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Redazione Direttore Responsabile Leonardo Cosmai Direttore Editoriale Enrico Santus Gruppo Redazionale Luca Caproni Francesco Chiofalo Andrea Corsiglia Teresa De Martin Silvia Litterio Renata Schiavo Matteo Tarsi Impaginazione cartacea e realizzazione web Giacomo Guccinelli Enrico Santus Copertina Giacomo Guccinelli Logo e locandine Giacomo Guccinelli Alessandro Russo

www.aeolo.it 1


Pan di zucchero, Iglesias Sardegna, Italy (si vedano gli articoli nella sezione InterVenti, pp. 95-102)

Aeolo, Anno I, Numero 2 Tribunale di Milano, n. 354 del 28 luglio 2009 ISSN 2036-1386 Felici Editore S.r.l. – Via Carducci, 60 – 56010 – Loc. La Fontina, Ghezzano – San Giuliano Terme (PI). © 2009 AEOLO © 2009 Felici Editore S.r.l., Pisa

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Sommario EDITORIALE ............................................................. 5 VENTO: LITTLE ITALY TUTTI I PAESI SI PRESTANO ALLO STEREOTIPO......... 10 di Anne Marie Jaton CONTRO LA NOSTALGIA PER UN’IDEA DI FUTURO (INTERVISTA AD ANTONIO PASCALE) .......................... 14 di Enrico Santus PROPOSTE PER UN DIZIONARIO ............................... 24 di Fabien Kunz CONFUSIONI ITALIANE – TRA FINZIONE E REALTÀ .. 32 di Ilena Antici BUFERE LE PATOLOGIE DEL SISTEMA ECONOMICO. UNA VISIONE CONTROCORRENTE (INTERVISTA AD ALVARO CENCINI) ... 40 di Marina Calculli PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS ................ 46 di Luca Caproni BUFERA IN SALA..................................................... 56 di Morena Mancinelli EDITORIA NOSTRANA ............................................. 59 di Andrea Mucciolo IL GIORNALE DEI CAPELLONI .................................. 63 di Andrea Corsiglia SPIFFERI ASCIA NEL MIELE ................................................... 72 di Primož Čučnik 3


BRILLÌO ................................................................. 73 di Primož Čučnik SEGNI ..................................................................... 74 di Luigia Bencivenga LA GUARDO............................................................ 78 di Anna Utopia Giordano PRONOME............................................................... 80 di Letizia Cerqueglini L’ACCENDINO ........................................................ 81 di Sara Salomoni OSPEDALI ............................................................... 83 di Giuseppe Budetta TRAVAGLIO ............................................................ 86 di Silvia Litterio IL PORTO SOMMA LA TERRA AL MARE ..................... 87 di Idolo Hoxhvogli DANZAI .................................................................. 88 di Pietro Pancamo CARMINA BURINA .................................................. 89 di Ivan Pozzoni INTERVENTI UN DIALOGO TRA PADRE E FIGLIO (RECENSIONE A FUMO LEGGERO LONTANO VENTO)......................................... 92 di Enrico Santus IGLESIAS, STORIA, ARTE E CURIOSITÀ ..................... 95 di Miriam Cappa IGLESIAS E DINTORNI.............................................. 99 di Matilde Omezzolli Gadducci

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Editoriale I morti per la libertà. Chi l’avrebbe mai detto. I morti. Per la libertà. Sono tutti sepolti. (Celebrazione, G. Caproni)

Little Italy si è configurato come l’unico tema possibile per questa quarta uscita di Aeolo. Un tema di feroce attualità, che diventa ancora più tagliente se tradotto in quella lingua del sì che è ormai una lingua strettamente nazionale: Piccola Italia. Esatto. Piccola. In quanto riveste un ruolo marginale all’interno di un’Europa spinta silenziosamente in periferia dai nuovi rapporti tra Stati Uniti e Cina. Se Obama ha la vista lunga e la mente aguzza, non altrettanto si può dire del nostro governo, che non brilla sulla scena internazionale e concentra tutte le energie per risolvere i problemi giudiziari del Premier. E se a questo si aggiungessero gli attacchi alla magistratura e ad alcuni giornali, emergerebbe chiara l’intenzione di delegittimare il potere giudiziario e quello informativo per ammansirli. Operazione tra l’altro già riuscita col potere legislativo: Berlusconi – insieme testimonial e slogan del PDL – soffoca nel silenzio i malumori interni alla sua maggioranza, grazie anche al pronto intervento dei suoi media: mentre Fede e Vespa fanno eco alle sue affermazioni ottimistiche, Minzolini lo sostiene politicamente coi suoi editoriali delle ore 20:00. Sul versante della stampa, intanto, il Giornale di Feltri sguinzaglia i suoi cani 5


alla ricerca di scheletri negli armadi di chi ancora dimostra capacità di giudizio e indipendenza intellettuale. Mentre tutto ciò accade, l’opposizione non c’è. Da una parte si vede un IDV fossilizzato nell’anti-berlusconismo quasi parassitario; dall’altra, un PD perso nel mediare tra le sue correnti interne e incapace di proporre una linea politica d’ampio respiro. Così, anche quando la maggioranza può essere messa in inferiorità, l’assenteismo tra le file dell’opposizione dà il colpo di grazia ad un troppo vago desiderio di governare il Paese. 1 Ma il problema italiano non sta solamente nelle aule parlamentari – o in quelle giudiziarie, come si vorrebbe far credere. Mentre il mondo sta affrontando una grande sfida per il futuro, l’Italia continua a preoccuparsi dei suoi simboli: preoccupano i clandestini, ma non i corruttori; preoccupa togliere il crocifisso dalle scuole, ma non l’ingerenza della Chiesa nello Stato; preoccupa la H1N1, ma non i tagli alla ricerca. Il problema sta nella gente e in particolar modo nel disinteresse delle persone per la politica, vista come qualcosa 1

Mi sono spesso trovato contestato quando ho affrontato problemi politici: mi si contestava che Aeolo fosse una rivista letteraria e culturale, non una rivista politica. Come se tra cultura e politica ci fosse una netta linea di separazione, come se figura centrale del Rinascimento italiano non vi fosse Coluccio Salutati. Sarebbe d’altronde sufficiente leggere il manifesto di Aeolo per capire che questo tipo di contestazioni non ha ragion d’esistere: Aeolo si propone di smuovere la cultura contemporanea e dar voce a chi ha qualcosa da dire (assumendosi la responsabilità delle proprie affermazioni). Se poi queste parole entreranno in contrasto con le parole di altri, bene: solo dal confronto dialettico può nascere una nuova idea, più adatta a resistere alle sfide che le si propongono. Il resto si estingua.

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che non le riguarda. Questa distanza ha fatto sì che i politici potessero agire indisturbati, proprio in un periodo storico in cui potevano approfittare della perdita di quei valori che sancivano l’onorabilità dell’individuo e ne regolavano il comportamento nei rapporti con gli altri. È così che il nostro Paese è entrato in una spirale di corruzione che sta ingoiando – con qualche eccezione – una Casta che non ha intenzione di rinunciare ai propri privilegi. L’unica speranza rimane nell’autonomia dei poteri. Per questo motivo il popolo dovrebbe indignarsi qualora vi siano ingerenze di qualsiasi genere. Ma ciò non accade in Italia, dove il popolo non è certo leone: lo scarso coraggio e/o la pigrizia nel difendere i propri diritti e la propria libertà sono insieme causa e conseguenza del male che stiamo vivendo. Insomma, bisognerebbe ripartire da qui: dalla riconquista di quei valori che si sono persi e da un riavvicinamento tra la politica e le persone che si basi sull’ascolto reciproco e il confronto. La democrazia deve essere difesa giorno dopo giorno perché si possa conservare lo stato di diritto, conquistato a caro prezzo da chi ci ha preceduto. Dovrebbero essere dimenticati una volta per tutte i retaggi delle vecchie ideologie, a favore di un relativismo che permetta di affrontare in maniera laica i problemi a cui la contemporaneità ci sottopone. Il tutto nel bene del Paese e con un solo scopo: riportare la Piccola Italia a quel ruolo che le spetta, rendendola nuovamente competitiva nella scena internazionale. Dico ciò a pochi mesi dal 150° anniversario dell’Unità perché dobbiamo iniziare a immaginare una nazione proiettata verso il futuro, e non aggrappata ad un passato che, per quanto grande, non potrà 7


tornare. In primo luogo perché lo dobbiamo a chi per noi ha speso l’intera esistenza, ma soprattutto a chi verrà dopo di noi. Al di là dell’editoriale, in questo IV numero di politica si parla poco, se non nell’intervista sulla laicità del pensiero allo scrittore Antonio Pascale (cfr. Contro la nostalgia per un’idea di Futuro). Gli altri testi tematici hanno un taglio prettamente culturale: sono stati analizzati gli stereotipi sul nostro paese sia da autori italiani che stranieri (cfr. Tutti i paesi si prestano allo stereotipo e Proposte per un dizionario), è stata analizzata la ricezione di Gomorra in diversi paesi europei (cfr. Confusioni italiane – tra Finzione e Realtà) e sono state riportate le condizioni attuali del cinema e dell’editoria italiani (cfr. Bufera in sala e Editoria nostrana). Anche in questa uscita non mancano gli interventi di importanti figure della cultura contemporanea nazionale e internazionale: da Anne Marie Jaton, docente di Letteratura Francese presso l’Università di Pisa, al professore Alvaro Cencini, docente dell’Università della Svizzera italiana di Lugano e sostenitore di un nuovo approccio all’economia, allo scrittore italiano Antonio Pascale, alle poesie dell’autore sloveno Primož Čučnik. Siamo pronti per un vento nuovo. Siamo pronti per creare nuovi luoghi d’incontro e nuovi modi di comunicare. Perché questa Little Italy possa presto ambire a tornare una Great Italy. Pisa, 22 novembre 2009 Enrico Santus

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Tutti i paesi si prestano allo stereotipo

di Anne Marie Jaton Tutti i paesi si prestano allo stereotipo: imperversa ancora quello della Svizzera delle mucche, delle montagne, delle banche e del cioccolato… Procedendo per inevitabili semplificazioni, l’atteggiamento dei viaggiatori europei nei confronti dell’Italia si modifica insieme alla storia delle mentalità. Le proiezioni sembrano variare poco: varia il segno che viene loro attribuito. Il “grand tour” del XVIII e del XIX secolo subisce una mutazione legata al passaggio epistemologico della fine del secolo da una Ragione ovunque esaltata – sebbene ancora poco salda sulle proprie gambe – al recupero del sentire, dai Lumi – che dovrebbero impietosamente denunciare l’oscurantismo – all’oscurità, che si scopre invece inevitabile negli esseri e nel mondo. Tra il 1780 e il 1860, sempre per mettere paletti ad una realtà che difficilmente ne tollera, gli stereotipi sull’Italia vengono generalmente associati a segni positivi. Prima, il “grand tour” sembrava spesso effettuarsi come un gravoso dovere, i racconti assomigliavano ad un Baedeker in salsa allungata, reso talvolta più indigesto per il lettore moderno da valanghe di note perfettamente inutili, che sottolineavano con cupa soddisfazione e modesto giubilo da parte del curatore le (numerose) inesattezze di dettaglio. Il percorso è “pour cause” poco antropologico, limitandosi troppo spesso ad un elenco di monumenti e chiese, con un viaggiatore che passa dagli uni alle altre con terrificante coscienziosità. Alcuni anni 10


fa, Jean-Jacques Langendorf ha dato di questa letteratura una lieve, gustosa e irriverente caricatura in un piccolo romanzo intitolato La Contessa Graziani, racconto di un “grand tour”… nei lupanari di tutta la penisola. Dopo la “scoperta”, fra Goethe e Montale, che l’Italia è anche il paese dove fioriscono i limoni, l’attenzione diventerà passione. La Penisola è considerata come il paradiso: i viaggiatori, favorevolmente prevenuti, la vedono solare, lussureggiante e lussuriosa, anche perché la loro meta è più facilmente Napoli che non le nebbie della pianura padana. I banditi che infestano le strade, in particolare fra Roma e la città partenopea, godono del fascino che la letteratura romantica associa a grandi figure di fuorilegge generosi. A loro viene attribuita una non meglio identificata coscienza anarchica, antimonarchica e politicamente corretta anzitempo. Viene esaltata come forma di saggezza la mirabile indole detta proprio a partire dal Settecento (dolce) farniente, che – Brunetta insegna – viene oggi letta (rovesciando semplicemente lo stereotipo, che rimane tale) come pura e semplice pigrizia. L’italiano del popolo, considerato come spontaneo e autentico, acuto ma felicemente lontano dalla Cultura, sostituisce il buon selvaggio nell’immaginario dell’epoca; raduna su di sé le virtù esaltate da Rousseau: è “più vicino alla Natura”, sincero, non corrotto dalla società anche perché, salvo infausta eccezione, non è sociale. Il paese gode anche della recente invenzione della Storia: è impossibile trovare un più ricco millefoglie, un simile e prezioso accumulo di strati del passato, catalizzatore della memoria universale e individuale, come mostreranno, all’inizio del Novecento, la Gradiva di 11


Jensen e la sua interpretazione da parte di Freud. In Italia la morte viene vissuta, notano i viaggiatori abituati a lugubri funerali, in modo paradossalmente “vitale”, fra mondo pagano e mondo cristiano: i pianti si associano ai banchetti in un’unione ossimorica che li incanta. Una nota discordante nel coro entusiastico: l’atteggiamento dei viaggiatori nei confronti della cucina italiana. Pressoché unanimi, tedeschi, francesi e inglesi, che a casa loro annegano rispettivamente nello strutto, nel bacon, nel burro e nella panna, trovano la cucina italiana… pesante. Non riescono ad abituarsi all’olio di oliva, e, con qualche felice eccezione preliminare, ci vorranno la rivoluzione dietetica e le scoperte “scientifiche” sui benefici della “dieta mediterranea” per trasformare questa condanna in culto. Lo stereotipo più duro a morire, e che resisterà invece anche al cambiamento di tono del positivismo, è che l’Italia è terra amoris: ogni viaggiatore continentale o insulare esalta il genio amoroso dell’italica gente e la presenza di figure femminili affascinanti, a metà fra la sirena e la sibilla. La terra di fuoco, che agli occhi degli stranieri possiede come emblema il vulcano (nessuno salta mai la visita al Vesuvio, o nel caso se ne scusa come di una grave mancanza), è aperta a tutte le passioni. Ma il grigio positivismo è in agguato: la fine dell’Ottocento, che l’associazione povertà/felicità non seduce più e alla quale la sensualità comincia a far paura, esalta il lavoro, il profitto e l’efficienza; l’ingegnoso lascia ormai il posto all’ingegnere; in seguito alle scoperte dell’importanza dell’igiene, nasce il grande sogno di disinfestazione universale che porterà un duro colpo all’immagine 12


paradisiaca dell’Italia: dei limoni si noteranno ormai solo le bucce per terra, le graziose casette diventeranno tuguri malsani, i lazzaroni napoletani, prima filosofi saggi, non saranno nient’altro che irritanti fannulloni. Gli stereotipi sono in realtà gli stessi, si continua a passare accanto alla complessità del reale per soffermarsi sulla superficie delle cose: fantasmi e proiezioni, sogni e terrori faranno sempre da schermo isolante fra l’uomo e il mondo; che i vetri siano rosa o neri cambia poco; bisognerebbe proprio togliersi gli occhiali per poter, finalmente, vedere!

