessore - Ghette integrate con elastico alle caviglie, contro l’infiltrazione della sabbia. I prodotti da wading frogg toggs sono appositamente progettati per la pesca a mosca, prestando molta attenzione alla qualità, alle prestazioni e all’ottimale rapporto prezzo-qualità. Dal 1° dicembre 2013 parte il nuovo sito Internet: www.1000mosche.it con nuove caratteristiche: menù orizzontale a tendina, chiaro, con raggruppamento intelligente delle mosche e degli altri prodotti - Foto in alta risoluzione di tutte le mosche e di tutti gli altri prodotti, per facilitare la scelta! - Molte nuove funzioni e filtri, per esempio: possibilità di poter raggruppare le mosche per tipologia, colore, famiglia insetto, ecc. Avviso automatico tramite e-mail quando articoli esauriti sono di nuovo a magazzino; ricerca intelligente per trovare facilmente i prodotti; funzione confronta articoli, funzione commenta articoli, lista dei desideri ecc. E poi: Promozioni settimanali e mensili, premi fedeltà - Spese di spedizione abbassate per tutta l’Italia - Canali informativi gratuiti: newsletter, blog, social media, video - Ca. 1000 mosche nuove per 2200 mosche in totale - Ca. 200 prodotti nuovi per la pesca a mosca.

Novità Pozzolini Code SUPERCAST SPEEDLINE - Code di alta qualità fabbricate negli USA su specifico disegno e destinate al lancio ad alta velocità. Queste le principali caratteristiche : - Front taper più lungo e punte più sottili per reggere i lanci ad alta velocità senza sovaccarichi e sbandamenti. Il particolare profilo della coda facilita la formazione di loops più stretti con presentazioni più delicate, agevolando nel contempo lanci curvi e sottovetta in quanto più facilmente controllabile. - Grande scorrevolezza e morbidezza. - Assoluta mancanza di memoria anche alle basse temperature. - Ottime doti di galleggiamento e di durata Disponibile dalla DT2F alla DT5F e WF4 alla WF9F - Prezzo 56,00€ Da abbinare alle code i nuovi finali PROFESSIONAL SUPERDRY, trafilati con conicità differenziata con profilo simile a quelli a nodi, con eccezionali doti di trasmissione dell’energia, bassa memoria meccanica, molto morbidi e controllabili. Misure da 9’, 12’ e 14’ con punte dalla 3X alla 7X. Prezzi da 4,30€. Ulteriori informazioni: POZZOLINI FLY FISHING di A. Pozzolini, via Trento 2A, 25014, CASTENEDOLO BS Tel/fax 030 2131002. Mobil +39 3486012564 oppure +39 3346317910 e.mail: info@pozzolinifly.com o visitando il sito www. pozzolinifly.com

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L a pagina del pollo 42 L

a pagina del pollo è una rubrica a sorpresa che costituisce un vero e proprio corso di apprendimento Pam. Ma attenzione, tutti i concetti sono controcorrente, l’unico punto di vista considerato è quello della razionalità animale, senza offesa, specie perché l’ho scritta io. Qui vengono snobbati gli aspetti puramente bipedi quali: consumismo, protagonismo, esibizionismo, vanità, egocentrismo, moda, ecc. Insomma, ci siamo capiti. Se non siete principianti è meglio non leggere il seguito. Qui si mira a creare macchine da guerra senza orpelli attrezzistici o ammennicoli mentali. Si va al sodo. A tal fine la lettura è severamente proibita a: a) tutti i commercianti di articoli da pesca b) tutti i giornalisti ed editori di pubblicazioni Pam c) tutti coloro che hanno già catturato una trota in misura d) tutti coloro che si ritengono segretamente fenomeni La lettura è invece obbligatoria per: a) tutti coloro che hanno già catturato una trota in misura, ma se la sono mangiata b) tutti coloro che hanno catturato trote sotto misura, ma le hanno mangiate lo stesso c) tutti coloro che continuano a misurare le trote

Roberto Messori sequenze costruttive di Enzo Bortolani

Qualunque mosca può prendere un pesce qualunque, ma non qualunque pesce. Nell’infinita ricerca di modelli più efficaci, qui giochiamo la carta dell’hackle montato con poche barbe, ma di inusuale lunghezza, sia nel sistema ortodosso che parachute. L’accorgimento garantisce ottimo galleggiamento, estrema visibilità del corpo dell’insetto nella sua più rigorosa silhouette. E come sempre non mancano, nel passato, esempi di questa concezione costruttiva.

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I I

l vero problema delle mosche artificiali è che sono artificiali. L’essere umano, nel suo delirio creativo, è invariabilmente un essere frustrato. Il vero creatore è capace di dare la vita, ma l’uomo no, sulla donna le cose sono più complesse, ma lasciamo perdere. L’uomo crea ciò che definiamo arte, ma l’arte non è che la miserabile simbologia della vera creazione, la sola, autentica musa ispiratrice. Certo che per essere una creazione miserabile i galleristi si fanno pagare bene.

Una particolarissima imitazione di Chiaro Vincenzo, con l’hackle parachute avvolto al centro della curva dell’amo. Si veda il testo.

Una volta scrissi che il pesce, nell’attimo in cui afferra una mosca artificiale, le conferisce un barlume di vita, ma solo finché non l’afferra, e quando si sente forare la bocca e trascinare fuori dal suo elemento fa di tutto per sputare quella schifezza taroccata. Tuttavia in quel breve attimo dell’abboccata la nostra mosca è creduta vera da un degno rappresentante della creazione, un breve istante... davvero effimero. E sì, è la nostra vera frustrazione inconscia. Per tutta la nostra vita di pe-

scatori ci arrabattiamo per creare qualcosa che per un istante ci illuda di avere ricreato la vita. Noi crediamo di voler prendere un pesce, ma in realtà, nel profondo, è Dio che vogliamo emulare. Del resto, non è un pescatore di anime? E più abboccate otteniamo e più ci illudiamo e più ci illudiamo più ci sentiamo felici e più siamo felici e più attrezzatura compriamo e più attrezzatura compriamo più rendiamo felici i negozianti, i grossisti e le loro famiglie, e poi ci informiamo, vogliamo i nuovi

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to e proposto qualcosa come 700 modelli di mosche artificiali per ogni esigenza ed ogni tipologia di acque, modelli poi rimaneggiati, modificati, adattati ad infinite situazioni da infiniti pescatori, che non hanno mai smesso di sperimentare nuovi materiali e nuove tipologia costruttive, ecco che siamo arrivati al punto di dover estrapolare qualche principio semplificatore, se non altro per rendere la materia un po’ più comprensibile per la mente umana. La mente del pesce ha invece sempre dimostrato molto più acume, giacché i Pam possono vincere di tanto in tanto qualche battaglia, ma per le sorti della guerra non c’è niente da fare. Perdiamo noi. dressing, i libri, le riviste, ed anche gli editori sono felici. È proprio vero che la pesca a mosca è una passione foriera di straordinaria felicità, alter ego compensatore di terrificanti frustrazioni (l’avete preso il pesce più grosso della vostra vita o v’è scappato?), ma è così che va il mondo. In tutta questa smania creativa si bruciano miliardi di neuroni in idee e tentativi di rendere i dressing più efficaci, ed è qui che diventiamo diabolici: Dio almeno avrebbe creato la vita, poi però è l’evoluzione che se l’è presa in carico. Lui semmai con una fiatatina nel

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brodo primordiale (forse scottava) l’ha contaminato biologicamente formando così una prima molecola organica, forse una muffa, ma noi no, noi rinnoviamo e ricreiamo i nostri dressing in continuazione, per renderli sempre più efficaci a fronte di un pesce che, ligio pure lui alle leggi evolutive, diventa sempre più difficile ingannare. Dopo essere passati attraverso due secoli di storia Pam e di dressing, due secoli dove personaggi del calibro di Halford, Leonard West, Ronalds, De Boisset, Lunn, Marryat, Theodor Gordon e diversi altri hanno concepito, elabora-

Qui sopra: l’adattamento al torrente di una classica mosca inglese per chalk stream ha comportato un’inusuale massa di hackle che ingrossa innaturalmente il torace. Qui sotto, da destra: massa dell’hackle in aumento, a partire da una diafana Olive Dun fino ad una originale Olive Dun di Luciano Tosi degli anni ‘70. Si noti la progressione della massa di hackle, che va a fagocitare via via l’originale silhouette.


numerose e finalmente si cominciò ad incontrare lungo i fiumi qualche altro pescatore a mosca (ora c’è un’infestazione), erano ben pochi coloro che le mosche se le costruivano. Dalle mie parti “mosca artificiale” significava Morrison, le mosche di Morrison, un costruttore inglese allora assai noto, le cui mosche erano piuttosto economiche, poverette, ve le lascio immaginare. Comunque erano caratterizzate da una raggiera di hackle misera, corta, sparuta e quasi sempre di infima qualità. In alternativa c’erano le mosche di Palù, ma io non me le potevo permettere; non vedo perché avrei dovuto fare sacrifici per offrire ai pesci simili prodotti di lusso. Iniziai a costruire nel 1975, assieme a Bortolani, dopo un corso full immersion di una serata dopo cena con Dressing’s evolution - Sarebbe interessante descrivere le tappe più significative dell’evoluzione dei dressing, prima di cercare le soluzioni migliori ed il sistema per armonizzarle tra loro così da produrre le imitazioni più efficaci possibili. In questa breve ricerca partiremo dalla storia italiana, e ci riferiremo prettamente alle dry fly. Negli anni ‘70, quando la Pam iniziò ad interessare schiere un po’ più

In questa pagina in alto: la serie di modelli del Dr. Baigent proposti in un catalogo Hardy della prima metà del secolo scorso e, qui sopra, le varianti proposte da John James Hardy. Ecco come venivano descritte: «La caratteristica di queste mosche è che sono realizzate con “natural Old English Game Cock Feathers” (in corsivo nel testo originale inglese del catalogo, evidentemente per loro detta qualità aveva un significato) apposto da solo o miscelato. Il sistema delle lunghe barbe nell’hackle dà una mosca estremamente galleggiante, ed in questa posizione i raggi di luce, giocando sulle fibre iridescenti, lucide e riflettenti, rendono le mosche più attraenti e naturali per il pesce, conferendo loro “vita e forma”, ed anche per il colore.»

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quegli ammassi di pelo informi che già funzionavano discutibilmente in torrente. Chi ha modo di osservare le tavole a colori dei libri di West e Ronalds, oppure è in possesso di qualche modello antico, originale o ben clonato, avrà certamente notato l’elegante raffinatezza delle mosche “vere”, quelle che per gli anglosassoni rappresentavano davvero la fatidica “mosca esatta”, o almeno d’insieme. Siamo noi, preda della scarsa informazione dell’epoca, che le abbiamo equivocate in modo disastroso. Poi, sapete com’è, qualunque mosca può prendere un pesce qualunque, ma non qualunque pesce. Per fortuna nel volgere di pochissime stagioni il buonsenso trionfò, anche perché il buon De Boisset mi fu d’ausilio col suo irrinunciabile libro. In esso lessi che un certo Dr Baigent concepì imitazioni con un hackle corto ed uno lunghissimo, convinto dell’importanza della riflessione della luce sulle lunghe, l’amico Franco Ferrari, che conobbi in quell’occasione. La mia preoccupazione fu la stessa di tutti quei flytyer del mondo che, pescando in torrenti veloci, avevano come unico riferimento le mosche inglesi, mosche che risentivano del loro luogo d’origine, i chalk stream, modelli quindi con pochissimo hackle, spesso con corpo in seta, mosche che in acque torrentizie si rivelavano assolutamente inadatte per scarso (o nullo) galleggiamento. Non solo, ma data la difficile disciplina esoterica (com’era la Pam d’allora), non mi sarei mai sognato di uscire dai rigorosi canoni costruttivi anglosassoni: barbe lunghe come il gambo dell’amo senza la curva, ali lunghe come l’amo con la curva, code lunghe come le ali. Sembrava che modificare queste proporzioni fosse proibito, e comunque temevi che l’efficacia scomparisse per magia. Attenzione: non sto dicendo che simili criteri fossero, se non errati, almeno discutibili, ma soltanto che conservando quei criteri diventa difficile adattare le mosche ai torrenti, cosa che comunque hanno fatto tutti i commercianti ed i flytyer del tempo. E non pochi di noi si stupirono pensando che gli inglesi utilizzassero nelle loro sorgive

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I modelli del dr. Massia, gli ultimi 3 erano concepiti con hackle miscelato, uno con barbe corte ed uno con barbe lunghissime. Nelle originali l’amo era a gambo corto, dovendo la mosca cadere con l’hackle orizzontale ed amo verticale. Qui sotto: la skaters (clone di Alberto Calzolari, ma montata con hackle originale di Darbee!) dry fly montate con un rado hackle dalle lunghissime barbe ed amo sproporzionatamente piccolo. A Darbee le commissionava Hedward Ringwood Hewitt (vedi testo).


mosche parachute, montate su un amo (brevettato) dotato di un supporto per l’avvolgimento orizzontale dell’hackle. Lo stesso concetto delle barbe rade e lunghe lo troviamo negli Usa, ma con un mezzo secolo di anticipo. Si partì con Theodore Gordon, vissuto tra la seconda metà del 1800 e i primi 3 lustri del 1900, che dopo avere provato, studiato e smontato le mosche che gli inviò Halford dall’Inghilterra, stabilì che erano inadatte alle veloci acque dei torrenti dei Catskill, e le arricchì di hackle avvolto nel modo classico, con barbe di lunghezza moderata. Successivamente il famoso flytyer Darbee costruì un modello di dry fly per Hedward Ringwood Hewitt (famoso pescatore ed autore di diversi libri) che questi chiamava “skaters”, un tipo di dry fly montate con un rado hackle dalle lunghissime barbe ed amo sproporzionatamente piccolo. Qui da noi sembrava, a quel tempo, che la maggior preoccupazione non fosse tanto l’efficacia di una mosca, ma la sua durata e “indeformabilità”. Le lucide barbe, e che una serie di questi modelli venne commercializzata dalla Hardy con il nome di serie Refracta, inoltre denotavano, ovviamente, un ottimo galleggiamento. Al momento non compresi appieno la potenzialità del concetto, ma per lo meno frantumò una volta per tutte la rigidezza ossessiva dei miei schemi. Sempre il De Boisset ci parla delle mosche del Dr Massia, la cui serie prodotta da Chamberet prevedeva 9 modelli divisi in due gruppi, dal n. 1 al n. 6 con due hackle miscelate di diverso colore e montaggio classico, destinati a galleggiare con amo orizzontale, mentre il secondo gruppo, quindi i numeri 7, 8 e 9 prevedevano due hackle, uno con barbe corte ed uno con barbe lunghissime ed erano destinati, essendo privi di coda, a galleggiare con amo verticale e l’hackle disposto piatto con barbe orizzontali alla superficie. In pratica galleggiavano come le parachute, ma con la curva dell’amo (a gambo corto) immerso nell’acqua. Un’altra nota importante è che Hardy da almeno 4 lustri produceva già

Sopra: la Utility, modello di Chamberet per i casi più difficili. Non immaginereste mai la sua efficacia, se non l’avete mai provata. Qui sotto, il modello di Renato Cellere proposto in “Probabili illusioni”.

