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n. 235, anno XXXIX, (2010) PERIODICO A CARATTERE CULTURALE, INFORMATIVO, D’ATTUALITÀ E COSTUME

Casella postale 5017 – 00153 Roma Ostiense – e-mail: ferm99@iol.it sito: www.fermenti-editrice.it

1 Sommario

RIEVOCAZIONE 5 Franco Verdi (Verona, 1934-2009): il cerchio perfetto di Domenico Cara 16 Arte e scrittura di Franco Verdi SAGGISTICA 41 Tra norma e fatto. Il realismo nella letteratura americana del Novecento di Ivan Pozzoni 43 Gian Paolo Roffi, Poesie sonore 1986-2004 di Giovanni Fontana 47 Di un futurismo come “pre-testo” di Marcello Carlino 53 Scritture & avventure di Stefano Lanuzza 67 Decadenza della borghesia in Gli indifferenti di Alberto Moravia e Der Gehülfe di Robert Walser di Maurizio Basili 73 Non scrivo per divertire su Germano Lombardi di Irma Manganelli 81 Le ballate della violenza di Pasolini ovvero la condanna del mondo moderno di Carmelo Vera Saura 87 Il “noi” dell’Antigruppo poetico siciliano di Antonino Contiliano 101 Il saggio di profitto poetico nel “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” di Antonino Contiliano MUSICA 112 La vera e la falsa sostanza di Marzio Pieri 116 John Cage. Sulla scena americana dialogando con Antonin Artaud di Paola Delfino BLOC NOTES 123 di Gualberto Alvino Fermenti  1

SOMMARIO


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DIALETTI 141 La lingua franca del dialetto su Renato Pennisi e Sante Pedrelli

di Gualtiero De Santi

POESIA 148 Tra cane e lupo di Mario Lunetta 151 Soglia di attese di Domenico Cara 156 Prova a rovesciare il criterio di Gualberto Alvino 159 da Vigilia di sorpasso (2009-2010) di Marina Pizzi 162 Centone di Ariodante Marianni 164 Il Bel Paese di Gemma Forti 166 Metabolizzando il globo di Domenico Cipriano 169 Luglio postmoderno nelle cose di Raffaele Piazza 171 Andare a Volterra di Maria Pia Argentieri 174 Menti svanite di Velio Carratoni 177 Terra di Matteo Fantuzzi 178 Lo zaino di Giuseppe Vigilante 180 Poesie di Veronica Torres 188 L’acqua veloce di Paolo Guzzi TEATRO 191 Musica Rock. Bitter Drinks. Sì, io vado a casa di Marco Palladini INTERVISTE 203 “La televisione di oggi, la mia televisione di ieri”: incontro con Ugo Gregoretti a cura di Alessandro Ticozzi 208 Tommaso Ottonieri: dal Surreal-noir al Cinema come Poesia a cura di Velio Carratoni 211 Dall’arte muta dei gesti e dei ritmi del corpo al linguaggio delle parole a cura di Velio Carratoni TAVOLE VERBOVISIVE 224 Cinque tavole di Giovanni Fontana NARRATIVA 229 Delta di Piero Sanavio 236 Nilde e i mariti di Piero Sanavio 266 Magic Duet di Mario Lunetta 272 Sangue e neve di Maura Chiulli 277 Per questo mi ribello di Velio Carratoni 281 Racconti di Ignazio Delogu 298 L’isola di Antonella Calzolari 304 Inaspettata notte di mezza estate di Assia Papp 311 Risarcimento di Maria Lenti 316 Contemporary art / Premonizioni di Bruno Conte Fermenti  2


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TRADUZIONI 318 Letteratura greca di ieri e di oggi a cura di Crescenzio Sangiglio 342 D. Grigor’ev e V. Zemskich, poesia sulle rive della Neva a cura di Paolo Galvagni ARTE 351 Avanguardia: Usi e Abusi di Marcolino Gandini 354 Una storia figurativa romana tra gli anni ’60 e ’70 di Gino Guida 357 Con Emilio Villa di Renato Fascetti 368 Matteo Damiani: il linguaggio dell’immagine di Enrico Maria Guidi 370 Tilt di Claudia Manuela Turco 377 Arrivi e partenze_Europa di Andrea Carnevali 380 Mostra d’Arte “Risorgente Luna” di Andrea Carnevali RECENSIONI 384 La memoria della Resistenza di Valeria Capossela su Gualtiero De Santi

387 De opificio hominis di Donato Di Stasi su Marco Palladini

393 Marco Codebò da Samarra a Los Angeles di Mario Lunetta 395 Un romanzo a doppia faccia di P. F. Paolini di Paola Ghigo 399 Paesaggio con figure Tevere in fiamme su Pietro Civitareale su Alessio Brandolini Finestre della città e dintorni Evosistemi su Alberto Calavalle su Gianluca D’Andrea La fontana di Bakcisarai su Emanuele Navarro della Miraglia 407 Le differenze tra la Svezia di Olof Palme e quella odierna

RIPROPOSTE 408 Pagine sconosciute di Federico De Roberto a cura di Piero Meli COSTUME 421 Mala tempora currunt di Abelardo All’interno, riproduzioni artistiche di Michele Arpino, Tomaso Binga, Cosimo Budetta, Pietro Capozucca, Arnaldo Ciarrocchi, Bruno Conte, Gabriella Di Trani, Eugenio Dragutescu, Renato Fascetti, Giovanni Fontana, Marcolino Gandini, Mario Giaffrida, Salvatore Giunta, Gino Guida, Eduardo Palumbo, Sandro Pazzi, Sara Rama, Aurora Reinhard, Franco Verdi, Ettore Ximenes. Fermenti  3


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INSERTO FONDAZIONE PIAZZOLLA

MANIFESTAZIONI 427 Centenario della nascita di Marino Piazzolla (1910-2010) TESTIMONIANZE 432 Marino Piazzolla: tessuti di levità in un discorso dolente e fiabesco di Domenico Cara 442 Furori eroici e sensuali di Michele Dell’Aquila 445 Marino Piazzolla un poeta da scoprire di Pietro Cimatti POESIA 450 di Marino Piazzolla CRITICA 453 Il suo estro è poesia (su Giuseppe Marotta) di Marino Piazzolla ARTE 454 Pollock e il caos di Marino Piazzolla 463 Note biografiche

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Franco Verdi (Verona, 1934-2009): il cerchio perfetto

Conflitti di ripartizione umana e innesti di metafora in atti derisi di Domenico Cara

“Sono colto, assennato, affabile, di bell’aspetto. Uno dei personaggi di maggior spicco nell’Atene democratica del V secolo. Ombre su questo lusinghiero ritratto. Plutarco cita, in parallelo, anche gli autori che mi accusano di dissolutezza, di corruzione, di slealtà. Non posso sfuggire, come gli umani, alle insidie di un duplice profilo. Accorto e valoroso per gli uni, sono invece per altri sprezzante, frivolo, dispotico. Due figure. La loro ambivalenza.” (Capitolo 1)

Partirei da quest’ultima ipotesi di soluzione commentata, ed ecco un’intrinseca soluzione di derivazione futurista, quindi un cielo di fermenti assai vicino alle scelte di Georges Perec, più la disposizione testuale sensu Emilio Villa e, dell’avanguardia a cui da sempre Franco Verdi ha fatto parte in occasioni fondamentali e necessarie. Il legame con il gusto grafico per l’apparato scritto è disegnato come un progetto dove non si chiede mai il giorno e l’ora della fine. Per più visualizzazioni e radici, ecco inoltre in questo romanzo, gli effetti della sua vocazione al registro e direi le scarne voluttà delle scritture, rese come iconografia mobile sulla pagina che ride e s’inventa assiduamente per ritmi liberi, particolarità informali, ondosità dovute al processo sul magma dal quale puntualmente egli inizia il rito e un predominio delle prospettive. Una vicenda letteraria o, meglio, narrativa, che ha stati primordiali di fascinazione proiettiva: immagini che s’insinuano nel contesto fraseologico libero, leggende di verità proclamate su manifesto, tecniche di commozione e di strappo in un atteggiamento non a – acritico e neanche spassoso, come potrebbe essere un dadaismo posticcio o riprodotto per evocare il rancore del cadavere, riproponendo la sintesi di tanti suoi ieri nelle elaborazioni più naufraghe. “Si prosegue sulla fondamenta delle Zattere allo Spirito Santo. Si riprendono le Zattere e si lascia alla destra quel che fu l’Ospizio degli Incurabili, costruito nel Cinquecento in forme classiche, e il campiello degli Incurabili. Si varca il rio della Torresella. Si percorre la fondamenta della Torresella e si passa il ponte della Calcina. Nella pensione omonima, a destra, soggiornò John Ruskin, il letterato Fermenti  5

RIEVOCAZIONE

Per intima vanità (o per debolezza nei confronti del proprio io?) Franco Verdi ci racconta di sé “Nel cerchio perfetto” un’inedita biografia finto – imperfetta (Bonaccorso editore, pp.188, Verona marzo 2001). I pieni e i vuoti della sua progressione, il passato e il futuro, il rantolare sulla riva e le soluzioni sentimentali, i frammenti rigonfi di nostalgia sottesa e le confessioni private, altro di sé per se stesso. Lo fa nell’evoluzione e nell’istinto del romanziere, con cui scopre un indivisibile dominio fra evento e creatività, metamorfosi globali e movimenti d’istanza mimetica, culturale; in un gioco di parti puntualmente controllate, con un’ombra di horror vacui e un’estesa fluenza di opportunità sperimentali e di sistema trasognato.


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inglese amante di Venezia. È sua l’opera Le pietre di Venezia. Nella casa al N.782 morì nel 1750 l’erudito veneziano Apostolo Zeno. Al N.2082 DD abito io. I numeri N. sono del sestiere di Dorso Duro. Il ferro di prua della gondola indica i 6 sestieri. Qualsiasi veneziano saprà spiegarvelo. Quanti tramonti ho vissuto su codeste pietre, quanti passi, quanto passeggio, quanto andar a zonzo, quanto andar al dunque, quanto vagare, quanto girellare, quante corse!” (Capitolo2).

Così il linguaggio diventa esplorazione umana prima che arabesco della fantasia, apologo fonetico del dire per segni simbolici confluenti e divergenti di un’espressione ulissiaca, anziché banale idillio del risaputo, come accade alle ovvietà del romanzo naturale quando teme di disprezzare la forma abitata dall’inerzia del convenzionale. In ogni caso la quotidianità, la storia di sé si rappresentano come affresco fiabesco e ironico, multiforme, abilissimo e riflesso. Franco Verdi riparte spesso da dettati colloquiali per espropriare il movente del già conosciuto in un racconto moderno, post – ottocentesco; si avventura nella normalità di offerte culturali attente, e lo fa pertinente maniera, non studiata per aiutare il fascino espressivo della mozione auto -ironica, a cui presiede il suo stile di narratività e di vita a dignità retroattiva, e tanto meno per agevolare inedite pause. E, fra preannunci di solerzia, di traviamenti immaginifici, continua a inserire (guizzanti, disseminate, quasi in attesa d’inventare un rimario irto di spunti e di opposizioni labiali) parole di contrasto, vagabonde, cisti intense del pensiero che intende ottenere dalla propria operazione scritta in una multi – tenera e godibile nevrosi. “L’abbuono è un dono che cessa con la fine d’una pausa ritmata. Affanno d’un tentativo di ritrovarsi sull’orlo. Di stringersi le mani, da amici. Difficile se non impossibile l’amicizia tra un uomo e una donna. “Apri la mente a quel che ti paleso” sto dicendo a Maddalena parafrasando il Dante “non sarò certo io a sottrarmi all’insegnamento della logica maior e della logica minor…” “Ma stai pensando che io, Maddalena, sia vittima di forti condizionamenti, dei miei soliti ripari, infossata nelle mie solite trincee….non è così?” mi risponde francamente divertita. In tutti i sensi. Nel fango dello sciroccale, periodico espurgo.” (Capitolo 4).

Inoltre (e in principio) incomincia l’opera con una dedica, anzi un’epigrafe folgorata da un’intelligenza che nasce da antiche prove di solennità classica, finisce (dopo i 42 capitoli del libro) con un indice che è status della conoscenza individuale, contenente la nomenclatura di ciò che cita (e sa) in questa prova insolita di lavoro, forse un po’ naufraga nel flessibile mare magnum del conformismo che elabora un’idea di assoluto, sintattico ordine di trasparenza verso la cosa letteraria, peraltro illetta e tutt’altro che inseguita dalla logica di lettori aperti. “pesce civetta, pesce cofano, pesce colombo, pesce lanterna, pesce mola, pesce molaaaaaa, pesce molidaeeeeeee, pesce mmmmmmollllooooo, pesce molo molo, pesce molo de parangal, pesce molmolo, pesce moooolllllllloooo, pesce merlano, pesce merluzzetto, pesce monaca, pesce momaònaca Fermenti  6


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pesce mora, pesce macro phethalma, pesce alma mala, pesce monaca russa, pesce monachina muccosa pesce monochirus hispidus, pesce mora mediterranea, pesce mormora, pesce mormora morrrrrrmorraaaaaaa” (Capitolo14)

Dunque, un “cerchio perfetto” che definisce (o ricostruisce?) la linea della vita come un oroscopo che separa l’Autore veneziano dall’attualità, e permette di resistere (e assistere) al conflitto storico esterno a se stesso, attraverso il punto di forza vivo dell’uso che fa della materia trattata, mai patetica o non allusiva di altro “Novecento”. C’è una non letifica oasi di proiezioni mimetiche e ricognizioni nei confronti della realtà, senza devianze imitative, divertite, banali. Come accade in una percentuale piuttosto alta di coloro che si accostano alla testimonianza narrativa, egli interrompe il romanzo secondo gli slogan che la società attuale suggerisce, e mancanti di concrete attrazioni concettuali. Il viaggio quindi, grazie ai materiali impiegati per il conflitto, non è provvisorio punto di vista degli accadimenti privati di un maturo autore, di un intellettuale che si chiude in sé per lasciare consensi o indignazioni al prossimo diluvio, a irregolari lettori, ma un folto reperto di occasioni, circostanze, misure proprie e improprie di verità della devozione culturale, sotto forma di relitto acquisito, in una liricità rarefatta, versata più sulla psicologia di un’antifavola, piuttosto che in una vicissitudine estrema per consolarsene. “Rimpianto capisce Antonia ascoltando. Come in quella sera in cui aveva raccontato la sua vicissitudine al liceo: come mentre recitava per la festa di fine anno, il sipario era calato improvvisamente, perché il Preside Professore aveva deciso che bisognava ridurre il programma di una mezz’ora. “Ma perché tagliare proprio me!” aveva strillato Frank.” Perché proprio me, che sono premiato e che sono una persona di valore!”. Ma erano tutti invidiosi di me. Non andava loro che imparassi facilmente, che fossi il migliore in greco, in latino, in italiano e anche adesso, quella sera ancora, sapevo che per vendicarmi avrei fatto qualsiasi cosa. Cercando in continuazione un piano da poter noleggiare. “Va bene, ma tu che puoi farci?!” mi chiede dopo un po’ l’Antonia. “Come che posso fare?! Se un uomo vuole davvero qualcosa, se lo vuole con tutta la sua volontà, ci riesce. E non c’è bisogno di nulla…!” (Capitolo 25)

Direi che ogni capitolo, inoltre, potrebbe leggersi come rapporto assoluto di un contemporaneo che ha vissuto e vive lo stupore dell’emotività, scrutando più campi funzionali, forse raggiungendo l’isolamento che nell’opera diventa struttura aforistica, tessuto di prosa blaterante e lenta, acquisizione polemica in contatto di più eversioni e punti – luce di un poema inquieto, che non riesco a non amare, se penso che anche buoni modelli possono essere stati Gunter Grass e Allen Ginsberg, e non elementi della scuola del caos d’oggi o della sempiterna pigrizia post -impressionista. Fermenti  7


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“L’odore e il sapore di quella mela sospesa, rossa, bianca, verde, di quella mela d’Arlecchino, morsicata davanti alle amplissime finestre della mia suite all’Hotel Inter Continental di Zagreb… nuvole cotonate dal Supremo Parrucchiere del Cielo, sfrangiate appena… nuvole lievi lievi, arrossate dai raggi del sole… nuvole saporite di pane cotto al forno di casa, con sfumature instabili e inconsistenti…” (Capitolo 32)

L’ira delle scritture comunica fatti linguistici tutt’altro che opachi e convulsi, e non esistono estasi lessematico – conflittuali di tipo estroso, bensì effetti semantici civilissimi, promossi da una meditabilità dei casi, delle figure, delle fasi del raccontare che, via via, nel percorso delle pagine, si fanno concessione seduttiva, puro diario, e insieme mozione didattica e polemica non gratuita ma raffinata, conoscendo le abitudini di uno scrittore il quale, dal segreto e dall’aperto della propria origine mentale, si sposta in molte direzioni, quelle più vicine alla sua esperienza come discorso della conoscenza e catalogo conversativo, a reti e frammenti filosofici, paglie di notizie disquisitive, cartigli di conoscenza molteplice, cronache di esercizio simbolico messe sempre in primo piano. “ Ho pazienza, escatologico sguardo, a rintracciare le vene evidenti d’un marmo pulito. Il critico d’arte fa attraverso la sua opera un autoritratto per interposto artista. Ed essendo la categoria dei critici composta da benzinari eccentrici, megalocefali magalomani, amministratori di condomini, trafficanti mezzani, scaccini maremmani, eunuchi pugliesi, io Franco Verdi, Frankie The Green, faccio l’autoritratto rispecchiandomi in me. “E sono, così, lo specchio dell’artista che sono…” dico a Maddalena, la rossa, la bionda, l’atomica”… quando dico: all’artista io permetto tutto, intendo soltanto a livello estetico, a quello della forma per la forma. Non: imbrogliare, furfanteggiare. Che, se è vero artista, tali progetti non gli possono neppure attraversargli l’anticamera del cervello”. “Dicono in molti che siamo nell’epoca del postmolteplice o addirittura del postpost…” mi risponde “la post-storia permette accrediti a ruota libera… un linguaggio grazioso, ammiccante, leggero… ma i salti diacronici e / o sincronici sono permessi tanto dentro la storia, avendo presente il concetto di storia” (Capitolo 35).

Uno schema d’azione poligrafico anziché un volto di finitezze raccontate, che in verità manca nell’orbita delle forniture editoriali italiane, malgrado le avanguardie trascorse abbiano fatto del tutto per produrre fascinose aspettative e finzioni lessicali in stile francese(da cogliere in più esempi). Elegge –infatti- ovvietà e drammi di sopravvivenza in scritture prive di qualsiasi convenzionalità e quindi, in aspirazioni aforistiche di un testo, a ludi veneziani, deflagrazioni irte e convulse, fatte rientrare comunque nell’architettura barocca del suo diario, eseguito con innumerevole cura nella fabbricazione del testo medesimo, in coabitazioni sacro – pagane a contenuti e contrasti normali, anzi scopertamente capovolti. Fermenti  8


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Tra l’altro, questo volume non era previsto da coloro che conoscevano l’Autore come aedo e navigatore fantastico, disincantato despota della propria solitudine disadorna, inesorabilmente a – societaria (e magistrale efflorescenza per formazione e naturalità d’innesti e di sperimentali effluvi). “Nelle screpolature d’una terra mare sto catturando testi come funghi, codici come boleti… Farfalle sono i colori dell’alba del martedì 23 gennaio… Santo Raimondo martire…. So perfettamente dove e come cercare per ammirare ed entusiasmarmi, m’accompagna la Contessa Collo di Cigno… forse è il trucco una gemma divina… A Leningrado contempliamo il famoso codice di Leningrado……ove il testoboleto si dispone prima di un explicit, ove membranosi petali accendono le antenne della sera…. Labbra inquietanti suggono la linfa dai tonni a pelo d’onda……. I pesci di Leningrado sono piccoli, affusolati, con la testa triangolare molto nettamente delineata, con la bocca molto larga e con il labbro superiore sporgente rispetto al labbro inferiore. Sono acciughe…. Le stesse acciughe che ricorrono come immagine che aiuta la memoria, nelle coppie medioevali…” (Capitolo 39).

Ma il meccanismo e la moralità aiutano quella stessa somiglianza di sé che dona infine l’opera reale, quasi corrispettivo degli alimenti di cui si nutre l’universo del poeta, mentre in tanti si adoperano per produrre abitudini di pettegolezzo lessicale, una spocchiosità a sfondo privato, altre ricette divertenti sulla contemporaneità per un rapporto convenzionale ad assimilazione romantica, incorreggibile e falsa. Personalmente preferisco questo più adeguato uso di sé, da dove spunta Il cerchio perfetto, che non adopera per nessuna ragione la prosa di memoria, per confidare l’universo ironico che lo impone al proprio lavoro e al pubblico eventuale. E non ci potrebbe essere migliore intesa con la medesima, non transitoria, consapevolezza della prospettiva, che un tempo si diceva “impegnata” e in cui meglio riconoscersi come autori. “La Papessa È una carta incerta della sorte, orientata alle conclusioni felici. Giunone ha l’umore danzante. La Grande Sacerdotessa -si avvince alla curiosità, edera magica. The High Priestess è rigonfia d’intuito. The Female Pope tende al sogno. La Papesse è sfarzosamente immaginativa e volubile. In lettere ebraiche è Beth. È favorevole alle bambine. Si aggomitola agli affetti dettati dall’abitudine. La luna morbida, la divina substantia, la sostanza divina, la nascitura femmina, la natura maturata, natura che è creata dalla natura…….influenza femminile, illuminazioni su questioni e problemi nascosti. Rovesciata. Guardarsi dall’emotività e dall’irrazionalità” (Capitolo 40).

In ogni caso la costellazione scritta è un dossier didattico che vive, certo secondo le meno ingenue o approssimative misure, e consecutivamente al centro di un viaggio efficace e dotto, rendendo conto (da Abramo a Zeus e William Turner) una serie di ininterrotte uniformità diaristiche, esegetiche, morfologiche, rappresentative di se stesso. Dentro il medesimo cosmo di sapori sensibilmente e fluidamente commentati, e in un vasto e dialettico divertissement, non sono mai lugubri i suoi intrecci Fermenti  9


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giocosi. Nel processo alla realtà, Franco Verdi guida una visualità resa a intarsi di favola civile, umana, onnivora ed ulissiaca, guidata peraltro dalla propria esperienza sperimentale, aritmica fino alle più suadenti increspature e divagazioni, comprese nel documento in ogni caso colloquiale, ma lontano da imbalsamazioni o componenti bizantine e sommerse.” “Tu non seguirai la moltitudine per fare il male.” Poi c’è l’io, che è debole. Una porta che introduce ai miei quadri, ai miei libri d’artista, ai miei oggettisculture. Numero, misura, peso, Numerus, mensura, pondus. Un fascino misterioso”. (Capitolo 42).

Nel quadro generale Venezia quindi( e tutto il resto del mondo) è sullo sfondo di un vissuto algido, paesaggio di una vasta leggiadria tra racconto di sogni e una quotidianità resa in stile onomatopeico, in trasgressioni ed enunciati quasi sempre comuni, a intercalari da confessione immediata, per segni e cromosomi ideati da controlli di irrisione, mai deliranti, anzi stratificati in una messa a nudo epica, grottesca, dispiegata nel medesimo rigore della sua prassi. E i modelli di un’elegante prosa, qui sono dettati per stralci lievi, e attraversati da una serenità episodica esemplare, degna di un’autentica ideologia, non predisposta nella sua avventurosa macchina verbale, soltanto riaffiorante in un’aggregazione automatica fra stravaganza, invettiva e documento d’epoca, serrato e descritto. Domenico Cara

SCHERMI SCHEGGIATI DELL’ESSERE (antologia di versi nelle aspirazioni creative di Franco Verdi) Ecco un misto montaggio di configurazioni libere, non inevitabili, scoperte nel mucchio della realtà negativa d’oggi. Qualcosa che in più occasioni si è consunta: il sociale, il popolare, le essenze borghesi, la pubblicità, ecc. In estri irregolari e fantasie scisse, questa poesia è resa per monchi procedimenti, continuità divelte da ogni spazio e tempo, e i movimenti sono irriverenti, inquisitori e in proiezioni di un negativo invariabile. Ogni oggetto lascia sospeso il significato della sua presenza e forse è invaso da troppa ruggine e polvere. Nel gioco attivo s’inalveano parallelamente sarcasmo e ironia, e quasi una duttile seduzione di rappresentazione dell’effimero, che non è riuscito a diventare realtà per tutti. L’incisività dell’assemblaggio ha slittature a - logiche nel tessuto di eventi in versi, dissignificazioni senza commento e, in una dialettica del fermento cela manifestazioni eversive, ripete essenze deluse e sconsolate o soltanto finte e superflue. La garanzia di questa scrittura è la memoria di ciò che utilizza, di ciò che il verso muta, tutto sommato lungo, breve, colmo di tic e di spezzature improvvise. La stessa elegia è costante e non va letta così come detta dalla prefica che la esprime. Il magma inoltre dispiega in modalità precarie le ragioni antropologiche e sapienziali che Franco Verdi ha varato, e la sua riforma è assai attuale nell’arte pop e informale Fermenti  10


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degli Anni Sessanta – Settanta, quando è stata composta: filosoficamente, senza furia emotiva, per convinzione, aspettando – se mai- che il testo si rifondasse ne’ “Il cerchio perfetto” i cui simboli e codici subiscono una diversa leggibilità nei suoi aspetti più umorali e contestativi.

Da: 4 Movimenti per un significato, 1969 piomba la verità… oscuro il cammino quod campo per progresso donato: campo per espresso significato tutto sommato stanchi soli (tutti e

perché

noi siamo troppo

in mezzo la solidarietà sentimentale relazionate bugie! chiude di un dio la figura ci penzola in fiera sincategorematica logica della ricerca mezzo servizio di professione lettore servizio della schedatura scrivendo “ch’è ancora troppo presto dileguarsi in marea di possibile lettura” severamente assurdo: qui spezzare tensioni senza scarico: gli oggetti contatto squarcio * dolce carne morsa amore perché non possiamo vae victis? parti – re sulle reticelle del noi impegolato: il caldo regolato pesci del tempo…che importa scintillante salamandra d’assioma non mai disgiunto da matematica: carattere d’analogia politonale filamento operativo di controllo magafono di lampone di contritio oris confessio cordis satisfatio operis soltanto così senza accendere il lume “hier ist die rose hier tanze” la via giust’imbroccare slalom di melma quadrato dorato Fermenti  11


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Da: La voce degli astri, 1973 1. lo specchio riflette nel cerchio estirpando la serie ideale, è il caso di dirlo, e la dama la briscola gli scacchi fissando i vetri abbarbagliati, i baffi aguzzi di venditori buffi, digrignando i denti infilando le palline ai tavolini del bar e le ragazzepuma ancheggiano gli scogli degli scanni, infilano gettoni domandano: “pronto?” sono soltanto desiderio, precipitando: non più di cinque minuti dura il passaggio, angurie sanguinose a fette nel concetto di quercia milioni di passeri: spazio lasciato di là del tendone, aguzza l’arco celeste, scattano verd’AVANTI! che pascola la gente dentro l’occhio di prima. * 2. cerimonie ad angolo retto, strette relazioni di maniche di camicia, nell’epoca data il carattere locale del soggetto non è certo per caso che variano, il cuore consolidandosi una politica: violentemente immerso nel giro di sangue, i capelli di un lunghissimo perimetro, le rendite belliche trasformano i territori tra l’abitato e le mura… adeguandosi allo spirito determinato, le soluzioni riconducibili alla prima, monta una tipografia ideale un golgota un’insenatura per il sole che sorge al Caffè de 8 VAT 69, chissà se avrò da pagarli?, ma dottore mi conoscono, il perfetto bibliotecario ha perso il conto.

Da: La scimmia con le mani dietro la schiena, 1976 La bella stagione non si manterrà a lungo 1. oh la suasiva scia della storia strascicata cantante ancorata a terre non ferme seinsulari erotopipedi mentre eleganti storie vanno verso altri lidi rigorosamente vietati ai minori di anni 18 Fermenti  12


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anche se accompagnati in repliche giornaliere senza convenzioni oggettive le domando di darmi un senso alla sottile storia assieme sulla proda di un fosso limpido quanto basta al sillabario di quarta la mia arrivata mai Marta del pisello mi ha fatto qualcosa le ho fatto qualcosa la guardo e non mi risponde la chiamo e non mi guarda stupendi siamo nel salotto buono di un tramonto borghese… ai rami uccellini cinguettano gettoni le alghe carezzano acque soprascorrenti credi non abbia i miei sentimenti? li aveva (rullo compressore) sempre non so: intuisco baluginando: mi sforzo hai una pelle fresca e satinata ed io non sono il taglio delle ciglia è lungo il tramonto inequivocabile la tinta è perfetta, bella bella da vicino 2. la mia casetta è nella campagna che non è un periplo non s’interrompe anche se annunzia scaturigini da cui tutte quelle che sono in quanto sono tutte quelle che non sono in quanto non cose di terre ferme il naufragio attanaglia i culetti morbidi di poeti inpecoterriti con panni troppo ruvidi e l’erba gli alberi i meloni i fiori le capre i porci le vacche i nidi i cavalli i bambini i vecchi uno è molti e molti è uno sensualità erotismo amore metafisico vegetando nella sopravvivenza e frago oscillamenti in circolo tracciamenti di corde e sottendimenti non possedere le piene superfici foglie e nuvole sopra di noi andamento scassato della storia che rompe con che ha inizio e fine ma non se ne conosce il comunque siamo a caccia d’un bel pezzo di figliola Fermenti  13


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con una bella ghigna, messaggio di compartecipazione gioiosa agli amici che spesso e volentieri fanno la bestia a due schiene e si massaggiano allegramente la ciccia (dentro bruciarvi scintilla ancora viva)

(Da: La formazione il codice, 1979) La formazione il codice 1. Se non oggi, domani…si tratta di aspettare i problemi i temi le suggestioni in linea con e tu ci puoi trovare un libro che non si può cambiare e tu ci puoi trovare un motivo per partecipare uno scavo di formicole sui fogli che ti osservano osservatore un po’ di quintessenza una cronaca scritta avida, eternamente organica allo stile infantile che non smette di chiedere ombrelloni colorati offerte formagginate a tutto op e pop orientali e occidentali, paesi emergenti e sommersi i pendolari del sole arrivano a frotte (anche) in moto in stop in auto in bici in pullman in filo tutti gommati di tecnologia a riprodurre secondo canzoni di una piazza e mezzo di ottone con piede massiccio testate traforate a colonnina nugoli di bambini attraversano spazi uguali a te sessanta e uno, sessanta e due, sessanta e tre …e sei diafano (adesso) del tesoro ch’era in te hanno strappato il filo da qualche parte chi lo sa per che 2. Ti lasci riposare privato del seme vegetale e animale un’idea del passato, una gonna lunga o corta uno scandalo a forma di stivale (che non sappiamo a chi più giustamente sarebbe toccato) eppure la coperta Fermenti  14


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è bianca e anche il copripiede, lo scendiletto indefinibile tendente al marroncino, il comodino di legno piano di marmo lampada e quadro sulla testata con vergine e ramoscello d’ulivo un paravento dissimula un lavabo tutto attorno armadio a specchi (non si può raccontare la vita non si può viverla staccandosi non suonandola) un transfert fisiologico, un’attrazione sessuale, un’impresa d’alta viscera iniettando sieri carnali con talento adulto, nano bambino, questo han fatto di te una ricetta non giovane non adolescente non coltivata non matura, superando sempre il passaggio, sempre tornando all’approdo scimmia educata a controllar sfinteri in soppeso non più eccessivamente affezionata ora commossa ora connivente ora spietata e comunque troppo presto invecchiata…

F. Verdi, 1983, Burgdorf Basilea

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Arte e scrittura di Franco Verdi

Il senso comune (1976-1978) Pubblicate le strofe 1 - 5 in “Intergruppo”, Palermo, 1976. N. 4. Le strofe 6 - 10 in “Intergruppo”, Palermo, 1977, N. 11. Le strofe 1 - 4 in Poesia italiana d’oggi, Newton Compton, Roma, 1981, a cura di M. Lunetta, pp. 129-131. Le strofe 25 - 26 - 27 - 28 sono stati pubblicate in “Intergruppo”, Palermo, 1982, N. 16.

1. orticelli conclusi coltivando pianticelle di coscienza statica (dissero: l’infinito è vostro... alzate le chiappe e girate in tondo!) nastri magnetici registrando accadimenti empirici e richieste di carta igienica, preservativi, trottole, fucili, morsi, slitte, candele, automobili, mutandine, litografie, santini, acqua minerale, codici di avviamento posturale, culti, libri, atti, giacche con concinnità rispondendo, testi etnologici confrontando elaboramenti chiosando, la testa nella sabbia seppellendo, le dita raspando ciò che eravamo, ciò che non saremo, ciò che siamo schiavi emergendo venduti crepitacoli sbarbati e con tivù a chi offre di più (i bambini nascondono paura forte ridendo, a volte urlando) marxianamente vaticaneschi, berlingueriani, di razze padrone

2. di U.S.A. riciclande, di U.R.S.S. succedende, di Mao attraenti nel tunnel del nostro buco del culo rirnirando stelle le raganelle dell’esame finestra per un celeste che di più non si può l’anno millenovecentosettantasei distendendo la natura masturbando, in libertà vivendo, i prepuzi di nuovi interessi stimolando, Agnelli depurando riconversioni industriali altrui lasciando (un La Malfa c’è sempre) giorni dello sciacallo i nostri essendo, suoni armoniosi cavandone (Persio disse con tutta chiarezza che Ennio sul Parnaso sognando lacrimas effundere salsas coepisse) accostando l’essere all’aver senso la sintesi, pertanto, dei risultati più generali coincidendo il caffè raffreddandosi, il toscano spendendosi, empaticando...

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3. nella riunione non citata il consiglio approvando un progetto di astrazioni separate dalla storia reale consentendo tra stato e chiesa divi sioni in rispettive azioni ordinarie e privilegiate, con utile netto chiudendo assegnazioni in sede straordinaria alle assemblee proponendo modifiche ad articoli artefatti che non suonano affatto quattro pezzi dicendo, di uguale misura, quattro pezzi rovesci e negativi inviati (cm 10,5 x 15 e 29,7 x 29,7) alla Mary Ellen Solt negli USA per un numero di “Visible Language” che ancora non si vede innegabili progressi dal punto di vista tecnico e funzionale segnando al LISTROCOL enzematico ed al dentifricio FORHANS grande io pensando mentre la piazza della Repubblica dorata abbrucia di Urbino flettendo e riflettendo nella sera la fica forestiera 4. spigolatrice di cazzi e risorgimento di mazzi la storia officia neutra le classi sull’altare della media coscienza, gli alleluia le paure e le private ansie giostrando all’ignoranza abilitata imparametrata al castra e bela di scatti nel biennio: fola narrata sfatta al mattino, donna senza amore, usignuolo impagliata con moglie e marito, figli e nipoti, la classe di ferro, i cavalieri senza cavallo di Vittorio Veneto, la storia dominante, i preti e i signori feudali, detassando gli assegni insieme con le agitazioni termini slittando per la denuncia de’ redditi, baciando precari e minacciati equilibri che si tramandano insoluti da anni, sul margine attenuando le aliquote (di conseguenza un’inerzia della quale incolperà la compagna) maggiorando le pensioni che non concorreranno 5. raffinandosi accanto alla donna acquario perisce l’ abbranco affianco se si sposano avranno una casa con impronta artistica, sciacquata spigola che abbocca la simultanea sfida nei cerchi concentrici di un amo (ride il radiante gas della fiamma, la sacra proprietà) intoccabile totem vaneggiando lezioni su’ pretesti di scioperi la crisi che precipita, l’ ambasciatore.che rifiuta qualsiasi dichiarazione torna d’attualità il monarca che non ottiene soddisfazione, una famiglia urgendo soluzioni non costose, cristiane cumane e tramontane (l’anima passa da Omero al pavone ad Ennio, Omero piange lacrime di gioia) una vita piena di colpi di scena, di trasformazioni sopprimendo l’esenzione venticinquennale introdotta dal senato degenerando le strutture politiche che vanno toccando insormontabili

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6. alte mura: elevando e valli di demarcazione scavando tra esperienze opponendo friabili opposizioni nei segni riconoscendo facile e castrando le ricerche sul nascere lotta dai futili discorsi e intervento alla lettura dei testi dopo il:maggio monzese e l’autunno ticinese la contest azione trascinando con sé materiali organici e inorganici piante e animali in decomposizione, resti letterari, psicofilosofici, sociopolitici, cinevisivi, di vertice e di base humus con acqua e terra, una sorta di creta romanticoborghese dei collettivi ricoprendo.i pochi centimetriquadrati liberi da speculazione, conoscendo gli addetti ai lavori, i fedeli business men combattenti infaticabili di cartacee sottoscrizioni

11 nov. 1978, Galleria Linea 70, Verona, tavola rotonda “Arte e scrittura”, da sin. A. Fallico, G. Dello Russo, F. Verdi

7. sul piano tecnico ai consumi privati sottraendo miliardi il CIP l’articolato aumento oscillando in trattativa levantina.....Cefis e delizia, Donat Cattin e De Mita, Ruffini e Colombo, cuoco Lat tanzio caricando un:Cossiga nel Rumor di Moro anagrammato tra tanti Piccoli Bisaglia all’ombra del baobab SID nonostante la pioggia di smentite su vicende politiche, economiche, commerciali: con l’epopea del menga PER UN PROGRESSO SENZA AVVENTURE, l’ironico sorriso del gobbo conferenziere emerito (decenne teorizzando in privato cessetto l’Euripide e il Sofocle senza traduzione) nel tentativo di ficcarlo al proletariato effettuando lo storico padronale compromesso glossando con matita a mina morbida i bianchi margini lasciati dal più grande partito della sinistra in Europa e da quelli alla sua

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8. il popolo di Dio assistendo che porta tutti peccati del mondo tra cassa integrazione miseria e disoccupazione contro l’aborto, nel corteo, durante i tafferugli tradizionalisti cattolici e vecchi documenti del concilio per la condanna del comunismo, aggiunte al “Gaudium et spes”, sempre a tal fine la riedizione del breve esame critico del nuovo messale varato da Paolo il Sesto, con Ottaviani e Bacci, dei feudi dei ferrosi tondini del bresciano, con le bianche dalmatiche di sindacalisti diaconi, suddiaconi e vescovi, stretti tra partiti e governo una misura tutta da spiegare alle masse, !o scafo abbisognando d’esser carenato e non potendo in bacino previa inclinazione di (prima su un lato e poi sull’altro) tradizione, famiglia, proprietà 9. in prima fila il bianco leone di Fuorigrotta con le corna tra Confindustria e altri settori, gli elettori del consiglio superiore, inferiore, medio: non essendo ancora chiaro se le nuove norme entreranno in vigore, il come e il quando, sempre nell’ipotesi che cadano i consumi senza aumento dei prezzi, ribassando la contingenza, distribuendo obbligazioni di vetrine infrante, provocazioni poliziesche, sotto la ripresa apparente ci sono le piaghe di sempre, lancio di bottiglie incendiarie e colpi di pistola, belle gatte da pelare con tutti quei lavoratori interessati metalmeccanici, bancari, regionali, giornalisti, assicurativi, petrolieri, ferrovieri, ministeriali di prima categoria, ospedalieri, trasportatori pubblici, dirigenti ALITALIA, ENEL, funzionari di enti vari, dirigenti 10. il comitato centrale convocando all’esame della situazione, il futuro leader, il. segretario aggiunto della succuba dei partiti federazione, incerta rivolta autonoma in settori tra ricchi e poveri, la sinistra, l’ assemblea dei quadri regionali rinviando lo sciopero generale, coin volgendo l’insieme del movimento, spazio non offrendo a frasi tipo: operato del governo, brava la periferia e cattivo il centro una strategia di lotta cominciando a chiedersi se ne valga la pena in termini non demagogici tutto contrattando e programmando al di sopra delle loro teste, influenzando la parlamentazione una tantum con dichiarazioni analoghe, per disciplina di colpi e contraccolpi bene o male prevalendo un disorientamento oculato (appena rivelato) quanto al recupero non irridendo dei consigli di fabbrica, partito

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11. burocratico , al coniuge, ai figli, alle altre persone altresì dichiarando di non presentare dichiarazione di come che a cura di ciascuno, ai fini della determinazione (iniziata l’accensione dei dispositivi, devesi aver riguardo alle persone). Nei punti si at testano le stesse, ai sensi di un articolo e legge e con-vivenza e percezione d’assegni, occorrendo seguire la presente prassi da provvedimenti non risultanti precedenti......il sottoscritto presenta qui la domanda domiciliando in via, non è ammonito non è viqilato non è dedito alla prostituzione (padre essendo) deve visitare (io figlio) ed essere ammesso al di lui colloquio addì 25 aprile lutto per fratricida guerra, visto l’articolo della, vista la legge numero sentito il parere di, udito il consiglio in adunanza generale sulla

F. Verdi, 1984, Galleria la Meridiana, Verona, inaugurazione mostra

12. proposta decretando ai sensi e per gli effetti (mi dice ancora di presentare domanda -in bollo- e l’occhio gli s’infervora) all’attri buzione delle detrazioni d’imposta a carico. E fuori l’anno che se ne va, mentre siamo parlanti di lui anche un po’, dipendendo dal ministero delle balle sociali, in servizio presso con la qualifica di. Devesi aver riguardo alle sottrazioni detraibili ma anche a quelle cumulabili (nell’allegata relazione gli esperti d’ufficio più compiu tamente identificati e descritti, come sopra riportati) e cosl ridotti per essere andati deserti in fondo al gran silenzio del rumore di fondo intestando al debole esecutato per poter esser ammesso all’incanto del tramonto per ulteriori informazioni. Un decreto legge convertendo con modificazioni nella legge, visto il decreto Fermenti  20


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13. presidente della repubblica, vista l’acclusa domanda con cui si vede la circolare vista, l’unita relazione considerando il pre-detto uno che ci ha messo tanto a capire che i risultati sempre erano contraddittori, con tutta la tristezza che c’è non sapendo più da che parte voltarsi (ora che c’è anche la psicologia sociale oltre la vecchia zia e l’ideologia fine ottocento autentico). È tutta da citare la vita, questa, le sue cesure, i graffi, gli spartiti di musica operistica, i cori, gli a solo, l’opposizione infinita..... monstrum reticolando lambisce i mili/ tanti, strade prof/ onde tracciando dove invisibile conduce la luce cosmica (c 1, Cc , 1, vi, g, ito, acq. pot., p. n/s nel nulla vuoto dove vuota) un codice pe(n)sante della buona novella. I Mani/ festi vivendo solo 14. nella luce bianca che cancella le frequenze statistiche (ci ho messo tanto a capire che a chiudere la porta era meglio per tutti); inviti essendoci che soffiano perfettamente il proprio ruolo anche se, al momento, sorpresi. “Vieni!.....”, e: “Ascolta!......” e: “Vota!......” E gli eccetera s’appiattano per terra, tra i fiuti della cena. Ma: non giu dicarmi sospeso tra il comando e l’amore, flatus emesso dai secoli, precipitando poi, è inevitabile e lo sai, in paroliferi suoni. Schiumando.....veleggiando........affondando......faticheremo ancora all’arraffo dell’occhio vagabondo, lo terremo incastrato a fissare il chiaro dal non chiaro (denotando si sfugge lo scabroso meglio che la tipologia dei sussidi connotando: ai posteri, alla gioia di vivere). Cari amici e colleghi, vicini e lontani, è dal gennaio 15. scorso che non ci facciamo sentire, ma durante il silenzio non siamo rimasti inerti seguendo eventi e suoni e parole ri-organizzando. Comunque è giunto il momento di farvi conoscere che il cavallo di Troia ha partorito qualche corpo dove suono privato e voce pubblica compenetrano un risultato compatto. Non compiacendo la freddezza di stonature, analisi e introspezioni psicologiche, altamente sbattendo sene degli atti d’accusa nei confronti di una società e d’un ambiente troppo volentieri trascurati. In giro ci stan marciando periodi così densi e così cristallizzati, le tradizioni concludendosi ed altre - più migliori - formandosi; bello essendo ciò che piace universalmente, senza concetto. Un flutto come un rutto sonoro dalla strozza d’uno scimmiotto testone che tiene la carotona in man

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16. in quattro pezzi tagliata, ognuna nella zampottina nera sporca. La cosa da fare è impopolare, alle accuse prestandosi “concertatore” e “relazionario” possono intimidire (di fatto, sic). Dal binario morto in cui è stata condotta e rinchiusa rispondiamo ai rischi affrontando richieste, ben esperti che la funzione proietta un principio d’equivalenza dall’asse della selezione all’asse della combinazione, un asse d’equilibrio vacando. La situazione, la natura della combinazione è ancora tutta da rivelare, la competenza non essendo l’analogo. l’unica competenza seria è l’incompetenza messa in musica per canto (tanto derisa e con sarcasmo sia dai segretari nazionali che dai loro seguaci) una realtà palpitante in notevole sviluppo sia sul piano che in quell’altro dove riposa

19 nov. 1977, Studio della Quaglia, da sinistra De Rossi, A. Spatola, F. Verdi, G. Bortolani, C.A. Sitta, G. Niccolai

17. la miccia smuouendo.le acque in diverse città d’Italia, ne avrete la conferma tra non molto (guardatevi invecchiare al suono del pelo della barba che ingrigia, allo smussìo del dente dondolante Bach)............ la pugnalata nella schiena che il segretario nazionale, per con siglio dei suoi seguaci, voleva darci.anziché mortalmente colpirci aveva un effettocontrario (ancora una volta la violenza non serve se non pura). I fatti essendo solo nel parlarne, saremo noi a trion fare del male, siatene certi. Aria, arietta, ariettina, cantata, suono, verso popolare, nazionale, eroico, da ballo, con ritornello o senza, canzoncina, canzonaccia, democratica, razzista, froge di mirtillo per canzonettisti e canzonisti all’opera nell’introdurre la resistenza elettrica, valevole per un voltaggio, interpretando

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18. godibilissimi spezzoni di fuochi d’artificio from The Brand New Monty Python Book, invenzioni made Great Britain (senza indicazioni d’anno, di città, di casa editrice) e re-invenzioni d’immagini e parole. Quello che il critico di cosa (nostra) pensava dover essere un’immagine sua, made Italy.......mi trovo in notevole disimbarazzo palleggiando il problema della problematica in rapporto, come (secondo Hegel) faceva Fichte con l’io - non io, io - non io affannosamente cercando un canestro-Dio in cui infilare la palla. I blablablà si susseguono blablanda ad onda veneziana e bizantina tra un Carlobbò che risucchia Woitila sulla scia, nella misura in cui Marx, Freud, Lacan e i suoi profeti, la scuola di Praga e quella di Catanzaro appaiono apparizioni perse di brevi utopie, a livello... 19. ma che cosa penserebbe un Winckelman moderno di un ninnolo cinese ? blablablà.............blablablà...............blablablà................blablablà............... blablablà.............blablablà...............blablablà................blablablà............... (senza porsi il problema che al cinese non gliene frega proprio niente, probabilmente): ma : si fa silenzio per l’epoché fenomenologica, mentre un’immensa folla ha fatto ala al passaggio del mondo che si sta interrogando. Come al solito. Sono assai complicati i motivi di questo ennesimo imbroglio nazionale (dice) procedendo alla nomina del nuovo consiglio d’amministrazione la riunione più importante slittando ancora una volta. E Baudelaire (ch’era uno con le palle) prosegue il sua percorso nella galassia bussola per improbabili percorsi...la storia è sotto i nostri occhi 20. proprio all’ora di cena, col tempo ci abitueremo ai fatti in ripresa diretta ma per adesso siamo ancora lontani dall’assuefazione. È sempre più vicina una stangata d’una commissione centrale prezzi scattando record le contingenze in buste-paga. Emozione, sbalordi mento, fiato sospeso, dunque, ieri sera quando nel corso del tele giornale abbiamo visto accendersi la campagna elettorale: “Non è vero che siamo tutti peccatori eguali” ha detto Uno Di Quelli “e che ogni partito ha il suo Caltagirone”, rispondendo 1’Altro (in polemica) che il muro contro muro non serve alle istituzioni del cavallo in fuga; la posizione , ancora molto cauta, confermando in attesa di constatare i detti celebri come il dado e’ tratto e vile, tu uccidi un uomo morto, una sorta di consuetudine così

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21 e poi mi sono accorto che ogni sistema, per quanto flessibile, era sopravanzato da una situazione; per cui ho deciso di rinunciare ad ogni sistema.......tornando ai vecchi, saldando un vecchio debito con Anassimene e Anassagora, con Esiodo e Omero, puniti nell’al di là per empietà verso gli dei, con Senofane e Eraclito e Pitagora. Un’ indomata volontà d’amare, un rapporto equilibrato con le cose, in questa luna su case di periferia urbana abitate da qualche Ofelia che sapravvive alle sue scarne tracce......bar lumi scendendo dalle soffitte per scritture demoniche dell’arte. Vaghi specchi si librano nell’aria delle intuizioni, in questa quotidiana visione del riverbero: adesso rimane, forse, qualche ideogramma, l’elenco delle voci: Mente, Mercato, Merce, Messia...

19 nov. 1977, Studio della Quaglia, Verona inaugurazione mostra “Scripta manent”, Sitta, Verdi, Niccolai

22. mentre una bruma lentamente m’avvolge e le grandi percezioni del luogo ove sono sfumano, ovatta avanzando ai contorni d’oggetti d’uso, riuscendo ad approdare in un’epoca e subito avvertendo infido il terreno sotto i piedi, di una burocrazia politica onni potente, lo strumento più aggiornato per misurare l’alta fedeltà. L’occupazione del potere, contribuendovi tutti i partiti seppure a differenti livelli, mortificando i correttivi in modo intollerabile (quasi a garantire un minimo di pluralismo) e facendo funzionar male o interrompere affatto il criterio per render razionale la divisione della torta...a presidenti dimissionati s’al ternano presidenti dimissionari, siamo in attesa di rinnovi nelle società di gruppo (anche astraendo dalle vicende ai vertici) Fermenti  24


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23. nella mia tiepida casa tutto è tranquillo, slittano gli assi temporali alle domande/anguilla che provengono da fuori (ben co struite, apparentemente tranquille, la tradizione conservando) susseguendosi cigolii oleati e precisi, sfuggono slittando per cento lati da bloccare per finirli, con carta stampata preferibilmente . Senso sottile d’instabilità e d’angoscia, un torrentello d’aria rigida facedosi largo chi sa dove: qual è la serietà della falla, in quale stanza, a che piano...........importante gruppo internazionale cercando per proprio stabilimento nel Veneto settentrionale per lavoro nel gruppo di ricerca e sviluppo età dai 25 ai 30 esperienza da 2 a 3 anni di analogo lavoro (considerandosi anche neolaureati purché dotati alla vocazione della progettazione) 24. la natura: inciso 35, bianco caolino su tela (al Museo di Livorno): invenzione nell’immaginazione-impaginazione, senza riscontro in supporto (vedi Kambertini e Rambilli) ombre sulla superficie d’origine cartonata tipo masonite (size 65 x 75) fidando nel rapporto: carta Schillerhammer meno rigida donando provvisorietà, punture in evidenza: teoresi della regola aurea ( del rigore ) che si mescola alla libertà della carta. Un problema nella funzione dell ‘ingrandi tore, in una luce di riflessi dei segni fotografici, un chiaro scuro rimandando l’ombra soffusa con effetti di rilievo (15 settembre del ’76): appena si decide di appagare qualcuno, in sorge sempre qualcosa sfasando anche il più calibrato organigramma (allora benigno e sistematico, collettivo e costruttore, come) 25. in epigrafi tardo- romane del gallo impero, quando incidendo lapidi funerarie o sacrali il vertice di domani s’apre in un clima legger mente migliorato rispetto a quello di Guatemala , di Santo Domingo, del Brasile, delle Filippine, della Grecia, della Thailandia , del Viet-nam. del Libano, della Lombardia assediata nel triangolo ex-industraile ......cercando d’esprimere un linguaggio d’addio o di rimpianto o la dea bbona celebrando, della fecondità con gargarismi non difformi dal “Vola, colomba bianca vola......” di Sanremando, provenendo dalla cronaca-storia mediante i gero glifici d’informazione.cripto-scientifica, politica economica (ogni e qualsiasi illusionismo e traslazione escludendo) immerso nei tipi d’omicidio volontario, premeditato, doloso, preter

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26. intenzionale, colposo ( differenze di non poco peso nel caso in cui ed ancor più nei rimuginamenti introiettivi ); organizzato da solo per una soppressione o in èquipe per più..........ecco: questo richiede un supplemento d’indagine e la lettura del significante nel signi ficante. Dal momento che di queste lune sui tetti non c’è più significato. Lacan sculaccia i suoi professori e la psico-lisi dimostra la trama sfilacciata.della rizomatura dell’anguria, che cresce di sghembo nell’orto di Francia. I giochi non sono fatti tutti, il progresso in regress è l’altra faccia del piccolo Hans. Gorghegghiando “ Zoccoletti, zoccoletti, che portate ogni mattina” “Binario, tu che sei solo triste, e abbecedario” (sempre San remando). La bilancia bilanciando un solo piatto, la medaglia 27. una sola faccia, la critica accademica e militante ambe spesso mafiose (cornute sempre), già dal principio del medio evo la scrittura - lettura dei lapidari dissolvendosi in forme più confuse meno decifrabili, con aspetti talvolta sempre oscuri e cor rosi dal tempo, con piccole note sulle quali poggiava la voce prima della nota principale “ am tsram gram / pic pic et colégram “ “ eene meene mingmang ping pang / eia weia packe dish eia weia weg “ smentendo previsioni che alla vigilia sembravano addirittura scontate, usando missili/parole al di sopra della polemica, evitando reazione e commenti preoccupati “abracadabra” con abbassamento e riposo sulla fine della cantilena. I missili (poi) in relativa calma indicando autentiche perversioni per 28. un consiglio atlantico aprendosi oggi, l’occasione disposta ad incontrare nel grande raduno la spiegazione più probabile d’amore coniugale parlando e discretamente accennando alla dignità della paternità e della maternità, d’altronde apparendo particolarmente ghiotto per affrontare l’argomento che gli sta più a cuore (con abbassamento e riposo sulla grana d’una cantilena) messaggeri a cavallo partendo dal giardino a consegnare annunci di mistero a imperatori introvabili, il vento fior di sale ghermendo spazi d’ombra con volti senza vita su tazze di caffé su sfondi rattristati di gelo (le carenze spettacolari dovrebbero esser compensate da sincerità e dal ritmo silenzioso d’una verità: memoria della solitudine strappa i volti dal cuore)

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Serenata (1978) Pubblicata, in parte, in: Aperti in squarci, Verona, 1978 , N. 7 1. poetanti allo sbaraglio nel corso dell ‘ampio dibattito impoeticale 2. programmi di poesia: “buonanotte”, e al termine chiusura dell ‘impestata via 3. sgradevolmente inpetecchito con jeans d’autonomia il cronista-poesia 4. oltre il che fare resta il dis fare 5. anti, inter, contro, dentro demandando il mal contento nel privato & nel sociale aspettando un capitale 6. tutto scorre senza posa chi sta fermo avanza a iosa 7. le canzoni del mattino hanno l’acqua in vasca 8. chi crede agli eccessi del verso si sveglia ogni giorno diverso 9. Brandolinate a maggio 10. incappò nel Contò disperato si Memmò 11. MEMMORIAL DAY 12. Sitta per Sitta quarantaToti 13. di notte tutti i poeti sono veri

14. la tolleranza dei testi è versi di tolleranza 15. è ora è ora un poeta che lavora 16. trans - letteratura confluenza e metamorfosi della base di partenza 17. scarìficati, poeta rinsèllati al taglio della canna ricordati di te sii proprio del privato 18. mitico archetipo per cominciare sei una replica per surare 19. Contò, fra gli altri, Ferri e Pignotti De Angelis , Mussapi e Villa Gaudio , Maugeri e Bettarini Battilana, Majellaro, Ermini sul ponte sventola bandiera bianca 20. e tanti altri latitanti scrivono epistolari esplicativi desueti sogni d’alchimie sul bianco intonaco di Ca’ dei Ricchi. 21. la lingua edificando con la spubblicazione diffondendo 22. Sanguineti , Sanguineti che portate ogni mattina il buon giorno alla cantina. 23. Sanguineti: punti perfeti. Fermenti  27


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La rosta (1985) IRREDUCIBILE ALTRO… (1985) Nel crepuscolo avvicínati a quanti pigolano come colombe e le Clio1 in orde, nel profondo, risalgono a passar la notte. Beato sia chi hai scelto nella Provvidenza, quando sia scelta davvero......all’inizio fu apparenza il cader delle foglie.

19 nov. 1977, Studio della Quaglia, Verdi con Spatola

La stupidità rimase uguale all’evasione fiscale, a un tanto per quintale. Fu sempre più difficile il prossimo tuo..... non dico amare, non.... soltanto spettegolare sul fallimento della quaresima rivoluzione interiore Di ciò meglio tacere......

Miserere, sacerdos, per caelestia sidera, per inferna numina2 Scompare il sole all’estremo orizzonte. Ad hoc Deus vocat, scende il silenzio3 sul cardine molle del mondo, sulle pecore matte, sui folli sui......... I pianerottoli germinano il vuoto. Fra un’entelècheia di Aristotele4 e un’entelècheia di Leibniz scorrono i giorni...........   e le Clio,= son conchiglie del mare.   miserere, sacerdos, per caelestia sidera, per inferna numina = pietà, sacerdote, per le celesti costellazioni, per i voleri degli inferi. 3   Ad hoc Deus vocat, = a ciò chiama Dio. 4   entelècheia = la forma, secondo Aristotele. 1 2

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Lingua mea, calamus scribae scribentis,5 Flucht ohne Ende che non vede6 il vicino, che non vede il distante....... Uomini siate! L’esistenza d’uno spazio pieno è un’asserzione. Particelle nuotano tra noi, in attrazione & repulsione sì come saetta..........

20 agosto 1976, Scuola Grande di San Teodoro, Venezia, F. Verdi e A Fiorentino

Nel giardino dei suoni Mentre la radice nasce alla terra mentre nascere diventa origine mentre l’orto della Sacra Scrittura.... mentre Tu raduni. Mentre ci vediam peregrinare mentre la malinconia ci porta via mentre lalliámo tra lalofonìe mentre l’Uomo non c’è. Mentre ci guardiamo l’ombelico mentre lo scambiam centro del mondo mentre ci hai rivelato la volontà mentre il centurione. Mentre Cornelio veglia su di noi mentre ci mandavi il tuo angelo mentre nascevamo già decrepiti mentre........mentre......mentre.......

  Lingua mea, calamus scribae scribentis = la mia lingua , penna dello scriba che scrive.   Flucht ohne Ende = fuga senza fine.

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Un attimino… Fu alta a mezzanotte la luna la bolla gialla, il punto d’una celeste sfera d’evoluzione, saldato anello...... (un attimino......) Invase la terra il più alto tasso di diossina......l’orizzonte fu segnato dai tappi di bottiglia, dalle palle da tennis....... (un attimino.......) L’anatomia e il disegno della schiuma diverséro uno sciame di varianti sulla spiaggia di Grado, in confusione (un attimino.......) un attimino! stupida normativa di genti della palude italica , di genti imbastardite. Alle fonti del Clitunno il Carducci rimemorò per l’aure odora fresco7

Venezia Sullo sfondo d’un padùle nero nasce l’accento di parole increspato in accento auscultato V e n e z i a risorto alla vita. Una specie di canto il tempo d’emissione un’espressione breve ma completa nell’arco d’ombre della notte e dell’alba in bassa marea. Come le patelle robustamente attaccate alla roccia ritornano alla base senza sbagliare Venezia vela. Icona di acumi,verità e luce di porcellana, rugiada del tuo amore. Acqua tra il fiume e il mare di piccole onde che seguono.   rimemorò per l’aure odora fresco = Carducci: Odi barbare, Libro I, VI Ode.

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Concettose conchiglie Mentre la malinconia ci porta via animali marini rivestono croste e conche, si fanno nicchie di carbonati di conchiliformi. L’intensità dei nostri sguardi adducono il nicchio che si chiude e riapre, rilassati..... rilassati.....Abbi pietà , o Dio, di nostra maratona Tra Te e il Demonio, noi divisi in forma di collocamento a riposo. Vedi siamo viventi che non vivono, Tritoni8 figli di Nettuno. Serviamo a guardiani di greggi, a richiamo della Lessis Sulcosa,9 della Dolium Galla, dell’Erato laevis, al Tuo Monte Santo.

Nel Mar de’Sargassi… In mille sfumature mentre il verde è più punteggiato di strie, righe, chiazze di squame lamelle, tubi in cangianti giochi lo sprazzo di gemme. Luci di madreperla i tuoi occhi. Ciò che poteva un tempo apparire paradossale sono cinquantamila specie di molluschi. Lamellibranchi e scafopodi restituiscono la sabbia tra le pietre presso le coste in un crescendo di Samphine viola.10 Oggi il pennello sottile cromatoforo è strato sottile di Melanie scivolando sul prato delle seppie....... le belle Hippones......   Tritoni: allusione alla conchiglia Tritonide. Tritonide è figlia di Tritone, figlio di Nettuno.   Lessis Sulcosa, della Dolium Galla, dell’Erato laevis, = conchiglie. 10   Samphine, Melanie, Hippones = sono conchiglie del mare. 8 9

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Velutina levigata La vita in versi de la Murix è11 la verità de la Cyprala rete la crudeltà de la Neptunia poro corpo di poesia. Insuddiciente e povero strumento in superficie e in profondità cerchi di conferir onor maggiore ai nuovi umori. Mi sembri un occhio di Santa Lucia un Cyclops, a La Spezia, una Neptunia12 contraria, un’equazione impossibile un crescendo di blu. Velutina Levigata la vita mia13 e la tua. La vita è Thetis, Tridacna nell’ampia quota di bianchi e di grigi negli ovuli gialli.

In morte di Giovanna (10. 31.1990) Giovanna, da quando non ci sei, ti cerco nella prima stella della sera........... Giovanna, da quando non ci sei, ti vedo nel grembo materno......... Giovanna, da quando non ci sei, ti cerco nella mano di Dio, nella potenza del vento......... Giovanna, da quando non ci sei, ti vedo nelle onde del mare......... Giovanna, da quando non ci sei, ti cerco negli orologi a pendolo che battono........... Giovanna, da quando non ci sei , ti vedo nelle dolci credenze........ Giovanna, da quando non ci sei, ti cerco negli arcobaleni che suonano Giovanna, da quando non ci sei, ti vedo nel vento di marzo.......   Murix , Cyprala, Neptunia poro = conchiglie.   Cyclops, Neptunia = idem. 13   Velutina Levigata, Thetis, Tridacna = idem. 11

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F. Verdi, 19 nov. 1977, Studio della Quaglia, F. Verdi con G. Niccolai


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Io, che sono un démodé (1992) Io, che so a stagion giusta seminar la scrittura Io, che diffondo il carme figurato e una cultura alta di secoli Io, che ho un bosco di tradizione accademica. Io, che ho un corpo di purezza di lingua sputtanata da gazzettieri Io, che ho un’anima da cantore di Minne Io, che non amo coloro che di tutto scrivono e di nulla sanno Io, che sono un’Anima di Anagrammi bardati e netti Io, che interro la scrittura assieme alla lingua e al nitido disegno Io, che sono un poeta e un filosofo che odio i falsari Io, che sono un erudito e un umanista stimato Io, che metto in sella gli acrostici e i versi intessuti Io, che sono il profilattico degli editori di poesia Io, che vado in catariniense estasi alla vista delle sillogi Io, che apro intonse poesie e specchietti per le allodole Io, che discretamente colloquio con l’iconismo occulto Io, che ho abboccamenti con la poesia figurata Io, che classifico le forme e inventario i temi Io, che conficco nella mente le insegne di figure Io, che svello gli spettri del versante dei fatti Io, che attardo la mia fioritura secentesca in armonia Io, che disdegno codesto secolo di guano

Squarci di polvere (1987) sono nella dimora di un etimo...... dust dusk....... dizziness and dumbness......... nascosto, sbilanciato, ammutolito, oscurato. dust dusk...... dizziness and dumbness ........ diffido dell’oscuro-scuro. A meno che non sia poesia. dust dusk...... dizziness and dumbness........ È un pozzo senza uscite in cui le marce s’invertono ..........si cambiano elementi......... dust dizziness and dumbness.........

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La poesia fiaccata e slombata s’acquatta (1989) nella semantica dell’eufemismo…… a me piace far poesia come far cucina…… curare le piante del mio terrazzo…… sperimentare ricette sode, non precotte nontelevisionate, false, clonate, plasticate

Venezia vivo (1993) A Venezia vivo sul Canal della Giudecca e respiro la stessa aria di Pier Maria Pasinetti. Stessi luoghi, stessa gente, stesso sestiere. Il fatidico Dorso Duro, al numero Ottocentoventidue. Uno dei ferri della gondola. Il ferro più importante della gondola. Alla Giudecca, col Gigi Nono, a sospendere i canti. Alla Salute con Emilio Vedova. A Verona sull’Adige. Gli altri sono parvenze. Ci sono e non ci sono. Ombre. A Milano sul Naviglio Pavese. Con Franco Grignani a mimare i mimi che ci copiano. Con Bruno Munari a giocare le nubi in cielo. In Alzaia Naviglio Pavese. Non ci son più le lavandare. Non ci son più le lavandare neanche in Avesa. A Padova sopra la Basilica del Santo. O dai Gesuiti filosofi di Gallarate Con padre Giacon e il padre Babolin, padri santi.Checchè se ne dica. A Urbino nell’orecchio destro del Duca di Montefeltro. Con Leone il Traverso Che ha portato i Todischi poeti Hölderlin, George, Novalis da noi Tra latino, greco, tedesco moderno e antico. Con Carducci, il divino del pian silenzio verde. Con l’altro divino il d’Annunzio Di Pescara, il vate con le palle. A München all’Italienisches Kultur Institut con Francesco Politi a raccontarci le fole Di Walther de la Vogelweide o Walther von der Vogelweide. A fare i minnesengheri Di Minne i cantori. A Paris a misurar la storia della rivoluzion bastarda Libertà eguaglianza fraternità dei bassifondi mondani. A London, alla Tate Gallery.

A Lella, la bella (1998) Ad Amman, a Petra, alle Maldive e al Nord , in Svezia e Norvegia con Raffaella bella che m’ha rifatto uomo il mio occhio ceruleo, la mia stella. Lei voleva sposarmi in rito indiano ma io non ho capito da buon maschio coglione come tutti i maschi che un buon vento deve far così. Lella aveva ragione. La bella. I fatti accadono. Semplicemente. Fermenti  34


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Li scrivo li dipingo li ricopio in bella coscienza che mi detta il comportamento individuale. E sociale al quale con formarmi. Lascio girare giorni nel tramonto azzurro nei suoi occhi, che tutto mi offrono. Leggo il suo sguardo pulito e la sua mente sincera. Non so come ho fatto a tradirli. Ci sono ancora la luce e le tenebre. Le streghe svizzere. Il sole e la nebbia. Il bene e il male. La verità e l’errore. La speranza.

Interogassioni. Voja de vederse (1998) In memoria. Me scuso per ‘sto embroio de dialeto e lingua insieme. II mio Grion, xé sta quel de Pana, de Spigheta, de Ciulich tanto sfortunati per la perdita dé so cari soto le bombe.... poi de Drelli, de Vatta, de Sfili coi altri persi nella memoria co’ la muleta de turno e tante altre meravigliose robe che no podarà tornar per el nome lungo e breve: giovinezza. I muli iera Berto Milli, Mario Urbani, Brunu Ziz, Darko, Guglielmo Belli, Bruno Bocneri, Richeto Gaddi, Soppa , el picio Kudi Bari Dimi, Bartoli , Flego da S. Antonio, Mario Castellanj e tanti altri rimasti nel cuor. Comunque un grussle a Giacomo per il caro ricordo. Per finir . Volessi precisarghe all’amico Sergio che el cine verso el Ponrel iera Arena, no el Garibaldi che iera in Corso. Come lu ga anche giustamente scrito. Così. Sic.

Il rasoio di Occam invincibile datore di vita e di morte nouvel observateur per capire chi ha ragione e chi ha torto elimina dal dibattito le chiacchere togli dal mondo il labirinto aiuta a tirar fuori dai cassetti i cuori inariditi, l’indirizzo dei concessionari APPLE consegna le raccomandate che non sono andate a buon fine Fermenti  35


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Anima e corpo (2000) Per Davide Argnani

Un soffio di congedo settembrino riprende il suo seno celestino. Il corpo e l ‘anima mi suggeriscono il cuore e l’intelletto in un modo tra il fiume e il mare che genera il corso delle ore con l’accento tonico. Non esistono anime invecchiate e, se lo sono, vuol dir che anime non erano ma corpi travestiti che non contavano niente. Felice mente. Dis graziatamente. Per Pietro Archis Attraverso tempi prima di me e vivo i tempi prima che essi siano. La mia anima scrive un diario sul corpo dalla testa ai piedi la mia anima scrive a zig zag i giorni in cui ne ho voglia. A Oxford .......a Bath.......ci sono lunghi squarci di silenzio scritto e un fitto acciottolìo di silenzio ascoltato. E c’è anche il silenzio detto le raccolte storiche, le antologie, il ripensamento. A brazzadura. Così sto imparando ad amare il prossimo. Gesù sapeva quant’è difficile . Cosa vuoi? un elogio del corpo, costruzione di costituita carne? Un contrario dell’ anima, dello spirito, della corporatura, dell’aspetto ? un cadavere, una salma-salma, una spoglia carcassa, un ventre da brasèr un utero che el fassa vegnìr bravure da bravòso, una riverita sagoma. Spirito spirituale principio vitale forza cadenza soffio respiro ? vita che rende l’anima con tutta l’anima? Non posso lodare il solo corpo. Il pane la pancia la mole la voce la parola la compagnia il circondarsi l’accento con decisione e con il diavolo in corpo mentre sto a sogguardar le spalle del mio guardaspalle. Seele mind. Un senso di pena per un momento un incrocio d’apatia dell’oggi con i ricordi del passato. Morire si deve in corpo e anima per rinascere in anima e corpo per poter mettere sullo schermo della vita una stella con me. In un corpo a corpo con l ‘anima a stretto contatto, all’arma bianca. Non ho mai perso la fiducia nel cosmo che si gratta la pelata. e indago medito ricerco il Lexicon Graecum Novi Testamenti con Franciscus Zorell, S.I., Editio quarta, Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma, 1990; l’Estetica di Hegel in versione italica Einaudiana, Torino, 1967 ché il todisco prestai e mai più lo riebbi; Chi Ha Paura Del Rosso, Del Giallo, Del Blu, su Congdom, L’Amerikano, Jaca Book, Milano, 1987 dove l’essenza coincide con l’esistenza. Mi condenso rapprendo coagulo la qualità dell’anima e la perfezione del corpo dello Zibaldone di Leopardi, il miglior libro (30) di critica & saggistica con il mio mikrokosmosmikrokosmosµικροκοσµοσ. Inedito. Il mio sguardo scopre le forme del corpo, scopro l’elogio del corpo Fermenti  36


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scrivendo e pittando. Poiein E non dissertando. Ritrovo la coda. Alla coda sono i critici, cadaveri già morti dominati dal terrore d’esser giudicati vivi. Dis elogio? si formano coppie fin nel primo anno di vita ma non diventano mature. Quasi mai. È il problema delle cicogne. Cicogne al nido ma non al partner (dice lui, Preuss) un carneade, anche costui. Credo d’ essere corpo-anima leib-seele mind-body, avanguardia, mi sento l’anima assillata dall’ intensità dal corpo reagente. Ho l’urgenza spirituale di dire la fede. Le geremiadi. Considera i giorni i mesi gli anni. Liftato nelle per tossi delle melodie inguinali (anche codesto è corpo, no?) della Coprofagie Koprophagie Coprophagy nei deficienti gravi “Il corpo delimita l’occhio sferico ai raggi di luce dell’anima…” nei malati di mente limati. Maliti. Timali (dice lui, Preuss, dice lui, Scharfetter). Il corpo contraddice l’uguaglianza la parola vuota di significato quello che viene dopo dopo e quello che viene prima e quello che non verrà. Il corpo per partito preso non ha né arte né parte. Minimo valore . Il corpo si mette l’animo in pace. E voi guardatevi negli occhi.

Il collasso delle Torri gemelle di Newyork (September 11, 2001) Ma quanto sgomento e disgusto e orrore alla performance postmoderna al teatro verità per il sipario di morte e distruzione al teatro nitscheano con i corpi degli officinanti tra carcasse d’animali nel castello di Prinzendorf…… arte & terrore, teatro di orge e dei misteri ab reazione di risoluzione sensibile della contraddizione orgiastica di attrazione e repulsione

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Per Franco Daleffe (25 gennaio 2003) i quadri collocano la poesia accanto accanto alle forme ai colori dentro le opere, accanto a qualcos’ altro accanto a quel che rivela il carattere d’intuizione..... s’allinea quel che è nascosto nel poema e ciò che è nascosto nell’ opera e si nasconde per rivelarsi....si nasconde ................... e i paesaggi son a tutto tondo in primo piano........ s’ oscurano le cose attorno fino a quando è possibile conviverci..... così come si dice che il sordo e quelli che cecando si vanno son compensati con l’acuminarsi di altri sensi così il guardante Daleffe si trova ad essere davanti a un pittore che dimora nel suo universo. Lo tocca il suo universo. In modo unico. Post Scriptum: Mi è costata una fatica concettuale enorme, Ma son contento. Voglio la sintesi del pensiero, non il rimestamento dell’imparaticcio. Ciao. Franco Verdi

Spesso mi chiedo perché Per quali vicende lo scritto che sto scrivendo è giunto ad assumere il suo aspetto attuale... quali sono le sue origini, quali strane allusioni sottendono la sua figura... la stuoia è sozza e rozza innamorata dal vissuto... come il pescecane di plastica che ho comperato con tanti altri ad Igea Marina...

Sto invecchiando Forme dello sconcerto mi sollevano esibizioni mentre mi installano l’occultamento. Franco Verdi

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L’arte di Franco Verdi

Franco Verdi, Senza Titolo, 1999, matita su carta Fabriano, cm. 24x19

Franco Verdi, Lungo spazio e tempo, 1995, mixed technique on paper, cm. 20x30, p. 3

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Franco Verdi, Homage to J. M. W. Turner, 1995, mixed technique on paper, cm. 20x30, p. 3

Franco Verdi, Pianura, 1995, mixed technique on paper, cm. 20x30, p. 3

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Tra norma e fatto. Il realismo nella letteratura americana del Novecento di Ivan Pozzoni

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SAGGISTICA

Grande ventata di novità nell’orizzonte culturale mondiale, la letteratura americana del Novecento si districa – ad eccezione del coerente antirealismo del Postmodernismo esordiente di J. Hawks (The Cannibal, 1949) e J. Bart (The Floating Opera, 1956) o dell’evoluzione di esso in autori come T. Pynchon e D. De Lillo, indirizzati ad interessi stilistici in un rivoluzionario tentativo di distorcere mondo e senso comune – tra due diverse modalità di intendere il realismo. Due sono i modi americani di camminare sulle strade della realtà: nella dimensione normativa della critica sociale della cultura beat/ beatnik o nella dimensione descrittiva dell’osservazione sociale della tradizione minimalista. Padre di entrambi i John Steinbeck realismi – come sostiene Fernanda Pivano in Dopo Hemingway della Tullio Pironti Editore- è stato Ernst Hemingway, contaminato indirettamente dalla carica eversiva e contestualista del will to believe jamesiano di Pragmatism (1907). Dalla letteratura contestataria “socialista” d’inizio secolo – con Farrell (Studs Lonigan, 1932/35), Steinbeck (Tortilla Flat, 1935), Dreiser (An American Tragedy, 1925) e Dos Passos (USA, 1930/36)- basata su una narrazione di condanna verso inflazione e disastro economico relativi ai momenti storici antecedenti al New Deal roosveltiano, nascono – attraverso l’astrattismo artistico lichtensteiniano e warholiano di metà secolo – i flowers della contestazione beat/ beatnik. Per indimenticati artisti come A. Ginsberg (Howl, 1956), J. Kerouac (On the Road, 1957), W. Burroughs (Naked Lunch, 1959), G. Corso (Gasoline, 1958) e N. Mailer (The Naked and the Dead, 1948), tutti avviati sul cammino d’una critica sociale imbrattata di vita urbana, contestualismo, everyday life, restano centrali – against the American dream- i temi dell’anarchia, della liberazione dalle sovrastrutture sessuali e razziali, dello marcamento dal dolore e dalla sofferenza esistenziali, della comunicazione interumana, della tolleranza, dell’ideale di non violenza della War Resisters League (sino all’esito decadente delle contestazioni violente di Crazies, Black Panter Party o Motherfuckers); avendo tale invito al rinnovamento esistenziale come cassa di risonanza riviste underground e Youth International Party, la critica sociale beat/ beatnik è normativamente diretta a cambiare il sistema americano nelle sue smanie di controllo (Burroughs), nei suoi tentativi di contenere elan vitale e vivacità umane (Kerouac), nella sua volontà violenta di servirsi d’odio e rabbia (Corso). Passando


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attraverso le contro-riforme confessionali della femminista E. Jong ed intimiste/individualiste della romanziera A. Tyler, o attraverso la controversa avventura del nichilismo bukowskiano, il realismo novecentesco americano successivo si indirizza verso lo smantellamento della dimensione normativa della cultura beat/ beatnik; «la gioventù degli Anni Sessanta – secondo Fernanda Pivano- cresciuta nelle sperimentazioni di erba e polverine ma soprattutto di grandi, grandissimi, smisurati sogni sociali, di marce di protesta non violenta contro gli armamenti (nucleari o no) e contro discriminazioni razziali, sessuali o di ogni genere, aveva visto fallire ogni sua speranza ed era diventata sospettosa di crociate, di eroi e di idealismi». John Dos Passos Nel nuovo realismo dei minimalisti – come R. Carver (The Cathedral, 1983), A. Beattie (Chilly Scenes of Winter, 1976), o M. Robinson (Oh!, 1981)- interesse sociale e azione antisistema sono sostituiti, secondo uno stile diretto hemingwayiano, da una descrizione distaccata delle miserie dell’uomo e del mondo, schiacciati da decadenza economica, assenza di lavoro e crisi dei valori; nei brevi racconti di costoro e dei successivi Post-minimalists la scelta “estroversa” della letteratura beat/ beatnik si rintana nell’introversione di una società condannata alla cultura di massa (Carver), all’angoscia (Beattie), alla tossicomania (Robinson). Da essi, nell’ultimo ventennio del secolo scorso, sboccerà la rinascita neoromantica di sottili «observers» delle realtà yuppies come J. McInerney (Bright Lights – Big City, 1984) e B. Easton Ellis (Less Than Zero, 1985). Ivan Pozzoni

Navigatori a vista di Tommaso Putignano

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Le sette favole del Gatto Pedro di Emanuela e Idalberto Fei


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Gian Paolo Roffi, Poesie sonore 1986-2004

In due cd delle edizioni d’arte Félix Fénéon, l’ultima produzione di Roffi e le sue storiche incisioni con Adriano Spatola di Giovanni Fontana

  Tam Tam 41/B, Montecchio Emilia, 1984.   Adriano Spatola, “Gobelin”, in La definizione del prezzo, Tam Tam - Edizioni Martello/Libreria, Vicenza, 1992. 1 2

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SAGGISTICA

“Anche le parole hanno il coito interrotto”, scrive Roffi in Reattivi.1 Del resto per un poeta che esalta nella poesia le componenti visuali e sonore, le parole sono materia palpabile, sono corpo e tempo che si fondono in un unicum tangibile; ma, talora, l’amplesso è traumaticamente sospeso: corpo e tempo praticano il distacco per non perdersi nella genesi routinière e vivere, così, l’interruzione in puri guizzi ritmici o in sublimazioni evanescenti, essenzialmente librate, isolate in spazi autoriflettenti, rasentando silenzi, per poi tornare a sfiorarsi in armonia e precipitare ancora l’uno nell’altro in un movimento erotico che sa di vibrazioni e conso- Giovanni Fontana nanze. La reciprocità dell’influenza si dispone su tragitti circolari, perché è un tempo mentale, tutto interiore, che muove il corpo; ma è il corpo che scandisce il tempo esterno e, a sua volta, quel tempo segna i quadri delle mobilità interiori. Si tratta di travasi di energia che suscitano quel flatus splendidamente attivo che alimenta la voce in movimento. Del resto per Roffi “rimane il tempo – vera estensione dell’anima”. E ancora: “nemmeno le parole / si compongono più / in trame significanti”, perché è come se cedessero spazio alla pura cronografia, alla cronotipia che, però, si fa tessuto necessario e sostanziale. La parola, copula di corpo e di tempo, può rinunciare improvvisamente al corpo per dileguarsi nel suo tempo di estensione, che è anche struttura e impronta temporale. Il corpo penetra il tempo e ne è penetrato, e nello sfregamento si genera un conflitto di sensi, che naufragano in spazi mentali, dove le parole si disperdono in corpuscoli volatili e spariscono. Adriano Spatola, in un testo dedicato a Gian Paolo Roffi, aveva scritto che “l’atto dell’apparire ha in sé la sparizione / chiusa dentro le parole come dentro un pugno”.2 È l’eterno conflitto tra animus e anima che spasimano con imprevedibili dinamiche. D’altra parte questi giochi, che pure Roffi riserva ai contesti lineari dove ama svuotare le parole rinviando direttamente al referente, costituiscono gli esercizi che ben si addicono a chi voglia concentrarsi sui valori fonici dell’evento poetico, dove la composizione vive di puro suono, ma rimanda continuamente al corpo che ne è


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generatore e specchio. Spatola scriveva a proposito di Reattivi che “il rimandare al referente mettendo in dubbio la parola vuol dire per Roffi immergersi in una dimensione schizofrenica che ha tutta l’apparenza della normalità”.3 La considerazione aderisce perfettamente anche all’evenienza performativa, dove più netta si profila l’ombra giullaresca o quella schizoide del folle di dio. In realtà tra i testi lineari e il lavoro sonoro di Roffi c’è gran continuità. La vocazione a ricercare rapporti stretti tra parola e suono si delinea già nelle sue prime prove poetiche. Nel 1978 è l’autore del testo di “Con gli occhi di Simone”, una cantata per voce femminile, chitarra e nastro magnetico dedicata a Simone Weil composta da Sebastiano Giuffrida e cantata da Paola Contavalli. Nel 1981 offre ancora i suoi testi alla musica nello spettacolo “Ricordando Milly”. Ma valga soprattutto l’analisi del suo Contesti 4dove, per esempio in Lectura, i ritmi serrati dei versi nella loro reiterata indicazione dimostrativa sostengono un tessuto sonoro esaltato da sequenze di rime che invocano la partecipazione attiva, che richiedono il sostegno del corpo. Similmente si dipanano in ritmi incalzanti e assonanti testi come Lògos o Res cogitans / Res extensa, che si conclude in litanìa, o Intensio, che, dopo una sequenza di secche affermazioni, si dilata per un attimo e sfuma in tiritera. La tecnica di versi in sequela identicamente aperti è variamente riproposta in Phàrmakon e nella sezione Tropismi, dove nell’Isola si perde in una sorta di rosario a domanda e risposta. Una buona palestra per l’esercizio fonetico e la pratica ecolalica è stata senz’altro il Mulino di Bazzano, baluardo della sperimentazione poetica difeso con passione e determinazione da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, meta di poeti provenienti dalle più diverse aree culturali, ma accomunati dall’interesse per una scrittura di taglio intermediale, decisamente “fuori dalle righe”. È lì che, tra le tante avventure visuali e sonore, nasce anche l’idea di “Baobab - Informazioni fonetiche di poesia”. Si tratta della prima audio-rivista di poesia sonora italiana. Siamo alla fine del 1978. L’iniziativa è sostenuta dall’editore emiliano Ivano Burani. Spatola ne è l’unico redattore fino al 1986; successivamente figura come direttore e si avvale della collaborazione redazionale di Gian Paolo Roffi. Ma i due poeti, impegnati sul medesimo fronte, finiscono per intrecciare le loro voci in diverse occasioni. Roffi si esibisce con Spatola, talora come comprimario, talaltra come spalla. Ricorderei almeno Biographie,5 giocato sul nome del poeta pronunciato con accento francese; Vamos,6 un divertissement con inflessioni ispaniche; Autoroute,7 dove si ha l’impressione di osservare, su uno sfondo sonoro, due sciagurati che percorrono a piedi la corsia di emergenza di un’autostrada. Queste ed altre storiche composizioni a due voci sono raccolte nel doppio CD pubblicato dalle Edizioni d’Arte Félix Fénéon (Ruvo di Puglia, 2009). Tra le altre,   Adriano Spatola, introduzione a Reattivi, cit.   Edizioni Riccardi, Quarto (NA), 1997. 5   In “Baobab” n° 15. 6   Ivi. 7   A. Spatola, G.P. Roffi, Autoroute, in Slowscan, vol. 8, a cura di J. Van Toorn, Hertogenbosh (Olanda), Drain Press – Slowscan Ed., 1988. 3 4

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si possono ascoltare alcune registrazioni effettuate al “Primo Festival di Poesia Performativa” tenuto a Roma (piazza Margana) nel 1988. Lì Spatola, sostenuto dall’amico Roffi, tiene la sua ultima performance: pulsante, vitale, ma segnata da quell’istinto di morte che pervade certi suoi lavori quando, in un ironico gioco di ricongiungimento di Eros e Thanatos, offre al pubblico Gian Paolo Roffi il poema di sé, quasi vittima sacrificale. Non a caso, in quell’ultima performance, eseguendo l’ennesima versione di un suo pezzo ormai classico (quella Ionisation nella quale ricava suoni battendosi il microfono sul ventre), esordisce dicendo: “Mi onoro di questa morte. Farò una marcia funebre sul mio corpo”.8 L’eco profetica di quella “marcia funebre” risuona ancora nelle orecchie di molti. Il 21 novembre 1988, due giorni prima della morte del poeta, la registrazione è trasmessa da Radiouno in “Audiobox”. Il 12 dicembre 1988, sempre su “Audiobox”, è messo in onda lo special “Dedicato ad Adriano Spatola”, a cura di Pino Blasone, Vanni De Simone e Berta Furlani, che ripropone la serata in versione integrale. L’intero concerto è successivamente pubblicato in “Baobab” n° 20. In questo doppio CD sono oggi inclusi i brani a due voci: Pagine gialle, Ocarina e Punto interrogativo. Dopo la scomparsa di Adriano Spatola, Roffi continua a figurare come redattore di “Baobab”, sotto la direzione di Burani, insieme ad altri vecchi collaboratori. E su quell’audiorivista incide Horror nel numero 14, Che cos’è la poesia nel numero 19, Ricognizione del tu nel 21 e Strambotto a Totino nel 27. In performance predilige testi scarni dove, generalmente, assume un ruolo principale la ripetizione ossessiva di monemi; utilizza spesso una vocalità asettica tesa a provocare reazioni ipnotiche. Il rapporto con il testo, caratterizzato dall’assenza di partecipazione, produce andamenti sinusoidali determinati dal graduale svuotamento dei significati della parola e dalla successiva riacquisizione del senso, in ragione dell’esasperato processo iterativo e dei conseguenti effetti magnetizzanti sull’ascoltatore. È il caso dell’Invenzione del tu, tratto dalla raccolta Perverba,9 graficamente strutturato sul valore dello spazio bianco che impegna l’area centrale della pagina, che, nella versione sonora, si metamorfizza in una lancinante prospettiva acustica tutta costruita sull’insistenza di un inascoltato segnale telefonico di chiamata, che in un gioco di struggente ironia si intreccia con il pronome ‘tu’ che ne è specchio e matrice. Dalla medesima raccolta provengono i ‘pre-testi’ di Interpunzioni (punto esclamativo, punto interrogativo, punto fermo), una sequenza di tre composizioni, la cui versione sonora è costruita sulla ripetizione del materiale verbale e sulla sua modulazione espressiva, con il curioso risultato di giungere, attraverso l’articolazione ritmica delle parole, alla realizzazione di strutture metriche regolari. In Punto esclamativo si ottengono ternari e quinari con andamento giambico, in Punto inter  Si veda G. Fontana, Adriano Spatola: il corpo, la voce: la parola totale, in “Adriano Spatola poeta totale”, a cura di P. L. Ferro, Genova, Costa & Nolan, 1992. 8

  Tam Tam 55/B, Montecchio Emilia, 1988.

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rogativo terzine di endecasillabi giambici, mentre in Punto fermo sono generati settenari giambici e decasillabi dal ritmo anapestico. Altri lavori che chiariscono la metodologia compositiva di Roffi sono quelli che costituiscono la trilogia di Voli: 1) Battendo le ali, 2) Lontano lontano, 3) Dall’ombra nell’ombra, dove la tessitura del testo a stampa e la realizzazione sonora sono ottenute praticando piccoli spostamenti nello spazio visivo e nel corrispondente spazio acustico. Gian Paolo Roffi ha voluto praticare un’operazione di verifica optofonica, dimostrando che la scansione grafica dei versi può trovare riscontro in quella sonora, nell’assoluta unitarietà della parola poetica, espressa attraverso tutti i suoi elementi costitutivi, organicamente strutturati sul piano grafico, fonetico e semantico. Altri elementi significativi del suo lavoro sono dati dal ricorso al plurilinguismo e, talvolta, da impasti magmatici, come in Segni & Segni,10 dove si confronta con le musiche di Andrea Borgatti Schirinzi, adottando anche variazioni di velocità sulla parte vocale. Eugenio Miccini ha scritto a proposito della sua poesia che “l’enunciazione della parola si pone inizialmente come affermazione del suo significato, ma poi la ripetizione determina un effetto di sottrazione del ‘senso’, e di esaltazione della natura fonica della parola stessa. Se la recitazione si interrompesse a questo punto, il testo avrebbe raggiunto il cosiddetto ‘grado zero’, sarebbe stato annullato in pura sonorità. Al contrario, il perdurare della ripetizione produce il pieno recupero del significato, accresciuto dall’addizione degli elementi sensibili, materiali – se così si può dire – della parola. L’uso di effetti sonori, anch’essi minimali, tende di regola a sottolineare la durata temporale della ripetizione, il suo protrarsi in un tempo uniforme, pressoché indefinito. L’esito di questo procedimento è la fusione, l’integrazione totale degli elementi fonici e di quelli significativi, vale a dire quella che si può riconoscere come specificità dell’uso poetico del linguaggio”.11 I concetti di “ripetizione” e di “effetto minimale” espressi da Miccini potrebbero indurre a pensare che ci possa essere qualche relazione tra il mondo sonoro di Roffi e il “minimalismo” musicale di autori come Riley, Reich, Glass o La Monte Young. Tale idea potrebbe essere sostenuta da processi iterativi in equilibrio tra la materia sonora e il vuoto secondo uno sviluppo lineare, un flusso con carattere di continuità che svuota la mente. Ma qui la riduzione della trama sonora secondo pattern pressoché immodificabili e la fissità di un’idea ossessivamente ribattuta all’infinito, contrassegni della musica “ripetitiva”, sono sostituiti dall’”esaltazione della natura fonica” di una parola che si libera del proprio significato per riappropriarsene secondo una curva che s’impenna rapidamente. All’insistenza del segno, non corrispondono effetti ipnotici misticheggianti, bensì le virate rivelatrici di senso di una pregnante parola “in voce”. Giovanni Fontana   In G. Fontana, La voce in movimento, Harta performing & Momo, Monza – Frosinone, 2003 [libro+CD]. 11   E. Miccini, Poesia visiva e dintorni, Firenze, Meta, 1995. 10

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Di un futurismo come “pre-testo” di Marcello Carlino

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SAGGISTICA

Per cominciare, parliamo di Marinetti, se permettete. E non sulla spinta di un clima suggestivo, che ti prende con il suo “effetto-domino” a cui non resisti; o per riflesso condizionato, mosso dai media e trasmesso in pandemia, che sopraggiunge a persuaderti occulto; o perché semplicemente lo vuole la consuetudine, che accorda sulle ricorrenze, meglio se a cifra tonda, il tempo utile, pertanto miserello, di una critica letteraria sempre più negletta e singultante. Per cominciare, parliamo di Marinetti, qui ed ora; e non perché così si è fatto a destra e a manca, e così fan tutti di conserva, ed è trendy insomma – celebrandosi le feste di congedo, o gli ultimi gala gremiti e fastosi, epperò Filippo Tommaso Marinetti non essendosi spenta, sappiamo, l’eco pirotecnica dei grandi eventi, ma immancabilmente scontati e vuotamente rituali, con rarissime eccezioni che non fanno primavera, già programmati per il centenario del futurismo. Ebbene: Marinetti, di cui riteniamo utile parlare cominciando, inventa le parole in libertà nel 1912, quando, ciò che è notorio, con apposito manifesto, in un articolato di undici punti, suggerisce e quasi sentenzia come e qualmente occorra adoperarsi per una distrazione, per uno scompaginamento, per una distruzione della sintassi. Il lettore avveduto, stiamone certi, giudicherà superfluo che si ricordi quanto la profferta di prescrizioni tecniche per una letteratura futurista, anche fra gli arruolati o fra i simpatizzanti, sia stata accolta, al momento della sua pronuncia, da molti con sorpresa e con sgomento, da non pochi con fastidio e con malanimo; né va sottolineato, più di tanto, quanto essa risulti ancora oggi controversa. Che quel manifesto, comunque, rappresenti una “delibera-quadro” tutt’affatto decisiva per il capitolato d’appalto alla scrittura letteraria, questo va evidenziato con più forza e convinzione di quelle finora impegnate e profuse. Si dica chiaro, insomma, che qualora si prescindesse dalla istruttoria procedurale delle parole in libertà, e soprattutto dalla forma dell’espressione che le è conseguente e che ha i suoi propri diretti addentellati di poetica, letterariamente il futurismo non potrebbe far mostra di specificità alcuna e dunque, per paradosso, non avrebbe profilo individuabile, non marche puntualmente identitarie da esibire e neppure, a voler tirare le somme dovute, esistenza davvero certificabile. Ma tornando a bomba, e quindi ai fuochi della controversia, non è chi non veda che i detrattori lamentano (e lamentavano) che Marinetti giusto con le parole in libertà pone a rischio il libero arbitrio di chi scrive, ossia l’autonomia di scelta – che non intende vincoli o canalizzazioni forzate di flusso – da rilasciarsi obbligatoriamente


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al talento creativo, trattandosi nella fattispecie di un valore assoluto e di un presupposto imprescindibile di qualunque avanguardia; e argomentavano (e argomentano) che siffattamente il futurismo si riduce a scuola e il futurista finisce rimpicciolito, retrocesso a scolaretto a cui si raccomanda di tenere a mente la lezione, di accettarsi felicemente catechizzato e di applicare per benino le tavole della legge, le regole imparate; e chiosano per giunta che la semplificazione così procurata è come un letto di contenzione: è scuorante, inibitoria, tale che stroppia davvero. I detrattori accade poi che calcolino chi più chi meno che il paroliberismo è reso megafono dei peggiori miti di fondazione del futurismo e si traduce alle corte, reiteratamente, in una “guerrascrittura” (per alcuni di essi le riserve di tipo letterario sono le uniche che contano; o fanno premio sulle riserve di tipo ideologico-politico, che parecchi oppositori o transfughi di primo Novecento, pentitisi dell’avanguardia, trascurarono del tutto di avanzare); così come, del resto, ciò è più o meno inscritto a bilancio, e più o meno coperto da omissis, dai laudatori, dagli estimatori antichi e recenti. I quali, viceversa, fanno leva sulla licitazione del disordine e del caso, sulla dismissione di palinsesti compositivi e distributivi, sulla “il-logica” del discorso, sulla dinamica analogico-associativa della serialità verbale, sulla velocità dell’affioramento delle parole, per concluderne che il futurismo è la madre di tutte le avanguardie e che senza le sue elaborazioni, innanzitutto teorico-progettuali, non avremmo, per esempio, così una validazione ulteriore per lo stream of consciousness, come un’apertura di credito per la scrittura automatica: non avremmo un po’ di strada tracciata, e il testimone di una staffetta da passare di mano prontamente, per il dadaismo e per il surrealismo. Chi interpreti in maniera conveniente, e impieghi la giusta capacità d’equilibrio, dovrà però concedere, io credo, che la forza inaugurale della tecnica letteraria dell’avanguardia promossa da Marinetti, come appare definita nel manifesto del 1912, è direttamente proporzionale alla possibilità di revoca, di disdetta e di cancellazione delle mitografie della ortodossia futurista. Che è quanto si ottiene, essenzialmente, da una riprovazione, ovvero da un accantonamento, dell’ideologia portante del futurismo e dal rifiuto di prestare la scrittura a strumento di professione e di ratifica, perfettamente tarato, dei suoi principi statutari e della sua ratio (da una ripulsa, in buona sostanza, delle sue servitù e della sua vocazione utilitaristica: così alla grande nelle versioni nichilistiche e nonsensical di Palazzeschi, così negli aggiustamenti mistilinei alla Govoni magari per reflussi dal liberty, così comunque nel difetto di espletamento e nel sabotaggio de facto di mandati programmatici, o promozionali o asseverativi, e nella forzatura del prontuario di norme, e nella conseguente ammissibilità di numerose eccezioni o scarti, tali che il paroliberismo sia sviato dalla univocità di un brachilogico e cogente dispositivo semantico verso cui, a tre anni dalla fondazione del movimento, lo indirizza con piglio perentorio l’articolato di definizione specificamente operativa della letteratura). Ma che è quanto si ottiene, in parallelo, e soprattutto, e più durevolemente, e con più forza prognostica, dalla estrazione dalle formazioni sedimentarie parolibere, e dallo sfruttamento energetico, di una risorsa nascosta, forse occultata con atto di Fermenti  48


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rimozione volontaria, certamente precipitata a livelli ipogei profondi e depositatasi in strati non d’un subito rinvenibili e raggiungibili; e tuttavia una risorsa alla lettera basilare, e originaria, che costituisce la chimica più antica, il fattore aggregante e insomma il primum geologico delle parole in libertà. E che della tecnica della letteratura, come da statuto del 1912, è il principio organizzativo e insieme l’impulso inaugurale, quantunque Marinetti si guardi bene (o si trovi di diritto esonerato, avendone usato senza averne contezza) dal darne avviso. Il fatto è questo, alle corte: le parole in libertà, quanto alla teoria, sono il frutto di un innesto transgenico, nel corpo della letteratura, di cellule staminali compatibili d’altra provenienza organica. Il donatore appartiene alla specie della pittura. Sì, le cose stanno proprio così; non mi pare possano esserci dubbi. Consideriamo infatti che, all’altezza del 1912, la scrittura letteraria d’Italia (ma altrove le cose non vanno poi molto diversamente) magari sperimenta, ma lo fa con cautela massima (e comunque, benché al fine di demistificarla, ancora nel solco della tradizione, di quella tradizione che i futuristi promettono di abrogare); consideriamo che il futurismo ha bisogno, soprattutto in riferimento alla letteratura che è uno spazio d’espressione e uno strumento di autopromozione capitale, di marcare la sua diversità e di distinguersi come nuovissimo, in rotta radicale con il passato; consideriamo che né il verso libero (per il quale in tanti, in troppi propendono; e che in tanti, in troppi non considerano illecito, come dimostrano le risultanze dell’inchiesta su di esso condotta; cosicché non appare davvero la leva adatta a sollevare e rovesciare mondi), né l’analogismo di scuola simbolista (neppure quello portato un’ottava più su – su di un’onda oratoria che monta e talvolta stecca e arriva a dissonare – dell’ideosimbolismo nostrano, spesso nutrito di passioni carducciane), né le esperienze di mestica, in privati e appartati laboratori di scrittura, possono costituire precedenti autorevoli e dunque hanno la tipicità caratteristica di modelli d’avanguardia da raccomandare con zelo speciale; consideriamo che, nel mentre, e all’opposto, la salute sperimentale delle arti pittoriche è di gran lunga migliore e che è solida oramai, in questo campo, una tradizione d’avanguardia con le sue determine teorico-operative. Consideriamo dunque l’insieme, facciamo una somma algebrica dei fattori appena noverati, e avremo che, ne sia o no consapevole, e molto o poco che eventualmente si attenga ad una motivata e circostanziata delibera di espianti e di talee, Marinetti bussa alla pittura perché alla letteratura siano trovate le giuste misure, convenienti alla oltranza futurista. Marinetti, per dir meglio, in vista di una tecnica letteraria da profilare e di cui dispensare una esemplarità possibile, non può che far tesoro della lezione della pittura e transcodificarne, poco importa se fino in fondo con scienza e coscienza, alcuni tratti di particolare rilevanza. E dacché gli stessi pittori, che gli sono a fianco e con lui stanno correndo l’avventura, sono stati divisionisti e tecnicamente muovono dalle premesse del divisionismo (che ha dalla sua procedure definite e riconosciute, dettagliatamente esposte e scientificamente formalizzate), e inoltre lo dichiarano con tutta evidenza, è vicina la fonte, e si colgono senza sforzo il luogo d’emissione e il tenore del suggerimento: è divisionista l’impulso che viene alle parole in libertà, divisionista in concreto la loro Fermenti  49


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origine. Divisionista la loro chimica di base, divisionista lo strato più antico, divisionista il primum geologico; divisionista infine la filigrana, l’architettura di riferimento per la progettazione, l’architesto virtuale. D’altra parte, se io cancello qua e cancello là, e tolgo di mezzo gli aggettivi, e pure gli avverbi, è come se escludessi dalla tavolozza i colori mescidati, gli impasti che mi rendono i semitoni; e se io mi sbarazzo della punteggiatura, è come se mettessi al bando la linea che conchiude in comparti definiti azioni e rappresentazioni; e se con la serialità della mia scrittura tolgo ossigeno allo spazio e al tempo e ne lascio una ricostruzione possibile alla “lettura” del lettore, è come se riproducessi le dinamiche di percezione e di reimpaginazione delle immagini che i divisionisti, in forza delle loro premesse di fisica e di fisiologia della vista, e con l’ausilio della tecnica del colore diviso adoperata, demandavano all’occhio di chi guarda, chiamato a compiere col quadro lo stesso processo, di rielaborazione in soggettiva con le frequenze della luce, nel quale gli succede momento dopo momento di spendersi in rapporto al mondo esterno, all’oggetto – nelle sue proiezioni molteplici in piani e livelli – che si conviene definire col termine di realtà. In ultimo, se io eleggo a cardine della scrittura nuovissima il sostantivo, se gli trovo compagni di pari grado, se li accosto fittamente in una catena di equivalenze immediate, o in una rete di analogie per il traino di un’immaginazione senza fili, non mi comporto diversamente da chi consegna alla spatola o al pennello soltanto colori primari e li associa per punti, per “bastoncelli”, per filamenti senza alcun giunto di collegamento costituito da mezze tinte e sfumature. Ecco, il nome sta al paroliberismo futurista, come il colore primario sta al divisionismo; e l’analogia nel futurismo non sembra avere “diatesi” diversa dal distendersi, per concomitanza sinergica di differenza analitica e di propensione sintetica, con cui è gestito il cromatismo divisionista. Per il vero, dunque, quella delle parole in libertà non è un’invenzione di Marinetti; oppure la si può ritenere tale, a patto che, etimologicamente, con “invenzione” si intenda e si voglia significare un “ritrovare”: per la tecnica letteraria, che in quella stagione della sua avanguardia gli è necessaria più del pane, e che deve potersi qualificare per un alto tasso di novità e un notevole impegno di esposizione sperimentale, nel 1912 l’inventore e il leader del futurismo trova – in ottimo stato di efficienza, e potenzialmente in grado di assicurargli utili di esercizio – o raccoglie inavvertitamente, ma ben fiutando l’aria che tira nel campo della ricerca artistica più avanzata, le procedure del divisionismo. Altro è poi l’immediato riassetto, o riconfigurazione, con cui egli provvede a tarare per la letteratura le modalità operative del colore diviso. Già solo a compulsare gli esempi recati nello scritto teorico di pugno di Marinetti e poi nella prova esplicativa data a corredo, s’avverte che l’analogismo, che accosta a strisce o a sciami o a stringhe i sostantivi, non ha una gittata lunga e resta dentro un perimetro limitato (sono occasionali, ed hanno un ruolo marginale, e svolgono una funzione esornativa, le spericolatezze associative, che pure non sono escluse a priori e che vengono a un certo punto benedette; d’altro canto, la stessa onomatopea astratta, più tardi teorizFermenti  50


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zata, non ha una buona letteratura presso i futuristi). La moltiplicazione e l’espansione seriale delle parole-concetto rispondono piuttosto a logiche di ribadimento, di rilevazione evidenziante e prescrittiva, di rinforzo del nucleo iniziale della gemmazione semantica, a cui si torna come chiudendo il cerchio. La riconversione centripeta prevale di netto, così, sulle possibilità di apertura o di uscita o di espansione; e azzera, a vantaggio di una riaggregazione univoca dei significati, la dialettica tra analisi e sintesi implicita nella scelta della tecnica divisionista e nella ideologia ad essa sottesa (una dialettica, per contro, ribadita nel manifesto della pittura e recata a sviluppo dai pittori futuristi di maggiore personalità). Si esplicita e giunge a compimento, in tale guisa, quel che già si racchiude in nuce nell’articolato programmatico del manifesto del 1912: una dominanza della verbalità (e, per essa, delle parole-concetto che sorreggono la politica del futurismo) e, in parallelo, una accentuata riduzione delle possibilità di legami e di scambi di valenze con le arti pittoriche, anche quando la rivoluzione tipografica e l’ortografia libera espressiva, oltre che lo scompaginamento dell’assetto lineare della scrittura, sembreranno porre in esponente le marche visive del testo. Del resto, è sufficiente ripassare le stesse tavole parolibere di Marinetti, per avere conferma delle servitù e del mandato strumentale o meramente esecutivo, a cui è piegata la grafica, che sta lì, tra lettere e segni matematici, tra spirali e tracciati e parabole sibilanti, semplicemente per mettere in scena la parola; e cioè per riportare le parole, trovate sotto la spinta dell’analogia, nel grembo di una parola-chiave in cui si riassume, e trova intanto amplificazione, il “voler dire” perentorio e veloce dell’opera. Una tale prassi appare diffusissima, e assai numerosi i cloni di Marinetti stucchevolmente parolibero; per contro, sono poche le eccezioni, ma hanno, esse sì, una forza inaugurale di ben altra portata. Sono esperienze nelle quali il contributo interlinguistico della pittura – che pure con alcune sue specifiche tecniche risulta alla base delle parole in libertà e necessaria al loro concepimento, come abbiamo visto – non è occultato, sacrificato, rimosso; viene bensì ricapitalizzato per un accrescimento della vitalità semantica della scrittura. A questo punto si capirà perche abbiamo cominciato con Marinetti – che ora lasciamo, volentieri, agli ultimi celebranti del centenario e a un altro silenzio, forse di cent’anni e passa, se l’andazzo per la letteratura e per il confronto critico delle idee rimane l’odierno, che può contemplare soltanto remunerative riesumazioni in grandi occasioni anniversarie, il cui impatto mediatico è più forte – e perché anzi ce lo siamo portato dietro fin quasi al momento di concludere. Non si è trattato di ricostruire, filologicamente e culturalmente, una genesi e una filiazione, alle quali quasi per niente si è pensato prima e men che meno si è detto o si è scritto nella recente ricorrenza; piuttosto, avendo preso spunto da Marinetti e dal futurismo, si è trattato e si tratta di segnalare una possibilità, di additare una prospettiva eventuale, eventualmente raccomandabile. Si è soliti, negli atti di rammemorazione critico-letteraria, in specie i centenari, stabilire pressappoco, quando l’amnistia non è generale, e l’assoluzione preventiva, Fermenti  51


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ciò che giudichiamo conforme e conveniente e ciò che si presenta anomalo del corpo riesumato, quasi che il mandato peritale si limitasse ad una esplorazione autoptica in una asettica sala anatomica. Ma, se mi è permesso, molto meglio sarebbe valutare, di quel corpo che in letteratura mai può dirsi trapassato e decomposto e morto per sempre, se e quanto e cosa può essere “risvegliato” e portato a reazione nel presente, in vista del “che fare”. E ciò, a maggior ragione, in rapporto ad un movimento ricco e poliartistco e controverso quale fu il futurismo (in questa direzione, se non erro, mi sembra che sia andata la produzione di eventi “à propos de” realizzata nel 2009 a cura del Conservatorio di Musica “L. Refice” di Frosinone – una eccezione, fra i tanti risaputi convenevoli, al cui programma di sala ci piace rinviare il lettore). Ebbene: forse, dopo che il futurismo (e fosse pure per soli trecentosessantacinque giorni) ha consentito che si riaccendessero le luci sull’avanguardia, innominabile fino a un anno fa, un’avanguardia possibile oggi può essere rinvenuta cominciando da lontano, proprio dalle parole in libertà e dalla riabilitazione (e restituzione e potenziamento) e dalla messa a disposizione interattiva dell’altro corpo del linguaggio, visivo e pittorico, che di esse è l’impulso, la genesi e che in esse di norma, nell’avanguardia di Marinetti, è occultato, asservito, ridotto a funzione strumentale. Cominciando da lontano e passando attraverso una lunga, diseguale storia, ora esclusa ora sottotraccia, e un’ampia geografia internazionale di incontri intermodali tra poesia visiva, poesia sonora, poesia performativa, poesia concreta. Un’avanguardia possibile, che ha materia sinestetica, che ha modalità intermediali e che frequenta la dialettica di unità e di differenza, di ricomposizione organica e di specificità determinata dei sistemi linguistici di cui fa impiego: questa ci è consegnata da un rendez vous più avvertito con il futurismo, questa si profila, che è forma, perciò, di produzione polisensa, ovvero di senso arricchito, ed è lievito di rinnovamento e di prensilità conoscitivo-esperienziale per la lingua impoverita che ci parla. Un’avanguardia possibile che è pure un’avanguardia necessaria. Vogliamo dire che la tecnica, che essa sperimenta e usa a fini antagonisti, contraddice la tecnica il cui dominio e la cui assolutizzazione sono corresponsabili e comunque portatori insani della mitizzazione mirabolante, della telecrazia prestata al potere economico, della virtualizzazione sedativa, della spettacolarizzazione che riduce al silenzio, della estetizzazione della politica di cui soffre il nostro villaggio globale, con acuzie lancinanti nel nostro paese? Possiamo dire, così per concludere, che essa “riprende” dal futurismo, uscendo “tecnicamente” dalla estetizzazione della politica che del futurismo è il peccato capitale? E che risveglia il futurismo verso una possibile politicizzazione dell’arte, per usare le provvide categorie definitorie suggeriteci da Benjamin? Le scritture sinestetiche, le arti intermediali: è forse venuto il momento di porle al centro di una riflessione più larga e accurata, che vagli tendenze e misuri prospettive. Il “la” può darcelo l’avanguardia futurista, quando la si intenda come si deve per giusto lascito della festa centenaria: quando la si intenda da pre-testo. Marcello Carlino

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Scritture & avventure di Stefano Lanuzza

“Il filo forte del liuto”

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SAGGISTICA

Da tempo, la migliore poesia italiana viene testimoniata soprattutto dagli editori cosiddetti “minori”. Quanto all’editoria industriale, questa, per lo più, nella sua scelta di testi, sembra ora privilegiare impervi borborigmi e triti filosofemi, copioni da recita, traumatiche verbigerazioni e anamnesi psicanalitiche; con spreco di madrigalesse, depressivi narcisismi ed elogi panici dell’Invisibile. In Italia, tra gli editori di buona poesia s’afferma Campanotto che, ultimamente, va proponendo alcuni titoli spesso degni d’attenzione. Come nel caso del recente Il filo forte del liuto (Udine, Campanotto, 2009) della molisana Rosalba De Filippis, libro che l’autrice fa seguire alla raccolta d’esordio Sotto nevi di carta (Campanotto, 2007) a formare una matura, catafratta dilogia di archetipi ed epifanie, di tensioni e abbandoni dove, tra inconsueti confronti e connessioni di simboli, il significante persegue un’empatia col significato. Sospeso tra sgargianti visionarietà e musicali trascrizioni dell’infinitesimo quotidiano, tra intonazioni di canto e favola esistenziale, temerarie invenzioni formali e trasgressive imperfezioni, loica esattezza e ornamentale vaghezza, il verso dell’autrice, quasi gestualmente “disegnato”, esprime un’ipnotica, traumatica prensilità che fa aderire le parole alle cose e tutto vorrebbe avvolgere nella sua sottile aura emotiva talora intrisa d’una scanzonata ridarella. Scrivere versi come tamburellando sulle convessità della cassa d’un panciuto strumento, come pizzicottando le corde del liuto… Ed ecco, tra terzine, finti distici o lemmi assonanzati, sul “filo di rima” fatto “filo forte” del liuto suonato a pizzico, correre messaggeri celesti in palandrana e un angelo “che gioca con la brezza”; ecco brani di vite vissute “a distanza” e un “sogno serpente” che turba “la voglia di sonno”. Ecco l’“azzurro perfetto” di “un cielo assoluto” e ricordi fulminei come “piccoli giorni”; “giostre di voci” o echi, personaggi larvali e l’esistenza breve d’una rosa. Ecco una voliera dischiusa e frotte di terrori senza nome; una città sconosciuta e, sbiettanti tra i risvolti delle strofe, il fantasma apollineo di Mozart, quello ritroso di Emily Dickinson e quello senza requie di Campana. Marcata d’una delicata sonorità simile a evocati brusii di fiume, la De Filippis accoglie e scandisce nella forma brevis del suo verso una congerie di emblemi e talismani: i lari d’una casa-gabbia e una sbrattante “ala pavona”; definitive sere perché “non c’è tempo”e un vento muto che talora sembra dire; un umile erbario, un bestiario domestico-selvatico e, dentro tutto ciò, tra svaporanti memorie, labili dolori, innocenti malizie, vissuta a distanza ma vibrante, la vita: “questa vela sgualcita”.


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Cosa resta del futurismo Marciare non marcire

(Motto pre-fascista su cartolina futurista)

Meglio avanzare e morire che fermarsi e morire (A. Gramsci)

1909-2009: dopo il Manifesto del 20 febbraio 1909, assiomatico protocollo d’un radicale ripudio dei canoni ottocenteschi, il futurismo (che, pensionati i Carducci Pascoli d’Annunzio coi loro illustri precursori ed epigoni, interseca l’intero Novecento toccando a un dipresso ogni parte del mondo) scandisce il proprio vitale centenario. Però “è una vergogna che in Italia non esista ancora un museo del futurismo” deplora, su “I viaggi di Repubblica” dell’8 gennaio 1998, la figlia di Marinetti, Vittoria; dimentica che, per principio, il futurismo aborrisce i musei. Così, tra l’indifferenza dei refrattari e la congerie di entusiastiche iniziative, ora culturali ora mercantili, Manifesto del Futurismo che lo celebrano, il futurismo non cessa di segnalare la sua gioiosa persistenza universalistica. “Noi futuristi” proclamano, sospesi tra metafisica e positivismo, Balla e Depero “vogliamo ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti in tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto” (La ricostruzione futurista dell’universo, 11 marzo 1915). Cui segue l’estatica visione marinettiana del futurismo fatto “meraviglioso paradiso anarchico di libertà assoluta arte genialità progresso eroismo fantasia entusiasmo, gaiezza, varietà, novità, velocità, record” (Al di là del comunismo, 1920). Principi assorbiti (e, per certi aspetti, anche vanificati), dopo la Grande Guerra, dall’avvento del fascismo coi suoi richiami all’italianità, alla razza, al pensiero come strumento dell’azione, alla violenza, all’arditismo guerresco. Allorché la compagnia dei futuristi, scioltasi nella partecipazione all’attivismo fascista, non si lascia sdoganare, oggi, da revisionisti che proporrebbero un inverosimile “futurismo di sinistra”. Quello di un’antipassatista (cosmopolita, antimonopolistica, antagonistica, controstorica, anticattolica e autoapologetica) arte totale avversa al non meglio identificato, magari – si vorrebbe – con esatti nomi e cognomi, “culturame pantofolaio” è l’idea-forza, il mito, dei futuristi, bellicosi dissacratori paroliberi d’ogni Fermenti  54


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tradizione, costume accademico, convenzione, clericalismo e familismo (“Questa famiglia provinciale col suo matrimonio ipocrita, il prete lurido custode, gli scorpioni del moralismo a tutte le crepe dei muri, bisogna al più presto annientarla”, Marinetti, Democrazia futurista, 1919). È lo stentoreo mito della più discutibile e, in fondo, meno schematizzabile avanguardia del trascorso secolo; che identificando tra soverchi scarti, nelle sue sempre contraddittorie opzioni teoriche, l’arte con la vita, consegna arte e vita a un’attesa del domani oggi coincidente (ma hoc erat in votis) con la nostra epoca contraddistinta dal ripudio del passato e dall’ossessione del progresso: dal consumistico trionfo d’ogni genere di macchina e oggetto elettronico-telematico, dal culto più o meno edotto dell’irrazionalità e del subbuglio esistenziale, dall’eclettismo dilettantesco e dalla trasvalutazione, frammentazione, confusione o mistificazione delle ideologie. Simile rispecchiamento con un programma futurista che scambia il suo presente col futuro preconizza l’entropia postmoderna dove più che mai appaiono riaffermati i perentori dettami marinettiani dell’11 maggio 1913 (cfr. La sensibilità futurista) circa il telegrafico “acceleramento della vita”, la “moltiplicazione e [lo] sconfinamento delle ambizioni e dei desideri”, il “deprezzamento dell’amore”, la “nuova sensibilità finanziaria”, “l’uomo moltiplicato dalla macchina”, la “negazione delle distanze”, l’“orrore della lentezza, delle minuzie, delle analisi e delle spiegazioni minute”, l’“amore della velocità, dell’abbreviazione e del riassunto. ‘Raccontami tutto, presto, in due parole!’ ”… Segue il culto della vitesse applicato a svariate convergenze di letteratura e arte figurativa, architettura e design, musica e danza, drammaturgia e scrittura sonora, pubblicità e collage, cinema e gastronomia. Fino alle pratiche di happening, performance, videoart, body art; e alla pervicace voga della declamazione pubblica di poesie misurata con “la voluttà d’esser fischiati” (Marinetti). Voluttà felice d’essere infelice; goduta, altresì, dall’odierno spettacolo agonico d’una italica, politicante polis marcata dalla corruttela predatoria e, come alla vigilia del ventennio fascista, anelante – sembrerebbe – a consegnarsi all’antiparlamentarismo e a una tirannia prima mediatica, poi compiutamente diffusa. Ciò posto, va da sé che qualsivoglia tentativo di delimitare in tesi definitive o attendibili apparati storico-estetici le tensioni centrifughe della corrente futurista e i “tanti futurismi” in modi congrui finisca per risultare vano: anche riflettendo sulle differenze qualitative intercorrenti tra il primo seppure dogmatico futurismo, tuttavia produttore di alcune opere di valore, e una seconda fase parafuturista dominata, oltre che dal farsesco fascista, da scadenti o stanche variabili e normalizzazioni epigonali. Perché non c’è dubbio che tale “seconda ondata”, pervasiva e velleitaria, provinciale, ottusamente sberleffante o goliardica, spesso brutale e pressoché priva di qualità artistiche, finisca per vanificare l’energia pragmatico-proiettiva profusa dal sempre contraddittorio anarcofascista Marinetti – genio facilmente incompreso che d’Annunzio tratta da “cretino fosforescente” e Gobetti da “uomo impotente a riflettere” – incanalandola nelle tautologie nazistoidi sopravviventi presso i citeriori Fermenti  55


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fasciofuturisti anche dopo la morte (1944) del fondatore del movimento. “Non è per caso […] che il futurismo italiano sia sfociato nella corrente del fascismo: è del tutto regolare” rileva (a distanza di alcuni anni dal viaggio, 1914, di Marinetti nella Russia prima della rivoluzione) Lev Trotsky in Il futurismo e Majakovskij (1923). Senonché, nello stesso anno, così osserva Giuseppe Prezzolini: “Ho visto il progetto di un monumento futurista a Marinetti. Esso rassomiglia straordinariamente ai monumenti futuristi che la Rivoluzione russa si è eretta in alcune piazze” (“Il Secolo”, 3 luglio 1923). Immediatamente dopo, il giudizio di Trotsky trova conferma in uno dei tanti scapati pistolotti di Marinetti: “Bruciate e seppellite le vecchie idee logore sudice di Uguaglianza, Giustizia, Fraternità, Comunismo, Internazionalismo. Imponete ovunque l’Inegualismo…” (Futurismo e Fascismo, 1924). Intanto, tentando delle analogie, se non è da supporre paradossale che, all’epoca, il futurismo – che in diverse nazioni del mondo assume, per lo più, connotati di socialismo anarchico – si rispecchi in Russia anche con la rivoluzione comunista, va notato come a differenza del futurismo italiano quello russo costituisca un fenomeno abbastanza omogeneo, capace di marcare a fondo la cultura del XX secolo con la sua rivendicazione dell’autonomia dell’arte e della forma fine a se stessa: o essa stessa “contenuto”, libera dal gusto corrente e votata a mutare la realtà socioculturale. Anche se è proprio in simile proposito di cambiamento che il futurismo finisca per scontrarsi, nella nuova URSS, coll’integralismo del regime. Finché questo, pretendendo di volgere a proprio esclusivo vantaggio qualunque forma di espressione, finisce col ghettizzare e ben presto perseguitare l’esperienza futurista, considerata “borghese” o “inutile” non meno della “Rivoluzione permanente” concepita da Trotsky. Se il futurismo russo dei poeti (fra questi, diverse donne: Natalia Goncharova, Olga Rosanova, Aleksandra Exter, Lyubov Popova…) finisce coll’ordalia dei Chlebnikov, Majakovskij o Kručënych (meno noto poeta futurista, inventore dello zaumugy jazyk: sorta di lessico “transmentale”), esso invece continua nelle innovative testimonianze della celebre scuola di critica letteraria, la Formalista (Šklovskij, Vinogradov, Zhirmunsky, Tynjanov, Propp, Tomasevskij, Jakobson, …), all’origine di fermenti esegetici con completa dignità d’arte collegati a un inedito modo di leggere le opere degli autori classici, moderni e contemporanei. Se ciò che resta del futurismo russo è soprattutto la sua estrema valorizzazione della parola intesa come forma “resistente” anche a un’immediata o superficiale “comprensione”, si potrebbe dire lo stesso del futurismo italiano? Questo, ancora escluso dalle crestomazie più elitarie (a parte l’“irregolare” Palazzeschi, un po’ impressionista crepuscolare, un po’ futurista, surrealista e poi naturalista), secondo un Gianfranco Contini che nemmanco s’attarda sugli esercizi degli incantesimati glossatori pizzutisti, avrebbe quale suo eletto epigono non troppo tardonovecentesco Antonio Pizzuto (Palermo, 1893-Roma, 1976): esordito nel 1912 sulla rivista palermitana “Illustrazione popolare” col racconto Rosalia, poi autore, aderente di Fermenti  56


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fatto al marinettiano antinaturalismo, d’una impervia, serie di libri, coacervi, frammenti e lacerti (cfr. Signorina Rosina, 1956; Si riparano bambole, 1960; Ravenna, 1962; Paginette, 1964; Sinfonia, 1966; Testamento, 1969; Pagelle I, 1976; Pagelle II, 1977; Ultime e Penultime, 1978; Giunte e virgole, 1979; ecc.). Non il cronachistico-documentaristico raccontare della consuetudine storica impegna Pizzuto, ma un brachilogico, condensato, fonoprosodico, poliritmico, subliminal-funzionale narrare “per ellissi” delocalizzanti e abolizioni delle derive fra reale e irreale. Ed è un narrare adoperato, entro incalzanti scansioni paratattiche, su indeterminate immagini simboliche abolitrici degli scarti fra corporeo e incorporeo: che rende i personaggi narrati non già degli “oggetti di cronaca” proposti dal mero racconto effettuale, bensì dei “formalizzati” soggetti-“testimoni” (vaghi moduli di consimile tecnica narrativa echeggiano nel “romanzo sintetico” e futurista con allure protosurrealista di Bruno Corra Sam Dunn è morto, 1915). Siciliano di formazione classico-umanistica, ma discendente progressivo, oltre che dell’action painting e del nouveau roman, del variegato quanto turbinoso futurismo siciliano (A. Bruno, S. Carta, A. Mazza, E. Cardile, G. Jannelli, E. Cavacchioli, G. Manzella Frontini, P. R. Vasari, G. Gerbino, C. Civello, G. Giardina) che, all’origine, conta tra i suoi insulari adepti finanche Pirandello e Quasimodo, Pizzuto – rimarca fulmineamente un inflessibile Contini – sembra “attuare più d’un postulato linguistico del movimento futurista (quale si delinea in particolare nel Manifesto tecnico), realizzando un ideale a cui né il Martinetti né gli altri futuristi, nella realtà modesti impressionisti tradizionali, riuscirono pari” (Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei, Firenze, Sansoni, 1978, p. 171). Un giudizio associabile alla bolla altrettanto severa dello storico della filosofia Eugenio Garin: “[…] i futuristi, che proclamavano di vivere già nell’assoluto, nel movimento creatore, che esaltavano “il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno”, erano, anche se non se ne rendevano ben conto, gli ultimi eredi di un positivismo deteriore” (Cronache di filosofia italiana. 1900-1943. Quindici anni dopo. 1945-1960, I, Bari, Laterza, 1966, p. 88).