Fotografo: Matteo Raia d’Alessandro Titolo: Aspettando il ritorno

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Contro la nostalgia per un’idea di Futuro Intervista ad Antonio Pascale

di Enrico Santus Antonio Pascale è nato a Napoli nel 1966, è vissuto a Caserta e poi a Roma, dove attualmente lavora. Ha pubblicato – tra gli altri – Ritorno alla città distratta con Einaudi, un reportage che racconta la realtà casertana, fatta di giochi di convenienza e indifferenza. Questo saggio, in cui si percepisce forte la voce narrante, è stato considerato da Saviano un testo fondamentale perché potesse nascere Gomorra. Di recente è stato pubblicato, sempre da Einaudi, Scienza e Sentimento, in cui – controcorrente – Pascale difende gli OGM. Indifferenza – Enrico Santus Antonio, come sei passato dalla tua formazione di agronomo all’amore per la letteratura? Come abbini queste due passioni? Ho ricordi vaghi. Mi sono iscritto ad agraria perché intravedevo una concreta possibilità di lavoro (e così è stato). Contemporaneamente mi piaceva leggere. Volevo capire come funzionano le cose. La cultura agronomica, in senso lato, è uno dei modi per leggere il mondo: bisogna studiare matematica, fisica, chimica, biologia, genetica, virologia, colture arboree, irrigazione e drenaggio, meccanica e non solo, devi anche imparare a integrare queste discipline affinché parlino tra loro. Alla fine comunque, a forza di integrare, i due strumenti di lettura – agronomia e scienza umanistica – si sono fecondate e 14


hanno prodotto un’idea di narrativa. Ho cercato di applicarla per scienza e sentimento. Tutto qui. Sullo stile... In molte interviste combatti l’aggettivazione e in effetti i tuoi testi sono molto scorrevoli proprio grazie alla dominanza dei verbi sugli aggettivi. Si tratta di una scelta di stile voluta o meno? Gli aggettivi sono violenti. Pistole puntate contro il lettore o all’opposto sedie fin troppo comode. Nell’uno o nell’altro caso il lettore si sente bloccato, ingabbiato. Meglio procedere socraticamente con l’argomentazione. Quale è stata la tua gavetta? Secondo te che ruolo può avere una rivista come Aeolo nell’aiutare autori esordienti? Sono tra i fondatori della casa editrice Minimum fax e ho sempre nutrito una forte passione per le riviste letterarie. Sono costruite da persone interessanti. Case editrici e riviste sono buoni laboratori. Il tema di questo numero è Little Italy, un argomento che dovrebbe starti a cuore, considerato che già in Ritorno alla città distratta descrivi una realtà più italiana che non esclusivamente casertana. Tu quest’Italia la vedi Little o Great? No, little. L’Italia è un paese provinciale. Cultura locale, sagre, libri che parlano dell’Italia che fu. Nostalgia a go go! Veltroni, Petrini e la Lega sono uniti da un’idea di sapere nostalgico: quello che avveniva in passato ha valore, il presente 15


è corrotto. Inventano un territorio che non è mai esistito; lottano per il locale... un locale che poi diventa cultura snob. Piccolo orto. Campanile in lotta contro l’altro campanile. Piccoli contro piccoli. E cose di questo genere. Molto deprimenti. Quindi se descrivi il little alla fine parli di un’antropologia generale. Peccato. Mi piacerebbe vedere intellettuali e politici impegnati in temi di ampio respiro. Qualità della produzione di massa, qualità del reddito, investimenti nella ricerca, capacità di gestire le nuove conoscenze e di applicarle. Capacità di accogliere quanto di meglio si produca al mondo. Insomma mi piacerebbe che l’Italia recuperasse l’ambizione. Per il momento vedo solo nostalgici che per mantenere la posizione dominante aboliscono l’idea di futuro. A proposito di nostalgia... sempre più spesso si sente lamentare che il cibo di una volta fosse più buono, nonché la gente stessa fosse più genuina. La nostalgia del passato sta diventando un topos che i media non disattendono dallo sfruttare (mi riferisco soprattutto a numerose pubblicità di prodotti culinari). Un tempo c’era davvero genuinità nel cibo e nelle menti? Perché proviamo questa nostalgia? Perché siamo ricchi e abbiamo dimenticato la fame. Il passato si è addolcito e sfruttare la dolcezza conviene. A pochi, si intende. A quelli che campano facendo libri sul pane di ieri... Del resto, come dice Boncinelli: “per un paese di ieri il pane di ieri”. Siamo un prodotto scaduto. In Scienza e Sentimento difendi gli OGM sollevando non poco clamore. È stato fatto notare che il tuo discorso sia sostenuto da argomentazioni più quantitative che qualitative 16


(ovvero definendo il benessere secondo termini non troppo diversi da quelli economici). Cosa ci dici invece della qualità degli OGM? Guarda, gli OGM non esistono. Tutto quello che mangiamo è migliorato in laboratorio. Migliorare significa scambiare geni, ovvero, ricercare e poi trasferire quei geni che aumentano rese e qualità. Forse non ce ne accorgiamo perché viviamo comodamente nel benessere, e possiamo aprire il frigo e prendere quello che ci piace. Ma questa facilità di approvvigionamento è il risultato di un costante miglioramento genetico. Il grano di sessanta-ottanta anni fa era alto e poco produttivo, perché la pianta impiegava energia per crescere in altezza e riservava poca energia per produrre amido o proteine: la granella, quindi, era più povera. Grazie a Nazareno Strampelli e poi agli istituti di ricerca pubblica (e sottolineo l’aggettivo: “pubblico”), e grazie al valore di Norman Borlaung (da poco scomparso), abbiamo ottenuto varietà migliori, più basse e di maggiore qualità. Ora, da vent’anni, abbiamo strumenti più precisi: conosciamo l’alfabeto del DNA e quindi sappiamo con maggiore esattezza quali lettere muovere per produrre parole a noi utili. La tecnica del DNA ricombinante è uno di questi strumenti, ma ce ne sono altri. Voglio dire: se ci dicessero vuoi operarti in una sala operatoria moderna o in una del primo novecento, dubito che ci sia qualche pazzo che scelga quella del passato. Non capisco perché per il cibo sia diverso. Oggi si mangia meglio. Vai per strada e trovi ristoranti etnici, la vita media si è allungata, mio figlio a undici anni è alto quanto me, i denti non cadono più (sono più forti) e facciamo sport fino a settant’anni. Merito soprattutto dell’alimentazione (è più ricca di proteine, di gusto e di sapori). 17


D’accordo. Aeolo si è sempre interessato all’ambiente, pertanto non posso mancare di chiederti quale sia l’impatto ambientale delle colture di cui parli... Le colture attualmente ottenute con la tecnica del DNA ricombinante sono essenzialmente di due tipi: quelle resistenti a un erbicida e quelle capaci di produrre un’insetticida innocuo per l’uomo e tossico per tre ordini di insetti: lepidotteri, coleotteri e ditteri. Queste colture fanno risparmiare soldi e passaggi con le macchine in campo per spargere agrofarmaci. Chi le usa si trova bene. Gli ettari coltivati con colture dette impropriamente OGM sono aumentate in maniera esponenziale. L’impatto? Di sicuro positivo. Non capisco nemmeno perché i produttori “biologici” non vedano di buon occhio un prodotto che può farti abbassare notevolmente la dose di agrofarmaci. Dovremmo al contrario fare un patto sinergico, e batterci affinché sia consentito alla ricerca pubblica di lavorare... In Italia, infatti, non si può sperimentare in campo colture OGM per colpa di due decreti (Pecoraro Scanio e Alemanno). Tutte le piante hanno bisogno di essere migliorate e oggi si può far molto per costruire piante in grado di resistere alla siccità o alla salinità, di assorbire più azoto o fosforo. Ripeto, la tecnica del DNA ricombinate è solo un modo per spostare geni – molto efficace – ma ce ne sono altri. La paura è che l’ignoranza sul miglioramento genetico crei un clima di oscurantismo bucolico che corrompe la stesse idea di miglioramento futuro.

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Già che siamo in tema d’ambiente, cosa ne pensi del ritorno al nucleare avviato dal governo Berlusconi? Non ci sono fonti d’energia alternative e rinnovabili più valide? Tutto si può risolvere se si opera in maniera laica, caso per caso, e con metodologia integrata. Non esiste un solo strumento per suonare una sinfonia. Purtroppo il nostro è un paese piccolo e fortemente ideologizzato. Non si discute laicamente di nucleare o di biotecnologie, ci si scanna in nome di simboli di appartenenza: “Sei a favore degli OGM? Allora sei contro natura!”, dunque venduto e puzzi di artificio; “Sei a favore del nucleare? Allora sei quello che vuole inquinare il mondo”. È anche interessante notare come nessuno sia riuscito a dimostrare scientificamente che gli OGM facciano male. Nelle questioni scientifiche non si può dire “ho visto l'unicorno, credetemi, sono indipendente dai grandi gruppi di potere”, ecc. Lo devi dimostrare, mettere i tuoi dati a disposizione di una comunità di scienziati. E poi è necessario che i risultati raggiunti da te possano essere riprodotti. Tutto questo dovrebbe rassicuraci. Se 15 anni di studi raggiungono la conclusione che, per esempio, i prodotti in commercio ottenuti con la tecnica del DNA ricombinante sono buoni, puliti e sani, non capisco perché ancora ci scanniamo a domandarci se fanno male o bene. La verità è probabilmente una: non vogliamo approfondire le nostre opinioni, perché il ragionamento laico non è per noi. Preferiamo la religione e i suoi simboli. Tu cosa ne pensi del fenomeno Grillo, della sua lotta ambientalista e politica? Ha contribuito almeno in parte a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi che riguardano il nostro paese? 19


No. Grillo è una persona parecchio incompetente. Il suo blog, soprattutto sulle questioni scientifiche è pieno di imprecisioni, luoghi comuni, leggende metropolitane, ecc. Nella sostanza non segue un’idea di giustizia, ma di punizione. Ti fa credere di essere meglio degli altri solo perché prende il lusso di mandare affanculo quelli che non gli piacciono. Grillo non ama il confronto dialettico, non sa discutere, ha una propensione all’esibizione che mi è estranea e che giudico pericolosa. Prima di chiedersi che rappresentati vogliamo al Parlamento, dobbiamo chiederci se Grillo è un buon testimone del nostro disagio. E poi è triste vedere come in Italia sia svillaneggiata la cultura: oggi se metti attorno a un tavolo tre premi nobel contro tre comici, di sicuro vincono e convincono i comici. La vita per loro è più facile, possono permettersi di chiamare il professore Veronesi cancronesi. A Veronesi tocca studiare studiare studiare molecole e proteine anticancro; il secondo si limita a fare lo spiritoso e gli basta poco per avere l'applauso. Naturalmente se a qualcuno di noi, Dio non voglia, viene il cancro, poi corriamo a chiedere lumi da Veronesi. A proposito di rigore, Veronesi rifiutò la carica di ministro del secondo governo Berlusconi dicendo: “scusate sono un vecchio antifascista”. Io sono antifascista e scelgo la parte che più mi assomiglia. Secondo te cosa dovrebbe fare l’Italia per tornare ad avere un ruolo di primo piano nella scena internazionale e riacquistare quella fiducia che giorno dopo giorno sta perdendo? Eleggere un presidente socialista (ma non del Psi) come Salvatore Allende: “Non ho la vocazione del santo e del martire 20


ma lotterò, [...] fate una carezza ai vostri bambini e ditegli che domani ci troveremo ancora a lottare ed amare per il bene del nostro futuro”. E gli intellettuali? Qual è il loro ruolo? Importantissimo. Noi abbiamo delle opinioni, queste vengono lette dai politici e poi tradotte in scelte politiche (norme, leggi, regolamenti). Meno chiare e strutturate sono le nostre opinioni, meno favoriamo la lettura e la traduzione. Dunque per migliorare il mondo, dobbiamo migliorare le nostre opinioni. L'intellettuale è nella mia immaginazione una persona che conoscendo le parole, studia e combatte per offrire a se stesso, prima che agli altri, una metodologia conoscitiva. Quindi orientare, fare da portavoce, indicare fonti e dati attendibili. Misurare, insomma. Come diceva Parise, credo nella democrazia e nella pedagogia, perché non può esistere l’una senza l’altra.

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Fotografo: Mario Raia d’Alessandro Ti22 tolo: Paolo Borsellino


Artista: Leonardo Cosmai Titolo: Migrantes 23


Proposte per un Dizionario Proposte per un Dizionario delle Idee ricevute sull’Italia

di Fabien Kunz ITALIE. Doit se voir immédiatement après le mariage. – Donne bien de déceptions, n’est pas si belle qu’on dit. ITALIENS. Tous musiciens, traîtres. (Flaubert, Le dictionnaire des idées reçues)

Il Dictionnaire des idées reçues non può dare le misure a quanto segue qui. Flaubert ne vagheggiava l’idea sin dai tempi dell’adolescenza. Vi proiettava un progetto ambizioso. Più ambizioso di quanto non lasci presumere l’intento di “engueler les humains”, ossia la ben nota pulsione di fondo, il suo appassionato disprezzo della “bêtise” dell’uomo borghese. Denunciare la bêtise tramite una collezione di probabili luoghi comuni nei quali si rassomigliano discorsi e intelligenza dei borghesi di allora e che ne svelino l’idiozia: ecco, in parole contate, l’irresistibile tentazione che anima il mai veramente realizzato progetto del Dictionnaire des idées reçues. La sottile ironia, il diamantino acume di Flaubert garantiscono che l’impresa porti ad altro che a un semplice “sciocchezzario”. Niente di più estraneo al genio del Dictionnaire infatti, che di raccogliere quei luoghi comuni che siano scontati nella loro stessa idiomaticità. Paradossalmente, le 24


“idées reçues” o “idées-chic” di Flaubert non sono le più ovvie: le precede un’indagine inesorabile e paziente, simile, per intenderci, al lavorìo di distillazione implicata nell’aforistica dei Moralistes. Le “idee ricevute” del Dictionnaire sono delle idee ricercate. E tanto più risultano illuminanti. Salva la distinzione tra vari tipi di “idee ricevute” – da quella, cioè, che colora i Tischreden tra compagni del dopolavoro, fino a quella dissimulata nel discorso di qualche politicante: qualcosa di sconcertante, di paradossale si accompagna al luogo comune. Due momenti contrastivi sembrano dinamizzarne l’esperienza. Il luogo comune ripugna e intriga. Infastidisce e diverte. Vi ripugna il vizio che porta a ridurre, a immobilizzare e trivializzare in modo tendenzioso un insieme di dati esteso e mutevole. Vi infastidisce, in altre parole, quello che Flaubert chiama “la bêtise a vouloir conclure”, l’abitudine noiosa di dover tassonimizzare, ricondurre le cose dal loro stato complesso entro il proprio pigro dominio del reale. Sennonché, il luogo comune offre un versante che intriga. È la sintesi comoda attraverso cui rendere un’esperienza culturale poco importa se presunta: per quanto grossolano e deformante, esso può non essere del tutto errato. Conserva la memoria di un dato reale, empirico. L’Italia profilata sullo sfondo delle qui raccolte sintesi idiomatiche non sfugge quasi mai al vincolo di una duplice sua funzione immaginaria, da tempo instituzionalizzata: luogo acronico di raffinatezza e di promesse sensuali («unten liegt ein Land/ Früchte spiegelnd ohne End», von Hoffmansthal), e, di contro, culla di lascivia, di arretratezza e di criminale irresponsabilità («Tout est décadence ici, tout est souvenir, tout est mort», Stendhal, Voyages en Italie). 25


Ma appunto, gli eventuali interessati non si affrettino a scrollare le spalle e dissociarsi serenamente da tanta ipoteca immaginaria e dei polverosi luoghi comuni che ne derivano. Certo, il ridicolo del luogo comune va anzitutto a carico di colui che ne fa uso. Ma anche riduttivo, equivoco o obsoleto, il luogo comune può non essere privo di una qualche intuizione effettiva e istruttiva rispetto a ciò che idio(ma)tizza. Ed ecco forse tutto l’interesse che può avere il qui abbozzato catalogo per questa edizione di Aeolo: mettere in rilievo nelle voci della comunis opinio la tensione tra ridicolo e istruttivo, tra stupido e rivelatore. In altre parole, cogliere queste voci nel punto in cui sentiamo come l’idiozia dell’enunciato non basta ad azzerare una sua componente rivelatrice – giusto l’auspicio di Luca Caproni nella sua presentazione, di lasciare che ad aiutare a “capire l’Italia”, possano al limite anche essere aspetti suggeriti da uno sguardo altro, per quanto pigro o miope. Con ciò non vogliamo esagerare quanto in questo esercizio aspiri al ridenter dicere verum. Ma se nulla vale a scuotere gli Italiani nella loro imperterrita indifferenza rispetto a tutto quanto di loro si dice all’estero, specie in questi brutti tempi, allora…! Ma forse anche questo è solo un luogo comune. AMORE

«La musique seule vit en ce pays et il ne faut faire, en Italie, que l’amour». (Stendhal, Voyages en Italie) (vedi anche MUSICA)

AUTOSTRADA

Nota per la guida spericolata degli utenti. Onde preferire il treno (le donne). Del resto: mostrare perplessità di fronte al principio del pedaggio, in quanto tutto a carico delle regioni del Nord. Rivalutare, in questa luce, torto e ragione degli argomenti della Lega.

BERLUSCONI

Fare qualche battuta sportiva sul fatto del libertinaggio, degli interventi di chirurgia estetica, delle gaffes sulla scena della politica internazionale, dei processi sospesi... Poi, con aria preoccupata,

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parlare del degrado generale dell’Italia. Infine, stupirsi del consenso popolare. BOSSI

Uno che non vuole l’Italia, ma che gli Italiani vogliono. Prova dell’anomalia generale del paese. Ammettere che dispiacerebbe attraversare la Padania, per andare in Italia.

BRUSCHETTA

Fetta di pane col pomodoro. Chi lo ordina, mostra di conoscere la vera cucina italiana. Si pronuncia [bruscetta].

CALCIO

Due principi per mostrare di saper distinguere la tradizione italiana: il catenaccio (la noia) e i soldi (la truffa). La Nazionale (2009) sembra composta in base a delle leggi razziali. I mondiali ’06 sono stati vinti immeritatamente (vedi il principio secondo).

CATTOLICESIMO Invidiare al rito cattolico italiano il senso per la messa in scena, il gusto dell’irrazionale, i colori. Deridere comunque il fatto che in Italia c’è tuttora il tabù dei profilattici (vedi anche ILLUMINISMO, SUPERSTIZIONE). CAFFÈ

Invidiare gli italiani per questo principio in base al quale usano scandire la loro giornata: passando ore e ore a non far niente, stando nei bar a conversare con amici e bere “Latte Macchiato”.

