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Alberto Brumana l Carlo Prevosti lSara Sagrati l Marco Valsecchi Alberto Brumana Carlo Prevosti Sara Sagrati Marco Valsecchi l

Alberto Brumana l Carlo Prevosti l Sara Sagrati l Marco Valsecchi

D!spersi

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guida ai film che non vi fanno vedere

D!spersi guida ai film che non vi fanno vedere

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La censura non c’entra nulla. I film di cui si parla in questo libro non sono stati “censurati”. Nessuno li ha “proibiti”. Nessuno ha lanciato una “fatwa” o una “scomunica” nei loro confronti. Sono lì, disponibili, sugli scaffali dell’entertainment anni a questa parte, nessuno ha pensato di distribuirli e di commercializzarli sul mercato italiano. Nessuno li ha ritenuti “interessanti”. Così, a poco a poco, di loro si è divoratori di film, non sanno neppure che esistono. Li ignorano. E loro diventano, giorno dopo giorno, sempre più dispersi. Cioè persi e sparsi nelle secche di un mercato sempre più pavido e asfittico, o galleggianti nella bonaccia infinita di un immaginario che ha rinunciato perfino a sognare di avere il vento in poppa. Gli autori di questo libro hanno il merito di averli rintracciati, riscoperti, catalogati, questi film... Dalla prefazione di Gianni Canova

D!spersi

persa (o si sta perdendo…) memoria. Molti, anche fra gli appassionati di cinema e i

guida ai film che non vi fanno vedere

globalizzato. Merci fra le merci: vendibili, comprabili, consumabili. Eppure, da dieci

ISBN 978-88-89782-17-0

EDIZIONI € 16,00

EDIZIONI FALSOPIANO

FALSOPIANO


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FALSOPIANO

CINEMA


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EDIZIONI

FALSOPIANO

Alberto Brumana Carlo Prevosti Sara Sagrati Marco Valsecchi

D!spersi guida ai film che non vi fanno vedere


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www.hideout.it

A cura di Alberto Brumana, Carlo Prevosti, Sara Sagrati, Marco Valsecchi

Testi di Fabia Abati, Cesare Alemanni, Francesca Arceri, Francesca Bertazzoni, Nicola Bozzi, Alberto Brumana, Giuseppe Carrieri, Andrea Cazzani, Saba Ercole, Claudio Garioni, Lorenzo Lipparini, Matteo Mazza, Eugenio Peralta, Antiniska Pozzi, Carlo Prevosti, Giampiero Raganelli, Sara Sagrati, Marco Valsecchi, Valentina Vantellini, Davide Verazzani

Si ringraziano per la collaborazione Gianni Canova, Mattia Della Puppa (Officine Ubu), Chiara De Togni (Italian Subs Addicted), Mirko Locatelli, Antonio Sancassani (Cinema Mexico), Silvestro Di Pietro (Scambio Etico)

Š Edizioni Falsopiano - 2010 via Bobbio, 14/b 15100 - ALESSANDRIA http://www.falsopiano.com Per le immagini, copyright dei relativi detentori Progetto grafico e impaginazione: Daniele Allegri - Roberto Dagostini Stampa: LaserGroup s.r.l. - Milano Prima edizione - Novembre 2010


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INDICE

Prefazione di Gianni Canova

p. 9

Introduzione di Alberto Brumana

p. 11

Il grande capo: i Dispersi di registi celebri

p. 13

I Dispersi sportivi

p. 45

Una stella che non c’è: i Dispersi con attori famosi

p. 49

Una casa per i Dispersi: il “caso” del cinema Mexico

p. 81

Europa, Europa: i Dispersi del nostro continente

p. 83

I Dispersi italiani

p. 115


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Un mondo a parte: i Dispersi del resto del mondo

p. 119

La parola ai sottotitolatori: Italian Subs Addicted

p. 151

Il circo: i Dispersi da festival

p. 155

I Dispersi erotici

p. 187

Amore a prima svista: i Dispersi d’esordio

p. 191

L’Italia che disperde: l’esperienza di Mirko Locatelli

p. 223

Vero come la finzione: i documentari Dispersi

p. 227

I mockumentary Dispersi

p. 259

La città incantata: i Dispersi di animazione

p. 263

La parola alla difesa: le logiche di distribuzione

p. 295

Lo sbirro, il boss e la bionda: i Dispersi di genere

p. 299


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I B-movie Dispersi

p. 331

The Experiment: i Dispersi sperimentali ed estremi

p. 335

Dalla distribuzione al file sharing: il principio dello scambio etico secondo TNT