Bibliografia essenziale G. Papini, L’esperienza futurista 1913-14, Firenze, Vallecchi, 1919; C. Pavolini, F.T. Marinetti, Roma, Formiggini, 1924; A. Moretti, Il Futurismo, Torino, Paravia, 1940; M. Drudi Gambillo-T. Fiore, Archivi del Futurismo, Roma, De Luca, 1953; G. Castelfranco, Il Futurismo, Roma, De Luca, 1953; E. Falqui, Futurismo e novecentismo, Torino, ERI, 1953; R. De Angelis, Noi Futuristi, Venezia, Edizioni del Cavallino, 1958; G. Ballo, Preistoria del Futurismo, Milano, Maestri, 1960; A. M. Ripellino, Il trucco e l’anima, Torino, Einaudi, 1965; M. Calvesi, Il futurismo, Milano, Fabbri, 1967; S. Briosi, Marinetti, Firenze, La Nuova Italia, 1969; L. Tallarico, Verifica del futurismo, Roma, Volpe, 1970; M. Verdone, Che cosa è il futurismo, Roma, Ubaldini, 1970; U. Apollonio, Futurismo, Milano, Mazzotta, 1970; G. B. Nazzaro, Introduzione al futurismo, Napoli, Guida, 1973; C. De Michelis, Fermenti  57


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Il futurismo italiano in Russia (1909-1929), Bari, De Donato, 1973; L. De Maria (a cura di), Marinetti e il futurismo, Milano, Mondadori, 1973; G. Antonucci, Lo spettacolo futurista in Italia, Roma, Nuova Universale Studium, 1974; U. Piscopo, Questioni e aspetti del futurismo, Napoli, Ferraro, 1976; L. Tallarico, Per una ideologia del futurismo, Roma, Volpe, 1977; L. Caruso (a cura di), Manifesti futuristi (1909-1944), Firenze, SPES-Salimbeni, 1981; I. Gherarducci, Il futurismo italiano, Roma, Editori Riuniti, 1984 (1976); M. Calvesi, Le due avanguardie. Dal futurismo alla pop art, Roma-Bari, Laterza, 1984; C. Salaris, Storia del futurismo, Roma, Editori Riuniti, 1985; G. Lista, Il futurismo, Milano, Jaca Book, 1986; S. Briosi, Marinetti e il futurismo, Lecce, Micella, 1986; F. Grisi (a cura di), I futuristi, Roma, Newton Compton, 1990; M.V. Vettori, Il clown futurista, Roma, Bulzoni, 1990; C. Salaris, Artecrazia. L’avanguardia futurista negli anni del fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1992; M. Verdone, Il futurismo, Roma, Newton Compton, 1994; P. Cassinelli Lazzeri, Futurismo, Firenze, Giunti, 1997; A. Saccone, Futurismo, Roma, Marzorati-Editalia, 2000; E. Godoli (a cura di), Dizionario del Futurismo, Firenze, Vallecchi, 2002; M. Bentivoglio-F. Zoccoli, Le futuriste italiane nelle arti visive, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2008.

Monumentale dizionario dei proverbi italiani Più del motto filosofico fondato sulla “domanda”, più del vago aforisma, della generica massima, del precetto, della verbosa sentenza, della vaga facezia o della citazione intertestuale, per la sua struttura icastica il proverbio (probatum verbum = “parola provata’; pro verbum = “a favore della parola’) ha la privilegiata funzione di “risposta’: ma una risposta tesa a rifuggire la letteralità e introdurre metafore ora serie, ora facete o sarcastiche, pungenti ovvero ironiche. Ne derivano significati che, eludendo l’accezione diretta, alludono a un nuovo senso. Allo stesso tempo, un po’ come l’epiteto, il proverbio è, altresì, parasofistico e lapidariamente conciso: così, “rispondendo”, esso avverte, insegna o “detta”. Sono, appunto, ben 25.000 i detti memorabili raccolti e commentati da Carlo Lapucci nel suo Dizionario dei proverbi italiani (Firenze, Le Monnier), esito monumentale d’una ricerca iniziata nel 1970 e preceduta dalla feconda serie di antefatti presentati dall’autore in una gran messe di volumi: Dizionario dei modi di dire della lingua italiana (Firenze, Valmartina, 1969), I proverbi dei mesi (con Anna Maria Antoni; Bologna, Cappelli, 1972), Dizionario delle facezie proverbiali della lingua italiana (Firenze, Valmartina, 1978), La Bibbia dei poveri (Milano, MondaFermenti  58


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dori, 1985), Indovinelli italiani (Milano, Vallardi-Garzanti, 1986), I proverbi dei mesi (Milano, Vallardi-Garzanti, 1983), Dizionario dei modi di vivere del passato (Firenze, Ponte alle Grazie, 1996); fino al più recente Fiorentino spirito bizzarro (Firenze, Nerbini, 2006) dedicato all’arguzia estemporanea, all’ironia irridente e all’autoironia malinconica connotanti, coll’inevitabile “gorgia” o c aspirata, lo “spiritaccio” fiorentino. Poeta, narratore, saggista, studioso di linguistica e tradizioni popolari, Lapucci compie quella che fino a oggi è la più ampia ed esaustiva ricognizione d’un deposito di conoscenza talora sbrigativamente etichettato come minoritaria “cultura sommersa” o folcloristica e illetterata “sapienza dei poveri”. In realtà, non sempre possono attribuirsi origini popolari ai proverbi che, nati come formule sapienziali marcate – spiega Lapucci – da “una convivenza millenaria […] con la cultura dei dotti”, risalgono in molti casi a una tradizione erudita quando non elitaria (sia scritta, sia parlata) e sono stati “patrimonio delle persone colte, da Aristotele a Petrarca a Manzoni”. Vere e proprie sillogi paremiologiche sono l’Ecclesiaste, i Salmi, Giobbe, il Vecchio Testamento e il Vangelo di Matteo nel Nuovo Testamento; e repleta di proverbi è la sapienzialità latina infiltrata da quella greca (cfr. i Disticha Catonis, le Favole di Fedro, le Sentenze di Publilio Siro; con la Storia Naturale di Plinio e le Georgiche di Virgilio). Dall’epoca classica, il filo rosso della consuetudine proverbiale attraversa il Medioevo (cfr. Libri proverbiorum), l’Umanesimo (cfr. gli anonimi Adagia o i motti, numerosi, del Canzoniere petrarchesco), il Rinascimento (cfr. le X Tavole di proverbi veneti), il Seicento barocco (cfr. il Bertoldo e il Bertoldino di G. C. Croce o Il Malmantile racquistato di L. Lippi), il Settecento illuminista (cfr. gli apologhi dei Pignotti, Clasio, Pananti) e sostanzia i magnifici repertori ottocenteschi di Proverbi siciliani del Pitrè. L’Ottocento, secolo del Romanticismo, è anche la fase storica in cui s’accentua l’interesse per la problematica paremiologica poi sfociato nelle numerose ricerche novecentesche coinvolgenti l’etnolinguistica, la semantica, la semiologia e la stessa letteratura. Malgrado la rarefazione subita dalla paremiologia, sempre riottosa verso il postmoderno globalizzato e le progressive revoche indotte dalla società metropolitana, la lingua italiana moderna non cessa d’interagire coi dialetti regionali (in Italia e Spagna più numerosi che in ogni altra nazione europea), con talune rielaborate forme d’uso e con svariati sistemi paremiografici di conio latino: Natura non facit saltus (Linneo) = “La natura non procede a balzi’; Ubique medium caelus est (Petronio) = “Dovunque c’è in mezzo il cielo”; Patria est ubicumque est bene (Pacuvio) = “La patria è dovunque si stia bene”; Occidit miseros crambe repetita magistros (Giovenale) = “I cavoli rifritti uccidono i poveri maestri”; Nemo mortalium omnibus horis sapit (Plinio il vecchio) = “Nessun mortale è saggio a tutte le ore”; In sole… lucernam adhibere nihil interest (Cicerone) = “Non serve a niente usare la lanterna in pieno sole”; Militat omnis amans (Ovidio) = “Ogni amante è soldato”; Melius nil caelibe vita (Orazio) = “Niente è migliore della vita da celibe”; De mortuis nil nisi Fermenti  59


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bene (derivato da un precetto greco attribuito a Chilone o a Omero) = “Dei morti non si deve dire che bene”; Melius abundare quam deficere (citato da Sant’Agostino in De civitate Dei) = “Meglio abbondare che scarseggiare”; ecc. Non collocabile in specifici spazi temporali e affrancato dall’anodina ufficialità storiografica, grazie alla sua stabilizzazione concettuale escludente i preamboli o le fogge prolisse (“La lunghezza è la peggior nemica del proverbio” ammonisce l’autore), il proverbio continua ad affermare la propria efficiente presenza anche nello scambio comunicativo ludico basato sull’inventiva sintattica, sulle deformazioni e anomalie fonodialettali, sull’antitesi, la ritmica, la brusca rima in distici, l’assonanza, l’allitterazione rimata: “Febbraio nevoso/ estate gioioso”; “Pasqua marzotica/ o moria o famotica”; “Chi sta in ascolteria/ sente cose che non vorria”; “Chi si loda/ s’imbroda”; “Settembre settembrotte/ tanto il dì quanto la notte”; “Dottore dolore”; “Sardo testardo”; “Amore amaro”; “L’orto vuol l’uomo morto”; fino ai ricorrenti “Padre padrone”, “Sposa spesa”, “Donna danno”... Pressoché nessun argomento – dal lavoro al gioco alla pigrizia, dalla donna alla casa alla famiglia, dalla ricchezza alla povertà alla politica, dai preti al sacro a Dio, dalla pazzia all’arte, dalla giovinezza alla vecchiaia, dalla vita alla morte, ecc. ecc. – s’esime dal correlato risvolto paremiologico in quest’ineludibile opera “classica” di Lapucci supportata da una vasta bibliografia e distribuita da Le Monnier a distanza d’un secolo e mezzo dall’edizione (a cura di Gino Capponi), presso lo stesso editore, della miscellanea di Proverbi toscani redatta da Giuseppe Giusti.

Un accademico irregolare Germanista nelle università di Parma, Siena, Firenze, Ferruccio Masini (Firenze, 1928-1988) è collaboratore di numerose riviste e pubblica articoli militanti e saggi specialistici, volumi di esegesi, teoria, filosofia e filologia della letteratura (tra cui, maneggiati in inusitate chiavi neoilluministiche, i fondamentali Gottfried Benn e il mito del nichilismo, 1968; Dialettica dell’avanguardia. Ideologia e utopia nella letteratura tedesca del “900, 1973; Lo scriba Ferruccio Masini del caos. Interpretazione di Nietzsche, 1978; Gli schiavi di Efesto. L’avventura degli scrittori tedeschi del Novecento, 1981; Il travaglio del disumano. Per una fenomenologia del nichilismo, 1982). In veste di regista e autore, s’occupa di teatro; traduce o cura opere di Nietzsche, Benn, Jaspers, Celan, Hoffmann, Novalis, Schlegel; redige fulminanti aforismi (La mano tronca, 1975; Aforismi di Marburgo, 1983) e un romanzo velatamente autoFermenti  60


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biografico (La vita estrema, 1985). Fino alla stampa, appena due mesi prima della morte, della raccolta di dialoghi sapienziali Pensare il Buddha (1988), non propriamente configurabile entro qualche teodicea o “deriva mistica”. Scritto – come annotato da Masini nella sua dedica in calce su una copia del volumetto – per chi “sa ‘pensare col cuore’ ” e non con l’avere ma con l’Essere vuol avere a che fare, questo libro quintessenziale, comunque governato da un esistenzialismo antimetafisico, ha valore di testamento ed è una liberatoria liquidazione dei miti, riti e sistemi chiusi del pensiero d’Occidente; come delle convenzioni ideologico-sociali, della pretesa “scientificità” della cultura o della stessa accademia, sopportata con la somma ironia del refrattario. “Un ‘accademico’…, ma che dipinge, che scrive poesie, oggigiorno è proprio un indiscreto e irregolare, outsider e anomalo. Uno strano animale è” finge di rammaricarsi. “Ovvìa, scampare all’università bisogna!” insorge sardonico, ridendo con gli occhi. Ammonisce in un articolo del 1983, pubblicato solo nel 1995 dalla rivista fiorentina “il Portolano” (n.1, gennaio-marzo): “Solleviamo le libbre di lardo stipate sotto la volta cranica dei nostri maîtres à penser e mettiamoci riverenti in ascolto del funebre borbottio con cui si insegna a scrutare il mondo con occhio imperturbabilmente ‘laico’”… Viandante per l’eccentrica via degli Scribi delle Lontananze (“è una via eccentrica che affonda nei volti sfigurati e negli interrogativi senza risposta del ‘moderno’ ”, F. Masini, La via eccentrica, 1986), lui ha “trovato scampo” – si confida – non in obbligate modalità bensì nella “pura, trasgressiva gioia” di “sorprendere” gli amici non certo con ponderosi e sia pure non scontati, anzi perturbanti, “compitini accademici”, ma con la sua libera pittura e soprattutto con la sua poesia: questa, “un dialogo col cosmo e una resistenza contro la solitudine e il dolore” previsto e temuto, ma giammai coltivato. Taluni si chiedono il significato dello pseudonimo Salins usato da Masini firmando i propri dissolventi acquerelli e gli oli materici, connotati d’un febbrile, convulso eppure musicale espressionismo astratto. Sarà mica un personaggio letterario, il misterico Salins? Magari tratto da Kleist, Hesse, Brecht? Macché: Salins ha semplicemente a che fare col metaforico “sale” del pensiero poetante esperito nelle strofe di Il sale dell’avventura (1979). La poesia… In fondo, sono per intero fondati sulla causa della poesia – la più struggente, alta e appartata, la più lucida, critica e profanatoria perché ansiosa di conoscenza profonda – l’intensa attività, la non lunga vita e il destino d’uno dei più attivi studiosi secondonovecenteschi; che, a distanza di due decenni dalla morte, sembrerebbe pressoché rimosso quale saggista di rango e obliato come poeta vero. Poeta d’inusitata intensità, talora ruvidamente pagano e sempre schiettamente solare, estraneo alla tradizione italiana e più prossimo a un romanticismo trasfigurato e gravido di cultura europea, Masini dà alle stampe una cosmogonico-polifonica messe di sillogi risonante nei titoli, oggi dispersi o introvabili, di Corali e monodie (1953), Per gli enigmi opposti (1981), Allegro feroce (1985), Per le cinque dita (1986), Sospensione tonale (1989). Fermenti  61


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Fra i germanisti, è significativo che, già da tempo, solo un non-accademico come Italo A. Chiusano, riferendosi al citato Il sale dell’avventura, rilevi nei versi masiniani “il segno di una presenza poetica cui d’ora in poi bisognerà dedicare spazio e attenzione” (“La stampa/Tuttolibri”, 19 gennaio 1980)... Nel segno d’una poesia che, operando sulle “metamorfosi del significato”, vorrebbe ricomporre ogni dissonanza e pervenire all’“identità magica di significato e significante” (cfr. il saggio masiniano, pubblicato postumo, Metamorfosi del significato; in F. Kafka, Aforismi e frammenti, a cura di G. Schiavoni, 2004) sono anche le citeriori ricerche dell’autore, sempre più intrigato, oltre che dalla complessa ermeneutica dei paradossi kafkiani, da talune effusioni metapoetiche del praghese. A tale proposito risulta degno d’interesse, marcato soprattutto dal riconoscibile “tono” di Ferruccio, un “colloquio” del giugno 1988, qui di seguito fedelmente riportato senza fissare derive fra domande e risposte. “Non ti penso come a una signora, ti penso come a una fanciulla” scrive Kafka a Milena. Oppure: “Ti penso come a un turbine che entra nella mia stanza e sconvolge tutto, e io non riesco più a pensare”. Così Kafka conferma la propria inadeguatezza, forse anche fisica, a sostenere l’incontro con Milena, donna contraddittoria e dal forte temperamento... Relativamente al senso d’inadeguatezza, che diviene sentimento di colpa e autodenigrazione, dove la difficoltà d’avere un rapporto reale con le donne si riduce a impossibilità, c’è a un certo punto una sorta di teorizzazione proprio quando Kafka, nelle Lettere a Milena, scrive: “Giacevo non so dove, in un fosso lurido (lurido beninteso soltanto per la mia presenza”)… Questa non è letteratura, ma forse l’espressione d’uno stato esistenziale legato all’ebraismo profondo di Kafka. Certo non è un atteggiamento estrinseco; non è voluto: e corrisponde a una grama coscienza di sé. Però, senza volerlo, egli finisce per creare, forse con maggior forza, una nuova posizione del soggetto narrativo: che non appare più nella sua compattezza, nella sua piena originalità, ma è visto sempre di scorcio. Così come nella sua narrativa, Kafka si nasconde dietro le sue lettere, pur confessandosi, naturalmente, a proposito della malattia che lo affligge. Non mancano, in tali lettere, le annotazioni autoironiche, singolarmente felici, che spesso danno anche un’interpretazione psicosomatica della malattia… In effetti – teorizza Kafka –, c’è un dissidio tra il cervello e i polmoni malati, e a un certo punto il cervello ha scaricato sui polmoni la propria indicibile sofferenza, lasciando progredire la tubercolosi… C’è sempre, in uno come lui, una certa distanza da sé, un modo ironico di considerarsi, anche nei propri mali; con, a volte – ma non come nei Diari, dove la sofferenza esplode –, un impaziente affioramento della propria dolorosa condizione… E quanta impazienza ebbe Kafka verso Milena, che avrebbe voluto avere tutta per sé… In un primo tempo, sembra sia Milena a incalzare Kafka; ma poi è lui che vorrebbe convincerla ad abbandonare il marito. Senonché Milena, che ha col marito un rapporto difficile, ambiguo, non sarà mai del pur amato Franz; che, a sua volta, le scrive: “Non pretendere da me che sia sincero”… C’è, fra i due, un equivoco, un fantasma. Le lettere passano sempre attraverso una mediazione deformante, a tratti mostruosa, Fermenti  62


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che è quella dei fantasmi. Anche perché l’interlocutore è, poi, troppo lontano; fino a divenire irraggiungibile. Allora il fantasma ne prende il posto... Non si scrive, così, se non incontrando i fantasmi; che spesso – riflette Kafka – strappano anche i baci dalle lettere, finendo per sostituirsi all’interlocutore… Il colloquio stabilito attraverso le lettere è un colloquio coi fantasmi. In definitiva, non si scrive mai a un soggetto reale, ma solo al suo fantasma. E anche, ahimè, ai propri fantasmi proiettati nell’interlocutore… Specie nelle lettere inviate a Milena, c’è questa macchina – diabolica – dell’invasione dei fantasmi che costituisce qualcosa di straordinario per quanto riguarda la letteratura epistolare in genere… Ma cos’è tutto ciò? È forse una finzione poetica? Forse Kafka vuol dare alle sue lettere un certo smalto letterario? No, in queste lettere vi sono proprio la credenza e l’esperienza effettive dell’autore: credenza ed esperienza dei fantasmi... Anche in Pirandello c’è questa specie di dialettica tra essere e apparire fantasmatico: la “maschera” pirandelliana adombra il fantasma kafkiano. Se alla base della dialettica della maschera c’è il pirandelliano fondamento pessimistico, con Kafka non si va molto distanti da Pirandello se si sostituisce al termine “pessimismo” quello di “nichilismo”. In entrambi gli autori, fra loro contemporanei, c’è la visione dell’irrimediabile squallore del reale. Visione cui si coniuga la tematica della Tana, tra i racconti kafkiani maggiormente imperscrutabili. La “tana” anche come campo d’una devastante Metamorfosi, titolo del più sconvolgente racconto del Novecento… Apparenza, maschera, fantasma, negatività e metamorfosi nichilista. Anche in Pirandello il gioco delle apparenze è in funzione della negatività, mai del positivo. Insomma, tanto in Kafka quanto in Pirandello i conti non tornano mai grazie all’apparenza, ma si rivelano per ciò che sono, ossia irreparabile impossibilità, debiti che non potranno mai e in nessun modo essere saldati... Kafka, uno che si muove malvolentieri, invia lettere per non viaggiare. Quando poi, per lettera, programma un viaggio, finisce puntualmente per non partire; e lo spiega come se fosse una condanna. Sono – vuol significare – incatenato alla mia scrivania: è la mia condizione, e io non posso sottrarmi alla febbre della scrittura, a questa malattia. La scrittura, che da un lato è liberazione e salvezza, è anche inappellabile condanna, ciò che impedisce a Kafka di vivere normalmente, di essere come gli altri. Ma questo, vissuto senza apoteosi né retoriche sottolineature… Kafka scrive che gli uomini non lo hanno mai ingannato, ma le lettere sì. Come dire che è la stessa Letteratura la Grande Ingannatrice. Insomma la letteratura, che in qualche modo dovrebbe redimerlo dal suo senso di colpa, è essa stessa colpa. Anche Benn, che aveva esaltato la forma della parola come affrancamento dal nichilismo, finirà per domandarsi (in una lettera): “Ma la parola è colpa?”… Siamo nel tema – presente anche in Trakl – della letteratura come colpa, pena, castigo, penitenza, espiazione: siamo interamente nell’argomento imprescindibile della poesia come espiazione imperfetta… Grandi scrittori come Trakl, Kafka e Benn, che pure credono nella poesia, la sentono come un qualcosa privo di possibilità risolutive. Poesia come paradiso perduto e, dunque, inferno… Non c’è speranza, ma c’è, piuttosto, la rivelazione della sofferenza e della condanna; e dell’uomo reso vittima sacrificale, predeFermenti  63


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stinata... La rivelazione passa, appunto, dalla sofferenza. Si ricordi il racconto Nella colonia penale: la vittima viene torturata e ha modo di leggere la sua condanna solo quando questa è stata per intero scritta sul suo petto, allorché sta agonizzando. Ed egli legge la condanna nell’istante in cui chiude gli occhi per sempre. “Come un cane” lamenta Kafka nel Processo… C’è, inesorabilmente, un momento finale in cui la rivelazione coincide con la dissoluzione. Ogni rivelazione resta, comunque, di segno negativo. Perché non è dato uscire dalla condizione di prigionieri. Soltanto nei Diari si può a un certo momento leggere: “Può darsi che il signore e padrone delle celle, il sorvegliante, nel passaggio da una cella all’altra mi fermi e dica: Franz, vieni con me”. È senz’altro un paradosso, ma la salvezza è sempre paradossale, irrazionale. In realtà, si va da una cella all’altra. La stessa morte non è mai definitiva, non apre strade a una condizione diversa, ma si continua ancora a soffrire. Allora questa morte non è mai liberatoria: non può esserlo... L’“onda lunga” di Kafka – uno scrittore senza proponibili confronti e non riconducibile a nessun filone della letteratura mondiale – è giunta anche in Italia senza tuttavia influenzare più di tanto la nostra letteratura. Escludendo gli irrilevanti epigoni, ha lasciato qualche segno nel primissimo Sgorlon e, chiaramente, in Buzzati. Se kafkisti alla Sgorlon hanno poi rivelato un respiro corto, possono notarsi degli apprezzabili innesti di Kafka in altri autori (per esempio Bontempelli, Savinio, Landolfi, Paola Masino…) che ne risentono l’influenza senza per questo doversi definire kafkisti. Quanto a Buzzati, non appare dubbio che il suo Deserto dei tartari abbia una dimensione supremamente kafkiana. Ma la sostanziale “cordialità” di Buzzati è in Kafka nota gelida, occhio “freddo”, dissonanza e anacoluto. Ecco, gli anacoluti sono nelle lettere di Kafka particolarmente interessanti, al pari della sintassi molto diversa da quella usualmente narrativa. Incertezze, perplessità, parentesi…: Kafka s’autocorregge di continuo, puntualizza quanto ha appena accennato, ha un proporre e un ritrattare particolarissimi: un presentarsi e, insieme, subito, ritrarsi. Ne risulta una scrittura estremamente variegata, oscillante, piena di variabili tonali, fortemente ironica… A parte la nota timidezza di Kafka, il su eterno impaccio, talora si sentono in lui il grande controllo e la dura coscienza della propria forza creativa, anche se tutt’altro che inorgogliti.

L’Isola e il Continente. “La doppia radice” Gli spazi simbolici e i luoghi reali adombrati nelle metafore dell’Isola e del Continente, insieme alle fenomenologie dell’erranza e al flusso d’una memoria familiare scevra di gravami nostalgici, sono i privilegiati referenti di La doppia radice (Nuoro, Il Maestrale, 2006), seconda opera narrativa pubblicata da Luciana Floris: di cui si ricordano, coerenti antefatti, l’esordio coi racconti Isole di terra, di pietra, d’aria (Roma, Empirìa, 1999) e il saggio monografico Lo specchio magico. Il tema della parola nel pensiero di Martin Heidegger (Cagliari, Zonza, 2004). Dove l’allegoria della “doppia radice” può intanto alludere agli assunti filosoFermenti  64


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fico-letterari rappresentativi della consapevolezza intellettuale della Floris… Se l’Isola, segnatamente la Sardegna, seme dell’originario rizoma, è un ideale habitat dell’anima, il Continente, configurato nelle terre toscane, è l’universo dell’esperienza vissuta che sostanzia ogni essenza. Emergente in modi mimetico-autobiografici, la radice “doppia” viene altresì traslata in due codici psicolinguistici paragonabili a inquiete correnti sanguigne che si mescolino incrociandosi. Non c’è “riposo né contentezza” per “quelli come te che hanno due sangui diversi nelle vene” scrive Elsa Morante in un brano dell’Isola di Arturo posto a epigrafe di La doppia radice. Così, tra l’abitare e l’errare, tra l’esserci e il disperdersi, “te ne andrai da un luogo all’altro” inseguendo “le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue”… Ma poi è l’immagine dell’Io duplice (ma non “diviso”) che, lungi dal separare l’esistenza dall’essenza o dallo scindere conflittualmente l’identità, affranca esistenza, essenza e identità distanziandole dall’indifferenziato e reiventandole in un rinnovato e vitale logos, univoco plesso di coincidenza fra l’Io e l’Altro. Allora, non è dal metafisico tema del Doppio che l’autrice trae la materia del suo romanzo ricco di fatti grandi, piccoli o minimi e tutti carichi di loico senso; ma dalla dinamica di sottili modulazioni relazionali che, muovendo, nell’occasione, dall’immagine chiaroscurale d’una figura china su se stessa e intenta a cucire (“Mia madre cuce”), assimilano cucito e scrittura, “ordito di fili e parole”: “Da mia madre ho ereditato la pazienza di allineare i punti gli uni dietro gli altri […]. Ciò che lei fa con le pezze di stoffa, io lo faccio con le pagine scritte”. Perché, dopotutto, si scrive come… “imbastendo”: attenti ai particolari, connettendo con l’ago delle parole e il filo delle frasi le porzioni, i ritagli, le pezze d’un tessuto immaginario; infine del libro che, come un arazzo avvivato coi cangianti colori della realtà effettuale spiccanti sul fondale seppiato dei ricordi, via via mette in scena, un elemento dopo l’altro – un brano, una locuzione, un paragrafo –, personaggi, luoghi e fatti. Tra stoffe d’ogni foggia, bottoni, spagnolette, forbici, nastri, bordure, pizzi e volants, ecco stagliarsi l’umile e nel contempo dominante profilo della mamma Clara, “Sarta Tagliatrice […] specializzata in rifiniture, orli e sopraffili”… Comincia col riconoscimento della peculiare soggettività materna la sovracompensazione (sorta di psicanalitico maternage) accennata dalla Floris evocando il rapporto affettivo madre-figlia e un distacco non ostile della figlia dalla madre… Inabile come cuoca ma provvista d’un gusto estetico che niente avrebbe da invidiare ai rinomati stilisti, Clara si consuma gli occhi cucendo sino a notte con la sua Fermenti  65


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vecchia “Singer laccata di nero”. E parrebbe un effetto della sua esistenza guadagnata con fatica, un tanto a punto per ogni vestito, rammendo e rattoppo, la sua attitudine (dalla figlia sospettata una mera pitoccherìa, un “riflesso di non dare”, un angosciato “voler avere” per vincere l’ansia di “non essere”) a non alienare niente: non elargire ma tenere o “trattenere”, non disfarsi delle cose ma eventualmente, come detta certa disciplina zen, lasciare che finiscano da sé. Tuttavia, con la sua volontà carsica, silente, mai esibita, ferrea e invincibile, la madre resta il centro di questo solo apparentemente soave “romanzo di formazione” (non un bilancio di reminiscenze, quindi), scritto non per celebrare patetiche nostalgie bensì per trascendere la talora strangolante “doppia radice” testimoniandola a ciglio asciutto. È, insomma, la laboriosa Clara, moglie del sobrio Tommaso amante della cultura e dedito all’educazione della figlioletta (“Mio padre è il primo maestro”), il campo magnetico presso cui, nel desolato panorama del fascismo e delle guerre del primo Novecento, converge, in un tempo includente gli spazi geografici dell’Isola e del Continente, un micromondo femminile, il coro d’un alacre gineceo: l’austera “tzia” Madalena, vestita perennemente di nero, con “su muncadori legato sotto il mento”, che s’esprime o prega soltanto nella sua aspra phoné sarda; Greca, morta giovane; la svagata Miranda; la procace, ora gioviale ora scontrosa barista Gloria, uccisa appena quarantenne da un tumore; la centenaria Cesarina; Maria violentata da un soldato tedesco; la vanitosa, piccola zia Virna che s’adorna i lunghi capelli con un fiocco; l’orgogliosa Erina… E, su tutte, nonna Armida; che, col marito Sauro, coltiva l’orto e rigoverna i “coniglioli” quando non dispone sul tavolo le carte da gioco per inventare storie, svelare arcani, interrogare il destino. La vedi come, fissandoti coi suoi occhi verdi scrutatori, sappia indovinare la sorte scoprendo un fante di cuore, un re di danari o un asso di picche? Magari, più di Clara – mater frustrante che “non dà ma trattiene”, che “non dice ma cuce”; e che considera la scrittura un’antieconomica “malattia adolescenziale” –, è proprio Armida detta Mida, “una maga, una fabulatrice dell’ignoto”, a marcare con l’imprinting della scrittura la bambina dalla “doppia radice”. Una scrittura – per l’esule anima insulare, relitto identitario che ovunque si sente straniero – divenuta ricerca e scoperta d’un luogo “altro”, invenzione d’una libera “zona di confine fra l’Isola e il Continente”, conquista d’un salvifico “spazio franco”. Stefano Lanuzza

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Decadenza della borghesia in Gli indifferenti di Alberto Moravia e Der Gehülfe di Robert Walser

Gli Indifferenti (1929) di Alberto Moravia e Der Gehülfe (L’assistente, 1907) dello scrittore svizzero Robert Walser sono opere fortemente incentrate sulla decadenza a cui vanno incontro le famiglie protagoniste – gli Ardengo da una parte e i Tobler dall’altra –, un fallimento evidente sin dalle prime pagine al punto che entrambi i romanzi in questione potrebbero essere corredati dal sottotitolo di un’altra opera con tale tematica, ossia Buddenbrooks di Thomas Mann, “Verfall einer Familie” (decadenza di una famiglia), che cela il declino dell’intera classe borghese. Tra tutte le opere di Walser, L’assistente è quella forse più nota e sicuramente quella che “irrita” in misura minore Alberto Moravia e, come scrive Claudio Magris nel saggio Davanti alla porta della vita, postfazione all’edizione italiana del romanzo, “è forse la massima sfida di Walser alla normale comunicazione narrativa, perché, a differenza di altre opere, ne accetta le regole e le convenzioni”1 ma, nonostante ciò, la reazione dei lettori dell’epoca non fu certo positiva. Ad esempio, in una recensione si legge che il romanzo “a tratti sembra essere tradotto dal russo o da una lingua scandinava”2. La trama è sicuramente povera e riferibile in poche parole: Joseph Marti trascorre alcuni mesi nella Villa Vespertina con il ruolo di assistente di un ingegnere-inventore, un certo Tobler, le cui creazioni non riscuotono successo e di conseguenza Joseph non riceve alcuno stipendio. Passano le stagioni, descritte con maestria da Walser, Joseph si affeziona ai componenti della famiglia, ai figli dei coniugi Tobler, ma si arriva a un litigio decisivo con l’ingegnere ed il protagonista lascia la villa. Walser confessa all’amico mecenate Carl Seelig: “L’assistente è un romanzo assolutamente realistico. Non ho avuto quasi bisogno d’inventare nulla. La vita vi ha provveduto per me”3. Nell’affermare ciò, Walser allude al fatto che Der Gehülfe si rifà a un’esperienza autobiografica dell’autore, che nel 1903 è stato assistente di un ingegnere-inventore, tale signor Dubler, nella cittadina di Wädenswil e ha vissuto quindi direttamente le difficoltà di una famiglia borghese.   Claudio Magris, Davanti alla porta della vita in Robert Walser, L’assistente, traduzione dal tedesco di Ervino Pocar, Torino, Einaudi 1990, p. 218. 2   Si veda la recensione di Josef Hofmiller in Katharina Kerr, Über Robert Walser, Frankfurt am Main, Suhrkamp 1978, p. 50. 3   Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, traduzione dal tedesco di Emilio Castellani, Milano, Adelphi 1981, p. 64. 1

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SAGGISTICA

SAGGISTICA

di Maurizio Basili


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In Der Gehülfe, così come in Gli indifferenti di Moravia, abbiamo un numero ristretto di personaggi ma si possono, in entrambi i casi, distinguere due blocchi nettamente contrapposti: da una parte abbiamo “la borghesia autentica” – Mariagrazia e Lisa per quanto concerne il capolavoro di Moravia e la signora Tobler per il mondo walseriano – dall’altra “la borghesia imprenditoriale”, personaggi come Leo de Gli indifferenti e il signor Tobler di Der Gehülfe, figli dell’imborghesimento del ceto medio, per utilizzare un termine di pasoliniana memoria. Al centro, tra i due schieramenti contrapposti, ci sono gli indifferenti: Carla e Michele per l’opera dello scrittore originario di Roma, l’assistente Joseph Marti per il romanzo dell’autore svizzero. Abbiamo appena definito Mariagrazia borghese autentica: ma con questo termine non si vuole conferire al personaggio una connotazione positiva; la signora Ardengo incarna, infatti, l’evoluzione più amara e patetica di quel ceto. La sua è quasi la parodia di una borghesia che sta lentamente perdendo ogni rapporto con la realtà autentica della vita e si aggrappa a gesti, parole e atteggiamenti per non affondare. La vita di Mariagrazia è fatta di apparenze; mostrarsi agli occhi degli altri quello che non si è più, far sembrare tutto un “giuoco vano di finzioni”4, sembra essere l’unica cosa che la spinge ad andare avanti nella vita. Del resto, da subito, nel romanzo viene definita “una maschera stupida e patetica”5 e successivamente si parla di “sorriso patetico”6. Il ruolo di Mariagrazia è quello di chi si accorge di naufragare, di colare a picco ogni giorno un po’ di più e non accettare in alcun modo il dissesto e sognare quindi – di tutta risposta – soluzioni inammissibili, ricchezze e beni che non ci si può permettere ma che si vedono come le uniche cose che possono far sopravvivere. Quindi, ad esempio, Mariagrazia va a passeggio tra le vetrine dei negozi con la sua amica Lisa, commentando la merce in esposizione pur non potendo più concedersela. Presa dalle sue ridicole ambizioni, la Ardengo non si rende conto – o non si vuole render conto – della situazione che si sgretola intorno a lei, del disgusto che provoca nei figli con le sue reazioni plateali e le sue scenate di gelosia e dell’ambiguità di Leo. Ma del resto, per Mariagrazia, la cosa più importante è non cadere in povertà; ella prova per la classe disagiata una sorta di ripugnanza, l’indigenza è una condizione marginale del mondo, è uno stato di mediocrità che incute timore nella nostra protagonista. A poche pagine dall’inizio si legge: “la paura della madre ingigantiva; non aveva mai voluto ammettere di gente dal lavoro faticoso e dalla vita squallida”7. E più avanti: “non l’atterrivano i disagi e le privazioni a cui andava incontro, ma invece il bruciore, il pensiero di come l’avrebbero trattata, di quel che avrebbero detto le persone di sua conoscenza”8. Di quel che avrebbe detto, ad esempio, la sua amica Lisa, che fa parte di quell’ambiente borghese “contaminato” e, per certi versi, infame. Già amante di Leo, interessata all’indifferente Michele, palesa e ritrae la borghesia che è capace di rinunciare a una propria condotta morale. Vive anch’ella   Alberto Moravia, Gli indifferenti, Milano, Bompiani 2000, p. 24.   Ivi, p. 5. 6   Ivi, p. 17. 7   Ivi, p. 20. 8   Ivi, p. 27. 4 5

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di illusioni (“le piaceva quest’oscurità che le impediva di veder l’uomo e le lasciava tutte le sue illusioni”9) e di ipocrisia; quella nei confronti di Mariagrazia non è vera amicizia se si considera quel che dice di lei: “se poi l’amica fosse diventata improvvisamente povera, avrebbe potuto supplicarla in ginocchio e baciarle le mani, ella non le avrebbe dato neppure un centesimo di roba”10. “La signora viene da un autentico ambiente borghese. È cresciuta in mezzo all’utilità e alla pulizia”11 si legge in Der Gehülfe in merito alla signora Tobler. Quindi, senza dubbio alcuno, possiamo etichettare questo personaggio come la borghese autentica del romanzo di Walser, il corrispondente elvetico dei personaggi di Mariagrazia e Lisa. Tuttavia ci sono differenze tra il quadro moraviano e quello dello scrittore di Biel: la signora Tobler è un personaggio che emerge lentamente, si esprime sempre in maniera seria ed equilibrata, appare sottomessa al marito, con il quale ha spesso discussioni e in una occasione lo minaccia addirittura di tornare dai genitori; tuttavia vanno riscontrati anche “segni di emancipazione”: la moglie dell’ingegnere si dedica al gioco delle carte con altre donne e si specifica subito, in tale occasione, che quel passatempo “di solito lo giocano soltanto uomini”12. Spesso ci viene detto che la signora Tobler piange mentre parla, tuttavia, il più delle volte, riesce a contenere la sua emotività. Anch’ella, come Mariagrazia de Gli indifferenti, sembra temere la povertà; all’arrivo del nuovo assistente Jospeh Marti, lei lo osserva “con ironia e indifferenza”13, “gli tese la mano con noncuranza, anzi persino con indolenza”14 e si mette subito in evidenza “un contegno decisamente troppo altezzoso”15. Si dice poco dopo, sempre nelle prime pagine, che “la signora lo guardò più volte quasi con pietà”16 e che “sguardi simili ricordano appunto l’approccio a qualcosa di estraneo, alla disinvoltura di questo estraneo che rappresenta un mondo a sé”17. A quello sconosciuto la signora Tobler finirà per invidiare la libertà, l’essere privo di radici. A differenza di Mariagrazia, però, la moglie dell’ingegnere-inventore sembra sempre molto cosciente della situazione che vive la sua famiglia, del fallimento a cui gradualmente va incontro. Con poche parole esprime il quadro completo: “con tutti i suoi brevetti, mio marito non la spunterà, me lo dicono il naso, il mignolo, le scarpe che porto ai piedi. Gli piace vivere troppo bene, cosa che gli impresari non devono fare per qualche tempo. È troppo indaffarato e agisce male. Ama troppo i suoi progetti, e ciò contribuisce a farli fallire. È troppo allegro, prende di petto tutte le cose, è troppo semplice”18. Ci serviamo di queste parole per introdurre il rappresentante della “borghesia imprenditoriale” in Der Gehülfe, il signor Tobler, in passato “un   Ivi, p. 33.   Ivi, p. 188. 11   Robert Walser, L’assistente, op.cit., p. 35. 12   Ivi, pp. 32-33. 13   Ivi, p. 6. 14   Ibidem. 15   Ibidem. 16   Robert Walser, L’assistente, op.cit., p. 7. 17   Ibidem. 18   Robert Walser, L’assistente, op.cit., pp. 171-172. 9

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semplice impiegato, un ingegnere ausiliario in una grande fabbrica di macchine. Un giorno poi ereditò una somma cospicua e concepì il progetto di rendersi indipendente. […] Tobler legge un avviso nel giornale dove si dice che la villa «Stella Vespertina» […] è in vendita. Splendida posizione sul lago, magnifico giardino signorile, ottime comunicazioni ferroviarie col capoluogo non troppo lontano”19 ed ecco che inizia a non valutare esattamente le proprie reali possibilità economiche, avviandosi a pagarne le spiacevoli conseguenze. L’ingegnere è il personaggio che più lascia intuire la natura del proprio carattere: nel primo dialogo con Joseph, Tobler deve spiegare il funzionamento dell’ufficio e l’invenzione dell’Orologio Pubblicitario; immediatamente l’assistente deve sapersi orientare come se avesse sempre lavorato per quella famiglia. Nei discorsi dell’inventore ci sono numerose frasi imperative e interrogative, un modo di esprimersi abbastanza diretto, espressioni che sembrano comandi e non lasciano spazio all’interlocutore che deve solo ricevere ordini, senza replicare. Degne di nota anche le interruzioni nei discorsi che stanno ad indicare la difficoltà nel concentrarsi su quello che sta dicendo; è come se Tobler pensasse a più cose contemporaneamente. Spesso emerge una personalità egocentrica e il dare ordini indica il tentativo di mascherare la propria insicurezza; usa la lingua per dare l’impressione di una sua forte personalità. Tobler è un impulsivo, irascibile, ma la sua rabbia ha una breve durata: nel giro di poche righe in genere si calma. In lui è palese la lotta tra Sein und Schein, essere e apparire, e si ha la sensazione che non riesca ad esprimere la propria interiorità; infatti abbonda nell’uso di frasi stereotipate. Più spietato e più addentro agli affari appare Leo Merumeci, il rappresentante della “borghesia imprenditoriale” de Gli indifferenti. Leo tiene legati a sé i destini di tutti gli altri protagonisti, li fa procedere e agire secondo un suo schema preordinato, è sempre pronto ad affrontare ogni situazione con furbizia, approfitta di momenti di debolezza delle proprie vittime che conquista con il fascino e che vince con il suo essere perverso. In Leo, “impiegato al Ministero di Grazia e Giustizia”20 e che “investe nel mattone” al punto di avere nel mirino la villa degli Ardengo, coesistono ipocrisia, falsa coscienza e adattamento alle convenzioni. Il Merumeci è il rappresentante di un mondo corrotto in cui è perfettamente integrato, la sua vita è pura cupidigia e beffarda bramosia ed è finalizzata esclusivamente al raggiungimento delle uniche realtà a cui non può rinunciare: il sesso e il denaro. Leo rispecchia la mentalità della nuova borghesia piena di sé, egoista, falsa e calcolatrice, priva di un qualsivoglia spessore morale. Vittima del suo fascino è Carla, personaggio che abbiamo schierato nel limbo degli indifferenti per la sua passività esistenziale, donna sospesa tra il mondo ricco e snob della madre – in cui ha vissuto il periodo dell’infanzia ma che poi vede come qualcosa di molto lontano e intoccabile – la quotidianità fatta di convenzioni, atti e gesti ripetuti meccanicamente fino alla nausea, dominata da un destino che appare particolarmente infame, “una vita incorreggibile e abitudinaria che non cambiava”21 dove “tutto era ripetizione”22 e l’at  Ivi, p. 49.   Alberto Moravia, Gli indifferenti, op.cit., p. 76. 21   Ivi, p. 9. 22   Ivi, p. 19. 19 20

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tesa spasmodica di una nuova vita, di un futuro migliore magari al fianco di Leo: “e allora non dovrà cambiare per forza la vita?”23 afferma. Il fratello di Carla, Michele, si trova nella medesima condizione, in sospeso tra una boria contraffatta, lo stato di totale indifferenza e il mondo della gente comune, “il suo mondo dove si soffriva sinceramente”24. A volte Michele sembra volersi distaccare dal falso universo del perbenismo, appare stanco dei volti inespressivi che lo circondano ma il contrasto con le maschere borghesi è sempre troppo debole e mite: “per quanti sforzi facesse questa rovina gli restava estranea”25. Tale alienazione fa della vicenda del giovane Ardengo la storia di un uomo incapace di qualsiasi adattamento: la sua indifferenza gli impedisce di conformarsi alla massa. Michele non ritiene che diventare un vero fratello per Carla, un vero figlio per Mariagrazia, un vero amante per Lisa, un vero borghese, egoista e calcolatore come tanti, significherebbe un progresso per la sua situazione. Sul finale dell’opera, Michele afferma che diventare come tutti gli altri sarebbe una sorta di vigliaccheria26. Sul versante svizzero tra la “borghesia autentica” e la “borghesia imprenditoriale”, abbiamo collocato il modesto assistente Joseph Marti che, come l’autore storico Robert Walser, vive il difficile rapporto con la società borghese sempre “in bilico fra diffidenza e desiderio di integrazione solo parzialmente riconosciuto, fra sprezzante rifiuto e nostalgia di una supposta primitiva coesione fra tutti i membri della collettività”27. All’inizio Joseph ci viene presentato non per nome e cognome, ma semplicemente come “un giovane”28. Il lettore si deve subito confrontare con il pensiero del protagonista: in un giorno di pioggia, il giovane si meraviglia di aver con sé un ombrello; dice che non ne aveva mai posseduto uno. Dalla descrizione della valigia deduciamo che non si tratta di una persona benestante. Veniamo a conoscenza di tutta una serie di elementi ma non sappiamo ancora il nome del protagonista nelle primissime pagine. Solo più avanti ci viene rivelato: è come se l’autore si fosse dimenticato di riferirlo al lettore. Joseph è immediatamente presentato nella sua nuova veste; non ci sono flashback che ricostruiscono la vita del nuovo assistente ad eccezione di alcune pagine sulle esperienze legate al servizio militare. Joseph è un egocentrico, malinconico e introverso. Ci parla poi di quella che definisce una sua cattiva abitudine e cioè del bisogno che prova di riflettere costantemente a lungo sugli avvenimenti esteriori. Queste riflessioni le mette generalmente per iscritto. Joseph è consapevole anche delle sue caratteristiche psicologiche: è ipersensibile, suscettibile, tende ad estraniarsi dal mondo, a fuggire, come afferma Magris, “nel mutevole e nel diverso e sparire nelle parvenze del molteplice, evitando così d’esser afferrato e fatto prigioniero dalla religio sociale”29. Nei bigliettini che   Ivi, p. 69.   Ivi, p. 110. 25   Ivi, p. 21. 26   Cfr. Alberto Moravia, Gli indifferenti, pp. 225-226. 27   Leonardo Tofi, Il racconto è nudo. Studi su Robert Walser, Perugia, Edizioni Scientifiche Italiane 1995, p. 62. 28   Robert Walser, L’assistente, op. cit., p. 3. 29   Claudio Magris, Davanti alla porta della vita in Robert Walser, L’assistente, op. cit., p. 213. 23 24

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scrive, e poi getta, molti periodi iniziano con ich: Joseph scrive solo di se stesso e il susseguirsi delle frasi ci ricorda lo stile di uno scolaretto come in un’altra opera di Robert Walser, Fritz Kochers Aufsätze (I temi di Fritz Kocher). Il protagonista è consapevole, si diceva in precedenza, della sua ipersensibilità ed è anche conscio dei suoi lati positivi e della sua impossibilità ad amalgamarsi alla massa borghese. “L’eroe di Walser” scrive Magris “è magnanimo per la grandiosa risolutezza con la quale accetta la propria abiezione, la propria avvilente mancanza di carattere e personalità. […] Ogni personaggio di Walser commuove (il termine è dello scrittore stesso) per la sua «assoluta incapacità e mancanza di dignità», per la «mancanza di ciò che avrebbe dovuto essere»”30. È evidente nelle due opere qui prese in esame – più marcatamente in Moravia, offuscato dalla timidezza walseriana in Der Gehülfe – che gli obiettivi che la borghesia del tempo si poneva erano quelli di raggiungere il potere attraverso il benessere finanziario – il Dio denaro – e tramite la soddisfazione fisica, l’appagamento sessuale; per capire quanto sia il sesso, oltre al denaro, un criterio per quantificare il potere borghese basta rileggere le parole di Leo Merumeci: “Portarmela a casa; – pensava – possederla… – Il respiro gli mancava: – Tutto quel che vorrai… vestiti, molti vestiti, viaggi…; viaggeremo insieme…; è un vero peccato che una bella bambina come te sia così sacrificata…”31. È nell’eros, integrato con l’aspetto economico, che i personaggi di Moravia e Walser si definiscono in toto: come la ribellione di Carla – e, si intuisce, quella della signora Tobler – si manifesta, e si cancella poi, nel sesso, allo stesso tempo l’indifferenza di Michele e di Joseph è un unicum con la mancanza di comunicazione con l’altro sesso, con l’impotenza sessuale, associata all’impotenza economica: il loro rifiuto o la loro incapacità di rapporti non autentici con le cose o le persone si rispecchia nel non accettare le regole dei giochi sessuali borghesi. L’integrità morale del giovane Ardengo e dell’assistente di Tobler, agli occhi dell’uomo del ceto medio emergente, non può che apparire anormale ingenuità, infima inferiorità. Ecco che la crisi dell’ordinamento sociale borghese si spiega in tutta la sua gravità e ampiezza davanti agli occhi dei lettori grazie ad opere come Gli indifferenti di Moravia e Der Gehülfe di Robert Walser. Ci vengono mostrati i vincoli sociali che si attenuano, le condizioni che sono alla base del vivere insieme che si deteriorano e come gli elementi più deboli della società, ivi rappresentati da Michele da una parte e Joseph dall’altra, si estraniano e vengono, allo stesso tempo, emarginati, accusati di essere un peso. La borghesia ha distrutto in molti soggetti, Michele ad esempio, la convinzione di essere in grado di conoscere l’autenticità della vita e delle persone, di riuscire a capire veramente l’andamento delle cose reali e di poterle mutare in conformità con le emozioni e le aspirazioni migliori che si trovano in fondo al cuore. Il mondo appare, nella visuale di Moravia e Walser, sempre meno comprensibile a coloro i quali non si attengono ai pensieri e alle concezioni imposte dalla borghesia. Maurizio Basili

  Ivi, p. 211.   Alberto Moravia, Gli indifferenti, op. cit., p. 8.

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Non scrivo per divertire di Irma Manganelli

“Non scrivo per divertire, per consolare, per rassicurare. Un libro ha una vita autonoma nel suo tempo, è contemporaneo di se stesso e vive della sua contemporaneità. Non è un rosario, né un amuleto, né una moda mini o maxi: è una fatica. Non servono chitarre, né speranze, né Cine vicine. È proprio una fatica. Ora di questa fatica, questo è vero, uno scrittore più bravo è, meno ne passa al lettore. La tiene fra la sua testa, il suo corpo e la sua mano. Più che può. Ma il livello di un lettore è quanto accetta di questa fatica, di questa non consolazione.”2

Passando in rassegna i suoi romanzi (Barcelona, L’ occhio di Heinrich, La linea che si può vedere, Il confine, Cercando Beatrix, Chi è Beatrix, solo per citare alcuni titoli), si possono individuare immediatamente almeno due elementi costanti: da 1   A proposito del legame fra la narrativa di Lombardi e il genere giallistico, interessante è la riflessione di B. BINI, Il poliziesco, in Le forme del testo (Letteratura italiana vol. III), a cura di A. Asor Rosa, vol. III, Torino, Einaudi 1989, vol. 2, pp. 999-1026. 2   G. LOMBARDI, Una emozione comune, in “Rinascita”, 5 gennaio 1968.

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SAGGISTICA

A partire dal suo primo romanzo, Barcelona, pubblicato da Feltrinelli nel 1963, la passione dominante e ossessiva da cui muove l’intera produzione narrativa dello scrittore Germano Lombardi, è l’avventura. Tutti i suoi romanzi, distinti eppure legati in un corpus unicum, ubbidiscono all’ ambizione di offrire una versione contemporanea, seppur anarchica e decostruita, di un romanzo d’ avventura nel Germano Lombardi quale, tuttavia, la cifra avventurosa non si ritrova, come avviene nei romanzi della tradizione, nell’accumulo di fatti eccezionali, ma nel moto continuo e inconcludente dell’organismo narrativo, proteso verso un esito ogni volta negato. Non solo: la narrazione di Lombardi, dal ritmo ora rallentato ora concitato, attinge, anche se accogliendole solo parzialmente, alle regole che caratterizzano il romanzo giallo, approdando ad esiti di grande suspence. A differenza di quanto avviene nel genere giallistico, tuttavia, nei suoi romanzi ogni attesa viene costantemente disattesa e vanificata, e la tensione non giunge mai ad un effettivo scioglimento.1 Lombardi affascina i lettori con storie fitte e popolate di personaggi picareschi, chiedendo al suo pubblico di accordarsi alla narrazione abbandonando chiavi di lettura predeterminate e condividendo con lui un’“emozione comune”, che non muove dal bisogno di “rassicurare” o semplicemente “divertire”, ma che viene costruita con paziente “fatica”. Rifiutando ogni facile intesa con il lettore, così afferma Lombardi:


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una parte la complessità degli intrecci narrativi (che rimandano a complotti, a traffici d’ armi, a colpi di Stato, ad attentati), che si incrociano e si riprendono dopo essersi dispersi in una molteplicità di fili, dall’altra il ritorno quasi ossessivo degli stessi personaggi, che, presentati di volta in volta in forma indiziaria, scivolano di romanzo in romanzo chiedendo costantemente al lettore di essere decifrati. Una colorata moltitudine di inquieti viaggiatori abita le pagine di Lombardi, come avveniva nei grandi romanzi ottocenteschi, ma l’ animus narrativo che comanda queste pagine è del tutto diverso. Ogni libro sembra discendere da un testo originario, da un testo-padre del tutto ipotetico, ma inesauribile, e il narratore Germano Lombardi, affamato di favole e di avventure da raccontare, ambientate in scenari ora familiari ora esotici, chiama in causa personaggi già noti, con parole seducenti capaci di riattivare ogni volta il miracolo della narrazione. Già dal suo esordio, la narrativa di Lombardi appare immediatamente alla critica come un prodotto estremamente innovativo ed originale, sia per le scelte tematiche che per le scelte stilistiche. Così la pubblicazione di Barcelona viene commentata in una lettera dall’amico Nanni Balestrini3: “[…] va MOLTO bene il romanzo – da queste pagine ho avuto una splendida impressione. […] – Va benissimo lo stile così disteso, piatto, uniforme, senza trasalimenti (di tono), sembra terra battuta: mantienilo sempre […]”

Il protagonista di questo romanzo, Giovanni Zevi (uno dei tanti alter-ego creati dallo scrittore) è in viaggio alla volta di Barcellona: scopo del viaggio è compiere un attentato ai danni del governatore della città, Felipe Acerro. La vicenda, che potrebbe apparire dinamica e avventurosa, non conosce però effettivo svolgimento e si annulla continuamente, bloccando i personaggi in una passività apatica e frustrante. In questo romanzo, Lombardi riduce il proprio bagaglio di narratore ad un unico strumento essenziale: lo sguardo. Attaccate da un occhio che vede, le incrostazioni psicologiche e intellettuali che nascondono il reale si sbriciolano e la realtà viene presentata per quello che è: una presenza in primo luogo fisica. L’attenzione del narratore si sofferma, quindi, sulle azioni quotidiane più insignificanti e marginali, sugli oggetti, su inutili dettagli visivi, seguendo i moduli essenzialmente descrittivi sperimentati dal “Nouveau Roman” di Robbe-Grillet. Non si tratta, tuttavia, di una descrizione esclusivamente ottica, analitica e glaciale, ma, come commenta nel suo saggio L. De Maria,4 “un calore segreto pervade la pagina” e gli oggetti di Lombardi, pur sottraendosi a qualsiasi processo 3   Per approfondire i rapporti fra Lombardi e il mondo degli intellettuali, in modo particolare gli esponenti del “Gruppo 63”, e per indagare le relazioni, spesso difficili, con il mercato editoriale, cfr. la tesi di L. PEDEFERRI, Un insuccesso di qualità. Lettere editoriali a Germano Lombardi (1962-85), Università degli Studi di Pavia, AA 2004/2005. In questo studio vengono, infatti, raccolte e commentate interessanti lettere editoriali, spesso relative a rifiuti di opere, ma anche ricche di calorosi consensi. In quest’occasione si fa riferimento alla lettera non datata di Nanni Balestrini, riportata e commentata alle pp. 16-19. 4   L. DE MARIA, Ricognizione sui testi, in Avanguardia e neo-avanguardia, Milano, Sugar Editore, 1966, pp. 137-163.

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interpretativo e a qualsiasi interiorizzazione, posseggono un’eloquenza e un’espressività che caricano di tensione e di vita le sue pagine. In questo modo, Lombardi realizza con estrema originalità una narrativa che si potrebbe definire, non paradossalmente, realistica: nelle sue opere si ritrova, infatti, una rassegna allucinata delle modalità di percezione distratte e frammentarie che caratterizzano il nostro tempo. Privilegiando il momento percettivo, lo scrittore può dunque avvicinarsi alla realtà contemporanea rifiutando gli strumenti dell’ideologia e dell’analisi socio-psicologica e la osserva, invece, con gli occhi ubriachi dei suoi personaggi, costatandone la povertà di senso e la sua riduzione a puro segno visivo. Nella produzione narrativa legata agli anni Settanta, però, questa “poetica dello sguardo” si allenta e concede più ampio spazio alla parola e all’espressività verbale: nel Confine, romanzo a cui è dedicato questo contributo, la descrizione visiva è arricchita e talora sostituita da giochi verbali e da estesi discorsi e monologhi, che sfruttano il potere di un linguaggio altamente nutrito di artificio e non-senso. In questo romanzo, i personaggi di Lombardi prendono finalmente la parola: si raccontano o, meglio, sproloquiano su se stessi e sul mondo, costruendo dialoghi illogici e allucinati. Di conseguenza, anche quando Lombardi affida la sua visione del mondo ad un nuovo strumento, la parola, questa non si fa mai portatrice di una razionale volontà regolatrice, ma diventa anch’essa metafora di quella frammentazione che egli denuncia nella realtà. Se quindi è possibile definire Il confine come un romanzo “corale”, caratterizzato da una sovrapposizione di punti di vista felicemente espressa da un intricato affollamento di voci, dall’altra è necessario ricordare che l’espressione verbale non diventa mai segnale di una comunicazione umana ed autentica. Il confine, romanzo pubblicato nel 1971 da Feltrinelli, conosce una lunga e intricata elaborazione che, passando per più fasi, impegna lo scrittore dal ’64 al ’70. Sembra che la stesura del romanzo sia stata intrapresa da Lombardi in seguito all’esperienza di un viaggio in Tunisia compiuto all’inizio del ’64; del resto sequenze importanti del romanzo si svolgono sul confine algero-tunisino, nel corso della guerra francoalgerina che peraltro, nel ’64, s’era da poco conclusa. Al momento, gli elementi che consentono di stabilire una cronologia delle fasi elaborative sono estremamente esigui: i materiali preparatori (conservati al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia)5 sono, infatti, privi di datazione e attendono ancora un accertamento filologico completo. Come in Barcelona, anche nel Confine la materia narrativa si presenta estremamente ricca e articolata e il costante rovesciamento delle coordinate spazio-temporali impedisce al lettore di ricostruire con facilità una catena lineare di eventi. L’intreccio del romanzo ruota attorno a quattro vicende principali, tutte intrecciate fra loro: la storia di Berthús, ex-partigiano mutilato ad una mano, coinvolto con   Oltre alle carte relative al Confine, il materiale di Germano Lombardi custodito al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia si presenta particolarmente ricco. Il primo nucleo di carte è pervenuto nell’ottobre del 1996, grazie a una donazione della vedova dello scrittore, Maddalena De Francesco, e si è arricchito negli anni successivi in seguito a ulteriori donazioni della stessa Maddalena e del figlio di Lombardi, Francesco. 5

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l’amico Propre in un traffico d’armi al confine fra Tunisia e Algeria; quella dell’intellettuale Giovanni Zevi, personaggio non casualmente ereditato da Barcelona e da La linea che si può vedere, che ora trascorre le sue giornate a Londra trascinandosi da un bar all’altro; quella dello scrittore China, autore di sceneggiature cinematografiche, che risiede a Roma; e quella dell’islandese Osborne, intellettuale inquieto, viaggiatore ubriacone e senza meta, che muore in un disastro ferroviario nei pressi di Londra. Il legame che unisce questi personaggi fra loro non viene mai espresso chiaramente, ma ciò che realmente li accomuna è un profondo sentimento di vuoto e alienazione, un’inerzia esistenziale che li rende immobilmente “confinati” (da qui l’autentico significato del titolo dato al romanzo). Questa condizione, del resto, caratterizza in fondo la stessa esistenza di Lombardi, vagabonda e continuamente minacciata da sensazioni di angoscia e passività, ma allo stesso tempo vitalizzata dalla passione intellettuale e culturale e dall’amore per la scrittura e per la dimensione umana connessa al viaggio. Questa struttura narrativa, molto mobile e ramificata, si organizza sostanzialmente attorno ad alcuni luoghi, dove convergono i vari personaggi: il confine algerotunisino (che fa da scenario alle vicende di Berthús, Aram e Propre), Londra (dove troviamo Blasto, Ann e Giovanni), Roma (qui si incontrano Osborne, China e Artan) e il treno, immagine emblematica del movimento e dell’inquietudine che domina i personaggi (luogo dell’incontro fra Osborne e un personaggio particolarmente colorito e squisitamente realistico: l’emigrante padovano Antonio Tre6). I legami fra questi poli spaziali sono garantiti da una serie di elementi di raccordo: la corrispondenza epistolare che unisce la figura di Berthús a China e alla coppia di amici, Ann e Giovanni; l’attrazione e i vagheggiamenti di Ann verso Berthús e le continue invocazioni del nome della donna da parte di quest’ultimo, immerso in un delirio febbrile; i continui spostamenti di Osborne che, andato a Roma alla ricerca di Berthús, incontra al suo posto lo scrittore China. Rifacendosi a tecniche ampiamente utilizzate nella narrativa del “Gruppo 63”7 6   Proprio partendo dalla figura di Antonio Tre, si è sviluppato il mio lavoro di tesi che si è concentrato su un particolare aspetto del lavoro di Lombardi: il rapporto spesso molto stretto che intercorre fra la sua produzione narrativa e quella teatrale (quest’ultima meno nota al pubblico, in buona parte inedita e largamente presente al Fondo Manoscritti). Il personaggio di Antonio Tre, introdotto da Lombardi in alcuni capitoli del romanzo Il confine, verrà poi ripreso, in virtù delle sue caratteristiche vividamente sceniche, in una sceneggiatura radiofonica inedita in tre pièces, Tre storie di Tre (mancano purtroppo elementi cronologici per una datazione precisa delle pièces, ma varie ragioni interne inducono a ritenerle non solo chiaramente posteriori al Confine, ma anche collocabili verso la fine degli anni Settanta, se non proprio negli anni Ottanta). 7   Si ricorda, a questo proposito, la partecipazione di Lombardi al primo convegno del Gruppo, organizzato a Palermo nel 1963, in occasione del quale propone la lettura di un capitolo di Barcelona e allestisce, con la regia di Luigi Gozzi, una piccola pièce teatrale, Quartetto su motivo padovano. Il nome di Lombardi compare, in seguito, fra i partecipanti ufficiali del secondo convegno di Reggio Emilia (1964) e altrettanto certo è il suo intervento al dibattito sul romanzo sperimentale che anima il convegno tenutosi a Palermo nel 1965. In quest’occasione Lombardi mette in scena, al Teatro Biondo di Palermo, l’atto unico I sigari di Juppiter, con la regia di Carlo Quartucci. Inoltre, uno dei suoi primi racconti, I giardini del Lussemburgo, viene immediatamente accolto nella prima antologia organizzata dal “Gruppo 63” per lanciare e diffondere le proposte letterarie legate alla Neoavanguardia (cfr. Gruppo 63. La nuova letteratura. 34 scrittori, con saggi di L. Anceschi, A. Guglielmi, R. Barilli, F. Curi, G. Bartolucci, G. Dorfles, Milano, Feltrinelli 1964). Tuttavia, va ricordato che l’adesione di Lombardi al “Gruppo 63” non sarà mai totale: rinunciando sempre

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e, più in generale, nei romanzi sperimentali del primo e del secondo Novecento, Lombardi complica ulteriormente l’intreccio delle sequenze narrative, che spesso si avvicendano l’una all’altra con un ritmo quasi incalzante, tramite il ricorso frequente al ricordo e al sogno, che mettono in campo materiali inconsci e alogici. Già nel capitolo I, ad esempio, un ricordo viene provocato dalla lettura della lettera inviata da Berthús ad Ann, che consente di introdurre una digressione su un viaggio in treno compiuto da Berthús lungo il tragitto che da Sidi Bou Said conduce a Tunisi. Nello stesso capitolo sarà poi la stessa Ann a richiamare alla memoria episodi del passato: un litigio fra Blasto e Giovanni e una disputa ideologica che vede contrapposti Osborne e Blasto. Al ricordo cosciente, che il personaggio richiama con atto volontario e deliberato, spesso se ne affiancano altri di diverso tipo, frammentari, allucinati e sconclusionati, sollecitati da associazioni fortuite: così avviene per i ricordi che affollano il delirio di Berthús (cap. I) e per quelli accumulati confusamente da Giovanni, annebbiato dall’alcool, nel suo monologo finale (cap. XII). Ancor più incisivo è il ricorso frequente ai materiali onirici: sogni e incubi fanno prepotentemente irruzione nella narrazione, decostruendola e frammentandola, o creando una nuova organizzazione alternativa e segreta. È questo il caso dell’incubo in cui sprofonda Osborne durante il percorso in treno verso l’Inghilterra (cap. VI). In un primo momento è la realtà stessa ad apparire deformata, come accade tipicamente quando si scivola nel sonno: “Vide l’immagine di Antonio Tre diventare più piccola su un fondo giallo poi rosso che si gonfiava, si gonfiava, opaco nel centro ma lucido con piccole tracce che si muovevano grigie e trasparenti. Dal centro, dal gran rilievo concavo, l’immagine di Antonio Tre scomparve e prese forma una massa scura che si delineava sempre più. La massa si appiattì e divenne grigia.” (p. 115)

In seguito l’irrazionalità prende totalmente il sopravvento, travolgendo ogni percezione e creando illusioni e fantasie: “Vide la forma scura sotto il pelo dell’acqua affiorare piano, l’acqua in quel punto era appena increspata dal moto della catena di ascensione. Vide zampe e poi un corpo e poi più nitida la testa di una volpe nera dalle grandi orecchie.” (pp. 115-116).

Ancora più radicale è la tecnica utilizzata per presentare l’incubo di Giovanni (cap. X), dal momento che l’autore non palesa subito la natura onirica del capitolo e il lettore, che in un primo momento si trova ad affrontare una materia che sembra dotata di consistenza reale, scivola lentamente in una dimensione del tutto priva di nessi logici e razionalità. Solo successivamente l’autore rivela al lettore disorientato (ma ormai abituato a questo tipo di straniamento) di aver riportato sulle pagine il resoconto di un incubo: ad ogni formulazione teorica, Lombardi non si preoccupa di esplicitare la direzione della propria narrativa e il suo legame con la neoavanguardia è motivato, quasi istintivamente, più da un bisogno di rinnovamento ed eversione intrinseco alla sua scrittura, che da precise riflessioni teoriche ed estetiche.

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“Si alzò di scatto, la bocca colma di bava, il corpo sudato e tremante. Restò a lungo fermo, le mani aperte sulla coperta del letto. Stava immobile, respirava a fatica, fissando la finestra. Poi, sollevando le gambe, depose i piedi a terra, si alzò, si avvicinò alla scrivania e alla seggiola” (pp. 153-154).

A incrementare ulteriormente il dinamismo narrativo lavora poi la presenza di numerose digressioni su temi politici e su concetti filosofici,8 che allontanano il lettore da una ricostruzione lineare degli eventi, resa già estremamente difficoltosa da una narrazione non consequenziale, in cui spazi e tempi si alternano liberamente, con repentini passaggi fra sequenze cronologicamente e spazialmente sfalsate. La ricchezza di materiali narrativi concorre alla creazione di un romanzo complesso e stratificato, caratterizzato da un continuo movimento centrifugo che richiede un costante controllo dell’intreccio. La gestione da parte del narratore della gran folla di personaggi e delle molteplici vicende che li vedono coinvolti si rivela dunque particolarmente impegnativa, ma grazie ad alcuni espedienti Lombardi si impegna comunque ad offrire al romanzo un montaggio che, pur nella sua complessità, possa essere ricostruito almeno parzialmente dal lettore, al quale è implicitamente richiesta una continua e forte collaborazione. Proprio per facilitare il compito del lettore, già nel delirio iniziale (cap. I) Berthús nomina tutti i personaggi principali che compariranno sulla scena del romanzo; inoltre, sin dalle prime pagine, seppur con un’allusività talora faticosa, si anticipano alcuni degli esiti finali dei filoni narrativi principali: la morte di Berthús e Propre, uccisi da Aram, e quella di Osborne in un incidente ferroviario. Da questo momento in avanti, come una pellicola montata al contrario, si snodano le vicende dei singoli personaggi, intrecciate fra loro in base alla suggestione che ciascuna scena è in grado di evocare. In alcuni casi, proprio per agevolare la complicata decifrazione dell’intreccio, Lombardi introduce una partizione interna nei capitoli, allo scopo di orientare il passaggio da una sequenza all’altra al termine di scene particolarmente dense e articolate. È questo il caso dello stacco introdotto a p. 15, al termine della lunga sequenza occupata dal delirio di Berthús.9 8   L’utilizzo massiccio di digressioni di argomento politico o filosofico caratterizza la produzione di buona parte degli scrittori legati al “Gruppo 63”, la cui narrazione sperimentale si dimostra sempre particolarmente aperta a intrusioni saggistiche. Nel Confine, ne troviamo un esempio nella disputa ideologica avvenuta fra Blasto e Osborne (cap. I), sfruttata dall’autore per inserire, anche se in maniera confusa e frammentaria, richiami storici e interessanti spunti di riflessioni; analogamente, considerazioni di carattere politico-ideologico sono presenti nel lungo monologo di Ezzeline Sherif (cap. XI) e nel discorso anarchico tenuto da Blasto nel bar londinese di Soho (cap. XII). In altri casi, invece, è utile notare come alcune digressioni vengano proposte con intento palesemente parodico: un esempio è certamente quello delle due bizzarre teorie (“una storico filologica ed una politica”) attribuite a Blasto e riportate da Osborne a China nel corso della loro conversazione nel locale romano (cap. I). 9   Un interessante scambio epistolare intrattenuto da Lombardi con Aldo Tagliaferri (materiale custodito nell’Archivio Germano Lombardi, presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia) spiega le ragioni di questa scelta: l’autore, infatti, in una lettera indirizzata al critico e datata “Roma 6 febbraio 1971” afferma di aver isolato con l’inserto di un’interlinea e uno stacco la scena dello sproloquio di Berthús, agevolandone così la comprensione.

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Questa volontà di presentare, nelle prime pagine, un quadro d’insieme dei vari e intrecciati accadimenti, motiva la sproporzione nella lunghezza dei dodici capitoli: mentre i primi, infatti, si presentano costituiti da una mole di pagine notevole, quelli centrali si rivelano decisamente più agili e si focalizzano su un numero ben più limitato di personaggi. Gli ultimi capitoli, inoltre, vengono sfruttati da Lombardi per far convergere la gran parte delle vicende verso qualche esito finale. Dunque, se da una parte è forte nel Confine il rifiuto delle regole della narrativa tradizionale, dall’altra l’autore non rinuncia mai totalmente a qualche principio di ordine e organizzazione, che in altri autori del “Gruppo 63” faremmo più fatica a trovare. Strettamente legata alla suggestiva impronta “corale” che connota il romanzo e che ne costituisce la singolarità, è la continua alternanza dei punti di vista, che consente all’autore di presentare con grande mobilità una realtà multiforme e variabile, subordinata all’occhio e alla prospettiva dei diversi personaggi. Questa sorta di “relativismo percettivo” contribuisce, unitamente alle tecniche precedentemente ricordate, a dinamizzare ancor di più il racconto, provocando, in alcuni casi, effetti di autentico straniamento. Se è possibile parlare, per buona parte del romanzo, di una focalizzazione esterna, che presenta le azioni dei personaggi senza che il narratore mostri di conoscerne i pensieri, è altrettanto vero che numerose sono le infrazioni a questa norma. L’adozione del punto di vista dei vari personaggi si può verificare, in maniera particolare, nei lunghi e frequenti monologhi, che presentano sempre un accumulo di riflessioni, sensazioni e percezioni, esigendo conseguentemente l’utilizzo della focalizzazione interna. Ne troviamo un esempio nel lungo monologo finale di Giovanni (cap. XII), che, vinto dall’ubriachezza, rievoca in modo allucinato un episodio della sua giovanile militanza politica, tradendo un senso di colpa che imprime alla stessa narrazione un tono angoscioso e concitato: “Comunque, è detto, Berthús con la mano sana, tenendo sotto con le ginocchia unite, sul corpo, con la mano sana tenendolo sotto, mentre Hajk, attorno correndo, e gli altri, un prete che, gli altri, attorno correndo. “Fallo ora” dicevano. E la polvere, il prete, con la mano sana Berthús, tastando sotto la nuca il punto che, il punto che sì, si dibatteva, gli altri, si dibatteva, urlando e gli altri. Alcuni guardavano giù, la valle. Trovò il punto, appoggiò la canna. “A lui tocca” disse Hajk, e alcuni e Ugo: “Ora basta”. Non vedevo, capisci, non vedevo e sentivo il caldo di… “Ora basta” e Berthús disse “Tienilo”, premendo con… con le labbra serrate, l’angolo della (non urlate!) l’angolo della, è solo un brusio e Berthús, Berthús…” (p. 212)

Le frasi dei compagni (“Fallo ora”, “Tocca a lui”, “Ora basta”), ossessivamente riportate, esprimono i laceranti rimorsi che scuotono la coscienza di Giovanni, in gioventù esecutore materiale di un omicidio,10 e rendono palese il peso di una responsabilità ora vissuta con vergogna e turbamento.   Si fa riferimento all’episodio dell’uccisione di un prete, risalente agli anni della giovanile militanza politica di Giovanni e narrato più compiutamente nelle pagine del romanzo La linea che si può vedere. 10

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Ancora, nel medesimo capitolo, la narrazione accoglie il punto di vista di China, che riflette sul rifiuto avanzato dai produttori nei confronti della sua sceneggiatura su Sacco e Vanzetti, analizzandone, con amarezza e rassegnazione, le motivazioni più profonde: “Ho cercato di… cioè, ho fatto capire le origini di una corruzione dei sindacati italoamericani. E questa è storia, è storia della lotta contro il grande capitalismo americano… – Abbassò la testa e mormorò – Lo è di sicuro… ma che credevi che Mister Riscio e signor Aco finanziassero un film su Sacco e Vanzetti in cui si vuol dimostrare che i sindacati americani hanno potuto sopravvivere solo perché non hanno fatto politica, ma trattative di costi e di potere, perché quando la facevano, la politica, e ai tempi di Nick e Vanzetti tentavano di farla, furono accusati di assassinio, di furto, grassazione… – scosse la testa. – E il bello è che alcuni elementi furono tali, cioè organizzarono un sindacato su basi violente e corrotte… per questo non hanno discusso il sistema del capitale… ma ne hanno preso una fetta. Stupido – scosse la testa, sorrise. – Stupido – disse a voce alta. – Solenne stupido – ripeté a voce più bassa.” (p. 196)

A rendere ancora più complessa la fisionomia dell’intreccio è la presenza, all’interno della narrazione, di materiali diversi ed eterogenei. Si tratta prevalentemente di altri scritti che, con una vera e propria operazione di collage e montaggio, anch’essa ereditata da tecniche d’avanguardia, vengono incorporati al testo: gli appunti tratti dal taccuino di Osborne (cap. I), i versi declamati da Aprico (cap. II), la sceneggiatura sulla vicenda di Sacco e Vanzetti (cap. III), il diario di Giovanni (cap. IX) e, infine, un estratto della lettera scritta da Berthús a China e l’intera risposta di quest’ultimo (cap. X). L’inserto di porzioni testuali di questo tipo (che introducono nel testo “altre” scritture, “altre” storie, “altre” voci) contribuisce ovviamente, non solo ad alimentare la narrazione con nuovi spunti e nuovi temi, ma anche a rendere più dispersa e centrifuga la materia del romanzo, enfatizzandone la polifonia. Così, nonostante si tratti il più delle volte di spezzoni confusi e difficilmente decifrabili (diari, taccuini ecc…), in alcuni casi la presenza di questi materiali consente all’autore di inserire nella narrazione più prospettive, senza appesantirne il ritmo. È quanto accade, ad esempio, con le lettere di Berthús e China, portatrici di riflessioni in cui si mescolano ideologia e inquietudine esistenziale. Tutto questo insieme, caratterizzato dal perpetuo slittamento dei nuclei narrativi l’uno sull’altro e dall’incastro di voci e piani diversi, collabora alla costruzione di un montaggio anarchico-eversivo e contribuisce alla messa in atto di un vivace romanzo davvero “corale”, audacemente polifonico. Irma Manganelli

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Le ballate della violenza di Pasolini ovvero la condanna del mondo moderno di Carmelo Vera Saura

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SAGGISTICA

Le poesie intitolate Ballate della violenza, pubblicate nel 1962 a Roma, presso gli Editori Riuniti e incluse nel volume collettivo La violenza con l’accompagno di 24 disegni, non sono state riunite fino al momento della loro publicazione di Bestemmia Tutte le poesie (1993) presso la Garzanti. La principale caratteristica di queste Ballate è connessa alla forte virulenza condannatoria con cui ogni verso, di forma esatta e misurata, scaglia il suo dardo aspro. Questa violenza potrebbe solo essere paragonata con qualche altro epigramma de La religione e il mio tempo (1961): “Non illuderti: la passione non ottiene mai perdono./ Non ti perdono neanch’io, che vivo di passione” (“A Chiaromonte”), “non fare il bene, questo significa Pier Paolo Pasolini peccare./ Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto:/non c’è stato un peccatore più grande di te” (“A un Papa”); oppure con le coetanee Ballate delle madri (Paragone, febbraio 1962, poi in Poesia in forma di rosa, 1964), ove tutte le madri del mondo appaiono sotto aggettivi dispregiativi quali vili, mediocri, servili, feroci, essendo assimilate per antonomasia alla Madre borghese, feroce immagine del sistema moderno che immola tutte le sue creature generate dalla Madre. Mai in passato la madre era stata trattata nella poesia pasoliniana con tanta virulenza, mentre all’opposto appariva cullarsi sempre tra la dolcezza e lo strazio del figlio, come è espresso ad es. in “Supplica alla madre” (Poesia in forma di rosa): “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,/ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”, “è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”; senonché col passare del tempo il poeta ha avuto sempre più desiderio di annullare la madre, il che si può vedere in “Rifacimento” (Trasumanar e organizzar, 1971), in cui la donna adulta, “fattucchiera maledetta, dragone abitatore di cliniche”, subentra alla madre. Nell’ambito della poesia ispanica è difficile scorgere una uguale omicida ferocia verbale se non si pensa a certi versi nerudiani di Incitación al Nixonicidio y alabanza de la revolución chilena (1973), sebbene essi siano ispirati da un estro prevalentemente politico, scritti infatti contro l’impero americano e il presidente Nixon: “Así pues, decidí que falleciera/Nixon, con un disparo justiciero:/puse tercetos en mi cartuchera”. Pasolini dichiarerà nelle ballate III e VIII la morte auspicata dell’uomo democratico: “Tu sei un mediocre, democratico./Per questo, se ne ho l’ordine, ti ammazzo”, “Perciò ti ucciderò, quasi per mistica/elezione, Pindaro buffone del


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progresso!”. Qual è stata la causa che l’ha portato a generare questa violenza omicida contro la società moderna? Quando nel 1957 Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci viene alla luce l’enorme contraddizione che lo attanaglia tra la coscienza della crisi del marxismo, il desiderio di ritorno al suo idillico passato friulano, il sentimento di una religiosità primitiva, viscerale, la passione privata che non arriva a consolidarsi come vera utopia ma è visione fantasmatica e regressiva in un continuo stilistico. Il dramma della angoscia interiore s’aggiunge alla crisi della moderna società borghese. Lo strazio interno deriva più che da una mancanza di speranza nella ideologia (nel 1949 era stato espulso dal Partito Comunista Italiano per “indegnità morale”), dalla totale assenza di un pensiero che possa risolvere il problema sociale e s’innalzi a panacea terrestre. Da ciò consegue l’impossibilità di elezione e il vuoto dell’avvenire: “Vivo nel non volere/del tramontato dopoguerra: amando/il mondo che odio nella sua miseria//sprezzante e perso - per un oscuro scandalo/della coscienza...” (Le ceneri di Gramsci). Ma la lacerazione che lo travaglia viene rafforzata quando, rivolgendosi a Gramsci e in bilico tra i due Pasolini, il borghese che ha il senso estetico dell’esistenza (inesistente nel popolo), e l’antiborghese che tende all’innocenza, all’instinto del popolo, senza che ne scaturisca una soluzione armonica, scrive: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/con te e contro te, con te nel cuore,/in luce, contro te nelle buie viscere” (ibidem). Senonché il nostro autore non è ancora arrivato a toccare la disperazione totale, il pessimismo e l’invettiva letale delle poesie dei primi anni sessanta. Il mito del contadino friulano, della tradizione religiosa contadina e della adolescenza felice (che non lo abbandoneranno mai) trova il corrispondente nei ragazzi di vita delle borgate romane (la cui ultima espressione sarà il suo primo film del 1961, Accattone), in contrapposizione alla voracità capitalista del mondo borghese. Ma anche il paradigma della borgata romana rovinerà, distrutto dall’orco borghese, in un processo irreversibile di omogeneizzazione al progresso, al desiderio consumistico e alla violenza borghese: “...covo, traditore,/la religione del Possesso in cuore” (XI). Anni più tardi, sugli articoli giornalistici dell’ultima epoca, Pasolini parlerà della mutazione radicale di quei giovani, di quella cultura umile, sostituita dalla nuova cultura borghese che diventa un ubiquo e onnipotente fascismo moderno: “Il ‘nuovo modo di produzione’ ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una ‘nuova cultura’: modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie italiano). Tale ‘nuova cultura’ ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari” (“Lettera luterana a Italo Calvino”, Lettere luterane, 1975). Questa omogeneizzazione socio-culturale intacca nello stesso modo il linguaggio letterario, la cui uniformità stilistica produrrà il principio della fase terminale della poesia del Novecento, l’inverno del Novecento, cioè il crogiolo in cui convivranno informali, indiscriminati e amalgamati tutti i linguaggi della tradizione e della innovazione. Se ne Le ceneri di Gramsci l’attrito tra soggetto e oggetto, tra passione e ideologia, si risolve in una ferita senza possibile saldatura, da cui conseguono un’espanFermenti  82


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sione onirica e una fuga nel visionario verso il passato, una sovrapposione di figure ed elementi fantasmatici che sollevano l’io allo stato immaginario (nel senso lacaniano), ma che lo allontanano dall’ambito simbolico (sociale), ne La religione del mio tempo il terzo mondo (l’Africa e l’India) occuperà il posto del proletariato romano e impersonerà la nuova utopia redentrice del mondo occidentale: “Africa! Unica mia/alternativa” (“Frammento alla morte”), il cui seguito troverà nella negritudine de “La Guinea” (Poesia in forma di rosa) l’utopico desiderio di un sentimento religioso e sensuale, trasposizione sempre del Friuli natale. È a partire dallo scacco dell’utopia africana che Pasolini non potrà più reperire nessun altro surrogato mitico perché il mondo del passato sarà ingabbiato irremediabilmente nella Post-storia neocapitalista. In questo momento di crisi profonda, smarrito e più diverso che mai, nascono le Ballate della violenza, uno dei punti più aspri di condanna e violenza civili in Pasolini. Alcune somiglianze legano le Ballate al cinema pasoliniano. Sia queste che il suo terzo film La ricotta (1963) sprofondano in una visione sociale dove l’espansione del progresso capitalista agisce come un Potere dal quale nessuno può fuggire, nemmeno l’artista o il prodotto artistico. In una scena de La ricotta Orson Welles (forse anche personificazione di Pasolini), nel rispondere alle domande di un giornalista, afferma lo sfruttamento di questi e del regista. La concezione non è nuova, ma in Pasolini rivela dei toni di tragica acrimonia ciò che da Baudelaire era considerato come utilizzazione dell’artista. Stracci, la vittima espiatoria della borghesia, viene a rappresentare lo stesso borghese vittima-carnefice delle Ballate. In Salò la ferrea coazione del mondo che degrada raggiunge la massima crudeltà raccapricciante nella reificazione del corpo e del sesso ritenuti come oggetti, nel genocidio come orgia, allo stesso modo che nelle Ballate la crudeltà del Sistema condanna il borghese e il democratico alla pena di morte, all’assoluto annichilimento, alla fine della storia. L’io reiterato insistentemente all’inizio di ogni ballata rappresenta diversi personaggi che impersonano il Sistema capitalista (“Io sono un capitalista”, XII), il Potere cieco e devastatore, sebbene sia vero che su questa voce confessionale s’innesta l’io del poeta che condanna - e lo si sa dalla continua drammatizzazione dell’io nella poesia pasoliniana. L’insistente presenza del soggetto ne Le ceneri di Gramsci diminuisce notevolmente in Poesia in forma di rosa in quanto riflesso di un mondo alienato in cui anche la poesia subisce le conseguenze, una volta che sia stata inglobata nello stesso ruolo mercantilistico e omogeneo la diade soggetto-oggetto. Al poeta unicamente resterà la possibilità di esprimerne la sconfitta: “Il Neo-capitalismo ha vinto, sono/sul marciapiede/come poeta, ah [singhiozzo]/e come cittadino [altro singhiozzo]” (“Una disperata vitalità”, Poesia in forma di rosa). Pasolini contempla la realtà che lo circonda come un nuovo inferno dantesco, da dove nasce La divina mimesis (1963, pubblicato nel 1975). All’inferno medievale si contrappone l’inferno neocapitalista. E qui che il poeta e non il Potere “sogna di vedere morti i suoi coetanei piccolo borghesi”, mentre li apostrofa con gli identici aggettivi delle ballate: “vigliacchi, deboli, abissi di imperfezione e di mostruosità, ricattatori, Fermenti  83


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brutti, ignoranti, portabandiera di una fede cretina, di un Cristo scimunito e di una Patria merdosa” (“Appunti e frammenti del IV canto”, La divina mimesis), tutto un linguaggio che era anche servito per qualificare le genitrici di Ballata delle madri. In questo mondo capitalizzato anche la poesia, alveo del sogno, dell’utopia e dell’immaginario decadente, subisce la proscrizione, e sarà solo possibile rappresentare la realtà mediante la stessa realtà fatta arte, immagine o azione teatrale, i cui presupposti sostituiranno la poesia nel decennio degli anni sessanta: “e il mondo dei sogni si incrinò./“Nessuno ti richiede più poesia!”/E: “É passato il tuo tempo di poeta.../ Gli anni cinquanta sono finiti nel mondo!”” (“La mancanza di richiesta di poesia”, Poesia in forma di rosa) “Le azioni della vita saranno solo comunicate,/e saranno esse poesia,/perché, ti ripeto, non esiste altra poesia che l’azione reale” (“Poeta delle ceneri”, Nuovi Argomenti, luglio-dicembre, 1980, poesia scritta nel 1966). Impigliata nella dialettica del Potere e attanagliata senza possibile scampo, alla poesia non resta che innalzarsi come altro potere nei confronti del Potere, che viene personificato nell’io incoativo di ogni ballata. Un io onnipotente che scaglia tutta quanta la sua efferatezza contro l’uomo democratico, unico interlocutore e cittadino possibile, sul quale scatena la massima violenza in modo da autodistruggere il Sistema in un comune annichilamento di carnefice e vittima: “La grandezza è la patria. Mi magnifico/in essa, lapide sopra il mio inferno” (II), “...tanto più ripudio ciò che amo” (V). Il gioco di specchi tra i due, tipico tra l’altro nell’opera pasoliniana, la confusione dei due soggetti opposti, agiscono in forma sincronica e perfetta, essendo gli aggettivi intercambiabili: “Io sono un debole.../democratico, sei un uomo debole”, “Io sono un nano.../sei un nano, democratico”, “io sono un mediocre.../tu sei un mediocre, democratico”, “io sono un fallito.../Quanto a te, democratico fallito”, “io sono un porco.../porco democratico”, e via. Il Potere capitalista è un gioco devastatore e autodistruttivo, fatale e irrazionale, un gioco senza argomenti che lo possano giustificare. L’io autoritario si riflette nel cittadino democratico, come un figlio che irrimediabilmente deve divorare, come l’altra coscienza di sè: “Per questo io ti impiccherò,/sacrilega coscienza del mio/amore per la grandezza che non ho” (II), “vigliacco, ci hai tradito,/posso uccidere in te l’Anti-ideale” (IV). Tutta la violenza e la condanna che negli articoli delle Lettere luterane avranno uno stampo cronistico, trapelano come auspici in queste Ballate della violenza. L’uso dell’ossimoro, figura ricorrente nella poesia di Pasolini, si presenta per suscitare il doppio effetto di aggiogamento e disgregamento, nello stesso tempo che materializza la omonimia, la rima, il polittoto o l’allitterazione (“inmorale”, “morale”, “inmortale”, ballata X) dentro il gioco vendicatore che il significante compie nei confronti della Realtà. L’ossimoro chiasmatico (“che non sanno ciò che sono, e sono/ciò che non sanno, Xll) riproduce in bocca al potere capitalista la coscienza scissa del “democratico classista”, un diverso, ma ugualmente un sommerso nella spirale annientatrice del Potere, poiché alla fine, soltanto ne resteranno le “fetide ossa senza luce e nome” (XII). Nella voce dei diversi carnefici, un debole, un nano, un mediocre, un fallito, un anormale, un servo, un decadente, un mite, un immorale, un Fermenti  84


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porco, un povero e un capitalista, s’identifica, non soltanto il democratico borghese, ma anche l’io del poeta che con il potere della parola condanna il borghese della società moderna. In ciò svolge una funzione esenziale l’io reiterato all’inizio di ogni ballata, il quale sebbene sia persona per eccellenza del discorso poetico qui viene a identificarsi con ognuna delle persone inghiottite dal mondo capitalista. Sarebbe come se tutti i personaggi insieme allo stesso poeta Pasolini fossero tutti egualmente i carnefici del borghese democratico e conformista della società moderna. “La poesia è giustizia” (“Pietro II, Era l’inizio del giorno”..., Poesia in forma di rosa), ma ormai non appartiene più al poeta né alla scrittura la proprietà del significante e del referente (“non conta nè il segno nè la cosa esistente”, “Progetto di opere future”, Poesia in forma di rosa), perché l’io e la poesia, e persino le nuove forme marxiste della letteratura, sono rimasti mistificati in seno all’io-Capitale: “Io sono un capitalista e lo so./ Deboli, nani, mediocri, falliti,/anormali, servi, decadenti, miti/, inmorali, porci, miseri, li do/al tuo Brecht, nuove maschere politiche” (XII). Tale stato di reificazione subita dal soggetto ha poco a che vedere con quel Pasolini che in libri anteriori, come un fantasma di carne e ossa, rincorreva in preda alla passione scandalosa (qui ancora il poeta s’identifica con il democratico “diverso” della ballata V, al quale conferisce gli attributi di “scandalo e passione”) ogni sentiero umano. Quel Pasolini mostro scandaloso, viene adesso divorato dal Padre-mostro, che a sua volta, divora tutti i figli mostro-borghesi: “tu sei un me stesso/rovesciato” (VIII). Solo la salvezza e il perdono saranno possibili, fuori ormai dalla storia dell’uomo, da parte di un Dio che esiste al di là della violenza terrestre della mela-orco bacata dai borghesi conformisti: “Forse avrai da Dio perdono:/da me no: io uccido, non convinco” (I). La violenza espressa in queste ballate appartiene a un io straniato, trascinato ad essere profeta di una Distruzione cui visceralmente non può partecipare, paradossalmente incapace di qualunque animo virulento, secondo quanto afferma lo stesso Pasolini. Paradossalmente la violenza dei personaggi di ogni ballata e della stessa società moderna contrasta con l’innocuità che il poeta-profeta esprime nelle poesie della stessa epoca: “Solo un mare di sangue può salvare,/il mondo, dai suoi borghesi sogni destinati/a farne un luogo sempre più irreale!//Questo può urlare, un profeta che non ha/la forza di uccidere una mosca -la cui forza/è nella sua degradante diversità!” (“La realtà”, Poesia in forma di rosa). La contraddizione tra poesia dominata dal mercantilismo e poesia estranea alla regole economiche, tra autonomia ed eteronomia, tra poesia ideologica e poesia “desideologizzata”, che tormentò altrettanto i poeti “novissimi”, non sfugge alla razionalizzazione dialettica di Pasolini, il quale mentre esprime il dolore della reificazione della poesia ritiene il poeta fuori dalle leggi economiche. La poesia come protesta civile e la poesia come diversità romantico-decadente si dibattono entro lui in un irresolubile paradosso: “La poesia è la sola comunicazione che sfugge, non alle determinazioni economiche, a cui niente sfugge, ma a ogni determinata determinazione: fin dal momento in cui il poeta, come ho detto, non si identifica con nessuna Fermenti  85


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figura economica” (“Appunti e frammenti per il IV canto”, La divina mimesis). La struttura de Le ballate della violenza corrisponde a una strofa chiusa come rispecchiamento del Sistema omogeneo, identico a se stesso, uniformemente borghese, trangugiatore di ogni diversità. Alcune delle irregolarità metriche delle ballate, tipo l’endecasillabo anisosilabico che viene usato dalle Ceneri di Gramsci, rispondono a una pratica comune in Pasolini. La maggioranza dei versi sono di 10, 11 e 12 sillabe, con tre o quattro accentazioni, in essi si alternano la rima consonantica e asonantica, sebbene si dovrebbe parlare di una rima ipertrofica, sia come sostituzione di nasale (nessuno-fumo), variazione di liquide (sola-storia), labiodentale al posto di bilabiale (servo-superbo), sostituzione della vocale atona finale (rifiutosalute), sia come rima ipermetra (conformista-mistica, VIII, magnifico-schifo, II). Uno schema di rime irregolari, con alternanza di consonanze e assonanze e anche di versi sciolti, risulta variabile dentro l’apparente mimetismo: ABBACBDDED, ABBABCDDCD, ABBABCDDCD, ABBCBDEEDE, ABBACDEEDE, ABBACDEEDE, ABBABCDDED, ABBACDEFFGF, ABBACDEDFD, ABBACDEEDE, ABBACDEEFE, ABBACDEEDF. L’istituto metrico-ritmico, più che poggiare su una opposizione di ordine e caos, di regolarità e irregolarità (che pure esiste), ha una funzione di carattere discorsivo, di oratoria solenne di coro antico che condanna in modo predestinato l’uomo moderno col suo monologo unisono e martellante. L’eccesso di “pathos” che caratteriza la poesia pasoliniana resta precluso nella forma strofica regolare-irregolare, privilegiando l’eloquenza alla musicalità, l’intensità condannatoria al lirismo. In accordo con lo spirito della ballata antica condotta a due voci (coro e solista), Pasolini introduce le voci dei diversi che dicono io. Di questa diversità s’appropria il personaggio democratico, che a sua volta s’identifica con il Potere, fagocitando la diversità e trasformandola in omogeneità. Parallelamente attraverso questi io il poeta esercita il desiderio di annichilare specularmente il democratico, che viene a identificarsi con i suoi carnefici in un gioco di specchi. Il mondo moderno democratico esercita un Potere onnicomprensivo su tutti gli uomini; ad esso le ‘voci diverse’ potrannno soltanto opporsi con l’unico potere che detengono, cioè la parola poetica. Ma in più, la diversità di ogni personaggio delle ballate non viene identificata con la diversità dell’uomo democratico, anzi ambedue le diversità non avranno mai un punto d’incontro: “Io sono anormale, e, saperlo, non devo./La tua diversità, democratico, è anormale (V)”. Se uno è servo di un Sistema economico a cui non può sfuggire, l’altro è servo di “altri idoli o nazioni”, della stessa fede nel Sistema. All’interno del tono solenne e condannatorio delle ballate, alcune espressioni volgari o dialettali chiazzano di una maggior violenza il recitativo lirico: “Ti leverai dal c...” (III), “ ’Na cortellata in panza, si sta poco/poco a dartela, zozzone” (X). Un recitativo sempre finalizzato a dar rilievo al tono apodittico e parenetico che prevale su ogni altra corda poetica. Carmelo Vera Saura

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Il “noi” dell’Antigruppo poetico siciliano Omaggio al poeta scomparso Gianni Diecidue di Antonino Contiliano 1

SAGGISTICA

Chi scrive poesie / nel tempo dell’atomica / crea militanti d’avanguardia. M.Darwish

La situazione dei poeti dell’Antigruppo siciliano è quella di un contesto (dagli anni dei movimenti del ’60, il ’68 in particolare, e fino agli anni ’80) che ha radici piuttosto diffuse nei rivolgimenti sociali, politici, culturali e scientifici dell’epoca. Cambiamenti che hanno determinato le svolte degli ultimi trent’anni del secolo scorso, il “secolo breve”. Svolte che possono essere senza alcuno dubbio classificate come delle vere e proprie trasformazioni radicali nel modo di vedere le cose, i rapporti tra teorie e prassi, tra soggetti e organizzazioni, cultura e società, simmetrie, ordine e conflittualità antagoniste, etc. Questo scorcio del “secolo breve” è stato un Gianni Diecidue, autore, interprete periodo di turbolenze forti, anche sul piano delle lotte e regista della pièce teatrale Fedesociali e politiche, e tali che hanno messo in discus- rico iii detto il semplice sione e in crisi di “egemonia” le vecchie certezze deterministiche dell’equilibrio. Una turbolenza che non ha risparmiato settore alcuno della vita sociale, politica, scientifica e culturale delle nazioni e del mondo: dalla guerra arabo-israeliana a quella del Vietnam e dell’Algeria; dalla seconda “rivoluzione cinese” alla contestazione del ‘ 68; dalle decolonizzazioni classiche a Porto Allegre dei Forum sociali e antiliberisti; dal tutto è politico alla depoliticizzazione del post-moderno e alla perdita del ruolo e della funzione guida dell’intel  Il saggio è dedicato al poeta siciliano Gianni Diecidue (Castelvetrano) nel primo anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 16 marzo 2009. Il lavoro, sostanzialmente, riprende il testo di una relazione che A. Contiliano, il 17 ottobre 2008, ha tenuto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo nell’ambito dell’iniziativa culturale incentrata su i “Linguaggi della città. Colloqui sulla città in movimento”. L’iniziativa, organizzata dalla stessa Facoltà, era intesa a rivitalizzare la memoria dei linguaggi conflittuali e antagonisti che avevano toccato la Sicilia intera a partire dagli anni Sessanta in poi. 1

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SAGGISTICA

Se un’arte o una letteratura non additano il futuro, se esse si limitano a guardare indietro con rabbia, o in avanti con angoscia, allora esse sono votate alla rovina, anche se producono qualche opera sorprendente. E. Fisher


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lettuale; dal decentramento antropomorfico alla centralità della tecnica e della pura amministrazione alla nascita dei nuovi paradigmi filosofico-scientifici come smantellamento della razionalità classica e del suo determinismo meccanico e umanistico. Il modello che finora aveva guidato e condizionato il mondo del sapere scientifico e socio-antropologico culturale, e ogni settore della vita, avendo subito l’urto dirompente di un terremoto sussultorio-ondulatorio, non rispondeva più ai vecchi comandi. Tutti gli universi dei discorsi, nel circuito ologrammatico non lineare, erano stati messi in subbuglio. Una crisi, in sintesi, che, sotterraneamente, interessava con vistosa forza inarrestabile e irreversibile tutte le coordinate del sapere umanistico, scientifico e sociologico-politiche e culturali finora funzionanti come guida. L’umanesimo determinista e positivista, compresa la versione del marxismo ortodosso, crollava, così come, per interna implosione, era crollato il “Muro di Berlino” nel 1989, ed altri ne alzava, invece, il “pensiero unico”, quale quello nord-americano-occidentale che finiva con l’alzare “muri” ai confini con il Messico e a Gaza. Sir James Lighthill, per esempio, presidente della Internazional Union o Theoretical an Applied Mechnics, comunità degli esperti di meccanica, nei primi anni SESSANTA del “secolo breve”, a nome collettivo – tutti i teorici della meccanica newtoniana –, si scusava perché fisici e teorici, a proposito “del determinismo dei sistemi che soddisfano alle leggi newtoniane del movimento – diffondevano – delle idee che, dopo il 1960, si sono rivelate inesatte”, e inducevano il pubblico colto e quello del senso comune a credere in degli errori come se fossero verità scientificamente provate. E ciò nonostante i successi della meccanica newtoniana e del suo modello. Il modello che, ripreso e portato avanti dalla fisica contemporanea quantorelativistica standard, non ha mancato di risultati sperimentali abbastanza significativi a sostegno della teoria nel complesso unitaria. I vecchi nessi causali e ideologici, così come il “bordello dello storicismo” o dello sviluppo lineare, per dirla con Benjamin, andavano in pezzi. Nessun nesso sembrava legare i rivolgimenti del presente alle lotte del passato utopico e scientifico rivoluzionario con la sua logica causale. Una causalità ora strutturale, ora sovrastrutturale, e di cui si erano fatto carico gli intellettuali di ieri e la nuova classe sociale rivoluzionaria come soggetto della nuova società non borghese. La dialettica della sintesi e del superamento mostrava il suo pestare di macina di vento. Entrò in funzione la dialettica duale e plurale del conflitto senza fine. Diretto (il conflitto duale/plurale) contro la rappresentanza delle istituzioni e degli statuti liberal-democratici centralizzati, che governavano il regime di maggioranza e opposizione, i soggetti della nuova generazione (proiettati verso una “generazione nuova”: Gianni Diecidue) si mossero con una strategia ‘immediata’ e di sabotaggio attaccando il centro nevralgico del potere attraverso i focolai di confine o gli snodi dello stile di vita. Il soggetto in scena, però, erano le masse (studenti, operai, lavoratori, giovani – Mao chiamava i giovani per la “rivoluzione culturale “– e movimenti femministi o Fermenti  88


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di emancipazione) delle nuove generazioni. I soggetti (giovani e i vecchi delusi), educati a un nuovo spirito critico, e anche alla perdita delle certezze deterministiche e gerarchiche, provocata dal vento che proveniva dal rivolgimento analogo nella ricerca scientifica e culturale (scienze dure e scienze umane) di fine secolo, sembravano essersi insediati ormai come i veri protagonisti. La loro parola d’ordine era lo smascheramento degli apparati ideologici di stato o di partito accentrati e ortodossi; la loro guida era diventata l’autodeterminazione, la fantasia al potere, la libertà dell’arte e della poesia sganciata dai rapporti di sudditanza sia all’ordine costituito, che alla tradizione o a vecchie concezioni che mantenessero l’artista e il poeta come coscienza separata. Una separazione che poteva essere quella della forma del sacro, del maledetto, del mistico, dell’esistenzialista, della guida o della “classe lamentosa e malinconica”. Gente che, insomma, visto lo scarto incolmabile tra la visione/ideologia del poeta/ intellettuale come “fingitore” (come si esprimeva Ferdinando Pessoa nei riguardi del poeta) e la realtà, non aveva rapporti materiali e concreti con la storia, la lingua della gente e la comunicazione intersoggettiva individuale e sociale e il carico di soggettivazione che ognuno, comunque, portava con se quale patrimonio sociale singolarizzato. Ora, invece, le maschere e i giochi di rappresentanza e guida ideologica venivano meno. Il nuovo soggetto dell’azione era diretto e, come dimostra sia l’esperimento di Franco Basaglia sull’abbattimento dei muri (materiali e terapeutici “positivistici” disumanizzanti) della “follia”, sia il dibattito degli anni Settanta tra Michel Foucault e Gilles Deleuze, l’intellettuale non è più l’esperto o la guida che illumina, media, cura e rieduca. I prigionieri, i carcerati e i “folli”, come le altre soggettività, parlano con la propria voce, direttamente. E l’intellettuale è parte di questa nuova coscienza collettiva, di questa “nuova generazione” come scrisse Gianni Diecidue nella poesia QUANDO VERRÀ UNA GENERAZIONE NUOVA. Questo nuovo soggetto, per altri aspetti, grazie alle conquiste scientifiche e ai nuovi modelli teorici, che mescolavano pensiero matematico e immaginazione costruttiva, si batteva, nonostante il tutto è politico fosse la bandiera del momento, sia per mantenere stretti nessi tra politica e cultura, sia per abbattere i confini netti tra scienza e mondo della creatività poietica e vetero divisioni socio-antropologiche tra intellettuali e masse della nostra geografia italiana. Si cercava nella piazza/agorà pubblica, come nel teatro – che tramite lo straniamento (punto di vista diverso) aiuta pubblico e attori, regista e sceneggiatori, realtà e finzione a prendere consapevolezza del divario e a intraprendere azioni alternative – di aggredire le vecchie lacerazioni che interessavano il Nord quanto il Sud del mondo, il Nord, il Meridione, il Sud e le Isole in Italia. Si progettava una parola e un’azione dialettica vivace e plurale. Poeti, pubblico, masse e piazze, lettori e ascoltatori facevano come un ventaglio e un campo di onde risonanti mutuamente che si contagiavano nel comune movimento della contestazione e del risveglio come se le barriere fossero venute meno tutte in una volta. Era un nuovo punto di vista che, analogamente a quanto asserito da Sir James Lighthil, riguardava però il rapporto della poesia (nel caso è quello che qui ci inteFermenti  89


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ressa), del suo linguaggio e della sua funzione con la realtà isolana, e che il novum del tempo migrava come un’onda d’urto termonucleare anche in Sicilia (Messina, Catania, Agrigento, Palermo, Trapani, Castelvetrano, Mazara del Vallo, etc.). Nasceva il movimento poetico dell’Antigruppo come il magma lavico e incandescente di un giovane vulcano. Dell’Antigruppo siciliano, fondatori Nat Scammacca (Trapani), Crescenzio Cane (Palermo), Gianni Dieicdue (Castelevetrano) e Rolando Certa (Mazara del Vallo), dai più, però, è stato detto poco e superficialmente. Sono andate in giro prevalentemente striminzite sentenze. Giudizi bloccati sullo stereotipo degli arrabbiati della piazza, o di poeti non rilevanti. Poeti che, diversamente dai fortunati fratelli del Gruppo’63, cui hanno peraltro rivolto una sacrosanta aria critica (anche se da lontano: non ci sono mai stati confronti diretti), non avrebbero varcato mai lo Stretto di Messina. Troppo baccano, e di nessuna sostanza di rilevanza poetica, secondo questa critica giudiziaria, è stata la produzione e l’azione poetica dell’Antigruppo. C’è anche da dire, però, che questi giudici, e non solo d’occasione o del mestiere, non hanno mai preso (per quanto ci risulta) l’intera produzione di un poeta antigruppo o del gruppo trainante per sottoporla ad analisi argomentativa testuale dovuta; e non hanno mai dichiarato i criteri valutativi o descrittivi o la teoria (crociana, linguistico spiritualistica, marxista, strutturalista, formalista, semiotica…) scelta come paradigma teorico-critico per l’uso. Perché l’Antigruppo ha avuto le sue discussioni teorico-poietiche: il pragmatismo di Scammacca e i suoi “21 punti” di poetica populista; l’estetico del “tipico” lukacsiano di Nicola Di Maio, che sollevò, opportunamente, il problema di una scrittura poetica coerente con valenza engagée del movimento, e che invece, non sempre motivate, suscitò risentite reazione e fratture; i residui crociani (la poesia come espressione del sentimento e della fantasia individuale) di Rolando Certa, la sua adesione all’impegno sartriano unitamente al suo rifiuto per la “morte dell’uomo” di origine foucaultiana (per inciso, e a nostro parere, a Rolando mancava però una chiara visione dell’intero impianto discorsivo che Foucault aveva aperto con i “salti” delle sue griglie epistemiche e delle sue nuove figure discorsive; griglie che, epistemicamente discontinue, nella contemporaneità della “volontà di potenza” del capitalismo tecnico-amministrante, erano orientate, con eterodossia marxista, a sottolineare la dimensione della biopolitica e del biopotere che la governance borghese modernizzante strumentalizzava per la riproduzione sociale). C’era anche la componente della sperimentazione linguistica, poi singlotticasemiologica, del gruppo Apolloni, e la scelta dialogica e quasimodea di Gianni Diecidue. Così, Gianni Diecidue, poeta dell’Antigruppo siciliano, nel 1972, infatti, nel bel mezzo delle discussioni che coinvolgevano archeologie e avanguardie letterarie, riferendosi al “significato della nostra poesia”, scriveva: Insomma noi pensiamo di essere calati nell’ordine di idee di Quasimodo quando scrive: “Ma un poeta è tale quando non rinuncia alla sua presenza in una terra, in un tempo esatto,

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definito politicamente. E poesia è libertà e verità di quel tempo e non modulazioni astratte del sentimento”. 2

Era la proposizione di un modello per cambiare insieme. Un comune bisogno di pluralità e interazione che attraversava le persone, i soggetti sociali e la cultura politica. Il rinnovamento, al fine di costruire un nuovo vivere sociale e politico comune che facesse riferimento a un nuovo NOI, investita sia l’universo umanistico, quanto quello scientifico. Una nuova coscienza collettiva, plurale e democratica – come vedremo con alcuni testi di Calì, Scammacca, Cane, Certa, Diecidue –, attraversava la poesia e il suo linguaggio. Si portava nell’agorà, e i poeti si presentavano portatori non separati ma nexus articolato e dinamico tra i con-sociati della società tutta. Un vento di rigenerazione muoveva la gente del Sud e i poeti dell’Antigruppo. Del resto, come aveva scritto Marx, il pensiero prima di tutto prende contatto con la realtà nel linguaggio. La realtà è la realtà che ognuno vede e agisce prima di ogni cosa nell’astrazione linguistica e nelle sue categorie logico-sintattiche simboliche e allegoriche. Il secondo momento, invece, per dire una presa coscienza operativa (come nell’Enrico IV di Pirandello: l’uomo che in teatro finge di assassinare un altro e finisce con l’assassinarlo veramente abbattendo ogni discrimine tra finzione e realtà), era il passaggio dalla “tendenza” al qui ed ora realizzante l’urgenza del dettato. Alain Badiou direbbe che il “secolo breve” della poesia antigruppo agiva con la “passione del reale” o dell’azione diretta qui e ora. Non più con la distanza dell’attesa di un futuro escatologico per sviluppo causale e lineare. Una posizione alquanto critica e spesso mortale per i poeti, i quali, sotto la spinta di un movimento fusivo contingente, abbandonavano l’immaginario dell’ideologia doppiamente straniante e si buttavano nell’azione diretta e senza mediazioni che non fosse la “fusione” sartriana del gruppo rivoluzionario. il NOI che agiva come un solo IO, perché questo era il modello sostanzialistico dell’umanesimo moderno e capitalistico inneggiante all’individuo dell’individualismo liberale borghese. Alain Badiou, filosofo francese contemporaneo, fa questo tipo di connessione analizzando la produzione poetica di Ferdinando Pessoa (il Portogallo dei primi del Novecento), di Osip Mandel-štam (la rivoluzione bolscevica e la dittatura staliniana) e della poesia e del teatro di Bertolt Brecht (tra nazismo e socialismo reale In Germania Est). Utilizza i testi dei poeti per dirci della “passione del reale” del “secolo breve”. Noi, per analogia, applichiamo lo schema ai testi dei poeti antigruppo. Dagli anni Sessanta in poi, nuove forme di conoscenza, interpretazione, rappresentazione, azione e costruzione imponevano che le vecchie forme d’ordine, le simmetrie e le corrispondenze si misurassero e imparassero (quanto meno), a convivere con quelle del dis-ordine, del non equilibrio e della non linearità. Il mondo delle turbolenze, delle instabilità e delle biforcazioni, che simultaneamente sceglievano linee d’ordine da una parte e disordine dall’altra, non era più fatto ipotetico o illu  Gianni Diecidue, Significato della nostra poesia, in “Impegno70”, n. 4/7, Gennaio-Dicembre, 1972, p. 39.

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sorio. E di tutto ciò non era esente il mondo sociale, civile e politico sia a livello locale che globale. L’instabilità degli equilibri toccava anche le poetiche e il modo “simbolico” di far poesia dei poeti, i quali, pur presi dall’ansia del rinnovamento, rimanevano ancora a dover render conto, quale soggetti di metamorfosi, alle loro stesse sedimentazioni non facilmente riconvertibili, o a schemi (non pochi) appartenenti ai diversi fronti del fare poesia civile sì, poesia civile no, poesia formalistica o non formalistica, pura o non pura, etc. Prigogine (filosofo e scienziato del non equilibrio, della temporalità e delle nuove scienze del crollo delle certezze) intanto scriveva che le scienze erano l’ascolto poetico della natura e della sua storia; che il tempo, la contingenza e la qualità delle nuove cose rivelavano una nuova razionalità e imponevano una nuova potenza immaginativa capace di mettere a fuoco gli aspetti plurali dell’evolversi dei fenomeni e degli ordini relativi. Neanche il mondo della letteratura e della poesia rimaneva fuori da questo ribollimento generale. Una nuova soggettivazione, ribelle all’ordine dell’amministrazione bipolare e centralizzata – e, sul suolo italico, bipartisan tra “centralismo democratico” e “solidarietà nazionale” (una versione edulcorata, sul piano ideologico, del connubio maoista tra “contraddizione fondamentale” e “contraddizione in mezzo al popolo”, ma deprivato della “guerra rivoluzionaria”) – , contestava in larga parte il rilegamento dell’intellettuale a ruolo di chierico subordinato al sistema e alle grandi organizzazioni politico-sindacali –; una nuova soggettivazione che si espandeva a macchia d’olio e contagiava anche gli intellettuali siciliani, i quali, nello specifico che ci riguarda, dettero vita, come già detto (avanti), all’Antigruppo siciliano. I poeti fondatori furono Nat Scammacca, Crescenzio Cane, Gianni Dieicdue e Rolando Certa. Ma la fisionomia del gruppo si qualificò per una maggiore affluenza e consistenza di intellettuali dall’intera Regione Sicilia. Tra consenso e attriti si incontrarono poeti di vecchia e nuova generazione (Nicola Di Maio è uno di questi). E la fisionomia, così variegata, che raggruppava anarchici, marxisti, liberali democratici et alia non poteva non dar vita a una conflittualità interna. La varietà delle posizioni, la storia di ciascuno e il linguaggio utilizzato per far poesia ed entrare in comunione con la piazza come in un teatro brechtiano, era ed è rimasto insieme vitale processo di produzione poetica corale ma attraversato da schize semantica più che veritativa. René Thom diceva che ciò inficia il vero non è il falso quanto l’insignificante, come una rivoluzione (come ebbe a dire Mao), seppure interna al linguaggio della poesia, non è mai “un pranzo di gala”. Spesso l’insieme era più un aggregato che un vero gruppo. C’era una “tendenza” (intenzione significante), ma tuttavia mancava una linea di poetica omogeneizzante; ciò tuttavia non impediva di cogliere e di agire come un NOI poetico, ovvero con delle scelte tematiche che sottolineavano più la convergenza che le divergenze di stile e degli assunti teorico-pratici, mentre il differenziale linguistico-poetico conservava una eguale tensione erosiva e proiettata verso il futuro. E tali posizioni ebbero ripercussioni di significativa pluralità stilistica a partire Fermenti  92


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dalla percezione che ognuno aveva della realtà attraverso i modelli utilizzati e il linguaggio assunto. Un insieme simbolico e segnico cioè (al tempo stesso in evoluzione) che, tra vecchie e nuove teorie “estetiche”, voleva mediare e transitare una visione artistica e poetica comune all’Antigruppo. Una scelta che, a suo modo, voleva essere contestualmente di rinnovamento politico-culturale e, simultaneamente, intreccio, tra continuità e rinnovamento, e salvaguardia dell’espressione individuale e di quella socio-politica nel desiderio e nella convinzione di non sganciarsi dalla società e dal contesto vivente e operante. Una scelta e un impegno volti cioè verso quel nuovo NOI plurale e dinamico (“tenda” o “insieme”, avrebbe detto Paul Celan) che possiamo vedere direttamente attraverso alcuni testi, e solo per limitare l’individuazione, di Nat Scammacca, di Crescenzio Cane, di Gianni Diecidue, di Rolando Certa e di Santo Calì. Di questa poesia laboratorio del soggetto NOI-Antigruppo, non formalistico, e come mosso per segreta volontà e forza di inerzia, una per tutte, ci piace riportare frammenti del testo Ridendo ma non ride la parola di Santo Calì, Guerriglia urbana (Palermo 1967-1970) di Crescenzio Cane; L’io nel Noi di Nat Scammacca; Se tu ed io ed altri ancora di Rolando Certa, Quando verrà una generazione nuova di Gianni Diecidue: Santo Calì: Io non scrivo per voi, / borghesi paraculi, automi di plastica, / strafottuti nel sistema / - dove ruota contro ruota / ingrana macinando tronfio cespuglio / di rovo solitario sull’altura, / o avanzo di piuma d’aquila, / o tenero nitrito di giumenta; / e non scrivo nemmeno / per voialtri onorevoli, custodi / d’un’Italia puttana, ubriaca, / tromba d’ingordo monopolio, / onorevoli arruolati a tanto a mese, / a parte regalia quando l’intrigo / rende (gorgiera di brillanti / per donna Clara e pelliccia di volpe / perché il seno cascante non le geli); /…/ Scrivo per te, Tureddu Malasorte, / lisca di sarda magra, scarabeo / d’immondezzaio che passando sotto/ la mia terrazza colma di fiori / alzi il selvatico ciuffo della testa / e mi saluti: - Ciao, compagno Santo! - / E mi chiedi: - Quando la faremo / questa rivoluzione? Io sono pronto / anche adesso! - E sollevi il pugno chiuso / a frugare un angolo di cielo pulito / tra un cespo di garofano e un altro di dalie/ più rosse del tuo sangue, e dài fuoco al geranio, / ridendo…/ Ma non ride la parola!3

Crescenzio Cane: La città è una fortezza naturale / quello che non devi fare Compagno / è stato scritto e viene da lontano, / quello che dovrai fare con coraggio / lo trovi da secoli nel sangue / della povera gente: te lo dice / il volto martoriato del tuo luogo di nascite, te lo indica l’emigrato / sepolto altrove, te lo gridano / affamati le vedove e tenti bambini // Quello che dobbiamo fare è sacrosanto: / dobbiamo risalire dai nostri bassifondi / mescolarci ai disegni di tutti i padroni / colpire senza reticenza e all’insaputa / colpire quando mangiano sulle spese / del nostro sfruttamento, quando ridono / sui nostri   Santo Calì, Ridendo ma non ride la parola, Antigruppo 73, Edigraf, Catania.

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morti, quando comandano / sulla nostra vita, quando sono convinti / che sono i nostri buoni benefattori / quando finalmente ci credono loro amici.4

Nat Scammacca: Girate l’io verso il noi / ma ancora un io / niente catena / nessun vero legame / nessun vero nodo. // Liberi. Chiedete perché / Girate in / trovate in questo io / il noi in tutti i vostri voi / come me. // Girando a sinistra / vorticate verso confini più lontani / le province degli ultimi a mangiare / a dormire ad avere / gli antigruppo lì in fondo / ciascuno trovi la risposta propria se a sinistra / la mia se a sinistra / la nostra.5

Rolando Certa: Ancora la tristezza sul volto e nel cuore. / Non siamo crepuscolari se respirando ancora / il veleno della guerra / invochiamo pace e comprensione. / Piangiamo e scriviamo / ci consoliamo di ritmi ed immagini, / accarezziamo il riflesso delle cose / guardiamo malinconici il volto dei bambini / la nostra infanzia fuggita, / riconquistata, perduta, / perché una voce ineffabile ci dice / che molte aurore sorgeranno ancora / e molte primavere brilleranno / e che gli uomini non sono nati nemici / ma possono essere amici e fratelli / se tu ed io ed altri ancora / ci stringiamo la mano e ci scriviamo: / se tu all’Est ed io all’Ovest parliamo di pace / come si parla dell’amata dei figli, degli amici, / della bellezza che rinasce dopo il temporale.6

Gianni Diecidue: Quando verrà una generazione nuova / che sappia cosa fare della vita / bisogno non ci sarà di guardare la tristezza / appesa ad un muro bianco. // Quando verrà una generazione sincera / che avanzi senza odio / senza vendetta / non si parlerà di speranze tradite / a lacerare questa immagine dell’uomo / come volta di cielo sgomentano / campane a martello. […] // Se ci sarà una generazione pacifica […] // Se ci sarà una generazione / come quella che dico / questo tempo di piombo // il dolore che riposa sulla pietra / un segno lontano e indecifrabile / tra gli ulivi luminosi di sole / e l’amore disteso sul verde.7

I testi dei cinque poeti, differenti per linguaggio e stile – dal sentimentale e colloquiale di Certa, a quello augurale, vocativo e allegoricamente ragionato o imperativo, leggero e ironico di Scammacca, a quello forte e testualmente timbrato tra bruciori e passione politica poeticamente filtrati o duro e sarcasticamente marcato dalla rabbia e dalla pronta ribellione del compagno Santo-Calì- Tureddu-Malasorte –, sono tutti egualmente attraversati dall’ansia della nuova tendenza poetico-politica collettiva del NOI-INSIEME. Una soggettività singolare plurale che mette in versi con lessico e stile poetico diversi, e senza che nessun testo sia deprivato della razionalità propria 4   Crescenzio Cane, Guerriglia urbana, in Tulipano rosso. I Quaderni della Quinta B, Edigraf, Catania, 1971, p. 87. 5   Nat Scammacca, L’io nel noi, in Ericepeo, Antigruppo, Trapani, 1990. 6   Rolando Certa, Se tu ed io ed altri ancora, in Poeti per la pace, Impegno80, Mazara del Vallo, 1982, 7   Gianni Dicidue, Quando verrà una generazione nuova, in Antinomie, Mazzotta, Castelvetrano, 1981.

