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Novembre 2020

ANNO 51 - N°8 - 12 EURO

NUOVI FORMAT

Browns scommette sul retail del futuro 

LUXURY ECOMMERCE 9

TOP RANKING

Quali brand reggono all'urto del Covid 

Poste Italiane S.P.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 N.46) Art. 1, Comma 1 Lom/Mi/1769

S T R A T E G I A,

I N N O V A Z I O N E E

Grandi manovre per la supremazia online 

21

GENERAZIONE Z 16

Quando i valori motivano gli acquisti  32

M E R C A T I

SCACCO MATTO ALLO STATUS QUO Acquisizioni e innovazione disegnano un mondo profondamente mutato Cover: SCHIAPARELLI EDIZIONI ECOMARKET SPA


NOVEMBRE 2020

Features

Contents 5 L'EDITORIALE

INTERVISTE 6 CARLO RIVETTI «Il 2020? Una sfida enorme. Creatività e dna i migliori alleati. Più del digital»

9 HOLLI ROGERS «Non abbiamo paura di rischiare. L'innovazione è il nostro mestiere»

STRATEGIA

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BROWNS SPERIMENTA IL RETAIL DEL FUTURO

MODA E FINANZA ALLA VIRTUAL CEO ROUNDTABLE

Holli Rogers, ceo dell'iconica insegna nell'orbita di Farfetch, descrive la sua visione cliente-centrica e omnichannel

Emerge una grande voglia di consolidamento all'ottava edizione del convegno di Fashion magazine

12 VIRTUAL CEO ROUNDTABLE Finanza e innovazione devono andare a braccetto 16 PARLANO GLI ANALISTI Si apre la forbice tra i brand 21 LUXURY E-COMMERCE Pedine schierate per il risiko digitale: è sfida tra titani 24 ENNIO FONTANA «Pronto per scrivere un nuovo capitolo da Roberto Cavalli»

25 CAREERS Da Martens per Diesel a Ruth Diaz da Amazon: i giri di poltrone della moda

26 DA LVMH A L'ORÉAL Trimestre sopra le aspettative per i big brand 28 LO STORE FISICO SI REINVENTA Il lusso sarà digital detox: la riscossa parte da qui

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BRAND: CHI VINCE E CHI PERDE CON IL COVID

UNDER 25: COSA, DOVE E COME CONSUMANO

Forza del marchio, merchandising, prodotti focalizzati, digital, mix distributivo e Cina fanno la differenza

Il punto con gli esperti sulla Gen Z, che entro il 2025 rappresenterà insieme ai Millennial il 60% del mercato globale

32 I POST MILLENNIAL SOTTO LA LENTE La Gen Z pone la sfida dei valori INNOVAZIONE 36 DAL FASHION TECH ALLO SMART TEXTILE Vendite, customer experience, marketing: la moda ha fame di tecnologia 40 RETAIL REPORT La pandemia ha messo il turbo al commercio unificato 42 TUTTI I TREND DEL MOMENTO Wearable tuttofare e gadget tuttologi

MERCATI 49 SALONI IN TRINCEA Calendario fieristico a rischio: vincerà l'idea di un'edizione straordinaria? 53 PREMIÈRE VISION Il futuro non può che essere ibrido 56 TRICOT SI RIFÀ IL LOOK «L'innovazione è un fatto culturale prima ancora che tecnologico»

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I SALONI TRA INCOGNITE E STRATEGIE DI RILANCIO

ISTINTO E VISIONE NELLE COLLEZIONI DEGLI STILISTI

Un'edizione straordinaria del made in Italy potrebbe essere la risposta a un inizio 2021 con fiere a rischio

La narrativa degli abiti sottolinea l'importanza di dare nuovo valore a una bellezza non convenzionale

58 NEW TREND Pas de deux: instinct and trust 67 DESIGNERS TO WATCH Clic Chic 72 MICHELA PROIETTI “Milano val bene un tributo” 74 PEOPLE

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EDITORIALE

Farcela da soli Marc Sondermann m.sondermann@fashionmagazine.it

È

nelle corde dei nostri imprenditori doversi arrangiare da sé. Duole dirlo, ma sarà così anche per tutta la durata, non breve, dell’attuale crisi da Covid. Le aziende italiane dovranno fare tesoro di questa loro ancestrale capacità. Cavalieri bianchi all’orizzonte non se ne vedono. Lo Stato si comporta come di consueto, brillando per assenza, se non per inconsapevole ostruzionismo, dovuto a un micidiale mix di incapacità e di incompetenza. E i forzieri della grande finanza si aprono solo con molta, molta cautela. Come muoversi, dunque, di fronte a una seconda ondata virale che sembra essere più impetuosa della prima? Le inchieste che abbiamo confezionato in questo numero di Fashion provano a dare qualche risposta. Innanzitutto guardando i numeri di chi ce la sta facendo (pag. 16). Se isoliamo i fattori di successo, ci accorgiamo che ben poco è lasciato al caso. Come quando sedemmo ai banchi di scuola, la verità è semplice. Vince chi ha fatto i compiti a casa. Un guizzo di genio può bastare in tempi buoni. In tempi difficili è necessario il duro e pluriennale lavoro. Andiamo dunque per ordine. Il marchio deve splendere di forza fresca, potenziato dai nuovi mezzi di comunicazione (vedi il servizio sulla generazione Z a pag. 32). Il prodotto deve essere ponderatamente assortito, senza sprechi né eccessi (un modello a questo riguardo è Stone Island, vedi l’intervista a pag. 6). Il mix distributivo deve diversificare il rischio, aprendo appieno il ventaglio delle nuove tecnologie (vedi l’intervista a Holli Rogers di Browns a pag. 9, nonché l’indagine a pag. 28). E idealmente la Cina deve essere presidiata con determinazione, anticipando e servendo le esigenze di un consumatore che è oggi tra i più evoluti al mondo. Sembrerebbe facile, a questo punto, giungere a un’ovvia conclusione: in questa partita sono favoriti inevitabilmente i grandi, gruppi o brand che siano. Si tratta,

però, di una deduzione vera e falsa allo stesso tempo. Vera, perché essere bravi su tutti questi impegnativi fronti necessita di risorse che trascendono le possibilità della media azienda italiana. Da qui dunque la spinta ad aggregarsi, un tema importantissimo emerso dalla ottava edizione della nostra CEO Roundtable, ricca di interventi di ospiti eccellenti quali Stefano Molino di Cassa Depositi e Prestiti, Andrea Ottaviano di Clessidra, Marco Marchi di Eccellenze Italiane, Pietro Negra di Pinko, nonché leader tecnologici quali Openmind e Cegid (vedi il reportage a pag. 12). Al contempo è anche falsa, perché a volte è sufficiente essere campioni in uno di questi ambiti, senza distrarsi in partite più grandi, e si può sbarcare benissimo il lunario. Ne sono testimonianze sia il nuovo fermento italiano in materia di startup (vedi pag. 36), sia le opportunità insite in collaborazioni con i grandi player multimarca digitali, tra cui è in corso una spietata battaglia per la supremazia, che apre spiragli a chi porta valore aggiunto a livello di branding e di prodotto (vedi pag. 21). Non dimentichiamoci anche di mobilitare nuove risorse di leadership, avvalendoci della forza straordinaria delle donne breadwinner italiane, che è ormai imperativo debbano accedere alle leve del potere, siano esse economiche o no (vedi a questo proposito la mia intervista a un’esperta in materia, la giornalista del Corriere della Sera Michela Proietti, a pag. 72). Rimbocchiamoci dunque come sempre le maniche. La nottata sarà ancora lunga. Ma proprio per questo è imprescindibile dotarsi di una buona torcia e di ottimi sherpa.

Direttore Responsabile

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INTERVISTA Carlo Rivetti Stone Island

«Il 2020? Una sfida enorme. Creatività e dna sono gli alleati migliori. Più del digital» «In un anno così duro, nessun cliente ha cancellato gli ordini, perché ci ha visto come una garanzia. Merito del prodotto, ma anche dei nostri valori». Secondo Carlo Rivetti è così che Stone Island è riuscita a limitare i danni del lockdown e a confermare i livelli di fatturato del 2019. E sulla durata del fenomeno streetwear non ha dubbi: «Il mondo sta andando in questa direzione e la situazione che stiamo vivendo lo dimostra» DI ANDREA BIGOZZI

«La Cina ci fa ben sperare». Carlo Rivetti, presidente e direttore creativo di Stone Island, ha in mano il report con l’andamento dei ricavi del negozio aperto a Pechino a metà ottobre all'interno della shopping area di Sanlitun. «Nella prima settimana di apertura - dice - abbiamo raggiunto il budget mensile. Già dal primo giorno il negozio è partito alla grande». Con questi presupposti non stupisce che Sportswear Company, società cui fa capo il marchio di abbigliamento maschile, abbia confermato tutti i piani di sviluppo previsti che la porteranno, già entro la fine 2020, a inaugurare uno shop in shop a Nanjing, sempre in Cina, e un flagship store di 300 metri quadrati a Miami nel design district. Il tutto senza escludere colpacci imprevisti: «In azienda c’è la serenità per lavorare ai progetti in corso e per ipotizzarne di nuovi, anche se di questi tempi dobbiamo sempre saperci adattare a quello che ci succede intorno», prevede Rivetti, confermando una buona dose di ottimismo, ma anche un certo pragmatismo in considerazione dell’emergenza globale che il mondo sta vivendo. 6

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«Siamo ottimisti per il futuro, grazie ai buoni sell out dell'invernale e al +12% della campagna vendita» Insomma, Stone Island non si ferma neanche con il lockdown... In effetti, pare proprio di sì. Nonostante la pandemia, pensiamo di chiudere a 237 milioni di euro, praticamente in linea con il 2019, quando siamo arrivati a quota 239 milioni, in crescita del 24% sul 2018 e con un ebitda di 73 milioni, pari al 30% del fatturato. Le prospettive restano buone anche per il 2021? Direi di sì. Abbiamo affrontato questo periodo buio con una certa cautela, ma non vogliamo ignorare importanti segnali positivi, che sono diversi e importanti. A marzo abbiamo deciso di tagliare del 20% la produzione dell’invernale,

per proteggerci da eventuali cancellazioni degli ordini, e invece nessun cliente ha annullato, in nessuna parte del mondo: ci hanno visto come una garanzia. Questo ci da una certa serenità per il futuro... Quali altri segnali la spingono all’ottimismo? La collezione invernale, attualmente nei negozi è partita molto bene. Sul nostro e-commerce, dove molti capi sono già esauriti, il sell out era già al 47% a ottobre. Anche i feedback dall’attività wholesale, che per noi resta centrale e vale il 78% del giro d’affari, sono incoraggianti. L’aver consegnato i capi nei negozi con i tempi di sempre ci ha aiutato molto, non tutti i marchi ci sono riusciti. Devo dire che in questo frangente la nostra azienda si è comportata in maniera davvero esemplare. Che feedback sono arrivati dall'ultima campagna vendita? Gli ordinativi per la primavera-estate 2021 hanno registrato un incremento del 12% rispetto alla controstagione, che già era stata in forte


Uniti, che - nonostante la pandemia e la crisi dei department store che ne è scaturita - continuano a premiarci. Negli Usa cresciamo del 10%, le aspettative per l’opening di Miami sono buone e non nego che ci piacerebbe programmare nuovi opening: ci sono città come Chicago che mi piacciono molto e dove vorrei portare il marchio Stone Island. In questo 2020 segnato dal lockdown, il comparto moda ci ha abituato a tassi di crescita stellari dell’e-commerce. È stato così anche per voi? Le vendite online dirette per noi valgono il 7%, ma l’incidenza del web sarebbe più alta se si includessero anche le vendite digitali dei nostri clienti. Nel corso del 2019 siamo cresciuti del 37% e anche quest’anno il trend resta positivo: da gennaio a oggi siamo a +17%. Sono numeri importanti, ma non abbiamo intenzione di implementare questo canale ulteriormente.

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Nuove colab in arrivo? Abbiamo appena lanciato una capsule di occhiali con Persol, che ci ha consentito di lavorare come piace a noi, ovvero senza fretta né ansia di performance e rispettando al massimo il dna del nostro marchio. Per il momento non ci sono altre collaborazioni in arrivo, anche se le proposte arrivano in continuazione.

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1. Carlo Rivetti 2. Un look della PE21 3. Lo store di Pechino, aperto a ottobre nella shopping area di Sanlitun 4. L'occhiale da sole firmato Stone Island e Persol

anche da tante cose che andavano cambiate, e sarebbe grave non utilizzare quest'occasione per fare dei cambiamenti. 2

crescita. Non ci sono state categorie merceologiche che hanno fatto meglio di altre. Restiamo un marchio conosciuto per i suoi capispalla, che però si è fatto amare anche per la maglieria, i pantaloni e, recentemente, gli accessori. Rispetto alle stagioni passate, però, abbiamo ridotto l’offerta del 20%, ma è un bene: questi non sono tempi per offrire troppa merce. L’essere stata una campagna vendita phygital ha comportato dei sacrifici? Per fortuna no. I clienti italiani (il nostro resta il primo mercato per Stone Island con il 28% delle vendite, ndr) sono venuti a fare i loro acquisti nella showroom di via Savona: loro erano felici di esserci e noi abbiano garantito il massimo della sicurezza possibile. Per gli stranieri l'attività di buying è stata virtuale, una modalità che implementeremo con le prossime stagioni, perché quella delle campagne vendite da remoto è una delle novità a cui dovremo abituarci. E, a parte lo shock iniziale, non è detto che sia un male non solo per noi, ma per il settore. La normalità pre-Covid era fatta

Geograficamente, che prospettive ci sono? La Cina per noi è ancora molto piccola, visto che incide per meno del 3% del nostro fatturato, ma si sta muovendo molto velocemente e il consumatore cinese si sta dimostrando molto interessato alla storia del marchio. Per noi il potenziale è ancora alto, proprio come gli Stati

Secondo lei il new normal post Covid sarà incentrato sullo sportswear? Ormai sono anni che prevedo questo cambiamento, tutto il mio ragionamento è partito più di 30 anni fa, quando ancora lavoravo per la Gft, e scoprii che alla Ibm in Germania iniziavano a dare ai dipendenti la possibilità di lavorare da casa. In quel momento pensai: «Nessuno indosserà più abiti e giacche». Da allora la mia teoria non ha avuto che conferme: i giovani hanno iniziato a portare durante il giorno gli stessi capi usati per andare in palestra, disimparando a vestirsi in modo formale. Anche l’esperienza che stiamo vivendo mi fa credere che il successo dell’abbigliamento informale sia un fenomeno definitivo e non ciclico. ■

DAL 2011 TASSI DI CRESCITA A DOPPIA CIFRA

In 10 anni fatturato più che quadruplicato (valori in milioni di euro) +24,34 % +35,07 %

+12,40 % +16,95 %

53,1

62,1

2011

2012

Fatturato

69,8 2013

+13,47%

79,2

2014

+9,47% 256 378.2

86,7

2015

+25,95% 256 378.2

109,2

2016

+30,37 % 256 378.2

192,3

147,5

256 378.2

2017

2018

237

239,1

256 378.2

2019

2020

STIMA

Crescita percentuale sull'anno precedente

Fonte: Sportswear Company, elaborazione Fashion

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INTERVISTA Holli Rogers Browns

Disrupter, come Mrs.B: «Non abbiamo paura di rischiare. L'innovazione è il nostro mestiere» La pandemia? Un momento difficile, ma anche un’occasione per ristabilire le priorità. L’online? Fondamentale. Il negozio fisico? Irrinunciabile. Holli Rogers, ceo dal 2015, spiega le strategie di Browns, che a 50 anni dalla nascita apre un nuovo capitolo e ribadisce la centralità di una visione omnicanale DI ANGELA TOVAZZI

Quando la visionaria Mrs. Joan Burnstein, nel 1970, aprì il multimarca Browns a South Molton Street, Holli Rogers aveva un anno. Oggi tocca a lei, ceo dal 2015, celebrare il 50esimo anniversario di uno dei department store più iconici del Regno Unito, da cinque anni nell’orbita di Farfetch. Un quinquennio in cui la manager texana (forte di 12 anni passati da Net-A-Porter, al fianco di una certa Natalie Massenet) è riuscita a rilanciare l’iconico spazio londinese a colpi di scouting e tecnologia, portando la tech revolution in negozio. Dal retailer non arrivano cifre scorporate dal business della parent company, ma si parla di un fatturato quadruplicato nel giro di un lustro, sostenuto dai poderosi investimenti di una corazzata come quella guidata da José Neves, che l’ha voluta al suo fianco anche come chief fashion officer di Farfetch. Il mantra del suo mandato? Una visione cliente-centrica, in grado di dare concretezza alla ormai imprescindibile omnicanalità, come lei stessa ci racconta. Non possiamo che partire dalla pandemia: qual è stato l'impatto del virus e quali strategie avete adottato?

1

Il 2020 ci ha messo di fronte a sfide inaspettate. Le nostre boutique sono rimaste chiuse per oltre tre mesi e la risposta dei clienti quando abbiamo riaperto è stata incredibile. Fortunatamente, abbiamo una forte presenza online, che abbiamo incrementato negli ultimi due anni: un business che ho curato molto da quando ho iniziato, cinque anni fa, e riuscire a farlo funzionare bene è stato fondamentale. Durante il lockdown abbiamo cercato di interagire davvero con i nostri clienti, utilizzando tecnologia e dispositivi mobili, per rimanere in contatto con loro e assicurarci che ci stessimo adattando alle loro reali esigenze. Ad esempio abbiamo riscontrato crescite significative in categorie merceologiche come la casa e il lifestyle, che abbiamo introdotto nella seconda metà del 2019. Soprattutto, abbiamo sostenuto le nuove generazioni di designer, decidendo di non annullare alcun ordine per l’autunno-inverno 2020 e per la primaveraestate 2021, a meno che non fossero loro stessi a cancellarli. Continuiamo a offrire loro il pagamento anticipato: un’iniziativa che abbiamo implementato un paio di anni fa, per aiutarli a gestire i flussi di produzione e le consegne.

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1. Holli Rogers, classe 1969, dal 2015 alla guida di Browns, storico department store londinese acquisito cinque anni fa da Farfetch 2. L'insegna del multimarca londinese, fondato 50 anni fa da Joan Burnstein a South Molton Street, nel MayFair, e pronto a trasferirsi in Brook Street 9


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1. Uno scatto della campagna Browns 50, con designer, editor, artisti e musicisti, talenti affermati e della next generation 2.3.4. Alcune immagini dello store londinese

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Sin dal suo arrivo in Browns ha puntato su una strategia omnicanale. Come prosegue questo viaggio tra online e offline? Il progetto Browns 50, ideato per celebrare il nostro mezzo secolo di storia, coincide proprio con il rinnovamento di brownsfashion. com, fedeli alla stessa filosofia: unire l'esperienza fisica e digitale, per migliorare la customer journey. Negli ultimi mesi abbiamo lavorato duramente sulla nostra in-store app e la pandemia ci ha spinto a ridefinire le priorità, accelerando in questa direzione. L'app è attualmente in fase di test da parte dei nostri team di vendita e verrà distribuita a breve a tutti gli addetti, che potranno utilizzare questo strumento per interagire con i loro clienti da remoto. Abbiamo anche rilanciato il nostro “online booking tool”, che consente ai consumatori di accedere alle nostre esperienze di personal shopping online e offline, nonché al nostro nuovo programma “Residencies”, una serie di servizi bespoke che si possono trovare solo da Browns.

Come immagina il futuro del retail? Ci sarà ancora spazio, secondo lei, per il negozio fisico? Sì, assolutamente. Sono una grande sostenitrice dei negozi fisici ed è questa una delle ragioni per cui ho accettato di fare parte di Browns. Lo spazio online è fantastico, nel senso che i marchi hanno l'opportunità di parlare a un pubblico globale 24 ore su 24, sette giorni su sette, tuttavia quando entri in un ambiente reale puoi avere quell'interazione umana che è difficile da replicare nel mondo virtuale. Non ho dubbi sul fatto che a cambiare nel tempo sarà il modo in cui i negozi brick and mortar operano e servono i propri clienti: una fusione tra una fantastica esperienza fisica, supportata da un eccezionale team di vendita, e una tecnologia potente ma non invasiva.

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Tra i progetti retail più importanti varati da Browns negli ultimi anni c’è Nomad: qual è il potere innovativo di questa iniziativa e come proseguirà? Browns è sempre stato conosciuto per il

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suo spirito pionieristico, sin dal momento in cui Mrs. B ha aperto le porte del negozio di South Molton Street nel 1970. E anche noi, come lei, siamo orgogliosi di assumerci dei rischi, tanto che stiamo cercando di migliorare la retail experience attraverso formule come il resale, il noleggio e altri concept esperienziali. Il progetto Nomad è nato proprio da queste idee: è la nostra risposta al pop up del 21esimo secolo. I nomadi sono creature viventi che respirano, si evolvono e non ce ne sono due uguali. Se applichiamo questo concetto a un ambiente retail, il risultato sarà Browns Nomad. Browns East, nel quartiere Shoreditch, è stato il nostro primo Nomad e da allora ne abbiamo aperti altri due a Los Angeles, all'interno di Fred Segal, e uno in un supermercato dismesso a Berlino. Ogni negozio avrà come core sempre il dna Browns e sarà assolutamente unico, su misura per la città e il quartiere in cui vivrà. Parte del mistero di Nomad è che non si sa mai quando scomparirà di nuovo. Può essere ovunque nel mondo e per qualsiasi periodo di tempo: è questo il suo fascino. Il Covid ha rallentato la relocation dello storico negozio in South Molton Street, al 39 di Brook Street. Quando riuscirete a inaugurarlo? Avrebbe dovuto aprire durante l'estate, ma il ritardo è stato inevitabile. Dovremmo riuscire ad avviarlo nel giro di pochi mesi. Ci aspettiamo molto da questo negozio, il cui opening coincide con l’inizio di un nuovo capitolo per Browns. Ha davvero l'innovazione al centro e darà vita ai nostri servizi e alle nostre proposte attraverso spazi unici, il tutto con una visione cliente-centrica. Ci auguriamo di potervi fornire presto tutti i dettagli. Stay tuned!  ■


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STRATEGIA NUOVI SCENARI

VIRTUAL CEO ROUNDTABLE ON CREATIVE RESILIENCE

PRIMO PANEL

L'innovazione è un treno che va preso al volo Resilienza significa investire nelle startup, riprogettare i negozi, sfruttare al meglio il digitale e fornire servizi di eccellenza DI ALESSANDRA BIGOTTA

Adottare la resilienza creativa come antidoto alla crisi: facile a dirsi ma difficile a farsi ed è per questo che l'ottava edizione della nostra Ceo Roundtable - svoltasi in versione virtuale su Zoom - ha coinvolto un parterre di relatori di alto livello, appartenenti ai mondi di finanza, moda e tecnologia, con un'audience di circa 500 iscritti, ammessi all'evento con un metodo di registrazione selettivo. Ad aprire i lavori e a moderare i tre panel è stato Marc Sondermann, direttore e ceo di Fashion magazine e di eBusiness. «Oggi - ha esordito - le aziende devono attrezzarsi per farsi valere in scenari all'insegna di una selezione spietata. Dopo un 2021 ancora condizionato dalla pandemia, il 2022 potrebbe essere l'anno della ripartenza e dobbiamo farci trovare pronti». Insieme a lui nel primo panel Stefano Molino (senior partner e responsabile del Fondo Acceleratori di Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) Venture Capital Sgr-Fondo Nazionale Innovazione), Pietro Negra (ceo di Pinko), Ivano Cauli (a.d. di Openmind) e

FOSTERING STRATEGIC DIFFERENTIATION REIMMAGINARE IL PERIMETRO DI BUSINESS

Diego Caldognetto (managing director vani aziende supportate dal Fondo Acceledi Fashion Words). A prendere per priratori va citata Acbc, che delle sneaker con mo la parola è stato Molino. «Quello che le suole intercambiabili ha fatto una storia abbiamo creato con il Fondo Nazionale di successo, legata a un mix di sostenibilità Innovazione - ha affermato - è un insiee innovazione. Innovazione che, ha detto me di fondi che accompagnano le startup Pietro Negra di Pinko, «è un treno che va nelle fasi di sviluppo. Abbiamo dato vita preso al volo: non è il momento di perdersi al fondo di accelerazione di cui mi occupo, in astrazioni. Noi imprenditori dobbiamo ne lanceremo un altro legasfoggiare abilità agonistiche, to al Technology Transfer e usando la tattica nel breve un altro ancora di Corporate termine e la strategia nel lunVenture Capital. Lavoriamo go». In questi mesi, ha punFinisce l'epoca dei inoltre su fondi di late stage tualizzato, «il negozio fisico si negozi-cattedrale. È il e abbiamo un'attività legata è trasformato in un centro di momento di boutique a un fondo di fondi di ventucosti con ricavi incerti. Finora new local, pensate per un cliente che re capital». Da questo insieabbiamo pagato affitti relavive in simbiosi con lo me di strumenti scaturisce tivi a una frequentazione desmartphone e i social una massa critica di oltre un gli store che, di fatto, si è più miliardo di euro, con l'obietche dimezzata». Dall'impasse Pietro Negra tivo di generare una capacità deve nascere un nuovo assetPINKO d'investimento nelle startup e to: «Finisce l'era dei negozinell'innovazione italiane pari cattedrale, costosi e non etici a quella di altre nazioni. Il nostro Paese - ha sottolineato Negra - e inizia quella di «esprime nel venture capital investimenboutique new local, pensate in ottica omti annui per 500-600 milioni, meno che nicanale per un cliente che vive in simbiosi Francia, UK e Germania: c'è spazio per crecon lo smartphone e i social». A proposito scere, mettendo insieme realtà emergenti, di tecnologia è intervenuto Ivano Cauli, al investitori e corporate». Tra le circa 40 giovertice di Openmind, società specializzata

Stefano Molino

Pietro Negra

Ivano Cauli

Senior Partner

Ceo

Ceo

CDP VENTURE CAPITAL SGR

12

PINKO

OPENMIND

Diego Caldognetto Managing Director

FASHION WORDS


SECONDO PANEL

Un momento straordinario per acquisire aziende Da un lato Marco Marchi, artefice un anno fa di Eccellenze Italiane, e dall'altro Andrea Ottaviano, ceo di Clessidra Sgr: da entrambi una lezione sulla capacità di gestire il cambiamento e saper rilanciare DI ELISABETTA FABBRI

nella digital innovation. «Il digitale è una discriminante - ha esordito - ma senza un ripensamento dell'organizzazione interna delle aziende non va da nessuna parte. Non c'è digitale efficace senza una cultura del digitale». «Sapersi raccontare in chiave multicanale - ha proseguito - è la chiave del futuro. Il lockdown ci ha fornito lezioni inaspettate: non solo realtà altisonanti come Louis Vuitton Non c'è digitale hanno dovuto senza una cultura trovare modadel digitale, il lità innovative che comporta per coccolare il un profondo ripensamento da cliente e farlo parte delle aziende sentire parte del proprio mondo, Ivano Cauli ma a sorpresa ci OPENMIND hanno insegnato qualcosa pure i piccoli negozi, con i commessi che organizzavano dirette su TikTok e vendevano da lì». L'efficacia della comunicazione passa anche dagli strumenti linguistici: ne sa qualcosa Diego Caldognetto di Fashion Words, agenzia leader in Italia di traduzioni e copywriting per la moda. «I contenuti localizzati, anche a livello linguistico, possono essere sia un'arma, sia un boomerang - ha puntualizzato -. Nel nostro campo non è infrequente trovare errori grossolani anche sui siti di nomi di grande risonanza internazionale: una frase in mandarino invece che in cantonese, schede prodotto tradotte solo a metà, strafalcioni negli slogan. Noi seguiamo quattro regole, ossia qualità, prezzo, velocità e specializzazione: pensiamo che agire su diversi tavoli crei confusione e preferiamo concentrarci su uno solo, il fashion». 