p. 367


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PrEfazIoNE di Gianni Canova La censura non c’entra nulla. Per lo meno: nulla a che vedere con quello che la parola censura evocava nelle società predigitali: un provvedimento gerarchico-impositivo, spesso inappellabile, volto a rimuovere-cancellareoscurare-proibire qualcosa che i detentori del dispositivo censorio (cioè della possibilità di sorvegliare e punire) ritenevano sconveniente o dannoso. I film di cui si parla in questo libro non sono stati “censurati”. Nessuno li ha “proibiti”. Nessuno ha lanciato una “fatwa” o una “scomunica” nei loro confronti. Sono lì, disponibili, sugli scaffali dell’entertainment globalizzato. Merci fra le merci: vendibili, comprabili, consumabili. Eppure, da dieci anni a questa parte, nessuno ha pensato di distribuirli e di commercializzarli sul mercato italiano. Nessuno li ha ritenuti “interessanti”. Così, a poco a poco, di loro si è persa (o si sta perdendo…) memoria. Molti, anche fra gli appassionati di cinema e i divoratori di film, non sanno neppure che esistono. Li ignorano. E loro diventano, giorno dopo giorno, sempre più dispersi. Cioè persi e sparsi nelle secche di un mercato sempre più pavido e asfittico, o galleggianti nella bonaccia infinita di un immaginario che ha rinunciato perfino a sognare di avere il vento in poppa. Gli autori di questo libro hanno il merito di averli rintracciati, riscoperti, catalogati, questi film. Non solo: li hanno categorizzati. Dispersi: bella definizione. Suggerisce l’idea che questi film abbiano destini strani, che in loro ci sia qualcosa di residuale. Che esistano, senza che si sappia bene dove. Che facciano attrito con il sistema dominante. Che qualcosa, in loro, non convinca fino in fondo chi controlla e governa il mercato. Che presentino un margine non trascurabile di ambiguità, di irresolutezza, di antagonismo linguistico ed emozionale. Cioè, in estrema sintesi, quanto di meglio si può chiedere al cinema oggi. O di quanto si può chiedere a un film. Il fatto di averli resi disponibili in versioni sottotitolate è operazione meritoria: un esempio virtuoso di come usare la rete e i new media in modo innovativo, inventando perfino nuove modalità di costruzione di archivi della memoria visiva. Ci vuole passione, per mettere insieme un libro così. I ragazzi che l’hanno fatto ne hanno da vendere. E, con la passione, hanno consapevolezza, gusto, lucidità, intelligenza, sveltezza. Quel che basta per non essere pessimisti. E per non dare definitivamente ragione a chi, già più di un secolo fa, andava dicendo in giro che il cinema sarebbe stato un’invenzione senza futuro.

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INtroDuzIoNE di Alberto Brumana Ogni anno, nel mondo, vengono realizzati circa 25.000 film. Di questi, meno di 500 arrivano fino alla distribuzione italiana. Eliminato il centinaio direttamente girato nel nostro paese e fatto un rapido calcolo, scopriamo di poter vedere meno del 2% della produzione mondiale. Un dato impressionante, che rimane tale anche scartando qualche migliaio di film che per vari motivi (mediocrità del prodotto, lontananza culturale, irreperibilità dei materiali) non ha proprio alcuna possibilità di arrivare in Italia. Poco più di un decennio fa, sempre per Falsopiano, uscì un libro dal titolo Culti non colti 1. L’argomento era simile, ma nel corso di questi anni tanto è cambiato. Quei film che prima erano non colti o invisibili, oggi sono invece Dispersi. Non solo il termine è diverso, ma l’intero concetto di cinematografie “altre” è mutato. I film Dispersi sono infatti, per definizione, recuperabili. Mentre dieci anni fa rintracciare un film inedito era quasi impossibile, oggi, soprattutto grazie a internet, è decisamente più semplice. Quello che ci siamo prefissi con questo volume è quindi di realizzare una piccola guida per portare a galla nel mare magnum delle cinematografie disperse cento film che avremmo voluto vedere nelle nostre sale, e che secondo il nostro giudizio (nelle vesti di possibili distributori) ci sarebbero tranquillamente potuti arrivare. Non film impossibili o irrecuperabili, ma opere che possono avere un indubbio interesse anche per il pubblico italiano, un’edizione in dvd comodamente importabile e, spesso, sottotitoli già pronti e scaricabili dalla rete. Proprio dalla rete ha visto la luce la nostra avventura nel mondo dei Dispersi. Il progetto è infatti una costola di Hideout.it, una webzine di recensioni e approfondimenti (non dedicata solo al cinema, ma anche a letteratura, televisione, videoclip e pubblicità), nata nel 2001. Allora eravamo un gruppo di studenti universitari mossi da grande entusiasmo e con la voglia di andare alla scoperta di tutti i diversi aspetti della “cultura dell’immagine e della parola”, come dice il nostro claim. Da allora siamo cresciuti, ci siamo confrontati con realtà diverse e, sempre mossi dallo stesso entusiasmo ma con una maggiore consapevolezza, abbiamo strutturato la nostra rivista online, cercando di trovare le chiavi di volta per capire meglio il mondo - della comunicazione - che ci circonda. Così, più di quattro anni fa, abbiamo iniziato a recensire anche film inediti in Italia. Il primo fu Gerry, una piccola Il riferimento è a Culti non colti - Guida al cinema sommerso, a cura di Gianluigi Negri e Roberto S. Tanzi, uscito nel 1999. 1