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di ogni comunicazione poetica aseica, la sua stessa carica di uomini e di poeti decisi a rompere con l’omertà dei blocchi di potere e del centralismo democratico, che ormai erano predicati non sostenibili. Del resto, il loro essere poeti – che interagiva con la piazza – era come lo “straniamento” del teatro brechtiano; era uno smontaggio e un montaggio della realtà politico-culturale, cui tutti si rapportarono criticamente, e a volte in termini di radicale dichiarazione. Un’operazione dialettico-dinamica tra realtà e finzione poetico-scenico-dialogica per mettere a nudo gli abiti della discorsività ideologica individualistica e oppressiva del potere dominante, cui bisognava contrapporre l’alternativa del NOI del risveglio – simboleggiato dal gesto del “pugno” (le cinque dita raccolte che fanno una mano) o detto con la parola “compagno” (l’andare insieme o essere-uni-con-gli-altri, o con-esserci insieme), oppure con l’espressione della “generazione nuova” (Gianni Diecidue) o con la proposizione ritmico appellativa e lirico-ipotetica della pacatezza emotiva di “se tu ed io ed altri ancora” di Certa. Era il NOI, intersoggettività di nuovo conio e soggettivazione guidata dalla decolonizzazione mentale e dall’azione diretta di tutti e ciascuno (insieme), che non poteva evitare una comunicazione poetica differenziale e variegata: articolata come non standard e “anti” verso l’esterno feticizzato, e non omogenea all’interno. Il loro essere “anti”, così, si proponeva come un’arte “anti” che sia soprattutto di liberazione della poesia e dell’arte in genere da strutture corporative e da fenomeni di poteri industriali e capitalistici. In fondo per noi arte resta come impegno, non di una astratta lotta al sistema dei poteri, che crea inevitabili equivoci e compromessi, ma di una lotta ancorata ad una sofferta ed autentica visione dell’uomo, che vediamo costretto nel congegno dei poteri. In fondo l’arte, nella quale crediamo sostanzialmente, si diversifica da una massificazione, perché un’arte massificata perde la sua forza di penetrazione e la sua capacità rivoluzionaria di interpretare, capire la realtà sociale nuova esistente e di promuovere modificazioni per una realtà sociale nuova i cui contenuti riflettano la dignità e la libertà umana. Si diversifica, altresì, da un’arte aristocratica, che, nella sua finalità di evasione, manifesta il suo disimpegno, riducendo la portata umana dell’arte stessa ad un gioco vacuo di moduli musicali e arcadici. Il nostro impegno d’arte vuole in sostanza essere un colloquio diretto con tutte le latitudini. Per la poesia che noi proponiamo è essenziale perciò il fatto comunicativo […]. Per questa ragione l’“anti” respinge la strutturazione meccanicistica, sperimentalistica, specialistica dell’arte di gruppo, perché essa resta incapace di fare un colloquio, impossibilitata a tradurre in immagini concrete qualunque tipo di discorso. […]. Pertanto la fantasia rimane come elemento che sa cogliere il reale nella sua essenzialità per universalizzarlo nei suoi valori umani e sociali.8

  Cfr. L’Antigruppo come impegno, in Un tulipano rosso, a cura di Santo Calì, Edigraf, Catania 1971, pp.99-100. 8

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Ora, parlando dei poeti dell’Antigruppo siciliano e del loro linguaggio, non si tratta certo di rivitalizzare il linguaggio letterario delle loro opere ricostruendo il contesto del loro tempo, cosa che è impossibile, quanto – come disse Walter Benjamin – semmai “ di presentare, nel tempo in cui sorsero, il tempo che li conosce, cioè il nostro”, e di poter vedere se l’istanza del conflitto e dell’antagonismo, oggi, visitandola, può trovarvi un’ideale continuità e capire poeticamente il loro stesso linguaggio caratterizzato dall’essere “anti”. Cos’è in fondo la poesia, diceva J. Bruner, se non un modo di pensare e di agire il mondo al congiuntivo; di non accettare l’ovvio come tale ma meno ovvio; di far vedere l’invisibile meno invisibile; rendere logico l’illogico e l’inconoscibile meno inconoscibile? E c’era molto da fare per rendere visibile l’invisibile. Il fine era, infatti, la costruzione di un mondo alternativo plurale e autenticamente democratico dove non confliggessero potere e immaginazione (l’immaginazione al potere e il potere dal basso), pur nell’eterogeneità delle identità e delle storie personali di ognuno. In Sicilia e nel Meridione, analogamente a quanto avveniva allora nei campi del sapere, della conoscenza e delle prassi, permaneva, infatti, la necessità di ribaltare l’ordine della modernizzazione capitalistica: denudare le mistificazioni neoliberiste e l’individualismo personale ed etnico del mercato delle identità personali e politiche. Si cambiava e si cambia così punto di vista. E il meridionalismo necessita ancora di forti denudamenti ideologici. E la poesia anche oggi può ancora dare, come allora, il contributo di “straniamento” coinvolgendo politica , arte e poesia. Nessuna delle tre attività, infatti, è estranea al rapporto di realtà e artificio. Il nuovo meridionalismo e i siciliani, infatti, presa coscienza che il sottosviluppo non era/non è una questione di fatalità storica o d’antropologia pessimista, ma la conseguenza di scelte mirate della classe al potere, cercava/cerca di scrollarsi di dosso le maglie del recinto del neutralismo o del lasciar fare. Si guarda oltre. Decollava una volontà di voler cambiare e incidere nella costruzione del proprio destino sfruttando quella dimensione della cultura, in senso lato, che una volta veniva considerata solo una sovrastruttura, e determinata solo dalla struttura (ovvero senza attività incisiva propria). Le cose non stavano più proprio così. I cambiamenti comportamentali e gli atteggiamenti nuovi erano e sono anche il frutto di una capacità singola e collettiva di tradurre le convinzioni, le credenze e le conoscenze in linguaggi e azioni di potenza modificante le cose nel loro stare insieme. Tutt’altro che fenomeno di dimensione e agitazione provinciale, di basso profilo o litigiosità piazzista di marxisti estremisti, come lo stereotipo semplicistico che gira ancora oggi, non ultimo il lavoro liquidatorio di Salvatore Ferlita (Sperimentalismo e avanguardia), la poesia di questi siciliani antigruppo fu un sommovimento che ancora oggi aspetta una lettura più oggettiva e rispettosa, per non dire puntuale. Spesso infatti ci si basa sui luoghi comuni tramandati e non si conoscono a fondo i testi, il loro retroterra e gli sviluppi. Nel novero dei riduzionismi ci sono Giovanni Occhipinti (Il Gruppo’63 e L’Antigruppo’68, in Atti del Convegno di Studi su la poesia del secondo Novecento Siciliano, a cura di Emanuele Schembari, LibroitaFermenti  96


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liano, Ragusa 1998, p. 110) e Aldo Gerbino (“Antigruppo” e gruppi fra Trapani e Palermo. Maniera, impegno e canto, in Storia della Sicilia (Pensiero e cultura dell’Ottocento e del Novecento), a cura di Natale Tedesco, Editalia Domenico Sanfilippo Editore, Palermo 2001, vol. VIII, p. 601). Eppure critici qualificati, e storici dei movimenti poetici italiani di quegli anni, come Giuseppe Zagarrio o figure come quella di Giuliano Manacorda, critico e storico della letteratura italiana (fino agli ultimi anni del secolo scorso), per non parlare del poeta Santo Calì, non hanno ignorato il valore e la funzione della poesia del movimento dell’Antigruppo e di alcuni dei suoi protagonisti principali come Rolando Certa e Gianni Diecidue (di questi si è occupato anche Giuliano Manacorda), Nicola Di Maio (di lui si è interessato Adriano Spatola), Nat Scammacca (di lui tra gli altri ha scritto Mario Pietralunga) e Crescenzio Cane (di Cane si è occupato il poeta fiorentino Franco Maniscalchi in un suo bellissimo saggio, e, oggi, Antonio Buttitta). Ignazio Apolloni (di Apolloni e della sua vasta produzione letteraria e artistica se ne sono occupati in tanti: da Stefano Lanuzza a Matteo d’Ambrosio, solo per citare due nomi che conosco personalmente, oltre, recentemente, Gianni Puglisi e Sergio Pattavina) e Pietro Terminelli (su Terminelli c’è un bellissimo lavoro di critica e ricostruzione teorica fatto da Ciro Vitellio) per intanto si adoperavano per altri spazi sperimentali. Si cercavano, in Sicilia, altre forme di realizzazione per la voce e la scrittura dei poeti del “noi” alternativo. Era la dialettica di una ripresa nuova (il passato non è mai chiuso e definitivamente) e del risveglio (vivono anche tizzoni o immagini e progetti non ancora attualizzati o potenzialità che si vanno configurando piano piano) come una “costellazione” di immagine e di pensiero in movimento che rompeva la continuità della storia fonologica del dominio e del controllo. E metteva a confronto e in cooperazione la pluralità dei soggetti con tutto il carico delle loro storie, e verso un cammino irreversibile, egualmente indecidibile una volta per tutte nella catena lineare delle cause e degli effetti (Godel diceva che se un sistema è coerente non è completo e se è completo non è coerente, ed Heisemberg enunciava il principio di indeterminazione, il quale metteva in crisi le certezze della razionalità classica. Erano i cosiddetti teoremi di limitazione, e non valevano solo nel campo scientifico). È la nuova razionalità che pensa i mondi e i saperi nei limiti infondati e illimitati della con-tingenza materiale fondante il gioco del tertium datur o delle contraddizioni e contra-dizioni, le quali nella misura in cui escludono aprono anche ad altre aperture ed inclusioni di possibilità e virtualità ipotizzabili. Le contraddizioni che, intersecanti e interagenti nell’unità plurale e dinamica, investivano anche il campo della letteratura, dell’arte e della poesia e lo tracciavano itinerario di errori e di erranze, mai neutrali. Era un percorso anomalo quanto attraversato dal risveglio e dalla ripresa del futuro quale progetto irrinunciabile ma plurale, dove le interpretazioni e le azioni non sono equivalenti e richiedono, invece, decisioni, responsabilità e prassi costrutFermenti  97


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tive proprie di un nuovo soggetto collettivo dialogico che, nel nostro caso, assumeva il nome di Antigruppo, e siciliano. Antigruppo, un nome singolare plurale con una sua procedura di verità. Accanto alla pluralità tematica e delle forme espressive, nonché ad una complementarità di linguaggi e registri, che vivacizzavano la dibattuta questione del far poesia, del come e del perché, nasceva così una poesia dell’impegno e del dibattito (radicali) sulla politicizzazione dell’estetica e della sua lexis. Il mondo reale, seppur problematicamente e dinamicamente, al Sud manteneva il suo rapporto con il/i soggetto/i e il linguaggio espressivo-comunicativo in vista di un’identità oppositiva e di una alternativa al sistema dominante con l’occhio fermo alla scienza, all’utopia e alla tradizione violata e trainante. Ma l’identità cui mirava, come oggi, in tempi di dichiarato multiculturalismo, era/è quella miscelata e ibrida del Mediterraneo di Fernand Braudel. Una sfida alla identità o a alle identità sostanzialmente ipostatizzate. L’aspetto politico dell’estetica, naturalmente, non voleva essere un’assunzione della poesia come politica quanto un voler ridare alla poesia e alla parola, che si esercita solo tra persone che agiscono ed esprimono opinioni e concetti solo nell’intersoggettività di una comunità di parlanti e di cittadini, il suo spessore di fatto ed evento pubblico, cioè politico: una critica della politica. E ciò, come vedremo, è avvenuto in varie forme e con agganci diversi. Oltre ai nomi già citati ( la scuola di Francoforte con la dialettica negativa e l’estetica di Adorno, Gramsci, Sartre, Lukács, Della Volpe, Marcuse, Bloch, Benjamin, Majakovskij, Brecht), si attenzionavano i fenomeni come il connubio della ragione e dell’immaginazione mediato dalle nuove logiche (che agivano all’interno della contraddizione non più demonizzata), il recupero della funzione conoscitiva della metafora (Giuliano Manacorda, parlando della poesia – prefazione al Sorriso della Kore – di Rolando Certa, ebbe a scrivere che qui l’invenzione metaforica riferita alla donna era una delle costanti più significative del poeta mazarese), la nascita della nuova retorica (Perelman, Tarattato dell’argomentazione)e le forme di poesia visuale e concreta, ecc. dello sperimentalismo ultimo novecento (i poeti siciliani, però, generalmente, credo, abbiano continuato a scrivere privilegiando il verbale). Brecht, negli scritti intitolati Popolarità e Realismo, sosteneva che in una comunità di oppressori e oppressi, di sfruttatori e sfruttati, di ingannatori e ingannati, dove sono aumentate le sofferenze e le persone che soffrono, ancorati a una concezione realista dell’arte, occorre affermare la verità con urgenza. E il realismo non è una questione di sola forma. “La scrittura realistica può essere distinta da quella non realistica solo confrontandola con la realtà stessa. Non esistono, in proposito, specifici moduli da osservare (...) La stessa realtà è ampia, varia, piena di contraddizioni; la storia crea e rifiuta modelli (...) Ma, se guardiamo in quante maniere la realtà può essere descritta, vediamo che il realismo non è una questione di forma (...) Per giudicare le forme letterarie occorre interrogare la realtà (...). La verità può essere taciuta in molti modi e in molti modi dichiarata. Noi deriviamo la nostra estetica, così come la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta”.9   Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino 1973.

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Oggi, qui, sembra che stia cominciando un’altra attenzione e come allora riscrivo e dico che nessuno può deprivare il Sud e il Meridione d’Italia della poesia di quei suoi poeti che non furono alieni, pur nelle contraddizioni, al clima della “contestazione” del ’68 e degli anni successivi; e che il Sud non è tutta una vandea poetico-conservatrice e reazionaria; e che non è tipico dei suoi poeti star a guardare la crudeltà macellaia e l’imbecillità mass-mediatica dell’era post-moderna berlusconiana e neoliberista globale. Che altri decida che la poesia si faccia a Bologna o a Milano non può negare l’esistenza dei nostri poeti sud-ati e ignorare la loro poesia, più viva che mai, senza conoscerne a fondo le ragioni e la scrittura di senso. Nel cuore di Diecidue, come in quello di tutta la Sicilia, i poeti dell’Antigruppo hanno fatto sentire, e ancora ne risuonano, il loro linguaggio di “discanto” (Franco Manescalchi) poetico. La loro poesia era, ed è rimasta, complessivamente, quella del conflitto e dell’antagonismo “anti” liricità lamentosa e intimistica. I loro versi, carichi (per dirla con Ernest Bloch) della “malinconia dell’essere” e della “nostalgia del non essere ancora”, traducevano la poetica dell’aggressività nel grido e nel pugno (simbolo quest’ultimo anche di una unità plurale come le cinque dita chiuse che formano una mano o una testa ben dritta e tesa), quanto nelle ferite liriche di una interiorità sentita e risentita del “sentimento” vecchio e nuovo o della resistenza consapevole, e senza venire meno all’aseità semantica del far poesia; della poesia contro il potere ma anche contro un certo luogo comune della poesia canonica della pace sociale, dell’armonia o dell’assenza di resistenza e conflitto soggettivi e collettivi. Stiamo parlando di un fare poesia che sa che “io è un altro” della poesia, e della poesia civile, di cui l’Antigruppo, nonostante le contraddizioni vitali, fu “profeta”, è l’alter, l’eterogeneo singolare che vuole incontrare il “comunismo” della differenza o il comunismo dell’universale della differenza. La sola universalità concreta che si possa coltivare come un “bene comune”. Di “beni comuni”, e nel senso di “interessi disinteressati”, parafrasando il pensiero della “Critica del Giudizio”, dove Kant affronta il giudizio estetico come giudizio politico, non ci sono solo l’acqua, la terra, l’atmosfera, la biodiversità e il sapere sociale del general intellect. Bene comune è anche la poesia e l’azione collettiva del suo sapere sociale in quanto pluralità testuale di elementi differenziali che, come discorso simbolico intrecciato di eterogenei, meglio ci dice della vita e del suo esser-ci socio-politico e culturale di forma-unità del concreto o “unità del molteplice” (Marx), quanto organicità contestuale-processuale (Galvano della Volpe). Un’organicità processuale che oggi – dopo il decollo dei processi relazionali globali dell’umanità del noi, non più antropocentricamente timbrati dall’universalità occidentale –, per rispondere alla domanda di mondo nuovo di Bertolt Brecht – “un mondo nuovo: sì, ma a quando?” –, richiede fortemente quella generazione nuova che i poeti dell’Antigruppo avevano intuito, e parzialmente sperimentato con difficoltà, attriti e rotture, e che Gianni Diecidue ha poeticamente enucleato con la sua poesia QUANDO VERRÀ UNA GENERAZIONE NUOVA. Fermenti  99


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Infatti il “quando” di Bertol Brecht – quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di sozzure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d’immondizie; quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difenderli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno; quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che vedere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti; quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere; quando l’attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento; quando non sì potrà più lasciare ai grandi caratteri il tempo necessario a rinnegarsi; quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l’abiezione redditizia, la stupidità una raccomandazione; quando perfino l’insaziabile sete di sangue dei curati non basterà più e dovranno venire scacciati; quando non ci sarà più niente da smascherare perché l’oppressione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati; quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero; oh, allora la cultura potrà venir presa in carica dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina. –10

trova risposta nella poesia di Gianni: Quando verrà una generazione nuova / che sappia cosa fare della vita / bisogno non ci sarà di guardare la tristezza / appesa ad un muro bianco. // Quando verrà una generazione sincera / che avanzi senza odio / senza vendetta / non si parlerà di speranze tradite / a lacerare questa immagine dell’uomo / come volta di cielo sgomentano / campane a martello. // Se ci sarà una generazione non sconfitta / che abbia armata di remi la coscienza / cesseremo di allineare tombe sui paralleli / dell’est e dell’ovest. / Quelli che ci amarono e gli altri / gli altri che non conoscemmo / in pace li troveremo vicino casa. // Se ci sarà una generazione pacifica / che felice sia per ciò che deve essere / sembrerà assurda la morte / avventata / sulla via del perdono. // Se ci sarà una generazione / come quella che dico / questo tempo di piombo // il dolore che riposa sulla pietra / un segno lontano e indecifrabile / tra gli ulivi luminosi di sole / e l’amore disteso sul verde.11 Antonino Contiliano

  Alain Badiou, Un mondo nuovo: sì, ma quando?, in Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 59.   Gianni Dicidue, Quando verrà una generazione nuova, in Antinomie, Mazzotta, Castelvetrano, 1981.

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Il saggio di profitto poetico nel “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”

Più il corpo è potente più la mente è libera. B. Spinoza L’arte è inutile e dunque essenziale. O. Wilde Ma, accanto, va costruita quella macchina da guerra che chiamiamo nuova organizzazione sociale dell’antagonismo, va rifondato un tessuto di convivenza non sulla volontà generale ma sulla volontà di tutti. Antonio Negri, (Macchia tempo)

Turi Sottile usa i suoi colori come lame affilate di coltelli o fasci di luce laser per aprire, lacerare e accoltellare il vuoto stracolmo del vaso di Pandora. Lo seziona e lo aggredisce per “realizzare” l’invisibile pieno e vibrante della materia sulla tela o altro supporto a superficie e geometria piegate. Ne muta il brusio, ne ascolta il fuoco atomico crepitante centrale che lo fa divenire e lo distende con pugni sparati e distese forme amorfe esplose. Stessa cosa fa il poeta: svuota il vuoto della pagina bianca allorquando de-cide lo spazio, e taglia la forma con il suo ordine simbolico e sintattico straniato. Come dire che l’ordine simbolico, nella sua accezione di segno che racchiude in una “forma” ciò che una forma rappresentativa e/o costruttiva non ha, è comune alla poesia quanto all’arte e allo stesso sapere scientifico, in quanto tutte attività e prassi che richiedono il poiein, il fare che una Turi Sottile all’opera contestualità storica determinata ha elaborato nei modi e nelle forme del caso. Un fare simulativo e costruttivo, però, al tempo stesso debordante i limiti delle sintassi e delle procedure formali ridotte a formule. Non c’è, infatti, ripetibilità formularia allorquando la presa di coscienza sulla sua funzione conoscitivo-comunicativa mette in evidenza i limiti della cristallizzazione che li cattura nella formula o nella figuralità dell’immagine o della parola facendone perdere il suo statuto di corrispondenza biunivoca. Il simbolico, cambiando canale, diventa infatti distanza del reale dal simbolico della convenzione adottata, e diventa produzione processuale di senso e “temporalità” in eccesso; diventa strutturazione e funzione determinata di soste esiliate ma immanenti alla storia del tempo della Fermenti  101

SAGGISTICA

SAGGISTICA

di Antonino Contiliano


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contingenza umana e politica singolare, che avvolge e svolge ciascuno e tutti in diàlogos di alterità. E ciò sia la relazione sussistente con gli ego alter che con la materia e il vuoto con cui fa un tutt’uno dinamico. Come dire di un rapporto o di una proporzione fra i linguaggi e lo spazio-tempo mediato dal divenire materiale del vuoto, la cosa – “das ding” – che, uno-di-due, si articola in una relazione testuale continuo-discreta e viceversa, come se fosse animata da una dià-lettica in chi-asma e ana-logicamente. Un’animazione cioè la cui logica è anche ana-logica simbolica o portatrice di ciò che irriducibilmente unita convive e sfora i limiti della formalizzazione dello stesso procedere simbolico che dà forma all’opera. Il procedere che arte e poesia condividono insieme come pratica significante collettiva, seppure il segno semiotico si presenta nella differenza simbolica del colore e della parola di ciascun soggetto artista. E l’opera, performativa o non performativa la sua realizzazione formale, può essere portata a termine per mano di un singolo individuo o di più soggetti che si coagulano come un soggetto collettivo prismatico e plurale. Una singolarità sociale che, pur parlando ognuno con voce propria, produce plusvalore e saggio di profitto semantico, di natura artistico-poetico, in termini di crescita esponenziale e in ragione dell’aumento del capitale “costante” complessivo e delle “variabili”. Una tendenza di produttività significante e di senso polisemico sovrabbondante, che capovolge le equazioni della caduta tendenziale del saggio di profitto dell’IO (Capitale), il proprietario individualista dell’economia capitalistica: diminuendo la componente variabile e, invece, aumentando la composizione organica del capitale costante, il saggio di profitto diminuisce in ragione della diminuzione della forza-lavoro viva. Non così avviene nell’opera artistico-poetica di un soggetto collettivo che agisce e interagisce pluralmente come una rete intrecciata, un textum a più mani che, mettendo in circolo il lavoro vivo del general intellect artistico-poetico comune (maturato dalla comunità degli uomini intera), produce forme d’uso po(i)etiche sottratte al valore di scambio dei corpi e dei significati pubblicizzati dal “mercato” della comunicazione finalizzato alla sola logica riproduttiva del padrone. Nell’opera del soggetto collettivo, che agisce fuori i limiti della cooperazione gerarchizzata e strumentale, infatti, il saggio di plusvalore poetico generale dell’opera investita come capitale costante aumenta, nonostante rimanga un’invariante, e la “variabile” – gli altri artisti/poeti chiamati a interventi trasformativi – da canto suo cresca anziché diminuire. Anche il saggio di profitto poetico individuale a disposizione di ogni singolarità artistica/poetica guadagna un incremento di valore artistico-critico senza danneggiare i compagni di cordata. Con questi, infatti, si condivide un’identità che, singolare-collettiva e plurale come una stratificazione di livelli auto-etero-poieticamente strutturatisi, è proiettata a un bene comune o a un “interesse-disinteressato” antagonista e diversamente orientata per finalità e socialità rispetto all’ordine esistente o lo “stato di cose presente”. È il caso dell’opera collettiva “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”. E per questa intesa, in “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, gli alieni della parola si sono inconFermenti  102


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trati al crocevia con la testualità dei testi pittorici di Turi. I testi della pittura e quelli della poesia, come in un passaggio di trans-izione e di tra-duzione reciproco, infatti si sono mutuamente riflessi in un attrito simultaneamente gravitazionale e di espansione che ha generato altri universi. Sono gli elementi del pittore – linee, punti, colori, pieghe, s-fusioni e pennellate, rullate e incroci di vibrazioni elettronico-luminose e fasci di fotoni-fonologici da matter dark – che si sono incontrati con l’alter-egoalter degli elementi turbolenti dei poeti, i quali, presi dall’“amour fou” di bretoniano surrealismo, si sono sperimentati in un viaggio “amoroso” di anabasi poetica unico. Un amore meticciato e ribelle alle convenzioni di genere e differenza specifica. Un nexus e un eros che si abbraccia con gli elementi del poeta – la voce simbolizzata di ventidue poeti tra i più significativi della nostra contemporaneità. La voce che si è fatta lettera o gramma, sintagma, inserti e frammenti linguistici come voli che attraversano le tele del pittore Sottile, il “gran mare dell’essere” di Turi, come ebbe a dire il critico d’arte e poeta Aldo Gerbino la sera dell’inaugurazione della mostra a Palermo (20 febbraio 2010), nella Galleria Studio 71. Interveniva pure Vinny Scorsone, una giovane critica d’arte. La Sig.ra Scorsone ha scritto e detto come l’opera del pittore siciliano (il “terrore/terronio/terrognio” Sottile, il siculo errante, come ci siamo reciprocamente qualificati all’atto della conoscenza con Turi) catturi “l’attenzione del distratto visitatore costringendolo a soffermarsi su una frase, anche solo su una parola”. Una “contaminazione dei linguaggi”, come ha scritto e ideato, in una con Turi, Maria Teresa Ciammaruconi, la grande assente di quella serata. L’autrice era stata trattenuta a Roma da impegni non derogabili. Senza la sua parte di maternità “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” non sarebbe venuta a Palermo e non avrebbe visto neanche il primo mattino della sua nascita. E noi non avremmo avuto il piacere di assaporare la danza del syn-bállein – il gettarsi insieme – della poesia e della pittura dallo sguardo del pittore e dei poeti nella corrispondenza d’amorosi sensi e di intelletto, che li vede insieme nello scavare e curvare il vuoto sfidante con i colori e le parole della formazione simbolico-semiotica. Il syn-bállein “fisiognomico” (direbbe il logòs-linguista Aristotele delle righe “16a3-8 del suo De Interpretazione). Segni del pittore e del poeta – voce, gramma o pigmento – e pragmata che, pur diversi tra loro per regione e stagione, veicolano una complementare significanza e una produzione comune di senso dirompente che transita per una strutturazione dinamica dell’intentio, della voce, del “gramma” del pittogramma e della lettera fono-grammatica dell’artista e del poeta. Entrambi i segni di questi due alieni della parola e del colore sono, nello specifico del linguaggio di ciascuno, Caronti traghettatori di un quid “formalizzato” irriducibile al linguaggio dello scambio formattato e omologato; e per questo, secondo noi, più carichi di lògos-ana-lògos polisemico e di antagonismo non a somma zero. La volontà della forma, figurata o astratta in un caso, “canonica” o irregolare nell’altro caso, sia per la pittura che per la poesia è infatti una po(i)esis costruttiva “impegnata”. Un situarsi conflittuale che impegna l’estetica, l’estesia, l’immaginazione quanto l’intelletto e la ragione in esser-ci-insieme ribelle al marchio di fabbrica della comunicazione Fermenti  103


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standard, e alleati per sforare il vuoto e sputtanarlo con i colori e le forme invisibilivisibili e le parole indicibili-dicibili della potenza della po(i)esis. Un’alleanza e un incrocio “contaminante” o ibrido, scrive Maria Teresa nell’introduzione del catalogo della mostra, che sono il “coraggio di chi si è dichiarato disposto a vivere nel suo segno fino a dove la parola, rinunciando alla sua natura eterea, si incarna nel gesto della mano che diventa un nuovo specchio. I poeti, generosi dispensatori di parole, hanno concentrato il proprio segno in uno spazio circoscritto già colonizzato e hanno accettato di plasmarlo nella contaminazione col segno del pittore. […] Poiché certo di una ricerca si tratta e questa raccolta è solo un breve capitolo di quel tratto in fieri che, almeno da un secolo, sta sviluppando il grande tema della contaminazione dei linguaggi, cavallo di battaglia di tante avanguardie. […] ‘Ascoltate’ il nostro corpo a corpo, anzi, unitevi ad esso come ad un coro in cui ognuno ha accettato di cantare senza avere prima sentito gli altri e senza prove generali. Nella civiltà della programmazione, dove i singoli ruoli sono individuabili solo se formalmente gerarchizzati, noi rilanciamo con una moneta desueta: un’opera collettiva nata dal gesto disinteressato di un pittore, trentatré poeti, un critico d’arte e chiunque avrà desiderio di darci accoglienza”. Ecco perché il linguaggio dei poeti si è incontrato, intrecciato, mescolato, meticciato, ibridato come “una moneta desueta” – una “lingua minore” (Gilles Deleuze) – con quello dell’“espressionismo astratto” (Aldo Gerbino) del “terrore/terronio/ terrognio” Turi Sottile in una paradossalità chiasmatica irriverente. Un concreto percepito che si fa astratto e un astratto che si fa concreto e inattuale quanto intempestivo in una irriducibilità reciproca di rimando continuo tra colore e parola. Un’operazione di “temperanza” che, nel campo dell’odierna agorà politica e cultuale intruppata a ripetere, nella coazione, il presente come un’ossessione psicotica amministrata emarginante, è quella di alieni con-soci collettivi sul versante, crediamo, dell’ana-lògos polis-poetico allego-rizzante. E Turi Sottile, da buon “terrone/terronio/terrognio” (come chi scrive), felicemente autoironico, è quell’alieno fuori tempo che ama dire di se stesso: sono nato per fare il pittore; sono un vero artista e arrivo sempre “due anni prima”. Anche qui una dissimmetria chiasmatica paradossale che tocca la dimensione dello squilibrio cairologico dell’affascinante amico Turi Sottile. Il suo tempo-adesso, infatti, è la presenza di un’azione pittorica con temporalità atipica: un dettato pittorico asincrono, in quanto futuro anticipato e asintotico in un presente che ovunque declama solo chi sincronizza con la sua glorificazione mercantile e devitalizzata, carica aggressiva e demistificante gli equilibri di potere e di consenso. Walter Benjamin, forse, chiamerebbe il connubio operativo in causa una “esposizione” di tendenza e qualità politica rivoluzionaria all’insegna della “dialettica immaginale” o della tensione oppositiva, ovvero di una tensione dinamica che non si risolve in un superamento di sintesi, bensì in una miccia che cerca continuamente la polveriera. Una paradossalità, quella che investe “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, Fermenti  104


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che non è l’irrazionale emotivo delle generazioni del capitalismo digitale, ma la derisione e l’ironia strazianti la razionalizzazione formalizzante la separazione dei “generi” artistici, utile per formattare solo “esperti” di maniera e privi di “animus”, e funzionale a tipicizzare una produzione per meglio venderla o emarginarla. Non è questo il caso del nostro amico “terrone/terronio/terrognio” artista, il pittore Turi Sottile. Ho conosciuto il “terronio/terrognio” Turi Sottile a Roma nel dicembre del 2009 tramite l’amica Maria Teresa Ciammaruconi, e con entrambi è stata subito una “alleanza” di alieni intempestivi quanto ribelli e profanatori di sacrestie e stereotipi. Ci siamo salutati – è stato nella sua casa romana – come “terronî/terrognî” o “terroni” abitatori di ogni terra: terr-ogni. Con la differenza che lui ha veramente abitato ogni angolo del pianeta geografico (basta leggere la sua biografia) in cerca di “canoscenza e virtude” pittorica, mentre io sono stato e sono un errante solo mentale. La conoscenza con Maria Teresa Ciammaruconi, coideatrice con Sottile del progetto “corpo a corpo”, è avvenuta invece con un coinvolgimento diretto e per un altro e analogo suo progetto. La Ciammaruconi, questa volta, cercava poeti disposti a scrivere e a inscriversi sui corpi dei nudi di donna (ITALIANUDA 2010). Maria Teresa è anche poetessa che prima di stendere i suoi versi (Iperpoema / Prima che la notte finisca, 2004, Fermenti Editrice, Collana Controsensi/album, diretta da Mario Lunetta; libro si accompagna con sei tavole di Turi Sottile) – poesie di elevata intensità offerti ai soggetti in dialogo amoroso e di pensiero sul filo di un’idea di fondo unitaria –, appunta un frammento annunciato, affiancato da un’ipotesi enunciata, per poi sciogliersi vena poetica che si svena. Si distende e aggruma così sulla pagina con sentire controllato, passione ragionata e senza reticenza alcuna, come si addice a un poeta ben temprato che dialoga con i suoi doppi e li confessa pubblicamente per incontrarsi con gli altri. Ho brancolato tra comete e nebulose, ma la gravità del sogno mi ha riportata tra gli oggetti della vita: disancorati dalla necessità della storia mi si sono offerti vibranti dell’e­nigma che li svela senza togliere il velo. E sono stata Valeria, Alba e le altre donne fuori e dentro di me. L’io, intanto, quello ingenuo e superbo della prima persona del verbo, tenta di ricomporsi in frammenti dove pensieri e cose si incontrano senza presunzione di senso. Lascio alle parole che da sole si sono duplicate il com­pito di creare con l’iterazione il disegno scomposto, la mappa improbabile del territorio dove tento di muovermi inventando di volta in volta strategie diverse, diversi registri del vivere e del dire. Al tempo che mi è stato dato in sorte rubo la possibilità nuova che mi offre l’Iperpoema. In esso spero di dare legitti­mità alla pluralità del mio cercare ... prima che la notte finisca (Premessa, in Iperpoema, p. 7).

Di lei, la penetrante lettura critica di Donato Di Stasi, che ha curato una nota Fermenti  105


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introduttiva a Iperpoema, ha scritto: “Tagliente come il rasoio di Ockam, duttile come l’impasto di Sanguineti-Savinio, la lingua di Iperpoema si fa raziocinante, saggistica, viscerale, ora stremata, ora elaborata, a tratti straniante, a tratti perfettamente aderente agli oggetti nominati, così da lasciare nella mente echi, tracce, sinopie di una realtà outre nella quale si vorrebbe disperatamente abitare” (La riconciliazione dell’io con il mondo, in Iperpoema, p. 5). Ma torniamo alla tematica della potenza del corpo così seduttiva per l’autrice romana (B. Spinoza, che del corpo ha fatto luogo di riflessione filosofica, non è sicuramente estraneo alla Ciammaruconi). Erano i nudi della fotografa d’arte Valeria Floris, e chiedeva aiuti ad altri poeti per rivestirne la nudità con altre parole e immagini: Perché siamo qui Cerco la parola e trovo il corpo. Cerco il corpo e trovo la parola. Chiedo conforto ad un’immagine di donna catturata al suo nascondimento. Il suo corpo esce a fatica dal buio e si concede a pezzi tra gli avanzi spaiati del mondo. L’occhio che l’ha rapita ha pietà e lascia sconosciuto il volto, ma non la salva dalla nudità. Non ho voce che possa rivestirla e chiedo aiuto ai compagni di viaggio, quelli come me profughi e naufraghi di questa assolata penisola. Lancio la sua immagine in tutte le direzioni: la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, l’Emilia, la Sardegna, il Lazio, la Campania, la Lu­cania, la Puglia, la Calabria, la Sicilia. E lei ritorna con un meraviglioso bagaglio di parole, e immagini, ed echi, emozioni e risate anche; un bagaglio di sensi che la rendono viva. Viva, ma comunque nuda. ITALIANUDA ringrazia per il nutrimento e la passione che fanno il suo corpo nudo, bello e desiderabile.

Nasceva così il calendario ITALIANUDA 2010 (nota critica di Franco Romanò), il calendario foto-poetico con corpi di donna, fotografati in bianco e nero, e tutt’altro che offerti per il marketing del sesso o della merce, piuttosto una sfida alla poesia, verbale e non verbale. Un impegno contaminante che ibridava, questa volta, il segno/sema poetico con la foto artistica dell’occhio della macchina fotografica soggettivata e non con l’immagine del pittore; un impegno e una sperimentazione collettiva per un plusvalore di senso e di verità del corpo femminile che gioca con le lune, che ride del potere del Fermenti  106


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mercato con il suo eros trasgressivo e si svela nascondendosi alla cattura dei poeti. È sempre lei, dunque, la donna, la protagonista, il corpo vivente dià-ballein. Il soggetto che ha anche significato i calendari, come qualsiasi altro momento della vita umana. Lei provocatrice, seduttrice e sempre assente dal posto in cui si trova e la vedi e la tocchi. Ma, nel caso del calendario (antologia) artistico-poetico di ITALIANUDA 2010, non è la donna dei calendari dei barbieri di ieri; e neanche quella pompata e siliconata di oggi, o quella rifatta dalla chirurgia estetica per un’esibizione di turno e in vendita per qualche talk show o per spot pubblicitari. Non è neanche la donna “velina” sculettante e molleggiata per certificare i materassi a molle per notti con escorts d’export con Premier da strapazzo, cazzo e intrallazzo. È meglio la luna, la “jouissance”, il desiderio di uno svelamento che si nasconde. Un desiderio sfuggente e presente. Infinito nella sua assenza. Una temporalizzazione del femmineo nel gioco del chiaroscuro bianco-nero in immagine fotografica che cerca una soglia o un appoggio per dirsi e rivelarsi: una schiena, un termosifone, una cornice, un mazzo di lilium…. Una figurazione, amata/baciata dai segni della poesia (dei diversi autori), che gioca con il “tra”: il materiale e l’immateriale. Un apparire che, di volta in volta, la fotografa Valeria Floris ritrae spettrale figuralità di attese, nascondimenti, pose e suggerimenti che raccontano più della fuga che della cattura. Una scena visuale e immaginaria che dice più di quanto faccia vedere, e per questo esposta allo sguardo della parola e all’ascolto del punto cieco dell’occhio, dove la parola del poeta cerca un varco per penetrarla e goderne, insieme, l’eros senza il mercanteggio delle abitudini e delle tradizioni usurate. È la donna. È la donna del calendario 2010, l’eteros del corpo e della carne nello splendore di una nudità che, con Maria Teresa Ciammaruconi, si può dire, “lascia sconosciuto il volto”, e intorno a cui, ancora una volta, artisti e poeti, si misurano con la parola e il “simbolo”. Non è la “femmina” dei vecchi calendari o delle pagine patinate della moda, piegati all’erotismo strumentale e funzionali a chi sa quali voglie culinarie. È la donna del calendario 2010 che racconta, alludendo, il suo esser-ci e il suo desiderio. Il desiderio di non essere un oggetto-merce, ma l’essere tensione e intensione, promessa di esistenza complessa e “fessura” per una poesia prima e seconda. L’idea di fare interagire linguaggi e artisti diversi, scrive (nella presentazione) Franco Romanò, non è nuova: “nuovo è forse farlo con un calendario, un oggetto effimero in fondo, refrattario per natura alla durata nel tempo cui aspirano l’immagine artistica o la poesia. Tanto più un calendario che proponga, come spunto d’ispirazione, immagini fotografiche di nudi femminili”. Un riferimento costante e centrale, il corpo, allora nel pensiero poetico della Ciammaruconi. E crediamo che anche per questo Maria Teresa è anima e animatrice del passaggio dalla potenza all’atto del progetto pittorico-poetico di “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, e dunque da non dimenticare . “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” è la mostra d’arte dell’acese Turi Sottile, Fermenti  107


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il vagabondo planetario che si è fermato a Roma. Luogo dove tutt’ora vive e lavora come un migrante inquieto e in gabbia se sta fermo. Quindi continua a spostarsi dove non sono gli altri, in avanti e anticipando gli altri, come ama dire lui. Ne ha la stoffa, quella dei sogni deliranti verità inappagate, e la potenza creativa. Da Roma, dove Turi ha un’intensa vita di scambi culturali con l’ambiente creativo-poetico del luogo, e in modo particolare con la poetessa romana Maria Teresa Ciammaruconi, oggi si è spostato a Palermo. Qui ha portato la sua esperienza di creatore inattuale e scavatore per esporla al godimento discorsivo dei visitatori. E Turi Sottile scava e taglia come uno stilo che affonda il campo del vuoto quantistico ad alta densità e intensità termica, mentre sente respirare, contrarre e dilatare il brodo materico per stenderlo simultaneamene in simbiosi syn-bállein di coloreparola-colore-parola con i poeti chiamati a banchetto. Esemplari, di questa simbiosi, e reciproca metamorfosi e/o in dissolvenza di forme, che si compenetrano e si differenziano permanendo, sono i lavori po(i)etici del pittore e dei poeti che incrociano le rispettive forme. Sono i testi che, tuttavia, pur nella differenza simbolica che li contraddistingue, effettuano un processo di sintesi (immagine-parola poetica) unico e riuscito per aritmie di senso sventagliate. Rispetto al numero reale, i lavori del “meticcio-creativo”, che Sottile ha portato a Palermo con la sua firma , sono ventidue (22). Simbioticamente, con queste creature della “follia” artistica di Turi – “L’arte mi serve per attivare la mia follia”, dice il pittore Sottile –, coabitano, vivificandosi reciprocamente, le emergenze poetiche dei poeti Antonio Amendola, Leopoldo Attolico, Nanni Balestrini, Silvana Baroni, Tommaso Binga (Bianca Menna), Vincenzo Crapio, Dègo (Domenico Pasquariello), Donato Di Stasi, Giovanni Fontana, Barbara Gabotto, Gianni Godi, Dante Maffia, La passera solitaria (Donatella Mei), Marco Palladini, Rita Piangerelli, Lamberto Pignotti, Vito Riviello, Franco Romanò, Alberto Scarponi, Maria Luisa Spaziani, Marchia Theofilo, Sergio Zuccaro (Piumalarga). Ad esempio della mostra, e come rimando alla valenza degli altri lavori, riportiamo solo i testi pittorico-poetici di Balestrini, Palladini, Pignotti, Romanò e Zuccaro. E li accompagniamo anche con la nota che la Ciammaruconi, in questo caso essa stessa occhio critico-analitico, ha stringato per dirci della loro identità poetica.

Nanni Balestrini La dissacrazione del linguaggio che ne ha fatto uno dei maestri dell’avanguardia degli anni ’60 conserva ancora tutto il suo potere propulsivo che lo rende tutt’oggi modello di riferimento per le nuove generazioni. Sempre disponibile ad interagire con gli altri linguaggi, riserva alla parola l’abbagliante chiarezza…che disorienta.

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Tomaso Binga (Bianca Menna) Suono e afasia, ellissi e iterazione, assonanze e dissonanze: tutto coincide magicamente nel corpo offerto alla performance dove il pubblico, la piazza si lascia contagiare dal ritmo orecchiabile di un non sense. Nell’accogliere il suono liberato, l’uomo della strada, il bambino, l’intellettuale, il poeta godono nello scoprire in una realtà nota un sorriso nuovo e un graffio.

Marco Palladini Fagocita i ritmi delle più varie tradizioni poetiche e il ritmo rielaborato diventa spazio dove dilaga la dissacrazione delle mitologie borghesi, la rabbia di una coscienza che, rinunciando alle necessità soggettive, si arroga il diritto della denuncia. La sua poesia, come azione consapevole, usa l’ideologia, la supera e costruisce un nuovo universo di senso attraverso la contaminazione con gli altri linguaggi.

Lamberto Pignotti Già nella sua Odissea, scritta agli inizi degli anni ’50, le sue parole navigano sul mare della pagina seguendo la preesistenza di un disegno invisibile e continuano a vagare da cinquant’anni giocando a rimpiattino con oggetti, fotografie, odori, immagini pubblicitarie, cibi, citazioni colte: cascami di una civiltà post-moderna, dove le gerarchie sono smascherate e non resta che la risibilità delle convenzioni.

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Franco Romanò Impegnato nella critica e nella saggistica, affida alla narrativa e alla poesia la ricerca delle radici. La storia del passato ritorna viva grazie alla riscoperta del mito che l’ha generata, e la fiducia nella validità di quel mito che dà senso alla ricerca del presente, dove la caducità degli eventi si riscatta ristrutturandosi nella potenza degli archetipi.

Prima di fermare questa navigazione dialogante con i quadri-poesie di “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” e i loro autori, rivedendo il fluttuare dissolvente di questo incrocio che mescola immagini e parole poetiche in un travaso differenziante, un lampo mi raggiunge e un’associazione mi aggredisce con il ricordo della storia di un lontano mito, e l’urgenza non lascia spazio al silenzio. Il fluire delle immagini dell’espressionismo astratto di Turi Sottile si sciolgono, infatti, come una dissolvenza multipla convertendo e riconvertendo lo stato aereo in corpo gelato e poi di nuovo scongelando l’ordine in una nuova fase semantica come racconta un’antica leggenda riportata dall’antico commediografo greco Antifane, e ripresa da Rabe­lais nel suo Gargantua e Pantagruel. Scrivono infatti Armando Plebe e Pietro Emanuele (Manuale di retorica, 1988): in certe (im­maginarie) regioni dell’antica Grecia faceva così freddo che le parole, appena pronunziate, gelavano nell’aria e non riu­scivano a giungere alle orecchie e ad essere sentite. Nella ver­sione di Rabelais il suo protagonista Pantagruel riesce a sgelare le parole scompigliandole dal loro ordine.

Così sembra che anche in questa mostra di Sottile e i Poeti si ripeta la dissolvenza incrociata del mito di Antifane. Le geometrie poetiche diverse che, come diversi sono i singoli poeti interpellati – chiamati all’opera di riconversione nell’inventio, che qualifica il passaggio da un ordine logico a una distribuzione di nomadismo poetico contaminato –, si sciolgono e poi si raggelano nelle forme pittoriche di Sottile o nei grumi verbali o non verbali dei testi poetici. Le immagini si trasformano in sillabe, consonanti, parole compiute e sintagmi più o meno tradizionalmente composti, e ciò a dire quanto di inespresso era rimasto nell’immagine. Il verso del poeta, viceversa, a sua volta, associando o dissociando i suoi elementi fonici, le sue lettere e i nessi o sconnessi del caso, e seguendo il suo ritmo particolare si scioglie e si cristallizza in sfumate di colore e pennellate come lucenti lame miste e prismatiche per incrementarne la produzione di senso. Una potenza calda della luce e dell’aseità poietica, sfaccettata nelle gamme intrecciate del pittore e dei poeti di “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti”, si fa vortice di poesia verbale e non verbale nella Galleria Studio 71 di Palermo. Qui, “… Fermenti  110


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prima che la notte finisca” (per dirla con la poetessa), nell’aria siciliana, e per chi sa dei compagni di strada che hanno dato vita all’idea e poi alla realizzazione della mostra, Maria Teresa Ciammaruconi sarà costante presenza con il suo “spettro” coideatore e coideale. Altra presenza irrinunciabile è certamente quella di Sergio Zuccaro (Piumalarga), poeta e amico del pittore Sottile, autore del titolo della ricerca, nonché consonante “passator cortese” che rifiuta gli steccati di filo spinato tra i linguaggi po(i)etici. Di Piumalarga, Maria Teresa Ciammaruconi (Corpo a Corpo. Turi Sottile e i poeti, Roma 2005, p. 88), scrive che il poeta scavalca pure “il discrimine che separa la vita dall’arte”.

Sergio Zuccaro (Piumalarga) Esposto contemporaneamente al contagio umano e artistico, provocatoriamente rifiuta il discrimine che separa la vita dall’arte. La sua poesia si accende lì dove resiste la relazione vitale dei linguaggi e degli uomini. La realtà, intuita, amata, posseduta, trova forma nella suggestione spiazzante dei versi asimmetrici, deposti nella tasca di un amico piuttosto che su un libro.

A Sergio Zuccaro, dunque, si deve il titolo “corpo a corpo” che dà nome alla sperimentazione di Turi Sottile e i poeti. E il senso di questa ricerca – continua la Ciammaruconi – “non poteva essere espresso da una sintesi più pregnante” (Ibidem). E noi, come omaggio alla geni(t)alità del poeta e del soggetto collettivo plurale, che ha rischiato la con-tingenza del textum semiotico e del suo accadere incrociato raschiando le parole e le immagini, e ottenendo questi ibridi “cosmopaesaggi” (Turi Sottile) artistico-poetici, non possiamo concludere che offrendo un pensiero spinoziano e materialistico determinato per l’inciso che nell’opera – “Corpo a corpo. Turi Sottile e i poeti” – coagula lo spazio-tempo, curvato dalla materia fono-pittorica come un processo e un punto o un’insorgenza e uno svolgimento semiotico-corporeo collettivo di generazione nuova. Il pensiero spinoziano che, semplicemente, recita: “Quanto più il Corpo è atto a essere affetto in molti modi e a modificare in molti modi i corpi esterni, tanto più la mente è atta a pensare; Chi ha un corpo capace di molte cose, ha una Mente la cui massima parte è eterna” (Spinoza, Etica). E la parte “eterna”, naturalmente, crediamo sia quella finitudine degli uomini che decidono ininterrottamente la scelta del senso dell’esistenza nella temporalità storica determinata che li attraversa e li spinge a rimuovere lo stato di cose presente nonostante la rassegnazione dei preti (Breton) non smetta di rampognare. Antonino Contiliano

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La vera e la falsa sostanza

Appunti sul libretto italiano da Puccini alla rinascita non italiana dell’Opera

Mi chiede Velio Carratoni: “Vorrei chiederti se fosse possibile avere, per la rivista ‘Fermenti’, un tuo intervento sul significato del libretto nel melodramma che certi autori hanno, sia pure fuori tempo, proseguito a sviluppare. Mi riferisco, per esempio, a Mannino, Rota, Rossellini, Pannain, Tosatti ecc. per completare con un autore europeo come Henze. Certo non si intende fare alcun paragone con gli insigni maestri precedenti ma un’analisi di per se stessa. Secondo te chi, a livello italiano e internazionale, nel XXI secolo vorrebbe proseguire a giustificare la presenza del libretto con la composizione di opere liriche?”.

A domanda rispondo. Timete, timete Danaos; timeatis, ragazzi miei. L’invito è falso-ingenuo, fermenta di veleni. La stessa piroetta da un folklorico gruppo meridionale, vorrei dire mediterraneo, a Henze, (egli stesso mediterraneo d’adozione), è un colpo da maestro, troppo scaltro per giungere a ferire. Mannino, palermitano, imparentato con Visconti, e suo collaboratore pressoché elettivo, da Bellissima a Gruppo di famiglia, scrisse un centinaio di colonne sonore; debbo dire che le più Marzio Pieri sorprendenti sono quelle per film sbattezzatissimi, avventurosi, peplum, pornocomici. Ci vuole più cultura per fare queste cose che non per fare quadrato attorno alle bandiere dell’ “alta” letteratura e della musica highbrow. La sua opera Vivì fu celebre e rappresentata, ho idea vaga che subisse anche una trasposizione televisiva, quando la RAI “faceva” le Opere. Rota, fellinissimo fellone, anche lui ebbe gloria soprattutto cinematografica (140 colonne sonore). Lui partiva (con Treno popolare di Matarazzo) da dove Mannino avrebbe voluto arrivare; e del resto Vivì non stona coi primi film di Fellini (Il bidone, La Strada, da cui Rota trasse anche il fortunato balletto, con echi non solo esterni dei Pagliacci, quando Vivì ha dei debiti con altro Leoncavallo, con Zazà). Nato a Milano, la sua vita trascorse fra Roma, Bari, Taranto, con un periodo anteguerra negli USA. Leggenda vuole che con Fellini si sentissero solo per telefono. Rossellini era fratello dell’Orson Welles romano e non lo tradì nemmeno una volta. Scrisse molto, anche per il teatro d’opera e per la televisione. Può darsi che fosse eseguito solo perché aveva potere nei sindacati? Gente così ha la testa aperta, cosa piuttosto insolita in Italia. Musicò anche Io, Caligola di Tinto Brass, oltre (come Rota e Mannino) infinite pellicole di serie B, C... e Z. Così lo spettatore cinematografico che non abbia mai messo piede in un teatro d’opera non lo sa ma è stato intinto da costoro nella musica operistica e sinfonica e, se una volta Fermenti  112

MUSICA

MUSICA

di Marzio Pieri


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non spengesse il televisore quando la notte dànno a volte musica “colta’, si direbbe: ma questa la conosco. Wow. Guido Pannain, napoletano al cento per cento, fu, come storico e critico musicale, la spada rivendicatrice dell’estetica partenopea; fedelissimo al Croce e tuttavia, a leggerlo oggi, più vicino all’idealismo non certo crociano di un Ildebrando Pizzetti. Insomma un paradosso interessante. Al teatro (cui arrivò non troppo precocemente) amò, ovviamente, soggetti piuttosto elevati, a castigare la “volgarità” e “sentimentalità” del filone post-verista. L’intrusa (1940) non deriva dunque dal dramma dello Zambaldi La moglie del dottore (da cui Matarazzo trasse negli anni Cinquanta uno dei suoi successoni con Nazzari, la Padovani, e Cesco Baseggio) ma da un dramma di Maeterlink verseggiato per lui dal vecchio e imbizzito Romualdo Giani (autore di un fervido studio del Nerone di Boito, quando venne alla luce quel Parto dell’Elefante, e di un curioso libro sull’estetica del Leopardi). Per la Beatrice Cenci (e per la sorprendente ripresa, dopo una lunga interruzione, con una “eroica” Madame Bovary) ebbe collaboratore letterario Vittorio Viviani, figlio del grande Raffaele, e autore di libretti per altro notorio musicista napoletano, Terenzio Gargiulo. Se ne ricorda una Maria Antonietta, un soggetto che aveva tentato ma anche poi spaventato Puccini. Invece, la Beatrice Cenci fu messa in musica, nel ’900, anche dall’opulento Berthold Goldschmidt, che per avverse circostanze dovette campare quasi cento anni per vederla finalmente messa in scena (e sùbito dopo in disco). E qui bisognerebbe cominciare a far delle riflessioni un poco ripiegate. Se la musica dei nostri eroi si muove fra un generico pizzettismo e un generico postverismo (insomma mettendo in una ampolla il diavolo e l’acquasanta), Goldschmidt fu tardivamente favorito dalla ardimentosa (e, commercialmente, fallita) ambizione della Decca inglese, la casa discografica, di mettere in soffitta Pavarotti e l’opera da Rossini a Puccini, campo nel quale la casa britannica si era distinta nel dopoguerra (oltre che in Wagner ed in Strauss, non altrettanto in Mozart, e aveva cominciato con Janáček), per scendere in campo con una serie di grande pregio, Entartete Kunst, con vere e proprie scoperte, da Korngold a Ullmann (e altri musicisti divorati dall’Olocausto), da Krenek a Weill, da Braunfels a Waxman (il primo e l’ultimo da noi qui menzionati, a ricordarci nomi eletti fra gli autori di colonne sonore hollywoodiane). Ma l’ascolto rivela un’operista di vena straordinaria. E anche il taglio del libretto (di Martin Esslin, dai Cenci di Shelley) è in linea con una drammaturgia più consapevole che non quella dei nostri bravi letterati, di generica formazione letteraria o giornalistica, fieri di provarsi con un “genere” ormai ritenuto al tramonto, far cosa grata a parenti e amici, e dimostrare a se stessi di essersela saputi cavare. Con tanti complimenti, ma da una terraferma podagrosa donde non spiccano voli d’uccello di lunga portata. L’ultimo nell’elenco di Carratoni, Tosatti, è anche l’unico a non rientrare in questo quadro di onestà depressa, a parte il fatto che i libretti, estrosissimi, se li scriveva da solo, come da noi, prima di lui, quasi solo il leggendario Malipiero. Già i soli titoli tratteggjano una peschiera anomala, una distanza esibita: Il Sistema della dolcezza, Il Giudizio Universale, L’Isola del tesoro, che ebbe vita anche televisiva, La Fiera delle Meraviglie, Il Paradiso e il Poeta – “opere conceFermenti  113


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pite secondo il basilare principio del rapporto parola-suono”, come recita un suo “coccodrillo” –, la cantata Partita a pugni e un Requiem che mi piacerebbe ascoltare. Un requiem “al peperoncino”, come fu scritto di un libro di Carratoni? Tosatti era, in origine, emiliano, vi ritrovi estri delfiniani, loriani (Arturo Loria), sotto una cappa che unisce il jazz e la rumba alla scuola di Pizzetti e di Petrassi, che il peperoncino escludevano dalle loro mense frugali. Il guazzetto ci invita. E, in questo caso, non c’era il paraculo delle composizioni per il cinema. Ma quando Carratoni salta, quasi senza che il salto si veda, da cotestoro a Henze e alla Bachmann, mi fa figura (certo era una trappola per me, per vedere dove si riesce a spingermi, come quando si fa ginocchiello con una bimba “che forse ci sta’) mi fa figura di quei mascagnofili che, ottenuto da te il consenso non alla sola Cavalleria (che del resto non mostra una ruga) ma anche all’Iris, per forza, alla Parisina, va bene, alla Isabeau, “et come non?’, vogliono poi affiliazioni – gira gira la ruota – a Lodoletta, allo Zanetto, ai Rantzau, al fatto “indubitabile” che l’Iris è superiore alla Butterfly sul terreno delle opere esotiche, che Parisina mette fuori gioco le altre opere dannunziane, da Zandonai a Pizzetti, che l’Isabeau aggiorna le vibrazioni magico-sensuali del Lohengrin o del Tannhäuser, e io sarei tentato perfino di dirgli di sì. Ma per me sarebbe un paradosso sperimentale, per loro una pigra rafferma. Non rilascio di queste cambiali; piango da solo ascoltando la Barcarola del Silvano, apprezzo i suoni metallurgici dell’Isabeau, se riesco a non vomitare per il mammismo del duettone (“La mia mamma sarà la tua mamma...”) passo volentieri un pomeriggio della domenica in compagnia del noir bartókiano o honeggerista (Les Misérables) del Piccolo Marat. Darei una conferenza in qualsiasi sede per mostrare i pregi del mussolinismo dialettico del Nerone. Ma. Giordano Bruno insegnava come organizzare un Teatro della Memoria. Ecco, la poesia della Bachmann sta davvero su un altro pianeta, in una stanza diversa inconfrontabile. Come su un altro pianeta sta la lingua tedesca e qualsiasi lingua moderna. In italiano si è fatto quasi impossibile scrivere il vero e scrivere poesia.1 I Sette dell’Orsa Maggiore, fra i poeti, sono morti e sepolti nelle piccole bare tutte uguali dei Meridiani di Mondadori: Ungaretti Montale Cardarelli Saba Sereni Bertolucci Zanzotto. Riflettiamo su un fatto. La Bachmann, inzuppata di Roma come Ungaretti e come Carratoni, si era fatta le palle (e che palle) con una tesi su Heidegger, tradotta anche in italiano (La ricezione critica della filosofia   Che si tratti di un fatto primamente linguistico (ossia intrigato in un infarto storico della invenzione e della forma sovrindividuale) può essere confermato, almeno nella mia prospettiva, da certi fatti come, ad esempio, che i più interessanti libretti o piuttosto meta-libretti usciti da noi di recente evitano: o la lingua italiana (ad esempio il Tra-la-la. Words to music di Gianluigi Melega, “con esempi musicali delle composizioni di Luca Mosca” e prefazione di Mario Messinis, Archinto ed., Milano 2007, che potrebbe perfino idealmente servire da pietra di cessazione per la lunga storia del libretto italiano, non solo per il fatto che i testi poetici sono tutti in inglese ma anche per quello che le traduzioni offertene, alcune di mano dell’Autore altre di Margherita Bignardi, sono esplicitamente “puramente letterali, di servizio”) : o la lingua italiana poetica corrente (ad es. il capolavoro dell’ultimo Caproni, Il conte di Kevenhueller, ch’è una sorta di Flauto magico cristallizzatosi in un rifacimento di esibita maniera): o la prassi poeticistica del libretto decadente naturalistico (vedi il materico Boine di Giuseppe Conte per la musica di Gianni Possio, 1983) : o il rapporto preferenziale fra ‘maniera’ poetica, comecché intrisa di moduli che un tempo si dicevano a sproposito avanguardistici, e musica ‘colta’ (come può evincersi dalla stessa sortita di Edoardo Sanguineti nell’etica Rap, per la musica di Andrea Liberovici, 1996). 1

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esistenziale di Martin Heidegger, Guida editore), aveva innestato nel suo meccanismo di pensiero i metodi d’interrogazione della società dei socio-filosofi francofortesi, seguiva la politica italiana e occidentale con insolito vigore descrittivo, ch’è cosa tutta diversa dalla militanza focomelica dei giornalisti al soldo d’un padrone. Come per Tosatti, un elenco dei suoi soli titoli dispone alla lettura di un mondo tremendamente diverso (la bionda e bella Inge morì bruciata in camera, le cause dell’incendio restando misteriose): Il dicibile e l’indicibile; In cerca di frasi vere (Wir müssen wahre Sätze finden, “noi dobbiamo trovare la vera sostanza”); Invocazione all’Orsa maggiore; Luogo eventuale; Letteratura come utopia (Frankfurter Vorlesungen). Ecco. Non diversa risposta avremmo dal misurare questa Italia al rimorchio sul metro del teatro britteniano, della tradizione sovietica (Prokofiev, Šostakovic, Schnittke, Schedrin), della aristocratica indipendenza mentale di Menotti. La rinascita in atto, negli USA, in Francia, in Germania, in Svezia, in Finlandia, di un teatro “d’Opera” che ripensa ecletticamente il Barocco, il cinema, la drammaturgia non da tavolino, la musica postdarmstadtiana, che implica un ripensamento anche dei fondamenti e dei classici darmstadtiani, il minimalismo, il balletto, il musical, la pittura, la cartellonistica, il cartone animato, il rapporto con un pubblico non solo da distrarre o addormentare, ma insieme da non ridurre come sui banchi di scuola, il wahre Sätze finden anche coi mezzi del palcoscenico o dell’orchestra, della poesia o del canto, non sfiora l’Italia in crisi di risorse ma soprattutto di idee. Al principio del nuovo secolo fu stampata (non m’illudo di dire pubblicata, perché quella impresa editoriale – Cento libri per Mille anni – ambiziosa e improvvisata, fatta dal Poligrafico dello Stato, non riuscì mai a concludersi e a giungere ai lettori) in un in folio di più di 1000 pagine un’antologia di libretti d’Opera, dal Seicento al Duemila. Della fase, brutalmente detto, post-pucciniana accolsi l’Ulisse di Dallapiccola (libretto e musica dell’Autore), Il giuoco del Barone di Alessandro Parronchi per Valentino Bucchi, Il tenore sconfitto di Brancati (per il vecchio toscaniniano Tommasini), il Satyricon di Maderna, Es di Aldo Clementi (libretto di Nello Sàito), la Descrizione dell’Isola Ferdinandea del grande Pennisi, l’Aida da tre soldi dello psichiatra, musicista e poeta Dènis Gaita (1998). Niente Sanguineti o Calvino per Berio, niente Don Giovanni. Uscire dalla cerchia del vecchio e del cretino? Non ci si riesce mai. A una controdomanda, anche più insidiosa: ma non ci sono davvero più poeti in Italia? direi che ce ne sono e ne conosco. Ma le uniche voci poetiche (dico per genere) che arrivano ad avere un minimo rilievo pubblico (e sei certo trovarle in libreria) sono poco attendibili e fanno insieme tanto di quel rumore. Marzio Pieri

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John Cage. Sulla scena americana dialogando con Antonin Artaud

Più volte negli scritti e nelle interviste, John Cage ha dichiarato di essere stato fortemente suggestionato nel suo percorso artistico dal pensiero di Antonin Artaud e in particolare da uno dei suoi testi più importanti, Le théâtre et son double1. Di questa influenza risente, indubbiamente, quello che è poi stato il primo happening musicale della storia, Theather Pièce No. 1. Se, infatti, padri dell’happening possono essere considerati i surrealisti tutti e – volendo andare ancora più indietro nel tempo – i futuristi2 (in effetti, il futurista Luigi Russolo fu il primo a teorizzare l’impiego del rumore nel contesto musicale. Un concetto quello di Russolo condiviso poi dai dadaisti: rumori di sirene, chiavi, barattoli, sonagli accompagnavano spesso la John Cage lettura di poesie nel Cabaret Voltaire, ma anche il balletto Parade, di Erik Satie, eseguito nel 1917 a Parigi e i concerti di Hugo Ball)3, Theather Pièce No. 1, montata per la prima volta nel 1952 al Black Mountain Collage, un’università del Nord Carolina, mostra moltissimi punti di contatto con quella che era l’idea di arte e di teatro del più visionario dei surrealisti. Artaud è un attore francese, ma soprattutto un genio creativo, che nel teatro identifica la possibilità estrema di espressione; John Cage è un compositore americano, che vede nella musica il mezzo per una incessante sperimentazione. Eppure i due si incontrano in quell’idea di arte che vede la vita protagonista. Per Artaud il teatro è vita e la vita è teatro; per John Cage la vita è fatta di suoni e la musica è nel creato. Questa idea che unisce arte, spettacolo e vita non è però quello che più di tutto lega i due artisti; la comparazione può avvenire rispetto a vari e più precisi punti. In questo senso vorrei partire da un concetto caro ad Artaud, quello di meraviglia o atto del meravigliarsi; un concetto ricorrente nei suoi scritti, quasi una necessità dello spirito. Il teatro stesso è, prima che atto del guardare, atto del meravigliarsi, secondo una declinazione etimologica del vocabolo che coinvolge il suffisso theà per sostenere il termine thaỳma (dal greco appunto meraviglia). Meravigliarsi a teatro significa scontrarsi con il già dato, con ciò che il pubblico si aspetta. Niente   Antonin Artaud, Le théâtre et son double, Gallimard, Paris, 1944.   A proposito si veda: John Cage durante e dopo le avanguardie europee, “Hortus Musicus”, 21(2005). 3   Luigi Russolo, L’arte dei rumori, Edizioni futuriste di Poesia, Milano, 1916. 1 2

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MUSICA

MUSICA

di Paola Delfino


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di scontato o narrato per il semplice gusto di intrattenere, ma qualcosa di molto più profondo, che destruttura, decostruisce e sconvolge corpi, oggetti e coscienze. Sulla scena si assiste e si partecipa all’affiorare dell’inconscio, ma non per riportarlo a uno stato di coscienza che diventi comprensione; la comprensione non interessa Artaud. Tutto rimane lì in quello spazio ovattato che collega conscio a inconscio, sogno e realtà. Non il logico, ma l’illogico è quello che propone Artaud per far sì che il teatro divenga esperienziale; un terremoto interiore che smuova e distrugga certezze per lasciare posto all’ebbrezza dello smarrimento, della convinzione che qualcosa di ineluttabile sta per accadere. Il teatro di Artaud è la proiezione di un sogno: scene senza legami, frasi brevi e sconnesse. Un uso del decostruito e della decostruzione non per creare qualcosa di nuovo, ma per cercare l’essenza che la logica offuscherebbe. Oltreoceano John Cage muovendo da queste intuizioni tenta qualcosa di ancor più arduo. Se Artaud parte dal sogno per evidenziarne il legame con il reale, Cage sembra voler fare la stessa strada ma a ritroso. La realtà è di per sé stessa decostruita. La vita, il mondo è fatto di frammenti, monadi sparse, che possono trovare logicità solo nel loro caos assoluto. Inoltre superando le dicotomie fra sogno e realtà, Cage mostra come la vita, nel suo alternarsi di silenzio e ascolto, possa essere considerata arte: uno stare in silenzio per ascoltare la musica del creato. Ed ecco di nuovo la meraviglia, lo stupore. Cage orchestra la vita, compone suoni e rumori che la realtà offre, proponendo del reale un’idea Antonin Artaud assolutamente nuova e stupefacente. La vita stessa diviene spettacolo, teatro. Un teatro nel quale non vi è separazione fra azione e non azione (come nella musica non vi è separazione fra silenzio e suono). Le azioni non iniziano né finiscono, passato e futuro si annullano in quell’unica dimensione che è il presente: l’unica dimensione alla quale prestare attenzione, tentando di valorizzare percezioni e visioni. Abituato ad agire e a osservare concerti e spettacoli di danza, John Cage ha visto favorevolmente la loro capacità di sottoporsi a operazioni casuali e di ricevere elementi incidentali esterni; analogamente vorrebbe che fosse per il teatro, al fine di colmare in qualche modo il gap arte/vita. [...] Ritiene che debba cadere la nozione convenzionale architettonica di teatro, con punti focali e posti buoni e posti cattivi. Rifiuta anche i teatri a pianta centrale, perché troppo disponibili alla focalizzazione. Uno dei risultati della abolizione dei punti focali è la conseguenza necessaria [...] della impossibilità della creazione di opere teatrali classiche. Propone un nuovo tipo di dramma consistente in un fragile collage di brandelli di vecchi drammi. [...] Il passato può fornire tanti materiali tradizionali suscettibili di libero uso. Anche la vita di città e di campagna e alcune ideologie sono buoni repertori. Tutte le letterature, Fermenti  117


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tutti i suoni, anche quelli sintetizzati, possono servire allo spettacolo. [...] Non solo i vecchi materiali, ma anche quelli nuovi, moderni, luci, macchine, colori, proiettori, circuiti televisivi, aggeggi fotoelettrici attivanti altri aggeggi della tecnologia dei media, agiscono nello spazio dell’attore. [...] il problema e la dimostrazione di una analogia: come nella musica non vi è separazione fra silenzio e suono, così nel teatro non vi è separazione tra azione e non azione. [...] Scoprendo che le azioni non cominciano né finiscono, si passa a diventare più curiosi e più attenti alla realtà, molto ben disposti a valorizzare momenti concreti e a saperne di più della mutabilità delle percezioni e delle visioni del mondo4.

A tutto ciò si presta l’happening, offrendo esperienze sensoriali compartecipative. Certo l’happening propone uno spettacolo assolutamente privo di certezze, qualcosa da esplorare, una ricerca costante da parte dell’ideatore prima e dello spettatore poi. Precedentemente a Theater Pièce No. 1, sempre nel 1952, l’artista aveva composto per la televisione Water Music un pezzo nel quale l’aggiunta di elementi visivi gli permettevano di essere (oltre che musica) teatro. La prima cosa che poteva diventare teatrale era quello che il pianista guardava: lo spartito; normalmente non lo vede nessun altro ma dal momento che ci occupiamo della vista possiamo farlo abbastanza grande perché sia visto dal pubblico. In quel momento mi stavo occupando di operazioni casuali e di una tabella che mi permetteva di determinare quale suono dovesse balzar fuori, a che momento, quanto forte, ecc. Così non feci altro che mettere in questa tabella cose che non avrebbero prodotto solamente suoni ma anche azioni interessanti da vedere. Da qualche parte avevo preso il concetto che il mondo e fatto di acqua, terra, fuoco, ecc. e l’acqua mi sembrò un elemento sul quale era utile concentrarsi, così misi sulla tabella delle possibilità che includevano [...] in larga parte l’acqua [...]. Versare l’acqua da una tazza in un’altra, servirsi di un fischio che ha bisogno di acqua per emettere un suono, farlo scendere nell’acqua e poi tirarlo fuori5.

La ricerca di teatralità di Cage comincia quindi prima di quello che storicamente e artisticamente viene considerato il primo happening e in questo senso in ogni suo lavoro successivo si riconosce una certa continuità. In questa ricerca dell’artista si introducono concetti già trattati in precedenza: la trasposizione del reale nel teatro, la non intenzionalità, lo spingere all’azione, alla riflessione, alla percezione ogni componente, o meglio ogni partecipante agli happening, superando quell’idea rinascimentale di teatro che vede il suo punto di forza nella comprensibilità, nella capacità di rendere al pubblico il già dato, il definito senza delegargli il difficile sforzo di definire. Questo pesante compito è invece, secondo Cage, basilare affinché il teatro esca da una condizione di chiusura e offra l’occasione di non esserne fruitori passivi. La sua preoccupazione, all’opposto di un qualsiasi drammaturgo o attore, non è il contenuto, ma piuttosto la maniera di   Erberto Lo Bue, Nothing to Say, “Rivista italiana di musicologia”, xiv, 1 (1971), pp. 182-183.   John Cage, Conversazione con Michael Kirby e Richard Schechner, in Gabrele Bonomo e Giuseppe Furghieri, a cura di, John Cage, Marcos y Marcos, Milano, 1998. 4 5

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interpretarlo. Rifacendosi a Marshall McLuhan6, Cage crede che solo il mezzo possa essere il messaggio e non viceversa, in questo pensiero si traduce la non-intenzionalità interpretativa e di linguaggio, facendo quasi divenire messaggio il corpo stesso (degli attori, del pubblico e di ogni oggetto animato o inanimato).7 In questo porsi come sperimentatore John Cage si trova nuovamente in contatto con il suo precursore francese, con quella autoreferenzialità che aveva accompagnato quest’ultimo in tutta la sua opera. Un’autoreferenzalità che non è, però, una presa di distanza dall’altro che non si vuole chiudere nel ruolo passivo di semplice osservatore/ascoltatore di un che di incomprensibile, ma piuttosto renderlo partecipe e coinvolto da questo fare per sé stessi, che diventa e si presenta come anarchia dello spirito, urgenza creativa. Un atto creativo che fa la differenza, secondo il significato che attribuisce al termine Gilles Deleuze,8 cioè una differenza crudele, capace di creare appunto l’alterità, l’unicità opposta alla ripetizione, all’identificazione, attraverso un rapporto diretto con l’indeterminato, il fondo oscuro delle cose. Un’aspirazione alla scoperta dell’irrappresentabile, dunque, sia per Artaud che per John Cage. Fra i due idealmente e teoricamente il primo spinge a pensieri indubbiamente più suggestivi, ma di difficile traduzione tangibile (seppure per questo affascinanti e degni di una continua analisi), il secondo sembra invece riuscire in questa operazione attraverso quel connubio arte/vita che accompagna i suoi lavori. Il momento dell’intangibilità, dell’irrappresentabilità viene superato attraverso la sua identificazione con la vita stessa: la performance non è altro che una qualsiasi attività quotidiana, la quale diviene spettacolo nel momento in cui viene isolata dal resto e inquadrata come tale9. Ogni frammento sonoro, visivo, olfattivo di per sé, nella sua essenza originaria è irriproducibile, ma pur sempre lì presente e nel presente, in attesa di essere percepito. Ma come annullare o oltrepassare il momento della ripetizione con cui ogni scenario teatrale, in quanto appunto costruzione scenica, deve fare i conti? Tenendo presente «la nozione di un teatro a molteplici dimensioni»,10 che supporta l’assenza della scena in sé nei lavori di John Cage così come nei dettami di Artaud (cioè una pièce a compartimenti, che permette la ripartizione del pubblico secondo uno schema focalizzato su una visione centrica piuttosto che unidirezionale), cito nuovamente Deleuze e propongo una distinzione fra “ripetizione nuda” e “ripetizione vestita”. Ovviamente la scena è, nel momento stesso in cui viene allestita, riproduzione; ora, dunque, l’importante affinché non si perda quella tensione alla scoperta (come autenticità) è che la ripetizione non sia vestita, cioè non sia 6   Marshall McLuhan e Quentin Fiore, The Medium Is the Message: an Inventory of Effects, Bantan books, New York, 1967. 7   Paola Delfino, John Cage. Una ridefinizione del concetto di teatro, “Teatro contemporaneo e cinema”, ii, 5 (2010). 8   Gilles Deleuze, Difference et repetition, Presses Universitaires de France, Paris, 1968. 9   Per ulteriori chiarimenti sull’idea di performance cageana si vedano: An Interview with John Cage, “The Drama Review”, x, 2 (1965), pp. 50-72 e Alberto Mauriello, La nozione di performance nella nuova musica, Tesi di diploma del Corso Sperimentale di Composizione a indirizzo musicologico, Conservatorio di musica G. Verdi, Milano, 1995. 10   John Cage, Per gli uccelli: conversazioni con Daniel Charles, Multhipla, Milano, 1977, p. 173.

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simulacro, non scimmiotti la vita, ma piuttosto sia nuda davanti a essa, per poter riproporre l’astratto, il differente in quanto tale. E se Artaud – secondo l’insegnamento del surrealismo e in particolare di Alfred Jarry – utilizza la maschera neutra per sottrarre gli attori dall’inganno dell’esposizione e dare spazio all’astrazione, per John Cage quest’ultima è una costante, la condizione necessaria per ogni suo lavoro, dal primo happening fino agli anni Novanta. Una corrispondenza che passa, certo, attraverso l’idea di immagine dell’artista, che influenza praticamente lo scenario della performance.11 Fondamentale è, infatti, il suo legame con il dadaismo12, con l’idea di riproposizione dell’oggetto quotidiano come oggetto artistico, ma soprattutto il suo sodalizio creativo con il pittore Robert Rauschenberg, vicino alla pop art e all’espressionismo astratto. Così come per Artaud la scenografia e le luci sono indispensabili per tirar fuori i suoi folli paesaggi interiori (nella prima parte della sua vita l’artista aveva avuto un rapporto diretto con la pittura, valvola di sfogo durante gli anni passati in una clinica psichiatrica Svizzera),13 lo stesso per Cage servono a determinare le caratteristiche principali di ogni happening: privo di trama, ma carico di eventi simultanei e liberi. Immagine e immaginario si confondono così sulla scena americana; ancor più dal momento in cui gli esponenti cageani rientrano in un vero e proprio movimento, Fluxus, nato a New York nel 1961, il quale vede l’arte come events. Da queste idee di eventi il cerchio si chiude toccando il punto di partenza. Evento come epifania, avvento, manifestazione che genera di nuovo meraviglia. In questo dialogo costante tra prima e seconda avanguardia, tra Europa e America, la teatralità diviene ancora una volta – anche se, nel caso di Cage, partendo dall’ascolto – il luogo fisico e metafisico nel quale nulla e assoluto, vuoto e materia, silenzio e suono si incontrano affinché venga fuori la vera creazione.14 Paola Delfino

11   Alcuni dati bibliografici sul rapporto pittura e happening in generale: William c. Seitz, The Art of Assemblage, The Museum of Modern Art, New York, 1961; Harris Janis e Rudi Blesh, Collage: personalities, concepts, techniques, Chilton Co., Philadelphia-New York, 1962. 12   È nota l’adorazione di Cage per Marchel Duchamp, per approfondimenti si vedano: John Cage, James Joyce, Marcel Duchamp, Erik Satie: un Alphabet [1980], “Revue d’estéthique”, 13-14-15, (1987-88), pp. 10-21; Moira e William Roth, John Cage on Marcel Duchamp: an Interview, “Art in America”, lxi (1973), pp. 151-161. 13   Giuliana Prucca, Antonin Artaud: evocation plastiques et picturales dans les écrits des année Vingt, Aracne, Roma, 2005. 14   L’essere in ascolto, “Sonus: materiali per la musica contemporanea”, iv, 1-2, pp. 43-56 e L’immagine del suono, “Musica/Realtà”, xxiv, 71, pp. 55-66.

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Cosimo Budetta, Arlecchino, febbraio 2010, cm. 16x25,5

Cosimo Budetta, Cielo di San Lorenzo, settembre 2008, cm. 20x23,5

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da "Fermenti" n. 235 (2010)

Tomaso Binga, Amori esitivi, della serie “Scritture marine”, 2009, cm. 45x30

Tomaso Binga, bozzetto da “Scritture marine”, 2009, cm. 22x24

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Bloc notes di Gualberto Alvino

Inpune se facere arbitrantur Bougie (Algeria), 13 febbraio 2010

Caro Citati, non si torca così, la prego, alla sua età potrebb’esserle letale. Che male c’è a stendere la mano in un momento difficile? Tutti abbiam bisogno d’aiuto, tutti, e una persona di buon cuore pronta a soccorrerci con una parola affettuosa, un bacio, una carezza, si trova a ogni angolo di strada. Suvvia, smetta questo gioco al massacro. Si apra, si sfoghi, batta i piedi, rompa qualcosa, strilli, pianga se necessario: non potrà che giovarle. È evidente che Contini le ha fatto un torto, un affronto talmente grave e immedicabile che lei, a vent’anni dalla sua morte, non è ancora riuscito a dimenticarlo, e usa ogni sforzo per farsi giustizia. Come faccio a saperlo? Ma scusi, crede che i lettori siano imbecilli? Il puzzo del suo rancore si sente lontano un miglio. Soffoca, attossica. Dica la verità, la dica, una volta per tutte: gli fece leggere il suo Goethe e lui arricciò il naso o le consigliò senza mezzi termini, com’era nel suo stile, di cambiar mestiere? No? Allora gli chiese un parere sul suo Kafka, e lui le disse che la letteratura non è per tutti, e che uno non si può improvvisare né critico né tanto meno scrittore? Le disse così, non è vero? Be’, e che c’è di strano? Il fatto che lei non distingua un verbo da un bagnasciuga non è forse sotto gli occhi di tutti? Come? Esige le prove di quanto affermo? D’accordo, è giusto (benché lei non ne alleghi mai nessuna a suffragio dei suoi pittoreschi asserti post mortem). Cito da uno dei suoi ultimi essudati: «Nella natura di Contini lo attraevano molti caratteri. La lucidità: l’esattezza: l’amore per l’avventura mentale: l’intelligenza che si divertiva a stupire, offendere, sfidare, spezzare i luoghi comuni: la velocità dei pensieri».1 Che è, dica, quella filza di doppi punti? Lei interpunge a caso, come Totò e Peppino, o anche le virgole le hanno recato offesa? «Gadda giungeva alla stazione di Domodossola; e penetrava a casa Contini» (ibid.). Avrei caro di sapere a che serve quel punto e virgola. Inoltre, perché «penetrava», come se si trattasse di un ladro, di un fantasma, di un gas? E semmai in casa, non a. «Gadda sapeva che una grande differenza divideva lui e l’amico. Egli possedeva una vocazione letteraria assoluta: uno “sprigionamento originale”, un’esplosione di umori» (ibid.). Divideva lui e l’amico? Lei, dunque, direbbe che i Pirenei dividono la Francia e la Spagna, non dalla Spagna? E poi mi tolga una curiosità: uno   Pietro Citati, Gadda & Contini. Esce il carteggio completo tra lo scrittore e il critico. Una testimonianza intensa che racconta amicizia e contrasti, «La Repubblica», 15 gennaio 2010. 1

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sprigionamento e un’esplosione si possiedono? Ugo possiede uno sprigionamento, un’esplosione? Ma andiamo alla sostanza. In quello stesso articolo lei scrive: «Quando [Gadda] sentiva Contini parlare in francese, restava affascinato: era un francese esattissimo, ma non quello moderno, perché a volte esibiva una sintassi cinquecentesca». Lasciando stare che Dante Isella, scolaro-amico di Contini, nella sua autobiografia letteraria pubblicata postuma da Adelphi parla di «colto, sceltissimo francese»,2 le chiedo (il passo è troppo ambiguo per dedurlo con chiarezza): chi reputava antiquato ancorché esattissimo il francese continiano, lei o Gadda? Sbaglierò, ma ho netta l’impressione che fosse lei; di cui dicono (il mondo letterario è piccolo, la gente mormora) che durante gli anni trascorsi a Parigi non superasse un livello petit-nègre; converrà dunque con me che la sua pagella è destituita di qualunque attendibilità. Altra pagella: «La prosa di Contini, invece, mancava di scioltezza, di naturalezza, di fluidità». Può darsi. Finora nessuno ha mai revocato in dubbio la straordinaria qualità della prosa di quel grande, nemmeno i suoi peggiori nemici (e son parecchi, sa? ne spunta uno ogni mattina), ma può darsi. Mi permetta tuttavia di dubitare che uno scrivente da barroccio come lei (cfr. supra Ugo ecc.) sia all’altezza di valutare lo stile d’una delle più alte intelligenze del Novecento. «Col passare degli anni, Contini cominciò a parlare una lingua propria, il continiano: una lingua piena di arguzie e di tecnicismi, che ricordava spesso i libri dell’amico. Gadda non amava molto quella lingua, dove vedeva una specie di eco parodistica di sé stesso. Poi si abituò, si divertì, e rideva ascoltando il suo sulfureo imitatore. Ma spesso non lo capiva. Quando pranzava insieme a Contini, Bertolucci e Pasolini o ascoltava una conferenza dell’amico (per esempio quella su Pascoli), “la prego”, mi diceva, “sieda qui, accanto a me. Se non capisco, mi spieghi”». Giancarlo Breschi, che di Contini fu allievo e stretto collaboratore, esalta la sua «oratoria brillante e coinvolgente, la sua abilità nel proporre ad ascoltatori di variegata estrazione culturale gli esiti raffinati dei suoi studî, anche dei più tecnici e specialistici»;3 lei, invece, discorre d’eco parodistica e di sulfurea imitazione, testimoniando – mi corregga se sbaglio – che lo scrittore milanese allevò per quasi mezzo secolo nei confronti di Contini un sincero, profondo disprezzo. Bene. E dica, come mai di tale disprezzo non c’è la minima traccia nell’epistolario4 (il quale, al contrario, pullula d’attestati di stima e di plenaria ammirazione per l’amico)? «Se non capisco, mi spieghi» (con tanto di virgola, perché melius abundare, cfr. Totò): ergo, lei capiva facilmente le arguzie e i tecnicismi del «continiano». Ma se lei – che non è un’aquila né un attrezzato intenditore della lingua italiana (cfr. supra Ugo ecc.) – era in grado di capire, perché Gadda no? Vorrebbe indurci a credere che il massimo prosatore del   Dante Isella, Un anno degno di essere vissuto, Milano, Adelphi, 2009, p. 123.   Giancarlo Breschi, Nota ai testi, in Gianfranco Contini, Postremi esercizî ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1998, p. 261. 4   Gianfranco Contini-Carlo Emilio Gadda. Carteggio 1934-1963, con 62 lettere inedite, a cura di Dante Isella, Gianfranco Contini, Giulio Ungarelli, Milano, Garzanti, 2009. 2 3

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ventesimo secolo era meno intelligente di un qualunque Citati? Ma vediamolo il contorto e impenetrabile «continiano»; anzi, ascoltiamolo dalla viva voce del Domese: Il primo canto è quello che contiene una quantità di enigmi, e quindi ci si potrebbe attendere che venga qui detta l’ultima parola, o la penultima, sul veltro, sulle tre fiere o sul «piè fermo». Niente di tutto questo. Ho scelto questo canto, perché suppongo che tutti l’abbiano presente alla memoria; il che mi esonera da leggerlo e mi consente di giungere più speditamente al punto che ritengo centrale. Mi sono posto il problema di come fin dai versi iniziali sarà apparsa la Commedia al suo primo lettore, e voglio cercare di diradare un poco la nebbia che circola attorno a questo evento. Le novità si manifestano, per usare un termine di moda, ad ogni «livello» (è una parola che pronuncio tra virgolette: «entre guillemets», secondo il detto proustiano). Si supponga il lettore candido che per la prima volta si trova a compitare: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / che la diritta via era smarrita». In lui c’è un trauma particolare, che non è facile enunciare in modo univoco. Anzitutto egli sarà stato colpito dal fatto che si adducono come vocali toniche delle vocali foneticamente estreme: una i e una u: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura»: nel primo verso la tonica fondamentale è i e al centro si ha un’altra i che la prepara; mentre nel verso successivo subentra in tonia l’altra vocale estrema, ma della serie posteriore, u («mi ritrovai per una selva oscura»). La i e la u si trovano in opposizione nei segmenti terminali -ita | -ura: la lunghezza delle vocali è la medesima, essendo entrambe seguite da una sola consonante, e identica è la vocale finale. E inoltre si noterà che nel secondo verso passano tutte le vocali possibili. Ecco dunque un primo avviso: la fonetica si propone come estrema e disordinata. Una seconda osservazione concerne i due primi versi: è stato osservato – e ne riparleremo – che «nostra» è prima plurale e «mi ritrovai» una prima singolare: in un testo estremamente piano e comprensibile interviene un evento insolito. D’altra parte un lettore della Commedia sapeva a memoria tutta o buona parte della Scrittura e gli soccorreva fuor di dubbio il versetto di Isaia 38 10: «In dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi».5

Ecco, ecco come parlava quello che lei definisce un goffo e sulfureo imitatore del Gran Lombardo. Non posso trascrivere tutto il discorso, ma sono certo che lei correrà a leggerselo e lo troverà, com’è, «estremamente piano e comprensibile». «Nel 1963 uscì La cognizione del dolore, di cui Contini scrisse l’Introduzione. La cognizione del dolore narra un parricidio simbolico: Gonzalo Pirobutirro (figura di Gadda) distacca dal muro il ritratto del padre, lo getta a terra e lo schiaccia sotto i piedi come se schiacciasse l’uva di un tino; e compie un matricidio immaginario, nato nella fantasia dei vicini e, per un momento, in quella della madre. Nell’Introduzione Contini ricordò un episodio, secondo lui simile, raccontato nella Recherche. A Montjouvain, mademoiselle Vinteuil, figlia di un oscuro musicista, bacia ed abbraccia 5   Gianfranco Contini, La forma di Dante: il primo canto della «Commedia», in Id., Postremi esercizî cit., pp. 63-64: trascrizione dalla registrazione su nastro – mai rivista dall’autore – della conferenza tenuta nell’Aula Magna dell’università di Urbino il 5 maggio 1976.

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un’amica, distesa sopra di lei in un canapè: lì accanto sta un piccolo ritratto fotografico del padre; e l’amica sputa su di esso, con la complicità di mademoiselle Vinteuil. […] Quando lesse l’Introduzione di Contini, Gadda diventò furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia. Contini non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche: il gesto di Gonzalo non aveva nessuna componente erotica o lesbica o profanatoria […]. Gadda non sopportava di essere paragonato a una lesbica […]. Infine scrisse a Contini: “Perdona, perdona, e credimi il tuo profondamente riconoscente e angosciato Gadda”. Contini fraintese per la seconda volta, annotando che la disperata lettera dell’amico “sfiorava la paranoia”. Mentre, quali siano state le origini e le forme della nevrosi di Gadda, in lui non esisteva la minima traccia di paranoia. Gadda perdonò presto Contini, sebbene non a lui ma a Contini spettasse di chiedere perdono». Al passo. 1) I due parricidî simbolici sarebbero simili solo «secondo Contini», non pure secondo lei? To’, avrei giurato il contrario, data la loro patente, indiscutibile affinità. Veramente lei non la vede? Eppure ho chiesto al mio portiere, al mio dentista, al mio nipotino, e tutti hanno risposto che la vedono chiarissimamente. 2) «Contini – lei scrive – non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche». Gadda disse, dunque, che il suo amico non aveva compreso la Recherche? Glielo disse lui o fu una sua illazione? E comunque, se non è troppo chiedere, da cosa desumeva (lei o lui) l’incomprensione continiana, dal fatto che nelle prime righe di quella Introduzione il critico accenna di volo all’episodio della Vinteuil? Da questo e solo da questo Gadda o chi per lui dedusse che Gianfranco Contini aveva frainteso il capolavoro proustiano? You telling me? 3) «Gadda non sopportava di essere paragonato a una lesbica». Chi, di grazia, paragonò Gadda a una lesbica? Non certo Contini, il quale nella sua Introduzione si limita a identificare nell’«oltraggio alla figura del padre» il denominatore comune dei due episodî, puntualizzando per giunta che «Gonzalo non può certo competere con la sua collega in sacrilegio». E quand’anche? Forse che l’autore è l’unico legittimato a interpretare il senso dell’opera? Che vuol fare, Citati, cancellare la critica letteraria dalla faccia della terra per far contento il Gaddus nella tomba (o lei nei pressi)? 4) «Contini fraintese per la seconda volta, annotando che la disperata lettera dell’amico “sfiorava la paranoia”». E secondo lei non è a dir poco paranoico uno che «diventa furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia» dopo aver letto che «Non è esagerato ritrovare nella Cognizione del dolore tratti della centralissima figura che si rivela a Marcel “auprès de Montjouvain”»? Non si torca, dia retta. Gualberto Alvino

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Memo «Niente di quello che ho detto è vero. Non perché non sia vero, ma perché l’ho detto» (Tommaso Landolfi).

*** Al fuoco A vent’anni dalla princeps (Milano, Leonardo, 1990) Franco Cordelli riesuma per i tipi dell’editore romano Giulio Perrone L’Italia di mattina – con l’aggiunta del sottotitolo Il romanzo del Giro d’Italia benché non vi si narri nulla di nulla –, infliggendo al pubblico dei lettori l’ennesimo castigo. Giro d’Italia 1989. Un cronista-scrittore di nome Scipione racconta, tappa per tappa, la corsa ciclistica; attraversa paesi e città – da Taormina a Trento, con traguardo a Firenze. Porta con sé libri e domande: viaggia, legge, si interroga. «Scipione scriveva e i corridori gli correvano intorno», attraverso un’Italia che lo sorprende per luce e bellezza.

Così il risvolto di 1a (vergato certo dallo stesso autore, come si evince dall’inutile lineetta, dal supervacaneo «viaggia» dopo il perfetto equipollente «attraversa paesi e città», e soprattutto dagl’ineffabili corridori correnti). Ottima idea, non c’è che dire. Sennonché il libro è quanto di più stucchevole, scombinato e indigesto sia stato prodotto nell’ultimo mezzo secolo dall’editoria non solo italiana. Periodi fluviali, caotici, spesso resi indecifrabili da deficiente controllo sintattico e da accessi lirici tanto involuti che fuor di luogo: fu ucciso per le stesse ragioni per cui fu ucciso, a pochi chilometri di distanza, il figlio della donna a causa delle cui lacrime ciò che vive [ciò che vive?] poté diventare non solo ciò che si pietrifica e smette di pulsare [sarebbe?], ma anche ciò che cova sotto la cenere, “sotto il vulcano” [sì sì, il romanzo di Malcolm Lowry; e allora?], ed è prima o poi destinato a tornare alla luce, sia pure sotto altra forma – come in un poema di Ovidio [deve trattarsi delle Metamorfosi; ma perché quello là fu ucciso?]; se il ciclismo ha in sé la forza di superare se stesso [predicato estensibile a qualunque sport], di tirarsi fuori dagli impicci di ciò che sta ai margini [impicci di ciò che sta ai margini?] ed è quindi egoistico per chi vi soggiorna [soggiorna dove, nel ciclismo? non può essere: il ciclismo non è un luogo] e claustrofobico per chi vi transiti [idem] (il solitario Giuliani aveva concluso la sua fuga, senza conquista della maglia rosa ma con una vittoria “etica”), ciò che lo ha generato [generato che cosa?] o semplicemente protegge il nocciolo agonistico, la sua perla, ogni volta che non trovi uno sbocco sul mare e che dal fuoco [che mare? quale fuoco?] non riesca a ripercorrere la strada all’indietro, fatalmente precipita in un suo buio più oscuro del buio precedente [chi, che cosa precipita?]; Fermenti  127


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se non facciamo fatica a capire le ragioni che spingono chi possiede privilegi ancora maggiori [maggiori di quali?] a ordinare ai carri armati di tutto travolgere davanti a sé, c’è quel guizzo di irragionevolezza che resiste a ogni spiegazione [be’, certo, se è irragionevole non può non resistere a ogni spiegazione] nel gesto di sacrificare la propria bicicletta – la propria vita – gettandola sotto il carro armato, o lasciando che l’enormità e la pesantezza della macchina da guerra polverizzi ciò che è leggero e a tutti i costi vuole restare tale [la bicicletta? questa la risposta esatta?].

Incredibili banalità profuse a piene mani, truismi, tòpoi e modismi da agghiacciare il più paziente e volenteroso dei lettori: «vendere cara la pelle», «c’è chi vince e c’è chi perde», «senza arte né parte», «al suo paese, che si chiamava Pozzillo – e che Pozzillo si chiama tuttora, naturalmente [naturalmente, appunto]»; «i padri debbono accettare i proprio [sic] figli», «svettano i pioppi» [già, cos’altro può fare un pioppo se non svettare?], «inscrivere il suo nome nella leggenda» [16.700 risultati in Google], «bagliori sinistri» [2.280]. Improprietà, goffaggini, asserti peregrini se non esattamente irrazionali, veri e proprî sfondoni: la hall tutta vetri e specchi, organizzata in modo che non sembrasse avere un centro» [organizzata? fino a prova contraria, un ambiente non si organizza, si arreda]; Le difficoltà improvvise, che si presentino nella seconda o nella penultima tappa, sono sempre suscettibili di rievocare ciò che fu, di chiamare i corridori all’imitazione delle grandi gesta del passato [suscettibile significa ‘capace di subire alterazioni, modificazioni’, ergo ha valore passivo, non attivo]; – Noi di Sicilia siamo diversi – aveva detto il pescatore: senza orgoglio, come di chi dica una verità lapalissiana [recte: come chi dica]; Già il capoluogo, nell’avvistarlo dall’alto e da lontano, era una smentita alla contemporaneità urbana [come dire: Giovanni, nel guardarlo, è bello?]; quel paese mitico […] dove settant’anni prima nacque Fausto Coppi [recte: era nato]; Era il Diario siciliano di Ercole Patti […]. Ogni brano risultava puntigliosamente contrassegnato da una data – novembre 1932, settembre 1936 [a) se un diario (dal lat. diarius ‘di un giorno’) non contenesse date che diario sarebbe?; b) puntigliosamente? Tutt’altro: manca il giorno]; nessuno potrebbe negare che non c’è più vero scrivere, nel nostro secolo, di quello giornalistico [nessuno? eserciti di letterati di prim’ordine sarebbero pronti a giurare solennemente il contrario]; il paesaggio in un racconto è ciò che viene detto ambiente, le circostanze etniche e morali che danno luogo all’azione [le circostanze etniche e morali costituirebbero l’ambiente di un racconto? in quale testo di narratologia sarà mai scritto?]; i corridori avevano affrontato disagi e fatiche considerevoli, che la maggior parte dei tifosi di tutti gli altri sport non immaginano [perché, il pugilato, l’alpinismo o la Fermenti  128


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maratona sono passeggiate di salute?]; rosso-arancione-verde [è universalmente noto che i colori del semaforo sono il rosso, il verde e il giallo, non l’arancione].

«Ho nostalgia, desiderio di una prosa sorvegliata» dichiara il romanziere romano nell’intervista in appendice al volume. Per davvero?

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… è un venticello Dice che in una recente intervista Pier Vincenzo Mengaldo (il cui anticontinismo sub specie adorationis è ormai ignoto solo ai sassi) ha dichiarato che i francesi non sanno più nemmeno chi sia Gianfranco Contini, lasciando intendere che ciò vale solo ed esclusivamente per il critico e filologo domese. Ecco, nell’ordine, le opinioni di due tra i più noti italianisti francesi, entrambi docenti alla Sorbona: Denis Ferraris e Jean-Charles Vegliante: La risposta non può essere categorica. Gianfranco Contini è stato un celebre docente e un non meno celebre critico, ma anche in Italia non direi che la sua fama vada molto di là dalla cerchia degli addetti ai lavori. Il suo handicap in Francia (ma questo è valido per tutti i critici) viene dal fatto che non esiste nei nostri atenei una storia della critica. Quindi, è sicurissimo che se chiedi a qualcuno per strada chi è Contini il risultato sarà purtroppo quello di Carneade per don Abbondio. Ma anche presso i docenti universitari c’è da temere che sia conosciuto praticamente solo dagli italianisti, magari lato sensu. Un vizietto dei (peraltro bravissimi e più saccenti di noi) colleghi italiani, è proprio quello di non sapere quasi nulla dell’italianismo all’estero – salvo qualcosa, per parentela, con gli italosvizzeri, e per soggezione con gli italoamericani –, mentre c’è non solo dell’altro, ma direi dell’altro originale, proprio perché attento alla ricezione, rappresentazione, traduzione ecc. fuori d’Italia. Questo, Mengaldo lo sa, ma finge d’esserselo dimenticato.

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Senz’aggettivi Non mero catalogo ma vero e proprio libro da collezione Giovanni Fontana. Testi e pre-testi, recentemente pubblicato dalla Fondazione Berardelli di Brescia, nei cui spazî è in corso (19 dicembre 2009-31 marzo 2010) la prima mostra antologica dedicata al poliartista intermediale frusinate. Il volume, suddiviso in cinque capitoli, quanti i decennî lungo i quali s’è dipanato il percorso dell’autore (i primi assemblaggi parola-immagine datano al 1966) e locupletato da un cd contenente un’antologia di lavori sonori, è introdotto da un denso saggio di Marcello Carlino e presenta testimonianze di Pierre Garnier, Melania Gazzotti, Arrigo Lora Totino, Fermenti  129


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Eugenio Miccini, Giulia Niccolai, Adriano Spatola e Nicole Zanoletti. Insaziato cercatore e sperimentatore di linguaggi, regista e performer dotato di capacità interpretative assolutamente fuori del comune (teatro, video, audio i suoi campi d’azione), fondatore di riviste storiche come «La taverna di Auerbach» e «Momo», teorico delle scritture intermediali (La voce in movimento, 2003; Poesia della voce e del gesto, 2004), autore di romanzi sonori (Tarocco meccanico, 1990; Chorus, 2000), Giovanni Fontana è una delle voci più vive e originali del secondo Novecento, cui l’(auto)confinamento entro l’angusto circuito ultravanguardistico non può non aver nuociuto in sede ricettiva e di consenso. Si apra a caso la sua ultima silloge poetica6 («siffla e strigne / finché nulla resta / oltre la cecità magra di nebbie / dove proprio quell’ombra luminescente / azzurra»; «stridule risa poi e colpi e lai di quell’inverno / la notte dai balconi del potere / si perde complice nei vicoli / quando inconoscibili al buio cadono le mani tronche / sotto la scure dei cospiratori / per quell’inferno / slash / quando quell’ombra / :incombente») e si dica se egli non meriti a pieno titolo l’iscrizione ai ruoli effettivi della poesia italiana contemporanea senz’aggettivi.

*** Si vede! «Io scrivo un articolo in cinque minuti» (Giampiero Mughini). «Penso di aver avuto in dono, anche se poi questo dono ho cercato di incrementarlo, la capacità, la possibilità di scrivere in modo veloce» (Franco Cordelli).

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Fichi secchi Piero Ottone smette i panni del cronista per indossare, si salvi chi può, quelli del sommo grammatico: Supponiamo che in una frase siano affiancati due sostantivi, maschile il primo, per esempio «i fogli», femminile il secondo, per esempio «le buste». Supponiamo che i due sostantivi siano seguiti da un aggettivo, riferito a entrambi. Che genere sceglierete per l’aggettivo? Direte «i fogli e le buste bianche» o direte «i fogli e le buste bianchi»? Non c’è dubbio che la prima versione suona meglio all’orecchio. Eppure c’è chi sceglie la seconda formula, come se il maschile avesse un diritto di primogenitura, una supremazia, una valenza universale, «che abbraccia» come diceva un grammatico galante, ma maschilista, «anche la donna». Care amiche: è giunta l’ora di ribellarsi.7

Purtroppo l’orecchio non c’entra un fico secco. I due sintagmi hanno diversi significati. Il primo vale ‘i fogli di qualsiasi colore e le buste bianche’; il secondo ‘i fogli bianchi e le buste bianche’. Perché? Ma per il semplice motivo che nella lingua   Frammenti d’ombre e penombre, Roma, Fermenti, 2005.   La grammatica, ultimo baluardo del maschilismo, «L’Espresso», 5 febbraio 2010, p. 15.

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italiana l’aggettivo riferito a due o più sostantivi di diverso genere si concorda al maschile, mentre l’aggettivo concordato con un sostantivo femminile affiancato ad altri maschili si riferisce al primo e solo al primo. Il «grammatico galante» aveva pienamente ragione. Del resto, chi mai direbbe «Gino e Anna sono belle»? Le care amiche del nostro passionario femminista sanno benissimo che la frase L’uomo è destinato alla morte «abbraccia» anche la donna, mentre Il sacerdote ha una funzione di mediazione tra la donna e la divinità esclude l’uomo. A meno che non cambiamo a tavolino le regole del gioco; ma dicono sia impossibile.

*** Dialogando in Facebook con Federico Sanguineti sulla sua poesia Tu vedi, Federico, che i lettori tutti strabordano nel personale. È colpa loro o colpa dei tuoi testi? Secondo te, Gualberto, dimmi tu. Pensi colpevole chi legge o scrive? È dei testi la colpa, Federico: troppo io, confessioni, troppi sfoghi. La poesia è trasfigurazione, è sedimento, transustanziazione. Perfetto, è non poesia, la mia, va bene. Non direi non poesia, Federico, ma versi caldi che abbisognerebbero di sedimentazione, disincanto. Sì, di tempo per essere capiti. Ma chi li sente se li sente adesso e tanto a me mi basta, mio Gualberto. Per carità, per carità di Dio, se basta a te ci basta a tutti quanti. Resta, però, che il tuo privato grida al punto che il lettore, poverino, si cura del privato e non del verso. Il quale verso dovrebbe scoccare Fermenti  131


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come una tesa nota musicale e non dire al lettore: «Senti qua il mio significato dove sta». Il lettore educato poverino in casa in chiesa a scuola alla tv si cura del privato di Leopardi (cercando a caso figure retoriche) o di quello di Tasso o di Petrarca. Almeno fino a ieri, oggi prevale top ten di cantautori e canzonette, così tutto diventa cialtronesco. Non c’è verso, il mio verso non è tutto. Il mio privato non è vuoto a perdere, ma è privato politico e denuncia, non intimismo all’ombra del potere. Sì, grido rabbia dolore poesia. Mi attribuisci l’estetica di Dante (nel mezzo del cammin di nostra vita) e non quella crociana e post-crociana né quella decadente e dannunziana. Di ciò ti sono grato e ti ringrazio. La decadente, dannunziana, dici? Anche Leopardi detestava il padre, ma trovami una pagina, una sola, che dica di suo padre una parola. Tu mi vuoi patriarchista e non lo sono. Basaglia ho letto, Schatzman e Alice Miller. Sono figlio di Kafka. Non ti basta? Non son conte Leopardi, amico caro. Io non detesto il padre mio anagrafico, non più di quanto il padre mio anagrafico me detestasse dicendo: «ti attende (...) filo spinato ecc. ecc. ecc.». Io non rimuovo nulla, comunista «io lotto contro tutto ciò che esiste», come diceva il mio compagno Marx.

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Per nomina ad res La pari competenza in materia di lingua e di letteratura contemporanea; la trasparenza del dettato fin nei più ardui snodi esegetici; la rinunzia a qualunque metodo precostituito che non sia la diretta interrogazione dei testi, il rigoroso accertamento documentale e la piena verificabilità d’ogni singolo asserto. Dal fausto connubio di questi ingredienti nasce Novecento plurale8 di Maria Antonietta Grignani, opera preziosa non meno per il critico generale che per il lettore comune, in cui si prova in maniera evidente che – come ripetiamo ormai da tempo immemorabile – l’osservazione ravvicinata del tessuto grammaticale in ogni suo minimo ganglio può consentire una vista molto più generale e panoramica di qualunque altro approccio. Il volume raduna studî sulla lingua degli autori apparsi dal 1983 al 2006 in varie sedi – riviste, miscellanee, atti di convegni –, organizzati in quattro sezioni rispondenti ad altrettante «posture» linguistico-stilistiche assunte dai narratori dell’altro secolo (donde la pluralità del titolo). La prima, Polemiche e umorismo, è dedicata alle scritture «forti» di Carlo Emilio Gadda, Lucio Mastronardi e Luciano Bianciardi, intrise d’un umorismo che l’autrice induce a leggere come sintomo di un grave malessere esistenziale risolventesi in un attacco al cuore della cultura e della società contemporanea. Nella Cognizione del dolore i mascheramenti latinoamericani dei topo- e antroponimi brianzoli hanno la funzione d’impedire, o quanto meno di offuscare, la riconoscibilità dei dati autobiografici e la feroce irrisione del regime fascista: sicché, per esempio, Longone al Segrino – il vero nome del borgo in cui era situata la casa di campagna dei Gadda – genera la «maschera linguistica» di Lukones, incrocio del lombardo lucoon ‘cretino’ e dello spagnolo loco ‘folle’, con probabile interferenza del nome di Leopoldo Lugones (1874-1938), poeta, giornalista e saggista celeberrimo a Buenos Aires negli anni argentini dell’Ingegnere; il nome del falegname Poronga traduce esattamente pirla, essendo poronga in Argentina un volgarismo per ‘pene’; dietro il Serruchón (in spagnolo serrucho ‘sega’, col suffisso accrescitivo -one) si cela il Resegone (in lombardo resga ‘sega’, a causa del profilo dentellato della cima). Nel Calzolaio di Vigevano il dialetto non è pura macchia di colore confinata nel dialogato (come in Pavese, Pasolini, Testori), ma un morbo che contagia con pari, prorompente intensità diegesi e mimesi. Il narratore di Mastronardi, lungi dall’essere un mero interprete o trascrittore, indossa gli abiti linguistici dell’ambiente rappresentato, «si pone, insomma, dentro la storia come un cronista divertito, oppure in un gioco d’ammicco che dichiara la fine della tradizionale onniscienza; tutto preso a far delle ipotesi, ma pur sempre in situazione, tramite l’uso del tempo presente, i deittici, le interiezioni», gl’infiniti camuffamenti del dialetto, tra espressività e gestualità:

  Maria Antonietta Grignani, Novecento plurale. Scrittori e lingua, Napoli, Liguori, 2007.

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Sarà forse ben per levarsi questo chiodo, sarà tutto il tempo libero – sabato e domenica di fila, uhé! – sarà che le mediazioni conviene più, sarà i bei noli di altri, fatto sta ed è che si mise sotto un’altra volta, in un saloncino della Circonvallazione nuova, quel bel stradone, fatto che fare.

Nell’opera di Bianciardi il conflitto tra l’intellettuale di provincia e il Moloch dell’industria culturale si riflette nello scontro di lingue, dialetti, gerghi; «la rissosa abilità verbale si complica nell’incrocio di modalità discorsive contraddittorie, come l’abbandono autobiografico da un lato e dall’altro il citazionismo o riuso letterario, spia di dissociazione perenne tra sostanza e forma». L’operazione stilistica del narratore grossetano non si compie – come avviene in Mastronardi – entro il cerchio della mimica idiomatica, ma nel comico del discorso, tramite corrosive parodie e attentati alla grammatica che sottendono un’aggressione contro il bersaglio dell’astio. Nella seconda sezione, dal titolo Oscillazioni e contrasti, si prova persuasivamente come le opere narrative di Federigo Tozzi, Tommaso Landolfi e Mario Tobino oscillino tra ossequio alla tradizione e incontenibili impulsi trasgressivi. Nei romanzi Bestie, Con gli occhi chiusi e Il podere, Tozzi da un lato spezza la normale consecutio narrativa e l’eufonia periodale, dall’altro resta fedele ai tratti idiomatici senesi, sconfinando nel vernacolare. Landolfi – non «ottocentista in ritardo», come ebbe a definirlo Contini, ma autore pienamente novecentesco – è dilianiato fra inquietudini ben moderne («dubbi sulla propria identità, impossibilità della naturalezza, irrisione dei divieti sociali») e tentazioni manieristiche, se non esattamente linguaiole, come dimostrano i participî presenti con valore verbale, i gerundî assoluti, i frequenti sovvertimenti topologici e la sofisticatissima strumentazione retorica messa in campo. In una zona mediana tra mimesi dell’oralità e iperscrittura si colloca invece la prosa insieme classicheggiante e anarchica di Tobino, in cui la trasparenza lessicale convive con una sintassi emotiva, screziata d’aritmie e distonie. Nella terza parte, Diacronie, la studiosa pavese si concentra sulle scritture della sottrazione e sul cosiddetto “stile semplice”. La prosa monotona e deprimentemente referenziale di Natalia Ginzburg è in realtà in grado d’innescare come poche altre una critica spietata della società italiana; mentre, col linguaggio basico, caotico e subnormale del protagonista di Notizie degli scavi, Franco Lucentini preannuncia l’«oralità del primo Celati e di altri narratori più giovani». Segue una ricognizione formale di Petrolio, in cui Pasolini giunge a teorizzare l’impossibilità della narrazione tradizionale. L’ultimo capitolo, Scrittura e teatro, prende in esame le pièces della Ginzburg, fuori d’ogni letterarietà ma pronte a cogliere «nelle spie dialogiche del parlato usuale la crisi dei rapporti dentro la coppia e tra generazioni», e il teatro di parola antinaturalistico di Edoardo Sanguineti, basato essenzialmente sulla vocalità come «segno fisiologico del corpo». Non un cenno, neppure di volo, ai campioni della narrativa d’oggi, e ciò vorrà pur significare qualcosa. Fermenti  134


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Piccola posta Riccobaldo Isso da Novara: «Perché mai l’editore Bompiani – alias Elisabetta Sgarbi – si ostina a pubblicare Chiara Gamberale? Non solo scrive in maniera ignobile, ma è evidente che ha poco, pochissimo, quasi niente da dire». Antiveduto Giovenco Pozzo de’ Giorgi: «Non crede si sia fatto fin troppo rumore attorno alla rivistina “Braci”, ciclostilata a Roma nei primi anni Ottanta in una cinquantina d’esemplari e letta esclusivamente dagli stessi redattori? Parlo con cognizione di causa, non solo perché possiedo tutt’e 8 (leggasi otto) i numeri, ma perché c’ero, e posso testimoniare che si trattava di un foglietto scribacchiato da un manipolo di ragazzotti foruncolosi e ultraconservatori che non sapevano icché si dicevano, dei quali s’è infatti persa o si perderà ogni memoria». Spatto Smaragdo Ghezzo Gangalandi: «La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano – premio Campiello, premio Strega, campione d’incassi – si apre con una similitudine da stianto: tutti uguali come soldatini: non basterebbe questo per interrompere la lettura? Ma poi: vento che spazzava la cima, Non faceva una grinza, come un sacco di patate, Mamma mia, cheppalle che sei, Okay – disse, voleva soltanto che si levassero da davanti. Gesù!».

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Doppio tarlo Introducendo uno dei libri più rotondamente inutili che ci siano mai capitati tra mano (Matteo Di Gesù, I paralleli. Narratori contemporanei e classici italiani a confronto, Palermo, Edizioni di passaggio, 2009: un’accozzaglia di recensioni speditive redatte nel più atroce giovanilese [«mi sono solo annoiato a morte a sciropparmi ’sto mattone di cinquecento pagine, che alla fine non mi è nemmeno piaciuto»], per giunta intercalate da tavole di sentenze bulgare espresse nei soliti paracqua e soli radiosi, inflitti nientemeno che a Petrarca Manzoni Leopardi; tàcciasi dei «parallelismi», altrettanto funambolici che vani), l’onnipresente Andrea Cortellessa (evidentemente l’unico critico oggi in vita, data la sua smodata attività in ogni distretto della letteratura e dell’editoria nazionali) esordisce con un raffinatissimo: «In genere c’è poco da fare». Si dirà: simulazione del parlato, affabilità comunicativa, scioltezza espressiva, antiletterarietà. Certo, certo. Per noi può anche scrivere «’Un c’è cristi né madonne», come il nostro elettrauto aretino, figuriamoci. Ma il fatto è che, a p. 34, anche il Di Gesù attacca uno dei suoi sproloquî con un bel «C’è poco da fare». Tarlo primo: chi scrive con tale invereconda sciattezza sarà in grado di valutare lingua e stile degli autori? Tarlo secondo: che si stia formando una koiné fra i nostri baldi “critici”?

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L’illuminista illustrato Pedullà costruisce libri da abitare. L’ultimo, Il vecchio che avanza. Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero, edito alla fine del ’9 dalla cooperativa romana Ponte Sisto (la stessa cui il critico calabrese affida la stampa delle due riviste da lui fondate all’inizio del millennio, «L’illuminista» e «Il caffè illustrato»), non tradisce le aspettative: tutto è minuziosamente e sapientemente architettato perché l’ospite possa visitare con ogni conforto stanze logge recessi senza mai accusare la benché minima stanchezza. Via, dunque, le pedantesche note al piede (respingerebbero); bando alle obese referenze bibliografiche (annoierebbero); nessuna pietà per gl’indici analitici (desterebbero sospetti). Ecco, invece, le illustrazioni didascaliche a tinte fumettisticamente sgargianti (l’occhio non vuole forse la sua parte?); le gustose macchie di colore mutuate da uno degli auctores del Nostro, D’Arrigo: «lassotto», «laddentro», «il visto cogli occhi», «il visto cogli occhi della mente»; il sermo usitatus et simplex mescidato di registri incompatibili, dall’aulico all’informale, non escluso il turpiloquiale, perché bisogna rivolgersi al lettore medio con l’affabilità e la naturalezza d’un compagno di strada, e del lettore medio riprodurre lingua e pensiero con artifici mimetici da mortificare il più scafato scrittore espressionista («capi politici che hanno testa ma non hanno coglioni»; «lettori cui non gliene potrebbe fregar di meno delle sorti della letteratura»; «parole deformate da orrore e incazzatura», «Perelà ha fatto vedere come va il mondo. Nel migliore dei casi va a puttane»). Ecco, seducentissime, le inflessioni tra journal intime e affabulazione: Giuseppe Berto aveva letto la mia recensione come una stroncatura del Male oscuro. S’aspettava un consenso più pieno, e invece ci lesse troppe riserve: insomma non bastò il sì a molti episodi che mi erano piaciuti e che mi avevano assai divertito. Sul grande tavolo s’erano accumulati oltre duecento nuovi arrivati, i libri pervenutimi negli ultimi tre mesi. C’era narrativa e poesia italiana e straniera, saggistica di ogni disciplina, classici antichi e moderni, ristampe in edizione economica. Cominci a preoccuparti quando rammenti perché te li hanno mandati: per essere letti, recensiti o premiati. Da quarantotto anni ricomincio ogni ‘nuovo’ anno (settembre, andiamo) come se dovessi aspettarmi chissà cosa dalla lettura di romanzi, poesie e saggi. Perciò quando mi ha chiamato l’infaticabile Bonina e, implacabile mi ha detto: «Si riparte, mentre noi riposavamo sono usciti altri libri», ho sollevato le mie quattro robuste ossa e mi son messo al lavoro.

Ecco esclamazioni ed esortazioni talmente rapinose da infiammare il più secco dei cuori: «Non finiremmo mai di porre quesiti a uno scrittore [Tommaso Landolfi] che si sente sempre minacciato»; «Non si finisce mai di porre domande su questo autore (Elio Vittorini)»; «Non finiremo mai di esaltare il coraggio lungimirante con cui (Vittorini) ha difeso l’autonomia della letteratura»; «sarà una favola accompaFermenti  136


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gnare lo scrittore di Siracusa nel vagabondaggio ariostesco delle Città del mondo»; «Sfogliando il vecchio “Avanti!”, mi vedo venire incontro autori dimenticati cui dovremmo gratitudine per le invenzioni linguistiche, per gli scatti della fantasia, per gli sconfinamenti nei dialetti, per il rifornimento intellettuale nelle scienze fisiche e umane, per le deviazioni dalla norma e per ogni straniamento. Che voglia di capire, quale tensione morale, che tenacia nel respingere la ripetizione!»; «Leggete Soldati e Gadda, ma se dovete scegliere uno solo, ebbene è il secondo il narratore che va sempre messo per primo». Ed ecco, infine, le metafore più accese, condite da sapidi, esilaranti calembour: «Scrittori, attenti al tessuto. Ma non basterà avere stoffa»; «Bianciardi pure nei romanzi ottocenteschi sprizza salute, anche se la sua frase ha spesso la pressione alta»; «L’attuale è una narrativa di buone maniere, ma al mercato vanno forte le brutte. Più che nuove lingue, linguacce»; «Non ci sono più salite, non ci sono scalatori, ci sono solo velocisti. Ciclisti che non reggono la corsa a tappe in cui eccellono gli scalatori, coloro che faticano sulle cime come certi narratori che scrivono in salita una pagina al giorno»; «Non date la colpa alle carie, se non tollerate i romanzi che bevete: non è questione di denti. Chiedetelo piuttosto alle meningi. Sono troppo pigre. Sollecitatele, spremetele. Nel loro caso è salute il dolore, non il torpore». Pur appartenendo, come del resto quasi tutti i libri di Pedullà, all’inviso genere della silloge recensoria, Il vecchio che avanza («potrebbe essere questo papa che spinge indietro il mondo» o «la tendenza ad affidare a persone oltremodo ricche la guida delle nazioni democratiche, come succedeva secoli fa nelle Signorie» o ancora «la vecchia teoria che vuole morta la critica militante») vale assai più della somma dei suoi addendi, non solo perché l’ottimo lavoro revisorio e di raccordo fa sì che nessun individuo risenta della sede giornalistica cui inizialmente destinato, ma perché vi si parla di tutto con eguale émpito e perizia: cultura, politica, religione, sociologia, costume, persino piccola editoria («Aiutiamoli a sopravvivere, diamogli carta bianca! Nel senso che va bene tutto quello che pubblicano? Ebbene no. Nel senso che lo Stato farebbe bene ad aiutarli con leggi che calmierino il prezzo della carta utile a pubblicare libri che spesso sono culturalmente più utili di quelli stampati dai grandi editori»); e poi critica accademica, critica militante, critica della critica, poesia, e soprattutto narrativa, la vera passione di Pedullà: dai futuristi a Sciascia, da Savinio a Campanile, da Landolfi a Vittorini, da Brancati a Fenoglio, da Bianciardi a Berto, a D’Arrigo, a Malerba, a Moravia, a Bonaviri, inclusi tre nomi ignoti al grande pubblico come La Cava, D’Arzo e Strati (sul cui talento il canone troppo lasco del critico scommette forse più del lecito). Siamo insomma al cospetto d’un sontuoso affresco della cultura italiana (non solo dell’ultimo decennio, come vuole il sottotitolo, ma) contemporanea, godibile persino nei luoghi che costringono al dissenso. Ci si chiede, ad esempio, come sia possibile inclinare per il modo anziché per il cosa, «per le miscele linguistiche degli espressionisti, per il fantastico più surreale, per la comicità più assurda e per l’esperimento radicale che trova quello che ancora nessuno ha e sa», e al contempo attenFermenti  137


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tarsi a definire uno scrivente orbo di sostanza ideale e di coscienza linguistica quale Franco Cordelli «un narratore tra i più interessanti, i più assillanti e i più interrogativi da trent’anni in qua». Il fatto è che Pedullà, com’egli stesso scrive di Landolfi, «suscita domande ma non ama dare risposte»: il lettore che volesse toccare con mano la fondatezza di asserti del tipo «Bianciardi possedeva anche un’altra virtù gaddiana: la capacità di deformazione comica del reale dalla quale si ricava conoscenza» o «L’italiano di Moravia nomina come nessuno sa fare le cose» o «il protagonista del Serpente di Malerba […] è personaggio di cui nei decenni è aumentato sempre il valore», resterebbe, come si dice, con l’acquolina in bocca.