Se si sa guardare oltre l'ombra lunga del Covid, customizzata». Il wholesale, secondo Marchi, si scopre che moda e finanza sono ricche di ha ancora frecce al proprio arco: «Gli store di fermenti vitali. Questa è la sensazione emersa proprietà hanno risentito di più del momento dal secondo panel della nostra Virtual Ceo difficile di mercato rispetto a quelli di proRoundtable on Creative Resilience, vincia». «L'Italia ha un potenziale notevole, che ha visto protagonisti Marco Marchi, che si può far emergere facendo squadra con amministratore unico della holding Eccelfornitori e istituti di credito - ha concluso - ed lenze Italiane, e Andrea Ottaviano, ceo è un momento straordinario per comprare. di Clessidra Sgr (Italmobiliare). EccelNon ho fretta, ma spero di finalizzare un'aclenze Italiane è una holding cui quisizione entro l'anno». Andrea Marchi ha dato vita poco più di Ottaviano, ceo di Clessidra Sgr, un anno fa, riunendo sotto lo ha sottolineato come questa sia stesso tetto i marchi Liu Jo e una fase di riorganizzazione delL'idea di Eccellenze Blumarine. L'imprenditore la finanza italiana, private equity Italiane nasce dalla non si è fatto intimidire dalla compreso, che non perde di vista consapevolezza pandemia e sul suo tavolo ci le imprese della moda. «Il Covid che se si è piccoli e sono parecchi dossier, aziende - ha spiegato - ha portato a galla soli è molto difficile fra i 30 e i 50 milioni di fattuproblemi latenti. A fare la diffecombattere le sfide di rato. «In un mondo globale - ha renza sarà la capacità di gestire un mondo globale esordito Marchi - se si è piccoli e il cambiamento». «I capitali ci Marco Marchi soli risulta difficile combattere. sono - ha aggiunto - ma bisogna ECCELLENZE ITALIANE Da qui sono partito per Eccelcapire l'ottica imprenditoriale lenze Italiane, una "casa" per i che si va a supportare. Per essere brand e uno strumento per creare nuove siappetibile agli occhi del private equity una renergie. Più sei grande e più hai potere nelle altà della moda deve vantare una leadership trattative con la finanza e i landlord: i francesi in una specifica categoria di prodotto, essein questo senso sono maestri». Sembra tra re presente in uno o più mercati geografici, l'altro ormai a portata di mano per Blumaavere la capacità di andare online». Come rine il raggiungimento di un ebitda positivo dimensioni, «le imprese devono essere suffia cifra doppia, nonostante l'acquisizione sia cientemente grandi, per sostenere il cambiaavvenuta poco prima del lockdown. Marchi è mento e attrarre clienti». «Importante - ha convinto che non si debba mai dare nulla per chiarito - ricordare che non esiste la globalizscontato, anche a livello distributivo. «Negli zazione dei consumi. Occorre che un marchio Usa - ha affermato - l'85% delle transazioni vada dove è più attraente: inutile vendere 100 commerciali passa ancora attraverso le venpiumini a Marrakech». Un altro tema scotdite fisiche, seppure al centro di un cambio di tante è il contenimento dei costi, tra cui quelli modalità: per esempio, risulterà fondamentafissi della prototipia: «Un campionario vasto le essere più local e puntare su un'offerta più può riflettere un'insicurezza del brand». 

LEVERAGING ITALIAN STRENGTHS DOVE INVESTONO I FONDI DEL LIFESTYLE

Marco Marchi

Andrea Ottaviano

Amministratore Unico

Ceo

ECCELLENZE ITALIANE HOLDING CLESSIDRA PRIVATE EQUITY

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STRATEGIA NUOVI SCENARI

VIRTUAL CEO ROUNDTABLE ON CREATIVE RESILIENCE

TERZO PANEL

un lato l'heritage e dall'altro l'innovazione, uno dei settori sui quali l'azienda ha alzato i budget di investimento. «120 passaggi per realizzare una scarpa, questo è il cuore della nostra realtà - ha osservato -. Ma ci sono anche il 3D, grazie al quale stiamo progettando una collezione che bypassa per la prima volta il classico campionario e sarà venduta online, e i social, con cui mi La tecnologia può fare ancora molto per inquadrare chi entra interfaccio direttamente con i clienti. È fondamentale che in store. Basilare agire in chiave local, ma partendo da filiere e tecnologia e saper fare si troprocessi centralizzati. C'è ancora troppa frammentazione vino a metà strada». Anche le Uno dei settori per DI ALESSANDRA BIGOTTA aziende del made in Italy «doi quali abbiamo vrebbero individuare un pun«Come realizzare il pieno potenziale del venduto e nel filo diretto aumentato il budget to d'incontro. Abbiamo tante dell'omnichannel?»: da questa domanda con la fabbrica di produzione è l'innovazione: piccole fabbriche d'eccellenza, sono partite le riflessioni del terzo panel «garantisce alla clientela un'el'heritage e il 3D che da sole non sono appetidevono incontrarsi della nostra Ceo Roundtable virtuale. sperienza d'acquisto fantastica, bili per eventuali investitori, a metà strada A confrontarsi Riccardo Sciutto (group con consegne veloci, mirate e ma insieme sì». La parola è ceo di Sergio Rossi), Roberto Tribioli iper personalizzate», ha detRiccardo Sciutto passata a Roberto Tribioli di (ceo di Patrizia Pepe), Mario Davalli to Sciutto. «Poter contare su SERGIO ROSSI Patrizia Pepe, convinto del (country manager di Cegid) e Arcangelo un'organizzazione produttiva fatto che «la forza vendita va D'Onofrio (ceo di Temera). Omnicanalicentralizzata è importante - ha inserita in un'organizzazione omnicanale» tà per Sergio Rossi ha significato aprire in proseguito -. Un magazzino centrale e fabe che «l'integrazione centrale degli stock un mese delicato come maggio un monobriche che producono solo per noi ci renè una sfida chiave. Bisogna elaborare un marca in via Montenapoleone, che grazie a dono più competitivi». Il ceo ha sottolinearagionamento d'insieme sulle priorità dei strumenti avanzati nel servizio, nell'analisi to la doppia valenza della Sergio Rossi: da

Non perdere vendite fisiche e ottimizzare il servizio: sfide che richiedono più innovazione

FULL THRUST ON SALES EFFICIENCY REALIZZARE IL PIENO POTENZIALE DELL’OMNICHANNEL Riccardo Sciutto

Roberto Tribioli

Mario Davalli

Group Ceo

Ceo

Country Manager

SERGIO ROSSI

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PATRIZIA PEPE

CEGID ITALIA

Arcangelo D’Onofrio Ceo

TEMERA


singoli canali». Il negozio fisico «funziona se si connota come hub, un punto di riferimento per comunità di loyal customer con un approccio non più globale, ma locale». Il manager ha poi citato un progetto di contatto virtuale tra sales assistant e clienti, avviato con ottimi risultati durante il lockdown e che fa parte di una più ampia strategia multicanale. Mauro Davalli ha parlato a nome di Cegid, una pioniera nell'adottare la tecnologia cloud nelle soluzioni retail e, in sintesi, «aiuta le aziende a guadagnare vendite negli store», ha ricordato il direttore e ceo di Fashion, Marc Sondermann. Davalli è partito con una buona notizia: «Dal nostro osservatorio, composto da oltre 1.000 brand del retail fashion e 75mila negozi, abbiamo notato a luglio 2020 un +3% nel numero di scontrini sul luglio 2019, con un valore medio a sua volta aumentato. Gli ordini dal web sono balzati del 60%». Secondo Davalli l'efficientamento dei negozi deve basarsi innanzitutto sulla digitalizzazione, che permette di seguire il cliente nel suo percorso di acquisto con le stesse modalità dell'online, e sulla gestione unificata degli stock («Sbagliato avere uno stock per il retail, uno per il wholesale e così via»), in modo che il sales assistant sappia sempre rispondere con prontezza alle richieste del cliente stesso. Sales assistant che, tramite i giusti strumenti, sui riti di acquisto di questa persona deve sapere tutto. «La metratura e la zona in cui un negozio si trova non sono più parametri sufficienti a valutarUn tempo i parametri lo - ha concluso Dachiave per un negozio valli -. Sapere usare erano location e gli strumenti del metratura, ma oggi social selling è prioccorre saper usare oritario». Arcangelo gli strumenti del D'Onofrio di Temesocial selling ra, che dal 2009 si Mauro Davalli occupa della digitaCEGID lizzazione di molti brand di moda e lusso sui punti vendita ed è tra i maggiori esperti della tecnologia Rfid, è tornato sull'importanza del collegamento tra fabbrica e cliente finale e, a sua volta, sulla gestione ottimizzata degli stock. «Filiera e prodotto sono al centro di tutto - ha detto -. Noi di Temera abbiamo messo a punto un tag che disintermedia il prodotto e lo mette in contatto con il cliente: attraverso il cellulare io sono in grado di avere informazioni sulla sostenibilità, la tracciabilità e tutti gli altri valori che questo prodotto rappresenta, dando in parallelo la possibilità al brand di localizzare questo stesso prodotto nella filiera e acquisire informazioni». «Siamo di fronte a una vera urgenza digitale - ha affermato il ceo per la quale i giovani sono il futuro. Per questo in Temera abbiamo istituito un "comitato di resilienza" in cui sono protagonisti». ■

ANDREAS SCHMEIDLER AWARDS

A fianco dei giovani senza i quali non c'è futuro Emozionante il finale della Ceo Roundtable: nel giorno del compleanno di Andreas Schmeidler abbiamo consegnato i premi alla memoria di questo manager e imprenditore, scomparso prematuramente nel 2018, a due giovani che frequenteranno un Master presso la Saa School of Management di Torino. In video Marc Sondermann, Elena Possenti e Alessandro Consolo (Associazione Amici LA TESTIMONIANZA di Andreas), Claudio Benedetto IN VIDEO DI (co-ideatore del Master insieme FEDERICA MEYER a Saa School of Management Vincitrice della prima edizione e Zerogrey), Andrea Di Nicolò del premio Andreas Schmeidler di Ebas e Federica Meyer. nel 2019, Federica si è collegata in video spiegando che, grazie al Master offerto dall'Associazione Amici di Andreas e da Fashion, ora è pronta per lanciare il suo progetto Teien, un sito di Marc Sondermann e Alessandro Consolo e-commerce ormai prossimo al debutto.

EBUSINESS MANAGER OF TOMORROW: RICCARDO GALETTO

Qui sotto Elena Possenti, moglie di Andreas Schmeidler, mentre consegna virtualmente il riconoscimento (cui ha contribuito Ebas) a Riccardo Galetto. Classe 1994, Galetto si è laureato con lode nel 2019 in Direzione d'Impresa, Marketing e Strategia e ha esperienze in consulenza creativa e strategica.

CREATIVE LEADER OF TOMORROW: MAR'YANA P'YETSUKH Nata nel 1998, Mar'yana ha una laurea triennale in Fashion and Textile Design, ottenuta con il massimo dei voti alla Naba, e ha vinto il progetto Future/lab di filiera sostenibile, coordinato da Fulgar insieme alla stessa Naba. Prima, esperienze in Armani e Cariaggi ne completano il profilo.

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STRATEGIA MODA E LUSSO

LOUIS VUITTON PROSPETTIVE DI SUCCESSO Bilanci e lockdown Parlano gli analisti

Si amplia la forbice tra i brand quotati Forza del marchio, mix di prodotto e di canali distributivi, esposizione alla Cina, digital: sono alcuni dei fattori che stanno mettendo in luce le aziende resilienti. E che stanno ampliando il divario rispetto a quelle in difficoltà DI ELISABETTA FABBRI

Nonostante un recupero dell’attività economica, specie in Cina e Usa, gli indicatori di confidenza al consumo si mantengono sotto i livelli di marzo e i consumi di moda e lusso restano globalmente soft. Allo stesso tempo sul retail continua a pesare la scarsità di turismo, che resta colpito da restrizioni e su cui pesa l’aumento della disoccupazione. Le chance di una ripresa nel quarto trimestre - si legge in un report di Mediobanca Securities dei primi di ottobre sono compromesse pure dal rafforzamento dell’euro e del franco svizzero, nonché dalle quotazioni record dell’oro (che influenzano l’hard luxury). In questo contesto, e quando manca poco al Black Friday (anche da noi, ormai, avvio ufficiale dello shopping natalizio), si inserisce la ripresa del Covid, dopo che da marzo-aprile i consumi di branded goods europei si stavano gradualmente normalizzando, in parallelo con la riapertura dei negozi e l’alleggerimento dei lockdown. «Non ci aspettiamo più - di16

cono gli analisti di Mediobanca Securities, Gilles Errico e Chiara Rotelli - un quarto trimestre in media positivo. La lista dei player che dovrebbero essere in grado di crescere nel periodo è limitata a quelli maggiori, con un forte posizionamento, specie in Cina Continentale, tra cui Louis Vuitton, Dior, Gucci, Hermès e Cartier». Gli esperti di Mediobanca Se-

Hanno un vantaggio i player maggiori, dal forte posizionamento, specie in Cina curities prevedono per il 2022 che circa metà delle quotate del segmento branded goods analizzate non saranno in grado di ritornare sui livelli di fatturato del 2019. Inoltre, la maggior parte delle società dello stesso aggregato non potrà riportarsi sui valori di ebit pre-pandemia (vedi i grafici

nella pagina accanto), compresi i gruppi ipotizzati in grado di recuperare ricavi già entro il 2021. Ne risulta un aumento della distanza fra i marchi consolidati del true e hard luxury rispetto a quelli del lusso accessibile, più esposti alle possibili fluttuazioni del Pil e al «contesto promozionale». Tra chi ha più chance di dribblare le insidie della pandemia spiccano Lvmh e Richemont. Il gruppo del lusso francese, come spiegano gli analisti, «è avvantaggiato per la sua attività diversificata (moda, gioielli e orologi, profumi e cosmetici, vini e liquori, distribuzione selettiva, ndr) e bilanciata, che storicamente ha mostrato una certa resilienza». Nel critico secondo trimestre le vendite sono diminuite del 38%, contro il 50%/60% medio perso dai competitor, che riflette la forza relativa di marchi come Vuitton e Dior nel business della moda e di Bulgari in Cina, nell’area gioielli e orologi. Da notare che la quota cinese dei ricavi in Lvmh è stimata del 30%, di cui l’8-10%


riguarda la Cina Continentale. Quanto alla holding svizzera, proprietaria di marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Vacheron Constantin, «è ben posizionata per cogliere la ripresa della domanda». Dalla sua ha l’essere attiva nel business dei gioielli, specie nel segmento high-end, oltre all’esposizione alla Cina Mainland e al digital. Richemont, va ricordato, controlla Yoox-Net-a-Porter e comincia a cogliere i frutti della joint venture con Alibaba, con cui ha siglato pure una recente partnership per investire nel marketplace britannico Farfetch (vedi a pag.21). Gli analisti di Goldman Sachs, Louise Singlehurst, Karina Shooter e Qiong Jin, prevedono una variegata gamma di performance fra i player del lusso europeo quotati, che dipende non solo dalla forza dei marchi in portafoglio, ma anche dal mix di prodotto e di canali distributivi. «Nel secondo trimestre condizionato dalle chiusure e dal lockdown - spiegano - non c’era troppa divergenza, ma mentre il contesto rimane challenging, nel secondo semestre si assisterà a una maggiore differenziazione tra competitor». Più in generale, tutto il settore dovrebbe beneficiare del fatto che ci sono meno opportunità di spendere in viaggi, intrattenimento e occasioni di socialità, in più si avvicinano occasioni per fare regali come il Natale e il Capodanno cinese, che cade il prossimo febbraio. Pensando al 2021, gli analisti di Goldman Sachs prevedono una crescita del lusso del 15%, dopo il -25% stimato per tutto il 2020. «Non crediamo in un cambiamento strutturale, causato dal virus, nella “fame” di lusso - dicono -. Piuttosto si è visto uno shift degli acquisti dall’estero al mercato domestico, specie in Cina Mainland (+26% la previsione per quest’anno), a fronte di un vistoso calo dello shopping “travel related” (-90% per tutto il 2020)». Gli esperti della banca d’affari americana ipotizzano

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BRUNELLO CUCINELLI

di qui al 2025 che la pandemia porterà a un strutturale ridimensionamento del contributo degli acquisti dei turisti ai ricavi totali del lusso (vedi grafico nell’altra pagina). Quindi si aspettano che i marchi si focalizzino su network di negozi, piattaforme online e logistica, per raggiungere in modo più mirato i consumatori locali. Specie nelle aree, come la Cina Continentale e tutta l’Asia-Pacifico, dove sta emergendo una capacità di spesa e dove si stima una significativa “rimpatriata” dei consumi. Secondo Goldman Sachs, a trainare la ripresa del 2021 saranno i gruppi più solidi, con marchi eccellenti in una particolare categoria

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Per ogni gruppo analizzato, la previsione per il 2022 è confrontata con il livello 100, che corrisponde al rispettivo dato del 2019 Fonte: Mediobanca Securities

PRADA

di prodotto e che riescono a realizzare vantaggi di scala: non solo Lvmh e Richemont, ma anche Kering ed Hermès. «Per riaccelerare e ampliare la quota di mercato - spiegano gli analisti - il lusso di solito fa leva su innovazione di prodotto e/o massicci investimenti nel marketing, per acquisire nuovi clienti. Tuttavia, nel contesto attuale, questo sta diventando sempre più complicato». Conterà molto anche il giusto mix fra canali distributivi, che comporterà un’ulteriore riduzione dell’esposizione al wholesale (in corso dalla crisi finanziaria 2008/2009) e il rafforzamento delle vendite online, anche siglando alleanze con marketplace multibrand.

Ebit 2022 a confronto con i livelli del 2019

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Per ogni gruppo analizzato, la previsione per il 2022 è confrontata con il livello 100, che corrisponde al rispettivo dato del 2019 Fonte: Mediobanca Securities

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STRATEGIA MODA E LUSSO

L’evoluzione dello shopping di lusso in viaggio e a casa 100% 90% 80% 70% 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0%

% Sales Travel Related % Sales Domestic CHRISTIAN DIOR

A proposito di strategie per la resilienza, Paola Carboni, analista di Equita Sim, afferma: «Come in tutti i momenti di crisi il consumatore si concentra sui brand leader e iconici ma contano anche la visibilità e le attività di engagement, in gergo la share of voice (indicatore dell’esposizione mediatica di un marchio rispetto a un certo mercato, ndr)». «In questo periodo particolare - spiega Carboni c’è chi, in mancanza delle sfilate tradizionali, ha proposto eventi digitali e fisici di notevole risonanza, amplificata dal web. Il marchio Prada è stato particolarmente efficace in tal senso. Alcuni hanno fatto la scelta di non presentare le collezioni nelle date di giugno e settembre, ma sfasati rispetto ai calendari. Altri ancora hanno lavorato sulla clientela locale, vista la contrazione del turismo». Ha avuto un vantaggio anche chi ha potuto disporre di un ampio database di clienti, sfruttato, per esempio, per presentazioni delle nuove collezioni via Zoom o per inviti a consulenze personalizzate con uno shop assistant. «In Cina - ricorda l’esperta di Equita - si sono sviluppate anche le televendite: c’è una grande ricchezza di iniziative per portare il cliente al brand, ma non tutte le società sono sufficientemente “attrezzate”, specie se si tratta del mercato cinese». Ci sono pure fattori che differenziano le aziende a priori. «Essere attivi nella pelletteria - dice l’analista - così come avere una proposta di articoli continuativi, ha agevolato nella gestione del magazzino e della supply chain: in molti, di questi tempi, hanno dovuto svalutare il magazzino, mentre per le proposte ricorrenti è bastato rallentare a livello di supply chain». Invece, la logica che nei momenti di difficoltà il consumatore si concentra sui modelli più classici non sta valendo per tutti. Nel caso di marchi come 18

Fonte: Goldman Sachs Global Investment Research

HERMÈS

Moncler e Gucci, per esempio, hanno avuto successo anche le novità. «Questi due brand - commenta Carboni - hanno dimostrato di essere in grado di continuare ad attrarre i giovani, benché alcune analisi mostrino che durante il lockdown l’età media degli acquirenti di lusso è leggermente salita». «Di fatto - prosegue - hanno assorbito meglio il colpo le aziende con capacità di engagement, grazie al digitale, e che allo stesso tempo sono efficienti nelle operation relative all’e-commerce». Questa pandemia ha inoltre rivalutato il wholesale: «Si è visto che, specie in Europa, ha premiato l’essere presenti nei multimarca di provincia, che sono stati meno colpiti dal calo dello shopping dei turisti e hanno beneficiato dell’home working». Quanto ai department store negli Stati Uniti, come emerge anche dalle indicazioni di Moncler e Brunello Cucinelli, le vendite del terzo trimestre sono andate meglio del previsto, «probabilmente per effetto di fattori quali i sussidi Usa a pioggia, il forte recupero

VAN CLEEF & ARPELS (RICHEMONT)

dei mercati finanziari e la maggiore spesa in madrepatria di chi ha dovuto rinunciare ai viaggi». La previsione di Equita, mentre scriviamo, è che tutto il settore registri mediamente un calo del 18% del fatturato 2020. Dopo il -34%, di media, del primo semestre, il miglioramento del terzo quarter è risultato oltre le aspettative ma l’ultimo potrebbe rivelare di nuovo un peggioramento alla luce dei lockdown in atto, a meno che non arrivino sorprese positive sul fronte dalle vendite natalizie. Nel medio termine restano numerosi interrogativi. Quando la vita sociale tornerà alla normalità, la quota di shopping oggi dirottata sul lusso diminuirà di nuovo? Dopo che un vaccino sarà disponibile, quanto tempo servirà per la ripresa del turismo? Non ultimo, da più parti emergono segnali che fra i cinesi - ormai il 35% circa dei consumi di lusso - cresce l’interesse per le label locali. Quindi è meglio non dormire sugli allori, forti solo dell’appeal che il Made in Italy si è conquistato negli anni. 