CHIANTI

Vino italiano (per antonomasia). Costoso, dà mal di testa. Onde preferire il cabernet australiano, miglior mercato (e che piace anche a chi, di solito, non beve il vino). (vedi anche TOSCANA)

DONNE

Appassionate.

DANTE

Non averlo letto, né sapere esattamente quando sia nato. Ma sapere che è l’autore dell’Inferno.

EUROPA

Se l’Europa non fosse in qualche maniera impensabile senza, si sarebbe da tempo dovuto chiedere la “Sospensione dei diritti di appartenenza” dell’Italia.

ECO

Nominarlo quando si passano in rassegna gli esponenti dell’intelligentsja europea. Onde nominarlo con Finkelkraut, Enzensberger, etc. Aver visto il film (con un ottimo Sean Connery); non aver letto il libro, purtroppo.

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FAMIGLIA

Rilevare, con benevolenza, l’affetto degli italiani per la famiglia. Poi parlare, con indignazione, del mammismo e del clientelismo.

FASCISMO

Meno feroce rispetto ad altri fascismi. Bene o male, tutto nel mite clima del mediterraneo tende a essere frivolo. Comunque, ricordare le immagini degli Ultras del Lazio, di Alemanno etc., e mostrare perplessità. Con aria preoccupata dire che il f., probabilmente, non è mai stato sradicato dalla coscienza degli Italiani. «In Deutschland wäre so eine Haltung undenkbar».

FIAT

Fehler In Allen Teilen (difetto in ogni parte). Prodotto tipicamente italiano: il vizio dell’estetica; la forma che prevale sulla sostanza.

FIRENZE

Sapere che vi si parla l’italiano puro (la “c” di “coca cola” non vi si pronuncia). Ricordare la fila davanti agli Uffizi (nelle pinacoteche di Monaco, una cosa simile non succede) e concludere sulla tristezza delle città italiane: vivono solo del loro passato. Finché ci sono i Giapponesi e gli Americani che lo accettano e che pagano.

GARIBALDI

Un uomo politico. Ha dato il nome a strade e piazze in quasi ogni città italiana.

GIORNALISMO

Dire qualcosa sul problema della libertà dell’espressione. Sapere che quello color rosa è il più letto in Italia.

ILLY

Nominarlo per mostrare di saper distinguere, tra i vari caffè, quello autentico italiano. Essere disposto, pertanto, a pagarne il prezzo esorbitante. (vedi anche CAFFÈ).

ILLUMINISMO

«[…] à mesure que l’Encyclopédie et Voltaire éclatait en France, les moines criaient au bon peuple de Milan, qu’apprendre à lire […] était une peine fort inutile, et qu’en payant bien exactement la dîme à son curé, et lui racontant fidèlement tous ses petits péchés, on était à peu près sûr d’avoir une belle place en paradis». (Stendhal, Chartreuse).

LAVORO

Rispetto alla media europea, in Italia si lavora meno; a ritmo di pause caffè e, comunque, solo se assolutamente inevitabile. In Svizzera per esempio, si ricorda comunque che, all’epoca, erano stati operai italiani a costruire il S. Gottardo.

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MUSSOLINI

Variante bonaria del Führer. Comunque, esprimere perplessità sulla disinvoltura con cui la pubblica opinione ne rivendichi la memoria.

MAFIA

Una leggenda nera. Sennonché, ha dimostrato di essere più efficace dello Stato.

MUSICA

Dote naturale degli Italiani. Dove si manifesta l’invidiabile capacità degli Italiani di prendere le cose dal lato buono, anche quando, come adesso, non vanno tanto bene: Volare ho ho, cantare “Oh oh ohoh…”

MACHIAVELLI

Non averlo letto. Ma non meravigliarsi che sia italiano.

MEZZOGIORNO

«Voilà le fond du caractère nationale de cette extrémité de l’Italie: un enfantillage passionné. Ces gens mènent une vie fort douce, mais jamais l’idée du devoir ne leur apparaît.» (Stendhal, Voyage en Italie)

NAPOLI

Parlare di degrado, di criminalità, di Saviano. Sospirare pensando ai grandi poeti-viaggiatori e a quel che allora doveva essere la vista del Golfo… «Rends-moi le Pausilippe et la mer d’Italie/…».

PASTA

Principio unico della cucina italiana. Onde una monotonia in certo qual modo significativa della chiusura degli italiani a qualsiasi tipo di pluralismo culturale.

RADIO

Pubblicità. Di tanto in tanto interrotta dai discorsi eccitati e indistinguibili degli speaker.

RIMINI

Trappola nella quale non cadono più nemmeno i turisti tedeschi.

ROMA

«Rom, schon bist du Ruine, und wirst noch weniger/ werden,/ […]» (F. Hebbel). Per una strana ragione però, ci si va lo stesso.

SAVIANO

Regista del film Gomorra. Giornalista che pubblica articoli sui più importanti giornali della Mitteleuropa e che confermano ciò che da tempo si era detto.

SICILIA

Avere visto Taormina. A quali parenti di quali funzionari politici locali mai rimarranno i miliardi stanziati dalla UE per lo “sviluppo economico della regione”?

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SINISTRA

Nichts Neues unter der Sonne.

SUPERSTIZIONE «[…] c’est une chose notoire, que la plupart des reliques qu’on montre partout sont fausses, et ont été mises en avant par moqueries, qui ont impudemment abusé le pauvre monde» (Calvin, Traité des reliques). Ridere su come, in Italia, dopo più di mezzo secolo, le Madonne ancora non abbiano smesso di lacrimare, le piae fraudes di funzionare. Comunque, ammettere di sentire i brividi nei luoghi di culto dell’Italia. TELEVISIONE

Poca scienza, molto sentimento.

TOSCANA

«[…] Olivenhaine rings herum/ Wo manch schönes Tusculum/ umgeben von Zypressen, stand,/ Verhiessen mir ein mildres Land,/ ein Volk, das fröhlich singt und dessen Sprache süsser klingt» (A. Von Platen). Oggi una terra popolata da tedeschi.

VENEZIA

“Die gesunkene Stadt”. Aggiungere comunque come oggi le associazioni sono assai meno poetiche.

VATICANO

A Roma, tra i migliori siti da visitare. Se non fosse per l’affluenza turistica e le ridicole restrizioni riguardo all’abbigliamento femminile.

XENOFOBIA

Denunziare i fatti di Lampedusa e dei campi Rom. Ammettere comunque che in Italia non si erano mai visti così tanti Africani. (vedi anche CALCIO)

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Artista: Leonardo Cosmai Titoli: Bacio 2 / Nudo Maschile 31


Confusioni italiane – tra Finzione e Realtà di Ilena Antici Nei miei viaggi tra persone europee mi è capitato di sentirmi chiedere se leggiamo Dante in traduzione moderna, se tutto il potere ce l’ha il Presidente del Consiglio, se contestiamo sempre le multe. Tra queste curiose e scettiche domande, una è stata più preoccupante delle altre: “Ma Gomorra esiste davvero?”. La genuinità di questa domanda mi ha costretto a pormene un’altra: il mondo raccontato in Gomorra arriva all’opinione pubblica come una riproduzione del reale, o piuttosto come uno scenario drammatico? Il libro Gomorra di Roberto Saviano è stato un fenomeno internazionale, tradotto in 43 lingue, letto molto in Francia così come negli Stati Uniti, presentato e letto pubblicamente anche in molti Istituti Italiani di Cultura all’estero. Lo stesso libro in luoghi diversi: ci sono molte ragione per credere che le letture in e out of Italy siano state davvero diverse. La lettura tutta interna di un lettore medio-colto italiano si avvale anche di altri fatti conosciuti e può accostare a queste nuove “denunce” altre informazioni già in suo possesso. Ma alle orecchie di uno straniero, al quale quei fatti non sono noti, quegli stessi avvenimenti risultano meno credibili. Nel genere libro-inchiesta il confine tra reale e finzione si fa così labile che rischia di sottrarre al lettore gli appropriati strumenti di misurazione. I due terreni verità-invenzione non sono più ben distinguibili: “è cronaca?”; “è letteratura?”; “è un documento?”, si domanda il lettore che, dall’estero, legge in buona sostanza un racconto e non necessariamente vi scorge i tratti di una 32


denuncia. Fa seguito a questo processo di fusione una confusione: da che nulla era creduto, tutto finisce per essere, più semplicemente, accettabile. Gli episodi, anche i più disumani, si adagiano docili nella categoria del possibile e non dell’accaduto: i fatti di Gomorra sono ormai per molti lettori sistemati in un non-luogo della conoscenza, sospesi come lo sono altre scene di film, tra l’incubo notturno e la coscienza incredula. Ed è paradossale che alla fine l’extra-testuale possa perdere autonomia, inglobato dal linguaggio che, con la veste del romanzato, riesce ad ammantare di una certa irrealtà anche ciò che era (è) reale. Questo slittamento dei piani avviene in misura ancora maggiore all’estero, dove le notizie di cronaca camorrista non sono all’ordine del giorno e dove a quel libro saranno seguiti nei mesi successivi altri libri, magari romanzi italiani, e non pagine di giornale. Quasi un doppio sberleffo all’Italia: la pessima (veritiera, lo sappiamo) immagine che viene raccontata da Saviano e in più, come non bastasse, l’impressione di un paese che non ha saputo reagire nonostante sia venuto a conoscenza di queste allucinanti verità. Quello che in qualsiasi altro paese sarebbe stato scandalo e poi reazione, in Italia è stato scandalo e subito dopo mercato. Oggi già se ne parla meno, persino Saviano non può più perché, al pari di tutti gli altri, anche questo gigantesco “fenomeno mediatico” paga pegno alla limitatezza della sua durata. Sappiamo che nel XXI secolo la narrativa, con la sua lentezza anacronistica e i suoi moduli complessi, non riesce a stare al passo delle velocità televisive e delle semplificazioni iconiche. Ciononostante resta vivo da parte del lettore il bisogno di un’irrealtà in cui potersi calare per uscire da se stesso senza però contemporaneamente rinunciare a sapere cosa succede intorno a 33


lui. “Per questo forse molti libri italiani recenti chiedono ai propri lettori due cose contraddittorie: di credere e insieme non credere a ciò che si rappresenta sulla pagina”2. Così le concessioni all’immaginazione si sviluppano intorno alla pagina storica-giornalistica dell’informazione, come il tirso baudelairiano intorno alla ragione, ma né la prima (la fantasia) né la seconda necessità (la conoscenza) sono davvero approfondite. Perché così tante persone, italiane in primis, hanno voluto leggere Gomorra? Senza dubbio perché erano assetate di verità. I suoi lettori cercavano in un libro la realtà, motivazione alla lettura che innesca alcuni dubbi sulla legittimità di collocare questo, e altri libri simili, nel mondo della letteratura. In ogni caso, Gomorra è stato per poco tempo un libro; ben presto è diventato un film. Quando questi “romanzi criminali”, locuzione passata nell’uso corrente a sancire una pericolosa unione tra lo strumento letterario e la (s)qualifica sociale, sono diventati film, argomenti di discussione, best-seller, i loro autori hanno assunto i panni di testimonial anziché di testimoni. Il cinema di finzione è riuscito a rendere tollerabile la realtà di cui si è occupata, alleggerendo il peso del male attraverso fini mezzi di decontestualizzazione. Lo stile piacevole e il bisogno di intrattenimento, poi, hanno fatto il resto: il problema del fenomeno di questo nuovo “realismo” sta tutto nella ricezione, che causa una sorta di dissociazione tra l’etica e l’estetica. 2

Simonetti Gianluigi, Realismo dell’irrealtà, intervento nella Tavola Rotonda Ritorno alla realtà: narrativa alla fine del post-moderno, 3 Ottobre 2008, Università per Starnieri di Siena, in concomitanza con la pubblicazione del fascicolo di «Allegoria» interamente dedicato al tema del Ritorno alla realtà nel cinema come nella narrativa italiana recente, anno 2008, num 57.

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L’appagamento estetico restituisce al lettore quel senso di giustizia che l’uomo cercava. L’uomo che voleva sinceramente informarsi su quanto accade nel sud Italia è ora impegnato su due fronti: quello per così dire estetico-artistico della forma cinematografica e quello terribile-veritiero del contenuto. Nel passaggio tra libro e film si ingenerano altre confusioni; si tratta di scene, di storie, spacciate per vere e che vere non sono, perché modificate, secondo ammissione degli sceneggiatori, dall’intervento intrinseco e creativo della scrittura filmica: “Io - e così credo Matteo [Garrone] e gli sceneggiatori non mi sono posto il problema di denunciare, o urlare, volevamo soltanto raccontare ed è questo che abbiamo fatto e continueremo a fare”.3 Forse per questo ho visto spettatori confusi, all’uscita dei cinema parigini. Erano incapaci di prendere posizione rispetto alla propria visione della realtà; non era stato chiesto loro di aggiungere qualcosa, foss’anche un’opinione, all’argomento del “racconto” cui avevano assistito, dato che a loro era stato chiesto solo d’essere, di quegli eventi, spettatori paganti. “[…] Spesso l’incrocio fra realtà e fiction rende non distinguibile la fiction dalla realtà, dove finisce la fiction e viceversa”, come ha fatto notare anche chi ha importato in Italia l’intrattenimento basato sulla cronaca, Maurizio Costanzo4, che conclude : “Vedendo in un telegiornale l’immagine dell’arresto di Terracciano [uno dei protagonisti del film Gomorra…] e una breve sequenza del film, vi garantisco che non c’era differenza”. Quando lo spettatore non distingue più tra l’intrattenimento e 3

http://www.robertosaviano.com/documenti/9386, 19 Maggio 2008. Così scrive Costanzo nella sua rubrica Diario d’autunno in «Il Messaggero», 14 ottobre 2008.

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l’informazione, è segno che la finalità del prodotto offerto è ambigua. La fiction, attraverso cui il cittadino vorrebbe informarsi sulla realtà, sembra una favola per adulti, ma in questo caso non c’è allegoria, non c’è palese esagerazione: c’è solo un reale distorto e dunque impossibile da ricollocare. La letteratura mantiene l’allegoria come mezzo di conoscenza; il giornalismo palesa il reale in modo diretto, credendo di poter fare a meno delle modalità letterarie ma ritrovandosi, almeno nelle sue più riuscite realizzazioni, a utilizzarne gli strumenti. Tale confusione rende i contenuti assimilati non più fruibili, non più utili ad una personalizzazione che, unica, potrebbe, alla fine del processo di lettura o visione, ambire almeno a trasformare le coscienze. Al contrario la coscienza, così sopita da un dato offerto comprensivo di verità e veridicità, non ha più risorse per agirereagire; si limita a scontrarsi contro il muro impossibile di una nuova pubblicità, di una nuova finzione condita di reale, di un nuovo prodotto, da dimenticare quanto più in fretta sia possibile prima di passare a un’altra scena e ripetere daccapo l’identico procedimento. L’effetto degli espedienti romanzeschi applicati all’informazione sociale è quello di spaesare il destinatario, che entra in sala forse convinto di assistere a una rappresentazione del reale ma che si trova poi nei fatti al cospetto di una riproduzione artistica e scenografica. Persino l’introspezione di un personaggio, che invece non viene richiesta ad un’indagine giornalistica o giudiziaria, e dell’approfondimento arbitrario solo di alcuni aspetti della storia, possono dimostrarsi armi taglienti per le coscienze più sprovvedute. “Lo scrittore [Saviano] dichiara di aver compreso che fuori dall'Italia la mafia è percepita come un “elemento di moda”, “un fenomeno 36


culturale, vendibile insieme alla pizza, agli spaghetti, al buon vino…” e suscita una sorta di “fascino seduttivo sulle donne, influenzate dalla resa cinematografica del mafioso tipo”.5 Fare di un personaggio negativo (mafioso) l’eroe di un film significa spostarlo su un piano di fantasia e autorizzarlo ad esistere in quanto tale, in quanto “figura”: questo personaggio, che in realtà è parte dell’humus sociale del quotidiano italiano, per lo spettatore distante non è più un uomo tra gli uomini, ma un’immagine tra altre immagini. In effetti, per il lettore-spettatore straniero, che non le vede intorno a sé, le piccole vedette di Scampia e i protagonisti di Gomorra appartengono di fatto ad un mondo parallelo, diventano nutrimento della creatività e non sono più elementi reali del mondo circostante. La società dello spettacolo, qualunque esso sia, è pura rappresentazione; la realtà si fa pian piano trasparente dietro la luminosa forma dello scrivere e del mettere in scena. E quel libro, quel film che cercavano di narrare storie vere, inevitabilmente troveranno assieme posto nella memoria accanto agli altri libri e film, veri o meno che siano. Il fenomeno Gomorra ha conglobato in sè almeno cinque distinti canali di comunicazione: narrazione letteraria, tv, cinema, giornalismo e il passa-parola della vita privata. Un miscuglio difficile da analizzare, oggetto di critica più semplice nella sua natura che nei suoi effetti, ben diverso da una “testimonianza” vera e non abbellita come fu quella, a citarne una, di Primo Levi. Levi era convinto che certe emozioni letterarie andassero vissute con il corpo prima ancora che con la coscienza ed è per questo che, narrando, si è prefissato l’obiettivo di far “soffrire” i propri 5

http://www.estericult.it/duepuntozero/2009/09/27.