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moto passato applicato alla Utility, modello di Chamberet della serie Universa, dove ad una piccola mosca in quill naturale su amo 16 sono avvolti in testa due soli giri di un hackle grigio lunghissimo, e l’altro in Probabili illusioni di Renato Cellere a pag. 72, dove ad una mosca su amo 16 sono fissati come ala 5 fibre di cervo, e come hackle due giri di collo di gallo su un amo rivestito solo del filo di montaggio: l’essenza estremizzata del minimalismo. Una maggiore efficacia del corpo della mosca che resta sopra la superficie, sorretto dall’hackle, potrebbe sembrare in antitesi con le parachute, il cui corpo di regola poggia sulla superficie, se addirittura non passa sotto, sostenuto dall’hackle orizzontale, ma il corpo in questo caso riprende perfettamente quello dell’insetto, e sembra che il pesce non si ponga troppi problemi, giacché le parachute funzionano benissimo: vuoi hackle dalle barbe rigide erano le più ambite, come la capacità di avvolgerle in modo estremamente compatto, e si soffriva nel vederle deformate e reclinate all’indietro, effetto inevitabile del volteggio e dell’attrito di aria ed acqua. Venne anche fraintesa la qualità delle hackle, identificata nella loro rigidezza: se pungevano le labbra inumidite erano buone! La rigidezza non è una qualità, ma un aspetto negativo, le vere qualità di una hackle per dry fly sono soprattutto la luminosità, l’elasticità ed il grasso naturale che le rende più idrofobiche. Ed ecco che oggi questo concetto fa di nuovo capolino. Eradicati i rigorosi canoni classici, mi resi finalmente conto che un rado hackle con lunghe barbe lascia la silhouette dell’artificiale, quindi il corpo vero e proprio della mosca, ben più visibile. L’hackle, quale struttura di galleggiamento, in tal modo diviene molto più “vaporoso”, anziché trasformare torace e addome in una massa voluminosa e irreale al colpo d’occhio. Non solo, ma il galleggiamento se ne avvantaggia moltissimo ed una mosca che resta col corpo fuori dall’acqua inganna molto di più il pesce. Due esempi di estremizzazione di questo concetto li abbiamo: uno nel re-

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Qui sopra a sinistra: la March Brown Spinner dell’Autore, il cui (semplicissimo) dressing venne pubblicato nello speciale dressing 2007 a pagina 24. È descritto oltre nel testo. Si notino i riflessi luminosi emanati dalle barbe del collo nerastro naturale, con macchie brunastre Sopra a destra: la famigerata Branko Killer, gigantone da temoli con hackle parachute dalle barbe rade e lunghissime, dalla sorprendente efficacia anche in autunno inoltrato e con solo micro-insetti in giro. Ed ecco, in questa foto, se spostate lo sguardo un po’ a destra, uno dei modelli di Chiaro Vincenzo con l’hackle parachute disposto nella curvatura dell’amo. Che il sistema piaccia o no, è certamente un uovo di Colombo 2: l’hackle è parachute, non serve il supporto, la curva dell’amo è finalmente celata alla vista del pesce, il corpo è perfettamente visibile ed il galleggiamento è ulteriormente migliorato. E non si impazzisce più né per chiudere la mosca col nodo, né per legarla al finale. Fate voi. Si veda oltre nel testo.


che propongano emergenti terminali, vuoi che propongano spent, o insetti travolti dai flutti, il fatto è che funzionano. Vedremo comunque tra poco che c’è chi ha risolto anche questo problema, ammesso che lo sia, avvolgendo il parachute in modo decisamente originale. Io non mai avuto grande simpatia per questo tipo di montaggio, mi è sempre sembrata una complicazione in più creare un ulteriore supporto per l’hackle quando il gambo dell’amo si presta perfettamente, anche se poi tante volte le ho utilizzate (l’amico Bortolani, che invece le realizza, è sempre stato molto generoso), inoltre è molto più agevole legare la mosca al finale, giacché nelle parachute le barbe disturbano il nodo, nel quale è facile intrappolarle. Ho sempre preferito la soluzione alternativa di avvolgere l’hackle a palmer lungo il gambo dell’amo (es. AK47 e similari), oppure di apporre un lungo hackle in testa, allungando parallelamente le code per recuperare il necessario equilibrio, ma solo in determinati modelli dove questa soluzione serve anche a fattori imitativi, come nella March Brown spinner. In acque difficili come nelle sorgive rendo l’hackle ancora più rado, limi-

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tando a 3/4 giri l’avvolgimento a palmer o in testa, mentre nelle dry fly per acque mosse lo infoltisco di uno o due giri, ma allungando le barbe, oppure accoppio i sistemi: un hackle a palmer rado, grigio e luminoso lungo il corpo, ed uno coi colori del torace e delle zampe in testa, ma sempre con pochi giri. Insomma, il fine è sempre quello di diradare ed allungare le barbe per aumentare la base d’appoggio lasciando il corpo ben visibile nelle sue proporzioni e dimensioni. Del resto barbe numerose e compatte nascondono, mentre barbe rade e lunghe lasciano intravedere. Una folgorante illuminazione fu ad esempio la Branko Killer, la gigantesca parachute da temoli costruita da Branko su amo anche 10-12 (ma anche in misure minori) e riservata ai temoli in autunno, dove tutti tendiamo invece a miniaturizzare le imitazioni. I “miracoli” di questa mosca leggeteli in Fly Line 6/2008. Fu un’esperienza apparentemente sconvolgente, eppure era nella logica delle cose. Evidentemente al temolo (ma anche alle marmorate, alle iridee ed a

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qualche fario sopravvissuta e/o ibridata) quella mosca dava fiducia. Di quelle barbe anomale formato elicottero, di quell’ala dal bizzarro colore rosa-violetto pallido (chissà il pesce come vede quel colore) evidentemente al pesce non fregava nulla, ciò che lo convinceva doveva essere il corpo, una perfetta silhouette di effimera di buona dimensione, affatto deformata da un hackle che non c’era. Oltrettutto il galleggiamento era eccezionale, come potrete immaginare. Tra i vari sistemi di mantenere un buon galleggiamento riducendo la massa di barbe, è interessante il montaggio dell’hackle mostrato da Renato Cellere nel libro “Probabili illusioni”. A parte il fatto che Renato ha la capacità di costruire modellini estremi di insetti tali da ingannare non ad una prima, ma anche ad una seconda e terza osservazione ravvicinata, mentre le sue mosche da pesca sono improntate ad una semplicità stupefacente, il montaggio dell’hackle, dicevo, è certamente originale, trattandosi di una sorta di “8” tra ali e intradosso della mosca, mescolando un giro o due parachute ad un giro o due classico, così che appare “disordinato” e scarso


per i nostri standard, ma estremamente ingannevole per il pesce e capace di conferire comunque un sufficiente galleggiamento. Un caso particolare Un altro flytyer che io so aver realizzato numerosi modelli interpolando questi concetti costruttivi è Chiaro Vincenzo, un pescatore della Val d’Aosta che diversi anni fa inviò in redazione una serie di imitazioni che oggi vale davvero la pena di riprendere ed osservare con attenzione. Ebbene le mosche di Vincenzo sono delle parachute strutturate per lasciare il corpo estremamente visibile, con la raggiera formata da barbe moderatamente lunghe e rade, avvolte non

nel solito punto appena dietro le ali, ma al centro della curvatura dell’amo. La soluzione rende inutile creare un supporto, quindi l’aggiunta di peso, e maschera l’unica parte che resta scoperta: la curvatura dell’amo, inoltre le propone anche reverse, in modo che il corpo (realizzato ovviamente lungo l’amo) possa rimanere sopra la superficie. In altre parole sembrano risolvere l’ultimo dei problemi, quello dovuto alla visibilità della curva dell’amo, con l’unico presumibile fastidio di rischiare un maggior danneggiamento dell’hackle nelle abboccate, in compenso non crea problemi nel legare la mosca al finale. Osservate le foto di alcuni dei suoi modelli, ivi compreso quello in apertura d’articolo, sopra il titolo.

Alcuni dressing di Chiaro Vincenzo: in alto a sinistra un coleottero in pelo di cervo, qui sopra un’effimera con ala in hackle di Cdc sagomato e, qui al centro, un piccolo baetide con ala in bunch di Cdc.

Bene, se avete nei cassetti colli di gallo spolpati, nel senso che li avete talmente sfruttati da lasciare solo le piume lunghe e laterali dalle barbe troppo lunghe per le sante proporzioni del mondo classico, ecco che è venuto il momento di riutilizzarli per costruire le imitazioni più efficaci che abbiate mai realizzato. Come risolvere il primo dubbio, se preferire il montaggio a palmer, quello parachute o il classico collarino, ma con barbe lunghissime?

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Io mi regolo così: - per imitare le subimmagini delle effimere dove le ali ceracee trovano nel Cdc la massima espressione imitativa ritengo più adatto il montaggio parachute, essendo dette ali una perfetta base per l’avvolgimento orizzontale dell’hackle, ma con hackle dalle rade e lunghe barbe; - la scelta tra hackle a palmer o parachute è un fatto personale, ed io prediligo il primo; - per imitare invece le immagini, le cui ali trasparenti emanano in pratica solo dei riflessi di luce, io preferisco un hackle in testa, con barbe lunghe e luminose di colore grigio o grigio azzurro o, al massimo, con una debole tendenza verso i colori del corpo. Questa scelta è dovuta al fatto che una hackle luminosa emana riflessi di luce assimilabili a quelli delle ali, che hanno membrane di regola trasparenti come vetro. Da qui la duplice funzione di galleggiamento e di imitazione delle ali. Non ha senso, infatti, imitare le ali delle immagini con materiali opachi, co-

Ecdyonurus venosus immagine maschio. Si noti il rossiccio del corpo (che si attenua dopo la cattura, fatto bizzarro, ma che ho sempre notato), e le robuste venulazioni che, come le zampe nerastre e brune, sono ben riprese dalle barbe dell’hackle dello stesso colore.

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Ecco le due tipologie a confronto, hackle rade e lunghissime per entrambi, la parachute ha le ali in barbe di collo di gallo grigio azzurro per tre ottimi motivi: per avvolgere l’hackle, per essere più visibile al pescatore e per imitare i riflessi azzurrognoli delle ali dell’E. venosus.


lorati e comunque ben visibili, a meno che non si preferisca privilegiare la vista del pescatore ai fattori imitativi. Questi fantomatici riflessi emanati dalle barbe di colli di gallo molto luminosi non è poi che debbano localizzarsi necessariamente sopra il torace, a parte il fatto che le ali sono sempre reclinate all’indietro, e lo sono ancor più in quanto il corpo delle effimere è sostenuto dalle zampe in modo da risultare inclinato, alto davanti e basso dietro, il pesce è sufficiente, io credo, che veda detti riflessi attorno al corpo della mosca, è il riflesso il carattere fondamentale, non la sua precisa collocazione. Inoltre gli spinner, dopo essere finiti in acqua, cessano di vivere ed aprono le ali, che si adagiano sull’acqua, esattamente come se avessimo fissato le barbe parachute, oppure a palmer. Per la verità non sembra che il pesce sia poi così refrattario a prendere una subimmagine con ali in Cdc durante una caduta di spinner, del resto se ci sono gli spinner è evidente che la sera precedente, o la mattina, o anche poche ore prima in giro ci fossero le subimmagini. Del

resto se voi aveste fame e mangereste volentieri una pizza capricciosa, ma trovate in tavola un piatto di tagliatelle alla bolognese cosa fate, lo rifiutate perché siete selettivi? Considerate poi che noi per mangiare basta che entriamo in un ristorante, mentre il pesce prende quello che passa, se passa. In ogni caso, indipendentemente dalla tipologia preferita, l’importante è l’essenzialità, condita con la semplicità. Ogni cosa che si aggiunge interferisce col carattere fondamentale, la nostra tendenza teorica è di proporre una sorta di ologramma più immaterico possibile. Il minimo di materiali, con perfetta assegnazione dei compiti così che ogni materiale esplichi più funzioni, riducibili a: la maggiore enfasi possibile del carattere fondamentale ed il massimo galleggiamento ottenibile, è la strada per le buone imitazioni, quelle che ci permetteranno, se non di creare la vita, almeno di replicarne le fregature. Del resto è il proprio l’interesse (quello personale, quello del nostro conico tornaconto) la priorità esistenziale di ogni essere uma-

March Brown spinner a confronto con l’originale a sinistra.

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Alle pagine seguenti proponiamo due dressing di “entrata” in questa tipologia dalle barbe rade e lunghe, si tratta di modelli

Altri quattro modelli di Chiaro Vincenzo con l’hackle avvolta nella curva dell’amo: in alto a sinistra, la Royal Coachman rivista in chiave parachute; in alto a destra e sotto, rispettivamente, una Tipula maxima ed una piccola ed esile tipulidae; qui sopra, un Ecdyonurus spent.

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no (da Kagemusha, l’ombra del guerriero, di Akira Kurosawa. Finalmente, è un po’ che non citavo qualche film). E per fare il proprio interesse bisognerà pure fregare qualcuno. Enfatizzare il carattere fondamentale significa semplicemente accentuare la nota più appariscente dell’insetto. Passiamo ad alcuni esempi, costruendo un’imitazione assieme e puntualizzando i vari passaggi.

semplici e veloci da realizzare, ben poco costosi, utilizzando hackle che di regola vengono buttate, o colli da poche lire, ma la loro efficacia è di tutt’altro livello.

March Brown spinner - Il dressing è stato presentato nello speciale dressing 2007 da pagina 24. Lo spinner di queste grosse effimere ha ali talmente trasparenti da rendere le stesse membrane meno visibili delle loro robuste venature. Ciò che appare all’osservatore è il corpo dell’insetto, torace ed addome, anche le zampe sono sottili e lunghe, poi vi sono i riflessi cangianti delle membrane e le venature scure che le sostengono. Tutt’al più le membrane delle ali mandano riflessi luccicanti azzurrognoli se si è in pieno sole, mentre appaiono azzurro pallido se in ombra, o con cielo coperto e all’imbrunire. Ogni imitazione che enfatizzi le ali in qualunque modo assai visibile non è un’imitazione, ma qualunque altra cosa. Io ritengo di aver evoluto un modello micidiale per imitare, verso sera, ma anche in altri momenti particolari della giornata, come ad esempio durante o dopo i moderati acquazzoni degli effimeri - appunto - temporali estivi, quelli rapidi, che passano e poi torna il sole, la maggior parte degli Ecdyonurus, soprattutto il venosus, e gli Epeorus, immagini naturalmente. È un modello di estrema semplicità, il corpo è in barbe di coda di fagiano tinta rossa, le code consistono in tre lunghe barbe sempre in fagiano, possibilmente bruno scuro, e fin qui siamo praticamente nel dressing di una Pheasant Tail, a parte il colore rosso scuro. È nell’hackle che risiede la vera differenza. Occorre un hackle ben preciso, ma facilissimo da reperire, se non nei negozi per Pam pieni di costosissimi colli da penna, certamente presso qualche contadino con animali da cortile,

oppure rovistando in cartoni di colli da quattro soldi, pratiche oggi sconosciute ai più. Serve un banalissimo hackle nero naturale, lucido e luminoso, dalle barbe lunghe, che di regola è considerato un difetto, mentre qui è ciò che desideriamo. Nella versione “classica” va legato in testa, pochi giri con barbe lunghe, la lunghezza delle barbe compensa il loro numero contenuto a proposito della galleggiabilità. In tal modo si sono ottemperate tutte le condizioni: il primo carattere fondamentale è il colore rosso scuro tra il vinaccia ed il ruggine tipico dell’addome di questi insetti in vita, che una volta morti si spegne ben presto, lasciando un addome nocciola e brunastro spento ed opaco. Il secondo carattere fondamentale sono le lunghe zampe bruno nerastre e le venulazioni alari ben marcate, robuste e nerastre, tra le quali lampeggiano i riflessi azzurrognoli delle membrane dall’incredibile trasparenza. Gli stessi luccichii delle lunghe, nere e lucide barbe di collo di gallo. L’insetto vero, completata la riproduzione, muore e cade in acqua, scomposto e non più in grado di sostenersi sopra la superficie, esattamente come la nostra imitazione. Il pesce vede il corpo rosso, le zampe lunghe e sottili, qualche riflesso e le venulazione nere delle ali. Per lui, tra il vero Ecdyonurus e la nostra imitazione, non c’è davvero differenza. Gente, liberate la mente dagli standard classici, dalla superiorità delle parachute (con beneficio d’inventario), dal rapporto corpo-barbe e dall’assenza apparente delle ali: questa March Brown spinner è micidiale in modo inimmaginabile. Però, la versione parachute... La vedremo a breve. Ad alta quota potete usarla come mosca da caccia, alle quote medie va bene nel tardo pomeriggio ed all’imbrunire, e comunque in tutte le circostanze dove, osservando il cielo sopra il torrente, vedete gruppi di Heptageniidae elevarsi per iniziare le danze nuziali. Questo fenomeno può accadere, come già detto, in pieno giorno durante i rapidi temporali estivi, dove qualche mo-

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Realizzazione della March Brown spinner parachute

Foto 1 - Si fissa un moderato bunch di barbe di hackle grigio azzurro pallido e con una serie di incroci del filo lo si rizza ad imitazione delle ali.

Foto 2 - Dopo l’ala è il turno delle code. Si legano da 3 a 5 barbe di coda di fagiano e le si sollevano con un giro sotto di loro, aprendole un poco. Successivamente si fissa a ridosso delle code un bunch di barbe di coda di fagiano tinte di rosso.

Foto 5 - In questa foto, presa da sotto, si vedono ripartizione, lunghezza e quantità ottimale dell’hackle.

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Foto 3 - Fissate le barbe si torna in testa col filo, qui si lega una hackle di gallo nero naturale, poi si formano addome e torace avvolgendo a spirale le barbe di fagiano lungo l’amo. Giunti in testa le si bloccano col filo.

Foto 4 - Non resta che avvolgere l’hackle parachute per poi bloccarlo in testa e concludere la mosca col nodo finale.

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Foto 1 - Si fissano le code ed il bunch di Cdc per realizzare le ali.

Foto 2 - Alla base delle ali si fissa una hackle di collo di gallo.

Foto 3 - Si prepara un dubbing di pelo, per le March Brown dun è consigliabile il pelo di orecchio di lepre.

Foto 5 - Una volta avvolta la hackle e chiuso il nodo, la mosca è finita. Si tratta di un dressing spartano, essenziale, credibile, ben galleggiante e decisamente efficace.

Foto 7 - Vista da sotto.

desto cumulo nembo oscura il cielo per qualche decina di minuti e libera qualche moderato acquazzone. Se invece si tratta di temporali seri, farete bene a chiudere la canna e trovarvi velocemente un riparo, magari non sotto la conifera più alta e affusolata della zona. L’amico Bortolani, che invece ha una predilezione spiccata per la tipologia parachute, l’ha rifatta in tal versione. Mi scoccia ammetterlo, ma la ritengo al-

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Foto 4 - Si forma quindi il corpo, sia l’addome che, inglobando la base delle ali, il torace.

Foto 6 - Ecco l’imitazione “ambientata” e ben visibile nelle sue proporzioni.