MILANO-MODA-GRADUATE for

I GIOVANI TALENTI DELLA MODA PREMIATI A MILANO MODA GRADUATE ANNUNCIATI DURANTE LA MILANO FASHION WEEK I VINCITORI DI MILANO MODA GRADUATE, DEL YKK PRIZE E DI VOGUE TALENTS Dopo il successo delle passate edizioni, il 27 settembre, durante la Milano Fashion Week si è svolta fisicamente, presso La Permanente, la sesta edizione di Milano Moda Graduate, la manifestazione dedicata alle eccellenze delle scuole di moda italiane, organizzata da Camera Nazionale della Moda Italiana. Durante l’evento sono stati annunciati i vincitori di quest’edizione che ha portato in passerella i migliori talenti delle scuole di moda italiane. Perseguendo la mission di supportare i nuovi talenti, tramite il progetto di Milano Moda Graduate, CNMI ha lavorato per far sì che l’evento si svolgesse in presenza e per creare un ambiente ricco e favorevole che introduca al mondo del lavoro i giovani emergenti, per offrire un’importante occasione di networking, una piattaforma in cui imparare, confrontarsi e farsi notare da esperti del settore, infatti durante l’avventura di Milano Moda Graduate, i finalisti hanno avuto l’opportunità di prendere parte a dei workshop digitali e di ricevere una consulenza specializzata da personalità del settore. La giuria, presieduta da Carlo Capasa, e composta da Beppe Angiolini; Rosy Biffi; Alessandra Carra; Luc Dheedene; Jacopo Etro; Nicoletta Ferrari; Riccardo Grassi; Laura Larbaleister; Luke Leitch; Cristina Manfredi; Fede-

rica Montelli; Michael Philouze; Alan Prada; Stefano Roncato; Danda Santini; Julia Song; Sara Sozzani Maino; Riccardo Tortato; Roberta Valentini; Marco Vurro; Hitoshi Yamaguchi; Yukiko Yuzawa; ha avuto modo di veder sfilare e valutare i look proposti dai sei finalisti della categoria fashion design ed ha premiato Giulia Barbieri (Istituto Modartech) con il Camera Nazionale della Moda Italiana Fashion Award. Il riconoscimento consiste in un premio monetario che il Camera Moda Fashion Trust ha assegnato alla designer come supporto allo sviluppo del suo percorso di crescita. Si è svolta in concomitanza anche una sezione interamente dedicata a YKK Italia – Main Partner di Milano Moda Graduate - che ha consentito a 11 designer delle scuole di moda italiane di presentare durante l’evento un outfit interamente dedicato agli accessori da chiusura. Anche in questa occasione YKK ha avuto modo, attraverso una sessione digitale

dedicata, di mostrare ai finalisti selezionatile molteplici varianti delle zip. I designer hanno poi potuto scegliere e personalizzare gli accessori da chiusura da utilizzare sulle proprie creazioni.YKK Italia ha selezionato Lucia Grande (NABA, Nuova Accademia di Belle Arti) come vincitrice del YKK Prize, premiata dal presidente di YKK Italia, Hitoshi Yamaguchi, ha ricevuto un premio in denaro da investire nello sviluppo della sua carriera nel mondo della moda e, riceverà, per un anno, una fornitura di prodotti YKK e avrà anche la possibilità di visitare lo stabilimento YKK a Vercelli. Inoltre, per l’impegno dimostrato, YKK Italia ha deciso di assegnare uno speciale riconoscimento a Alessandro Rupilli (IED - Istituto Europeo di Design), riservando anche a lui una fornitura annuale di prodotti YKK. Inoltre, in linea con il suo costante impegno verso la promozione dei designer emergenti, Vogue Talents ha assegnato un premio a Alberto Cornolò (Università IUAV di Venezia). Il vincitore di questa categoria sarà il protagonista di un esclusivo editoriale pubblicato su Vogue Talents. L’evento è stato trasmesso in diretta sulla piattaforma digitale di Camera Nazionale della Moda Italiana, che durante la Fashion Week ha raggiunto oltre 45 milioni di visualizzazioni, generando un Earned Media Value di € 35,482,95 (Dato DMR Group).

www.cameramoda.it/it/milano-moda-graduate/2020


STRATEGIA PURE PLAYER

La campagna di Oscar de la Renta per il debutto su Amazon con Cara Delevingne. Nei suoi Luxury Store Jeff Bezos punta su un’experience top level: una “View in 360” permette di osservare i capi da diverse angolazioni, indossati da modelle con taglie, morfologie e colore della pelle diversi SCENARI IN EVOLUZIONE Luxury e-player in gara Amazon scende in campo

Pedine schierate per il risiko del lusso digitale: è sfida fra titani Lo sbarco di Amazon nel segmento luxury e la triplice alleanza fra Alibaba, Richemont e Artemis per sostenere Farfetch cambiano gli equilibri sullo scacchiere mondiale. Chi vincerà la partita? Quali e-tailer hanno il physique du rôle per competere? DI ANGELA TOVAZZI

Quando, nel 2016, Jeff Bezos annunciò che sarebbe entrato nel food con il mega-deal di Whole Foods l’effetto fu quello di un terremoto, con onde sismiche in procinto di propagarsi su tutto l’ecosistema del retail grocery. A distanza di qualche anno, in occasione del lancio dei suoi primi Luxury Store, la notizia bomba dell’irruzione del colosso high-tech nel club elitario dei fashion e-tailer del lusso invece che esplodere è implosa. Depotenziata, quasi snobbata dagli attori del comparto. Strategia dello struzzo? È vero: la mossa del magnate ha ancora i contorni di un tentativo. Il servizio è disponibile per il momento solo negli Usa, aperto su invito a

selezionati utenti Prime, e ad aderire sono stati poco più di una dozzina di brand di fascia alta come Oscar de la Renta (il primo a crederci), Altuzarra, Roland Mouret, La Perla e Car Shoe del Gruppo Prada. All’appello mancano gli high-end brand, quelli imprescindibili per poter parlare di un circuito del lusso. Monsieur Bernard Arnault aveva gelato Bezos già a inizio 2020: di sbarcare su Amazon non se parla, aveva sentenziato il numero uno di Lvmh, adducendo come freno la preoccupazione sui falsi, anche se appare evidente che le motivazioni principali erano altre, in primis il dover abdicare al controllo sui propri brand, che entre-

rebbero a far parte di ingranaggi mossi da un motore altrui. Eppure Bezos ha pensato anche a questo, puntando a convincere gli Amazon-scettici con il modello delle e-concession, che permette ai marchi di essere autonomi su assortimento, pricing e customer care, con il valore aggiunto dell’accesso ai servizi di stoccaggio e al network distributivo del gruppo. Insomma, sulla mappa la tattica di “guerra” è ben articolata, ma l’esercito non è ancora pronto. Difficile diventare una luxury destination se i detentori del lusso mondiale - a partire da Lvmh e Kering - non sposano il progetto. Il gigante online dovrà dunque ridimensionare le proprie velleità o avere solo pazienza? E soprattutto: i digital player della moda, realtà affermate come Farfetch, Yoox Net-A-Porter e MyTheresa devono preoccuparsi? L’arena dei luxury marketplace è già affollata e la competizione agguerritissima, nonostante l’accelerata dell’e-commerce durante il lockdown. I ricavi sfondano nuovi record e si allargano le user base, ma la redditività lascia a desiderare, erosa da poderosi investimenti (vedi il mega merger di Ngg da parte di José Neves) e costi onerosi, per essere sempre più competitivi sul fronte di consegne e logistica. L’arrivo di uno schiacciasassi come Amazon, 21


STRATEGIA PURE PLAYER

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tra l’altro in un momento cruciale come quello della pandemia, potrebbe incidere sulla partita? «Attenzione - avverte Carlo Torrani, esperto del digital con un passato da Missoni e ora in forze da Fornasetti -. Amazon non è un mero retailer, ma un gigante dei servizi. Ha così tante energie, risorse e know how in fatto di dati, traffico e customer service che può permettersi anche di uscire dal suo orto». Del resto, un percorso analogo è quello già tracciato in Cina da Alibaba e i suoi T-Mall, che sono ormai diventati la testa di ponte per entrare nel mercato asiatico e tutti gli ecosistemi sono sotto il suo cappello, oppure quello del rivale JD.Com. Anche per Gionata Galdenzi, senior manager e-commerce del gruppo Aeffe, non è il caso di prenderla sotto gamba: «Oltre a essere un colosso tecnologico - spiega - Amazon è un maestro nel servizio, plus che gli ha permesso di crescere negli anni, acquisendo tantissime informazioni sui consumatori. Basti pensare che in Italia conta 27 milioni di account». «Finché i brand del lusso resisteranno - osserva - Bezos sarà fuori dai giochi, ma non appena le prime griffe sdoganeranno questa alleanza, cambieranno le carte in tavola». Certo, il colosso di Seattle, nonostante sia una superpotenza, non troverà la strada spianata: «L’impostazione di Amazon sem22

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bra quella giusta - interviene Luca Solca ma per ora manca la massa critica dei marchi aderenti. In futuro potrà avere un ruolo solo se riuscirà a tranquillizzare i brand sulla sua volontà di lasciare loro le leve del prezzo e della promozione». Anche per l’analista di Bernstein l’esempio del Dragone rappresenta una sorta di paradigma: «In Cina i giganti di Internet - dichiara - hanno un ruolo fondamentale e si erigono a partner di ultima istanza per gli stessi Ynap e Farfetch». Allora, assumendo l’ipotesi che Amazon riesca a

Il futuro si gioca sulla relazione con i clienti e sulla capacità di differenziarsi, per non competere solo sul prezzo espugnare la torre eburnea del lusso, chi potrà mettere i bastoni tra le ruote alla sua avanzata tentacolare? La creatura di José Neves, che aggrega più di 700 boutique indipendenti e oltre 3mila brand, è a detta degli esperti da noi interpellati l’avversario più dinamico. Dopo aver stupito (e all’inizio anche disorientato) il mercato, sborsando 675 milioni di dollari per portarsi in casa i marchi streetwear di Ngg, nell’ultimo trimestre - an-

che se le perdite continuano a lievitare, passando da 95 a 436 milioni di dollari - i ricavi hanno fatto scintille, con un +74% a 365 milioni di dollari e la previsione di tornare alla redditività nel 2021. «Dopo l’acquisizione dell’agosto 2019 Neves fu ricoperto di critiche, ma guardate dove è adesso - commenta Torrani -. Farfetch non è criticabile e dalla sua ha un modello cross-channel vincente, che ha rivoluzionato il mercato». Con altri, importanti punti di forza: è agile e scattante (si è preparato all’avanzata in Cina prima di altri, in tandem con JD.Com e assorbendo la piattaforma di luxury shopping Toplife, come ricorda Torrani) e ha il vantaggio di non avere la «zavorra degli stock, essendo un aggregatore virtuale di una community», evidenzia Galdenzi. Conta inoltre migliaia di inventory point in più di 50 nazioni, con prodotti che vengono spediti ai clienti finali da 190 Paesi, tanto da vantare «un’offerta locale e multiculturale, non standardizzata, altrimenti introvabile per i consumatori», aggiunge Erica Corbellini, docente Sda Bocconi di Management of Fashion Companies. A rinforzare la piattaforma inglese potrebbe essere anche l’annuncio - arrivato mentre stiamo andando in stampa - dell’alleanza fra tre corazzate come Alibaba, Richemont (parent company di Ynap, principale


1. Un outfit di Louis Vuitton, uno dei marchi di punta della corazzata Lvmh. Il numero uno del gruppo, Bernard Arnault, finora non ha ceduto alle lusinghe di Jeff Bezos 2. Un’immagine di Farfetch: Alibaba, Richemont e Artemis (della famiglia Pinault) hanno annunciato l’investimento di 1,15 miliardi di dollari nella capogruppo e nella sua filiale cinese 3. Il digital show di Moschino per la primavera-estate 2021: la griffe di Aeffe è presente anche su Zalando 4. Tre proposte Car Shoe, uno dei marchi aderenti al progetto Luxury Store di Amazon 5. Lo stile Marcelo Burlon County of Milan, uno dei brand di Ngg, gruppo acquisito da Farfetch nel 2019

BERLINO LANCIA LA SFIDA

Anche Zalando preme ai confini del lusso e mette il turbo al Connected Retail

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concorrente di Neves) e Artemis (holding della famiglia Pinault, proprietaria di Kering), che hanno investito 1,15 miliardi di dollari nella capogruppo e nella filiale cinese di Farfetch, con la creazione di una jointventure in Cina. Una mossa strategica che potrebbe cambiare gli equilibri e le alleanze (come si muoverà Lvmh? E JD.Com?), proprio in un momento in cui Jeff Bezos sta muovendo le sue pedine nel lusso. E che dire di Ynap? Secondo Corbellini, Yoox resta un leader consolidato con l’arma di una gran-

interessante sarà vedere il ruolo giocato da LuisaViaRoma, e-tailer di casa nostra dalle dimensioni più contenute (180 milioni di euro i ricavi stimati nel 2020, rispetto ai 166 del 2019, quando le perdite a livello di ebitda erano di 16 milioni), ma seguitissimo a livello internazionale, che secondo rumour sarebbe prossimo alla vendita. Una grande osservata speciale è invece la tedesca MyTheresa, che durante il lockdown ha dato prova di grande resilienza e dinamismo, arrivando ad archiviare l’esercizio fiscale 2020 (terminato a giugno) con un giro d’affari record, 450 milioni di dollari, in crescita del 20%. «Hanno investito tantissimo sul rapporto one-toone con i clienti, sul Crm, sull’experience sottolinea Carlo Torrani -. Ecco l’unica arma per difendersi da Amazon, che del servizio ha fatto il proprio cavallo di battaglia. La sfida in futuro si giocherà tutta sulla relazione». Ma anche investendo sulla propria specificità e ritagliandosi un’identità ben precisa, come suggerisce Luca Solca: «Le piattaforme dovranno differenziarsi, per non competere solo sul prezzo. Credo che il tentativo di Farfetch di diventare un punto di riferimento per lo streetwear, ad esempio, sia intelligente e vada nella giusta direzione. Anche se è costato mol-

Per gli e-tailer fondamentale sarà assorbire l’innovazione dei nuovi business model dissima mole di dati, «che ha cominciato a fare da base - evidenzia - alla costruzione di collezioni ad hoc, grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale», mentre Net-A-Porter è «il “Vogue” dei marketplace e la forza dei suoi contenuti editoriali ha i numeri per fare la differenza». Un altro da tenere d’occhio è Matchesfashion.com, che potrebbe cavalcare la carta vincente dello scouting e dell’apertura ai giovani talenti, e

Dagli headquarters di Berlino l’annuncio era arrivato già all’inizio di quest’anno: «Ci stiamo concentrando sulla categoria premium e sull’espansione verso le categorie advanced contemporary e lusso: un impegno che durerà per tutto il 2020». E così è stato: anche Zalando sta premendo per accaparrarsi una fetta di quella torta destinata a resistere ai morsi del coronavirus (Bain & Company prevede che un un terzo delle vendite luxury nei prossimi due anni verrà proprio dall’e-commerce) e fa una promessa: triplicare le vendite di questo segmento entro il 2023. Non solo. Entro il 2021 la piattaforma tedesca intende portare anche in Italia il suo programma Connected Retail, attraverso cui i negozi fisici possono collegare il proprio magazzino all’e-tailer, riecheggiando proprio la fortunata formula di Farfetch. A oggi gli store connessi sono 2mila, ma da Zalando sono ambiziosi: l’obiettivo è triplicare il numero entro il prossimo anno (Sotto, il management board di Zalando).

to». Non solo. La pandemia, considerata a tutti gli effetti un acceleratore di dinamiche già preesistenti, ha dato ulteriore corpo a forze disruptive che veicolano modelli alternativi: pensiamo all’economia circolare, al second hand, al riciclo, al noleggio. Il futuro per i markeplace - Amazon compreso - premierà l’elasticità e la lungimiranza nel voler assorbire queste onde rivoluzionarie, secondo Erica Corbellini: «Credo il successo dipenderà tutto dalla capacità di inglobare l’innovazione dei nuovi business model, lasciandosi guidare dalle richieste del consumatore. Si tratta di sperimentare: e queste piattaforme hanno il peso specifico per farlo, più dei singoli brand».  ■ 23


STRATEGIA PROTAGONISTI ENNIO FONTANA General manager di Roberto Cavalli Il momento di cambiare

Luogo e data di nascita u Genova, 18 febbraio 1979

Esperienze

«Pronto per scrivere un nuovo capitolo nella storia di Cavalli» Complice dell’exploit di Philipp Plein, di cui è stato braccio destro per 15 anni, Ennio Fontana è ora alle prese con la sfida di ridare lustro e visibilità internazionale alla Roberto Cavalli, di cui è da poco divenuto general manager. Una nuova fase nella vita del brand, sancita anche dalla nomina recente di Fausto Puglisi al timone creativo DI CARLA MERCURIO

A dispetto dei suoi 20 anni di esperienza nell’industria della moda, si è parlato poco fino a oggi di Ennio Fontana, neo nominato general manager di Roberto Cavalli. Di sicuro l’essere stato per oltre 15 anni (non consecutivi) il braccio destro di Philipp Plein ha tenuto il manager all’ombra della personalità esuberante e accentratrice dello stilista tedesco. Ciò non toglie che il suo ruolo sia stato determinante per proiettare la griffe sugli scenari del fashion internazionali. Dopo cinque anni di militanza nelle fila della label con il ruolo di sales manager (dal 2000 al 2005) e un break di tre da Tod’s, dove è stato wholesale director Germanics, Ennio Fontana, nato a Genova nel 1979, è tornato al “primo amore” nel 2009, con la carica di chief commercial officer di Philipp Plein: una fase di grande dinamismo per il marchio, in cui si sviluppa la rete retail, wholesale e online a livello mondiale e il fatturato balza dai 4 milioni di euro del 2008 ai 200 milioni del 2015. Nel 2016 la promozione a general manager, nel momento in cui Philipp Plein si struttura come gruppo, con l’acquisizione di Billionaire (di cui Fontana è tuttora socio minoritario) e l’integrazione di Plein Sport, e con il turnover che cresce, arrivando a superare i 250 milioni di euro. È il momento di sviluppare il business delle licenze e di valutare ulteriori acquisizioni, con le due diligen24

u Inizia il suo percorso nel 2000 con il ruolo di sales manager di Philipp Plein. Nel 2005 passa da Tod’s, con la carica di wholesale director Germanics, e nel 2009 torna a fianco allo stilista tedesco, che lo nomina chief commercial officer. Nel 2016 gli viene assegnata la poltrona di general manager della griffe, che lascia nell’estate del 2020

Il nuovo corso u Nell’ottobre del 2020 viene annunciata la sua nomina a general manager di Roberto Cavalli. Un ruolo che accorperà quello dell’amministratore delegato uscente, Gian Giacomo Ferraris ce che hanno visto nel mirino Cavalli (ironia della sorte) e Richmond, mentre Billionaire schizza dai 10 milioni di euro del 2016 ai 28 del 2018. Nel 2020 il divorzio: il magico sodalizio Plein-Fontana si scioglie, sulla scia del momento di crisi legato alla pandemia e alla vigilia di nuove trasformazioni per la griffe. E mentre Philipp Plein chiude le porte della mega-sede di via dei Giardini, a Milano, per Ennio Fontana si aprono quelle della Roberto Cavalli, griffe che aspira a rinascere, dopo un periodo fortemente travagliato. Con la carica di general manager di Cavalli, Ennio Fontana accorperà le funzioni di Gian Giacomo Ferraris, l’a.d. in uscita entro fine anno. Un passaggio di testimone

Tra i focus, lo sviluppo del menswear, l'ampliamento del wholesale e l'omnicanalità che avviene dopo anni difficili per la griffe fiorentina (oltre 160 milioni il turnover stimato nel 2018, con il risultato operativo negativo per 35 milioni), passata per le tappe del concordato preventivo lo scorso anno, con conseguente piano di tagli lacrime e sangue in vista dell’arrivo di un nuovo investitore. Un’attesa concretizzatasi a fine 2019 con l’acquisizione della griffe da parte del miliardario di Dubai Hussain Sajwani, fondatore di Damac Properties, che l’ha rilevata dal fondo Clessidra attraverso la sua società di investimenti privati Vision Investments. Un deal che non ha impedito

la chiusura della sede storica di Osmannoro (Firenze), con il recente trasferimento della maison a Milano e la drastica riduzione dei posti di lavoro. Ora per Ennio Fontana è il momento di riportare Roberto Cavalli agli antichi splendori. È il momento di capitalizzare sulle skill aquisite, concentrandosi sugli asset tradizionali (il prêt-à-porter femminile), ma anche di ampliare gli orizzonti della griffe, in primis con il menswear e le calzature, che oggi ne rappresentano circa il 10%. Tra i focus ci sono anche il wholesale, con l'obiettivo di dare slancio al network di circa 200 negozi clienti, e il progetto di sviluppare un sistema integrato di omnichannel e logistica. In parallelo si punta a rinnovare il look dei monomarca in sintonia con il design di Puglisi: a oggi le vetrine sono 20 in totale, ma nel lungo periodo è attesa un'apertura in Faubourg St. Honoré a Parigi, a cui faranno seguito futuri opening in Germania, Austria, Russia e Stati Uniti. È anche ora, finalmente, di tornare a parlare di immagine, di ridare al brand, orfano di direttore creativo da oltre un anno dopo l'uscita di Paul Surridge, un ruolo da protagonista sulle passerelle internazionali. Un compito affidato a Fausto Puglisi, con il suo stile sexy e d'impatto. «Un designer capace di reinterpretare l'eredità e l'essenza di Roberto Cavalli», come lo ha definito Fontana, nell'annunciarne la nomina al timone creativo della label, pochi giorni dopo il suo arrivo da Cavalli. La squadra comincia a prendere forma: è tempo di cambiare. «Sono certo che il brand abbia ottime basi sulle quali costruire il prossimo capitolo di successo nella sua evoluzione», dice Ennio Fontana. 


STRATEGIA CAREERS DI CARLA MERCURIO

NEW ENTRY, SVOLTE, RITORNI

CON GUIBERT AL TIMONE PIÙ INTERNAZIONALIZZAZIONE E FORSE NUOVE ACQUISIZIONI PER MAUS FRÈRES (LACOSTE)

GLENN MARTENS PRIMO CREATIVE DIRECTOR DI DIESEL: COSÌ IL MARCHIO SI PROIETTA NEL FUTURO

Nato a Ginevra nel 1902 e tuttora privately owned, il gruppo Maus Frères si affida alla guida del neonominato ceo Thierry Guibert, per affrontare una nuova fase nel suo sviluppo. Il manager prende il posto di Didier Maus - che ha tenuto le redini dell’azienda per 28 anni - e del quale è stato dal 2014 il braccio destro con il ruolo di ceo di Lacoste, oltre che responsabile della divisione internazionale. Proprio il business global è stato determinante lo scorso anno per raggiungere ricavi pari a 3,2 miliardi di euro, comprese le licenze, con un incremento di oltre il 40% dal 2015 a oggi. Ed è sempre merito di Thierry Guibert se la label di punta Lacoste ha esteso l’offerta al footwear e agli accessori, nel contesto di un riposizionamento che ha portato a privilegiare le vendite a prezzo pieno e a rivedere il network distributivo, soprattutto negli Stati Uniti, con risultati tangibili (+11% di turnover nel 2019 e +28% nel 2018). Dall’acquisizione di Devanlay (Lacoste) nel 1998, il gruppo ha costruito un portafoglio di label internazionali focalizzate su abbigliamento e accessori che comprende anche Gant, Aigle, Tecnifibre e il più recente The Kooples, rilevato nel 2019 (oltre alle realtà svizzere Manor e Jumbo). Ora punta a diventare un importante player internazionale nei settori premium e sport lifestyle. Un’evoluzione in cui rientra il progetto di acquisire nuovi marchi premium moda, sport e accessori.

«Un direttore creativo? Forse, ma non ora», aveva dichiarato il ceo di Diesel, Massimo Piombini, in un’intervista recente a Fashion. Invece poco dopo è arrivata la notizia: il belga Glenn Martens, dal 2013 creative director del brand francese Y/Project, ha preso le redini stilistiche del marchio del mohicano, e anzi, ne è il primo designer creative director in 42 anni. Segno di quanto sia prioritario ora agire sul prodotto, dopo la lunga fase di riorganizzazione del business e riposizionamento dei canali retail e wholesale. Un percorso che ha cominciato a dare i primi risultati nel 2019, quando il fatturato della label è tornato a salire (+2,6%), anche se sul 2020 pesa l'incognita Covid. La griffe, che oggi copre circa il 60% del business di Otb (1,53 miliardi di euro lo scorso anno), punta a riagganciarsi al suo dna, il denim, a cui intende ridare consistenza affidandosi a un creativo in grado di reinterpretarlo con nuova energia e una visione moderna. Martens sembra la persona giusta, fatta dello stesso stampo degli stilisti audaci e grintosi che piacciono a Renzo Rosso (si veda John Galliano per Maison Margiela) e da tempo nel suo radar. Nel 2018 l’imprenditore lo aveva “arruolato” per il progetto di colab Red Tag, un anno dopo che si aggiudicasse il premio Andam, di cui Otb è sponsor e mentore.

PETER BALDASZTI, L’IMPRENDITORE VENUTO DALL’UNGHERIA CHE SCOMMETTE SU SUNNEI

SEMPRE PIÙ MODA IN EUROPA PER AMAZON CON RUTH DIAZ A CAPO DEL FASHION

Peter Baldaszti: il suo nome è poco noto nel mondo del fashion, ma probabilmente sentiremo parlare di lui. Di recente l’imprenditore ungherese ha rilevato con altri investitori, per 6 milioni di euro, la maggioranza di Sunnei, griffe fondata da Loris Messina e Simone Rizzo, che hanno mantenuto la direzione creativa. Una venture condotta attraverso la piattaforma di investimento ungherese Vanguards, lanciata all’inizio del 2020 e frutto dell’esperienza di Baldaszti, che ne è il ceo, insieme ad Agoston Gubicza, azionista di maggioranza del private equity GB&Partners e alla Hungarian Export-Import Bank. Baldaszti si è messo già in luce con il marchio ungherese Nanushka, di cui è il ceo dal 2016, e che ha portato da 700mila a 22,8 milioni di euro di fatturato, dandogli una dimensione globale. Un successo di cui farà tesoro nell’avventura con Vanguards, cui oggi oltre a Nanushka fanno capo il marchio di abbigliamento Aeron e il software di fashion commerce Skala. Tramite Sunnei è arrivato il momento di confrontarsi con una dimensione internazionale. «Vediamo un potenziale enorme in questa etichetta fortemente orientata al digital, in grado di creare un lifestye d’impatto», ha dichiarato l’imprenditore, il cui obiettivo è creare un fashion group. Dal prossimo anno nel mirino ci sono altri investimenti.

● In America, secondo le stime di Wells Fargo e Morgan Stanley,

Amazon sta diventando il maggior retailer di abbigliamento, con 30 miliardi di dollari di vendite su un mercato dal valore stimato di 390 miliardi (il gruppo non fornisce cifre dettagliate). In Europa è tempo di cavalcare il potenziale di tale segmento. Per questo il colosso di Jeff Bezos ha affidato il ruolo di Director Fashion Europe a Ruth Diaz, una delle 500 donne più influenti in Spagna, secondo El Mundo. A lei è affidato il compito di guidare tutti gli aspetti del business, tra cui l’ampliamento dell’offerta e il miglioramento della customer experience in Italia, Spagna, Francia, Germania e Uk. Con nove anni di militanza nel gruppo, Diaz ha le carte in regola per scalare il mercato, dopo essere stata responsabile di svariate categorie di prodotto in Spagna e Italia ed essere stata a capo dell’Home Innovation Program per l’Europa. Esperienze precedenti la vedono da Entradas.com, Universal Pictures e PriceWaterHouse Coopers in Spagna. La moda in Europa è già una realtà in divenire per il colosso del digital: «Con lanci come SavageXFenty vol 2, The Drop (colab con influencer, ndr), Style Snap e Amazon Fashion Connects - afferma Diaz - è stimolante vedere quanto l’azienda continui a innovare».

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STRATEGIA NEWS

A CURA DI ANDREA BIGOZZI

DA LVMH E KERING A L'ORÉAL

Un calo compreso tra -1% e -9% Interbrand-Best Global Brand 2020 Luxury

TRIMESTRE SOPRA LE ASPETTATIVE PER I BIG BRAND E I LORO LICENZIATARI Trimestrali sopra le aspettative per Hermès, Lvmh e Kering, bene Moncler e L'Oréal torna a volare. Nonostante permanga il segno meno rispetto alle performance dell'anno precedente, i grandi gruppi internazionali del lusso rendono evidente la ripresa del settore dopo i mesi di primavera penalizzati dal lockdown. Hermès nel terzo trimestre dell’anno ha registrato un +4% (+7% a cambi costanti). Nei nove mesi al 30 settembre scorso il giro d’affari della maison ha perso il 14% (-11% a cambi costanti) per poco meno di 4,3 miliardi di euro. Il dato evidenzia un miglioramento rispetto al -24% del primo semestre e al -41% del solo secondo quarter, il più penalizzato (per il momento) dalle restrizioni anti-Covid. Lvmh (nella foto, una borsa di Louis Vuitton) ha registrato un fatturato di 30,3 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2020 (-21% su base organica), ma il terzo trimestre è stato sopra le aspettative degli analisti: i ricavi sono diminuiti del 7% su base organica, riflettendo un netto miglioramento. Kering, a cui fanno capo Gucci e Saint Laurent, nel trimestre ha totalizzato vendite consolidate di 3,7 miliardi, in calo del 4,3% (-1,2% su un perimetro comparabile). Moncler ha chiuso i primi nove mesi del 2020 con ricavi consolidati a 765,1 milioni (-23%, a cambi costanti -22%), ma la perdita è stata decisamente minore nel terzo trimestre, in cui il fatturato è stato di 361,8 milioni (-15%, a cambi costanti -14%). Premiato chi lavora sulle licenze del lusso: L'Oréal è tornato a crescere nelle vendite (+1,6%) e ha chiuso i conti al 30 settembre a 20,11 miliardi di euro (-7,4% e -6,9% a cambi costanti). Anche EssilorLuxottica ha registrato un terzo quarter in ripresa progressiva rispetto al secondo trimestre 2020: risultato, ricavi consolidati oltre 4 miliardi (-5,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, -1,1% a cambi costanti).