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Merveilles Mai e poi mai avremmo creduto di potere un giorno sottoscrivere in pieno e senza la minima esitazione un pensiero di Massimo Onofri: E che altro è la critica se non anche esercizio di responsabilità? Se così non fosse, come faremmo a difenderci da uno come Antonio D’Orrico, tipico eroe dei nostri tempi mediatici, quando, con la consueta e narcisistica spudoratezza, approfittando del fatto di scrivere su un molto diffuso magazine italiano, il supplemento del «Corriere della Sera», afferma che Milena Agus è la più grande scrittrice italiana in circolazione? Come faremmo a difenderci da uno che – lo ha fatto con Andrea Camilleri, Salvatore Niffoi, Andrea Vitali, Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Sandro Veronesi, Gaetano Cappelli e chissà quanti altri ancora – almeno una volta al mese scopre «il più grande scrittore italiano»? Il caso D’Orrico […] rivela, semmai, la verità profonda che si cela in quell’asserto relativo all’eventuale dogmaticità della critica: la trasformazione del critico in mero pubblicitario, che è poi la definizione di D’Orrico data da molti, a cominciare da Goffredo Fofi.9

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Auteurs de chevet L’«Antologia Vieusseux» (n. 43, gennaio-aprile 2009) pubblica gli Atti della Giornata di Studi Per Enrico Pea (Seravezza 1881-Forte dei Marmi 1958) organizzata dal Gabinetto nel 50° anniversario della morte e svoltasi presso la Sala Ferri il 13 novembre 2008. All’opera del grande scrittore espressionista – apprezzato da Puccini, Ungaretti, Pound, Cecchi, Montale, Contini, Calvino, e oggi quasi completamente dimenticato – dedicano saggi di estremo interesse Rosanna Bettarini (che ricostruisce la storia «avventurosa e segmentata» del Romanzo di Moscardino avanzando acute e persuasive proposte filologiche), Massimo Bacigalupo (su Ezra Pound traduttore e lettore di Enrico Pea), Elena Salibra (su Fole, il libro d’esordio, composto ad Alessandria d’Egitto e pubblicato nel 1910 in Italia grazie a Giuseppe   Massimo Onofri, La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo, Roma, Donzelli, 2007, p. 53. 9

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Ungaretti), Catia Giorni (sul tuttora inedito carteggio con Gianfranco Contini) ed Enrico Lorenzetti (sulla storia di Pea prima delle Fole). Gli Editori Riuniti di Roma propongono una nuova edizione del Caravaggio di Roberto Longhi con l’aggiunta – rispetto alla princeps del 1952 e alla riedizione del ’68 a cura di Giovanni Previtali – dei commenti alle illustrazioni e d’una preziosa bibliografia. Si tratta di un capolavoro assoluto non solo della critica d’arte, ma della prosa tout court, in cui l’autore – seguendo passo passo il pittore milanese nel suo continuo girovagare tra Roma, Napoli e la Sicilia, e offrendo da par suo una rappresentazione plastica del personaggio come dell’epoca – ne traduce i quadri in manufatti stilistici, in potenti racconti critici capaci – si badi – di non scostarsi mai d’un ette dalla lettera dell’opera: ciò che distingue nettamente Longhi da tutti gli scrittori in funzione d’altro del Novecento. Si veda, ad esempio, con quale strabiliante efficacia il critico piemontese narri il secondo San Matteo e l’Angelo:

Caravaggio, San Matteo e l’Angelo (1602), Roma, San Luigi dei Francesi

Che il formato della tela dovesse, così, crescere assai più d’altezza che di larghezza, non fu l’ultima ragione che suggerì al Caravaggio di concedere, e per la prima volta, che gli angeli, almeno gli angeli, possano volare. E sia pure che la sua solita dialettica lo stimolasse a immaginarne uno sorretto in aria dallo schiocco dell’enorme accappatoio, quasi a guisa di paracadute. Ma in tal forma, almeno secondo il «decoro» dell’epoca, l’angelo poteva dar le sue spiegazioni ab alto e il santo, non più duro di cervice come nella prima versione, semmai d’orecchio, doveva, per sentir meglio quel che trascrivere nel registro aperto sul tavolo d’architetto, rizzarsi dallo sgabello; poggiandovi un ginocchio però e, ad ogni attacco di frase, prillandolo verso di noi fino a farlo sbandare nel vuoto, oltre il dipinto stesso. Questo forte effetto illusionistico, rinforzato dal punto di vista dal basso, trovò poi un magico accordo sia con l’adozione di un costume aulico, ma immanente, e cioè che indossa bene ogni tempo e quasi non si può datare, sia con l’invenzione di un colore inedito, quasi fluorescente sull’oscurità, e che accozza i due toni, affini e pur distinti, di giallo e arancione che si scorzano dall’alto nella tunica e nel mantello del santo; per questa parte, una rivelazione già rembrandtiana. Nell’insieme, tuttavia, non è da negare che il quadro fa più che una concessione al «decoro» richiesto dai tempi e dal luogo. Il manto ricade in basso con una falda lunga, lanceolata, elegante quasi come, più tardi, nel Mochi; e di nuovo sboccia con eleganza di sèpali attorno alle mani ch’eran già moderne; naturali, «senza disegno», tutte a incisi tonali, a tacche, a tasselli, a cordelle di vene, tra rughe e pelle. In questo innegabile contrasto v’è riflessi dell’ambiente pittorico a quei giorni? Non polemica, come per l’innanzi, ma discussione pacata Fermenti  139


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con Annibale Carracci; nel «maneggio del colore», una comprensione maggiore dei classici veneziani appena giunti da Ferrara. Del resto, un biografo ci avverte ch’egli «usò ogni sforzo per riuscire in questo secondo quadro»; e lo sforzo era palesemente anche di cultura. Non è indiscreto, insomma, ammettere che il Caravaggio voglia qui provarsi in una sua propria «maniera grande», quasi una «classicità» inclusiva al proprio «modo naturale». Ma ciò non era senza pericoli, ché la classicità aveva una storia e una autorità troppo lunghe e fondate.

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Vizionario Voglio vivermi questa vacanza, Non ti ho vissuto come desideravo, Ultimamente ci stiamo vivendo male. Tempi cupi per i verbi godere, trattare, capirsi. Non va certo meglio per il povero punto ammirativo. Ormai tutto è trasformato in quesito: Ma quanto sei bello? Quanto è meraviglioso questo tramonto? Ma quanto è noiosa tua zia? Qualcuno dovrebbe informare Chiara Gamberale che la frase «ti amo scemo»,10 senza una virgola prima del vocativo, significa ‘ti amo così come sei, ossia scemo’. Ed ecco maanchismo ‘buonismo, eccessiva disponibilità e tolleranza, veltronismo’. Attendiamo fiduciosi il momento di nonsolismo, ecompagniabellismo, ecceteraecceterismo, delrestismo… 4 marzo 2010

  Chiara Gamberale, La zona cieca, Milano, Bompiani, 2008, p. 9.

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Gualberto Alvino


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La lingua franca del dialetto di Gualtiero De Santi

Per saldare un debito non del tutto immaginario e teorico nei rispetti della lirica nata nel nostro Meridione, si dovrebbe forse tornare a riflettere su quel tipo di poesia che prova a immaginare e a ripensare l’origine. Una poesia neo-dialettale, e forse post-dialettale, nel senso almeno di un superamento di una tradizione unicamente gergale, ma con la capacità di inanellare – al preciso portato e senso delle singole personalità – ambiti espressivi di maggiore ampiezza (pensiamo ad es. al “tellurico” così come esso si dispone nella teoria e nella pratica analitica di un Oreste Macrí). L’attenzione dovrebbe in tal senso cadere su molteplici aree. Tra queste, fa spicco la Sicilia: in cui, tutt’accanto ad autori conclamati e di avanzata e riveritissima età (Mario Grasso su tutti), si incontra un caso emblematico di genialità punita dalla vita e che la poesia ha in parte scampato a quella terribile damnatio (Salvo Basso) e insieme si ritrovano insediati autori di media generazione (l’ammirato Nino De Vita, il Marco Scalabrino di Canzuna e di Tempo) e insieme vengono profilandosi giovani di belle speranze (l’inquieto e colto Rino Cavasino). Tra i tanti, fa spicco nel suo particolare modo Renato Pennisi: catanese da decenni attivo sia nel romanzo che nella poesia (e in quest’ultimo caso impegnato sul doppio versante della lingua e del dialetto). D’altra parte è il Pennisi stesso a inserirsi e introdurci in una sorta di ideale costellazione: fatta di letture e interscambi, di conoscenze e frequentazioni, di presenze e abbandoni. Nell’Appendice al suo La cumeta (L’Obliquo, Brescia 2009), ricorda come nel cielo di Sicilia, al fianco del suo lirico aquilone, volteggiassero numerosi “benevoli fantasmi”. In primo luogo Salvo Basso, la cui drammatica scomparsa avvenuta nel 2002 ha conferito il giusto slancio e “forse la disperazione necessaria” a volgersi ad un propria peculiare scrittura. Ma poi altri scrittori e poeti, tutti improvvidamente scomparsi: Ettore Iaci, l’amico fedele degli anni di liceo, che non fece in tempo a scrivere il romanzo che aveva in mente ma che per questo scrisse un romanzo bellissimo e puro; l’estroso Antonino Bulla, non per avventura mago poeta e inventore al contempo; Armando Patti; e ancora il più conosciuto (anche per aver avuto accesso ad editori di distribuzione nazionale) Sebastiano Addamo. Nella mente e nell’animo di Pennisi, capire la loro poesia ha avuto il significato di poter anch’egli arrivare alla scrittura di versi. Questo sull’onda di un passaggio sequenziale e logico dal pensiero poetico di Addamo: “c’è na sula manera ppi capiri la puisia, / scriviri puisii” (“c’è un solo modo per comprendere la poesia, / scrivere poesie”). Una constatazione talmente persuasiva agli occhi dei poeti (non per questo del tutto vera), da ritrovarsi rammemorata e menzionata da Franco Loi nella sua Fermenti  141

DIALETTI

DIALET TI

La “puisia pinsata” di Pennisi


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luminosa premessa alla raccolta. Alla rete autoriale su accennata, Loi aggiunge in ogni caso quella dei cantastorie e dei pupari, di quanti insomma cercano indefessamente un qualunque germe di verità. Scrivere poesia è però anche rinvenire le parole acconce. Ricordarsi in primis delle parole medesime, delle parole primarie: il che avviene – o corrisponde – a una dimenticanza di sé. Un vuoto cui la parola poetica sa per l’appunto supplire: “Si parru, si me veni / di diri di scriviri d’accussì / è pirchì mi scurdai cu’ sugnu” (“Se parlo, se ho voglia / di dire, di scrivere così / è perché ho dimenticato chi sono”). Il sentimento, intrufolato ed immesso dentro i rivoli oscuri della coscienza, ritrova le parole pensanti, dunque virtualmente oneste: una “puisia pensata” dalla quale si origina la poesia pura e insomma la poesia tout court. La ripartenza dal grado minimo della percezione – o da una percezione abbassata a un livello terraneo – vale il barthesiano riprendere e ricominciare da zero, dall’origine. “Pigghiu na parola, / na parola di chiddi / ccu tutti li robbi strazzati, / la scotulu, la cumminu, l’abbersu, / la stricu, l’asciucu addumannu lu phon, / la prufumu di Trussardi, / è pronta, / addivintau puisia” (“Afferro una parola / una parola di quelle / con tutti i vestiti strappati, / scrollo la polvere, la vesto, la sistemo / la strofino, l’asciugo accendendo il phon, / la profumo di Trussardi, / è pronta, / è diventata poesia”). Il poeta è un cercatore di parole che si fa necessariamente scopritore di poesia. La sua quête suppone vari gradi: quando di immersione in abissi coscienziali e pulsionali, quando invece di adesione a modalità pratiche, tipo lo spolverio dei libri oppure correre per Catania in Vespa 50 Special. Essa altrettanto prevede un momento normativo e per così dire di riflessione (con un riflesso del pensiero della parola che insorge dal profondo nelle linee di un dover essere che un pensiero che si voglia poetante sa di poter organizzare). In attesa che la parola-carta o pagina, o meglio la parola-cumeta, inizi a prendere quota nel suo volo espressivo. L’immediatezza la più naturale, legata per molteplici rivoli alla esistenza collettiva delle persone e altrettanto a un respiro della terra, si lascia come affiancare da cadenze d’ascolto che richiedono il premio della cultura. Se la natura non si lascia imparare, la conoscenza della poesia deve invece essere compitata e industriata e infine venire appresa; allo scopo appunto di ritrovarsi infine scritta. Poesia, sei lì per essere imparata, annotava visionariamente Paolo Volponi. In questo modo, aprendosi, allargandosi alla vita, essa partorisce ulteriori poesie, e poi altre ancora, e via di seguito: “na nota appisa / nta nu spartitu / cerca n’autra nota, curri, / voli la so amanti, / sta terra giarna / di serpi e basilischi / ama n’autra terra / di fumu e ciminii” (“una nota appesa / sullo spartito / cerca un’altra nota, corre, / vuole la sua amante, / questa terra gialla / di serpenti e basilischi / ama un’altra terra / di fumo e ciminiere”).Quella nota equivale al verso nel cui seno ci si ricoveri e ci si disponga. È la parola-cosa, oppure la parola-pane; è la chiave arrugginita che le dita tormentano, in un’aria immobile e dura; è la ninna nanna che viene intonata alle vittime Fermenti  142


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bambine, oppure un silenzio bianco che giunge da lontano a penetrare i corpi. Ed è anche la parola gettata su nell’aria in direzione del sole – da cui giunge l’immagine dell’aquilone. È insomma la “cumeta”, che s’innalza e s’affida al vento, ma che non è mai dimentica del buio, della concretezza e dolorosità dell’immanente. Il fatto è che senza il richiamo alla propria vita (il se stesso bambino, il parentado, la cerchia degli amici) non esisterebbe la poesia di Renato Pennisi. Ciò anche perché la finalità obiettiva dei suoi testi coincide con una finalità soggettiva: perché la bellezza espressiva trova alimento nella materia, nella terra, nell’origine. Infine, per dirla con la concettualità kantiana, la finalità formale (e dunque dialettale, linguistica) di questi testi pennisiani è tale perché appunto finalità soggettiva, deprivata cioè di un contenuto finale che non coincida appieno con la sua libertà. Forse è in questo senso che è da leggere ed è da capire la metafora della “cumeta”. Gualtiero De Santi

Le ombre di Pedrelli Quando Sante Pedrelli prese la decisione, nel 1993, di pubblicare il suo primo libro di liriche, il cammino della poesia neo-volgare romagnola era altrettanto avanzato che quello della sua vita. Pedrelli è del 1924, nato a Montilgallo nelle terre del comune di Longiano, che è anche la patria di Tito Balestra, e sta tra Sant’Arcangelo e Cesena. In quegli anni un’esperienza on the road ad oltranza – quasi un rimettersi in causa, appunto interminatamente e senza le vecchie garanzie e consolazioni - spingeva la poesia di alcuni autori in età e di altri all’opposto giovani o di media generazione, verso un ignoto che si tinteggiava dei segni della disillusione e di un meticciato che non designavano tuttavia un limite, ma bensì un senso di rinnovamento. Occorreva certo stare in sintonia con il nuovo che era andato crescendo all’intorno. La perdita di speranza nel potere salvifico della poesia, nella sua capacità di incidere sul reale, faceva tutt’uno, sul piano propriamente espressivo, con la perdita dell’oggetto desiderato attraverso la poesia stessa: un oggetto, o spazio tematico, da identificare con un grembo paesano e contadino ancora vagheggiato (o almeno evocato) ma insieme con lo smarrimento del presente (o se si preferisce con l’inconsistenza dell’esistere in esso). La scrittura lirica di Sante Pedrelli naturalmente muove da assai più lontano di quel 1993 (allorquando venne recato a stampa L’udòur de vent con l’avallo critico di Cesare Vivaldi). I primi versi leggibili e compulsabili su carta stampata erano comparsi nel 1971 ne “Il lettore di provincia”, propiziati e in qualche modo veicolati da uno studioso benemerito, Renato Turci, che della rivista su citata era tra l’altro direttore e che del secondo Pedrelli della poesia neo-volgare romagnola (l’altro è naturalmente Cino) fu amico fraterno. Con alcuni versi di Turci, anticipati nella pagina a fronte da una traduzione in dialetto approntata dal nostro autore, si chiude A gli’ ómbri (volto in italiano con Le ombre), la quinta e più recente raccolta del nostro poeta, edita nell’avvio della passata estate 2009 da un raffinatissimo stampatore di Fermenti  143


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Villa Verucchio, Pier Giorgio Pazzini, in una sua collana che guarda caso si intitola “Parole nell’ombra”. “In un silenzio senza tempo / ogni cosa diventa tranquilla / siamo leggeri e fluttuanti / come le nuvole”. Si tratta della strofa introduttiva di Lievitando. Che Pedrelli rende nel modo che segue: “Int un zétt du ch’u n’ esést e’ temp / e tot inquèl u s’è pasè, / a sèm alzir e balaròin / cumè dal nóvli.” (L’alvèda). L’omaggio al critico e al poeta che ha avuto tra l’altro il merito di introdurre Pedrelli all’universo della letteratura appare in linea con il tono più diffuso della raccolta. Essere lievi e altalenare al modo delle nuvole, se lo si rovesci in un sogno in lontananza, è un po’ l’uguale di un’esposizione a una luce nera. Ciò indirizzandosi e orientandosi alla volta del domani ma in una condizione e situazione umbratile, come recita una lirica: “Un sòul ch’un n’un putòiva piò: / -A s’avdirèm armai, s’a i sèm. - / Ti grépp e’ vent e’ smóv agli ómbri.”, Ómbri (“Un sole che non reggeva più: / - Ci vedremo domani, se siamo vivi. - / Nei greppi il vento muove le ombre.”, Ombre). Il sublime del microcosmo nativo e del più esteso mondo naturale si scontra con un’impermanenza degli eventi terreni e anche della vicenda storica, ma è come sospinto a fare i conti, se non propriamente con il vissuto, con una sorta di esistenziale biologico. Nella evanescenza di contristanti nubi di fumosa oscurità, dove si era sbriciolata e quasi nullificata la materia della storia maggiore, sta per affievolirsi anche la vita. Contro quel fondale si colloca il dialogo ora malinconico ora ironico di Pedrelli, consegnandoci l’immagine di una ricerca – prima esistenziale poi poetica – che sta in bilico tra il tutto e il niente, tra il confermarsi della fiducia e di una confidenza con l’umano e il riscontro di una crisi che diviene via via sempre più immateriale e acre. Il rifugio che consente l’espressione e dove ci si può installare è una stazione della memoria e del luogo. L’immateriale della poesia fa ritorno alle proprie origini e si osserva in solitudine, interrogandosi sulla deperibilità e transitorietà delle cose; ma sa costringere le riflessioni in spezzoni lucenti, nitidi e concisi, rassembranti volta per volta epigrammi, invettive, consuntivi e transiti metaforici anche in conformità alla ben nota tradizione balestriana che Pedrelli ha saputo far propria. Il travestimento del sole che non regge più, immagine su cui richiama l’attenzione anche Davide Argnani nella intelligente ma anche affettuosa prefazione che introduce la raccolta, si direbbe il punto nodale dello sguardo complesso di Pedrelli: rivolto sì all’indietro, ma poi direzionato anche sul futuro. Un commistione di dentro e di fuori, di dolori noie e consolazioni, di ritrovamenti e affronti inospitali. Vere e proprie “locazioni” rapprese nella misura di pochi versi: due, tre, cinque, sei. Schegge sapienziali e altrettanto diaristiche, secondo la duplicità o il complesso binario della poesia di un autore che, guardandosi in profondo con ansia e anche ossessione, tocca per ciò stesso numerose corde espressive. Quella misura breve va a incrociare grappoli di pensieri, poi sfuma suggestivamente in macchie cromatiche e paesaggistiche con l’occhio della mente che si Fermenti  144


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guarda nell’intimo ma che sfida anche l’ignoto che attende. Come se Sante Pedrelli sapesse rivestire con parole un sentire interiore e subito proiettasse quelle parole sul manto esteriore delle cose . La situazione intima evoca insomma una condizione generale del tempo e della società. Ecco La furtòna: “Nasóu sòta Muslòin / l’è mort sa Berlusconi, / lóu sé ch’l’avóu de cóul” (La fortuna: “Nato sotto Mussolini / è morto con Berlusconi, / lui sì che ha avuto culo”). Ecco Statéstica: “Piò d’un miglièrd i purétt e, int un an, / otzent e trent’òun méla i murt ad fèna: / pr’incù la povesì la s’va a fè fòtt” (Statistica: “Più di un miliardo i poveri e, in un anno, / ottocento e trent’un mila i morti di fame: / per oggi la poesia va a farsi fottere”), oppure E’ Giubileo dedicata a Giordano Bruno: “A i ò ‘spitè l’An Sènt / sòta la stètua nira, // duvò ch’i t’à lighé / duvò ch’i t’à dè fugh: // mo quand ch’i t’s-ciói, fratazz, / i sgnóur de Giubileo?”, e cioè : “Ho aspettato l’Anno Santo / sotto la statua nera, // dove t’hanno legato / dove t’hanno dato fuoco: / ma quando ti sciolgono, frataccio, / i signori del Giubileo?” (Il Giubileo). Alla fine l’epigramma appare porsi per la misura stessa della vita: è l’espressione di un disordine e di un vuoto che ingenera per contrappeso l’ironia, il motto amarodolce, la linea stringente di un verso che icasticamente si stringe nel tocco e battito di una frase. In chèv, alias Alla fine: “Un epigrama t’ci, véita futóuda, / e in chév u i chésca sompra la batóunda” (“Un epigramma sei, vita fottuta, / e alla fine ci casca sempre la battuta”). Lo stato d’animo di Pedrelli è indubitabilmente dominato da un ignoto che richiama un futuro al di là della vita. Una linea triste e assorta che per restare alla Romagna avevamo conosciuto nell’ultimo Fellini (a partire almeno da Ginger e Fred) e poi, per stare nell’ambito della poesia, in un Gianni Fucci. Una vena malinconiosa e ombrata che irride all’ottimismo, specie in quello spacciato a suon di soldi nella pubblicità (evidente il richiamo a Tonino Guerra), ma che nullameno rivendica una materialità e piena vigenza della vita e le regole morali che l’hanno sostenuta. Sucialésta: “A m’ sò cardóu / che sucialésta / e’ vlòiva déi / no dvinta un sgnòur: / a i l’ò pu fata” (Socialista: “Credevo / che socialista / volesse dire / non diventare un signore: / ci sono pure riuscito”). Questa capacità o possibilità di equilibrio – di sguardo dialettico – viene tradotta concretamente dalla lingua che Pedrelli utilizza. Una lingua pura, come ci fa osservare Davide Argnani: “sangue dell’uomo e delle sue origini. È fatto così e basta. Schietto, inalterato, aspro e robusto come le pietre aguzze di Montilgallo […] una Lingua fra terra e mare, fra collina e pianura, fra paese e città, mito e realtà della sua terra”. In fatto è la distanza dalla Romagna – un distacco impostosi per ragioni di lavoro, d’altronde necessario anche al Pedrelli poeta, che aveva bisogno di decantare la propria materia – che fissa l’unicità e in qualche misura l’epicità di questa lingua. Per suo conto Sante Pedrelli si dice convinto (lo scrive in una nota in appendice ai testi della raccolta, Il mio dialetto) che quelle parole e quelle espressioni ricorFermenti  145


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renti nelle poesie appartengano a un linguaggio passato e oggi sconosciuto ai più, di stampo prevalentemente contadino; chiuso e avvitato in sé, quantunque interagente con le contigue e a volte collimanti enclavi dialettali (prova ne sarebbe nei suoi versi quella singolare fioritura di dittonghi, che apparenta immediatamente al dialetto santarcangiolese). Un dialetto infine periferico e rurale, ben diverso da quello per certi aspetti più cittadino dei paesini e insomma dei nuclei abitativi più fittamente popolati. Pedrelli porta un esempio: se in paese per dire oggi si diceva òz, fissato sul lemma corrispondente italiano, nelle zone della campagna e dei luoghi più sperduti si adoperava incù (“io da buon rurale dico incù”). E tuttavia, un dialetto usato – data la distanza geografica, e data ancora la sua caduta nelle abitudini e esperienze linguistiche dei parlanti d’oggi – unicamente nelle funzioni di una lingua specificamente poetica. Un mezzo che consente il rinvenimento delle cose passate, quella loro essenziale traslazione dallo spazio della memoria a quello della pagina (il nonno che da buon mattiniero porta la sveglia ai più piccoli, la stanza calda con letto, comodino e abatjour; i rumori di un temporale d’antan, “Ac batibói tra limp e tóun”, che fracasso che c’era tra lampi e tuoni!). Ma un mezzo che è anche l’oggetto per così dire di se stesso: faglia materiata di suoni, tessuta e intramata con parole dure, ricca di termini sfaccettati e maculati. I meccanismi di una nuova visione di ciò che è invisibile (nuova dopo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza) sono appaiati al riascolto di qualcosa che parrebbe non essere davvero più dicibile. È appena dissodato quel terreno, che lo scarto di senso che vi si determina offre spazio alle emozioni e al ricordo, nullameno trattenuto nello specchio dell’oggi. Così, dopo la sveglia del nonno accorre e si incista dentro i versi un quadretto del camposanto; e dopo i timori del temporale compaiono le varie cartoline del presente, schizzate con tratti rapidi e ben acquerellate: umettate dal riverbero di luci e ombre, colorate e spruzzate di macchie. Il fatto è che accanto alle suggestioni vocali, insorgono dentro l’episcopio della poesia vere e proprie immagini pittoriche. La voce sta in Pedrelli in sintonia col colore, al modo in cui le figurazioni del passato sembrano il rovescio lucente dell’oggi. Né mancano neppure le figure e i raffronti sorprendenti, ma è singolare il medaglioncino con il giovane saltatore di Paestum, immediatamente indiziato come il sé di un tempo, “cum a m’piasòiva l’aqua i péss al dòni…”, così com’era bello far l’amore di nascosto in un bosco, “in pì t’un bósch”. Ugualmente tipica in una poesia neo-volgare di ambientazione campagnola quella ricorrenza di scorci paesaggistici. “E’ mi casètt l’è aquè tra al fraschi / d’anusèla saibadga r marugòun”, la mia casa è qui nascosta tra le frasche di noce selvatica e robinia (E’ tramòunt, il Tramonto). Ma la particolare visività si addensa in tratti brevi e occasionalmente in piccoli scorci e nature morte: “E’ vòin e’ ténz la tvaia / e’ fóm l’inziga stèli e mascri” (E’ carnuvèl); la “màina d’ròss / dri me scóur dla culòina” (E’ ritrát ). Una linea, questa, che va a impennarsi nella sezione dedicata ad Alberto Sughi, Fermenti  146


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che forse non incidentalmente si chiama E’ lóm, la luce, in contrappunto e controtendenza rispetto alle ombre del titolo. E tuttavia, a smentire una possibile previsione legata al nome del famoso pittore, quella sezione non si presenta nella forma di una traslazione o commento dei quadri sughiani. Ma è invece anch’essa una zona di passaggio, limbo di transizione dalla luce alle ombre, dalla vita al suo decadere e venire meno. Ma a questo punto il tono si fa più colloquiale e meno acceso, meno polemico, non impennato nella verve amara e epigrammatica ma invece incline a una dimensione intima. L’explicit del libro, con la poesia di Renato Turci resa da Sante Pedrelli in dialetto, nel suo dialetto di Montilgallo, trasporta le cose nel lucore di una materia che si è ormai disciolta nell’aria, in quel qualcosa che non possiamo vedere ma che esiste, allo stesso modo in cui esiste la poesia (questo John Keats). Così infatti in L’alvèda: “Into un zètt du ch’u n’ esést e’ temp / e tot inquèl u s’è pasé, / a sèm alzir e balaròin / cumè dal nóvli” (e in Lievitando di Turci: “In un silenzio senza tempo / ogni cosa diventata tranquilla / siamo leggeri e fluttuanti / come le nuvole”). Gualtiero De Santi

Eduardo Palumbo, La luna si rinnova, 2009, cm. 36x25

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di Mario Lunetta

Ancora dubita, qualcuno, di trovarsi tra chien et loup, come dicono i francesi: insomma, tra il lusco e il brusco, con qualche fievole lucore che aiuti a tenere in piedi questa vita malferma, nella stretta melliflua delle tenebre. Dubbio a dir poco insensato – ché difatti, mi pare, cani e lupi sono scomparsi da tempo, non ne sopravvivono che imitazioni decisamente squallide, taroccate, da revenants a due zampe che si gloriano dei loro antenati che ne avevano quattro e sapevano mordere, perfino, quando ce ne fosse bisogno. Era la corsa dei sacchi, allora: al tempo delle voci riconoscibili, diciamo, prima del sonoro, prima della menzogna universale, della fandonia planetaria. Prima degli effetti speciali. Prima di Facebook. Questi cartoni animati che si fingono uomini approfittando del pallore lucìvago delle luci di posizione, sono perfino incapaci di posizionarsi, ormai, fra il tramonto e il crepuscolo: hanno la consistenza di immagini da cartellone pubblicitario – e noi, bipedi con la coda, ci disponiamo (proprio tra chien et loup) a morderci le mani e l’anima, qui nel lunapark, nel magazzino dei monatti, facendo mente locale – come si dice da dicembre ad aprile, urlando come lupi depressi, chiarendo tutto ciò che si può chiarire, in questo luogo dove tutto è periferia, e manca un centro su cui fondare un progetto, o una fine. 14 febbraio 09

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Mario Lunetta

POESIA

POESIA

Tra cane e lupo


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Alter ego Mi dico: ma poi – lo dico veramente a me stesso in persona visitangibile o semplicemente qualche ombra benefica e maligna lo sussurra su una cresta d’aria sporca ridendo all’impazzata, che ormai, sì, sì e ancora sì, tutti gli attracchi di un altro Embarquement pour Cythère sono fuori uso, e i grandi spazi dell’attesa accorciati che neanche i tempi di un martello pneumatico, per dire: e tutto sfuma in un gioco robotico sotto un cielo di ferro e l’ultimo lembo di mare è solo una distesa di latta rugginosa qui sotto queste mani maldestre di fabbro jongleur qui dentro la baia discaricata in palude verminosa nel crepuscolo che ghigna, nell’alba che fa le fusa ed è una gatta gravida di cefali o di topi, malandrina. Vedevo come non vedere niente, si andava alla sventura col garand e le giberne vuote, da due giorni il furiere serviva uova sode illividite, cadaveriche: il gioco incazzato fu quello dell’ammutinamento, e lui fu trasferito non ricordo dove: probabilmente in un altro posto di merda – sapete, questa mente che mi ritrovo (e non mi trova più) sempre più spesso vacilla e se ne va col suo bastone da cieco verso un’altra felicità, più nuova più stolta di tutte quelle provate finora – nel mio corpo reale nella mia immaginazione fatta di memorie e proiezione scaciata di vecchi film foto cartoline desolati oggetti d’affezione. Non mi si porti rancore, io faccio onestamente il mio mestiere di assassino delle lingue e delle scritture, e non sono neppure a libro paga di nessuno e di niente, figurarsi.

Fermenti  149


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Questa mia bella età a questa mia bella età che è proprio roba da vecchi, o da vecchie talpe / e il futuro s’è fatto corto e col fiato grosso / sempre e sempre più viene da chiedersi / se la miscela di mondo bevuta da giovane era meglio o peggio / di quella totalmente adulterata / che sorseggiamo ora controvoglia / a contraggenio - contro, insomma: senza remissione. oh beh, questi pensieri profondi, allora, questa chiamata al confronto / potrebbero concludersi con un sì o un no / e in tutta franchezza non sarebbe comunque una risposta / ma solo una dilazione. mi chiedete perché – e questa è finalmente una risposta: ma via, per la semplice ragione che la terra e la vita / concepite e organizzate nel modo che sappiamo / somari ciechi alla fune della macina / sono sempre – invariabilmente pare, pur con tutte le ovvie diversità / il solito covo di topi famelici / e guardare indietro non ha senso, è davvero pura vanità / puro spreco di questo rimasuglio di tempo / che sembra una coda di lucertola / in fuga sotto un macigno / poca sabbia ormai nella clessidra / – e tuttavia l’uomo che sono o che sono stato / ancora sorride senza sorriso / di sé e di tutto / a questa bella età che è proprio / roba da vecchi, o da vecchie talpe / e il futuro s’è fatto ancora più corto di poco fa, in exitu / ed è comunque tutta salute, giuro. 4 dicembre 2008 Mario Lunetta

Fermenti  150


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Soglia di attese di Domenico Cara

POESIA

POESIA

La vita non è altro che un’estesa perdita di chi si ama. Victor Hugo

Speculari insidie di un’orbita 1 In gara con i trapassi, l’estinguersi sospeso delle sere cede al mio sonno, a labili o ciechi intervalli; trovo malati i movimenti gonfi, le pieghe e l’intelligenza dell’immaginarsi 2 In uno scorcio di luce, afferra ritmi e linee spezzati, segue un lampo che aspetta tuoni nel temporale in cui si affonda; tu sai già che nelle mie notti s’invecchia e l’illecito calcolo diventa la serie di attimi scaduti, queruli, dolenti insiemi di deviante civiltà 3 Emerge tuttavia dalla dolcezza un’esigua pietà di pause, un premuroso allarme, da un Sud di torvi incroci, sensi sdruccioli, fierezze Invento sapori appetitosi per dimenticare il veleno già immane, lo sguardo malfermo 4 Stupefatta mia attesa, la carne spinge palpiti nel suo residuo coraggio a strade che aprono all’amore: primo lume del sonno; nella medesima reticenza il cuore fronteggia dogmi del sangue, incanti, indecisioni Fermenti  151


da "Fermenti" n. 235 (2010)

5 Eravamo (più che vibrazione) risposta al silenzio, voci di un improvviso, quella svolta sudata senza verbo, né passioni tra eccetera spersi Ha molta durezza l’esclamazione, è – in buona parte- debole civetta la serie di lunazioni che difende il principio del soffrire, tutt’altro che indulgente o incauto abbaglio 6 Dalla mia pelle (e dal pensiero) il malessere insorge come caso mutevole (o cospira?) Ed è per i gatti il cibo degli scarti, freddo, untuoso, in un piacere abbandonato e molle L’aria di questa estate ha sede ovunque nella sua insonnia vegetale, quasi stizzosa 7 Piuttosto ha adottato un corpo asmatico l’etica nei castelli d’illusione, tagli e gesti estirpati alla maniera emozionale che brucia Nel medesimo quadro, l’anestesia spegne cielo e ossa, gl’insetti alla prima uscita nella solitudine dell’aria: baratro, incendiata età! 8 Mia ossessione, provocazione sincera o via di uscita del Vuoto, da più agguati e insidie Indubbiamente avevo voglia di urlare appena la salute ha smarrito il suo rischio nel contagio 9 Perdere la concretezza in un’atroce o irsuta astrazione, è acuto gioco: parole, motti, esitazioni, ilarità fugaci, salvezza –limite senza le cerimonie, auditivo tormento, vis? Fermenti  152


da "Fermenti" n. 235 (2010)

10 Così diverso il campo paludoso, seguendo civili disponibilità; il brillìo di azzurre ghiaie affascina l’acquitrino, ma non fa progressi Logora le identità e l’acquisizione ritrova percezioni in ciò che elimina il desiderio 11 In opposizione alla vittima colpita, ecco un dormire liberatorio, uno strazio arreso, non improprio. Istantaneamente si fa scena ogni movimento, fra intrepidi rumori o suoni, a data imprevista le ore battono anche qui

Cose che guardano la luce (sei alghe)

1 L’esatta qualità dell’essere è Cosa se notata dal suo peso ridotto, lembi compresi la morbidezza, lo stagno dolce di un’ironia tranquilla: secolo vizzo, indagato e minuzioso, in corso, tra morti sempre in cerca di serena duplicità 2 Le frustrazioni, oh grilli, inseguono i vostri profili di cenere, nell’iter dei fatti ovvi, poi raccontati per irte trame, significazioni assorte a volte deflagrano come protagoniste, insieme a tic –tac verbali, asfittici, anzi, si sfaldano in esili corruptio Fermenti  153


da "Fermenti" n. 235 (2010)

3 Fraintende con disprezzo res e uva, e quindi spunta la vergogna, quando anche un errore si fa filtro illecito del sapere e no; in espiabile rettifica l’umidità degli sguardi, l’ascolto incerto, sono la timida sorte, priva di energie 4 Si cerca Dio in tanti Altrove confusi, non scovati da fede, come scomparso, o nei vari “chi l’ha visto” serali, ma la Sua eternità è in ogni posto: nella materia senza epoca, né solo io 5 In libertà estenuante cerca aree frugali, e in tutte le recondite esperienze, allontanate le questioni, e forse cede una pena al conflitto delle attese, tentando una propria uscita, un adatto disporsi a nuda mobilità di parvenze 6 Le evocazioni alla fine stancano tutti, perché si ribella la memoria alle citazioni del passato, di cui ognuno non è più ospite, trafitto qua e là da arse curvature, da trucchi mormorati, graffi Decisamente portarsi avanti, nel Dopo che esce da sommesso De profundis delle nostalgie, riassumendo risvegli di cose che interrogano il viso, la luce

Fermenti  154


da "Fermenti" n. 235 (2010)

L’immagine d’amore 1 Con tutta tenerezza cerca un solco l’amore, e insieme il vincolo, l’errore più ignoto al suo fluire mortale, la lunga vita come un terso segno che si rinnova o si ripete come sete nel soave (ed ossessivo) lucido gioco mentale, giustificando l’incerto idillio con un sorriso –piuma dell’atmosfera E, quindi, suppone interi spazi di fate, danze velate di illusione, ipotesi che durano istanti assai scomposti, e senza perderli d’occhio Muove i passi di un adattarsi il miao personale, ricomincia lentissimo un assalto, anzi ondeggia, straripa negli sprint d’autunno, dove anche il giallo della parodia prevale senza note 2 Più in là i passeri beccano pigri vermi, mai sazi, dilatando materia ed umore, dentro cui vivono verità naturali, zolle sconvolte: in parte un disordine insospettabile; di là

si aspetta che il mistero (o volo naturale) diventi più fedele a se stesso, almeno per le carte su cui in tanti tracciano un calendario di eventi, quadri d’informazione quotidiana, e come attraversare correnti diradate, e in piena alluvionale, rive medie, estuari d’acqua, a novembre, quando sul velluto dei fanghi ritrova l’imperfetto Dentro codesta ansia, qualcuno intanto scopre amuleti dimenticati: l’antico muro ripudiato fissa la storia, il fuoco… Domenico Cara Fermenti  155


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Poesie di Gualberto Alvino

dalla camionabile lumen de lumine sta’ lontano da me l’istante precipitoso in cui qualcosa fu per accadere se appena guardi esplode screanzatezze come ad es. spurcidum lenonem incestuosum senem Gualberto Alvino impurum hominem turpiloquum maledicum prima di passare all’ultima lima occorre sùbito precisare che la faccenda è squisitamente autobiografica v’è d’altronde un buon numero d’esempî incontestabili velox planus tardus trispondaicus ciò vorrà significare io temo che c’è sempre una componente casuale nessuna poesia piana ad intendere non più che un valloncello ameno può dirsi veramente poesia arrovellii a detrimento del puro impulso Dante war ein grosser Mystificator tutto l’agro parmense nella narice del bimbo stato a bàlia d’un nobile cossanese non sine quare

Fermenti  156

POESIA

POESIA

Prova a rovesciare il criterio


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Kriminalroman A Federico Sanguineti

sono un pazzo ad amarlo devi riconoscere fuor d’ogni bilancio e previsione che tale assorbimento getta bagliori crudi cumuli ovunque di tal quale mostra corde la pagina cibreo di citazioni ma ben leggibili in trasparenza il massimo che so fare incalza straripa arricchendosi di tutt’i possibili adornamenti nel sonetto le quartine sono i piedi della fronte le terzine le volte della sirma non è sprovvista d’ogni insegnamento senza soverchio divario semantico morsura metaforicissima Tucca e Vario briaca bestialità nel settantadue incrociai mio padre in una via di Londra mi vide lo vidi si girò mi voltai faceva tragedie con lapis lordi di colla da marangone qual era digiuno d’ogni metodo mediocremente cólto il tuo brilla invece in laborinti l’insegno a scuola in te dormiva come un fibroma un cheval de race chi ha pane non quid fecit tibi? un’imbricazione più serrata prevalentemente verbale risoluzione in conoscenza quasi puramente contemplativo hic leones ancoraggio dei mimi sapientissimi l’Assisiate esta prima vida essige novo scrutinio ma davvero non si vede come armata terracotta un’innovazione rilevante aggiogati come bufali ai carri Fermenti  157


da "Fermenti" n. 235 (2010)

co’ moduli di Cimabue l’usuale manomissione delle scuole evoluzione da uno stadio ad altro successivo limitata entro stabili confini l’amerei come fosse mio

Granlombarda dove le tenebrose tempeste trapuntate lucidissime gemme nostra casa notte o buia terra si dischiude all’inceder del ghepardo facce senza sorriso saziano con ogni dono nulla d’irregolare nessun turbamento nelle folgoranti forme dell’atto l’apparenza buona della vita ma il vento a folate su pietrame grigio da taglio svestirsi con accesa la luce in una certa sera Gualberto Alvino

Ricordo di Mario Verdone. Un altro amico ci ha lasciato.

Fermenti  158


da "Fermenti" n. 235 (2010)

da Vigilia di sorpasso (2009-2010)

1. ultimo cuore contare i morti le giacche appese degli operai esclusi dalle spade degli angeli. in preda alle reclusioni delle gemme fiacca il mattino in un rondinino morto. le vedove mendaci della tara dileggiano sul peso di morire. nessuna giara ti darà più l’olio per rendere felici i manicaretti da porre sulle tombe. in faccia al muro elettrico del sale venga l’attrice che finga di morire così per verdetto di ristoro.

POESIA

POESIA

di Marina Pizzi

Marina Pizzi

2. la neve sporca si fa d’occaso una spendacciona ciocca di fratello per rendere la vita un poco sazia nonostante il criterio dello spettacolo morente. tu mi sei amico per alamari e ciocche quelle sciocchezze innocue che fan fratello il morente ingenuo fatto della vita. questo scompiglio d’epica la sorte chiama la resina dell’eclisse illuminato bavero partigiano. così domenica incontrerò nell’inguine la giara dell’alunno conservato stante il criterio della luna piena. 3. in penitenza sulla riva dell’ultimo ruscelletto non ingoiato del caos. è perno ancora il musico ribelle padre di sé per un ricciolo di mora. in penitenza sulla costa del furto s’impari il panorama di chi perde Fermenti  159


da "Fermenti" n. 235 (2010)

al gioco o al simbolo di credere seppure evanescente il tuo bel viso. in mano alla cipolla che fa piangere il gerundio dell’escluso il sorso breve contro un’arsura somma. e invece piange il padre della sposa astemio sulla cenere del volatile. in tanto mare spadroneggia l’orco del cimelio di voltarsi indietro indietro senza tramutarsi anzi invecchiando con la stazza ossea. 4. nel ghiaccio cocciuto ho visto la costanza della stanza del vedovo. tutto come prima anche se l’uovo non viene più cucinato bene. la maretta del dolore è solo un remo in meno. qui i cadavere accatastati si immaginano. la gavetta del sonno marcio fa malati i superstiti. in gola le miriadi degli scempi prosperano le girandole di fango. le mie fiaccole sono il tornaconto del fato. nulla si adempie per tenerezza. l’angelo elementare gioca al ciclope dimentica la protezione di essere chiamato. in mano a una rondine parlante la cimasa si fa castello ampio per entrambi. 5. si gira il passo per cambiare vita ma è solo un vuoto che rattoppa un altro vuoto, bisbiglio disperato sotto la cimasa del ciglio che piange. in casa un almanacco rende pigro perfino il monaco delle messe la rivoltella pronta contro il sudario. bello poter trovare un libro ad uso di onestà elettrica. la noia respinta dal giro della carica di ridere la filastrocca e il cosmo come fazzoletti. qui si accatta la nenia del verdetto l’ultima catastrofe appesa alla soffitta. Fermenti  160


da "Fermenti" n. 235 (2010)

6. in coda alla partecipazione del divieto la galera ronfava presa dall’attesa. l’orto botanico non riusciva proprio a consolare nessuno. il muro alto della prigione concludeva la giornata. le monetine lanciate sul presepe non invalidavano niente. si restava cretini come l’eremita sacrestano. le stimmate erano di un pendolare ultradolorante. in mano al calendario non accadeva che la cancellazione il diverbio di cercare il giorno da biffare. dette da un miliardario le parole buone fanno ridere lasciano sgomento il patrimonio ben serrato. il tema dell’addio è solo un motto che non arriva mai al momento giusto. stare in attesa di te è solo un bavero slavato dal sudore della nuca. ora mi chiedo la ruggine e il complotto dove andranno a divulgarsi. volta addolorata la tempia dell’ultimo della classe un po’ sordo. 7. donna d’amore dar di remo il mondo conoscerlo sotto il peso della ruggine. gioielli lacrimosi questi laghetti sparpagliati nel giro delle fosse. unguenti lacrimevoli caviglie questo spostarsi in acqua per guardare se finalmente terra è la memoria. in mano alla raucedine del disco sto col condono al collo per poter vivere da finanziere finalmente. nulla si inventa in questo acuto fato uncinato nel brevetto. tu domani uscirai di galera per sistemare le violette di stagione lungo l’argine del palato aperto del neonato in petalo. in coda una nenia paesana spartirà la lezione della calma. Marina Pizzi

Fermenti  161


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Centone

Ma dovrei proprio caricare come una trappola i miei versi? se allineo parole suggestive (i dizionari ne traboccano) senza legami di pensiero o butto giù un qualche folle “stream of consciousness” o inserisco qualcosa di luridamente scandaloso come la frase udita in una ruga di Venessia o di Ciozza “mi ciavarìa la Madona a culumbrina mentre la varda el Cristo in croze” farò per questo opera degna d’ammirazione?

POESIA

POESIA

di Ariodante Marianni

A. Marianni, primo a sinistra, con G. Ungaretti e altri

Ho preso appunti in treno o camminando, da ragazzo e da adulto, sempre aspettando il tempo giusto e l’agio per ordinarli in un disegno che avesse qualche senso, ne ho conservato parte in questa vana attesa. Ora che il tempo sta per scadere, che dovrei farne? Ho deciso: li ammucchio tutti qua in questo bel centone e chi vorrà verrà a cercarseli qua. (Oggi 21 ottobre 2006, a Borgo Ticino, nel mio inoltrato ottantacinquesimo anno, comincio a raccogliere in questo centone appunti vecchi alcuni di non so più quanti anni; li raccolgo come mi vengono alle mani da cinque cassetti dove si trovano stipati senza ordine alcuno, con la segreta speranza che qualche tratto possa invogliarmi a lavorarci su e a trarne qualche testo accettabile. Con le dovute e divertite ironie e serietà su tutta l’operazione) Fermenti  162


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Grande albero, prego la tua anima, limpida linfa la pelle rugosa le dita ossute grande cipresso del Tassili-n-Ajjer solo in mezzo alle rocce del deserto dove attingono l’acqua le tue radici? La pittura rupestre – i Thang

Bisognerebbe andarsene Bisognerebbe andarsene, è già tardi, che stiamo a fare fra queste pareti, non c’è salvezza, giri per i corridoi, un museo di figure di cera – eppure guardale come si muovono fra le vetrine, adesso quasi sembrano vive, gli sguardi lucidi, le labbra vermiglie, non siamo ancora stanchi di piacere a costoro? (1959) *** L’avvenire è talmente “alle porte” che ci incalza come e peggio, una volta, il passato. *** Solo chi veramente dispera coglie l’ortica e i ranuncoli dell’attimo e avidamente succhia tutto il miele possibile.

Gnoseologia Per questa volta dirò di non aver ben capito, ché troppe luci ha la notte e molte ombre il mattino. A mia scusante avrò il fatto che in questo mondo matto due più due fanno quattro.

Apprendimenti I Il mendicante “La vita è un pranzo a cui ti hanno invitato” disse, per ringraziarmi, un vecchio mendicante, “mangi quello che trovi o salti il pasto”.

II L’arte di vivere Ho appreso l’arte di vivere, tirocinante in nero, al caro prezzo delle umiliazioni dei compromessi necessari a chi è povero. L’honesta dissimulazione è diventata un abito mentale perfino con me stesso – e tutto questo per quel lusso supremo che mi sono concesso: essere onesto, drogarmi d’arte, e soprattutto amare. Ariodante Marianni

Fermenti  163


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Gemma Forti

Il Bel Paese Il Bel Paese da cartolina

POESIA

monti sublimi colli rigogliosi laghi specchi azzurrini mari puliti corallo torrenti puri tortuosi fiumi solenni chiese superbe palazzi sontuosi monumenti eterni edifici moderni alveari chiassosi periferie degradate malsane untuose opere pie delitti assalti rapine corruzione mafie unite divise riunite rovine forza lavoro precario & non ardimento coraggio ignavia paura linguaggio alto basso violento scurrile clima sano torvo avvelenato teste piene ricche vuote identità perdute acquisite deviate verità acclarate dis/velate mai svelate dialoghi smorti morti accesi monologhi a senso unico no stop senza fine scenari accattivanti inquietanti pro & contro sempre speranze accennate rapite trafugate Paese eccellente marmi & rovine photofinish integrale smarrimento globale Fermenti  164

Dicembre 2009


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Correva l’anno Correva l’anno del Signore correva l’anno del dio minore Rosarno Calabro

Gemma Forti

rivolta nera violenta di sfruttati stagionali & non paghe di fame alloggi incivili fatiscenti braccia da lavoro di giorno al soldo di capolarati di sera esseri repellenti da evitare scacciare bersagliare con pallettoni da ronde armate di comunità pacifica civile cresciuta all’ombra rigida dei campanili al freddo caldo delle chiese gestita in parte da mafie n’drangheta in testa per debolezza abdicazione commistione dello stato nazionale insufflata da campagne d’odio razzista di leghe secessioniste imperanti in un Paese per definizione cattolico accogliente bono de core Italiani brava gente mito retaggio di un passato agricolo-puritano migrante per necessità ora benestante consumista cinico affarista ricco si fa per dire ma lontano dal vero bisogno

divoratore quotidiano di loto fiore dell’oblio Niente è peggio dei nuovi ricchi

Gennaio 2010 Fermenti  165


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Domenico Cipriano

Metabolizzando il globo

Le biglie impazzite

POESIA

POESIA

(3 poesie)

(a Sandro) Le biglie impazzite a scavare l’ora nella notte in cui il verde si oscura si rigirano nelle curve imperfette su cui transitano nervose le auto e noi accovacciati a un tavolo parliamo sulle cifre delle cellule, gli esponenziali della mente, intanto un’altra muore per il fumo, l’alcol, il niente consumato. Se l’aiuola fosse tutto il nostro prato giocheremmo a nasconderci in ampolle (acqua ristagnata) e si voltano le facce, senza rughe, dopo un’altra neve sgocciolata.

Breath test Si condensa l’aria nella misura sghemba della colonnina in apnea e il respiro si ferma. Quante volte nella corsa ho trattenuto il fiato senza conoscere la concentrazione algebrica dell’esistere (sforzando il volto con le valvole del pensiero) non sapendo di misurare idrogeno e metano e stampare in un diaframma innocuo di tempo quel riflusso che avverte il cuore.

Fermenti  166

Domenico Cipriano


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Metabolizzando il globo C’è aria che gonfia le parole: l’oriente è in analisi, l’occidente in dialisi e medicando le ferite ci accorgiamo dell’aria non regolata. I valori sono innalzati, la pressione atmosferica è oltre i limiti. Diminuisce solo il metano, e non sappiamo che metabolizzando il globo siamo noi i produttori di energia della nostra specie sotto anestesia.

Costellazioni (1-2-3) Guida all’ascolto – Pink Floyd: Umma gumma (disco in studio) 1. Costellazione nell’appagata sintassi delle molecole fulminea la lirica ossessione del nitrito nel mondo – un modo per uscire in piedi e salutare la miriade di ossa cucite flaccide dietro la luce – àncora lanciata per aggrapparsi alla montagna e ho paura a guardare dallo strapiombo – si affusellano notizie televisive su persone senza mimica nell’osservazione caustica e alambicchi giurassici miniaturizzati senza bisogno d’incursione nel cunicolo – un alveolo della pancia – moltiplicano i volti sfigurati e ripercorrono un nuovo nodoso corso riarso appena dalla cirrotica presenza del gioco – tutto si calma e non è meraviglia cercare il pane nel cassetto socchiuso e i tuoi occhi addormentati nella mia mente rinchiusa ai bordi della costellazione.

Fermenti  167


da "Fermenti" n. 235 (2010)

2. Il sipario di emergenza cerca di aprirsi per protagonismo stipulando un patto con il lato oscuro delle stelle filtrate dalla mente rudimentale in una linea tenuta breve per risparmiare la lunghezza di lenzuola – ma ci sono miriadi di osservazioni da spiantare alla pazienza della sedia rossa nel tenere sollevato il pantalone a mezz’aria sfidando senza preoccupazione la forza negata alla gravità – bastano millimetri di stelle in quello spazio sottile delle gambe dritte per generare una nuova costellazione algebrica e parole meno di cinquecento da sottrarre al libro sul letto per raccontare una giornata intera con mille passi e il sonno sotto le coperte consumate in questa stanza ai bordi di ogni luminescente costellazione. 3. Cerco la parola non meditata la sola reale dell’istinto viva nello spirito del momento figlia di una luce legittima e di stelle notturne – non il buio coperto dalle imposte con luce artificiale di lampade blu ascetico – il mio nome è nelle parole dette e imperfette anche se le sistemo a peso – è il canto logorroico alla fine del mese – un respiro interrotto a riscaldare gli interni foderati del cappotto che ti copre appena perché cammini per cercare di filmare nelle voci la costellazione delle luci – le stelle capovolte e sottoterra – la prigione scossa dalla mente e il cielo sbatte fuori il suo fragore – la peritonite della notte che rivuole il suo amore le sue cosce da baciare per non farsi risucchiare nel ritmo diffuso dei cantastorie sotto neon blindati chiusi nel perimetro ossidato di un’altra accecata costellazione. Domenico Cipriano

Fermenti  168


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Luglio postmoderno nelle cose di Raffaele Piazza

POESIA

1 Dalle televisioni sgorgano fiumi di sangue e di parole. Il caldo invade in quella felicità di vacanzieri in coda dall’asfalto, allo schermo a internet i corpi fino alle conche di tramonti, alla sere negli alberghiserra dove ci trattano come persone e 2 nell’involontaria memoria l’estate 2004 viene sullo spazio scenografico dei chiari mattini quando d’alba una vita cerca il senso e viene Alessia con Giovanni ad entrare nella camera 405 dell’Albergo degli angeli a Roma, ai Parioli dove si schiude il senso della vita in terso attimo e 3 di tegole inazzurrate a inargentarsi qualche volatile, rondone o anima di vetro a detergere trame di brina di iniziali tese e terse sull’albero cavo di tranquilli lunari inizi delle cose se c’è crisi economica in questa Italia 2010 e 4 tutto sta e reinizia in un gioco che va dritto all’anima duale di Alessia e Giovanni nello scegliere un partito da votare e Fermenti  169


da "Fermenti" n. 235 (2010)

5 parte il fiume per Ostia delle teorie di auto sul Lungotevere delle idee campite in una conca di tramonto in democrazia bellissima che fa tutto per il cittadino. Televisione per abbeverarsi dopo il giro per i Vaticani Musei e Piazza San Pietro o 6 sono i morti ad avanzare tra le campagne romane, vedi, sotto barlumi di sole in ossigeno per le anime e i corpi cammineranno vicini ai tempi dei sagrati e i greti dei fiumi prosciugati tra le rovine e 7 tra le televisioni che parlano di guerre viene Alessia con fare leggero si siede sul divano e Raffaele Piazza

La scrittura di Noemi Israel

Fermenti  170

La morte mi ha salvato la vita di Benedetto Cacchioni


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Andare a Volterra

Il tempo è lì

Non era a Volterra il bazar delle risposte quando chiedevi di piste antiche e lanterne battute dal vento ombre dorate di soffitte e volo di colombi.

Il tempo è lì tra consunte certezze e la nebbia di Hide Park il rito decadente delle foglie gialle il tramonto stanco nella luce ciclica l’attesa che sfinisce.

Forse le vaghe stelle che guidarono Benozzo ai paggi della Croce, o una tibia tronca per il gioco degli amuleti, solo l’ossido parla senza lima di cuoio di gole felici sonagliere di vanità in filigrane consunte. La storia si arrende ai Dioscuri tra recinti e baratri · col rumore che latra dall’esilio degli archi, una piccola zona franca prima della fermata: in una mano stringi lo scontrino del parking nell’altra l’invito di Pasife.

POESIA

POESIA

di Maria Pia Argentieri

Puoi sempre mollare la cima impartire ordini al vento mozzo dal berretto informe come nei sogni di Conrad con i capelli anarchici che battono il viso. La terraferma è qui il tempo non scorre nel tuo angolo pochi metri quadrati per una vita di anni-luce tra spazio e metafisica.

Leggera la polvere d’onice si posa sul Cristo di Witte, quando vieni da San Lazzaro con il cavallino di alabastro.

Fermenti  171


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Linea di confine IO che vedo dall’alto l’acqua precipitare vergine violenza su castelli e ruderi IO, che odoro l’aspro muschio sui mosaici rampante tra sabbia e ghiaia devastazioni e santità tra l’evo antico e il pianeta rosso IO, che raccolgo il grido tra sirene e incendi degli anarchici no-global IO, che intercetto lo sgomento su pietre carsiche dei chierici accampati a lanciare ponti sul biondo torbido fiume IO, che lamento il rumore di voragini colme di noia di menzogne santificate sulla pala dell’audience

Fermenti  172

IO, che inseguo ombre cinesi sui muri anneriti nei sotterranei urbani nel buio nell’indolenza di incontri oppiacei IO, che lancio pietre sulla livida luce dei sogni mercificati IO, che invoco tepori vestali nel giardino dei girasoli e chiudo l’arca alle conversioni metalliche. IO, io che non conto sulla linea di confine apolide.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Bimbo In memoria di Tommaso Onofri

Occhi cerulei di stupore cercano mostri di plastica cartoni colorati e giganti in lotta, rimiri i lampi e le armi di battaglie e astronavi i buffi alieni ondeggianti nello spazio di nuovi mondi, le stelle stringi fra le manine la terra piccola azzurra un’isola lontana tra globi roteanti ti viene incontro. Timida e gentile senza paura la carezza al pastore come inseguire il volo infreddolito del passero tra le molliche spazzate dal vento.

Stanco il sorriso sulle storie all’imbrunire, su visioni e bisbigli il dolce sonno tra cielo e terra di balocchi e tenerezze. D’improvviso il buio sui riccioli biondi dalla terra ingrata bimbo che vivi oltre la vita. Maria Pia Argentieri

Scivoli sulla neve gualcisci l’erba strappi fiori esplosi ridente immergi le scarpette nelle zolle d’acqua sull’arco iridato pluvia parabola di sogno. Una festa i salti del capriolo sul dorsale dei monti, il rifugio nelle braccia il pianto capriccio a cadenza sempre lieve.

Fermenti  173


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Velio Carratoni

Menti svanite

POESIA

Qualcuno suggerisce di dire senza esprimere. Niente descrizioni o personaggi scavati. Solo astrazioni mentali. Cosa rimane della voglia di manifestare, riconfermando strati di natura che non è? Il mondo va scemando in magma di annientamento. Sentimenti dileguati. Sensi disgregati. Rapporti messi al bando. Non resta che beffare, allontanando ogni esigenza di communio. Pubblicità dea del sapere. Apparenza nus di approfondimento. Raggiro di capitali unica aspirazione. Despoti autentici conquistatori di risorse accumulate per generare vuoto. Nulla disgregante nutre tromboni dell’ultim’ora che sbraitano per intascare denaro collettivo. Fermenti  174

Per costoro meglio che il mondo-ambiente vada in rovina. Per ricorrere a nuove risorse. Consesso chiesastico predilige più forti con illusione rabbonirli per prosciugare commercializzate aspirazioni. Non per i poveri ma per rafforzare apparati di lusinghe. Bruttezza interiore conquista mondo, famiglie, agglomerati. A generare resteranno illusi, annientati da capo turno. Migliori patiranno traversie, ostacoli mentre mediocri manipolatori faranno voti divini in nome smodate pecunie. Non resta che carne imbrattata che unguettata o rimessa miglior uso ritorna palpitante, attesa inaspettati raggiri. Da topaie o dimore sontuose si torna a rivivere loschi interessi. Si torna a sperare. Purché le menti restino svanite.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Meglio dilaniarsi Immagini si dissolvono. Pensiero rende privi. Più evochiamo l’io. Più siamo senza. C’è chi specula sul vuoto. Si scagliano pietre contro mali mondani. Praticando vite beate. Ci si atteggia a moralisti imbrattando vicende umane di lerciume. Si bestemmia, praticando naturali bassesse, per poi battersi il petto in nome primato nus. Mi trucco bestemmiando. Scopo gridando. Mi faccio fissare gemendo tremante. Per fare fessi quelli che mi guardano o mi si fanno per consumare senza scopo. Trasgredire non ha senso. È divenuto un fatto banale. La grettezza aumenta. Regrediamo per evolverci. Vita minata acquista valore. Prediche inducono in tentazione, molto più di film osceno. Per Cassazione, tra coniugi, preferibile litigare, accapigliarsi che fuggire.

Velio Carratoni

Certi obblighi spesso fomentano gesti inconsulti. Meglio dilaniarsi restando vittime sul campo che fuggitivi per non creare il peggio. Sbavare è più opportuno d’ingoiare. Conquiste incontrollate invecchiano. Portano a rincoglionimento. O a saggezza consapevole. E quando si diventa saturi più utile ricordare sbiaditamente o cadere nell’incoscienza? Che c’è rimasto in certe fenditure che sembravano uniche? Potessero parlare. Fermenti  175


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Un esercizio di presa e di fuoriuscita, senza sosta. Per il gusto di sentirsi vive. In California il gorilla Michael dialogava con l’uomo. In altre parti, tante coppie, in gelido silenzio, consumano propria fine castrante. Apparentemente costruttiva. Senza sbocchi per creativi. A meno che non… Non c’è gente meno comune della gente comune. Immagini, segni, scritture. A ciò si riduce il mondo. Svanita è la vita. Restano matrici decomposte. Volti più sono espressivi, più divengono amorfi. La dama concede più piaceri di dio. Per riprenderseli tutti. Siamo condannati a dipendere da lei. Chi si salva, raggiunge altre condanne. Occhi parlanti. Per azioni striscianti. Amore. Peggior nemico del sesso. Sessare. Senza amare. Comunione perfetta. Finché dura. Apparato di ruoli. Per attuare inconsistente pratica di niente. In nome del niente. Fermenti  176

Per servire il niente. Con l’illusione di superare un niente di inutilità di pratiche reiterate. Prive di senso. Per conquistare ciò che di continuo perdiamo. Capire non significa sapere. Sapere non significa avere. Avere non significa potere. Potere non significa essere. Essere non significa apprendere. Apprendere significa spesso nuocere. Per esistere bisogna non esistere. La stupidità è un rimedio. Sgrava da tanti incastri. Le nostre sembianze stanno a indicare. Non a confermare. I connotati ci perseguitano. Velio Carratoni


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Matteo Fantuzzi

Terra

Sento questa sera i cani unghiare nella terra cruda guaire fino a fare uscire il sangue dalla gola.

POESIA

POESIA

1.

Ho in mano i fogli, i documenti, i bolli e chiedo aiuto: l’ambulatorio il medico. Dove sedermi, quanto debba attendere. 2. Madre che progetti i sogni, che cuci stracci e vesti bianche per il matrimonio, e guardi i fiori crescere nell’orto strappi la gramigna, schiacci con i piedi insetti e preghi forte. Come non sentire, come fosse sordo, preso altrove. 3. Quando aspetti una notizia il tempo è come un mostro che piano piano dalla sedia ti sovrasta. Dieci giorni ho atteso oltre la scadenza che il telefono squillasse “dormire ? No che mi ricordi” c’era mio figlio steso nella culla. Fermenti  177


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Giuseppe Vigilante

POESIA

Lo zaino Jenny Rourke, ragazza nigeriana di Lagos, aveva terminato il suo lavoro. Risaliva la lunga strada a curve, a piedi, ai margini, tra l’erba, portando lo zaino sulle spalle. Dondolavano dentro le mele rancide ancora non sbucciate, le mutande sporche, le bluse di ricambio e i condoms non usati. Tra poco sarebbe stato sera e conveniva affrettare il passo prima che la tenebra rendesse la strada infida. Il sole spariva dietro le colline e tornavano in mente i volti sprezzanti e gonfi che il giorno trascorso le aveva regalato, i miseri soldi sbattuti nella mano, i rapidi amplessi tra l’erba e i sassi. Dov’erano le loro case? Le loro madri ancora pregavano in ginocchio o mute sotto il marmo giacevano per sempre? E la sposa dormiva disfatta o urlava nei crocchi sulle strade? Lo zaino batteva lieve sulla schiena. I manovali slavi, ancora imbrattati di calce e gesso, in direzione opposta andavano e il loro vino a buon mercato tagliava nella gola il canto. Fermenti  178

Il piccolo quartiere ai margini della città… Avrebbe ritrovato le luci già destate, i riquadri illuminati popolati da tristi famiglie assise stanche davanti al desco e al video. I ragazzi ubriachi sulle moto l’avrebbero sfiorata nella corsa, ignorata come vagante rottame, suppellettile del borgo quotidiano. “Mia madre accende il fuoco a sera e apre la porta della baracca di lamiera ai figli dei vicini: se non ha pane, narra la sua vita e i miracoli dei santi.” La collina è buia. I distributori chiusi. Il treno ancora lontano. Jenny Rourke, ragazza nigeriana di Lagos, ospite indiscreta nata sull’orlo del mondo, accende la prima sigaretta della notte e non sente la stanchezza.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

I bambini del campo nomadi Bambini, strappate il fiore solitario tra i rovi! Seguite il vostro cane malato lungo il misterioso sentiero! Gridate la vostra gioia al sole che s’alza dietro le lucenti lamiere! I vostri vecchi fumano accovacciati a terra, padroni inermi di vastità trascorse. Le vostre sorelle maggiori contemplano il proprio sorriso nello specchio appannato, nel secchio abbandonato. E’ amica la luce della vostra pelle scura che lieta emerge dai fervidi stracci – e voi camminate incuranti di serpi e di chiodi, più vasto del mondo il vostro campo, sempre nuovi i sentieri tra gli sterpi affossati.

Con gioia addentate il frutto marcio trovato per via e agli avanzi di grandi banchetti solo un ironico sguardo prestate – nelle vostre piccole mani la primavera è ancora legata e con lei voi stessi sciogliete dal male ignorato, dalla muta peste tenace di chi dietro le imposte vi maledice e vi invidia. Le vostre sorelle maggiori dormiranno con amanti celesti - solo la luna sarà ghirlanda ai vostri capelli scomposti, i vostri passi dai suoi raggi seguiti, come dal cane fedele nella sua ultima ora. Giuseppe Vigilante

Incuranti d’ogni promessa, non avete doni da dare o da chiedere – solo il sole tra folate inferme di fumo, tra rauche grida lontane, tra sprazzi di stupida musica, come eletti puledri d’una vita remota vi guida.

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da "Fermenti" n. 235 (2010)

La poesia di Veronica Torres è maturata negli anni, senza esibizionismi, nel riserbo e nel silenzio di una riflessione che non è soltanto sui sentimenti ma anche e, soprattutto, sulla parola. Parola intesa come immagine e come segnale, come “serie ordinata”, secondo l’insegnamento del vecchio Solone. Che essa risenta della lezione che viene più che da esperienze nostrane, da quelle dell’amata letteratura di lingua spagnola e catalana, risulta evidente solo che si rinvii alla lirica dello spagnolo Alberti, poeta dell’amore, e del cileno Huidobro, poeta dell’immagine, e ai catalani delle ultime generazioni. Poesia impegnata, aperta cioè e sensibile difronte alle sciagure del nostro tempo e alle conseguenze che esse riversano sull’esistenza di quanti si trovano ad esserne partecipi ma, anche, a non sottrarsi alla partecipazione. Ma un’altra potente connotazione di questa poesia è l’erotismo. Un eros dichiarato senza allusioni e senza ammiccamenti anima questi versi, più come un tremore, un fremito che scuote le radici di un grande albero che come un vento che ne agiti i rami. Un eros frutto di una costante fiammata d’amore, piuttosto che di una scomposta sessualità. Non c’è gioia, in questo eros dall’oggetto cangiante, che convoca assenze e non solo presenze. Piuttosto, una riflessione in solitudine che coinvolge i giorni, le ore, il tempo e lo spazio, la natura e i corpi. Il tutto all’insegna di un controllo verbale senza cedimenti, come conviene a chi sa che la parola non è solo respiro, suono, emozione. In questa dimensione sarebbe fuorviante, più che inutile, la ricerca del dato autobiografico, del vissuto. Ad ogni biografia reale, infatti, se ne accompagna un’altra, immaginaria e perciò tanto più vera nelle sue motivazioni autentiche e profonde. La loro confusione dà a questa poesia quel carattere “avventuroso”, imprevisto e imprevedibile, perché privo di riscontri oggettivi, che imprime al verso l’andamento franto, fatto di sincope, di improvvisi scarti anche di senso, al limite dell’infrazione grammaticale. Ciò fa sì che la parola/suono si muti in segno, l’assenza, il vuoto diventino protagonisti di un discorso tendenzialmente afono. Soprattutto quando rinuncia al suono pronunciato per una sequenza di segni volutamente senza voce. Poesia al femminile, sempre che questa distinzione di genere non diventi pretesto per riproporre gerarchie inammissibili. Pienamente accettabile e rivendicabile, persino, se più che alludere a una sorta di prevalente istintualità, riconosce la capacità generatrice che fa di ogni donna grembo generatore di poiesis, di poesia. Questa breve silloge non esaurisce la già copiosa produzione di Veronica Torres, presente in riviste e in antologie, ma la conferma come una delle voci più autentiche della generazione poetica di questo inizio di terzo millennio. Ignazio Delogu Fermenti  180

POESIA

POESIA

Parola intesa come “serie ordinata”


da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Veronica Torres 1 Anche la notte ebbe il suo volto non sapeva del profilo ossuto dell’ombra e della tenera attesa che sosteneva il silenzio dell’arrivo oltre la soglia seguendo i passi incerti nel respiro del desiderio il buio incontrò la geografia sinuosa delle mani che orlavano leggere la vertigine del labbro caldo di ansia mentre il respiro appannava ogni possibile traccia impressa dal tempo del ritorno e univa nelle ore nude i corpi su cui l’alba sognatrice vegliava benevola su ogni brivido annuncio di tramonto 2 Un respiro avanza nelle ore umide della città distratta dei balconi senza volti dei tetti infreddoliti dei gerani addormentati Andare e tornare di ricordi lontani che tardano a dissolversi nelle nebbie della memoria nei silenzi del passato nelle assenze afone Un respiro avanza nella corsa disperata di un giorno come tanti come molti come tutti quelli che si rincorrono senza lasciare tracce L’attesa si fa corpo dietro la porta di un sogno che cerca l’eco di un volto il profilo di un arto la curva di uno sguardo Un respiro avanza aprendosi alla Fermenti  181


da "Fermenti" n. 235 (2010)

vita lentamente lungo la rugosità delle labbra nel sudore della pelle che ritrova l’incedere del desiderio nel fervore degli occhi che si incrociano e si perdono in immaginari labirinti delle mani che inseguono geroglifici insoliti percorsi senza mete E il corpo si fa carne materia fiore e stelo petalo e polline nota e canto mentre nel silenzio ogni palpito di desiderio si fa onda e risacca Un respiro avanza lungo il pendio del tempo breve fugace che ad ogni rintocco cerca di affondare ogni gesto ogni carezza che le lunghe dita disegnano sui capelli confusi ogni parola calda sussurrata nella penombra ogni bacio ogni cosa che parli della assenza del continuo partire e tornare della paura di un porto dove gettare l’ancora e contemplare le stagioni Su questo respiro che avanza distratto che non conosce nomi e luoghi che matura timido come il giorno dopo la notte che scivola ardendo con la bocca sul profilo dei seni con le mani sull’ombra dei corpi si scolpisce l’elegia dei miei giorni. 3 Buio gelo aria ricoprono cose tempo corpi offerti alla terra Hanno visto morire i compagni e come loro sono schierati Una maschera di calma ricopre i loro visi non più volti non più uomini non più compagni né vincitori né vinti Ma basta, non gridate più paura guerra morte leggete i loro nomi freddi incisi sulla pietra frammenti di sofferenza vita e sentirete nel verde silenzio una tristezza serena mentre il vento soffia ancora e la vita col suo gemito fugge tra le ignare onde del lago. Fermenti  182


da "Fermenti" n. 235 (2010)

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dividevamo il pane le briciole dei ricordi le immagini degli assenti e le parole sbiadite nella nebbia del tempo seduti nelle ore calcaree del porto

Oggi il sogno ha forma di lago viale di giovani platani rosa potate ulivi solitari Tra orizzonti notturni e umidi declivi, io sono lì nelle’ellisse del desiderio Labbra Ciglia Rosa canina Onde tranquille Germogli Corpi dipinti stracciati incollati colorati frammentati Occhi che minacciano Seni che guardano Profumo di guancia braccio fianco gamba Profumo orizzontale di uomo Tepore di mano piede capelli cuscino sonno Si sentono aliti di carezze forse voci impulsi frémiti di baci inaspettati e l’eco che parla: Respiro, ti amo.

era estate a volte già autunno e le nostre voci si perdevano nell’eco distratto delle mareggiate i sorrisi nelle onde frizzanti di felicità e la vita andava andava nella fuga assurda del vento mi ritrovo a volte su quell’asse di pietra e riguardo quel mare in attesa di risposte ma nella nostalgia dell’attesa solo il gelo della tua assenza. 5 Mi hai raggiunto anche qui nei profili ossuti dei luoghi nei profumi umidi dei tronchi con il sorriso triste di sempre cercavi un sentiero senza orme per un viaggio oltre la parabola del tempo ma in pochi attimi la vita ha urlato la sua presenza portando il silenzio delle attese. Di quel sogno solo ciottoli informi nella vertigine del risveglio.

7 Solo cercando nella confusa trama l’ordito dei corpi, l’enigma della passione si fa passato e futuro, tramonto e alba di respiri che vorrei qua nel verde caldo di un iride o là, nel porto delle nebbie.

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Ascoltavo silenziosa i tuoi versi La tua voce, le tue parole caute Tra palpiti e lunghi sorrisi Ritrovando sorrisi infantili e Occhi umidi di felicità. Vivere Altrove non é solo un sogno al sapore di ortica E tu, vuoi venire con me nel paese di ALTROVE.

Non era semplice parlarti nella ellisse delle ultime ore e quando la parola si fece silenzio la tua immagine emanava ilare tempi e luoghi lontani di un vissuto comune quando vivere insieme non era tramonto ma alba mano nella mano

9 Era te che cercavo nella parabola lenta del tempo con lo sguardo limpido al mattino gli occhi di burrosa allegria e il sorriso che rintocca ogni risveglio 10 Pioveva sui muri calcinati dal sale oltre il confine di pietre e tronchi ripiegato nella calma grigia della risacca tornava il mare ad assopire le ore stanche delle parole distese nella babelica trama delle sillabe mentre ammainava il silenzio il suo ultimo disperato respiro e la notte intrepida dispensava amore e sogni a corpi trafugati alla foschia cieca della malinconia un giorno lontano ormai perso nel deserto della memoria

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12 Dove sarai se non in quel ventre infinito dove tutto si ricompone e da dove tutto torna trasformato nella vertigine infinita del tempo 13 Dicono che sei lontano assente irraggiungibile ma ti immagino ovunque nella verticalità dei giorni che si fanno terra fango argilla impasto di vita seme frutto quotidiano 14 Te acuerdas? La memoria tiene un hueso. Tú eres mi memoria y yo tu hueso


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Te acuerdas? Era la hora de la sonrisa la luz de los besos allí através de la misma puerta.

Forse, sì, la vita ricomincerà i miei occhi non sogneranno più i tuoi il mio respiro non si spegnerà più nel tuo ad una stagione ne seguirà un’altra l’estate si appassirà di autunno e allora penseremo che la vita, sì, ricomincerà, silenziosa e malinconica come l’ultima foglia di un platano.

16 Ripercorro nel buio della memoria il ricordo di una camera di un volto addormentato della città che si risveglia della pelle umida e fresca della pioggia lenta sulla strada di un respiro timido e ansioso dei primi tram sull’asfalto. Vorrei poter fermare tutto perché ricordo anche la paura dei sogni e la solitudine dei naufraghi. 17 A te che sai misurare le mie spalle che sai vedermi nascosta in un pugno che conosci tutti i miei esili i miei passi lenti nel deserto solo a te nego l’annuncio dell’alba il respiro dell’anima nell’onda inevitabile del tempo.

19 Forse, sì, forse faresti fiorire foglie frutti oppure orchidee ortensie opaline odori rubando rose rami reti rovi rumori baciando betulle bambole bruchi bachi bianchi insieme a inutili idoli indachi tu, incompreso iris come chi cerca chi coglie copulazioni enfatiche eruzioni ellittiche elegiache evasioni 20 Il dolore sorprese il ritorno il viaggio l’insospettabile desiderio. E la campagna si tinse di bianca solitudine. Fermenti  185


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Era una mattina d’inverno un angelo comparve in cardigan verde e due fondini di bottiglia leggeva Gide e profumava d’allegria. E intorno solo neve

Solo cercando nella confusa Trama l’ordito dei corpi, l’enigma della passione si fa passato e futuro, tramonto e alba di respiri che vorrei qua nel verde caldo di un iride o là, nel porto delle nebbie.

23 In queste ultime ore del giorno in questa parabola di azzurri chiudo gli occhi e penso a te ai tuoi occhi verdi indifesi alla tua voce calda combattiva alla fierezza delle tue idee. In queste ultime ore in questi ultimi azzurri con gli occhi chiusi e caldi di lacrime penso a te alla vita che mi hai dato alla vita che ti sottraggo al mondo che vedevo con i tuoi occhi alle utopie dei nostri sogni. In queste ore non più ore e azzurri non più azzurri con il respiro che mi soffoca penso a te e a tutto quello che di me ti piaceva alla forza delle mani sottili al piccolo osso del polso alla sinuosità del collo. In questa assenza di ore e di azzurri piango e penso a te che eri il mio spazio che eri il mio tempo e a me senza più spazio senza più tempo.

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24 Tamawek Stringimi, stringimi ancora Tamawek, come in quei giorni lontani persi nelle nebbie di periferia, nei club sub-urbani, nelle frenetiche corse notturne, sui ponti deserti, crollati e mai più ricostruiti, quando incauti giocavamo reinventando il mondo, noi, improbabili amanti. Perché i corpi abbiano sempre il respiro della libertà, perché le labbra sfiorino la vertigine dei baci, perché gli occhi non abbiano solo lacrime per sogni abortiti, vite spezzate, silenzi soffocati da odii, urla, rancori. Sì, Tamawek, stringimi ancora perché quel canto del seme abbandonato, della foglia caduta, delle figure disperse, della terra senza respiro, sia solo frammento, ombra, eco di vita passata.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

25 Canzone di Donna Vorrei cantare il pianto del seme abbandonato sogno abortito fiore reciso il pianto autunnale della foglia caduta vita spezzata corpo violentato il pianto triste e amaro delle figure disperse ombre diradate silenzi soffocati

Uno sconosciuto nel passato di Giacomo Bronzino

il pianto arido della terra senza respiro porti senza vele mari senza orizzonti il pianto immobile di una madre sola occhi senza luce ricordi senza memoria il pianto verde di una stagione lontana perchÊ tu, donna, possa nei frammenti della vita riconoscere l’eco del lamento di quel figlio mai nato. Veronica Elena Torres

Gli eretici di Severino Corapi

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da "Fermenti" n. 235 (2010)

di Paolo Guzzi

L’acqua veloce1

Tremula superficie, giallo impasto seriale, scorre durante l’alluvione con tronchi e cani: Zombi si intromettono nella vita d’ogni giorno: tra i vivi si nascondono: ci ricattano per la loro conoscenza insieme della vita e della morte. L’oraziana piena del Tevere, rovinosa esonda presso il Tempio di Vesta: segno di lutto per l’assassinio di Cesare, triste presagio di guerra civile triste presagio di guerra dall’Oriente, quando il dio, geloso della moglie, schiavo di lei, fieramente si gonfia, orgoglioso. Invano Alemanno lo controlla, il fiume sembra portarlo via, nella notte, ma, pietosamente, al ponte, evita la tragedia: e scende precipitoso al mare, trascina imbarcazioni e topi, lascia alberi di Natale con lucidi regali di plastica appesi ai rami. Nell’Isola, lungodegenti insonni, anziani disabili, giovani in attesa dell’operazione, sulla nave sogguardano dagli oblò il livello dell’acqua mentre al sicuro, dall’alta riva, sfaccendati, nullafacenti, svoltano la notte e il sabato sera, brindando con la birretta tra lucide labbra: lucchetti tintinnano al vento della corsa dell’acqua. Zombi si trascinano sulla sponda: qualcuno raggiunge la sua ombra che si specchia nell’onda.   Per un disguido tecnico, sul n. 234 di “Fermenti”, in luogo della presente poesia è stata pubblicata “La ragazza di Atina” di G. Bàrberi Squarotti, già apparsa sul n. 233. La redazione si scusa con gli interessati per l’errore involontario, riproponendo il testo nella sua versione originaria.. 1

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POESIA

POESIA

Vidimus flavum Tiberim retortis Litore Etrusco violenter undis ire deiectum monumenta regis templaque Vestae, Orazio, Odi II (13-16)


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Il film si specchia nell’acqua Incuranti degli effetti collaterali, dimenticando i fattori di rischio, turisti scendono al fiume nell’estate romana, in persona o con i loro avatar, sorvolano il campanile mentre, nella pozza d’acqua sguazzano pesci sconosciuti, si immergono nel lenzuolo bianco, Isabelle Huppert e Depardieu, mentre scompaiono nell’umido alveo Gabin con Montand. Dove va Gary Cooper con il passo dinoccolato e il cappellone, contro Lancaster che ride, morendo sullo sfondo del campanile a Vera Cruz? Sei tu tra gli Zapateros in rivolta che spuntano dai tetti, mentre Aldo Fabrizi va a cena dalla sorella, offre la schiena al plotone d’esecuzione, seduto all’incontrario sulla sedia: sei tu Anna Magnani, che corre verso la morte, stroncata dalla mitraglia, che mostra le calze nere, sulle cosce rotolanti: un grido, il più alto del cinema italiano, il tuo grido, cadenzato dai secchi passi delle SS a via Rasella: povera Roma, città dilatata, tra le urla dei malati e dei barboni, dove i migranti lamentano uno sguardo, fatebenefratelli… fatebenefratelli… e i turisti si dissetano sotto i riflettori, coscienti di essere al centro, decentrato, del mondo.

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da "Fermenti" n. 235 (2010)

Le rive alte del Tevere Sulla riva sinistra il ghetto saluta negazionisti e nazisti skinheads: s’imbarcano nella notte romana disabili e sordi, ciechi e monchi, paraplegici insonni lungo i parapetti. Niente olocausto allora, per gli ebrei romani l’ultimo sfregio, l’ultimo inganno, non più gas dalle docce, ma ingiurie e bugie, a lavare sangue versato e sofferenza. Alto il lamento dei clochards ai focolari: fatebenefratelli…fatebenefratelli… mentre l’ombra di Esculapio si leva ad ammonire distratti passanti, infermieri frettolosi e medici ignoranti parlano nelle corsie di inutili terapie, assistono curiosi ai decessi ed ai danni di vecchi inguaribili e stanchi di malanni. Paolo Guzzi

Catalèpton

di Gianluca Di Stefano Fermenti, 2010, pagg. 68, € 12,00

Se ti senti solo guardati allo specchio e scoprirai che puoi ancora innamorarti.

Che fine hanno fatto le donne che abbiamo amato in gioventù? Saranno spose e madri. Come le nostri mogli che altri hanno amato.

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da "Fermenti" n. 235 (2010)

Musica Rock. Bitter Drinks. Sì, io vado a casa di Marco Palladini

Tutto in una notte per un giro di esistenze, un cambio di vite come spifferato e dialogato all’incrocio tra un pezzo di hard rock e una ballad romantica. Patty, una giovane, aggressiva, un po’ cinica e un po’ sfigata rocker dal torbido passato e l’incerto presente incontra in un club Loredana, una cameriera quasi coeva, appesa ad un sogno d’amore tanto fatale quanto inattuale. Due polarità dell’anima femminile contemporanea si attirano, si respingono e poi si invischiano nei fili di un rapporto prima casuale poi complementare, obliquamente illuminato dai riflessi di una storiaccia gialla d’appendice con tanto di ricatti e di cadaveri. In una chiave drammaturgica tra il fumetto e il fotoromanzo, la solitudine alonata di voglia d’avventura dell’una s’intriga così col senso di sconfitta scheggiato dalla necessità di fuga dell’altra, sino a un imprevedibile rovesciamento finale. La contraddanza irreale di due destini e una svolta per rimanere in fondo se stesse, per significare il gioco molteplice delle personalità di ciascuna, per cogliere trasparenze e opacità, abbandoni e virulenze di una donna complessa, comunque avida di mondo, di eros, di fantasia.

Personaggi Patty Montenegro: cantante rock Loredana:  cameriera in un bar

Prima parte (Sono le otto di sera. L’ambiente è un night-bar-disco. La musica – “Cry for love” di Iggy Pop – inizia a basso volume, poi sale gradualmente. Entra Loredana, la ragazza che serve nel locale, si guarda attorno, si mette a rassettare. La musica sale ancora. Loredana s’incanta, si dondola, socchiude gli occhi. Entra Patty Montenegro, acconciata come una metallara dark molto sexy. La musica è al massimo del volume. Patty ha l’aria nervosa, tirata, estrae una sigaretta, cerca un accendino, non lo trova. Disappunto. La musica cala. Si avvicina a Loredana, le chiede qualcosa, ma quella non sente. La tocca un po’ sgarbatamente sulla spalla. La musica cessa di botto. Loredana riapre gli occhi e vede davanti a sé la mano di Patty che stringe una sigaretta)

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TEATRO

TEATRO

Nota dell’Autore


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Loredana:  Eh… ah… buonasera… no, grazie non fumo. Patty:  Non te la sto offrendo. Mi fai accendere? Loredana:  Ah, sì… sì, aspetta. (Va a prendere una borsetta dietro il bancone del bar. Rovista dentro. Alla fine, mentre tira fuori un accendino le cade per terra un pacchetto di cartine Rizla. Patty la guarda ironicamente) Loredana:  È che non fumo ma… ma ogni tanto mi faccio uno spino. Patty:  E fai bene. Ho ancora un po’ di pakistano rosso. Dopo ci rolliamo una canna, sorellina… Loredana:  No, qui no. Qui io ci lavoro. Patty:  Okkei. Ce la facciamo dopo. Loredana:  Senti, qui non abbiamo ancora aperto e tu… sì, dico rimani fino alla chiusura? Patty:  (guarda l’orologio) Mmh, no, non credo… a metà serata ho un appuntamento… la canna ce la facciamo un’altra volta. Loredana:  Perché? Patty:  Perché cosa? Loredana:  Sì, perché ci dovremmo rivedere io e te? Patty:  Così, a istinto mi sei simpatica… e perché io oggi sto male e “Nobody needs me” come grida Iggy Pop… Ah, io mi chiamo Patty… Loredana:  Piacere, Loredana… Patty:  Patty Montenegro. Loredana:  Ma è… è il tuo nome vero? Patty:  Adesso, sì. Loredana:  E prima? Patty:  Ehi, ma che ti frega? Loredana:  Niente, scusa… era così per sapere… (la squadra attentamente) scommetto che tu sei un’attrice o una cantante, insomma una dello spettacolo. Patty:  (ironica) Perché c’ho il look giusto?… (canticchiando) “I can see the lie in your eyes, in your eyes”… Lou Reed… il mio potrebbe essere il travestimento di una bambina cattiva… Loredana:  E invece? Patty:  E tu? Fermenti  192


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Loredana:  Io che? Patty:  Tu cosa sei? Loredana:  Io… (pausa) Io sono maggiorenne… Patty:  Sì, lo vedo, anch’io. Loredana:  … e sono qui a servire ai tavoli. (Musica – “Lovers Rock” dei Clash) Patty:  Mi servi allora qualcosa? Loredana:  Quello che vuoi. Patty:  (sedendosi a un tavolo) Bloody Mary. Loredana:  Noi facciamo un White Lady col Cointreau che è una delizia. Patty:  No, Bloody Mary. Stasera mi devo tirar su. Ho voglia di pepe al culo… Hai presente i Rolling?… “If you go down baby, play, play with fire”… (Musica – “Rocks Off” dei Rolling Stones) Loredana:  (tornando e servendo il drink) Hai degli orecchini bellissimi. Patty:  È un regalo del mio ultimo uomo. Loredana:  Quello che devi vedere stasera? Patty:  Ma tu che vuoi?… Può darsi. Loredana:  Come è… sì, come è avere molti uomini come te? Patty:  E tu che ne sai che io ho molti uomini? Loredana:  Io… io non lo so. Patty:  Che intendi per molti uomini? Loredana:  Ma… aver avuto… dieci… quindici uomini. Patty:  (scoppia a ridere) Aha, aha, aha!… Diciamo che se moltiplichi questa cifra per dieci ti avvicini per difetto. Loredana:  Ma sei una ninfomane! Patty:  E tu sei una stronza… Dì, ma te lo ricordi l’ultima volta che un gingillone maschile ti ha sfregato le pareti della fica? Loredana:  Mi hanno chiamato. Ho da fare di là. (Esce quasi di corsa; musica forte – “Breed” dei Nirvana – rientra, la musica prosegue in sottofondo) Patty:  Prenotazioni? Fermenti  193


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Loredana:  Per ora solo due. Patty:  Serata moscia, eh? Loredana:  Capita. La scorsa settimana abbiamo fatto il pienone. Abbiamo ospitato la finale del concorso “Lady Mezzanotte”. C’erano un sacco di bei ragazzi… (cessa la musica) Patty:  Senti, ma tu ce l’hai un uomo? Loredana:  (pausa)… Sì. Patty:  Perché ci devi pensare così tanto? Loredana:  (a disagio) È… è una storia un po’ complicata. Patty:  Mmmh… interessante, è pane per me… anzi pene… sapessi come sono complicata io. Loredana:  No, parlami di te, la tua vita sì che deve essere interessante. Patty:  Quanti anni ha? Loredana:  Venti… quattro. Patty:  E come ce l’ha? Loredana:  Ma pensi solo a quello? Patty:  Perché tu, invece? Loredana:  (di slancio) No! Io no! Patty:  Sei troia e bugiarda. Loredana:  (breve pausa) Io cerco innanzitutto un’intesa spirituale. Patty:  Certo, allargando le cosce. Loredana:  Quello lo fai tu che sei una… una… (Patty si alza di scatto, le dà uno schiaffone, facendola cascare a terra. Musica – “Bruise Violet” delle Babes in Toyland) Patty:  Una puttana, eh?! non sai dire altro… Sì, sono una puttana, la vampira che sballa di Jimi Hendrix e allora?… Tu non sei meglio di me. (La musica continua e cresce di volume. Loredana si rialza) Patty:  Dov’è il telefono qui?… (Loredana a testa bassa non risponde. Patty grida) IL TE-LE-FO-NO! (Loredana gli indica un angolo, Patty esce, lasciando la sua trousse da sera sul tavolino. Loredana ha un attimo di esitazione, poi la apre, tira fuori un paio di slip neri sexy, semitrasparenti; documenti, una carta di credito, una boccetta di profumo, un pacchetto di preservativi, uno di kleenex e una pistola da signora a canna corta Fermenti  194


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calibro 22 con il calcio in madreperla. Patty rientra e le arriva alle spalle mentre Loredana ha in mano la pistola. Cessa di colpo la musica) Patty:  (urlando) Che cazzo fai, mi frughi nella borsetta adesso? (Loredana spaventata fa cadere la pistola e rovescia comicamente il tavolino con tutti gli oggetti per terra) Loredana:  Scusami, scusami non volevo… (Pulisce per terra, raccoglie tutto e lo porge a Patty che richiude la borsetta) Loredana:  … ti porto un altro Bloody Mary. Patty:  (ancora irritata, si risiede) Aaah! dammi il drink della casa… che il Bloody manco lo sai fare. (Si accende una sigaretta con l’accendino di Loredana, che torna con la coppa) Loredana:  (dopo una pausa) Sono molto belli i tuoi stivali, costano molto? Patty:  Un milione… E cosa fa? Loredana:  Chi? Patty:  Lui, il tuo ragazzo. Loredana:  Lui è uno studente… cioè lo era… si è presa la laurea e… Patty:  Che bravo. E stasera ti viene a prendere? Loredana:  No… no. Patty:  Cos’è, avete litigato? Loredana:  No, il fatto è che lui… lui non è qui. Patty:  E dov’è? Loredana:  (pausa) Non lo so. Patty:  Se n’è andato senza dirti dove?… Allora avete litigato. Loredana:  No, è che… non so come spiegarti… Patty:  Ma dove vi siete incontrati? Loredana:  Qui. Patty:  Certo, è ovvio… Due cuori e un bar e MacCartney in sottofondo… (canticchiando in modo sfottente) “Yesterday, all my troubles seemed so far away, now it looks as though they’re here to stay, oh, I believe… mm mm… mm mm… in yesterday”… Loredana:  Non è come credi tu. Patty:  (ironica) Naturalmente. E come è? Fermenti  195


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Loredana:  È stato più di un anno fa. Ero venuta qui con un gruppo di amiche. Loro ballavano, e io no… Lui, l’avevo appena notato, stava seduto solo a un tavolino laggiù in fondo. Cominciò a fissarmi, poi si avvicinò… «Ciao, mi chiamo Andrea… Pare che siamo gli unici due che non ballano stasera», «Già, pare proprio…»; «Cosa stai bevendo?», «Il Tivoli, 2/5 vodka, 2/5 Vermouth Martini rosé, 1/5 Bitter Campari». E incominciammo a parlare, parlare, parlare… Patty:  Già, succede anche a me… Solo che quando un uomo mi rimorchia vuole soltanto scopare, scopare, scopare. Loredana:  … lui era… è in fondo, ancora un adolescente… pieno di ingenuità, di entusiasmi… però gli piace far vedere che è un uomo adulto, che ha avuto tante esperienze, che ha vissuto… mi faceva tenerezza… mi trascinò fuori di qui e attraversammo la notte come in punta di piedi… Patty:  (beffarda) Portavi i tacchi a spillo? Loredana:  … sul ponte bianco mi baciò… e poi andammo a casa sua… Patty:  E lì, insomma, a farla breve, hai perduto la purezza. Loredana:  No, non ho voluto. Patty:  Ma veramente alla tua età sei ancora vergine?! Loredana:  Lo farò solo dopo sposata. Patty:  Ah, capisco… E lui ha promesso di sposarti? Loredana:  Sì… cioè no… ha promesso che sarebbe ripassato… Patty:  Ripassato? Loredana:  Sì, insomma che sarebbe ritornato qui, in questo locale… mi disse: domani devo partire, vado a fare un corso di specializzazione, ma tra un anno ritornerò nel posto dove ci siamo incontrati… aspettami lì e mi diede questo. (Loredana tira fuori un fiore rosso finto e se lo appunta sul vestito sopra il cuore) Patty:  Tutto qui?… Prendi il fiore e aspettami che tra un anno ripasso?… E salutami a tua sorella non te l’ha detto? Loredana:  (tace imbarazzata) Vedi… Patty:  Dimmi che non è vero… Dimmi che non sei così deficiente. Loredana:  No, cioè sì… insomma è così… Patty:  Ma che musica ascolti?… Sei rimasta a nonno Frank Sinatra… (canticchia) “Strangers in the Night … do do do do do”… Loredana:  Vedi… tu non puoi capire… è una cosa mia… è come quando una sente una cosa dentro… un destino, più o meno… una missione d’amore… Patty:  Una missionaria, lo vedo… E intanto fai la serva. Fermenti  196


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Loredana:  È successo che dopo un anno, sono tornata qui ad aspettarlo… Patty:  A vuoto a quanto pare. Loredana:  Lui ha detto che sarebbe tornato e io… io ho fede che questo accadrà… ma il fatto è che dopo un po’… ero senza lavoro e senza soldi… e allora ho pensato… insomma sono riuscita a farmi assumere, mi è sembrata la cosa migliore… Patty:  (quasi sbalordita) Ah, certo… Geniale… Proprio una bella trovata… a te la verginità ti ha proprio rimbecillito… è la storia più assurda che… Loredana:  Te l’avevo detto che non era interessante… Io non sono un tipo interessante… e lo so che mi giudichi una scema… ma sono fatta così… tu, tu sì che devi essere un tipo dalla vita eccitante… raccontami le tue avventure… sai, hai dei capelli splendidi… Patty:  È una parrucca. Loredana:  Una parrucca? (Patty si solleva parzialmente la parrucca bionda) Loredana:  Ah! Ma sì! (Esce via di corsa, e ritorna con un giornale illustrato) Loredana:  Mi sembrava di averti già vista! Eccoti qui fotografata col tuo colore naturale… (legge) ecco l’industriale discografico Dino Farkas sorpreso in compagnia di una nuova avvenente amica, la giovane sedicente cantante rock… (Patty le strappa di mano il rotocalco) Loredana:  Sei venuta bene in fotografia… Patty:  Quel fetente!… Bastardo!… Era stato pure pagato… Loredana:  Di chi stai parlando? Patty:  Cazzi miei!… devo fare una telefonata. (Esce gettando a terra il giornale, che Loredana raccoglie. Musica rock sparata – “Rock ’n’ Roll” [live] di Lou Reed – Loredana come presa da una strana frenesia si mette a ballare) Loredana:  Basso-chitarra… batteria… dentro-fuori… dentro fuori… questo ritmo… che mi sballa… annulla dentro… la pressione… salta, salta!… salto fuori… da me stessa… da me stessa… basso-chitarra… batteria… è questo il ritmo… che mi sballa… dentro-fuori… dentro fuori… fuori sulle strade… pericolose e folli… della notte… della notte… fuori lui mi aspetta… per correre via… correre via lontano… cresce cresce… la tensione… è come un bacio… al veleno… è questo il ritmo… ritmo ritmo… che mi sballa… salta salta… salta fuori!… non mi terranno dentro… non mi terranno dentro… non mi terranno dentro… Fermenti  197


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(Patty rientra. Si ferma. Guarda Loredana. Che si blocca imbarazzata. La musica si smorza e poi cessa) Patty:  Vedi, quando balli ti sciogli… Diventi pure bella… Se non stessi a fa’ Penelope, e ti vestissi come si deve, rimedieresti a pacchi. Loredana:  Se potessi venire con te… se tu m’insegnassi a… Patty:  E mollami, mollami, non fare la piattola… Sapessi i casini che c’ho io… Loredana:  Scusami… Patty:  Niente… Che profumo usi?… (rovista nella trousse) Tieni, prendi questo… “Capriccio Selvaggio”… è il mio preferito… per quando vuoi andare a palla con l’intrippamento pesante… tipo i Metallica hard-core… Loredana:  Uuh… Grazie. (Si prova il profumo) Patty:  Fammi ancora bere. Loredana:  Ho un long drink che va forte, il Red Line… a base di scotch, Bitter e Cinzano rosso… (Patty annuisce, Loredana va e poi serve una coppa) Loredana:  Che casini?… Per la foto? Patty:  Quella foto è niente. Loredana:  Cioè, ce ne sono altre? Patty:  Brava. Azzeccato… Ma niente premio. Loredana:  E sono foto… foto sconce? Patty:  Ma come parli?! Mi sembra di sentire mia madre… ’Sto stronzo di fotografo ci aveva fatto tutto un servizio e alla fine ha scattato anche delle foto porno… ma così, per gioco… era un gioco nostro, privato… Loredana:  Tra te e il fotografo? Patty:  Ma che hai capito! Un gioco tra Farkas e me… È lui che si voleva divertire e ha pagato il fotografo, che gli doveva ridare i negativi e invece… (Pausa) Loredana:  E invece non l’ha fatto? Patty:  È evidente, no?… Quel figlio di puttana s’è tenuto i veri negativi e adesso lo vuole ricattare perché lui è sposato. Loredana:  L’industriale? Patty:  Già. (Parte la musica in sottofondo – “Epic” dei Faith No More) Loredana:  Ma a te ti importa di lui ? Fermenti  198


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Patty:  Farkas è il mio biglietto fortunato, cocca… la mia via di fuga… Loredana:  Ma fuga da che? Patty:  Dal sottobosco e dal trojaio in cui sono stata finora… Ma cosa credi? Che giro in limousine e c’ho la villa ai Caraibi?… È la prima volta che un discografico non mi tratta a pesci in faccia e vuole lanciarmi come nuova rockstar… è la mia occasione e… cazzo! non me la posso perdere a nessun costo. Loredana:  Ma tu… tu ci vai a letto? Patty:  No, gli leggo Topolino e poi gli canto la ninna-nanna… Senti, questo mi chiava, ma mi farà diventare chi voglio… gli altri mi hanno fottuta e basta!… Avanti beviamo! (va a prendere una bottiglia e si versa da bere)… Su balliamo, forza! (Trascina Loredana in mezzo alla pista, la musica sale altissima; Patty balla da scatenata; Loredana a un certo punto esce; rientra, e fa dei gesti all’altra che non se ne dà per inteso; Loredana gesticola ancora per farle capire che c’è una telefonata per lei; Patty smette di ballare e esce rapidamente; la musica continua per un po’, poi sfuma e cessa) Loredana:  (vede rientrare Patty scura in volto) Pensi che io sia una stupida, vero? Patty:  Che? No, no… ma vedi, con gli uomini devi essere rapida, afferrare al volo quello che puoi… ad aspettare il principe, oggi te la prendi nel culo… (ironica) capito Biancaneve?! Loredana:  Sì, lo so che una che aspetta da quindici mesi mesi un uomo che ha visto una sola volta a te sembra idiota… ma c’è dell’altro in me… qualcosa che non capisco bene… forse, hai ragione tu… sto aspettando per niente… lui non tornerà più… magari si è completamente dimenticato… Non imbrocco mai l’uomo giusto… è la mia specialità. Patty:  Allora siamo in due. Loredana:  Brutte notizie? Patty:  Ma che sei, un’indovina? Loredana:  Era il fotografo? Patty:  Il fotografo… è morto. Loredana:  E tu come lo sai?! Patty:  Me l’ha detto Farkas… era lui al telefono… è stato nello studio del fotografo e l’ha trovato morto… lo hanno ammazzato… Loredana:  E chi l’ha ammazzato? Patty:  Chi ha preso il rollino dei negativi, no?… Uno che sta facendo il suo sporco gioco… Fermenti  199


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Loredana:  Ma chi può essere? (Patty non risponde; ha un sorriso amaro e nervoso) Loredana:  Hai forse un’idea? Patty:  (con una smorfia un po’ isterica) Sicuro che ce l’ho! È la maledizione della mia vita!… Un’ossessione… Eppure no… non può essere ancora lui… ancora lui! Loredana:  Ma lui chi? Chi è ’st’altro lui? Patty:  Ciò che ci unisce… hai presente Marilyn in “Niagara”?… alcune notti fa l’ho sognata… lei ancheggia dentro al suo vestito rosso supersexy e si struscia a un uomo… su una terrazza sopra le cascate i due si baciano… (ha come un brivido) poi d’un tratto Marilyn sono io, l’uomo svanisce e arriva lui infuriato e mi stringe la gola… mi rovescia sul parapetto e io guardo giù… la cascata d’acqua è un abisso… e ciò che ci unisce è questo abisso… e io vado giù, giuù, giuuù, giuuuuù… (Patty con le mani serrate al collo crolla a terra, parte violentissima la musica – “Body Count” dei Body Count – Loredana accorre, l’aiuta a sedersi e a riprendersi; a un tratto Loredana si alza e esce; ritorna, fa segno a Patty che la vogliono al telefono; Patty esce, dopo un po’ rientra sconvolta; la musica cessa) Patty:  Devo andare… devo andare via subito. Loredana:  Che è successo? Patty:  (è fuori di sé, ma fa uno sforzo per controllarsi) Non so se ci rivedremo… in ogni caso, se dovesse accadermi una disgrazia… ecco prendi questa chiave… c’è una cassetta di sicurezza all’aeroporto… lì c’è un pacco, portalo alla polizia. Loredana:  Ma perché? Che cos’è questa storia? Patty:  Pensa a David Bowie, “We can be heroes, just for one day… noi non siamo niente e niente ci aiuterà” (parte la musica – “Heroes” di David Bowie) … Mi fido di te, sorella… Ciao. (Si allontana in fretta e furia) Loredana:  (le grida dietro) Io… io voglio essere come te! (Sale la musica. Buio) (………………….)

AVVERTENZA Grazie a Frank Zappa e a F. M. Dostoevskij. Inoltre, le musiche segnalate in didascalia sono quelle utilizzate nella messinscena del testo da me curata nel 1993 alla terza edizione della rassegna “Le Opere e i Giorni - L’autore e l’attore” (a Monreale in Sicilia), ma sono comunque indicative dell’atmosfera sonora indispensabile per questa pièce. Marco Palladini

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Salvatore Giunta, Cerchio rosso e diagonale, 2010, collage, cartoncino e acrilico, cm. 21x29,6

Salvatore Giunta, Cerchio rosso, 2010, acrilico, cartoncino e cartavetro su cartoncino metallizzato, cm. 21x29,6

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Gabriella Di Trani, Scomposizione, 2010, cm. 35x50

Gabriella Di Trani, Tramonto a Boulders Beach, 2010, cm. 50x30

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“La televisione di oggi, la mia televisione di ieri”: incontro con Ugo Gregoretti

D: Il cinema italiano poche volte ha raccontato il mondo della televisione (mi viene in mente soprattutto Ginger e Fred di Fellini), mentre quello americano ha una vasta tradizione in merito (da Quinto potere di Lumet a Tootsie di Pollack, da Dentro la notizia di Brooks a Quiz Show di Redford e The Truman Show di Weir, solo per fare qualche esempio): come mai secondo lei?

INTERVISTA

INTERVISTE

a cura di Alessandro Ticozzi

R: Perché in America il fenomeno della televisione è stato preso molto più seriamente che Ugo Gregoretti da noi: probabilmente nessun cineasta italiano sarebbe capace o avrebbe voglia di prendere la televisione come argomento serio e come fenomeno con una sua dignità sociale, storica e antropologica, ma fondamentalmente – se non esclusivamente – da noi è stata e sarà sempre oggetto di canzonatura e di sfottò. È il caso del film satirico Signore e signori, buonanotte, realizzato in forma cooperativa da alcuni dei nostri più brillanti registi e sceneggiatori anticipando la nascita di Raitre, e del divertentissimo episodio dei Complessi, Guglielmo il dentone con Alberto Sordi, una piccola analisi di certe velleità di apparire che poi sono diventate di massa. Gli americani invece tendono a dare una rappresentazione drammatica del fenomeno televisivo, visto soprattutto come luogo da cui si possono propagandare messaggi che manipolano le coscienze, esprimendo questi personaggi di predicatori che ipnotizzano le masse: il nostro predicatore è Celentano, nessuno se lo fila come educatore e catechista. Anch’io ho fatto qualcosa sulla televisione con un certo anticipo: è l’episodio di Ro.Go.Pa.G. Il pollo ruspante con Tognazzi, la storia di una giornata domenicale trascorsa da una famigliola imbevuta di sottocultura televisiva (la bambina di pochi anni canta una canzoncina che è tutta composta con gli acronimi delle marche pubblicitarie), però comunque poca roba rispetto ad altri Paesi. Sono ormai diversi anni che si parla di TV spazzatura che inquina il piccolo schermo nazionale: lei, che rimane un nome storico della nostra miglior televisione, cosa ne pensa in merito? Secondo lei cos’ha portato a ciò e come vi si può porre rimedio? Quando è finito il monopolio della RAI ed è nata la competizione con Mediaset, noi speravamo che la concorrenza avrebbe migliorato la qualità del prodotto televisivo Fermenti  203


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sia pubblico che privato: invece è successo esattamente l’opposto, scatenandosi una concorrenza verso il basso. Tutti noi siamo fatti anatomicamente in un certo modo: abbiamo il cervello e le viscere. La scelta è stata quella di rivolgersi alle viscere e non al cervello, alla sensibilità, al buon gusto e alla qualità, ma al peggio che è in tutti noi: c’è chi riesce in qualche modo a difendersi da questa comunicazione verso il nostro peggio e chi no, e questo fenomeno è cresciuto e si è dilatato. Quindi oggi la televisione cosiddetta “spazzatura” a suon di replicarsi – perché è appunto un fenomeno di replicanza – mette sempre più nell’angolo la televisione di qualità, che pure esiste. Questo vale un po’ anche per il cinema: tutto ciò che appena sfiora qualche livello superiore del nostro organismo viene subito smontato, demonizzato, messo a parte. A tutto ciò vi si può porre rimedio solo con una svolta epocale, che potrebbe venir suscitata per esempio da una guerra mondiale: un trauma tale che risvegli i cervelli degli utenti televisivi e degli autori dei programmi, altrimenti io ho l’impressione che questa tendenza “corruttrice” di una parte consistente della televisione attuale cresca giorno per giorno. Programmi che quando nascono vengono visti con sospetto, o vituperati, perché sembra che veramente oltre non si possa andare, tipo Il Grande Fratello o L’isola dei famosi, dopo alcuni anni diventano prodotti importanti anche socialmente, presi sul serio, e queste posizioni non vengono nemmeno criticate ma si subisce passivamente. Per questo auspico veramente una specie di diluvio universale, ma solo attraverso una mutazione generazionale – a cui è naturalmente legata una mutazione culturale – potrà essere contrastata la televisione spazzatura. Dal Circolo Pickwick a Romanzo popolare italiano, da Uova fatali all’omaggio a Zavattini scrittore, lei ha effettuato un’operazione parodistica sugli sceneggiati televisivi allora in voga, chiamati dai detrattori “scemeggiati”: secondo lei si potrebbero avviare analoghi esperimenti sulla tanto deprecata fiction italiana di oggi? La mia sensazione è che la fiction italiana di oggi viva un processo di auto emendamento, migliorando dall’interno: o abbiamo la novelletta inventata, oppure sempre più frequentemente il ritratto di personaggi e la rievocazione di fatti importanti della società italiana. Quindi io credo che, per usare banalmente un vecchio proverbio alla rovescia, la moneta buona progressivamente scacci quella cattiva, e il fenomeno della fiction su Basaglia è un’indicazione chiara: ha avuto un notevole successo di pubblico, così come quella su Di Vittorio ha affrontato problemi seri, ha impegnato attori in una recitazione più consapevole ed approfondita, è stato dato un po’ più di spazio ai registi, quando una volta non venivano nemmeno citati. Io credo che la fiction anno per anno si conquisti una piccola superficie di dignità in più, e che potrebbe anche in Italia raggiungere i livelli e l’importanza che ha per esempio in America, dove mi si dice che ormai non si distingue più tra film e fiction televisiva per rispetto per gli autori e impiego degli attori. Ai miei tempi, dopo che avevo fatto Il circolo Pickwick, la RAI mi aveva messo in castigo e Bernabei aveva sentenziato che io Fermenti  204


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perlomeno per cinque anni non dovevo mettere piede negli studi televisivi. In effetti allo scadere di questa quarantena fui riammesso, però mi fu affidata una puntata di una rubrica per ragazzi dove, per ciascuna di queste, si affrontava un’opera letteraria attraverso un meccanismo tradizionale, con l’esperto che concionava e poi dei brevi pezzi di ricostruzione cine-televisiva di alcune pagine di questi romanzi: a me fu proposto di fare un’operazione di questo tipo con Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, e io feci una cosa di tutt’altro tipo. Siccome avevo scoperto che questo romanzo del 1882 era uscito a puntate quotidiane su un piccolo giornale quotidiano di Verona, La Nuova Arena, allora io intrecciai scene di vita della Verona di quegli anni così come veniva presentata al giornale con scene delle Tigri di Mompracem, con Proietti che faceva Sandokan: quindi prendevo per il culo i buoni borghesi veronesi che leggevano tutti i giorni questa storia esotica, perché Salgari non è nato come scrittore per ragazzi, c’era anche della sensualità orientaleggiante nella sua opera. Questa fu la prima vera parodia, tant’è vero che la RAI lo nascose: allora infatti stava per partire il Sandokan “serio” di Sollima, e questa sembrava una parodia preventiva, per cui fu mandato in onda una volta e poi nascosto. Sollima la giudicò una facile parodia, ed io risposi: “Se è facile perché non ci provi tu”. Allora c’era questo grande interesse delle direzioni culturali per la vecchia narratività: erano gli anni in cui andava per la maggiore l’analisi strutturalistica, e quindi la scoperta del meccanismo del racconto, lo smontaggio, la messa in evidenza degli espedienti del mestiere del narrare per vaste moltitudini di lettori… I programmi culturali decisero di fare una prova: fu pertanto stabilito di fare un programma di alcune puntate e si scelsero come consulenti Umberto Eco, Ezio Raimondi, docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, e Folco Portinari, un funzionario interno RAI, e questi si misero a progettare questo programma e, probabilmente perché avevo fatto Sandokan in quel modo, mi chiesero di fare i romanzi popolari. Non c’era una visione molto precisa di come fare televisivamente un discorso sul grande romanzo popolare italiano dell’Ottocento che non fosse noioso e cattedratico com’era stato fino allora e come sarebbe continuato ad essere, perché la presenza di professori universitari secondo i responsabili televisivi era una garanzia di cultura, anche se era spesso anche una garanzia di rottura di coglioni. L’individuazione dei generi l’avevano fatta Eco e gli altri: io proposi come romanzo dei bassifondi I misteri di Napoli di Francesco Mastriani, come romanzo storico L’assedio di Firenze di Francesco Domenico Guerrazzi, come romanzo sociale Gli ammonitori di Giovanni Cena, come romanzo di evasione post-dannunziana La freccia nel fianco di Luciano Zuccoli (per il quale ho utilizzato un’abbondante citazione del film di Lattuada), come romanzo sugli intrighi borghesi I ladri dell’onore di Carolina Invernizio. Anziché parlare genericamente e frammentariamente di tutto il genere proponendo pillole esemplificative, io però proposi di dedicare ogni puntata ad un romanzo scelto come indubbiamente rappresentativo di quel genere, e di raccontare quel romanzo in modo che, messo in piedi scenicamente, anche lo si analizzava strutturalmente: tutto in una chiave apertamente sfottitoria, ma scientificamente ineccepibile. In una televisione abituata Fermenti  205


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a far durare otto puntate un romanzo di duecento pagine, io avevo la presunzione di sunteggiare in un’ora un romanzo di mille pagine. Questa impostazione era abbastanza ricca di provocazioni inedite, e infatti la cosa fece un certo rumore: pure Papa Paolo VI fece sapere che aveva apprezzato. In qualche modo lei è stato un precursore sia dell’inchiesta sociale (da Controfagotto a Sottotraccia) che della docufiction politica (Apollon, una fabbrica occupata e Il contratto), entrambi filoni oggi molto seguiti da chi cerca di produrre una controinformazione utile: lei pensa che questa potrebbe essere una strada da percorrere per tornare a fare una buona televisione? Le inchieste sociali stanno rifiorendo – valga per tutte il lavoro che fa Iacona – e poi c’è una differenza fondamentale: oggi c’è una libertà di opinione e di espressione che ai miei tempi non esisteva. C’era proprio una censura ferrea: con tutto il male che si può dire della televisione, oggi c’è una libertà politica e di opinione che ci permette di dire tutto. Un programma come Annozero o inchieste come quelle di Iacona sarebbero stata “fantatelevisione” ai miei tempi. I Vespa oggi lo sono per loro scelta, citando un emblema del tartufismo televisivo: allora si era obbligati ad essere così, ma oggi se uno vuol essere Santoro la sua libertà di opinione è garantita, e guai se i sommi capi osano intervenire, succede la rivoluzione. Quindi c’è stato un progresso enorme al quale si è abituati: non ci si rende conto della conversione a 360° che nel piano dell’informazione si è conquistata in RAI. Poi oggi c’è una situazione politica, opinioni e tipi di strumentalizzazione diversi all’interno del servizio pubblico, però c’è una dialettica forte: se Minzolini sulla prima rete fa un suo editoriale condannevole lo si condanna dalla terza rete. Insomma la libertà d’espressione è incomparabilmente maggiore oggi, e quindi non è vero che è tutto male. Per quanto riguarda la docufiction, quando si pose il problema di realizzare un filmato sulla vertenza degli operai dell’Apollon durante l’occupazione della fabbrica, erano già al sesto mese di occupazione – quindi in una fase di riflusso – e allora presero contatto con me e altri cineasti perché gli manifestassimo un minimo di solidarietà facendo qualcosa per loro che facesse conoscere la lotta tra i tanti che andavano lì e volevano insegnargli a fare la rivoluzione, mentre invece loro volevano solo che riaprissero la fabbrica. Volevano una garanzia del posto di lavoro, volevano vivere e far vivere le famiglie: lì c’andavano i vari ipersinistri gruppettari che dicevano che la piattaforma rivendicativa era revisionista, proponendo gesti rivoluzionari che poi li avrebbero fottuti, come l’occupazione della Tiburtina. I “rivoluzionari” se ne andarono poi tutti schifati: io invece resistetti, e insieme stabilimmo quali dovessero essere i requisiti del film. Primo, che non annoiasse; secondo, che coinvolgesse emotivamente; terzo, che dove e se possibile facesse anche ridere: insomma, fare in modo che la gente non uscisse con le palle spaccate, ma si emozionasse e divertisse. Infatti abbiamo fatto centinaia di proiezioni, e tutte sempre con lo stesso esito di grande consenso da parte di chi lo vedeva, in particolare degli operai: ricordo all’Ilva di Piombino c’erano milleduecento operai, e dopo la proiezione noi giravamo coi cestini, come Fermenti  206


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facevano i vecchi sagrestani, a raccogliere offerte in denaro, e in quel modo abbiamo raccolto parecchi milioni e consentito di tenere in piedi l’occupazione, perché solo con un’iniezione di solidarietà (non si parlava mai di soldi…) potevano reggere. Allora una mattina mi svegliai pensando che i capannoni che avevano nel recinto dello stabilimento potessero diventare teatri di posa e che molti di loro potessero fare gli attori: così proposi di raccontare la lotta dell’Apollon come si era svolta fino allora, ricostruendo anche momenti in cui loro avrebbero recitato le cose che avevano vissuto. Si fece una sceneggiaturina e in pochi giorni girammo questo film, che però precede la formulazione del neologismo docufiction, tant’è vero che a nessuno di noi veniva in mente di chiamarlo così: non esisteva la parola. Io l’ho scoperto perché qualche anno fa una simpatica regista argentina, che vive in Italia e torna spesso nel suo Paese d’origine, mi disse: “Complimenti, ho visto la tua docufiction”, ed io dentro di me pensavo che m’avesse scambiato per qualcun altro, perché non sapevo che fosse ‘sta docufiction. Con domande prudenti e indirette, alla fine riuscii a capire che la docufiction era l’Apollon: quindi prima abbiamo inventato il prodotto e poi è nata la denominazione. (a cura di Alessandro Ticozzi)

Sbobinami pure! di Antonella Di Renzo

L’ascolto e l’attesa Storia di triangoli e altri poligoni di Anton Pasterius

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Tommaso Ottonieri: dal Surreal-noir al Cinema come Poesia

INTERVISTE

a cura di Velio Carratoni A quando risalgono le tue prime prove di scrittura? Ho iniziato a scrivere molto presto, tentativi narrativi e poetici già alle scuole elementari credo… Ma più sensatamente negli anni del liceo (intorno ai diciassette anni), quando scrissi un’opera dalla struttura ambiziosa, racconti incastrati in una cornice grosso modo diaristica… Molto irrisolto, ma era un modo per sperimentare. Scrissi anche dei versi molto prosastici, e antipoetici, negli stessi anni; ma era difficile forzare l’antimodello tardomontaliano, il grado zero, con qualche eccesso di understatement, che quello proponeva. Quando ti sei orientato verso la sperimentazione? Direi da prestissimo, da prima ancora; ricordo temi in classe (negli anni del ginnasio) di una tinta surreal-noire e con suggestioni tratte dall’allora seminuovo canone psichedelico del rock (perlopiù nella versione “colta”, il progressive inglese), che lasciavano interdetta alquanto la maternalissima e in quel senso sprovveduta prof. Ti è capitato di cimentarti in prove più tradizionali, non svelate? All’interno di quell’opus ambizioso di cui sopra, almeno un racconto era di tipo più “tradizionale”. E forse poi la raccolta giovanile di nonversi (nella misura in cui il modello stesso era saturo di tradizione consumata, lasciata implodere). Ma direi che in qualche misura il mio fare è fra i più “tradizionali” in un certo senso; perché c’è un lavoro sulle forme, sulla lingua, sui metri (anche magari per forzarli e invertirli di segno) che non mi capita troppo spesso d’incontrare, a guardarmi in giro. Credo in questo che si possa essere profondamente sperimentali solo attraversando la tradizione fino alla radice; a toccarne l’origine, la base ancora incandescente prima che raffreddasse e si cristallizzasse in canone (o in sua scimmiottatura). In che modo ci potremmo liberare dal Contatto che ci ingloba in un mondo di falsità e di passività ibernanti? …Ossia il cortocircuito lobotomizzante, meglio… Noi tutti sudditi di una società dell’elettroshock; che proviamo a tenerci fermi sulle tempie i nostri paraorecchi di materiale isolante, per respingere la scarica. – Questo forse non è dato, a uno scrittore, se non agitando il seme (e i sèmi) della lingua. Scoprendo il suo lato sconosciuto. Smascherando l’uso narcotizzante e manipolatorio che se ne fa. Senza smettere di accendere contatti. Fermenti  208


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L’avanguardia è stata seguita, attuata o rimane una meta da raggiungere? La seconda, spero; nel senso che è un principio attivo più che una tradizione a sua volta. Un bersaglio mobile; dove il centro in questione siamo innanzitutto noi. E la scrittura, ogni scrittura, è un avanzamento ad ignotum. (Da parte di una soggettività che probabilmente non-è; che di sicuro è altro). Ti senti più un poeta, un narratore o un saggista? Credo sia indecidibile, tutto si ibrida in quello che faccio (il verbale ma anche quel che non è ancora verbale o che non lo è più); Aldo Nove ad esempio, amicalmente mi definì qualcosa come un “logoteuta”. Nel senso, credo, che non sono mai esclusivamente una di queste cose; e quando privilegio uno dei generi, in realtà gli altri non smettono di lavorare. Quello che cerco è dare spazio alla parola, che è qualcosa che accade in ogni forma, e se accade è solo per superarsi, per estinguersi, per svelare l’oggetto che pulsa tra le pieghe organiche del linguaggio. Per sbloccare qualcosa alla radice, insomma. Credo che quel che m’interessa nello scrivere, basilarmente, è la stessa possibilità di suscitare le ombre della materia. Perché ogni scrittura è in se esercizio plastico del magma. A livello critico sei più vicino a La Porta, Cortellessa, Massimo Onofri, al redivivo Belardinelli, a Leonelli o a chi maggiormante? Ma sicuramente a Cortellessa, certo. E anzi, direi, fra questi è l’unico che io in fondo riconosca. Credo però che la mia pratica sia un esercizio molto interno alla concretezza di scrittura; non per nulla, il mio testo esemplare, in questo senso, si chiama La Plastica della Lingua. Un titolo a designare certo il corpus testuale preso in oggetto, ma che – in seconda istanza – è assolutamente autoriflessivo. (Nella misura in cui, forse, la mia pratica critica e testuale avveniva all’interno di quel corpus; e così ancora, immagino, fino a che avrò modo di scrivere). Come sono stati i rapporti con tuo padre Mario Pomilio? Molto buoni in effetti; lui era una persona splendida. Non condividevo molto delle sue predilezioni linguistiche, ma credo che, in fondo, la mia opera sia subliminalmente/ profondamente apparentata alla sua. La struttura e il quest nell’Evangelio e nel Fùcino non sono così dissimili. E quel mio libro evoca ovunque la sua ombra familiare. Lo hai un po’ accantonato come autore, prevedendo di volerlo aggiornare, o in un primo tempo lo hai anche condiviso? Mi fermavo all’apparenza e alla leggenda. Nella sua lingua cristallina non riuscivo a sentire altro che un tradizionalismo, che non mi pareva si sbloccasse all’investigazione; quando poi era la mobilità delle sue strutture, delle sue domande, a decidere piuttosto. Inoltre, non comprendevo a volte le sue tematiche, e anche adesso in fondo (a prenderle alla lettera) stento ad entrarvi. Se posso dire, è che ho sempre amato in fondo (e fin da età non sospetta, come dicevo avanti) la “vertigine”, diciamo, dell’espressione e il suo magma, il suo rumore; mio padre, nella sua alta sapienza di scrittura, era rivolto assai più verso la metafisica e i suoi Silenzi È che nel suo dire l’essenza spirituale, metafisica, più vera, era a volte sopraffatta da quella pàtina di confessionalità che era stata appiccicata alla sua immagine stessa di scrittore, e che lui (malgrado gli stesse Fermenti  209


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stretta) non ebbe sempre il coraggio di scrollarsi di dosso. Ma credo che basterebbe poco a scoprirlo, se solo si avesse voglia di farlo; come in fondo sarebbe un dovere, per chi si occupa di preservare una memoria della letteratura che importa. Tuo padre detestava Pasolini e Moravia. Tu che posizione hai assunto verso tali autori? Credo piuttosto che si ignorassero, in fondo; ma senza rancori (da parte di mio padre sicuramente no). Personalmente, m’interessa il “ribobolo” Pasolini (che è qualcosa indissolubilmente storico-biologico-testuale, forse la “disperata vitalità” presa in sé, come irriducibile sostrato pulsionale), più che le sue realizzazioni (e comunque le letterarie meno delle filmiche); e credo che la leggenda Pasolini abbia sopraffatto ogni piano di oggettività nella ricezione della sua opera, pur quantitativamente gigantesca. Ma è forse in due opere interlocutorie e inconcludibili come Empirismo eretico e come Petrolio, che Pasolini si avvicina alla vera grandezza. Che giunge a toccare l’abisso e lo schianto del Moderno. Perché la stesura di Le strade che portano al Fùcino è stata alquanto tormentata? In realtà, nei vent’anni della sua realizzazione ho fatto tante altre cose, ho scritto altri cinque o sei libri, grosso modo… E tutto facendo il padre non dico a tempo pieno, ma quasi. Ogni opera nasce insieme ad altro, entra nel flusso della trasformazione; il Fùcino è (stato) qualcosa di organico a tutti gli effetti, un tragitto senza mappa, un territorio anzi non mappato, e altro da sé a ogni immersione. Autobiografia immaginaria, relitto biologico, radice acquatica, fantasma di contatti extrasensoriali e ipergalattici, scossa di un’elettrificazione a donare oltrevita (come per il Frankenstein della Shelley), badtrip psichedelico delle radici. E solo alla fine sono riuscito a direzionare quella landa, e ho trovato una forma eventuale al mio (dis)orientamento. Cosa stai scrivendo attualmente? Vari progetti narrativi, ma piuttosto nella misura breve (per ora depositati in riviste come “il verri”, “Atti impuri” o “Il reportage”); una prosecuzione nel segno delle Strade. E poi un’opera saggistica intitolata Cinema come Poesia, a firma Pomilio, in uscita a maggio. Tu ammetti che sono stati i giovani degli anni ’70 ad inventare un nuovo linguaggio. In che senso? Non tutti… M’interessa e anzi amo il lavoro di Aldo Nove, e di pochi altri. Credo però che l’accelerazione nelle tecnologie del comunicare non stia passando invano: che stia lasciando tracce, di cui forse ci accorgeremo meglio di qui a un paio d’anni. Dal punto di vista di persona impegnata nella didattica, come sono i giovani della prima decade del XXI secolo? Smarriti. Ma pieni di curiosità, insieme. E questo lascia ben sperare. (a cura di Velio Carratoni)

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Dall’arte muta dei gesti e dei ritmi del corpo al linguaggio delle parole

Sara Giannatiempo, una giovane promettente ballerina contemporanea è passata dalle sue precoci attività in Inghilterra, Svizzera, Germania, Italia a quella della scrittura. Pubblica infatti con Fermenti il romanzo Connessioni con il quale ha aggiunto le parole alle sue sensazioni corporee.