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lettori. Se c’è riuscito è proprio perché ha marcato una inequivocabile linea di distinzione tra le vittime e i colpevoli, con i quali il lettore non riesce affatto a solidarizzare. I “romanzi criminali” dei giorni nostri, al contrario, non fanno soffrire, anzi “sono piacevoli da leggere”, e questa loro fortuna editoriale ne rivela, paradossalmente, la pericolosità. È così che le confusioni generano confusioni; è così che lo sconfinamento della letteratura finisce con lo stravolgere le menti più che illuminarle. Il fruitore, ormai spettatore persino della realtà che vede “rappresentata”, potrebbe avere una reazione altrettanto confusa, potrebbe cercare il telecomando della realtà per spegnere questo brutto film. Il lettore straniero può cambiare sala o scegliere un altro libro per assaporare l’Italia; a noi Italiani rimane l’amarezza di poter essere verosimilmente rappresentati e forse mai veramente capiti.

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Le patologie del sistema economico. Una visione controcorrente Intervista al Prof. Alvaro Cencini, docente ordinario di Teoria e istituzioni monetarie e di Economia e politica monetaria all’Università della Svizzera italiana di Lugano.

di Marina Calculli Poco più di un anno fa – ce lo ricordiamo tutti – scoppiava la grande crisi finanziaria globale. Una piccola fetta – poco più del 3% – del mercato americano, quella dei famosi subprime mortgages, mandava a gambe all’aria l’economia mondiale. E per di più senza che nessuno fosse stato in grado di prevederlo. Gli indici furono puntati subito contro gli economisti, rei di non aver saputo individuare preventivamente le falle del mercato. Funeste profezie annunciavano la fine del capitalismo mentre si apriva una nuova stagione di interventismo statale e di politica monetaria espansiva per facilitare l’accesso al credito e incentivare consumi e investimenti. A distanza di un anno, al di là di una retorica ottimistica che tende a collocare insistentemente la crisi in un tempo passato, ormai alle nostre spalle, la maggior parte di noi fa fatica a percepirla come distante. Soprattutto chi il lavoro non ce l’ha più e chi lo perderà, come si attende, tra la fine del 2009 e nel corso del 2010. L’unica convinzione di cui riusciamo a esser persuasi è che la Scienza economica su cui si basano le politiche nazionali ed internazionali non possegga strumenti ‘esatti’ che consentano di garantirci un equilibrio economico duraturo e di prevedere o regolare fenomeni come l’inflazione o la disoccupazione.

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A fronte dell’imperante paradigma, basato sull’assunto che sia la spesa pubblica, il consumo e l’investimento a generare la crescita economica – e, dunque, che sia la domanda a determinare l’offerta – negli ultimi decenni si è andata sviluppando una nuova teoria macroeconomica che rifiuta tale impostazione. Essa si basa sulla moneta, concepita primariamente come misura del reddito prodotto e sull’assunto che sia solo e soltanto quest’ultimo a determinare la domanda del mercato. L’economia, secondo tale approccio, è concepita quale scienza ‘esatta’, basata su delle leggi autonome, indipendenti, cioè, dal comportamento degli agenti economici e sull’impossibilità scientifica di far rientrare la soggettività delle scelte in elaborazioni teoriche. La prima formulazione di questo nuovo approccio si deve all’economista francese Bernard Schmitt e trova oggi uno dei suoi più alti promotori nel prof. Alvaro Cencini. Docente di Teoria e istituzioni monetarie e di Economia e politica monetaria all’Università della Svizzera italiana di Lugano dal 1996, direttore del REMLab (Laboratorio di ricerca in economia monetaria), e associato al Centre d’Etudes Monétaires et Financières dell’Università di Digione, il Professor Cencini svolge da molti anni la sua ricerca nel campo della teoria monetaria e del sistema dei pagamenti internazionali. Noi lo abbiamo intervistato.

Professor Cencini, in cosa consiste il carattere ‘rivoluzionario’ della teoria macroeconomica cui lei si rifà? Io collaboro da molti anni con l’economista francese, Bernard Schmitt. E’ lui che per primo ha elaborato questa teoria. Quello che noi vogliamo fare è semplicemente spiegare il funzionamento e le patologie del sistema economico. Ma questo lo vogliono fare tutti. Noi lo facciamo a partire dalla moneta perché pensiamo sia la moneta a fornire l’unica chiave di lettura possibile della realtà economica. 41


Lei si è occupato molto del sistema dei pagamenti internazionali, o meglio del ‘non-sistema dei pagamenti internazionali’ per usare la terminologia propria del suo approccio. Dov’è, a suo parere, l’errore nella realtà attuale? L’errore è da ricercare nel disordine creato dall’uso di una o più monete nazionali come oggetto dei pagamenti internazionali. Le conseguenze della mancata distinzione tra strumento o mezzo di pagamento (la moneta) e l’oggetto o contenuto reale del pagamento sono catastrofiche. Le faccio un esempio. L’attuale sistema dei pagamenti internazionali costringe sostanzialmente i Paesi indebitati del Terzo Mondo a pagare due volte gli interessi netti maturati sul loro debito estero. Questi Paesi sacrificano così una parte delle loro risorse interne che potrebbero essere utilizzate per finanziare lo sviluppo. Facciamo un esempio: nel caso in cui il Paese dovesse pagare 15 miliardi di dollari di interessi, il costo totale sarebbe di 30 miliardi di dollari. Il problema nasce dal fatto che al pagamento effettuato dai residenti indebitati si aggiunge un pagamento di natura macroeconomica che ricade sull’intero Paese. Lei si è anche direttamente impegnato verso alcuni Paesi debitori nel promuovere una riforma interna che li tuteli da questo doppio onere, vero? Ci siamo interessati in modo particolare al Brasile. Il Brasile paga interessi netti dell’ordine di 13-15 miliardi di dollari annui. Per questo è particolarmente importante. Abbiamo già avuto modo di presentare questi studi alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale e abbiamo in programma una serie di incontri con gli esponenti di queste due istituzioni all’inizio del 42


2010. Tutto questo si inserisce nel progetto più ampio di riforma del Sistema dei pagamenti internazionali che dovrebbe porre fine ad un sistema in cui vi sono Paesi che possono acquistare senza pagare – ossia pagare cedendo in cambio la propria valuta, che altro non è che un semplice riconoscimento di debito – e Paesi che sono costretti a procurarsi onerosamente le divise che occorrono loro per veicolare i pagamenti a favore del resto del mondo. Parliamo della crisi economica. Dichiarazioni quasi unanimi da un po’ di tempo asseriscono che il momento più critico è stato superato. Tuttavia il tasso di disoccupazione è in aumento e pare che nel 2010 la situazione peggiorerà. Qual è la sua opinione? Ci sono diversi punti da chiarire. Il primo è che l’attuale crisi non è unicamente finanziaria ma anche economica, come riconosciuto ormai da tutti. Ma oltre a ciò si deve anche riconoscere che la crisi economica era già in atto prima che si sviluppasse quella finanziaria. La crisi finanziaria non ha causato quella economica. Tutt’al più ne ha accelerato lo sviluppo. E non siamo usciti né dall’una né dall’altra, malgrado le dichiarazioni ufficiali il cui scopo è unicamente quello di tranquillizzare l’opinione pubblica nella convinzione che la crisi sia dovuta al comportamento degli agenti economici e che l’ottimismo potrebbe spingerli ad aumentare i loro consumi e dunque la domanda globale. Il vero problema non è il fatto che i consumatori preferiscono risparmiare ma che manca loro il reddito per finanziare una maggiore domanda. Spiegare la crisi economica significa spiegare come sia possibile che il reddito generato dalla produzione non sia sufficiente a finanziare 43


l’acquisto di ciò che è stato prodotto. Per quanto concerne la crisi finanziaria, è facile constatare che gli speculatori che ne sono stati all’origine continuano ad operare sul mercato finanziario sostanzialmente con le stesse modalità e gli stessi obiettivi di prima e, dunque, che i problemi sono ben lungi dall’essere alle nostre spalle. Qual è il futuro dell’economia a suo parere? Nutre speranze sulla possibilità che il sistema economico possa diventare ‘ordinato’? Secondo il nostro approccio, le patologie di cui soffrono i nostri sistemi economici non sono imputabili al comportamento degli agenti economici ma sono di natura ‘strutturale’. Una volta superato questo ostacolo, prettamente concettuale, diventa possibile elaborare una riforma del sistema dei pagamenti che impedisca il ripetersi di queste patologie. E questa riforma a suo parere si ‘autoimporrà’? Si arriverà, in altri termini, ad un momento in cui sarà impossibile non riconoscerne la necessità? Se, come pensiamo, l’analisi è corretta, la riforma preconizzata diventerà ineluttabile. In questo caso, il problema non è tanto quello di sapere se verrà applicata ma quando lo sarà. Le idee nuove hanno bisogno di maturare per essere accettate. Non soltanto nella formulazione di chi le elabora ma anche nella comprensione di chi le deve percepire.

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Fotografo: Matteo Raia d’Alessandro - Modella: Maya

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Pier Paolo Pasolini e Maria Callas L’amore per la barbarie

di Luca Caproni La parola barbarie è la parola al mondo che amo di più. 1

1.

Una figura del repertorio tragico

Il 19 ottobre 1968 Franco Rossellini propose a Maria Callas di recitare in un film su Medea diretto da Pier Paolo Pasolini. Pasolini non si era mai interessato alla lirica, anzi, giudicava che «spasimare per l’opera» fosse una cosa «da checche»; eppure trovava che Maria Callas impersonasse «una serie di figure femminili del repertorio tragico» e aveva già pensato a lei per la parte di Giocasta in Edipo re2. La Callas, per parte sua, conosceva Pasolini regista di Edipo re, «che le era piaciuto», e di Teorema, che invece non aveva capito3. La premurosa insistenza di Rossellini vinse le incertezze della Callas, che attraversava un periodo di crisi personale e artistica, e il feeling con il regista fu praticamente immediato, sia dal punto di vista professionale che da quello umano. Con questo film, Pasolini voleva sviluppare il tema della barbarie e quello della civilizzazione, evidenziando, attraverso il 1

P. P. Pasolini Il sogno del centauro, in Saggi sulla politica e sulla società, Mondari, Milano 1999 (Sps), p. 1485. 2 P. P. Pasolini Il sogno del centauro, in Sps, pp. 1515-16. 3 Il giudizio è espresso nell’intervista a cura di Giacomo Gambetti, in P. P. Pasolini Medea, Garzanti, Milano 1970, p. 17.

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dramma di Medea, lo scontro a-dialettico del mondo sacro della Colchide e quello laico di Corinto. L’interesse del regista per la Callas non andava tanto in direzione delle interpretazioni canore della diva, quanto piuttosto verso il vissuto della donna, originaria di una Grecia arcaica e contadina e giunta poi alla ribalta del mondo borghese. Questa duplicità culturale – in parte creata da lui stesso – lo colpiva profondamente. Il destino della Callas – che dopo i successi artistici e mondani si ritrova, alla fine degli anni ’60, abbandonata da Onassis e soprattutto dalla sua arte – doveva apparirgli singolarmente coincidente con quello della sua Medea, e la rendeva, perciò, l’interprete ideale per la sua rivisitazione del mito. In una intervista, la Callas stessa dichiara, con evidente simpatia, di voler interpretare una Medea «la meno sanguinaria possibile»: non una criminale selvaggia accecata dalla gelosia, ma una donna ricca di umanità, tradita e ferita, costretta a vivere in un mondo non suo. Pasolini, in una dichiarazione molto lucida, spiega così questa identificazione Callas-Medea: Ho subito pensato a Medea sapendo che il personaggio sarebbe stato lei […] e quindi ho calibrato la mia sceneggiatura in funzione della Callas. Quindi ha contato molto nella creazione del personaggio... Cioè quella barbarie che è sprofondata dentro di lei, che vien fuori nei suoi occhi, nei suoi lineamenti, ma non si manifesta direttamente, anzi, la superficie è quasi levigata, insomma i dieci anni passati a Corinto sarebbero un po’ la vita della Callas. Lei viene fuori da un mondo contadino, greco, agrario, e poi si è educata per una civiltà borghese. Quindi in un certo senso ho cercato di

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concentrare nel suo personaggio quello che è lei, nella sua totalità complessa.4

L’attrice Maria Callas e il personaggio di Medea si fondono in questo contrasto tra la natura barbarico-sacrale delle loro origini e il mondo laico-borghese in cui vivono. In questa scelta, Pasolini resta coerente con la sua estetica cinematografica, che consiste nel cercare negli attori, «più che la professionalità», «una forza esistenziale, un vissuto da “citare” quasi di peso nelle sue opere» 5.

2.

Le poesie per la Callas

Nelle poesie l’immagine della Callas si arricchisce di dati biografici riconoscibili: il precoce successo del Fidelio cantato ad Atene nel ’44, gli insegnamenti della De Hidalgo e di Serafin, le frequentazioni parigine, il difficile rapporto con la madre e la sorella e l’amore per il padre 6. Proprio su questa contrapposizione di madre e padre, certo non insolita in Pasolini, si sviluppa il nucleo centrale del “canzoniere”.

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P. P. Pasolini Poesie e pagine ritrovate, Lato Side, Roma 1980, p.86. M. Fusillo, La Grecia secondo Pasolini, La Nuova Italia, Firenze 1996, p. 177. 6 Le poesie dove più o meno esplicitamente viene richiamata Maria Callas sono, nell’ordine di disposizione in Trasumanar e organizzar: Comunicato all’Ansa (Recife), Appunti per un’arringa senza senso, Rifacimento dell’arringa, Verba, Atene, La prevedenza, Timor di me?, Rifacimento, Il sovrano che non vuole avere compagno, La baia di Kingstown, L’anello, Rifacimento, Cose successe forse nel ’20, Coda alle cose successe ecc., La presenza. Le citazioni sono tratte da P. P. Pasolini, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2003 (Poe). 5

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Pasolini sovrappone il suo vissuto contadino e dialettale di Casarsa alla Grecia arcaica da cui proviene Maria: «piena della morale antica», la definisce in Verba; proveniente da «un’altra vita contadina / che conobbe grandiosi vasi di terracotta e pozzi», in Coda alle cose successe ecc.; Atene, al profumo estivo dei tigli si trasfigura in una cittadina mitica, luogo dell’eterna giovinezza, in Atene. Ma se la sua vita è sempre stata fedele all’universo materno, cioè dalla parte delle «campagne» e dei «sobborghi», quella di Maria è stata piuttosto nel segno del padre, ossia della «città»7. Perciò Maria, a discapito di questa origine “mitica”, conduce una vita “normale”: «a Parigi, le liete brigate vanno innocentemente al cinema / e poi al ristorante, come piccoli borghesi qualsiasi, tanto cari» (Rifacimento dell’arringa); «per te l’angelo ha capelli biondi e gote rosee / come la ragazza dei grandi magazzini» (La prevedenza) – porta in sé le istanze opposte della barbarie arcaica di terre lontane e della civilizzazione borghese8. In Maria non c’è sintesi bensì compresenza degli opposti, che Pasolini ritrae con «pietà e acume critico»9: Titubante e certa, calcolatrice e scoperta fino ai precordi uccellino con potente voce di aquila e aquila tremante. (Rifacimento) 7

Vedi in particolare La baia di Kingstown e la nota al testo in Poe, p. 1547. Sulle fatiche di questa “educazione borghese” della Callas, vedi N. Stancioff, Maria. Ritratto della Callas, Giulio Perrone Editore, Roma 2007, pp. 118-25. 9 Così Pasolini stesso nell’autorecensione a Trasumanar e organizzar, Pasolini recensisce Pasolini, in Sps, p. 2576. 8

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L’io lirico proietta la sua barbarie nella musa-Maria, ma è costretto a confrontarsi con qualcosa di inatteso. Maria, in due poesie, è presente «in voce», con la forza del suo canto («La lietezza esplode / contro quei vetri sul buio», Timor di me)10. Il canto, il dono di Maria, scuote in profondità l’io lirico: Io fingo di ricevere; ti ringrazio, sinceramente grato; Ma il debole sorriso sfuggente non è di timidezza; è lo sgomento, più terribile, ben più terribile di avere un corpo separato, nei regni dell’essere – se è una colpa se non è che un incidente: ma al posto dell’Altro per me c’è un vuoto nel cosmo un vuoto nel cosmo e da là tu canti. (Timor di me)

L’io lirico prova sgomento per l’impossibilità di ricevere quel dono, un dono d’amore, che gli giunge da un luogo di cui non ha né può avere alcuna esperienza – da un luogo che per lui è «un vuoto nel cosmo», ossia l’universo paterno, la città, il mondo borghese: La città mi è estranea; essa sorge sul vuoto; il tuo destino è stato diverso 10

L’altra poesia è Rifacimento.