Rank Brand Value USD (BV) 2020 2020 % change (CY) Luxury 17 Louis Vuitton 31,720 -2% 21 Chanel 21,203 -4% 28 Hermès 17,961 0% 32 Gucci 15,675 -2% 73 Cartier 7,494 -9% 83 Dior 5,988 -1% 94 Tiffany & Co. 4,966 -7% 97 Burberry 4,809 -8% 99 Prada 4,495 -6%

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FASHION ECONOMIC TRENDS

PER LA MODA ITALIANA IL 2020 POTREBBE CHIUDERE FRA -27% E -31% ● Nel terzo trimestre del 2020 le aziende del

settore moda hanno registrato un calo del fatturato del -27,5% rispetto al 2019, in netta decelerazione rispetto al -36,2% del primo trimestre e al -39% del secondo. È quanto risulta da un'indagine svolta da Confindustria Moda su circa 300 aziende del settore. «Certo, siamo calati meno rispetto ai trimestri precedenti, ma restano dati negativi, specie se si pensa che nello stesso periodo il Pil italiano è rimbalzato del +16,1%», dichiara Cirillo Marcolin, presidente di Confindustria Moda, commentando i dati relativi all’impatto del Covid-19 sulle imprese del settore. Secondo le stime aggiornate del centro studi di Confindustria Moda, la contrazione del fatturato complessivo per il 2020 si attesta a -29,7%, contro il -32,5% previsto a luglio, per una perdita totale stimata di 29 miliardi. «Anche l’andamento del fatturato nel terzo trimestre - prosegue Marcolin - conferma una debolezza più marcata rispetto ad altri settori, dovuta da una parte alla diminuzione del mercato domestico e, dall’altra, alle grandi difficoltà nell’export, oltre all'assenza in Italia del turismo internazionale». Circa l'86% delle aziende del panel prevede perdite nei ricavi annui superiori al 10%, nettamente peggiori rispetto alle previsioni che vedono il Pil italiano ridursi dell'8%. Per quanto riguarda i mercati esteri, alla data della rilevazione per il 62% delle aziende italiane nessun mercato risulta ripartito. «L'unica, vera grande reazione positiva - aggiunge Cirillo Marcolin - arriva dalla Cina, ma questo è un mercato che tocca più i grandi gruppi e meno le Pmi». Il presidente non esclude un ridimensionamento degli occupati, non appena la normativa renderà possibili i licenziamenti. «Prima o poi le aziende dovranno affrontare il tema occupazionale conclude -. Alcune terranno duro, nell'ipotesi di un rimbalzo delle attività, ma per altre non sarà così».

INTERBRAND: I MARCHI DEL LUSSO PERDONO QUOTA. SI SALVA HERMÈS Dopo aver conquistato il titolo di settore a maggiore crescita per due anni consecutivi nella classifica Best Global Brands di Interbrand, il lusso registra nel 2020 una battuta d’arresto, con un calo del valore tra l’1% e il 9% per tutti i marchi del comparto, tranne Hermès (#28), che rimane stabile sullo stesso valore del 2019. Louis Vuitton occupa la prima posizione nel settore lusso della graduatoria (e la 17esima a livello globale), precedendo altri due francesi: Chanel ed Hermès. A interrompere il dominio transalpino ci pensa Gucci, che si trova al quarto posto (e al 32esimo generale). Meglio del lusso fa lo sportswear: Nike (#15) e Adidas (#50) crescono rispettivamente del 6% e dell’1%. ●

NEL 2021 BALENCIAGA AVVIERÀ IL PRIMO CENTRO PRODUTTIVO IN ITALIA Balenciaga avrà un centro di produzione e formazione in Italia. Il marchio del gruppo Kering ha infatti annunciato l'apertura nel 2021 di un laboratorio di produzione di pelletteria e centro di formazione in Toscana.Lo stabilimento sarà inaugurato a Cerreto Guidi, a 40 chilometri da Firenze, e nascerà dal rinnovamento di un edificio già esistente, dando espressione a un progetto architettonico di particolare rilievo. Questa apertura dovrebbe portare alla creazione di 300 posti di lavoro. ●

ARNAULT RISPARMIA 430 MILIONI DI DOLLARI

TIFFANY & CO ACCETTA LA PROPOSTA "SCONTATA" DI LVMH Alla fine di una lunga querelle, sfociata anche in Tribunale, Tiffany & Co ha accettato la proposta d’acquisto rivista al ribasso da parte di Lvmh. Il gruppo pagherà 131,50 dollari per azione e non più 135 come previsto dall’accordo originario, siglato nel novembre del 2019. Grazie alla nuova valutazione di 15,8 miliardi di dollari, il colosso francese del lusso guidato da Bernard Arnault risparmierà 430 milioni di dollari sui 16,2 miliardi stabiliti in precedenza. ●


CANNELLA.COM


STRATEGIA BRICK AND MORTAR LO STORE SARÀ IL REGNO DELLA REALTÀ Approcci salva-negozi Parla la filiera del retail

Il lusso sarà digital detox: la riscossa del retail parte da qui La pandemia non può essere classificata come inizio della fine per i negozi fisici. La voglia di digital è un fatto, ma anche quella di un luogo dove non solo si compra, ma si vive. Le statistiche parlano di una ripresa del retail, ma per questo saranno necessari investimenti, non solo in tecnologia DI ANDREA BIGOZZI

Esiste una speranza di sopravvivenza all’apocalisse del retail? La risposta è sì, ma mantenere alto l’interesse dei clienti verso lo shopping dal vivo non sarà facile come bere un bicchiere d’acqua. L’importante per gli operatori sarà muoversi e innovare, cogliendo gli input che arrivano dal consumatore 4.0 e soddisfacendo le sue necessità principali. «In Italia si parla ancora di quando fare i saldi, mentre fuori, a causa della pandemia ma non solo, sono in atto delle vere e proprie rivoluzioni», fa notare Nicola Antonelli, chief marketing officer di LuisaViaRoma. «A dispetto della crisi - prosegue il manager del multimarca, che è stato tra i primi in Italia a puntare sulle vendite online - realtà come la nostra continuano a crescere. Certo, negli ultimi anni è stato necessario ripensare il negozio fisico, a cui non rinunceremmo mai, fornendo così ai marchi nostri partner offerte più convincenti e meglio strutturate, pensate per un consumatore che oggi acquista non solo dove c’è un offerta adeguata, ma anche dove trova innovazione». Ecco perché il retail fisico non deve rinunciare a sperimentare nuovi format di vendita, «Noi lo facciamo regolarmente a Firenze, dove il negozio si sta virtualizzando. Abbiamo inziato dalle video call per i clienti che desiderano essere assistiti negli acquisti, ma vogliamo trasformare le sessioni di shopping in diretta streaming dallo store in veri eventi», prosegue Antonelli. Sul tema convengono tutti gli esperti del 28

mondo del retail (e dell'intera filiera ad esso legata): il brick&mortar così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 10-15 anni non ci sarà più, ma la transizione può, e deve, essere gestita. Il cambiamento è epocale, specie nelle grandi città. Basti pensare allo smart working, che promette di ridisegnare anche commercialmente i centri urbani. Ma non è detto che una modalità di occupazione senza orari rigidi e senza un ufficio sia uno svantaggio per il mondo retail. «Lavorare da casa prevede Antonella Mastrototaro, che con

Lo smart working si rivelerà un alleato dello store fisico: chi lavora da casa andrà a caccia di ciò che gli manca, un contesto sociale 18 Montenapoleone retail consultancy & brokerage ha contribuito a disegnare la geografia retail di Milano e in particolare del Quadrilatero della Moda - accrescerà la voglia di fare shopping, perché entrare in un negozio fisico offrirà ciò di cui le persone sentiranno maggiormente la mancanza: trovarsi in un contesto sociale». «L'e-commerce - riflette Mastrototaro - cosa offre invece? La consegna gratuita. Francamente penso che presto i clienti ne faranno volentieri a meno, preferendo la qualità dei servizi umani e la comodità di un camerino. É per questo, e per tanti

altri motivi, che non credo nella fine del retail, specie quando si tratta di lusso. Il mercato di alta gamma è in mano a una nicchia del mercato, che risentirà di questa pandemia meno di altri target, visto che tutti continuano a dire che i ricchi dopo il Covid saranno ancora più ricchi». L'experience è quindi il faro verso cui indirizzare non solo il commercio online, ma anche quello offline. Un sostenitore di questa teoria è Beppe Angiolini di Sugar che, nonostante possa contare su di un e-commerce in costante crescita, non smette di rivendicare la centralità del negozio fisico. «Il retail non sparirà - ama ripetere l’imprenditore di Arezzo a chi lo interroga sul futuro del settore - ma diventerà un luogo ancora più bello, dove ci si incontra realmente e ci si sorprende. Sarà il regno della realtà, dove non solo si compra, ma si vive». Per questo, anche se numerosi retailer hanno dovuto compiere scelte difficili, come la chiusura parziale e definitiva di alcuni punti vendita e la riduzione della forza lavoro, parlare di retail apocalypse, specie in Europa e in Italia, è esagerato: indubbiamente le modalità di acquisto stanno cambiando, ma i consumatori continuano ad amare il negozio fisico che, nonostante il Covid-19, non sembra suscitare troppi timori nei clienti italiani. Questo almeno nel periodo tra giugno e fine ottobre, ovvero prima che la seconda ondata colpisse il nostro Paese. «Il 56% degli italiani - conferma Enrico Cosio, retail & wholesale leader per


47 % Secondo gli ultimi rilevamenti di Deloitte a ottobre il 47% degli italiani preferisce effettuare la totalità dei propri acquisti negli store fisici, contro una media del 16% che preferisce acquistare per la maggior parte online

PERFORMANCE DEI SETTORI A CONFRONTO IN EUROPA

Nel 2021 l'apparel a +14% ma i livelli pre Covid restano lontani

2020 vs 2019 2021 vs 2020 2021 vs 2019

RETAILER DI TUTTI I SETTORI REVENUE -5.3% ADJ. EBITDA -5.7%

6.7% 16.6%

0.9% 2.2%

14.0% 56.7%

-6.8% -17.5%

0.8% 4.1%

3.3% 6.1%

10.4% 14.4%

1.3% 7.4%

APPAREL

REVENUE -21.5% ADJ. EBITDA -45.0%

FOOD REVENUE 2.2% ADJ. EBITDA 3.5% OTHER SPECIALTY REVENUE -7.8% ADJ. EBITDA -9.0%

Fonte: Moody's Investors Service, elaborazione Fashion

PREVISIONE DI CRESCITA DELL'EBITDA (2021 RISPETTO AL 2020)

Nel 2021 forte crescita dei margini per oltre la metà dei retailer europei

> -4%

-4% TO +4%

+4% TO +8%

+8% TO +20%

MAXEDA AHOLD DELHAIZE BUT AFFLELOU B&M CARREFOUR DIA CASINO GUICHARD PERRACHON EG GROUP FNAC DARTY ESSELUNGA HEMA HOLLAND & BARRET ICELAND VERY GROUP KINGFISHER PICARD WM MORRISON SUPERMARKETS METRO MOTOR FUELS SCHUSTERMANN & BORENSTEIN TESCO THOM GROUP X5 RETAIL GROUP Le insegne della moda, che hanno sofferto più di altre in questi primi mesi di pandemia, sono destinate a recuperare il terreno perduto nel 2021: secondo l'agenzia di rating Burberry, adidas, El Corte Ingles e Marks and Spencer sono tra le realtà con marginalità in più forte progressione

20%

>+

> +20%

CTION ADIDAS BURBERRY CBR FASHION CECONOMY DOUGLAS GROUP DUFRY AG EL CORTE INGLES IM GROUP MARKS AND SPENCER MATALAN NEXT PLC OCADO PRONOVIAS ROLF TAKKO FASHION TENDAM BRANDS

Fonte: Moody's Investors Service, elaborazione Fashion

l’Italia di Deloitte - si sente sicuro a recarsi in negozio, un dato stabile da giugno 2020. Grazie al nostro Consumer Tracker, infatti, abbiamo potuto verificare l’andamento delle scelte dei canali di acquisto dei consumer per una serie di categorie di prodotto. Secondo gli ultimi rilevamenti di ottobre, il 47% preferisce effettuare la totalità dei propri acquisti negli store fisici, contro una media del 16% che preferisce acquistare per la maggior parte online. L’11% propende invece per un utilizzo ibrido in-store-online, anche se i prodotti di abbigliamento sono tra quelli che registrano i valori più alti negli acquisti online». Qualche numero moderatamente incoraggiante arriva anche da Moody’s: secondo l’agenzia di rating la situazione del retail europeo, ma

anche statunitense, è destinata a migliorare. Il recupero del settore abbigliamento però rischia di essere rallentato dalla riduzione degli eventi. É possibile che i ricavi e l'ebitda del settore apparel nel 2021, restino sotto i livelli del 2019, ma non mancano le eccezioni: per adidas, Burberry, El Corte Inglés e Marks & Spencer già l'anno prossimo si profila un ebitda in aumento di oltre il 20%. Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove secondo gli analisti nel 2020 continuerà la razionalizzazione dei punti vendita (le chiusure permanenti potrebbero toccare quest'anno le 25mila unità), ma nei prossimi 12-18 mesi dovrebbe innescarsi un trend di crescita. Ma al di là dei numeri e delle previsioni degli analisti, esistono strategie per salva-

re il retail? Il consumatore può tornare a essere dipendente dal negozio fisico? Per Mastrototaro è l'immediatezza del possesso l'arma su cui puntare. «Andando in boutique il cliente compra e possiede subito - dice -. É questo l'apice dell'esperienza nello shopping, specie per la clientela più ricca. Nessun marketplace del mondo potrà soddisfare questa esigenza». Un concetto da cui parte anche la riflessione di Guido Carella, presidente di Manageritalia, l'associazione che rappresenta oltre 37mila dirigenti, compresi quelli del retail e della moda: «Sono gli investimenti sulla formazione, la qualità del servizio e del prodotto, il coinvolgimento dei lavoratori e dei clienti che consentiranno al settore di non soccombere alle 29


STRATEGIA BRICK AND MORTAR

DELOITTE-MONTENAPOLEONE

LE CHIUSURE DEI PRIMI 8 MESI DEL 2020

Scenario peggiore ma in ripresa negli Usa

56%

Catena Chiusure stimate Totale network CATHERINE’S (ASCENA) 264 264 HERITAGE BRANDS (PVH) 162 162 WILSONS LEATHER (G-III Apparel) 110 110 G.H. BASS STORES (G-III Apparel) 89 89 RTW RETAILWINDS [1] 378 378 JUSTICE (ASCENA) 618 820 TAILORED BRANDS [2] 500 1,450 VICTORIA’S SECRET (L Brands) 250 1,070 LANE BRYANT (ASCENA) 157 688 MACY’S (MACY’S INC.) 125 552 MICHAEL KORS (Capri) 170 839 NORDSTROM FULL LINE 25 124 GAP (GAP INC.) 230 1,158 J.C. PENNEY 154 846 J. CREW 67 494 ANN TAYLOR (ASCENA) 38 291 NEIMAN MARCUS 3 43

TOTALE

3.340

Secondo Deloitte a fine ottobre il 56% degli italiani si sentiva sicuro a recarsi in negozio fisico, un dato stabile da giugno 2020

9.378

Fonte: Company SEC filings, elaborazione Fashion

Al via l'osservatorio sul Quadrilatero Nel 2020 il distretto Montenapoleone a Milano (che comprende le vie Montenapoleone, Sant'Andrea, Verri, Santo Spirito, Gesù, Borgospesso e Bagutta) ha registrato 3,4 milioni di visitatori, contro gli 8 milioni del 2019. Il dato emerge da un’analisi condotta da Deloitte che - avendo preso in carico il monitoraggio dell’area - ha registrato un calo complessivo del 57% rispetto al 2019. Alcuni segni di ripresa si sono registrati nella fase due, quindi immediatamente dopo il lockdown di marzo-aprile e con un rimbalzo nel mese di settembre. L’analisi è il primo frutto di un progetto che vede alleati Deloitte e Montenapoleone District. L’obiettivo del monitoraggio è quello di creare un vero e proprio osservatorio sulle presenze nell’area.

LA QUOTA DELL'E-COMMERCE CRESCE PIÙ DEL PREVISTO

I consumatori tornano in store, ma l'abitudine allo shopping online perdura Incidenzaattualeonline 18% 16% 14% 12% 10% 8% 6% 4% 2% 0%

146 .% 9.1%

10.0%

2017

2018

10.9%

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StimaMoody's2020aggiornata

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StimaMoody's2019

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Fonte: Euromonitor, Moody's Investors Service forecasts

grandi piattaforme online. La distribuzione moderna deve essere in forte sinergia con tutti gli aspetti culturali legati al territorio, alla storia e alle persone. E poi i marchi del lusso hanno una priorità: trasferire il loro heritage alla clientela e questo non potrà mai avvenire su una piattaforma digitale, che è destinata a restare una canale complementare». Per Nicola Antonelli, il cambiamento sarà invece più radicale e porterà il punto vendita ad assomigliare a una showroom. «In negozio - spiega - si deve presentare la filosofia di marca, poi l'esperienza di shopping può proseguire anche via mobile. Il punto vendita è ancora un ottimo luogo per creare l'identità digitale del cliente, ma poi è online che dovremo generare offerte sempre più focalizzate sulle sue esigenze. Complementare o fondamentale che sia, una cosa è certa: anche nei negozi fisici l'online aiuta a vendere. Tanto che ormai è matematica la teoria secondo cui se un'at30

tività commericale non è phygital (crasi di physical + digital) è destinata a fallire. Tesi tutta da verificare ma come spiega Enrico Cosio tra i principali trend che Deloitte sta registrando in vista del 2021 c'è il ripensamento dell’esperienza di store. «Aspetto in cui la digitalizzazione entra in tutte le fasi del processo di acquisto, aiutando a bypassare i limiti imposti dal distanziamento sociale e dalle norme di sicurezza e igiene: la presa appuntamento, la gestione dell’eventuale coda in negozio, la ricerca del capo, la scelta della taglia più adatta, la gestione del camerino, il pagamento e il check-out». Sulla carta, tutti i negozi fisici diventeranno omnicanali o multicanali. Nel momento in cui la scelta si sposta verso la digitalizzazione, per uno store si profila la possibilità che alcuni spazi vadano rimodulati, ridefiniti e/o ridotti. «Durante il lockdown - racconta Alessandro Barzaghi dello studio legale milanese Cocuzza & Associati, specia-

lizzato in retail e aperture di punti di vendita - ogni proprietà ha offerto uno sconto sulla base della propria disponibilità, perché non esistevano regole, ma nella stragrande maggioranza dei casi si è evitata la rescissione dei contatti di locazione». «Ora - prosegue l'avvocato - stiamo vivendo una nuova fase, quella dei nuovi contratti, perché il mercato non si è fermato. I marchi vogliono esserci, forse si accontenteranno di spazi più piccoli. Pensavo che molti clienti avrebbero chiesto di ineserire nei loro contratti delle clausole che regolassero un eventuale futuro lockdown, ma non è successo. Meglio così perche sarebbe stato difficile regolare». Ma alla fine, dopo aver parlato con retailer, consulenti di real estate, esperti di innovazione, avvocati, analisti e manager, resta una cosa da capire: il mondo del retail vorrà sostenere gli investimenti in termini di denaro, tecnologia e risorse umane per salvarsi? Ai consumatori 4.0 l'ardua sentenza.  ■


STRATEGIA UNDER 25

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I POST MILLENNIAL SOTTO LA LENTE Cosa, come, dove consumano L'identikit degli esperti

Il futuro è nelle mani della Gen Z Sono digital-first e mobilecentric, adepti della sharing economy, paladini di inclusività e sostenibilità. Grandi e piccoli brand li stanno corteggiando, anche se conquistarli non è facile. Perché bisogna comunicare valori forti, destreggiarsi tra analogico e digitale, stupirli con esperienze bespoke. E attenzione: sono disrupter, ma non rottamatori, e al negozio fisico non rinuncerebbero mai DI ANGELA TOVAZZI

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Sono nati tra il 1995 e il 2010 e nel mondo totalizzano quasi 2 miliardi e mezzo di persone, con un potere d’acquisto di 44 miliardi di dollari. Parliamo dei ragazzi della cosiddetta Generazione Z, grandi “sorvegliati speciali”, perché insieme ai Millennial entro il 2025 rappresenteranno il 60% del mercato mondiale. Innumerevoli ricerche li fotografano, li classificano, ne studiano pensieri e comportamenti per decodificare il loro dna, mentre le aziende li profilano per anticiparne le mosse. Tracciare l’identikit della Gen Z non è però così semplice per chi è nato nel mondo analogico: gli under 25 sono i primi veri nativi digitali, hanno sempre conosciuto il mondo con il filtro di Internet e la dimensione reale fa tutt’uno con quella virtuale, senza soluzione di continuità. Utilizzano in media cinque dispositivi e il 98% di loro (secondo GlobalWebIndex) possiede uno smartphone, dove scaricano app (TikTok e Instagram in primis), condividono esperienze, scambiano opinioni, costruiscono e rompono legami, anche di marca: tool che vanno ben oltre la mera funzione di strumenti tecnologici e che aprono le porte all’habitat naturale dove incontrarli. Come informa Nicolò Andreula, economista e autore di libri come Flow Generation e #Phygital, il nuovo marketing tra fisico e digitale, riportando uno studio condotto dal Pew

Research Center, oltre la metà di loro utilizza il proprio smartphone per cinque o più ore al giorno e oltre un quarto per almeno dieci e di questo tempo, in base ai dati del World Economic Forum, circa tre ore sono spese sui social media, una in più rispetto ai Millennial. «È senz’altro fondamentale intercettarli su questi canali - sottolinea Andreula - prestando però attenzione a come e a cosa si comunica, perché i post Millennial non sono attenti solo alle caratteristiche tangibili del prodotto, ma soprattutto ai valori dell’azienda che li vende». «Raccontare di sé in maniera autentica, anche

Internauti navigati, i ragazzi under 25 arrivano all'acquisto dopo una gimcana online, super mirati se imperfetta e non necessariamente ultra-patinata, ma definendo e comunicando chiaramente la propria missione e i propri obiettivi, è dunque il primo passo», tenendo ben presente che per i teenager i brand sono microcosmi valoriali in cui identificarsi, ambasciatori di messaggi sociali e agenti di cambiamento. Lo confermano le politiche interventiste di grandi gruppi


1. Secondo uno studio del Pew Research Center metà della Gen Z usa lo smartphone per cinque o più ore al giorno 2. Due proposte Off-White, uno dei marchi cult degli under 25 3. Lo stile Palm Angels 4. Un outfit di Ganni

OSSERVATI SPECIALI

Dalla Cina agli Usa, tutti corteggiano i Centennial Alcuni consigli per il retail: massimo presidio dei canali digitali e focus sull'esclusività. Spazio alle griffe, ma il leader per i ragazzi è Nike

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Tutti pazzi per noleggio e second hand Dall’osservatorio PwC emerge che Millennial e Gen Z stanno diventando sempre più disponibili all’idea di affittare e condividere: auto e tecnologia in primis, ma anche abbigliamento e gioielli.

Source: PwC, Global Consumer Insights Survey 2020

come Nike o Adidas, sempre pronti a prendere posizione su temi cruciali e culturalmente rilevanti (vedi la lotta al razzismo o la difesa della comunità Lgbt), ma anche dei luxury brand, consapevoli di quanto asset come responsabilità sociale, inclusività e soprattutto - come ormai ampiamente ribadito dagli studi di settore - sostenibilità siano valori prioritari dei consumatori di oggi, in particolare dei giovanissimi. Non sorprende affatto che questi figli della sharing economy siano paladini dell’economia circolare e che per loro noleggiare capi, acquistare prodotti second hand o rivendere i propri su piatta-

forme di re-commerce rappresenti un modo per assicurarsi pezzi altrimenti non alla portata di portafoglio oppure semplicemente meno mainstream, risparmiando e facendo un piacere all’ambiente. Dal quinto osservatorio Millennial e Generazione Z di PwC, che tra gennaio e giugno 2020 ha intervistato quasi 2.500 giovani italiani, emerge che tra i generi di merce che queste due categorie anagrafiche sono più disposte a condividere ci sono le auto, strumenti tecnologici o attrezzature sportive, ma anche oggetti più personali, come abbigliamento, accessori, borse e gioielli: il 14%, dice la survey,

Da una parte all’altra dell’oceano la generazione degli under 25 è super corteggiata. E il motivo è presto detto. Prendiamo la Cina: oggi Millennial e Centennial (i nati tra il 1980 e il 2009) rappresentano il 40% del totale della popolazione, ma entro il 2025 saranno il 65%, come ricorda il report di Euromonitor dal titolo How China’s Millennials and Gen Z live and spend. Che enuclea due caratteristiche distintive, indispensabili da sapere per conquistare questo target di clienti. La prima è scontata: lo smartphone è una propaggine del loro corpo e usano la Rete per facilitarsi la vita. «Fondamentale - dicono gli autori della ricerca - è porre maggiore enfasi sugli account WeChat e sulle mini-app, sugli short-video e sul live streaming, perché sono diventati importanti canali d’acquisto». Secondo: preferiscono prodotti premium o di alto livello e per assicurarsi standard elevati sono disponibili a spendere un extra. La pensa così il 7,5% dei ragazzi di Pechino: un dato interessante, se si pensa che la percentuale è del 3,7% a New York e solo dell’1,2% a Parigi. Spostandosi in America, altra grande area da tenere sott’occhio perché spesso scintilla di trend che poi si propagano nel resto del mondo, il sondaggio semestrale Taking Stock with Teens di Piper Sandler, condotto su un campione di 9.800 giovani americani di età media pari a 15,8 anni, fotografa un target che ogni anno a livello retail genera vendite per 830 milioni di dollari, anche se negli ultimi sei mesi la voglia di shopping è stata compromessa da un certo pessimismo causa pandemia, con un calo della spesa del 9% rispetto al 2019 e del 5% se confrontata con la scorsa primavera. Il marchio più desiderato a livello di accessori è Louis Vuitton, seguito da Michael Kors e Coach, mentre Gucci è al quinto posto in classifica. Nella categoria footwear non è una sorpresa trovare Nike, seguito da Vans, Adidas e Converse. Nike è invece leader incontrastato nell'abbigliamento.  (a.t.)