D: Fino a che punto esiste una identificazione o contrapposizione tra balletto classico e danza moderna? R: Sicuramente l’identificazione più forte è immediata è semplicemente il fatto che si avvalgono dello stesso strumento che è quello del corpo anche se poi le sue potenzialità di movimento vengono espresse in modo molto diverso, tramite uno stile e vocabolario più codificato nel caso del balletto classico e più libero ed in continua evoluzione nel caso della danza contemporanea. Come in qualsiasi forma d’arte c’è la stessa contrapposizione che si individua tra classicismo/tradizione e modernismo/avanguardia. Sicuramente non esisterebbe nessuna danza moderna se prima non ci fosse stata la tradizione della danza classica, come a partire da un modello/icona con canoni ideali perfetti, poi Sara Giannatiempo volutamente scardinati per ricercare una maggiore libertà espressiva. All’interno della danza contemporanea poi ci sono molte sfaccettature e quindi, di conseguenza, questa contrapposizione, rispetto al balletto classico aumenta o si ridimensiona, a seconda dello stile di ogni singolo coreografo che può operare con atteggiamento di rottura e di completo distanziamento dalla forma del balletto classico, oppure collocarsi in una linea più continuativa. Le contrapposizioni sono comunque molto evidenti, sotto molteplici punti di vista, a partire dalla tecnica usata, dalle caratteristiche dei ballerini e ovviamente dal repertorio. Il balletto classico attinge, per eccellenza, ad un repertorio consolidato che si rifa ai grandi classici come ad esempio Lago dei Cigni riprodotte nel modo più fedele possibile, a meno che non si parli di nuovi adattamenti coreografici, alle coreografie originali, ad esempio di Petipa/Ivanov, con cui sono state presentate le prime volte nell’Ottocento quindi il lavoro è essenzialmente di ricostruzione di un materiale già esistente e l’attenzione dello spettatore si concentra forse più sull’interpretazione dei danzatori, visto che l’opera è già conosciuta, mentre nella danza moderna/conFermenti  211

INTERVISTE

INTERVISTA

a cura di Velio Carratoni


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temporanea, anche se nel caso dei grandi coreografi contemporanei oggi richiesti, anche dalle compagnie di danza classica già si parla di un repertorio comunque contemporaneo, di creazioni studiate appositamente dal coreografo che può partire da una ricerca più astratta, senza alcuna forma di narrazione, concentrandosi magari solo ed esclusivamente sulla ricerca di nuovi movimenti oppure, pur mantenendo un tema narrativo, concentrarsi su un aspetto espressivo che privilegia un atteggiamento magari più umano e volutamente spoglio, rispetto alla pomposità tipica del balletto classico che si avvale sempre di grandi scenografie, costumi e tutù molto lavorati. Di conseguenza l’attenzione dello spettatore è più rivolta al lavoro coreografico nel suo complesso, visto che spesso ci si affaccia in un universo creativo, magari non già visto e conosciuto nel corso degli anni. Ti reputi conciliativa tra queste due tendenze o espressioni didattico-musicali? Personalmente mi reputo molto conciliativa, nel senso che pur avendo scelto di dedicarmi più alla danza contemporanea, mantengo un profondo rispetto nei confronti di quella che è la grande tradizione del balletto classico, così come penso sia importante che la tradizione, a sua volta, rispetti quelle che sono le tendenze più moderne. Oggi le grandi compagnie di classico tipo il Royal Ballet o l’Opera di Paris, inseriscono in repertorio coreografie contemporanee e questo è indice sicuramente di apertura e disponibilità verso le nuove tendenze. Penso, in generale, sia sempre negativo avere un atteggiamento di chiusura o completo rifiuto nei confronti dell’una o dell’altra, anche se spesso, tra gli addetti ai lavori o il pubblico stesso, si percepisce magari l’atteggiamento ostile verso il nuovo di chi persegue fedelmente la tradizione e l’atteggiamento disfattista, verso il passato di chi vuole continuamente sperimentare. Penso alla fine che entrambe queste due realtà possano convivere e sicuramente arricchirsi e stimolarsi reciprocamente, ampliando l’una gli orizzonti dell’altra. Volendo fare una distinzione tra danza moderna statunitense e danza moderna centro europea, a quale ti senti più legata? Personalmente mi sento più legata alla danza moderna centro europea, perché ne ho avuto un’esperienza più diretta visto che la mia formazione è europea ed ho lavorato con coreografi soprattutto europei, in particolare con influenza anglosassone, olandese, francese, tedesca. Questo però si riferisce più ad un discorso coreografico, perché in realtà, ancora adesso le tecniche di studio più codificate della danza contemporanea “pura” si rifanno a grandi personalità americane che poi hanno esportato le loro metodologie in tutta Europa e che poi sono state contaminate, rielaborate, secondo un gusto più europeo. Mi riferisco in particolare alla Tecnica Graham, alla Tecnica Cunningham, alla Tecnica Limon, alla Tecnica Release, tutte nate in America e poi diffusesi nel resto d’Europa che io ho studiato a Londra, presso la London Contemporary Dance School, The Place, che proprio negli anni ’60 ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusione in Inghilterra della danza moderna americana, che stava prendendo piede in quegli anni, grazie all’attività Fermenti  212


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come didatta e coreografa di Martha Graham e proprio uno dei ballerini storici della sua compagnia, Robert Cohan è stato chiamato a Londra da Robin Howard per provare a colmare quella lacuna e per importare le sue tecniche in Inghilterra. Quindi, pur non essendo mai stata in America, posso dire che entrambe hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione. Qual è il rapporto tra corpo e danza? È un rapporto stretto e affascinante ed è quello che credo tutti noi ballerini esploriamo ininterrottamente nel corso dei nostri anni di studio e di carriera. Ovviamente il corpo è l’unico strumento attraverso cui l’arte della danza si esprime e diventa visibile; è la materia prima che va continuamente plasmata, modellata, cesellata per essere in grado di “trasformarsi” in altro, in quella magica ed effimera illusione che è la danza. Lo studio della tecnica della danza passa per un lavoro faticoso e molto rigido con il corpo, che va spronato inizialmente a fare cose che non rientrano nelle normali attività umane, ma più si padroneggia la tecnica, più si diventa consapevoli del proprio strumento/corpo, più ci Sara durante una performance si può abbandonare al lato artistico della danza, creando l’illusione, appunto, di eseguire con naturalezza e senza fatica anche le cose più complicate, oppure scegliendo di rendere visibile la fatica per enfatizzare alcuni lati espressivi. La danza richiede tante caratteristiche contraddittorie: forza e delicatezza, elevazione ma anche profondo ancoramento al suolo, flessibilità e leggerezza, energia, resistenza. A tutto questo si aggiunge ovviamente il senso artistico che è quello che distingue l’utilizzo di un corpo atletico, in senso sportivo dall’utilizzo che ne fa un ballerino. Forse alla fine è un po’ lo stesso rapporto che si ha con uno specchio, visto che la danza può riflettersi nel corpo e al tempo stesso il corpo si adatta per rispondere meglio al tipo di danza a cui si dedica, cercando di annullare sempre più la distanza, smettendo di sentirsi corpo, mirando ad immedesimarsi con la sua arte a tal punto da diventare pura danza illusoriamente incorporea senza confini e limiti fisici. Fino a che punto è necessaria la preparazione classico-accademica, come esercizio, studio, disciplina? È necessaria ed indispensabile. Non a caso si dice che la danza classica sia la madre di tutte le danze perché poi, pur decidendo di confrontarsi e specializzarsi in altre discipline, fornisce le basi fondamentali, per spaziare in altri campi. Sono le radici da cui poi si dipana tutto il resto. È importante studiarla ovviamente per preparare il corpo con il necessario bagaglio fisico fondamentale per costruire la tecnica, ottenere Fermenti  213


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la coordinazione e la consapevolezza spaziale, per acquisire anche il vocabolario dei nomi tecnici dei passi. Anche se già si sa, magari di aver intenzione di dedicarsi ad altri tipi di danza, in una fase di formazione è importante studiare quella accademica perchè permette di approcciare le altre con consapevolezza, maggior rigore e, di conseguenza, si può essere più versatili ed avere più possibilità. È uno studio rigido che impone molta disciplina, pazienza, costante e continua ripetizione degli stessi passi e degli stessi esercizi. Non a caso penso il simbolo per eccellenza che indica lo studio della danza sia la sbarra a cui ci si poggia da piccole nei primi passi e a cui si continua a far ritorno, fino alla fine della carriera. Cosa intendi come ricerca di uno stile personale per comunicare? Lo stile personale per comunicare, attraverso la danza si traduce in coreografia, ma questo è un concetto molto più ampio dal puro e semplice meccanismo di “montaggio” di passi e costruzione di movimento nello spazio in relazione con altri corpi. Oggi si studiano materie su come fare coreografia, che in realtà più che proporre un modello da seguire, sono più che altro degli inviti ad avere più consapevolezza, in quanto creatori di danza, al rapporto che può essere di contrasto o di assoluta simbiosi, ad esempio tra danza e musica, o all’importanza dello spazio non solo inteso come luogo in cui si svolge la danza, ma proprio anche lo spazio che il corpo crea attraverso la sua danza. Gli approcci coreografici possono essere molto diversi: possono partire da una struttura più libera come quella dell’improvvisazione per non vincolare una libertà espressiva che si crea in un particolare momento e che non può essere riprodotta in modo identico e “bloccata” in un passo oppure essere estremamente rigidi, tramite una struttura più logica e razionale, oppure avvalersi di strutture tecnologiche e scenografiche che finiscono con il limitare o cambiare le possibilità di utilizzo del corpo. L’arrivare a crearsi uno stile personale è un processo lungo e magari volutamente, non si costruisce un proprio stile, ma si è predisposti a cambiarlo, di volta in volta, a seconda del tema che si vuole sviluppare coreograficamente. A volte quello che si sente proprio è comunque frutto degli studi fatti, degli spettacoli visti, di coreografi ammirati, di pezzi ballati … come se tutto quello che si è accumulato nel corso degli anni, contaminato e rielaborato esce in una formula che si sente più propria. Tante possono essere le fonti di ispirazione: uno studio puro e semplice sulle possibilità di movimento, uno stato emotivo, un tema narrativo, la musica.Spesso mi capita di sentire un brano musicale che mi colpisce e di immaginarmelo visivamente già sotto forma di danza, a volte sono parole o citazioni che mi attraggono e che mi spingono a voler provare a rendere un linguaggio come quello della scrittura, tramite il linFermenti  214


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guaggio del corpo. Penso che la coreografia, in realtà come qualsiasi forma di composizione, nasca forse dalla voglia di trovare risposte alle tante domande o ai tanti stimoli che spesso anche inconsapevolmente riceviamo, è una ricerca, la voglia di dire la nostra su un “tema” su cui forse tutti hanno già detto e scritto, ma su cui forse noi non ci siamo ancora confrontati in prima linea. Per me alla fine è un processo quasi istintivo che nasce da un’urgenza espressiva forte, dalla voglia di comunicare uno stato emotivo, una sensazione, un qualcosa che si agita dentro e che si prova a portare fuori, in tutti i modi. È vero che per praticare l’arte della danza, a volte occorre svolgere un altro lavoro per ragioni pratiche? Questo purtroppo è un concetto molto diffuso in Italia, dove spesso, nella maggioranza dei casi, a parte poche consolidate realtà, la danza non è considerato un vero e proprio lavoro di cui si può vivere. Fortunatamente all’estero non è così. Una volta terminata la propria formazione e i propri studi ed una volta ingaggiati come ballerini professionisti con regolari contratti ci è concesso il lusso di poterci dedicare esclusivamente alla nostra arte o almeno nel mio percorso così è stato nei paesi europei dove ho avuto l’opportunità di lavorare, come ballerina in compagnie di teatro. Sia in Inghilterra, che in Svizzera e in Germania, i ballerini o in generale, altre figure artistiche, sono considerati con rispetto e dignità, tutelati a livello lavorativo e sono impiegati a tempo pieno nel teatro o nella compagnia per cui lavorano, proprio perché si ha grande rispetto per l’arte e per chi sceglie di dedicarsi a questa a livello professionale. Un ballerino o una ballerina senza tournée, può contare su ingaggi o attività praticate sul territorio italiano? Devo ammettere che, pur essendo italiana, ho sempre svolto il mio percorso lavorativo all’estero e spesso molti ballerini italiani si trasferiscono all’estero, proprio perché qui le condizioni di lavoro sono molto diverse, rispetto al resto d’Europa e sono poche le realtà che in Italia operano regolarmente e stabilmente. In realtà un ballerino è ingaggiato presso una compagnia od un teatro ed è impegnato a seguire le tournée organizzate dagli enti per cui lavora. Quando è libero da contratto, a meno che non sia un nome molto famoso, è difficile che riesca ad inserirsi e a proporsi singolarmente e se lo fa tende più a farlo nella formula di coreografo/interprete, ma per ricevere finanziamenti, per farlo dovrebbe fare ricorso ad una lunga procedura, attraverso cui il Ministero distribuisce i fondi destinati all’arte. Ma diciamo che per le nuove leve è veramente difficile riuscire ad inserirsi in questo contesto. A quali artisti della danza ti senti più legata, in senso storico-biografico? Mi sento legata a quelle grandi personalità di artisti e coreografi che mi hanno permesso di ampliare i miei confini e le mie idee su quello che può essere consideFermenti  215


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rato danza, perché mi hanno spinto oltre ogni forma/schema mentale, facendomi scoprire nuovi modi di intendere la danza, perché hanno saputo osare ed andare contro corrente, rompendo le tradizioni per affermare il loro universo creativo e coreografico. Penso siano un po’ quei grandi nomi che hanno ispirato le generazioni di coreografi attuali che sono eterni debitori a quel percorso da loro iniziato e che adesso continua ad evolversi, grazie al loro operato. Sarebbero tanti i nomi da citare. Il primo che mi è venuto in mente è sicuramente quello di Pina Bausch, fondatrice del genere del Tanztheater che ha rivoluzionato la concezione della danza e, più in generale, del modo di fare teatro. La ricordo personalmente in occasione di una prova generale della sua compagnia al Sadler’s Wells Theatre di Londra. È incredibile quanto una donna dall’aspetto così minuto e apparentemente fragile e vulnerabile, avesse in sè una forza così esplosiva nel suo modo unico e quasi psicologico di creare, raccontando le sensibilità e le fragilità dei nostri tempi in un modo umano e teatrale, in grado di commuovere e far ridere al tempo stesso, fornendoci immagini visive capaci di restare impresse a vita nello sguardo, a volte rendendo provocatoriamente la non-danza più forte di ogni danza virtuosa, scegliendo interpreti, a volte “imperfetti” nelle loro caratteristiche fisiche che diventavano poi la loro peculiarità e la loro grandezza. Una delle frasi guida nel mio percorso di danzatrice e che spesso mi sono ricordata, di fronte allo scoraggiamento a volte nel non sentirsi mai pienamente in grado di superare i limiti del corpo, era la sua quando affermava che ciò che la colpiva in un danzatore non era come si muovesse, ma cosa lo “muovesse” e da cosa fosse toccato (anche facendo un gioco di parole visto che in lingua inglese il verbo to move sta ad indicare sia il muoversi che il commuovere). La sua danza a volte così forte e scomposta, a volte così minimalista per me trascende ogni vocabolario, per arrivare dritta all’anima e all’emotività e personalmente, al di fuori di ogni apprendimento tecnico necessario, è in quella direzione che cerco di lavorare come ballerina. Altro nome importante, con cui ho avuto sempre la fortuna di avere un incontro diretto nei corridoi della mia scuola a Londra, è stato Merce Cunningham. Pur non avendo particolarmente amato la sua ricerca coreografica che, a volte, per i miei gusti personali, mi sembra troppo fredda, perché svincolata da ogni emotività, a lui va il grande merito di aver dato enorme dignità alla danza, affermando, per la prima volta, che potesse essere indipendente e svincolata dalla musica da cui forse, prima di lui, era sempre costretta un po’ a dipendere. Penso a William Forsythe che, partendo da un percorso più tradizionale, passando prima per il neoclassico, ha spostato la danza fuori asse, introducendo incredibili disequilibri e, ancora adesso, prosegue imperterrito in una ricerca coreografica più legata allo spazio che lo porta ancora ad Fermenti  216


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innovarsi e ad andare sempre oltre ciò che ha già raggiunto. Penso a Mats Ek che ha avuto il coraggio di toccare, in un certo senso “profanare”, ricontestualizzare e reinventare i grandi lavori classici come Bella Addormentata, Carmen, Lago dei Cigni, facendoceli riscoprire ed amare, in chiave completamente diversa. E potrei continuare così anche con tanti nomi perché è impossibile elencarli tutti, ma penso che se non ci fossero stati loro, noi forse saremmo rimasti ancorati ad un’idea, forse troppo “stereotipata” di ciò che è danza e di ciò che non lo è e, grazie al loro input operano i nuovi coreografi di oggi. Alla fine avere il privilegio di poter guardare i loro lavori è stato, ed è, un arricchimento impagabile, per me come danzatrice e come persona. A livello più personale, ovviamente sono indissolubilmente legata a tutti gli incredibili maestri che ho incontrato nel mio percorso e che hanno condiviso la loro esperienza con me con enorme generosità e alcuni dei coreografi con cui ho direttamente lavorato e, grazie ai quali, sono cresciuta artisticamente. Puoi indicare quali sono state le guide simboliche della tua formazione? Carla Fracci e Vittoria Ottolenghi, ad esempio, possono essere considerate tali o ce ne sono altre? Puoi svelare i loro nomi? Vittoria Ottolenghi, negli anni in cui ero molto giovane, ha svolto un ruolo importante nella divulgazione dell’arte della danza in televisione e ricordo le sue “Maratone d’Estate” come un’occasione rara per poter vedere qualche video di danza su RAI Uno. Negli stessi anni, ho visto video di Carla Fracci e partecipato a sue conferenze perché rimane un’icona della danza italiana nel mondo e con alcune sue interpretazioni, come Giselle si è ampiamente meritata un posto importante nella storia della danza. Ovviamente il mio percorso, rivolto più verso la danza contemporanea, ha fatto sì che il mio sguardo si rivolgesse altrove e, in generale, ammiro molto gli artisti che si rimettono in discussione, non si adagiano e finiscono con lo stupire loro stessi, prima ancora che il loro pubblico. Ammetto di non aver mai avuto un solo modello cui ispirarmi o verso cui tendere, ma di essermi lasciata arricchire, ogni volta, dalla visione dei ballerini più diversi. Non ho l’idea del ballerino ideale per eccellenza perché ognuno può avere punti di forza e debolezza. Chi colpisce per la tecnica, chi per il dinamismo, chi per la capacità di emozionare, chi per la consapevolezza del proprio corpo. Personalmente amo pensare che ogni artista, dal più affermato al meno noto, sia unico nel proporre una sua versione del movimento personale e irriproducibile, in quanto porta sul suo corpo memoria di tutto il bagaglio che si è costruito nel corso degli anni. Parlaci delle tue esperienze di ballerina negli ultimi cinque anni. Le mie esperienze degli ultimi cinque anni sono state varie e diversificate. Le mie caratteristiche di ballerina si sono delineate, grazie al percorso di studi di tre anni che ho fatto a Londra, un percorso completo volto a migliorare non solo le mie caratteristiche tecniche, ma anche a sviluppare una mia personale visione artistica, ad approcciare il lavoro coreografico e creativo, prima di allora, mai speriFermenti  217


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mentato. Una vera e propria full immersion in tutte le sfaccettature degli aspetti della danza, da quello educativo, a quello teorico/critico e anche comunitario. Ho avuto la fortuna di studiare tecniche diverse e ballare tanti stili di coreografie, quindi penso quegli anni siano serviti a darmi versatilità ed un’elasticità mentale, nell’affrontare, in modo positivo le richieste più disparate dei diversi coreografi. Ho ballato pezzi tra gli altri di Henri Oguike, Jan De Schinkel, Kerry Nicholls, Tom Roden, Richard Alston, Fleur Darkin, oltre le mie proprie coreografie e pezzi di altri studenti. Ho fatto residenze con compagnie come quelle di Merce Cunningham, Trisha Brown, Siobhan Davies, Richard Alston. Al termine di questa mia esperienza, il risultato positivo di un’audizione, mi ha fatto approdare in Svizzera, per un’intera stagione, in una compagnia giovanile Ballet Junior Geneve, diretta da Patrice Delay e Sean Wood. Questa è stata, seppur in un contesto giovanile, la mia prima vera e propria esperienza di un lavoro continuativo, in compagnia ed è stata molto bella anche se forse i primi mesi ho un po’ sofferto il passaggio da una mentalità molto aperta come quella di Londra ad un contesto, forse più tradizionale come quello di Ginevra. Qui ho consolidato la mia tecnica e avuto l’opportunità di confrontarmi con un repertorio molto diverso, passando per composizioni più neoclassiche/contemporanee come il Bolero di Maurice Ravel nella versione coreografica di Thierry Malandain, direttore del Ballet Biarritz, e The Top of my head is not the top of my world creazione fatta originariamente per il Bern Ballet da Stjin Celis e poi ricostruita sulla nostra compagnia ad altre molto più fisiche come quelle di Jozsef Trefeli, ex ballerino di Alias importante compagnia di Ginevra o più moderne come She’s the one, creazione su musica di James Brown di Ken Ossola, ballerino storico del Nederlands Dans Theater, fortemente influenzato dal lavoro di Jiri Kylian. Una delle cose che ricordo più piacevolmente di quell’anno è stato aver avuto il privilegio di ballare un duetto creato appositamente su me ed il mio partner, all’interno di una coreografia Instant de Songe di Patrick Delcroix, coreografo ospite presso prestigiose compagnie, dopo una lunga carriera come ballerino presso il Nederlands Dans Theater. Ricordo come le ore in studio con lui volavano e quanto potessi apprendere solo dal vedere la sua qualità di movimento. Ho avuto anche modo di continuare la mia ricerca coreografica, creando un mio pezzo per alcune mie colleghe ballerine della compagnia. Dopo quest’esperienza mi sono spostata, sempre in Svizzera, in un’altra compagnia “Compagnie Nomades” a Vevey, diretta da Serge Campardon e Florence Faure, due interpreti storici, per molti anni presso il “Bejart Ballet Company”. L’esperienza con loro è stata completamente diversa, del tutto particolare ed inaspettata nel mio percorso. Con loro ho lavorato ad una produzione, poi portata in tournée in Svizzera che prevedeva la rilettura, in chiave contemporanea del classico su musica di Prokofiev Pierre et Le Loup. Il gruppo di artisti era omogeneo, da un cantautore/attore/ballerino/acrobata a ballerini più tradizionali, nel senso del termine. Inaspettatamente a me è stato affidato il ruolo principale di Pierre quindi partendo da un lavoro basato Fermenti  218


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principalmente sull’improvvisazione, ho ricercato in me le caratteristiche tipiche della fanciullezza, ma anche la spavalderia di un ragazzino, un po’ monello, utilizzando un vocabolario per me nuovo ed ancora inesplorato, in alcuni momenti anche più fisico/acrobatico. Successivamente sono passata in Germania, per un’intera stagione come ballerina (grouptanzerin mit solo) presso la Tanzcompagnie del Theater Plauen-Zwickau. Qui sono entrata nella realtà di un teatro stabile di tradizione, con un suo organico proprio sia come ballerini, attori, cantanti e musicisti. L’esperienza è stata diversificata perché noi ballerini eravamo integrati, sia nelle parti danzate ovviamente all’interno di Opere e di Operette, Gala, che nelle produzioni solo ed esclusivamente di danza. Tra le tante cose danzate lì, ricordo con piacere La Sagra della Primavera su musica di Stravinsky e coreografata da Bronislav Roznos che ne ha proposto una versione con la presenza dell’acqua, come elemento purificatore. E per noi tutti è stata un’esperienza insolita, trovarsi a ballare nell’acqua. Una produzione che mi ha permesso di avvicinarmi ad un’altra grande artista è stata quella incentrata sulla figura di Frida Khalo. Nella versione coreografica del direttore tutte le interpreti femminili avevano il ruolo di Frida e questo mi ha portato ad approfondire la figura di una pittrice e di un’artista dal percorso umano particolarmente travagliato. Sempre in Germania ho continuato la mia ricerca coreografica e di ballerina, proponendo un mio lavoro, creato appositamente in un Museo per una mostra fotografica su Ellen Auerbach. Ho sentito, poi, il bisogno di fermarmi un po’ e mi sono concessa alcuni mesi a Berlino, per poter studiare liberamente ed aggiornarmi sulle ultime tendenze. I tuoi autori preferiti e gli interpreti da te amati degli ultimi dieci anni? A parte i coreografi già citati prima, i “creatori” e interpreti che ritengo più interessanti di questi ultimi anni sono per me Russell Maliphant, che tra l’altro ha avuto successo, grazie anche alla collaborazione con una delle grandi stelle della danza Sylvie Guilleum che negli ultimi anni ha appunto deciso di esplorare, dopo un’importante carriera di ballerina classica, anche linguaggi contemporanei più estremi; Sidi Larbi Cherkaoui ed Akram Khan che ho amato come unici interpreti e coreografi del pezzo Zero Degrees che offriva importanti spunti sul tema dell’integrazione sociale; Hofesch Schechter che proviene dal filone di danzatori influenzati, dall’esperienza con la compagnia israeliana Batsheva Dance Company, poi trapiantato in Inghilterra dove ha proseguito la sua ricerca coreografica; Guillermo Bothelo, coreografo della compagnia Alias; Angelin Preljocaj coreografo e direttore della sua omonima compagnia, ma ora inserito anche nel repertorio delle compagnie classiche, come l’Opera de Paris di cui ho visto Le Parc e la Staatsballet Berlin che ha, di recente, rappresentato una sua versione di Biancaneve. Tra i coreografi italiani, di cui sono riuscita a seguire anche l’attività all’estero, grazie alle sue tournée internazionali con la compagnia “Aterballetto” di cui è stato tanti anni direttore, cito sicuramente Mauro Bigonzetti. Fermenti  219


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Hai avuto modo di lavorare in Gran Bretagna, Germania, Svizzera e Italia. La danza viene percepita in maniera diversa nei vari paesi? In realtà ogni paese tende a sviluppare sue tendenze, legate alla danza e anche ai generi di danza più diffusi e programmati. In Italia penso, purtroppo, che la danza sia percepita forse ancora come un qualcosa di troppo “elitario” a cui realmente poche persone riescono ad avere accesso, non solo praticandola, ma anche proprio come spettatori di spettacoli teatrali. In Gran Bretagna la danza è una materia scolastica obbligatoria, fino agli 11 anni e nelle scuole è insegnata come educazione al movimento (non ancora insegnata in una tecnica codificata), alla creatività come libera espressione e si dà molta importanza all’aspetto critico, visto che si educa anche a saper guardare la danza. Vengono fatti moduli di compresenza con altre materie, si abbina ad esempio danza/matematica o danza/storia dell’arte perché si parte dal presupposto che non tutti hanno la stessa forma di intelligenza e che ovviamente quelli in cui predomina l’aspetto cinetico non sono facilitati dalle normali tecniche di apprendimento, ma in un’altra formula come appunto la danza possano capire con più facilità altri argomenti più logici, come ad esempio la matematica. Grazie al mio percorso di studi a Londra, ho potuto conseguire una vera e propria laurea in Danza contemporanea che è inserita in Inghilterra all’interno delle Facoltà Umanistiche ed Artistiche e considerata di pari livello. In Gran Bretagna la danza ha ancora una valenza sociale, è integrata in attività di recupero anche terapeutico/ comunitario in progetti fatti in carcere o negli ospedali. In Germania, quasi ogni città, anche piuttosto piccola, ha un teatro con tutto il suo organico che opera regolarmente ed offre spettacoli di diverso genere, quasi tutte le sere. Anche lì si organizzano attività come giornate di porte aperte, in cui il pubblico può affacciarsi nel back stage, assistere a prove, avere un’anteprima dei programmi in stagione. Di conseguenza, sia in Germania che in Inghilterra che in Svizzera il pubblico che va a teatro è molto ampio e diversificato. Si ha l’impressione di vedere una platea di un cinema, giovani, bambini, anziani, pronti a vedere tutto. A Londra e Berlino, ogni sera ci sono tantissime offerte di spettacoli da quelli classici, a quelli di estrema avanguardia, ai musical. Il West End pullula di teatri e di pubblico festante. In Germania, ad esempio, nella serata di Capodanno nel teatro di Plauen sono stati organizzati ben tre Gala, ripetuti nel corso del pomeriggio e della sera perché il pubblico voleva festeggiare l’anno a teatro. Spesso in Svizzera, Germania ed Inghilterra, si sfruttano e cercano molti luoghi alternativi, per la diffusione della danza, che si presenta anche nelle strade. In Svizzera c’è un famoso Festival delle Musica che anima la città in cui vengono costruiti palchi improvvisati in cui si organizzano tante esibizioni di danza. Si propone la danza anche nelle strade, nelle gallerie d’arte, si cerca di portarla, il più possibile, vicino alla gente. Purtroppo quando torno in Italia mi accorgo che, a volte, qui la realtà non è così rosea, nonostante i teatri che abbiamo architettonicamente siano tra i più belli al mondo. Purtroppo non sono adeguatamente sfruttati e vissuti come succede in altri posti d’Europa. Fermenti  220


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Quindi penso che la principale differenza consista nel fatto che in Italia la danza sia ancora troppo lontana dalla gente comune e dai non addetti ai lavori, specialmente nelle sue tendenze più contemporanee, visto che si privilegia ancora tanto la tradizione classica ed una certa idea stereotipata di ciò che è danza e ciò che non lo è, mentre negli altri paesi, dove ho avuto l’opportunità di lavorare, il teatro ha ancora un importante ruolo sociale e si inserisce come luogo attivo e molto frequentato nella vita della città e il pubblico stesso, a furia di guardare e di formarsi tramite la visione degli spettacoli più disparati, è più aperto ad apprezzare la danza in ogni sua forma. Ci puoi parlare dell’esperienza collaborativa che hai avuto con Michail Baryshnikov? Sicuramente questa rimane una tra le esperienze più inaspettate che ho colto nel mio percorso, visto che mai nei miei sogni di bimba, avrei potuto immaginare di trovarmi un giorno in scena, al fianco di un’icona della danza maschile, che avevo sempre ammirato nei video, nelle sue memorabili interpretazioni giovanili di Don Chishiotte e Carmen. Ero al mio primo anno di studi a Londra, Sara con M. Baryshnikov Baryshnikov era in programma presso il “Barbican Theatre” di Londra per una settimana di spettacoli, intitolati Solos with Piano or Not, in cui presentava una serie di assoli contemporanei, creati appositamente su di lui da diversi coreografi. In uno di questi Mr XYZ del coreografo americano Elliot Field era richiesta la partecipazione di due giovani ragazze ed è stato chiesto alla London Contemporary Dance School, dove io stavo studiando, di segnalare due nomi per partecipare a questi spettacoli e con mia grande meraviglia uno di questi nomi è stato il mio. Ricordo ancora la trepidazione e la soggezione nel trovarmi di fronte a un vero e proprio mito che allora, all’età di 56 anni, ancora si metteva in discussione, buttandosi in nuove sfide ed esplorando nuovi linguaggi, l’emozione del dividere lo stesso back stage e nel trovarmi di fronte a lui la prima volta, avvolto in un tutone largo di prova, con atteggiamento pacato e disponibile, la voce calda e profonda, lo sguardo fulminante in grado di trapassarti. Lo osservavo provare, marcando ed accennando i passi, ma già in quell’accennare, senza bisogno di alcun virtuosismo, c’era tutta la sua grandezza, il suo carisma, la sua perfetta padronanza di ogni gesto calibrato e misurato con la giusta intensità, la sua forte presenza scenica. Ricordo la scrupolosità del suo lavoro, attento ad ogni dettaglio ed il suo esigere da ogni collaboratore estrema attenzione e rispetto. Ricordo di averlo osservato serio e concentrato, la sera della prima e mi sono stupita nello scoprirlo umano e con la stessa trepidazione di ogni ballerino nel backstage, prima dell’entrata in scena. Fermenti  221


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Mi è rimasta impressa la sua gentilezza e la simpatia del suo “grazie”, detto in italiano, nel momento degli inchini in cui a me emozionava più il pensiero di inchinarmi a lui che al pubblico di un teatro, sempre tutto esaurito ed in subbuglio. Baryshnikov ha l’allure del divo e il pubblico lo aspettava all’uscita dal teatro in lunghe file, cercando di strappare una foto o un autografo. Conservo ancora adesso, come un cimelio, tutte le cose relative a quell’evento: i programmi, la foto accanto a lui, l’autografo con dedica personale, le scarpette di scena usate perché paradossalmente è stato tutto così rapido, che mi sembra quasi di non averlo neanche vissuto, quasi fosse stato davvero solo un sogno immaginato nella mia testa. È stato un grande onore, ma più di ogni altra cosa, mi sono sentita testimone di una grandezza artistica che ho potuto constatare dal vivo, riflessa in un uomo apparentemente normale, senza atteggiamenti da divo o da star, testimone privilegiata nell’avere l’opportunità di collaborare, anche se per poco, con una leggenda ancora vivente. Se prima citando Baryshnikov pensavo ad un video, ad un mito quasi anormale, ora collegato a questo nome, vedo un uomo, in carne ed ossa, cortese e disponibile, che ringrazia i suoi collaboratori, un artista minuzioso e instancabile che non si accontenta mai e desidera sempre andare oltre, nonostante la posizione raggiunta, una figura tesa e concentrata che con naturale trepidazione si prepara ad entrare in scena, dando ogni volta il meglio di sé. Fa uno strano effetto condividere gli intimi e fragili momenti, le abitudini e i riti del dietro le quinte e tutto ciò che dal di fuori, di solito, si immagina, riguardo al comportamento di un grande artista. Ho avuto l’opportunità di poter “spiare” il fenomeno Baryshnikov e so che il suo “good luck”, impresso nella mia memoria, ha forse anche inconsapevolmente accompagnato il mio successivo percorso artistico. È in uscita il tuo primo romanzo Connessioni, edito da Fermenti. Come è stato il passaggio dalla danza alla scrittura? Non è stato un passaggio meditato. È stato più impulsivo. Ho fatto il liceo Classico e, da sempre, ho avuto molto amore per la lettura e forse anche di conseguenza per la scrittura a cui però non mi sono mai realmente dedicata se non sottoforma di qualche diario in cui ho raccolto le mie sensazioni, di tanto in tanto. Mi sono poi dedicata alla danza che, per eccellenza, è l’arte muta, che non ha bisogno di parole, si esprime con il corpo, ed adotta un linguaggio universale. Da bambina, sono sempre stata timida ed introversa e quindi mi è sempre sembrato un privilegio il fatto di poter esprimere tutte le mie sensazioni, senza doverle spiegare, rendendole solamente visibili, tramite il mio danzare. E paradossalmente ora dopo tanti anni di danza, ho avvertito l’esigenza e l’urgenza di provare ad esprimermi in altro modo, aggiungendo le parole alle mie sensazioni, traducendole in scrittura, in qualcosa di cui potesse comunque rimanere un ricordo tangibile e che non necessitasse di vivere, solo nel presente e nell’attimo della sua realizzazione, come accade per la danza. Connessioni è nato di getto e all’improvviso, scritto in tre settimane, tra una pausa di lavoro e l’altra in Fermenti  222


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teatro, senza tante premeditazioni, più emotivamente come forse è anche un po’ il mio modo di creare nella danza. Pensavo sarebbe rimasto solo nel mio computer e, per un periodo, ho avuto anche un po’ di remore nel provare ad inviarlo, buttandomi in un campo, per me finora completamente estraneo e in cui non avevo mai pensato di entrare a far parte, ma poi ho provato a dargli comunque una possibilità, la Fermenti Editrice ha incrociato il mio cammino ed ora eccomi qui, “travolta” da questa nuova ed inaspettata avventura. (a cura di Velio Carratoni)

Connessioni

di Sara Giannatiempo Fermenti, 2010, pagg. 316, € 20,00 10/12 20.30 Ciao Sofia, grazie intanto x l’amicizia. Ho dato un’occhiata al tuo profilo. Davvero ricco di belle foto e parole. Mi piacerebbe conoscerti un po’ di più… ti trovo una persona molto interessante e misteriosa : - ) ! Hai per caso Facebook? Un bacio...

E si comincia così, con l’affacciarsi nella vita di un altro o forse in un’altra parte di sé… e si inizia da un punto in comune per poi scoprirne tanti altri, si comincia dalle generalità e dalle banalità ma stupisce vedere già affiorare a tratti pillole di profondità e di sincerità disarmanti che lasciano intravedere speranze ormai sepolte. È un estraneo in cui ci si specchia e riflette, un estraneo che inspiegabilmente già si sente familiare. Fermenti  223


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Giovanni Fontana, Il principe, gioco verbo-visivo in tre tavole

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Giovanni Fontana, OUI, tavola verbo-visiva

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Giovanni Fontana, NON, tavola verbo-visiva

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Delta di Piero Sanavio

C’era questa ragazza da poco laureata e veniva da Alghero; era stata assunta in zuccherificio dai produttori e usciva dopocena con un chimico di Ferrara che lavorava per la compagnia. Tra nugoli di zanzare e mosche camminavano lungo un canale parlandosi sottovoce, tenendosi per mano. Le balere erano sempre un rischio per un forestiero, più spesso che no ti pigliavano a sassate, bisognava spingersi fino a Porto Tolle ma dopo le sei di sera non c’era autobus da qui, neppure i fine settimana. Occorreva un mezzo autonomo e nessuno dei due aveva l’automobile. Il venerdì sera, se la corriera per Piove non faceva ritardo, gli lasciavo la moto, un Tatra corazzato comperato come ferrivecchi una settimana dopo la guerra. Da Piove, il treno elettrico mi portava a Padova, da mio nonno. Lavoravo anch’io per la compagnia; dapprima ero stato raspatore, promosso chimico e caposquadra quando si seppe dell’università. Spiegavo, “Ciò che io studio però è letteratura”. “Ti metterò al polarimetro” decise il capo del personale. Osservava una coppia di mosche che copulavano sulla scrivania; si era fatto una fionda con due elastici annodati e raramente mancava il bersaglio. Proseguì, “Quelli di scienze sono inaffidabili. Da quando hanno imparato a scuola la composizione chimica della scoreggia si sono convinti di sapere anche come si trattano gli operai”. Non perdeva d’occhio i due insetti, “Devi blandirli, conquistarne la confidenza, e soltanto allora…”. Lasciò andare i due elastici e la coppia di mosche finì in frantumi. Soffiò i frammenti dalla scrivania, frugò in un cassetto, ne tolse una scatola di cartone che spinse verso di me, “Aprila”. C’era una pistola. “È per cosa?” chiesi. “È caricata a salve ma lo stesso non dovrai usarla mai, al massimo sparare un colpo in aria se c’è chi perde la testa. Càpita, nelle discussioni. Serve che te la infili nella cintura e ti mostri in giro”. Così, promosso analista, la pistola che sotto il camice mi faceva un grumo, leggevo al polarimetro la quantità di zucchero nel liquido ricavato dai campioni. Lavoravamo in turni di due squadre, una a carico dei produttori e l’altra della compagnia, tra operai e chimici una decina d’uomini per squadra che l’una controllasse l’altra. I produttori erano pagati sul percento di zucchero di ogni carico di barbabietole consegnato in fabbrica dopo che un campione era stato raspato, ridotto in polpe, le polpe schiacciate che ne uscisse il sugo e questo trattato dai chimici al banco. Per abbassare la quantità di zucchero e pagare meno i produttori, la compaFermenti  229

NARRATIVA

NARRATIVA

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gnia dava un fuoribusta ai suoi operai che buttassero polpe del giorno avanti tra quelle del campione appena raspato; ai chimici erano richieste più complesse manipolazioni. Dal canto loro, per aumentare artificialmente il percento di zucchero dei campioni, i produttori pagavano un extra ai loro operai e chimici per operazioni del tutto opposte. Uno scoglio era la lettura al polarimetro, i produttori si aspettavano che il loro analista leggesse sempre qualche grado in più, di ciò che in effetti segnava lo strumento, la compagnia qualche grado in meno. Le grandi baruffe, gli scontri, esplodevano allora. La ragazza di Alghero e il chimico di Ferrara erano arrivati a un accordo, le loro squadre si sarebbero comportate con correttezza, le letture al polarimetro quelle effettive. Per un po’, l’impegno parve funzionare malgrado le proteste dei raspatori che perdevano una parte degli incentivi. C’erano due innamorati anche nella mia squadra, due omacci. Faceva impressione vederli che si baciavano in bocca in pubblico, pancia contro pancia, o carezzarsi tra le gambe, i muscoli di spalle e braccia che si ingrossavano, si tendevano, sotto la canottiera. Erano tutti e due sposati e nella pausa di mezzogiorno le mogli venivano a portargli la colazione in una gamella. Una delle mogli era una biondina slavata, Élide, non faceva che piangere; l’altra, una bruna, Ada, il volto drammatico dell’Italia turrita come sui fogli di congedo della Grande guerra, era sempre immusonita. Insieme alla gamella aveva con sé un mattarello, appena poteva colpiva il marito sui polsi. “Te, te, cialtrone”. L’amante del marito, l’altro raspatore, la insultava, “Troia, lascialo in pace, non l’hai capito che vederti lo fa vomitare? Te la dà la busta paga, il sabato? allora che vuoi? il suo uccello è ormai tutto mio”. Si metteva una mano al fianco, faceva versi con la lingua, accennava a qualche passo di danza, sculettava. “Metà busta è tutto quello mi da, ciuccione” Ada si inviperiva avanzando con il mattarello e l’altro si fingeva spaventato, rideva, fuggiva. Un giorno, però, la donna riuscì a picchiarlo sulla fronte, fu un colpo secco e l’uomo stramazzò come un bue. “Cos’ hai fatto? cos’hai fatto?” strillava Élide, in ginocchio accanto al marito. “Me lo hai ammazzato” “Che gli hai fatto, puttanaccia?” singhiozzava il marito di Ada. Piegato sull’amante gli accarezzava il viso, lo baciava, “Mi senti? amore mio rispondi, mi senti?” Spinse da parte Élide che, per quanto anche lei piangesse, in un sussulto d’ira lo colpì con una scarpa lacerandogli una guancia con il tacco. Mi accorsi il ritardo della baruffa, stavo discutendo con il mio omologo al polarimetro e al rumore e le grida quello estrasse la pistola mirando nel mucchio. Riuscii a strappargli l’arma di mano, “Sei impazzito? se proprio vuoi sparare spara in aria”. “È caricata a salve”. “Tu spara lo stesso in aria”. Gli restituii l’arma e se la rimise in tasca, “La voglia mi è passata”. Il marito di Ada si emozionava la vista del sangue e vedendo il proprio era impallidito, gridava, “Soccorso, ambulanza!” ma adesso anche sua moglie lo assaFermenti  230


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liva, lo colpì alla nuca con il mattarello; per errore, colpì anche Élide che le saltò addosso. Le separarono i raspatori, quattro per donna, ma a colpi di mattarello Ada riuscì a fuggire. I raspatori la inseguirono ridendo attraverso il piazzale, tra i carri, le lanciavano barbabietole come fossero sassi. Il rappresentante dei produttori scese in cortile, quello era un luogo di lavoro, abbaiò, non un bordello, e facessero un po’ il piacere… La risposta era stata un nuovo lancio di barbabietole e qualcuno chiamò la Celere che impose la calma a manganellate, trascinò in carcere un paio di operai. La mattina dopo ci fu uno sciopero, la fabbrica bloccata fino a sera, correvano anche voci di possibili sabotaggi e i luoghi furono presidiati. Tutto si concluse con un negoziato – l’indennità dei raspatori sarebbe aumentata di un percento fuoribusta, i due finiti in carcere verrebbero rilasciati, alle squadre della sarda e del ferrarese era garantito il ripristino delle vecchie consuetudini lavorative. La ragazza fu trasferita a un’altra fabbrica, trenta chilometri più lontano, il chimico di Ferrara ammonito, assegnato ai turni di notte, sabato incluso. Mi chiamò il capo del personale, “Racconta un po’ come è stato”. “Un litigio alle raspe”. “Gelosie di froci? non dirmi anche tu che era quella la ragione”. Mi batté su una spalla, “Comunque, complimenti per il sangue freddo, hai fatto benissimo a strappargli la pistola, sul tuo conto non mi ero sbagliato. Finemese, ci sarà un extra anche per te”. Il trasferimento della ragazza di Alghero non eliminò gli incontri della coppia, li rese più complicati, si vedevano soltanto i fine settimana. Se non gli potevo lasciare il Tatra lei veniva in bicicletta il venerdì sera e passavano il sabato pomeriggio nel cortile interno di un bar – con l’avvicinarsi del cambio di stagione aumentava l’umido e le zanzare e le mosche parevano a volte un muro lungo il canale. C’era sempre qualcuno che li spiava, però, nel cortile, gruppetti di ragazzi nascosti tra gli alberi e lanciavano ululati, insulti, richiami, sicché i due ripresero le passeggiate. Un sabato, da dietro una siepe, cominciarono a piovere sassi, un ciottolo colpì la ragazza, il ferrarese si lanciò oltre la siepe, scorse un nuovo assunto in zuccherificio che stava per lanciare un’ altra pietra e gli si buttò addosso. L’uomo tentò di sfuggirgli correndo a zig-zag tra le canne, il ferrarese riuscì a placcarlo, trascinarlo sul bordo del canale, qui tenendogli la testa sott’acqua finché quello stava per affogare. Non contento, tiratolo a secco lo aveva preso a calci e pugni. Il giorno dopo i raspatori erano nuovamente in sciopero e adesso anche il chimico fu trasferito. Non passò una settimana: lo raccolsero in un fosso, la testa squarciata da un colpo d’accetta. “… Non puoi mai vincere” un raspatore della mia squadra si confidava, “occorrerebbero le informazioni che nessuno ti dà”. Lo chiamavano lo Spagnolo perché era stato in Spagna in quella loro guerra. Assunto a Ferrara come sterratore per la bonifica dell’Agro, il 37, dopo quattro giorni di viaggio era sbarcato a Santander e invece della zappa gli avevano messo in mano un fucile. “Secondo te” chiedevo, “il chimico chi l’ ha colpito?” Fermenti  231


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“Se l’è cercata. Ha messo nei guai anche la ragazza, dicono che è partita”. “Mi voglio informare” e scoprii che in effetti se n’era andata. “Andata come?” chiedevo al capo del personale che, al suo solito, faceva la posta alle mosche. Neppure questa volta mancò il tiro. “Le abbiamo dato un po’ di soldi che stesse zitta, è stata assunta in una raffineria a Macomer”. Cominciarono le piogge, venivano dritte come una maledizione, i produttori bestemmiavano, le ruote dei carri affondavano nel fango, il prezzo delle barbabietole precipitava. I lampi e i fulmini pareva ogni volta che dovessero cadere sulla fabbrica, le raspe, il piazzale, un pomeriggio nel campo dietro la fabbrica vidi una cavalla che partoriva. Stava distesa sotto la pioggia, un grumo di sangue sotto la coda, e si lamentava che pareva un cristiano. “È così che anche tu sei stato cacato” uno dei due froci disse a tutti e nessuno e lo Spagnolo, lasciata la raspa, lo colpì sulla bocca con una sprangata. L’altro frocio gli si buttò addosso, vidi alcuni raspatori fare cerchio attorno, “Piantatela, perdio, piantatela!” gridavo e poiché nessuno mi ascoltava afferrai anch’io una spranga. Il mio omologo estrasse la pistola, sparò in aria. L’arma non era affatto caricata a salve, la pallottola infranse un vetro del lucernario, i frammenti caddero sul banco. La baruffa si arrestò, gli uomini d’improvviso come congelati. “Spagnolo” chiamai, “andiamo ad aiutare quella cavalla. Chi mi trova un paio di sacchi?” “È come aiutassi tua madre” qualcuno sghignazzò alle mie spalle ma qualcun altro lo zittì di un pugno. Un altro annunciò, “Prendo i sacchi e vengo anch’io”. Stavamo in ginocchio sotto la pioggia, “Tira piano” facevo allo Spagnolo, a casa di mio nonno avevo già visto le cavalle partorire, “Piano…”. Aiutammo il puledro a uscire dalla placenta, lo asciugammo con i sacchi. “… Ti dovrei licenziare” disse il capo del personale, “sei un fautore di disordini e il posto di lavoro non si abbandona per nessuna ragione. Però conosco tuo nonno e sarai trasferito”. “Chi è uscito con me non ha colpa, gli ho chiesto io di uscire”. “Gli operai chi li tocca? quelli li proteggono i sindacati”. La nuova fabbrica era nel cuore del nulla, canneti e acqua sui due lati dell’argine ma all’interno l’ambiente era rarefatto, in camice bianco anche gli operai. A partire dalle melasse si produceva nitroglicerina. Era fine agosto, le giornate sempre più brevi, il sole tra i canneti più rosso ogni sera, poi più scuro. A due chilometri dalla fabbrica c’era un bar, le troie venivano da Goro, sedevano accanto il biliardo o il calciobalilla, puzzavano di pesce. “Facciamo cambio, biondo? tu mi presti la stecca e io ti affitto la tana?” Tornai sul Delta un altro anno, al vecchio posto, c’era soltanto uno dei due froci alle raspe. “E l’altro? e lo Spagnolo? non vedo neppure lo Spagnolo”. Il capo del personale aveva introdotto una variante nella sua guerra alle mosche, Fermenti  232


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invece degli elastici adesso usava i pugni, li abbatteva sugli insetti come martellate. Rideva, asciugandosi la mano sui pantaloni. “Si sono messi insieme, vivono insieme a Lendinara, si amano…”. “Lo Spagnolo e l’altro frocio? Cazzo”. “Eh sì”. Seguitò, “Ti ricordi la bruna, quella del mattarello?” “Ada. Quel pezzo di…”. “Puoi dirlo, un bel pezzo; e trascurata dal marito, per anni. Me la chiavo io, questa stagione”.

2. Era sempre il primo anno. La bambina avanzava scalza nella pioggia, quando incollò il ventre alla vetrata sembrava un gran ranocchio, il corpo di un ranocchio che faceva una macchia contro la luce. Il moccio le scendeva dal naso in due candele, la maglietta a righe che non le arrivava all’ombelico era tutto ciò che indossava. Lasciai il banco, “Falla entrare” dissi alla quarantenne che piegava i sacchi. “In quell’acqua si piglia la morte”. “Non la piglia no” si intromise il solito raspatore. Lavorava per i produttori ed era molto arrogante – riusciva a spremere un chilo di polpe ogni quarto d’ora e per aumentare nelle polpe il percento di zucchero conosceva trucchi che nessuno ancora aveva smascherato. Seguitò, “La manda sua madre, certi mestieri devono impararli da bambini se vuoi che da grandi li facciano bene”. “Tirala dentro” ripetei alla donna. E, “Non ha un padre­?” Seguitò il raspatore, per sopravanzare il rumore delle raspe urlava, “Chiedilo al Turco, quello del turno di notte, sua madre dice che è lui, è ciò che raccontava in giro”. “Non li voglio questi discorsi” replicai ma non appartenendo alla mia squadra era tutto ciò che potessi dire o fare. Neppure il Turco apparteneva alla mia squadra. Era un marcantonio tutto nero, la barba che gli cominciava sotto gli occhi e sulle spalle il pelo che si arricciava; a mani nude poteva piegare senza sforzo una sbarra di ferro di mezzo centimetro di spessore. Guardai la donna. Asciugava la bambina con un sacco e parlò senza alzare gli occhi, “Se la prestano”. Si rivolse al raspatore, “Anche a te so che l’ hanno passata”. Quello alzò le spalle, “Tu mi hai visto? c’eri? l’ hanno fatto anche a te, alla sua età, che sai queste cose?” Ripetei, “Non li voglio questi discorsi” e chiamai il mio omologo che stava al banco. E alla donna, “Piantala, anche tu”. “Piantarla per cosa?” Parlava sempre senza alzare gli occhi, “Me l’hanno fatto sì, mio padre mi dava in affitto dietro le siepi ed è per questo, a quindici anni , che l’ho ammazzato. Avrei ammazzato anche mia madre, non fosse intervenuto un amico”. “Il tuo amante” incalzò il raspatore. “Il tuo portacazzo”. Fermenti  233


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“Sissignore, il mio portacazzo. A mio padre gli cambiava i giochi che andassi a letto con qualcuno che mi voleva sposare e non lo pagava”. E a me, “Si autoaccusò dell’assassinio, il portacazzo, e poiché io gridavo che non era quella la verità i giudici, per non sbagliare, ci condannarono tutti e due, lui l’ergastolo ma in galera finii anch’io. Incensurata, la buona condotta, poi che all’epoca ero minorenne, dopo due anni di riformatorio sono uscita. Malato di tisi e che non lo curavano lui non resisté alla galera, si fece una corda con le lenzuola”. “Tisi” sogghignò il raspatore, sempre urlando, “Piuttosto seghe, gliela mostravi e non gliela davi. Adesso allargale un po’ le gambe visto che l’ hai asciugata, la ragazzina, mostraci a tutti…”. Si guardava in giro come un attore che cercasse applausi ma alle altre raspe i volti erano lividi, accigliati. “Fallo smettere” dissi al mio omologo, che si era deciso a lasciare il banco. “Ciò che dice non piace a nessuno e non possiamo rischiare un’altra baruffa. Poi è dei tuoi”. Alzò le spalle, “Chiacchierano. Non posso difendere un’ex galeotta senza perdere ciò che mi resta di autorità, lo sparo mi ha sputtanato”. “Posso fare a modo mio?” Alzò le spalle, “Puoi anche ammazzarlo e non avrò né visto o sentito”. Feci un cenno allo Spagnolo che lasciò la sua raspa e colpì l’altro raspatore di un pugno in mezzo alla schiena. Il fulmine cadde in quel momento e fu un gran fragore, mancò la luce per qualche minuto. Fece qualcuno, “Ha colpito la centrale…”. “Quando torna la luce” dissi, “raspature e presse cominciano da capo, si ricomincia anche al banco, non vorrei che qualcuno ne tirasse un vantaggio”. Ci fu qualche risata, poi entrò in funzione il generatore. Il raspatore che lo Spagnolo aveva colpito sedeva in un mare di sangue sul pavimento, tenendosi un braccio: al pugno era scivolato, la raspa gli era entrata nell’avambraccio denudando l’osso, miracolosamente evitando la vena. Gli misi un laccio al gomito per bloccare il sangue, qualcuno chiamò l’ambulanza, ce n’era una in permanenza, in cortile. Il mio omologo salì su una sedia, si rivolse alle due squadre, “Ciò che ho visto, ciò che tutti abbiamo visto, è che il fulmine lo ha accecato. L’alternativa è una sanzione generale , cancellati gli straordinari”. “Così mi sono guadagnato un’indennità” disse il ferito, pallidissimo, andandosene su una barella. “Spagnolo, sei un benefattore”. Dissi, “Sono io il tuo benefattore”. Dopo due giorni tornò il sole ma adesso l’aria era autunno, per vincere l’umido la padrona della pensione dove avevo una stanza annunciò che mi avrebbe messo la monaca tra le lenzuola. Subito non avevo capito e indovinando la mia ignoranza chiarì, “In città lo chiamate il prete”. Altri due giorni e il raspatore lasciava l’infermeria, il capo del personale mi chiamò nel suo ufficio, “Raccontami dell’incidente”. Fermenti  234


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“Il fulmine ci accecò tutti e anche senza elettricità per un po’ la raspa seguitò a girare”. “Secondo i froci fu per la figlia del Turco. Dicono che l’ex galeotta la offriva in giro”. “E gli credi?” “Perché non dovrei? li pago”. “A pagarli un po’ meglio forse direbbero la verità”. Occhieggiò un paio di mosche, “C’è anche la storia della cavalla, il tempo di lavoro è sacro, le pause fissate per contratto”. Si schiarì la gola, “I produttori mi stanno addosso, hanno perso il loro uomo migliore, potrei anche farti trasferire”. “A Macomer?” Bestemmiò, “Vattene, però guardati la schiena “ Riprese a piovere, il venerdì l’acqua cadeva con fulmini e lampi, verticale, fu quel pomeriggio che ritornò la cavalla. Aveva il muso tumefatto come se qualcuno la avesse colpita e con il muso spingeva avanti il puledro che traballava. Si fermarono sotto la tettoia del deposito per le biciclette. Uscii, la cavalla aveva segni di ecchimosi anche sui garretti e la schiena e anche il puledro era stato colpito, poi tossiva. Tornai dentro, chiesi allo Spagnolo se sapeva di un veterinario. Fece la donna, “C’è un botanico, Vito, sta qui dalla guerra. Con le bestie è un drago”. “Vallo a cercare”. Passò mezz’ora; tornò a cavallo di una bicicletta da uomo, portava sul ferro un vecchietto dagli occhi stanchi nel volto pieno di rughe. Si presentò “Witold, polacco”, battendo i tacchi. Lo seguii al deposito, lo guardai che palpava gli animali. “ La cavalla si cura” poi disse, “ma non garantisco per il ragazzino ed è lui il più malato. Serve un fuoco, anche una pentola per bollire l’acqua”. “Posso far portare un fornello a petrolio, l’acqua è all’esterno” e gli indicai la pompa. “Molto bene”. Dalla borsa che aveva con sé estrasse una serie di barattoli e cartocci. “Starò qui tutta la notte,” annunciò. “Serve altro, oltre al fornello e la pentola? Una coperta, magari?” Scosse il capo. In fabbrica mi informai dalla donna dei sacchi, “Tu sei sicura che quello conosce il suo mestiere?” “Meglio di lui da queste parti non c’è nessuno”. All’alba il puledro moriva: stava disteso, batteva i piedi come sotto uno spasmo, la cavalla, il muso sopra di lui, annusava. (1989) Piero Sanavio

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Nilde e i mariti di Piero Sanavio

Il me semble, répondit-elle, que vous devez être content de ma sincérité; ne m’en demandez pas davantage et ne donnez point lieu de me repentir de ce que je viens de faire.

UNO

1. Camminavamo gran parte della notte, era un dicembre gelido, senza neve, le strade deserte non appena scuriva. Per il grande freddo chiudevano presto anche le osterie, soltanto una bettola dietro la stazione restava aperta fino a mattina. Gli uomini che bevevano al banco portavano cappucci fatti di sacco, parlavano in gola, si dileguavano all’ora del merci da Trieste scaglionandosi lungo i binari. Le casse di tabacco erano scaricate agli scambi, i doganieri aspettavano sul viadotto, per la percentuale. Gli uomini incappucciati tornavano alla bettola per un ultimo bicchiere, l’oste versava per tutti, si curvava oltre il banco, “Il prossimo?” Qualcuno ruotava l’indice della destra come avvolgesse qualcosa. Erano a gesti anche le contrattazioni, nessuno parlava mai di denaro, i soli argomenti le carte o i santi, non si sapeva chi potesse ascoltare. Ogni tanto succedeva un miracolo, era sempre in previsione di un confronto politico: una madonna buttava sangue a Caltanissetta, a Trapani un san Giovanni piangeva. “Tu l’ hai visto? se non vedo io non credo”. Al tavolo del tressette il mazzo cambiava di mano. “Oro, oro. Era così che dovevi rispondere, dio bestia”. “Non ne avevo”. “Liscio allora, non… Ferma: levo”. “Leva”. Entravamo e il silenzio cadeva, occhi torvi ci squadravano, sparivano sotto palpebre segnate. “Un bianco”. “Un rum”. Poggiavamo i soldi sullo zinco del banco, ai tavoli le conversazioni se riprendevano era sottovoce. L’ira esplodeva come un colpo di tosse o un cavallo che forzasse il morso alzando il muso, non c’era mai una comprensibile ragione. A volte, tornando Fermenti  236

NARRATIVA

NARRATIVA

P. T. (1927-2007), in memoriam.


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a casa, bisognava difendersi a pugni, ci aspettavano acquattati agli incroci. Schiena contro schiena come avevamo visto nei film, quasi sempre le pigliavamo. Fece paterno il commissario di polizia la volta che finimmo tutti in caserma, “Un bravo artigiano… uno studente universitario, quindi un intellettuale… È splendida questa vostra amicizia, perché non sfogate altrove le vostre energie, in casino non andate mai?” “La prossima volta” disse Ettore, “portiamo una spranga”. “Eh no, qui non è come nei film americani”. Ma erano proprio quei film i nostri punti di riferimento, lì chi aveva ragione vinceva. Ettore lavorava da radiotecnico in una bottega; poi conobbe i Jakorski, Jaš, il figlio, e imparò a fare l’operatore da proiezione, scattare e sviluppare fotografie. Aveva ricordi confusi di suo padre – marinaio di mercantili, trasferito sul Pola durante la guerra, era scomparso in mare alla battaglia di Matapàn. Al posto di suo padre, finita la guerra, in casa si era installato uno zio, uno dei tanti fratelli di sua madre, anche lui marinaio ma costretto a terra dai reumatismi. Per i viaggi e la malattia non si era mai sposato, neppure riusciva più a distendersi a letto, giorno e notte strascinandosi da sedia a sedia. Ettore non amava lo zio. “Vorrebbe tutto quello che guadagno e invece un terzo lo metto da parte, un giorno con quei soldi voglio partire”. “Quando? poi dove?” “Quando ancora non so ma saranno tremila i posti dove voglio andare e sono tutti molto lontani. Partito, qui sicuro non torno più”. Abitava verso il ponte dei Cavalli, sul ballatoio il cesso era in comune con altre famiglie, salendo le scale il fetore aumenCarta disegnata da Rizzi-Zanoni verso la fine del XVII secolo tava. Con sua madre, due sorelle, la madre di sua madre più lo zio, era cominciato che vivevano in sei in due stanze, poi il numero era aumentato. Da quando aveva perso il marito sua madre faceva un figlio all’ anno, ogni volta con uomo diverso; lo zio, che teneva il conto degli accoppiamenti su un libretto, appena la sorella partoriva si presentava dal padre presunto per un contributo. I Jakorski, polacchi, erano arrivati alla Guizza all’inizio dell’altro secolo (Ottocento) con il passaggio dei russi e i francesi ma i discendenti non parlavano più la lingua d’origine, soltanto italiano o tedesco. Abitavano uno chalet falso svizzero con due alberi in giardino, la gramigna che affogava le dalie e un superstite cespuglio di rose. Che noi sapessimo, una madre o una moglie in quella casa non c’erano mai state ma padre e figlio avevano egualmente una donna in comune ed era la governante, Fermenti  237


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una slava di Opicina. Era alta e secca, lasciava dietro di sé odori di lardo e rosmarino. Suo marito, il domestico, avvolto in una giacca a righe rosse e blu, sdrucita, passava il tempo a succhiare il vino attraverso una canna che dai tini in cantina arrivava al sottoscala. Si scuoteva soltanto per servire a tavola o se doveva aprire o chiudere il cancello, subito, però, affrettandosi a tornare nella sua tana. Raccontavano della governante che si alternasse tra i due Jakorski e il marito con imparzialità, sulla base di calcoli di calendario. Padre e figlio erano rossi di pelo e bianchi di pelle e come molti rossi detestavano l’estate. Il vecchio portava sempre i gambali perché era stato ufficiale in Africa e come il domestico era spesso ubriaco e allora cantava. Quando cominciò a morire urlava, per morire gli occorsero molti mesi. Non era in Francia, dove io avevo trascorso una parte dell’infanzia, gran parte della guerra e, finita la guerra, tornavo ogni anno, che Ettore sperava di partire; né in Canada, dove suo zio aveva fatto scalo, in un viaggio. Sognava i tuareg nel sud del Marocco, le isole Sottovento con spiagge bianche da accecare, le notti terribili in Centroafrica o in Brasile. Per il Messico e il Far West, John Wayne lo confortava. Nella cabina del cinema parrocchiale dove lavorava, Jaš Jakorski alzava le spalle. “Bisognava nascere in un altro paese. Dall’Italia, al massimo si arriva in Sicilia”. Ettore, “Anche a Tunisi, Tripoli, Addis Abeba…” “Bravo, hai visto cosa gli è successo quando hanno tentato”. “Si può andare a New York” mi intromisi, “o Parigi”. “New York, se sei italiano o fai il gangster o muori di fame e a Parigi non andrei mai, tutti i francesi sono culattieri”. “Allora i figli come nascono?” “Gli arabi, gli africani, i cinesi. Gli imperi a cos’altro servono, se no?” Più spesso con Jakorski era di cinema che parlavamo, i film che aveva visto e non si potevano proiettare. “Perché? questione di moralità, preti, poi che alcuni costano troppo”. Nella cabina di proiezione riceveva soltanto per appuntamento (“Sono un professionista, esattamente come un medico o un avvocato”), valeva anche per il seminarista che per conto del parroco veniva ogni fine mese a discutere le programmazioni. Di solito verso le cinque del pomeriggio da un po’ di tempo Jaš faceva segno a Ettore di uscire. “Torna dopo le otto e bussa”. Qualcuno gli fece la posta. Lo trovarono che aveva una donna nuda sulle ginocchia, egli li inseguì nudo anche lui, con una scarpa in mano. Non ci fu nessuno scandalo, la donna era sua moglie, però fino a quel momento che fossero sposati lo sapevamo in pochi. Con la moglie si amavano in cabina perché il padre di lei, contrario a quell’unione, minacciava randellate se mai li incontrasse insieme. Né era possibile che vivessero allo chalet, per ora. “Non c’è spazio per due sottane” la slava aveva sentenziato appena informata del matrimonio e aveva buttato sul letto uno slip di donna sforbiciato sul cavallo. Fermenti  238


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Seguitò a esigere da Jaš quelli che considerava i suoi diritti anche adesso che era sposato; inutilmente egli tentava di convincerla a spostare gli incontri ai giorni che sua moglie aveva il mese. Lei era la sola padrona del suo tempo, quella replicava, non accettava imposizioni. Nilde, la moglie, si era incapricciata di Jaš da ragazzina, alla Guizza erano appena arrivati i neozelandesi. Cantava, “It had to be you” se lo incontrava in strada ma Jaš l’inglese non lo capiva. “… Inoltre, chi ci pensava?” avrebbe raccontato, “per me era troppo giovane, dieci anni di meno. Insisteva che la portassi sull’argine, al pidocchietto, voleva che le insegnassi a nuotare ma la volta che la portai finse di annegare per avere la scusa di saltarmi addosso. Da allora, per un po’, se la vedevo anche da lontano, in strada, tornavo indietro”. “E perché? era bella anche da ragazzina”. “Di’ un po’, suo padre in faccia lo hai mai guardato? gli hai mai guardato le mani?”. Nilde era nata negli Stati Uniti, era venuta in Italia prima della guerra. Suo padre era stato una promessa della boxe nazionale ma all’ultimo incontro, al Madison, il 2 luglio del 39, aveva barattato il titolo per una cifra. Con l’arrivo alla Guizza dei neozelandesi, era riuscito a farsi mettere anche lui in divisa ma quali fossero le sue effettive mansioni , se da interprete come raccontava o da sottocuoco come sussurravano gli amici, nessuno seppe mai. Ad appianare le difficoltà di Jaš intervennero i preti della parrocchia. Calmato l’ ex pugile che, accettato il matrimonio della figlia, si opponeva, non avendo moglie, che partisse di casa, il parroco aveva fatto ricavare una cameretta da uno sgabuzzino adiacente alla cabina di proiezione e aprire una porta nel muro. Nilde arrivava alle tre del pomeriggio dopo avere sparecchiato e lavato i piatti da suo padre e rintanata nel bugigattolo passava il tempo a sfogliare riviste, truccarsi, struccarsi, guardarsi allo specchio in una delle quattro camicie da notte che s’era portate in dote, preparare il caffè. Nella cabina, Jaš ed Ettore si affaccendavano a riparare una delle due macchine, controllare i carboni, fare le giunte dove la pellicola poteva rompersi, tagliare qualche fotogramma se un’attrice compariva in sottoveste, visionare la pellicola del giorno dopo. Alle cinque in punto si udivano due colpi alla porta della cameretta e a quei colpi Ettore o chi altri fosse in cabina con Jaš usciva. “Ha le sue abitudini” Nilde spiegava del marito: “metodico. Si scrive sempre la tabella di marcia e assentarsi dal lavoro lo angoscia”. La stabilità la imbelliva, persino un poco la dimagrì, le tolse anche quello sguardo da lupa, insaziato; lui invece ingrassava, invecchiava, avvitato in rievocazioni che erano autodifese. “Quando stavo sui monti” ripeteva spesso, quasi a scusarsi che dopo una rampa di scale gli mancasse il fiato, “quand’ero sui monti durante la guerra…”. “L’importante” diceva Ettore che ormai pensava soltanto ai viaggi, “è arrivare negli Stati Uniti, poi tutto è più facile. Ti immagini… lo immagini il Nuovo Messico? Santa Fe è un grande centro delle ferrovie, partono i treni per Yuma”. Fermenti  239


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I convogli correvano interminabili nei film, tra foreste e pianure, non si fermavano né di giorno né di notte, sul pestare delle ruote il fischio della locomotiva diventava una tromba, irrompeva nei dischi trasmessi alla radio, era un sax soprano, se era un sax soprano era Sidney Bechet. “Com’è che non torni in Francia, quest’anno?” ancora Ettore. A guardare dalla spalletta del ponte, il fiume di notte luccicava come una lastra, il freddo sugli argini portava un odore e non era né di erba né di terra, gelo. La città cominciava aldilà del ponte, passata la fabbrica di marmellate, case e case e cavi aerei dei tram fino allo slargo del Prato. Sotto i portici, era sbarrato anche il portone del comando dei carabinieri. Il passaporto pareva ogni volta una conquista, durava soltanto pochi mesi, ero ancora sottoposto a servizio di leva, ogni volta dovevo produrre documenti, firmare. Quest’anno, all’improvviso, nessun documento o firma bastavano più. “Si stupisce?” Il commissario di polizia era sempre più paterno, “Il passaporto non è un diritto, è una concessione. Sono emerse a suo carico difficoltà politiche, non contando che suo padre il 38 fu ucciso in Spagna”. “Da che parte, perdio, da che parte, questo non lo sapete?” “Eh sì, proprio”. Lasciò cadere il tono paterno come se si togliesse una bautta, “Se non è d’accordo” fece con una punta di ironia, “scriva al Ministero degli Interni, a Roma”. Era l’impotenza più che l’arbitrarietà del divieto e Roma pareva lontanissima. Spedii lettere, telegrammi, espressi, risposta nessuna. “Scrivi a far che?” chiedeva Jaš, guardando in sala dallo spioncino della cabina, c’era una giunta nella pellicola e ne voleva controllare l’effetto. “Il posto che quello ti ha detto non esiste, non è mai esistito, ti ha dato di proposito l’indirizzo sbagliato”. Superato il volto a sinistra della stazione, le luci della bettola venivano lattiginose. Entrammo, Ettore restò sulla soglia. Dieci teste si girarono verso di noi e ci fu una stasi nella conversazione. Chiesi al banco un’ombra di bianco pagando subito. Le teste si girarono dall’altra parte come tirate da una molla. Qualcuno a un tavolo raccontava di un frate, un confessore, che durante le prediche lievitava. “Il più santo di tutti è Giuda” disse Ettore, sempre fermo all’ingresso. “È il patrono delle cause perse ma lo conoscono in pochi, lo confondono con il traditore”. Nel racconto delle attività del frate ci fu un’esitazione ma questa volta verso di noi non si girò nessuno. Feci io, “È vero. È come sant’Antonio, aiuta anche a trovare le cose, all’Arcella c’è una statua, piange. O comunque dagli occhi gli esce qualcosa”. Un vecchio in tabarro mi squadrò, si tolse di bocca il sigaro, “Non l’ ho mai sentito”. “Ha cominciato a piangere l’altra sera”. “Non credergli, non credergli” fece un altro da un tavolino. “Glielo avrà detto il prete, tutti i preti sono ladri”. Fermenti  240


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“Non tutti” l’oste si intromise. Il vino che avevo ordinato sapeva di aceto e lasciai il bicchiere. Dissi, “Sta nel giornale, poi l’ ha vista anche lui” indicai Ettore, “la trasudazione”. Nell’osteria il silenzio diventò assoluto. “Un umore” disse Ettore, “una strana cosa, sembra…”. “Non è acqua” interruppi. Ettore, “No, la statua in effetti non piange acqua. È una defecazione, semmai, gli esce dagli occhi a ondate”. “ ‘Cazione” ripeté il vecchio in tabarro. Qualcuno si alzò dal tavolo in fondo alla sala ed era tanto agitato che rovesciò il bicchiere, “Vuol dire…” annunciò. Non aspettammo che finisse la frase, Ettore spalancò la porta e scattammo in strada. Salì un urlo dietro di noi, percepimmo la spinta dell’aria, suole ferrate esplosero sull’impiantito, sul selciato in strada. Dietro l’angolo avevamo disposto questa volta una carriola di sassi. Cominciammo a lanciarli quando gli uomini erano a pochi metri. … Erano anni di scoperte, perciò straordinari, ma non soltanto per le violenze, le temerarietà, o i film: c’erano il jazz, i libri, Braque e Picasso alla Biennale in retrospettiva. A Jakorski però importava soltanto il cinema, metteva Totò e i fratelli Marx sullo stesso piano. Se si trattava di dare il voto era meno originale. “Sono sempre polacco” si scusava, “non posso lasciare la vecchia squadra e fare le corna alla religione”. “Quelle” promise Nilde, “le farò io a qualcuno, presto”. Guardò in faccia il seminarista venuto per i film del mese e il giovanotto abbassò il capo. A Padova, in facoltà, i discorsi che udivo mi risultavano ogni giorno più incomprensibili, si tornava indietro di sempre più anni, la vita nient’altro che un calcolo burocratico, pareva. Lasciai Padova per Venezia e fu l’identica cosa. Nilde fuggì, questa davvero fu una sorpresa. Scomparve oltre l’Adige portando con sé il seminarista se l’estremo l’orizzonte fosse il lembo di una coperta o la cornice di una tavola di fumetti. Uscendo dalla tricromia diventava invisibile anche Marmittone. Jaš non perse un giorno di lavoro in cabina, non cambiò le abitudini, neppure diede più spazio alla governante che si era illusa di trarre profitto dell’assenza della sua competitrice. Seguitava a parlare di cinema come se nulla fosse accaduto – c’era questo film francese, girato durante la guerra, una storia di gelosie e assassinii all’epoca del secondo impero… “L’ hai visto?” “Ne ho letto. Pare sia…” Alzava le braccia, agitava le mani. Un sabato calarono in città i contadini, c’era un comizio dopo la manifestazione. La polizia caricò con le jeep correndo anche sotto i portici, lasciò due morti sotto il volto dei Servi, in via Roma. La notizia fu riportata soltanto da un giornale locale. “Non è possibile, qui non è la Sicilia o il sud”. Nelle strade e le piazze le voci Fermenti  241


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si intrecciavano accorate ma ugualmente la polizia sparava e ci fu un altro morto, questa volta alla Guizza, il giorno dopo. La governante dei Jakorski irruppe in cabina senza battere, urlò stravolta, “È mio marito”. “Da non crederci” commentò Jaš. Finì di controllare i carboni delle due macchine, accompagnò la donna nella cameretta. “Distenditi, ti porto un bicchiere d’acqua, vuoi anche un caffè?”. Disse lei, buttandogli le braccia al collo, appassionata, “Sono sempre tua, se mi vuoi, o questo sarà il nostro addio”. “Adesso? c’è la proiezione e se hanno accoppato tuo marito…”. La slava diede una spinta a Jaš che dovette appoggiarsi al muro e uscì, partì, nessuno la vide più, da allora. La notizia dell’ultimo morto non comparve neppure nei giornali locali, fu organizzato un corteo di protesta subito annullato dalle autorità, la prima a consigliare la calma era stata l’opposizione. Jaš riuscì a trovare una copia non censurata di “Les Enfants du paradis” in francese, al ritorno dal lavoro se la proiettò a casa per settimane. Garance era invincibile, irraggiungibile, nessuno realmente la aveva mai posseduta, come in Braque e Picasso la logica della passione non ammetteva errori. Mordendomi le labbra per non cedere al sonno traducevo per Jaš i dialoghi del film, li trascriveva su un quaderno da quinta, parola per parola. “Quei quattro morti” fece una notte e pareva svegliarsi da chissà che sonno, “ho cambiato di squadra da quando è capitato”. Chiuse il quaderno, ormai era un mese che Nilde era partita. “Tre morti” lo corressi. “Va bene, tre morti, resta inammissibile”. Si alzò, si infilò in tasca il quaderno e andò di là, tornò caricando il fucile. “A me nessun commissario, nessun prete, mai nessun federale o nessun…” La lista pareva infinita. Quando vennero a cercarlo non c’era più. Mesi dopo, da Praga, arrivò una cartolina.

2. Nelle nebbie oltre l’Adige, Nilde sognava suo marito, lo pensava come un bambino che avesse cullato. L’altro, con il quale era fuggita, si era presto rivelato una noia. “Dio ci vede” si lamentava, ricordandosi che era seminarista. “Un giorno ci punirà per ciò che facciamo”. “Domani” lei rideva. “Domani è sabato, dio il sabato non paga”. “Meno male, ecco un altro giorno sicuro. Vieni, bamboccione”. Non esisteva terror di dio che vincesse il fascino della fuggiasca, il seminarista Fermenti  242


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si avvicinava. “… Una Circe” e questo era Ettore, anche lui prigioniero della malìa: dopo. “Sta lì senza muoversi, rumina, ha sempre in bocca un pezzo di gomma da masticare, senza far nulla ti trascina”. Ettore aveva preso il posto di Jaš nella cabina parrocchiale. Era sempre in lite con lo zio e per non rischiare il licenziamento doveva ricordarsi di non bestemmiare. Nilde pensava al marito perché era il solo che la avesse domata, sapeva smussare ogni suo incantesimo con invincibile passività, ogni urgenza si frantumava. Al tempo stesso era inesauribile. Lei gli si infilava tra le ginocchia, morbida come un animale. Jaš metteva a fuoco gli specchi della macchina da proiezione, guardava dallo spioncino che si apriva in sala, chiedeva, “Il bacio com’è?” “Il bacio? quale bacio?” “Giù in sala. Guarda bene, si ribaciano tra due minuti. Soltanto le labbra dell’attrice dovrebbero essere a fuoco, lui è sfuocato di proposito, dicono i libri. L’attrice deve dare l’impressione di succhiargli l’anima, è un vampiro, sicché il regista… A me pare l’opposto a meno che non sia questa scassatissima macchina che sbraca ma ho passato la pellicola anche nell’altra. Attenta, è tra quarantacinque secondi esatti… “ “Ma dai!” Nilde in ginocchio di un gesto insofferente gli stracciava a due mani la braghetta. “Che fai, che fai? mi hai rotto…” Si palpava davanti, lento, guardando sempre in sala dallo spioncino, “Così l’ ho perso, dovrò aspettare il prossimo giro”. “Ma che stai a dire, né rotto né perso, non lo senti che sta alzando la testolina?” “Le braghe mi hai rotto, come faccio quando esco?”. Sullo schermo, in sala, l’attrice stava cercando gli occhiali nella borsetta, vedeva tutto sfocato, “… È notte quando usciamo, a quell’ora non ci vedrà nessuno”. E Nilde, “Quando esci sarà notte, non ti vedrà nessuno”. Seguitava l’attrice, sullo schermo, in sala, “L’automobile aspetta nel viale”. Lui restava immobile anche nell’acme dello spasimo, le gambe ben piantate, un braccio lungo la macchina a regolare il fuoco, stringere i carboni. Nilde si alzava, si asciugava le labbra soffocando un rutto. Jaš stringeva i carboni un’ultima volta, era la fine del primo tempo, accendeva le luci. “Buono” diceva alla moglie, “sei…” Formava un cerchio con il pollice e il medio come gli americani, portava le dita alla bocca. “Cagone!” Nilde scuoteva il seminarista, “proviamo un po’ in quest’altro modo. Hai visto che con me i brufoli li hai persi? “ “Contro natura mai!” l’altro. “Chi dice che lo sia? gli antichi ebrei della storia sacra cosa credi facessero per non avere bambini, o i cristiani? A quell’epoca, l’hatù non c’era”. “C’è adesso”. “A me non piace quel caucciù didietro, mi sembrerebbe di stare dal medico. A te le emorroidi le hanno mai tastate?” Fermenti  243


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“Però così fa schifo: e brucia, scortica. Mettiamo la vaselina”. “A me quella fa un altro effetto. Prova con la saliva”. “Brucia anche la saliva”. “Dì, a te bisogna scriverle le cose? la vaselina mi fa un effetto. Spingi, dai!” “… Meglio con Jakorski” a Ettore lei stessa avrebbe confessato. “Certo, era come fossi una cosa per lui e in principio mi andava abbastanza bene però a un certo punto volevo anche essere vezzeggiata. Sbagliavo. Con il seminarista mi sono tolta molti sfizi ma se penso a mio marito provo sempre una tenerezza: giocava, io ero la sua mamma. Non capivo. Era passivo in tutto, no? anche quel cinema. Sbagliai a partire, il cinema gli era importante come l’acqua e mi disse una volta, ‘È soltanto così che capisco le cose, un film è uno specchio. Tanto più falso o più ciò che racconta è improbabile e tanto più è un’immagine del vero.’ Troppo giovane, troppo ingorda sono stata”. Quegli anni viveva ancora mio nonno e abitavo da lui, alla Guizza. In fondo al parco, devastato da tre eserciti stranieri, gli alberi sopravvissuti marcivano. Occupavamo quella che era stata la foresteria, nella casa grande sconvolta da un’incursione restavano agibili soltanto le stanze al pianterreno. Il mese che Nilde riapparve, però, partivo, mi trasferivo a Venezia per l’università. Mia sorella Odile, che viveva a Parigi, minacciava di tornare in Italia, voleva l’inventario della casa a Venezia, dal 37 chiusa. Marie, la sorella maggiore, arrivò da Milano per evitare che nostro nonno restasse solo, era sopra gli ottanta, ormai. “Mi piace, oh mi piace!” Scuoteva i capelli tizianeschi, inspirava l’aria umida del parco o meglio di quello che ne restava quasi fossimo in alta montagna, tra i pochi alberi le foglie ammassate da anni erano color terra. “Mi pare di trovarmi ai confini del mondo, qui”. Allargò le braccia, fece una piroetta, scivolò sulle foglie, l’attaccatura di una calza apparve da sotto la gonna con il gancio della giarrettiera. Scoppiò a ridere. “Ti sei fatta male?” “Ma no”. E, “Quanto sei nato avevo otto anni, ero stata fino a quel momento il centro della casa e all’improvviso nessuno mi badava più. Ero sconsolata e vagai qui”. Nostro nonno calcolava i periodi storici e le ramificazioni della famiglia dalle giumente che aveva avuto, per esse dopo ogni crisi erano risorte le sue fortune. Sosteneva Marie che doveva confondere con qualche cavallo anche nostro padre, forse Mocia: era nato da Santina il 36, visse quindici mesi. Venezia. Odile non venne ma annunciò al telefono che aveva intenzione di far vuotare la casa e trasferire ogni cosa a Parigi. Come mai l’inventario non le era ancora arrivato? “Un momento, c’è anche Marie cui chiedere”. “È soltanto una mezza sorella, nostro padre era vedovo quando sposò nostra madre”. Fermenti  244


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“E allora? che discorsi fai? cosa vuol dire se lei ha avuto un’altra madre?”. Non trovò altro argomento che scoppiare a piangere, “Hai sempre preferito Marie, non conta il sangue? sono io tua sorella” e appese. Ettore litigò con lo zio, questa volta era definitivo, Marie lo invitò che si trasferisse alla Guizza, pensava che a nostro nonno facesse allegria, a lei la faceva. Poi anche Nilde si installò alla Guizza e per lei non c’era nessuna scusa. “… Lascia che Odile porti via ciò che vuole” mi diceva Marie, al telefono anche lei, “a te importano le cose? a me per nulla, proprio”. La voce arrivava irreale nel ricevitore e avrei voluto guardare Marie in viso. “Che c’entra, non è giusto”. “Chi lo sa? invece. Ognuno ha ciò che sceglie e a lei la Guizza non piace. Io qui sono felice”. “E il giorno che ti sposassi?” “Non mi sposo, caso mai convivo, era così a Milano”. La sentii ridere, “Sono ormai una donna perduta”. Ettore si fece vedere a Venezia un paio di volte ma era fuori posto in questa città, agitava troppo le braccia, alzava la voce, lo sciacquio lo innervosiva. “Perché hai cambiato università, dov’eri non andava più bene?” “Qui riesco a studiare”. “E di una laurea che fai, dopo?” “Nulla, spero, non vorrò mai lavorare, non un impiego sistematico, almeno. Niente avvocato, niente medico, niente carriera diplomatica come suppongo piacerebbe a Odile, niente commercio… Una cosa soltanto mi importa, capire”. “E quando avrei capito?”. Risi per non rispondere, “Mi inventerò qualcosa”. Mi parlò di Nilde, l’amava, si amavano. “Lei ha un progetto” disse, “vuol provare a vivere negli Stati Uniti. A Boston, dove è nata, quando è tornata da maggiorenne si presentò a un giudice, vuole diventare cittadina. Adesso che non c’è più Jakorski, suo padre vorrebbe che tornasse in America per divorziare, si è rappacificato”. Dopo, “Ma tu lo sapevi che la madre di Nilde vive a Boston ed è americana?” “Però”. Mi chiedevo se era venuto a Venezia per raccontarmi queste cose o non ci fosse qualcos’altro che non riusciva a dire. Proseguì, “Lei a me piace e penso… penso che sia qualcosa di più di una storia di letto. Dopo il divorzio, lei vuole che ci sposiamo”. “Allora è deciso? ti porta a vivere a Boston?” “Sì. Però non vorrei che si credesse che è per l’America…” “Non raccontarmi che non c’entra”. Alzò le spalle, “Anche, sì. Alla Guizza tu quando torni?” “Immagino dopo gli esami”. Nilde. Venne anche lei a Venezia, aveva l’aria un po’ sciatta che in qualche modo era il suo fascino, dalla selvatichezza traspariva qualcosa di estremamente puro Fermenti  245


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anche se difficile da definire. “Sono rimasta incinta” sbottò appena mi vide, “non so chi è stato”. “Abortisci se non sei troppo avanti. Costa, ma si può sempre trovare qualcuno, conosco qualcuno”. “Ho paura”. “Parlane a Marie, forse tra donne capirvi è più facile”. “Mai, lei non oserei, mi vergogno”. Ripeté, “Ho paura, quel figlio di puttana di un seminarista mi ha passato il timor di dio”. “Ma figurati”. “Eh sì!”. “Allora finché sei incinta non mostrarti in giro. O va lontano a partorire e abbandona il bambino, una volta li lasciavano in chiesa”. “C’è Ettore: come gli spiego che mi gonfio? Né voglio il rischio che venga a sapere, di me sa tutto però questo… no”. “Sei sicura che non lo accetterebbe? con ciò che in cambio gli dai… L’America è un gran salto per lui, da qui”. “Non so, non voglio quel rischio”. “Allora parti, va a Boston: divorzi, torni, partorisci, è… lapidario, cesariano. Divorziare in America quanto tempo prende?” “È molto lungo, a Boston, ma in altri stati anche poche settimane”. Partì. Odile telefonò da Parigi, si sposava. “Ma non sei un po’ giovane, sedici anni, per avventurarti in un matrimonio?” “Nostra madre quando si sposò quanti anni di più aveva? Tu che c’entri, poi, non sei tu chi ha la patria potestà e se va bene al mio guardiano…”. Con Ettore camminavamo la notte come tempo avanti, il tepore del buio era gonfio di grida, si appressava una campagna elettorale. “Per chi voti?” “Non c’è scampo, quelli tra i quali mio padre morì”. Da Boston, poi Reno, Nilde spediva cartoline, lettere, Ettore rispondeva con altre lettere ed era davvero un grande amore. Mio nonno alla Guizza se a volte ci confondeva con i cavalli aveva riscoperto un’ultima gioventù, aveva deciso di ricostruire la casa grande come era stata. Calcolava anche gli alberi che nel parco bisognava piantare. “È… splendido”: Marie. “Come tornasse tutto indietro. Quando sei nato io avevo otto anni…”. “Sai quante volte me lo hai ripetuto?” “Avrai tutto questo, un giorno” fece Ettore, con un gesto che comprendeva il cantiere dei muratori, la casa, il parco, i campi. “Inoltre hai Venezia, puoi tornare nella casa di tua madre a Parigi – parti con molti vantaggi, anche se non lavorerai mai”. Era il tono che forse aveva avuto il diavolo nel racconto evangelico delle tentazioni ma l’analogia non mi rallegrava, cosa poteva essere che lo aveva cambiato? Ero stupito e deluso. Guardai Marie, lunga e svelta, che ci precedeva. “Non ho nulla” dissi a Ettore, “né avrò mai nulla e non me ne voglio neppure Fermenti  246


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occupare. C’è… Odile, suo marito, i figli che avranno, tanti altri parenti ai quali andranno le cose. Anche Marie. Di ciò che vedi e sai a me basta l’uso e per poco. E in questi luoghi puoi vivere anche tu, anche Nilde, come già fate: almeno, finché resterà possibile per me”. Nilde dilazionava il ritorno, c’erano questi parenti, informava da Boston. Nelle lettere non c’era più molta connessione con ciò che Ettore le scriveva, quelle di Nilde erano state redatte tutte insieme e da Boston qualcuno le imbucava per lei a date fisse, alternandole a cartoline. Lei, quattro mesi davanti a sé per partorire, abitava adesso in Sicilia, da Venezia le telefonavo. La distanza e l’isolamento, nel paesucolo sui fianchi dell’Etna che si era scelto, la trascinavano in confidenze dal tono sempre più crudo come fossi il suo ultimo amante anzi no, una levatrice. Raccontava Ettore, alla Guizza, quando ci vedevamo, con l’impudicizia della castità obbligata e sotto l’impulso del desiderio, “Prima di me, mi disse, il turpiloquio la eccitava, soprattutto con il seminarista, e una volta con lui…” Si interruppe e poi, “Con la nostra relazione è diventata una specie di educanda, invece, quasi insopportabile, molto…”. “… prude?” “Eh?”. Tradussi con qualche libertà, “… per bene”. Decisamente, dal suo borgo sull’Etna, Nilde ormai mi vedeva sotto forma di levatrice. “… Ho tanta stitichezza, cosa potrà essere? più passa il tempo e più ho paura di partorire però, anche, non ho più nessuna voglia di un uomo. Mi pare che l’amore lo faccio adesso con il bambino. Capisci quello che voglio dire? sono soddisfatta, appagata”. Il tono diventava ancora più confidenziale, “Non oso prendere lassativi perché, se mi viene la sciolta, piena di nausee che già sono, quando fa notte, soprattutto, con la sciolta finisce che lo caco, proprio, il bambino. Mio dio, Ettore come sta? cosa dice? mi ama ancora?”. Al solito, la primavera era un’esaltazione, a mano a mano che l’estate si appressava radici credute sterili tornavano vive. In maggio a Venezia le ragazze toglievano il fiato, nel fresco dell’aria il tepore tra le cosce era il migliore rifugio. “Mi ami?”. L’avanzare della luce sulla nuca, la schiena, il solco tra le natiche, struggeva. La stanchezza del corpo, l’infinita lassitudine. “Ti amo, ti amo”. Le parole non coinvolgevano oltre al descrivere sensazioni, lo sapevamo ambedue, che fosse così rassicurava. Con passaporto di durata limitata (studente, tuttora sottoposto a servizio di leva) in giugno passai le Alpi per l’Europa.

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* Mio nonno guardava l’ultima brina attraverso i vetri, prometteva, “Finché tutto non sarà ricostruito, non muoio”. Per propria scelta, Nilde si occupava di lui, lo accudiva. “È così dolce” raccontava, “così…” Aveva preso il vezzo di non concludere le frasi, tutto finiva in un mugolio. Da quando era tornata, evitava di stare sola con me, era evasiva parlando di sé, soltanto in presenza di Ettore si scioglieva. Dormivano nella camera accanto alla mia, appena a letto la tastiera cominciava a battere. “Partono?” chiedevo a Marie. “Quando partono?” “Vuoi che se ne vadano?” “Ma no, che c’entra… È per sapere”. La camera di mia sorella aveva le finestre sulla magnolia, il solo albero di quelli rimasti che non fosse malato. “Occorreranno cinque anni, sei, scartando gli alberi, perché tutto sia daccapo com’era”: mio nonno. Si toglieva di tasca l’astuccio dei sigari e sceglieva un sigaro, lo annusava, erano Virginia e bisognava togliere la paglia. “Finirà che vivo troppo e mi annoio, mi dispiace che per l’età non mi posso più occupare di cavalli”. Le stalle e il recinto di monta erano state tra le prime cose che aveva fatto ricostruire. Vicino al pollaio erano state scoperte le tracce di un tasso, chissà come si era perso tanto lontano. Le impronte dei ricci sugli strati di brina non erano dissimili dalle impronte degli scoiattoli, più grandi ma anch’esse scarne, uncinate. Era un mondo che apparteneva all’infanzia e via via svaniva. A cinque o sei anni avevo visto la monta, dalla staccionata. Gli uomini schiacciavano i sigari sotto i tacchi degli stivali, la giumenta tremava nel suo lucido nero, il sesso scolava sotto l’arco della coda. L’occhio dello stallone era folle d’ansia e di voglia, un uomo sbarrò il cancello della staccionata, il cavallo rampante non atterriva la giumenta, non la atterrò: nitrì. Silenzio, non un fiato dagli uomini in attesa. L’occhio bianco di terrore o follia lo stallone scalpitò, poi correva all’interno del recinto, la cavalla immobile, soddisfatta e tremava. “… Ettore sta studiando l’inglese” Marie mi riferiva. “Ha anche preso il diploma da radiotecnico ma si vergogna di farlo sapere. Il problema è il servizio di leva, finora era riuscito a evitarlo come sostegno principale della famiglia però, da quando vive con noi, lo zio per ripicca ha informato il distretto che Ettore è lui che lo mantiene. In distretto chi conosciamo?” “Chiedi al nonno ma anche senza conoscere forse bastano due salami”. Ettore era diventato un po’ gelido, a volte anche aggressivo. “… Ma una laurea a che cosa ti serve? in materie non scientifiche, poi. Ciò che studi potresti anche leggerlo da solo, a casa”. “Ciò che studio mi piace, Shakespeare è splendido, avevo sempre detestato come scrivono gli italiani”. Fermenti  248


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“Ma non è italiano”. “Proprio”. Marie si muoveva tra le quinte come un capocomico che prendesse da parte gli attori per smussare le asperità, evitare gli sconti. “Non umiliarlo, non è necessario, è preoccupato. Ha paura di sposarsi, ha paura di partire”. “Sono molti timori, troppi, direi, per un giovanotto”. “Non essere ridicolo, parli come se fossi suo nonno”. Le foglie scure della magnolia sopravvissute ai fuochi di fine autunno sfioravano il vetro della porta-finestra, nel cielo svenato il sole non riscaldava. Un ronzare solitario di vespa, remoto. Marie si toglieva la blusa dentro lo specchio, mi girava la schiena. “Sono straordinari questi reggipetto americani, è Nilde che me li ha regalati, così leggeri”. Le mani cercano, slacciano il gancio sulla schiena, i seni rimbalzano nella luce dello specchio scrostato. “Sei immodesta come Teresita, andava in giro seminuda quando viveva con noi, il 44”. “Nostra cugina? tutte le donne della nostra famiglia lo sono state e sposandosi forse lo diventò anche tua madre”. “Non Odile, mai Odile”. “Odile vuole tutto per sé, non dà nulla a nessuno, ha paura”. E, “Sai che Nilde si è realmente affezionata al nonno ? a Venezia, hai molte ragazze?” Nuda in slip ora apriva la porta della stanza da bagno, “Qui non entrare, magari. Ti spiace mettere in moto il grammofono?”. Lo strumento si caricava con la manovella. Sullo scroscio dell’acqua la voce del mezzo soprano sorse come un invito dove le parole negavano i gesti, esattezza barocca di Gesualdo. Non mirar, mon mirare di questa bell’imago…

Era sempre Marie. Uscita dal bagno, si laccava le unghie avvolta nell’accappatoio, “Mi accendi la stufa? sii un angelo, basta che dai fuoco a quel giornale arrotolato, la legna è pronta, basta inserire… soffia. Sai che con il nonno ho quasi dovuto litigare? non voleva installare gli scaldabagno nell’ala nuova, diceva che non c’erano mai stati – un umido sarebbe, proprio…” E, “… Il freddo di questa stagione, l’estate ormai passata, lontana, poi i fumi delle foglie che bruciano, lo struggersi della luce… Mi torna ogni anno ma soltanto quest’anno, dopo tanto tempo, l’ ho realizzata. L’idea è di tenere un corpo tra le braccia, scoprirlo nel proprio letto o lui scoprisse… proprio in questa stagione. Sono le mani, quando disfano, sciolgono, cercano, tu immobile nel buio e l’altro corpo, l’altra mano, ti raggiunge… qui”. “Non è vero” gridai, “non può essere”. “È già capitato”. Non mostrava nessun imbarazzo, “Lo amo… no, questo non è vero, non questo: però, pensarlo è piacevole”. Fermenti  249


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“Perdio, non fargli fare troppa confusione, almeno. E Nilde?” “Io non lo voglio sposare, lei sì. Se è al corrente, non da me lo ha saputo”. “Bisognava proprio?” “Sì. Cosa fosse per me l’ ho detto, non gli ho mai mentito: sans suite, come in certi ristoranti a Parigi. Ce n’è uno famoso alla porte St. Cloud, non ti servono che antipasti o formaggi, se vuoi, sans suite”. “Non lo capirà mai”. “Amo Marie” Ettore riuscì a dirmi, alla fine, me lo venne a dire a Venezia. “Se intendi che te la porti a letto sono affari vostri, però Nilde? non andate più in America? e hai risolto con il distretto?” “Tutto risolto con il distretto”. “Allora non ami più Nilde o è lei che per la storia con Marie si è seccata, è questo che mi vuoi dire? Comunque sia, se l’intenzione è di sposare Marie ti consiglierei di lasciar stare”. “Amo anche Nilde. D’improvviso tutto è così difficile…”. … l’altere parte e rare. Ahi che di morir vago l’immoto guardo gira. Tu pur rimiri come l’immoto guardo gira. Non mirar, non mirare di quest’

Marie, “Ma se per te può essere che puoi amare senza amare perché non io, non anch’io? soltanto perché tu sei un uomo?”. Alzai le spalle, “Forse non è ancora pronto per certe cose e allora non gliele puoi chiedere: non le sa, non le ha mai sapute”. Lei strinse i pugni, gridò, “Detesto i poveri, detesto i ricchi, detesto la borghesia, la piccola borghesia, il proletariato, detesto… La vita dovrebbe essere soltanto un fatto estetico e può esserlo anche se costa fatica ma per questo non serve il denaro come non serve per lavarsi i denti. Qui egli è sempre stato trattato alla pari e… non potrei anch’io soffrire, forse? Ha un vantaggio straordinario su di me, è più giovane”. “Fa conto che non sappia scegliere tra due tentazioni”. Si portò le mani agli occhi, piangeva. Le presi il volto tra le mani, la baciai sugli occhi, le lacrime.

3 Marie non lasciò più la Guizza, si era specializzata in radiologia e ottenne un incarico in città, all’ospedale. Nilde e Ettore si sposarono in municipio, partirono per gli Stati Uniti, per qualche tempo arrivarono lettere, cartoline. Seguì un silenzio, poi una lunga lettera: Ettore se n’era andato, a Portland, Oregon, aveva aperto un laboratorio di elettronica con un socio. Fermenti  250


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Nilde era daccapo incinta e partorì. “Fare figli proprio quando sono sola” scrisse, “sembra quasi un destino”. Rispondevo con rare cartoline e Marie diventò presto l’esclusiva destinataria delle sue confessioni, gli sfoghi. “Se un giorno pensassi di venire da noi nuovamente” le scrisse, “porta anche il bambino”. Marie si ammalò. Adesso ogni sera da Venezia tornavo alla Guizza, la corriera mi lasciava agli Eremitani, prendevo il treno che portava a Bagnoli, scendevo al casello; da Santa Sofia, la Guizza era la quinta fermata. Malgrado le nebbie e il freddo, ogni volta sul treno mi assalivano le immagini di una lontana estate, era il luglio dopo la guerra. Il profumo della magnolia si mescolava la notte a quello denso dei tigli come mai, pareva, prima di allora era stato. Nello spiazzo a fianco del casello c’era sempre qualcuno seduto nel buio, si udiva il brusio delle voci. “… Anche il più giovane dei Varotto veniva qui, quei mesi” raccontavo a Marie. “Cullava la figlia nata durante la sua prigionia, sedeva sul terrapieno dove finiva il binario morto. ‘È vecchia’ susurrava alla bambina, ‘è perché tua madre è vecchia e tu sei figlia di un altro che sei nata idiota. Il sangue mio è buono.’ La bambina rideva, batteva le mani, lui si commuoveva alle proprie parole e piangeva. Erano una macchia evanescente, nel buio, e se qualcuno attirato dai singhiozzi si avvicinava, quell’ectoplasma si spostava un po’ più lontano”. “Poi com’è che è finita?” C’era sempre la luna nella camera di letto di Marie, pareva entrasse con il vento sulle tende. “Finì che Varotto si buttò dal ponte con la bambina”. Qualunque cosa le raccontassi, era di Nilde ed Ettore che in realtà parlavamo, gli giravamo attorno come due mosche attirate l’inverno da una chiazza di sole. In una delle ultime lettere Nilde aveva promesso che presto sarebbe tornata. “Perché non si sparano” Marie protestava. “O si avvelenano con il gas, o si impiccano, quando vogliono farla finita”. “È un paese d’acqua, forse è una consuetudine. Il Delta non è poi molto lontano”. Rise, “Di tutte le spiegazioni… Comunque non è così vicino, io non ci sono mai stata”. “Quando tu vivevi a Milano ci ho passato due estati – mezze estati, anzi: lavoravo in zuccherificio. Era molto caldo e molto umido, come muoversi nella pancia della propria madre e non riuscire a nascere mai”. Mi piaceva parlare del Delta, pareva romantico adesso che ricordavo. Avevo cominciato raspatore e fui promosso analista, i carri delle barbabietole arrivavano giorno e notte nel piazzale. Per ogni carico era prelevato un campione, le barbabietole del campione venivano raspate, le polpe pressate, il liquido che ne usciva trattato chimicamente, letto al polarimetro. I produttori guadagnavano sul percento medio di zucchero che si poteva estrarre da ogni carico, noi eravamo pagati per imbrogliare. Fermenti  251


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“Eravamo due gruppi” raccontavo ancora a Marie, “uno assunto dalla fabbrica, l’altro dai produttori. Bottrighe era molto selvatico, se uscivi con una ragazza del luogo e la portavi in balera, più spesso che no finiva a sassate. Durante uno sciopero andai con il sindaco a caccia di lepri, un’altra volta per tartufi, prestissimo la mattina. Per scovare i tartufi, il sindaco teneva a cavezza un maiale”. “Era divertente, allora, ti piaceva: c’era anche Ettore?” Cercò di sistemarsi da sola i cuscini ed è possibile che fosse per nascondere un imbarazzo. “No, lui no, perché avrebbe dovuto? nessuno con un posto decente veniva in zuccherificio, la campagna durava quaranta giorni, quarantuno, gli stessi operai erano braccianti agricoli, perlopiù, anche il sindaco; per loro le date cadevano giuste, era dopo la trebbiatura. Era tante bestemmie lavorare nel Delta, anche qualche revolverata, un mezzo grado in meno o in più al polarimetro faceva uno scarto di parecchio denaro”. “Sei uno strano ragazzo, hai spinte e comportamenti che non appartenevano a nostro padre, suppongo, senz’altro non appartenevano a tua madre. Perché lavoravi, nel Delta, poi?” “A imbrogliare si era ben pagati e i soldi mi servivano. Non potevo chiedere a nostro nonno di mantenermi anche a sigarette e puttane”. “A me non hai mai chiesto nulla, potevi”. “Sì, ti scrivevo a Milano. Comunque… mi piaceva, c’era una tale violenza che si poteva odiare tranquillamente senza per questo sentirsi colpevoli”. Aggiunsi, senza ragione o forse così parve a Marie, “Una volta vidi un puledro morire”. “Chi odiavi?” “Mia madre. Avevo tredici anni quando morì, fu così… erotico e osceno. Morì anche il bambino”. “Non ti dispiacque quando si era risposata?” “No, mi piaceva Marc, il secondo marito. Mi chiese… mi chiesero tutti e due cosa pensassi, visto che mio padre era morto da qualche anno, e mi sentivo fiero che si preoccupassero della mia opinione”. Poi, “Nilde ha scritto quando arriva?” “Non che sappia, è anzi un po’ che non si fa sentire”. “Non abortì mai del bastardo che concepì con il seminarista, lo tiene in Sicilia sull’Etna a pascolare. Cos’ ha, tre anni? quattro anni? tu lo hai mai visto?” “Sta a Udine, a pensione, invece, ed è un bel bambino. Nell’ultima lettera… mi chiedeva nell’ultima lettera se non era il caso che si facesse viva con lui o magari non era peggio, dopo tanti anni. I soldi, comunque, li ha sempre mandati. L’ ho consigliata, se non vuol riprenderlo con sé, di darlo a qualcuno per l’adozione, c’è sempre chi vorrebbe un figlio e non lo può avere, ne conosco anch’io”. “E da allora non ti ha più scritto”. Ci fu un silenzio e poi, “Làvami”. Mi alzai, guardai l’orologio. “Ti preparo un infuso per la notte, ti farà dormire”. Al pianterreno il nonno leggeva i giornali nella sua stanza, teneva i piedi contro la stufa. Alzò gli occhi, mi guardò senza chiedere. Fermenti  252


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“Pare a volte” gli dissi, “che il viso le scompaia dentro un altro viso. Non le ho detto che Nilde è tornata, le fai tu la sorpresa, domattina”. Seguitava a guardami, “L’ ho mandata a riposare nella vecchia stanza, se dorme lasciala dormire”. Aveva anche chiesto, Marie, “Il secondo marito com’è, quel Marc, dopo la morte di tua madre vi siete più incontrati?” “Scappai quando lei morì, lo sai: dopo che la misero nella cassa. Traversai la Francia e malgrado la guerra tutti mi aiutarono, anche i soldati degli eserciti d’occupazione. Mi presentai qui, dal nonno, viveva ancora zia Giuditta con lui. Appena mi vide, la zia mi mollò uno schiaffone e scoppiò in lacrime”. “Ma lui com’è, il secondo marito?” “Non voglio parlare di mia madre, è morta e non mi importa più”. “A Ettore che si sposasse non l’ ho mai perdonato. Neppure a nostro padre perdonai il matrimonio, quando sposò tua madre. Amavo tua madre, con me fu splendida, un’amica, però verso di lei ho sempre avuto anche un senso d’astio, un’irritazione”. Abbassò la voce, “Quando Ettore voleva sposarmi e confessò che era innamorato e lo rifiutai, lo offesi. Otto anni di differenza sono molti, se è la donna la più anziana”. “Non è per questo che non lo hai sposato, tu cercavi qualcos’altro, qualcosa che non dicevi. Anche lui, comunque, sapeva dentro di sé che era impossibile quel matrimonio. Cercai di aiutarlo a capire”. “Era ossequioso, nell’amore lo era. Attraverso di lui, volevo scordare l’uomo che avevo amato a Milano anche se ormai non essendoci più non correvo il rischio di poterlo più incontrare”. “Tanto più” dissi, “che era una donna quell’uomo a Milano. Attraverso Ettore era Nilde che cercavi, no? Non c’è da avere nessuna vergogna”. “Quando lo hai capito?” e forse arrossì, ci fu comunque un sussulto nella voce. “Non lo so, a un certo punto pareva la sola spiegazione”. “No, di Milano”. “Quello fu il nonno che me lo disse”. “Dapprima non cercavo Nilde, non la conoscevo, con Ettore cercavo di scordare quell’altra persona o forse mi illudevo di diventare anch’io come le altre donne, perché non doveva essere possibile? Naturalmente, quando seppi di Nilde e qualcuno, Ettore, mi mostrò la fotografia…” Si interruppe ma pareva che a interromperla fosse la sua prossima frase e questa che un’ altra la pronunciasse, “Làvami”. Sanguinava. La malattia ancora non la aveva appassita, i capezzoli parvero indurirsi quando sul sesso le passai la pezzuola e tra le natiche, poi la asciugavo. La cosparsi d’acqua di colonia, infilò da sola la camicia da notte. Sorrise, “Non c’è esito”. “Alla vita non c’è esito e vuol dire che tutto è possibile, forse persino non morire mai”. Nilde dormiva su un fianco, la schiena scoperta larga e solida, le ginocchia Fermenti  253


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piegate. Le infilai una mano tra le natiche, le sfiorai il sesso, cominciò a muoversi, girò il viso. Le occorse qualche istante per mettermi a fuoco. “N-no” disse ma era già sulla schiena, i seni si allargavano come girasoli. Mi spogliai, “Devo spegnere? al buio potrai chiamarmi con qualsiasi nome”. Gennaio, la brina sugli alberi e i ferri del cancello, le mattine e le notti esplodevano di suoni. Nella luce c’era una durezza quasi le feste di capodanno avessero cancellato un’infanzia, un tepore. Marie si aggravò. Mio nonno licenziò gli operai che dovevano ridipingere il pianterreno, non voleva estranei alla morte della nipote. I barattoli dei colori, i pennelli, i cappelli di carta di giornale macchiati di calce, restarono in un angolo dell’ingresso finché Marie non fu seppellita. La presenza di Nilde si rivelò provvidenziale, nessuna infermiera la avrebbe potuta sostituire. Per mia parte, le ero grato che avesse lasciato a Boston l’ultimo figlio, non avrei sopportato un bambino in casa. Se mai si decise a fare visita all’altro a Udine o si limitò a spedire l’assegno alla famiglia che lo custodiva, lo ignoro. Adesso che lei era tornata, venivo alla Guizza da Venezia non più di tre volte la settimana. “Perché?” la prima notte mi aveva domandato. “Ti è dispiaciuto?” “No, certo: e sapevo che doveva succedere perché era una combinazione di numeri, una serie: io ed Ettore, tua sorella ed Ettore, poi io e Marie… Ciò che mancava eravamo noi due, se tra te e Marie era già capitato”. “In qualche modo è capitato non però come tu credi”. Un’altra notte. “Non c’è nulla che credo o immagino, questi anni sono molto cresciuta, a Boston ho fatto cose che non supponevo: ho letto libri, ho frequentato molte persone… È il vantaggio dell’America, imparare è un’obbligazione”. “Allora quel viaggio ti ha fatto proprio bene”. “Nessuna ironia. Ho imparato ciò che in Italia sarebbe stato impossibile, in America si può passare da un gruppo all’altro, da una classe all’altra, con maggiore facilità, sei ricco, povero, ricco daccapo. Per qualcuna come me era il posto giusto, qui cos’ero, se restavo? una divorziata facile da fottere e buttar via, l’ex amante di un mezzo prete, una marchetta che neppure si faceva pagare, la madre di un bastardo… Anche sposando Ettore, se restavo qui cosa diventavo? l’America e Boston per qualcuna come me fu la grande occasione”. “Non è stata l’America, poteva essere in qualsiasi luogo”. “No”. Poi, “Ettore voleva soltanto fare soldi, non capiva che non occorreva, bastava riuscisse a far fruttare quelli che mio padre ci aveva dato se a quel punto il denaro per lui… Arrivò in America con idee vecchie e d’improvviso non lo sopportavo più, se vuoi sapere sono io che l’ ho cacciato,”. “Davvero questa è nuova”. “Vedi? sono diversa, ho tirato fuori ciò che avevo dentro di me, qui tutto pareva puttanesco. Baciami”. Fermenti  254


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Le infilai il pollice della destra nel sesso, le altre dita tra le natiche. “Non ti amo” le dissi e sapevo che era molto stupido ciò che dicevo. Strinse le natiche. “Perché ti preoccupi di queste cose, perché le dici? può capitare e non capitare, si sa soltanto dopo. Ti difendi da che, con me? baciami. È così… straordinario come è cominciato: appena arrivata, ancora stanca del viaggio e qui in autunno, nel caldo che veniva dalla stufa ecco il corpo di un uomo”. “Marie lo disse di Ettore quasi con le stesse parole”. “L’ ho imparato da lei, sì”. Le conversazioni riprendevano ogni notte, un tessuto connettivo se in qualche modo corteggiassimo l’illusione che anche da lontani eravamo sempre stati insieme. Gli ultimi tempi, Marie gravissima, tornavo da Venezia ogni sera. Nilde. “… Alle volte, quando la lavo con la spugna, la asciugo, riesco a farle scordare il dolore. Vive soltanto con gli occhi, ormai, e questa nostra cosa qui, tra le cosce”. A due mani mi afferrò una mano, “Piano, più dolce, più…” “È insopportabile la sua sofferenza, ho chiesto al medico di ucciderla se davvero non c’è più speranza ma mi ha fatto un discorso morale”. “Cerco di darle piacere e anche a me dà piacere però sa che muore”. Tolsi la mano dal corpo di Nilde, non provavo nessun desiderio. “Quando ero io a lavarla era una paura, è una parte di noi che marcisce. Con mia madre fu se assistessi al suo più alto piacere, i rantoli preludevano la morte ma portavano anche a un’altra forma di annichilazione. C’era tanto sangue e anche questo era terribile”. “Lo è ogni nascita, crea rapporti indissolubili. E nasciamo nel sangue come è nel sangue che siamo concepiti, cos’altro è una deflorazione? Il mio primo figlio lo allattavo distesa, sentivo il suo piccolo peso sul ventre, i piccoli piedi che a volte mi si impigliavano nell’ombelico. Stava a gambe aperte su di me. Con l’altro che ho lasciato in America fu la stessa cosa. Adesso, sto tentando di trasformare Marie in mia madre. Tutto questo, Ettore non lo capiva”. “Perché avrebbe dovuto? la mancanza di denaro è un’angoscia, l’angoscia è una cecità. Esitava tra te e Marie, l’America e questa casa”. “Se per te era tanto chiaro perché non lo hai aiutato?” “Gliene parlai una volta, tentai, ma chi ero per avere certezze?” “Comunque, queste cose tu le capisci”. “Le so ed è un’altra cosa. Le ho viste, assorbite e questo non è capire, è soltanto un dato di classe, lui aveva altre origini”. “Anch’io”. “Tu sei inutilmente crudele nei rapporti con gli uomini, proprio come Marie”. Lei rise, nella voce non c’era nessuna allegria, “Tu no verso di noi? tu no, allora?”.