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chicca firmata Gus Van Sant che potrete riscoprire anche nelle pagine di questo libro. I protagonisti di quel film, Matt Damon e Casey Affleck, erano proprio così, dispersi nel deserto, e il titolo della nuova sezione fu semplice da definire. Quando poi, nel 2008, intervistammo i ragazzi di Italian Subs Addicted, scoccò il colpo di fulmine. Se state leggendo queste pagine, con ogni probabilità già li conoscete, ma se così non fosse, sappiate che sono un organizzatissimo team di traduttori, che pubblica quotidianamente in rete i sottotitoli che permettono di vedere in lingua originale episodi di serie tv e film inediti in Italia. Fu semplice unire le forze per salvare i Dispersi. Nacquero così un blog (hideout.it/dispersi) e successivamente tre stagioni di rassegne, organizzate grazie all’Associazione La Scheggia, che a Milano hanno sempre fatto il tutto esaurito. Questo libro è il passo successivo, e vuole essere una guida, un piccolo catalogo di film inediti prodotti tra il 2000 e il 2009 che possa incuriosirvi e portarvi alla scoperta di titoli che altrimenti avrebbero continuato ad essere Dispersi. Abbiamo diviso il volume in capitoli, per rendere più agevole la ricerca. Potrete così scoprire quanti registi (Il grande capo) e attori (Una stella che non c’è) famosi abbiano lavorato a film non distribuiti in Italia, o come non esistano solo Dispersi anglosassoni ma anche provenienti da altre nazioni europee (Europa Europa) o da altri continenti (Un mondo a parte – in questo caso la selezione è stata davvero difficile, le filmografie orientali meriterebbero dei libri a sé). Con Il circo abbiamo invece voluto dar spazio alle produzioni tipicamente da festival, mentre Amore a prima svista raccoglie dieci opere prime di autori che di sicuro saranno in grado di lasciare il segno (se già non l’hanno fatto nel frattempo). Gli ultimi capitoli infine riguardano i documentari (Vero come la finzione), l’animazione (La città incantata), pellicole squisitamente di genere (Lo sbirro, il boss e la bionda) e il cinema sperimentale (Amore estremo). Ovviamente la nostra è stata una scelta arbitraria e forzatamente alcuni titoli sono rimasti esclusi dalla lista. Ad esempio non ritroverete tutta una serie di film che sono finiti in quella specie di limbo che è la distribuzione italiana. Comprati ma mai usciti, in attesa di una (possibile?) futura pubblicazione in dvd. Parliamo ad esempio di Synecdoche, New York, l’attesissimo esordio di Charlie Kaufman, o del film che Fernando Meirelles ha tratto dal capolavoro di José Saramago, Cecità. Questi Dispersi, speriamo, presto non saranno più tali. Noi intanto ci siamo concentrati sulla nostra selezione: salviamo i Dispersi, e ritroviamo insieme 100 film da non perdere.

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Il graNDE CaPo: I DIsPErsI DI rEgIstI CElEbrI

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aDoratIoN Regista Atom Egoyan Interpreti Devon Bostick, Arsinée Khanjian, Scott Speedman, Rachel Blanchard, Noam Jenkins Sceneggiatore Atom Egoyan Paese Canada Anno 2008 Durata 101’ Consigliato a A chi cerca una trama nella propria vita. Trama La morte dei genitori di Simon è stata un evento poco chiaro. Un giorno una professoressa legge in classe la notizia di un terrorista che anni prima aveva nascosto una bomba nella valigia della moglie incinta. Non ci sono collegamenti evidenti, eppure Simon trova in quella storia un modo per arrivare alla sua verità. Critica La verità non esiste. Se questo non è un assioma, poco ci manca. Egoyan su questo assunto costruisce un’opera piena d’inquietudine, in cui la natura delle cose si mostra per quello che è: indicibile e maledetta. Adoration è un dramma corale sulla fragilità dell’uomo, solo e serenamente perso nella sua incomunicabilità cementata con pregiudizi e finzioni. Il regista rappresenta amaramente la tragedia delle nostre vite “redatte” (no, il riferimento a De Palma non è puramente casuale). Il vuoto di ciascuno di noi giace nell’istantanea dello schermo che fissa il giovane protagonista: un insieme di piccoli esseri pixellati e microfonati che parlano ad una camera e che, avvi-

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cinati l’uno all’altro, appaiono come un puzzle sconnesso e disarmonico. Se una chatroom non è che un limbo virtuale dove ardono ignavi urlatori incapaci di raccontare, che cosa dire allora del tentativo di rendere il dramma di Simon una pièce valida per partecipare al Drama Festival? Tutto è finto, appunto, nascosto e poi ricostruito. Quindi danneggiato. Simon lo capisce ed è per questa ragione che decide di bruciare la sua videocamera; si rende conto che anche lui, filmando la sua storia, l’ha disordinata e rischia di perderla. A dare la chiave di lettura all’opera, è comunque la scena toccante con la quale Egoyan apre il film, mostrandoci il candore di una donna che suona da sola un violino dinanzi a un piccolo fiume. La macchina da presa procede all’indietro e lentamente ci accorgiamo che non siamo noi a guardare. È un bambino che scruta quella scena. Eppure quello che indossa non è un semplice sguardo. Ma un atto d’adorazione, quello di chi osserva senza cercare interpretazioni o significati. Qui l’atto di vedere implica anche il credere nella certezza di qualcosa. Per poi ricordarla per sempre e rimpiangere, in silenzio, il sapore di che cosa può voler dire verità. (Giuseppe Carrieri) Il regista Atom Egoyan, nato a Il Cairo nel 1960 ma da sempre residente oltreoceano, è uno dei registi indipendenti canadesi più acclamati. Da sempre interessato all’alienazione e all’isolamento dell’individuo nella società, è stato autore di film come Exotica (1994), Il dolce domani (1997), Ararat – Il mondo dell’Arca (2002) e False verità (2005), con i quali ha partecipato ai più celebri festival cinematografici del mondo. Curiosità La notizia del terrorista che aveva nascosto la bomba nella valigia della moglie incinta non è inventata, ma prende spunto da una vicenda realmente accaduta nel 1986 e nota anche come “Hindawi Affair”. Perché è un Disperso Egoyan è un regista dalle tematiche difficilmente digeribili dal pubblico italiano. Ne è un esempio False verità, che nonostante due attori di richiamo (Kevin Bacon e Colin Firth) e una trama decisamente più spettacolare rispetto ad esempio ad Adoration (2008), ai botteghini riscosse scarso successo. Il precedente deve aver pesato.

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Paesi dove è stato distribuito Canada, Francia, Germania, Nuova Zelanda, Olanda, Regno Unito, USA, Sudafrica. Box Office Il budget del film è stato di circa 4.700.000 euro. L’incasso totale negli Stati Uniti è stato di 295.000 dollari, con un’uscita in sole 20 sale. Nel resto del mondo il film ha incassato altri 90.000 dollari. Premi/Festival Nel 2008 ha partecipato al festival di Cannes. Nello stesso anno Atom Egoyan ha vinto il premio per la miglior regia al Toronto International Film Festival. DVD L’edizione del DVD contiene il making of del film e alcune scene inedite.