Anche il corpo in dubbing, come le code di fagiano, semplifica la costruzione della mosca. La sequenza è la stessa e si vede il processo nella serie di foto in alto, da sinistra. É un modello spartano, ottimo in torrente in primavera ed autuno, ed in estate con cielo coperto. Robusto, facile e veloce da realizzare, imita la maggior parte degli Heptageniidae sia come dun che come emergente.

meno altrettanto efficace, se non di più, specie in presenza di pesce smaliziato, come può accadere nei no kill o nelle zone più calme e difficili dei torrenti. È un modello semplice da assemblare, impiegando i materiali adatti. Per il corpo è ottimale la coda di fagiano, giacché è possibile realizzare con essa anche il torace e conferire alla silhouette un profilo perfetto, cosa che col quill non sarebbe possibile fare, si dovrebbe bloccare il quill dietro le ali e completare l’addome con del dubbing o similari, quindi con almeno tre passaggi in più, con aggravio di peso e complicazioni costruttive. Validi sono comunque i corpi in dubbing, coi quale è sempre possibile con un’unica operazione realizzare anche il torace aggirando le ali e l’hackle che formerà il parachute. Dopo sarà sufficiente avvolgere l’hackle per completare la mosca, ben visibile nella sequenza fotografica della subimmagine. È successo più volte, in situazioni poco comprensibili di trote che si mettevano a bollare nelle lame di un torrente, ma senza capire chiaramente di cosa si cibassero, che questo modello facesse la differenza, mostrandosi come la famosa “mosca perfetta” della letteratura, ma con una differenza: questa catturava sistematicamente. Prima dell’imbrunire vero e proprio il fondovalle va in ombra, giacché il sole di regola, se non è perfettamente allineato lungo la valle in direzione ovest-est e verso valle c’è la pianura, combinazione quasi impossibile, scompare dietro l’uno o l’altro versante. Nella prima parte di questa fase temporale, che può durare da mezz’ora ad un’ora relativamente all’altezza dei crinali, di regola il pesce smette di alimentarsi, o comunque la sua attività cala moltissimo, per poi riprendere poco dopo, catalizzata dai primi sfarfallamenti serali. È il momento di utilizzare questo modello, con l’unica eccezione dei tricotteri, se dove vi trovate ne esplode lo sfarfallamento. Durante il giorno è preferibile, con tempo coperto ed acqua velata, la subimmagine, mentre con acque limpidissime è solitamente preferibile lo spinner, se ciò che vedete in volo non suggerisce altre scelte.

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East’s fly tyer i costruttori professionisti del passato, nell’Est degli Usa Alberto Calzolari

Dall’inizio del secolo scorso, avendo come antesignano un personaggio come Theodore Gordon (1854-1915), nelle catene montuose dell’Est degli Stati Uniti si consolidò una generazione di flytyer che nella passione della pesca a mosca e nell’attività di costruzione di artificiali trovò di che vivere per oltre mezzo secolo. Anni di storia che sarebbe un delitto dimenticare.

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SECONDA PARTE “Parlando di Corey Ford non posso mancare di accennare al fatto curioso che questo autore, oltre ad aver pubblicato articoli per 20 anni per la rivista Field & Stream, scrisse per lungo tempo anche per Vanity Fair una serie di pezzi intitolati “Impossible Interviews” – Le interviste impossibili” - nelle quali immaginò personaggi famosi intervistarne altri ugualmente conosciuti. Come Stalin con Rockfeller o Sigmund Freud con Jean Harlow.”

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na particolarità di molti di questi costruttori statunitensi era quindi il legame imprescindibile tra la costruzione a livello commerciale e l’allevamento dei propri galli ai quali veniva dedicata una cura pari se non maggiore che ai propri figli. Anche perché, in fin dei conti, i figli erano un costo mentre i galli rappresentavano un importante fonte di guadagno. Sul retro delle loro case era quasi sempre presente il recinto dove razzolavano le galline, mentre i maschi, per ovvie ragioni, vivevano separati in gabbie singole. Una discreta parte della giornata era dedicata a questi animali e i compiti erano, ove possibile, equamente divisi tra i famigliari. Divertente è un aneddoto riportato da Alfred Miller (che scrisse con lo pesudonimo Sparse Grey Hackle ed è ricordato come il reporter dell’Epoca d’Oro della pesca a mosca americana) nel libro sulla vita di Harry Darbee (scritto da Darbee a braccetto con Mc Francis, o forse l’esatto contrario). Sparse racconta di come Elsie Darbee, moglie di Harry e raffinatissima costruttrice, fosse uscita correndo durante la notte, in ciabatte, vestaglia e con un fucile in braccio, e senza esitare avesse sparato in mezzo agli occhi a due procioni che tentavano di pasteggiare con i loro preziosi galli. Poi, tranquillamente, era tornata a dormire come nulla fosse.

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Ci si scontrava subito con l’evidente e comprensibile necessità di imparare la tecnica e questa non veniva divulgata a semplice richiesta. Consideriamo che la culla della mosca secca americana fu la parte Est degli Stati Uniti (l’Ovest, con le sue grosse mosche in pelo che sarebbero arrivate in seguito, era ancora indaffarato con le solite mosche sommerse) con la maggior parte dei costruttori che si concentrò inizialmente intorno alla contea di Sullivan (sui Catskill). La concorrenza era molto temuta da chi già viveva di costruzione e, considerando il periodo storico a cavallo della grande depressione, nessuno svelava i propri segreti con facilità e i primi pionieri si videro costretti a smontare le mosche di altri costruttori per studiarne i giri di filo e capirne la tecnica (il solo pensare che alcuni smontarono le poche mosche di Gordon ancora in circolazione mi fa star male). Sfamare una famiglia vendendo mosche a meno di un dollaro per dozzi-

La qualità delle hackle è sempre stata alla base della costruzione della mosca galleggiante, o almeno fino a quando qualcuno non iniziò a spennare i deretani delle anatre, e dalle loro caratteristiche di rigidità, lunghezza di fibra e flessibilità della rachide dipendeva, e dipende tutt’ora, la qualità della mosca stessa. Gli inglesi pur avendo contribuito in maniera determinante allo sviluppo della pesca con la mosca non furono particolarmente attivi riguardo alle hackles. In una lettera autografa e originale della mia collezione, Sparse Grey Hackle (l’Alfred Miller di cui sopra) parla senza nascondere una punta di ironia della bassa qualità delle hackles inglesi

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e rivolgendosi a Harry Darbee, al quale la lettera era indirizzata, giustifica questo aspetto con l’umidità, la pioggia e le pessime condizioni atmosferiche del Regno Unito. E questo, al di là del comprensibile campanilismo, potrebbe avere un fondo di verità. In questa ”avventura a galla” costruttori come Gordon, Steenrod, Christian e Cross, con le loro mosche secche e la loro sperimentazione, accompagnarono a braccetto il popolo americano nel viaggio di emancipazione e riscatto dalla tradizione delle classiche mosche sommerse inglesi. Diventare un costruttore di professione non era semplice a quel tempo e non bastava la ferma volontà di iniziare.


in ogni cittadina o piccolo paese che sorgesse in prossimità di qualche fiume pescabile. Una volta che la tecnica era appresa iniziava una serie di altri problemi da affrontare. L’approvvigionamento di materiale in sufficiente quantità, la ricerca dei giusti ami e, non poca cosa, la raccolta dei primi ordini. Si costruiva per i privati e si rifornivano i negozi della zona e, una volta che la propria notorietà superava i confini della contea, si poteva sperare in qualche grosso ordine da uno dei famosi negozi di New York o Philadelphia o delle grosse città in genere. Abbiamo già visto in precedenza come l’allevamento dei propri galli consentisse di avere un ottimo controllo na era un’impresa e possibili nuovi concorrenti non erano logicamente apprezzati. Consideriamo però che già intorno al 1940 una dozzina di mosche di ottima fattura poteva vendersi tra i 3 e 4 dollari e che il giro d’affari di un buon costrut-

Pagina a fronte in alto, una vera chicca da museo: una lettera originale di Elsie Darbee ad un cliente. Qui sopra: come doveva apparire il retro di una casetta di flytyer professionista dell’epoca, coi galli pronti allo spiumaggio. Qui a sinistra: il sogno proibito di un flytyer dell’Est degli Usa: spiare Halford. Qui a destra: anche Picasso “allevò” diversi galli, con buona evidenza delle hackle del collo. Che fosse segretamente un pescatore a mosca?

tore si aggirava sui 4.000 dollari annui. Una cifra indubbiamente interessante che spinse letteralmente migliaia di nuovi adepti a dotarsi del necessario per iniziare a costruire professionalmente. Si calcola che dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti ci fosse almeno un costruttore professionista

sulla qualità delle piume e, naturalmente, una fornitura continua di materiale. Gli allevatori di pollame ad uso alimentare macellavano normalmente gli animali entro i due anni di vita, prima che questi raggiungessero quindi la maturità necessaria a produrre piumaggi ottimali per la costruzione.

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“I Darbee vendevano nel loro negozio le rinomate canne di Jim Payne, Ray Bergman proponeva invece le Dickerson nel suo catalogo, mentre i Dette avevano rapporti con lo stesso Garrison.” Era inevitabile che nel cercare di ampliare il giro d’affari i costruttori professionisti di mosche e i rodmaker avviassero importanti collaborazioni. Qui sotto: canne di Dickerson e, qui a destra, un modello di Payne.

Anche se i mercanti di piume potevano fornire colli di sufficiente qualità provenienti dall’India rimaneva il problema di trovare quelli grigi, ancora rarissimi (dall’India provenivano per lo più colli marroni, crema e badger). L’allevamento in proprio diventava quindi una pratica quasi obbligatoria. Ma i galli andavano spennati (all’inizio erano troppo pochi e troppo preziosi per essere uccisi) e si doveva imparare a lavorare lo scalpo se si decideva di usare (o vendere, in seguito) il collo intero. Osservando gli animali in un recinto ci si poteva rendere conto di trovarsi nella proprietà di un costruttore di mosche semplicemente notando che dal collo di questi galli mancavano la maggior parte delle piume in misura per ami del 12 e 14, quelle più usate a quel tempo (una mosca sul 16 era già considerata un midge). Non so se questi uccelli fossero

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felici di sentirsi spennare a intervalli regolari ma, sicuramente, doveva essere preferibile vivere una lunga vita con il collo spennato piuttosto che una breve esistenza con il collo tirato. E, stando a quanto si racconta, i galli si abituavano presto a questa pratica e si lasciavano spennare senza troppi problemi. Sulla concia degli scalpi interi ognuno aveva invece la propria tecnica e alcuni esperti e collezionisti di oggi sono in grado di determinare la provenienza di un collo esaminandone il taglio praticato sulla pelle. Quelli di Darbee, i più ricercati e rari, sono forse i più facili da riconoscere in quanto era solito applicare un foglio del giornale locale sulla pelle appena conciata perché assorbisse il grasso in eccesso. È stato divertente leggere brandelli di notizie dell’epoca sul retro dei 4 colli di Darbee che conservo gelosamente (3


preziosissimi Dun del suo famoso ceppo andaluso e un raro Ginger). Quando poi la richiesta di mosche iniziò ad aumentare, il solo allevamento non fu più sufficiente a fornire certi colori in quantità per cui i costruttori/ allevatori iniziarono a tingere i piumaggi con anilina e colori vegetali e persino ad usare nitrato di argento per ricreare la gradazione screziata dei rari grigi naturali. Tutto questo fino a che il Sig. Metz non decise di iniziare una proficua attività incentrata sull’allevamento di galli per fly tying. Gli attrezzi usati a quel tempo per

la costruzione erano limitati al massimo e si dava grande importanza alla manualità piuttosto che all’aiuto di troppa tecnologia che, a volte, poteva persino rallentare il processo costruttivo. Lo stesso bobinatore fu evitato per molto tempo e la maggior parte di questi costruttori non rinunciava al controllo diretto del filo con le mani. Filo che comunque andava abbondantemente incerato, manualmente oppure con strumenti auto costruiti che inceravano un’intera bobina in un unico processo. Un bottone oppure un altro tipo di perno fissato al tavolo, come una molla o un peso, fungevano da punto di anco-

Walt e Winnie Dette (foto qui sopra in B/N) costruirono mosche nella loro casa, lungo le rive del Creek Willowemoc, dal ‘30 fino alla morte nel ‘90. Leggende nel loro tempo, essi sono considerati come gli ultimi dei flytyer dei Catskill. Oggigiorno la loro figlia Maria (foto qui sopra a destra) porta avanti l’eredità della tradizione dei Dette. Qui a sinistra, Harry Darbee.

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miglia Darbee e i Dette, ad aprire all’interno della propria abitazione un piccolo negozio nel quale si vendevano materiali da costruzione, libri e attrezzature da pesca, con una buona selezione di canne (logicamente in bambù) e mulinelli. Considerando che la zona Est degli Stati Uniti non fu solo la culla della pesca a mosca americana, ma anche della costruzione di canne in bambù si capisce come i rapporti tra i rodmakers locali e i fly tyers professionisti si instaurassero facilmente. I Darbee vendevano nel loro negozio le rinomate canne di Jim Payne, Ray Bergman proponeva le Dickerson nel suo catalogo, mentre i Dette avevano rapporti con lo stesso Garrison. E quando il tempo a disposizione lo permetteva, tra una piallata e un giro Qui a sinistra, Reuben Cross, “schivo e poco sociale, ma con mani d’oro che crearono alcune delle mosche più belle e oggi tra le più ricercate e costose”. Sotto, un modello dei Dette: Coffin Fly, un originale costruito nel Fly Shop del Dette a Roscoe, New York. L’amo è un n. 12 - 3x lungo. A destra, in una rivista illustrata di cultura generale dell’epoca è pubblicato un articolo sulla pesca a mosca, con illustrate le mosche della tradizione inglese ed alcuni modelli Usa dell’Ovest. raggio del filo durante le fasi di costruzione della mosca, quando le mani erano impegnate in altre preparazioni (ali o corpi). Nelle coppie di costruttori era di solito la moglie che selezionava i materiali, dividendo le hackle delle giuste dimensioni, mentre la costruzione stessa era divisa normalmente tra marito e moglie a seconda dei modelli. Ad esempio, Walt Dette e sua moglie Winnie si dividevano tra le Delaware Adams, le Conover e le Quill Gordon, mentre la figlia Mary (una gentile signora che oggi ha 85 anni e che ho avuto l’onore di conoscere) si dedicava alle Coffin Fly e alle sommerse. L’esigenza di aumentare le entrate finanziarie e garantire il sostentamento a tutta la famiglia spinse col tempo alcuni di questi costruttori, primi fra tutti la fa-

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Nello stessa rivista (foto a fronte) sono illustrate anche le mosche della tradizione Usa dei Catskill, che all’epoca non era ancora “tradizione”: si vedano le diciture dei modelli in basso della serie “Imitation dry fly”. Qui sopra, un clone dell’Autore che riproduce una “Skater” di Hewitt.

di filo, nessuno gli toglieva una buona battuta di pesca assieme sulle acque di qualche fiume locale, che certo non mancava. Ricordo che il villino della famiglia Darbee si trovava quasi sulle sponde del Willowemoc e quello dei Dette, poco più a valle, nella cittadina di Roscoe, sempre sul Willowemoc, ma vicino alla confluenza con l’Upper Branch del Beaverkill, non lontano dalla Junction Pool (dove i due fiumi confluiscono). Se vi capitasse di passare da quelle parti non mancate di tentare la sorte proprio alla Juntion Pool. Potreste avere la fortuna di catturare il Beamoc (il nome deriva dall’unione delle due parole Beaverkill-Willowemoc). La leggenda

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racconta di questo grosso pesce con due teste, corna di cervo e coda di castoro, che vive in questa pool, perennemente indeciso su quale dei due fiumi risalire. Le abitazioni di questi costruttori più rinomati divennero presto un punto di ritrovo e pellegrinaggio per una moltitudine di pescatori, inclusi tutti i più conosciuti personaggi dell’epoca. Ci si recava in questi templi del fly tying per acquistare, per ordinare nuove mosche, conoscere la situazione delle acque della zona e, soprattutto, per avere consigli sulla pesca e sulle schiuse stagionali. Anche i membri dei più esclusivi club avevano le loro preferenze e amavano frequentare uno o l’altro dei costruttori ai quali si rivolgevano anche per ordini speciali o per particolari modifiche ai dressing. E considerando che si trattava per lo più di membri milionari dell’Angler’s Club di New York o del Fly Fishers Club di Brooklyn era difficile dire di no anche alla richiesta più inconsueta. È logico che anche i costruttori stessi avessero le proprie preferenze in termini di clienti e, nonostante gli affari fossero pur sempre affari, svicolavano

da visite inattese ogni volta che potevano. Ricordo che Mary Dette mi raccontò alcuni anni fa di come suo padre Walt, pur essendo persona cordiale e gentilissima, avesse l’abitudine di nascondersi a fumare in camera da letto ogni qual volta vedesse Hedward Ringwood Hewitt arrivare con la sua auto davanti al cortile di casa. Attendeva che sua moglie Winnie si prendesse cura del cliente e ritornava al suo tavolo da costruzione solo dopo che Hewitt era risalito in auto. Hewitt, l’inventore delle Bi-visible e delle Skater era un personaggio di un certo spicco, ricco, famoso, ottimo pescatore, inventore, autore di libri e pioniere della gestione di riserve e ripopolamenti. Ma forse troppo lontano dal carattere semplice di Walt, il quale non mancava però di esaudire volentieri le richieste del ricco Hewitt, sempre a caccia di hackle dalle lunghissime fibre per le sue amate skaters. Questi artificiali erano costruiti su piccoli ami, spesso a gambo corto, utilizzando unicamente un collare di hackle sovradimensionato fatto da piume con fibre lunghissime (quelle che in inglese vengono chiamate “spade”). Niente coda e niente ali. Solo giri di hackle. Mosche che potevano raggiungere oltre 5 centimetri di diametro. Walt conservava le poche “spade” presenti sui colli di gallo proprio per confezionare le Skaters per Hewitt il quale amava in maniera particolare pescarci al punto di sostenere che avrebbe potuto prendere pesci anche solo con questa mosca in qualsiasi situazione. Oggi sono mosche quasi impossibili da riprodurre a causa dell’eccessiva selezione dei colli da costruzione, così pieni di hackle per mosche piccole e piccolissime, ma sforniti di hackle per costruire decentemente già su ami del 10. Ogni costruttore di mosche professionista ha sempre avuto la sua clientela affezionata con la quale, nel tempo, instaurava uno stretto rapporto che si trasformava spesso in duratura amicizia. Diverse furono nella storia della costruzione le mosche chiamate con il nome di un determinato personaggio, famoso o meno, con il quale il costruttore di turno aveva un rapporto di stretta


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Le “reliquie” citate nel testo: i 4 colli di Darbee, 3 preziosissimi Dun del suo famoso ceppo andaluso e un raro Ginger con, nel retro, ancora ben leggibili, i frammenti di giornali dell’epoca, fissati sulla pelle conciata per assorbire l’eccedenza di grasso. A fronte, a sinistra dall’alto: Herman Christian, Corey Ford ed Helen Shaw. A destra in alto: Reuben Cross.