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DUE

1. Il direttore del consorzio veniva lui stesso a consegnare le sementi, arrivava in bicicletta. Era lungo e magro, portava i capelli buttati all’indietro, faceva la corte a Nilde sul cancello di casa; non gli importava che fosse due volte divorziata. Lei rideva agli approcci, le dichiarazioni. “Così anche a te l’America tira”. “Che America? io non voglio partire”. A me chiese, “Tu pensi che varrebbe la pena?” “Se seguiti a darmela anche dopo sposata non vedo la differenza”. Stavo ancora a Venezia, ne tornavo i fine settimana, ero a Venezia anche quando morì mio nonno. Nilde mi chiamò al telefono e poi, “Sei sempre d’accordo per la cena?” “Non ci siamo che noi due e francamente…”. Seguitò, quasi neppure avesse udito, “Il difficile sarà Celeste, quel culo benedetto non l’ ho mai sopportata”. Celeste veniva dall’altra parte del ponte, Santa Croce, un quartiere di molte chiese. Era devota del cappuccino che lievitava durante le messe, adesso andava anche in estasi alle confessioni. “Soprattutto” sosteneva Nilde, “se le penitenti sono aldisotto dei trenta”. Celeste la guardava dritto in faccia, poi sputandosi nel fazzoletto. Alla Guizza mi aspettavo di trovare mio nonno disteso a letto, era invece nello studio o la stanza che chiamavamo con quel nome, seduto in poltrona. Spiegò Nilde, “Capitò lì”. “Almeno togligli il cappello, perdio”. “Lo aveva”. E, “Verso la fine non dormiva più, non si coricava più, neppure. Guardava verso la porta come se aspettasse”. Dalla morte di Marie, Nilde non lo aveva più lasciato, via via diventando per lui il solo contatto con il reale. Quando tornavo da Venezia, ormai parlava assai poco anche con me, mi fissava. Era sotto pasqua e pareva estate. Per la cena, Nilde sistemò i tavoli tra gli alberi, in giardino, Celeste tentò di opporsi. “Aspettate che sia seppellito. In parrocchia li avete informati?”. Dissi, “Non credo che neppure sia stato battezzato”. “Peggio degli ebrei? perché quelli li battezzano a loro modo, hanno anche loro le loro chiese”. “Informerò Calzavara, legalmente è la sola obbligazione”. “Chi mi dà una mano? chi mi dà una mano?” Era Nilde, stava trasportando le sedie. Celeste, “Lo dirò a don Vedelago quando vado a messa”. Era il parroco del Bassanello, un suo parente. Fermenti  256


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“Da quando vai a messa tanto lontano? fino a poco fa ti bastava l’oratorio, qua dietro”. “Beh, a nostra Santa Madre Chiesa qualcuno glielo dovrà pur dire ”. “Guarda” dissi. “Se don Vedelago vuol venire a giocare a carte come di tanto in tanto faceva con mio nonno, magari anche per un bicchiere di vino, non ho obbiezioni. Il resto no”. Alzò le spalle, fece con sufficienza, “Don Vedelago non beve”. Nilde sedette su uno dei tavoli sventolandosi con la sottana. “Allora la messa con che cosa la dice, coca-cola? E com’è che l’ altr’anno è finito nel fosso, come è stato? puzzava al punto…”. “Di fango, morchia. Se puzzava anche di vino non per questo era ubriaco e lo sai”. “È ciò che disse in chiesa”. “Don Vedelago non ha mai mentito” Celeste susurrò, una tensione isterica che le si gonfiava in gola. “Ma sicuro” mi intromisi, “sì”. Calzavara era il segretario della stazione staccata del comune aldiquà del ponte, una delle novità del plebiscito, l’altro secolo. La primavera del 15, raccontavano, l’edificio era stato assalito dai fittavoli della parrocchia che si rifiutavano di andare soldati, li aizzava un cappellano che interpretava alla lettera il Non expedit. L’ordine era stato ristabilito da un contingente di carabinieri sardi diventati abissini nelle locali mitologie. “Erano scuri, scuri” ridevano le vecchie. “Puzzavano”. Dopo il 45, i sardi furono confusi con il passaggio dei soldati marocchini in Campania. L’edificio era stato incendiato il 36 per una lite di famiglia – al segretario comunale di allora era nato un bastardo e la figlia legittima non voleva che fosse riconosciuto. Il padre era stato irremovibile e la figlia si era rivolta a due napoletani. Calzavara ebbe la nomina quell’anno, il suo predecessore rimosso dall’incarico; spedito in Puglia che era la sua terra d’origine, tre anni dopo era trasferito in Abissinia ad amministrare una regione più vasta del Veneto, a sud di Axum. I primi tempi, il nuovo segretario era stato costretto a sbrigare le pratiche sotto una tenda per il ritardo dei muratori nella ricostruzione. Il suo arrivo e susseguente insediamento erano stati preparati da don Vedelago con un discorso in chiesa – il pugliese era stato molto amato. “Anche questo è buono, buono” il prete spiegava dal pulpito e quasi a chiedere testimonianza faceva gesti verso l’ostensorio ma dal volto dei fedeli trasparivano diffidenza e durezza. Aggiunse perciò, “È un nano. Un povero nano maledetto da dio che male mai potrebbe fare?”. Tuonò una voce dall’ombra di una navata, “È un nano maledetto anche il re”. Chi avesse avuto l’ardire non si era saputo. Calzavara era in effetti di bassa statura, non proprio un nano ma sul metro e Fermenti  257


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cinquanta, un po’ meno che più. Quando andava in chiesa, a messa, gli mettevano sotto i piedi una predella che la testa fosse allo stesso livello delle teste degli altri devoti. Ripagava il parroco della sua protezione facendogli dono, a natale e le altre feste, di qualche salsiccia, qualche fiasco di rosso, aveva una rete di tributari fino a Maserà. Il periodo che restò segretario nessuno di quei suoi vassalli partì mai soldato tolti i pochissimi volontari. Le salsicce di solito venivano in febbraio quando ammazzavano il maiale ma a don Vedelago non importavano quei doni. Era astemio e vegetariano e ogni mattina, alla consacrazione, gli si stringevano le budella. Passava il vino e le salsicce al cappellano. In un’occasione era stato fermato dagli agenti del dazio, sotto l’argine del Bassanello, prima del ponte c’era la barriera. “Ma cosa avrà, reverendo” domandò un daziere, “in quel bel pacchettino”. Don Vedelago avanzava in bicicletta, “Cos’avrò?” ripeté. “C’era”. Lanciò nel fosso il pacchetto con le salsicce ma la tonaca si impigliò nelle ruote per il gesto brusco e finì anche lui nel fosso, dritto dentro la melma. Nell’urto, il bottiglione di vino sul portabagagli andò in frantumi. Nilde passava di là. Si era fermata ad aiutare il prete a mettersi in piedi. All’idea di riferire ogni cosa al parroco, Celeste si era rabbonita. “I tavoli sono quattro” fece adesso, preparandoli per la cena. “Verranno in tanti?”. Disse Nilde, “Soltanto due sono per gli invitati, gli altri sono per appoggiare i piatti, servire”. “Ma in quanti vengono? ci sarà una messa?”. Dissi, “È previsto Gesù Cristo con suo padre e sua madre, poi Abramo e la Maddalena. Pare vengano anche un paio di troie da Padova, naturalmente convertite. Poi tu stessa, se vuoi; e don Vedelago con sant’Espedito…”. Si fece tutta rossa, “Ne ho abbastanza di lavorare per due bestemmiatori” e si strappò il grembiule, zoppicò verso la cucina. “… Se io vengo?” Nina domandava. “Non ricordi che lavoravo dai tuoi, quando c’era tua mamma? facevo il bucato con la cenere”. “Preparavi anche le cene, mi pare di ricordare”. “A volte. Insieme a Cesira, mia suocera, sì”. Si commosse, si asciugò il viso con il rovescio di una mano. Le mostrai mio nonno in poltrona, per evitare che scivolasse Nilde gli aveva passato una corda sotto le ascelle, annodata dietro la spalliera. “Pare vivo” osservò Nina, “anche il cappello: pare come in fotografia. Però gli manca il sigaro”. “Beh, non esageriamo”. Lei, “Devo anche portare qualche grano di incenso o bastano le bucce di arancia? con la guerra, i preti usavano le bucce seccate”. E, “Con Cesira facevamo i funghetti mettendo al sole le melanzane tagliate a strisce, coperte di sale. Ce n’ ho ancora un poche, posso preparare anche quelle per la cena”. “Serve?” chiesi, pensando all’incenso. Fermenti  258


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“Come no? altrimenti la sua anima non parte mica, i preti in chiesa cos’altro fanno?”. La guardai che correva a cercare l’incenso a casa. Lasciando il nostro servizio, il 37, quando eravamo partiti, Nina era stata assunta da un generale che se l’era portata in Eritrea, da qui in Harar, quando era stato nominato governatore. C’era sempre un su e giù di altissimi dignitari nella baracca dal tetto di latta che chiamavano la residenza, i giorni di festa i cavalieri libici della guardia del corpo facevano fantasia in un polverone da soffocare. Nina si innamorò dello sciumbasci. “La tatuarono” dicevo a Nilde. “Chi? dove? si potrà vedere?” “Tu prova a chiedere”. Nina tornò con l’incenso; chiese per quanti dovesse cucinare e andò in dispensa a vedere che c’era.

* A un certo punto dell’altro secolo (Ottocento) la casa dove morì mio nonno era stata abitata da un brasiliano, fu il primo alla Guizza che allevasse cavalli. Non è improbabile che si trattasse di un parente di ritorno da un soggiorno in quel lontano paese, siamo sempre stati una famiglia di irrequieti. Zia Giuditta raccontava di un cugino finito a Creta due o tre secoli avanti a commerciare in uva passa. Il brasiliano aveva con sé una negra, Nina sosteneva di averla incontrata. Di quel forse parente né mio nonno o nessun altro, neppure Nina, mi vollero mai parlare. Sapevo di Matilda, però, la concubina: e di un ritratto di lei poi scomparso, nuda, opera di un certo Olloa, un centroamericano molto stimato in quei paesi. Alla Guizza ricordavano di Matilda certe particolarità linguistiche, tra queste che chiamava la casa dei domestici, oltre il parco, metà strada verso la pista dove allenavano i cavalli, “a sensàla,” la sola parola in dialetto veneto che le fosse nota. Supponevo che lì, quegli anni, esistesse un fosso d’ acqua morta ma imparai più tardi che in afrobrasiliano quella stessa parola, però scritta in un altro modo, non indicava le zanzare bensì gli alloggi degli schiavi. Ignoro se Matilda trattasse i dipendenti veneti, istupiditi da generazioni di pellagra, vino scadente, processioni a qualche madonna, con durezza o dolcezza: atteggiamenti intercambiabili, pure se contrastanti, e secondo storici, sociologi, tipici delle culture patriarcali. È certo che in un caso lanciò una cuccuma d’acqua bollente in faccia a una domestica che la aveva contrariata ma subito era scoppiata in lacrime; all’offesa, deturpata per sempre, aveva regalato due lire. Quando Nina la incontrò, Matilda, se era lei, era una vecchia di passati novant’anni, piccola, raggrinzita come una scimmia e altrettanto pelosa. Secondo Nina, abitava in centro a Padova, in via Rudena , dove avrebbe tenuto un casino. In centro a Padova, però, verso via Dante, a quell’epoca viveva anche un’altra africana ed era la figlia di un ascaro di Baratieri, un’ abissina. Non è da escludere che fosse quest’ultima che Nina aveva incontrato, tanto più che non c’erano postriboli in via Rudena ma nei Fermenti  259


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vicoli tra via Dante, la porta di Ezzelino e il fiume. Ricordava comunque Nina che un 13 luglio, festa del Santo e quel giorno lei compiva nove anni, era andata con suo padre alla processione, cominciava alla basilica e traversava la città, fermandosi a tutte le chiese. “Guarda, guarda” gridò, tirando suo padre per la giacca, indicandogli una finestra socchiusa, a un secondo piano. Una negra, quale fosse delle due, si era affacciata a guardare anche lei la processione ma sentendosi oggetto di curiosità si era subito ritratta. Era ricomparsa istanti dopo, sulla porta di casa, e superato di un lampo i pochi metri tra la porta e il cancello, aveva piantato gli occhi in quelli stupefatti della bambina e teso un braccio verso di lei, una mano, aveva stravolto il braccio e la mano in un gesto tremendo, osceno. Per due giorni, per lo spavento, Nina non parlò.

2. Venezia. La mattina tra le quattro e le cinque mi svegliò il telefono e capii subito che si trattava di mio nonno. “Sei sempre d’accordo…” fece Nilde, dopo la notizia. “La cena? ma non c’è che noi due”. “Non è detto, in ogni caso che vuol dire?”. Era una promessa alla quale ci aveva impegnato Marie e non mi era parso il caso di discutere con una malata. Aveva suggerito che il giorno che succedesse anche a nostro nonno, dovevano organizzargli un banchetto in stile. “Come mai questo desiderio di dissacrazione?”. Aveva scosso il capo, il viso più pallido delle lenzuola. “Ma no. È vitale al punto che nessun servizio funebre sarebbe adeguato. Sarebbe un omaggio, piuttosto, direi”. All’epoca anche Nilde aveva espresso dubbi su quella cerimonia ma adesso, passato un anno, sosteneva che “Tutto era chiaro” insistendo, “Fu una promessa, non possiamo tornare indietro”. “Ma che c’entra più Marie? Mi pare di essere in un romanzo napoletano”. “Hai qualcosa contro i napoletani?” “Se penso a Matilde Serao… beh, al fuoco”. “Sei razzista”. “Per nulla, non nego a nessuno i miei stessi diritti ma ciò non significa che debba piacermi la pommarola”. “Certo, certo. Chi ti tiene più da quando vivi in mezzo all’acqua”. “È la mamma: con i risi e bisi 1, torno indietro”. “Risi bisi e fragołe” corresse lei. “Ma questa cena si fa, allora?” “Più no che sì, se vuoi sapere la mia opinione, anzi… no”. Alzò le spalle, “Non conta ciò che pensi, sono io che fino all’ultimo l’ ho accudito”.   Riso e piselli, già piatto tipico veneziano. Le fragole, di cui la riga dopo, era un’aggiunta patriottica degli anni della resistenza antiaustriaca e si riferiva al bianco verde e rosso della bandiera nazionale. 1

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“Allora perché chiedi?”. Guizza. Cesira era partita da appena un’ora e arrivò Calzavara, lo accompagnava un vecchietto, il medico, per il constato. Scesero da un biroccio, il cavallo innervosito come sempre se era il segretario a tenere le redini. “Non ha…” spiegava Nina, “non ha…” e strusciava l’indice sotto il pollice destro come i cassieri in banca quando contano i soldi. Era nata a Bertipaglia che era un argine, più che un paese, le avevano insegnato a guidare il biroccio prima ancora che a camminare. Calzavara pareva molto più piccolo di ciò che era, portava uno spolverino che gli arrivava alle caviglie, un cappello di paglia, sotto il cappello un fazzoletto a proteggersi la nuca. “Buon giorno, buon giorno” e si faceva avanti ossequioso, piegava la testa. “Il nostro caro amico si può vedere?” Puntò subito verso la stanza dove stava il nonno, il medico incollato alle natiche. Poi, “È stata decisa la data della cerimonia?”. Disse Nilde, “Se intende la cena quella sarà stasera”. “No, volevo dire la cerimonia in chiesa”. “Non ci sarà” dissi, “ha lasciato scritto che voleva essere cremato”. Per un istante Calzavara storse le labbra, mascherò subito la disapprovazione con un sorriso. In cucina Nina era indaffarata, “Ho calcolato quindici, vuol dire che ce n’è per più di venti, se mi conosco, l’arrosto lo farei nella buca. Visto che siamo sotto pasqua ho comperato un capretto e un maialino, la buca l’ ho scavata dietro l’aia, vedrai. Adesso occorrerà preparare il letto di braci, poi rami secchi e ancora braci, poi ficcare le bestie nella graticola e coprire. Sentirai, quando è pronto, il profumo”. “Tra quanto?” “Quanto prende? Il tempo che serve”. Mi afferrò un polso e guardò l’ora all’orologio. “Sarà tutto pronto verso le dieci di sera, la gente non si farà viva prima di allora”. “Ma gli inviti chi li ha fatti, chi li ha decisi? E a Calzavara, a dirglielo, chi è stato?” “Io, anzi io e Nilde. Celeste brontolava che finivate tutti e due in galera a non denunciare al più presto il decesso e non mi pareva il caso. Ho sbagliato? mi passi quella bottiglia? il vino è essenziale a una buona cucina, va con tutti i piatti, non riuscivo a convincere lo sciumbasci. Sono tutti bravi ragazzi i musulmani ma come i nostri ciò che li rovina è la religione”. “Tu a cena chi hai invitato?” “Un po’ qua un po’ là”. “Anche Calzavara?” “Te l’ ho detto. Adesso lui e il medico li ho fatti passare in salotto, servirsi da soli: c’è un ottimo marsala ma anche tanta grappa, ho trovato. Anche cognac”. Invece erano nello studio. Si erano portata la bottiglia di marsala, avevano acceso due candele su un tavolino e a ogni sorso facevano un brindisi, si alzavano in piedi. Mio nonno era sempre lì, legato alla poltrona. Fermenti  261


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“Quieto come un morto” disse il medico, piegando il capo. “Lo sente come è cinico?” fece Calzavara. “Tutti così in quella professione; però, quando c’è necessità, un cuore d’oro”. E, “Lei con noi non beve? avevamo portato un terzo bicchiere per precauzione. Non vuole proprio?” “Ma sì”. Calzavara si alzò tendendomi il bicchiere e mi accorsi che vacillava. Riprese il medico, “Propongo che prima di cena si faccia un brindisi con tutti gli invitati e si esponga la salma”. “Dopo” consigliava il segretario, “la vista di un cadavere può rovinare la digestione”. Si alzò per un nuovo brindisi a mio nonno. “Alla gente di qua?”rispondeva il medico. “Certo non alle donne, passano metà della vita tra morti, parti, diarree, vomiti, flussi… Quanto agli uomini ammazzano troppe bestie perché un cadavere gli dia allo stomaco. Poi è un vecchio secco, non si corrompe, non c’è nulla… Proprio un bel morto, direi”. Calzavara si riempì il bicchiere, “C’è il fatto morale, il rispetto al cadavere, non si può esporre un morto al ludibrio”. “Macché ludibrio. Lo si dispone su un letto e verranno a dargli l’ultimo saluto, bevono e mangiano in suo onore. Penso che la cena di stasera è proprio ciò che ci vuole. Viene anche il parroco?” “Vedelago?”. Calzavara, “Credo di si. Anche se il funerale sarà civile chi può togliere a un vecchio prete la soddisfazione di spargere un po’ d’acqua benedetta? Lei avrebbe quel coraggio?” e mi guardava. “Sì”. “Allora farò diligenza di informarlo che non venga. A proposito, ha ancora parlato con nessuna impresa? Io avrei un parente con un servizio di pompe funebri a Maserà, lavora in tutta la provincia, prezzi modici ed essendo un amico…”. “Un amico? feci. “Chi lo conosce?” “Voglio dire che essendo lei un mio amico e l’uomo delle pompe funebri un mio parente si può calcolare che sia anche amico suo, per persona interposta, se mi segue”. Si versò ancora un po’ di marsala e questa volta vuotò il bicchiere di un fiato. “Se lei permette gli farei una telefonata, si occupa di tutto, si incaricherà anche della cremazione, sono sicuro. In queste circostanze è l’esperienza che importa, con l’esperienza le conoscenze. Gli telefono?”. Guardai mio nonno, non aveva nulla in comune con ciò che di lui ricordavo. “Si tratta di farlo cremare”. “Intesi”. Uscii che Calzavara si avvicinava al telefono dopo essersi nuovamente riempito il bicchiere. Otto mesi più tardi, nelle nebbie di fine novembre, a Nilde mancavano ormai poche settimane per partorire. “Il mio terzo e ultimo, speriamo, mi auguro che anche questo sia un maschio, Fermenti  262


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sarà… capricorno, acquario? se verrà capricorno sarà un idiota con tanta fortuna, se acquario uno capace di copiare. Meglio copiare che inventare, ho sempre pensato”. Aveva sposato il direttore del consorzio un mese dopo il funerale di mio nonno, appena partoriva sarebbe partita con il marito per gli Stati Uniti. “Questa volta ci resto, non ho più nulla da fare qui. Anche se lui dice che sarà soltanto un viaggio e vuole tornare”. Facevo sempre la spola tra Venezia e la Guizza e lei era sempre lì, mi aspettava. “Perché mi aspetti? e quel tuo marito?” “Gli ho spiegato che è come tra fratello e sorella, noi due”. Mi seguiva in camera da letto, riempiva il camino di legna, si spogliava nuda, scioglieva i capelli. “Toccami, mi basta che mi accarezzi la pancia”. Stava in piedi con la schiena al fuoco. Quell’enorme ventre, i capelli castani che incorniciavano un volto diventato febbrile, la macchia del sesso nel riverbero delle fiamme parevano sorgere da remote memorie. “Che dice che sei già incinta?” “È il primo figlio, per lui, è felice”. Il fuoco scoppiettava nel camino, al concludersi dei pomeriggi la luce delle fiamme scemava, scendendo dal letto a quattro zampe Nilde buttava altra legna. Toccarla e toccarla finiva sempre allo stesso modo, non avevo mai pensato che, lei gravida, il desiderio diventasse passione. “Ti amo” una volta le dissi. “Ti amerei per sempre se restassi sempre così ma un giorno finirai per partorire”. Rise, “Non c’è scampo”. Poi, “I neonati ti fanno paura o è soltanto questo perché è figlio tuo?” “Può anche essere che detesti le madri, le spesse melasse delle complicità di famiglia. I figli dovrebbero nascere già grandi, armati”. “Non ti chiederò mai nulla per lui”. “Non è questo”. “Neppure gli dirò mai con chi l’ ho avuto”. Era rimasta incinta la notte della cena per mio nonno o il giorno dopo. “Era lui che io amavo, il vecchio, non aveva né egoismi né angosce”. Non dissi nulla. Lei, “Voi uomini. Vi occorre passare i cinquant’anni per cominciare a crescere”. Alla cena erano venuti in una quarantina tra donne e uomini, c’erano anche molti che non conoscevo – ex fittavoli, un avvocato di Thiene, un meccanico di Camìn che il 17 era stato al fronte con mio padre… Anche un prete che il 17 anche lui aveva combattuto. Andarono a guardare mio nonno, gli uomini tenendo il cappello in mano, poi mangiavano sotto la magnolia, nel parco, compunti e parlando sottovoce. “Suo fratello non era quello che si fece fuori un monte a puttane?” “No, carte”. “Puttane o carte quello non era suo fratello, era un genero”. Fermenti  263


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“Era il fratello di una nuora”. “E i cavalli, chi…?” “Lui, il morto. Ma adesso era un po’ che non ne allevava”. Non venne don Vedelago. Passato anche il funerale, di mio nonno restavano soltanto le scarpe e i vestiti, il cappello appeso nella sua stanza, al muro. Nina decise di portarselo a casa, poteva servire a suo marito. Nilde: si era sposata ai primi malesseri e spiegava, mettendosi in ghingheri per la cerimonia, celebrata in municipio da Calzavara, “Posso sempre raccontargli che partorisco un mese avanti, quando succede”. “Ma quante volte sei stata con lui, ancora?” “Abbastanza. Basta anche una sola volta, però, non te l’ hanno spiegato?” “Ma lo ami?” “È un brav’uomo, mi è devoto”. “Tu lo ami?”. Cadde la neve, dicembre, Nilde viveva sempre alla Guizza. Il marito si affacciava la mattina a informarsi come avesse dormito, sbatteva i piedi sulla porta di cucina che era dalla parte della corte, si toglieva il cappello. “Venga, venga”: Nina. “Vuole un caffè o un bicchiere di vino?”. Succhiava il vino, poggiava il bicchiere nell’acquaio, tendeva le mani sul fuoco. “Nilde come ha passato la notte?” “Direi bene, ha dormito. Adesso gliela chiamo”. La cucina era fosca per la neve che toglieva la luce, Nilde scendeva in un accappatoio che era stato di Marie. “Ti ho fatto il the” le diceva Nina e usciva. “Quando torni?” il marito cominciava. “Mia madre mi sta addosso e la gente chiacchiera, lo puoi immaginare. Per la casa nuova ho ordinato il tinello e una batteria di pentole al completo”. “Perché spendi soldi, se andiamo a vivere negli Stati Uniti?”. Scuoteva le spalle, “Perché non vieni a vivere nella casa che ti ho preparato?” “La mia sola casa è questa”. “Ma se neppure ti sono parenti?” “Che vuol dire? Verrò con te dopo partorito, voglio che succeda qui”. La neve cadeva sui davanzali, piegava i rami della magnolia, pesava sui tralci delle viti e le siepi, in camera da letto il fuoco ululava su per la canna del camino. Nilde in camicia da notte prevedeva il proprio futuro buttando le carte. “Era da tuo nonno che volevo un figlio, è lui che ho amato”. “Ti amo perché mi ricordi la Tempesta” le dissi. “Cioè, anche”. “E sarebbe?” “Una specie di fuga in Egitto: lei nuda seduta su un prato a allattare il bambino, sull’altro lato del quadro san Giuseppe che aspetta appoggiato a una pertica, i coglioni nel reggipalle”. “Dove si può vedere?” Poi, “Riesci a…” e si alzava, “ci riesci?”. Fermenti  264


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La aiutai a sfilarsi la camicia, nell’oscurità del breve pomeriggio il fuoco le invase la schiena. … Partorì, il bambino fu strozzato appena partorito. “Non aveva posto tra di noi, lo dicevano anche le carte. Non gli era dato posto, ecco”. Nina, “Doveva succedere, probabilmente”. “Doveva?” gridai. “Siete due pazze, lo avete ammazzato”. “Per questo pazze?” rispondeva Nilde. “Lo davo a chi? Due bastano, a pensione. Tu non te ne saresti mai occupato”. Chiedevo a Nina, “Lo hai deciso tu? lo avete deciso insieme?”. Nilde, “Non c’era via d’uscita, non c’è nient’altro che si possa dire”. Nina, “Di usare il cordone ombelicale l’idea fu mia, è il modo migliore perché sembri naturale. Fare figli sono cose di donne, non c’è nulla che ti compete”. “Anche ucciderli, anche…?” “Sì”. Dieci giorni, cinque, quattro e daccapo era capodanno, alla radio ventiquattr’ore su ventiquattro non c’era che musica di chiesa, soltanto le stazioni militari in Germania trasmettevano jazz. Nel parco la neve seguitava a cadere come se il cielo si fosse frantumato; con Nilde stavamo abbracciati notti intere, al grammofono Gesualdo riportava Marie. Ahi! troppo saggia ne l’errar felice temerità…

Chiedevo a Nilde, “Realmente l’ hai amata? cioè, vi siete amate?” “Lei era tutto ciò che volevo essere e se in molte cose sono diventata un’altra da ciò che ero, forse è anche a lei che lo devo. Volevo anche capire come potesse essere tanto infelice e non mostrarlo mai”. “E lo hai capito? se lo hai capito ti è servito a cosa?” “A controllare la mia disperazione. Un fatto estetico, la vita, diceva. Ho anche imparato che dura pochissimo la felicità e non la trovi necessariamente andando a letto con il primo venuto. Piacevole, senz’altro piacevole, ma lì finisce”. “Tra noi cos’è, un fatto estetico?” “Tu è come se fossi mio fratello e se sei mio fratello ciò che facciamo è unico, non ce lo potrà togliere nessuno”. “E la felicità?” “Forse è questa la felicità cioè… qualcosa che le assomiglia, ecco”. Il marito di Nilde seguitava a chiedere, “Adesso torni? Ormai hai partorito, siamo già nel nuovo anno”. “Sì, ormai sì”. Non so chi realmente amassi la nostra ultima notte, penetravo Nilde a scatti come per distruggere qualcosa. (1987-1991) Piero Sanavio

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Magic Duet

NARRATIVA

di Mario Lunetta Orbene, ordunque, ormai, orsù, oremus: insomma, a farla breve, sì, le gemelle Torri, proprio loro, nome di battesimo Grazia e Rosa. Concepite e nate a Numana (prov. di Ancona) da un ruvido e sbrigativo padre (di nome Remigio), affermato imprenditore calzaturiero, e da una madre (di nome Gisella), vezzosa maestra di canto, si somigliavano come due gocce d’acqua, com’è norma in tutte le coppie gemellari. Che fossero omozigote, monozigote o eterozigote importa meno che niente ai fini della singolare vicenda che le riguarda. Alte, dritte e ben fatte di viso e di corpo, le gemelle Torri avevano visto la luce l’8 giugno 1983 e erano cadute per la prima volta l’11 settembre 1995. La malvagità del fato era già ben nota agli antichi, e anche in questo caso non si smentì. Le gemelle Torri avevano brillantemente ottenuto il diploma di maturità linguistica (francese e inglese Grazia, tedesco e spagnolo Rosa) e il loro ruvido padre aveva deciso, con l’assenso della vezzosa mammina, di premiarle con una lunga gita a Venezia, Verona e laghi finìtimi. Volendo riposarsi anche lui, lavoratore indefesso, dalle diuturne fatiche imprenditoriali, e dimenticare per un po’ cuoi veri e sintetici, para, tela, colle, presse e forme liberando almeno per un po’ i capaci polmoni dai connessi miasmi e dalle connesse esalazioni, aveva affidato la guida della sua Audi 6000 a un giovane autista siciliano di fresca assunzione, tale Tanuzzo da Giardinello (Palermo), picciotto di aspetto simpatico e di vivace temperamento autostradale. Si diceva del fato, poco sopra. Orbene, ordunque, ormai, ecc.: a due chilometri dal casello di Padova, dopo un pranzo non gramo e forse una libagione un po’ eccessiva, Tanuzzo perse in curva il controllo della potente vettura che schizzò a forte velocità fuori dalla corsia, tranciò il guard rail e rovinò nella sottostante scarpata. Deceduti tutti gli occupanti, tranne le gemelle. Le Torri erano cadute, sì, ma erano rimaste miracolosamente vive. Se la cavarono con qualche ferita leggera, uno choc duro da smaltire e un devastante dolore per la perdita dei genitori amatissimi: poi, dopo due settimane di ospedale, ebbero davanti a sé il vuoto di due vite da riempire. O da rialzare. D’accordo col capace dottor Agostino Castracani, Amministratore Delegato dell’azienda paterna, convennero di buon grado di ornare adeguatamente la cappella di famiglia nel cimitero di Osimo con una grande scultura in bronzo in cui – a mo’ delle tombe funerarie etrusche dedicate agli sposi di dinastie facoltose – la coppia dei defunti coniugi Torri apparisse in positura di affettuoso riposo, mano nella mano, coi volti che nel metallo riproducessero il più credibilmente possibile le loro fisionomie, e magari ne migliorassero in qualche misura la non proprio raffinata espressione. La commissione fu data a uno scultore che stava rapidamente scalando le vette della Fermenti  266


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celebrità, un irsuto abruzzese che inalberava il nome d’arte di Capestrano e esigeva compensi che avrebbero fatto crescere i capelli bianchi a un tonno neonato. Il capace dottor Castracani storse alquanto la bocca, ma dovette poi cedere (forse con sospetta celerità) alle insistenze delle gemelle Torri, alle quali qualsiasi sacrificio economico per onorare la cara memoria dei genitori sarebbe parso insignificante. Alla cerimonia dell’inaugurazione del monumento fu visto con gli occhi umidi, accanto alle gemelle singhiozzanti. Il solo che mantenesse un aplomb da stoico antico fu il Maestro Capestrano, che fissava i due improbabili volti dei defunti bronzificati come fossero stati quelli di due santi di Donatello. Un anno dopo, con le gemelle Torri che lentamente s’erano riprese dall’urto tremendo della tragedia, l’azienda fu messa in fallimento e il capace dottor Castracani finì in galera per truffa aggravata nei confronti degli azionisti. Del famoso scultore si sentì parlare sempre meno. Di tanto in tanto giungeva in quel di Numana notizia di questo o quel bustino bronzeo o ceramico di sua fattura collocato nei vari cimiterini della zona. Ma si sa, è legge umana che i grandi siano quasi sempre sottovalutati, se non incompresi. Il fato è feroce, giova ripeterlo. Eppure talora anche lui mostra di avere un cuore: uno strano, stravagante cuore in cui si pompa il sangue della generosità. Cosicché, ecco che dal disastro delle due gemelle Torri cadute in lancinanti difficoltà economiche e costrette a cercare un impiego presso la locale Azienda Turismo con retribuzione da fame, uscì a un tratto non si dice la fortuna o la carta vincente, ma un coniglietto balzò comunque da un piccolo, misterioso cilindro colà metaforicamente sistemato. Cosimo Falzoni, Il loro maturo maestro elementare, che – stanco della sua stentata esistenza di scapolo – aveva abbandonato le severe discipline didattiche per volarsene bel bello negli States dove in società con un certo Masiello, napoletano di Procida, e un cert’altro Ciccuto, calabrese di Gerace, aveva messo su una gelateria-pasticceria dal risonante titolo “ITALIAN DREAM”, capitato a Numana per una settimana di ferie e impietosito per la precaria condizione in cui versavano le due Torri, decise di offrire loro – anche per evitare che due ragazze così fisicamente dotate potessero cadere non più in un burrone ma nelle mani di qualche torva organizzazione di sfruttamento della prostituzione – una possibilità di discreta autonomia economica lavorando nella sua gelateria, che di giorno in giorno cresceva in floridezza. Le due gemelle Torri passarono più di una nottata in bianco a consultarsi tra loro, scambiarsi timori e speranze, cercare insomma di mettere le briglie a un futuro in gran parte ignoto in un continente ignoto. “Chissà cosa ne penserebbero mamma e papà, se fossero ancora con noi” disse Grazia reprimendo un singhiozzo. “Io penso che ne penserebbero bene. In fondo papà era un imprenditore, cioè un uomo d’azione, uno che per tutta la vita non ha fatto che intraprendere…” la regolò Rosa, che da madre natura aveva ricevuto un temperamento un tantino più avventuroso. Alla fine Grazia si mostrò convinta, o mostrò di mostrarsi convinta. Fermenti  267


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Venti giorni dopo erano a bordo del Boeing che doveva portarle a New York. L’ex maestro Falzoni era già volato nella Grande Mela una settimana prima. Le gemelle Torri erano alquanto frastornate: troppo repentini si stavano succedendo i cambiamenti nella loro giovane vita. A mezz’ora dall’aeroporto Kennedy, investito da una terrificante tempesta, l’aereo precipitò. Dei centoventi passeggeri i superstiti furono undici: tra questi, per volontà divina o per puro caso, o per quello che le plebi più sbrigativamente definiscono culo, Grazia e Rosa. Lo choc fu certamente grande, ma l’ex maestro Falzoni si convinse che se le ragazze erano serenamente scampate a due incidenti terribili, dovevano esser davvero nate con la camicia o avere stretto un patto col diavolo. Gli occhi gli andarono sempre più frequentemente ai calamitanti posteriori delle gemelle, cosicché, valutatane la piacevolissima e scodinzolante rotondità, prese a considerarne, coi trucioli della sua alquanto obliata cultura, anche il potere apotropaico. Ecco, sì: con due, anzi con quattro portafortuna di quel calibro, l’attività del suo “ITALIAN DREAM” avrebbe preso nuovo slancio, insomma la sua classifica avrebbe avuto un’impennata da Shuttle appena staccatosi dalla rampa. Di questo sempre più si convinse, badando bene però che le due traumatizzate gemelle si riprendessero nei tempi giusti dallo spaventoso choc da cui erano uscite miracolosamente indenni. Guai strafare, prescriveva la saggia filosofia dell’ex maestro Falzoni, ormai imprenditore di buona stazza nel ramo pasticceria. E infatti, non strafece: ma fece. Fece sì, insomma, che le due gemelle Torri, dati i loro fortunati precedenti in fatto di cadute, potessero mettere a frutto quella spiccata attitudine al CWC (Collapse Without Consequence), come dire, in volgare italiota, Crollo Senza Conseguenze, esibendosi due volte alla settimana nel salone delle cerimonie dell’ “ITALIAN DREAM” in una scenografica discesa dal soffitto a bordo di una mongolfiera carica di dolci – e, nei mesi estivi, di meravigliose torte gelate. Il casto due pezzi che copriva nei primi tempi le succose rotondità delle gemelle fu ben presto sostituito da vibranti tanga a filo e da esigui cache-sein. Grazia e Rosa, trasformate nel Magic Duet “Grace and Rose”, videro rapidamente svanire dai loro precordi anche l’ultima traccia del vecchio pudore marchigiano, rinunciando con bella disinvoltura alla difesa del reggiseno. L’esuberanza della gioventù, si sa, ha bisogno di aerarsi comme il faut, specialmente nei luoghi chiusi. L’ex maestro Falzoni non ebbe l’animo di negar loro quel capriccio innocente. Gli affari prosperavano sempre di più: e le gemelle Torri, la sweet Grace e la tender Rose, ringraziando Dio, non erano certo elementi trascurabili nel travolgente successo dell’ “ITALIAN DREAM”. L’evento che venne a costituire la spinta decisiva nel destino delle fanciulle fu dovuto all’incauto trasferimento deciso dal Falzoni dal vecchio locale a un altro spazio infinitamente più prestigioso: una sorta di fantasmagorico salone, di veramente strepitosa pacchianeria little Italy, dal cui ombelico si innalzava una sorta di torre a forma di fiamma scarlatta, circondata da microsalette a palco da cui si poteva gustare lo spettacolo delle due Stelle Cadenti, delle due Falling Stars che dall’alto, Fermenti  268


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a bordo di un’immensa mongolfiera gonfia di panna e dolciumi, scivolavano come mamma le aveva fatte, con la leggerezza delle libellule, per planare voluttuosamente sull’ombelico del pavimento. Il nome del nuovo, grandioso esercizio non poteva che essere “SWEET HELL”, ma il diavolo e i suoi inferni non vanno mai evocati con troppa leggerezza. Probabilmente i materiali con cui era stata costruita non dovevano essere proprio di qualità eccellente, se una notte, con il locale pieno di avventori in attesa di quella che era stata definita dalla pubblicità “la più rischiosa caduta dal vertice dell’inferno al paradiso della pasticceria”, la torre a fiamma cedette rovinando su una bella quantità di malcapitati e trascinando nel disastro le microsalette di contorno. Risultato: due morti e una ventina di feriti o contusi in modo più o meno grave. Naturalmente, le due fanciulle uscirono indenni dalla catastrofe. Per l’ex maestro Falzoni fu la rovina, il crollo nel girone infernale degli Avidi e dei Golosi. Per le gemelle Torri fu, è il caso di dirlo, la ciliegina sulla torta. Nel giro di un anno, il talento aereo delle gemelle era entrato nell’immaginario dei consumatori per riversarsi come schiuma al glucosio sulle pagine dei giornali. La cosa non era sfuggita agli occhiuti osservatori della Mecca del cinema, e in capo a qualche altro mese le gemelle ricevettero un invito a Holliwood. La loro vita cambiò da così a così: da una festa divertente si trasformò di colpo in una sarabanda. Firmarono un contratto dopo l’altro: film, pubblicità, ospitate tv, siparietti radiofonici ecc. ecc. Il povero ex maestro Falzoni, violentemente surclassato, non ricevette da loro che una card altezzosamente affettuosa, a riprova che l’ingratitudine e la dimenticanza alligna, quando prese nel gorgo di circostanze particolari, anche nelle anime più gentili. Di successo in successo, o meglio sarebbe dire di caduta in caduta, le gemelle Torri, ormai protagoniste assolute dei più spericolati catastrophic movies che orgogliosamente sempre pretesero di girare senza controfigure né stuntmen, giunsero a sfiorare la gloria dell’Oscar. Erano ormai nell’olimpo del cinema, né si rendevano conto di vivere la più spericolata delle rischiosissime avventure che le avevano portate fin lì. Tutto si svolgeva come in un sogno, dentro una fluida sovradeterminazione. La vita consisteva per loro nel passare con uno smagliante sorriso sulle labbra da una caduta all’altra, da un precipizio al successivo, da un disastro a un cataclisma, da una calamità a una catastrofe, sempre a un millimetro dall’abisso: con la beata incoscienza che può dare la certezza, forse cieca, della propria invulnerabilità. Sulla cometa luminosa della loro carriera cinematografica, le gemelle Torri viaggiarono per anni in lungo e in largo per gli States. Si sentivano ormai, cancellate nel loro inconscio di crema e cioccolato le origini marchigiane, americane doc. Politicamente, tifavano per i repubblicani. Il loro idolo era il presidente Gorge W. Bush. La giornata in cui furono ricevute a colazione alla White House e pranzarono alla sua tavola, fu per loro l’evento di una consacrazione ultraterrena: unica ombra di delusione, il fatto che il presidente non toccasse quel meraviglioso vino califorFermenti  269


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niano, onde evitare ricadute nella lontana, e virilmente vinta, dipendenza alcolica. Da Numana alla Casa Bianca! My God, che viaggio interplanetario! Che metamorfosi paradisiaca! Altro che le cafonate in technicolor di quel poveraccio di Falzoni, coi suoi Inferni, i suoi Diavoli e le sue Torri a fiamma! Veramente Life is now, come diceva quello spot entusiastico di Animal Channel! Dalla loro splendida macrosuite newyorkese al trentesimo piano di un grattacielo con vista sul Central Park, saletta di proiezione, giardino pensile, piscina a cuore e palestra, Grace e Rose sentivano di dominare la loro vita, cioè il mondo. Erano state prescelte da Dio per cadere volando sugli uomini. Erano angeli senza ali. Erano felici. Erano amate, e qualche volta capitava loro di innamorarsi: passioni fulminanti o laghi di tenerezza, ma niente tentazioni matrimoniali. Le gemelle Torri non potevano scindersi per dedicarsi a una famiglia, a un marito, a dei figli. Erano un indivisibile Magic Duet: così le aveva volute il Signore, e così sarebbero rimaste per sempre. Peccato fosse morta all’improvviso la cara, povera Milinga, la domestica portoricana che le aveva fedelmente servite per sei anni. Suo marito Pedrito, che fungeva da autista e tuttofare, precipitato in una cupa solitudine, s’era dato al bere. “Prendi esempio dal nostro Presidente, che vince non solo le guerre contro gli Stati Canaglia ma anche quelle contro il vizio del bere!”. Parole al vento. Un anno dopo, quando loro due avevano già sostituito la defunta domestica con Li-Dang, una sudcoreana quarantenne purtroppo alquanto carente sul piano della precisione e della pulizia, Pedrito era maleducatamente stramazzato a cento metri da casa: un ictus e tanti saluti. Con un certo fastidio le due Stelle Cadenti commentarono quella morte sgraziata. “Come si faccia a cadere mentre si cammina per strada, lasciandoci la pelle poi, mah, è un mistero doloroso che non si riesce proprio a capire…” Una mattina, durante la settimana di pausa che era venuta a frapporsi tra la lavorazione di un film e l’altro, Grace si trovava in casa, gironzolando qua e là. La sorella era uscita per delle compere veloci. Grace era entrata nell’enorme, avveniristica cucina elettronica che era costata quanto uno yacht, s’era affacciata un attimo guardando fuori e le era frullato per il capo un pensiero da divinità onnipotente: Chissà se un giorno Rose e io potremo volare senza rete da quest’altezza… Era rientrata dopo qualche secondo, inebriata da quella fantasia, e non aveva visto la pozzetta di olio sul pavimento, trascurata dall’inaffidabile Li-Dang. La scivolata era stata simile a una delle loro celebri cadute in atterraggio simulato, ma a fare la differenza, certo concepita dal diavolo, era stato lo spigolo di un mobile sul quale lei aveva battuto la tempia destra. In casa non c’era nessuno. Quando Rose era rientrata, l’aveva vista lì, s’era avvicinata piena di raccapriccio, era esplosa in un urlo che poi carezzando la sorella morta era diventato un mugolìo da bestia ferita, una nenia macabra da mentecatta. Andò in camera sua come un’alienata, infilò la mano in borsetta per pescarvi il cellulare e chiamare un medico, un Pronto Intervento, l’eroico Corpo dei Pompieri Fermenti  270


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o che, ma trovò soltanto la sua pistola da difesa personale, la piccola, graziosa Colt dal manico di madreperla, che fino ad allora non aveva mai avuto bisogno di usare. La guardò inebetita. Si martellò nel cervello impietrito che se non c’era più Grace non c’era più neanche lei, Rose, perché loro due erano state sempre una persona sola, uno spirito unico in due corpi identici… Appoggiò la pistola alla tempia, aprì la sicura e premette il grilletto. In quel momento, a un chilometro in linea d’aria dalle due fanciulle appena defunte, la prima delle Twin Towers ferita dall’aereo killer si accasciava su di sé come una torta collassata, e la gente magari pensava si trattasse di un nuovo, strepitoso movie catastrofico interpretato dalle celebri gemelle Torri, Magic Duet. ottobre 2007 Mario Lunetta

Ruvido lago

di Gemma Forti Fermenti, 2010, pagg. 166, € 12,00

…Più il suo corpo, quel suo corpo che aveva suscitato tante passioni, sino ad indurre al delitto e al suicidio, perdeva elasticità, vigore, levigatezza… più la sua memoria si affievoliva, ripiegando in se stessa, ancorata solo a quell’unico episodio giovanile della sua vita, quasi volesse esorcizzare… la paura della morte, in una illusoria giovinezza dello spirito… Forse lei non era veramente Caterina… Fermenti  271


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Sangue e neve

Fottuto bagliore. Lasciare orme e bucare la terra cotonata questo non mi piace. Ancora meno quando ho qualcosa da nascondere. Il freddo mi stordisce e la semplicità della neve, che cade e si accomoda, con smodata tenacia, su qualunque cosa, mi disgustano. Ho trent’anni e corpo da vendere. Con questo freddo non c’è un cane che voglia scoparmi. Il parco dietro casa mia è un paesaggio lunare Maura Chiulli (foto di Valentina Urbinati) bianco, molle, intatto. Stasera senza tacchi e con una pelliccia di topo devo sembrare disgustosamente disperata. Disperato è il tempo, che non ha riparo da offrirmi. Una volta d’inverno me ne potevo stare a casa. Il trucco si scioglie sulle mie guance sotto il tocco lieve dell’inverno e invecchio, da sola, con qualche spiccio tra le tette. Mi preoccupa il freddo che mi taglia faccia e mani, come un fendente affilato. Accelero, ma il passo è pesante da sollevare da questo manto profondo. Non ho tempo da perdere, solo giochi da vincere e perversioni da assecondare. Vivere è il mio compito quotidiano e il mio impegno è massimo quando si tratta di doveri, da sempre. Con questa pelliccia mi sento al riparo, me la arriccio sotto i pugni stretti e provo a raggiungere un camionista, probabilmente rozzo e sposato. Non chiedo mai niente ai miei clienti, ho scarsa considerazione di loro, e ciò mi impedisce qualunque interazione verbale. Sebbene io abbia tanta voglia di parlare. Tra me e me discuto molto, come stasera, mi parlo, mi afferro, mi stringo. Il mio fiuto è infallibile: Mario mi dice di salire, si abbassa la cerniera e mi chiede di succhiargli l’uccello. Spero solo non mi abbia fatto venire qui per trenta fottutissimi euro. Ho ancora un culo di tutto rispetto. Non aveva mai nevicato tanto in Romagna, almeno nei cinque anni in cui ci avevo vissuto fino ad allora. Quella mattina ci svegliammo sotto una coperta di neve, talmente leggera e fitta da sembrare cotone. Trascorremmo la giornata guardando fuori dalla finestra il terrazzo che si lasciava ammantare. Aspettammo la sera, con il suo nuovo chiarore. Il bianco era abbacinante e filtrava da ogni pertugio. Nel nostro bilocale era ancora giorno. Chiamammo degli amici e decidemmo di raggiungerli, col passo lento di chi si ama e non ha bisogno di altro. Una festa non è che ci interessasse particolarmente, ma la dignità e il calore della nostra vita sociale ci obbligavano, almeno il sabato, ad unirci ai nostri amici, a quei pochi che ci erano rimasti. Ci saziavamo e ci bastavamo, perché quando c’è di mezzo Amore, non c’è più spazio per Altro. Era la prima volta che sentivo sensazioni così forti, desideri casalinghi e Fermenti  272

NARRATIVA

NARRATIVA

di Maura Chiulli


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puliti. Avevo abbandonato il torbido e la menzogna, da oltre otto anni. All’inizio non mi riconoscevo nei panni di una fragile donna innamorata, ma il tempo mi consentì di scoprirmi diversa, bisognosa, generosa. Ci amavamo da sei anni e dividevamo casa da due. Uscimmo e fu tutto sommato piacevole conversare davanti ad una tavola pronta e del buon vino. I nostri amici scapoli ci convinsero per la festa in discoteca. Ogni volta li assecondavamo e finivamo per sentirci fuori luogo all’inferno. Tentammo di agitarci nella pista, cercavo di perdermi, di non sentire i mie nervi tesi. Avrei preferito restare sul nostro divano arancione, accarezzare il cane e fare l’amore, invece di farmi sorprendere ubriaca dalla domenica. Decidemmo di restare quando vedemmo Luca ballare con una donna bellissima. Non potevamo negargli quell’occasione. Ci guardavamo e bastava un respiro per sentirci un unico corpo. Non avevo mai paura. Carmen era la prima e l’unica donna che avrei mai amato con tutto il mio cuore. Avevamo appena deciso di comprare la casa che dividevamo da due anni. Il sogno di una vita insieme ci teneva strette. Noi eravamo fatte l’una per l’altra, lo avevamo sentito dal primo giorno: da quando al parco l’avevo sfiorata per caso, passando e mi ero voltata incrociando gli occhi marroni più belli che si fossero mai visti. La strinsi a me e il locale si riempì del mio ricordo, tutto tacque per un istante. La baciai e le sussurrai che l’amavo. Questo stronzo mi eiacula in bocca, fottuto camionista figlio di puttana. Mi toccherà tornare a casa per lavarmi i denti: se c’è una cosa che non posso tollerare è il sapore colloso e amaro dell’essenza di un uomo sconosciuto. Odio Mario e i suoi merdosi trenta euro. Gli chiedo se vuole ricominciare, ma dorme. Scendo da quel buco a luci rosse e cerco di trascinarmi a casa. La neve si attacca alle caviglie e non mi molla, mi tiene salda nello stesso punto, la terra sembra volermi ingoiare. Quando ho queste fantasie nere ho solo bisogno di un Tavor orosolubile. Il panico è il mio rifugio. Stacco la spina, lascio gli ormeggi e mi abbandono alla paura immotivata, priva di oggetti e riscontri. Un modo sadico di sognare. Mario mi chiama dal finestrino. Mi fermo, respiro e torno indietro: cinquanta euro mi basteranno per non uscire domani. Sulla Statale i clienti sono sempre di fretta, spaventati, certi arrivano dopo una bella cenetta a casa con moglie e figli e mi chiedono il culo, certi ragazzi mi portano via per un triste svezzamento precoce, certi altri mi danno due schiaffi. La violenza vera non credo di averla mia subita. Ogni notte lavoro per vivere e Mario sarà solo la centesima parte del mio affitto. Non ho di meglio da offrire. Mi asciugo il naso con la pelliccia e vado a prendere la mia parte, in compagnia di un raro candore. Eravamo sul ciglio della strada, il freddo ci costringeva ad una postura contratta, innaturale. Cacciavamo dalla bocca un fumo denso, come se dentro di noi ardesse un fuoco. Restavo in silenzio a commiserare i poveretti che rincasavano da soli. Io avevo Carmen e lei aveva me, tutta me, atomi inclusi. Declinavo i nostri ricordi preferiti a memoria e vivevo quest’estasi senza farne mistero. D’altronde essere un’attrice famosa non avrebbe avuto senso né ispirazione senza la mia donna, che Fermenti  273


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tollerava con stoico eroismo il mio riflesso scomodo e onnipresente. Mi riconoscevano, mi invitavano, mi desideravano e io non facevo altro che proteggermi dalla mia vanità, dall’altra me, quella che avrebbe voluto darsi, fuggire, perdersi, cedere alle lusinghe e cancellare le responsabilità. Questa guerra mi straziava da anni, ma guardavo Carmen e davo un senso ad ogni sacrificio. Conquistare la sua fiducia mi costò rinunce, fatiche, ma se non avessi scelto di Amarla, sarei rimasta una colpevole serva del desiderio. Tornare a casa con 80 euro mi conforta: ho un tremendo bisogno di grana. Il freddo si è insinuato nelle ossa e mi garantisce un tremolio costante. Stasera sono un mostro, un’aberrante caricatura di me stessa: il berretto necessario mi schiaccia i capelli sporchi e lo smalto grattato sulle unghie mezze rotte mi rende una clamorosa puttana di quart’ordine. Cosa può fregarmene? Decido di restare ancora un po’ in strada, magari qualcuno mi ammazza. Discutevo con Carmen del mio prossimo spettacolo, quando inspiegabilmente l’aria smise di profumare di freddo. L’inverno si arrestò. Giurerei che la neve si sospese a mezz’aria. Incrociai degli occhi blu, mi dissero di chiamarsi Jana. Non mi chiesero un autografo, né un bacio. Si installarono davanti al mio corpo di ghiaccio per restarci. Presi Carmen per un braccio, con forza e la costrinsi a tornare a casa. Mi chiusi nello studio e non parlai per ore. Venne domani e avevo ancora quella donna in testa, un donna di cui non sapevo null’altro che il nome: Jana era forse l’evasione necessaria? Credo di essermi pisciata addosso. Ridere col freddo ha queste liquide controindicazioni. Penso al frigorifero costretto da una spina a raffreddare anche d’inverno e rido di gusto. Calpesto neve fresca con rabbia e per un attimo ai miei occhi la vedono rossa, di sangue. Tutt’intorno cadono gli alberi sotto il peso opprimente della neve e del sangue. Un cane schiumoso mi ringhia sotto le ginocchia. La paura mi toglie il fiato. Sono immobile e aspetto che arrivi la morte o passi il panico. La mia iguana mi aspetta affamata. L’altra puttana con cui divido bilocale e piazza già dorme. Quella è una che lavora: ha vent’anni e si fa sbattere anche dieci volte in una sera. Ma le puttane invecchiano presto. Io ho perso in poco tempo salute e senso. Mi siedo nel cucinotto, tiro fuori dalla tasca un viaggio. Il tavolo la pista. Inspiro a pieni polmoni la mia chetamina e mi preparo a diventare impalpabile, di gomma, sospesa. Il risveglio non mi preoccupa, sono già lontana anni luce da tutto questo nero. Andavo a Ferrara per uno spettacolo. Il treno era vuoto, ma il mio vagone era inaccessibile: una presenza sconosciuta e maledetta otturava le porte d’entrata e d’uscita. Feci il viaggio con il solo pensiero di fare sesso sconosciuto. Mi sentivo mancare. Una mi riconobbe e si avvicinò per un autografo. Non la guardai. Lo spettacolo andò bene, nonostante i miei irrimediabili deficit di concentrazione. Decisi di trascorre la notte Fermenti  274


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con la mia Compagnia, a Ferrara. Avevo bisogno di distrarmi. Ci sedemmo in piazza a bere una birra (odiavo il piscio freddo). Mi ubriacai. Una si avvicinò per una saluto e decisi di portarmela in albergo, senza fare domande. Una sconosciuta doveva valere l’altra. Jana avrebbe lasciato i miei pensieri. Mi voltai. I miei amici avevano la faccia perplessa di chi non poteva credere ai propri occhi. A cosa stavo per rinunciare? La chetamina mi anestetizza immediatamente e mi consegna sorridente al pavimento. Nonostante la rigidità dell’inverno sopravvivo ogni notte a questo viaggio all’inferno. Ho perso ogni tratto di me, del me originario. Mi consegno inerme alla barbarie del tempo, evitando solo di anticipare la fine. Credo nel tempismo naturale della morte e nel destino. La neve continuava a cadere fitta fitta, a fazzoletti bianchi, quasi a voler coprire il mio scempio. Di nuovo quella sensazione, quel fuoco nello stomaco, quella fissità del tempo. Il vuoto fu presto riempito da una visione eterea, limpida: Jana era di fronte a me sopra un tappeto bianco. Mi si avvicinò per dirmi, sottovoce, che voleva fare l’amore con me. Le presi la mano e la condussi in silenzio nella mia stanza. Le accarezzai i capelli corti, di seta e borotalco, le percorsi le linee molli del corpo con l’inconsistenza di una piuma e la guardai muoversi nuda sopra i miei occhi. Mi sentivo attraversata dai suoi seni, dalla sua pelle nuova e mai esplorata, la volli sentire gemere. Le strinsi i seni tra le mani e vidi il crepuscolo materno di una donna meravigliosa. Avevo dimenticato il telefono acceso e fu Carmen a svegliarci, l’indomani mattina. La sua voce al miele mi trafisse il petto. Carne e ossa avrei venduto per lavarmi la colpa. Guardai dalla finestra e mi parve che la neve fresca ai miei occhi si facesse rossa di sangue. Mi mancava il fiato, pensai, per la prima volta, di morire. Spensi il telefono, mi sollevai di scatto, arrabattai i miei stracci, lasciai Jona, Jana nel letto caldo, le strinsi il viso tra le mani e sbiascicai un <<mi dispiace>>. Corsi a casa. Carmen mi aspettava. Mi strinse forte e mi chiese di Amarla. Ci sdraiammo nel nostro letto, chiusi gli occhi e sentii di nuovo l’Amore, quello nostro, quello che non muore mai. Lo stesso che mi puntava una pistola alla tempia. Non pranzo. La droga mi azzera pulsioni e concetti. Leila è sveglia, mi raggiunge in cucina con gli occhi sbarrati di chi si è strafatto di coca. Dice che ieri, con quel freddo, ha deciso di portarsi a casa uno e mi chiede se può farlo uscire dalla camera. Il nano peloso giunge ai nostri occhi come mamma lo ha fatto: bestiale. Un sorriso beffardo lo accompagna. Si siede e mi guarda e mi chiede di ciucciargli il cazzo. Bisognosa, in silenzio, mi inginocchio e lo ingoio. Non ho mai fortune simili. Il porco vuole portarci tutte e due in camera. Io e Leila ci guardiamo e ci strizziamo l’occhio: lo faremo crepare.

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Parlare avrebbe ucciso entrambe. Ricominciò a nevicare, ci sorprese una bufera, Riccione fu ricoperta da un manto algido. Andò via la luce, il mio cuore cominciò a battere a caso, senza ritmo, il fiato si fece corto e io, di nuovo, pensai di morire. Carmen mi strinse forte, mi accarezzò la schiena e si bloccò sulle mie spalle. Il folgore del paesaggio innevato fece luce sulla mia anatomia livida, corrosa, solcata da unghie fameliche di una donna che non era quella che amavo da anni, che non avrebbe saputo prendermi con dolore. Sentii un grido che mi lacerò, mi divise in due, mi levò la vita. Carmen si alzò in piedi, nuda, davanti ai miei occhi, per l’ultima volta. Mi lasciò quella sera, per sempre. Mi abbandonò all’altra me, quella che aveva voluto perdersi, non mi cercò mai più e si rese fantasma. Fu inutile ogni mio disperato tentativo. Mi lasciò pure la casa. Smisi di mangiare, persi in pochi mesi tutti i lavori e i laboratori. Sei mesi fecero di me una carcassa questuante. Gestire colpa e solitudine furono una pena che non seppi scontare. L’Amore se ne andò ed io con lui. Respirai a pieni polmoni un sogno, che si fece incubo. Sangue e neve bevvi quella sera per dimenticare il suo tocco lieve, di donna. Le ferite chiedevano un’accurata sutura ma lei, decisa, salva, lontana, affondò il fendente. Ho trent’anni e corpo da vendere. Solo un Amore da dimenticare e una misera vita da portare avanti. Non ho forze per recuperare, voglio solo aspettare qui, al confine, sul filo sottile tra la vita e la morte. Amore non tornerà. Carmen non avrà mai altri occhi. Io sono l’errore. Nevica, anche stasera. Maura Chiulli

Il sentiero di Cristina Piras

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L’Italia di Alberto Sordi di Alessandro Ticozzi


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Per questo mi ribello di Velio Carratoni

Da bambina e fin quasi ai vent’anni, sono stata magra. Chi ha alterato la mole, sono stati, prima i preparati farmaceutici, poi le cure dimagranti. Per lunghi periodi, la pillola anticoncezionale mi ha generato nausea e, quando ho deciso di interromperla, ho ripreso tutto il peso evitato, rimanendo sul chi va là. Non che sia stata mai grassa, ma ora tendo a rimanere in carne, le ossa robuste. Se vedo che mi riempio, mangio di meno. Mentre sto al bar di via Cola di Rienzo, vicino al mio accompagnatore che non guardo per niente o guardo appena, ripenso alle metamorfosi delle mie fattezze. Piuttosto, per non pensare troppo al rapporto che c’è tra fisico e cibo, io che sono piuttosto una buongustaia, anche se mi sento spesso come una semi frigida, in calore solo quando mi manca il soggetto a disposizione, osservo dalla vetrina il passaggio di tante donne che mi incuriosiscono, pur non essendo portata alla loro presenza. Insomma sto con un accompagnatore che calcolo poco. Bevo una Coca-Cola, non molto fredda sentendo l’esigenza di guardare le donne che passano per la strada di un maggio, non certo odoroso, ma alquanto umido, spesso semi freddo, anche se, ogni tanto, compare un sole discontinuo che ti genera una rabbia interna, quasi patologica. E di frequente il sole diviene anche caldo, un po’ da giugno inoltrato. Mi vorrei sfogare, ma l’accompagnatore non mi attrae, non sessualmente, ma almeno come presenza. Dicevo che non mi rimane, andando alla ricerca di copie conformi o immaginarie, che guardare donne rivestite di abiti scorciati, a taglio di pantalone ad imbuto, la linea a volte asessuata, per sminuire ogni vistosità o appariscenza muliebre, le fisionomie intellettualoidi, imbottite di slogan di precetto-concetti, residui del trapassato femminismo che sembrano cantilenare: “Donna non oggetto. Non bambolismo. Uomo sì, ma a nostra ideazione. Sesso senza problemi, per nostro uso. A noi anche i testicoli. Finito il femminismo velleità, non rimane che castrare il maschio. Al fallo dio, grande, morbido, duro, desideriamo si sostituiscano il sexy slip fallico pieno, il super fallo vivo, perfetta riproduzione del fallo vero, rivestito d’una sottile pelle simile al membro. Il fallo gonfiabile o in lattice di gomma che ha la proprietà di ingrandirsi e raggiungere dimensioni desiderate; il fallo doppio per essere penetrata nelle due aperture. O più falli con vibratore, prolunghe falliche, su e giù, doppio fallo vibrante o con ventosa. Per castrare il maschio, corte spietata. Gli si toglie tutto. Non c’era bisogno del femminismo, per dimostrarlo. Per combattere il maschio, annullarlo, non vivere disuniti. Vincerlo, con l’amore materno, con quello Fermenti  277

NARRATIVA

NARRATIVA

Clima della mia famiglia. Santo Padre. Santa bambina. In un contesto di ladri, alienati, tossici, tarati.


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della mantide o in nome del dovere paterno”. All’anima della mia semi frigidità. Non faccio che pensare a una certa cosa, anche se annullo ogni sembianza del mio accompagnatore. Ora da Pignotti, siamo seduti vicini, al tavolino di fuori, silenziosi e in atteggiamento angosciato, anche se leggermente attento. Lui, non voglio ricordare il suo nome, mi guarda taciturno. Proseguo a sorseggiare la Coca, ma in animo mio c’è una certa distrazione che mi fa riflettere, senza sapere cosa. Mi sento passivamente e presenzialmente assente. Anche se in sottofondo, penso o ricordo. Mentre mi esercito ad annullare, pur sentendomi, come ho detto, presente. Certo sono in un luogo ideale per sentirmi niente. Priva di entità. Qui non ti conosce nessuno. Anche se qualcuno lo vedo e rivedo. Ma non è il caso di salutarlo o parlargli. Si ordina, per mangiare, senza sentire sapori. Qui non rendi conto a nessuno. Sei anonimo. Tale rimani. Non come negli alberghi, dove, dopo qualche tempo, se divieni cliente, sanno tutto di te, delle tue preferenze, richieste, tendenze, se entri o esci. E se rimani, perché. E quand’è l’ora dei pasti, tutti giù o su, come nei conventi e, guai a farti servire in ore diverse. Qui fai come ti pare. Entri, consumi, esci e, come regola, nessuno sa niente di te. Dato che qui ci si viene in pausa pranzo. Più ti ignorano, anche se ti conoscono, più mangi con gusto, pur non assaporando niente. Anche se ti servono come all’Ufficio cambi. Mi reco ora dal semi barman per ordinare un medaglione. Lo prego di dividerlo in due con un coltello, passandolo poi sul tostapane, per procedere alla cottura. Prima, però, appartatami in un angolo stretto e tranquillo, non del tutto illuminato, con lentezza, non importandomi dell’ora e del tempo, ho tolto la mollica interna, afferrandola con le dita ristrette e unite della mano destra. Con un movimento lento e preciso ho formato un incavo a forma di pugno chiuso, per paura dell’amido, dei farinacei, del peso. Mi reco quindi alla cassa per pagare il conto. Il gestore che sta lì seduto e pensieroso è come se vendesse oggetti non aventi alcun contatto con la gola o lo stomaco che presuppongono un invito indiretto al buon appetito, per essere stimolati a mangiare ed a scegliere. La merce ordinata diviene eguale a quella acquistata all’autoricambi o alla stazione di servizio. L’accompagnatore che parla, gli occhi fissi e gesti lenti e a scatti è rimasto seduto fuori a proseguire a leccare il suo gelato alla fragola. Non so perché, ogni volta, vado a finire, vicino a lui che non mi ha mai parlato di sé. Capitiamo lì alla stessa ora. Io sono commessa in una libreria poco lontana. Lui deve lavorare in banca, dato che porta sempre con sé “Il Sole 24 Ore” che non legge, ma guarda come se fosse un oracolo di Delfi da scrutare. Tutti i giorni, negli orari previsti sto in questa libreria ove ci sono tanti titoli e tanti compratori. Ma la conoscenza per me di tali testi è pressoché impossibile. Ormai i testi vanno per autore o settore, non per specifico interesse o informazione. Ma anch’io non so quello che dico. Quello che mi chiedono, se è presente in libreria, cerco di vendere. Ma il bello è che ci sono tanti titoli che non si trovano e che non Fermenti  278


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arrivano, neanche se ordinati. Mi sorprende la pretesa che ogni libro dovrebbe diffondere un messaggio. Ci sono troppi predicatori in giro. E il pubblico cerca spesso ciò che non c’è. Anche dando la caccia a testi belli a vedersi, in lussuose edizioni, ma poveri di contenuti. E i contenuti, il più delle volte, sono frivoli o banali. Sono quelli, però, preferiti dai più. Io sono diplomata in ragioneria. Più di tanto non riesco a capire o a dire. Ma il pubblico mi sa tanto che acquista, non tanto per leggere, quanto per collezionare o regalare. E a sua volta chi riceve i volumi, li accantona per parlarne poi, per sentito dire. È quello che mi dice un vecchio, l’aria del professore, allampanata, un leggero tremolio nelle mani venose, ove spiccano unghie lunghe e alquanto trascurate. Mi guarda con uno sguardo che fissa con aria allampanata e sfuggente, come se fossi un oggetto inesistente. I suoi capelli bianco argento lunghi, su spalle ricurve, danno l’idea di una trasandatezza voluta. Mi parla. Lo ascolto, ma ho altro a cui pensare. Penso al vuoto, alla mia incapacità ora di seguire le sue congetture. Da più di dieci anni sono semi frigida. Non mi si bagna. Eppure tento ogni qualche mese un approccio che va a vuoto con i miei coetanei. Ho quasi quarant’anni. Per l’esattezza, trentotto e qualche mese. Sono mica male, ma alquanto ossuta e longilinea nell’aspetto. Non alta né bassa, arrivo alla spalla di qualche occasionale frequentatore o amico di vecchia data. Le fattezze sono più che pronunciate, ma non grasse. Ma sono io a rinunciare all’approccio. Mi sento svuotata. Anche se gli impeti mi prendono. Pur andando a vuoto, sul più bello, scappo come una fuggiasca. Non mi convincono parole o melliflue attenzioni. In quei momenti vedo un insieme di balugini in dissolvimento. Io sospesa in aria a centellinare ogni attimo che mi dissolve nel vuoto. Eppure le pubblicità, il mondo esterno sembrano offrire, mostrare, proporre sempre le stesse cose. Così propongo il mio nulla salutare. Negli occhi c’è un dissolvimento che rifugge e crea imbarazzi. Ma c’è chi insiste e persiste a farmi sentire partecipe. Le braccia mi suggeriscono che sono palpitanti. Di che? Il mio collo genera attenzioni, tanto è delineato di uno spessore di pelle liscia e concentrata che nel mezzo è solcata di striature rettilineee ed irregolari. I miei fianchi sono rotondeggianti, ma dietro a quel ricurvo cumulo di apparenze c’è come una flaccida posatura di carne in giacenza. Mi sento imbalsamata, anche se vorrebbero avermi ancora. Mi dicono per fare chissà che. Ma io mi sento impartecipe e assente per certe necessità. Non interessa loro. “Pia, perché non mi ascolti? Ti faccio rivivere”, mi dicono ragazzi in cerca di comprensione e compagnia. “Possibile che non hai un’amica o una compagna da coinvolgere per certe cose?” “È la solita cosa”. “Ma che vorresti avere?” “Non lo so. Forse un di più da scoprire”. Fermenti  279


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Mi sembrerebbe di stare con un figlio d’occasione. Io che non ho figli, genitori, né fratelli o sorelle. Vivo sola, ormai in cerca di niente, dopo tante apprensioni, in un contesto di ladronerie santificate. Ma il mio niente non è condiviso. Vorrebbero annullarlo. Per questo mi ribello, provando terrore di una vera intimità. Occhi allucinati. Volto pallido. Portamento svogliato. Alla ricerca di una vita da me messa al bando. E di una malsanità che stimola il pensiero, bloccandolo. Rendendo ogni gesto saturo e sconsolato. Desiderosa di vuoto e di ogni azione ripetitiva. I miei, alla fine mi hanno insegnato che la vita fosse sinonimo di deformità. Lo pensavo quando mio padre veniva fermato o condotto al comando, per interrogatori che non finivano mai. E in quelle occasioni i preti non mi hanno mai abbandonato. Venivano a trovarmi, parlando di una predisposizione alla santità. Anche se mio padre, dopo gli interrogatori, entrava in carcere. E alla fine lo lasciavano, per indizi mai accertati. E la droga non si capiva se veramente la spacciasse o gliela mettessero in tasca o nei cassetti, per tentare di coinvolgerlo. In tali frangenti mi rendevo conto che la voce silenziosa del corpo, valesse più di tante parole. Eppure allora mi sentivo desiderosa di un madore appiccicoso e caldo. Anonimo. Di tutti. Di nessuno. Non mio. Per poi divenire, sempre più, di una secchezza protettiva. E in tali occasioni ero convinta che la bellezza fosse un’occasione dell’anima. Di una presenza assenza. Sorte di tante prime donne, con fisici da manichini irreali, in menti atrofizzate che pensano ad apparire per convenienza. Eppure anche la stupidità intelligente e manovrata è utile alla vita. Non rimane che l’esibizionismo impotente. Alla “Grande fratello”, ripetevo a me stessa, mentre rientravo nel mio appartamentino umido e angusto di Centocelle. Prima di togliermi le scarpe, sciogliermi i capelli, sbottonarmi il vestito, accingermi a fare la doccia, ripetevo come un disco, semi inceppato a me stessa: “Desessualizzare il corpo. Per santificare la violenza di ogni tipo. In nome di un sesso detto estremo che è l’anticamera di una possibile morte che fa bene allo spirito”. Velio Carratoni

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Racconti

Ignazio Delogu è da sempre uno splendido affabulatore orale, in tutte le lingue i dialetti i gerghi che si porta dentro. Tu ci conversi al telefono o a tu per tu, e lui ti gremisce la conversazione di memorie, aneddoti, estri improvvisi che mettono in gioco di colpo una quantità di personaggi famosi, di amici comuni, magari di straordinari Signor Nessuno. Tu sei lì, ascolti, intervieni, assentisci, interrompi, ti fai con lui le più pazze risate su questa o quella battuta, e lui, Ignazio, non smette di allungare la sua tiepida o irosa sciarpa di parole, di tessere i suoi sontuosi arazzi multiverbali, di annodare – da nomade di tanti mondi che ne ha viste troppe - i suoi tappeti di finissima seta. Nell’affabulare infinito di Ignazio si incrociano i linguaggi e si alternano i livelli, dal plebeo al sofisticato, dall’arcaico tribale al cosmopolita più raffinato: e ciò che più sorprende anche chi da tanti decenni gli è amico, è la naturalezza di questo gioco affascinante che sembra non essere sostenuto da alcuna strategia, ma solo dal respiro ritmico della musica delle parole. Bon. Quando questo dono affabulatorio per così dire “spontaneo” si deposita sulla pagina in scrittura narrativa (racconti, romanzi, memorie, etc.), non si verifica alcun raffreddamento della materia né si accademizza il flusso vivente di un “dono” tanto genuino e insieme tanto profondamente nutrito di cultura. Meglio: di culture. Avviene semplicemente quel fenomeno proprio di tutte le testualità d’autore: il duplice intervento del “calcolo” stilistico e del “montaggio” strutturale. Il flusso verbale obbedisce a un’altra logica, che è quella del linguaggio senza voce, della parola come puro peso specifico. E l’affabulazione si fa gioco delle cadenze, l’incanto della phonè diventa dinamica degli scenari. Così, senza nessuno stridore, Delogu reimpasta con stravaganza magistrale le sue infinite tranches di vissuto e di immaginato con certe acide creme che dall’amato Rabelais delle Parole Gelate fanno cenni d’intesa a questo o quello dei suoi amici latinoamericani, da “Gabo” Marquez a “Julito” Cortazar: e – come nei racconti qui presentati – il dettato si fa corpo granulare che può anche aggrumarsi in morbidezze di sapore ghiottissimo e di sfrenata sensualità. Nel primo (Ceralacca) ha una sua parte ragguardevole la Grande Storia, a filo della quale il protagonista gioca drammaticamente un ruolo che richiama la figura ambigua del “doppio”, così fondamentale nella letteratura tra fine Ottocento e Novecento, e che solo nell’explicit chiarirà seccamente al narratore che dice io. Nel secondo (L’ospite di Varsavia) la storia è trattata in chiave di farsa sregolata e di corporalità brutale. Siamo in pieno sbracamento comportamentale, ma ciò che viene fuori dall’inventività dei quadri che si succedono forsennatamente l’uno all’altro, è il rigido assetto dei poteri con tutta la loro licenza di prevaricazione impunita, e l’enorme peso dell’ipocrisia sociale, che alla fine risistema tutte le sbavature su un piano di “normalità” rituale. Sia nel primo che nel secondo racconto la fa da padrona la violenza (i nazisti nel XX secolo, o l’arroganza dei feudatari nel XIX); ma la vera protagonista dei due testi, come sempre in Ignazio, è la lingua, la sua vivacità, la sua capricciosa, spettrale pregnanza. Mario Lunetta Fermenti  281

NARRATIVA

NARRATIVA

di Ignazio Delogu


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Ceralacca Sono trascorsi più di quarant’anni dalla notte in cui George Garvin, irsuto gigante scozzese dai cappelli e dalla barba rossiccia, mi raccontò questa storia davvero fuori del comune. Ancora oggi non so trovare una spiegazione per quella che, più che un racconto, mi parve una confessione. In effetti George ed io non eravamo così amici da raccontarci le nostre vite. Vivevamo nello stesso convento dei Padri Minori Conventuali nel cuore della Roma papalina che fronteggia il ghetto. Le nostre stanze si fronteggiavano sullo stretto corridoio e due volte al giorno, a colazione e a pranzo, sedevamo vicini attorno al grande tavolo ricoperto di tela cerata a quadri gialli e verdi nello squallido stanzone riservato a refettorio per quel gruppo di studenti, pensionati e stravaganti di poche sostanze che costituiva la variopinta fauna degli ospiti. George era cattolico fervente, ma ferocemente antiromano. Ogni mattina, incontrandoci alla fermata del tram all’angolo di Ponte Garibaldi, alzava gli occhi al cielo e indicandomi il cupolone di San Pietro, pronunciava la sua immancabile equazione: cupolone = culone. Dopo di che una cortina di silenzio calava sulla sua barba, sui suoi capelli rossicci permanentemente in disordine e sui suoi occhi di un grigio azzurro terso e indifferente. Il caso aveva voluto che un monsignore romano della vicina Casa dei Cento Preti lo avesse conosciuto a Glasgow, dove insegnava letteratura italiana in quella Università, e gli avesse consigliato come residenza a buon mercato il convento che aveva propiziato il nostro incontro. Era piuttosto un solitario e un taciturno, anche se non dovevano dispiacergli le rimpatriate con gli amici o i membri del club del quale, più o meno segretamente, faceva parte. A volte la sera lo sentivo cantare con una voce stentorea ma non stonata e mi piaceva pensare che in quei momenti si abbandonasse a qualche danza del suo paese, tanto rumoroso e non casuale era lo sbattere e lo strascicare dei piedi che veniva dalla sua stanza. Stava pochissimo in casa e mai di pomeriggio o la sera. Raramente mi capitava di incontrarlo per strada e, cosa alla quale in principio non avevo attribuito nessuna importanza, quasi sempre nei pressi di quelli che un tempo a Roma venivano chiamati Vespasiani. Quanto alla sua camera, era inaccessibile, con la porta sempre chiusa a chiave anche quando il suo inquilino era presente. Non dico che la cosa mi sembrasse misteriosa o mi incuriosisse più di tanto, ma é la sola giustificazione che trovo per l’unica infrazione ai danni della sua privacy che mi indusse a sbirciarvi dentro durante una sua breve assenza. Scarponi, grosse calze di lana, pantaloni di velluto a larghe coste, libri e un pigiama logoro davano alla stanza un’aria di disordine non privo di una qualche severità monacale. Quanto ai libri, pochi, erano tutti aperti e contenevano fra le pagine decine di fogli fittamente coperti di appunti. Fermenti  282


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Sotto il modesto scrittoio di cui disponeva ogni stanza, un grosso pacco di libri o forse di carte, vistosamente sigillato con numerosi timbri di ceralacca. Stavo per ritirarmi quando il luccichio di quella che mi sembrò una moneta, una sterlina magari, m’indusse a chinarmi per raccoglierla. Di sterline o di ghinee neanche l’ombra, al suo posto, una piccola catasta di lamiere, proprio di quelle che nei Vespasiani facevano la pubblicità dei condom e delle polveri antipiattole! Fu una rivelazione: la vicinanza di George a quei luoghi non era quindi casuale, ma frutto di quella sua avversione per la Roma papalina e corrotta che non esitava a manifestare ad ogni occasione. Per quanto mi sembrasse piuttosto diffidente per natura, non credo che abbia mai sospettato che avessi scoperto quel suo segreto, anche se talune mie allusioni avrebbero potuto metterlo sull’avviso. Dal fatto che una sera lo vidi rientrare con almeno un paio di quelle targhe nascoste sotto il giubbotto, deduco che le considerasse dei pericolosissimi inviti alla concupiscenza e che abbia continuato a staccarle durante tutta la sua permanenza romana. Dimenticavo di dire che il terzo inquilino del nostro pianerottolo era un croato nero di capelli, di barba, di occhi e di vestiti, indiscreto e petulante, sempre disposto alla polemica con quella sua voce metallica con la quale si vantava di mettere in soggezione i monsignori del Tribunale della Sacra Rota presso la quale era Procuratore. Sotto uno pseudonimo e col favore dei suoi protettori vaticani, si nascondeva un personaggio della tragedia europea che aveva visto alleati dei nazisti di Hitler e dei fascisti di Mussolini, gli ustascia del “poglavnic” Ante Pavelic. Seppure con qualche ambiguità, non faceva mistero della sua vera identità e neppure di mantenere relazioni coi suoi camerati di altri tempi di passaggio in quel convento di monaci, le cui case principali si trovano in Croazia, in Sicilia e negli Stati Uniti., prima di imbarcarsi da qualche porto italiano verso il Nord o il Sud America, dove li attendevano rifugi più sicuri e duraturi. Credo che all’origine del lungo e dettagliato racconto di George ci sia stata proprio quella sgradita presenza e la scoperta di quella sinistra identità. Fu così che tornando una sera casa a notte inoltrata m’imbattei nell’ombra dell’irlandese che svoltava l’angolo. Me ne sorpresi io, ma non lui, tanto da avere la certezza che quell’incontro fosse tutt’altro che casuale. Salimmo insieme i 140 gradini dell’impervia scala per poi scenderne poco meno della metà, ma al momento di separarci e mentre io avevo già incominciato ad augurargli la buona notte nel mio inglese ginnasiale, George si fermò sulla soglia della sua stanza e mi fece quello che io interpretai come qualcosa di molto simile a un invito. Non mi ero sbagliato e entrai con lui nella stanza Scostò dalla parete una delle due sedie e me la porse, poi si chinò sul pavimento, afferrò con forza il pesante pacco che avevo notato durante la mia intrusione di qualche tempo prima, lo posò sul tavolo senza curarsi dei libri aperti e dei fogli fitti di appunti e si tirò un po’ indietro. Sotto la luce polverosa della lampada i sigilli di ceralacca sembravano macchie di sangue sul punto di riacquistare la loro liquidità. Fermenti  283


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Senza guardarmi ci mise una mano sopra e solo allora rivolse il suo sguardo verso di me. I suoi occhi azzurri avevano assunto il colore grigio dell’acciaio, le labbra serrate esprimevano una grande determinazione e tutto il suo viso manifestava una sincera e inspiegabile sofferenza. Ci fu un silenzio che mi parve lunghissimo, durante il quale sentimmo il passo indiscreto del croato salire le scale, la porta accanto aprirsi sotto una spinta eccessiva e la voce metallica dell’avvocato esprimersi in una lingua incomprensibile. Senza sollevare la mano dal pacco George mi disse, nel suo italiano duro ma comprensibile: Questi sono anche suoi morti... Poi sedette sulla sedia e cominciò a rompere i sigilli. In breve il pacco rivelò il suo contenuto, un centinaio di fogli manoscritti, ciascuno di mano diversa, documenti o lettere di cui non potevo supporre né immaginare la natura. – Lettere, disse George. Tutti morti... Fece il gesto, inequivocabile in quegli anni dell’immediato dopoguerra, di chi imbraccia il mitra. – Fucilati? – domandai. – Oh, sì! Fucilati. Prese fra le sue mani alcune di quelle lettere e cominciò a leggere lentamente. Erano scritte in un francese diseguale, con grafia spesso indecisa, elementare, da persone che mostravano di non avere troppa dimestichezza con la penna e con l’ortografia. Erano lettere strazianti nella loro dignità e nella loro fierezza. Qualche rapido accenno al passato – “Scusami anche per questo dolore che ti do e per la mia assenza... Ti raccomando i ragazzi, dì loro la verità sulla mia morte... so che li educherai come io senza di te non avrei saputo... abbi fede, la mia é diversa, non ci vedremo più ma vivremo nei nostri ideali...” – In una, due soli versi: “Cand nous chanteron / le temps de cerises...”, e a stampatello: “A DIEU”. A DIO... – Non posso dimenticare, disse George, e non posso lasciare da nessuna parte queste lettere, anche se ho conosciuto soltanto alcuni dei loro autori, le porto sempre con me. E cominciò a raccontarmi lentamente, a voce bassa e a fatica come aveva raccolto, da finto cappellano nelle carceri e nei luoghi di tortura nazisti in Francia, le ultime lettere di saluto dei condannati a morte e come solo in pochi casi fosse riuscito a rintracciare i famigliari dopo la guerra. Altre, le più numerose, le aveva avute proprio da costoro, dietro impegno di recapitarle e di pubblicarle. Non era ancora riuscito a farlo, ma voleva mantenere la promessa. – Devo farlo, mi disse. Il tempo passa. La gente dimentica. Ho incontrato la fidanzata dell’autore della lettera che termina con “A Dieu”. Mi ha detto che lei e il suo ragazzo erano stati insieme nella Gioventù Comunista e avevano creduto nello stesso modo in Dio e nella speranza della rivoluzione iniziata dai Comunardi. Mais il est mort, maintenant... Et la vie continue... Si é fidanzata con un altro e mi ha dato la lettera, senza rimpianti. Fermenti  284


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Ero sconvolto, non sapevo che dire, guardavo i sigilli di ceralacca rotti, i frammenti caduti sul pavimento giallastro e mi sembravano gocce di sangue rappreso. – George, gli chiesi, sei prete, lo sei stato? – No, non sono sacerdote, lo sono stato, finto, per dovere, per una missione affidatami dal maquis. Abbassò ancor più la voce, si alzò in piedi e mi sembrò di vederlo in abito talare, la lunga sottana nera sulla quale spiccavano la sua barba e i suoi cappelli rossicci e in disordine. alzò le mani che per la prima volta mi parvero smisuratamente grandi e fece un gesto che ricordava qualcosa di rituale e di feroce insieme. Dalla stanza accanto venne la voce piena d’ira del croato che sembrava parlare concitatamente con un interlocutore sconosciuto. Ricordai improvvisamente ciò che mi aveva detto mesi addietro un giovane croato, Paolo Pritzela, che con lui aveva avuto un duro alterco prima di partire per gli Stati Uniti: “In un libro sta scritto che ha partecipato alle torture di partigiani in Jugoslavia. Cavavano loro gli occhi...” Guardai George che nel frattempo si era seduto sulla seggiola al mio fianco e gli sussurrai, indicando la parete: – È stato un torturatore... – Lui come tanti altri... E incominciò il suo racconto. – Mia madre é cittadina francese, di Abbeville, nel Pas de Calais. Mio padre é scozzese. Per alcuni anni abbiamo vissuto in India, dove lui era ufficiale dell’esercito britannico. Allo scoppio della guerra, ci siamo trovati in Gran Bretagna, a Londra. Mio padre venne richiamato in servizio col grado di colonnello. Era ancora giovane e molto esperto, parlava correttamente il francese e, dopo l’appello di De Gaulle alla resistenza, fu assegnato al suo stato maggiore come ufficiale di collegamento. Avevano bisogno di uomini fidati da inviare in Francia per organizzare la resistenza e mio padre, d’accordo con mia madre, non esitò a propormi per una missione. Ero molto giovane e stavo per essere chiamato alle armi. Accettai con entusiasmo. Ma invece che in U-boot, chiesi di poter andare in Francia in aereoplano. Mi paracadutarono nelle Alpi Marittime, incontrai i contatti previsti e mi fu assegnato il compito di avvicinare il maggior numero di francesi, militari e civili, incarcerati a causa della non collaborazione coi tedeschi che occupavano il paese. Non c’era che un modo: fingersi sacerdote e farsi assumere come cappellano nelle carceri. Occorreva la complicità del clero e i miei contatti, quasi tutti cattolici come me, non ebbero difficoltà a procurarsela. Era un progetto elaborato in comune. Per loro la garanzia era che il gen. De Gaulle fosse cattolico. Venni segnalato a diverse carceri e in un caso sostituii il cappellano dimissionario. Non era un lavoro gravoso e neppure molto pericoloso. Il mio compito era fornire ai detenuti il maggior numero di informazioni sulla situazione politica e militare e sui piani di De Gaulle, cercare di avviare una rete di contatti e, soprattutto, evitare la deportazione di militari e di civili francesi nei campi di concentramento in Germania. Fermenti  285


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C’era, però, un aspetto terribile della vita carceraria. Nessuno era incarcerato legalmente, gli interrogatori erano strumenti di intimidazione e le torture frequenti e terribili. Per i membri del maqus la condanna a morte era certa. In questi casi diventavo il loro ultimo interlocutore, quello al quale potevano affidare una lettera, un messaggio. È lì l’origine di questa raccolta. Poiché oltre l’inglese di mio padre e il francese di mia madre, conoscevo perfettamente il tedesco, che una sua sorella sposata a un professore tedesco prima della guerra, mi aveva insegnato con grande passione, potevo ascoltare e carpire informazioni, approfittando del fatto che i militari che avvicinavo ignoravano la mia conoscenza della loro lingua. Fu ascoltando, e anche con la collaborazione del personale francese delle carceri, che riuscii a raccogliere informazioni di una certa importanza e segretezza sulla preparazione dello sbarco in Gran Bretagna. Ne informai i gaullisti coi quali ero in contatto e, con una certa sorpresa, dopo qualche giorno mi furono indicati il luogo, il giorno e l’ora in cui avrei avuto un incontro particolarmente importante. Ci fu un rinvio della data e da questo compresi che la persona che avrei dovuto incontrare doveva essere venuta da lontano. Mi trovai di fronte un ufficiale di stato maggiore britannico, paracadutato qualche ora prima il quale, senza tanti preamboli, mi chiese se ero disposto ad accettare una missione rischiosa per la mia vita, ma estremamente importante per la salvezza del mio paese e del futuro della guerra.Tanto più, aggiunse, che non avrei dovuto neppure cambiare d’abito, al contrario, si sarebbe trattato di un semplice avvicendamento. E mi spiegò il piano all’interno del quale la mia missione acquistava un’importanza decisiva. Si trattava di ritardare al massimo i preparativi dello sbarco tedesco in Gran Bretagna con un’iniziativa destinata a sconvolgere più che i piani, lo stesso Stato Maggiore incaricato di realizzarli in un settore di estrema delicatezza come quello di Dunkerque. Non solo da quella base partivano continuamente attacchi contro le unità britanniche che pattugliavano lo stretto della Manica, ma anche i sommergibili tascabili che sbarcavano sulle scogliere di Dover gli agenti tedeschi incaricati di fornire informazioni sulla difesa britannica, peraltro ancora debolissima. Non potendo contare su un numero sufficiente di spie britanniche – aggiunse – devono per forza inviare un gran numero di spie proprie, in quanto per loro é vitale conoscere per colpire. Noi, dal canto nostro, abbiamo bisogno di tempo per organizzare la difesa. Ogni giorno, ogni ora sono preziosi. Quanto a lei, una volta assunto come cappellano cattolico della base, dovrà guadagnarsi rapidamente la fiducia del comando germanico. Faccia uso del tedesco che conosce a perfezione, faccia credere di essere con loro, di odiare l’Inghilterra, si procuri il maggior numero possibile di informazioni e mantenga saldamente i suoi contatti. Noi seguiremo passo per passo le sue mosse e le daremo tutte le istruzioni necessarie. Il suo nuovo grado é quello di Capitano. Prima di salutarmi, mi disse che il generale De Gaulle era informato della cosa e anche mio padre, il col. J. Garvin. Fermenti  286


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Ero e sono un grande ammiratore di De Gaulle ed ero felice di servirlo in questa nuova missione. Il mio trasferimento avvenne nel giro di un paio di settimane. Raggiunsi Dunkerque, incontrai un confratello e mi presentai al comando germanico. Tutto si svolse con efficienza burocratica e non senza cordialità. Il Sottotenente che mi prese in carico, dopo avermi informato dei miei compiti e del modo di assolverli, mi salutò chiamandomi Padre e dicendomi di essere di famiglia cattolica. Come cappellano dello Stato Maggiore, aggiunse, lei ha il grado di Capitano. La coincidenza mi colpì a tal punto che fantasticai su una possibile connessione, cosa che mi imposi di dimenticare immediatamente. Non c’era davvero spazio per fantasticherie a buon mercato. Il mio ministero, in un ambiente dominato dalle SS anticristiane, era più di rappresentanza che di contatto vero e proprio con militari e civili di religione cattolica, dai quali erano esclusi i francesi. In teoria potevo dire Messa in una cappella, che però era utilizzata anche dal cappellano protestante per i suoi sermoni e potevo ricevere ufficiali e civili militarizzati che avessero interesse ad avermi come interlocutore. In pratica, poiché facevo tutto da solo, evitai di consacrare, limitandomi a celebrare tutto fuorché l’Eucarestia, anche se avevo avuto licenza di farlo con tutte le cautele e le limitazioni previste, in caso di estremo pericolo per me, o quando fosse indispensabile per la salvezza di qualche vita. Non fu necessario. Anche il Sottotenente che avevo conosciuto per primo, mentre gradiva conversare con me anche per una buona mezz’ora, evitava scrupolosamente di toccare argomenti immediatamente religiosi, preferendo parlarmi della sua famiglia, della religiosità di sua nonna e della guerra che assorbiva ogni energia, compresa quella spirituale. Una sola volta temetti che l’esame al quale garbatamente mi sottoponeva ogni volta, potesse nascere da una qualche diffidenza. Era invece frutto di curiosità. Avevo detto di essere francese dell’Alsazia, ma di sentirmi tedesco di lingua e di cultura, e che per questo motivo avevo preferito studiare a Bonn, dove avevo seguito i corsi di Teologia di quella famosa Università. Il Vice comandante della base presso la quale svolgevo le mie funzioni era stato a lungo a Bonn come militare, conosceva a perfezione la città e ne ripercorreva le strade e i locali che, aimé, io non conoscevo neppure di nome, contrariamente alle strade, dal momento che mi ero procurato una planimetria della città e l’avevo studiata accuratamente. L’esame, per così dire, andò benissimo e ciò rese prima periodici, poi quotidiani gli incontri col gruppo ristretto degli ufficiali che componevano lo Stato Maggiore. In poco meno di un mese fui ammesso al caffè che, a cena finita, precedeva un riposo che gli ufficiali dedicavano alla loro toilette prima di andare a uno dei tanti ricevimenti o incontri o concerti con le loro mogli o le loro amiche nei loro locali esclusivi. Tutto ciò che vedevo e udivo confermava non solo i preparativi metodici e freneFermenti  287


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tici dello sbarco sulla costa britannica, al quale tutti alludevano e i miei interlocutori in particolare, ma era chiaro che proprio da loro dipendeva quel servizio di spionaggio del quale l’ufficiale inglese mi aveva segnalato l’estrema pericolosità. Ne informai i miei contatti e ricevetti l’ordine di prepararmi ad agire. Non riuscivo ad immaginare né il quando né il come, fino alla sera in cui, entrato nella chiesa cattolica che frequentavo ogni tanto e solo per qualche minuto, mi venne incontro il Parroco, un anziano sacerdote dall’aria svagata che però sembrava stesse lì ad aspettare proprio me, il quale mi chiese da quanto tempo non facessi una confessione ben fatta. La domanda mi sorprese e ancora di più che il buon sacerdote mi spingesse verso un confessionale, costringendomi a inginocchiarmi davanti allo spioncino. Sentii scattare il gancio che chiudeva la finestrella, potei intravedere il suo viso attento e preoccupato e sentire le sue parole: – Figliolo, mi disse, poiché avrete bisogno di tutta la vostra fede, fate un rapido esame di coscienza, dopo di che riceverete la mia assoluzione e insieme la dispensa più generale rispetto agli atti del ministero sacerdotale che doveste impropriamente compiere. La cassetta delle elemosine presso la pila dell’acqua santa é socchiusa, introducete la mano e prendete ciò che vi troverete, di cui ignoro il contenuto. Ego te absolvo... Intravidi la sua mano sollevarsi e i suoi occhi fissarmi quasi volesse imprimere nella sua mente i miei lineamenti. Abbassai il capo, mi alzai e mi diressi col massimo di disinvoltura possibile verso il luogo indicatomi. Proprio in quell’istante l’organo della cappella accanto all’altare maggiore esplose in una cascata di suoni che sembrarono illuminare l’oscurità di quel tempio barocco. Tenendo in pugno il piccolo involucro che avevo prelevato, mi avvicinai alla pila dell’acqua santa e mi segnai lentamente con la mano grondante di acqua benedetta. L’ora dell’azione era dunque arrivata. Mi diressi rapidamente verso l’edificio che ospitava il Comando e una volta nella mia stanza aprii il tubetto. Conteneva le prescrizioni per un medicinale da distribuire “nel numero di dosi ritenuto sufficiente”. Era solubile e la composizione non lasciava adito a dubbi. Mi chiesi perché stricnina e non cianuro e solo allora compresi che mi si ordinava di uccidere. Ero preparato a tutto. L’emozione fu ugualmente violenta. Per un attimo sentii la terra mancarmi sotto i piedi e tutto girare intorno a me. Feci uno sforzo inaudito e mi afferrai all’ultimo gesto che avevo visto, alle parole che avevo ascoltato: Ego te absolvo, e all’intensità dello sguardo azzurro del vecchio parroco. Guardai l’orologio, mancavano appena tre ore al solito caffè e sapevo che non potevo rinviare a un altro giorno. Andai nella sala che fungeva da cappella e mi inginocchiai davanti al Crocefisso. Pregai con la forza della speranza più che della disperazione e sentii nascermi dentro una serenità che non potevo aver provato mai prima di allora. Tornai nella mia stanza, misi nel baule tutte le cose che non avrei potuto portare con me, strofinai gli scarponi con un paio di calzettoni di lana perché sembrassero lucidi come le scarpe che indossavo solitamente, infilai un maglione sotto la giacca, Fermenti  288


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riabbottonai con cura il gilè e infilai il tubetto dei medicinali nel primo taschino in basso a sinistra, dopo avervi lasciato quattro capsule: tre per ciò che dovevo fare, una nell’eventualità che fossi costretto a usarla io stesso. Buttai le altre nel W.C Mi accertai di avere in tasca il breviario, il rosario e tutti i soldi di cui disponevo e ripassai mentalmente il percorso che avrei dovuto seguire per lasciare il Comando: la parola d’ordine di quella notte mi sarebbe stata comunicata come al solito dal Sottotenente all’ingresso della sala dove ero atteso per il caffè. Ancora oggi rivedo la sequenza dei gesti coi quali portai a termine quella tremenda missione. Come ogni sera il piantone portò le tazzine col caffè già servito nel vassoio che depose sul tavolino di mogano e uscì. Avevo trenta secondi di tempo, sufficienti per far scivolare le capsule. Agii come un sonnambulo. Le braccia e le mani erano diventate di piombo e mi costò uno sforzo sovrumano anche sollevarne una per farmi il segno della croce. Entrò l’Obersturmbannführer seguito dal suo vice e dal Capo di Stato Maggiore, ciascuno dei quali prese una delle tre tazzine. Portai alle labbra la mia, senza bere. Aspettai che i tre si sedessero sulle poltrone e chiesi con lo sguardo il permesso di ritirarmi. Incontrai lo sguardo dell’Obersturm già vitreo. Mi sentii mancare. Senza guardare gli altri, raggiunsi a stento il corridoio e il cortile, la parola d’ordine mi aprì il cancello d’uscita e mi precipitai nell’oscurità della notte. George tacque, mentre il silenzio improvviso diventava per me il fragore assordante di un tuono. – Il seguito – concluse sommessamente – é la lunga battaglia, la vittoria, la sfilata sugli Champs Elisèes, il palco d’onore a fianco del Generale De Gaulle, la Legione d’Honneur che volle appuntarmi sul petto, la Red Cross che mi fu consegnata da Churchill... e un peso nell’anima infinito come il dolore racchiuso in queste lettere. George aveva fatto il suo racconto senza una pausa, svolgendo gli avvenimenti sul filo di una memoria lucida e dolorosa che nelle ultime parole si era come rappresa in un grumo che non si sarebbe mai sciolto. Guardai il suo volto massiccio, la barba arruffata, gli occhi grigi che avevano perduto il terso colore azzurrino di sempre. Avrei voluto rompere quel silenzio, ma non trovavo il modo, sentivo, anzi, che era l’unico rifugio di entrambi. Non sapevo che fare, andai verso la porta e mi voltai a guardare George che, di spalle, riordinava il pacco delle lettere, cercando di far coincidere i rotti sigilli di ceralacca con quelle sue grandi mani dai peli rossicci. – Si é rotto qualcosa.. – azzardai, come saluto. – Yes, its deed – rispose, agitando appena la mano

L’ospite di Varsavia La voce correva di bocca in bocca. Chi l’aveva già visto e chi credeva di vederlo. Chi l’aveva sentito dire e chi scrollava la testa. Chi annunciava che sarebbe venuto domani, no, forse dopodomani, barigadu o sa chida ch’intrat. Le attese erano contraddittorie come le esperienze e come la fama di un personaggio che tutti sapeFermenti  289


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vano bizzarro e imprevedibile. Quelli che si erano appostati in Pala ‘e cariasa e in Pala ‘e mazzone, le due colline più alte ai lati opposti del paese, trattenevano il fiato aspettando di vedere in fondo alla discesa o in cima alla salita il puntino nero che si muoveva sotto il sole di mezzogiorno, rotolando come una biglia nella polvere bianca e impalpabile dello stradone. Nel momento stesso in cui il grido delle vedette si trasformò nell’urlo di tutto il paese, dalle due colline si udì il sibilo dei due cohetes esplodere nell’alto dei cieli in un fragore lacerante, seguito da una scia di fumo nella quale annegarono i colori del razzo lanciato in pieno giorno. Appostato sul campanile, il sacrestano si avventò sulla corda delle campane, scuotendole come nel giorno della festa grande. Il Pievano comparve sulla scala della Parrocchiale con piviale e con sottana seguito da uno stuolo di bambini in cotta bianca sui pantaloncini corti, agitando anch’essi turiboli e aspersori. La processione con le Beate e i Confratelli de sa Santa Rughe si dispiegò in Via Grande, già Carrera Manna, già Calle Mayor come alla festa del Corpus de Cristi. Bambini, cani e pecore si incrociavano impazziti in Piazza Castello e nelle strade dei bighinados di Chessa ‘e Canes e di Chirigu Murru, dai quali la gente accorreva verso l’abbeveratoio di sopra. Proprio in cima alla salita il puntino nero cominciò a ingrandire a vista d’occhio. Per quanto ancora lontana, era già possibile riconoscere i cavalli che tiravano la carrozza al passo, la cabina e l’imperiale sul quale solitamente stavano le grandi casse verdastre con le borchie dorate dietro le quali si intravedevano i tricorni dei palafrenieri. La folla si concentrò in un attimo in quell’entrata del paese dalla quale la carrozza avrebbe fatto il suo ingresso dopo l’ultima curva e superato il rado boschetto dove di solito pascolavano gli asini degli acquaioli. Si udì uno schiocco di frusta e i cavalli dall’ambio passarono al trotto, per poi lanciarsi al galoppo fendendo la folla che si aprì a stento per lasciar passare la carrozza nera trainata da quattro cavalli neri guidati da due postiglioni anch’essi vestiti di nero, come i palafrenieri aggrappati alle maniglie dell’imperiale. Qualcuno più tardi giurò di avere intravisto una mano inguantata di nero sporgersi dal finestrino di destra e il candore di un fazzoletto di trina bianca agitarsi lievemente. Fu tutto quello che la gente poté vedere prima che la carrozza scomparisse alla curva della Via Grande , per poi attraversare la porta carraia e dileguare come inghiottita dalla grande corte della vecchia casa che solo alcuni avevano visto almeno una volta. Solo pochi anziani ricordavano una carrozza come quella dal giorno dei funerali del conte d’Ithir, che nessuno aveva mai visto da vivo e che da morto era rimasto altrettanto invisibile chiuso com’era nella lunga cassa di mogano nell’interno di una carrozza foderata di crespo nero che quattro cavalli anch’essi neri avevano trascinato al galoppo in una buffera di polvere bianca e impalpabile. Fermenti  290


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Quella volta preti, confratelli e beate si erano raccolti in chiesa per celebrare l’ufficio dei morti tra aspersioni e fiumi d’incenso per i quali l’usanza feudale prevedeva un apposito balzello da pagarsi alla fine del raccolto del grano, che quella funzione avrebbe reso sicuramente più abbondante. Tolto il balzello con la soppressione dei feudi, nessun conte d’Ithir era più passato per Carrera manna né da vivo né da morto, e i carri a buoi, le tombarelle e i barocci erano rimasti gli unici a triturare la polvere e a renderla sempre più sottile come una cipria che dalla primavera all’autunno imbiancava case, persone e animali. Per quanto delusa dalla scomparsa della carrozza, la folla non volle rinunciare subito alla festa e richiamata dal canto dei gosos eseguito dai confrades, si raccolse nella chiesa maggiore per cantare il Te Deum di ringraziamento. Il Pievano fece di più. Fece accendere tutte le lampade ad olio per le quali era previsto un balzello da pagarsi alla fine della raccolta delle olive, e invitò i fedeli a pregare perché l’ospite appena arrivato potesse concedersi il meritato riposo prima di riaffrontare il cammino che lo avrebbe riportato a Varsavia, sede del suo alto incarico e capitale del cattolicissimo Regno di Polonia.. Su quel Regno le notizie erano scarse. Le prime risalivano a un re Misko I che all’inizio del secondo millennio, in una lettera al Romano Pontefice, gli aveva riferito la voce secondo la quale “regitur Sardinia insula a quattuor regibus”. Altre raccontavano la leggenda di Maria Walevska che alcuni volevano morta d’amore per Napoleone Buonaparte e altri finita in un bordello di Valparaiso, dopo essere stata l’amante del Corsaro Nero. Le più recenti, incerte e confuse raccontavano di pestilenze e di guerre fratricide che facevano sospettare che l’illustre viaggiatore fosse in realtà un fuggitivo preoccupato per la sua stessa esistenza. Ma erano cose che sapevano in pochi, agli altri interessavano la festa, il canto dei gosos e dei mutos e delle canzoni a ballo e la distribuzione delle cocones di pasta di mandorle che i più abbienti avevano preparato in ossequio al balzello da pagarsi alla chiesa il giorno prima dei Morti e in onore di tutti i Santi. Balli e canti non durarono a lungo. L’avvcinarsi del mezzogiorno riportò tutti alla realtà e la folla si disperse sostando a gruppi davanti alla porta carraia dove la carrozza era scomparsa o davanti all’ingresso della vecchia casa il cui portone e le cui persiane nessuno a memoria d’uomo aveva mai visto aperti Nella frescura ombrosa dell’interno, un pallido chiarore presiedeva la compunta cerimonia del saluto che le sorelle rivolgevano all’ospite abbracciandolo con trepido rispetto al cospetto delle donne della casa sulle quali scorreva lo sguardo curioso dell’ospite appena arrivato. Bastò un cenno perché la più anziana impartisse l’ordine atteso e due fra le più giovinette tornassero in un baleno sospingendo un seggiolone dai braccioli consunti che sistemarono nell’angolo dell’alcova destinata ad accogliere il riposo del signore. Tirata la cortina, il freddo candore della maiolica rivelò la natura dell’oggetto appena dissimulata da una frangia che dai braccioli scendeva fin quasi a sfiorare il Fermenti  291


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pavimento. Bastò un cenno che indicava la decisione di liberarsi dello spolverino da viaggio e la stanza si svuotò lasciando le due sorelle sole con l’unico fratello. Del colloquio, che si era svolto nel segreto della stanza fra le due attempate sorelle e l’anziano fratello giramondo, circolavano fino a qualche tempo addietro due versioni non si sa quanto attendibili, ma certamente non autorizzate. La prima, secondo la quale il colloquio era stato brevissimo, il tempo da parte delle sorelle di comunicare la loro fermissima intenzione di non permettere che si verificasse quanto accaduto in occasione del ritorno precedente quando, dopo nove mesi dalla ripartenza, due delle servette della casa avevano dato alla luce un maschietto e una femminuccia inequivocabilmente somiglianti al loro genitore cosa che, se aveva innalzato alle stelle la fama di cavaliere di braghetta del già prestigioso fratello, aveva imposto alle sorelle di accollarsi il mantenimento delle due madri e dei due marmocchi onde evitare ritorsioni, peraltro abbondantemente annunciate, tipo abbattimento di alberi di olivo, sgarrettamento di bestiame, incendio di granai e di altre dipendenze. La seconda lasciava intendere che di colloquio vero e proprio non si era trattato in quanto, dalla parte bassa del seggiolone a braccioli sulla quale si era accomodato in tutta libertà il fratello appena arrivato, si era sprigionata una tale artiglieria di rumori e un così penetrante insieme di vapori, frutto entrambi della contenzione imposta dal lungo viaggio, da consigliare alle due timorate sorelle di rimandarlo ad altra e più propizia occasione. L’unica notizia trapelata dalla casa impenetrabile era che il viaggiatore, dopo avere sistemato al meglio le incontinenze e le flatulenze delle quali sarebbe stato ingeneroso attribuirgli per intero la responsabilità, si era messo a letto nell’alcova senza che niente lasciasse prevedere se e quando l’avrebbe abbandonato. I paesani curiosi che dal primo giorno spiavano quasi in permanenza il portone della casa, non avevano mancato di osservare che l’ospite doveva essere dotato di un ottimo appetito dal momento che non solo era aumentato considerevolmente il numero dei recipienti che le servette trasportavano all’alba dalla casa al vicino immondezzaio, ma che due di esse erano specialmnte incaricate di traslare un grande vaso di maiolica che, a giudicare dal sussiego e dalla cautela coi quali ne afferravano le quattro maniglie, era facile immaginare non solo il contenuto ma l’autore. E poiché nessuno lo aveva mai visto di persona era naturale che i curiosi si impegnassero in ipotesi sulla sua complessione fisica, basandosi sull’unico dato, tutto sommato attendibile, fornito dal calcolo giornaliero di quelle secrezioni liquide e solide. I più ottimisti propendevano per un uomo di robusta corporatura, capace di fare da contenitore di solenni abbuffate e bevute, confermate anche dall’ispessirsi del fumo che usciva dai camini della casa, uno sopratutto, quello del forno, dal quale si sprigionava una varietà di odori e di aromi dai quali era possibile distinguere le carni bianche dei volatili da cortile da quelle della cacciagione e le carni degli agnelli e dei maialetti da quelle vaccine. Fermenti  292


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C’era però chi sosteneva che non solo corporatura e peso sono indifferenti rispetto all’appetito, ma che la stessa ritenzione o secrezione dei cibi e dei liquid ingeriti é indipendente rispetto alla loro quantità. Tanto più che il paese annoverava fra le sue glorie quella di Cacafine, che pur essendo magro come un verme e di bassa statura aveva sgominato per anni tutti gli avversari nella sagra annuale che vedeva riuniti a turno nei paesi del circondario i concorrenti della gara dei “Caccapiù”, che consisteva nel cacare più di quanto si era mangiato, cosa facile da accertare in quanto il regolamento imponeva di pesare il concorrente prima e dopo l’abbuffata. Quanto alla vita che si svolgeva all’interno della casa, le notizie erano ancora più scarse e il silenzio delle servette così ermetico che tutto era lasciato all’immaginazione. Le ragazze si schermivano e ammicavano, dicevano e non dicevano, ridacchiavano e facevano mosse e scondinzolamenti che potevano significare tutto e niente. I paesani che s’interrogavano e facevano ipotesi, ma non riuscivano a immaginare niente di concreto. Certo non era credibile, dicevano, che dopo un viaggio così lungo e solitario il riposo e il mangiare variato non suscitassero anche altri appetiti e che, date le circostanze, non ci fosse modo di soddisfarli in una casa piena di donne. C’era il precedente che se pur risaliva a qualche anno addietro non poteva non contare, anche a giudicare dal fatto che le uniche persone in grado di animare la casa sembravano proprio quelle ragazzette vispe e maliziose che mattina e sera uscivano dal portone reggendo un paio di grandi vasi. I più giovani le avevano seguite fino alla fontana dove i vasi venivano accuratamente lavati e, tra una spinta e un’altra, una mano all’altezza del seno e un’altra sulle chiappe, avevano preteso rivelazioni e confidenze provocando niente più che una battaglia a getti d’acqua di fonte, corse e rincorse fin quasi sulla soglia di casa. Che l’ospite trascorresse gran parte delle giornate nel grande letto della sala delle alcove, che era il cuore stesso della casa, sembrava incontestabile, meno chiaro era con chi trascorresse tutte quelle ore, dal momento che sembrava improbabile che l’anziano lupo avesse perso il vizio, non avendo ancora perso il pelo. I più audaci che avevano osato spingersi nel cuore della notte fino al portone d’ingresso, avevano raccontato di aver sentito nella casa apparentemente immersa nel sonno rumore di passi, grida soffocate, sospiri, spasimi, risate e persino canti in una lingua fatta di suoni aspri e indecifrabili, prova inconfutabile che la casa era viva e ben viva. Uno dei curiosi giurava che quando si sentono rumori come quelli, non c’è da dubitare. Qualcuno scorrazzava per la casa lasciando libero sfogo ai suoi appetiti. Difficile, diceva, che porti i pantaloni. Lo ascoltavano sbalorditi prima di riaccostare l’orecchio al portone o di cercare di infilare lo sguardo fra le assicelle delle persiane. Il mistero regnava anche sulle anziane signorine delle quali era nota la severità arcigna e la totale dedizione alle regole della morale più conformista.Una cosa era certa: dal giorno dell’arrivo di quello strano fratello nessuno le aveva più viste, Fermenti  293


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neanche alla prima messa, quella delle cinque del mattino, alla quale non erano mancate una sola volta in tutti quegli anni. Nemmeno al tempo della prima visita, come ricordavano i più attenti. Fra le tante congetture, la più credibile era che non intendessero lasciare neanche per una messa il fratello solo nella casa così piena di femmine. Non si poteva dar loro torto. E il movimento di servette dentro e fuori della casa, l’unico registrato dagli occhiuti osservatori del paese, sembrava confermare il sospetto. Quanto ai cocchieri e agli stallieri che nessuno aveva visto nei giorni successivi all’arrivo, in quanto legittimamente impegnati a smaltire la stanchezza accumulata nelle settimane di cavalcata attraverso mezza Europa, erano ormai diventati l’attrazione fissa per i ragazzi e gli sfaccendati del paese. Che si affollavano davanti alla porta carraia in attesa che a una certa ora della mattina l’enorme portone si aprisse cigolando sui cardini e mostrando la grande tettoia sotto la quale troneggiava la carrozza intorno alla quale cocchieri e palafrenieri si davano da fare per lustrarne il nero dell’abitacolo, ingrassare i finimenti dei quattro cavalli e dei mozzi delle ruote e far brillare gli ottoni dei fanali, delle maniglie e dei bauli dell’imperiale. Gli uomini erano quattro e ubbidivano a una specie di gigante alto e corpulento, con grandi baffoni all’insù e una barbetta che dalle tempie scendeva in una folta riga arricciata a incorniciare tutto un largo faccione rubicondo sul quale si affacciavano due occhi tondi, maliziosi e ammiccanti circondati da larghe borse color vinacce spento, segnale di assidue frequentazioni alcoliche, confermate dai grandi bicchieri di birra che uno dei giovani palafrenieri gli porgeva a intervalli quasi regolari. Bevevano tutti al centro del cortile, con le lunghe gambe divaricate che reggevano ventri pronunciati e manifestando la loro soddisfazione con ruti sonori come schiocchi, che suscitavano i commenti ammirati della piccola folla di ragazzi e di sfaccendati. I due stallieri accudivano ai quattro cavalli neri dai garretti forti e dagli zoccoli neri anch’essi lucidati ogni mattina e dalle groppe tonde e maestose accuratamente strigliate. Li lisciavano e li accarezzavano mentre le groppe s’increspavano per uno strano piacere, che faceva loro aprire le labbra carnose e socchiudere gli occhi in una sorta di languore. Lo spettacolo continuava dopo l’abbeverata, quando i cavalli venivano condotti sullo spiazzo davanti alla porta carraia e a turno i due stallieri al centro con una mano tenevano le quattro corde legate alla cavezza, con l’altra una frusta corta, ai cui schiocchi i quattro quadruopedi passavano dal passo all’ambio al trotto alla corsa o si sollevavano sui garretti, agitando a lungo nell’aria le zampe anteriori o scalciando con le posteriorri. Era uno strano balletto nel corso del quale i cavalli si riscaldavano, mimavano la corsa mentre dal manto nero si sollevavano un aspro odore quasi ferino e densi vapori che sostavano compatti come una nuvola sulle teste degli stallieri. Era quello il momento in cui il cocchiere si installava al centro con tutta la sua mole, i suoi baffi, i suoi stivali, la folta riga arricciata della sua barbetta e sostituenFermenti  294


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dosi agli stallieri, comandava ai quattro cavalli fumanti una serie di movimenti delle teste, dei garretti, delle criniere, delle code, del corpo intero degne del gran finale di un circo equestre. Non usava la frusta ma le labbra, lanciava schiocchi, sibili, esclamazioni accompagnandoli coi passi di un balletto che finiva per travolgere il pubblico che gli batteva le mani e al quale rispondeva con goffi inchini da orso bruno. Le giornate erano già lunghe e assolate e per molte ore del giorno il paese affondava in una luce bianca e polverosa che stancava la vista ed era la meno propizia per gli avvistamenti. Nel cortile della casa, che era l’unico luogo osservabile anche se da una distanza notevole, non compariva quasi mai nessuno, le corde erano sempre cariche di panni stesi ad asciugare, fra i quali era facile riconoscere i pantoloni rinforzati di cuoio dei cocchieri e dei palafrenieri e le lunghe palandrane nere dell’ospite e solo un’improvvisa agitazione dei volatili indicava che qualcuno tentava di acchiapparli per metterli in pentola. C’era anche un certo movimento di servette che tiravano su l’acqua dal pozzo o vi facevano sprofondare cestini colmi di frutta. E solo verso sera, in cima alla scala che portava alla porta carraia sembrava di scorgere le sagome dei quattro robusti stranieri. Nessuna traccia, invece, né dell’ospite né delle sue sorelle. Se ne parlava in tutte le case e in tutte le bettole. Al centro del paese la casa sembrava il dado non giocato di una parita che doveva ancora incominciare. In chiesa, le sedie delle due signorine continuavano a rimanere deserte con grave danno per il sacchetto delle elemosine. – Pazienza, diceva il Pievano. Ci vuole pazienza. La Provvidenza sa quello che fa e i pettegolezzi non servono a niente. Siamo in carnevale e ogni scherzo vale Fu deciso di organizzare un comitato per seguire le cose da vicino e per tutte le ventiquattrore. Sugli alberi prossimi alla casa furono piazzati degli osservatori capaci di riferire i movimenti che si svolgevano al suo interno. Furono mobilitati i ragazzi più agili e altri che dovevano fare la spola fra gli alberi e gli anziani del comitato, raccolti nella piazza di chiesa. Il carnevale era alla fine e il vicinato organizzava le ultime feste prima della Quaresima, che avrebbe comportato tristezza e penitenza in un paese che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Giogli, il fantoccio di paglia e stracci era pronto sul suo carretto trainato da Paulu Petta, il matto del paese al quale avevano calcato sulla testa un bucranio di cavallo che milioni vermi e di formiche avevano reso di un biancore allucinante. Era sera e le scarse fiammelle già accese nelle zucche disseminate nelle strade, sui davanzali e sulle soglie delle case facevano danzare contro le pareti bianche di calce le ombre dei bambini che saltavano come invasati sui fuochi accesi un po’ dappertutto. Davanti andava l’organetto e dietro il suonatore di trumpa, con la maschera nera sugli occhi e il volto coperto di fuliggine. E anneriti erano anche tutti gli altri mascherati e coperti di pelli, i piedi avvolti con pelli di pecora nera. I bambini batteFermenti  295


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vano senza sosta su certi barattoli o soffiavano dentro le canne bucate producendo il soffio dei guffi che la notte sbuffano dai muri. Le donne mascherate da uomin in pantaloni di sacco, correvano su e giù per Carrera Manna invocando come impazzite la morte di Giogli. Il matto del carretto si lanciò in una corsa pazza agitando il bucranio come un cavallo imbizzarrito. Colto di sorpresa il corteo si fermò un attimo, l’organetto smise di suonare e nel frastuono si perse anche il suono della trumpa, poi riprese la corsa inseguendo il matto scomparso all’angolo della strada. Attraversò la piazza volando e si precipitò nella discesa, incespicando sui ciottoli del selciato. Dietro c’era una vera folla mascherata, ma anche altri che si erano aggregati e non sapevano perché corresse tutta quella gente e anche loro insieme a tutto il paese, maschi e femmine e bambini e tutti gridavano, molti non sapevano neppure perché e si sentiva urlare di tutto. Correvano all’impazzata saltando sul selciato sconnesso, mentre il matto Paulu Petta spiccava salti anche lui e ogni tanto si vedeva il bucranio davanti a tutti come un’insegna barbarica. Dietro di lui il carretto correva saltando sul selciato dissestato e accelerò la corsa fino superare il matto. Giogli correva ormai da solo su quel trabiccolo traballante, insegiuito dalla folla davanti alla quale il bucranio ballava una danza impazzita. Alla fine della discesa, c’era la porta carraia. Travolto dalla sua stessa velocità, Giogli si staccò dal carretto e, scaraventato in avanti, s’infranse contro la porta. Con un urlo il matto gli si precipitò addosso afferrandolo. Come un ariete il bucranio e il matto si abbatterono sulla porta. La folla gli fu addosso come una valanga, poi la porta cedette alla pressione e si spalancò mentre la folla rotolava nella corte e si slanciava su per la scala che conduce al cortile superiore. Finalmente quella turba di invasati si arrestò incredula e sbalordita: sotto i melograni, l’alloro e il ficus altissimo, che superava il tetto della casa e si vedeva anche dai paesi vicini, una tavola imbandita occupava il centro del vasto cortile lastricato. Attorno, malamente rivestiti da vestaglie approssimative, e da indumenti intimi slacciati e scollacciati, sedevano il cocchiere, gli stallieri e le servette e al centro, l’ospite alto e sanguigno, avvolto in una lunga camicia dalle maniche lunghe e ricamate, mentre quella piccola folla di assatanati alzava al cielo bicchieri di vino e di birra e vigorose manate piovevano sui fianchi prosperosi delle servette. Di lato, infilato su un lungo spiedo che girava lentamente su un mucchio di carboni ardenti e fumanti, una maiale da poco sgozzato, il cui sangue ancora tiepido veniva sorseggiato da una vaschetta, unu lebreri, che passava di mano in mano. L’invasione era stata così improvvisa e inaspettata che nessuno ebbe il tempo di fuggire o di nascondersi. Solo il matto Paulu Petta ebbe l’idea folle e geniale. Strappò dal carretto il fantoccio ormai mezzo disfatto di Giogli e lo scaraventò sulla brace. Un urlo seguì alla fiammata che immediatamente si sprigionò da quell’immenso braciere, mentre la folla si avventava sulle carni appena bruciacchiate del maiale, lacerandone le parti più afferrabili. Qualcuno bevette anche del sangue ancora tiepido del lebreri. Fermenti  296


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Poi la folla riprese la sua folle corsa e uscì come un uragano che si allontana, attraversando l’intera casa e violando per la prima volta il segreto del portone che da su Carrera Manna. Molti anni dopo gli ultimi superstiti raccontavano in modi diversi quella folle serata. Ma una cosa era certa. All’alba fredda e nebbiosa del giorno seguente, la carrozza nera trainata dai quattro cavalli, l’alto e baffuto cocchiere alla guida e i palafrenieri sul retro aggrappati alle apposite maniglie, uscì a passi lenti dalla porta carraia, svoltò per il vicolo di chiesa per poi slanciarsi al galoppo in Carera manna sollevando nuvole di polvere ancora umida e scomparire all’orizzonte con la rapidità di un fulmine che si schianta oltre la collina. Alla messa delle cinque, le due orelle occupavano compunte le loro sedie presso la cappella di Santa Nastasia, il rosario fra le mani, le labbra tremule e vergini, pronte al bacio castissimo dell’Eucarestia. Il Pievano indossava i paramenti verdi e oro sulla cotta bianchissima. La campanella suonò tre volte, mentre con le spalle verso i fedeli recitava con la sua voce untuosa di sempre: Introibo ad altare Dei! Ignazio Delogu

La centesima luna di Elisa Stefania Tropea

Quasi un madrigale di Pasquale Totaro-Ziella

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L’isola

NARRATIVA

di Antonella Calzolari L’isola è lontana da tutto. Certamente non è un luogo da visitatori. Ciò non toglie che spesso, nella stagione estiva, la vita in quel lembo ciottoloso di terra sia vivacizzata dall’irruzione di turisti, solitamente però facenti parte di quel genere di persone che nei confronti dei luoghi con cui vengono a contatto si comportano come si comporterebbero visitando una bella villa di qualche conoscente: consci che quel posto bellissimo li accoglie magnificamente, ma che esso conserverà immutata la sua vita dopo il loro passaggio. MATTINA: La porta d’ingresso è ariosa, quasi interamente composta di vetrate, proprio come mi piace; gli infissi bianchi trasmettono ovunque il nitore rifratto dal sole caldo ma morbido, il quale sembra ancora più carezzevole se ci si affaccia dal balcone che sporge pur restando all’interno dello spazioso patio, da cui per prima cosa si vede, stagliato sul prato, l’albero giallo di fiori che sembrano granulari. Lo sguardo perde la sua consistenza, la sua fisicità, scompare mentre si fissa al cielo azzurro di aprile. Gli occhi diventano cielo e attraverso le loro fessure il cielo invade il corpo, travasa in esso. Iris si era svegliata più presto del solito quella mattina perché il fatto di essere libera, in vacanza, senza orari, le dava una piacevole ansia. A dire il vero si era alzata anche spinta dal desiderio di una buona colazione. Con gli occhi semichiusi per difendersi dal sole già forte, aveva preparato un caffè e, mentre rovistava nella scatola dei biscotti, respirava profondamente l’aria tiepida e pura. Seduta sui gradini esterni della casa gustava una tranquillità priva di apatia. (Gustare ha un valore molto intenso; nel momento in cui posso affermare di gustare qualcosa, significa che mi sono appropriata di essa in un momento in cui ero disponibile a farlo, per cui ho la massima potenzialità di vivere una verità). Ad Iris piaceva stare nella massima concentrazione per cercare di udire il mare, abbastanza lontano da lì. Sebbene infatti esso fosse distante rispetto alla casa, dalla costa si trasmettevano, a volte, come spezzoni del rumore delle onde. Da bambine Iris e Pamela facevano un gioco: attente ad avvertire i rumori provenienti dal mare, gareggiavano a chi riusciva ad esprimere a parole un intero desiderio prima che il rumore svanisse. Iris ricordava, ed era un ricordo molto dolce, che spesso in quei momenti desiderava poter possedere una barca tutta sua, dove avrebbe anche potuto vivere. La cosa più affascinante era allora perdere la cognizione del tempo e dell’essere e avvertire la sensazione di far parte del mare. Persino la sensazione dell’acqua che lambisce i piedi, passeggiando sulla riva, Fermenti  298


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era captata da Iris come qualcosa che avveniva per lei. Sentiva il desiderio di gridare e di ringraziare Dio che le creava intorno l’infinito. Per la stessa ragione le sembrava che l’isola avesse bisogno di lei. Quel posto era vivo, mutevole: l’isola era una buona amica. La sua personalità si trasmetteva a chi come Iris si dedicava ad osservare i ritmi scanditi dell’infrangersi del mare tutto intorno. Seduta sui gradini d’ingresso, ad Iris venne voglia di organizzare una festa per quella sera. Avrebbe preparato tutto la mattina stessa mentre gli altri erano fuori in barca e sul tardi li avrebbe trascinati in una passeggiata alla cala, dove sarebbero state nascoste le vivande e tutto il necessario. Se c’era una cosa che le piaceva immensamente era macchinare ed immaginare situazioni, di cui prevedeva e prendeva in considerazione le possibilità più varie, smontando e rimontando i pezzi di questo lungo pensiero fino ad abbandonarlo una volta divenuto troppo concreto. Per questa sua predisposizione all’evadere mentalmente Iris trovava abbastanza difficile definire i confini tra pensiero, immaginazione, sogno e realtà. Il suo desiderio sarebbe stato quello di veder combaciare tutte queste cose, ma ciò accadeva soltanto quando si abbandonava al ritmo dell’isola. Ricordava di aver sognato una volta che l’isola era lei stessa e stranamente nel sonno si chiedeva come mai non avvertisse fisicamente la sensazione di vivere in un corpo non umano, fatto di mare. Ecco, le sembrava di far parte dell’acqua, pur continuando ad avere coscienza e memoria. In realtà questo sogno non le era piaciuto gran che; più che altro l’aveva turbata e confusa, lasciandole una sensazione tanto surreale quanto precisa e nitida. MATTINA: Si sta facendo tardi e la cosa più bella è che espressioni come questa sull’isola non abbiano significato. Tardi rispetto a che cosa, a quando, per che cosa? Non c’è una risposta soddisfacente per una domanda che presuppone la considerazione di un tempo fatto di un seguito di prima e di poi; quando invece si tratta del tempo “vero”, in un connubio eterno con lo spazio, estensibile, che da un grumo denso può trasformarsi in una pellicola rada e ricamata. Quando Iris si stancò di “fare tardi”, si dedicò alla cura personale e quindi decise di andare a vedere se c’era ancora qualche pescatore che indugiava sulla riva accanto alla propria paranza. Il primo piacere era osservare come quei pescatori fossero tutt’uno con la propria pesca, per cui quello per loro non sembrava essere un mestiere ma l’accezione fondamentale della loro esistenza. Secondariamente (non perché per Iris le cose concrete contassero meno di quelle astratte, ma perché non riusciva ad amare niente di concreto che dapprima non le suscitasse una piacevole sensazione astratta) le sarebbe piaciuto procurare un po’ di buon pesce per la festa di quella sera. Fermenti  299


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Mentre si dirigeva alla spiaggia scorse da lontano “il nonno” che, seduto su un ciocco di legno, fissava il mare fumando. Da sempre Iris aveva chiamato quell’uomo che non conosceva il “nonno” e mai però le era passato per la mente di avvicinarsi a lui e rivolgergli la parola. Ricordava di alcune volte quando, da piccola, “il nonno” le sorrideva da lontano e ad Iris sembrava come se loro due si conoscessero da sempre. Era dal “nonno” che Iris aveva imparato il senso dell’amicizia ed ora avrebbe voluto andare accanto a lui e ringraziarlo. Si affrettò verso la riva ma, giunta ad una certa distanza dall’uomo, egli si alzò e si diresse verso un gruppo di pescatori poco lontano. Iris fu lieta che il caso avesse voluto così. Quella mattina l’acqua era piuttosto fresca; era piacevole camminare sulla riva ma per il bagno Iris sarebbe tornata più tardi. Un pescatore aveva ancora un po’ di pesca, che Iris comprò, fiera della sorpresa che stava preparando. Quindi si sedette sulla sabbia ad ascoltare il rumore del mare. Quel giorno non c’era proprio nessun bagnante, quel luogo dava la sensazione di un posto dove tutto sta ancora per accadere. Così Iris si sentiva allegra ed euforica, quasi le sembrava che stando lì seduta assorbisse un po’ dell’energia emanata dall’isola. Questa volta si erano radunati nell’isola proprio tutti. Per Iris preparare quella festa significava dimostrare la sua felicità di trovarsi insieme a loro, ma anche la gioia di esprimere se stessa per se stessa, senza mezzi termini. Era una sua primaria convinzione infatti, che il modo massimamente artistico di imprimere la propria memoria sugli altri consistesse nella maniera di vivere con loro, di comportarsi, di compiere i gesti quotidiani. Sapeva con certezza che per quanto desiderasse realizzarsi nella pittura e per quanto potesse riuscire, pure, non la pittura in sé l’avrebbe individuata. Iris ripensò a quel pescatore che ogni giorno compiva gli stessi gesti semplici e notò come il contatto con quell’uomo avesse lasciato in lei una sensazione di vera poesia. Ecco allora che preparare quella festa era in parte fare dono di sé, allo stesso modo di quando dipingeva per qualcuno e sperava e credeva che la tela dipinta avrebbe per sempre contenuto il suo amore nel compiere quel gesto. Questa convinzione faceva sì che Iris riuscisse ad amare profondamente i suoi quadri. Essi le davano la possibilità di vedere materializzata la sua parte astratta. Probabilmente era per questo che raramente dipingeva l’astratto; se le capitava preferiva dipingere il mare. Avvertiva che la forza proveniente da esso persisteva oltre l’astrazione. Appena rientrata a casa si cambiò; il ritmo che quella giornata aveva preso era incalzante e non vedeva l’ora che fosse tutto pronto per la festa. Prese un asciugamano e guardò l’ora: era ancora abbastanza presto; gli altri dormivano ed anche lei a quell’ora di solito sarebbe stata ancora addormentata. Poi si accorse che c’era qualcuno in bagno. Era Henri, lo sapeva dalle pantofole che egli aveva lasciato fuori dalla porta. Pensò di preparargli un caffè che lasciò accanto alle pantofole insieme ad un biglietto. Uscì di casa piuttosto in fretta, si avviò verso la spiaggia e camminando lentamente le tornò alla memoria di un giorno d’inverno Fermenti  300


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in cui mentre Henri e lei passeggiavano era scoppiato un forte acquazzone ed una ventata aveva fatto volare via l’ombrello. Essi avevano preso a ridere di cuore e poi erano corsi a casa ad asciugarsi. Iris si sdraiò al sole e calcolò che ormai Henri doveva aver letto il messaggio e forse si stava già avviando all’appuntamento. Aveva la sensazione di poter respirare il cielo, tanto esso era limpido e le ombre stagliate in una luce intensa e colorita. L’isola è veramente bella, soltanto un aggettivo così essenziale ed in un certo senso ingenuo può in parte definire il suo aspetto. Iris ne andava fiera, come di qualcosa che dipendesse da lei. Le piaceva sentirsi responsabile della sua isola. Vide un’ombra avvicinarsi: era Henri, aveva con sé della musica acquistata da poco. La musica non stonava con l’ambiente circostante, riempiva i vuoti che si creavano ogni tanto nell’aria tersa. Loro due sapevano stare per un sacco di tempo accanto alla riva, anche in silenzio, ed Henri era l’unica persona con la quale Iris sentiva di poter dividere la sua isola. Per lei il possesso dell’isola non coincideva con la proprietà, era qualcosa di esclusivamente affettivo, ecco perché poteva considerare quel lembo di terra come una cosa viva con cui comunicare. Il sole cominciava a scottare, Henri ed Iris si fecero un cenno e si diressero nell’acqua. Dapprima Iris ebbe dei forti brividi, poi sentì che si stava dolcemente abituando alla temperatura dell’acqua. (Ora non sarebbe giusto e non voglio descrivere le sensazioni da essi vissute, non ne sarei capace, ma posso raccontare: “Quando, mare mi versi addosso la tua acqua bruciante per il sale, quando mi avvolgi come un velo che si tesse nei tuoi fondali, vengo trasformata in un’onda che percorre la tua distesa fino all’orizzonte e poi ritorna nel sole”.) Il sole era alto ed illuminava l’acqua, cristallina e fragrante; Iris non volle aspettare di asciugarsi sulla riva, come al solito, disse ad Henri che doveva fare alcune Fermenti  301


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spese e lo salutò in fretta per non dargli il tempo di fare domande e di offrirsi di accompagnarla. Durante il percorso per tornare a casa prese a riordinare le idee riguardo a ciò che c’era ancora da preparare per la sera. Per fortuna erano già tutti fuori, Iris era al lavoro da circa un’ora quando udì alcuni passi lenti avvicinarsi alla casa. Il primo pensiero fu quello di approntare rapidamente una buona scusa che giustificasse il suo solitario comportamento di quella mattina, poi avvertì che chi si stava dirigendo lì non doveva essere qualcuno di sua conoscenza. (È strano ma a volte anticipiamo gli avvenimenti tramite sensazioni impercettibili che ce ne danno alcuni connotati specifici.) Iris andò alla finestra e vide avvicinarsi una coppia di turisti; in pochi secondi fece diverse supposizioni, poi pensò che i due si fossero smarriti. L’isola, eccettuato un piccolo centro, è, pur considerate le sue modeste dimensioni, un luogo dove il paesaggio naturale è rimasto pressoché intatto. Per questo motivo non è difficile che chi è nuovo del posto si disorienti. Iris, che non aveva un buon senso dell’orientamento, ricordava di avere da sempre come punto di riferimento costante una collina molto alta la cui forma rassomigliava, secondo lei, ad un uccello o forse ad una campana. Su questa strana rassomiglianza Iris aveva avuto spesso da polemizzare, perché nessuno riteneva che la collina avesse una fisionomia definita e ritenevano che fosse lei a voler vedere ciò che in realtà non esisteva che nella sua immaginazione. Effettivamente ad Iris piaceva moltissimo, anzi per lei era quasi un bisogno, rendere familiari le cose dando loro una personale classificazione che le nasceva spontanea ed immediata alla prima vista. Questo modo di fare si confaceva al suo desiderio di vedersi correlata all’ambiente circostante. I due turisti giunsero alla porta di casa, poi, accortisi che Iris si sporgeva dalla finestra sul patio, evitarono di suonare e le chiesero se la casa fosse in vendita. Iris rispose ansiosamente di no e si affrettò a congedarli, quasi infantilmente assalita da una astratta paura di essere separata da quel posto. Il sole brillava alto e bruciante, era passato da un po’ il mezzogiorno e, caricate tutte le vettovaglie sulla macchina, Iris si diresse verso la cala. Durante il tragitto si accorse di essere finalmente spensierata, il che non significava, ovviamente, che la sua mente fosse sgombra di pensieri e di immagini, ma che questi non potessero prendere il sopravvento sulla sua volontà di godere di quei momenti interamente proiettata verso l’esterno. L’aria calda che le sbatteva contro il viso, conduceva dentro di lei il mondo esterno, che trovava una coincidenza assoluta con le sue sensazioni interne vissute allora. Giunta alla cala, scaricò tutto e da ultima la legna da ardere che nascose insieme al resto in un grotticella abbastanza vicina alla riva ma molto addentrata nella roccia. Nel compiere questa semplice operazione ripensò in un attimo a quante volte fin Fermenti  302


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da piccola si era servita di quel nascondiglio. Si accovacciò vicino all’acqua e cercò di spingere lo sguardo più lontano che potesse. Così vide la sua anima, vide chiaramente dentro se stessa, mentre protagonisti e gesti della sua vita le si affollavano davanti agli occhi dandole un senso di completezza. Allora si lasciò cullare da una dolce sensazione di felicità che la riempiva e le dava una strana energia quanto più essa si abbandonava al ritmo dell’isola. E di nuovo sentì di appartenere alla sua isola come l’isola diveniva tutt’uno con lei. Il mare era come di cristallo, una superficie chiara e risplendente disposta intorno alla terra come una morbida cintura di protezione. Allo stesso tempo tenendo gli occhi fissi all’orizzonte, senza frantumare quello sguardo, il confine del mare scompariva ed Iris immaginava che oltre l’orizzonte si estendesse all’infinito ancora e dappertutto il mare e che tutta la Terra consistesse in quella sua isola che rispondeva come un essere vivente al richiamo del mare. Guardando lontano vedeva i suoi sogni, i suoi giochi, provava sulla pelle il calore delle coccole ricevute da bambina, quello sguardo insistente stimolava il suo desiderio di ricerca e trovava che il punto di partenza della sua ricerca era quel posto, l’isola, la quale la conteneva come lei conteneva in sé il mondo che le si parava davanti riflesso nel mare. Iris era certa che questa fosse la vera libertà, la coscienza di sé, della propria essenza e della propria esistenza, della capacità di essere felici vivendo in osmosi con la felicità altrui. Si distese sulla sabbia come a volersi confondere con la sua isola, poi si alzò e corse alla macchina per andare a chiamare gli amici: il sole era già sulla via del tramonto e la festa poteva cominciare Antonella Calzolari

Voglio raccontarti…

di Antonella Calzolari Fermenti, pagg. 90, € 10,00

“Voglio raccontarti di qualcosa che certamente ti sembrerà strana se cerchi di capirla, perciò ti chiedo soltanto di ascoltarla e immaginarla. Se ti va di entrare in un mondo fantastico, dove i fiori camminano, le nuvole si arrabbiano ed esiste il paese dei castelli in aria, prova a leggere queste pagine e lasciati trasportare nell’arcobaleno delle sue immagini.”