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gErry Regista Gus Van Sant Interpreti Casey Affleck, Matt Damon Sceneggiatori Gus Van Sant, Casey Affleck, Matt Damon Paese USA Anno 2002 Durata 103’

Consigliato a A chi ama lasciarsi affascinare dalla potenza delle immagini e dalla rarefazione dell’atmosfera. A chi non si fa spaventare da piani sequenza interminabili e dalla quasi totale assenza di dialoghi. Trama Due amici, entrambi di nome Gerry, vogliono raggiungere un luogo ai confini del deserto. Per non prendere un sentiero trafficato scelgono di inoltrarsi in un percorso non tracciato, fino a perdersi. Il cammino li porterà a una consapevolezza più profonda della loro amicizia ma anche a scelte estreme. Critica Il misconosciuto Gerry è idealmente il primo film di una trilogia esistenzialista che, dopo opere come Will Hunting – Genio ribelle (1997) e Psycho (1998), ha riportato il regista Gus Van Sant alle produzioni indipendenti a budget modesti. Elephant (2003) e Last Days (2005), i due film che completano il trittico, hanno in comune con Gerry un carattere stilistico che tende al minimalismo e una estrema semplicità analitica dal punto di vista visivo, contrapposta a una ricerca approfondita di una temporalità che porta all’esplosione cronologica. I luoghi e i tempi sono i veri protagonisti delle vicen-

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de, tutte ispirate a episodi di cronaca, che vengono narrate in queste tre pellicole. L’estetica del piano sequenza celebrata nei corridoi della scuola di Elephant nasce quindi proprio dalle interminabili inquadrature girate per Gerry sui laghi salati dello Utah, testimoni della tragica amicizia di due ragazzi che lì decidono di visitare un “luogo” (non sappiamo altro circa la loro meta agognata). La scelta di costruire una nuova via, lontana dalle altre, può essere letta come una metafora del nuovo cinema di Van Sant che, ispirandosi al maestro ungherese Béla Tarr (a cui il film è dedicato), cerca una nuova forma di espressione artistica lontana dai cliché produttivi americani. Scritto a sei mani con i due attori protagonisti, Casey Affleck e Matt Damon, il film racconta un’amicizia maschile attraverso lunghe sequenze silenziose, in cui i due protagonisti camminano l’uno di fianco all’altro. Gli scontri verbali, gli attimi di difficoltà, i silenzi e le urla permettono a Van Sant di dipingere il rapporto tra due giovani. Gerry è un film di rottura, difficile e contestabile. Proprio questi motivi possono spingere ad amare questa pellicola follemente o, al contrario, a detestarla con tutto il cuore. (Carlo Prevosti) Il regista Gus Van Sant è uno dei maestri del cinema contemporaneo. Pluripremiato agli Oscar (nel 1997 per Will Hunting - Genio ribelle, nel 2009 per Milk) e nei più importanti festival (Palma d’Oro a Cannes per Elephant) ha alternato il cinema più commerciale alle sperimentazioni. Gay dichiarato, ha inserito spesso la tematica omosessuale nei suoi film, riuscendo nella difficile impresa di non rimanere etichettato come “diverso” e riuscendo anche a guadagnarsi la stima dell’industria mainstream. Curiosità Le musiche eteree che pervadono l’atmosfera desertica sono del compositore nordico Arvo Paart. Il progetto prevedeva l’utilizzo di soli rumori ambientali, ma un cd prestato a Van Sant e portato sul set per essere semplicemente ascoltato, ha talmente affascinato i tre co-autori da spingerli a utilizzare i brani come colonna sonora. Perché è un Disperso Interrogato sull’argomento, Van Sant ha risposto: “Al di la del fatto che il film è noioso, immagino che il distributore non sia stato abbastanza aggressivo nel venderlo in Italia”. Va anche specificato che Gerry è un film sperimentale, girato con una troupe ridottissima e costruito senza una sceneggiatura e senza veri e propri dialoghi.

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Paesi dove è stato distribuito Grecia, USA, Polonia, Russia, Olanda, Ungheria, Regno Unito, Belgio, Francia, Spagna, Svizzera, Germania. Box Office Uscito in due sole sale, Gerry ha raccolto nel primo weekend di programmazione americana poco più di 26.000 dollari. Nelle successive settimane il box office ha raggiunto quota 255.000 dollari. In un weekend in Inghilterra ha raccolto circa 5.000 dollari in quattro sale. Il film è costato circa 3,5 milioni di dollari. Premi/Festival Gerry ha ottenuto la menzione speciale Vision Awars al Toronto International Film Festival ed è stato selezionato da Marco Müller per il Festival Internazionale del Cinema di Locarno 2002. Ha ricevuto anche due candidature per la migliore fotografia e la migliore regia agli Independent Spirit Awards del 2003. DVD La versione in DVD contiene un making of di 14 minuti dal titolo Salt Lake Van Sant. I sottotitoli in italiano si possono scaricare da ItalianSubs.net.