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amicizia. Come la “Colonel Bates” di Carrie Stevens, la famosa costruttrice dei lunghi streamers del Maine per la pesca sui laghi della Upper Dam, che nominò una mosca in onore dell’amico, Colonnello Joseph Bates, grande pescatore di salmoni e autore di vari libri sull’argomento. Una delle mosche amate da

Walt Dette fu ad esempio la Corey Ford che egli chiamò così in onore di un autore americano, molto conosciuto a quel tempo, con il quale Walt aveva un ottimo rapporto di amicizia. Parlando di Corey Ford non posso mancare di accennare al fatto curioso che questo autore, oltre ad aver pubblicato articoli per 20 anni per la rivista Field & Stream, scrisse per lungo tempo anche per Vanity Fair una serie di pezzi intitolati “Impossible Interviews” – Le interviste impossibili” - nelle quali immaginò personaggi famosi intervistarne altri ugualmente conosciuti. Come Stalin con Rockfeller o Sigmund Freud con Jean Harlow. Non so perché ma queste interviste impossibili mi ricordano qualcosa di molto vicino a noi... La corrispondenza tra i costruttori e la loro clientela avveniva, per ovvie ragioni legate al periodo, tramite lettera e i loro scambi epistolari sono uno degli aspetti che più mi affascina. Sono piccoli pezzi di storia testimoni di un’epoca così lontana dalla nostra, non tanto per un discorso temporale quanto per l’enorme differenza di stile e di modi, anche solo per l’eleganza della forma scritta. Queste lettere sono impregnate non solo di ro-

manticismo, ma soprattutto d’informazioni che possono aiutare un attento lettore a comprendere meglio il periodo storico e la figura dei personaggi in questione. E, a volte, pure a far nascere piccoli dubbi ai quali difficilmente si potrà dare risposta, ma che contribuiranno ad aumentare il fascino delle esistenze di alcuni di questi costruttori professionisti. Vite di personaggi come Helen Shaw, la Lady Fly tyer che costruì mosche tra i grattacieli di New York, o esistenze solitarie di uomini duri, come quelle di Herman Christian (18821975), abile cacciatore che, come nei film sulle storie della frontiera americana, non esitò a sparare ad un orso che faceva capolino dalla finestra della sua casetta in legno, o di Reuben Cross, schivo e poco sociale, ma con mani d’oro che crearono alcune delle mosche più belle e oggi tra le più ricercate e costose. Oppure avventure di un’intera famiglia, come per i Darbee e i Dette, le cui tradizioni proseguono ancor’oggi con la figlia Mary e il pronipote Joe Fox. L’arte della costruzione è come uno scrigno che contiene preziosi tesori, storie di pesci, storie di insetti e storie di uomini, molti di loro resi immortali dalla loro opera e dai loro studi. Aprirne il coperchio e curiosarne il contenuto è sempre un’esperienza magica e agli scettici posso solo ricordare che in ogni mosca di oggi c’è sempre, in qualche modo, la mosca di ieri.

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S direi fasedge presto a Enzo Bortolani & Roberto Messori

Le sedge fly rappresentano, a distanza di decenni, sempre una sfida: dopo innumerevoli dressing ed ancor pi첫 innumerevoli tentativi di risolvere il problema delle fragili ali in penna, abbiamo deciso che poi, alla fin fine, sono ancora le pi첫 belle, le pi첫 efficaci e pi첫 imitative. Ecco tre modelli di derivazione classica, perfette per affrontare i torrenti nella prossima stagione. 54


S

Si fa presto a dire sedge, ma le imitazioni dei tricotteri hanno avuto, in Italia, una storia abbastanza curiosa, e un po’ tormentata. Partendo dagli anni ‘70 (prima non l’ho vissuto di persona), parrebbe che da noi esistessero soltanto le effimere e tutti gli altri ordini di insetti venissero citati più per curiosità che per effettivo interesse alieutico. D’altra parte l’attrazione per la pesca a mosca da parte di coloro che provenivano dalle altre tecniche doveva essere abbastanza traumatico agli inizi. Prima bastava conoscere i cagnotti, qualche rotante Mepps e i vermi per chi andava a trote, per potere già insidiare decine e decine di specie di pesci, ma dalla nuova passione era richiesta all’improvviso una sorta di cultura entomologica che certamente spiazzava parecchio. Quel po’ di conoscenza divulgativa d’allora e del decennio successivo derivava dai classici inglesi, Halford in testa, seguito a ruota dal libro del De Boisset. Del resto erano quelle le opere importate da quei pochi negozi specializzati d’allora: Ravizza, Garue, Buzzini,

Ghilardi a Milano, Walter a Torino, Tosi a Reggio e pochissimi altri discretamente forniti. Anche se la bibliografia iniziava ad annoverare opere in italiano, come i lavori di Tosi (1981) e De Rosa (1987), per il pescatore nostrano era comunque un’impresa imparare qualche concetto fondamentale sulle effimere. Complice di tutto era anche il fatto che solo la sistematica delle effimere poteva essere affrontata, data la sua relativa divulgazione e semplicità. I tricotteri ed i plecotteri erano invece troppo complicati, i primi per eccessiva difficoltà diagnostica, i secondi per disinteresse dovuto ad eccessiva trascuratezza. D’altra parte quando il Pam vedeva nei pochi libri disponibili che 100 pagine erano dedicate alle effimere con tanto di nozioni sistematiche e 10 a tutti gli altri ordini, senza il più piccolo accenno per la determinazione, il messaggio che riceveva era che la valenza delle effimere nel bilanco della Pam era del 90%, ed il restante 10 era suddiviso tra altri cinque o sei ordini assai più complessi.

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nata, così, negli anni Cinquanta: l’idea mi era venuta vedendo una imitazione costruita da Hans [H. Gebetsroither, il guardapesca della Traun] che aveva impiegato come unica ala una piuma di fagiana fissata a piatto sul corpo. Era la prima volta che vedevo una sedge con un montaggio diverso dal classico sistema inglese ad ali verticali. Alla faraona ci arrivai per gradi e alla tintura arancio [la maculazione] ci arrivai per sbaglio. Naturalmente fu copiato anche l’arancio. Infatti Mario mi raccontò che per errore le sedge pronte per essere inscatolate e spedite vennero incidentalmente schizzate di arancio nell’aprire un flacone di tintura, le fece asciugare e le inviò comunque ai negozi. Ebbero successo, e successivamente le maculazioni aranNon solo, ma il fatto di dare tanta importanza alla sistematica era come affermare: “Occhio, se non conoscete le effimere, i loro nomi latini e le imitazioni relative catturerete ben pochi pesci”, cosa che, anche se nessuno l’ha mai detto in modo esplicito... insomma, non è così che funzionano le cose. Il pescatore da verdina, giallina e rossina, se dotato di senso dell’acqua e di un buon feeling con le cose della natura, bagnerà sempre il naso al Pam bibliofilo che, perfettamente capace di diagnosticare un’effimera in volo, stenta a interpretare le leggi del fiume. La conseguenza è che da allora la conversione dei pescatori verso gli altri ordini di insetti è stata lenta, incerta, a tratti zoppicante per arrivare, oggi, finalmente ad uno spettro non solo completo, ma ancor più ricco e razionale di quello dei Pam di tanti altri paesi. Le imitazioni dei tricotteri iniziarono la loro “carriera” italica con le imitazioni clonate dai modelli di Hardy, le cui ali però erano assai rialzate, si arrivò poi ai modelli di Mario Riccardi, primo tra tutti la famosa “Sedge miniature”, che tanto miniature non era, essendo costruita su ami dal n. 8 al n. 16. Ecco come Mario ne parla nel suo libro “Le mie mosche”: – Per me è la mosca più importante in assoluto. Buona soprattutto di sera, da maggio in poi. È una mosca

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A fronte in alto: la Sedge miniature di Mario Riccardi, finalmente una sedge con le ali al posto giusto, derivata da un’idea di Hans Gebetsroither. Qui sopra: sedge fly costruita secondo il “sistema inglese”, con le ali abbastanza alte sull’addome. Qui a sinistra in basso: eppure Ronalds oltre un secolo prima aveva mostrato come legare le ali per imitare i tricotteri (particolare della tav. IV del libro citato), il tricottero era allora determinato come Limnephilus flavus, detto Sand Fly. Qui a destra: esempio di imitazione squilibrata. Nulla le può impedire di cadere rovesciata, per poi adagiarsi di lato sull’acqua. Le barbe dell’hackle, spinte tutte in basso dalle ali aderenti al corpo, durante la caduta fungono da deriva e la mosca scende rovesciata con le ali in basso. Occorre cambiare diverse cose, intanto la lunghezza delle barbe, poi l’apertura e l’angolazione delle ali, eventualmente eliminare l’hackle a palmer, oppure inserisce una “deriva” sopra le ali.

cio vennero apposte ad arte. Bizzarro effetto collaterale dell’incomprensibile psicologia del pescatore a mosca. Oppure un ulteriore esempio del misterioso potere del famigerato spot arancio.

Anche Mario considerava quindi la ali verticali nelle sedge fly tipiche del “sistema inglese”. Ed anche questa è una cosa piuttosto curiosa. Infatti se andiamo a riesumare il libro del Ranalds del 1836 (The Fly Fisher’s Entomology), che sancì l’indissolubile matrimonio tra pesca a mosca e scienza, vedremmo che già da un secolo le imitazioni dei tricotteri venivano proposte con ali montate esattamente come le realizziamo oggi, reclinate all’indietro a coprire parzialmente l’addome. Ma la vita è strana, la mente dell’uomo è strana, strane le sue logiche, come i suoi processi cognitivi, spesso impegnati a fare a cazzotti con le abitudini e le insicurezze... È vero, parliamo di costruzione di mosche artificiali, che nell’economia globale influiscono come una molecola d’acqua durante un’alluvione, ma se consideriamo che lo stesso meccanismo si replica anche nelle cose vitali per l’intero pianeta... Comunque lasciamo queste cose alla filosofia e torniamo alle mosche artificiali, ch’è meglio. Mario afferma che la Sedge miniature nacque negli anni ‘50, ma dovette rimanere privilegio di una setta ben ristretta se per quattro lustri il “sistema inglese” continuò a fare scuola. Ma molti Pam, lungo i fiumi, vennero rimandati a ottobre. Poi a ottobre non è che le cose

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potere delle sedge fly, nello stivale (non nei wader) la fantasia s’è davvero scatenata. Come del resto anche per i plecotteri e poi per tutto il resto, dai più diabolici chironomi ai ragni ed agli alieni, fino alle famose Chernobyl. Ma se si sono assemblati eserciti di raffinati tricotteri per le acque più difficili, per i torrenti e le acque veloci e mosse in genere i “vecchi” dressing dominano ancora la situazione. L’hackle a palmer e poi quello in testa sembrano ancora fondamentali, giacché offrono buone imitazioni capaci di galleggiare a lungo e, soprattutto, di attirare i pesci. Del resto una buona mosca è destinata a restare tale, se legata al finale nelle opportune condizioni. E non invecchieandassero meglio... Un’altra sedge realizzata non proprio come Dio comanda (che fosse un pescatore lo sappiamo già) veniva nel frattempo proposta dal De Boisset, nella serie Gallica, si tratta di due modelli ultrafamosi: la sedge diurne e la sedge nocturne, ma le ali sono ancora molto alte, circa a 40-45°. Il motivo probabilmente è da ricercare nel bisogno di rendere questi modelli più galleggianti possibile. A tal fine erano dotati di un hackle montato a palmer lungo il gambo, montaggio che comporta un problema se le barbe sono lunghe e le ali a tetto si adagiano sopra l’addome: la mosca cade rovesciata poiché le barbe si concentrano tutte sotto le ali e qui creano una resistenza tale che fa ruotare la mosca durante la caduta libera. La foto mostrerà chiaramente cosa intendo. Volendo mantenere il modello ricco di hackle non resta che sollevare le ali in modo da liberare quelle barbe che altrimenti verrebbero schiacciate. Le alternative sono: accorciare sensibilmente le barbe dell’hackle a palmer, sostituirle, ad esempio, con un bunch in Cdc, oppure apporre dei “bilanceri” che ne contrastino l’effetto, come ad esempio alcune fibre di pelo di cervo apposte sopra alle ali. Questi sistemi sono tutti funzionali, se realizzati col giusto equilibrio. Ed infatti negli anni della “tricotterizzazione” del pammismo italico se ne sono viste di tutti i colori. Una volta finalmente consapevoli del diabolico

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Qui sopra, vecchia illustrazione delle due sedge di Chamberet della serie Gallica: sedge du jour e sedge du soir. Qui sotto, i tre modelli dei dressing, da sinistra: Brown Sedge, Pheasant Tail Sedge e Silver Sedge.


rà mai, fintanto che non si estingueranno i famigerati insetti dalle ali pelose a tetto e dalle lunghe antenne. Proponiamo quindi, alla luce di questa sbrodolata storicopammista, tre dressing di Enzo Bortolani improntati al più sano classicismo possibile, leggermente attualizzato per aggiungere alcuni piccoli tocchi opportuni, anche perché, se l’uomo prima o poi non rinnova qualcosa, sta male. Figuriamoci il pescatore, eterno frustrato dai mille rifiuti. DRESSING Il primo modello proposto è una leggera variante della sedge du jour (al centro nella foto qui sotto), ma con l’ala in una più opportuna posizione, vale a dire appena sopra l’addome. La chiameremo Pheasant Tail sedge, giacché con la coda di fagiano sono fatte le ali ed il corpo. Per evitare che

due ali accoppiate a falda di tetto comprimano le barbe del palmer verso il basso sbilanciando la mosca si è ricorsi a due piccoli accorgimenti: l’ala è una sola (curiosamente simile al modello di Hans citato da Riccardi), che poi s’incurva leggermente nella legatura, ed è tenuta angolata di pochi gradi verso l’alto, inoltre l’hackle a palmer ha barbe abbastanza corte, che eccedono di poco il raggio di curvatura dell’amo. Il corpo è in barbe di fagiano, come anche l’ala, con una sottile anellatura in rame, che conferisce qualche luccichìo, sempre attrattivo, e maggior robustezza alle abboccate. L’ala è una sezione di penna di coda di fagiano irrobustita da semplice Bostik diluito in acetone (rispettivamente 60% e 40%), operazione da fare prima del taglio su una buona porzione della lunga penna. La sequenza della

costruzione è descritta nella successione delle foto. La Pheasant Tail Sedge rappresenta la perfetta mosca da caccia, ottima specialmente dal tardo pomeriggio a sera inoltrata, caratterizzata da ottimo galleggiamento, va utilizzata anche in piena corrente. Inadatta al pattinamento, va usata in caccia, su bollata o in presenza di tricotteri. Come periodo è valida già da aprile e fino a luglio inoltrato, è la tipica “sedge du jour” di Chamberet, come tipologia costruttiva, un poco attualizzata come materiali e tipologia. Il secondo modello proposto è una Silver sedge, imitazione di O. albicorne, tricottero inconfondibile, ubiquitario, di media-grande dimensione: è difficile trovare torrenti privi di questa specie, considerata dagli entomologi la più evoluta tra i tricotteri da un punto di vista di

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Foto 1 - Si fissa in coda un bunch di barbe coda di fagiano ed un filo di rame sottile.

Foto 2 - Si preleva dalla coda di fagiano una sezione, dopo averla irrobustita col collante descritto.

Foto 6 - Si selezionano due hackle di gallo, una rosa naturale ed una grigio azzurra. Le barbe devono essere un po’ piÚ lunghe della hackle a palmer.

Foto 5 - Si fissa l’ala in fagiano, preparata come descritto.

Foto 8 - Si avvolgono le hackle e le si fissano, infine si conclude la mosca con nodo e vernice.

Foto 9 - Vista di 3/4.

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Foto 3 - Si appone una hackle di gallo, poi si forma e si chiude il corpo. Infine ci si porta col filo in coda.

Foto 4 - Si avvolge l’hackle verso la coda, lo si blocca, si torna col filo in testa, si avvolge il rame e lo si blocca.

Foto 7 - Si fissano in testa le due hackle.

Foto 10 - La sedge ambientata.

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Foto 2 - Si forma l’asola, che poi verrà ritorta..

Foto 3 - Si realizza il corpo della sedge.

Foto 1 - Si forma il dubbing lungo il filo, con la cera.

Foto 5 - Si forma un’asola col filo. Foto 6 - Nell’asola si introduce un bunch di pelo di lepre dopo averlo pareggiato.

Foto 7 - Si ripartisce il pelo lungo un paio di centimetri e si ritorce l’asola.

Sequenza di costruzione della Silver sedge.

evoluzione filogenetica. La mosca è leggerissima e l’ala è fragile, ma sono aspetti direttamente proporzionali all’efficacia. Costruitene in buon numero: non vi basteranno mai. La realizzazione è semplice e veloce. Questo modello ha una prerogativa: se penetra la superficie non estraetela, lasciatela agire anche sott’acqua, completate la passata come se pescaste con un’emergente o uno spider, basta tenerlo in leggera tensione, abbastanza

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per percepire le abboccate. Il corpo è in dubbing misto, di opossum e pelo sintetico argentato, non ha anellatura e nepppure hackle nel corpo, l’ala è in piuma ricavata dal collo di germano reale femmina (la stessa della Peute), irrobustita con Bostik diluito, l’hackle è in pelo di lepre, montato col sistema dell’asola, aperto e apparentemente disordinato. Cattura (se il pesce è in vena...) tutto il giorno durante tutta la stagione,

sia con cielo azzurro che coperto, ed ovviamente è ottimale quando appaiono, anche se sporadici, gli O. albicorne. Il terzo modello è una Brown Sedge. Ha corpo in dubbing di opossum misto con pelo sintetico giallastro, anelli addominali in rame sottile. L’Hackle a palmer è rosso naturale, con barbe di lunghezza moderata, avvolto dalla testa alla coda in senso contrario all’anellatura. L’ala è formata da una piuma del


Foto 4 - Si sceglie una piuma adatta (occorre prima irrobustirle con Bostik diluito).