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STRATEGIA UNDER 25

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utilizza già servizi di fashion renting e un ulteriore 23% è interessato a farlo in futuro. «Il loro armadio non è ampio e non sono spinti dalla logica dell’accumulo - precisa Erika Andreetta, Partner PwC Italia e Consumer Markets Consulting Leader -. Preferiscono acquistare pochi prodotti, ma con un chiaro dna». L’altro grande pilastro che dovrebbe orientare aziende e retailer nel momento in cui formulano l’offerta e veicolano campagne di marketing verso i Centennial è proprio l’esclusività. È questa la miccia del boom delle cosiddette “drop release”: capsule collection e co-lab a tempo, con una serie finita di articoli d’eccezione (soprattutto sneaker, spesso realizzate con il rapper o lo stilista più hype del momento), capaci di mandare in delirio tribù di ragazzini. «Vengono spesso in negozio in gruppo, le provano e le acquistano per il gusto di possederle sì, ma soprattutto per

Ciò che conta, per la Gen Z, non è solo il prodotto, ma i valori dell'azienda che lo vende poter condividere questo oggetto del desiderio sui social con gli amici», racconta Andrea Selvi, senior buyer di LuisaViaRoma, che spiega come sia il meccanismo delle edizioni limitate a determinare la corsa all’acquisto. «Spesso comprano le sneaker e poi le rivendono sui siti specializzati, generando un vero business con la leva della desiderabilità - aggiunge -. Basti pensare che le ultime Air Jordan V x Off-White prima di andare al pubblico a 229 euro erano già state prenotate su StockX a 900». Del resto, il marchio di Virgil Abloh (direttore creativo anche del menswear Louis Vuitton), 34

1. Celine allo stadio Louis II di Monaco, con proposte su misura per la Gen Z 2. Le Nike firmate con il rapper Travis Scott, idolo dei giovanissimi 3. L'ultima Nike Dunk High x Slam Jam 4. Le borse Themoiré, best seller tra le giovanissime, in showroom da Massimo Bonini

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come informa Selvi, è in cima alle preferenze di questa generazione, accanto ad altri brand del gruppo Ngg, quali Palm Angels e Marcelo Burlon County of Milan, e giganti dello sport come Nike, Adidas e Puma. Su questo nessuna sorpresa: la moda streetwear e quella di derivazione gym, meglio ancora se griffata, vanno per la maggiore tra la Gen Z. Meno scontato di ciò che consumano è come e dove consumano gli under 25. L’ingaggio, come abbiamo visto, avviene principalmente online, perché prima di arrivare a scegliere un prodotto questi internauti junior ma non certo di primo pelo si informano, leggono recensioni, confrontano prezzi, valutano contenuti e schizzano verso il bersaglio con una mira infallibile. Tante, tantissime volte finalizzano l’acquisto sul web (il 24% dei giovani del nostro Paese acquista la maggior parte dei prodotti fashion online, secondo la ricerca PwC), passando anche attraverso il canale di Insta-

gram, ma gli esperti rassicurano che questa generazione iperconnessa e digitalizzata non suonerà il de profundis del retail brick and mortar. Anzi. «A differenza dei Millennial spiega Erika Andreetta - la Gen Z ama convertire nel negozio fisico. Il processo che la porta fin lì si snoda nella Rete e soprattutto sui social, ma il closing si verifica il più delle volte dentro uno spazio reale, dove è possibile provare un’esperienza multisensoriale». Certo, le aspettative non devono andare deluse: quando un potenziale consumatore di questa età decide di varcare la soglia di uno store in mattoni non va a effettuare una mera transazione commerciale. «Si aspetta un trattamento personalizzato, definito sulla base di tutte le informazioni raccolte attraverso i vari touch point - evidenzia Andreetta -. È anche disponibile, anzi desidera, essere geolocalizzato, se questo significa ottenere un servizio o promozioni ad hoc». Chiaro che da questa prospettiva cambia tutto. L’online


DOMENICO ROMANO/AW LAB

«Il negozio a misura di Gen Z? Sarà a prenotazione e data-driven»

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1. Un insieme A-Cold-Wall 2. La collezione Air Jordan V per Off-White, vero oggetto del desiderio per ragazzi e ragazzini 3. Avatar nella campagna per il lancio di una collezione esclusiva di Vans per Aw Lab

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non cannibalizzerà l’offline e il virtuale non avrà mai la meglio sulle emozioni reali, ma usando un chiasmo - a patto che di reali emozioni si tratti. «I ragazzi di oggi non perdono tempo - interviene Massimo Bonini, alla guida delle omonime showroom milanesi specializzate negli accessori -. Non è vero che disdegnano l’acquisto in-store, semplicemente dispongono di un’offerta incredibile a portata di mouse e in un negozio devono trovare qualcosa in più, un valore aggiunto. Oggi il retail è omologato, hanno tutti le stesse cose. La grande sfida è offrire un’esperienza che non sia noiosa e déjà vu». Come? Nicolò Andreula cita l’esempio di alcuni marchi, alcuni dotati di grandi budget certo, ma che possono comunque fungere da paradigmi: «Chi vende offline - osserva - deve sfruttare le novità introdotte dalla trasformazione digitale a proprio vantaggio e non considerarle come una minaccia, per esempio utilizzando materiali interattivi».

Vedi quello che ha fatto Rebecca Minkoff nei suoi negozi di New York, in cui attraverso lo specchio dei camerini è possibile scegliere capi da provare o salvare gli articoli su una wishlist accessibile in qualsiasi momento dal proprio smartphone. Oppure Levi’s a Times Square, dove il brand coinvolge i clienti nel processo di co-creazione, dando la possibilità di personalizzare i capi con scritte e disegni. E ancora Nike, nei cui store si possono incontrare atleti professionisti. O Lululemon, che nei propri punti vendita organizza lezioni di yoga. Insomma: la formula da tenere bene a mente è “esperienziale”. Anche se questi e i prossimi mesi toglieranno respiro agli eventi causa Covid, la multisensorialità sarà una strada da battere per animare e ri-animare il retail. Molti questo salto evolutivo lo hanno fatto e alcuni lo stanno facendo, ma la strada è ancora lunga. «Il tessuto distributivo italiano è analogico - commenta Leo Padulo, direttore commerciale della Max Moda, a capo del marchio Freedomday - ma se vuoi sintonizzarti sulle frequenze di questo target d’età sei obbligato a evolverti, imparando la sua lingua. Devi creare occasioni interattive, per esempio legate alla musica, uno dei canali di espressione privilegiati dei giovanissimi. Non basta più avere sugli scaffali delle belle collezioni, non basta il marchio, non basta il tuo heritage di negozio all’avanguardia, non basta la vetrina appealing. Ci vogliono le experience a 360 gradi, tra online e offline, capaci di lasciare il segno». ■

Che ne sarà del retail fisico con l’avanzata dell’e-commerce? Quali strategie mettere in campo? Un punto di vista interessante lo fornisce Domenico Romano, head of marketing del retailer Aw Lab, appena andato in stampa con il libro Open retail, Innovazione sostenibile in un mondo di atomi e bit, scritto con Luca Moretti. «Ripensare lo store in maniera strutturale sulla base di una fusione sempre più forte tra reale e virtuale è indispensabile», osserva il manager, che fa partire il suo ragionamento dalla trasformazione “spaziale” dei negozi. «Le dimensioni - chiarisce - non saranno più così importanti, perché i prodotti disponibili non saranno solo quelli sugli scaffali o in magazzino ma tutti quelli visibili, con l’introduzione di tecnologie di realtà aumentata». Secondo aspetto, altrettanto determinante: «In futuro andare in negozio sarà come andare dal parrucchiere», osserva Romano. Si prenoterà online e si sarà coccolati da un personal shopper, che di volta in volta acquisirà sempre più dati sul cliente, per fidelizzarlo. «Il sales assistant di domani - spiega - non metterà in atto la classica cerimonia di vendita per aumentare il conversion rate, ma per sviluppare un rapporto maieutico con il cliente, in modo che la prossima volta che lo incontra potrà dire, come il parrucchiere: "Il solito o qualcosa di diverso?"». A questo punto, che il negozio si trovi in corso Vittorio Emanuele a Milano o in un’area più periferica e meno costosa non è così prioritario secondo Romano, che conclude: «Se il servizio è esclusivo, anche il prodotto lo deve essere. Le co-lab a tempo continueranno a funzionare e la personalizzazione sarà il più importante argomento di vendita». (a.t.)

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INNOVAZIONE STARTUP E IMPRESE METTERSI IN GIOCO AI TEMPI DEL COVID Dal fashiontech al tessile smart Le novità e il parere dei consulenti

Vendite, customer experience, marketing: la moda ha fame di tecnologia Il settore stava già vivendo una trasformazione ma è arrivata la crisi post Covid, che obbliga a rivedere continuamente i piani. Allo stesso tempo l’innovazione tecnologica galoppa e proprio la pandemia sta facendo comprendere come possa fare la differenza. La vera sfida, sono gli investimenti in R&D: inutili però se “one shot” DI ELISABETTA FABBRI

Secondo alcuni studi, quasi un terzo delle lesioni da incidente in moto riguarda le gambe. Questo deve avere acceso una lampadina alla Airbag Inside Sweden, airbag & clothing company di Göteborg, che l’ha portata all’invenzione degli Airbag Jeans. Brevettati nel 2019, in collaborazione con partner anche italiani, questi jeans protettivi hanno appena ottenuto 150mila euro di sostegni grazie a SmartX, acceleratore sostenuto da fondi Ue per supportare il tessile smart, che conta tra i partner Po.in. tex, il polo dell’innovazione tessile gestito da Città Studi Biella. Il piano ambizioso è di finanziare in un triennio oltre 40 progetti, potendo disporre di una dotazione di 2,4 milioni di euro. Alla prima call, con gli Airbag Jeans sono state finanziate altre otto innovazioni, tra cui Bodee, dell’italiana Comftech: un “amico invisibile” che si applica alle tutine per il monitoraggio dei neonati a casa, ma anche negli ospedali, nei primi giorni di vita. Sweat Monitoring è invece una T-shirt proposta da un pool italo-belga per l’ambito sportivo, che rileva in tempo reale la perdita di sali, grazie a un biosensore nelle fibre tessili. Dynaback Tshirt è un’idea bulgaro-tedesca per un indumento che, identificando e limitando i movimenti scorretti della colonna vertebrale, aiuta a prevenire mal di schiena e malattie muscolo-scheletriche. Che ci sia un fermento attorno all’innovazione tecnologica per l’industria della moda lo attestano anche i numeri del Demo Day virtuale focalizzato sul fashiontech, realizzato in maggio dall’acceleratore multi-corporate di startup Startupbootcamp. Vi hanno partecipato oltre 150 mentor e 200 esperti di innovazione, al fianco delle aziende supporter, tra cui Prada. Sotto la lente le invenzioni di 10 team, selezionati tra più di 1.200, come per esempio Bigthinx, che con un proprio software riesce a realizzare una scansione del corpo in 3D, partendo da un paio di foto scattate con lo smartphone. Così prende 44 misure precise, con un’accuratezza superiore al 95%: il tool perfetto per la moda “su misura” a distanza. Gfaive, 36

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con base in Georgia, formula invece previsioni per il retail con le tecnologie Machine Learning. L’irlandese Skmmp ha realizzato una showroom virtuale che utilizzare l’Intelligenza Artificiale vocale per processare le transazioni. Ma c’è pure il motore di ricerca olandese stylesearch.com, che sfrutta le tecnologie per il riconoscimento di un’immagine e che facilita gli utenti, con un algoritmo che combina lo stile personale

«Gli imprenditori della moda hanno più voglia di capire gli abilitatori e gli acceleratori» ai più recenti fashion trend. L’app Viume fa trovare l’outfit più adatto, a seconda delle occasioni, grazie a un’intelligenza artificiale “assistente”, che combina human expertise e machine learning. L’americana Obsess fornisce soluzioni per l’e-commerce esperienziale basate sulla realtà aumentata e virtuale. La startup olandese Renoon aggrega le proposte fashion sostenibili, suddividendole in categorie (usato, etico, vegan, organico): non è un e-commerce,

ma reindirizza l’utente dove può finalizzare l’acquisto. I marchi sostenibili si possono invece acquistare su Staiy.com, che fa la selezione basandosi su parametri come acqua, aria, materiali, condizioni di lavoro e commitment. Ma questi progetti, che chance hanno di attrarre capitali? Più in generale, le recenti invenzioni nel fashion rispondono alle esigenze delle aziende? «Attualmente ci sono tante startup e si assiste a molta innovazione nella moda, specie negli ambiti vendite digitali, customer experience e marketing - risponde Stefano Vittucci, partner EY, responsabile Retail & Consumer products sector leader in Italia -. Si nota anche una maggiore apertura fra gli imprenditori: hanno più voglia di capire gli abilitatori e gli acceleratori». Il problema (o forse l’opportunità) è che mentre la fashion industry stava vivendo un importante momento di disruption è arrivata la crisi finanziaria provocata dalla pandemia. «Questo - spiega Vittucci - rischia di far venir meno le risorse interne destinate agli investimenti nella trasformazione e di creare difficoltà al management, in termini di focus. L’orientamento alla trasformazione, già partito in alcune realtà, potrebbe essere rallentato dal


1. Gli Airbag Jeans: ideati da un pool capitanato dall’azienda airbag Inside Sweden, hanno raccolto 150 mila euro, grazie all’acceleratore europeo SmartX 2. Bodee è un progetto per monitorare i bébé fino a 9 mesi 3. La Dynaback T-shirt identifica i movimenti scorretti della colonna vertebrale 4. Staiy.com vende online marchi sostenibili

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fatto che i manager devono dedicarsi alla gestione dell’emergenza. È fondamentale occuparsi della reimpostazione della struttura esistente, pensando a come interfacciarsi con questo nuovo mondo, per tanti non più un “new normal” bensì il “never normal”. L’interazione tra fisico e digitale sta diventando una priorità come quella di accelerare al massimo l’e-commerce, anche attraverso la penetrazione dei vari market place oggi disponibili». Inoltre, se tipicamente la moda faceva leva su marchio, prodotto e metri quadrati di presenza in location strategiche, ora i nuovi metri quadrati sono i database del Crm-Customer relationship management. «Per attivare flussi - precisa Vittucci - servono milioni di clienti nel database e bisogna arrivare a essere proprietari delle informazioni, cosa che non succede se si vende su piattaforme terze». «Si parla molto - aggiunge - di automazione, big data, algoritmi che permettono di ottimizzare la vita del prodotto nella verticale della produzione: dal magazzino allo scaffale, fino all’ultimo miglio, ma ci si può allargare comprendendo tutta la filiera del fashion». Si profilano inoltre più innovazione e investimenti in tema di predizione, specie se permette di essere efficienti a monte. «Disponendo di informazioni che arrivano dal cliente - dice l’esperto di EY - si può aiutare tutta la verticale. Ormai basta una campagna ben congegnata sui social, per testare il successo di una proposta sul mercato. Così un brand può decidere se realizzarla e a chi indirizzarla, prima ancora di metterla in produzione». C’è poi una forte attenzione a come cambiare le strategie di marketing e digital marketing, per conservare o creare fiducia nel brand, fidelizzare i consumatori e raggiungerne di nuovi come la generazione Z, ora che si è capita l’importanza di usare canali di comunicazione diversi. Tuttavia, nella messa a terra di una qualsiasi innovazione per la moda, una startup deve considerare «come navigare nell’organizzazione dell’azienda cliente, te-

e le modalità di vendita. «L’impatto della pandemia sui consumi - osserva Pavone ha fatto comprendere ancora di più il potenziale delle vendite online e di invenzioni come, per citarne una, il camerino virtuale, che permette di provare una proposta stando a casa propria». Il marketing si riconferma un altro filone dell’innovazione. «Il digitale ha rivoluzionato i target di riferimento: 15 anni fa solo Adidas, forse, avrebbe scelto come testimonial un trapper, mentre oggi le liaison di questo tipo con marchi del lusso si sprecano». «Il salto successivo - prosegue Pavone - è la sostenibilità, a cui si arriva con un uso serio dell’innovazione tecnologica, specie applicata ai materiali: così tanta sperimentazione come quella degli ultimi tempi non si era mai vista». Ora si parla anche di smart city, community, engagement e IoT. «Una frontiera non lontana - anticipa la manager di Digital Magics - è la contestualizzazione del capo di moda all’interno della città: si può concretizzare se l’abbigliamento integra dei sensori, che permettono di inviare o ricevere informazioni del luogo in cui ci si sta muovendo. La tecnologia c’è già, si tratta solo di riempirla di senso, rispondendo a esigenze precise, come quelle delle nuove generazioni, che si stanno dimostrano sensibili ai temi della moda responsabile». Secondo l’esperta, in questi sei mesi le imprese sono riuscite a capire come l’innovazione possa fare la differenza: «Il digitale è stato vissuto in modo più profondo rispetto al passato e la maggiore consapevolezza è stata supportata da investimenti, che tuttavia devono avere una continuità, non essere “one shot”. La vera partita si gioca lì: l’innovazione autentica accade quando l’azienda comincia a riallocare quote importanti alla voce Ricerca e Sviluppo del conto economico». Una società dovrebbe destinare almeno il 5% dei ricavi in ricerca e sviluppo, di anno in anno, in modo costante: «Può darsi che un anno sia da buttare ma si crea un circolo virtuoso e alla lunga il gioco è a somma positiva». 

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nendo presente che si va a inserire in una storia molto strutturata». Infatti, il rischio di execution è uno degli aspetti più critici di una possibile partnership, anche se le soluzioni proposte dagli innovatori sono valide ed economiche. Vittucci auspica inoltre una strategia integrata fra università, industria, finanza e settore pubblico: «Non possono essere mondi isolati». «Fino a una decina di anni fa moda e lusso quasi snobbavano l’innovazione tecnologica nel digitale: non ci credevano, prendevano le distanze dalle dinamiche Internet, pensando che non le rappresentassero, specie in termini di posizionamento», afferma Layla Pavone, consigliere delegato e chief innovation marketing & communication officer di Digital Magics, incubatore di

«Le tecnologie ci sono già, si tratta solo di riempirle di senso, rispondendo a esigenze precise» progetti digitali, che fornisce servizi di consulenza e accelerazione a startup e imprese, quotato in Borsa. «Non avevano nemmeno la percezione chiara - prosegue - che il web fosse un riferimento, specie per le nuove generazioni. Quando hanno deciso di muoversi, lo hanno fatto al top, con grossi investimenti, nel tentativo di recuperare». Dall’osservatorio di Digital Magics, ora cavalcano il retail 4.0 nell’accezione più ampia del termine, comprese la produzione

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INNOVAZIONE NEWS A CURA DI ANDREA BIGOZZI

CON LA SCARPA PERSONALIZZATA IN 3D

Ferragamo è sempre più tech friendly Nella moda si fa sempre più sottile il confine tra reale e virtuale. A dimostralo arriva il nuovo progetto high tech di Salvatore Ferragamo, che ha deciso di arricchire l'esperienza d'acquisto con un nuovo servizio pensato per i clienti digitali, che permette di personalizzare le scarpe da uomo della linea Tramezza, riproducendole sullo schermo in formato 3D. Il servizio Tramezza made-to-order è utilizzabile in negozio oppure online e consente di scegliere il modello, il materiale, il colore, la fibbia e di personalizzare la suola: i passaggi di lavorazione e il risultato finale saranno visibili ad alta risoluzione in realtà aumentata. Per la realizzazione di questa esperienza, che fa convivere artigianalità e innovazione, la maison fiorentina si è affidata a Microsoft e al partner tecnologico Hevolus. La piattaforma digitale consente anche di avviare sessioni condivise di interazione: un client advisor, indossando gli occhiali olografici, può aiutare il cliente (sia che si trovi in negozio sia da remoto) a scegliere le scarpe e assisterlo nelle fasi di custumizzazione. « Il progetto TramezzaFuture Of Craft si inserisce all’interno del nostro percorso di digital transformation che sta già offrendo significativi benefici in diversi ambiti - ha dichiarato la ceo Micaela Le Divelec -:

IL DIVERTIMENTO MIGLIORA LE VENDITE

Arriva Gucci Sneaker Garage, la piattaforma con le prime sneaker virtuali 3D Si chiama Gucci Sneaker Garage la nuova piattaforma del brand riservata alla sneaker e interamente digitale. Una nuova sezione che si ispira all’immagine del garage con un mix di storie, giochi e contenuti generati dagli utenti e le prime sneaker virtuali «mai concepite», realizzate dal direttore creativo Alessandro Michele: le Gucci Virtual 25. Si tratta di «sneaker iper-realistiche che possono essere acquistate esclusivamente online, permettendo agli user di provarle e dialogare con il proprio avatar digitale, in un contesto di realtà aumentata e in ambienti virtuali. La casa di moda precisa che, per consolidare il link che Gucci ha sviluppato con le comunità di gaming, le Gucci Virtual 25 saranno disponibili anche su Aglet, dove verranno lanciate insieme a tutte le altre sneaker del brand e potranno essere indossate sulle piattaforme immersive Roblox e VRChat attraverso le modalità di gioco incluse nell'acquisto, oltre a contenuti aggiuntivi personalizzati.

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Il client advisor può entrare nella stanza virtuale dell'acquirente indossando il computer olografico per aiutarlo a scegliere le scarpe

dall’ottimizzazione del customer journey in ottica omnicanale a una migliore gestione degli spazi negli store fisici, dalla semplificazione delle modalità di acquisto a un miglior servizio di assistenza, fino a un aumento dei tassi di conversione». Per presentare il nuovo servizio la maison ha organizzato nei prossimi mesi eventi nei negozi di 24 città, da Milano a Londra e Parigi fino a Hong Kong.

HUGO BOSS

Pronta la prima collezione 100% digital. E nel 2022 l'80% dei capi sarà creato su base elettronica Sarà parte della Pre-Fall 2021 e conterà in tutto 105 pezzi tra abbigliamento, calzature e accessori a marchio Boss Men: è con questa offerta che il gruppo Hugo Boss ha deciso di aprire al wholesale la vendita della sua prima collezione creata al 100% in digitale, destinata ad arrivare anche negli store della griffe, ma non prima di aprile del prossimo anno. Un processo nato e sviluppato digitalmente dagli schizzi alla selezione dei tessuti, dalla prototipazione alla collezione finita, che prosegue nella nuova showroom digitale e attraverso un lookbook virtuale, con avatar come modelli e rendering ad alta risoluzione, in grado di mostrare con precisione tutti gli articoli. «Con questa collezione siamo tra i primi nel settore moda a creare un universo digitale completo, che si estende dallo sviluppo della collezione agli ordini», ha dichiarato Ingo Wilts, chief brand officer di Hugo Boss. Per il gruppo tedesco L’obiettivo è quello di sviluppare l’80% delle proprie collezioni su base esclusivamente elettronica entro il 2022.

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1. Uno dei 105 pezzi della collezione PreFall 2021 100%digital 2.Ingo Wilts


INNOVAZIONE SEAMLESS CUSTOMER EXPERIENCE LA PAROLA AL MERCATO Atteggiamenti mutati Multicanalità in primo piano

In Italia, come all’estero, la pandemia ha messo il turbo al commercio unificato Consumatori sempre più digitali, attenti al territorio e al sociale: per le aziende è tempo di adeguarsi, spingendo sulla multicanalità. Lo rivela il Retail Report di Adyen, la piattaforma di pagamento internazionale che vanta tra i clienti aziende leader a livello mondiale DI CARLA MERCURIO

Consumatori sempre più digitali, attenti al territorio e al sociale: questi i macrotemi emersi dal Retail Report presentato recentemente da Adyen, la piattaforma di pagamento omnichannel internazionale che vanta tra i clienti aziende leader a livello mondiale, tra cui tante nel settore moda/lusso. Un sondaggio che disegna uno scenario in rapida evoluzione dopo il primo lockdown, in cui le abitudini e le esigenze della gente sono cambiate sensibilmente. Trasformazioni che le aziende devono saper cavalcare, spingendo sempre più l’acceleratore sulla multicanalità. «Il commercio unificato ha contribuito infatti a stabilizzare le vendite durante la pandemia, compensando la perdita delle transazioni in negozio con un aumento dell’e-commerce sottolinea Philippe De Passorio, country manager Italia e Francia dell’azienda -. Non a caso, il 50% dei retailer che lo ha adottato ha constatato che le vendite sono rimaste costanti, mentre i clienti abituati a comprare in store hanno speso il 40% in più quando sono passati all’online durante la pandemia». In Italia, per la precisione, il 37% degli intervistati farà più shopping online rispetto a prima della diffusione del virus, il 77% ritiene che i negozianti dovrebbero mantenere lo stesso approccio multichannel adottato durante i mesi clou del contagio, mentre il 79% pensa che i dettaglianti che hanno iniziato a offrire i propri articoli online durante la pandemia dovrebbero continuare a farlo. Sempre nel Belpaese, prima del Covid l’80% delle transazioni erano cash, ma ora il 46% dei consumatori ha optato per soluzioni contactless/ con carta e portafogli elettronici. De Passorio ha messo anche l’accento sulla shop loyalty e su come mantenerla viva. La prima soluzione è riuscire a garantire una seamless customer experience, online o offline. Non a caso il 54% degli italiani preferirebbe rivolgersi a un dettagliante che offra la possibilità di effettuare un acquisto online e la resa in negozio, il 63% sarebbe più fedele a un rivenditore che permetta di comprare un articolo out-of-stock in negozio e di riceverlo a casa, e il 46% premierebbe un punto vendita che consenta di fare shopping in negozio e di terminare l’expe40

«Con oltre 240 miliardi di euro processati nel 2019, 21 uffici globali, più di 1.300 addetti da oltre 50 Paesi, un fatturato 2019 di 497 milioni di euro e circa 5mila clienti, Adyen è in grado di fornire una singola piattaforma e una singola integrazione per l’accesso istantaneo a tutte le ultime tecnologie di pagamento»

Digital transformation: tre anni in meno di tre mesi Le aziende sono state costrette ad accelerare i cambiamenti e per molti consumatori questo è stato un fatto positivo

77% 79% degli italiani ritiene che i negozianti dovrebbero mantenere l'approccio multichannel adottato durante la pandemia

pensa che i dettaglianti che hanno iniziato a vendere online nel periodo di lockdown dovrebbero continuare a farlo

rience online o viceversa. Il secondo aspetto è la vicinanza. Il 65% degli italiani farà sempre più spesso shopping dai rivenditori locali per evitare che chiudano, mentre il 40% ha dichiarato di essere più fedele ai marchi che hanno punti vendita vicino a casa loro. Terzo punto è la social consciousness degli shopper: basti pensare che per il 65% degli italiani l’etica di un negoziante è più importante oggi, mentre il 71% farà il possibile per acquistare presso aziende responsabili. A proposito di e-commerce, emerge l’importanza di puntare sempre più sulla semplicità del percorso. Il 66% degli italiani ha rivelato infatti che quando fa shopping online la semplicità d’uso è importante quanto la qualità del prodotto, mentre il 69% non acquisterà da un rivenditore il cui sito web o app siano difficili da na-