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goNgDoNg gyEoNgbI guyEok Jsa (JoINt sECurIty arEa) Regista Park Chan-wook Interpreti Lee Yeong-ae, Lee Byung-hun, Song Kang-ho, Kim Tae-woo, Shin Ha-kyun Sceneggiatori Jeong Seong-san, Kim Hyeon-seok, Lee Mu-yeong, Park Chan-wook Paese Corea del Sud Anno 2000 Durata 110’

Consigliato a A chi ama il cinema d’intrattenimento in grado di toccare scomode verità e temi difficili, a chi ama le amicizie virili e i bei caratteri femminili, a chi odia i confini. Insomma, a tutti. Trama A Panmunjon, tra il sud e il nord della Corea, gli avamposti delle due fazioni si fronteggiano quotidianamente. L’omicidio di due guardie del Nord e il ferimento di una terza a opera di un soldato del Sud spezza l’equilibrio. Durante l’investigazione, Sophie Jean scoprirà un segreto insospettabile. Critica Ci sono luoghi che per loro natura diventano “speciali”. In Corea, all’altezza del 38° parallelo, dove una stessa nazione con tradizioni, lingua e storia

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comuni è stata separata, esiste un confine politico che non ha niente di naturale. Siamo a Panmunjon, dove un ponte separa le due fazioni: lì i soldati sono costretti a guardarsi e a odiarsi. A partire dal romanzo DMZ (ovvero la denominazione della zona demilitarizzata tra il sud e il nord della Corea) scritto da Park Sang-yeon, il regista Park Chan-wook ricostruisce gli ambienti, le uniformi e i volti di un luogo normale, diventato “speciale” a causa di pochi e a scapito di molti. Il film, ottimo mix tra giallo e dramma umano (ma con qualche venatura di commedia), segue due linee narrative: da una parte il lavoro investigativo della NNSC (Commissione di Controllo delle Nazioni Neutrali) impersonato dal maggiore svizzero coreano Sophie Jeag e dall’altra il lungo flashback dello scontro tra i soldati. L’alta drammaticità, il pathos della vicenda e l’avvincente investigazione contribuiscono a costruire un film di grande spettacolarità. Siamo decisamente dalle parti un blockbuster facilmente fruibile da un pubblico ampio, ma comunque in grado di mettere in campo emozioni forti e temi scomodi, senza abbandonarsi, come spesso accade ai film hollywoodiani, a facili sentimentalismi o a scelte consolatorie. Non a caso il film, visto in Italia al Far East Film Festival di Udine del 2001, fu immediatamente assunto al ruolo di cult movie da una folta schiera di appassionati e dall’allora nascente comunità dei cineblogger. La realizzazione tecnica è impeccabile (regia, fotografia, scenografia, interpretazioni) ma la grandezza e la forza di Joint Security Area stanno soprattutto nella capacità di emozionare e colpirci al cuore: in fondo il 38° parallelo potrebbe essere ovunque. (Sara Sagrati) Il regista Nato il 23 agosto 1963, Park Chan-wook è diventato uno dei più famosi e premiati registi sudcoreani grazie alla sua trilogia della vendetta: Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta (2005). I film successivi non sono stati all’altezza della sua prima produzione, “ma va bene”, come recita anche il titolo di un suo lungometraggio. Curiosità Nell’ottobre 2007, durante lo storico summit tra le due Coree che si tenne a Pyongyang, il presidente del Sud, Roh Moo-Hyun, regalò il DVD del film a Kim Jong-II, presidente del Nord e noto cinefilo. Perché è un Disperso Questo è un caso riconducibile esclusivamente a motivi economici. Dopo il successo italiano della trilogia della vendetta, infatti, ci si aspettava un’usci-

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ta in DVD, ma l’elevato costo dei diritti (in patria è stato un enorme successo) ha scoraggiato i nostri distributori, non convinti di recuperare l’investimento. Paesi dove è stato distribuito Corea del Sud, Giappone, Russia, Singapore, Hong Kong, Germania, Taiwan, Finlandia, USA, Svezia, Regno Unito. Box Office Non sono disponibili dati certi sugli effettivi costi e gli incassi. Si tratta comunque di un film ad altissimo budget che in sole due settimane divenne in patria il film nazionale più visto di tutti i tempi, con oltre un milione di spettatori. Premi/Festival Oltre a vincere numerosi riconoscimenti in oriente, come l’Oscar coreano Blue Dragon e il premio dei critici giapponesi Blue Ribbon, ha partecipato al festival di Berlino e a numerose manifestazioni in tutto il mondo, conquistando, tra gli altri, il premio della giuria al festival di Seattle. DVD Esistono due versioni internazionali del DVD Regione 1 a un disco e con sottotitoli in inglese e coreano. Una edita nel 2002 e l’altra uscita nel 2005. Sottotitoli italiani su AsianWorld.it.

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MIstEr loNEly Regista Harmony Korine Interpreti Diego Luna, Samantha Morton, Denis Lavant, Werner Herzog, Leos Carax Sceneggiatori Harmony Korine, Avi Korine Paesi Francia, Regno Unito, Irlanda, USA Anno 2007 Durata 112’

Consigliato Agli amanti della cinematografia americana indipendente da festival, quella popolata di personaggi spesso al limite, sopra le righe. Ai fan di star vere o presunte del cinema e della musica pop, agli estimatori di Werner Herzog e a quelli di Fellini (per motivi diversi). Ai cinefili appassionati di musica e viceversa. Trama Un impersonatore di Michael Jackson incontra una impersonatrice di Marilyn Monroe. Lei lo convince a trasferirsi in una comune abitata da soli sosia tra i quali Charlie Chaplin, marito della Monroe con la quale ha una figlia (Shirley Temple!). Parallelamente un evento miracoloso scuote la vita di una missione cattolica in un paese del terzo mondo. Critica Se fosse un film italiano degli anni Ottanta verrebbe etichettato con l’infelice appellativo di “movie movie”, che indicava quelle commedie contenenti due episodi slegati fra loro. Così è Mister Lonely, con in più la caratteristica