Foto 5 - La si sovrappone all’amo e la si blocca col filo.

Foto 9 - Si avvolge il pelo di lepre.

Foto 10 - Ecco formato il collarino di galleggiamento, nonchĂŠ torace e testa.

Foto 8 - Ecco il dubbing pronto per il collarino.

Foto 11 - Fatto il nodo finale, la sedge è terminata.

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Foto 3 - Si avvolgono come giĂ descritto nella Pheasant Tail Sedge.

Foto 1 - Si prepara il dubbing in asola. Foto 2 - Fatto il corpo, si fissano il filo di rame in coda e un’hackle in testa.

Foto 4 - Si sceglie una delle alette preparate con piuma di petto di germano maschio.

Foto 7 - Si fissa in testa una piuma di pernice screziata.

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Foto 5 - Si appone l’ala e la si blocca schiacciando inevitabilmente parte delle barbe.

Foto 8 - Avvolta e fissata la piuma si conclude la mosca.


Foto 9 - La Brown Sedge è terminata.

Foto 6 - Si appone un moderato buch di pelo di cervo, che fungerà da equilibratore, oltre a contribuire a visibilità e silhouette.

petto di germano reale maschio. È bene montare alcune fibre come equilibratori, in pelo di cervo, serviranno sia alla visibilità che ad aumentare la massa delle ali se vista da una certa angolatura dal pesce, inoltre è più visibile anche al pescatore, ma, soprattutto, la faranno cadere sempre diritta. In testa si avvolge una hackle di pernice screziata bianco e nero con barbe lunghe, reclinata all’indietro. La Brown sedge è ottima in tutto l’arco della giornata con ogni tempo, obbligatoria con cielo coperto. Va lanciata in tutte le zone con acqua lenta, nelle buche, negli anfratti tra i macigni, a lambire i sassi che sorgono dal letto, per quanto le pozze sembrino piccole, la si lascia ferma quanto possibile per poi, con leggerissimi impulsi, la si “conduce” verso il centro del fiume, o comunque sempre in direzione opposta alla riva.

“È un vecchio trucco Jedi” direbbe Skywalker, se i Jedi pescassero a mosca. In effetti l’accorgimento di lanciare la mosca nel sottoriva opposto, lasciarla indugiare in acqua lenta, anche se poco profonda, per poi tirarla leggermente verso la corrente in modo che questa se la porti a valle è un trucco che spesso funziona. È uno di quei “segreti” del quale molti pescatori vanno gelosi. Se una trota addocchia la mosca, ma non la va a prendere perché poco convinta o non sufficientemente motivata dalla fatica necessaria, non è difficile che quando la vede finire in corrente e scappare verso valle si decida. Una preda che scappa aggiunge sempre uno stimolo estremo per un predatore, stimolo che spesso vince la sua inerzia e la sua perplessità. Ottima sulla bollata e, ovviamente, perfetta negli sfarfallamenti di P. montanus, altro tricottero ubiquitario in torrente.

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L’attesa Marco Sportelli

Considerazioni, emozioni e ricordi a ruota libera, ma con pragmatiche soluzioni a tanti piccoli problemi dell’attrezzatura. “L’attesa” è un po’ quella del Pascoli, ma evidentemente il grande, depresso poeta, dopo l’attesa, non ha mai preso un pesce trofeo.

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Sullo sfondo: si rilascia una bella preda. Sopra: un minaccioso temporale sta convogliando sul fiume in contemporanea col pescatore. Qui a sinistra: trota fario del fiume Pliva. “Alla prima bollata l’ho scambiata per la lontra che ogni tanto faceva capolino nella buca. Alla terza c’era già un grosso plecottero (amo 8 filo 0.20) che scendeva a scatti la corrente.”

A A

spetto e desidero talmente la primavera che quando finalmente arriva quasi mi dispiace: non so più cosa desiderare. Anche se poi, da buon malato di pesca a mosca, se in una giornata di fine maggio con cielo terso e sole splendente qualcuno mi fa notare “Bel tempo oggi, eh?”, riesco a rispondere “Mmmm... sarebbe meglio con una perturbazione in arrivo...”. E quest’anno la primavera s’è fatta attendere... Qualche coraggiosa avanguardia d’insetti ha sfidato acqua e freddo fuori stagione, ma il grosso delle truppe è ancora in cerca del giusto momento, freme d’impazienza: aspetta il sole. Anche le mie mosche, che hanno svernato buone buone nelle loro scatole, ora mi sembrano più irrequiete, anche loro fremono d’impazienza: aspettano acqua, limpida e corrente. Attesa - Nessuno sa più cos’è, e meno che mai i giovani. Basta premere un tasto, accendere un PC, un sms, prendere un aereo e tutto è immediatamente a portata di mano. Per una ricerca scarichi da internet e per una maglietta basta chiedere e domani sarà già nel cassetto perché anche noi genitori, che vogliamo vederli subito felici, ci siamo dimenticati d’insegnar loro l’attesa. L’attesa è un amplificatore di sensazioni, un catalizzatore d’emozioni, un intensificatore di sapori di cui ormai abbiamo smarrito la ricetta. Attendere il periodo giusto dell’anno, attendere la schiusa, attendere la sera, cardini culturali della pesca a mosca, sono stati irrimediabilmente rimossi. La pesca a mosca, nella visione romantica del termine non è per tutti, richiede propensioni d’animo in disaccordo con fretta, con sempre e subito, con certezza di risultato. Molti pescano, ma pochi ormai possono definirsi pescatori a mosca: temono la solitudine, non sanno gestire la noia.

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Qui a sinistra, esuvia di libellula: insetti grossi, mosche grosse... pesci grossi. I pesci grossi sono quelli che tutti vorremmo, ma la dimensione è assai relativa, così come una trotella di 30 centimetri in un piccolo ruscello prossimo alle sorgenti è una preda più che soddisfacente, in un grande fiume del piano oppure in una ricca sorgiva rappresenta una delusione, sono altre le prede che qui vorremmo (foto qui sotto, ha gradito una sedge emergente, amo 14 filo 0.16): fario, magari un tantino enfatizzate dal grandangolo e da una maliziosa inquadratura. A destra, le sorgive di Bars. E solo a primavera riesco a far bilancio dell’anno precedente. Durante i grigi mesi invernali ricordi e emozioni si sono addensati e condensati. Certi sono lentamente sedimentati, altri, come panna nel latte, sono rimasti a galla e pervadono i miei sogni caricandomi d’aspettative. Quel posto che riaffiora più spesso alla mia mente, di cui fantastico durante il lungo inverno diventa un po’ il “mio posto”. C’è quel qualcosa su di lui che conosco come nessun altro conosce. È qualcosa d’intimo. L’itinerario per l’anno in corso di solito parte da qui, è presto fatto: si miscela la panna, quel qualcosa che ormai è diventato tanto personale da appartenerci, ad un po’ di latte fresco e si parte. Finalmente a pesca - Mi muovo con fretta calcolata, voglio arrivare al “mio posto” per la schiusa del pomeriggio, non prima. Di questo fiume, dove la pesca è fatta di ricerca ed appostamenti mirati, ho foto mentali ad alta risoluzione, ma se non bastasse nell’agendina ho riportato: “piana 67, due belle trote bollano sull’altra sponda”. E quella che dà nome alla piana già la conosco. Quando mi affaccio ad una buca so di avere una sola possibilità, quella di aspettare che le impressioni sensoriali,

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che i dettagli quasi impercettibili raccontino la loro versione. Intuizione: (dal dizionario) “Somma di deduzioni semplici e logiche basate su normali percezioni, ma che la parte evoluta del nostro cervello non è in grado di collegare”. E deve succedere subito, prima che la parte analitica prenda il sopravvento. Nella luce radente del tardo pomeriggio un germano taglia la piana in diagonale tirandosi dietro lentamente, come un velo da sposa, la sua scia sull’acqua, ma lo sguardo si focalizza là, dove una piccola deformazione appare tra due vene d’acqua. Bolla... che meraviglia! La bellezza della pesca a mosca è più legata al gusto estetico del lancio, della posa e della lenta salita di un pesce sul nostro artificiale piuttosto che alla taglia oggettiva della cattura, ma devo ammettere che il “pesce trofeo” è ciò cui inconsciamente miro, una possibilità


che velatamente persiste ad ogni singolo lancio. Cos’è un “pesce trofeo”? Difficile definirlo. Una fario di 30 cm in un micro-riale mi fa tornare a casa con l’aria soddisfatta di gatto Silvestro che, in barba alla nonna, ha appena catturato Titti, mentre se dopo una lotta sfiancante mi accorgo che quella attaccata al mio streamer è una grossa, grassa iridea da riserva probabilmente ho l’aria allibita di Will Coyote mentre sta precipitando nel burrone. Esistono pesci grandi per il posto, per la tecnica, per le aspettative. E poi esistono pesci grandi in assoluto. Enormi animali che di solito si trovano su copertine di riviste americane od imbalsamati in qualche trattoria locale. Più raramente pinneggiano nel fiume e raramente, molto raramente, incrociano la nostra mosca. Beh, non rodetevi il fegato, le foto sono fatte da professionisti: un grandangolo e la giusta inquadratura fanno miracoli, e

quelli delle trattorie... beh, quelli sono stati sicuramente presi con il verme, o con la rete, o trovati spiaggiati, morti di vecchiaia. Comunque esistono, e se ne parla quel tanto che basta da mantener viva la nostra “possibilità”. Le catture però sono quasi sempre prerogativa dei locali. Li individuano nel periodo di frega, conoscono il posto, l’ora in cui tentarli e cosa proporgli. L’incontro con questi esemplari per il pescatore di passaggio è quasi sempre fortuito a meno che non frequenti zone no kill o riserve di pesca. Ci sono acque che più di altre mi caricano di quest’aspettativa: ovviamente i fiumi del piano, quasi tutte le risorgive e qualche tratto di torrente così scomodo ed inaccessibile da farmi credere di essere l’unico essere umano a frequentarlo. Aspettative peraltro quasi sempre disattese. Il Gacka mi è da testimone. Ad ogni avvallamento o dietro ogni grosso ciuffo d’erbe acqua-

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Bollate insignificanti. Solo la distanza dal cerchietto alla punta della coda tradisce la sua taglia. Lancio facile su pesce facile: sono pesci selvatici che praticamente non hanno mai visto una mosca artificiale. La giusta luce, una schiusa in atto, un magnifico pesce nato e cresciuto in acque libere che bolla: un momento che ho atteso e sognato per mesi. Un istante perfetto. Un attimo d’infinito! Al primo passaggio corretto si gira pigramente di lato ed azzanna la mia piccola sedge. Non attendo e ferro, immediatamente, impazientemente troppo presto. L’ho appena punta tant’è

tiche, ovunque là dove il verde diventa grigio azzurro, immagino la presenza di vecchie trote e la concreta possibilità di catturarle. Aspetto con impazienza la sera, si abbassa il sole all’orizzonte, si allungano le ombre e proporzionalmente anche la taglia dei pesci attesi, ed a quasi buio percepisco intimamente che ogni bollata potrebbe essere quella giusta. Non ho mai salpato un trofeo dalle sue acque. Eppure è perennemente in cima alla mia lista. Entro in acqua silenziosamente. A filo di sponda arriva già alla vita. Azzardo qualche passo ed il pesce è a tiro. Continua a bollare. Posizionato a pelo d’acqua rompe la superficie con ritmo regolare e nessun dispendio d’energia. che dopo pochi minuti ricomincia a bollare, ma ignora sistematicamente i miei artificiali. Davanti a me un altro pesce mi provoca con continue salite. Non ho pazienza e non so resistere ad una facile preda così lo catturo. Ora però questa trota che persiste a cercare la corrente mi fa perdere tempo e disturba la piana. C’è qualcosa di meglio cui mirare. Guardo a monte. Il grosso pesce è sparito, così, silenziosamente, senza il battito d’ali del fagiano, senza fruscio d’erba del capriolo. Sparito in quel modo soprannaturale che hanno: non li vedi fuggire o schizzare nella tana. Semplicemente svaniscono. Ho scambiato un pesce di qualche chilo con uno

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Nelle foto, catture realizzate nei vari pellegrinaggi, in alto a sinistra e in basso a destra: riproduttori di marmorata reimmessi nei Nk Friulani. Si sono fatti convincere solo con emergente sul 16 e filo del 0.12. La difesa modesta delle marmorate e la vita di vasca sicuramente ha facilitato il salpaggio, a sinistra al centro e sotto, trote selvatiche del centro-sud. Qui sopra, piana del fiume Pliva.

bate in quelle persone che provengono dallo spinning. Difficile capire se questa pratica orienti il pescatore verso pesci di taglia o se sia stato il desiderio di pesce di taglia ad orientare il pescatore prima verso lo spinning, perché tecnica idonea allo scopo e poi, una volta evoluti alla mosca, a conservare quest’attitudine. Non è certo il mio caso: pescavo pescetti a passata e l’infantile piacere di veder sparire il galleggiante è stato sostituito

dall’ancor più infantile piacere di vedere sparire la mosca in bocca al pesce. Un piacere visivo, comunque. Il gusto della cattura termina nel momento che ferro il pesce e lo sento in canna. La lotta ed il successivo recupero mi annoiano ed è anche il principale motivo per cui odio le iridee e la loro interminabile difesa. Perdo giornate su trotelle che bollano e se incappo in qualcosa d’interessante è sempre un caso.

di qualche etto. C’è sempre da imparare e questa lezione di pesca la vorrei archiviare sotto la “O” di Ode vivente all’impazienza dei predatori, ma poi cambio idea e la metto sotto la “A” di Asino. Sono-un-ASINO! Per ottenere risultati occorre insistere, perseverare, programmare un approccio particolare al fiume tralasciando o mettendo in secondo piano aspetti tipici della nostra disciplina. L’ostinazione nella ricerca del pesce di taglia è comunque una peculiarità personale, credo legato al imprinting iniziale. Ad esempio ho notato molta più propensione verso il pesce trofeo e al necessario utilizzo di streamer e grosse ninfe piom-

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Qui a sinistra: guadino a rete larga e filo sottile. Assolutamente consigliabile per grandi prede, se volete riuscire ad infilarcele dentro senza che la corrente vi trascini a valle lo strumento. Qui sotto: le tre posizioni della canna sotto la trazione di 1 Kg citate nel testo, se ne osservi la considerevole flessione.

Mi sposto in cerca d’altri pesci, recupero il mio compagno di pesca (non mi fido a rientrare in acqua in quel punto con poca luce) e quando torno all’incrocio delle due correnti l’acqua è quasi nera contro il cielo grigio. Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. Dove ho tentato la bella trota nel tardo pomeriggio, ora, delicate, regolari bollate me la fanno immaginare a pelo d’acqua concentrata su qualcosa d’invisibile. C’è qualcosa di magico quando uno di questi pesci, accorgendosi di avere un amo in bocca, fa esplodere la superficie muovendo enormi quantità d’acqua. Il primo sentimento è sempre il medesimo, incredulità: come fa un pesce di qualche chilo ad attaccarsi a questa moschina? La seconda sensazione è impotenza e angoscia: la canna si piega come un fuscello e sicuramente il sottile nylon non reggerà. La terza... La terza non c’è, è istinto: l’adrenalina è già in circolo, la parte evoluta del cervello perde il controllo, tutto viene da sé. La trota è ormai stanca, ma l’acqua da sponda a sponda è profonda e veloce. Eugenio mi riprende in video e se la ride dei miei maldestri tentativi, immerso fino alla vita in piena corrente, di far entrare un pesce più grande del pur capiente guadino. Il filo dello 0,20 ha la meglio sull’amo del 16 che si apre liberando il pesce. Fa nulla, nell’agendina ho qualche altro appunto da ripassare e chilometri di fiume da esplorare.

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Di solito vi porto con me in giro per fiumi, quest’anno perdonatemi, vi annoierò con qualche pedanteria. I grossi pesci su cui sono saltuariamente incappato pescando a mosca secca mi hanno evidenziato l’inadeguatezza del sistema e la certezza che con qualche accorgimento si possa incrementare di molto la possibilità di portarli a riva. I punti marginali su cui lavorare sono canna, ami, filo, nodi, finale, guadino, ma il principale è solo uno: Pigrizia. Uno dei sette vizi capitali e mio cavallo di battaglia (ma sarà poi un vizio capitale? Non ho proprio voglia di andare a verificare). Come tutti i veri pigri non è che non faccio le cose. Ne faccio un sacco di quelle che assolutamente non dovrei e tralascio di fare quelle che non avrei mai dovuto tralasciare. Faccio chilometri in macchina, ore di cammino in riva al fiume e poi le rare volte che gli eventi si allineano a mio favore non mi prendo quei due minuti necessari a controllare filo e mosca. Sono in una posizione scomoda, è freddo, è buio, ho le mani bagnate, il pesce può smettere di bollare, magari neppure si degna di guardare la mia mosca... Vero, vero, tutto vero, la scusa alla mia (nostra) indolenza è già bella pronta dentro una delle mille tasche del gilet. E se invece della scusa in quella tasca ci mettessimo la soluzione? Ho un vecchio ricordo. Capito a casa di un accanito garista a passata e lo trovo intento ad esaminare con la lente d’ingrandimento, uno ad uno, gli ami

e le legature appena fatte. “Beh, non ti sembra esagerato?” “No, se sono quelli che utilizzerò per la finale del campionato nazionale!”. La soluzione che ho adottato parte proprio da questo flash back. Partiamo con ordine analizzando e soppesando i punti marginali. Per pigrizia ed indolenza non ho cure.