Philippe De Passorio, country manager Italia e Francia di Adyen

vigare. Da questo punto di vista i pagamenti acquistano un ruolo sempre più importante e devono essere facili, seamless e invisibili: il 38% dei consumatori desidera avere una vasta gamma di opzioni di pagamento disponibili, la stessa percentuale ritiene che i merchant debbano fare di più per proteggerli dai rischi di frode, mentre il 15% abbandonerà il carrello se gli step per la finalizzazione dell’acquisto sono troppi. In questo scenario il negozio fisico non tramonta ma deve offrire contenuti: il 68% degli italiani ritiene determinante il layout del punto vendita, il 58% è più incline a recarsi in spazi che impiegano la tecnologia per migliorare la shopping experience, il 46% vorrebbe che i rivenditori usassero tecnologie come realtà virtuale o realtà aumentata. Ultimo punto della ricerca sono i loyalty programs, fondamentali per fidelizzare i clienti. Il 70% dei consumatori pensa che i negozianti debbano gratificarli maggiormente, il 62% scaricherebbe volentieri la app di un rivenditore per ricevere migliori bonus o premi fedeltà, il 66% preferirebbe fare shopping in un negozio in cui il loyalty program funzionasse automaticamente, attraverso le carte di pagamento. «Adyen - ha concluso De Passorio - è in grado di gettare uno sguardo su di esse, sia quando si paga offline che online, per avere informazioni che permettono di trasformarle in loyalty card. Ciò ci consente di intervenire ogni volta che il cliente fa shopping». ■


OLIVER FLORIO for

LA NUOVA SEDE DI OLIVER FLORIO: L’HUB DOVE SVILUPPARE PROGETTI TRASVERSALI E RAGGIUNGERE NUOVI OBIETTIVI IL GRUPPO - AGENTE ESCLUSIVO DI LIU JO PER LE TRE VENEZIE E CONSULENTE COMMERCIALE PER MARCHI PREMIUM DI MODA DONNA, UOMO E BAMBINO - HA INAUGURATO UNA NUOVA SEDE DI OLTRE 1.500 METRI QUADRATI ALLE PORTE DI PADOVA. CON QUESTA STRUTTURA, OLIVER FLORIO RAFFORZA LA CAPACITÀ DI ACCOGLIERE NUOVI BRAND ITALIANI E INTERNAZIONALI, RAPPRESENTATIVI DI UN UNIVERSO TRASVERSALE La nuova sede di Oliver Florio alle porte di Padova è molto più di un edificio di uffici e showroom: rappresenta infatti la visione e la filosofia futura del gruppo. Gli oltre 1.500 metri quadri della struttura, che accoglie quattordici persone - progettata dall’architetto Pietro Leonardi e inaugurata con la campagna vendita FW21 - servono per raccontare al meglio il macrocosmo Oliver Florio, che oltre a tutto l’universo Liu Jo (abbigliamento, accessori e shoes donna, bambina e, novità di stagione, bambino e uomo), comprende anche realtà in forte crescita come gruppo Imperial e Vicolo, marchi innovativi e in ascesa come Aniye By e Duvetica, più una serie di brand emergenti internazionali, frutto dello scouting condotto in collaborazione

con 313 Distribution. «Siamo molto orgogliosi della nostra nuova sede di Padova - racconta Oliver Florio, imprenditore con alla spalle oltre 30 anni di esperienza nel settore della moda -. Vogliamo che questo edificio unico non sia solo uno spazio per la vendita di collezioni ma, riflettendo la nostra identità trasversale, anche luogo di creatività. Qui, in questo edificio che abbiamo voluto realizzare dando massima attenzione al tema della sostenibilità ambientale, non pensiamo solo a vendere collezioni ai compratori, ma anche infondere, offrendo la nostra vision, ispirazione e innovazione». Il cambio di sede (si è passati da un capo all’altro della periferia di Padova) non ha solo un valore simbolico, ma dimostra la volontà di Oli-

www.floriooliversrl.com

ver Florio di fare il grande salto perché, anziché accontentarsi dei precedenti 800 metri quadrati, ha voluto quasi raddoppiare. La stagione FW21 segnerà, infatti, l’inizio di nuove collaborazioni su tutti i fronti: donna, uomo e bambino, marchi commerciali e di nicchia. «Da questa campagna vendita - conclude Florio seguiremo anche il bambino di Liu Jo e inizieremo a collaborare con Richmond Kids e Aniye by girl. Stiamo inoltre potenziando tutta l’attività di ricerca, selezionando nomi nuovi e di tendenza, provenienti dai Paesi Scandinavi e dalla Spagna. Ma ci sono ancora tante altre novità in arrivo: la voglia di fare, d’altronde, non è mai mancata, e ora anche lo spazio non è più un problema».


INNOVAZIONE TECNOLOGIE INDOSSABILI

OROLOGI E OCCHIALI SMART Dalla salute alla realtà aumentata Tutti i trend del momento

Wearables tuttofare e tuttologi Molti fattori ne hanno frenato lo sviluppo, ma ora la domanda ha toccato un picco, complice il virus. Si stima un periodo di consolidamento, ma con il 5G e l’AR non sono esclusi nuovi exploit DI ELISABETTA FABBRI

Si torna a parlare di tecnologie indossabili e non è una semplice coincidenza che succeda durante la pandemia. Con il lockdown, infatti, molti hanno deciso di monitorare l’attività sportiva e il loro stato di salute con sistemi fai da te. Già nel primo trimestre di quest’anno, le consegne di smartwatch nel mondo hanno registrato un incremento del 20% a 14 milioni di unità (anno su anno). In base a un report di Strategy Analytics, tra gennaio e marzo Apple ha consegnato 7,6 milioni di Apple Watch, in aumento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2019, che portano la sua quota di mercato dal 54,4 al 55,5% (il più alto livello in due anni). La domanda è cresciuta anche per competitor come Samsung (+11,8%, con una market share del 13,9%) e Garmin (+37,5% e una quota di mercato dell’8%). Nelle previsioni di statista.com, per la fine di quest’anno i ricavi derivanti dai wearables dovrebbero sfiorare i 19 miliardi di dollari: circa il 31% in più rispetto al 2019. Alla fine del 2020 li indosseranno 441,5 milioni di persone (+26,1% su base annuale), che portano il tasso di penetrazione al 5,9%. Stando a un sondaggio di statista.com dello scorso anno, i fan hanno per lo più un’età compresa fra 24 e 34 anni (36,4%) e fra 35 e 44 anni (26,3%) e si tratta soprattutto di donne (57%). Il 41% degli acquirenti ha un reddito medio, ma è elevata anche la quota di chi dispone di un reddito basso (34%), il che riflette come alcune tipologie di wearables abbiano negli anni abbassato l’entry price. Di qui al 2024 è previsto però un cagr (tasso annuo di crescita composita) negativo del 2%, che dovrebbe portare il mercato dei dispositivi 42

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indossabili a 17,85 miliardi di dollari: una cifra che comunque rappresenta un balzo in avanti di oltre il 38% sul 2017. Le stime potrebbero essere riviste al rialzo con l’avanzare della ricerca, finalizzata a moltiplicare le funzionalità degli accessori intelligenti e immaginando uno scenario post-virus di consumatori più healthconscious. Gli orologi smart, per esempio, fanno già di tutto un po’, dalle notifiche alla gestione delle chiamate, dal tracciamento dell’attività fisica all’healthcare, anche nell’ottica di arginare la pandemia. Samsung Hand Wash, per esempio, è un’app che aiuta gli utenti a ricordarsi di lavare le mani. Partita in aprile per il mer-

cato indiano, da questa estate è scaricabile gratuitamente anche in Italia dal Galaxy Store su numerosi smartwatch. L’Apple Watch 6 integra il saturimetro: una serie di led e fotodiodi sotto la cassa rileva la concentrazione di ossigeno nel sangue, allertando su eventuali patologie respiratorie. Anche il Samsung Galaxy Watch 3 permette di misurare il livello di ossigeno nel sangue, come pure il battito cardiaco, il ciclo di Rem del sonno e, solo per il mercato coreano, è in grado di eseguire un elettrocardiogramma. Il modello Huawei Watch GT2 con la funzione TruSleep diagnostica sei tipi di disturbo del sonno, fornendo suggerimenti per migliorarlo. Se proprio non si riesce a dormire, con le cuffie bluetooth è possibile ascoltare fino a 500 brani musicali archiviati, senza la necessità di avere con sé lo smartphone. Il nuovo Garmin Venu Sq permette persino la gestione della respirazione: l’opzione “tranquillità” favorisce il sonno; “coeren-

Nel 2020 i ricavi delle tecnologie indossabili sono stimati in aumento del 31% su base annua


1. I nuovi Spectacles di Snapchat, con doppia fotocamera per foto e video 2. Lo smartwatch Garmin Venu Sq Music Edition 3. Un modello Sense di Fitbit 4. Gli smart glasses di Gentle Monster con Huawei 5. L’app Samsung Hand Wash ricorda di lavarsi le mani 6. Nei Facebook Reality Labs si studiano gli occhiali AR-enabled

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za” facilita l’equilibrio e la calma; “relax e concentrazione” migliora l’attenzione e riduce lo stress. Alla fine di ogni attività di respirazione, un riepilogo mostra durata e andamento del respiro, frequenza cardiaca e variazione dello stress. Punta sulla salute pure Fitbit con il modello Sense, che è anche dotato di assistente vocale (Google o Alexa). Amazon è invece entrata in gara con Halo, un braccialetto hi-tech in tessuto elastico o in silicone e un’app, che permettono pure di misurare la percentuale di grasso nel corpo. Nell’eyewear hi-tech sta creando molte aspettative la recente partnership fra EssilorLuxottica e Facebook per la realizzazione di una nuova generazione di smart glasses. Per ora si sa solo che il primo modello debutterà nel 2021, sarà a marchio Ray-Ban e combinerà tecnologie innovative con un design di tendenza, «per far connettere meglio le persone con la famiglia e gli amici». L’iniziativa va letta come un passo verso gli occhiali a realtà aumentata (in gergo, AR-Augmented Reality), un altro progetto su cui il team di Facebook Reality Labs sta lavorando, sfruttando le potenzialità della connessione a Internet e della computing technology. L’idea è quella di permettere a chi li indossa di aggiungere al mondo fisico «uno strato di informazioni utili e rilevanti in 3D». I nuovi dispositivi a realtà aumentata, a sentire i ricercatori, potrebbero aiutare nelle attività quotidiane, come trovare le chiavi, muoversi in una nuova città o catturare un momento. «Immagina - prospettano da Facebook - di chiamare un amico e chattare con il suo avatar o di avere a che fare con un assistente digitale abbastanza intelligente da rilevare i pericoli stradali, fornire statistiche durante una riunione di lavoro o aiutarti a sentire meglio in un ambiente rumoroso». Nel suo piccolo Snapchat è arrivata alla versione 3 degli Spectacles, dotati di una doppia fotocamera in HD per foto e video 3D a 60 fps (frequenza di fo-

togrammi) e di quattro microfoni integrati, che registrano con formato audio hi-fi immersivo. Grazie alla sincronizzazione wireless nell’app Snapchat, foto e video possono essere modificati e trasformati con un nuovo set di effetti tridimensionali. Molti ipotizzano che lo step successivo siano gli occhiali AR-enabled. I nuovi occhiali smart di Huawei X Gentle Monster sono pensati, invece, per l’ascolto di file musicali e contenuti audio (con suono stereo ad alta definizione), senza trascurare design e comfort, dato dal peso ridotto, grazie al plastic titanium. Poi con un tocco si può attivare l’assistente vocale. C’è anche chi sta sfruttan-

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do il potenziale dei Google Glasses nelle vendite a distanza assistite, B2B e B2C. Si tratta del marchio italiano Piquadro, che da alcuni mesi sta testando un progetto sviluppato in partnership con la startup della videocomunicazione Bandyer. In pratica, telefonando dallo smartphone o cliccando su un link del sito del brand di pelletteria, gli e-shopper possono collegarsi direttamente con gli addetti alle vendite in negozio che, indossando gli occhiali di Google, possono far fare ai clienti un tour virtuale dello store e portarli a finalizzare l’acquisto. In un contesto B2B, la forza vendite può mostrare ai buyer il campionario in showroom e registrare gli ordini. Si tratta di una nuova frontiera dell’esperienza d’acquisto, che si è rivelata particolarmente utile con il lockdown, che sta portando già a dei risultati. «A due mesi dal debutto, l’80% delle chiamate collegate ai Google Glasses si sono trasformate in acquisti e lo scontrino medio è stato del 30% più alto rispetto allo shopping tradizionale - afferma soddisfatto Marco Palmieri, fondatore di Piquadro -. La nostra forza vendita ha trovato i buyer entusiasti di poter comprare come se fossero in showroom, soprattutto gli asiatici». Ci sono diversi fattori che, sin dagli esordi, frenano lo sviluppo dei wearables e rendono il loro mercato volatile: dai costi agli aspetti legali, fino ai rischi connessi al furto di dati. Ma gli specialisti immaginano una nuova accelerazione con la diffusione del 5G, che permetterà maggiori interazioni tra gli umani e l’Internet delle cose-IoT. 

I ricavi dei dispositivi indossabili: proiezioni al 2024 20

Miliardi di dollari

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18,98

12,89

13,68

2017

2018

17,83

17,35

17,42

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2021

2022

2023

2024

14,53

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2019

2020

Fonte: statista.com

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3RAND UP SOLUTIONS for

BLOCKCHAIN DOCUMENT & CONTENT MANAGEMENT: UN NUOVO MODULO PER LA BRAND VALUE PLATFORM UN NUOVO STEP DI MATURITÀ PER LA PIATTAFORMA ENTERPRISE DI 3RAND UP SOLUTIONS, CHE GARANTISCE L’ORIGINE E LA TRACCIABILITÀ DEI PRODOTTI ATTRAVERSO UN SISTEMA DI CERTIFICAZIONE AD ALTA TECNOLOGIA. «SIAMO CONVINTI CHE LA BLOCKCHAIN - SPIEGA IL CEO & FOUNDER DARIO PACOTTO SIA UN ELEMENTO CHIAVE PER CREARE VALORE SIA NEL B2B, CHE SUL MERCATO CONSUMER» 3rand Up Solutions annuncia l’inserimento nella piattaforma Brand Value Platform di un nuovo modulo, sinonimo di un insieme di servizi di Document & Content Management basati sulla Blockchain Ethereum.

tracciabilità e consumer/customer engagement), occupandosi di trasformazione digitale a tutto tondo, con soluzioni B2B e B2C innovative per il digital commerce B2C e B2B, le showroom virtuali e la sostenibilità.

«Abbiamo voluto realizzare questo nuovo modulo, in grado di arricchire la nostra Brand Value Platform, con la convinzione che nell’attuale scenario tecnologico proprio la blockchain sia, e lo sarà sempre più, l’elemento chiave per creare valore non solo tra i soggetti business, ma anche sul mercato consumer», dichiara Dario Pacotto, ceo & founder di questa società, che si pone come partner tecnologico specializzato nella progettazione e implementazione di soluzioni in grado di dare identità digitali ai prodotti (serializzazione, anticontraffazione,

I temi che adesso possono trovare una soluzione semplice, ‘su misura’ e scalabile, hanno titoli ben noti agli addetti ai lavori. In particolare, si parla di: • Gestione documentale digitale distribuita • Gerarchizzazione e modelli organizzativi • Tracciabilità • Sostenibilità e responsabilità Sociale • Reliable communication sui canali B2B e B2C • Documenti incorruttibili • Proprietà intellettuale prova di esistenza


La Brand Value Platform assicura la massima protezione e valorizzazione dei brand nel settore dei prodotti di alta e altissima gamma (anche oggetto di collezione), in particolare per il fashion (abbigliamento, calzature, occhiali, accessori, ecc.).

Dario Pacotto ceo & founder 3rand Up Solutions

«È importante - aggiunge Pacotto - evidenziare come questo nuovo modulo possa diventare uno strumento per aumentare la fiducia e la consapevolezza dei mercati business e consumer rispetto a tutta la catena di produzione del valore dei prodotti». Il punto di partenza è che le aziende attente alle innovazioni tecnologiche migliorano l’esperienza dei propri clienti attraverso la customer experience. Per ottenere questo risultato ogni prodotto deve avere un’identità digitale, un “digital twin” che, attraverso la serializzazione con QrCode, RFID (UHF, HF ed NFC) permetta di ottenere interazioni di customer engagement e di marketing 1 to 1. La piattaforma Brand Value Platform contiene la soluzione PYB https://tesipyb.com, brevettata dal partner TESISQUARE®, come sistema di certificazione ad alta tecnologia e a doppia chiave. «Brand Value Platform è una piattaforma modulare e parametrica, in grado di interfacciarsi con varie piattaforme digitali e IOT - prosegue Dario Pacotto - garantendo l’origine e la tracciabilità dei prodotti dei nostri clienti, permettendo una customer experience unica. Con PYB si garantisce un’identità digitale ai prodotti, che permetterà di sancirne l’autenticità e di iniziare una relazione con il consumatore. La lettura del codice PYB tramite uno smartphone mostra l’intera filiera, dalla produzione al cliente finale, in nome della capacità di garantire l’autenticità del prodotto e di uno storytelling che offre una nuova esperienza di acquisto e coinvolgimento post vendita».

La possibilità di monitorare l’intero settore di mercato a livello globale e di instaurare dinamiche collaborative tra i marchi e i propri clienti (per esempio tramite la segnalazione di prodotti fake attraverso una App), applicando un sistema valido sia per la vendita in-store che per l’e-commerce, fanno della Brand Value Platform un importante strumento di lotta alla contraffazione, che può essere facilmente integrato nei sistemi gestionali e di anticontraffazione già esistenti. La piattaforma si interfaccia con le principali soluzioni di e-commerce presenti sul mercato. È inoltre dotata di un modulo di tracciabilità che permette di assegnare uno stato al prodotto, consentendo in qualsiasi momento la localizzazione dello stesso lungo la filiera. È sempre possibile, infatti, “interrogare” il prodotto per conoscerne i passaggi lungo la supply chain. Un modulo di analytics con dashboard configurabile gestito a widget completa la piattaforma. Alcune caratteristiche della Brand Value Platform sono: • La gestione di documenti multimediali dinamici per vari criteri e a vari livelli (azienda, brand, collezione, linea, SKU, Serial Number) • La gestione di varianti a molteplici livelli (es. colore, taglia, tono, cotta, drop, calibro,ecc.) • L’essere multilingua e multiutente, usufruibile su IOS e ANDROID • Un menù administrator configurabile, account manager • Un menù utente finale configurabile, user manager • Public cloud o private cloud • APP o Web APP • Social Sharing; i prodotti che fanno parte del network PYB possono dialogare con i principali social media (Facebook, Instagram,ecc.) • Marketing 1 to 1, per installare dinamiche marketing con i consumatori • Armadio virtuale per il settore luxury fashion • Arricchimento digitale • Digital Identy per second hand • Analytics, Dashboard direzionali • Import & export console (excel, txt, xml, ecc.) • La capacità di supportare ogni tipo di serializzazione (QR Code, RFID, NFC, DataMatrix, ecc.)

www.3randup.com


INNOVAZIONE NEWS ACCESSIBILE SU ABBONAMENTO

Con Shoplà

tutte le funzioni essenziali per i retailer in un'app Dal database alle campagne marketing, dall’agenda alla videovendita: l'app consente di gestire i clienti in modo digitale

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1.Stefano Mocellini 2. Massimiliano Alvisi

Si chiama Shoplà l’innovativa web app frutto della collaborazione tra l’e-commerce specialist Stefano Mocellini, fondatore di Diana Corp e Live Story, e Massimiliano Alvisi, esperto di retail, formazione e strategie di vendita nel settore abbigliamento con Sale14. Shoplà è accessibile tramite desktop, mobile e tablet dal sito www.shopla.io e riunisce in un’unica app tutte le funzioni essenziali per la vendita. Il database è il fulcro della piattaforma, su cui si possono inserire fino a 20mila contatti, singolarmente o da file excel esistente. Per ogni contatto si possono aggiungere tag personalizzati, grazie ai quali è possibile filtrare i clienti sulla base di criteri diversi, recuperando in modo rapido i dati di contatto e tenendo traccia degli acquisti, con la certezza di aver gestito al meglio i consensi privacy. La funzione marketing permette di inviare comunicazioni mirate per singolo contatto, per gruppo personalizzato o a tutta la lista, tramite sms o email per informare su promozioni, nuovi arrivi e aperture straordinarie. Shoplà consente anche di effettuare videovendite, senza bisogno di ricorrere ad altri ambienti digitali. Una soluzione che permette di conservare un rapporto anche con i clienti che vivono all’estero o in un’altra città, ai quali è data la chance di visionare gli articoli in negozio, ricevendo un servizio custom made. La funzione Agenda della app permette infine di creare e gestire appuntamenti con i clienti, in negozio o tramite videochiamata, organizzando al meglio il team di vendita e tenendo traccia degli appuntamenti. Shoplà è un servizio accessibile tramite un abbonamento attivabile su base trimestrale (tra i 40 e i 70 euro al mese).  (c.me.) UN MERCATO DAL GRANDE POTENZIALE

Klarna: l'Italia

nel mirino con il lancio di "Paga in 3 rate" e il nuovo hub milanese Il player dei pagamenti spinge l'acceleratore sul Belpaese, dove ha da poco avviato un polo di sviluppo a Milano e dove lancia un innovativo servizio di shopping Klarna, società globale nata a Stoccolma nel 2005 e leader nei pagamenti e servizi di acquisto, con oltre 200mila brand serviti e un'utenza di 90 milioni di consumatori al mondo, lancia in Italia Paga in 3 rate, un sistema che promette di rivoluzionare l'acquisto online - ma in futuro anche offline - di oltre 19 milioni di e-shopper della Penisola. Lo hanno annunciato con un evento in live streaming su YouTube il ceo e co-fondatore Sebastian Siemiatkowski e Francesco Passone, country manager Italia (nella foto). Da ora anche gli italiani potranno fare shopping nei loro negozi online preferiti - a partire da H&M e Michael Kors - utilizzando Klarna in fase di checkout, il che permetterà loro di comprare in Rete e suddividere il pagamento in tre rate uguali senza interessi, da addebitare ogni 30 giorni. Avranno inoltre a disposizione un'app per gestire e controllare i pagamenti e trovare ispirazioni per il loro shopping. Con l'acquisizione della startup italiana Moneymour (Compra dopo, paga dopo), avvenuta lo scorso febbraio, e l'avvio di un hub di sviluppo all'inizio di quest'anno a Milano, Klarna accelera dunque in un mercato dove, come ha ricordato Passone, l'e-commerce è in fase espansiva, ma ancora non ha raggiunto i picchi di UK e Germania. «Dopo Stoccolma e Berlino, questo tech hub è al centro di un piano aggressivo di assunzioni e contestualizzato in quella che non è solo una capitale della finanza, della moda, del design e di molto altro, ma anche una fucina di talenti interessanti dal punto di vista della tecnologia», ha concluso Passone.  (a.b.) 46

NON SOLO MODA BIMBO

Baby Dream:

cresce la holding del kidswear in stock Nata nel 2004, l'azienda campana ha un giro d'affari ripartito per il 70% sul canale B2B e per il 30% sul B2C Attiva dal 2004 e nata dall'esperienza pluriennale di una famiglia campana cresciuta nel complesso commerciale e industriale di Napoli Est, Baby Dream è una holding multibrand di abbigliamento in stock, con un focus sulla moda bimbo attraverso i siti Kids Distribution (B2B) e Kids Revolution (B2C), ma con un canale sempre B2B - dedicato specificamente a menswear, womenswear e accessori, Italian Distribution. Kids Distribution e Italian Distribution garantiscono una presenza multichannel tra retail, club outlet, siti Internet di settore e marketplace, per la gestione di collezioni passate, special production e magazzino invenduto. Kids Revolution supporta le boutique con un focus su prodotti moda di fascia medioalta, invenduti o in rimanenza. Su queste piattaforme si danno appuntamento oltre 140 brand, aggregando più di un milione di visitatori al mese e oltre 100 multimarca. Grazie a un accordo logistico con Gls vengono evasi circa 20mila ordini al giorno. L'azienda ha un giro di affari di 15 milioni di euro, ma punta a salire nel breve a 20 milioni, 70% nel B2B e 30% nel B2C. Nato da poco, infine, Clootee è un progetto pensato per fidelizzare il cliente tramite l'iscrizione a un programma che prevede l'invio di capi di abbigliamento in base a taglia, brand, colore e tipo di articolo, acquistando una tessera con un costo tra i 50 e i 100 euro. I modelli dovranno essere restituiti e l'azienda si impegnerà a eseguire un nuovo invio mensile. L'annullamento potrà avvenire in qualunque momento e senza impegno.  (a.c.)


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MERCATI SALONI IN TRINCEA DOPO LO STOP DEL DPCM Scenari in movimento Possibili soluzioni per le rassegne della moda

Calendario fieristico a rischio: vincerà l'idea di un'edizione straordinaria? Gravato dalle incognite legate alla pandemia, il mondo della moda si interroga sulle prossime fiere. Mentre Massimiliano Bizzi di White propone una soluzione di sistema, per Pitti Uomo si prospetta uno slittamento a febbraio DI CARLA MERCURIO

Una buyer al Micam di settembre

Nel susseguirsi dei Dpcm settimanali antiCovid, anche sul sistema fieristico è calata la mannaia dei divieti, con lo stop alle fiere internazionali in vigore fino al 24 novembre. Una decisione che ha suscitato un vespaio di polemiche e che, oltre a cancellare eventi già programmati, getta un'ombra su quelli in arrivo da dicembre in avanti, con pesanti conseguenze sugli enti promotori e sulle aziende. «Il blocco delle fiere dall'ultima settimana di febbraio all'1 settembre 2020 ha causato lo spostamento o l'annullamento di oltre 180 manifestazioni tra internazionali e nazionali in calendario nell'anno, con un calo generale del fatturato del 70% e con ricadute importanti anche sull'export delle nostre imprese - spiega Maurizio Danese, presidente di Aefi, Associazione Esposizioni e Fiere Italiane -. L'ulteriore stretta prevista dal nuovo Dpcm del 25 ottobre porta le nostre stime a una per-

Con il Dpcm del 25 ottobre a rischio gli eventi dei primi mesi del 2021 dita di fatturato dell'80%». «Oltre all'annullamento o trasferimento online di circa 60 eventi nell'arco delle quattro settimane di stop - ammonisce Danese - il calendario di dicembre è in bilico e il problema potrebbe riguardare anche i primi mesi del 2021». Un rischio concreto, dunque, per gli appuntamenti del sistema moda italiano, abituato a mettersi in moto già dai primissimi giorni di gennaio, con un nutrito calendario in cui spiccano gli appuntamenti di Pitti, Micam, White, Milano Unica, solo per citarne alcuni. Un timing sui cui per il momento non ci sono ancora certezze assolu-

MAURIZIO DANESE/AEFI

«Al Governo chiediamo 400 milioni di euro» «Il sistema fieristico dà origine, direttamente o indirettamente, a quasi il 50% delle nostre esportazioni ed è in grado di generare affari per 60 miliardi di euro l'anno, a cui si aggiungono due miliardi di primo indotto e oltre 10 di indotto reale sul territorio. Per questo chiediamo al Governo risorse economiche per ripianare le perdite delle società fieristiche e degli organizzatori e ripagare le spese sostenute per adeguare i quartieri ai protocollli di sicurezza. Serve un intervento a fondo perduto di almeno 400 milioni di euro».