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della durata disuguale degli episodi: quello più breve interviene a intermittenza, spezzando il fluire di quello lungo. Due film distinti, in cui il regista mostra la padronanza di diversi linguaggi cinematografici (anche troppi tutti insieme, forse senza avere la capacità di dosarne le influenze). Si passa così, senza soluzione di continuità, da un taglio quasi documentaristico (evidente nell’episodio breve, un chiaro omaggio a Herzog, con il maestro tedesco protagonista) a scelte estetiche più vicine al cinema indipendente americano, siano esse lunghe inquadrature a camera fissa o scene girate con la camera a mano. Non mancano poi stacchi in stile videoclip, volute ingenuità da cinema trash e messe in scena teatrali e studiatissime che potrebbero appartenere a un Greenaway. Un po’ un minestrone, insomma. Ma la forza di quest’opera stà altrove. Soprattutto nella capacità di creare continuamente situazioni drammatiche e al limite della credibilità, che i personaggi sono forzati ad affrontare, come vittime in balia di un demiurgo crudele. Una visione deprimente della vita, questa, che attraversa tutta l’opera di Korine. Per quanto riguarda le interpretazioni, una lode va al piccolo Michael Joel-Stuart, qui nella parte dell’impersonatore di Buckwheat (uno dei Little Rascals, conosciuti in Italia come “Simpatiche canaglie”), che ritaglia qualche attimo di leggerezza nell’atmosfera funesta che aleggia sul film anche nei momenti meno drammatici. L’elemento migliore, alla fine, risulta però la storia agli antipodi narrata nell’episodio breve: davvero incisiva, è potente al punto da distrarre lo spettatore dalla trama principale. (Andrea Cazzani) Il regista Harmony Korine (Bolinas, USA, 1973) è un autore poliedrico. È infatti sceneggiatore (suoi Kids, scritto a soli 19 anni nel 1995, e Ken Park, del 2002, entrambi diretti da Larry Clarke), scrittore, documentarista, autore di testi (per Bjork) e di videoclip (per Sonic Youth e Bonnie Prince Billy). Mister Lonely è il suo terzo lungometraggio, dopo Gummo (1997) e Julien DonkeyBoy (1999). Korine è una figura di culto dell’underground (soprattutto musicale) americano, viste le sue numerose collaborazioni e amicizie con musicisti di spicco dell’ambiente. Curiosità Il protagonista del film impersona Michael Jackson in spettacoli di strada e negli ospizi per anziani. Se Mister Lonely fosse uscito oggi, vista la morte improvvisa della popstar americana (giugno 2009), avrebbe probabilmente incontrato migliori fortune e, forse, anche una distribuzione italiana.

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Perché è un Disperso Perché l’ha girato un regista “cattivo”, che nelle sue opere descrive situazioni stralunate e di degrado estremo difficilmente accomunabili alle logiche commerciali. Troppo “artista” per il nostro mercato e legato ad ambienti creativi poco noti in Italia. Eppure, paradossalmente, Mister Lonely è il film più accessibile di Korine. Paesi dove è stato distribuito Francia, Giappone, Regno Unito, Grecia, Irlanda, Marocco, Messico, Russia, USA, Ungheria. Box Office Costato circa nove milioni e mezzo di dollari, Mister Lonely è stato decisamente un flop avendo incassato solo 394.000 dollari. Solo negli Stati Uniti e in Giappone ha superato i 100.000 dollari d’incasso. Male in Francia (patria della casa di produzione principale, ma dove è stato distribuito solo in 5 sale), dove non ha raggiunto i 9.000 dollari. Premi/Festival Mister Lonely è stato presentato fuori concorso in moltissimi festival: tra i principali Cannes, Toronto, Tribeca, Sitges, Karlovy Vary e, in Italia, a Milano. DVD L’edizione del DVD contiene un dietro le quinte di 12 minuti e ben 23 scene cancellate.

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NIghtwatChINg Regista Peter Greenaway Interpreti Martin Freeman, Emily Holmes, Eva Birthistle, Jodhi May, Toby Jones Sceneggiatore Peter Greenway Paesi Olanda, Canada, Regno Unito, Francia, Polonia Anno 2007 Durata 134’

Consigliato a A chi ama la pittura, l’arte, i biopic e il cinema d’autore, nonostante li trovi tutti quanti snob... in fondo questo è un film poliziesco presunto e presuntuoso, di grande impatto visionario. Trama Amsterdam, 1642. Il pittore Rembrandt, al culmine della sua fama, accetta malvolentieri di ritrarre la locale milizia dei moschettieri. Quando scopre una cospirazione ad opera dei committenti, decide di usare il quadro come atto d’accusa. Iniziano così i suoi guai personali… Critica Rembrandt è stato un grande maestro della luce, al pari di Vermeer e Caravaggio. La sua produzione artistica, nella quale spicca l’opera La ronda di notte, di cui questo film è una potente biografia pittorica, è considerata una pietra miliare per quanto riguarda la composizione figurativa e l’uso della luce artificiale. Chi meglio di Peter Greenaway poteva raccontarne la genesi? Il regista gallese è infatti un grande “pennellatore” di immagini in movimento, da sempre impegnato in una ricerca cinematografica che trae ispirazione proprio dalla pittura. Lui, antinarratore per eccellenza, riesce in questo