La canna - Rispetto allo spinning paghiamo ancora dazio per raggio d’azione e profondità sondabili, ma là dove il fiume è ancora torrente, o l’ac-


qua è poco profonda, o tra gli erbai di una risorgiva il gap tecnico veramente si assottiglia. L’unica differenza è legata alla canna. Forzare un grosso pesce lontano dagli erbai o dalla tana non è solo questione di diametro di filo. Le nostre canne, avendo come caratteristica principale la necessità di far volteggiare una coda, e come caratteristica immediatamente successiva la leggerezza non sono esattamente idonee allo scopo. Avete mai provato ad applicare un solo kg di trazione ad una canna da mosca? A 90° non ci riuscite, a 45° nemmeno, con il pesce sotto di voi la canna si piega in maniera impressionante ed il cimino è quasi all’altezza dell’impugnatura (vedi foto). Per esercitare un kg di trazione la canna si dispone quasi parallela all’acqua, perde completamente la sua flessibilità ed ancor peggio i due, tre metri che, abbassando la canna, siamo costretti a cedere al pesce per forzarlo al limite di rottura sono spesso, in ambienti ristretti, sufficienti a farlo intanare.

Come già accennato il nostro attrezzo si flette in maniera inconsulta, ma qui non c’è margine d’azione se non scegliere la canna più potente compatibilmente all’ambiente, o dedicarsi allo spinning... Canna sotto test - L’ho detto, la primavera s’è fatta attendere, i fiumi erano alti e beh, qualcosa si deve pur inventare. Ho fatto prove sulla flessione della canna e test su ami e nodi. Esercitare un chilogrammo di trazione con la nostra canna da mosca sembrerebbe nulla eppure, alla prova dei fatti, si è rivelato più di quanto ci è possibile. La canna utilizzata è una 8 1/2” #6 ad azione di punta. Ho sovrapposto tre immagini che condividono il punto di aggancio. Sono partito in verticale ed ho abbassato progressivamente la canna alla ricerca del primo punto in cui riuscissi a sollevare il grave appeso alla carrucola. Nella posizione “a” la canna è già molto bassa e piegata in maniera

impressionante. Sto usando tutta la mia forza, anche se temo di romperla, eppure la leva di svantaggio è talmente a mio sfavore da impedirmi ancora di sollevarlo. Arretrando gradualmente, la canna si abbassa ulteriormente e in posizione “b” finalmente qualcosa, a fatica, si muove. Un pesce ferrato con la canna in verticale e che in fuga esercita un kg di trazione è fisicamente inarrestabile fino a quando la canna è nel punto “b”, a meno che non ci si aiuti con la seconda mano. Nel punto “c” riesco già agevolmente a gestirlo. Come si può facilmente intuire la leva di svantaggio si riduce progressivamente all’abbassarsi della canna per azzerarsi con il perfetto allineamento al punto d’aggancio, tant’è che quando il pesce se ne sta andando ci viene spontaneo allungare il braccio allineando alla canna anche polso-gomito-spalla al fine di azzerare le leve. Da notare che ho impugnato al limite del carbonio, impugnando vicino al mulinello, come d’abitudine, sarei in totale balia del pesce.

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Ami - Non sono tutti uguali.

Foto C

Quelli a filo fine, leggerissimi, che prediligiamo per le nostre eteree imitazioni galleggianti si aprono o si spezzano in un attimo. Ho inoltre notato, facendo qualche esperimento con il dinamometro, che nelle mosche realizzate con ami economici il carico di rottura al nodo si riduce di molto. Una buona lente ha svelato l’arcano: gli ami più prestigiosi hanno occhielli perfetti e bordi arrotondati, gli altri imperfezioni che tagliano come rasoi. Uso sempre ami senza arQui sotto a sinistra, foto A: amo di elevata qualità. Trazionato da g 1000 a g 2000 si flette senza superare il limite elastico: a riposo ritorna nella forma originaria. A g 2500 si spezza. Evidentemente è più acciaioso del successivo. Foto A

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Qui sopra, foto B: amo identico al precedente, ma a filo fine. A g 1500 si deforma permanentemente e perde la presa. Non può essere troppo acciaioso, altrimenti si spezzerebbe ancor prima e con facilità. Foto B

Qui sotto a destra, foto C: amo economico. Trazionato da g 1000 a g 2000, già oltre i g 1000 supera il limite elastico e rimane deformato permanentemente. A g 2000 perde la presa e... addio pesce.


Da quanto esposto si può dedurre quanto già sappiamo: - quegli ami meravigliosi, leggerissimi, che fanno veramente volare le nostre mosche sopra il pelo dell’acqua non sono adatti al pesce di taglia; - la qualità costa, ma gli ami di marca surclassano quelli economici per finiture (vedi imperfezioni dell’occhiello) precisione nella forma e soprattutto qualità d’acciaio utilizzato; - gli ami grandi sono proporzionalmente più robusti; - poco etico e simpatico da affermare, ma nei miei test gli ami che han perso la presa se avessero avuto l’ardiglione (presumo) non si sarebbero sganciati.

Qui sopra a sinistra, foto D: amo economico del n. 14, la misura più utilizzata in assoluto: come alla foto C, ma perde la presa a g 1500. Qui sopra a destra, foto E: la condizione degli ami dopo il Crash Test, dall’alto: Amo leggero Amo robusto Amo economico Amo economico n. 14

diglione, per necessità: in molti posti è tassativo; per pigrizia: è molto più veloce rilasciare il pesce ed anzi percepita la taglia modesta basta allentare la tensione per liberarli; per buonsenso: arreca meno danno ed in caso di rottura se ne può liberare. Ho notato che il numero di pesci slamati è irrilevante. Irrilevante però non significa “zero” ed anzi sarà che quelli grossi mi rimangono più impressi, ma sono proprio loro che si sganciano più di frequente. Una valutazione emotiva, certo, ma può essere verificata con uno strumento oggettivo: la macchina fotografica. Nella scheda

scoprirete cosa succede agli ami sotto trazione. Bene, ora nella mia scatola d’artificiali c’è un piccolo scomparto con qualche imitazione completa d’ardiglione ed in quella da costruzione un sacco di bustine d’ami di cui non so più cosa farmene. Crash test. Ho sottoposto a trazioni progressive tre tipologie di ami del n. 10 ed un n. 14. Da notare che il punto di aggancio è ottimale in quanto l’asola di nylon si dispone automaticamente al centro della curva (punto di minor sforzo) mentre l’aggancio casuale in bocca al pesce sposterà quasi sempre il fulcro verso la punta dell’amo facilitandone l’apertura. Considerate però che un ardiglione dimensionato (come ad esempio nei vecchi Mustad) e non schiacciato, ostacolando la completa penetrazione della punta aumenterebbe la leva in modo ancor più negativo, con la sensibile accentuazione delle fenomenologie mostrate e carichi di rottura e deformazione ancora più bassi di valore. Comunque gli ami moderni hanno ardiglioni piccolissimi. Il risultato del test è abbastanza impressionante.

Filo - Il carico di rottura del nylon moderno è enorme, già uno 0,14 è difficile da rompere con la canna, ma siamo costretti a strapparlo tirando direttamente dalla coda di topo. Questo in teoria, in pratica spesso si rompe con nulla, ma ci arriviamo. In qualsiasi occasione utilizzare sempre e comunque, compatibilmente con la taglia della mosca, il maggior diametro di nylon possibile. Meglio esagerare per poi ridurre solo se necessario. Nodi - Punto critico, assieme

all’usura del nylon, di tutto il sistema. L’elevato carico di rottura iniziale si riduce drasticamente al nodo, sia tra filo e filo sia sulla mosca. Più il filo è costretto dal nodo a fare una curva secca più si indebolisce. Questo è il motivo per cui, in ami medio-piccoli, quelli generalmente utilizzati per la mosca secca, il nodo che stringe sulla testa, qualunque esso sia, è più performante. Non tutti i nodi vengono perfetti, anzi la variabilità è enorme ed imponderabile: nodi che sembrano “perfetti”, fatti con filo appena uscito dal negozio e nella serenità casalinga, testandoli in maniera oggettiva cedono a trazioni inaccettabili. Immaginate quelli fatti con poca luce, con una grossa trota che bolla davanti e con nylon già usurato da qualche ora di pesca! Per rendersi conto del motivo per cui perdiamo

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Nodi - Il CS Knot, l’Harvey, il clinch migliorato ed il triplo surgeon sono tutto ciò che serve. Il CS è ottimo per piccole mosche, facilissimo da eseguire anche al buio e semplice da rimuovere dall’occhiello: è il mio preferito.

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L’Harvey è più performante del precedente in quanto stringe la testa della mosca non con una spira ma con due. E’ più adatto ad ami medio grandi e la rimozione dall’occhiello richiede pazienza.

Il triplo surgeon ed il clinch migliorato sono noti a tutti, ma per la sequenza esecutiva e tutto ciò che so in proposito potete visitare anche il nostro sito (www.forlifly.it) alla pagina Nodi & Finali.


mosche in bocca al pesce è sufficiente al cambio mosca prendere in una mano il filo, nell’altra l’artificiale e dare un colpo secco. Due volte su tre si stacca quando invece, per strappare un semplice 0.14 con le mani, se non volete tagliarvi dovreste utilizzare i guanti. Sequenza fotografica in alto e serie di disegni al centro: come effettuare il CS Knot. Foto in basso: il portalenze coi tratti conici già predisposti per le varie esigenze.

Finale - Sono pigro l’ho già detto e quindi la pigrizia mi ha fatto aguzzare l’ingegno. Come già esposto tempo fa (Chernobyl Ant - Fly line Speciale dressing 2006) il mio finale finisce con un’asola sullo 0,25 e rimane montato

alla coda con una goccia di attack per mesi. Quello che cambio di frequente è la parte finale. A casa costruisco il resto della rastremazione (0,20 – 0,18 – 0,16) che termina nuovamente con una piccola asola sullo 0,14 su cui loop to loop alterno i vari terminali per le piccole mosche secche. Se devo passare ad un grosso terrestrial avvolgo velocemente mosca, terminale e scalatura alla scatola delle emergenti, sgancio il clinch dall’asola sullo 0,25 ed in un attimo sono pronto a collegare filo dello 0.20 e relativa esca. Questo sistema è ottimo per la pesca ordinaria, ma per pesci XL occorre un altro approccio. Partiamo da qui, dallo 0,25. Di questo mi fido anche dopo una giornata di pesca. Di tutto il resto no. Nodi involontari ed abrasioni sono in grado di far cedere il finale in qualsiasi punto. Vi è mai capitato? A me sì. A volte il grosso pesce appare dal nulla, inaspettato, ma più spesso, soprattutto se peschiamo a galla o a vista, abbiamo coscienza del nostro avversario o perlomeno il posto ed il momento ce lo fanno sperare. Ed è proprio questo il momento di giocare al meglio le nostre carte. C’è solo un posto dove possiamo fare un lavoro perfetto: il nostro tavolo da lavoro, quindi la scalatura, comprensiva di terminale e mosca già legata, deve essere già pronta, e testata. Ho modificato un porta lenze in foam. Ha 5 gole, ideale per due terminali preparati con filo dello 0,14 e mosca del 16, due con filo dello 0,16 e mosca del 14 ed uno con filo dello 0,18 e mosca del 12. Le mosche le scelgo fra le più probabili ed eclettiche per quel momento e ad ogni modo se le dovessi cambiare sarebbe l’unico nodo su cui concentrarmi una volta in pesca. L’amo è robusto e con ardiglione, il nodo di chiusura della mosca è senza colla, così da far penetrare mor-

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bidamente il nylon tra la seta. Il nodo è un CS knot per mosche fino al 16 per passare all’Harvey knot per ami 14 e 12. Il collegamento tra terminale ed il primo spezzone della scalatura non è loop to loop, ma un triplo surgeon knot: la tenuta è molto simile ad un blood knot, ma la percentuale di nodi buoni è molto più elevata, perché sì, non vi ho ancora detto che annodata mosca, terminale e primo spezzone della scalatura collego tutto ad un dinamometro e metto in trazione fino al 50% del carico di rottura. Anche così, mediamente, un terminale su tre si rompe. Proseguo con gli spezzoni successivi fino ad arrivare allo 0,20. Questi nodi sono semplici blood knot, come detto la tenuta è paragonabile, ma sono decisamente più belli, mai tralasciare il lato estetico. Arrotolate il tutto sul porta lenze, partendo ovviamente dalla mosca e portatelo con voi. Quando vi capiterà, se mai capiterà, d’incontrare il pesce della vita, togliete tutto e annodate uno di questi. Scoprirete immediatamente quanta energia serva a spezzare un nylon montato a regola d’arte perché, se anche a voi succede lo stesso, state pur certi che il vostro Compito in Classe di Pignoleria al primo lancio s’impiglierà sul ramo che, troppo presi dalla sostituzione, non avevate notato. Per l’indolenza, come ho detto, non ho cure, ma per il minuto necessario ad eseguire un semplicissimo clinch la Pigrizia potrebbe anche chiudere un occhio!

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Sopra: formula del finale “combinabile” per adattarlo, caso per caso, con le conicità ed i terminali già predisposti. Qui a destra: trota nostrana dell’italico sud, Per convincere pesci come questo ad entrare in un pur capiente guadino occorre più di “un po’ di fortuna”… Sotto a sinistra: gigairidea, Nk del Piave a Belluno.

Guadino - Deve essere grande, capiente e dove necessario a manico lungo. Per adeguarmi al pensare comune quest’anno, seppure dubbioso, ho deciso di sostituire la rada rete del mio guadino lungo con una fitta, morbida rete molto più idonea alla filosofia C&R. Errore. Il mio agile strumento di cattura si è trasformato in una vela impossibile da manovrare in corrente. Il pesce del racconto se n’è andato, tra le risate del mio compagno di pesca, proprio per l’impossibilità di essere più veloce di lui, con altri mi è andata meglio, ma solo perché li ho potuti portare in acqua lenta. Rimontata rete rada e sottile. Crediti – Tutte le trote che hanno partecipato a questo articolo non hanno subito maltrattamenti, sono salite di loro spontanea volontà su una mosca secca e dopo aver posato per la foto sono tornate indenni nel loro elemento. Si ringraziano in particolare: le ex-trote del no kill di Belluno, decimate prima dalla stupidità umana e poi dai pescatori al tocco; le marmorate dell’Etp Friuli che dopo una vita in vasca vengono mandate in pensione nei Nk, una grassa trota del Pliva che condivideva la buca con una lontra, e qualche pesce selvatico del centro-sud.

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I

LE NTERVISTE IMPOSSIBILI Paolo Bertacchini

Intervista a Aimé Devaux, un pescatore appassionato formatosi in quella generazione che, nata durante la Grande Guerra, ha vissuto la seconda con addosso una divisa. Fuggito dalla prigionia, ricercato sia dai nazisti che dai francesi collaborazionisti, per sfamare la famiglia, privata delle tessere annonarie per rappresaglia, pur vivendo alla macchia rimediava proteine vitali dal fiume pescando trote. Dopo la guerra capì d’aver imparato un mestiere, e nel giro di pochi decenni la sua capacità di costruttore divenne nota in tutto il mondo, o almeno in quel mondo formato da noi adoratori delle penne, dei fiumi veloci, delle corte canne flessibili e degli insetti che vivono un giorno.

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H H

Qui sopra, gli amici di Aimé Devaux: Oliver Kite e Maurice Simonet. Fu senz’altro Devaux a voler far conoscere al suo grande maestro Simonet il famoso pescatore a ninfa inglese. L’incontro risale al mese di maggio del 1968. Simonet morì nel 1971. Kite un mese dopo l’incontro, esattamente il 15 giugno 1968.

o un sogno ricorrente, dal quale mi risveglio sempre con un certo malessere. Mi trovo a pescare in un torrente che, in realtà, non esiste. Svolto a sinistra, dopo aver costeggiato il fiume che mi ha visto nascere, ma questa volta la strada non finisce tanto bruscamente e giungo in una valle del tutto sconosciuta. Eppure conosco molto bene quei luoghi. È, infatti, fra quelle quattro case che abbiamo voluto farci sposare dal nostro insegnante di religione. Un tipo particolare, che sapeva farsi voler bene. Quando gli venne assegnata tale remota destinazione, uno

scomodo paesino di mangiapreti, era subito entrato in osteria ordinando un bicchiere di vino, quindi si era rivolto ai presenti dicendo loro: “Io tengo per la Juve”. Poi aveva scatenato l’inferno, ma a poco a poco era riuscito anche a conquistarseli tutti. Venne addirittura aiutato dall’intera popolazione a sistemare decentemente la vecchia vigna della parrocchia. Ridacchio ricordando altri episodi che lo riguardavano, e dei quali avevo avuto diretta esperienza, quando una voce alle mie spalle mi fa alzare di scatto dallo scoglio sul quale ero comodamente seduto.