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e condotta per mano da Lui, tu l’hai fatta tua; nulla ti divide da essa, grande fanciulla. (Rifacimento)

Maria, sorridendogli, sorride in realtà al «Padre», lo identifica cioè con una figura che egli non può essere: Io sono Fozio, o uno della genia degli schernitori suoi pari, o Ario Ma tu non ci credi, la tua formidabile ingenuità te lo impedisce […] Tu – ed è la prima volta che mi succede – mi vedi simile a Lui.11 (La baia di Kingstown)

L’io lirico si identifica con gli eretici e con gli scomunicati, con la barbarie appresa «dalla madre tenuta in campagna o ai margini della città»12. Ma, coinvolto in una storia d’amore impossibile, è costretto a spingersi ai propri confini: Così (ed è la prima volta, ripeto, che mi succede) i miei occhi prendono in considerazione «i lombi immondi di donna, di carne d’uomo non fatta a somiglianza di Dio, preda del serpente», 11 Fozio (820-891), patriarca di Costantinopoli, in lotta col papato, venne scomunicato; Ario (256-336), prete africano, fu condannato come eretico dal concilio di Nicea. 12 Pasolini recensisce Pasolini cit., p. 2577.

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e affabulo d’amore a Psikikò. (La baia di Kingstown)

Forse per la prima volta, la Callas con la sua «formidabile ingenuità» spinge Pasolini verso la sessualità borghese, verso un «possibile rientro del poeta nella normalità»13.

3.

Barbarie o borghesia ?

Mentre l’amicizia con la Callas si approfondisce prendendo declinazioni inaspettate, si consuma la crisi con Ninetto Davoli, che si sposerà nel ’72 con una coetanea. Nella lettera già citata del luglio ’71, la Callas scrive a Pasolini che avrebbe dovuto capire da alcuni segnali quello che stava accadendo: Invece ti attaccavi anche tu ad un sogno – fatto da te solo […]. La realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi.

Con il suo italiano un po’ pittoresco, la Callas rimprovera all’amico di essersi rifiutato di vedere come stavano veramente le cose. Pasolini, «uomo in fondo tanto intelligente», si rifiuta di capire quello che sta succedendo perché il «Dio Ragazzo» che viene «per farti da madre» (La strada delle puttane) è troppo importante per lui. Finché Ninetto esiste, capovolgendo le

13

R. Rinaldi, Pier Paolo Pasolini, Mursia, Milano 1982, pp. 350-7

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ultime parole di Medea, «tutto è ancora possibile»14. Ma Pasolini percepisce l’inevitabilità del distacco e il crollo che ne consegue, così trasfigura un dato biografico, l’origine greca della Callas, in un dato poetico, la barbarie di una donna che pur essendo assurta agli onori di una società borghese ha mantenuto un’anima ingenua, «bambina» (La presenza). Con l’impossibilità di proiettarsi nella barbarie del «ragazzo coi ricci» (La baia di Kingstown) si preannuncia l’ultimo periodo di Pasolini, che tende sempre più alla schizofrenia e alla perdita dell’identità. Ai «canti di poveri e campane» (Rifacimento) si sovrappone la voce della Callas, col suo canto paterno e borghese: «i sobborghi e le campagne» convivono con la «città». Parigi stessa – dove Pasolini soggiorna ospite della Callas nell’inverno del ’70 – viene assunta come metafora di questa contrapposizione schizofrenica tra universo materno e paterno: rispettivamente, la zona popolare di Belleville e quella ricca del Trocadero, dove, appunto, abitava la Callas (Rifacimento dell’arringa). E Pasolini va «su e giù […] per i suddetti quartieri»: si muove dallo spazio della barbarie a quello della borghesia e viceversa. Pasolini sapeva di fare ormai parte del mondo dell’istituzione. A Urgup, durante le riprese di Medea, attirato dai rumori nella notte, entra in un teatro all’aperto e assiste a uno spettacolo di studenti. Salutato dalle autorità locali, riflette: Non c’è dubbio, io qui, regista, con una troupe, con la Callas ecc. ecc. sono un uomo di potere, lo sono 14 Le parole con cui si conclude il film, pronunciate da Medea attraverso le fiamme che stanno per inghiottirla, sono: «Niente è ormai possibile, ormai», in P. P. Pasolini, Medea cit., p. 108. Vedi anche W. Siti, L’opera rimasta sola, Poe, pp. 1935-6.

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oggettivamente. Cerco di esserlo il più democraticamente possibile, il che peggiora la situazione.15

Quasi suo malgrado, si era arricchito e frequentava il jet-set. E, certo, non mancava chi glielo faceva notare16: Gli fur rimproverati rapporti con Barra e Corcovizzo troppo giù, troppo giù nella scala sociale. E chi ha rimproverato rimprovera; or che vado per le cime.

(Rifacimento dell’arringa)

L’amicizia amorosa di Pasolini e Maria Callas fu dunque ben più che una storia buona per i rotocalchi17. Fu l’occasione per riflettere sul proprio ruolo di poeta e agitatore culturale, sempre più compromesso con l’istituzione e contemporaneamente 15

P. P. Pasolini Travestiti da poveri, in Dialoghi con i lettori, in Sps, p. 1223. Montale, con il quale Pasolini ebbe un violento scontro a seguito della recensione a Satura, scrive nella Lettera a Malvolio, nel ’71: «Con quale agilità rimescolavi / materialismo storico e pauperismo evangelico, pornografia e riscatto, nausea per l’odore / di trifola, il denaro che ti giungeva». Calvino, nel ’75, recensendo Salò parla della «parte che il denaro aveva preso nella sua vita da quando era diventato un cineasta di successo», in I. Calvino, Saggi, Mondadori, Milano 1995, p.1935. Vedi anche A. Tricomi, Sull’opera mancata di Pasolini, Carocci, Roma 2005, pp. 274 e segg. 17 Vedi la rassegna stampa pubblicata in Medea di Pasolini. Cronache del tempo e ricordi dei protagonisti, Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, Bologna 2006. 16

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sempre più indigesto al potere. Attraverso l’impossibilità di amare «i lombi immondi di donna», Pasolini ribadisce la sua diversità, la sua barbarie – segno di un destino scandaloso, che lo obbliga a una continua lotta con la società borghese a cui, pure, sapeva di appartenere: La massima vergogna non consiste nell’autoesclusione o sete di santità bensì nel restare ambigui o almeno contradditori tra la tentazione di escludersi e la ricerca del successo – essere presenti male, senza chiarezza, intendo dire, è, come un tempo, presso la buona borghesia, inammissibile.

[Charta (sporca)]

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Bufera in sala La piccola Italia dal grande schermo

di Morena Mancinelli Un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori. Parole che a tavolino vorrebbero costruire l’identità di un popolo, la sua immagine da imprimere nella mente del popolo stesso e da esportare all’estero. Parole pronunciate da chi l’eroismo sapeva esercitarlo nella lucida follia e dall’ultima fila di una schiera di uomini-soldatiprotettori, da chi considerava la “santità” un patto con l’immateriale per avere benefici materiali, da chi l’arte l’asserviva perché, per mancanza di talento, non poteva esercitarla. Da chi non pensava che un Cristoforo Colombo non fa primavera e da chi ha pronunciato quelle parole in un momento che di eroico non aveva niente ma che era solo intriso di vigliaccheria. Queste considerazioni impongono una riflessione: come restituire l’immagine vera e non propagandistica di un popolo? Tramite i suoi prodotti culturali, certamente. Ma se nel nostro paese la stampa è asservita, la televisione registra posizioni monopolistiche che non garantiscono il pluralismo e i libri hanno scarsa diffusione, giacchè tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere, cos’altro rimane? La settima arte, il cinema, che meglio di altre arti riesce a sfuggire alla censura. Negli anni ’60, in pieno boom economico, il nostro cinema affrescava un’Italia povera ma bella, senza eroi ma zeppa di vitelloni alla Alberto Sordi e di avventurieri alla Ugo Tognazzi, 56


di matrimoni ma soprattutto di divorzi all’italiana, un’Italia allo sbando, artisticamente grande ma incartata sulle sue meschinità. Il cinema cosa diceva all’estero di noi? Che eravamo il popolo del mezzuccio, del “tirare a campare”, del “se posso evitare, perché devo faticare”? In fondo un popolo di buon cuore. Un cinema di alto livello che ha confermato al mondo chi sono gli italiani: mafiosi, mammoni, puttanieri, cafoni, irresponsabili. Un cinema che ha descritto un’epoca deridendola, criticandola ma non svincolandola dalle sue problematicità. Senza dare una risposta, senza ribellione. L’Italia del tutto va come deve andare, in cui “basta che c’è sto sole, basta che c’è sto mare”. L’Italia degli Amici miei di Monicelli e degli amici degli amici, delle zingarate, del rifiuto delle responsabilità. Poi la crisi del cinema, Cinecittà spegne le sue luci e “Qui non è Hollywood” risuona come un mantra. Anni bui per il cinema, anni tristi in cui c’è disorientamento, sfinimento, poco da vedere o che valga la pena di essere visto. Poi la storia si ripete, “corsi e ricorsi storici”, un nuovo cavaliere invade – mai termine fu più appropriato – le scene televisive prima e politiche dopo. Con una postura e comunicatività che ricalcano quelle del cavaliere di Predappio, ecco il nuovo emblema dell’immagine italiana all’estero. Anche l’aspirazione di asservire gli strumenti di comunicazione e i veicoli di cultura è la stessa ma questa volta il cinema è cambiato. Basta dare un’occhiata ai film presentati alla 66° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia o alla IV edizione del Festival Internazionale di Roma. Mentre l’Italia e l’Europa virano a destra nelle urne, le sale urlano voci di sinistra. Michele Placido parla del suo Grande Sogno sessantottino facendo interagire un comunista convinto, una cattocomunista e uno che è capitato lì per caso. Susanna Nicchiarelli manda in orbita il 57


suo Cosmonauta, nostalgico navigatore comunista dello spazio, per cui tifano due giovani fratelli dal cuore rosso. Dalla Festa del Cinema di Roma, per usare nostalgicamente il suo nome originario, i registi italiani parlano di amore saffico in Sicilia (Viola di Mare di Donatella Maiorca), di figli allevati non nel culto del calcio ma in quello della boxe (Alza la testa di Alessandro Angelini), di giovani che cercano di avviarsi all’età adulta in modo onesto, in terre dominate dalla criminalità organizzata (Marpiccolo di Alessandro Robilant). E’ il ritratto di un’Italia di confine, di nicchia, un’Italia di periferia «Dove vivere è un terno alla lotteria» per dirla come Renato Zero. In una svolta dirompentemente pasoliniana, il cinema rappresenta un’Italia di Uccellacci e Uccellini. Quello di questi giorni è un cinema che urla la voglia di riscatto e di autoaffermazione di un’Italia schiacciata dalle convenzioni, asservita dai poteri, controllata dalle lobby non solo materiali ma anche morali. Un cinema che dal buio di una sala urla la sua verità. Che i venti si raccolgano, che si prepari la bufera. Che lo spettacolo abbia inizio.

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Editoria nostrana Crisi dichiarata o vittimismo degli esordienti?

di Andrea Mucciolo L’editoria nostrana soffre. È malata anzitutto di esterofilia, ancor prima di tutte quelle classiche tematiche che riguardano il mondo degli esordienti e le loro relative difficoltà. La nostra letteratura pare debba essere confinata ai soli grandi autori del passato. C’è, nel nostro paese, una cultura che vede in ciò che viene dall’estero il “bello”, l' “originale”; mentre nel prodotto dei nostri connazionali un qualcosa di contraffatto, di insignificante, magari frutto di qualche manipolazione occulta da parte della politica e dei giornali loro servi. Ripetere la classica frase fatta (abusata anche da parte del sottoscritto) che recita: “In Italia ci sono più scrittori che lettori” appare quantomeno ridicolo, in quanto sono sotto gli occhi di tutti romanzi di grandi scrittori stranieri che vendono centinaia di migliaia di copie in pochi mesi. Si è oramai giunti all’assurdo che alcuni nostri autori, specialmente del genere fantasy, firmano le loro opere con nomi stranieri, per avere più richiamo sui nostri lettori. È evidente che, se in questo paese, per vendere un libro, è necessario in un certo senso “nascondere” le proprie origini, l’impoverimento culturale del nostro popolo va ben oltre quello che immaginiamo al momento. Le agenzie letterarie si occupano perlopiù di rappresentare gli autori stranieri presso importanti case editrici del nostro paese. L’unico servizio che viene concesso all’aspirante scrittore è quello di far leggere la

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propria opera dall’agente letterario dietro versamento di somme spesso esagerate. Poniamo un attimo la nostra attenzione sul racconto breve: in Italia, almeno sotto il profilo puramente commerciale, sembrerebbe che il racconto breve sia morto e non solo perché le agenzie letterarie sconsigliano sempre più agli scrittori esordienti di proporre raccolte di racconti brevi; non solo perché gli editori puntualmente li rifiutano schifati, quasi si trattasse di materiale di scarto; e neanche perché tra gli scaffali delle librerie se ne rinvengono sempre meno. C’è, a mio avviso, una ragione più profonda, radicata culturalmente tra i nostri connazionali, che vanno alla ricerca del “libro mattone bestseller e super recensito”. Sentendo l’opinione dei librai nonché degli editori e dei distributori, il lettore vuole il romanzo: senza curarsi se magari sia solo “infarcito” all’inverosimile da digressioni di ogni genere, tali a volte da far venir voglia di equiparare il reato di “padding” a quello di plagio. In alcuni paesi stranieri, in particolare quelli anglosassoni, molti tra i più grandi scrittori hanno iniziato le loro pubblicazioni su riviste letterarie, alcune addirittura riguardanti la letteratura di genere. Isaac Asimov, nel 1939, agli inizi della carriera, pubblicò il suo racconto “Naufragio” (Marooned off Vesta) sulla prestigiosa rivista Astounding Stories sulla quale molti altri scrittori hanno scritto, come ad esempio Robert Anson Heinlein e Alfred Elton van Vogt. Nei paesi anglosassoni, non solo si legge di più, ma si pubblica anche meglio e non c’è quella sorta di vittimismo tipico degli italiani. Badate, se volessimo fare subito un esempio, anche all’estero è presente, come la definisce qualcuno, la “piaga” dell’editoria a pagamento. Christopher 60


Paolini, pubblicò per la prima volta “Eragon” a spese dei genitori, prima che lo scrittore Carl Hiaasen scoprisse il suo libro e lo propose al suo editore, avviando quindi Paolini ad un enorme successo. Il punto è proprio questo: a prescindere da ogni considerazione di tipo morale o prettamente tecnica sull’editoria a pagamento o, come qualcuno ama definirla (probabilmente l’editore sanguisuga di turno) “editoria sostenuta”, in un paese come gli Stati Uniti d’America manca completamente quel piangersi addosso che contraddistingue molti dei nostri compatrioti aspiranti scrittori. Non è scopo di questo articolo dissertare sull’opportunità o meno di pubblicare un proprio libro dietro un esborso di somme spesso ingenti. Volendo delineare invece le differenza tra l’editoria del nostro paese e quella di una nazione come gli USA, ci salta subito all’occhio come in quest’ultima l’autore che pubblica a proprie spese sia visto come una persona che investe in se stessa, nel pieno spirito di intraprendenza del “pioniere” americano, il “Self – published man”, come esiste il generico “Self – made man”, una persona che “si fa da sola”. Nel nostro paese, invece, un autore che pubblica a proprie spese è semplicemente visto come uno sfigato, completamente ignorato dalla stampa. Negli USA gli esempi di autori che hanno pubblicato un libro per conto proprio avendo un enorme successo sono numerosi. Richard Paul Evans, nel 1993, ha stampato pochissime copie di “The Christmas Box”, distribuite dallo stesso autore nelle librerie della sua zona. Il libro diventò un best-seller e quando Evans firmò un contratto da oltre quattro milioni di dollari con la Simon & Schuster, aveva già venduto, per proprio conto, oltre mezzo milione di copie. Esempi del genere ne potremmo fare molti. Nel nostro paese, Federico Moccia ha pubblicato “Tre 61


metri sopra il cielo” per la prima volta nel 1992, a sue spese, con la casa editrice “Il Ventaglio”. Tuttavia in Italia questi casi appaiono molto più rari e, di frequente, chi ha successo con l’auto-pubblicazione è perché aveva alle sue spalle le conoscenze negli ambienti giusti. L’editoria americana è molto più benevola e propizia nei confronti degli autori esordienti. Esistono librerie specializzate che vendono solo libri pubblicati in proprio dagli autori. Negli USA ogni potenziale scrittore esordiente è informato e soprattutto ha molta più autoconsapevolezza sul significato di un marketing puro. Nel paese capitalista per eccellenza nessuno può sfuggire al pressante incentivo alla propria realizzazione personale, ad emergere. L’ambizione si fa viva sin dalla scuola primaria con le elezioni dei rappresentanti degli studenti, che concorrono tra di loro come se stessero partecipando a delle vere elezioni politiche. In Italia manca purtroppo completamente una vera cultura di promozione dell’autore proprio a partire dagli stessi autori esordienti. Tutti pensano a farsi stampare il proprio libro per poi chiudersi in casa, senza far nulla di concreto per far conoscere la propria opera. Nel nostro paese non mancano fiere e iniziative per diffondere libri anche di esordienti; tuttavia, in questi eventi, non viene messo l’accento sull’autore che affiora, piuttosto sulla casa editrice, sull’organizzatore dell’evento o di eventuali ospiti di prestigio che vi partecipano. Non c’è una “cultura della persona”. Nessuno è interessato ad ascoltare il percorso artistico di un giovane scrittore emergente. Forse anche perché i nostri autori non si danno abbastanza da fare, tranne rare eccezioni. Sarebbe ora, quindi, che i nostri scrittori emergenti mettano nella promozione delle loro opere un impegno totale e non confinato alla scrittura di qualche storiella carina. 62