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caso nella non facile impresa di costruire un biografia investigativa non tanto sul pittore, quanto sull’opera d’arte. Il risultato è un film avvincente come un thriller, coinvolgente come un mélo e magniloquente come un quadro dello stesso Rembrandt. Anzi, è un quadro di Rembrandt messo in scena, sezionato, ricomposto, teatralizzato e amato. Ma non si pensi a un esercizio manierista. Al contrario, Greenaway riesce a non sovrastare mai il film con le sue ambizioni visive, mantenendo un equilibrio costante tra il procedere degli eventi e la creazione artistica. Nella sua rappresentazione, comunque sostenuta dai reali accadimenti storici, Rembrandt non viene mostrato nelle vesti di pittore, bensì come un geniale metteur en scene. La ronda di notte ci appare dunque come un film statico: un racconto narrato per mezzo dei personaggi rappresentati nel quadro, così come li vedeva il “regista” Rembrandt, mai mostrato alle prese con i pennelli ma nei suoi gesti quotidiani, nel rapporto con la moglie o in balia della sua ispirazione. Il tutto immerso in un’atmosfera pittorica unica che nasce da una perfetta concertazione di scenografie, costumi e luci. A completare il quadro (ci si perdonerà la facile metafora), il valore aggiunto di un Martin Freeman in stato di grazia. (S.S.) Il regista Nato il 5 aprile 1942 in Galles, Greenaway è considerato uno dei più grandi registi del Novecento. Tra i suoi capolavori: I misteri del giardino di Compton House (1982), Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) e I racconti del cuscino (1996). Il graduale abbandono della narrazione lo avvia all’opera fiume Le valigie di Tulse Luper (2003), della quale molti capitoli rimangono dispersi. Curiosità Famoso per le sue installazioni di videoarte, Greenaway venne chiamato a realizzare un viaggio visivo ne La ronda di notte per il Rijksmuseum di Amsterdam. Da quel lavoro, mostrato con successo nel 2006, è nato Nightwatching, con cui torna al cinema narrativo. Perché è un Disperso Greenaway gode di grande fama e molti estimatori. Per questo uscì al cinema anche un lavoro difficile e “folle” come Le valigie di Tulse Luper, rivelatosi un enorme flop commerciale. Da allora i nostri distributori sono stati molto restii nei suoi confronti. Una diffidenza che in questo caso non è stata vinta, nonostante Nightwatching sia un film altamente spettacolare e coinvolgente.

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Paesi dove è stato distribuito Polonia, Russia, Giappone, Olanda, Francia, Spagna, Belgio, Repubblica Ceca, Regno Unito, USA, Ungheria. Box Office Il film è costato circa 7,5 milioni di dollari, ma non ci sono dati relativi all’incasso totale. Quello migliore pare sia stato realizzato in Francia: 480.000 dollari. Premi/Festival Ha partecipato al festival di Venezia ottenendo molti applausi, qualche premio collaterale e l’indignazione per la mancata Coppa Volpi a Martin Freeman (andata a Brad Pitt). Ha vinto anche il Netherland Film Festival e il canadese Leo Award. DVD Esistono in commercio una versione a un disco, con pochi contenuti, e una special edition a due dischi, contenente anche il bel documentario Rembrandt’s j’accuse...! sempre di Greenaway.

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NotrE MusIquE Regista Jean-Luc Godard Interpreti Sarah Adler, Nade Dieu, Rony Kramer, Simon Eine, Jean-Christophe Bouvet Sceneggiatore Jean-Luc Godard Paesi Francia, Svizzera Anno 2004 Durata 80’

Consigliato a A chi, amando Godard e la Nouvelle Vague, non vuole perdersi le ultime opere del grande maestro. Trama Film in tre segmenti. “Inferno”: immagini di guerra e di film di guerra. “Purgatorio”: una giornata a Sarajevo con una visita al ricostruendo ponte di Mostar. “Paradiso”: una ragazza passeggia sulle rive di un lago presidiato dai Marines. Critica “Una volta che si crede che la guerra sia finita… i giornalisti non arrivano più. Ė lì che inizia il Purgatorio” afferma Jean-Luc Godard, che il Purgatorio lo situa nella Sarajevo postbellica. Una Babele etnica dove tra rovine, evocazioni del conflitto israelo-palestinese, rimembranze di Kafka, Hannah Arendt, Henri Curiel e del filosofo Emmanuel Levinas, si incrociano le traiettorie del poeta palestinese Mahmoud Darwish, dello scrittore spagnolo Juan Goytisolo, dei filosofi Jean-Paul Curnier e Pierre Bergounioux e dello stesso Godard. Il regista della Nouvelle Vague, nella sua conferenza, che rappre-

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senta l’apice del secondo segmento del film, ribadisce (coerentemente con tutta la sua carriera) come il linguaggio cinematografico sia un atto politico. I suoi strumenti, in quest’opera, sono soprattutto il campo/controcampo e il montaggio dialettico eisensteiniano, che gli permettono di accostare due immagini provenienti dallo stesso momento storico per mostrare le due facce della stessa realtà e per avvicinare gli estremi: gli ebrei con i musulmani, il reale con l’immaginario. E Sarajevo è il posto dove la riconciliazione degli opposti è possibile. Come dice lo stesso Godard: “Non sono io che ho scelto Sarajevo, ma è Sarajevo che ci ha scelti”. A precedere il Purgatorio della città jugoslava, troviamo un inferno rappresentato da immagini di guerra e distruzione, delle catastrofi della Storia, da colori warholianamente virati verso tonalità sature e sgargianti, ma anche da scene tratte da film western e dall’esplosione del vaso di Pandora di Un bacio e una pistola (Robert Aldrich, 1955). Solo alla fine arriva il Paradiso, l’utopia. Ed è rappresentato dallo sciabordio delle acque di un lago. Ma per arrivarci bisogna pur sempre superare la guardia dei militari americani. (Giampiero Raganelli) Il regista Nato a Parigi nel 1930 da una famiglia svizzera, Jean-Luc Godard inizia negli anni Cinquanta l’attività di critico per i Cahiers du cinéma, dove si distingue per i suoi scritti radicali. Il suo primo lungometraggio, Fino all’ultimo respiro (1960), diventa la bandiera della nouvelle vague francese. La sua carriera prosegue ormai da mezzo secolo, tra opere esistenziali, come Il disprezzo (1963), politiche come La cinese (1967), scandalose come Je vous salue Marie (1985) e introspettive come JLG/JLG (1995). Curiosità Nel 1993, durante l’assedio di Sarajevo, Godard aveva dedicato alla città martoriata un corto sperimentale, costituito da immagini fisse, dal titolo Je vous salue, Sarajevo. Perché è un Disperso Si tratta di un’opera complessa, sicuramente poco appetibile per un vasto pubblico. Ma il nome dell’autore avrebbe dovuto rappresentare una garanzia. Paesi dove è stato distribuito Francia, Belgio, USA, Spagna, Brasile, Grecia, Turchia, Svezia, Regno Unito, Messico, Giappone, Austria, Corea del Sud, Argentina, Finlandia.