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Aimè Devaux seleziona una delle proprie mosche in una scatola lussuosissima, almeno per quei tempi. A destra potete invece ammirare il fly box che lo accompagnò per anni: la scatoletta del Monsavon, un sapone emolliente per la rasatura. Qui sotto, la Devaux 928, piccolissima effimera su amo n.18. Nessuno, al momento, è ancora riuscito a clonare le moschette di Aimè, pur essendo state ricostruite da innumerevoli flytyer in infinite salse.

della sua camola da temolo, da lui denominata “Fulmine”. Ho sempre avuto l’impressione che tu non sia mai stato particolarmente formalista... C’est vrai. Abitavo sulle rive dell’alto fiume Ain, nel Giura. Da giovane i miei amici di Champagnole mi soprannominavano “la loutre”, ossia la lontra, predatrice di trote e temoli, ma regina delle acque vive. In seguito, quando le mie mosche divennero famose, mi trovavo sempre in imbarazzo nel sentirmi chiamare “Monsieur Devaux”. A costoro replicavo subito che preferivo essere soprannominato “Memé”, così come ormai tutti si rivolgevano a me. A quando risale il tuo primo approccio con la pesca a mosca? Avevo iniziato a pescare a mosca all’età di 12 anni. Il mio maestro è stato indiscutibilmente Maurice Simonet (1893

Allons enfants de la Patri-i-e, le jour de gloire est arrivé!

L’intervista Accidenti, a questo punto devo veramente iniziare a preoccuparmi: lei è il quarto grande personaggio che... Direi proprio che non sia il caso. Anzi, con l’occasione suggerirei di darci del tu. Non ricordi che ci eravamo conosciuti esattamente quattro anni prima della mia morte? Già, è vero, era il 1981. Lei... tu eri uno dei membri della nazionale francese in Lussemburgo, nel lago di Echternach, in occasione del 1° Campionato del Mondo di Pesca a Mosca... ... ed alloggiavamo nel medesimo albergo. Mi chiedo perché in tali momenti i nostri colloqui siano stati tanto brevi. Perché provavo un certo timore reverenziale nel trovarmi al cospetto di uno dei miei punti di riferimento. Ma ora che le primavere alle mie spalle si sono fatte ben più numerose, infatti ho all’incirca la stessa età che avevi tu quando ci siamo incontrati, mi farebbe piacere poter recuperare il tempo perduto.

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D’accord! Potresti dare una definizione sintetica delle tue mosche secche? Le mie mosche hanno alcune interessanti caratteristiche. Innanzitutto avevo trovato il modo di utilizzare anche le piume larghe di un collo di gallo collocandole come “hackle di spinta”, e di far galleggiare perfettamente le mie imitazioni persino nei tratti caratterizzati da acqua particolarmente mossa, dal momento che con questa modalità costruttiva non si incollano lungo il corpo. Inoltre erano rese pressoché indistruttibili, data la tipologia di montaggio loro conferita. Reputo, infatti, demoralizzante legare sul finale un artificiale che si disfa alla prima abboccata della trota. Come riuscivi a realizzare imitazioni tanto valide? I miei segreti erano sostanzialmente due: il sistema per impermeabilizzare preventivamente le hackles e la procedura per inclinare correttamente le ali. Non li rivelerò mai, d’altronde anche il vostro Dante Zavattoni fu sempre reticente sulla composizione chimica nella quale teneva a bagno la lana che utilizzava per la realizzazione del sottocorpo


– 1971), il più famoso frequentatore del fiume Ain. Pescava per nutrire la propria famiglia dall’apertura sino all’ultimo giorno consentito, mentre per il resto dell’anno costruiva zoccoli. Inoltre riforniva di pregiate prede acquatiche l’hôtel Ripotot di Champagnole, sul cui percorso privato svolgeva anche il compito di guardapesca. Di lui Charles Ritz in “Pris sur le vif” (1953) scrisse: “Devo ammettere che fra tutti i pescatori che ho avuto il privilegio di seguire in riva al fiume, Simonet è quello che mi ha impressionato maggiormente”. Sei stato ispirato dalle sue mosche? Mais certainement! Rappresentano quelle che da noi vengono definite mosche “paysannes”, ossia “contadinesche”. Maurice ne utilizzava prevalentemente due: una rossa marrone con corpo rosso ed una grigio acciaio con corpo giallo.

E quest’ultima è diventata la tua preferita. Oui, assieme ad un esemplare che si discosta poco da essa, la “Jean-Marie” di Gabriel Née, altro eccellente pescatore della mia terra. Le ho riprodotte entrambe denominandole rispettivamente A4 ed AK4. Sul mio finale avevo annodato proprio quest’ultima quando ci siamo conosciuti, ricordi? Già, quando la cosa mi interessa so avere l’occhio lungo. Me n’ero accorto. Come sei diventato pescatore professionista? Avevo iniziato a lavorare come ebanista. Poi scoppiò la guerra nel ‘39, quindi nel ‘40 venni catturato ed imprigionato in Alsazia. Riuscii ad evadere nel 1941 dandomi subito alla macchia. Mi rifugiai nella zona libera vivendo a LonsLe-Saunier ed a Chatillon sur Ain, ma ero ricercato sia dalla polizia francese che da quella tedesca. Per rappresa-

glia i miei familiari vennero addirittura privati della tessera annonaria. Fu così che, per necessità, divenni pescatore professionista. Barattavo trote con pane, patate, carne, burro... tutto ciò che mi era possibile portare a casa. E poi? Finita la guerra perseverai in questa attività, anche perché il lavoro scarseggiava e, d’altro canto, avevo perso dimestichezza con la mia mansione precedente. Naturalmente pescavo con mosche realizzate interamente da me, di concezione decisamente particolare. Iniziarono ad essere apprezzate e richieste, quindi incrementai i miei proventi con la loro vendita. Il mio primo importante cliente fu la ditta Pezon et Michel, con la quale venni messo in contatto grazie ad un industriale, Monsieur Bourdei. Fui, tra l’altro, preveggente anche perché con l’entrata in vigore nel 1962 della Legge Guillon venne vietata la vendita di trote, temoli e salmerini catturati nelle acque pubbliche al fine di tutelare il patrimo-

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nio ittico francese limitando, di conseguenza, anche il bracconaggio. Come preferivi pescare? Stando in acqua ogniqualvolta era possibile farlo. La mia corporatura massiccia e la conoscenza del fiume mi agevolavano molto. Ho sempre privilegiato un approccio diretto con il pesce. Davi molta importanza all’abbigliamento? Non ho mai fatto della poesia sulle rive del fiume. Nella maniera più assoluta. Avevo, questo sì, le mie convinzioni, dettate da circa mezzo secolo di assidue frequentazioni dei corsi d’acqua. Ad iniziare, per l’appunto, dall’abbigliamento, che preferivo di tonalità ver-

dastra in modo da meglio confondermi con la vegetazione circostante. Utilizzavo perennemente i waders, dal momento che per effettuare la mia azione di pesca mi trovavo, come detto, spesso in acqua. Portavo a tracolla un piccolo guadino del quale mi servivo con una destrezza sorprendente ed uccidevo subito il pesce per riporlo in un cestino verde, che preferivo in plastica anziché in vimini. Ma, per carità, niente da damerino: un paio di robusti waders in gomma o pvc, un cappello del medesimo colore, un ampio cestino verde ed una giacca di cui mi servivo indifferentemente sia per la pesca che per la caccia. Dannatamente simile al giaccone di mio padre, che conservo ancora...

Sopra: Olive Kite al morsetto sotto osservazione dei coniugi Devaux. Sono gli anni pionieristici, gli anni del mito, quelli nei quali la pesca a mosca era all’apoteosi della sua poesia. Grazie ad essa i fiumi divennero un paradiso, gli insetti, le trote ed i temoli i frutti succosi da cogliere, l’acqua che corre un fiume di sottili piaceri e la creazione delle mosche un sogno per accompagnare le notti trascorse tra fili di seta, piume d’uccelli e genuini bicchieri di vino. A destra: Aimé a pesca nell’Ain. Si nota anche qui il pesante mulinello a molla al quale non rinunciava: un po’ di peso in più per guadagnare tempo di pesca.

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Lo so. E per l’altra attrezzatura? Très simple. Riponevo spesso le mosche in una scatola metallica che in precedenza aveva alloggiato il Monsavon, un eccellente prodotto francese per la rasatura. Talvolta le alloggiavo in una scatola trasparente a cellette, di quelle portaminuteria. Ero un pescatore istintivo. Spesso cercavo a lungo in essa il modello che mi suggerivano il buon senso o l’intuizione. Ti meravigli? Allora si vede proprio che non hai mai conosciuto Oliver Kite, eccellente pescatore inglese che fu allievo di Sawyer. Venne a trovarmi nel 1968, e mi piacque subito. Anche lui era un pescatore molto pratico, pensa che come contenitore per le sue nin-


Dal testo: “Facciamo così: prendi questo documento e studiatelo bene. In esso troverai un’agevole rispondenza fra le mie mosche e le specie di effimera che esse intendono imitare. Poi analizza accuratamente gli insetti del tuo fiume”.

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fette utilizzava la scatola di una crema di bellezza della moglie, e che per esaminare il contenuto stomacale del pesce aveva rabberciato il materiale plastico che proteggeva l’indicatore direzionale di un’automobile, casualmente finito in prossimità del suo corso d’acqua. Quale spiegazione può essere attribuita ai tuoi successi in azione di pesca? Alcuni sostengono che la pesca con la mosca finta rappresenti una forma d’arte estremamente difficile, prerogativa di un ristretto numero di persone. Sciocchezze! Così come le affermazioni secondo cui io avessi segreti, trucchi o, peggio, effettuassi addirittura degli atti di bracconaggio. Sta di fatto che provocai incomprensibili invidie, ed alcune associazioni mi rifiutarono persino il permesso per poter pescare nelle loro acque. L’unica spiegazione che posso darti è rappresentata dal fatto che mi

Qui sopra: la trota da Kg 6,4 catturata a ninfa negli anni ‘60. Aimé Devaux a pesca nell’Ain. Qui sotto, alcuni modelli originali, da sinistra: Devaux 911 serie 2; Devaux 834 serie 6; Devaux 836 serie 5; Devaux 828 seroe 6; Devaux 929 serie 5.

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sono sempre trovato in perfetta armonia con la natura. Tutto qua. Pensi che sia difficile riuscire a clonare adeguatamente i tuoi modelli? Tout le monde ha riprodotto le mie mosche. Talvolta con risultati assai apprezzabili, in altre circostanze in maniera alquanto sconcertante. Hackles di errata colorazione, corpi tozzi e sproporzionati, eccessivamente appesantiti mediante molteplici avvolgimenti del filo di montaggio. In questi casi si è letteralmente perso lo spirito delle mie creazioni. Eppure Henry Pethe, esperto in materia, è stato piuttosto chiaro in “Montage des mouches artificielles. Traditions - Evolutions” (1995). Bisogna limitare all’essenziale gli avvolgimenti in quanto la conicità dell’addome viene ottenuta semplicemente imprigionando l’hackle di spinta. E poi occorre utilizzare il tergal, un filato particolare simile a quello usato per la legatura degli anelli nelle canne, che per un certo periodo venne venduto in bobine nelle misure 40 e 60 dalla società che porta il mio nome. Hai mai provato a smontare una delle mie mosche? Prova a farlo, magari fotografa ogni sequenza, e capirai meglio ciò


che di dover sostituire la mosca galleggiante con due piccole sommerse per avere ragione di temoli posti al centro del fiume. Le sceglievo fra quelle poco fornite, che alleggerivo ancora di più nel collarino per mezzo di una precisa dentata. Non l’avrei mai detto! Già, ho sempre pensato che sia l’uomo a doversi adeguare al pesce, e non viceversa. che ti sto dicendo. Ricordi una cattura che ti ha dato particolare soddisfazione? Une fantastique. Era una trota di sei chili e quattrocento grammi, che presi negli anni ’60. Per mezzo di quale mosca ti fu possibile ingannarla? Beh, adesso così, su due piedi... Suvvia, tanto la cosa rimane tra noi. Con una ninfa.

in azione di pesca. D’altro canto, ragiona un poco. Vedi davanti a te un mostro del genere, che inequivocabilmente si sta facendo una scorpacciata di ninfe, e tu cosa fai? Corri il rischio di spaventarlo facendogli passare sulla testa una delle mie splendide mosche secche, oppure cerchi di giocarti da subito quella che potrebbe essere la tua unica chance legando sul finale un’adeguata riproduzione di quanto rappresenta il suo cibo del momento?

Cosa?

Stai aprendo una porta già spalancata.

Come già ti ho detto, non facevo poesia

D’altro canto talvolta mi capitava an-

Come si svolgeva, di solito, la tua azione di pesca? Il mio stile di pesca venne definito “un armonioso equilibrio, una giusta sintesi fra il funzionale e l’economico”. Ed infatti limitavo al massimo i falsi lanci, curando molto la prima posa della mosca alla quale sono affidate le più grandi possibilità di successo. Non ingrassavo assolutamente le mie mosche, in ragione del trattamento preventivo delle hackles di cui ti ho parlato, ma il finale sì. Questo dal momento che di solito la trota non viene spaventata da quanto galleggia. Praticavo la pesca in wading, sino a dove la profondità dell’acqua me lo consentiva. Avevo forti braccia e sapevo lanciare lontano, ma attaccavo il pesce il più vicino possibile tentando di avvicinarlo o aggirarlo. La ferrata, infatti, è più efficace a 10 metri che a 15 o 18. Pescavo quasi unicamente le trote a mosca secca lanciando a monte o tre quarti a monte, mentre il temolo lo insidiavo a valle presentandogli sempre la mosca prima del finale. Ero in possesso di un colpo magistrale per distendere la coda verso valle, a monte della bollata evitando il dragaggio. In definitiva ho sempre cercato di avvicinarmi alla trota il più possibile, in modo da ottenere una miglior presentazione della mosca ed una ferrata più efficace, d’altronde questo era anche il punto di vista di Skues. Quali accorgimenti adottavi per non spaventare il pesce? Imprecavo contro certi visitatori, parigini soprattutto, che giuravano sulla necessità di dover ricorrere a finali con il tratto di punta estremamente sottile... e prendevano pochi pesci benché ve ne fossero ancora parecchi. Avevo orrore di poter pescare in questo modo. D’estate,

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Aimé Devaux a pesca nel fiume Ain. La capienza del cestino indica chiaramente le intenzioni del pescatore, perfettamente in sintonia “ecologica” con la durezza dei tempi. Qui sotto: Aimé sistema il pesante mulinello automatico (con recupero a molla) sulla canna. A destra in alto: la Jeck Sedge, n. 432C della serie 9C, con hackle parzialmente in Cdc, la preferita da Aimé. In basso: Devaux 916 serie 6, su amo 18.

in presenza di acque basse, utilizzavo piccole mosche secche prive di ali e con hackles piuttosto rade. E come attrezzatura? Avevo iniziato con canne in bambù, ma con l’avvento della fibra di vetro adottai definitivamente una canna di 9’3” della quale apprezzavo sia la solidità che l’indeformabilità. Come mulinello, invece, rimasi sempre fedele ai pesantissimi modelli automatici, soprattutto il modello Abeille creato da Julien Cordel, sia a bobina verticale che orizzontale, i quali - come tutte le soluzioni - vantano estimatori e detrattori. Ero perfettamente cosciente del loro peso eccessivo, ma mi consentivano un grande guadagno di tempo. Mi occorreva, infatti, un attrezzo in grado di evitare inutili perdite di tempo, dal momento che il mio motto era “rapidità, precisione, efficacia”. Sottolineo ancora il fatto che non facevo poesia a bordo d’acqua. Tuttavia interrompevo spesso l’azione di pesca per raccogliere insetti da riprodurre. Purtroppo il primo mulinello semiautomatico ideato da Franco Vivarelli venne immesso in commercio solo nel 1984. Si trattò di un’intuizione davvero geniale, e parecchio scopiazzata. Anche dai miei connazionali.

È stato Maurice Simonet a farti ap-

Pescavi spesso di sera?

giornata avevo già compreso se avrebbe avuto luogo o no il coup du soir, se sarebbe stato tardivo o precoce e se sarebbe stato di breve durata. Intuivo dove avrei avuto maggiori possibilità di trovare qualche bella trota in attività. Non ero incalzato dal coup du soir, vivevo quei momenti con estrema serenità. Siccome la mia vista iniziava a diventare debole, talvolta chiedevo al mio occasionale compagno di pesca di annodarmi una mosca sul finale e ne preparavo tranquillamente un paio già montati che arrotolavo attorno al mio cappello dopo aver bevuto un bicchiere nel piccolo bar locale. Di solito la sera sparivo nei miei luoghi preferiti, accuratamente studiati durante il giorno. Pescavo quasi unicamente in acque pubbliche.

Abitavo in rue Progin a Champagnole e dal mese di giugno pescavo regolarmente la sera quasi sotto casa. Prima di mettermi in azione attendevo con calma la schiusa della grande sedge, l’Odontocerum albicorne. Nel corso della

Parliamoci chiaramente, per pescare con la mosca finta non è indispensabile conoscere l’entomologia. Esistono ottimi pescatori che, tuttavia, riescono a

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malapena a districarsi in questo campo. Eppure è importante, l’ho sempre giudicata importantissima, prova ne sia il fatto che le mie realizzazioni di mosche galleggianti ammontano a circa 250 complessivi modelli, in cui le Effimere la fanno da padrone. Trascorrevo molto tempo nell’osservare e raccogliere le mosche. Ero un osservatore instancabile ed un attento ricercatore in quanto provavo costantemente nuovi modelli e li modificavo per migliorarne l’efficacia. Non sono mai stato un fautore dell’imitazione esatta, e sapevo benissimo che in certi momenti occorreva ricorrere ad imitazioni della “Mouche de la SaintMarc” (Bibio marci - Hawthorn Fly in inglese), oppure della “Mouche de la Saint- Jean (Bibio johannis - Black Gnat in inglese), ossia di moscerini o mini-moscerini, anziché alla riproduzione di effimere. Nella mia collezione, infatti, troverai al n° 428 della serie 22 l’Altière, un’eccellente creazione di Raymond Rocher che, nelle varie misure, le imita tutte.