Il giornale dei Capelloni di Andrea Corsiglia Quella che state per leggere è storia, la vicenda che vide protagonisti un gruppo di ragazzi che, sul finire degli anni Sessanta, diede vita ad un’esperienza contro culturale destinata a rimanere unica sia per i temi che ebbe il coraggio di affrontare che per le istanze “rivoluzionarie” a cui diede voce. Il 15 novembre 1966 uscì, a Milano, il numero zero del primo giornale underground italiano: Mondo Beat. La redazione era composta da alcuni ragazzi che appartenevano al cosiddetto “giro dei capelloni”: Melchiorre Gerbino, Vittorio Di Russo, Umberto Tiboni, Gunilla Unger e Renzo Freschi. La stampa, in ciclostile, fu fatta presso il circolo anarchico “Sacco e Vanzetti” di Via Murillo a Milano con l’assistenza di Giuseppe Pinelli che mostrò ai ragazzi come inchiostrare le matrici e mise a disposizione la carta. Il loro lavoro diede come risultato ottocento copie di Mondo Beat che nei giorni seguenti furono distribuite dai “capelloni” per le vie di Milano e, durante i loro viaggi, in altre città italiane. Il numero zero/zero arrivò alla fine di dicembre, anche questo in ciclostile. Il primo marzo 1967 uscì il numero uno di Mondo Beat, in quattromila copie, il primo autorizzato e a stampa, immediatamente sequestrato sotto disposizione della Procura della Repubblica perché considerato contrario al buon costume. Le uscite seguenti sono datate 15 marzo (settemila copie), 30 aprile (ottomila copie), 31 maggio (sedicimila copie) e 31 luglio. Dal numero tre della serie ufficiale redattore capo divenne Gianni De Martino, originario di Castellamare di Stabbia, 63


all’epoca studente universitario, ex militante della sinistra giovanile. Nel 1966 era stato segretario della Fgci, carica che abbandonò per “dissenso con la linea non abbastanza radicale del partito”. I ragazzi che costituirono la prima redazione della rivista si erano conosciuti frequentando Piazza Duomo, diventata, già nei primi mesi del 1966, il punto d’incontro per quei giovani che la stampa dell’epoca definiva “capelloni”. Il primo quotidiano che si occupò di questo fenomeno giovanile fu il Corriere della Sera. Il 5 novembre 1965, nella terza pagina del quotidiano, apparve un inquietante articolo dal titolo “I capelloni e l’ordine pubblico” firmato da Paolo Bugialli, nel quale si poteva leggere : “I capelloni, come li chiamiamo qui a Roma, sono quei tipi di apparente sesso maschile che portano i capelli lunghi come le donne […] essi dicono di esprimere il tormento della generazione della Bomba, e bisognerebbe buttargliela a loro la bomba […] trascorrono intere giornate sulle scalinate della più famosa piazza di Roma […] gli sgraditi ospiti della scalinata sono in maggioranza stranieri. Ma siccome gli esempi stupidi sono i più sollecitamente seguiti, adesso se ne trovano anche con l’accento di Trastevere”. Il cronista propone anche una “ricetta” per ripulire la piazza : “Come si può fare? L’idea potrebbe sembrare liberticida però visto che l’unico gruppo di capelloni che le autorità hanno potuto espellere è stato quello coinvolto in una rissa con dei militari, non resta che andare lì e provocare quelli che rimangono. Andare lì, armati di civismo, di insetticida e di forbici. O si lasciano disinfestare e tagliare i capelli, e allora il problema è risolto o reagiscono ingaggiando la rissa, arrivano le guardie ed è risolto lo stesso”. 64


Vittorio Di Russo, uno dei fondatori di Mondo Beat, era uno di questi “capelloni”, di professione scultore e, come lui stesso si definiva, viaggiatore e cittadino del mondo. In precedenza era stato animatore del movimento Provo di Amsterdam. Fu espulso e rimpatriato dalle autorità olandesi perché non in regola con il permesso di soggiorno. I Provo furono una delle fonti d’ispirazione per il gruppo beat milanese . Il movimento olandese nacque nel 1960 e raggiunse il suo apice negli anni 1964 e ’65. La loro rivoluzione pacifica mirava alla formazione di persone libere, svincolate da leggi, norme e tabù di ogni genere. Il “nuovo mondo” che doveva nascere da questa rivoluzione non doveva essere popolato da sudditi ma da individui liberi. Quello dei Provo non era un movimento organizzato ed omogeneo, erano un gruppo unito dalle stesse idee ma assolutamente privo di gerarchie interne; lottavano contro il potere senza alcun desiderio di conquistarlo: “Noi non abbiamo alcun potere, non lo vogliamo, perché il potere corrompe”. I loro metodi di lotta, largamente imitati poi durante il Sessantotto, erano gli “happening”, i “teach-in”, “sit in”. I primi erano connotati dalla loro straordinaria capacità di raccogliersi in gruppo e disperdersi in tempi estremamente rapidi, il che rendeva pressoché impossibile ogni intervento repressivo da parte delle forze dell’ordine. La loro protesta intendeva portare all’attenzione dell’opinione pubblica i pericoli che derivavano dall’utilizzo incontrollato dell’energia nucleare, i massacri compiuti in Vietnam dall’esercito americano, l’importanza di una reale politica del disarmo. Gran parte delle idee e dei metodi utilizzati dal movimento olandese saranno ripresi da quello beat milanese grazie a persone come Vittorio

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Di Russo che avevano partecipato in prima persona alle iniziative olandesi. Il movimento “Mondo Beat” nacque a Milano nell’ottobre del 1966. Il giorno tredici Vittorio Di Russo stazionava in Piazza Duomo; nello stesso giorno si trovava là anche Melchiorre “Paolo” Gerbino: i due si erano già conosciuti cinque anni prima durante un viaggio a Stoccolma. Nei giorni seguenti vennero in contatto con Umberto Tiboni, Gennaro De Miranda e Renzo Freschi. Il primo era un perito industriale di venticinque anni che già da diverso tempo metteva a disposizione dei “capelloni” una casa che aveva preso in affitto a Cinisello Balsamo, la “Casa dei Beatnik”, dove, fra gli altri, viveva anche De Miranda, autodidatta zen trentacinquenne di origini napoletane. Il secondo era invece uno studente. Dal loro incontro nacque l’idea di fondare un movimento pacifista, che prendesse come modello quello inglese di Bertrand Russell e quello di Provo olandesi. Colui che i giovani beat milanesi chiamavano “Lord Russell”, proprio in quel periodo era al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica per la lotta che stava conducendo contro gli armamenti atomici e l’intervento americano in Vietnam. Il filosofo inglese era un intellettuale radicale e progressista: per fare un esempio nel 1916 fu espulso del Trinity College di Cambridge, dove lavorava come ricercatore, per aver preso una posizione contraria all’intervento dell’Inghilterra nella prima Guerra Mondiale e sostenuto l’obiezione di coscienza al servizio militare. Dal 1938 visse in America; fu espulso dalla New York University con l’accusa di sostenere idee immorali: pacifismo e libero amore. Fondamentale per Russell era educare ciascuno a rispettare i desideri degli altri in modo da ottenere la maggior felicità per il maggior numero di persone. Quest’asserzione divenne uno dei principi fondamentali per i ragazzi che 66


componevano il gruppo beat di Milano. Sicuramente meno influente, al contrario di quanto si potrebbe pensare, fu l’esperienza beat americana. “Il movimento beat americano era costituito prevalentemente da scrittori e inoltre era già terminato da una decina di anni […] personalmente di Kerouac, per esempio, avevo letto “I sotterranei”. “Sulla Strada” l’ho letto solo pochi anni fa […]”1. A prescindere dalle influenze che più segnarono il movimento è necessario mettere in evidenza quella che era l’istanza fondamentale che animava i fondatori del gruppo: la proposizione di una prassi alternativa di vita piuttosto che la teorizzazione ideologica di un cambiamento radicale della società. “Vivere, solo vivere, forse non esiste sogno più utopico, più bello e crudele di questo. Sembrava un passo, al limite, impossibile. Ed è ancora oggi così: è impossibile superare la necessità, far passare il piacere e il lavoro dallo stesso lato, cortocircuitare l’economia politica e vivere…”2. Di Russo e gli altri ebbero la capacità di coagulare quello che già era nell’aria, coordinarono un fenomeno, lo portarono alla consapevolezza pubblica. Una situazione esistente ma non facilmente identificabile, un diffuso disagio giovanile nei confronti dei modelli sociali e stili di vita considerati autoritari e conformisti. Gli atti repressivi non tardarono ad arrivare. Il giorno tre novembre Di Russo fu fermato dalla Polizia in Piazza Duomo, condotto in questura e malmenato. Gli fu contestata una diffida dal soggiornare in Milano ma restò ugualmente a Milano e continuò a collaborare come redattore al giornale.

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Intervista a Gianni De Martino rilasciatami il 19/3/1998 in Milano.

2

Ibid.

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Nei giorni seguenti furono organizzate una serie di piccole iniziative e manifestazioni. Fra quest’ultime la più eclatante fu quella denominata “manifestazione dei fiori”; centinaia di giovani si presentarono alle porte della Questura di Milano, cercarono d’entrare, le mani alzate in segno di resa, con l’intento di armare la polizia d’un fiore. Le forze dell’ordine caricarono i manifestanti disperdendo la manifestazione e arrestandone una cinquantina. Nei mesi successivi il movimento crebbe numericamente accorpando non studenti, come si potrebbe pensare, ma prevalentemente giovani provenienti dal sud, semianalfabeti o con la sola istruzione elementare, ragazzi scappati da casa. Nei primi giorni di marzo i redattori ed i sostenitori del movimento iniziarono uno sciopero della fame, una forma di protesta contro i fermi ed i fogli di via, sempre più numerosi, che la polizia utilizzava contro i ragazzi che distribuivano per le vie di Milano il giornale Mondo Beat. Lo sciopero della fame fu accompagnato da una manifestazione che bloccò il centro cittadino per diverse ore. La gente reagì insultando e picchiando i beat, la polizia li caricò senza preavviso causando diversi feriti. L’afflusso di giovani verso la redazione di Mondo Beat non accennava a diminuire il che creò problemi di spazio. Dante Palla, un autentico barbone, fu incaricato di trovare un posto adeguato per la creazione di un campeggio. Lo stesso, nei giorni seguenti, segnalò un campo nei pressi di Via Ripamonti. Il 21 aprile Tiboni, Palla ed Enrico Boetti stipularono il contratto d’affitto con il contadino proprietario del campo presentandosi a quest’ultimo come i “boy scout di Padre Frescobaldi”. Nel frattempo diverse testate giornalistiche iniziarono una compagna diffamatoria contro il movimento ed il loro 68


campeggio (inaugurato il primo maggio), subito denominato New Barbonia: “La si potrebbe chiamare, tanto per usare quel loro gergo infarcito di americanismi, New Barbonia, una tendopoli che sorge in Via Ripamonti […] un vero e proprio villaggio beat con una trentina di tende ed una popolazione fluttuante di capelloni […] l’anarchia regna sovrana […]”3. I beat, in breve, divennero una minoranza pericolosa, considerati sessualmente deviati, drogati, officianti riti sacrileghi, orge memorabili ecc. La reazione della stampa e delle forze dell’ordine può sembrare oggi spropositata, delirante ma, rapportata all’epoca, non stupisce. Efficaci a riguardo sono le parole di Gianni De Martino: “Un’alterità così radicale metteva in crisi le persone che fondavano la loro identità sull’avere degli oggetti, sul perbenismo […] penso che sia stata la reazione tipica della normalità, la quale è sempre caratterizzata dalla fobia e la reazione è sempre una reazione violenta”. La costante pressione dei media, che continuavano a mettere in rilievo la pericolosità morale e sociale del popolo beat, le madri disperate che si rivolgevano alla Questura per farsi accompagnare alla tendopoli alla ricerca del figlio scappato di casa, rese inevitabile l’intervento massiccio della Polizia. La repressione avvenne il 12 giugno: i poliziotti, assistiti dal Servizio Immondizie Domestiche del Comune di Milano, rasero al suolo, fra gli applausi degli abitanti di Via Ripamonti, il campeggio beat. Il 31 luglio, nonostante tutto, uscì l’ultimo numero di Mondo Beat. Subito dopo vi fu la dispersione volontaria della redazione: Gerbino e De Martino partirono per il Marocco mentre altri iniziarono nuove collaborazioni presso altre 3

P. Bugialli, Corriere della Sera, 17 maggio 1967

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pubblicazioni beat più commerciali che iniziarono ad uscire, sempre più numerose, in tutta Italia. Nei mesi seguenti iniziarono le occupazioni delle Università da parte degli studenti, le manifestazioni contro l’autoritarismo, per la non violenza, il pacifismo e la libertà sessuale. Di lì a poco si scatenerà la grande “ondata” del Sessantotto.

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Artista: Leonardo Cosmai Titolo: Opera 450


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Ascia nel miele il mio spleen si sta inebriando di dolce e sempre s'infila s'infila laddove non è difficile catturare la stella caduta al suolo fruscioso ti lancia uno sguardo da oggi sul suolo fruscioso quello che di oggi porto con me una spina nel fianco e questa nera risata la nera risata porta via con te che bell'alveare che bello questa brezza ci porterà con sé e quest'ascia vi è caduta dentro

Primož Čučnik 1

1 Primož Čučnik nasce a Lubiana nel 1971. Laureato in filosofia, pubblica la sua prima raccolta poetica dal titolo Dve zimi (Due inverni) nel 1999. Le due poesie qui presentate sono tratte dalla sua raccolta antologica Sekira v medu (Ascia nel miele), edita nel 2006 dalla casa editrice Šerpa della quale lo stesso Čučnik è il fondatore e direttore. Nota e traduzioni autorizzate dall’autore a cura di Primož Sturman.

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Brillìo I pini sanguinano ai margini della strada mentre l'odore bruciato penetra nelle mie narici corrose di puzza. La bora sparge intorno lingue di fuoco, le pigne scoppiettanti s'infilano come coltelli negli alberi oltre la strada. Sopra la terra si alza un fungo fumoso, sulla terra si posano i grigio neri resti dei corpi arsi. Di notte un lucore rosso illumina la nave sbiancandosi all'alba all'urlo delle cicale. Adagio la mia testa sulla pietra, quasi parallela alla superficie del mare e per un momento mi poso sullo scoglio in ferro. Brillio. Raccolgo una pietruzza e la scaglio in mare. Rimbalza rimanendo in superficie. Già, potrei portarmi oltre, dall'altra parte fino ai blocchi conici e le pareti impervie, potrei, sì, attraversare il mare acquoso, ma non ce la faccio a staccarmi dalla parete. Qualcosa mi dice che devo restare a sentire. Un'orchestra di fiati? Non intendo chiaramente. Forse non qui. Forse nel sonno.