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MERCATI SALONI IN TRINCEA

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te, in attesa dei Dpcm che verranno e alla luce delle incognite che gravano sull'incoming dei buyer dall'estero. Uno scenario complesso che ha spinto il patron di White, Massimiliano Bizzi, a lanciare la sua call to action, invitando gli enti fieristici della moda a fare sistema. «È irrealistico aspettarsi che aziende e buyer possano seguire le date canoniche a cui eravamo abituati prima del Covid - dichiara - con tre o quattro spostamenti nell'arco dei due mesi di gennaio e febbraio. Occorre invece, in una data che potrebbe essere a fine febbraio o addirittura a marzo, dare vita a un'edizione straordinaria dei saloni made in Italy in cui tutti, da noi fino alle rassegne di Fiera Milano, passando per Pitti e la fashion week, ci presentiamo con un calendario coordinato, frutto di una grande operazione comune». Una soluzione che, tra l'altro, consentirebbe di razionalizzare gli aiuti del Governo, che in questo modo sarebbero utilizzati per un'unica grande manifestazione, anziché parcellizzati in diversi appuntamenti. Una proposta che alcuni player stanno già valutando con favore, a partire da Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici, il quale a fare sistema ci ha già pensato lo scorso settembre, grazie al progetto #strongertogether, che ha visto il Micam unire le forze con Mipel, Homi Fashion&Jewels, TheOneMilano Special featured by Micam e Lineapelle-A New Point of View. Badon che si dice aperto a proseguire su questa strada: «Se il Governo non rinnoverà lo stop alle fiere internazionali - annuncia - è nostra intenzione riproporre uno schema simile, magari aggiugendo anche altre realtà fieristiche e ragionando su date diverse rispetto a quelle attualmente in calendario». Favorevole anche Franco Gabbrielli, presidente di Assopellettieri: «L'appuntamento del Mipel continua a esse-

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1. White in zona Tortona: a settembre ha chiamato a raccolta circa 5mila addetti ai lavori 2. L'ultima edizione fisica di Pitti Uomo nel gennaio 2020

re irrinunciabile per espositori e visitatori, da cui abbiamo già raccolto feedback importanti per la conferma dell'esposizione invernale - sostiene -. Si tratta solo di individuare, con le altre manifestazioni, la finestra migliore. Avrebbe senso ipotizzare una soluzione straordinaria comune certamente non a febbraio, quando penso la situazione non sarà molto diversa da oggi, ma a partire da fine marzo. Il Covid ha rotto il vecchio paradigma, spetta a noi costruirne uno nuovo». Resta da capire come si muoverà Pitti Immagine. Raffael-

«Il Covid ha rotto il vecchio paradigma: è tempo di costruirne uno nuovo»

lo Napoleone, a.d. dell'ente, premette: «Se le cose non dovessero andare come speriamo siamo aperti a discutere soluzioni alternative, nella salvaguardia dell'identità delle singole rassegne». Anche se la decisione definitiva su Pitti verrà presa nel cda di dicembre, la prospettiva di uno slittamento a febbraio si fa sempre più tangibile. «Confermare lo slot di gennaio - ammette Napoleone - diventa difficile». L'a.d. di Pitti conferma la volontà di intraprendere una collaborazione con Camera Moda, per coordinare la presenza di buyer e stampa internazionale ma sembra più scettico sull'idea di Bizzi, soprattutto se collocata in un mese come marzo, «in cui si rischia di essere troppo avanti nel calendario per quanto riguarda il menswear. E poi la nostra rassegna ha il genius loci come elemento fonamentale: Pitti Uomo è calibrato su Firenze». ■

Massimiliano Bizzi White

Raffaello Napoleone Pitti Immagine

«L'edizione unica straordinaria delle fiere ribalterebbe formule date per scontate, a partire dalla divisione tra un momento dedicato all'uomo e uno riservato alla donna. L'importante è mettere in primo piano il bene delle aziende e dei compratori, che cercano risposte sicure in una fase in cui non ce ne sono».

«Confermare lo slot di gennaio per Pitti diventa difficile: decideremo a dicembre, ma l'ipotesi di uno spostamento a febbraio si fa strada. In parallelo ci attrezziamo con una versione ancora più evoluta della piattaforma Pitti Connect, potenziando ulteriormente le funzionalità legate alla raccolta ordini e alla loro gestione».


MERCATI SALONI IN TRINCEA INTERVISTA Jane Du Chic

«Qualità e design a misura di Z Gen» Con la ripresa dei consumi si afferma in Cina la richiesta di collezioni di alta qualità con un design d'impatto, soprattutto da parte dei giovani. Istanze che si riflettono nel brand mix di Chic, in programma a marzo 2021 Quali i cambiamenti nel mercato della moda cinese dopo la pandemia? Nel terzo trimestre l'economia è cresciuta di nuovo del 4,9% su base annua. I consumatori cercano collezioni moda di alta qualità, che esprimano i loro valori: i design audaci e colorati sono un'espressione di ottimismo. La rilevanza dei giovani, come la Gen Z, è in aumento. Si parla di una fascia che copre già il 25% della popolazione. Gen Z e Millennials sono disposti a spendere molto per prodotti che enfatizzino la loro individualità e i loro principi, mettendo al primo posto salute e sostenibilità. A settembre Chic si è presentato in versione fisica: come è andata e quali sono i progetti per marzo 2021? L’edizione di settembre 2020 è stata la prima PROSSIMA FERMATA FRANCOFORTE

Premium Exhibitions salta Berlino a gennaio

Quella di gennaio sarebbe stata l'ultima edizione berlinese di Premium, Seek e del ciclo di conferenze Fashiontech, organizzati da Premium Exhibitions. I tre eventi sono stati cancellati causa Covid: il prossimo appuntamento non sarà dunque più a Berlino ma a Francoforte, nel contesto della nuova Frankfurt Fashion Week di luglio, in sinergia con Messe Frankfurt. A quest'ultima fa capo la fiera sostenibile Neonyt, che confluirà a sua volta nella Frankfurt Fashion Week ma che al momento di andare in stampa risulta ancora in calendario a Berlino in gennaio. (a.b.)

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THE SUPREME GROUP

«Il digitale non è per tutti» Salvo imposizioni dall'alto, l'ente tedesco punta a mantenere lo status quo in gennaio e febbraio

CHIC

Jane Du, general manager della China World International Exhibition

per Chic a Shanghai dall'inizio della pandemia. Il salone ha accolto più di 500 marchi e circa 44mila visitatori al National Exhibition and Convention Center. Dal 10 al 12 marzo 2021 Chic tornerà alla ribalta, sempre al Necc di Shanghai. Tra le sezioni in rapida crescita c'è Impulses, dedicata ai giovani stilisti e designer brand, in un momento in cui il design cinese sta vivendo un enorme sviluppo. A marzo, inoltre, Chic Worldwide, l'area riservata ai brand internazionali, occuperà l'intera North Entry Hall. Un altro focus è la sostenibilità. Quanti espositori vi aspettate? A marzo Chic accoglie regolarmente più di 1.000 espositori, dalla Cina e dall'estero, su più di 100mila metri quadri. Lo scorso settembre le label internazionali hanno partecipato principalmente tramite il loro partner o agente cinese. Visto lo sviluppo positivo della situazione pandemica in Cina, ci aspettiamo che le restrizioni ai viaggi vengano sempre più ridotte, in modo che i partecipanti internazionali possano tornare nuovamente nel nostro Paese. Cosa può dirci a proposito dei progetti digitali del salone? Durante la pandemia ha debuttato la piattaforma Chic Online, che ha permesso di lavorare da remoto. Ciò che abbiamo imparato da questa esperienza è stato integrato nella piattaforma, che continuerà a completare l'evento fisico. L'app Chic offre inoltre servizi tra cui la registrazione dei visitatori e le prenotazioni di seminari. Il giornale elettronico è una fonte di informazioni sulle tendenze, mentre il miniprogram online Chic consente di partecipare live alla fiera. I social sono un altro canale importante, grazie alla pubblicità dei marchi su piattaforme come WeChat.  (c.me.)

Sono rispettivamente circa 400 e 700 le collezioni che vengono di solito presentate a Supreme Women&Men Düsseldorf e Supreme Women&Men Munich, trade order show tedeschi cui si aggiungono Supreme Body&Beach su intimo e moda mare e Supreme Kids sulla moda infantile, entrambi a Monaco. A meno che intervengano restrizioni dall'alto sulle fiere, gli organizzatori di queste rassegne - punti d'incontro tra brand e agenti da un lato e retailer indipendenti di Germania, Austria e Svizzera dall'altro - sono determinati a mantenere le date di gennaio/ febbraio 2021. Si parla quindi del 2931 gennaio all'Mtc World di Monaco per Supreme Kids, del 29 gennaio-1 febbraio per Supreme Women&Men al B1 di Düsseldorf (dove viene effettuato o preparato circa il 70% del volume di ordini), del 6-8 febbraio all'Mtc di Monaco per Supreme Body&Beach sempre all'Mtc e del 13-16 febbraio nella stessa location a Supreme Women&Men, dove vengono completati gli ordini. «Ci siamo dimostrati all'altezza dei più rigorosi standard di sicurezza - dicono gli organizzatori - e ci sentiamo pronti per gennaio-febbraio. Abbiamo anche pensato di studiare soluzioni digitali, ma a nessuno dei nostri specifici interlocutori interessano davvero. Nel nostro caso, è difficile che l'online rimpiazzi l'offline. Può forse avere un ruolo complementare per i riordini in stagione, ma molte aziende si avvalgono già di propri sistemi per gestire questo aspetto. Inoltre, le troppe piattaforme B2B creano confusione e costi aggiuntivi sia per i fornitori, che per i compratori».  (a.b.)

SUPREME FAIRS


INTERVISTA Gilles Lasbordes Première Vision

WORK IN PROGRESS PER IL SALONE PARIGINO

«Il futuro non può che essere ibrido» MILANO UNICA

SCENARI DA MILANO ALL'EUROPA

Strategie d'emergenza in ottica wait and see Manovre in ottovolante per gli eventi tessili tra fine novembre e l'inizio di un anno che parte in salita Dicembre andrà come andrà, ossia senza fiere fisiche. Il primo settore a risentirne sarà il tessile, già in subbuglio da novembre. Infatti il 24 e 25 del mese avrebbe dovuto svolgersi a Berlino Denim Première Vision, ma l'impennata dei contagi ha costretto gli organizzatori a cambiare programma: dal 30 novembre al 4 dicembre debutterà il format online della Digital Denim Week, che sfrutterà la piattaforma Première Vision Marketplace. Salta anche View Premium Selection, inizialmente fissato per l'1 e 2 dicembre a Monaco di Baviera. «Una decisione difficile commenta Sebastian Klinder, managing director di Munich Fabric Start, cui fa capo la rassegna - ma non ci sono alternative». Klinder non si dà per vinto su gennaio, quando la seconda edizione dei Fabric Days, format "snello" che sostituisce Munich Fabric Start, dovrebbe svolgersi dal 26 al 28 del mese con circa 400 espositori. Per febbraio si naviga a vista: Milano Unica prende tempo, Première Vision annuncia scelte "ibride" e da Texworld, altro big show parigino, il marketing department director Julien Schmoll dice: «Faremo di tutto per mantenere i nostri due eventi nel 2021. Abbiamo comunque lanciato una piattaforma digitale per permettere alle aziende di mostrare i propri prodotti ed essere contattate dai buyer durante l'anno. Non si tratta però di un digital show o di un sostitutivo della fiera fisica: allo stato attuale è uno strumento di supporto al di fuori delle date del salone e utile a preparare le rassegne in presenza, i cui risultati e sviluppi si vedranno più in là». (a.b.)

Il general manager della rassegna francese traccia un bilancio dell’edizione digitale di settembre, con una certezza: qualunque cosa accada, non si tornerà più a format fieristici "unidirezionali" A settembre Première Vision ha adottato un'impostazione 100% digitale: qual è il bilancio e come evolverà la piattaforma online? Abbiamo fatto da cassa di risonanza per 1.675 espositori da 43 Paesi, in rappresentanza di otto settori (filati, fibre, tessuti, concia, accessori, componenti, studi creativi, manifattura) e con più di 43mila prodotti FW 21/22 disponibili, presentati a oltre 19.500 buyer da 120 nazioni. È il punto di partenza per un futuro all'insegna di un mix tra esperienze digitali ed eventi fisici, quando possibili. Questi ultimi nel nostro settore sono ancora cruciali, ma dobbiamo anche aiutare gli espositori a raggiungere una fetta più ampia di potenziali partner grazie ai tool digitali. Ecco perché stiamo lavorando allo sviluppo di ulteriori strumenti ed eventi in quest'ambito, con l’obiettivo di aumentare le interazioni tra clienti e fornitori nei periodi di fiera, ma anche lungo tutto l’anno. Come vi state preparando per febbraio 2021? Diversi scenari restano aperti. Siamo nel pieno di un work in progress ma una certezza c'è, ossia che Première Vision sarà un appuntamento ibrido, ancora una volta con il Digital Show al centro. Anche a lungo termine, affidarci a format di questo tipo diventerà un cardine delle nostre strategie. I tessuti vanno visti e toccati: come può il digitale sostituire questa esperienza? Gli espositori devono considerare gli strumenti digitali come mezzi aggiuntivi per mostrare le loro collezioni, perché si è visto che non possono sempre incontrare tutti i loro clienti a ogni stagione. Fra digitale e fisico deve esserci una complementarietà, non una contrapposizione. Detto questo, affermare che un approccio fisico è fondamentale nel nostro comparto è sfondare una porta aperta: in condizioni ottimali i tessuti e le pelli devono essere toccati e sentiti, per capire come si comporteranno in fase di confezione. Lo scorso settembre a Parigi sono state organizzate fiere tessili fisiche di piccole dimensioni: secondo lei stiamo assistendo alla fine delle grandi rassegne? La crisi sanitaria spinge ovviamente a ripensare al formato degli eventi, condizionati come siamo dal distanziamento e dai limiti ai viaggi. Ma voglio pensare che si tratti di un periodo particolare, destinato sperabilmente a non durare a lungo. Mettere ipoteche sul futuro è impossibile. (a.b.)

FABRIC DAYS

TEXWORLD

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MERCATI SALONI IN TRINCEA

ALLA SHANGHAI FASHION WEEK

Angel Chen: «Dopo lo show digitale, finalmente di nuovo in pedana» Dopo sei anni è tornata alle origini sfilando alla Shanghai Fashion Week, che a ottobre è tornata al format fisico: quali le ragioni di questa scelta? I nostri uffici hanno sede a Shanghai e, data la situazione, i viaggi sono limitati. Abbiamo quindi presentato la Fall-Winter 2020 in versione digital: un'esperienza fantastica, ma poi è stato importante tornare alla sfilata fisica con l'estate 2021. La Shanghai Fashion Week mi ha dato questa chance. Che esperienza è stata? È soddisfatta dei risultati? La collezione mi ha permesso di collaborare con il mio amico artista Wang Jiajia e di lanciare una collaborazione con Canada Goose. Con lo show la sfida è stata rendere l'esperienza visiva e sensoriale coinvolgente sia per gli ospiti in sala, che per gli spettatori a casa. La sfilata in presenza è stata trasmessa in contemporanea su Taobao, Weibo, Douyin e Instagram, seguita immediatamente da una serie di live streaming phygital interattivi, su misura per ciascuna piattaforma. Il live stream resta la chiave per raggiungere con successo i fan del marchio. Invitiamo le persone a condividere le loro opinioni sulla collezione e a interagire con me: l'interazione con il cliente è più importante che mai. Quali i riscontri della colab con Canada Goose? Ho voluto creare una versione del marchio che amplierà la base di clienti. La capsule è composta da 10 modelli, in bianco e nero ma anche in tonalità audaci di rosso (nella foto accanto) e rosa, con cui ho cercato di sposare la funzionalità del marchio con nuove silhouette, tra echi eastern e western. Tornerà a Milano? Per quanto Shanghai sia stata un'esperienza positiva, mi manca la sfilata nel calendario ufficiale di Milano e non vedo l'ora di farla di nuovo. (c.me.)

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S'ELECTIONS MOSCOW

Olga Mironova IL CPM DI MOSCA VISTO DA UNA BUYER

«La fiera fisica è una questione di feeling» La titolare della boutique XXI Secolo di Celjabinsk prevede � che a febbraio al salone ci saranno più contenuti phygital. «In ogni caso - dice - essere presenti è tutta un'altra cosa» «S’elections Moscow è stata una bella opportunità per aiutare molti buyer a scovare proposte inedite. La Russia è un Paese enorme, con tante grandi città industriali, dove c’è richiesta di prodotti diversi e dove ci sono negozi di tutte le dimensioni. Personalmente non ho visitato fisicamente la nuova rassegna (che dal 16 al 20 settembre ha preso il posto del Cpm a Mosca, presso il New Fashion Hall Main Stage, a causa dell'impraticabilità dell'Expocenter, adibito a ospedale per curare i malati di coronavirus, ndr), ma ho seguito le notizie su Instagram e YouTube»: così Olga Mironova, titolare della boutique XXI Secolo di Celiabinsk, che aggiunge: «Abbiamo effettuato gli ordini online, direttamente con le showroom a Milano e Parigi. E abbiamo mantenuto lo stesso brand mix, perché con quasi tutti lavoriamo da anni e conosciamo il prodotto abbastanza bene. Ordinare online, tramite videocall, cataloghi e piattaforme diverse, non è stato molto complicato, anche se immagino che chi cerca nuovi prodotti non riesca facilmente a valutarli solo in modalità digitale». Anche perché i saloni digitali «non potranno mai sostituire gli incontri fisici. Tuttavia, chi non è riuscito Alberto a essere presente, ha potuto visitare le showroom e seguiScaccioni re session ed eventi online. a.d. di Emi Considerando la situazione epidemiologica, si può immaginare che a febbraio il Cpm si «Messe Düsseldorf Moscow evolverà in chiave phygital». e Igedo Company, organizzatori A proposito di tendenze, Midi Cpm, stanno creando le condizioni ronova spiega che «in questo affinché il salone, in programma momento le scelte dei russi vidal 22 al 25 febbraio 2021, si svolga rano verso il casual e sportivo. in presenza fisica, così come è stato La parte elegante ha sofferto per il format di settembre S’elections, molto, perché la gente ha avuto poche occasioni di uscire. tornando nella sede dell’Expocentre Le persone preferiscono invedi Mosca. Con Emi-Ente Moda Italia stire in capi che durano di più. abbiamo già iniziato l'attività di Per questo ho dedicato agli coinvolgimento delle aziende italiane. ordini molto più tempo, cerIn questo momento è importante cando di stare attenta per liandare direttamente nei mercati a mitare gli errori. Avendo a dipresentare le collezioni: lavoriamo sposizione i cataloghi si ha più per sviluppare modalità alternative di tempo per pensare. Il cliente presenza, se nei prossimi mesi non ci diventa sempre più esigente e razionale, dobbiamo fare del fossero le condizioni per viaggiare». nostro meglio».(c.me.)


La Fiera Internazionale per la Moda : Tessuti, Merceria, Accessori

1 - 4 Feb. 2021 Paris le Bourget, Francia www.texworld-paris.com


MERCATI MULTIBRAND

GIACOMO VANNUCCINI RACCONTA IL NUOVO FORMAT

«Per Tricot l'innovazione è un fatto culturale prima che tecnologico» Una casa per le grandi griffe, ma anche per i nomi in ascesa. Un luogo di incontro fisico, dove si promuove il confronto attraverso eventi, mostre e progetti, per stimolare la creatività e non solo la voglia di shopping: questo il format del nuovo negozio Tricot, inaugurato a ottobre a Chianciano Terme in provincia di Siena. Uno spazio di oltre 500 metri quadrati su tre livelli, in viale della Libertà, che si affianca allo storico spazio di via Roma. Un concept ideato da Giacomo Vannuccini con la sorella Maria Giulia e la madre Stefania Capitini, sulla base di una convinzione: «L’innovazione è un fatto culturale, prima ancora che tecnologico». Le sembra il momento giusto per inaugurare un multibrand così? In realtà ci lavoravamo da tempo, ma la formula non è stata superata dal Covid: al contrario, la pandemia l'ha resa ancora più attuale. Dal punto di vista commerciale, quella multimarca è ancora l'esperienza migliore possibile. Si tratta solo di renderla più memorabile e per questo non potevamo contare sugli shop in shop o puntare tutto sul digitale, che è importante, ma ha dei limiti. Perciò abbiamo deciso di riservare un intero piano della boutique, per ospitare colab speciali con brand-clienti o eventi culturali aperti all'arte, ma anche al food. La moda non deve stare da sola, deve aprirsi. Investiremo anche sul visual, lavorando con persone sempre diverse e provenienti anche da settori extra-fashion. L'immagine del punto vendita dovrà cambiare in continuazione. La brand list resta ancora uno strumento indispensabile per conquistare il cliente? Assolutamente sì e infatti in questo nuovo negozio abbiamo puntato su una selezione variegata e sperimentale. Nei due piani dedicati alla moda uomo e donna c'è di tutto: i pezzi più speciali delle grandi griffe, ma anche il meglio dei nuovi talenti e dei colossi dello sportswear. Il punto di via Roma, invece, avrà un posizionamento più commerciale, con i best seller delle griffe e il prodotto più basico. L'opening vi offre la possibilità di lavorare con nomi nuovi? Decisamente sì. Citare tutte le new entry è impossibile, però grazie a questo progetto iniziamo a lavorare con Celine, Vetements, Margiela, Tom Ford, Thom Browne. C'è spazio anche per la tecnologia? Per noi phygital e omnichannel non sono semplici parole, ma fatti. Con l'opening abbiamo programmato il reboot del nostro e-commerce. Fisico o online poco importa, il negozio è uno solo e dovevamo ripartire contemporaneamente con un'immagine nuova di entrambe le vetrine. Abbiamo anche creato un App collegata allo store, che consente di programmare la visita e prenotare l'addetto alla vendita preferito. (an.bi.)

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NUOVO PROGETTO PER ERCOLE CELLINO

Il Duomo cresce e apre a Chamonix Dopo aver rilanciato lo storico store Il Duomo di Novara (rilevato nel 2017) e fatto decollare il business dello store online, Ercole Cellino affronta un nuovo progetto retail inaugurando un punto vendita a Chamonix. La nuova boutique Il Duomo, attiva da ottobre, è situata al centro di Rue Paccard, la via pedonale principale della località sciistica. «Si tratta di uno spazio di 100 metri quadrati - spiega Cellino che ospita collezioni uomo e donna e che ha dato subito segnali positivi soprattutto nei weekend in quanto tanti italiani, francesi, tedeschi e svizzeri hanno qui le loro seconde case. Certo la stagione si annuncia difficile, ma non molliamo». A fare da traino la brand list, che include i marchi moda più hype del momento come Alexander McQueen, Balenciaga, Bottega Veneta e Manolo Blahnik.

TRA I PROGETTI IL MARKETPLACE E LA PRIVATE LABEL

30 multimarca italiani si uniscono in Histores: «Non siamo l'anti-Camera Buyer»

L'idea è partita da una chat tra buyer su WhatsApp durante il lockdown ed è cresciuta fino a diventare un progetto concreto, che vede coinvolti 30 multimarca di abbigliamento e accessori i in tutta Italia. A lanciare l'iniziativa sono stati Marco Inzerillo e Pietro Pasquale, rispettivamente titolari delle boutique Michele Inzerillo for Gentleman a Palermo e Il Setaccio a Novara. «Sentivamo la mancanza di un'associazione di negozi che parlasse la nostra lingua - racconta Inzerillo -. Abbiamo lanciato l'idea e 30 colleghi l'hanno sposata ed è così che è nata Histores». Gli associati (nella foto) rappresentano insegne con una forte connotazione territoriale «e soprattutto - dice Inzerillo - che fanno del business to consumer la prima fonte di fatturato». Histores non vuole essere l'"anti-Camera Buyer": «Non siamo in competizione - commenta Inzerillo -: Camera Buyer è una realtà rivolta a multimarca più proiettati a un prodotto fashion e alla clientela internazionale. Le nostre brandlist sono più sartoriali e meno incentrate sulle grandi griffe». Tanti i progetti messi in campo da Histores per farsi conoscere: le co-lab (le prime con Herno e Paul & Shark), il lancio di una private label e soprattuto la creazione di un marketplace: «Ci stiamo lavorando - conclude il presidente - e contiamo di lanciarlo tra un anno».  (an.bi.)


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PAS DE DEUX: INSTINCT AND TRUST Una narrativa globale attraverso gli abiti sottolinea l’importanza di trovare una bellezza non convenzionale in capi classici e senza tempo DI ALBERTO CORRADO

CELINE Il pregio di Hedi Simane è quello di allontanarsi da stili precedenti per crearne uno proprio, orientato alla ricerca della compatibilità tra pezzi classici e quelli della Z Generation, in nome di un’estetica che trasuda uno spirito cool translantico. Pensando a un’americana bloccata in Côte d’Azur, a cui piace abbinare blazer maschili a cappellini da baseball, giacche di tweed a short, abiti plissettati in cotone o glitterati a borse, stivali e sneakers ricchi di grinta.

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KRIZIA Il mondo maschile si intreccia con quello femminile, giocando con i volumi e con la sperimentazione sui tessuti. Gli abiti, dalle audaci trasparenze, si alternano a camicie destrutturate, mentre i pantaloni a vita alta cedono il passo alla pelle lavorata. La palette colori gioca sulle tonalità del bianco e nero, che si intervallano ai toni più accesi come rosa, verde e giallo.

NEIL BARRETT La grafia unica e una palette che lavora attorno al Monocromatico e al “Bic-colore”, quasi in maniera architettonica, sono gli elementi di un guardaroba che esprime l’essenza e il significato della donna moderna. Il nylon e il cotone caratterizzano i giochi delle silhouette, attinte dal militare, dall’abbigliamento da lavoro e dal sartoriale sportivo.