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Inaspettata notte di mezza estate

Ci sono vere ingiustizie nella vita, a volte così grandi da sembrare impossibili a noi ragazzi, ma comunque ingiustizie vere e proprie. E la più grande di tutte è capitata a me! Valentina Valle, quindici anni appena compiuti, un apparecchio per i denti levato con gioia il mese scorso e un grande sogno nel cassetto: passare una vacanza con i miei più cari amici fuori dalla solita località balneare dove mi trascinano i miei ogni santissima estate. E quest’anno mi era anche capitata l’occasione. Le mie migliori amiche Fra, Leti e Domi sono partite per una sorta di college in Inghilterra per tre settimane, Assia Papp da sole, senza genitori e rotture di palle, senza studio o altro (e non provate a dire che in quei college si studia, chè non ci crede nessuno!). E io invece? Io invece no! Ho provato a convincere i miei in ogni modo, ho provato ogni tattica, ma niente, non c’è stato proprio niente da fare. La loro risposta è passata da un – Forse – tanto per non deludermi subito ad un deciso – Sei troppo piccola! E poi…dopo quello che hai combinato! –. E che cosa avrò mai potuto fare! Allora, spieghiamo: ho preso solo il debito in tre materie (latino, storia e inglese) rischiando la bocciatura, ma sono cose che se non capitano a quindici anni quando possono capitare? Bè la risposta di mia madre è stata: – Non devono proprio capitare, Valentina! –. Uffa, insomma eccomi qua. Da circa un mese mi aggiro in maniera più o meno sconsolata per Capri. Sì lo so che tutti pensano che a Capri è impossibile annoiarsi perché come posto, certo, non gli si può proprio dire niente, però… L’unica cosa positiva è che ho ritrovato il mio vecchio gruppo di amici, conosciuti due anni fa per caso nella piazzetta. Erano seduti al bar, un gruppo già formato, formato da anni, ed è stato tutto così semplice, però. –  Scommetto che di Capri non conoscete niente, vero signorina!? – mi si è avvicinato un ragazzo. –  Andrea, evita di provarci anche con chi non conosci! – lo ha ripreso Flavia, quella che poi è diventata una mia carissima amica. Fatto sta che mi sono seduta con loro e giorno dopo giorno siamo diventati inseparabili. E ora, loro, qui a Capri sono la mia unica salvezza. Ho promesso alle mie amiche di chiamarle ogni tanto, ma il solo pensiero di saperle in Inghilterra a divertirsi tra shopping e altre scemate mi manda in bestia. Lo Fermenti  304

NARRATIVA

NARRATIVA

di Assia Papp


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so che dovrei essere contenta per loro, ma in fondo non ci riesco. Qui non si fa mai niente di nuovo. Mattina: sveglia, incontro con gli altri, mare, pranzo. Pomeriggio: siesta (compiti o dormitina sul letto), spiaggia, bagno al tramonto (quando ci va bene), cena. Sera: se mia madre non ha da sbraitare per lo studio esco, piazzetta con gli amici e, nelle nostre serate trasgressive, passeggiata fino alla spiaggia e falò. Tre mesi di seguito di questa palla e, fidatevi, dopo un po’ anche voi odierete Capri. –  C’è Flavia giù che ti aspetta, già da un po’ – mia madre, quella sorta di megera che mi ha messo al mondo, entra in camera senza neanche bussare. Proprio nel momento in cui ho aperto il libro di storia per ripassare per la milionesima volta lo stesso pezzo di programma. Ma ormai anche lei ha capito che è inutile chiudermi in casa a studiare, tanto non ci riuscirei sapendo di avere qualcosa di meglio da fare. Afferro al volo la borsa da mare e, tanto per fare scena, ci ficco dentro I confini della Storia, che non aprirò più per tutto il resto del pomeriggio. –  Io esco. A stasera – e mi fiondo dalla porta verso la solita maledetta, ma in fondo non tragica, routine. –  Su, su. Muoviti, dai che se ce la facciamo ci imbuchiamo nella piscina della Capri alta, e poi giù a fare il bagno al tramonto –. Ormai con Flavia non serve neanche salutarsi perchè anche i “Ciao” sembrano superflui. Abbiamo finito per conoscerci davvero troppo bene. Non ci si saluta, non ci si danno baci all’incontro o quando ci si separa, perchè noi siamo andate già oltre, il bene che ci vogliamo non ce lo dimostriamo con queste inutili banalità. Ci mettiamo a correre su per la salita che porta da casa mia alla piazzetta. La piscina appartiene ad una villa, ma la cosa figa e che non si sa a chi questa appartenga. Ogni tanto ci viene qualcuno, ma poi se ne va, lasciando il solito domestico silenzioso che ogni santo giorno pulisce la piscina, e ce la lascia a sua insaputa bella, piatta e profumata. –  Alla buon’ora! – Andrea, solito Andrea, diretto e schietto. – Eh ma questa ci mette i secoli prima di scendere! –. –  Ragazzi, lo sapete che devo studiare, già mi è saltata Londra! – sbuffo, mentre ci incamminiamo su per la salita. –  Stai sempre a menarcela con questa storia! S’è capito che non ti andiamo bene, ma non ricordarcelo ogni trenta secondi. Alla quattrocentoventicinquesima volta potremmo anche offenderci –. Gianluca invece è il solito che si offende per tutto. Ma in fondo, insieme ad Andrea, è l’anima del gruppo. E poi ci sono tutti gli altri che camminano dietro di noi su per la salita, le ragazze con le borse colorate in mano, i ragazzi con i teli ben ripiegati sulla spalla: Vittoria, Giulia, Antonio ed Erik. Tutti accomunati dallo stesso destino di vacanza, con case appartenute ai genitori dei genitori dei genitori. Insomma reliquie sacre. Tranne Antonio che è nato, cresce e vuole morire qui a Capri. Buttarsi nell’acqua, dopo aver accuratamente scavalcato il cancello senza farsi Fermenti  305


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beccare dal domestico, non ha molto senso perché la piscina dà sul panorama bellissimo del mare caprese e nuotare in quest’acqua “finta” con davanti quello splendore è umiliante. Ahah! Giochiamo alla lotta dei gitani, uno sulle spalle di un altro, ci buttiamo in acqua a vicenda ma, non contenti della sconfitta, ci riproviamo ancora più motivati. Penso che se ci vedesse qualcuno direbbe che non abbiamo tra i quattordici e i diciassette anni ma molto, molto meno. –  Ma allora siete voiiii! – il domestico spunta furtivamente da dietro le siepi. Ma che cavolo, così affogo! Cadiamo tutti dalle spalle degli altri. –  Allora siete voi che due o tre volte a settimana venite qua! – e mentre lo dice alza una specie di rastrello che s’è portato dietro. Ma è scemo? Sembra una sorta di diavolo, con il forcone, il naso arcigno e quella maledetta risata demoniaca. Usciamo subito dall’acqua mentre il domestico inizia a rincorrere Erik e Antonio con il forcone sguainato. Mi avvolgo nel telo in un battibaleno e, scivolando nelle ciabatte bagnate, sgattaiolo fuori dal giardino, seguita e preceduta dagli altri. Facciamo una corsa senza fiato fino a tornare giù perché il domestico, contento di averci spaventato (o almeno questo è ciò che crede), ha rinunciato all’inseguimento, forse anche a causa di quella quarantina di anni a gamba che si porta dietro, ma vabbè, lasciamo stare. Ancora senza fiato, Flavia propone: –  Giretto per l’isola e poi bagno al tramonto? –. Sbiascichiamo un “sì” affannato e ci incamminiamo per la discesa. –  Ragazzi io però non posso rimanere fino alle sei, devo tornare a casa, che palle! – sbuffa Andrea mentre, non so per quale strano motivo, scende i gradini saltando. –  Perché? – chiedo sistemandomi il pareo intorno alla vita ancora bagnata. –  Ma che ne so, quel rompipalle di mio cugino, mamma l’ha invitato a stare qui con me una o due settimane. Quanto non lo sopporto, sedici anni sprecati! –. La conversazione cade là, anche perché non è di grande interesse per nessuno di noi. Facciamo circa due orette di giri per Capri, “l’isola dell’amore”, come la chiama Antonio, anche se mai ci ha creduto e mai ci crederà. Verso le sei, sei e mezza, quando la metà del cerchio arancione si specchia sul mare più blu che esista, scendiamo in spiaggia. Non c’è nessuno, è strano lo so, dovrebbe essere ancora tutto molto popolato. E invece no, qui quest’ora è il tempo del riposo, il tempo delle nonne che a casa iniziano a cucinare. Non c’è nessuno, è tutto tranquillissimo. Stendiamo i teli per terra e ci fiondiamo nell’acqua. Mi tuffo subito, mi immergo tutta, bagno anche i capelli, nuoto un po’ a rana e mi sgranchisco le gambe. Qui l’acqua ha un sapore puro, diverso, è salata, ma non brucia gli occhi, è tutto così magico, così bello. Con il sole al tramonto mi dimentico di tutto, delle mie amiche in giro per Londra, dei debiti a scuola da recuperare, di tutti i casini che ho lasciato in città. Qui è tutto diverso. Fermenti  306


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Andrea cerca di affogarmi, poi, non si sa come, riesce a lanciarmi a Gianluca. Divento una sorta di palla che si lanciano, ma quando mi deve afferrare Giulia lei fa finta di niente e si immerge totalmente, facendomi volare in acqua, dove il fondo è molto basso, e do una sederata bestiale. –  Cazzo Giulia, però. Mi sono fatta male – dico riemergendo. –  Bè, te lo meriti, troia! – dice ed esce dall’acqua correndo. Guardo stupita tutti gli altri. Gianluca, Erik, Antonio e Andrea sono a metà tra lo scoppiare a ridere e la faccia da stupito – stupido. Vittoria sta zitta e guarda l’acqua, Flavia guarda me. –  Mi spiegate che è successo? – chiedo stupefatta, ma indirizzo la domanda prevalentemente verso Vittoria, che di Giulia sa sempre tutto. –  Ehm… – sapete come nei film? Ecco, arriva l’attrezzo che spiana la spiaggia, che interrompe tutte le nostre conversazioni e ci costringe ad uscire, sbuffanti, dall’acqua. Ci salutiamo, dandoci appuntamento per il dopo cena, su nella piazzetta, dove ci siederemo al bar, ordineremo otto Coca Cola, e staremo là fino alle undici (orario fuori di testa per noi), sebbene questa sia l’isola più nottambula d’Italia! A cena mangio da schifo, spiccico due parole con mamma e papà, mi ingozzo con tutto ciò che c’è a tavola, mangiando in fretta e masticando veloce, ma il mio pensiero torna sempre alle parole di Giulia: – Bè te lo meriti, troia! – e adesso che cosa ho fatto? Solitamente mi rendo conto dei miei errori, se è il caso chiedo scusa, ma così non capisco niente e mi rifiuto di andarmi a scusare non sapendo neanche cosa ho fatto, dai. Appena finito di mangiare, nonostante gli – Studia, piuttosto! – di mia madre, esco e mi vedo in piazzetta con gli altri. C’è anche Giulia, quindi ne approfitto per cercare di chiarire la situazione. –  Giulia, se mi spieghi come te ne sei uscita oggi… – inizio. Ma subito mi blocca, come immaginavo – Senti non fare finta di niente che è inutile, ci fai una figura migliore –. Ok, qua le cose stanno degenerando e quindi sbotto anche io: –  Ma di che cazzo stai parlando? –. –  Fai pure finta di non sapere niente, fai finta va! – si mette ad urlare mentre tutti i capresi la guardano male. La piazzetta è piena, bambini, ragazzi, adulti, tutti che la guardano accigliati. Guardo gli altri in cerca di un aiuto, ma tutti sembrano più disorientati di me, tranne Vittoria –  Vittoria, almeno tu, vuoi spiegarmi? –. LASCIALA STARE! – esplode Giulia – lo sapevi benissimo. Sapevi benissimo che mi piace Erik! – e, dopo averlo guardato, scappa piangendo verso la spiaggia. –  È convinta che voi stiate insieme, segretamente – conclude Vittoria. –  Ragazzi ma stiamo scherzando?? – sbotto – che è sta storia? –. Ma neanche aspetto la risposta, seguo subito Giulia in spiaggia. Voglio farmi spiegare da lei, questa storia va chiarita di persona. Fermenti  307


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Per poco non inciampo, correndo per le scale. Maledette ballerine che mi sono messa! Finalmente la raggiungo. –  Giu’, che cavolo dici? –. –  Ma te ne vai, per favore? –. –  Guarda che non c’è davvero niente, stai parlando di una cosa che non esiste. Te ne rendi conto? –. Rimaniamo a parlare di tutto e di niente, urlando, gesticolando, per almeno una mezzora finchè lei se ne va, confusa, indecisa se credermi o no. Decido di farmi una passeggiata sulla spiaggia, fa caldo, anche se è sera. Il mare è calmo, immergo la mano, non è caldissimo, ma non è male. Si vedono le luci delle barche del porto, ci sono traghetti all’oriz… –  Ma porca miseria, che è? –. Inciampo in un tronco e volo per terra, sulla sabbia. Ma ti pare che si lasciano i tronchi così, sul bagnasciuga? –  Oh scusa, che ti sei fatta male? –. Urlo e zompo per aria. – Ma chi sei? –. Solo ora mi rendo conto che non è un tronco, ma la gamba di una persona, anzi di un ragazzo per la precisione; e ora che lo guardo meglio non è un ragazzo normale, no, è un gran figo. Non c’è luce, l’immagine non è chiara, ma si vede che ha un maglioncino azzurro e si vede benissimo che è moro. Si vede benissimo anche che è figo. –  Scusa, mi sa che ti ho fatto inciampare, però certo non immaginavo che potesse passare qualcuno di qua a quest’ora! –. –  La spiaggia di Capri, di notte, è la più frequentata tra falò e bagni di mezzanotte – dico, ma mi sa che questo a Capri non c’è mai venuto. –  Però, a guardarci intorno, mi sa che stasera ci stiamo solo io e te – sorride. Sono ancora totalmente confusa dalla litigata immotivata con Giulia e quindi rispondo solo con un –  Ehm, sì –. –  Se vuoi sederti qui, tanto io ero immerso nei miei pensieri, e anche tu, considerato il volo che hai fatto –. Ma sì, chissene frega. Di sopra non mi va di tornare, troppe domande, e poi non riuscirei a stare tranquilla. Mi siedo. –  Valentina – e gli tendo la mano. –  Piacere –. Complimenti, veramente loquace, e poi il nome me lo potresti anche dire! Passano cinque lunghissimi minuti di silenzio quando ad un certo punto si alza e, mentre penso che se ne voglia andare, mi fa – Ti andrebbe di fare due passi? –. Colta alla sprovvista mi alzo di scatto – Va bene –. Vale, in fondo non hai niente da perdere. Iniziamo a camminare sul bagnasciuga. –  Come mai stavi là sdraiato? – chiedo per rompere il silenzio. –  Te l’ho detto. Stavo pensando –. Fermenti  308


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–  Bè, devono essere stati pensieri piuttosto importanti per renderti così assorto da non accorgerti che sarei volata sulla sabbia! –. –  Bè, anche i tuoi, mi pare, visto che non guardavi neanche dove mettevi i piedi! –. Ricomincio a sorridere e capisco che anche rispondere sarebbe una perdita di tempo. Bah, forse anche rimanere a parlare qua, con questo tipo, è una grandissima perdita di tempo. –  Vedi quel traghetto? – mi indica – ecco, da bambino sognavo di poterne comandare uno e di portarlo fino in capo al mondo –. Ma questo è matto! Ora si mette pure a raccontare la sua vita? Sento la vibrazione del cellulare. Guardo il display Gianluca is calling. Non rispondo, in fondo qui, con questo tizio, non sto per niente male. –  Che belle le stelle, stasera! – dico guardando il cielo. Mi guarda. Lo guardo. Ma in che diamine di film sono finita? Il bacio arriva che non è inaspettato, si capiva che prima o poi sarebbe successo. È che è successo tutto così in fretta. Rimaniamo a guardare le stelle ancora per qualche ora, fin quando gli occhi non mi si chiudono. *** –  Ecco dov’eri finitaaaa! – una mano mi scuote il braccio. Porca miseria che freddo! Ma dove sto? Cerco il lenzuolo ma non lo trovo! Apro gli occhi. Flavia. –  Ma che ore sono? – lentamente metto a fuoco tutto. –  Ma io che ci faccio qua? – urlo saltando su sabbia, mare, onde. –  Che diamine ci faccio, di prima mattina, a dormire sulla spiaggia? – Poi mi ricordo tutto. Mi giro, ma non c’è nessuno accanto a me, il meraviglioso ragazzo sconosciuto se n’è andato.  –  Me lo sto chiedendo anche io. Anzi, ce lo stiamo chiedendo tutti! – sbuffa Flavia – ho detto ai tuoi che ti eri fermata a dormire da me. Cosa cavolo hai fatto stanotte Valentina? –. Non le racconto niente, non mi va. – Mi sono fermata a pensare, qui in spiaggia –. Non so quanto possa credere a questa balla, in fondo è praticamente la mia migliore amica, non le so mentire. –  Su muoviti. Saliamo in piazzetta –. Mi alzo e mi stiracchio, credo di avere i capelli tutti attorcigliati, tra vento e sabbia! Inizio a salire ancora in trance, ripensando a quello che è successo ieri sera, chi sarà stato quel ragazzo misterioso scomparso quando mi sono addormentata, se ne sarà andato pensando “Che imbecille questa che dopo un bacio si addormenta!”. E dentro si insinua forte la triste sensazione che non lo rivedrò mai più, peccato! Come in quei film. Arriva, ti prende e va via. Chi, poi, non s’è ancora capito. Effettivamente sì, credevo che certe scene esistessero solamente nei film, nei libri, nei fumetti che ne so io! Ma non nella realtà, figuriamoci poi nella MIA vita. Arriviamo in piazzetta e troviamo tutti al bar, seduti. O meglio quasi tutti, Andrea non c’è. Giulia mi guarda ancora male, però in fondo sono troppo intontita Fermenti  309


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per capirci qualcosa e per lamentarmi. Davvero è troppo incredibile ciò che mi è appena successo; non ho voglia di raccontarlo a nessuno, non ho voglia, o forse semplicemente sono convinta del fatto che non potrebbero capire. –  Ciao ragazzi. Ma Andrea? – chiede Flavia sedendosi sull’ultima sedia libera, lasciandomi là in piedi. –  Sta arrivando, eccolo – risponde Erik. In lontananza vedo Andrea che si avvicina, nel frattempo mi guardo intorno: la piazzetta è piena di gente. D’altronde è normale, siamo in estate, Capri è gremita. Negli hotel c’è il pienone, le strade pullulano di ragazzi pronti per andare in qualche discoteca o signore con i pacchetti in mano. In lontananza si avvicina un ragazzo! Oddio è lui, oddio è proprio lui! È il ragazzo di stanotte, come si chiamava Giovanni, Francesco, Massimo, Fabio?? Oddio non mi ricordo! Ah no, ecco, il nome non me l’aveva proprio detto! Ok allora non sono totalmente fusa. –  Ciao ragazzi – ci saluta Andrea. Mi giro. E ora l’allegra combriccola è al completo. Oddio però è troppo simile quel ragazzo moro al tizio di stanotte, mi giro per rivederlo. Niente, svanito. Non è più nel vicolo di prima! Era un’illusione, Vale, ti lasci troppo condizionare. –  Ciao Andre! – è il coro di gruppo. Poi Flavia chiede –Ma allora è arrivato tuo cugino? Ieri sera sei sparito e non ho fatto in tempo a chiedertelo! Ce lo presenti? – –  Ah sì eccolo, vedete quello appoggiato a quell’albero? Quello moro. Esatto, quello è mio cugino Marco. Venite che ve lo presento bene –. Sbianco. Non è possibile! Non era un’illusione! Assia Papp

Quel maledetto autografo di Bill Kaulitz di Assia Papp

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Musica, style e… VAMPIRI di Assia Papp


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Risarcimento di Maria Lenti

L’offerta del corso di qualificazione a Firenze mi sorprende mentre ho da poco avuto le chiavi di un appartamentino ristrutturato, da arredare, acquistato con un generoso aiuto dei miei genitori e un prestito agevolato della mia banca. Accettare il diversivo nel lavoro, un arricchimento nell’uso di tecnologie (i calcolatori sono il futuro) e la progressione di livello e di stipendio (in prospettiva verso cifre con cinque zeri), traslocando di fine settimana in fine settimana? Avventurarmi nella casa tutta per me, della porta aperta solo a chi voglio io, delle alzate domenicali senza musi o con musi che sono solo miei? Una scelta importante, questa di una cuccia mia. Mi sembra di cominciare cose, di lasciarne innumerevoli altre che sono, ormai, da lasciare. Mi sembra di poter dare un nome alle mie fantasmagorie. Non mi è facile decidere. Il corso rafforzerebbe il mio futuro, ma bloccherebbe la mia agognata indipendenza. Li ho nel cuore i miei genitori, ma mi vedo meglio da sola. Senza le loro spinte sul mio futuro, le loro richieste mute, non so nemmeno di che cosa, con la mia coscienza che non voglio più né condizionata né ispessita di colpe. È innegabile che io non ho più per mio padre e mia madre un affetto sostanziato da abbracci pur metaforici. Tollero le loro vibrazioni, ma convivere nell’affetto aggiustato dall’abitudine mi impedisce slanci. Il loro dilungarsi sulle cose banali, seppur necessarie, e sui confronti generazionali, il brontolare sulla mia sistemazione e sulla società – che “si sa, è insidiosa per una donna sola”, il refrain di mio padre –, li scrollo alla fine dalle mie spalle. Loro, in più e per molti risvolti, dipendono da me. E, invece, vorrei trovarli più disposti a capire la mia vita, a reagire ai soprusi della società proponendo senza moralismi. Li vorrei grintosi… (alla loro età, con una figlia di ventisei anni, trenta e più distante dai loro?). Un senso di rovina nei sermoni di mia madre scuote la mia suscettibilità sempre all’erta nel fondo rattristito della mia natura. E sbotto, negando il dialogo. È ora di levare le tende. Di non far più intersecare le due parti di me, prese dai miei genitori, identiche e contrarie. Che stridono e cozzano se emergono e se emergono in relazione a fatti esterni a me e a noi, nella nostra casa. Mi attira il corso. La banca ha inghiottito la laurea restituendomela nella pratica. Adesso investe sulle mie abilità già sperimentate, con rapidità, in almeno tre settori. Un do ut des. Non nego che vorrei far carriera…anche per dare un colpo all’insoddisfazione. L’occasione è d’oro. Non mi cullano felicità imminenti a Firenze, in questo “luogo mio” (troppo si è disgelato il vero – direbbe il poeta – per crederle possibili). Ma mi stuzzica non poco essere, in altra veste ed età, in una città molto amata nella mia adolescenza. A settembre, prima della scuola, Firenze era la vacanza in casa di Fermenti  311

NARRATIVA

NARRATIVA

1967


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amici di famiglia che venivano in agosto al mare, a P. Duplice il profitto di allora, penso adesso, nella rifrazione di una crescita avvenuta. In tempi e anni non certo aperti nella mia città di poco più di ventimila abitanti, agosto con questi amici era linguaggio diverso, vigilanza parentale meno asfissiante, raffronto di abitudini, di progetti. Settembre a Firenze, dopo il mare, costituiva assaggi, graduali e metro per metro, di una città fiabesca, non per la cifra artistica allora schermata per me, ma per le risate e per i locali, i modi di fare, i luoghi, gli amici: Edvige, sedicenne come me, Sandro, il cugino, e Attilio. Attilio, universitario, nella sua seicento blu mi portava a Fiesole, al forte Belvedere, alle Cascine. Con gli altri, di domenica, a Certaldo, San Giovanni Valdarno, Empoli. Meno aggressivo, Attilio, rispetto ai ragazzi del nostro gruppo, educato, gentile, un parlare più pacato, veniva dall’Emilia, senza inflessioni toscane: era stato, fino alla terza liceo, in una villa di signori con la madre governante. Attilio, non un David michelangiolesco, riflettevo, ma alto, capelli da barbiere, completi da sarto, occhi scuri in cui non ci si perdeva ma il cui sguardo invogliava a conoscerne la provenienza (il background, aveva ammiccato Edvige, sulla scia dei suoi studi alla Scuola Interpreti): il tipo insomma che colpiva per la singolarità. Attilio, terzo anno di architettura – “l’architettura è la virgola dell’arte nelle città”, prelibava; Attilio e la mia mano e la dolcezza della sua mano sulla mia guancia, sulla mia spalla e, cosa strabiliante per me, sulla portiera della seicento aperta per farmi salire e richiusa con grazia, o – al banco o al tavolino di un bar – sul bicchiere di granita rossa porto alla mia mano. Attilio, sollecito e mai lezioso nell’offrire le consumazioni, il cinema. E quel bacio lieve sulle mie labbra che avevano baciato a lungo, l’inverno prima ad un festino, un certo Alfio. Che cosa ne fu o ne è stato di quelle vacanze? Come mai si era ammutolita la risonanza scritta, quelle lettere piene di fogli, righe fitte? Me lo sono sempre chiesto. La risposta non è nel suo fidanzamento con Tibi, nella mia amicizia, via via più stretta fino al legame d’amore, con Leo. Forse è introvabile la risposta, addirittura incercabile. Mai cercata, in verità. Né la nostra fu l’amicizia che divide gioie e fardelli. (Lo fu più tardi e solo in parte, anche con Tibi, la moglie, in agosto entrambi sempre a P., vicini di ombrellone). O non mi è sembrata mai tale. So solo che molto dopo, due versi di Cardarelli – “Precipitoso e lieve / il tempo ci raggiunse” in un disco con letture di Giorgio Albertazzi – li ho sentiti inclusivi dell’essenza di quel tempo. Attilio ricordava? Oppure non era successo nulla per lui? Né, in realtà, era successo nulla tra noi. Era soltanto transitata una corrente di parole non inutili in me, la trasognata possibilità di entrare in Firenze seguendo, tacita, uno che – adorandoli – mi faceva “bere” a sorsi palazzi, monumenti, quadri, tanto che qualche cosa in me trovò una dimora stabile: le mani di pianto di Adamo e il volto smarrito di Eva, come un’apparizione benché aspettata, nella Cappella Brancacci. Il corso a Firenze, per me oggi abituata ai calcoli senza errori ed omissioni, può essere la strada per ritrovare un amore non provato per nessun altro luogo, nemmeno il mio d’origine, per ritrovare le camminate con Attilio in qua e in là e, in tre, quattro, Fermenti  312


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cinque, sui Lungarni o nelle vie del centro, i voli al cinema. Non è la ricerca, ne sono certa, del perduto, la pretesa di riordinare la prima giovinezza, riacciuffarne soffi. C’è di mezzo un amore: non so se devo restituire amore a Firenze (con il rimorso di non esserle stata d’aiuto nell’alluvione del novembre 1966, giusto nell’autunno di un anno fa, dato il lavoro) o sia la città a doverlo a me per non averla tradita per sostituzione. Respiro, serena. In tale serenità Attilio ha un suo posto: nitido ma sfocato nelle arie settembrine della Fiat seicento, e stampato oggi nella Lancia status-symbol, attaccato alla sua professione “intanto prestigiosa e in prospettiva danarosa”, a Tibi, ai suoi due figli, persuaso di un “meglio che verrà” se solo si riallargassero – accentua – “le maglie del boom e finissero le strettoie sindacali e politiche, della sinistra”. Nella chiarezza credo di esserci anche io, con la concreta legge del dare e dell’avere, incanalata negli interessi – rivolti alle lingue, l’inglese in primis, ai libri di viaggi (già in calendario) –, vaccinata ormai dalle indecisioni e dagli orgasmi rubati ai ragazzini come me, loro ed io zitti e contratti dalla paura, vaccinata dalle intemperanze. Ci sono anch’io, in questo corridoio di larga misura che chiamo serenità: ma nel percorrerlo stringo i denti e mi si stringe il cuore. Nella sospensione del “non”, sospensione che i “non” potrebbero prolungare all’infinito, non esito a dire “sì” al corso. Non pulsano le abituali contro-tendenze. E mi decido. Attilio telefona: ha consigli di classe nel pomeriggio, non torna a casa per il pranzo, come Tibi. I ragazzi sono dalla suocera. Due orette. Un piatto veloce insieme? Combinazione, non ho rientro: solo verso le diciassette andremo a visitare un centro di calcolo. Accetto. Come altre volte in questi giorni fiorentini: un aperitivo prima di cena, in un bar a metà strada tra il mio ufficio e il suo; L’infanzia di Ivan in un cineforum (il cinema è una malìa-manìa, anche di Tibi); un week-end a P., tutti e tre, per studiare un arredamento del mio appartamento non convenzionale ma non strampalato; una domenica, con amici loro, gita a Lucca; un giovedì, cena a casa sua. In pizzeria, la scorsa settimana, lui, Tibi, io e un professore suo collega, Luciani: due-tre ore, senza insistenze sulla nostra esistenza e con qualche accanimento ideologico sulla cronaca che ingloba anche noi pur non protagonisti in questo fine sessantasette traballante: studenti in assemblea nelle università, annunci di scioperi scuola-fabbrica, e, nelle città e cittadine, sfrangiamenti socio-culturali. “…giovani – ha sentenziato Attilio censurandone il comportamento – arroganti e impertinenti, un miscuglio tra ceti e classi che non prelude a bontà future”. Ha pigiato fino alla noia, Attilio, perfino mentre ci stavamo alzando da tavola. Nessuno ha replicato alle sue certezze. Che cosa avrei detto, se la parola mi fosse uscita. Nessun alibi sembra svuotare il diffuso senso comune sintetizzato da Attilio. O sarà come lui dice? Dubbi ne ho. Colgo instabilità, sia nelle totalità sia nelle peculiarità. Ho molti timori. Non mi cattura la contestazione dilagante, avverto panico per una certa violenza, riferita da Fermenti  313


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giornali e televisione, della polizia e di gruppi e gruppuscoli. So delle manifestazioni delle femministe americane e tedesche. Sta succedendo un che di dirompente o di temporaneo? O ci sarà un botto? E io? Dalla maturità in poi ho cercato un mio luogo ed uno spazio in cui reggermi in piedi sbirciando la società in modo non compromissorio ma nemmeno peregrino. …il Vajont mi ha spinto a scavare nelle responsabilità politiche e degli uomini; la recente morte di Che Guevara è stato uno scossone per la crudeltà, l’oscena ostensione del cadavere crivellato; Cuba, lontana fino a questo frangente, è apparsa in una sua concretezza e volontà di costruire; l’America Latina mi si è rivelata nel momento; il Vietnam dei ragazzi americani mi ha indotto a informarmi; il così detto Summer’s Love dei giovani negli USA mi intriga ancora; ecc… E ho cercato l’amore. Il rapporto con Leo, nato nell’estate tra il mio diploma e il suo primo anno di università ma da subito poco su di giri – freddini essendo i miei trasporti verso uno che avvertivo troppo cervellotico –, era finito quasi nel momento della sua definizione seria. Abbiamo avuto il coraggio di troncare. Nessun dramma e nessun rimorso. Forse un po’ di rimpianto in me per il sentore di una possibile solarità. La relazione, poi, con Biagio, il mio capufficio in banca, non è andata oltre pochi mesi, troncata da me perché le sue sensualità non aderivano alle mie (e l’affetto non faceva da collante). Talvolta si esce – Leo ed io – con gli amici di quelle lontane notti sul lungomare e di film francesi e italiani e russi, delle canzoni di De Andrè cantate sulla chitarra di Michele, dei balli al Bel Sit. Per rivivere pulviscoli di quello straniamento? Direi di no, ma non mi è estraneo un senso di attaccamento e di galleggiamento che immediato viene scacciato se qualcuno tenta incursioni retrospettive. Non avevamo, infatti, scartato il “non essere”? Avevamo riflettuto a lungo sui “non” di Montale – ci aveva indotto a starci su Leo, studente di filosofia e marxista in erba –. Tornano i vecchi modi, tacendo il nuovo? Il nostro, di me con i vecchi amici, nuovo non esce, però. Solo un libro, un film ci trattengono a rintracciarvi sensi o nonsensi. Amorfo l’oggi, piatto, notizie di politica di bassa quota, il ristagno dopo l’esplosione, si fa per dire, economica dei primissimi anni di questo decennio, intellettuali più in vista, amici insegnanti con un libro e, sotto il braccio, “Il Giorno” o “l’Unità”. Tace anche il nuovo di una me più o meno imbozzolata in una tessera ereditata. Negletta spesso. Spesso accettata. La stabilità è nel progetto di una casa mia e di una sedia e scrivania in banca. Vivo in un angolo abbastanza arieggiato, ma imbevuto di tristezza, la cui origine si perde nel seme di mio padre e nell’utero di mia madre. E che ritrovo nei romanzi e nelle canzoni e che, dunque, appartengono alla mia così detta generazione. Questo avrei detto di mio, se la parola non si fosse inceppata in gola come nella stagione di quel cavolo di incanto. Che Attilio mi abbia chiamato mi turba. Che succede? …un’acqua da attingere al pozzo di noi due lontani giovani, di una me ingenua ma dai mille specchi sul futuro e con speranze tolte dagli alvei che furono dei miei, pur nelle irriverenze (molto esteriorizzate) di costume? O forse il confronto, di Attilio con me, sulla Firenze Fermenti  314


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attuale che, nel periodo del corso ormai in scadenza, ho attraversato di fretta (orari compressi e pressanti; un lungo programma che mi toglie – ma rimborsati il doppio – due dopocena e mi lascia senza forze), sì che pochissimi sono stati i momenti per spazi che avrei voluto riabitare? Non aspetto un approccio di Attilio. Ho sussultato, sì. Ma non nel sangue, la spia che capta le altrui intenzioni. La sua telefonata genera in me, però, la voglia di un momento che mi restituisca… il tenue ma denso risuonare dei tacchetti sul selciato delle vie del centro, la testa che se ne andava sospesa su chissà che, mentre venivo disarmata dalla fuga della gioventù o dal terrore che la mia trepidezza e l’essere intrepida finissero nella routine, o mentre mi dominava il fardello della impossibilità di raggiungere… che cosa?... un quid impalpabile che si sottraeva alla mia presa, alla sua circoscrivibilità. Attilio mi aspetta sulla soglia del ristorante. Entriamo, ci sediamo, ordiniamo. Parliamo. Piuttosto parla lui. …Ha firmato il contratto per un appartamento al mare, a Rimini. La mia cittadina, no, è fuori dal futuro e… “tutto si coagula lì, in Romagna. Novità, un po’ dozzinali è vero, ma come funghi…”. Sebbene abbiano un debito che li torchierà per sei anni, lui e Tibi ritengono di aver fatto un affare sopportabile tra il loro stipendio di insegnanti, la cessione del quinto, il suo “Studio, piccolo ma avviato” e i suoceri. La bambina, Angiola, è tranquilla, diligente. Daniele, il figlio, è un discolaccio, non ingrana a scuola. Sì, il lavoro va bene, non benissimo: sperava di guadagnare di più. Se potesse avere un incarico per piani urbanistici o di ristrutturazione di qualche centro storico, di quelli lanciati in restauri e recuperi. “Hai visto Bologna e le città dell’Emilia-Romagna… E la Toscana, con la sua ricchezza d’arte…”. Se lui riuscisse ad agganciare la persona giusta…, l’occasione… Perché no, non si sa mai, la fortuna a volte, a volte la ricerca, lo incoraggio. “E Luciani, – aggiungo – quel tuo collega della cena in casa tua, come sta?”. Imperterrito Attilio “fila” ancora l’occasione,… Il direttore del mio corso ha a che fare, si è già informato e la butta lì, con la commissione urbanistica di… Lui … Eccolo. Tutta per sé la fessura tra i rispettivi orari. Mi sgrano, dentro, e mi concentro: come allora, sì, un recipiente nel quale rovesciare se stesso per trarvi un suo beneficio: ieri di egoismo, oggi di narcisismo? Al caffè, Attilio chiede il conto. S’acciglia sul foglietto e traffica nella tasca interna della giacca. Biascica della nuova casa. Tra palpebre e narici un moto e, vòlto verso la finestra, un divincolamento della schiena: “C’è un bel sole”. Sbircia tra i tavoli, poi guarda il cameriere, quindi, con una rughina tra i sopraccigli, guarda me. È impacciato. “Non ti preoccupare – dico – ognuno per sé. Adesso lavoro”. Cincischia con le dita tra le carte del portafoglio. Mi viene da ridere. Glielo pago io, il pranzo. Maria Lenti

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Contemporary art / Premonizioni Oltre la riproduzione della Gioconda a cui si aggiungono i baffi, per una scossa sempre più forte, ecco un attacco diretto ai veri capolavori del passato. L’autore, Ewyn, adopera opere di maestri antichi per sue rielaborazioni: pezzi da museo che divengono veramente pezzi, ma di maggior valore di mercato. In rappresentazioni spettacolari per un pubblico selezionato l’autore esercita il suo impegno: in un quadro viene attuata la combustione di un volto ritratto, in un altro si asportano strisce parallele, una scultura viene annegata in un blocco di cemento ed emerge solo una mano che interroga l’esterno. Un collezionista di quadri antichi ha ceduto parte della sua collezione per un’opera di Ewyn. È un suo quadro che gli viene restituito dipinto di ciclamino acceso lasciando scoperto solo un occhio dell’antica figura sottostante. Il collezionista lo guarda, mentre sta sorbendo il tè, e la tazzina gli trema in mano ricevendo quello sguardo pressante monocolo. * L’arte di Or Mai consiste nel manomettere le segnalazioni pubbliche. È un artista dotato, riesce a riprodurre esattamente il cartello, variato con la sua modifica, che furtivamente viene sostituito a quello originale. Basta poco a creare disagio, irritazione, scompiglio. Per esempio in questa indicazione nella metropolitana: direzione verso B invece che verso A. * Il committente affida alla cieca la sua casa all’artista per un intervento. Questo intervento quando il committente torna a casa, e l’artista se ne è già andato, può rivelarsi subito con veemenza: per esempio trova una colata di catrame nella vasca da bagno. Ma accade anche che questo intervento sia quanto mai da scoprire: per esempio un bottone nella scatola dei bottoni. Il committente sa che l’intervento c’è stato, e questo già lo appaga, in quanto lo ha pagato. Troverà nel tempo il segno dell’arte? Comunque vive in questa sensazione di suspense. Può accadere un caso più complicato. Il committente torna e trova, come intervento artistico, che la sua casa è abitata da un vecchio barbone, che spadroneggia arrogante, e che deve essere tollerato e custodito. Come liberarsi poi di costui? Si può mettere all’asta? * Un grande globo oblungo roseo gonfiato, in cui il pubblico può accedere. Un pubblico di coraggiosi protagonisti si avvisa, e quindi tutti si mettono in fila. Possono accedere in mille e non più. Bisogna perciò affrettarsi per rientrare nel numero. Entrati nell’ambiente i mille, mentre contemplano la vasta volta, interno di pancia rosea che li contiene, vengono gasati da un gas soporifero. Due non si svegliano più. Ma questo si dice non era in programma, il gas era innocuo. Fa scalpore il processo conseguente, che non arriva a nulla, mentre salgono vertiginosamente le quotazioni di una foto dell’evento, foglio cm. 50 x 70, tiratura 1000 / 1000. Fermenti  316

NARRATIVA

NARRATIVA

di Bruno Conte


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* Dal soffitto-cielo intriso d’inchiostro di una sala piovono sporadiche gocce nere. Il passante, ovvero il collezionista, avendo pagato in anticipo la quota per il passaggio ha la facoltà di attraversare la sala tenendo aperto un ombrello bianco. Se è predestinato a cogliere l’occasione della circostanza diviene proprietario dell’opera, che viene firmata: sulla convessità bianca tesa una goccia nera si allunga veloce, allarmante. * Un’opera veramente esplosiva. In quanto esplode, causando vittime e feriti. È una scatola grigia, insignificante in sé, come è la prassi dell’arte. Non si sa quando esplode, ma esplode. Quindi gli amatori vi si avvicinano, la contemplano, con un’emozione che non è quantificabile tra quella dovuta al timore e quella dovuta al valore. Perché l’opera vale molto, a nome di un autore mitico. Gli amatori segretamente rispondono alla provocazione desiderando di essere presenti e coinvolti nel momento dell’esplosione? Facendo quindi parte dell’opera, in quanto storicizzati, sempre che vengano poi autenticati attraverso un contributo adeguato all’entità del coinvolgimento. Anche le schegge proiettate dall’esplosione hanno il loro costo reale. Quelle autenticate. Ecco in una vendita all’asta una scatola ancora intatta. Sta per essere aggiudicata a un prezzo esorbitante, quando di colpo, esplode. È compiaciuta una collezionista colpita. Ha perduto un braccio. Si è scoperta inoltre una scheggia che è ancora in corpo e che può rimanervi. Una ulteriore radiografia viene autenticata.

Bruno Conte, Unifolla

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Crescenzio Sangiglio

Letteratura greca di ieri e di oggi

K. Kavafis, Appunti inediti sulla poesia e la morale L’opera poetica, e la gloria, di Konstandinos Kavafis è affidata a 154 poesie! poesie, però, di irripetibile qualità e diacronicità, uniche ed eccezionali. Ma Kavafis è stato anche ottimo prosatore, anche se poco o nulla delle sue specifiche produzioni è noto e letto in Italia. Una delle sue più vivaci prose, che rivelano non poche “pieghe” del suo carattere e della sua sensibilità poetica è appunto questa che qui di seguito si propone alla lettura: un Kavafis nuovo, forse sorprendente, ma non meno interessante e affascinante!

I Non ho mai vissuto in campagna. Nè ho mai visitato la campagna, neppure per un breve periodo, come fanno altri. Nondimeno ho scritto una poesia nella quale elogio la campagna e dico addirittura che proprio ad essa io devo i miei versi. Comunque è una poesia di poche pretese, la cosa meno sincera che esista: una vera bugia! Adesso però che ci sto ripensando: si tratta di vera insincerità? L’arte non mente sempre? O piuttosto, quando l’arte mente di più, non è proprio allora che crea anche di più? Quando scrivevo quei versi, non si verificava un successo dell’arte?(il fatto poi che i versi non siano venuti fuori perfetti, può darsi che non sia conseguenza di una mancanza di sincerità: quante volte qualcuno fallisce malgrado che abbia come ausilio la più sincera suggestione. E allora, quando scrivevo quei versi, non sentivo una sufficiente sincerità? Non utilizzavo la mia immaginazione come se veramente avessi vissuto in campagna? 5.7.1902

II Sento di possedere una particolare capacità. Sono convinto che, se avessi voluto, avrei potuto diventare un grande medico, o avvocato, o economista, o anche ingegnere. Avrei però [voluto] / avuto bisogno / di due cose: tempo per studiare e volontà per ripudiare la letteratura. Ora, tutto ciò è un’impostura dello spirito? Sopravaluto le mie capacità? O è invece naturale che succeda questo ad un littérateur 1 – voglio dire che è un’attitudine posseduta da ogni littérateur. Tutte le creazioni ai fini pratici mi sembrano facili. Riconosco, è vero, e sono   In francese nel testo originale.

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TRADUZIONI

TRADUZIONI

a cura di Crescenzio Sangiglio


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perfettamente persuaso che senza tempo a disposizione, e parecchio tempo, non sarei capace di diventare [un grande] / con successo / un esperto di applicazioni pratiche.2 Ma allora, - dal momento che mi affido al tempo – appartengo anch’io ad una categoria generale: e cioè, che col tempo chiunque, anche con un mediocre bagaglio intellettuale, può riuscire. O no [- E]: / e / ciò che mi rende superiore è la coscienza che io avrei bisogno di molto meno tempo. Questo non mi impedisce di sapere che non potrei mai con successo trasformarmi in un uomo dedito ad attività pratiche, perchè [è] / mi pare / impossibile – tranne che con uno sforzo che quasi mi schianterebbe l’anima – sradicare dal mio intimo il hankering 3 per la letteratura. E adesso un’altra cosa mi passa per la mente: che questa mia capacità – la quale si manifesta in me attraverso la facilità con cui mi si presentano le varie fasi dell’esperienza pratica – scaturisca dalla letteratura, dalla continua riflessione, dal sharpening 4 dell’inventiva. [Quando avrei fatto]. Se fosse stato possibile compiere questo sforzo senza soffrirne, e ripudiare l’Immaginazione, forse allora avrei perduto le mie forze e la materia dell’esperienza pratica [avrebbe] / avrebbe potuto / pormi davanti alle medesime difficoltà che presenta alle persone comuni. In ogni modo non ci credo. La capacità esiste. La [mia] debolezza – o forza, ove si presuma la validità dell’opera artistica – consiste nel [ripudiare] non [ripudiare] / poter ripudiare / la letteratura, o meglio, la voluttuosa agitation 5 della fantasia. 18.8.1902

III Chissà, Verità e Menzogna esistono? o esiste solamente Nuovo e Vecchio, - e la menzogna è semplicemente la vecchiaia della verità?

16.9.1902

IV Spesso rifletto alla poca importanza che gli uomini attribuiscono alle parole. Mi spiego. Un uomo semplice (e dicendo “semplice” non intendo dire “sciocco”, ma solo uno che non “si distingue”) ha un’idea, critica un’istituzione o un parere generale: sa che la grande maggio[parte] / ranza / pensa in modo contrario: perciò tace perchè ritiene che non serva a nulla di parlarne, persuaso che la sua parola non cambierebbe nulla. Sta qui lo sbaglio, e grosso. Io mi comporto diversamente. Ad es. condanno la pena capitale. Quando càpita l’occasione lo dichiaro, non perchè credo che, dicendolo / io / gli stati l’aboliranno / domani /, ma perchè sono convinto che, dicendolo, concorrerò al successo del mio parere. È indifferente se non c’è nessuno che concordi con me. La mia parola non va perduta. Forse qualcun’altro la riprenderà e 2   Kavafis distingue nettamente l’inclinazione-idoneità all’esperienza delle scienze “pratiche” che si realizzano nella quotidiana attività di applicazioni pratiche e la disposizione alle astratte meditazioni artistiche, indipendenti dal tempo e dallo spazio. 3   In inglese nel testo originale. 4   In inglese nel testo originale. 5   In francese nel testo originale.

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Konstandinos Kavafis

può anche darsi che pervenga a orecchie pronte ad ascoltarla e vi trovi un incoraggiamento. Fors’anche tra coloro che oggi non sono d’accordo qualcuno se ne ricorderà – in futuro, in circostanze più favorevoli e, aiutato da altre contingenze, se ne convincerà o almeno vacillerà il suo convincimento contrario. – Così anche per altre questioni a carattere sociale ed alcune altre in cui, in particolare, si esige di compiere un’Azione. So di essere peritoso e, per quanto mi riguarda, non capace di agire. Perciò parlo soltanto. E non credo che le mie parole siano superflue. Un altro agirà. E le mie abbondanti parole – di me, il peritoso – gli faciliteranno l’azione. Spianano il terreno. 19.10.1902

V Stasera mi è venuto in mente di scrivere del mio amore. Ma non lo farò. Com’è forte il pregiudizio! Io me ne sono liberato: ma penso a quelli che ne sono schiavi, sotto gli occhi dei quali potrebbe cadere questo foglio. E mi fermo. Che bassezza! Mi si consenta però di segnare una lettera – la T – a significare [il mio sentimento o] questo momento. 9.11.1902

VI Chissà che idee libidinose presiedono alla composizione della maggior parte delle opere letterarie! Idee lussuriose solitaires,6 che pervertono (o trasformano) l’intendimento. E con quanta frequenza in diversi romanzi – (sopra tutto inglesi) – quello che i critici riprovano – e per alcune parti si stupiscono altresì perchè lo scrittore sembra abbia voluto malignare – proviene appunto dall’aver lo scrittore stesso per forza consentito ad impressioni o situazioni lascive. Questa [impre] sensazione, poi, è tanto più intensa – e talvolta com’è poetica, bellissima! – là dove lega con il discorso la cui nascita accompagna. Così l’autore, anche dopo mesi di letture, non riesce a correggere o cambiare nulla, giacchè insieme alla lettura dello scritto ritorna [la] il fantasma della prima impressione, diventando egli in tal modo colour-blind 7 per una parte della sua opera.

VII Non so se la perversione dia forza. Una volta lo credevo. Quello di cui sono però sicuro, è che costituisce fonte di cose grandiose.

13.12.1902

  In francese nel testo originale.   In inglese nel testo originale.

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VIII I mon[aci] ve[dono] co[se] ch[e] no[i] non ved[iamo]: ha[nno] vi[sioni] dal mondo ultranaturale. Affinano l’anima attraverso la sol[itudine] e la medi[tazione] e la co[ntinenza]. No[i] la smussiamo per mezzo delle relazioni, della as[senza] di pen[siero] e del godimento. Per questo essi ve[dono] ciò che non pos[siamo] vedere anche noi. Quando qualcuno si t[rova] so[lo] in una sta[nza] silenziosa, sente con chi[arezza] il battito dell’or[o]log[io]. Se pe[rò] vi entra gente che co[mincia] a par[lare] e a m[uoversi], non lo sente più nessuno. Non per questo il suono cessa di es[sere] accessibile all’udito.

IX Ci v[uole] del tempo per scoprire i difetti delle gra[ndi] po[esie]. Il pr[imo] sen[timento] che ispirano le gra[ndi] po[esie] quando vengono pu[bblicate] è l’ammirazione e fin tanto che l’a[mmirazione] non si es[aurisce] o si tra[sforma], perfino i cri[tici] più accorti non pos[sono] individuarvi i d[ifetti]. Ciò d[e]ri[va] / dalla / si[ngolare] [[pos.]] natura dell’u[omo], la quale non può giu[dicare] se non a condizione di non ammirare.

X Un giovane poeta è venuto a trovarmi. Era molto povero, viveva coi proventi del suo lavoro letterario. Mi ha dato l’impressione che quasi [[desi]] gli dispiacesse vedere la bella casa dove abitavo, il mio domestico che gli serviva il tè con modi garbati, i miei vestiti confezionati da un buon sarto. Disse: “Che orribile cosa dover lottare per ricavare il necessario per vivere, andare a caccia degli abbonati per la / propria / rivista e degli acquirenti per il proprio libro”. Non [ho] volli lasciarlo nel suo equivoco / e gli feci un discorsetto più o meno così /. Certo, spiacevole e gravoso il suo stato / ma quanto costavano caro a me / questi miei piccoli lussi. Per acquistarli ho dovuto abbandonare la mia naturale indole e diventare impiegato statale / (com’è ridicolo!) /, e spendere / e perdere ogni giorno tante ore preziose [[(e calcola anche la)]] / (alle quali vanno aggiunte pure tutte le / ore di esaurimento fisico / e / di snervatezza / che seguono). Che danno! Che perdita! Che tradimento! Mentre quel giovane povero non perde / nemmeno un’[[ist]] ora /: è sempre lì, fedele al dovere figlio dell’Arte. Quante volte durante il mio lavoro mi viene una bella idea, una rara immagine, [[pront\\]] improvvisi versi ben costruiti, e mi tocca trascurarli [[/]] perchè / il servizio non può essere rinviato. E poi, quando torno a casa e mi rimetto un po’ in sesto, provo a riportarli a galla [[spar]] ma / ormai / sono spariti. E giustamente. È come se l’Arte mi dicesse: “Io non sono una serva, che tu mandi via quando essa viene a te e Fermenti  321


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che viene a te quando ti fa comodo. Io sono la più nobile Signora del mondo. E se mi hai rinnegato – traditore e abbietto che sei – per avere la tua bella miserabile dimora, i tuoi miseri bei vestiti, la tua bella meschina posizione sociale, allora accontentati di queste cose, / (ma come puoi accontentarti) / e dei pochi momenti [[quando al mio arrivo ti capita di essere]] / in cui, quando arrivo, accade che tu sia pronto ad accogliermi, aspettandomi / fuori dalla porta, come dovresti fare [[tutto]] / ogni giorno”. Giugno 1905

XI Come il / buon / sarto che confeziona un vestito che si adatta perfettamente ad una persona(fors’anche due), ed un pastrano che può andar bene a due-tre persone – così anch’io, le mie poesie possono addirsi, to fit 8, ad una circostanza (forse a due, tre). Il paragone è (ma solo superficialmente) un po’ umiliante, sennonchè credo che sia indovinato e consolante. Se le / mie / poesie non posseggono una generale applicabilità, ne hanno però una parziale. E questo non è cosa da poco conto. In questo modo viene garantita la loro verità. 9.7.1905

XII Per me quello che rende fredda la letteratura inglese è – oltre a determinate carenze della stessa lingua – il – come dire? – suo conservatorismo, la difficoltà – o la mancanza di volontà – di differenziarsi da ciò che è convenuto e accettato, e la paura di scontrarsi con la morale, anzi la pseudo-morale, perchè così dobbiamo chiamare la morale che finge di non sapere. In questi ultimi dieci anni [[-]] quanti libri francesi, / - / buoni e cattivi - sono stati scritti, che indagano e prendono coraggiosamente in considerazione la nuova forma dell’amore [[Il]] [[Il...e]] che poi nuova non è: solo che per secoli è stata trascurata, nel preconcetto che si trattasse di follia (la scienza dice di no) o di reato (la logica dice di no). Invece, nessun libro inglese, ch’io sappia. Perchè? Perchè temono di scontrarsi coi pregiudizi. Eppure esiste presso gli [[stessi]] inglesi, come esiste – ed è esistito – presso tutti i popoli, sia pure, certo, limitato a pochi individui. Ott. 1905

XIII Le squallide leggi della società - non scaturiscono nè dai principi dell’igiene, nè da quelli della ragione - hanno sminuito la mia opera. Hanno vincolato il mio modo di esprimermi: mi hanno impedito di dare luce / e commozione / a quanti sono come me. Le difficili circostanze della vita mi hanno costretto a tribolare molto per poter diventare [[perfetto]] conoscitore della lingua inglese.   In inglese nel testo originale.

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Che peccato! Se nella lingua francese - sempre che le circostranze me l’avessero permesso e questa lingua avesse potuto essermi ugualmente utile - mi fossi allo stesso modo impegnato, forse in essa – appunto per la facilità che mi avrebbero conferito i pronomi / che dicono, e nascondono - avrei potuto esprimermi più liberamente. Insomma, che fare? Dal punto di vista dell’estetica, ingiustamente sono mancato. E rimarrò oggetto di congetture: mi capiranno più compiutamente nientemeno che per quello che ho rifiutato! 15.12.1905

XIV Com’è illusoria l’Arte quando vi si vuole applicare la sincerità. Ti metti a scrivere - / spesso / per supposizione - di sensazioni, e poi col tempo ti viene il sospetto di esserti sbagliato. Così, volendo parlare della vecchiaia, ho scritto le “Candele”, le “Anime dei vegliardi” e il “Vecchio”. Andando avanti con gli anni verso la vecchiaia / o almeno verso l’età di mezzo /, ho constatato che quest’ ultima poesia non contiene le giuste valutazioni. Le “Anime dei vegliardi” credo siano giuste. Ma quando avrò 70 anni, forse troverò che anch’esse sono artefatte. Le “Candele” invece [[credo]] / spero / siano corrette. La poesia descrittiva - eventi storici, fotografie (che brutta parola!) della natura - probabilmente ha una base solida. Però è una cosa minima e direi anche di breve durata. 1906

XV Talvolta, quando penso e intuisco / difficili / significazioni e relazioni e deduzioni di oggetti, e mi viene un’idea che altri non sono capaci di trovare, nè possono percepire le cose come me: tutto ciò mi rende uncomfortable 9, perchè subito dopo mi vien di pensare: “Come è ingiusto che io sia un simile genio senza essere noto a tutti, nè tantomeno remunerato!” Allora il pensiero che forse mi faccio illusioni perchè esistono molti altri ancora che concepiscono allo stesso modo cose grandi e giuste, mi dà sollievo. Che cosa è dunque questo Interesse, cioè questa Brama del Compenso! Allora maggiormente mi conforta l’idea di essere uguale a molti altri, piuttosto che essere superiore e non esserne remunerato. 3.1.1907

  In inglese nel testo originale.

9

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XVI Senza l’entusiasmo – e nell’entusiasmo includo anche il furore – il genere umano non può operare. Nondimeno non può operare bene durante lo stato di entusiasmo. Questo deve prima esaurirsi perchè si possa operare con efficienza, ma anche allora – in stato di quiete – l’opera che viene compiuta non può che essere conseguenza della fase di entusiasmo. Finalmente chi si entusiasma troppo, non può operare bene; cosa che succede anche a chi non si entusiasma affatto. 24.1.1907

XVII Mi sono ormai abituato ad Alessandria e con molta probabilità sarei rimasto qui quand’anche fossi stato ricco. Malgrado tutto però, come mi affligge! Com’è difficile e com’è pesante la piccola città – che mancanza di libertà! Sarei rimasto qui (veramente non sono del tutto sicuro se sarei rimasto) perchè è come una patria e perchè ha relazione con le memorie della mia vita. Eppure come sarebbe stata necessaria ad un uomo come me – così diverso – la grande città. Diciamo: Londra. Da quando è andato via...R.M., come mi si è piantata nella mente questa città. 28.4.1907

XVIII Un’altra occupazione – un lavoro qualunque / che dia da vivere /, non molto gravoso, nè tanto durevole da monopolizzare tutto il suo tempo – è un grande vantaggio per chi si dedica all’arte. Lo refreshes him10, lo risana11 , quasi lo ristora. Almeno questo succede a certi artisti. 13.5.1907

XIX Stasera stavo leggendo qualcosa su Baudelaire. E lo scrittore del libro che leggevo era come [[spaventato]] / stupito12/ dalle “Fleurs du Mal”.13 È parecchio tempo che non leggo le “Fleurs du Mal”. Ma da quel che ricordo, non mi sembra che siano poi tanto [[spaventose]] / impressionanti14 /. E poi ho l’im  In inglese nel testo originale.   Kavafis grecizza qui un verbo francese: dice «ασσαινίρει» dal francese assainit, risana, fa recuperare la salute. 12   Anche qui Kavafis grecizza il termine francese: scrive επατέ per assonanza con “épaté”. 13   In francese nel testo originale. 14   Questa volta Kavafis utilizza una parola di cui la prima parte è scritta in greco(“επατ”)e la seconda in francese(“ants”)! 10 11

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pressione che Baudelaire stesse rinchiuso in una cerchia di voluttà molto ristretta. Ieri sera all’improvviso: o mercoledi scorso: / e tante altre volte / ho vissuto, / e ho compiuto, / e ho immaginato, e tacitamente disposto godimenti ben più singolari. 22.9.1907

XX Mi piace e mi commuove la bellezza del popolo, dei poveri / giovani /. Domestici, operai, piccoli impiegati, commessi. Diresti che ne è il compenso per i loro disagi. Il gran lavoro e moto rendono i loro corpi esili e [[bel]] / simmetrici /. Sono [[sempre]] quasi sempre magri. I loro visi, bianchi quando il lavoro è svolto nei negozi oppure abbronzati quando lavorano all’aperto, hanno [[sempre]] un colorito simpatico, / poetico, / Fa contrasto coi giovani benestanti, malaticci e / naturalmente / sporchi, oppure [[allora]] pieni di grassi / e / unti per il troppo mangiare e bere /, e le trapunte /: si ha l’impressione che sulle loro facce tumide o raggrinzite si manifesta la laidezza della ruberia e del latrocinio [[-]] / [[dei medesimi e dei loro padri]] / delle loro eredità e relativi interessi. 29.6.1908

XXI Durante la fase dell’impressione, o poco dopo, si produce la poesia. L’impressione – [[erotica]] voluttuosa o intellettuale – è [[corretta]] vivace ed estremamente genuina: in tal modo la poesia (non necessariamente perchè era tale l’impressione, ma solo per una felice coincidenza) viene fuori bella, vivida e sincera. Poi il tempo passa. Quella prima impressione – dopo l’intervento di altre circostanze inizialmente ignote oppure a seguito di sviluppi nello stato delle cose o di chi l’aveva [[provoc]] stimolata – appare incongruente [[,]] / e / ridicola. [[Per forza]] Parimenti ti sembra anche la poesia. Non so però se tutto questo sia corretto. Perchè trasferire una poesia dall’atmosfera del 1904 a quella del 1908? Meno male che spesso le poesie hanno un carattere criptico e permettono quindi di adattare ad esse altri – affini – sentimenti o situazioni sentimentali. 11.7.1908

XXII So che per riuscire nella vita e per ispirare rispetto ci vuole serietà. Eppure mi è difficile essere serio, e a dire il vero non è che apprezzi granché la serietà. Mi spiego meglio. Seriamente mi piace la serietà / solo / [[solo]] cioè per una mezz’ora o un’ora o due / o 3 / ore di serietà al giorno. [[Una volta]] - Spesso – certamente anche / spesso / un’intera giornata di serietà. Fermenti  325


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Per il resto mi piacciono le burle, / le facezie, / l’ironia espressa in modo intelligente, la farsa (umbugging).15 Ma non giova. Rende difficile il lavoro. Il fatto è che per lo più si ha a che fare con gente sciocca e ignorante. E sempre seria. Brutto muso, bestialmente seria:16 altro che scherzare!, quando non possono capire. Le loro facce serie sono un miraggio.A causa della loro ignoranza e stupidaggine, qualsiasi cosa non è altro che un ammasso di problemi e difficoltà, perciò come buoi e pecore (gli animali hanno figure molto più serie) la serietà scola tutta sopra i loro lineamenti. In genere l’uomo che scherza viene disprezzato, o almeno è poco considerato, non ispira molta fiducia. È per questo quindi che devo darmi daffare per presentare alla gente un aspetto serio. Ho notato che [[tremendamente]] mi facilita nelle mie faccende. Dentro di me però, rido e scherzo molto.

XXIII L’estate è la stagione dell’anno che amo(di più). Le vere estati però, quelle dell’Egitto e della Grecia – col sole che brucia, coi trionfanti meriggi, le esauste notti di agosto. Tuttavia non posso dire che d’estate lavoro (nella mia arte, intendo ) di più. Le sensazioni e le sembianze estive mi offrono molte suggestioni, ma non credo di averne mai fatto qualche abbozzo o di averle direttamente tradotte in qualche opera letteraria. Dico “direttamente”, perchè le impressioni artistiche talvolta rimangono inutilizzate a seguito di successive influenze e quando si cristallizzano in parole scritte, non è agevole ricordarsi quale sia stato il momento dell’originario movente e da dove veramente siano scaturite le parole che sono state scritte.

XXIV La mia vita trascorre entro fluttuazioni voluttuose, entro concezioni erotiche talvolta realizzate. La mia opera procede verso la meditazione. È forse giusto così. E poi la mia opera è come quell’anfora di cui ho parlato. Può giustificare diverse spiegazioni. Anche la mia vita amorosa possiede una sua manifestazione – oscura solo per gl’incompetenti. Se manifestata più apertamente, forse non avrei potuto situarmi in un ambito sufficientemente artistico [[La sua natura, forse, non permett]] / essermi sufficiente.   Anche qui Kavafis utilizza un proprio neologismo grecizzando l’inglese humbugging in χαμπαγκάρισμα. 16   Nel testo kavafiano c’è il termine “σέρια”, grecizzazione dell’italiano “serio”. 15

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[[Gli antichi lavoravano come me]]. Lavoro come gli antichi. Scrivevano storia, creavano filosofia, drammi [[traged]] di mitologica tragicità – soggetti all’erotismo – [[tanta]] / tanti / essi – come me. 20.6.1910

XXV Che cosa scellerata queste nuove idee filosofiche sulla durezza, sulla leggitimità della prevalenza del potente, del / sedicente / fine risanatorio della lotta intesa a far sparire i piccoli e malaticci, ecc. ecc. Poichè dobbiamo vivere in una società, poichè la civiltà deriva appunto da questo, poichè attraverso questo mezzo siamo riusciti a resistere alle più ostiche congiunture della vita che nei primi tempi hanno assillato l’umanità, - che senso hanno queste follie della durezza, della supremazia, ecc. Se davvero dovessimo attuarle, ci accorgeremmo che / ci / conducono [[a tutta ve / locità]] [[più rapidamente]] all’annientamento. Un potente distruggerà / indirettamente o direttamente / dieci deboli [[ma si troverà un altro più potente che lo divorerà]] / qui un altro, lì 10 deboli, e così via. Non rimarranno che i potenti. Fra questi - ci saranno alcuni meno potenti. Questi -quando i deboli di prima saranno dimenticati o spariranno - saranno i nuovi deboli: - / dovranno essere / distrutti anch’essi [[5,5]] / 10, 10 /: oppure 5,5 / o 2,2 /. Fin / chè rimarrà solo il più potente, o i pochi di equivalente potenza. Ma come vivranno così ? [[I deboli]] No la durezza: ma la Clemenza, il Dispiacere, la Concessione, / la Bontà (tutto ciò, certo, con prudenza, senza esagerazioni) / e c’è anche la Forza e la Saggezza. 10.9.1910

XXVI Onestamente, lavoriamo per i posteri.. Apprestando una discipline de vie,17 una sua organizzazione: e forse ancora più utile, perchè la loro vita potrebbe durare più a lungo. inizio aprile 1911

XXVII

- υ υ - υ υ - υ - υ υ - υ υ - υ - υ - υ υ - υ

Più o meno era questo. In questo modo avantieri l’avevo annotato sul pacchetto di sigarette, / [[avant]] / e adesso lo trascrivo qui. [[La malattia / debolezza / dell’arte.]] 17

  In francese nel testo originale.

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Scrivendolo - un’interpretazione prosodica della canzone che due giovani cantavano passando - mi sembrava di aver fatto chissà che. Non ho fatto nulla. Il suono non era nulla di speciale / adesso me ne accorgo: / ma le due voci erano [[belle / graz /]] amabili /. E [[come an]] come mi attrassero direttamente verso la finestra, e il suono / e / le voci divennero ancora più belli, perchè / i / due giovani - ragazzi di ventidue,ventitre anni - erano vere e proprie apparizioni della bellezza. Che [[corporat]] corpi, che capelli, che visi, che labbra! Solo un attimo rimasti, e poi partiti: ed io, il maestro, che avevo creduto di aver fatto granchè [[raccogliendo]] conservando un suono. [[E davvero]] [[conservando un bel niente quei metri. Perchè la poesia]] / che adesso mi sembra ben poca cosa e con molta probabilità inutile. La sola poeticità / che [[a me]] ai / miei / occhi [[che è giunta alle m orecchie]] [[per]] è stata l’avvenenza di quei due ragazzi. E se di questa [[se torneranno le sembianze nella mia memoria]] la memoria conserverà alcunchè e me lo [[porterà alla]] riporterà in qualche momento della commozione / creativa /[[poetica]], [[può darsi che pass]] forse lascerà nella mia arte qualcosa del [[mom]] suo breve passaggio / l’altro ieri. 17.10.1911

Appendice18 1. Non ti con[oscevo]. Forse ti avevo visto e f[orse] il tuo b[ell’] aspetto mi aveva fatto indugiare un attimo, ma questo deve essere accaduto m[olti] m[esi] addietro, perchè già mol[ti] m[esi] prima eri a l[etto], mal[ato]. La tua mo[rte] mi ha comm[osso]: e comm[osso] ho l[etto] la de[s]cr[izione] del tuo b[el] f[u]n[erale] – candido con fiori c[andidi] e tut[ta] l’aristocrazia della ci[ttà] a seguire e on[orare] te. E tu a 17 anni sei m[orto] di vo[luttà]. Gr[ande] vo[luttà] e innocente e po[etica]. de[ceduto] 5.2.1901 sepolto 6.2.1901

2. Una delle doti di un grande stilista è quella di poter far sì che parole obsolete non sembrino tali, e ciò mediante una loro sapiente utilizzazione nel contesto. In tal modo parole obsolete che nella penna di altri apparirebbero artefatte   Si tratta di altri nove Appunti, sempre tratti dall’Archivio Kavafis, che il curatore G.P. Savvidis aggiunge ai precedenti ventisette per motivi di formale e linguistica affinità. La più evidente particolarità di questi successivi appunti consiste nel fatto che, sei di essi sono stati redatti in lingua inglese, una lingua che Kavafis molto raramente ha utilizzato nei suoi scritti. 18

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oppure fuori luogo, risultano del tutto naturali in questi scrittori, il cui discernimento e finezza di giudizio permette loro di sapere quando - veramente quando – il termine dissueto può essere inserito (nel testo), quando è gradevole dal punto di vista artistico ed è linguisticamente necessario, e di conseguenza quando la parola obsoleta è obsoleta solo di nome Così viene richiamata in vita dalla naturale esigenza di uno stile dinamico o raffinato. E certo non è un corpo tirato fuori dalla sua tomba (come accade presso scrittori meno perspicaci), ma ben un corpo bellissimo che si desta dopo un lungo e vivificante sonno

3. I[e]r[i] vagamente rifle[ttevo], mi passava per la me[nt]e l[a] possi[bilità] dell’in[successo] lett[erario], e d’un tratto s[e]nti[i] come se ogni fascino fosse svanito dalla mia v[i]t[a]. M[i] pr[ese] un’intensa angoscia ad una sim[ile] id[ea]. E ho imm[aginato] di go[dere] dell’a[m]or[e] – come io l’int[en]do e voglio – ma an[che] questo sembrava – e s[embrava] con gr[ande] ch[ia]r[ezza] – non ess[ere] suff[iciente] a consolar[mi] de[lla] gr[ossa] delusione. Tutto ciò pr[o]v[a] l[a] verità della «Η Σατρ[απεία]».19 29 nov. 1903

4. Distintamente una sera di gennaio 1904 sentii che mi sarei sentito molto più a mio agio con una vita più piena e avrei avuto da ric[ordare] un appa[gante] mat[tino] o g[iorno] con ardente desiderio di una [?] s[copata]; ed è questa la prova della verità del «Γέρ[ος]».20

5. Avevo a[l]c[u]ni dubbi in me[rito] a «περ[ι]μ[έ]ν[οντας] τους Β[α]ρ[βάρους]»21 ed ho riscontrato in Ren[an] il sospetto che il loro ritorno sia davvero una possibilità.

6. Qu[ando] h[ai] la sen[sazio]ne di essere cattivo e questo t[i] procura dolore e s[enti] scrupoli di coscienza, allora in realtà non sei cattivo per[chè] ti dispiacciono le t[ue] az[ioni] e pertanto esse non ti appartengono. / Ma / qua[ndo] s[ei] c[attivo] senza s[crupoli] di c[oscienza] e piutt[osto] te ne ral[legri], allora s[ei] c[attivo] inconsapevolmente, quindi non sei c[attivo] giacchè non ne sei responsabile. Ma allora in fin dei c[onti] non es[iste] la cattiveria?   Titolo di una poesia di Kavafis.   Τitolo di una poesia di Kavafis. 21   Titolo di una poesia di Kavafis. 19 20

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7. Il /(cosiddetto) / uomo cattivo odia la cattiveria quanto il (cosiddetto) uomo buono. Solo che la sua valutazione di ciò che è cattivo è diversa. Egli dà a se stesso una spiegazione delle proprie azioni senza considerarle cattive. E allo stesso tempo in cui compie un’azione molto cattiva - un reato - vi sono molte [[azioni]] / cose / che disapprova e non fa perchè le considera cattive. Dunque da un certo punto di vista [[un]] / no / [[non]] esiste “uomo cattivo”. Siamo [[tutti]] - ognuno a modo suo - tutti, e tutti vogliamo essere, buoni!

8. Coll’aver differito e ridifferito la pubblicazione, cosa ho gu[ad]agn[ato]. Pensate al «`Ασμα», al «`Εμπνευσις», al ciarpame (ai [[24]], 25, 26 e 27 / e 28 /) delle poesie bizantine, al «Κάλλους Αντίληψις», all’»Harem», al «Η Δέσποινα κοιμάται», al «Προσωδία», al « Κάλλος της κακίας», al «`Όταν φίλοι μου αγαπούσα», al «Συστήματα» (Μάγοι, Φιλόσοφοι ecc. che dicono sciocchezze), al «Κλεοπάτρα», al «Πορφύριος», / al «Θρήνος» (con le stupide [[Φωνές]]22 voci della Sposa, dei Genitori, del Bambino, ecc. ) / e qu[an]t’altro ancora che adesso mi fa sentir vergogna. Che guadagno! E tutte le poesie scritte tra i 19 e i 22. Che squ[a]llida robaccia!

1.10.1906

9. Ma che vanità e stravanità! “Le[ttere]” pag. 160, par[a]gr[afo] 2 e “Le[ttere]” in precedenza P[etrùla] Ps[ilorìti]. Che coraggio non trovarsi nella / al[ta?] sen[timent] [convenzio]ale importanza del mondo23: e cercar di abbellirla, e come pr[ima?] darsi da fare per es[sa]: sia pure la su[p]er[ficie], st[ando] che è quella che v[edi] e con essa hai a che fa[re], e – [[come]] / non dimentichi di / essere ignora[nte] – può darsi che abbia im[po]r[tanza] il fatto di non no[minarla], nondimeno istintivamente la sen[te] sia l’uma[nità] sia quando anche tu ti trovi in buona salute. Luglio 1911

Per noi esseri u[m]a[ni] la vita è q[uasi?] come un suicidio, og[gi], tanto da essere resa talora superflua.

Luglio 1911

  Titoli di poesie che Kavafis scrisse in giovane età e poi ripudiò eliminandole dalla propria produzione.   Nel testo greco è palese la possibilità grafica di intendere, a seconda delle lettere che si utilizzano o no, entrambi i significati di “sentimentale” e “convenzionale”: συν[αισ]θηματική, dove è possibile sia il significato di συναισθηματική(sentimentale) che di συνθηματική(convenzionale),includendo o no le tre lettere αισ. 22 23

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Annotazioni24 I - 5 luglio 1902 Prima pubblicazione.25 Archivio Kavafis (F 23). II - 18 agosto 1902 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). Littérateur(franc.). letterato, scrittore; hankering(ingl.): intenso desiderio, brama; sharpening(ingl.): pungolatura, stimolo; agitation(franc.): smania, turbamento, tumulto. III - 16 settembre 1902 Prima pubblicazione: G.P. Savvidis, Le edizioni kavafiane, 1966, pag. 173, nota 71. Archivio Kavafis (F 23). v. Appunti X, XIII e XV. IV - 19 ottobre 1902 Prima pubblicazione: G.P. Savvidis, L’energica parola di K.P. Kavafis, quot. To Vima(La Tribuna), 15.4.1972. Insieme fu pubblicato anche l’Appunto XX. Archivio Kavafis (F 23). V - 9 novembre 1902 Prima pubblicazione: K. Kavafis, Prose, presentazione-commenti G.A. Paputsakis, 1963, insieme con l’Appunto VII. Il manoscritto non è stato restituito all’Archivio Kavafis e si ignora dove attualmente si trovi. VI - 12 novembre 1902 Prima pubblicazione: M. Pierìs, La luce e la tenebra nella poesia di Kavafis, Ciclo Kavafis, Società di Studi, 1983, pag. 142. Archivio Kavafis (F 23). Solitaires(franc.): solitari; colour-blind(ingl.): uno che è affetto da discromatopia, daltonismo. VII – 13 dicembre 1902 Come Appunto V. VIII - 1904 Prima pubblicazione: G.P. Savvidis, Esistono altre poesie sconosciute nell’Archivio Kavafis, quot. To Vima tis Kiriakìs (La Tribuna della Domenica), 24.4.1983. Archivio Kavafis (F 23).   Sono state redatte dal curatore dell’edizione, G.P. Savvidis, a complemento informativo degli Appunti a cui si riferiscono secondo la relativa numerazione romana loro attribuita. 25   La semplice indicazione “Prima pubblicazione”, senza altre specificazioni, esprime il fatto che l’Appunto è stato pubblicato per la prima volta nell’edizione presso l’Editore Ermìs nel 1983 a cura di G. P. Savvidis. Qui si riportano unicamente i dati che si riferiscono alla prima pubblicazione degli Appunti I-XXVII e alla loro fonte, nonchè, per alcuni di essi, essenziali traduzioni di alcune espressioni straniere. 24

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IX - 1904 Prima pubblicazione. Come Appunto VIII. X - giugno 1905 Prima pubblicazione: come Appunto III, pag. 170-171. Archivio Kavafis (F 23). XI - 9 luglio 1905 Prima pubblicazione: riv. Odòs Panòs(Via di Pan), 1, gen. 1981. Archivio Kavafis (F 23). XII - ottobre 1905 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). XIII - 15 dicembre 1905 Prima pubblicazione: come Appunto III, pag. 171. Archivio Kavafis (F 23). Non sarà inutile ricordare che inizialmente la seconda lingua di Kavafis era il francese. E sembra addirittura che egli abbia scritto in francese, in età giovanissima, anche delle poesie, andate poi perdute. Più tardi, probabilmente dopo che egli fu assunto presso l’ufficio statale, la lingua inglese assunse carattere di seconda lingua a tutti gli effetti, dopo la lingua greca. XIV - 1906 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). Kavafis si riferisce a tre poesie scritte alcuni anni addietro, e cioè Ceri(1893), Un vecchio(1894) e Le anime dei Vegliardi(1898). XV - 3 gennaio 1907 Prima pubblicazione: come Appunto III, pag. 172. Archivio Kavafis (F 23). Umconfortable(ingl.) : impacciato, imbarazzato. XVI - 24 gennaio 1907 Prima pubblicazione: Sonia Ilinskaja, K. P. Kavafis, 1983, pag. 151. Archivio Kavafis XVII - 28 aprile 1907 Prima pubblicazione: Edmund Keeley, L’Alessandria di Kavafis, pag. 37. Archivio Kavafis (F 23). XVIII - 13 maggio 1907 Prima pubblicazione: v. Appunto XI Archivio Kavafis (F 23). Refreshes him(ingl.): lo rinfresca. Fermenti  332


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XIX - 22 settembre 1907 Prima pubblicazione: v. Appunto XI. Archivio Kavafis (F23). Epaté(franc.): impressionato. XX - 29 giugno 1908 Prima pubblicazione: v. Appunto IV. Archivio Kavafis (F 23). XXI - 11 luglio 1908 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). Non si sa a quale poesia si riferisca Kavafis. XXII - 26 ottobre 1908 Prima pubblicazione: G.P. Savvidis, I frivoli mi chiamino pure frivolo, riv. O Tachidromos (Il Postino), 16.5.1964. Archivio Kavafis (F 23). Humbugging(ingl.): farsa, burla. XXIII - estate 1909 Prima pubblicazione: v. Appunto V. Il manoscritto non è stato mai restituito all’Archivio Kavafis e se ne ignora la sorte. XXIV - 20 giugno 1910 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). XXV - 10 settembre 1910 Prima pubblicazione: G. P. Savvidis, Kavafis era cristiano?, quot. To Vima, 28.4.1973. Archivio Kavafis (F 24). XXVI - inizio aprile 1911 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 41). Discipline de vie(franc.): disciplina di vita. Nello stesso fascicolo dell’Archivio si legge il seguente Appunto, probabilmente incompiuto: Op[era?] di virtù e di tristezza per tanti esseri tormentati – che p[ene], che dif[ficoltà], che umi[liazioni], che de[v]ast[azioni] della sa[lute] – che avrebbero p[otuto] con una réglementation non so[f]fr[ire] tanto. réglementation(franc.): disposizione regolamentare. XXVII – 17 ottobre 1911 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 24).

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Annotazioni sugli appunti in appendice 1. 1901 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 84). Nel medesimo Appunto sono scritti alcuni versi in francese e in inglese, che potrebbero essere stati ispirati a Kavafis dalla circostanza narrata nell’Appunto medesimo: 2d Si j[eune] et si charm[ant]. 1st Int[eressant] & j[eune] g[arçon]. Y[oun]g men, h[indered ?] fr[om] …ing t[heir] her[itage]. Peraltro, per semplice curiosità, sembra che il nome del giovane morto fosse Max N. Sokòlis. 2. 1902 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 42). 3. 29 novembre 1903 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 40). 4. 1904 Prima pubblicazione. Il testo risulta dalla fotocopia di un manoscritto appartenente al Museo Benakis ad Atene. 5. 1904 Prima pubblicazione: Michalis Peridis, La vita e l’opera di K. Kavafis, 1948, pag. 183, nota 2. v. manoscritto sub n. 4. 6. 1904 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 23). 7. 1905 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 84). 8. 1o ottobre 1906 Prima pubblicazione: v.Appunto III. Archivio Kavafis (F 82). 9. luglio 1911 Prima pubblicazione. Archivio Kavafis (F 141). I riferimenti riguardano la rivista “Lettere”, n. 4-5, mag.-giu. 1911 e la moglie di Nikos Kasantzakis, Galàtia Kasantzaki, indicata col suo pseudonimo Petrùla Psilorìti.

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Jannis I. Pappas

Anche Jannis Pappàs si muove nelle traiettorie dei poeti dell’80 in una poesia dove la nostalgia della memoria riporta in vita perduti sentimenti ed eventi nella coscienza di un tempo inafferrabile e finalmente vero unicamente in chiave onirica.

Nel giardino dietro la casa Nel giardino dietro casa di notte scavando ansante raggiungeva il sogno. Vi incontrava i suoi vecchi amici, ormai nomi e immagini di una gioventù lontana a vedersi, e nel sogno s’udivano voci e risate. Gesti, tensione, uscite notturne per render possibile l’impossibile. Ora in groppa a un cavallo nero ad attraversare il ponte, e poi a cantare a Salonicco, ora a gironzolare in terre straniere, annegando alla fine nel lago di sora-Frossìni.1 E poi di nuovo uscendo dalla fossa del covile scavata nel giardino dietro casa ritorna lì per continuare a vivere ormai sempre più solo.

I veli della notte In memoria di Thanassis Kostavàras

Madido di sudore balzo nel buio profondo Sento voci e nitriti. “Non è possibile, abbiamo pur lasciato qualcosa dietro di noi. Dopo tanta lotta, tanti sogni, non è possibile...”. Dietro la finestra sbarrata ogni sera cercano di trovare ciò che hanno dimenticato.   Ė il lago di Ioàannina (Giànnina) nell’Epiro, dove Alì pascià fece annegare la giovane Frossìni colpevole di aver respinto il suo amore e preferito quello del figlio Muchtar. 1

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Comincia ad albeggiare. Li vedo partire in groppa ai cavalli, nella foschia dell’alba, fino alla sera sucessiva quando ritorneranno.

Ritorno Quando di notte ritorni con la frescura sui campi roridi, là dove stillano nomi, immagini di amici dimenticati gli aranci, là dove ogni mattina arrochisce ai galli la voce là dove alla prima luce del giorno ti alzi per guardar nel tuo sogno se è tornato e non t’ha trovato sotto le umide lenzuola della memoria. Quando ritorni di notte con la frescura sui campi roridi, sai che ormai adesso nessuno ti aspetterà!

La disgrazia della morte Ad Andonis Fostieris

Ci sono bambini che la morte ha da badare e ninnare. È priva di ogni responsabilità . Chi mai avrebbe accettato che la morte gli facesse la ninnananna? Ė disgraziata la morte, diseredata, perseguitata. Da secoli sola, senza amici. Chi vorrebbe per amica la morte? Maleducata e villana la morte. Sempre non invitata e mai con un regalo. Chi avrebbe accettato i regali della morte? Ė infelice la morte: non aver in sorte neppure una morte!

Fermenti  336


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Sudario dell’amarezza E poi la memoria, la notte, col sudario dell’amarezza ricopre i miei morti. Lacrima fresca erbetta sulla pelle della terra nera. Nel mio sonno piovono stille di nostalgia. Sono altrove. Quando ragazzo imberbe mi avventuravo in strade polverose, sbucciandomi le ginocchia nelle scalfitture del tempo arrivano candidi anni a bruciare l’anima mia. Adesso in città ormai svendo i miei averi nei mercati all’aperto.

Nàufraghi di sogni Il tempo era buono. Propizio il vento. Eravamo tutti raccolti sul ponte. In piedi il comandante a voce e a gesti dava istruzioni sul come pervenire al sogno. Ma all’improvviso un vento si levò, si fece grosso il mare, le onde sbattevano con forza sul vapore. Il comandante ordina: “abbandonare la nave”! Molti compagni si salvarono nuotando fino alla terraferma. E poi si misero in fila dietro i nuovi capi, ed essi stessi divennero capi con tanto di servi e quattrini. Altri han preso il treno per andar da nessuna parte bestemmiando per il tempo perduto sulla nave. Altri, nàufraghi di sogni su piccole isole seduti, aspettiamo il passaggio di un’altra nave.

Fermenti  337


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Sotiris Pastakas

TRADUZIONI

Tra i poeti della c.d. generazione dell’80 la voce di Sotiris Pastakas s’impone per un originale personale senso di pessimismo appena attenuato da una irreversibile carica di sarcasmo che capovolge i termini della visione delle cose e degli uomini.

Dalla raccolta Isola di Chios (2002, 20092) 9. In pochi giorni ho perduto molti chili. Non so con esattezza quanti, non posso precisarne il numero.

come la gioia apparisce. Il dolore, amor mio, diviene quando è grande, gioia che avvince.

I miei vestiti me lo fanno sospettare, la comune constatazione degli amici: “sei malato, cosa ti succede?”

Solo chi ha molto amato, può nuovamente amare.

28. Magari se il mio malanno avesse un nome di quelli comuni: diabete, melanòma, Non hai voluto rimare con me: paranoia. Nessuno però dice che è m’hai lasciato libero il verso... Amore, nessuno profferisce il nome di una malattia come questa. 47. 16. Il dolore inizia quando dimentichiamo la ferita. Non esiste fruoruscita di pallattola. Guarito e rimarginato è il suo punto d’impatto. Il dolore è chiuso dentro. Non si può localizzare negli organi, nei tessuti, nelle cellule. Nulla lo rivela. Diffuso e inafferrabile, Fermenti  338

Le tue tettine antidolorifiche. Le tue palme aromifere. Il balsamo del tuo amore. Per quanto tempo continuerò a pensarci? Per quanto tempo saranno il mio supplizio? Sei mesi? Un anno? Un giorno, lo so, diventeranno: indifferenti tette, inesistenti palme, amore.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Dalla raccolta Jorge (2008) Adesso che posseggo parenti e amici tra i defunti, il mio gatto non fa che raschiare la terra. Adesso che ogni fiore si dischiude nel lutto e i miei vasi da fiori hanno il nome di coloro che sono morti, il mio gatto circolando da uno all’altro, scava con le zampe davanti, scalcia con quelle dietro, ha riempito di terra il mio terrazzo, ossicini e teschi, saggi dell’amore di persone che egli non ha amato perchè non ha conosciuto, oggi però s’è preso la briga di portare tra i denti, dalla veranda, Thanàssis, e posarlo davanti ai piedi della mia scrivania – domani chissà chi altri disseppellirà!

* Quella notte quando i morti decisero all’improvviso di fare i morti e i quadri i quadri appesi sui muri, i libri acconsentirono a mettersi ai loro posti uno accanto all’altro in biblioteca, le stelle a percorrere la loro traiettoria prestabilita, i condomìni accendere allo stesso tempo le loro luci nelle piccole cucine e i grandi saloni perfettamente allo stesso istante e le automobili aprire i loro apparecchi stereo al diapason, il mio gatto ha deciso per una volta anche lui di fare solo il gatto e per quella notte sparire dalla mia vista.

Fermenti  339


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Dalla raccolta inedita Monte Egàleo (2009) *

*

Non mi lamento. La mia vita ha avuto un ottimo successo: sono riuscito a possedere un attico! Finalmente posso piangere con vista Partenone.

Moltissimi sono i rapaci nel Cielo Attico. Li scorgo dal settimo piano ora ad oriente ora ad occidente al nord e al sud. Sono sicuro che oggi arriveranno sazi sul mio balcone.

* Per arrivare fin quassù dove sono arrivato ho dovuto scaricare la mia giacca al primo piano la samsonite dal secondo la mia cravatta dal terzo i miei depositi di risparmio al quarto la mia carta d’identità al quinto sciacquarmi di dosso il tuo amore al sesto per poter ritrovare me stesso ignudo al settimo. * I miei errori un’intera città come Atene hanno costruito. E amara consolazione da qua sopra star a guardare una città costruita nell’errore: una vita nell’errore costruita in una fila di decenni.

Mi lasceranno indisturbato sorbire il mio tè. *

Vita carnovora. * Mi piace quello che vedo dal mio balcone. I bucati le paraboliche sky. Dietro agli specchi in qualche parte in fondo guardare l’Acropoli come un tempo Bella. Vi inviterò a spartire con me quello che io vedo, siàtene certi, vi chiamerò. Perchè solo io guardare tanta bellezza da quassù. Vi chiamerò. La vita dall’alto della Croce è stupenda.

Fermenti  340


da "Fermenti" n. 235 (2010)

*

*

Non ho mai visto un arcobaleno sopra l’Acropoli. Ho inseguito tempeste. Ho seminato tempeste. Invano. Non l’ho mai visto questo fottuto.

Un avvoltoio fa giri sopra il nostro condominio. Qualcuno ha detto di averlo visto volare a grandi cerchi sopra il Monte Egàleo. Altri l’ha visto sopra il Teatro di Diòniso. Nessuno ha detto che è venuto per sbranare la carcassa al settimo piano. (Traduzione di Crescenzio Sangiglio)

Taci come il mare di Lerri Baldo

Hai usato il suo corpo di Velio Carratoni

Fermenti  341


da "Fermenti" n. 235 (2010)

D. Grigor’ev e V. Zemskich, poesia sulle rive della Neva A cura di Paolo Galvagni

Fermenti  342

TRADUZIONI

Si presentano qui al lettore italiano due poeti russi contemporanei di San Pietroburgo. Entrambi hanno una preparazione scientifica. Entrambi hanno cominciato la propria attività letteraria alla fine del ristagno sovietico. Hanno conosciuto gli ambienti letterari underground del “samizdat” (letteralmente: “edito da sé”). Nel 2009 presso il Centro moscovita di Letteratura Contemporanea (collana “Il Gulliver russo”) è uscito il loro ultimo volume poetico, da cui sono tratti i versi qui tradotti. Dmitrij Grigor’ev è nato nel 1960 a Leningrado-Pietroburgo, dove vive tuttora. Laureatosi in chimica, ha svolto i più vari lavori: cementista, carpentiere, decoratore, redattore, etc. Attualmente lavora come fuochista nella sala caldaie di una scuola elementare. È poeta e prosatore. Fino al 1989 ha pubblicato nel samizdat, in edizioni clandestine, quali “Časy”, “Obvodnyj Kanal”, “Mitin Žurnal”, “Sumerki”. Dagli anni Novanta i suoi versi sono apparsi sulle riviste “Černovik”, “Arion”, “Neva”, “Indeks”, “Rodnik”, “Mnogotočie”, “NLO”; e in volumi collettanei: Russkij verlibr [Il verso libero russo] (2002), Legko byt’ iskrennym [È facile essere sinceri] (2002). Ha pubblicato le raccolte Poslednij vrag [L’ultimo nemico] (1994), Perekrëstki [Incroci] (1995), Zapiski na obočine [Appunti sul ciglio della strada] (2000) e il romanzo Gospodin veter [Il signore vento] (2002). Nel 2005 è uscito a San Pietroburgo il volume Ognennyj dvornik [Il netturbino infuocato], che comprende versi e racconti. L’ultima raccolta poetica: Drugoj fotograf [Un altro fotografo] (2009). Nei versi di Grigor’ev l’immagine sembra nascere dal movimento di una frase. Questa immediatezza non esclude il carattere artigianale: il poeta costruisce il verso come un carpentiere che confeziona i suoi lavori. Valerij Zemskich è nato nel 1947 a Volchov, nei pressi di Leningrado-Pietroburgo. Laureatosi in fisica, ha lavorato nelle centrali nucleari, tra cui Černobyl’. Ora lavora nel campo editoriale a San Pietroburgo. Ha cominciato a pubblicare a metà degli anni Ottanta, collaborando con le riviste del samizdat (“Sintagma”, “Sumerki”, “Topka”). Nel 1991 è uscita la prima raccolta Nevernyj ugol [L’angolo incerto]. Suoi versi sono inoltre apparsi sulle riviste “Smena”, “Literator”, “Literaturnoe obozrenie”, “Petropol’”, “SegoDnja”, “Černovik”. Tra i suoi volumi di poesie: Strastnaja nedelja [La settimana santa] (1993), Posleknižie [Il dopo libri] (1996), Bezmol’vnoe čtenie karakatic [La lettura silenziosa dei calamari] (1999), KnigA [LibrO] (2001), Chvost zmei [La coda del serpente] (2006). L’ultima raccolta poetica: Kažetsja ne ravno [Sembra non uguale ] (2009). Zemskich ha alle spalle una carriera più che trentennale. Di libro in libro parla con sempre maggior sicurezza, precisione, sempre più su piani diversi.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Dmitrij Grigor’ev Ardono nelle discariche gli scheletri degli abeti, da aghi verdi è trafitta la neve bianca, scricchiola il fuoco, e il fumo guarda alle finestre, dove come orsi dormono persone semplici, quelle non semplici girano attorno agli abeti, gettando le orme nella fiamma della festa, le stelle volano loro incontro, e il fumo disegna giardini paradisiaci. *** Al vento si agita una lappola, e il girasole scuote la testa – non diventerà il nostro nuovo sole e morirà ancor prima della nevicata, la polvere si depone sulle grandi foglie, i suoi petali sono una fiamma viva, le centinaia di suoi occhi guardano il cielo, e non la strada sotto i piedi, e noi camminiamo sulla strada, gettando le bucce dei semini, come le parole vuote tra di noi, e il girasole scuote la testa. *** … Guarda al finestrino del bus e chiede: – Chi è quella donna, che scava nell’orto, vestita di vecchio, come una barbona? – È la mia mamma, ed è bellissima, di parole soavi è il suo vestito, di dolore le sue scarpe. Attraverso il ghiaccio-vetro lui guarda ciò che è già svanito, l’erba ricolma di argilla grassa sul ciglio della strada, le assi dello steccato: Fermenti  343


da "Fermenti" n. 235 (2010)

– Chi è quella donna accanto al balconcino, quasi turbinasse il polline variopinto? – È la mia mamma, verro presto da lei… Ma le mani dell’autista sono uccellini, e non c’è nulla per schiacciare il freno. *** Freddo autunno 1 Freddo autunno. Brucio la legna umida con mucchi di malecopie. 2

6 Freddo autunno, il corrente fuso orario: “Mosca, estate”. ***

Freddo autunno. Di cenere cospargo le teste dei rovi di fragole.

Il mio cuore, un sacco rosso vuoto sul ramo di un albero dondola sopra la strada – nessuno lo toglierà.

3

***

Freddo autunno: il sorbo, il tremulo e l’acero rosso – in luogo della fiamma.

Loro vanno nelle miniere, e noi siamo semplici pescatori, amiamo comporre canzoni nel buio argento del fiume,

4 Freddo autunno. Ogni parola si solleva come una nube bianca.

5 Freddo autunno. Al mattino i diamanti sull’erba, e di sera – nel cielo.

loro hanno lampade sui caschi, sono già dentro la terra, e noi sulle barche sediamo immobili lontano dalla riva, loro stanno nella terra come vermi, li hanno appesi su ganci, sono persone semplici i minatori, e le montagne gonfiano le pinne, e noi componiamo solo canzoni nel buio argento del fiume.

Fermenti  344


da "Fermenti" n. 235 (2010)

*** Sdraiato sul divano, sputava sul soffitto varie parole leggere, belle, quelle pesanti le sputava sul pavimento, ma a nessuno gocciolava sul cervello. Così colmava l’appartamento vuoto col suo ricco mondo interiore. *** Le gazze trillavano, i lupi ululavano, e i pesci in silenzio nuotavano nel ruscello. I cani latravano, le mucche muggivano sul fatto che la Parola era all’inizio, ma quei pesci tacevano sempre. *** Lei ha detto Io amo l’odore del cherosene, non l’alcol, che provoca il mal di testa, no, l’odore dolce del cherosene, quando la mia casa brucia. Lì da sola danzo con il fuoco, lì da sola sono bella nel fuoco, e soltanto il fuoco mi bacia, quando coprendo il viso con la mano ride la fiamma del cherosene, e apre le porte del paradiso

una stella nel cielo blu scuro, lì da sola gioco con il fuoco, lì tutto brucia, ma io so che non c’è nulla di più stupendo dell’odore dolce di cherosene, il fumo nero e la luce rossa! *** Un altro fotografo “Ho fotografato il cielo distrutto, mattoni azzurri, rattoppi di neve, Ho fotografato quello che non c’era, – così dice e fa schioccare la macchina. – Ecco la foto di una ragazza, la strada, sopra di esse piogge ininterrotte, posso perfino fotografare Dio, ma tu vattene da qui: tu non entri nel fotogramma, violi la composizione, chiudi la vista, non hai nulla da fare qui”, – così lui mi dice. E poi fa schioccare nell’erba un grillo, frusciare sulla testa le foglie. *** Ecco viene un uomo vivo: dentro di lui cresce un albero, dentro di lui l’odore d’erba, dentro di lui tubicini e rubinetti, dentro di lui un asilo nido, dentro di lui affondano i titanic, dentro di lui le foglie cadute, per lui scavano ormai la fossa, ma lui va ed è felice. Fermenti  345


da "Fermenti" n. 235 (2010)

*** Finché un riflesso di sole salta lungo i gradini della piattaforma,

la macchina suona, e persone assonnate escono in strada, si stringono per il freddo, e i passeggeri stanno vicino al bordo e danno da mangiare agli uccelli sui binari, fanno suonare i bidoni, ecco io riempio un bicchiere con questo bianco, rimarcando il biancore della neve fino all’erba stessa finché come un masso arancione il cantoniere è intirizzito su una panchina, e ai soffioni del colore della cisterna. finché il treno non è arrivato, e il tunnel sembra un nero occhio,

se vuoi, ti misurerò con il mio ampio righello, misurerò la stanchezza e la vecchiaia, la profondità di caduta del cielo

Il resto – lo ripongo fuori dalla porta in un barattolo di vetro – per richiamare l’estate.

e quante briciole di pane celestiale sono a noi rimaste – da poco sono stato nominato agronomo di terre invisibili, e il riflesso di sole balza sempre, c’è odore di ferro e zolfo… *** Hanno portato il latte in un’autocisterna gialla, che fluttua come un sole accanto a cumuli di neve, di portone in portone, hanno portato il latte dal sovchoz 1, dove mucche calde nelle stalle masticano il passato,   Fattoria di stato all’epoca sovietica.

1

Fermenti  346

Dmitrij Grigor’ev


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Valerij Zemskich Ti sveglierai verso mattina Nelle orecchie il rombo del silenzio Una gocciolina di sudore fluisce sul cuscino dalla fronte Sgualcisci nella memoria la giornata E non riesci a reggere il tuo stesso odore ***

La vita sarà cambiata Nel tempo Trascorso da allora *** Ma bisogna prendere e vivere Finire un tocco di pane Bere un po’ di tè Aprire la finestra Lasciare per domani un paio di cose Guardare in se stessi Lavarsi le mani Riordinare il letto Spegnere la luce

In paese vive un cane Di notte abbaia E che altro può fare in un paese deserto Dove non ci sono nemmeno i gatti Di giorno il cane dorme sotto il recinto Tra le lappole Meno male che ci sono le lappole e l’ortica Ed è già notte Dispiace solo che non ci siano gatti Restano della casa due muri e l’angolo della stufa *** Ma presto sarà notte E si potrà abbaiare un po’ Ma tu sai tutto Tu l’hai detto *** Ma tu puoi tutto Tu l’hai detto Alzarsi in piena notte Ma tu perdonerai tutti andare in cucina Tu l’hai detto bere dell’acqua fredda Ma tu salverai tutti guardare indietro al giorno Tu l’hai detto vissuto ingiustamente Ma tu non ci sei e coricarsi di nuovo Tu l’hai detto Anch’io non ci sono a lungo Chi l’ha detto non ritorna il sonno *** *** Ieri l’ho incontrato Tu guardi nella stanza Ma non l’ho riconosciuto Lì arde una lampada Così capita Forse l’hai accesa una volta E lui non mi ha guardato Se ti ricorderai Peccato

Fermenti  347


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Forse è per il meglio Di che cosa parlare Lui non vede E io non credo

Uno specchio E una caravella È tutto di carta Perfino il copricapo

Fa freddo In un inverno europeo È umido La neve non c’è E non si vedono impronte

Sulla carta È vuoto

*** Non ho nulla contro Ma a favore non dirò una parola Mentono Perfino quando dicono la verità Ma anche tacere Non è un grande merito La catenina dell’orologio Si è arrotolata come un serpentello La scatola di fiammiferi È più antica dell’acciarino È tempo di concludere i discorsi Si consuma lo stoppino Non c’è fuoco Ma è pieno di fumo *** Al mattino Tenti di rinnovare il filo perduto degli avvenimenti A volte ti riesce Ma c’è uno scarafaggio sulla parete E tutto va a catafascio *** Aeroplanini di carta Un caccia e un bombardiere Anche un gallo di carta Una barca Fermenti  348

*** Chiudere gli occhi Rappresentare un riposo momentaneo La luce dietro il muro Siamo tappati nelle case La fuga è solo un passaggio Di porta in porta E la cupola dell’ombrello come resti del nido In cui è uscito dal guscio un piccolo cuculo *** Staccarsi per un minuto dalle faccende Scrivere una sciocchezza Rallegrarsi Dispiacersi che è una sciocchezza Scaraventare un calamaio sul muro Ma dove sono ora i calamai Ritornare alle faccende *** Peccato non sia accaduto Ma ricordiamo solo questo Scuotere la testa Un sorriso Un minuto senz’aria Un ponte Sì sembra un ponte ***


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Cadono i giorni Come fiocchi di neve Si sciolgono sui palmi Porto le mani alla bocca Ma sono asciutte *** Vi sedete sulla coda di una cometa Vi sistemate più comodamente Vi guardate indietro E d’improvviso vedete un [telescopio puntato su di voi È molto sgradevole *** Arriveremo sino a quell’albero E a quella pietra E a quel fiume No Noi sederemo Sotto quest’albero Su questa pietra Vicino a questo fiume Finché questa pietra non si dissolverà Finché questo fiume non si seccherà Finché quest’albero non si tramuterà in bosco *** Quando non c’è nulla da dire Parliamo del vento Dell’erba Della farfalla che vola verso la luce

A volte appaiono Il vento L’erba Più raramente la farfalla E mai La luce *** Dopo la pioggia sull’asfalto escono i vermi Puoi non attendere Nessuno verrà Né risponderà Non c’è ricompensa Né prima né dopo Circolano le macchine sulla strada bagnata *** Tutti se ne vanno Si chiudono le porte C’è luce alle finestre Ma per poco Il vento spinge sportine vuote Lungo steccati di ferro *** È lei È lei dico Non si vede forse Esattamente lei E non c’è da pensare È lei e basta Ma lo dico è lei Be’ come sapete Non lo sapete Allora sappiatelo È lei *** Fermenti  349


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Zampette nere Nere Non del tutto nere Anzi niente affatto nere Grigie Non eccessivamente grigie In minima parte Quasi non si vede che sono grigie Si può dire siano leggermente bianche Zampette Di un bianco accecante *** A volte muoio Non per amore Non per fame Neanche per malattia Ma così Per necessità Occorre morire e basta Nulla di divertente Piccole seccature No non è un’iperbole La morte vera e propria Senza falce e cappuccio

Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta di Daniela Torella

Fermenti  350

Senza accordi e commercio Muoio e basta A volte ritorno Ma questo ormai non c’entra *** C’erano C’erano le parole E sono terminate E una farfalla volava in giardino (Traduzione di Paolo Galvagni)

Valerij Zemskich

adel & c. di Massimiliano Chiamenti


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Avanguardia: Usi e Abusi di Marcolino Gandini

Marcolino Gandini, Marilleva 900, 9 agosto 2009, “Marina legge in terrazzo”, cm. 34x24

Ritengo, scrivendone, che ancor oggi questa visione utopica possa contenere significati e alcune funzioni utili al continuare e a perseverare in tal senso, ai fini della ricerca estetica e delle definizioni possibili che valgano a mantenere in vita i processi creativi e critici, nel fondamentale rapporto di disamina che in ogni caso deve riproporsi e continuare. Dunque di avanguardia bisogna alimentarsi e di essa bisogna servirsi nella attività che si sviluppa e svolge. Si deve infatti credere che il tendere alla dinamica e ad una evoluzione nel fare arte, sia e continui ad essere fondamentale e che quindi si debba ipotizzare e aprirsi a visioni innovative. Il fatto concreto conseguente a queste considerazioni si dovrebbe completamente sovvertire rispetto al passato. Fermenti  351

ARTE

Intere generazioni di ricercatori e sperimentatori hanno agito e ipotizzato, inseguendo il mito della avanguardia e della sua funzione, in seno agli sviluppi e alle trasformazioni, attribuendole valori e significati di volta in volta progressisti, con intenso significato di maturazione, di ampliamento delle visioni e dei significati, con la radicata convinzione che a ogni passo ne seguisse un altro e che ogni volta seguisse un ampliamento mentale e umano: una conquista a seguito dell’altra. Questa ottimista e prolungata visione ha provocato e favorito l’ottimismo e la ferma convinzione che potesse seguirne ed esserne generato soltanto maturazione e progresso. Mai un dubbio o un sospetto su questa base di certezze ed entusiasmo.


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Avanguardia sì, ma totalmente rinnovata sia nelle finalita che negli argomenti di verifica e indagine. L`avanguardia intesa come mutazione distruttiva, come interruzione o dissacrazione, tutto ciò sarebbe il modo di un tempo passato. Ora i fatti e le realtà si capovolgono e s`interrompe fatteggiamento prorompente e dissacrante per preferire una finalità di salvazione e mantenimento. Non si deve pensare alla distruzione per innovare, ma esatatmente al contrario: bisogna cercare di salvare e mantenere per innovare,impedendo la distruzione e la totale consunzione. Il mondo non e inesauribile e nemmeno le sue risorse.