Primož Čučnik

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Segni di Luigia Bencivenga – Maria! Maria! La donna non risponde. Preferisce far finta di nulla e ritoccare il debole trucco davanti al grosso specchio del bagno. A chiamarla è il marito che giace in un letto sporco di sangue. – Maria! Prendi le garze, fai presto! Maria prende le garze e, nascondendosi un po' il viso, tampona le ferite del marito, poi rifà il letto e avvolge quel corpo puzzolente in un lenzuolo di lino grezzo. – Eh che cos'è questa novità? Ti sei pure truccata? Ringrazia la Vergine Maria che non ho le forze se no uno schiaffo non te lo levava nessuno!!! Che zoccola, e che Gesù Cristo ti perdoni, corri a lavarti la faccia che stanno per venire i devoti. Maria è una donna di quarant'anni. Nulla fa trapelare bellezza, soprattutto gli abiti neri che rendono la sua carnagione ancora più pallida. Ha l'aspetto di chi – a parte Lourdes – non ha mai visto nulla del mondo. Le cose della vita le ha imparate dalle telenovelas del primo pomeriggio. Giuseppe – un buon partito, di quelli che non ci si può lasciar scappare – lo ha conosciuto in parrocchia. Il fidanzamento breve, poi il matrimonio e quei segni. Prima sui piedi, poi sul costato e sulle mani, infine una croce sulla fronte da cui sgorga sangue ogni venerdì da dieci anni. Tutto questo un tempo l'atterrì. Ora no, ci è abituata, se non fosse per quel puzzo che a quanto pare nessuno sembra avvertire. Il marito era maestro elementare ma dal giorno delle stigmate ha smesso di lavorare e vive le sue giornate – tra estasi e visioni 74


mistiche – in quel letto che matrimoniale non è mai stato. Menomale che i devoti del venerdì portano cibo e soldi. Ora sono tutti assiepati nel cortile e sono particolarmente emozionati poiché oggi Giuseppe vedrà la Madonna e quando capita è più facile ricevere un miracolo. Maria li guarda dalla finestra come chi sta cercando una faccia amica. Poi copre i capelli con un foulard nero e fa entrare una donna con un figlio malato, poi una vecchia paralitica che secerne saliva, poi un cieco accompagnato dalla sorella. E si va avanti fino a sera. Ognuno entra nella stanza di Giuseppe, bacia le ferite, prega, ripone la spesa nelle mani di Maria e esce felice, decantando le lodi dello stigmatizzato e il suo inebriante profumo di viole. Mentre Giuseppe riceve la visita di un devoto venuto dalla Svizzera, Maria è in cucina a riporre i cibi nella dispensa. Un uomo con un cappotto elegante si fa avanti. Lei non è sorpresa, ma trema. – Non dovevo venire? – Lei può venire quando le pare, mio marito riceve tutti. – Non sono venuto per lui. Sono qui per te. – Io non faccio miracoli, sono solo un'umile serva del Signore. L'uomo le prende i polsi e glieli bacia. Lei trema. – Maria, Maria!!! Vieni a pulire che un uomo si è sentito male! L'uomo della Svizzera ha vomitato sul pavimento. Alla vista di tutto quel sangue non ha retto e ha vomitato quello che s'è mangiato in treno. Maria pulisce e fa finta di nulla, perché quello è il suo dovere, e avverte uno strano sussulto provenire dal suo corpo. Maria non ha mai conosciuto un uomo e non se n'è mai lamentata; forse una volta, quando confessò a Don Cosimo il suo desiderio. Il parroco le spiegò che altri piani 75


aveva per lei il Signore e quel piccolo sacrificio le sarebbe valso la vita eterna. Cos'era dunque quel sussulto e quella specie di morso al pube? Di certo il maligno la stava tentando. Alcune donne si fanno spazio nella stanza e invocano miracoli e guarigioni e lei ne approfitta per sciacquarsi il viso. In bagno c'è l'uomo dal cappotto elegante, la costringe in un angolo del bagno e la spoglia in un silenzio che fa crescere il desiderio che in breve diventa piacere. Chi sei? Sono il maligno. Se l'era immaginato diverso, mai avrebbe immaginato Satana profumato di fiori di lino, il volto da ragazzino, le mani morbide e la lingua dolce che ora s'era fermata all'altezza dei genitali. Maria si stende sul pavimento e, con le cosce aperte, i pensieri e le immagini si intersecano a milioni. La Maddalena, il Cristo, il maligno, il parroco, Eva, sua madre e suo padre, la puntata di Tempesta d'amore quando la pia Janet viene sedotta dal magnate del carbone Lou Connery. Maria tenta di fermare il suo seduttore, poi lo riprende e comincia a respirare come Fernanda di Adamo contro Eva quando si dimena tra le braccia di Ottavio. All'uomo piace. A lei sembra di volare, e vede la Madonna, Padre Pio, pure il bambino GesÚ e si sente felice come Topazio, libera di amare Gianluigi dopo che entrambi hanno miracolosamente recuperato la vista. – Signora Maria! Corra presto. Giuseppe è andato in estasi! Maria si riveste in fretta e trova le donne in ginocchio e il marito che parla con la Madonna. Maria ha paura, chiede il perdono dei suoi peccati e invoca la Madonna di star zitta. L'uomo in estasi parla una lingua incomprensibile, piange e strabuzza gli occhi tanto che i bulbi sono fuori dalle orbite, il sangue sgorga a litri. Ad un passo dalla morte, Giuseppe si riprende. Le donne si ricompongono felici di aver vissuto quell'esperienza 76


paranormale e chiedono a Giuseppe cosa abbia detto la Vergine. Non mi ricordo. Maria è felice e tampona le ferite del marito che, dopo aver mangiato del semolino, si addormenta. La giornata è quasi finita e Maria ringrazia la Madonna di aver custodito il suo piccolo segreto.

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La guardo La guardo. Sta dormendo. Soffia senza ritmo mentre tutto, intorno, si lascia spostare lentamente. Ogni linea, tutte le ombre sottili, si tagliano penetrando la fine degli incroci. Mi accosto ai lampioni, modellata sugli spazi, respiro dilatandomi insieme al vento che accarezza le superfici asciutte e contaminate. Rincorrendo ogni (r)umore incontro estremità sofferenti, segmenti spezzati di miopie civili. Stringo i pensieri detonati nei momenti che percepisco e mi bagno della storia evolutiva toccando pensieri, energie, intermittenze univoche. Dagli occhi seguo vibrazioni ellittiche sciolte nell'asfalto e mescolate diluite nelle visioni fibrose delle foglie umane. Entro in costruzioni coscienti, appoggiate su legami costanti di atti graffiati: qui l'aria è calda, irrespirabile. Una folla di spiriti si ammassa ovunque salvandosi dalle allucinazioni. Rimangono tutti statici e inalterati, 78


negli abiti consumati, perdendosi negli altri. Il sistema, mentre tutti osservano questo inquieto catrame instabile, non vibra: questo mondo ha trovato troppi spigoli innecessari, angoli e insenature simmetriche, invece vuole essere generato curvo e morbido e urla ferito innaffiato d'etere e cenere. Si sta svegliando. Mi guarda. L'accarezzo.

E poi devo andare avanti.

Anna Utopia Giordano

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Pronome “Tu” sei il pronome. Tu sei il bambino che sei, sei il bambino che non c’è. Tu sei la pietra. Tu sei il piccolo e il grande, sei il crescente; Tu sei il verde del grano che di notte non si vede. Io sono la luna che ti osserva di notte – tu sei mia madre e mio padre. Forse tu sei insieme a lei, ma solo io sono te, io, nonostante tutto, te.

Letizia Cerqueglini 1

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Traduzione della lirica Kinnuy Shem, scritta in ebraico: l’italiano non esprime il ritmo ripetitivo delle brevi parole dell’originale né gli effetti ritmici della rima. Il nome nella cultura ebraica è l’essenza, come essenza è anche Dio, che è definito “il Nome”. Il pronome, allora, non è solo un fatto grammaticale: nella poesia “Tu” è chi è essenziale quanto il divino, l’oggetto dell’amore, ciò che suscita allo stesso tempo la gelosia e il desiderio di identità.

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L’accendino di Sara Salomoni Non gli piaceva che lei armeggiasse con l’accendino. L’aveva vista appiccare diversi incendi, non ricordava bene in quale circostanza, ma non aveva difficoltà nell’associare l’immagine di lei a quella del fuoco. Le tolse di mano l’accendino, con un gesto eccessivamente nervoso. Lei non capì. Non aveva mai appiccato un incendio in vita sua. Si guardavano di sottecchi, nell’attesa. Quello era un momento nevralgico all’interno di tutta la procedura; avrebbero avuto la risposta entro pochi minuti e nessuno dei due si era preparato abbastanza per ascoltarla. “Mi piace quella spilla che hai”, le disse lui. Lei annuì, un sorriso di circostanza. Poi si toccò la spilla, come per riflesso. Lui dette qualche colpo di tosse, nervoso. “Per che ora avevano detto?” le chiese poi. Lei alzò le spalle. Gli disse che non lo ricordava. Lui iniziò a battere il tacco della scarpa contro la gamba della sedia. Quel tum-tum-tum iniziò ad innervosirla. Si alzò. Anche i tacchi delle sue scarpe iniziarono a far rumore, ma sul pavimento. Al tum-tum-tum di lui si unì il tac-tac-tac di lei. Improvvisamente tutto tacque.

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Dalla porta uscì una signora vestita di bianco, un sorriso ovattato sul volto sterile. Sembrava una di quelle donne delle pubblicità, una di quelle che ti consigliano lo smacchiatore universale Tal dei Tali, per rimuovere anche lo sporco più insistente. Entrambi la guardarono. Il fiato sospeso, le mani strette, una nell’altra.

“Credo che ci sia stato un errore”, dice la donna. La voce è stridula e acuta, un’unghia sul vetro. “Nessun errore. Lei, signora, deve seguirmi, immediatamente”; la signora dal sorriso ovattato la prende per un braccio, con gentilezza ma decisione. Lui la guarda sorridendo sotto i baffi, ma la donna se ne accorge e lo prende per la cravatta, strattonandolo. “Non ridere, capito? Non ridere!” gli grida in un orecchio. Dalla tasca della camicia di lui, cade l’accendino. L’eco del metallo che si infrange sul marmo del pavimento risuona lungo tutto il corridoio, bianco e silenzioso.

Quando ormai sono lontani l’uno dall’altra, l’uomo raccoglie l’accendino d’argento. Lo pulisce sulla manica della giacca. Poi se lo rimette nella tasca della camicia.

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Ospedali di Giuseppe Budetta Nelle direttive del sistema sanitario nazionale e regionale, la teoria del terzo escluso ha per padrino nientedimeno che Aristotele – ipse dixit – ed è alla base della ferrea distinzione in nosocomi HCD ed HCS dove H è il termine inglese di hospital e CD indica l’appartenenza politica nella sfera del Centro-destra. Viceversa CS significa che il distretto sanitario ricade nella giurisdizione del Centro-sinistra. Rigide regole del bipolarismo politico hanno prodotto una netta linea di demarcazione in ambito sanitario. Il paziente boccheggiante, se cosciente, può vedere sullo stipite d’entrata in ospedale, una delle due sigle e capirà se il male è nella sua emi-zona corporale di destra o di sinistra. La teoria del terzo escluso prevede la divisione del corpo umano in due metà simmetriche secondo un ideale piano sagittale mediano e non ammette ambiguità: un organo o sta a destra o a sinistra rispetto a tale piano. Come il numero sette che appartiene all’insieme dei numeri primi e per nulla ai pari, così un organo o è a destra o a sinistra rispetto al piano sagittale mediano. C’è l’inevitabile compromesso sintetizzato nella teoria fuzzy. L’intestino per esempio si trova nella pancia un po’ a destra e un po’ a sinistra. All’operando è necessario eseguire una PET ed una TAC per stabilire se l’ansa intestinale sofferente è in prevalenza nel lato destro o in quello opposto. Stabilita la topografica dipendenza del male in uno dei due versanti, il paziente sarà operato da un chirurgo del Centro – destra (se l’intestino malato è in prevalenza a destra) o di Centro sinistra se 83


il male è prevalente di questo lato. Per organi impari come l’epifisi, l’ipofisi o il chiasma ottico posti al centro del cervello, la legislazione sanitaria prevede l’esecuzione di accurati accertamenti in base ai quali sarà stabilita la millimetrica prevalenza del tessuto malato in uno dei due emisferi cerebrali dando incarico ad un chirurgo HCD o HCS. Pazienti da operare sia a destra che a sinistra saranno veicolati, a seconda della gravità del male da apposito collegio stabilito, in un nosocomio di destra o di sinistra. Guarito da questo lato, il paziente passerà nel nosocomio di area opposta. Chi si opera di cateratta va in ambito del Centro destra per l’occhio omologo e poi in area di Centro sinistra per l’occhio opposto. Idem per i due orecchi, le mani ed i piedi. Gli afflitti da malesseri cerebrali bisognosi di cure neurologiche, psichiatriche o psicologiche sono classificati in base a preliminari accertamenti in destrorsi o sinistrorsi. Il paziente con geografia cerebrale alterata in prevalenza nel lobo cerebrale sinistro, finisce in cura in un HCS, viceversa uno con malanni in prevalenza nell’altro lobo. Le disposizioni di legge inerenti il Sistema Sanitario Nazionale e Regionale si addentrano più in profondità stabilendo che gli specializzandi medici del Centro destra studino in emi – testi con sole pagine pari; gli CS in volumi con pagine dispari. Questo per evitare incroci di scientifici concetti. La suddivisione in distinte aree ospedaliere si è resa necessaria in seguito alla legge sulle assunzioni: un assessore assuma esclusivamente manager, primari ed aiuti della stessa fede politica. In regioni rette dal Centro – destra operi solo personale medico specializzato di questo schieramento politico. Viceversa per le regioni del Centro – sinistra. 84


I chirurghi del Centro – destra siano destrorsi, quelli del Centro – sinistra, mancini. Esclusi sono gli ambi destri, in base alla teoria del terzo escluso. Il chirurgo del Centro – sinistra sia mancino ed operi solo nell’emicorpo sinistro all’interno di un HCS. Il chirurgo CD operi in una unità HCD. Tutto è scannerizzato, classificato e polarizzato secondo tabulati personalizzati. FINE

Artista: Stefano Marziali Titolo: Senza nome 85


Travaglio di Silvia Litterio La stitichezza gli stava ingombrando l’intestino già da qualche ora e già da qualche mese aveva smesso di fumare. Si accese una sigaretta. Rilassandosi, ripensò alla nottata appena trascorsa: agli amici e al nettare giallo che ancora circolava nel suo sangue. Sangue dai denti: rivoli di sangue scuro e torbido inondavano la sua bocca sgorgando dalle gengive sopra gli incisivi grossi. Era la sua immagine riflessa nello specchio del bagno in un sogno che aveva fatto qualche giorno prima. La notte era serena e la compagnia degli amici piacevole: avevano trascorso ore a parlare di loro: era tanto tempo che non si vedevano. Qualche domanda imbarazzante, qualche risatina e poi ognuno a casa sua. Le zanzare morte ammazzate ornavano le pareti della sua camera da letto. Se solo fosse riuscito ad addormentarsi, domani si sarebbe alzato presto e si sarebbe dedicato alla sua vita. Affiorò alla sua mente la memoria di un altro dei sogni che avevano tormentato le sue notti: era caldo e lui stava pedalando su una bicicletta rosa troppo piccola per le sue gambe lunghe e affusolate; il paesaggio era monotono e ripetitivo: stava pedalando in tondo lungo le corsie esterne di un campo sportivo e ad ogni giro perdeva un dente. Gli dolevano i denti e l’intestino gonfio e secco non gli permetteva di prendere sonno. Desiderava ardentemente creare. Era un poeta.

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Il porto somma la terra al mare di Idolo Hoxhvogli Il porto somma la terra al mare. Ogni imbarcadero, per quanto spoglio, non può sottrarsi ad un destino divino: sottrarre all’humilis l’homo. In acqua, per quanto macero sia il legno che ne accompagna le gesta, l’uomo non sta più in terra. Non è più humilis, poiché sollevato rispetto all’humus da cui è generato. In questo senso l’uomo non è più una creatura terrestre. Non era umile Ulisse. Non era umile Colombo. Non era umile il vichingo che per primo scorticò le gelide spiagge del continente americano 1. Memori con nostalgia, grati all’humus patrio, ma tesi ad altro, all’Altro. In quella tensione risiede il loro non essere terrestri, in quell’eccitazione a volte nefasta che fa spiccare un volo che conduce invece all’abisso. Non celesti, certo, ma prossimi a quelle divinità marine che tanto possono curvare i destini. Il porto somma la terra al mare. ‹‹Perché i tuoi figli muovono senza arte la quiete delle mie acque?›› chiede il mare alla terra. ‹‹Perché tu li inganni con i tuoi miraggi›› risponde la terra. ‹‹I tuoi figli scatenano in me la tempesta. Delle loro carni mi cibo, con i loro sogni mi disseto, e la mia massima clemenza consiste nel ricondurli da dove sono fuggiti: da te, terra››.

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Leifur Eiríksson (c. 970 – c. 1020)

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Artista: Mario Raia d’Alessandro Titolo: Stupinigi

Danzai Danzai nelle viscere di un sentimento all’ombra de’ tuoi occhi. Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo. “Che sia la vita!” – urlava il nostro dio (o soltanto noi). Ma si sbagliò (o soltanto noi sbagliammo perché non c’era null’altro da fare) e fu il tempo (o continuò ... )

Pietro Pancamo

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Carmina Burina Poesia scritta in fretta, di sera nell'incertezza triste d'un mondo che non cambia nel suo intenso cambiare, nell'atroce incostanza dei miei sentimenti scostumati, incalzanti, come nani insabbiati nei deserti del Gobbo di Notre Dame.

Poesia scritta in inverno, di corsa, immerso, sommerso nella vita, fino al collo, la testa altrove, davanti a camini bollenti intasati da sindromi aride di Münchausen, senza consolazione di cotte, di maglia, sudato alla sola idea d'essere cavia, nei labirinti d’un’esistenza da Minotauro scornato.