Che rapporto avevi con l’entomologia?


prezzare questa famiglia di insetti? Anche. Ma, in realtà, fu Léonce de Boisset ad aprirmi completamente gli occhi. Ci conoscemmo sull’Ain, ed in quella circostanza volle acquistare tutte le mosche che avevo con me. Poi diventammo amici e mi contagiò definitivamente con il suo amore per gli Efemerotteri. Diceva spesso che “La vita delle Effimere è un meraviglioso capitolo del libro della natura, uno dei più fecondi insegnamenti sul mistero universale degli esseri, uno dei più propri a suscitare l’interesse del sapiente, la riflessione del filosofo e l’ammirazione di chiunque ricollega la creazione al Creatore”. Ho il solo rimpianto che un testo eccellente come “Gli insetti di Fly Line” di Monsieur Roberto Messori sia stato pubblicato dopo la mia morte. L’avrei tenuto a portata di mano nella mia libreria, pronto per essere consultato frequentemente. Quando iniziava la tua stagione di pesca? Come noto ero essenzialmente un pescatore a mosca secca dal mese di aprile, raramente prima. Credevo alla ninfa ed argomentavo già in termini di suo appesantimento rispetto alle acque rapide e profonde

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di media montagna, ninfe che avessero la forma di vere ninfe o larve ma, anche e soprattutto, che fosse loro conferita un’andatura naturale all’esatto livello di azione. Potresti suggerirmi una selezione delle tue mosche? Siamo alle solite. Sapessi quante volte mi è stata posta questa domanda! Potrei risponderti solo parzialmente, d’altro canto i miei modelli preferiti sono assai noti. Facciamo così: prendi questo documento e studiatelo bene. In esso troverai un’agevole rispondenza fra le mie mosche e le specie di effimera che esse intendono imitare. Poi analizza accuratamente gli insetti del tuo fiume. Ma dove diamine hai preso.. beh, lasciamo perdere.

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Infatti. Cosa pensi del cul de canard? Compresi in fretta la redditività delle mosche derivante dall’utilizzo del cul de canard, che negli ultimi tempi utilizzai come variante di una delle mie sedge preferite, la n° 420 della serie 9. Se potessi dare una definizione di te

stesso, come ti descriveresti? Mediante parole non mie, ma con quelle che tanto magistralmente ha saputo scrivere il caro amico Raymond Rocher in “Randonnées d’un pêcheur solitaire” (1984): “Tutti noi abbiamo i nostri difetti, Devaux non sfugge alla regola. Ma coloro che pescano e fanno delle mosche per gli altri, come coloro che pescano e scrivono per gli altri, hanno tutti qualcosa di buono. Essi si sforzano di mettere il meglio di sé stessi nella pesca, nel loro lavoro, nelle loro mosche o nei loro scritti. Devaux ha messo nella pesca e nelle sue mosche non solamente tutta la sua esperienza di pescatore professionista ed il suo lavoro, ma anche il suo buon senso di abitante della Franca Contea ed il suo entusiasmo. Non è un caso unico, ma è un caso tipico. Dovrebbe essere un esempio per molti dei giovani d’oggi troppo intellettuali e troppo legati ai principi, spesso inclini alla facilità e, ahimé, talvolta così presto indifferenti”. Come diventaste amici? Ricordo che venne a conoscermi il 9 agosto 1963, al suo rientro dalla Ger-


Pagina a fronte: la Devaux 805, imitante le piccole Pale Olive. Qui a destra: Aimé a pesca nel “suo” Ain e coi suoi cani da caccia, amava in particolare i griffoni francesi.

mania. Lo portai a pescare a valle di Champagnole in uno dei miei angoli preferiti, il percorso di Trabot ricchissimo di mosche acquatiche e di trote dalla difesa assai forte. Già, il fiume Ain tanto poeticamente celebrato da Léonce de Boisset riuscì a stregare anche Raymond, ed in seguito le sue frequentazioni furono assai numerose. Ai primi d’agosto del 1965, ad esempio, appena rientrato dai fiumi dell’Austria solo una trota sapientemente cucinata da mia moglie riuscì a fargli dimenticare gli indigesti salumi affumicati di cui si era dovuto nutrire in precedenza.

In tanti hanno parlato di te come di un personaggio arguto e divertente. Mi divertivo spesso a fare un “giochetto”. Come ti ho detto, ero solito pescare con l’acqua sin quasi alle ascelle. Talvolta mi rivolgevo al mio compagno di pesca invitandolo a raggiungermi per prendere un pesce che si trovava quasi a portata di mano. Le vecchie lenze se ne guardavano bene dal farlo, ma i pescatori occasionali mi si avvicinavano baldanzosi e, immancabilmente, facevano subito l’amara conoscenza con le fredde acque del mio fiume.

Se ti venisse chiesto un giudizio sintetico della tua vita, cosa risponderesti? Ho avuto una bella vita. Certo, mi è capitato di attraversare momenti di estrema difficoltà, nei quali è stato necessario stringere i denti per poter andare avanti. Si fa presto a parlare di fame, ma certe situazioni occorre averle vissute per potersi esprimere con cognizione

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di causa. Hai una moglie ed un figlio che ti attendono a casa e per il loro sostentamento non ti rimangono che il tuo fiume ed un pugno di moschette finte. Non v’è alcuna forma di poesia in quell’azione di pesca, devi solo catturare il più possibile ed anche piuttosto in fretta, nonché valutare attentamente i tuoi movimenti in quanto sei ricercato dall’Autorità. Forse in quei momenti riemergono in te gli atavici istinti dei tuoi antenati.

serali delle infinite effimere, i voli scomposti dei goffi tricotteri, gli odori dei boschi che avviluppano completamente tutti gli esseri presenti sul bordo dell’acqua... sì, in quei momenti ho vissuto davvero nella poesia più bella di questo mondo.

E poi?

Io e Denise abbiamo iniziato nel 1954-1955. Poi, come dicevo, negli anni ’60 stipulammo un accordo commerciale con la prestigiosa ditta Pezon et Michel. Volli a tutti i costi mantenere sempre una produzione relativamente limitata, ma di qualità, quindi rifiutai senza indugio alcuno la richiesta di cinquantamila dozzine di mosche all’anno, avanzata da un grande distributore americano.

Quindi ho messo a frutto la mia esperienza. La costruzione delle mosche è diventata la mia attività principale, mi ha procurato fama internazionale e proventi per affrontare degnamente la vita. Ciò mi è bastato. Devi, infatti, pervenire ad un giusto equilibrio fra il lavoro e le cose a cui tieni veramente. Ho avuto la fortuna di sposare una grande donna, Denise, che ha saputo aiutarmi ed incoraggiarmi quando ve n’era bisogno. E poi il fiume, il mio magico Ain, scorreva a due passi dalla mia abitazione, sempre in grado di ammaliarmi con il suo irresistibile richiamo. E le eleganti danze

Quali evoluzioni ha avuto la tua attività di costruttore professionista?

Non so proprio in quanti avrebbero completamente rifiutato una proposta del genere. Qui a sinistra: Aimé Devaux appare in un famoso articolo dell’epoca che lo descrive e lo ritrae in pesca. Si noti l’immancabile mulinello a molla. Qui sotto: Devaux 806 serie 5, piccola effimera spent. A destra in alto: Aimé col suo immancabile giaccone verde ed i waders “ascellari”. A destra, scorcio del fiume Ain.

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Je ne sais pas. So soltanto che io preferivo bere un bicchiere al bistrot locale e quindi scendere sul fiume anziché trascorrere ogni momento della giornata nel tentativo di incrementare al massimo la mia produzione di moschette finte.

Rigorosamente galleggianti.

morte da tempo.

La ditta che porta il tuo nome nel frattempo ha diversificato la propria gamma di artificiali.

Ma, in tutta sincerità, cosa pensi del cul de canard?

C’est vrai. Ci si è avvalsi anche dell’esperienza di altri pescatori francesi, quindi attualmente ruota a 360 gradi su tutte le tipologie costruttive, ivi inclusa la vendita di prodotti direttamente legati alla pesca a mosca. Alcune nuove serie, poi, hanno rappresentato una vera e propria meteora e non vengono più prodotte. Molti dei miei stessi artificiali, infine, compaiono persino con una hackle in cul di canard e sono contrassegnati dalla sigla “C”. Perché? C’est simple: la moda, la concorrenza, la fame di modelli innovativi. Soprattutto le nuove generazioni sono particolarmente sensibili alle novità dell’ultima ora, mosche che talvolta mi suggeriscono l’idea di essere state ideate la domenica sera ed immesse in commercio il lunedì mattina. All’alba. Come se i punti d’arrivo dei grandi pescatori del passato... Appunto. A proposito, devo dirti che Lassù abbiamo apprezzato molto anche “Magie immerse”. Come ha detto uno di noi, hai saputo riportare in vita le storie dei grandi pescatori del passato e di moschette finte... che si ritenevano

Ho appena finito di leggere sull’argomento “Cdc Evolution” di Monsieur Mauro Raspini: un altro lavoro eccellente edito da Fly Line. Ritengo il cul de canard un materiale molto interessante, ma non necessariamente sostitutivo dell’hackle in collo di gallo. Quantomeno, non in certi modelli. Io stesso, ad esempio, avevo iniziato ad utilizzarlo come variante in alcune delle mie mosche. Come ti ho detto, ero anche cacciatore, soprattutto di beccacce. Dedicai a Jeck, un griffone francese ed il miglior cane da ferma che abbia mai avuto, quella che divenne una delle mie sedge preferite, la n° 432C della serie 9C. Ad essa, infatti, avevo aggiunto in testa una piumetta in cul de canard, ed i risultati furono assai entusiasmanti. È senz’altro la riproduzione di tricottero alato che utilizzo più frequentemente. La realizzo su un amo del n° 16 a gambo lungo: corpo in filo di montaggio verde oliva, ali in piuma del petto di germano femmina, hackles in gallo rosso naturale e cul de canard. Semplice, esile e quanto mai veritiera. Oui, ma tieni presente una cosa. Spesso la sera annodavo sul mio finale

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un’imitazione enorme di tricottero, un trucchetto che avevo insegnato anche a Raymond Rocher. E posso assicurarti che quell’esemplare, di taglia ben superiore a quella degli esemplari presenti sulla superficie del fiume, riusciva spesso a riservarmi piacevoli sorprese. Insomma, sei stato un grande catturatore di pesci. Que signifie cela? Forse che tutti noi andiamo a pescare semplicemente per fare della filosofia? Cher ami, quando non ho più avuto bisogno di pesci per poter sopravvivere ho sempre rimesso in acqua le trote ed i temoli da me ingannati. Tranne nei momenti in cui mi servivano per cibarmi o da offrire a qualche amico. Léonce de Boisset, ad esempio, impazziva letteralmente per i temoli annegati nel burro, così come cucinati da Denise. Naturalmente in quei momenti non facevo mai mancare sulla mia tavola un paio di bottiglie di Vouvray di Rochecorbon: la mia ospitalità era proverbiale e stavo accogliendo un vero buongustaio, nonché raffinato in-

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tenditore di vini. Producevi molte mosche? C’est indiscutibile. Ma ho sempre privilegiato una produzione di qualità rispetto alla quantità, di conseguenza nella mia ditta operavano al morsetto solamente una diecina di donne. Per tale motivo, come già ti ho detto, ho rifiutato la faraonica richiesta del grande distributore americano. Negli anni ’70 ricordo di aver esibito con orgoglio un catalogo a colori interamente dedicato alle mie creazioni da parte di una società italiana, che aveva sede a Firenze. Denise controllava quotidianamente

Qui sopra, la Devaux 917 della serie 6, la preferita da Raymond Rocher come imitazione delle pale watery. Qui a destra: Devaux 804, perfetta per imitare diverse dun di Baetidae. In alto a fronte: Denise Devaux impegnata al morsetto.


torrente?

ogni esemplare appena realizzato ed accantonava immediatamente le mosche che, a suo parere, denotavano anche la più piccola imperfezione. Io passavo subito dopo, e con alcune di esse rifornivo la mia scatola di Monsavon. Per quale motivo ti trovi ora in questo

Lassù era appena arrivato uno nuovo, un ufficiale inglese. Non appena fatta la conoscenza di Henry Bresson e Gérard de Chamberet aveva immediatamente iniziato a criticare le loro mosche. E le mie. “Obsolete ed affatto innovative”, le aveva definite. Mi sono voltato verso l’Ain e sono immediatamente entrato in acqua esprimendo lusinghiere parole nei confronti della bella preda che avevo appena visto in attività al centro della corrente. Beh, non era affatto vero, ma mi serviva un pretesto per potergli fare il mio solito “giochetto”. Quando ho visto l’acqua entrargli allegramente negli waders mi sono sorpreso a pensare ad una piccola rivincita anche per i noti fatti di Waterloo, quindi ho subito intonato “La Marsigliese”... ed un attimo dopo mi sono ritrovato alle tue spalle. Effettivamente v’è chi sostiene che al giorno d’oggi le tue mosche siano obsolete... Parbleu, ma vogliamo davvero scherzare? E ciò cosa starebbe a significare? Le mie imitazioni d’insieme sono indiscutibilmente più razionali ed efficaci delle mosche imitative di matrice halfordiana. L’archetipo delle mie moschette secche è semplice, bien sûr, stiamo parlando di due hackles ed una codina posta all’estremità di un esile corpo in filo di montaggio. E allora? Guardiamoci attorno: le vostre moschette valsesiane sono costituite da un corpicino di seta ed un essenziale collarino, ed inoltre molti classici spider inglesi sono dannatamente simili ad esse, così come le sommerse di Walter Bartellini dal corpo in filanca. Stiamo forse parlando di imitazioni che hanno ormai perduto la loro efficacia? Sono totalmente d’accordo.

Bien. Prendiamo, poi, in esame una qualsiasi delle mie riproduzioni alate di effimera assemblata su un amo del n° 18, tanto per fare un esempio la n° 917 della serie 6. Si tratta di un’ottima rappresentazione delle Pale Wateries, tra cui il Baetis bioculatus. Detto per inciso, con essa Raymond Rocher ha più volte dato spettacolo anche nei più difficili chalk streams inglesi. Concordo, è un modello davvero eccellente. Mais oui. Si tratta di un accostamento di colori fantastico, due hackles di tonalità assai contrastanti fra loro dalle quali si dipanano due alucce che sanno tanto di vero, ed il tutto a corollario di un corpicino... esaltante per qualsiasi pesce. Non so proprio in quanti riuscirebbero a clonarla convenientemente, soprattutto su un amo tanto piccolo. Appunto! Ora ti saluto, il tempo è ormai scaduto e devo tornare Lassù. Ed anche piuttosto in fretta. A questo proposito volevo proprio chiederti una cosa. Quando... Ho già capito. Lascia perdere, ed ora accetta il più prezioso dei miei consigli. Cerca sempre di vivere con intensità ogni giorno, come se fosse l’ultimo, ed apprezza ciò che il buon Dio ti concede, ad iniziare da tutti quei momenti in cui avrai il grande privilegio di poter lanciare in acqua le tue moschette finte. Perché la vita, in fondo, è fatta di piccole cose che, quando apprezzate, riescono a rendere grande la tua esistenza. Se poi, anziché le tue, preferirai fissare le mie sul finale non commetterai di certo alcun errore, as - tu bien compris? Allons enfants de la Patri-i-e, le jour de gloire est... E, cantando di nuovo sonoramente, mi volta le spalle incamminandosi verso la vegetazione, quindi sparisce anche lui alla mia vista ancor prima di penetrarvi completamente. C’è un torrente che vedo solo nei miei sogni ricorrenti. Scorre vicino alla chiesa in cui un giorno s’insediò un parroco che conoscevamo bene. Vi capitammo dopo molto tempo, senza alcun preavviso, una sera in cui volevamo prendere

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Il tipico galleggiamento delle Devaux, si noti cone le barbe si adagino inclinate in avanti creando menischi anziché penetrare la superficie.

accordi per una cosa speciale. Era circondato da una moltitudine di ragazzini che cenavano assieme a lui, e che riusciva a governare grazie soprattutto all’aiuto delle sue sorelle. Appena fummo abbastanza distanti gli chiesi: “Don, non mi dirai che sono tutti quanti figli tuoi?”. Scoppiò in una fragorosa risata, poi mi rispose: “Naturalmente no. Il

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padre di quello sta male, e sua madre trascorre le notti con lui in ospedale. Il bambino a fianco... beh, diciamo che in famiglia ci sono grossi problemi con la Legge. E l’altro ancora...”. Me li elencò tutti, parlandomi anche di quelli che aveva invitato alla sua tavola solo per fare compagnia agli amici più sfortunati nel tentativo di portare un momento di

serenità nelle loro esistenze. Guardai la veste nera che denotava inequivocabili segni del tempo, così come le pareti dell’ampia stanza in cui ci trovavamo. In quel preciso istante ebbi la profonda consapevolezza di come quell’uomo mi avesse involontariamente impartito un’ulteriore lezione di vita. C’è un torrente che vedo solo nei miei sogni ricorrenti. Ne conosco esattamente l’ubicazione anche se, in realtà, non esiste. Quantomeno, non in quel luogo. Sono certo, tuttavia, che un giorno lo troverò realmente davanti a me, e che inizierò da subito a prendere grosse trote perché le ho viste e so anche che ve ne sono molte altre. Ma c’è ancora tempo, molto tempo. Almeno, così credo.


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Fly Line magazine n. 6-2013  

Sesta uscita della rivista per pescatori con la mosca artificiale dell'anno 2013.

Fly Line magazine n. 6-2013  

Sesta uscita della rivista per pescatori con la mosca artificiale dell'anno 2013.

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