Marcolino Gandini, Marilleva 1400, agosto 1995,“Montagne, aria, luce”, cm. 35x33

La stessa attività mentale e creativa dell’uomo non è una condizione di grazia perpetua: anch`essa si riduce e restringe. Vivendo, l’uomo esaurisce se stesso e le proprie condizioni, quelle che si credevano all’origine del fare e dell’azione. Anche in tal senso avanguardia è salvare e mantenere. Il concetto di avanguardia oggi è mutevole e si deve adattare ai tempi in continua mutazione, fermo restando che è necessario in ogni epoca ricercare le posizioni più problematiche e dinamiche, in sintonia con i ritmi dei cambiamenti e delle necessità in divenire. Una avanguardia che si protragga all`infinito, cessa d`essere tale e si tramuta fatalmente in una forma di conservatorismo e immobilità. Questi processi che inseguono i tempi e il loro variare sono indispensabili e devono procedere nel loro iter e nella loro funzione di adesione alla mutevolezza della realtà. Marcolino Gandini

Fermenti  352


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Marcolino Gandini, Roma, 20 ottobre 1986, “Pomeriggio tutti dormono”, cm. 19,5x19,5

Marcolino Gandini, Roma, 7 dicembre 1986, “Tito e Marina giocano in casa”, cm. 35x33

Fermenti  353


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Una storia figurativa romana tra gli anni ’60 e ’70

ARTE

di Gino Guida È singolare notare come spesso delle “grandi avventure”, od anche semplicemente di una certa limitata importanza, nascano in luoghi angusti, come scantinati o ambienti dall’aspetto dimesso, se non squallidi, e si sviluppino nel fievole respiro di una strada breve, magari di alta tradizione ma certamente di minore frequentazione. Ciò avvenne in via Margutta con i suoi sottili fili di una ragnatela protesa da piazza di Spagna a piazza del Popolo e dintorni, in quel di Roma, tra il 1960 ed i primi anni Settanta. Siamo nel dedalo che suole chiamarsi “il mondo delle arti figurative”, e via Margutta, appunto, vedeva installarsi nel 1963 al numero 54 il “Pro e Contro”, nato già nel 1961 in altra sede, ed alla fine del ’64 al numero 62a il collettivo “Il Girasole”, con prima mostra nel gennaio ’65. Dicevo “dedalo” in quanto, eliminando dal discorso il versante dell’astrattismo post-bellico che aveva, a suo tempo, attinto dalle defezioni dalla “Scuola Romana” e da “Corrente” artisti come Afro, Capogrossi, Birolli e Vedova, ed assistito, dal 1949 e con i primi anni Cinquanta, con Gino Guida, Grande terrazzino, 1965 Burri e Fontana all’arrivo dell’ “Informale”, si vedeva, agli inizi degli anni Sessanta, nel versante ristretto del “figurativo”, neo-realismo escluso, una contrapposizione tra un figurativismo che cercava di pescare nell’oceano delle tradizioni ed un altro che succhiava e si alimentava nella vasca, pur ampia, del “Pop” americano. Se è pur certo che gli artisti romani del “Pro e Contro”, inserendo sin dall’inizio alcuni artisti di altre regioni, come Gianquinto, Farulli e Perez e cooptando poi i milanesi Gianfranco Ferroni, Guerreschi e Romagnoni, avevano fatto sì che “via Margutta” estendesse il suo influsso e, direi affermasse la propria importanza su tutta la penisola, è altrettanto vero che lo stesso non si potè affermare per “ il Girasole” tranne che per alcune mostre quali, tra le altre, quelle per il torinese Nespolo, Gnoli, lo spagnolo Jardiel e i francesi Tisserand e Parré. Questo avvenne per molteplici ragioni, che non è qui il caso di approfondire, ma che portarono alla disgregazione del collettivo, non molto coeso anche sulla ricerca delle soluzioni formali. Fermenti  354


da "Fermenti" n. 235 (2010)

Avvenne così che, avendo fatto parte del “Girasole”, mi avvicinai a quegli amici della generazione precedente che avevano operato nel “Pro e Contro” e dintorni: Vespignani, Attardi, la Maselli, Guerreschi, Ferroni, Perez con i quali, dopo l’esperienza del “XVIII Salon de la jeune peinture”, mi legai sempre più fino alla mostra della “Mutina” di Modena del ’73 e del “Fante di Spade” di Roma nel ’75 di cui fu prefatore lo scrittore Mario Lunetta. Era il periodo nel quale la scena dell’arte Gino Guida, Monte Testaccio - N. 1, 1965 figurativa italiana era dominata da Guttuso, Treccani e Carlo Levi. E a proposito di quest’ultimo, lo spirito faceto di Mino Maccari, già noto per motti salaci, quali, su Guttuso, “la picassata alla siciliana” o per il versante astratto “snudate il Brandi viva Scialoia”, mi fece assistere ad uno degli aneddoti più divertenti di quegli anni dibattuti. Stavo con gli amici Quattrucci e Guccione in quello stanzino che affacciava sulla prima sala della “Nuova Pesa” dove la segretaria della galleria, Laura Mazza, intratteneva noi giovani artisti che facevamo “la ronda” in quell’importante galleria che ci ospitava di tanto in tanto. Era la sera dell’inaugurazione di una mostra di Carlo Levi, circa un’ora prima dell’evento, con la galleria apparentemente deserta quando vedemmo Mino Maccari fare capolino all’ingresso con aria circospetta come a volersi assicurare che ci fossimo soltanto noi; quindi entrò dando uno sguardo sommario e quasi disgustato ai quadri, poi passò alla sala successiva che era in gran parte defilata a chi provenisse dalla prima sala. Qui si trovò al cospetto dello stesso Levi, con al collo i suoi due paia di occhiali a catena d’oro, di Terenzi, direttore della galleria e del critico Antonello Trombadori. Dal nostro stanzino scorgevamo solo Maccari, che, dopo un attimo di imbarazzo, esclamò, rivolto ai quadri alle pareti: “Levi questo, Levi quello, levi tutto!” Girò sui tacchi e si precipitò via. Questi erano i tempi, questo il clima, tutto romano, di quegli anni di contrapposte passioni. Gli artisti vivevano legati da affinità o amicizie in zone circoscritte come a via dei Riari con gli studi di Vespignani, Tornabuoni, Quattrucci, Ciniglia, Tommasi Ferroni o a via Margutta, prevalentemente gli “astratti”, o in un palazzone a Lungotevere degli Artigiani dove al primo piano c’era l’abitazione di Gino e Nancy Marotta e più su, all’attico, quella mia con Licia e quella di Giovanni Checchi e Carmen Lobo, figlia del presidente dell’ultimo governo socialista spagnolo prima della dittatura di Franco; sotto di me Carlo e Gianna Quattrucci, e a “metà altezza”, Ignazio Delogu, scrittore di Alghero che, per via del dialetto catalano che ancora si parla nella sua città, fungeva da raccordo, fingendosi catalano DOC, tra il P.C.I. e l’organizzazione clandestina antifranchista. Fermenti  355


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Andò bene ad Ignazio per un certo qual tempo, poi, sospettato dalla polizia di regime, ebbe il suo brutto quarto d’ora. Vissi in quel “palazzone” di amici subito dopo sposato dall’estate ’63 fino al ’69 quando, per l’esiguità dello studio, una stanza non molto grande che sovrastava col suo terrazzino il fluire del Tevere tra Testaccio, il gasometro e “Porto fluviale”, tronfia pretesa del ventennio mussoliniano, tutti soggetti delle mie prime tele a partire dal 1964, mi trasferii a Talenti, quartiere “dormitorio bene” per avere, sempre in casa, uno studio più ampio che spaziava a volo d’uccello verso i monti della Sabina, Gino Guida, I monumenti dell “Inquisizione”, sorvolando l’estrema periferia romana della 1978, (studio) borgata S. Basilio. Di quegli anni vissuti con Checchi e Quattrucci conservo ricordi che, ora che i due amici non sono più tra noi, mi sono particolarmente cari. I due, oltre ad essere bravi artisti, avevano un loro lato goliardico, quando non fosse del tutto “picaresco”. Solevano scorrazzare lungo i muraglioni del Tevere a Lungotevere degli Artigiani, subito sotto casa, armati di carabine a pallini a caccia dei grossi ratti che infestano le sponde del fiume. Avevano una loro sorta di campionato a punti, o meglio, a ratti, che li costringeva continuamente al loro “safari” singolare. Come avevo sospettato, allorché sposatomi andai ad abitare sul lungotevere con accanto i due amici Carlo e Giovanni mi attendevo sorprese e scherzi più o meno spiacevoli. Una notte, di sabato, tornati a casa, dopo la perlustrazione d’obbligo a Porta Portese, chè i “napoletani” arrivavano già a sera tarda a scaricare la loro mercanzia, non mi ritrovai le chiavi di casa…. Oh perbacco erano lì nella toppa, il solito distratto, ed entrammo Licia ed io. Io nello studio, Licia in camera da letto. Uno strillo acuto, di terrore. Mi precipitai, Licia impietrita accanto al letto, e nel letto due figure assurde, mostruose, sotto le coltri a delineare due corpi esili, allungati, avvinghiati fra loro, l’uno con un viso rigido, funereo, dal ghigno osceno, l’altro con il cranio scheletrico, una rosa tra i denti, rossa. Anch’io per un attimo fui attraversato da un brivido, poi una risata isterica ed insieme divertita; nel letto i due esseri formati dai cuscini avevano, come testa, la maschera lignea “Fang” e il teschio del puledro, elemento ricorrente di alcuni miei quadri. Scherzo maligno dei due amici, ma, ci avrei giurato, partorito dalla mente burlona e diabolica di Giovanni. Gino Guida

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Con Emilio Villa di Renato Fascetti

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ARTE

Guidai da Roma a Rieti con Toni Maraini seduta accanto scambiando soltanto qualche parola, oppressi dal grigiore del tardo pomeriggio invernale che accompagnava il nostro cupo stato d’animo. La settimana prima eravamo stati a far visita ad Emilio il quale, dalla casa di riposo ad una decina di chilometri da Rieti, era stato trasferito nell’ospedale di quella cittadina poiché le sue condizioni di salute si erano aggravate improvvisamente. La necrosi che aveva colpito il suo piede si era estesa alla gamba ed i medici Fascetti, Ritratto di Emilio Villa, 1990, cm. avevano deciso un intervento drastico Renato 61,5x61,5, tecnica mista sull’arto per cercare almeno di rallentare l’inesorabile processo infettivo. Dalle loro parole rade ed elusive si intuiva che si stava compiendo un percorso di vita sempre più precario e labile. Trovammo Emilio seduto su una poltroncina. Un plaid poggiato sulle ginocchia rivelava che l’intervento era stato eseguito ed Emilio guardava fissamente davanti a se, verso la finestra, verso gli ultimi lucori del giorno che sempre più scuriva. Il suo sguardo era però acuto ed aggrottato, simile a quello di un’aquila reale. Da qualche anno, dopo la paresi che lo aveva offeso, non poteva più esprimersi con le parole e comunicava muovendo solo il braccio sinistro e articolando con difficoltà qualche suono vocale; lui che con le parole aveva creato pagine e pagine di scritti che erano divenuti testi dirompenti per la critica d’arte e la poesia. Una nemesi che appariva come feroce vendetta di quel mondo arcaico e leggendario nel quale Emilio , come un incursore, si era addentrato per carpirne i significati, le ragioni, i segreti simbolici, le radici esoteriche e trarne un linguaggio magico, sorprendente e rivoluzionario, con il quale interpretare il nostro presente. Toni, con occhi lucidi, gli carezzò le ciocche disordinate dei capelli bianchi con gesto quasi materno. Emilio si riscosse, la guardò poi guardò me. Dagli occhi si attenuò la tensione acuta che avevo notato entrando. Cercò di mettere a fuoco, di far emergere dal grumo dei suoi pensieri qualche accenno che lo facesse partecipe della realtà intorno a lui. La sua bocca perse la piega amara e si distese in un lieve sorriso di sorpresa. Guardai l’uomo seduto; menomato, inerme, violentato ma ancora irradiante una


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fierezza che sembrava voler sfidare il destino. Una serie di immagini irruppe nei miei pensieri che mi riportarono indietro nel tempo, sempre più indietro, fino ad un pomeriggio estivo del l959, quando per la prima volta feci la sua conoscenza. A quel tempo frequentavo spesso il piccolo studio-mansarda di Mario Schifano in piazza Scanderberg. Quel pomeriggio Mario stava mostrando ad una persona un suo nuovo lavoro. Mi presentò ed udii il nome Mila. Mi ricordai allora che Mario aveva esposto nel l957 nella galleria Appia Antica a quel tempo diretta da Emilio Villa. Quando Emilio lasciò lo studio Schifano mi raccontò che il personaggio era uno straordinario poetacritico-scrittore sempre defilato e ribelle rispetto all’ufficialità del mondo culturale, ma che aveva il credito altrettanto straordinario degli artisti di rottura. Dopo questo primo incontro fugace lo rividi, qualche anno dopo nel l962, sempre da Schifano, nel suo nuovo studio a Passeggiata Ripetta. Ero allora al corrente di molte più notizie su di lui ed avevo letto alcuni “pezzi’ tra i quali quelli pubblicati sulla rivista francese “Art d’Aujourd’hui” che ancora conservo. Sapevo che era considerato lo scopritore e l’esegeta del suo amico Alberto Burri e che, come nota caratteristica, ma illuminante, insieme al pittore Pupino Samonà, su una barchetta in mezzo al Tevere aveva scritto sui ciottoli raccolti sulla riva, versi che poi venivano affidati ai gorghi del fiume. C’era insomma da essere intimiditi dalla personalità dell’uomo. Quella mattina Villa, dopo aver osservato alcuni “Particolari di paesaggio italiano” ai quali Mario stava lavorando in quel periodo ed aver espresso le sue emozionanti definizioni, disse che doveva uscire in fretta dovendo incontrare lo scultore Ettore Colla al bar del Cigno al viale Parioli. Messa da parte, con una certa apprensione, la mia timidezza mi offrii di accompagnarlo in auto, dal momento che anch’io dovevo andare nella stessa direzione, Per tutto il percorso provai l’imbarazzo ed il timore reverenziale nel trovarmi accanto la persona che sapeva dare giudizi acuti e determinanti sul lavoro degli artisti e, intimidito e silenzioso non provai il minimo impulso di accennargli che anch’io dipingevo. Non ho alcuna difficoltà nel definirmi riservato, timido e spesso dolorosamente orgoglioso e gli effetti di questa miscela caratteriale creano difficoltà nel saper cogliere e mettere a profitto le occasioni per le quali occorrerebbe spregiudicatezza, scaltrezza e disinvoltura. Ma tante. Il caso, tuttavia, muove percorsi imprevedibili e così, tramite Pupino Samonà che avevo conosciuto a piazza Navona dopo la mia permanenza di quattro anni nel nord Europa, di nuovo fece incrociare in modo inaspettato il mio percorso con quello di Emilio. L’occasione fu la proposta che mi fece Pupino di acquistare un piccolo appezzamento di terra in Sabina per una cifra assolutamente imperdibile. Era una intera proprietà che poteva essere separata in tre parti, per dividere la spesa e gli altri due Fermenti  358


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acquirenti sarebbero stati Topazia Alliata, con la quale da qualche mese era nato un rapporto di grande stima e amicizia ed Emilio Villa che di nuovo appariva all’orizzonte della mia vita. Ci incontrammo e così mi trovai a far parte di quella piccola comunità ormai consolidata da tempo fra Topazia, Emilio e Pupino alla quale fui aggiunto, piovuto come un alieno dalle brume nordiche scandinave. Avevo già esposto nel l967, con una personale nella galleria dell’Obelisco di Gaspero Del Corso ed Emilio, per questa ragione, ricordava vagamente il mio nome ma non il mio lavoro poiché credo che considerasse l’Obelisco troppo mercantile. Idealmente riteneva “basso pragmatismo” il commercio dell’arte e questa era una di quelle sue posizioni che consideravo contraddittorie e che, nel proseguo degli anni, cercai di comprendere. Nel primo dopoguerra l’Obelisco aveva presentato i primi lavori di Burri: i catrami, le muffe e nei primi anni Cinquanta i famosi “sacchi” che tanto scalpore e scandalo avevano scatenato fra i benpensanti della cultura ed era stato Emilio a scrivere le pagine più incisive, poetiche e sorprendenti di quella esperienza innovatrice e stravolgente. La divisione della proprietà avvenne in maniera talmente amichevole e serena che al termine ci guardammo sorpresi e sorridenti, ognuno soddisfatto della propria scelta. Emilio mi aveva osservato con una certa curiosità, forse qualche frammento del passato gli suggeriva vecchie memorie ma non mi sentii di ricordargli di quel passaggio che gli avevo dato anni prima. Mi chiese cosa stessi facendo in quel momento. Mi tenni sul vago, tanto più che mi trovavo in un periodo di ricerca e, di conseguenza, timoroso di rischiare un giudizio che poteva far vacillare o addirittura crollare quelle fragili certezze che cerchiamo di raggiungere con il nostro lavoro. Iniziò così con Emilio un rapporto ed una conoscenza particolare, tecnicamente non professionale. I terreni che avevamo acquistato si trovavano in una zona ancora integra dal turismo, quasi selvaggia, poco o punto coltivata, povera ed austera. Una precaria strada bianca percorreva la valle dove scorreva il limpido torrente Turano e portava al terreno di Emilio che si affacciava come una grande terrazza, nella parte alta di una collina, sulla vallata. Tutta la zona emanava qualcosa di magico ed Emilio mi raccontava che nell’antichità, fin dagli albori delle civiltà tribali, il ponticello che attraversava il torrente, all’inizio della valle, si chiamava Ponte Mercatello perché scelto come luogo sacro dalle tribù di tutto il circondario per fare mercato e compiere i loro riti. Sulla mia parte di terreno che confinava per un lungo tratto con il Turano, in alto, accanto ad una vecchia stalla in pietra, avevo costruito una specie di ara sacrificale con sassi e ciottoli che avevo preso dal torrente. I nostri riti erano a base di bruschette, peperoni arrostiti, braciole di maiale, salsicce, bistecche, talvolta qualche trota che ero riuscito a pescare nel Turano, cicoria favolosa colta sul terreno e insomma tutto quello che poteva essere sacrificato all’altare del paganesimo alimentare. Emilio era una figura carismatica e familiare nel medesimo tempo Fermenti  359


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e mentre si intrecciavano racconti, discussioni, rievocazioni in una osmosi naturale, i pioppi che bordavano il torrente, le querce, i lecci ed i faggi che facevano da confine al terreno formavano una corona protettiva e solenne. Spesso scendeva Giovanni con la sua corte di cani e canetti bastardi. Era l’unico contadino della zona che abitava una cascina appena sotto il terreno di Emilio. Camminava con il passo lento di chi ha calpestato la terra per tutta la vita, il corpo piegato come una squadra dall’uso della vanga e della zappa; occhi cerulei, zazzeretta ribelle, il sorriso radioso e sdentato simile a quello di un fanciullo che aveva pero superato da molto la settantina d’anni. Emilio lo adorava ed andava in estasi quando Giovanni raccontava che l’unico viaggio della sua vita era stato quello di essersi recato a Roma per tre giorni, ai tempi del re, il mare era per lui la grande vallata coperta d’erba che si agitava come onda sotto il soffio della brezza. Da giovane andava a caccia di lepri colpendole da lontano con una pietra, novello Davide ma più preciso. Quando arrivava, avendo visto il fumo del nostro alitare sacrifìcale, si accovacciava sui talloni come un indiano, lontano da noi; gentile, educato, sprizzante piacere di stare in compagnia non soltanto dei numerosi canetti che lo seguivano sempre e si accucciavano tranquilli intorno a lui come fosse un apostolo; dovevamo forzarlo per farlo stare in mezzo a noi. Gli chiedevamo a volte che tempo avrebbe fatto e lui, osservando il cielo, le foglie, le piante e quasi assaporando l’aria annunciava il servizio meteorologico per almeno due mesi. Era infallibile. Emilio lo aveva definito “Grande Ingegnere” perché da solo, con il solo aiuto del piccone aveva approntato una comoda, perfetta deviazione che dalla strada comunale saliva verso la sua cascina. La strada aveva la convessità precisa per lo scorrimento della pioggia, i canaletti laterali che raccoglievano le acque e persino uno slargo per fare manovra e questo per agevolare la visita dei suoi figli che si erano trasferiti a Passo Corese mentre lui non voleva per nessun motivo allontanarsi dalla sua terra. Giovanni era per Emilio lo spirito e l’essenza di quei luoghi. In una mostra alla galleria Skema Z a Roma, nel l980, accanto alla presentazione di Giorgio Patrizi di un gruppo di poesie di Claudio Mutini e dei miei quadri, Emilio scrisse un testo che ha per titolo Ancienne Geometrie Sabine dove tutto questo è narrato con una magia quasi mistica e profetica e dove alberi, acque, animali e tutti noi viviamo in questa osmosi panica di sensazioni ed emozioni. Mi chiese, un giorno, se me la sentivo di accompagnarlo a Macerata: doveva parlare con il direttore del museo locale, suo amico, e con l’ occasione me lo avrebbe presentato per una qualche eventualità futura. Figurarsi io! Ricordo quel viaggio che paragonai alla strategia del generale Mac Arthur per riprendersi le isole del Pacifico che i giapponesi avevano scippato agli U.S.A. isola dopo isola; tappa dopo tappa. Mi disse di iniziare partendo dalla via Tiberina da dove poi avremmo incrociato la via Flaminia. Dopo pochi chilometri mi indicò la deviazione di Riano. “Fermati un momento quando te lo dirò io”. L’ordine era perentorio. Gli mancavano il frustino Fermenti  360


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e gli occhiali Ray Ban. Percorremmo ancora un chilometro e giungemmo nella zona degli scavi di tufo. C’era una trattoria ombreggiata dagli alberi in fiore. “Ecco, fermati lì”, disse indicandomi lo spiazzo di sosta davanti al locale. Saranno state le 10 del mattino e non c’erano avventori. Entrammo nella sala, facendo suonare la campanella, d’ingresso. Dalla cucina si presentò una matura matrona in “parannanza”, con la crocchia dei capelli ancora in disordine e le mani bianche di farina. “Professore!” esclamò la signora sorpresa e felice. Si abbracciarono ed Emilio, circondandole le spalle affettuosamente le chiese se c’erano quei ravioli alla ricotta che dovevano essere la specialità del posto. “Ma certo professò, stò proprio ñnendo di prepararli” rispose. Per farla breve, dopo una ventina di minuti uscimmo con una cartata di freschissimi ravioli e proseguimmo il viaggio. La seconda conquista, tramite un’altra deviazione per la Valnerina, fu un albergo ristorante con annessa stazione di servizio a metà strada fra Terni e Spoleto. Ci fu un’altra sosta per il rifornimento non di benzina ma di un bel ciauscolo ed una grossa “salama”. Procedemmo a zig zag come fossimo alticci ma con punti di riferimento chiari e limpidi nella mappa strategica di Emilio. Un’altra bandiera liberatoria fu issata a Norcia: tre etti di prosciutto. Di poi il passo del Furlo e Acqualagna: formaggi e tartufi. Fu una marcia di conquista senza morti e feriti, ma apportatrice di piacere e libertà. Piantammo la bandiera in sei o sette località e soltanto nel tardo pomeriggio arrivammo a Macerata Il direttore era dovuto partire. Mettemmo così la prua alla volta di Roma, ma giunti nei pressi di Urbino o Camerino, non ricordo più con certezza, chiese se volevo fermarmi in quella cittadina, poiché gli faceva piacere mostrarmi qualcosa di particolare. Parcheggiammo in una piazzetta e, con passo sciolto e deciso, Emilio, percorrendo vicoli e vicoletti mi condusse dinanzi alla bianca facciata di una chiesetta romanica incassata tra due anonime costruzioni. Essendo noto ad un vasto pubblico, tra cui noi, essere preti, frati e monaci abili e discreti manipolatori di uve, ero curioso di poter visitare, forse, un caveau millenario pieno di botti centenarie. Avremmo magari potuto impadronirci di qualche particolare prodotto alcolico di cui, al momento, il nostro bottino era privo, magari vin santo, per alleggerire parte della nostra cattiva coscienza. Bussò alla porticina d’entrata che fu aperta da un priore in tonaca nera, sorpreso e sospettoso data l’ora tarda. Riconoscendo Emilio esclamò: “Professore! Che ci fa qui a quest’ora‘?”. “Passavamo di qui ed ho pensato che, con l’occasione, volevo far visitare al mio giovane amico la cripta”. “È un po’ tardi e poi proprio oggi manca la corrente” rispose dubbioso il priore, “Ma entrate, vedrò quello che posso fare”. Si munì di un mazzo di grosse chiavi, di una lanterna e ci precedette, scendendo una ripida scaletta a chiocciola fino ad un cancelletto di robuste sbarre di ferro come fosse l’entrata di una segreta. Entrammo in uno stanzone buio mentre il priore, che ci precedeva, gettava deboli fasci di luce sulfurea su diverse zone di un affresco dipinto rozzamente, quasi selvaggiamente. Si rivelò un muro di quasi quattro metri, dal quale emergeva una spaventosa scena da Granguignol. Il cono di luce faceva apparire in Fermenti  361


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una sequenza dell’orrore, diavoli e diavolesse che, armati di forconi, percuotevano, infilzavano e straziavano in un lago di sangue, corpi di uomini, donne e bambini, mentre angeli dalle nere ali da pipistrello volteggiavano come uccellacci rapaci in un cielo di nubi tempestose trafitte da fulmini e saette. Un anticipo della Sabra Schatila del nostro tempo. Nella debole luce della lanterna l’affresco appariva come l’entrata di un inferno tormentoso. Rimasi un po’ impressionato da quella inaspettata e feroce visione avendo immaginato, entrando, una cantina piena di polverose bottiglie di vino pregiato. “Guarda un po’ che roba” mi sussurrò Emilio senza farsi udire dal priore. “Questo era il medioevo per i poveri, serviva a tener buoni i villani”. Uscimmo dall’inferno dopo aver ringraziato caldamente il priore e mi venne da pensare che forse, Emilio, sperava che quella visita dovesse servire ad emendarci, in parte, da tutto il bottino materialistico ben riposto nel portabagagli. Era notte fonda quando finalmente arrivammo a Roma; io ancora turbato da quell’ apocalittico finale ma ambedue felici e soddisfatti che la visita al museo di Macerata avesse dato ottimi risultati. E poi Emilio rasentò l’abisso che stava per inghiottirlo e che, se anche lo conservò in vita, gli fermò la mano e la parola; gli strumenti con i quali aveva creato la sua rappresentazione dell’esistenza. Il telefono squillò in piena notte; con un senso di allarme data l’ora, risposi: una voce incerta di donna chiese. “Renato?…” poi il silenzio. “ Sì, sono io, chi parla?”. La voce riprese. “Renato‘?…Renato , sono Nelda” e tutto d’un fiato: “Emilio… Emilio… sono qui con Ciro, alla clinica dei Cavalieri di Malta. Emilio si è sentito male, è caduto in terra, lo abbiamo trasportato qui”. La voce si era rotta e sentivo che singhiozzava. “Nelda cerca di stare calma, ti prego, arrivo subito, può essere stato solo uno svenimento. In un attimo ero vestito e bucai la notte come un forsennato con il cuore che mi batteva in gola. Arrivai alla clinica a Monte Mario e chiesi del ricovero di Villa. Feci di corsa piani e corridoi e mi sembrò che nel silenzio irreale i miei battiti rimbombassero più dei passi. Vidi Ciro che era uscito da una stanza. “Allora?” gli chiesi ansioso. “Gli hanno fatto subito una T.A.C.… è un ictus” e pronunciò a denti stretti quella parola come se volesse stritolarla. Entrai: Emilio riposava nel lettino candido, il volto rilassato, gli occhi chiusi, il respiro sembrava regolare. Una flebo pendeva indifferente ed estranea a quella tensione silenziosa e drammatica. Nelda, seduta accanto al letto, con la mano di Emilio stretta tra le sue, mi guardò appena e riprese a fissare il volto di Emilio come se volesse varcare il confine di quei lineamenti. “Dovrebbe venire il primario, ..fra poco” disse Ciro. I nostri erano solo monosillabi. Di lì a poco passò il medico, sentì il polso di Emilio, gli sollevò una palpebra, osservò la cartella a capo del letto. Nelda non aveva mai distolto lo sguardo dal volto di Emilio. Con Ciro ed il medico uscimmo nel corridoio ansiosi e timorosi di fare le solite domande. “Sembra che riposi” azzardai. Il medico ci guardò, poi guardò il Fermenti  362


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corridoio come se volesse distogliersi dalle nostre reazioni. Sedato mormorò, poi “C’è 1’ictus e la T.A.C. ha rilevato anche due evidenze pregresse ma che non hanno avuto conseguenze evidenti. Devo dire, per onestà professionale che la situazione è critica, c’è un ampio versamento e… non so se potrà superare la notte”. Quelle parole piombarono come macigni nel silenzioso corridoio. Poi continuò: “Se riuscirà a superare la notte” e qui prese corpo una nostra folle speranza. “Se la supererà allora potrebbe aprirsi qualche piccola speranza ed io me lo auguro come voi, ma in queste circostanze non c’è alcuna garanzia”. Con Nelda non fiatammo, dicendo solo che bisognava attendere. Miracolosamente la notte trascorse ed il tintinnio dei carrelli del mattino annunciò che la vita si risvegliava. Emilio era vivo, era ancora con noi, non si era arreso. Verso le otto arrivarono due luminari dell’ufficialità letteraria avvertiti da chissà chi. Erano venuti per sapere se il loro geniale e combattivo avversario era pronto per ricevere gli onori, gli sperticati elogi, i riconoscimenti che i loro necrologi gli avrebbero tributato. Uscirono silenziosamente inghiottendo saliva. Sono più che certo che, pur nell’incoscienza, la visita dei due guru sia stata per Emilio la migliore delle cure, delle medicine e degli stimoli che ricevette. Voglio pensare che quelle due presenze avessero trasmesso una invisibile reazione nella sensibilità, ancora presente nei profondi recessi della sua mente. “Sti carognoni” avrà pensato, “Non ve la darò mai questa soddisfazione!” Roberto De Simone abita a Roma ma possiede una casa a Uliveto, un piccolo paese che sembra scaturito da una eruzione del terreno roccioso, per via delle case costruite con le pietre del territorio. Ci si passava spesso con Emilio, trovandosi Uliveto sulla strada per raggiungere Rocca Sinibalda dove noi avevamo le nostre affettuose proprietà. Roberto si era presentato un giorno nella galleria in via Angelo Brunetti, che gestivamo con altri pittori, mostrandoci dei cartoncini bianchi strappati e poi riassemblati liberamente. Fresco degli studi di filosofia, argomentava il suo lavoro con le sue teorie e la sua formazione culturale. Erano lavori niente male, eleganti, sintetici, che furono giudicati bene, anche se ancora un po’ acerbi. Parlando con Roberto, avevamo così scoperto che c’era una certa vicinanza territoriale e quando, o solo o con Emilio andavo in campagna, se Roberto si trovava a Uliveto, facevo una capatina per vedere i suoi lavori, dato che la casa veniva usata, anche come studio e deposito di parte dei suoi lavori. Tornò alcuni mesi dopo in galleria in divisa da sergente degli avieri; stava facendo il servizio di leva alla V.A.M. di Ciampino. Si stava discutendo sull’attività della galleria ed avevo avanzato l’idea, per dare un po’ di brio alle mostre, di reclutare un certo numero tra polacchi e polacche a quel tempo, con il nuovo papa, in abbondanza a Roma, Mi interessavano quelli che, a mani giunte, inginocchiati in terra, immobili e con qualsiasi tempo attendevano forse un giudizio universale di cui si sentiva un estremo bisogno. Fermenti  363


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Si poteva esporli come statue in galleria , protetti da pioggia e vento, per destare le legittime approvazioni o riprovazìoni dei radi visitatori del nostro spazio ed indurli, forse, sulla retta via dell’arte. Fui ritenuto troppo cinico e rischiai l’espulsione dal gruppo, ma Roberto prese la palla al balzo e disse che, allora poteva mettere in atto uno spettacolo in galleria dove lui avrebbe fatto marciare in ordine chiuso un plotone di avieri in divisa e questo per molcire il concetto arido e materiale della vita militare e avvicinarla ad una dimensione culturale. Ci fu sbigottimento e serpeggiò un brivido di paura. Un esperto del gruppo disse che saremmo stati tutti arrestati, un paio di mesi di galera non ce li avrebbe tolti nessuno, per vilipendio istituzionale. L’ipotesi fu scartata dagli artisti immediatamente e Roberto fu evitato come pericoloso sovversivo. Io avevo però intuito chiaramente che quel ragazzo aveva un enorme potenziale di creatività, venata forse da qualche rischio. Faccio questo apparentemente estraneo preambolo per poter dire che arrivai a comprendere con maggiore chiarezza gli elementi concettuali con i quali Emilio era sempre spiazzante e rivoluzionario nei confronti dell’ortodossia critica e questo per un episodio che avvenne nello studio di Roberto a Roma, qualche tempo dopo. Una serie di “performances” con le quali Roberto, sparando razzi con discernimento, e qui vale quanto accennato sopra, avevano realizzato il proposito dell’artista di colorare i venti. Partivano i piccoli missili ripieni di minuscoli foglietti colorati. Esplodevano ad una certa distanza dal terreno, liberavano una nube colorata che, trasportata dal vento, ricadeva come manna culturale chissà dove, contenendo ogni minuscolo frammento citazioni di alto lignaggio filosofico. Una grande benedizione ecumenica. Il suo più grande exploit fu quello che mise in atto nella simbolica Greenwich, in Inghilterra, dove, dopo aver garantito che non avrebbe abbattuto alcun aereo di linea, inaugurò il suo spettacolo lasciando i flemmatici inglesi, sorpresi e il naso in aria. Questo era il personaggio che accolse Emilio e me nella sua stanza di lavoro, ospite nello studio di una sua amica inglese, chissà? Forse di Greenwich, nel quartiere Prati. Roberto, al1ora , lavorava usando candelotti fumogeni colorati, come al solito bordeggiando il rischio. I primi esperimenti erano iniziati in un attico alla Balduina dove, anch’io presente, avevano creato panico tra i passanti. Vedersi innalzare dal terrazzo di un ultimo piano nembi di fumo dai colori arlecchineschi, aveva generato il timore di un qualche maligno ma curioso, nuovo tipo di incendio, tanto che qualcuno chiese l’intervento dei pompieri. Ma si trattava solo di fumo e fortunatamente non c’era arrosto. Aveva steso su una parete della stanza un grande foglio di plastica per non creare danni al lindo intonaco e per doveroso rispetto per chi lo ospitava. Fogli di carta venivano poggiati al muro e poi si procedeva alla respirazione artificiale candelottoFermenti  364


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foglio. Una specie di rito esoterico come quello compiuto dagli sciamani per far fuggire gli spiriti del male. Emilio osservava , rapito e sorridente, come se assistesse ad una curiosa cerimonia tribale. Terminata l’affumicatura apparivano spontanee e suggestive aurore boreali. Alla fine della cerimonia, senza incidenti, dove fu fatta la rianimazione a tre o quattro fogli di carta, Emilio osservando la grande plastica che copriva la parete, chiese a Roberto se poteva acquistarla. Roberto, per un attimo rimase interdetto, ma un attimo dopo comprese e sorridente, staccò la plastica dal muro, la ripiegò ben benino e la regalò ad Emilio. Nel grande territorio di polietilene, pieno dei vuoti dei fogli staccati emergeva una presenza per assenza. Apparivano i fantasmi del non detto, della non volontà, di verità casuali, accidentali ma innocenti, viventi, libere e presenti. Si dileguava la presenza dell’azione volontaria, mentre appariva quella di un mondo magico e misterioso. Le due facce di un’unica medaglia. Roberto mi raccontò della volta in cui Emilio, ormai limitato nei movimenti e muto della parola, andò a visitare la sua mostra all’Università della Sapienza. Camminando lentamente e poggiandosi a Nelda ed a Roberto, si fermava dinanzi agli ultimi lavori del pittore e a fatica, lentamente ma con chiarezza, da quando gli fu sottratta la facoltà di parlare, riuscì a sillabare un’unica parola “Puro… puro… puro”. Per molta critica è invalsa la regola di considerare il quadro come un paziente da far stendere sul lettino dell’analista, esaminarlo, sezionarlo ed esprimere un responso sulle eventuali patologie, sulla bontà dei tessuti, sulla tenuta generale, come se al prodotto si dovesse allegare una scheda che ne garantisca le caratteristiche. In certe operazioni di partigianeria sommersa, si parla poi soltanto dei rari o rarissimi organi che danno l’impressione di tura certa vitalità per occultare la metastasi generale di cui è affetto il paziente-quadro. Si esalta l’ottima salute del pedicello e ci si tiene accuratamente lontano dal rantolo agonico del prodotto. Nei casi disperati si fa ricorso a svariati paragoni con i massimi campioni dell’arte. Oggi, due linee tracciate su una superficie avrebbero potuto paradossalmente e telepaticamente aver suggerito a Mondrian, ottanta anni a ritroso, la ragione dei suoi spazi calibrati, quattro colpi di pennello, nervosi ed incerti, sono accostati sfacciatamente a De Kooning, errori di forma e prospettiva evocano la dissacratoria opera di Picasso, ecc. ecc. in una litania barbina e pretestuosa che inquina velenosamente le ricerche serie ed impegnate. Quando Emilio osservava un lavoro che sollecitava la sua attenzione, si creava una partecipazione autonoma del poeta che, prendendo spunto dalle forme e dal colore del quadro, accompagnava parallelamente il suo narrare, liberando emozioni, sensazioni, immagini inedite e facendo percepire la potenzialità dell’arte simile al fenomeno del sasso, che gettato in un’acqua cheta e sonnolenta, genera scompiglio e onde che, come l’eco, si perdono niello spazio e nel tempo. Fermenti  365


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Come uno sfaccettato prisma di luci psichedeliche che ruotasse sempre più velocemente, il dialogo diveniva sempre più serrato, creando intrecci tra materia grezza e sacralità, attualità e remote evocazioni, illuminazioni accecanti e antri bui e cavernosi. Ben satolli, mani unte di grasso di bistecche rosolate a puntino sull’ara pagana, ci allungavamo sulle sdraio; intorno un coro di suoni rilassanti come lo stormire delle foglie, il morrnorio del vicino Turano, lo squittire di uno scoiattolo che si produceva in salti mortali tra i rami della grande quercia matricina, il tramestio fra i cespugli di un ramarro a caccia. Preparavo allora una miscela di caffè mescolandolo alla menta piperita del torrente. Il tutto, compresso nel contenitore della Bialetti, faceva sgorgare una borbottante miscela unica al mondo, un elisir per cui Emilio, sorbendola, emetteva un “Mmm… mmm…”, prolungato, lamentoso, piacevole e peccaminoso. Si era quasi sempre in più persone ed il luogo lasciava una grande libertà di passeggiare lungo il sentiero che costeggiava il Turano o nel grande campo che declinava dalla casa verso il torrente. Chi voleva poteva cercare nell’ampia generosità della natura, a seconda della stagione: cicoria, funghi, bietola selvatica, mele, ciliegie, uva, more, fragole, bacche di ginepro, bacche di luppolo selvatico con le quali si faceva un soffritto per spaghetti che non so descrivere, perché non paragonabile ad altri. Ce le aveva fatte conoscere Giovarmi , unico contadino della zona, che Emilio adorava e che ci aveva anche rivelato che accanto al “macerone”, una pietraia nascosta in mezzo agli alberi c’erano i tartuñ che però si potevano assaggiare solo quando un miracoloso cagnolino riusciva ad annusare. Con un grado alcolico almeno quadruplo rispetto a quello consentito dal codice stradale, si intrecciavano chiacchierate serie e facete, ricordi, storie e storielle, con tutti noi sbracati, rilassati da una vivace ebetudine. Ciò che usciva fuori da questi amabili e sonnacchiosi conversari, se fosse stato codiñcato e reso applicativo, avrebbe sicuramente potuto salvare il mondo, ma che dico! l’intero universo, dai mali e dalle jatture da cui era afflitto. Ho avuto qualche volta la tentazione di registrare questo variegato spettacolo vocale. Con le orazioni di Emilio si sarebbe potuto comporre un’altra Odissea, ma mi è sembrato di rubare al luogo ed alle persone l’ irripetibilità di quei momenti e distruggeme la magia, come quando si porta fuori dal suo elemento un pesce dai vividi colori che in un attimo si trasforma in una scialba preda. Emilio si lasciava andare a qualche antico e riservato ricordo. Le grandi difficoltà, dopo aver abbandonato la via ecclesiale, avvolto nei giomali sotto i ponti, per ripararsi dal freddo e dalla pioggia, primo poeta extracomunitario nazionale per aver riñutato questa società xenofoba, nei confronti di chi è refrattario, alieno, ostile ai canoni di vita che essa impone. Il suo percorso accanito nel cercare possibili verità attraverso le esperienze di vita, attraverso testi sacri e profani. Lo immagino in una parodistica toga nera mentre cammina nei silenziosi corridoi del seminario, quando furtivamente, in un orario morto, entra nel grande salone della biblioteca e, inerpiFermenti  366


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catosi sulla lunga scala, raggiunge le prede vietate, nascoste nell’ultimo scaffale in alto. Mi torna allora prepotentemente alla memoria una immagine simile, ma diversa nella sostanza, che Claudio Mutini mi fece balenare, raccontandomi un episodio. C’era fra me e Claudio una calda amicizia, salda di stima e di affetto. La sua poesia lucida, tagliente, al limite della crudeltà, impietosa, mi aveva colpito ed a lui era piaciuta la ricerca che stavo facendo. Doveva scrivere un capitolo per la Storia dell’Arte Moderna ltaliana della Einaudi “Arte e Letteratura” e riteneva fondamentale la presenza dell’eversore Villa che non conosceva personahnente. Feci da tramite e l’appuntmnento, con un certo sbigottimento di Claudio, fu fissato fra le sette e le otto del mattino, a piacimento. Claudio si presentò, incerto di aver compreso bene l’ orario, ma Emilio lo accolse e lo fece accomodare in cucina. Dopo le prime battute fece segno a Claudio di non fare rumore, si alzò silenziosamente e, cautamente, valutando lo scricchiolio dei pioli, salì la scala, sino ad arrivare allo sportello più in alto dell’armadio. Lo aprì pian pianino, introdusse la mano che ne uscì con la ben nascosta, famosa “salama”, oramai catturata. Improvvisamente la porta della cucina si socchiuse ed apparve Nelda in vestaglia, meravigliata al momento di vedere soltanto Claudio seduto al tavolino. Ma poi , alzando gli occhi, si accorse di Emilio che, impietrito, con la refurtiva in mano cercava di non respirare. Proruppe in un grido: “Ma Emilio! La tua glicemia! Non puoi, non devi mangiare quella roba! Ma non lo hai sentito il dottore? Ti fa male, ti fa male, ti fa maleeee !” Emilio era rimasto immobile, basito, vergognoso di quel rimprovero così giusto e saggio; boccheggiò per qualche secondo poi, in un disperato rigurgito di orgoglio ferito e di ribellione, con voce stentorea e oracolare gridò: “Fa male a chi non lo mangia!”. Le due immagini si sovrapposero in una unica inscindibile. Emilio al culmine della scala, nella libreria del seminario, che si impossessa furtivamente del testo proibito ed Emilio nella cucina, sollevato dalla terra, che stringe nel pugno la “salama”. Il sacro e il profano, cielo e terra, eucaristia laica. Caro Emilio, cavaliere in umili panni, rivestito di una corazza scintillante d’oro, alla perenne ricerca del sapere e della libertà. Renato Fascetti

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Matteo Damiani: il linguaggio dell’immagine

ARTE

di Enrico Maria Guidi Il panorama dell’arte contemporanea ci sta sempre più abituando a nuove forme di espressione che, spesso, sono il riflesso di una quotidianità che non è possibile cogliere al volo, che sembra, in altre parole, aliena dal nostro pensiero, dal nostro modo di concepire il reale. E, forse, proprio per questo, qualcuno ha detto che l’arte, qualsiasi espressione artistica, contiene il succo del futuro, nel senso che, attraverso la lettura delle opere d’arte, si può capire in anticipo, come sarà il mondo in cui vivremo. È probabile che in quest’ottica si debba leggere l’opera del giovane Matteo Damiani, che ha scelto, per esprimere il proprio mondo poetico ed estetico, un linguaggio nuovo, non innovativo, né inusuale, ma non certo comune alle masse che frequentano le mostre d’arte, il video.

Da Unconscious (2008)

Damiani usa la telecamera come se fosse un materiale pittorico, più attento alle immagini, al loro significato semantico, che al resto. Certo i suoi temi spaziano in tutte le direzioni, e così avremo qualcosa di estremamente poetico e ricercato in I dolori del giovane Werther (trasmesso su RAI 3, 2007), o immagini che ricorrono al ricordo infantile, al mito personale e collettivo, come in Luogo del ricordo, dove, tra l’altro, il gioco con il contemporaneo, almeno quello delle masse giovanili, recita un ruolo da protagonista. Mentre in Come la neve (dedicato a Francesco Nuti), si evidenzia la solitudine delle nuove generazioni, e non solo quelle, isolate di fronte al monitor in un contatto privo di voce e toni che comunica solamente attraverso le Chat, o i mondi virtuali di You tube o altro, o come, in fine, l’indagine sul mondo psichico e sessuale che emerge da Unconscius, o un mixer abile e metafisico, tra quotidiano e sogno, realtà e surrealtà dell’ultimo lavoro, Dall’alto del Mare. Non si deve però cadere nell’errore di interpretare l’opera del Damiani solo nei suoi significati simbolici, poiché il loro valore non consiste tanto nei temi, le sue Fermenti  368


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riprese e il suo montaggio non sono solo costruttivi e funzionali, sono piuttosto un codice che sa restituirci un’immagine ragionata del reale.

Da Dall’alto del mare (2009)

Si faccia attenzione ai silenzi e alle improvvise invasioni di suono. Alle dissolvenze improvvise e ai fermo immagine inusuali, che creano uno stato di confusione, di inaspettata inquietudine sullo spettatore.

Da Dall’alto del mare (2009)

“(…) come il segno assume un significato nella lettera e più segni ne assumono un altro nella parola, fino a giungere al discorso e quindi all’espressione del pensiero, così il segno botticelliano, unendosi ad altri segni, si organizza nel disegno esprimendo non la realtà visibile, ma l’idea che è in essa”. Così si esprimeva Piero Adorno a proposito di Botticelli. E una comunanza d’idea esiste tra queste dichiarazioni del critico e il lavoro del Damiani, nel senso che i suoi video, la sua video-art, va letta più nei “segni”, cioè nelle riprese, nel montaggio, nella fotografia, che nei temi prediletti, nelle scelte tematiche. Enrico Maria Guidi

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Tilt

ARTE

di Claudia Manuela Turco Ad andare in Tilt nel libro di Michele Arpino (Prospettiva editrice, 2008), è la parola, mentre la realtà rimane fedele a se stessa (anche se con tutte le sue contraddizioni e assurdità): “Immaginate una specie di virus, un millennium bug che si insinua nella parola, fuorviandola dal suo significato più puro, dal suo significante acquisito, da tutto ciò che ci hanno sempre appreso a scuola e altrove. La realtà resta tale, ma cambiando il senso delle parole tutto quanto è sfasato, decalato, assurdo… È un TILT della memoria cosciente e degli standard ai quali siamo abituati. Non è un vero incubo, è solo la riscrittura del mondo attraverso un errore…”, così veniamo introdotti alla lettura, mentre non è più possibile illudersi di poter dominare le cose semplicemente attribuendo Michele Arpino, Specchi, 2007, loro un nome. cm. 50 x 70, acquerello e tempera su tela L’autore vive da anni in Svizzera, dove è apprezzato anche come artista (disegnatore e fumettista), e a lui si deve La fuga dell’immagine in copertina. Il viaggio che ci accingiamo a compiere, immersi in queste pagine, ci porta da una deriva all’altra. Non vi è via d’uscita. Nessuna possibilità di fuga viene concessa. Opera, questa, di difficile catalogazione, abbastanza fluida da non ammettere etichette. La narrazione non di rado si fa poesia (“Il sole ha un foro di proiettile. Sul fianco destro.”.). Tra le varie tappe delineate nel percorso proposto al lettore, alcune si configurano con una struttura più tradizionale, e allora il brano risulta comprensibile nella sua interezza, senza subire scarti destabilizzanti. È il caso dei capitoli numero 1, 31 e 37. Qui il linguaggio ha raggiunto un livello di pazzia contenuto. Altrove, però, si fa delirante, fedele specchio della condizione dell’artista. A volte l’invenzione si fa ardita, o bruciante, ma controllata dalla lucida follia dell’autore. Le parole non debordano mai nell’imprecisione, non sfumano né hanno cedimenti dinanzi a un salto: “È più poetica la fica. (Quando la luna si infila le mutande)” (stringa di parole, questa, dal sapore lenisiano); “I campi di papaveri. Fabbricano siringhe”. Il linguaggio deflagrato coglie la frantumazione del reale, la deriva individuale, il caos. Ci si addentra tra le macerie, tra crolli verbali e cedimenti strutturali. Scavando, però, si intravede nuovamente l’orizzonte di senso. Le frasi, spezzate in elementi Fermenti  370


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primari, ritmano, cadenzano la narrazione, e come proiettili colpiscono il lettore. I segmenti producono salti, singhiozzi, urti. Le parole pulsano in intermittenze aritmiche. Ogni punto è al posto giusto (inchioda l’attenzione, mentre trafigge), secondo una rifondata grammatica che vede nel virus che ha colpito la parola un momento di riqualificazione. Alcuni segmenti possono sfiorare la dimensione dell’aforisma. Un flash, di tanto in tanto, lacera la fitta ragnatela. È possibile rigenerare la parola, lisa dall’abuso quotidiano, dalla perdita di creatività della lingua scritta e parlata, dalle sterili convenzioni. Il senso perduto può venire, se non ritrovato, parzialmente restaurato. Le lacune, le parti mancanti possono dare la sensazione, talvolta, che qualche parola sia finita nella riga sbagliata. A quel punto è difficile resistere alla tentazione di scomporre e ricomporre l’insieme, di maneggiare i segmenti come mattoncini Lego, alla ricerca di tensioni e punti di equilibrio alternativi. Se “Il frammento è la sola forma di cui mi fido.” (Donald Berthelme), la frammentazione linguistica operata da Arpino si fa necessaria. Come tasti di pianoforte, i vari segmenti di parole, premuti o lasciati a riposo mentre la lettura progredisce, liberano una musica inconfondibile. Gli stilemi dell’autore si fanno martellanti, mozzano il respiro per poi ossigenare. La combinazione inattesa, la variazione ricercata viene offerta al lettore con naturalezza, rendendola immediata, volgendo lo scarto in stupore: “Le idee vanno avanti e indietro come le altalene”…“Le note vanno su e giù come gli arcobaleni”… “Le imprecisioni vanno su e a destra giù e a sinistra come le lampadine rotte”. Tilt è un’avaria del linguaggio. Temi quali l’incompiuto e l’incompleto inducono alla ricerca di una (almeno transitoria) identità, nell’infinito gioco delle combinazioni concepibili. Come in un puzzle, il lettore si può orientare e, dopo vari tentativi, ritrovare brandelli di un’unità possibile, seppur non vi sia via di fuga. Tra le parole andate in Tilt, si diffonde un alone seducente ma non disgiunto da un sentore di morte, che dilaga un po’ ovunque. All’orizzonte la minaccia del nulla, tra le contraddizioni dell’uomo contemporaneo, che fanno pensare al “ben pettinato cadavere” cariano. Adolf Loos scriveva: “La nostra epoca è così bella / così bella / che non vorrei vivere in nessun’altra”. Questo non può dirsi per l’autore di Tilt, nell’era in cui tutto finisce in televisione, in cui ti “Hanno succhiato il midollo.” e “Tolgono dignità al cervello”. Come direbbe Samuele Bersani, C’hanno preso tutto. Nelle pagine arpiniane la visione del fanciullino di pascoliana memoria, inesauribile fonte d’ispirazione, si arricchisce di ulteriori notazioni: il bambino, “Se solo fosse come gli altri. Nei quadri di Mirò. Tutti crescono veloci. Crescono e basta. Lui no. Invecchia”. E, in questa sua diversità, “I demoni. Non lo lasciano in pace. Il bambino che si commuove. Per i deboli. Piange. Perché è debole. Quel bambino di mille anni. Non ha amici della sua età. .Nella stanza vuota. Gioca da solo. Il ridicolo gioco del SI – PUÒ – FARE – TUTTO – SE – SOLO – SI – VUOLE”. La Debolezza di scrivere, rammentando il titolo di un libro di Oreste Del Buono, rende l’adulto Fermenti  371


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fragile fanciullo dalla spalle ricurve, dal volto sofferente. Le età si confondono in un unico essere che si disperde nella sofferenza della moltitudine, di cui sente tutto il peso, la responsabilità. Michele Arpino pare in attesa di risposte, che sa non arriveranno mai. “(Mettendo assieme alcune scritte sui muri di una città:”, segmento di catena che compare a inizio e fine della medesima tappa del viaggio, con quei due punti aperti sul tutto e sul nulla, su una chiusura che non arriva, fa venire in mente JeanMichel Basquiat, pur con le dovute differenze e distinzioni, del quale Arpino può condividere alcuni assunti: “Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita”; “Non ascolto ciò che dicono i critici d’arte. Non conosco nessuno che ha bisogno di un critico per capire cos’è l’arte”. Come osserva Domenico Cara, nella Tavola delle miniature, “le scritte sui muri cavano / le cronache dalle usure”, ma “la violenza delle scritte / sono parole inflitte / alla monocromia dei muri”. Nei segmenti di Michele Arpino, tutta quella violenza rimane intatta. Andate in Tilt le parole, assistiamo a una forma di azzeramento e rifondazione del linguaggio. Il significato, per quanto sfuggente, non è liberamente plasmabile. Vi è un gioco di alternanze, mentre le ripetizioni vengono sapientemente dosate, per mantenere il giusto ritmo narrativo, la giusta tensione. La violenza dell’attualità, immettendosi negli anelli divelti delle catene di parole, ha la forza dello slogan. Frammenti di messaggi bombardano il lettore, ne martellano le tempie, in una deflagrazione attentamente controllata: “Questa non me la dovevi fare put. (Traparentesi)”. …“Quando usciamo dal manicomio? (Riprendendo quella frase tra parentesi)”. …“LOVE END PEACE”…“Non sporcate i muri della nostra città”. Tra brandelli di frasi emergono varie forme di incomunicabilità, di incomprensione, non ultima quella tra l’universo maschile e quello femminile. Malgrado convergenze e parallelismi celati, tra impliciti ricatti e promesse infrante, l’incessante divenire tutto travolge e ingoia nell’imbuto del vuoto (così nel triangolo costruito da Lui – Lei – La piccola). Andate in Tilt, le parole in parte sembrano essersi liberate dai ceppi logici, in parte paiono imprigionate nelle consuete coordinate. Tra salti, scalini, sconnessioni, fessurazioni e visioni. Però si possono osservare, in un paio di occasioni, alcune parole che sono state cancellate con il semplice gesto di una riga tracciatavi sopra. Parole che, per quanto andate in Tilt, ancora sono frutto di ripensamento, di riflessione. L’autore, efficace nella contaminazione (a inizio libro un richiamo a Joyce, ma le citazioni esplicite e non muovono in multiformi direzioni) e curioso nella sperimentazione, che può ancora trovare un senso nell’era in cui tutto è già stato sperimentato e pensato, ha un’“interminabile sete di fame”. Le singole parole mantengono ancora una loro intima coesione, ma sono le catene di parole spezzate, nella sinestesia, che fanno sfociare Il Grido di Munch soltanto in “un interminabile deserto”. Non solo le parole sono andate in tilt, in questo libro. Anche il calendario ha subito degli scossoni. Così, tra i giorni, compare lo zero settembre. Fermenti  372


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Nella narrazione frammentata di Tilt ogni personaggio è chiuso nel suo guscio, nella sua isola, nella sua solitudine. La vita subìta produce tensioni e implosioni, rendendo impossibile un approccio critico (e autocritico) alla fattualità, mentre nell’interiorità si celano solitudini non volute, contigue eppure ignorate. Di conseguenza, non di rado la quotidianità imprigiona e paralizza. E allora il viaggio consente di evadere dal carcere domestico, dalle gabbie della monotonia, ma non sempre conduce a quanto promesso. Nella sezione dedicata agli “Appunti di viaggio” il lettore può trovare istruzioni in particolare su come trascorrere comodamente Una Stagione all’inferno: “Piccolo viaggetto all’inferno. Senza grandi pretese. Michele Arpino, Alla fine del cammino, La mia borsa degli attrezzi: 5 tetti – 6 lampioni (non 2006, 50 x 70 cm., acquerello e tempera funzionanti) – una pala – 10 pomodori – 4 chili di su tela pioggia – ½ litro di sangue – alcune mappe che sono riuscito a salvare – le ultime parole (non scritte) – 200 uomini addestrati a star soli – 11 conchiglie – 2 siringhe – una foto di mia madre – la mia piccola collezione di speranze.” (“26 Agosto”). Seguendo le date di annotazione, il diario prosegue a ritroso nel tempo… Si potrebbe, però, ipotizzare uno slittamento in avanti, ogni volta, di circa un anno… o immaginare la penna che lascia alcune pagine bianche e va a riempire, dal fondo, alcune porzioni di spazio ricongiungendosi, via via, con la prima pagina del diario... Comunque sia, il “15 Luglio” leggiamo, tra parentesi che cercano di arrestare l’emorragia della vita che fugge: “(Hanno rubato i miei appunti)”. Qui è possibile individuare un punto di contatto con il romanzo Fine del manoscritto dello stesso autore: “Le cose scompaiono senza che lo vogliamo davvero. Finiscono in piccoli vuoti creati dalla nostra memoria, per il gusto di lasciarci stupiti e privi di immaginazione. Non abbiamo una vera e propria idea di noi fino a quando non cominciamo a perdere i piccoli segnali di ciò che ci sta intorno. È un decadimento lento, il nostro, quasi impalpabile”. “In ricordo di un romanzo già scritto”, invece, leggiamo: “Sei lo scheletro. Quando non puoi più scrivere carne”. E tra il “romanzo già scritto” e Tilt diversi sono i ponti di collegamento tra le diverse regioni della geografia di Michele Arpino, come la seguente riflessione sulla solitudine: “Capisci cos’è la solitudine. Quando non trovi più la differenza tra i discorsi che fai con te stesso e quelli che fai con gli altri”. Questa è una delle ossessioni dell’autore. Facendo riferimento al “metodo paranoico-critico” di Salvador Dalì, le ossessioni dell’artista-scrittore continuano a essere strumento di rivelazione di quell’assenza di razionalità che accompagna la frammentazione delle cose. Altre ossessioni, che tracciano un sottile filo di sangue che scorre tra le diverse Fermenti  373


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opere arpiniane, sono rappresentate dai riferimenti a Francis Bacon e a Kerouac. Inoltre, l’elemento visivo (“Il mondo comincia da una finestra”; “Un obiettivo. Ripreso. Da un altro obiettivo”; il terzo occhio) riveste un ruolo di primaria importanza (non va dimenticato che Michele Arpino non è solo scrittore e poeta, ma anche disegnatore), con tutte le implicazioni che ciò comporta, come conferma la programmazione neurolinguistica. Se con Tilt si vorrebbe “Parlare di sé. Affrontare un discorso di sesso. Profondo. Dopo una sigaretta. Capire. Ecco. Cercare ancora. Gli occhi. Sì. Gli occhi. Trovarli aperti. Trovarli già pronti. Basterebbe. Questo. Non cercare. Basterebbe”, nella Fine del manoscritto si vorrebbe comunicare con “tutti coloro che non hanno ancora chiuso gli occhi”. E ossessivo è il pensiero incessante dell’autore, che non concede tregua o respiro, nel tormento generato da quella frammentazione scevra di logica che caratterizza le cose e gli esseri viventi: “Cogito, ergo sum?”. L’intima ferita non smette di sanguinare ma è, nel contempo, motivo di crescita: “Arricchendomi di un cerotto”, scrive Michele Arpino. Talvolta la narrazione pare assecondare l’apertura di un sorriso (“Non ho pianto. Sul latte versato. (C’era comunque un integerrimo caffè)”), che però si spezza sul nascere (“Non amo le mezze misure”; “Sono anni ormai che vado. Cercando l’impressione di non dover tornare”). Scardinato il tessuto linguistico, divelta la rete verbale, i fili della treccia a volte sembrano tirati a caso. Ma nel caos brilla, comunque, un barlume di razionalità: il controllo dello scrittore. Giochi di parole (“Un Poe di paura”), di incastri, creano una nuova statica. Elencazioni e riprese, alternanze logiche che creano intermittenze e cortocircuiti. La continuazione, o propagazione, di un frammento si inserisce tra altri frammenti, che attendono la loro redenzione in un altrove, ipotizzabile non molto lontano. In una sorta di gemmazione, le parole lievitano su se stesse liberando energia in vortici ipnotici: “Meglio non. Perché? Meglio. Poi non. Neon. Sempre molti neon”. Nella deriva verbale, tali segmenti costruiscono su se stessi, si espandono. I mattoncini di parole creano ardite costruzioni, sfiorando le vette del pensiero: “Lego costruzioni LEGO”. Nella varietà di toni, costruttivismo e decostruttivismo, intesi in accezione arpiniana, si alternano in una dialettica che non si riduce mai a rituale sterilità. E i mattoncini, le tessere del mosaico, i frammenti del puzzle si coaugulano in stringhe di parole talvolta più comprensibili, nella loro successione. Allora lo iato si riduce. Tra frammenti adiacenti si intravede una logica sospesa, ma non impossibile. Il lettore percorre un viaggio stimolante attraverso pagine che, come facce disordinate del cubo di Rubik, lo invitano a giocare, a entrare fisicamente nell’opera, a ritornare bambino in una riflessione del linguaggio su se stesso che sfiora l’azzeramento, per scomporre e ricomporre gli oggetti come maneggiando giocattoli froebeliani o mattoncini Lego. Tra collage e assemblaggio, non assistiamo a un appiattimento della parola, bensì alla fase preliminare per la sua giusta esaltazione, Fermenti  374


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espressione di infinite potenzialità. La sequenza corretta dei frammenti, da ricostruire, da ricercare, stimola l’immaginazione del lettore, ne tiene desta l’attenzione. Se c’è anacoluto, esso induce a colmare gli spazi vuoti in modo analogo alla griglia suggerita da Mondrian in alcune sue celebri opere pittoriche. Il lettore può visualizzare, nella propria mente, altri quadrati in un reticolato infinito di possibilità. Altre parole. Altre vite. Claudia Manuela Turco

Michele Arpino, A metà strada, 2006, 70 x 50 cm., acquerello e tempera su tela

Michele Arpino, Il Re Immaginario, 2002, 40 x 30 cm., acquerello e tempera su carta

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Michele Arpino, My Way, 2006, 70 x 50 cm., acquerello e tempera su tela

Michele Arpino, La Fuga, 2006, 50 x 70 cm., acquerello e tempera su tela

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Arrivi e partenze_Europa

Punto di partenza ideale è lo spazio espositivo della Mole vanvitelliana: una galleria temporanea con opere provenienti dall’Europa, nel capoluogo marchigiano, per conoscere il linguaggio figurativo ed astratto dei nuovi artisti emergenti. La mostra, “Arrivi e Partenze_Europa”, è una sorta di mappatura della geografia dell’arte – con un brillante itinerario artistico – che Andrea Bruciati e Walter Gasperoni, curatori della mostra, hanno realizzato nella città dorica, facendo approdare 16 paesi europei per mettere in luce le nuove culture nell’area dell’euro. Sessantanove le opere presenti alla Mole Vanvitelliana, provenienti da cinquanta gallerie, che rimarranno fino al prossimo 9 maggio 2010. Attraverso le creazioni, prodotte con i diversi Sara Rama, Hansel and Gretel’s media, la questione è posta sul rinnovamento del House, 2009 (installazione) linguaggio comunicativo, senza dimenticare la provenienza degli autori. Una specie di genius loci che va dal luogo di origine, recuperando la propria specificità antropologica, verso l’Europa. Nelle opere di Ancona si devono, anche, considerare sentimenti di appartenenza dei giovani che più delle passate generazioni, si sentono “cittadini del mondo” e avvertono i turbamenti, le intuizioni e le contraddizioni di un mondo in perenne cambiamento, modellato sul linguaggio universale dell’arte. L’allestimento di Roberto Bua, Joan Maros e Silvia Cuppini ha raccolto le esperienze di artisti che hanno meno di trentacinque anni ed hanno presentato le loro opere nelle gradi platee di “Double Bind” a Villa Arson, “Modernologies” al MACBA di Barcellona, “Die Moderne als Ruine” alle Generali Foundation di Vienna, “Under the Knife” all’Armory Center for the Arts di Pasadena, “Learn to Real” Art al Badischer Kunstverein in Karlsruhe, fino a “Coolege”: The Unmonumental Picture al PS1 di New York. Nell’esposizione si sono accostati disegni e video per approdare alla ricerca di nuove immagini destrutturate. Del resto, l’apertura della mostra col video di Andrea Fogarasi A Machine for 2006 interrompe la narrazione tradizionale: un racconto che restituisce all’immagine il ruolo di arte. Alla Mole si entra col desiderio di conoscere l’alternanza tra buio e luce che viene interpretato dalla rovesciamento della fisicità dei materiali: mattoni di cartapeste che vengono appesantiti dal neon o dalla macchina fotografia. Fermenti  377

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di Andrea Carnevali


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Anche i disegni di Constantin Luser ne Untitled (Nobel Laureates), 2006, giocati sulla parete di mattoni, acquistano movimenti per suscitare una certa emotività sul personaggio. Come sono, tra l’altro, le due fotografie dell’artista sloveno Primož Bizjak piene di ansia dell’uomo contemporaneo. Il francese Benoît Maire con L’harbitre, 2007, ha dimostrato l’emergenze di decontestualizzazione e rincontestualizzazione del visibile, dando un nuovo significato all’atto della creazione. Perché? È un’idea che si incontra sia nell’Illuminismo, sia nell’Europa laica. C’è anche alla Mole vanvitelliana una identità forte di nazione che è rappresentata dalle grandi capitali dell’arte: Berlino, Londra, New York ecc.. Un “Genius loci” tutto europeo che si sviluppa e si rigenera nel vecchio continente, per muoversi poi in altri paesi. Per gli artisti della Mole la quotidianità è la fonte delle loro creatività che permette l’incontro fra le culture e stimola la ricerca di nuove metodologie per la produzioni di immagini. Etienne Chambaud ha formato delle bolle sopra le carte geografiche, danno loro uno status di opera d’arte che interroga sulla vanità dell’esistenza collettiva. Ma c’è anche individualismo nella mostra di Ancona. La finlandese Aurora Reinhard ha portato tre immagini che racchiudono gli stereotipi del mondo femminile: accessori erotici e stivali di cuoio modellati realisticamente sul corpo: Mezame, 2006, e Fetish, 2006, sono le due stampe Aurora Reinhard, Exotic dancer, fotografiche a colori che colpiscono il concetto di (dalla serie Teaser), 2006, stampa foto- “gender”. grafica a colori, cm. 125x100, Ed. 5 Allo stesso modo in cui i sedici video in mostra (se prodotti in lingua originale, sottotitolati in inglese) tentano un approccio semiastratto sul presente che scorre, ma tende a mescolare i paesaggi ed immagini figurative nette e marcate, ugualmente la sezione dedicata alla Grecia di Diamantis Sotiropoulos ripercorre l’arte dal passato al presente: icone dipinte e costruite con l’oro. L’ellenico Alexandros Tzannis, invece, dipinge creature umane scure che si muovono sulla carta: la struttura monumentale delle due figure disarma l’osservatore per la loro disposizione sulla scena. Lo sguardo dei personaggi maschili che si rivolgono al viso delle donne ristringono la prospettiva, costringendo l’occhio ad orientarsi in una stretta fessura. Mentre John Gerrard, irlandese, va alla scoperta di luoghi lontani nelle sue fotografie; trasforma lo scatto in icona e l’immagine in poesia. Tanto che le opere servono a far perdere alla macchina fotografica la condizione di mezzo del reale. Accentua la personificazione del medium il contrasto del video musicale che esalta l’epicità del movimento con il video di Liisa Lownila 2007, un film di 35 mm (suono 3’50) che cristallizza i giovani nell’immagine filmica per fare vibrare solamente la musica. Fermenti  378


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La sezione italiana ha echi della tradizione in cui la forma e l’estetica hanno un carattere costante. Luca Trevigiani con Norman Wilkinson, 2009, mette in campo la creatività italiana fatta di: tessuti, linee, geometrie che appaiono come disadorne, ma sono anche il frutto di una azione di ricerca delle armonie. Le stoffe appoggiate sopra i cubi di ferro grigio esaltano le geometrie, ponendo interrogativi sull’essenza della materia utilizzata. Anna Galtarossa sintetizza il presente col totem Il mostro di Castelvecchio, 2008: una specie di divinità domestica arricchita dalla sua fantasia. È un splendido totem che è stato eretto con lana ed incarna una forza misteriosa che si erge nel dialogo nella vita domestico. Non è facile pensare in questo modo che l’arte e la mostra di Ancona siano l’occasioni di pensare davanti al totem di Anna Galtarossa ai grandi protagonisti della scultura internazionale che si sono affacciati con altre installazioni, ma molto più complesse. A stupire di più è il collage dei disegni esposti sulla parete che culmineranno al capo con un disegno azzurro di Matteo Bergamasco con VEM, 2010. Un sapore antico ha Ljudmilla Socci con Untitled, 2009, che restituisce alla pittura una nuova comunicabilità al messaggio artistico. La sua donna si intravede appena dal fondo brumoso, quasi ad evocare le opere religiose di Velázquez avvolte da una forte intensità emotiva che spingevano al raccoglimento. Il linguaggio di Ljudmilla respira di influenze, già, europee prima ancora di essere italiane che fanno ammirare con crescente commozione, la forza poetica e l’energia spirituale divenuta dinamica con i nuovi media artistici che l’artista ha saputo infondere alla sue opera, associata ad altre creazioni di artisti internazionali. Tra le ultime esposizioni figurano due artisti tedeschi che hanno rielaborato nuovi linguaggi materici come Alexander Wolff con Curtain, 2009, che crea un processo di sintesi, destrutturando il linguaggio e la tela oppure Ulla Von Brandenburg ne Nijinsky I, 2007, e Nijinsky II, 2007, con la tecnica dell’acquerello su carta di seta riprende la pittura del Settecento; ed infine il video di Michael Sailstorfer che chiude la mostra con alberi ed oggetti, che cercano di sfuggire dal soffocamento e dall’inquinamento. Andrea Carnevali

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Mostra d’Arte “Risorgente Luna” Attività artistico-poetica della Luna 1997 - 2009

Non poteva esserci stagione più adatta dell’inverno e ora più azzeccata di quella pomeridiana per leggere poesie e osservare le incisioni dei Quaderni de “La Luna” (2007) all’esposizione di Civitanova Marche, presso lo spazio Multimediale San Francesco. La Mostra d’Arte “Risorgente Luna” Attività artistico-poetica della Luna 1997 - 2009, organizzata dalla Pinacoteca Comunale “Marco Moretti” in collaborazione con l’Associazione Culturale La Luna, curata Evelina de Signoribus, ha dato risonanza alle diverse voci di autori italiani e stranieri che di fronte alla complessità – come scrive Bruno Ceci – sono diventate “movimento puro della parola poetica e l’esemplarità del segno inciso, rivendicando la ricerca di un senso”. Pietro Capozucca, La Sibilla, acquaforte La pubblicazione dei tre quaderni del 2008 acquatinta, mm. 250x200 - con le poesie di Domenico Brancale, Gilda Policastro, Guido Monti e le incisioni di Gabriele Berretta, Alicja Habisiak Matczak e Raffaella Ravelli – ed i quaderni del 2009 con le poesie di Vito M.Bonito, M.Grazia Calandrone, Mariateresa Giani, Giuseppe Piersigilli e le incisioni di Leonardo Bollini, Bruno Biffi, Bruno Cerboni Bajardi e Manuela Cerolini che sono rimasti esposti fino allo scorso 28 di febbraio. Nell’allestimento civitanovese sono state raccolte le attività svolte dall’associazione sia nella letteratura, sia nelle arti figurative attraverso i quaderni omonimi dove hanno pubblicato poeti e narratori: Giudici, Luzi, Parronchi, Zanzotto, Charles Wright, Charles Tomlinson, Yves Bonnefoy, mentre tra ma gli artisti incisori Bruscaglia, Ciarrocchi, Franci, Manfredi, Pascual Blanc. Nel 2006 il “Quaderno n. 40” ha avuta il prestigio di ospitare un testo poetico inedito di Andrea Zanzotto, le incisioni di Bartolomeoli, Sanchini e Pazzi e la cartella d’arte Alla Prima Luna. Versi dedicati agli amici di Eugenio De Signoribus. A Civitanova Marche la parola e l’immagine sono al centro del racconto espositivo: una mostra antologica che ricorda anche i primi anni della formazione di Arnaldo Ciarrocchi a Urbino. L’idea, però, di trovare un contatto continuo tra incisione e poesia è un campo di indagine urgente e necessario per interrogarsi sulla parola pronunciata. È il caso di Giovanni Giudici che non si appaga all’antica “voglia/Non più appaFermenti  380

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di Andrea Carnevali


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gato al canto/Al casto fuoco al pianto/Rimugina tra sé/”. Ed a sostenerlo è Arnoldo Ciarrochi con una acquaforte (mm. 132x110), “incisione originale”. Arcaica è la parola di Charles Tomlison che proviene da un viaggio in Italia: “qualche giorno dopo è tornato il sole e per la prima volta ho visto il blu intenso del ‘Golfo dei Poetici’ ”. Charles può sentire anche il “mare, la presenza illuminata della natura mi ha insegnato come si può creare poesia senza farne un’opera sentimentale”. Il mare di Renato Buscaglia Paesaggio, acquaforte (mm. 134x90), entra in contatto con il testo letterario di Tomlison: “questi avamposti furono centri un tempo./I bastioni del forte in rovina contengono/La cisterna del paese./Qui puoi trovare strade ammucchiate su una pianura/”. A Civitanova Marche Riccardo Piccardoni ha portato Vate, acquaforte (mm. 197x146), una nuova umanità che focalizza il racconto tra gli spazi vuoti del disegno. Nei versi, invece, di Enrico Capodoglio pubblicati nel catalogo della mostra – Viaggio sotto la Luna: dieci anni di poesia e incisione a cura di Evelina De Signoribus edito dall’AssoArnaldo Ciarrocchi, Fiori, acquaforte, ciazione Culturale “La Luna” nell’anno 2007 – mm. 140x120 si trova la grandezza della voce umana in” tu sei guardia pelosa nera e alta/e respiri quasi pace dalla morte:/come posso riconoscerti?/Ospite blanco dell’ospedale verde nel sereno fiato funerale di bocca con cui scrivo la salute/” (da Verde ospedale). Il contatto ideologico tra immagine e verso è molto intenso nella poesia “Controluce” che vuole parlare di “pace avara e ingrigita/che sovrano di me stesso mi rendeva/ confitto nell’impronta cancellata/”. A rispondere a questo interrogativo, esistenziale sono i versi di Capodoglio “consulti come foglie la memoria/riassumi una tua storia, ti confondi/”. L’Io (esperenziale) interroga la natura dell’uomo Il volo, acquaforte acquatinta a colori (mm. 255x178), di Anthos Sanchini che potrebbe combaciare con le descrizioni di America di Yves Bonnefoy “della caffetteria dove parecchi di quei bambini o ragazzini, come cavallette piovute dalle nubi, in blue jeans rigorosamente sbiaditi, T shirts o Bermuda erano anch’essi entrati per dissetarsi con beveraggi rossi o bianchi, alcuni anche gialli”. Anche per Mario Luzi in Ravvivamenti è la “lingua dell’uomo/ma l’attimo primario/il suscitante, quello le è negato/preclusa la dominazione anche/”. Una luce interiore che rischiari i sentimenti come nella xilografia (mm. 165x220) Luce del mattino di Alfredo Bartolomeoli. La luce si nutre di tenebre per Maria Lenti: “cava di pietra/muro di pietra/viso Fermenti  381


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di pietra/parolai pietra/pietra sepolcrale/pietra infernale/pietra filosofale/pietra miliare/ (Pietra). Una traiettoria che la poetessa urbinate ha in comune con Pietro Capozucca nella Prospettiva abitata, acquaforte acquatinta (mm. 160x118). Marco Ferri dà una personale interpretazione della capacità di osservazione nella poesia “Tanto per”: “forse non è questione di virtù/o indifferenza, l’occhio/non è quello di un satellite/.” Che, del resto, emerge per Nato Frasca nell’acquaforte (mm. 88x180) Orizzonte dei confini, sospendendo l’osservazione diretta verso un solo punto per accentrare la visione su una linea orizzontale. Brillante, infuocata, carica di tensione emotiva e sprizzante di tensione descrittiva è Antichissima figlia, maniera matita (mm. 245x176), di Aldo Ferraris che rende – secondo il mio parere - più visibile i versi de L’isola di Antonio Battistini “luogo Sandro Pazzi, Senza titolo, acquache non sa della propria lontananza/disegno infan- forte acquatinta, mm. 250x200 tile dai colori come mareggiate/chiusura nelle correnti dello scordare incessante/ cuore in cui il sole matura le stagioni/.” I due linguaggi entrano in contatto con i luoghi della parola pronunciata e trasformata in segno sul foglio inciso. Alla poesia Il segreto della Poesia Charles Wright: “ora che neve e ghiaccio hanno finito, e la luce è tornata,/fa male, e non si vede bene” è stato messo in relazione l’acquaforte il Plenilunio (mm. 203x180) di Rossano Guerra che guida l’occhio verso uno spazio indefinito e burrascoso dove la parola si perde nell’oscurità. Il ritorno al passato, quello dell’amore per la parola degli studi del Rinascimento, risuona in Franco Torciani Nel mio pozzo c’è, acquaforte (mm. 184x124), che amplifica la simbologia descrittiva del testo poetico Lied ohne Wrote: “fammi gettare il grido del lupo, dell’alzavola,/fammi luce di grano e melagrana/”. Achille Pace, La rocca, acquaforte (mm. 195x144), e Carmen Castello Moriano, Ponte blu, acquaforte (mm. 150x220), creano un effetto descrittivo della parola, superando in questo modo la sensazione dell’immediato e del vago. Una simulazione tra due tendenze espressive che vengono riassunte nel Pensiero 16 (catalogo della mostra) in cui sono stati messi nella sezione Alida Airaghi con Il peso del giorno e Giorgio Bompadre, Rilievo. I versi di Alida affrontano l’enigma dell’oscurità per ricercare la chiarezza: una relazione messa a confronto con la stampa a rilievo di Bompadre. Alfredo Cuervo Pando nell’Infinito, acquatinta, positivo negativo (mm. 235x220), si muove sulla carta per tracciare delle geometrie che sembrano riportarci a un gioco simbolico. Ma ci rigetta, anche, nello stato selvaggio il Paesaggio, xilografia (mm. Fermenti  382


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200x150), di Umberto Franci, oppure nella ruvidezza del paesaggio che si affaccia dal muro verso la casa o dal vetro della finestra nell’acquaforte (mm190x115) Finestra di Sandro Pazzi. Dal sapore gitano sono state le incisioni di Giordano Perelli Immagine, acquaforte (mm165x107), e Sólo Él, acquaforte acquatinta a colori (mm. 300x220), di Pascal Blanco che assumono connotati espressivi che rimandano a pulsioni primordiali. Su questa linea di ricerca, ma cambiando il soggetto di indagine ci sono le incisioni Alfredo Bartolomeoli, xilografia (mm. 195x180), Sandro Pazzi, acquatinta (mm. 140x125), e Athso Sachinini che omaggiano Andrea Zanzotto di cui è stato pubblicato Elleboro: o che mai? Di grande impatto emotivo è l’immagine di Lorenzo Bruno Luce lunare, maniera nera (mm. 175x120), che potremmo spiegare con le parole: “azzurra/che non ti vedo vedere, mi rimane/negli occhi la voce, quando dici:/pensami,voce remota dal paradiso/” (Poesia per Giovanna) di Bianca Maria Frabotta. Il legame viene rinsaldato tra testo poetico e incisione dalla prossimità di tale distanza e dai colori che passano attraverso differenze stilistiche ed espressive. Andrea Carnevali

Il crepuscolo degli dei di Daniela Torella

Spoesie di Nadia Cavalera

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La memoria della Resistenza

RECENSIONI

di Valeria Capossela Resistenza uguale a eroismo e epica, a lotta e poesia. Così Gualtiero De Santi, in La Poesia della Resistenza (MC, Sassoferrato 2009), connota il fenomeno letterario insorto nei primi anni ’40. Mentre nelle vicine Spagna e Francia i poeti parteciparono alla battaglia contro il movimento franchista e nazista anche con i loro testi lirici, nella nostra penisola le prime manifestazioni letterarie di segno resistenziale sopraggiunsero negli anni del dopoguerra, oppure in alcuni casi tra anteguerra e dopoguerra. La passione civile contro gli autoritarismi fece allora leva su un senso di opacità morale reso via via più trasparente e decrittabile attraverso il riflesso dell’identità nazionale. Una poeticità, quella resistenziale – a detta degli studiosi accademici (tra i quali particolarmente fuori fase Alfredo Gargiulo sulle pagine di “Fiera Letteraria” (23 maggio 1946, n. 7) – che rischiava di far perdere la vera essenza della lirica. Così ovviamente non era. Quei testi sulla guerra e sui suoi conseguenti sviluppi (il nazi-fascismo, i brutali genocidi e massacri) sarebbero infatti confluiti in un eccesso di emozioni, che si aprivano direttamente verso l’altro, capaci di guardare una umanità sottoposta alla barbarie. Insomma (ed è un suggerimento) sarebbe interessante rileggere quel periodo e quelle poesie alla luce degli Studi Culturali. Comunque ne fosse, la poesia di quegli anni tremendi ebbe la funzione di raccontare ed evidenziare la verità con l’impegno di serbare intatto il sacrario della memoria, attraverso, ad esempio, una oggettivazione fisica dei luoghi e del tempo entro una precisa linea simbolica. Piuttosto che di mera cronaca, era la rivelazione nel proprio intimo di un valore di umanità solidale. Nel panorama dei molti poeti italiani citati (Gatto, il sorprendente Mario Tobino, ovviamente Quasimodo, ma anche Pasolini, Bassani, la Ginzburg, Govoni, Caproni, Sergio Solmi; e non manca Marino Piazzolla), poeti dei quali si raccomanda comunque una nuova e più attenta rilettura, fa spicco il tono epico e di ribellione incarnato dalla figura del partigiano romagnolo Mario Pasi, secondo l’autore del saggio una delle più belle immagini di eroi resistenziali (nella sua vicenda personale e nel ritratto epico stilato in versi e in prosa da Tobino). La scelta del combattimento come disponibilità pura, morale e storica, resa con lo slancio e la vitalità di un eroe greco, si affievolisce nella penna del Pasi poeta (ché tale egli fu pure) in una coscienza dell’amara ed inevitabile perdita, nel presentimento di quell’oscuro manto Fermenti  384


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di morte che avrebbe coperto un’intera generazione di giovani autori. L’amore e l’energia vitale, anche prima della totale disfatta, sono la cifra e la parola comune della lirica e degli animi di quegli anni funesti, lascito morale consegnato all’intera letteratura italiana. Gualtiero De Santi tratteggia un articolato quadro della situazione nazionale. Apre focus su autori oggi dimenticati: il friulano Dino Menichini, Antonio Russi, in qualche modo anche Franco Matacotta. Ci sono anche capitoli nei quali l’indagine si fa più circostanziata e minuziosa: come nel “caso” dei testi in dialetto romagnolo. Come si sa, il passaggio in Romagna dalla Resistenza alla Repubblica era avvenuto non senza problemi e contraddizioni. È materia comune che il fascismo avev sse fieramente ostacolato l’impiego del dialetto, considerandolo un ostacolo all’identità spirituale italiana. Pertanto, atteso che il regime non sopportava l’uso del vernacolo, scrivere in dialetto in quegli anni divenne sinonimo di lotta al fascismo. Emblema di tale processo fu Libero Ercolani che recuperò il gergo e il folklore romagnoli, con accurate analisi linguistiche e comparate. Quanto ai valori morali insiti nei testi poetici della Resistenza romagnola, l’atteggiamento più diffuso fra gli scrittori dialettali apparve intonato a pietà e solidarietà nei riguardi delle vittime della guerra, pietà che investì anche gli animali e soprattutto i bambini e le persone meno abbienti. Sono, questi, tutti momenti in cui la voce poetica si sofferma su immagini di morte e saccheggio intrise di pathos, di autocoscienza e spesso di nostalgia e di un sogno che si richiama alle radici (Dario Mazzotti descrive in una sua composizione uno degli eventi centrali della cultura contadina, la veglia giocosa nelle stalle, durante le serate d’inverno). Una ben maggiore ricchezza di motivi è data da produzioni liriche cariche di dolorosi riferimenti alla storia del tempo, filtrata, ad esempio, dalla penna di uno dei maggiori poeti neo-volgari romagnoli, il cesenate Walter Galli. La cui poesia, carica di emblematica moralità e di spirito combattivo, ma anche impregnata di orientamenti ideali e di classe, riecheggerebbe per ciò stesso secondo l’autore del saggio alcune specifiche impostazioni brechtiane. Insomma è questa una Romagna di lotta che traspare dal filtro di una poesia carica di realismo potente, efficace e simbolico. Un realismo espresso tanto dalla dialettalità immanente di uno Spallicci e degli spallicciani, quanto dalle illuminazioni e contaminazioni visive e pittoriche che emergono nella nuova poesia postgergale e post-bozzettistica. La voce della coscienza echeggierà nell’epica partigiana anche in anni successivi, sebbene con impostazioni e punti di vista diversi. Un Bino Rebellato, ad esempio, che partecipò alla Resistenza in una posizione di pacifista cristiano, senza mai uccidere ma prendendo parte alle battaglie, non predilige la scrittura cronachistica di testimonianza storica, bensì la possibilità prossima del fare poetico, una raggiunta purità del mezzo espressivo. Poi, col passare del decenni, la poesia della Resistenza, grande ed universale, diviene il sacrario della memoria attraverso immagini di saggezza, verità anche controverse e conflittuali (si veda il testo di Alessandro Parronchi a commento Fermenti  385


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di un murale di Venturino Venturi) e amore di un passato che continua a parlarci, sospingendoci verso un futuro senza più il giogo del dolore. Fra le immagini di eroi e nell’ambito di una “Resistenza dimenticata”, Gualtiero De Santi riprende la figura di Raffaele Persichetti, cantata liricamente da Luca Canali. Luigi Longo, nel suo Un popolo alla macchia, è tra quanti ricordano il ventottenne professore romano morto valorosamente nei giorni degli scontri presso la Piramide Cestia. Un intellettuale, il Persichetti, che si sottrae all’indifferentismo e qualunquismo borghese per entrare nella temporalità sacra e luminosa della storia dei giusti, destinata tuttavia a imbeversi del sangue delle vittime e resa ai posteri attraverso il marchio della memoria. Così il compito del poeta è rievocare il sacrificio del giovane combattente, anche nell’assenza di un vivo ricordo storico. Non a caso Canali avrebbe poi intitolato un suo saggio alla Resistenza dimenticata, in memoria e in onore di voci liriche vibranti nel coro convulso e confuso della guerra antifascista italiana. Valeria Capossela

Cosa comunichiamo? Il sofisma comunicativo di Gianni Simeone

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Le filastrocche dell’orsetto Gugu di Gladys Rovini


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De opificio hominis

Annotationes su Iperfetazioni (la linea non c’è) di Marco Palladini di Donato Di Stasi

Glossa 2. Scorrendo le tesi cardinali del libro, se ne individua l’epicentro in una densa architettura concettuale, sorretta dall’universalità molare delle emozioni e da linee di forza categorematiche che rafforzano, pagina dopo pagina, l’edificio poematico. Con le frecce conficcate in corpo come un San Sebastiano incurante, Marco Palladini sferza la mente per estorcerle una riflessione alternativa, in vista di un riposizionamento dei valori. I suoi testi attraversano il cervello e muovono il corpo alla stregua di un flusso desiderante, purtroppo non riconosciuto dai più, non approvato, né ritenuto utile. L’Autore getta dalla sua gola composizioni crude, dichiarandosi contrario alla pratica poetica corrente, fintamente querula e consolatoria, in vero pienamente asservita agli enunciati del Potere (quando si cantano, ancora oggi, le brezze, i paesaggi e i moti del cuore si sorvola ipocritamente sulle condizioni di sofferenza che tagliano come burro i ceti più deboli del Bel Paese). In termini baudeFermenti  387

RECENSIONI

Glossa 1. Ci vorrebbe un’impresa collettiva per fabbricare un uomo nuovo, né Golem, né Adam, semplicemente una creatura che sappia stare al mondo in modo sereno, avendo ridotto l’eccedenza del possibile sul reale e avendo chiarito che il lavoro (fordista o postfordista) deve realizzare l’intima natura umana e non prestarsi a canonizzare alienazione e sfruttamento. Se la rigenerazione delle coscienze e del loro essere sociale implica una partecipazione necessaria e diffusa, Marco Palladini ha ragione di sentirsi solo e di manifestare la sua democriticità, il suo risentimento per il marcio che caria ogni anfratto della società e che infetida la Palude itagliana a ogni scarto temporale. Al Planetario di Berlino il 6 giugno 1988, a un mese dalla sua morte, la mitica Nico dei Velvet Underground (Lou Reed ecc.) presentò la sua nuova composizione, Fata Morgana, fatta di sillabe e non di parole, per l’evidente difficoltà di dare voce a un’epoca che già allora andava ammutolendosi. In Iperfetazioni (opera di filosofia, cinema, rock e poesia) si registra la stessa impossibilità a strutturare un linguaggio condiviso e legittimato dalla tribus, tuttavia Marco Palladini non si arrende e rimesta nel calderone letterario e mediatico per estrarne testi che nelle attuali congiunture storiche riescono a definire una weltanschauung se non univoca, indicante almeno variegate direzioni che carsicamente si inabissano e riemergono, scavano e riportano corrosive e credibili memorie del sottosuolo.


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lairiani, Marco Palladini dà vita all’unico libro possibile, quello di un poeta che è anche, anzi soprattutto, un critico: Iperfetazioni si configura come un esperimento riuscito di poesia-saggio, fieramente avverso alla miseria della letteratura odierna e allo scadimento a merce libraria dei cachinni scrittorii spacciati per capolavori. Poiesis come theoresis: scrittura quale elaborazione di un sistema conoscitivo in grado di aggredire e perimetrare la realtà, sottraendole le luci assordanti, gli scintillii catatonici, le paillettes ferali che intontiscono l’attuale ghostly humanity. Si tratta di arginare la logosfera sversata dalla quale tracimano chiacchiere e trash a go-go: in questo senso non stupisce la ripresa della rima in funzione non maccheronica; la clausola prosodica serve magnificamente allo scopo di delimitare le astrattezze, di ricostruire l’orizzonte, di negare per affermare (“La vita è vissuta come uno sballo senza forma /del resto chi le può dare una regola o una norma?”, p.106). Il linguaggio è diventato un’enorme pattumiera e di tale immondizia ci delizia il Nostro, lordandosi mani e calamo per divaricare le nostre palpebre bolse e interrogarci sull’ingolfata macchina del presente. Nella sezione finale, Pubbliche escursioni, la scrittura ci sbatte in faccia gli sputi di prammatica sul 68, il libero scambismo di vaginasecca e uccellotriste, la scomparsa dei fu-partiti operai, l’inginocchiarsi dell’homo faber alle nuove divinità della flessibilità e degli ammortizzatori sociali. La scrittura si smarca dal pensiero unidimensionale ricorrendo a frequenti ilarotragiche paronomasie, con l’effetto di straniare e rinnovare la percezione dei fatti e degli eventi della cronaca-storia (Arbeit macht unfrei, Libera nos a Mao, Degeneris humani). Chi sa, soffre (Qui auget scientiam, auget et dolorem, Qoelet 1,18), ma si incaponisce a sublimare il dolore in rabbia e azione artistica, per esempio curando maniacalmente il linguaggio, rovesciando la sua conclamata afasicità in una fortissima tensione espressiva (parafrasando l’undicesima tesi di Marx su Feuerbach: finora i poeti hanno variamente interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo). Non stupisce che nella specola palladiniana si trovino arcaismi quasi fossero neologismi (acedia, xenitéia, colendi, apocatastasi); neologismi che associano classicità e decadenza corruttiva (kakovisioni, paleophantasmi, motokuore); neofilosofismi che sembrano stupefacenti arcaismi (ecotopie, ortoprassi, micronanosolitudini, distopie); associazioni terminologiche dal fulminante valore critico (merce-merda-morte). Glossa 3. Con le sue tre sezioni (Ricognizioni private, Interzone, Pubbliche escursioni) Iperfetazioni risulta un foam-book, un libro-schiuma, scritto in lingua neobabelica con tanto di protesi materiali e tecniche per rammemorare a ciascun lettore il tasso di depersonalizzazione incuneatosi nelle coscienze. Se Merleau-Ponty (19081961) congettura sui corpi abitanti lo spazio e non meramente occupanti, Marco Palladini tallona analiticamente il vissuto collettivo per comporre una sua perspicace fenomenologia del dissesto, edificata su categorie topologiche (il letterario, il musicale, il politico, l’antropologico, ecc.), non più sulla desueta geografia degli -ismi (ermetismo, realismo neo e post, avanguardismo protostorico, storico e prossimo venturo). Iperfetazioni si impone per la sua dis-locazione, per la sua natura perifeFermenti  388


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rica rispetto al main stream poetologico corrente: non cerca l’effetto decorativo (il bel verso sonante), si impegna a delineare una convincente mappatura dell’umano e del troppo umano. Occupandosi nei suoi discorsi anfiteatrali di homo pauper, Marco Palladini prende a monitorare la perdita di equilibrio degli individui, la cronicizzazione del caos, la produzione continua di vertigini. Scontornatosi ogni incatenamento valoriale del mondo, la scrittura non può che registrare la modalità ipercinetica in cui la vita, il denaro, il sistema mediatico transitano e precipitano: la folle velocità (tachiston) degli accadimenti, appena attenuata dalla duplicazione in uno spazio virtualizzato, costringe la poesia a muoversi, a scucire se stessa dall’immobilità in cui sembra stagnare, con il proposito di intercettare il divenire magmatico della macrostoria e le intensità individualistiche della microstoria. Non a caso il Nostro ritaglia per sé la figura del kaosnauta: ora che una tremenda operazione di rappel à l’ordre riporta in auge i generi letterari e i loro steccati, Marco Palladini non esita a condannare l’arcadismo conservatore della nostra provincialissima letteratura, immettendosi in una corrente di pensiero che fa capo a Bazon Brock (1936) e Vilém Flusser (1920-1991), rifiutando la spazialità geometrica tradizionale per sostituirla con la teoria della intersezione e della sovrapposizione dei campi; ne consegue che la pagina palladiniana da un lato contribuisce alla deflagrazione delle chiacchiere mediatiche, dall’altro rinnova e vivifica le forme, specie attraverso la riconsiderazione a fini espressivi e teatrali di una prosodia più compatta e matura, rispetto alle prove precedenti (Et ego in movimento del 1987, Autopia del 1991, Ovunque a Novunque del 1995, Fabrika Pòiesis del 1999, La vita non è elegante del 2002). Iperfetazioni si afferma come un libro di stratificazioni, multiple e successive, verticali e orizzontali, implodenti e autodisperdentesi: saltato ogni centrum securitatis (la metafisica tradizionale, lo Stato moderno, l’intersoggettività comunitaria) alla poesia non rimane che imparare a fronteggiare condizioni ipercomplesse di esistenza (“Sappiamo poco o nulla di quello che ci sta accadendo / la cultura non ci fornisce le chiavi di lettura / continuiamo a vagheggiare il pathos creaturale, / a esibire la retorica del rispetto ambientale / però il sospetto è che l’antico incanto naturale / possa presto tramutarsi in un incubo feroce / una comune e tragica esperienza letale”, p. 127). Glossa 4. Può la poesia guarire la solitudine, medicare il pensiero, sovvertire la malinconia? Dentro i nostri parlati fittizi si insinua una voce crudele, spettrale, vampiresca, capace di succhiare il sangue al nulla e di rimetterlo in circolazione. In questa diafana e arida materialità Marco Palladini riapre le ferite profonde degli individui e cerca rimedi altrettanto efficaci e duraturi; non si ritrae dallo spettacolo deplorevole di quanto salta agli occhi di tutti, si affatica a trasformare le parole in energia sociale (“Eppure cresce l’onda d’urto, va all’attacco e si smarca in difesa… incendia la notte come un folgorante palleggio di Zizou Zidane… la mezzanotte occidentale brucia le antifone e le antinomie, vetture a migliaia e periferie… les hors-la-loi-dans la rue accusano le immarcescibili menzogne di civiltà sedicente superiore…”, p.138). Se la poesia è una cosa fisica (Pier Paolo Pasolini), Marco Fermenti  389


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Palladini contravviene al modus sostantivale dominante (scarsa aggettivazione, quasi inesistente predicazione verbale), intendendo condurre la scrittura al di fuori delle tecniche ipnotiche della midculture: laddove la pubblicità esalta la funzione fatica, cantilenante del linguaggio, Iperfetazioni riporta in primo piano gli aspetti denotativi e connotativi dell’espressione letteraria, tenendo dietro ai significati primari e alle derivazioni semantiche secondarie. Le parole vengono in questo modo sottratte all’astratta musicalità, catalogate per marchio di fabbrica e reimmesse nel discorso con lucidità e durezza: è curioso verificare come, rispetto all’uso comune, le locuzioni si assottigliano, si ingrossano, si deformano, senza perdere il proprio contenuto di verità (“ché proprio non ce la fa / la Plastic (Playstation) Generation / a trasformare il sapere refrattario al kapitale / in una chance reale di cambiamento materiale / il mondo senza se e senza ma / ti mette le mani addosso, ti violenta”, p. 106). Glossa 5. Iperfetazioni (la linea non c’è) tende trappole ironiche al lettore, a cominciare dal sottotitolo, non fosse altro per una visibilissima linea di poesia civile e politica che attraversa l’intero snodarsi delle pagine. Non parlo di una generica poesia politica, più o meno retorica o enfatica, discuto invece di una convinta coscienza del proprio ruolo di scappellato e sconsacrato cronachista del presente: mai giullare pour épater le bourgeois, né menestrello di corte per raccattare gli avanzi del Potere, piuttosto un giramondo per piazze reali e immaginarie (dirige non a caso una web review), Marco Palladini lo trovi sempre lì a contestare che le strade siano diventate tutte a senso unico (dal che ne deriva l’impossibile circolazione delle idee); da ciò anche l’impegno a ristabilire da par suo la doppia, tripla, quadrupla, quintupla, decupla possibilità circolatoria dei discorsi nella logosfera. Scrittura dunque plurisegnica, polisemica, ipersemantica, capace di emanare un incredibile quantitativo di energia, bastante di per sé a risvegliare molte menti narcotizzate (“No logo è allora soltanto l’iperlogo / del politicamente corretto e superparakulo / il brand furbissimo e registrato / per il boy antagonista esibizionista e tatuato”, p. 105). Non solo quindi si intravede una linea di pensiero antagonistico, ma all’interno di Iperfetazioni si viaggia in mille direzioni, raccattando tutto (rime, arcaismi, stilemi lirici e antilirici), perché tutto può servire se non a decifrare il caos, quanto meno a non farsi trovare spiazzati dal groviglio ingarbugliatissimo (lo gliommero gaddiano) che si dipana e si avvolge come un serpente boa attorno allo sprovveduto individuo catodico, isolato, smarrito, l’homo pauper della contemporaneità. Dai flussi desideranti degli anni Settanta del Novecento ai flussi cibernetici attuali, Marco Palladini non smarrisce la bussola e, come Jack Kerouac in Desolation Angel, si sistema a vedetta dai suoi multipli osservatorî (teatro, saggistica, giornalismo culturale, narrativa, poesia, musica) per recepire i minimi sovvertimenti del terreno sociale, che prima o poi si muteranno in tellurici e incontrollabili dinamismi (almeno si spera). Glossa 6. Detto in primis della terza sezione, Pubbliche escursioni, passo a congetturare sulla prima parte del werk, Ricognizioni private, al cui interno Marco Palladini Fermenti  390


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persegue l’ambizioso progetto di una rifondazione filosofico-antropologica dell’io. Atteso che l’identità fra Essere, Pensiero e Linguaggio va ascritta ai primordi ingenui del pensiero occidentale, l’Autore si inerpica in sofismi mica da poco, provando a distanziarsi dal proprio intelletto, altresì interrogandosi sulla natura metacognitiva del cogito, niente affatto confinabile nei gargarismi del desueto solipsismo cartesiano. Ma si sa che i filosofemi se non nutrono le bolse accademie, finiscono in burla e tale si rivela l’approdo palladiniano, ben consapevole che tra Nulla e Coscienza lo sforamento conduce al gioco, alla leggerezza dell’ironia, all’apertura di millanta percorsi uno più assurdo e intrigante dell’altro. L’io non si rifonda, nonostante l’abnegazione del Nostro, se permane un contesto relazionale così deviato, affollato, fallito: l’io di Marco Palladini si muove tra irritazione e sospetto, problematizzando il reale, sollevandosi a forza di ghigni a una materiale sovraindividualità (“Sono comunque e sempre fuori luogo / atopico nel labirinto di me stesso / attirato da una insondabile sacertà / mi concedo al tradimento come destino / celibe assalto a tempo perso alla verticalità / esploro cieco i margini a un passo dalla fine / l’idea o l’abisso è provare a superare il confine”, p. 26). A dirla con Artaud si vorrebbe che l’io fosse un “atleta del cuore”, oppure un “plastico lottatore”, un creatore e modellatore di energia vitale, ahimé lo specchio rimanda solo degenerazione, corruzione, sprofondamento: un io a bassa creatività agisce con reiterazioni ossessive, gesti burattineschi, niente di più distante da una heideggeriana vita autentica, in grado di prendersi cura di sé e del mondo. Avendo a che fare con l’inconsistenza dell’Altro, derubricato a fantasma, l’io non trova di meglio che mettersi a inseguire se stesso, attraverso non luoghi e antimondi: sempre sul punto di fuoriuscire dal labirinto, sempre costretto a incespicare in un ulteriore corridoio, o in un’altra stanza. Di fronte a tanti frantumi e rovine, Marco Palladini fabbrica catene semantiche (“la fine”, “il fine”, “finendo”, “sfinito”, “finitudine”, “transfinisce”) riuscendo in un originale effetto di trascinamento linguistico, capace finalmente di riempire qualche vuoto fisico e metafisico (“L’Io irritante mi pervade e mi perturba ostinato / e la metamorfosi fa di me un soggetto idiosincratico / L’irritazione segna una linea tra l’onfalo e il cuore / e l’Io è forse l’ipogeo, postremo spazio luminale / dove combattere e abbuiare l’inerzia dell’orrore”, p. 19). L’esegeta registra una lingua pluriversa, pantarmonica, contenitore di ogni possibile contenuto, al fine di non lasciare inesplorato nessun anfratto di questo specioso finimondo. Marco Palladini, eteropensante/eterovagante elabora un suo sofisticato metodo geologico, componendo a strati visibili il suo ductus poetico: si va dal remigare lirico arcaico all’attuale bolina postavanguardista, si passa dal perturbante freudiano agli alisei postpoundiani, si sprofonda nelle meschinerie e nel sangue lautreamontiani, si risale per macerie posteliotiane. Non vi è chi non vede la sapida perizia del Nostro, tra i pochi a poter vantare a tutt’oggi una lingua poetica decente. Glossa 7. In Ricognizioni private si assiste a una poesia in forma di cosa, sistemata pasolinianamente al centro della pagina (cfr. Poesia in forma di rosa 1964): poesia Fermenti  391


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come incrocio di mediane e baricentro, come centro di gravità verso cui convergono e fuggono forze centripete e centrifughe, spinte verso l’umano; poesia costruita con la materia delle cose e dei fatti, non evanescente, né tediosa bagattella intimistica. Nella rete strappata delle relazioni interpersonali (economiche e politiche) si generano solo tensioni e sconfitte ripetute, specie per coloro che si strappano la razionalità a morsi, ritenendo il pensiero autonomo la massima iattura per il proprio quieto sopravvivere. Marco Palladini pensa in sé il per sé, l’hegeliano contraltare dialettico, nel quale negarsi per ritornare a se stessi arricchiti e carichi di nuove esperienze: l’io irritante si libera dal proprio essere catafratto e cerca di comprendere, per via di paradossi, la natura dell’Altro che gli sta di fronte e sembra fissarlo in cagnesco (“la coscienza obnubilata dalla volontà di scontro / col mondo, mentre l’io-tutto affonda nel terz’occhio / il non-senso percepisco fuori di me e mi rispecchia”, p. 24). Certo su tutto passa e passerà, dissolvendo, l’acido del tempo, ma è questa la sfida: vuotarsi addosso una latta di acido muriatico e continuare imperterriti a inveire, a bestemmiare, a incrudelire contro l’ovvio e la banalità, proprio come il Nolano, arso vivo a Campo de’ Fiori all’alba del 17 febbraio 1600, il quale non si perse d’animo e mugolò le sue verità fino alla fine, anche con la lingua stretta in una morsa di legno e ferro. Glossa 8. Come fosse il seguito di Metropolis di Fritz Lang, Interzone (la seconda sezione) assume le sembianze di un gigantesco e immane ipertesto, appello a un disordine ragionato, a uno scombinamento di carte, a un helzapoppin’ grouchomarxista per frullare/frollare carne sociale e servire polpette più o meno avvelenate. Marco Palladini guarda alla civiltà dell’accumulo con lo stesso atteggiamento di chi è messo di fronte a un piatto di zucchero e se ne ritrae per quel senso di appiccicaticcio e di satura dolcificazione che ne promana: Pinocchio e Virginia Woolf, misantropi e Smoke on the water dei Deep Purple, primavere tardo-beat e Mike Tyson, Lancio Story e Kokakola di Rienzo, tutto viene remixato e inciso sulle piste di una multipoesia deterritorializzata e appositamente caoticizzata, affinché con essa si possa gettare uno sguardo sull’abisso, mentre l’abisso ci invia le sue cannule stetoscopiche e ci perlustra da cima a fondo. Si sobbalza sulla sedia con Interzone, ma è quanto desidera l’Autore per noi, nel caso riuscissimo per qualche attimo a toglierci i nostri poderosi paraocchi (“Il televisore telecomandato che, poi, implode durante l’ennesima rievocazione serotina della morte di J. Kennedy o A. Hitler o A. Moro o Lady Di o B. Mussolini (una a scelta)…”, p. 51). Glossa 9. In A perfect day di Lou Reed (Transformer, 1972) e in The last days of inhumanity di Marco Palladini (sezione Pubbliche escursioni) si beve sangrìa e si brinda come sul Titanic spezzato, che ai più fa piacere vedere come un tranquillo transatlantico adagiato a solcare l’Oceano della Tranquillità. Prosit. Donato Di Stasi

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Marco Codebò da Samarra a Los Angeles di Mario Lunetta

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RECENSIONI

Quasi dispiace tentare di (ri)mettere su un piano di plausibilità consequenziale il macchinario logico di un giocattolo feroce e abilissimo come Appuntamento di Marco Codebò (Manni Ed. 2009, pp. 108, € 12,00), tanto aberranti (in senso etimologico) sono le piattaforme che lo compongono – o lo scompongono – al modo di un multistrato dai ripiani che slittano in continuazione l’uno sull’altro. Una strategia di ribaltamento della prima piattaforma proposta che presenta una faccia opposta? O non piuttosto una cancellazione reiterata che tanto somiglia a un raschiamento di palinsesti con relativa riscrittura? Il meccanismo canonico del giallo, si sa, prevede la pena (del lettore, anche) e la catarsi (del lettore, anche), con lo svelamento del colpevole, alla fine di una più o meno faticata odissea. A Codebò, soprattutto interessato al gioco delle strutture de/narrative e alla verifica consapevole di uno stile che sfida in continuazione se stesso, tutto ciò non può interessare che come ipotesi parodica per una narrazione impassibile, cinicamente paradossale, al limite di un umorismo che non conosce pietà. Così, le carte, i “documenti” vengono continuamente sparigliati, cambiano i tempi dell’azione, cambiano i luoghi. Da Genova alla Riviera, fino alla California losangelina. E cambiano le persone e le facce, i ruoli e i desiderata. Si parte da un repentino decesso di tale Saverio Pari, ricco titolare di una catena di agenzie immobiliari e di una polizza dell’Assinvita. L’inchiesta sulle cause della morte è affidata al detective Aurelio Mannini, attento ai dettagli ma ancor più alla buona qualità della sua nutrizione. Dandosi da fare con discreto impegno, il Mannini entra in amichevole contatto sia con la vedova che con l’Edvige Vialli, segretaria-amante del defunto, e scopre che la ragione evidente dell’infarto che ha ucciso il Pari è nell’irresistibile splendore di quest’ultima che pure non risulta l’”utilizzatrice finale” della scarsa potenza fisica dell’amante, dal momento che – come emergerà in seguito – l’imprenditore è morto durante un incontro sessuale con una prostituta sudamericana. Il Pari è al corrente delle sue precarie condizioni di salute (problemi coronarici, pressione arteriosa elevata), e tuttavia, malgrado i reiterati avvertimenti del medico suo amico, non prende precauzioni: anzi, ci dà dentro sempre più, come in una sorta di ossessione erotica autodistruttiva. Una volta chiarite le cause “tecniche” dell’infarto omicida, al detective Mannini interessa scoprire le ragioni profonde di quella che sempre più gli appare una volontà di auto annienta-


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mento: e una fotografia su un giornale, risalente a una vicenda di sangue di ventitre anni prima, gliela chiarisce violentemente. La radice di quel malessere tanto profondo risale all’adolescenza, durante la quale il Pari è stato ristretto in riformatorio, e a torbidi fatti successivi nei quali è stato implicato dal fraterno amico Roberto Mantovani, malavitoso di un certo rango, “venduto” dal Pari e supposto (erroneamente) morto in uno scontro a fuoco coi carabinieri. Da qui hanno avuto origine le fortune dell’imprenditore e insieme il suo devastante senso di colpa. Il teatro della seconda parte del romanzo è Los Angeles, ambiente universitario. Vi sono coinvolti il professor Dossena, illustre studioso di estetica, e il suo maestro Boskov, in gioventù frequentatore del grande Jurij Lotman nel tentativo di diventarne il delfino, nonché calciatore nella Giovanile della Dynamo. In quanto brillante scrittore di gialli a tempo perso, a Dossena appunto Margaret Mancini (già Natasha Lotman, che ha sposato il famoso semiologo a scopo di vendetta omicida, in quanto quest’ultimo avrebbe forse ucciso il padre della donna) affida il manoscritto di Appuntamento, di cui è autore il suo compagno Vittorio Carboni, sfortunato aspirante sceneggiatore hollywoodiano inspiegabilmente scomparso da qualche tempo. Il testo, alquanto confuso e non poco dilettantesco, abolisce gli steccati tra realtà e fiction, vissuto e invenzione, e impasta nel suo frullatore lembi di antica realtà, episodi realmente accaduti, personaggi che possono anche chiamarsi Aurelio Mannini, Roberto Mantovani riciclato nel barista Bob, ecc. Lo sviluppo del romanzo di Codebò è a questo punto una catena di quiz, una collana di enigmi. Si susseguono ambigui messaggi à clé, che restano ovviamente metafore mute. Ma è interessante e gustoso assistere all’intelligente distruzione dell’Ideologia del Thriller che dall’interno effettua il narratore in persona di Dossena (“Dunque tu conosci la mia teoria del romanzo incompiuto che chiede la collaborazione del lettore per essere portato a termine…”; e Boskov ribadisce che “i libri parlano dei loro lettori, mica dei personaggi”): coincidente alla fine con la riconosciuta primazìa della morte, che ci si può anche illudere di depistare ma che invece tiene sempre fede ai suoi propositi con implacabile puntualità, come ricorda anche il citato apologo talmudico o sufita dell’Appuntamento, ripreso poi nella modernità da scrittori come Maugham e O’Hara (nel celebre Appuntamento a Samarra). È chiaro che ciò che in primo luogo interessa a Codebò è la crudeltà irrisolvibile del gioco apparizione-sparizione che realizza una sorta di teatro delle ombre che lasciano dopo il loro sparire tracce sempre più confuse; e d’altra parte la padronanza retorica da gran croupier, che alterna stile velocemente cronistico e soluzioni gergali, botte teoriche e lampi erotico-sanguigni in una lingua di assoluta vitalità e assoluta precisione. Appuntamento, che reclama naturalmente la collaborazione del lettore come regista e interprete, e rivela a ogni piè sospinto la sua bella natura artificiale e irridente, la sua azione da bussola (volutamente) disorientata nella confusione dell’oggi, conferma la qualità molto forte di una scrittura di estrema consapevolezza, nella quale il ritmo e il montaggio meta-temporale sono forse gli elementi che maggiormente scandiscono una costruzione senza tregua decostruita. Mario Lunetta

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Un romanzo a doppia faccia di P. F. Paolini Saggio su uno scrittore illustre e sconosciuto di Paola Ghigo

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RECENSIONI

Il dono crudele di Pier Francesco Paolini (Robin edizioni, Roma) è un romanzo a più strati. Il primo strato, che fa da base a tutto il pasticciaccio, è un polpettone sfacciatamente romantico. Ambientato nella Napoli pre-Lauro, vi si narra l’ascesa di Clodia Mancuso, conturbante bellezza popolana, da operaia di pasticceria a indossatrice d’alta moda e quindi la sua apoteosi a diva del cinema. Vi si contemplano i mezzi e vezzi da lei usati per sedurre e far carriera, la sue quasi innocenti avventure galanti, le sue liti in famiglia (con una madre che ha per amante un fannullone assai più giovane di lei) i suoi incontri con strani personaggi (fra cui un giovane poeta maledetto e una affascinante ragazza di “difficili costumi” a nome Maiù Cipolla, figlia di un pio beccamorti) le sue spavalde burle, il suo beffardo anti-conformismo, il suo intrepido comportamento in mare durante una burrasca, la sua illibata “puttanelleria”, nonché la sua tempra morale nel rifiutare la proposta di nozze di un ricchissimo latifondista che non si sente di amare – fino a quando si concederà al sarto Venturini (raffinato ganimede, erudito mecenate di squinternati artisti) suo primo amante e protettore. Il quale, al risveglio da un’estasi paradisiaca, subirà – citando Orazio – una cocente delusione molto insolita. Clodia è anche una sognatrice, animata e propulsa dalla segreta convinzione di essere (sua madre è sempre stata reticente al riguardo) figlia bastarda di un Principe polacco – che adesso è svampito in seguito alla tragedia della figlia legittma, Krystina, venti anni fa, malmaritata a Venturini e adesso smemorata in manicomio. Per salire più in alto – sull’Olimpo dei divi che spesso è anche un monte Calvario – Clodia si avvale di un giovane americano ubriacone, Larry Jackson Garrit (figlio di uno zar di Hollywood, il calabro-americano John Garrit, nato Giovanni Garritano) follemente innamorato di lei. Lei lo stuzzica astutamente con crudele disarmante candore: “No, scusami, Jack, non è per sciupare le cose, te lo giuro. È per metterti in guardia, perché sono una brava ragazza. An honest girl, come dite voialtri: sincera. E se non lo vuoi dire tu, allora te lo dico io cosa pensi di me: ch’è solo perché voglio diventare una diva del cinema… che mi sono lasciata scopare da te… soltanto per questo. Lo penserebbero tutti. Ed è la verità”.


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Comunque, di lì a una lunga serie di altri accidenti, ed al termine di un duello verbale stralunato con il padre di Larry Jackson – che conclude una stramba sceneggiata “irreale” più vera del vero – Clodia ottiene una promessa ch’era follia sperare e tanto di impegno firmato dallo “zar” hollywoodiano sul retro di un menù. Ma a questo punto Clodia è pronta a giocarsi tutto – di slancio – poiché ha incontrato il vero grande amore: un professore di genetica, Andrea Materno, quarantenne “dall’aspetto squallido ma nobile» la cui voce profonda è «di un acre ma gradevole metallo” che “pareva parlare di cose lontane che avessero perso gran parte della loro importanza”. E che ha, soprattutto) “un buon odore d’uomo”. (Come un personaggio, Kaoru, di Murasaki Shikibu.) Però il destino – calzati i coturni del Fato della tragedia greca – deciderà altrimenti, alla fine. Un secondo strato fa eco - per così dire – all’opera aperta. Alcune cose che nel feuilleton sembravano tradizionalmente ben definite appaiono incerte o sfumate. Certi dati di fatto acquisiti, solidi come roccheforti, vacillano o crollano. In un lungo capitolo di dissipazioni (il 22°, da pag. 120 a pag. 139) Clodia indossa per capriccio diversi panni ed assume, per amor di avventura, diverse maschere – compresa quella di squillo d’alto bordo nella casa-bordello di donna Cacace-Rouger. Ma soprattutto: chi è il vero padre di Clodia? La perfida Maiù, che a bella posta ha fatto loro da paraninfa, non ha dubbi: è Venturini. E poi: Chi era realmente, fra due cugini che hanno lo stesso nome, quello che ha – per la sua formidabile onestà di casto Giuseppe – provocato la pazzia della figlia del Principe polacco e moglie di Venturini? E inoltre: Al lettore la tragedia á trois che si concluse con un “ridicolo” colpo di pistola viene rievocata dallo stesso Venturini, brillante ma piuttosto brillo «con voce un po’ nasale, recitante» e quindi, dato il tipo, non si sa quanto di vero c’è. Perché Andrea Materno dice a Clodia di aver ricevuto in guerra la “ridicola” ferita alla schiena? O, se è lui il vero Andrea, dei due, perché sembra aver dimenticato tutto? Nel terzo strato all’insegna dell’Assurdo agiscono soprattutto due personaggi perfettamente incredibili: il poeta maledetto Namorino Sapio (al quale Clodia era pronta a donarsi, pur trovandolo “un po’repellente”, poiché egli – in versi nei quali la idoleggia aspergendola “di incenso e insulti” – la fa sentire maggiore di sé, rinsaldandola, esaltata, nella fede dei suoi “alti destini”… senonché Nemorino non accetta di possederla “se non per denaro” – e per questo, maldestro rapinatore, si inguaia goffamente) e Maiù, eternamente vergine. Le due ragazze dormono abbracciate, una notte, ma ad avvolgerle è solo una fetida nube, causata dal tremendo mal di pancia, per via delle cozze, di una di loro. Questi tre strati non scorrono ininterrotti, ma si alternano fra loro e ad essi si intersecano filoni secondari. Ci sono divagazioni mondane fitte di pettegolezzi e scandite da canzonette d’epoca, ci sono discussioni filosofiche sull’esistenza di Dio, sfilate di moda, ci sono Fermenti  396


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tre “vene” satiriche: satira di costume, politica, letteraria. Un dibattito, fra l’altro, sulle sorti del romanzo, al Circolo culturale il Sagittario, munificamente retto da Venturini, si conclude con questo petardo: “Uno dei giovani incazzati navarranti salì sua una sedia. Che cosa ci vuole a scrivere un romanzo, anche buono? È un genere ormai putrefatto. Lasciate che i romanzieri seppelliscano i loro romanzi e occupiamoci d’altro”. (pag. 170) Frequenti sono anche le intrusioni del melodramma. Lo stesso titolo proviene dal Don Carlos di Verdi. Clodia, in un’ora di smarrimento e di forti dolori mestruali, vaga per Napoli sola, perduta e abbandonata – come Manon “in landa desolata”. E ideale commento musicale del capitolo 42° suonerebbe la romanza del tenore di Un Ballo in Maschera quando accetta che tutto andasse pure distrutto e brama che nel suo seno “estinto tutto… tutto sia fuorché l’amor!”. Si potrebbe adattare al Dono crudele una metafora che Paolini (autore quant’altri mai fedele a sé stesso) adottò per il suo romanzo d’esordio e immaginare, qui, un turpe connubio fra Umberto Eco e Carolina Invernizio o una sbandata di Jane Austen per Woody Allen. Sia come sia, per rendere così svariati temi compatibili fra loro, appetibile il gusto di tanti agri e dolci ingredienti, plausibili azioni e personaggi non sempre degni di plauso, e rendere infine accettabile l’assurdo, il grottesco, occorreva un congegno narrativo macchinoso ma a tenuta stagna, una retorica ancorata a sostegni classici, magari capziosi, e, soprattutto, dialoghi stranianti, atrabiliari, ambigui, ma scorrevoli e tutt’altro, di per sé, che assurdi. Occorrevano dunque, per dare coerenza al guazzabuglio, sapienti alchimie e spericolate acrobazie di stile, nonché un’organizzazione del discorso capace di prevenire, burlandosene, qualsiasi superficiale obbiezione del lettore. Insomma, tutto quanto si regge – come al solito – sulla scrittura. I lettori sono tenuti a chiedersi se l’Autore sia riuscito nell’intento ed è prevedibile che daranno risposte disparate, a seconda delle rispettive concezioni o idiosincrasie e dei loro gusti, o fobie, personali Dal canto nostro, sulla tenuta e validità della scrittura di Pier Francesco Paolini noi possiamo citare alcuni temperati giudizi di critici. Alfredo giuliani ha scritto: “La prosa di Paolini ha vivacità musicale e agilità discorsiva insolite”. Piero Dalla Mano: Paolini “attua una divertente formula di pastiche, di parodia” che “possiede in filigrana un notevole bagaglio di ‘verità’ sul mondo di oggi… La crociera festosa delle vacanze naviga in realtà sospesa su orribili scogli, su mostri in agguato” (1969, a proposito di Relazioni irregolari). Anche Paolo Milano elogia questa peculiarità: “Il tipo di romanzo pop cui appartiene Relazioni irregolari si fonda su un postulato di questo tenore: la nostra vita odierna (nella sua confusione, falsità, violenza, clamore e degradazione) somiglia a un romanzo d’appendice o a un melodramma a forti tinte, tanto vale quindi presentarlo in questa forma. … Il racconto, com’è giusto, si pasce di continuo del Kitsch Fermenti  397


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più sbracato, ma in certi passi, forse i migliori, l’effetto è molto più ambiguo e sottile”. (1969) Cesare Cavalleri che pure – su Studi Cattolici – fa apprezzabili dotte riserve sulla «moralità» (ma qualcuno direbbe piuttosto sul ‘moralismo’) di questo Autore, in nome delle prudenza dell’uomo di fede, scrive a proposito del Gatto guercio: “La storia è congegnata con la perfezione di un computer (o di una bomba a orologeria) i personaggi sono sagacemente organizzati, la scrittura è impeccabile, sempre netta, volatile e talvolta esilarante”. (1994) Giuseppe Neri parla, a proposito di Disguidi del destino, di “un bell’impasto di saggezza e di umorismo nero”. E di “una robusta vena comica, a volte feroce, temperata da un senso tragico che si trasfigura in struggente pietà per i personaggi. Elemento non secondario è la ricchezza mimetica del linguaggio dal vernacolare al sofisticato”. (1994) Paolo Ruffilli ragiona su “una macchinosità che sa dileguarsi” ed è riscattata “dalla fresca e scintillante gaiezza che pervade la sfilza di situazioni” e “dall’incrociarsi divertito delle vicende e dei personaggi, manovrati a dispetto da un burattinaio giocherellone”. E parla di “uno smalto che protegge da qualsiasi caduta” …. “alla maniera dei pornografi sublimi”. (1979) Vittorio Vettori denunciò in Paolini uno “stile ariostesco per la prestanza della fantasia (pressoché inesauribile nelle sue trovate e variazioni) per l’insistenza di un atteggiamento affettuosamente e sapientemente ironico […] per la intrinseca solidità di un equilibrio morale tanto più profondo quanto meno ostentato, nonché per l’impasto linguistico in cui vengono a fondersi armoniosamente elementi della tradizione illustre ed elementi gergali, termini squisitamente letterari e parole di ogni giorno”. (1969) Cesare Milanese ha scritto: “PFP, noto come scrittore dell’irrealtà, si avvale in questo romanzo, vitalisticamente fastoso e linguisticamente festoso, ironico e disincantato, molto spesso caustico, per conservare la sua visione «trasversale» estraniante della vita” (a proposito del Gatto guercio). E altrove: “Paolini scrive storie di ordinaria stramberia”. E ancora Alfredo Giuliani: “Le citazioni occulte o seminascoste” frequenti in tutte le opere di Paolini “non sono un gioco freddamente culturale, non sono intellettualismi. Sono semplicemente spezie, aromi che insaporiscono la narrazione. Potete gustarli senza distinguerli”. E Carlo Bordini, a proposito degli ultimi romanzi pubblicati nel Duemila da Paolini – che la critica militante di un secolo insapiens et infacetum, come direbbe Catullo – ha preferito seppellire sotto una valanga di silenzio, ha scritto: In queste “sue opere strampalate eppure vitali” si attua “una parodia continua, zeppa di sottili citazioni esibite con leggerezza senza pari, che si avvale di una mimesi linguistica gustosissima. Come osservò Alfredo Giuliani, ‘la specialità di Paolini è la commedia ilarotragica, il melodramma rivisitato come opera buffa’ ”. Paola Ghigo

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da "Fermenti" n. 235 (2010) MARIA LENTI

il senso. È quel che accade, lo si vive tutti i giorni ancora oggi, quando ci si appoggia alla tecnica del “confronto” e non della relazione, Orizzonti Meridionali, 2009, pp. 120, € 10 aspirando alla preminenza dell’ultima parola. Critico letterario e poeta, traduttore (di Pessoa Non è un caso che la modalità venga a cadere e di una scelta delle Novelle esemplari di Cervantes), Pietro Civitareale si è già rivelato, nel 2002, narratore di Vecchie storie, racconti ispirati alla civiltà contadina e pastorale dell’Abruzzo dove è nato e cresciuto fino agli studi superiori. Il lavoro, poi, lo ha portato ad Alessandria e quindi a Firenze, dove tuttora risiede. Ma la sua terra, il paese di origine (Vittorito, in provincia de L’Aquila), le persone dell’infanzia e dell’adolescenza, le vicende in questa sua età, sono i protagonisti anche dei suoi ultimi e penultimi racconti: Paesaggio con figure, appunto, e un più proprio nella sezione “Sacro e profano”, nei esile, solo 46 pagine, Altre Storie (dello stesso racconti cioè “svelatori” di incontri reali, con la donna per esempio, cui il protagonistaeditore e dello stesso anno). Con una diversità di fondo, tra i due libri. In narratore si avvicina per la prima volta, con Altre Storie Pietro Civitareale riprende il filo di sospetto e timore, ma anche con la consapevouna memoria fluitata da sé, bambino e ragaz- lezza di avere di fronte una persona differente zetto nel mondo del “fare” e del lavoro con- da sé, più libera nonostante i tabù del retagtadino svolto nella “Semina”, nel “Vigneto”, gio socio-educativo in cui si trova ad essere, nelle vicende sulla verginità di Amelia, o dello anche lei giovane, con le sue voglie e i suoi sconosciuto giunto in paese, Cecco, misterioso desideri, più concentrata a trovare una sua e catturante. In Pesaggio con figure, il giovin- strada lontana dalle imposizioni. O nella scocello è diventato studente proiettato verso perta, ancora del narratore, tutta nuova nella l’università: la sua curiosità, le riflessioni, il suo essenza, della natura come fonte primigenia a pensiero si nutrono, in silenzio circospetto o cominciare dall’assunzione della sostanza di con l’attenzione ad un possibile disinganno, dei una campagna lavorata e seminata, che pure lo aveva sempre attorniato: “(…) Da quell’ordiscorsi dei grandi del paese. Grandi di età e, talora, grandi di testa, di let- dine, da quelle coltivazioni cresceva un’armoture, di altezzosità: gli uomini che si ritrovano nia prestabilita, un ritmo, una bellezza umana al bar o al “Circolo degli Sfaccendati”, che e naturale insieme in cui non si sapeva che seguono le vicende sui quotidiani, o le hanno cosa ammirare di più tanto erano confusi in già trovate sui libri espresse in idee e fatti sto- una intesa perfetta sia il rigoglio spontaneo ricamente avvenuti. Grandi (e ridicoli) di sup- della terra che l’intelligenza dell’uomo per ponenze, anche, come accade sempre quando regolarla e asservirla”. le conversazioni si infiammano e i “parlatori” Una qualche diversità nella tecnica di scrittura sforano dall’argomento principale allo scibile è da ascrivere al lungo periodo, un