Poesia scritta in una notte fredda, i miei ricordi come neve a cubetti nei bicchieri di whisky d'una divinità scozzese, che nasconde, ed esibisce i suoi diamanti, ondeggianti sotto il kilt della volta celeste, dove c'era una volta, ma, ora, c'è un cielo nero.

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Poesia, condannata ad esser scritta, di notte, d'inverno, nelle serate stanche durante settimane, anni senza ritorno, senza ritorni, sotto i tetti d'amianto dei fabbricati aziendali, nell'odissea del traffico, su treni arrancanti tra i monti dell'inferno, nelle ore sotto sequestro d'una carriera imbarazzata, nuda, davanti agli occhi indiscreti dei secoli, nelle aule dei corsi d'inglese, correndo – vorrei iscrivermi, per amor di paradosso, a un corso di còrso – su bastimenti carichi di morsi, e di rimorso, spazza via, senza timor d'esitazione, a colpi d'anarchia, chi rivendichi il diritto di condurti in cassazione.

Ivan Pozzoni

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Un dialogo tra padre e figlio Fumo Leggero Lontano Vento

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di Enrico Santus Michele e Paolo Guerrieri, un padre e un figlio separati da trentanove anni di differenza d’età e oltre ottocento chilometri di distanza, si sono ritrovati sul foglio, in uno scambio di confidenze che il rapporto genitore-figlio lascia troppo spesso in sospeso. Fumo leggero lontano vento è, infatti, una silloge di trentaquattro componimenti realizzati dai due autori e poi raccolti in questa pubblicazione, terminata appena due mesi prima della scomparsa di Michele Guerrieri, il 29 settembre 2009. Già nel chiasmo del titolo è possibile riconoscere due identità profondamente diverse, eppure separate solamente dal fragile vetro d’uno specchio: quella serena e armonica di Michele e quella irrequieta e ricercatrice d’armonia di Paolo. Autori, tutt’altro che ingenui, ci raccontano il loro mondo, i loro rapporti con gli amici e con il sesso femminile. La disposizione alternata per tema delle poesie evidenzia non solo le differenze stilistiche che rivelano il diverso modo di percepire

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Fumo Leggero Lontano Vento, SMDR Edizioni

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il mondo dei due autori, ma anche gli incredibili tratti comuni che la “genetica della parola” sembra riportare in superficie. Nelle pagine di Michele domina una realtà paesana, dove «scorreva solidale la vita/tra tocchi cadenzati della torre» e dove l’autore, ormai maturo e conscio della caducità delle cose, guarda il passeggiare provocante di una ragazza dalle «turgide tette», che «oggi fiorisce/per sfiorire domani». Alcuni momenti di riflessione incedono in enjambement delicati, come l’armonia dei versi di questo autore: ed è la morte uno dei temi su cui Michele si sofferma maggiormente; ma non una morte spaventosa, bensì una morte tiepida, che non chiede un pezzo di paradiso, ma solo un po’ di terra; quella da cui veniamo nudi «per capriccio concorde/di poveri amanti illusi» e alla quale torniamo nel silenzio della «rozza capanna» sul monte, dove nemmeno il «filo d’erba sulla zolla,/appena fiatato dal vento» emette suono. E poi c’è il flirtare coi pensieri, compagnia sensuale d’un uomo che dimostra il ruolo della meditazione nella propria vita. Infine la religione e l’incapacità di spiegare il silenzio del cielo davanti agli strazi che solcano le «carni nude dell’umanità» ed una domanda che retorica non è: «Solo il caso e la necessità/dispensano le sorti/e spiegano le umane vicende?». In Paolo domina invece un ermetismo duro, dove il senso è dato dal cozzare aritmico delle parole, come se non riuscisse a ricreare quell’armonia che tanto cerca: e in effetti non è facile trovarla in un paesaggio cittadino, piovoso, con donne angelo dai tratti poco delineati che sono spesso citate a causa della loro assenza («tra me e il vuoto/ci sei stata tu»); gli amici si incontrano per strada e pronunciano una frase secca per poi sparire dietro i versi successivi. Lui, Paolo, è un uomo che ha tradito il presente per vivere nel ricordo («io il sacerdote del 93


ricordare»), un uomo che durante la giornata piovosa che rianima il «basilico rassegnato» si ripete «un ritornello sciocco: “Mai mi verrà risarcito/il mio tempo annoiato”». E di questa noia, però, è lui stesso il colpevole; basterebbe, infatti, semplicemente agire: «i condizionali aspettano/che io coniughi la mia/soluzione». In questa incapacità d’agire e di riprendere in mano il suo destino, Paolo si ripromette: «aggrappato/al capezzolo dei giorni/esigerò i miei sogni». Una raccolta coinvolgente in ogni sua piega, dove le poesie assumono appunto il sapore di confidenze sincere tra un padre ed un figlio che catapultano il lettore in una condizione di familiare partecipazione emotiva. Michele chiude la silloge con la poesia Violini, nella quale esprime definitivamente la serenità interiore davanti all’asprezza della vita: «Ma il suono è armonioso/prodotto da voci sinfoniche, /perché aspra è la vita, /scivola tra note dissonanti». Paolo, nel XVII componimento, sembra finalmente superare il suo stato di tedio in un’inaspettata presa di coscienza: «Dirò ora è il passato, prima non c’ero», cosicché possa «Perdersi/reinventarmi/tornare».

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Iglesias, sette secoli di storia, arte e curiosità di Miriam Cappa A 55 km da Cagliari, Iglesias è una giovane signora di quasi 700 anni (solo per partire dalla sua fondazione). Come le attuali grandi potenze, anche la marinara Repubblica di Pisa sentiva il dovere morale di intervenire in conflitti oltremare, casomai le terre in questione fossero state obiettivi vantaggiosi: così avvenne che nel 1258 il Giudicato di Cagliari cadde in mano pisana. Al fiero pasto partecipò anche Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, il quale ottenne il Cixerri o Sigerro. Un colpo grosso: si trattava infatti di un pied-a-terre baciato dal clima mediterraneo, con sbocco al mare, e leggendario dall’antichità per le miniere d’argento. Così alla fine del XIII secolo la famiglia Gherardesca aveva urbanizzato un nuovo comune podestarile: Villa di Chiesa, la cui importanza strategica era tale che nel 1324 divenne oggetto del desiderio della Corona d’Aragona. Dopo sette mesi d’assedio, estenuante per entrambe le parti, da Villa di Chiesa nacque il Regno di Sardegna. La città, che mutò nome in Iglesias, era una roccaforte custodita da circa 95


1600 metri di mura intervallate da quattro porte e una ventina di torri. La zecca a ritmo incessante batteva grossetti, aquilini, alfonsini. Su tutto vigilava una fortezza sul colle Salvaterra. Italia e Aragona nella “Città delle chiese” si fondono in un solo spirito ad iniziare dal Breve, lo statuto concesso dalla Repubblica di Pisa e nel 1327 ratificato dall’infante Alfonso. Un monumento di carta in quattro libri, dove si regola con precisione l’attività mineraria, tanto da costituire uno dei trattati più antichi a livello europeo (http://82.85.16.84:8080/dspace/). Il codice fornisce, inoltre, una fotografia della città medioevale, divisa in quattro quartieri storici (Castello, Santa Chiara, Fontana e di Mezo), e delle sue tradizioni, legate indissolubilmente alla religiosità. Ad Iglesias, sin dal Duomo (iniziato tra il 1284 e 1288 e divenuto oggi l’unica cattedrale al mondo dedicata a Santa Chiara), il passaggio di testimone fra gusti e società si modella nella pietra. Come una sinfonia, le facciate sono ouverture modulate per sovrapposizioni di stili successivi. L’apparenza inganna: il prospetto sembra pisano (Vergine delle Grazie, Beata Vergine di Valverde, San Francesco o la vicina cattedrale), ma tutto è un gioco di specchi, secondo un unico leitmotiv di semplicità che all’interno diventa più sfacciata decorazione con ampio uso di bicromie trachitiche, archi gotici e volte stellari. Le novità del Rinascimento italiano giungono mediate dalla sensibilità della Corona dando origine a nuove interpretazioni: i 96


retabli. Il retablo è una forma di pala d’altare in legno in cui architettura, scultura e pittura partecipano all’elevazione dello spirito. Le sacre immagini, dipinte e scolpite, mostrano, anche a chi non sa leggere, storie e personaggi delle omelie: la Vergine di San Francesco (in dolce attesa come nella tradizione toscana); Sant’Antioco, patrono della diocesi, in cattedrale (contornato da santi in una dorata costruzione barocca). Il Concilio di Trento apre le porte della città agli ordini religiosi: Domenicani e Gesuiti trovano irresistibile il centro storico e lasciano la loro impronta nelle deliziose San Domenico e nella Chiesa della Purissima, costruita sopra i resti del palazzo Gherardesca. Nel suo rigoglioso manierismo di marmi, la Compagnia mette alla prova il marchio di fabbrica che poi utilizzerà in tutta la regione. Con i Savoia, sul trono di Sardegna dal 1718, è più chiara la voglia di sobrietà anche civile: gli ingegneri militari disegnano nuovi spazi. Sul finire del Settecento si avvia la futura Piazza Municipio: a sinistra della cattedrale parte il progetto dell’episcopio, fino a concludersi con l’eclettico Palazzo Municipale. Qui lavoreranno artisti quali Remo Branca e Francesco Ciusa. Ancora oggi sono ospiti opere di Foiso Fois. La modernità arriva quando dal Regno di Sardegna nasce il Regno d’Italia: l’Iglesiente è la nuova Eldorado dell’industria mineraria. Sforna tonnellate di piombo e zinco in uno 97


sfruttamento dissennato di uomini, donne, bambini e ambiente. Qui si sperimentano soluzioni all’avanguardia che oggi hanno acquisito nuova vita come archeologia industriale. A Monteponi, Aligi Sassu descrive “La miniera” sui giganteschi muri della Foresteria. Bellavista, l’ex palazzo della direzione, è ora aula a cielo aperto per l’università. L’Iglesias industriale si fa bella nel Liberty: dal Cineteatro Electra alle ville. Fra fiori e inconsueti batacchi, un nuovo centro si anima nel ferro battuto. L’opulenta società borghese, che forma tecnici alla prima Scuola Mineraria italiana, incontrerà il proprio interprete in Giuseppe Sartorio. Dal natio Piemonte si sposterà in città per la sua prima commissione importante: il monumento a Quintino Sella nella piazza principale, ancora teatro irrinunciabile delle passeggiate cittadine. La precisione düreriana dello scalpello di Sartorio consegna all’eternità più di sessantacinque monumenti funebri nel Cimitero comunale. Infinite le leggende nate intorno alla perfezione de La bambina col cerchio. Inaspettati i nomi delle lapidi che forniscono uno spaccato della varietà umana richiamata dalle miniere come i coniugi Galleppini, nonni del Galep disegnatore di Tex Willer. Aurelio Galleppini non è stato il solo artista che ha passato la gioventù ad Iglesias: era di casa Amedeo Modigliani, la cui famiglia riforniva le miniere del legname. Habitué all’Hotel Leon d’oro, i primi schizzi furono dedicati alla proprietaria: doveva proprio essersi preso una bella cotta. Memoria, identità e cultura: ecco quanto ha da offrire il capoluogo del sud ovest della Sardegna.

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Iglesias e dintorni di Matilde Omezzolli Gadducci Il territorio che circonda Iglesias è un collage di aree verdi, di zone minerarie e di spiagge per ora salve dal turismo di massa. Essa è sede del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, il primo riconosciuto nel mondo nel corso della Conferenza Generale dell’UNESCO tenutasi a Parigi nel 1997. Esempi del patrimonio minerario si trovano nel complesso della miniera di Monteponi e nella Galleria Villamarina situate nell’immediata periferia della città. Favoloso lo scenario che si presenta dalla Statale 126 direzione Sant’Antioco: montagne di sapore desertico, di colore rosso mattone, che a prima vista sembrano un dono cromatico della natura. Si tratta invece delle Montagne rosse a Monteponi, velenosi residui di scorie di zinco prodotte dalle miniere. Sul lato opposto quello che si direbbe un esempio di archeologia industriale, fatto dai resti di un villaggio minerario che dava alloggio ai minatori. Il ricordo della vita di miniera resta intatto proseguendo per la Statale 126, che ci porta alle miniere di San Giovanni di fronte all’ex Villaggio Minerario di Bindua, e alla Grotta di Santa Barbara, straordinaria per la maestosità di stalattiti e stalagmiti. Altri siti minerari di interesse si trovano in direzione di Carbonia come il Villaggio di Seddas Moddizzis, di inizio secolo, che ospita una chiesetta, lo spaccio, case degli operai e la residenza degli Asproni (famiglia che ebbe peso nello sviluppo dell’attività mineraria iglesiente); la Miniera di San Giorgio è invece caratterizzata dal Pozzo Santa Barbara

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localmente detto Sa macchina beccia realizzato nel 1870 come un piccolo castello. Nebida è un piccolo e grazioso paese arroccato di fronte al mare A contatto con l’acqua, si trova la Laveria Lamarmora, impianto degli inizi del 900 utilizzato per separare il minerale puro dalla roccia. 484 gradini la collegano alla passeggiata panoramica di Nebida, il Belvedere che mostra i faraglioni di fronte alla costa. Tra questi il più grande d’Europa: Pan di Zucchero isolotto calcareo alto 133 metri. Oltre Nebida si giunge al villaggio minerario di Masua e, più avanti, Porto Flavia, miniera costruita nel 1924 dotata di un sistema imbarco diretto del minerale alle navi d’avanguardia, attualmente visitabile. I musei che conservano memoria di Iglesias mineraria sono il Museo delle macchine da miniera a Masua e il Museo dell’Arte mineraria a Iglesias, sotto l’Istituto Minerario Giorgio Asproni, che al primo piano ospita il Museo Mineralogico con esemplari unici al mondo. Visitare i siti minerari non impedisce di fare un bagno nelle acque cristalline di Masua o Cala Domestica, tra Masua e 100


Buggerru, prestate al cinema e alle location di spot televisivi e video, o Porto Corallo, delimitata da pareti a picco sul mare con spiaggia pietrosa, e Portu Banda, un pittoresco porticciolo delimitato da bianche scogliere. Per gli appassionati del verde di inconfutabile fascino sono le foreste del Linas - Marganai che danno vita al Parco Naturale di Monte Linas, Marganai-Oridda, Montimannu. Nell’interno sterrate forestali e sentieri attraversano vecchi villaggi minerari, portano a cascate e grotte oppure salgono alle montagne. Questo permette sia di organizzare percorsi di trekking che arrampicate libere o guidate.

Eventi e divertimenti tra il sacro e il profano L’Estate iglesiente racconta la sua storia. Si parte a giugno con gli incontri della Scuola Civica di Storia, giunta al suo terzo anno di vita, fatta di incontri pubblici tenuti da studiosi o appassionati che raccontano fatti o personaggi di microstoria locale. Contestualmente parte il Festival della Storia, ormai alla terza edizione; qui le epoche si fanno teatro e le conferenze vanno a spasso per il centro storico. Ad agosto si parla medioevale ad iniziare dal Torneo della Balestra, che riproduce costumi e armi del XIV secolo ispirandosi all’assedio della città da parte di Alfonso di Aragona. Il 13 agosto una corteo di oltre 700 figuranti sfila per il centro storico in abiti d’epoca, fedeli riproduzioni realizzate a mano dalle maestranze locali. Due giorni dopo, per l’Assunta, l’attenzione è tutta rivolta alla Processione dei Candelieri, tipico evento del Ferragosto iglesiente, durante il quale 9 candelieri vengono portati a spalla da volontari del luogo (Gremi) in un percorso, indicato dal 101


Breve, che si snoda per il centro fino a confluire nella Chiesa del Collegio, in onore della Vergine (Iglesias, gemellata con Pisa dal 13 agosto c. a, condivide con essa la devozione alla Vergine). Da luglio fino a settembre, ogni venerdì è ormai tradizione con Notteggiando, notte bianca che vede l’apertura dei negozi fino alla mezzanotte e ravviva il centro con l’esibizione all’aperto di gruppi musicali emergenti, spettacoli di danza, animazione. Ad ottobre a ridosso della festività Madonna del Buon Cammino, una deliziosa chiesetta che dal colle omonimo benedice la città, prende vita l’Ottobrata Iglesiente: un ciclo di convegni, musica, concorsi nazionali di cinema e di poesia, mostre, degustazioni, manifestazioni sportive. 11 anni di attività hanno fatto irrinunciabile appuntamenti fra novembre e gennaio i concerti Festival Internazionale Musica da Camera, in cui si esibiscono artisti di fama mondiale come il violinista francese Pierre Homage e il Festival Internazionale di Musica Lirica con concerti durante tutto l’anno. Spazio per il cinema di qualità nella rassegna Mediterraneo Film Festival, in cui oltre alle proiezioni seguono dibattiti, mostre, concerti inerenti il cinema con ospiti internazionali. La Pasqua è vissuta intimamente con le suggestive rievocazioni della Settimana Santa, retaggio della tradizione spagnola, che coinvolgono i cittadini e richiamano turisti per la loro spettacolarità e sacralità. 102


Aeolo IV