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DUNDAS Un glamour casual e minimalista, che ispira fiducia e comfort, è l’eccitante interpretazione dello stile nella capsule Dundas World. Pezzi senza tempo, dalle forme versatili e semplici che vanno oltre l’abbigliamento per la singola stagione e si indossano facilmente dal giorno alla notte. Nuance fresche e desiderabili, come mango e corallo, si intervallano al monocromatismo del bianco e nero, fino a colorare pattern animalier.

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SCHIAPARELLI Per questa terza collezione disegnata da Daniel Roseberry lo stilista ha voluto creare pochi pezzi chiave, scelti con cura, in grado di interpretare i codici della maison e da indossare oggi come nel futuro: ampi pantaloni in fresco di lana, un trench in camoscio, un abito da sera in crĂŞpe di lana a torsione alta, la maglieria in rayon drappeggiata. Nuove forme per gli accessori, che completano un nuovo vocabolario del vestire: collane Zodiac sovradimensionate e gioielli di ispirazione surrealista.

BALENCIAGA Un nuovo approccio al tempo che stiamo vivendo, con il 93,5% dei materiali sostenibile o riciclato, mentre il 100% delle basi di stampa ha certificazioni sostenibili. Tecniche artigianali e couture si fondono in pezzi unisex, mentre capi essenziali per la vita in casa vengono reinventati per essere sfoggiati anche fuori, come l’accappatoio in shearling che diventa un cappotto.

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THOM BROWNE Nelle collezioni del designer statunitense non mancano mai gli accenti sportivi: questa collezione, dove si mixano tessuti e lavorazioni in silhouette genderless, allungate ed esagerate, sembra una celebrazione di quelli che potrebbero essere in futuro i primi giochi lunari. Una sensibilità, quella di Thom Browne, che affonda le radici in un artigianato di qualità e in una sartorialità meticolosa.

MAISON MARGIELA Il direttore creativo John Galliano ci invita al cambiamento, attraverso tagli eroici che si esprimono in sagome sartoriali cavalleresche. Le giacche formali sono squarciate e intrise di fronzoli danzanti, gli abiti in mussola e tulle evocano l’effetto wet look, il knitwear si astrae e si somma a tessuti più leggeri, diventando quasi un patchwork.

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MUGLER Il Mugler disegnato da Casey Cadwallader è un capolavoro di illusione, che cristallizza il gioco strutturale e proporzionale del comfort alla luce delle linee guida ereditate dalla maison. Precisione e flessibilità sono gli elementi fondamentali di capi sartoriali che accentuano le curve anatomiche e le zone erogene, diventando una seconda pelle.

KENZO Il neo-direttore creativo Felipe Oliveira Baptista trasmette attraverso questa collezione idee e concetti tanto eclettici, vari e contrastanti, quanto gli stati d’animo che ci hanno attraversato dall’inizio della pandemia. Le dicotomie non sono mai apparse così nette e taglienti: i grandi copricapi, ispirati a quelli degli apicoltori, diventano una sorta di schermo primordiale di protezione. Le stampe d’archivio, raffiguranti papaveri e ortensie, sono state rielaborate con un effetto di “lacrime digitali”.

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BALMAIN La fantasia vulcanica di Olivier Rousteing, da nove anni al timone della maison, dimostra ancora una volta come il passato di Monsieur Balmain possa essere rinnovato con uno spirito moderno. Tailleur pantaloni si accompagnano a giacche dalle spalline a pagoda, pantaloni affusolati, giacche pattern con le iniziali del fondatore abbinate al denim, ma anche abiti sparkling, in un tripudio di colori fluo. Tra borse piccole, medie, grandi e shopping c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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FASHION WORDS for

NON SI PUÒ AVERE TUTTO… O FORSE SÌ? È NECESSARIO SUPERARE IL VECCHIO TRADE-OFF, CHE IMPONEVA DI SCEGLIERE SOLO DUE DIMENSIONI TRA QUALITÀ, VELOCITÀ E COSTO: ORA I BRAND RICHIEDONO TUTTI E TRE QUESTI PLUS E FASHION WORDS, AGENZIA DI COPYWRITING E TRADUZIONI SPECIALIZZATA NEL FASHION E NEL LUSSO, SA ACCONTENTARLI. IL SEGRETO? SPECIALIZZAZIONE E VERTICALIZZAZIONE SULLA MODA. UNA METODOLOGIA UNICA NEL SUO GENERE, CHE È VALSA A FASHION WORDS UN AMBITO RICONOSCIMENTO Chi opera nel mondo dei servizi sa che per completare un progetto in tempi stretti e con costi bassi occorre scendere a compromessi sulla qualità. Viceversa, per mantenere bassi i costi, senza sacrificare la qualità, si dovrà concedere molto più tempo al progetto. Infine, quando è necessario garantire sia velocità che qualità, i costi ne risentiranno sensibilmente. Detto in altre parole, non si può avere tutto. È necessario fare una scelta e rinunciare a una delle tre dimensioni: qualità, velocità oppure costo. Eppure Fashion Words, agenzia di copywriting e traduzioni specializzata nella moda e nel lusso, descrive una realtà un po’ diversa e più evoluta rispetto a questa. «Oggi stiamo garantendo tempi di consegna che fino a qualche anno fa erano impensabili. Lo scorso mese -racconta Marina Pavic, project manager di Fashion Words – abbiamo completato in un weekend un progetto che normalmente avrebbe richiesto due settimane. Per le newsletter e i testi social i tempi sono ancora più stretti: se fino a ieri si consegnava in 48 ore, oggi si parla di poche ore, talvolta persino pochi minuti dalla richiesta del cliente». Ma come si possono garantire tempi sempre più rapidi senza sacrificare la qualità e senza far lievitare i costi? Abbiamo posto questa domanda a Diego Caldognetto, managing director di Fashion Words. «La nostra esperienza a fianco dei maggiori marchi della moda e del lusso ci dice che è necessario superare il classico trade-off qualità-tempo-costo - risponde -. Il brand ha bisogno di tutte e tre queste dimensioni, contemporaneamente e con garanzia di continuità nel tempo». Come riuscirci? «La soluzione è complessa e piuttosto articolata. Per noi di Fashion Words l’ele-

mento chiave su cui abbiamo costruito performance sempre più elevate è la verticalizzazione sulla moda». Lavorare solamente per il fashion è un grande vantaggio: «Consente di sviluppare strumenti e metodologie di lavoro ad hoc per ogni specifico tipo di testo, ad esempio per le collezioni oppure per i testi social. Inoltre, garantisce un know-how sul fashion impareggiabile, da parte sia del personale interno, sia di quello esterno. Infine, permette di massimizzare l’efficienza operativa, con tempi e costi ridotti rispetto ai concorrenti». Anche per questo Fashion Words è stata recentemente proclamata Eccellenza dell’Anno 2020: Innovazione e Leadership nel settore Professional Translation Services Fashion & Luxury durante i Le Fonti Awards. Questo riconoscimento conferma che di agenzie di copywriting e traduzioni ce ne sono molte, ma solo una è davvero specializzata e in grado di soddisfare le richieste di un settore importante ed esigente come il fashion & luxury.

www.fashionwords.eu


DESIGNER TO WATCH

CLIC CHIC

DALLE SNEAKER DI LUSSO ALLE BORSE CRUELTY FREE, LA PAROLA D'ORDINE È NAVIGARE ALLA SCOPERTA DI NUOVI NOMI.

ROBERTO DI STEFANO Designer Roberto Di Stefano www.roberto-distefano.com

DI ALBERTO CORRADO

DANIEL ESSA Designer Daniel Essa www.danielessa.com

IL NUOVO CORRE SULLE SNEAKER Daniel Essa è un brand francese di calzature, realizzate in pelle nel distretto manifatturiero marchigiano. Prende il nome dal suo creatore, un giovane designer siriano di 33 anni fuggito dalla guerra e rifugiatosi in Francia, dove ha iniziato gli studi nella scuola di moda Esmod. Attualmente il marchio è distribuito in 16 store in tutto il mondo: Francia, Kuwait, Qatar, Dubai, Lussemburgo, negli Stati Uniti a Beverly Hills e in UK a Cardiff.

UN DESIGN VEGANO ED ECOSOSTENIBILE Il giovane stilista svizzero Roberto di Stefano, attento al pianeta e all'evoluzione di uno stile sperimentale e ricercato, presenta le sue creazioni di lusso: borse e accessori fatti con materiali 100% cruelty free, vegan e sostenibili. Creazioni eclettiche, environment friendly, dal gusto pulito e contemporaneo.

NICO GIANI Designer Niccolò Giannini www.nicogiani.com

ESTETICA MASSIMALISTA Nico Giani è un progetto nato dal direttore creativo Niccolò Giannini, dopo un percorso di formazione e ricerca tra Firenze, Parigi e San Francisco. Ogni suo pezzo è una visione chiara e armonica che fa appello alla nostalgia del passato e allo stesso tempo accende attraverso l’esplosione di forma e colore a quell’idea di qualcosa di assolutamente originale. Un codice estetico massimalista che racchiude un' idea pura e schietta che va al di là della zona comfort, e fa sorridere.

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DESIGNER TO WATCH

NUME Designer Giorgio Spina www.numebags.com

NUME DIVINO MADE IN ITALY Dal know-how di due imprenditori torinesi ha preso vita Nume, marchio di pelletteria il cui nome ha origini dal latino “numen”, traducibile come potenza divina. Un nuovo, moderno modo d’intendere l’accessorio di culto: linee pulite e un’anima profonda, per borse fatte rigorosamente a mano in Italia.

HUGE JPG Designer Alberto Bonvento, Daniele Rocco Casati www.hugejpg.com

STREET COUTURE I fondatori di questa startup sono due giovani imprenditori, Alberto Bonvento e Daniele Rocco Casati, che dispongono già di un consistente background nella moda. Il loro modello di business si basa su due concetti chiave: un design d'impatto, grintoso, ma con il comfort al centro, e un format commerciale a tutto digital.

A.CLOUD Designer Adrienne Yang www.acloud-official.com

DNA VINTAGE A.Cloud nasce nel 2017 dalla mente creativa di Adrienne Yang e si presenta fin da subito come un brand di borse senza tempo, con un'estetica rétro e pellami pregiati provenienti da Italia, Usa e Francia. Altro valore aggiunto, il fatto che si tratta di un'azienda eco-friendly, dove ogni modello è realizzato a mano.

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MAXRIENY BY SARA WONG Designer Sara Wong www.maxrieny.com

SINERGIE CREATIVE IN LIVE STREAMING Il direttore creativo del brand, Sara Wong, ha selezionato otto talenti internazionali, per presentare la collezione, che porta il suo nome in live streaming. Otto donne, che attraverso short movie hanno interpretato 20 look in cui la cultura orientale si fonde con quella europea, giocando su dettagli e forme in equilibrio tra l'arte reale della dinastia Qing e la moda europea del 1700.


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p r o g e t t o


MERCATI NEWS INTERVISTA Michela Facenti Alto Milano

«Più digital e e-commerce per sfidare la crisi. E tanta creatività» A colloquio con Michela Facenti, ceo della storica azienda bresciana, specializzata nella produzione di calze haut de gamme. Una proposta che ora si arricchisce con una linea di maglie, all’insegna della sostenibilità

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NUOVI CONSUMI

1. Michela Facenti, ceo di Facenti, con il figlio Paolo Baratti e la figlia Giulia Baratti, nuovo direttore creativo di Alto Milano 2. Alcune creazioni di Alto Milano. All’azienda bresciana Facenti fanno capo anche i marchi Facenti, Doing e iSok

Basta plastica: va di moda la borraccia

DI CARLA MERCURIO

Il Covid non mette il freno a Facenti. La storica azienda bresciana, specializzata nella produzione di calze haut de gamme con il brand Alto Milano, spinge l’acceleratore sugli investimenti. Anche il prodotto acquista nuova verve, con l’ingresso di Giulia Baratti, quarta generazione della famiglia, nominata direttore creativo della label. Ne parliamo con la ceo (nonché madre di Giulia) Michela Facenti. Come si rinnova Alto Milano? Il nostro comparto Ricerca & Sviluppo è sempre attivo, in sinergia con l’ufficio stile, per dar vita a collezioni capaci di coniugare tendenza, creatività e performance. In particolare, con la nuova linea Alto Milano sport stiamo utilizzando filati sostenibili e innovativi. Alto Milano, inoltre, si è recentemente rinnovata con una squadra creativa giovane e tutta al femminile. State investendo sulla sostenibilità... Abbiamo pensato a una collezione di maglie da donna Alto Milano, che nasce dall’idea di dare una seconda vita alle calze delle vecchie stagioni, per creare pezzi unici. Un modo anche per introdurre nuove merceologie. In quanti Paesi è attivo l’e-commerce? È sviluppato a livello internazionale, con una particolare attenzione ai Paesi di lingua tedesca, dove è in forte crescita, come in tutta Europa. In quanti mercati sono distribuite le collezioni? 70

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Alto Milano sviluppa oltre il 35% delle vendite all’estero. I nostri primi mercati sono i Paesi di lingua tedesca. In America la label è presente attraverso una showroom digitale a New York e ha partecipato alle diverse fiere digital e internazionali, quali Pitti Connect e Premium x Joor. Stiamo inoltre potenziando la presenza in Cina e Giappone con l’inserimento di nuovi agenti. Quale il target dei negozi? Alto Milano è distribuito in oltre 1.000 punti vendita, fra cui boutique come Wait and See, Goods Milano, Sois Blessed a Monaco e department store quali Rinascente, Bongenie in Svizzera, Ludwig Beck e Konen in Germania. Quali gli obiettivi con i social, di cui avete da poco rinnovato la gestione? Vogliamo raccontare ai consumatori il nostro prodotto attraverso quei dettagli che lo rendono unico. Stiamo inoltre valutando collaborazioni con influencer, oltre a progetti di co-marketing e sponsorizzazioni che ci avvicinino al nostro pubblico. Siamo in particolare molto attenti alla promozione degli eventi che interessano Brescia, la nostra città. ■

Quando, nel 2013, Giovanni Randazzo e Matteo Melotti ebbero l’idea di 24Bottles lavoravano in banca e, durante un break in ufficio, constatarono quanti bicchierini di plastica producessero quelle pause caffè. Dopo una vacanza, in cui notarono l’abuso di bottigliette in pet, l’intuizione prese forma: mettere a punto dei contenitori in acciaio inossidabile, riutilizzabili ed eco, ma anche dal design accattivante, reinterpretando il concetto di borraccia. A distanza di qualche anno, quell’idea è diventata un business che nel 2019 è arrivato a 16,2 milioni di euro di fatturato, previsto in crescita anche nel 2020. Alla base del successo, l’attenzione alla sostenibilità e l’estetica fashion, che sta conquistando le griffe più blasonate. «Lo scorso dicembre raccontano i fondatori - 24Bottles ha sfilato sulla passerella maschile di Dior a Miami e altre collaborazioni sono nate con Emilio Pucci e Fendi, per citarne alcune». Dopo Urban Bottle, «la bottiglia non termica in acciaio inossidabile più leggera sul mercato», è arrivata Clima Bottle, capace di mantenere le bevande fredde per 24 ore e calde per 12, e poi Travel Tumbler, il bicchiere da viaggio termico che può diventare contenitore per il cibo. Ma l’assortimento è destinato ad aumentare. Come la presenza commerciale: oggi l’azienda dalle porte di Bologna ha portato i propri prodotti in 65 Paesi attraverso oltre 4mila punti vendita e il proprio e-shop, che assorbe il 10-15% delle vendite. In progress anche le collaborazioni, come quella con Farfetch per la Embossed Collection, al via proprio questo mese. (a.t.)


INTERVISTA Michela Proietti Scrittrice e giornalista

tono con gli uomini sul loro terreno, evitano di maschilizzarsi e mettono a frutto la propria femminilità, senza averne pudore. Sanno che indossare un abito fucsia non vuol dire che non sei tosta. È questo che permette loro di emergere con forza propria. Se hai qualcosa da dire, la puoi dire. Per il codice milanese la stravaganza è ammessa, anche se siedi in un CdA.

“Vi spiego come le milanesi sono diventate breadwinner” In veste di attenta osservatrice, con il suo vademecum ‘La Milanese’ la giornalista Michela Proietti ha stilato un vero prontuario di costume. Il libro è sulla bocca di tutti grazie alla sua vena leggera, spiritosa e irriverente, un perfetto antidoto alle ansie da lockdown DI MARC SONDERMANN

Da perugina, cosa ti ha spinto ad approdare a Milano? Per me, che avrei avuto come sbocco naturale Roma, è stata fin dall’inizio la prima scelta. Anche mentre vivevo nella Capitale, frequentando la Scuola di Giornalismo della Rai, avevo in testa Milano, ne ero attratta, pur senza conoscerla. Per me era la città dei sogni, un paradiso a cielo aperto. Trovavo che mi rappresentasse perfettamente, essendo tascabile ma stimolante, entusiasmante. Con i miei mocassini, le calze Gallo, il Loden verde, la camicia bianca, i jeans arrotolati, già a Saxa Rubra mi chiamavano scherzosamente ‘La Milanese’. In realtà tutto mi spingeva a venire qui, in un luogo in cui ci si può conquistare uno spazio senza spintarelle di sorta. DIRETTORE RESPONSABILE E A.D. Marc Sondermann (m.sondermann@fashionmagazine.it) CAPOSERVIZIO Alessandra Bigotta (a.bigotta@fashionmagazine.it) REDAZIONE Andrea Bigozzi (a.bigozzi@fashionmagazine.it) Elisabetta Fabbri (e.fabbri@fashionmagazine.it) Carla Mercurio (c.mercurio@fashionmagazine.it) Angela Tovazzi (a.tovazzi@fashionmagazine.it) REALIZZAZIONE GRAFICA Nadia Blasevich (n.blasevich@fashionmagazine.it) Carlo Maraschi (c.maraschi@fashionmagazine.it) FASHION EDITOR Alberto Corrado (a.corrado@fashionmagazine.it) COLLABORATORI Mariella Barnaba, Annalisa Betti, Cristiana Bonzi PUBBLICITÀ E PROMOZIONE Barbara Sertorini (b.sertorini@fashionmagazine.it) Laura Pianazza (l.pianazza@fashionmagazine.it) SENIOR DIGITAL ADVISOR Stefania Navaretti (s.navaretti@fashionmagazine.it)

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Come si rispecchia questa energia nella forza economica di Milano? Il segreto di Milano è che si tratta di una città dall’accoglienza enorme, direi la più accogliente d’Italia, nonché dall’amore infinito, con le donne come parte più vitale. All’effetto pratico, questo costituisce un bellissimo ascensore sociale, grazie al quale in poco tempo si possono raggiungere risultati fuori dal comune. La donna milanese ha dalla sua il carattere: sperimenta, anticipa tutto, ha creato un posto dove si può osare di più. Riesci ancora a immaginare di vivere in un’altra città? No, non cambierei più. Milano è una città facile, di cui mi piace molto il senso civico, la volontà di migliorare le cose. Chi ha vissuto qui e si è trasferito altrove, anche in città famose come Londra o New York, ne conserva sempre una forte nostalgia, una saudade perenne. Da un lato questo è dovuto al suo timbro inconfondibile, vitale, romantico e pragmatico, che anch’io sento ormai di aver assorbito. Dall’altro, Milano ha saputo sfatare il cliché della donna italiana imprigionata in casa. Le milanesi hanno conquistato la libertà di coniugare professione e famiglia, dando l’esempio su come essere breadwinner. Qual è la loro marcia in più? Milano è veramente uno spazio diverso, un vivaio di Donne con la D maiuscola. Le milanesi sanno essere elegantissime e profondissime al tempo stesso, hanno trovato questa quadra straordinaria. Non compeSPECIAL PROJECTS Matteo Ferrante Veneziani (m.veneziani@fashionmagazine.it) ASSISTENTE DI DIREZIONE / UFFICIO TRAFFICO Valentina Capra (v.capra@fashionmagazine.it) AMMINISTRAZIONE Cristina Damiano (c.damiano@fashionmagazine.it)

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Vedi un imprinting cosmopolita? La milanese ha in effetti un forte lato esterofilo, che fa sì che viva una vita in transito. La sua curatissima casa altro non è che una camera d’albergo, una base per girare il mondo. Dalle Maldive alle Seychelles, passando per Marrakech - la milanese è ovunque. La sua città d'altronde è a un passo dalle grandi capitali, ha un aeroporto funzionante, cosa che la facilita parecchio. Dal punto di vista moda, la milanese come si distingue dalla parigina? Anche in quest’ambito osa decisamente di più. Mentre la parigina, con il suo stile shabby chic, è in fin dei conti molto borghese, la milanese abbina i capi in modo più spinto, mossa com'è da una pulsione permanente alla ricerca. È per questo che nascono in continuazione innumerevoli nuovi marchi, dai connotati più diversi. Si respirano una vitalità e un fermento che non hanno pari altrove. ■ EDIZIONI ECOMARKET SPA Redazione, Amministrazione, Pubblicità Piazza Pio XI 1 20123 Milano telefono 02 80620-1 FASHION - IL MAGAZINE DI STRATEGIA, INNOVAZIONE E MERCATI Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 389 del 6-11-1970 Iscrizione n. 1418 al ROC Registro Operatori della Comunicazione Stampa: Aziende Grafiche Printing Srl - Via Milano 5 20068 Peschiera Borromeo (Mi) MDM Milano Distribuzione Media Srl È vietata la riproduzione anche parziale Articoli, disegni e fotografie, anche se non pubblicati, non verranno restituiti © FASHION 2020 Edizioni Ecomarket - Milano


PEOPLE Gilda Bojardi Tra design e fashion

«Vorrei una Milano ancora più vivace grazie alla moda» Un evento che coinvolga centinaia di negozi, showroom e spazi, per far sì che il fashion non viva solo nei santuari chiusi degli stilisti, ma si apra alla città: Gilda Bojardi, direttore responsabile di Interni e artefice del successo del Fuorisalone, immagina così il Fuorisalone della Moda, di cui Massimiliano Bizzi, patron di White, si è fatto promotore, chiedendo anche la sua consulenza DI CARLA MERCURIO

Grazie all’incontro tra lei e Massimiliano Bizzi, dal prossimo anno potrebbe debuttare un Fuorisalone della Moda: come se lo immagina? Penso che il Fuorisalone della Moda debba studiare una formula che possa rispondere alle esigenze specifiche del settore. Un progetto con un calendario e dei contenuti a cui ciascuno possa ispirarsi, per far sì che non ci siano solo sfilate a porte chiuse, ma anche una città viva e aperta alla gente. Un’iniziativa che coinvolga un nutrito network di negozi, showroom e location particolari, come accade durante il Fuorisalone dell’arredo. Basti pensare che quando siamo partiti, nel 1990, abbiamo coivolto 100 spazi e che oggi siamo a quota 500. Come dovrà riprogettarsi il Fuorisalone del design il prossimo aprile? In realtà non ci sono ancora date certe. Di sicuro dovrà rispecchiare l’impostazione dell’Interni Design Week o Milano Design City, che si è svolta dal 28 settembre al 10 ottobre scorsi, in un arco di tempo di 13 giorni, per evitare affollamenti e rispettare le distanze. In ogni modo bisogna tenere presente che a Milano potrebbero non venire gli operatori e i giornalisti da Paesi ora off limits come Far East e Stati Uniti, perché senza queste presenze Fuorisalone e Salone saranno dimezzati. A settembre, per esempio, la manifestazione ha avuto una dimensione europea e nazionale, ma il riscontro è stato ottimo e ha risvegliato l’interesse verso il settore, che altrimenti non avrebbe avuto neanche una presenza nel 2020. Come ha ripensato il suo giornale Interni in seguito alla diffusione della pandemia? Abbiamo spinto l’acceleratore sul digital. Parallelamente al mensile cartaceo, che è sempre uscito regolarmente, siamo partiti dallo scorso giugno con una rivista online che ha cadenza quotidiana o settimanale, a seconda dei periodi. In parallelo abbiamo incrementato il lavoro sui social media con moltissimi contenuti, tra cui 100 filmati di designer e architetti internazionali, come Libeskind, Philippe Starck e Fabio Novembre che hanno raccontato la Milano del design. Qual è il suo rapporto con la moda? Il made in Italy è unico per ricerca di stile e i migliori stilisti ne sono i portabandiera. Per quanto mi riguarda, non sono una fashion victim. Nel mio guardaroba ci sono capi di Paul Smith, Prada e della mia amica Daniela Gerini, ma acquisto volentieri anche proposte no name. Sono una conservatrice e tengo le cose nell’armadio per molto tempo, ma compro tante borse e scarpe, accessori che amo. Non abbandona mai i suoi occhiali con la montatura bianca: come mai? Tutto è partito dieci anni fa con un modello di cui mi aveva colpito la forma. Poi ho scoperto che il bianco illumina il viso e da lì ho proseguito, rinnovando le forme di volta in volta. Al momento, per esempio, indosso una montatura di Prada.

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Con Malika Savell Prada risponde alla sfida di Black Lives Matter La manager proviene da Lvmh, dove è stata a capo degli sforzi di cultural diversity Rafforzare una cultura inclusiva e garantire l’avanzamento dei talenti all’interno dell’azienda: saranno questi i compiti di Malika Savell, a cui il gruppo Prada ha affidato il ruolo di chief diversity, equity e inclusion officer per il Nord America. Malika sarà responsabile dello sviluppo di politiche, strategie e programmi in grado di garantire una rappresentazione di culture e punti di vista diversificati a tutti i livelli dell’azienda: suo il compito di collaborare a stretto contatto con la leadership del gruppo in tutti i Paesi, per rafforzare una cultura inclusiva e garantire l’avanzamento dei talenti interni ai team. La manager riporterà all’a.d. di Prada Usa, Marcelo Noschese, e lavorerà a contatto con il Diversity and Inclusion Advisory Council di Prada, co-presieduto dall’artista e attivista Theaster Gates e dalla scrittrice, regista e produttrice Ava DuVernay, per continuare a offrire opportunità agli studenti di colore e a investire in programmi di borse di studio, tirocinio e apprendistato. Malika collaborerà anche con il council e con i team creativi del gruppo per aggiornare l’azienda in merito ai più recenti dibattiti sui temi sociali di razza, cultura e politica. Nell'arco della sua carriera Malika Savell, in precedenza director of cultural diversity-partnerships & engagement di Lvmh, si è distinta per la creazione di iniziative legate a diversità, valore del marchio e inclusione. Nel 2018 è stata nominata Event Marketers’ 35 Under 35, una lista dei migliori 35 marketing manager esperienziali negli Usa di età inferiore a 35 anni. Ha conseguito un Bachelor of Arts in Media Studies all'Hunter College a New York e ottenuto l'attestato in Diversity and Inclusion alla Cornell University. (a.t.) ●


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FASHION N 8 2020