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Box Office Il budget non è noto, ma deve essere stato ridottissimo viste le caratteristiche del film. L’incasso complessivo è stato di 285.000 dollari, con un risultato sorprendentemente migliore negli USA che in Francia. Premi/Festival Presentato a Cannes fuori concorso, ha vinto il premio FIPRESCI - Film dell’anno al festival di San Sebastián. DVD Esistono diverse edizioni del DVD che comunque non propongono particolari contenuti speciali. I sottotitoli in italiano sono disponibili su OpenSubtitles.org.

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sMIlEy faCE Regista Gregg Araki Interpreti Anna Faris, Roscoe Lee Browne, Danny Masterson, Ben Falcone, Adam Brody Sceneggiatore Dylan Haggerty Paesi USA, Germania Anno 2007 Durata 88’

Consigliato a A chi ha apprezzato il cinema di Gregg Araki e vuole continuare a seguirlo. A chi ama le commedie bizzarre. A chi era fan di Happy Days e vuole vedere che fine hanno fatto i suoi protagonisti. Trama Un’aspirante attricetta vive sotto effetto continuo di droghe leggere ed è perennemente indebitata. Nelle sue vicissitudini si imbatte in una copia originale del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. Forse questo ritrovamento potrà farla uscire dai guai. Critica Gregg Araki spiazza con una commedia strampalata, anomala nella sua filmografia fatta di opere disperate. Eppure si tratta un film del tutto coerente con l’universo del suo autore, che racconta ancora una volta una generazione attraverso i suoi simboli. Qui sono gli emoticon, le faccine sorridenti della comunicazione via internet, a rappresentare quel mondo scintillante nel quale i surrogati della felicità sono tortine alla marijuana dai colori pastello, videogiochi sul portatile, oggetti di plastica luccicanti e kitsch. “Smiley Face”, d’altra parte, è anche un modo gergale per indicare l’ecstasy, in riferimento

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alla faccina incisa su alcune pasticche. La protagonista, una stupenda Anna Faris, è perennemente sotto effetto di droghe leggere, lo sguardo inebetito, gli occhi stralunati e la bocca aperta. È la condizione nella quale viene portato anche lo spettatore, guidato dal regista in un trip allucinogeno. La linearità della narrazione viene continuamente interrotta da scene velocizzate, flashforward ipotetici ed effetti di rewind alla Funny Games (Michael Haneke, 1997). La commedia appare spensierata solo per l’effetto lisergico che provoca: la disperazione, come sempre in Araki, è dietro l’angolo. Altro tema caro all’autore è la mercificazione che regola i rapporti umani, in un mondo in cui le transazioni di denaro corrono velocissime via internet e può capitare di non avere più soldi sul conto per qualche click di cui ci si era dimenticati. Quando salta fuori la copia originale del Manifesto di Marx ed Engels, il testo anticapitalista per eccellenza, ne viene vista subito la potenzialità economica come oggetto da mettere su eBay. Del resto il professore di teorie marxiste vive in una tipica villetta della middle class americana, e se suoni alla sua porta ti apre la moglie che ha il volto rassicurante di Marion Ross, la madre di Happy Days, simbolo della famiglia felice americana. (G.R.) Il regista Gregg Araki nasce il 17 dicembre 1959 a Los Angeles, da padre giapponese e madre americana. Nel 1984 fonda una casa di produzione, la Desperate Pictures, e diviene un esponente del New Queer Cinema, movimento di cineasti indipendenti che si propone trattare la tematica omosessuale fuori dai cliché hollywoodiani. Nel 1995, con il road movie Doom Generation. si fa notare a Venezia, dove torna anni dopo con l’intensissimo Mysterious Skin (2004) che tratta, in modo onirico, il tema della pedofilia. Curiosità Il titolo originale della sceneggiatura era alquanto fantasioso: The Being John Malkovich of all Potsmoking, Stoner Movies. Perché è un Disperso Araki si è conquistato la fama, anche in Italia, di autore di storie maledette, di film torbidi e scandalosi. I distributori devono aver reputato che un’opera di segno opposto avrebbe potuto deludere il pubblico abituale del regista, e se ne sono così tenuti alla larga. Paesi dove è stato distribuito USA, Francia, Brasile, Portogallo, Finlandia.

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Box Office Il budget del film non è noto. Negli USA Smiley Face è uscito solo in una sala. In Francia, con una distribuzione più cospicua, ha incassato 170.000 dollari. Premi/Festival Il film è stato presentato nel 2007 alla Quinzaine des Realisateurs del festival di Cannes. DVD Distribuito dalla First Look Pictures, sia in edizione singola che insieme al film Bongwater. I sottotitoli in italiano sono su ItalianSubs.net.

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FALSOPIANO

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Umberto Calamita e Giuseppe Zanlungo La classe operaia non va in paradiso. Il cinema di lotta e di protesta

Mario Gerosa Robert Fuest e L’Abominevole Dottor Phibes

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Dispersi. Guida ai film che non vi fanno vedere