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La Dieta Mediterranea made in Basilicata

CIBO E AMBIENTE

Gli effetti prodotti dal cibo che mangiamo sull’ambiente e sulle persone


e-nutrition... ...consiste nella realizzazione di uno strumento «web based» di divulgazione scientifica in ambito nutrizione. Temi del progetto sono la nutraceutica (studio di alimenti che hanno una funzione benefica sulla salute umana), la valorizzazione dei beni culturali e commercializzazione dei prodotti enogastronomici, mediante l’utilizzo della dieta mediterranea quale filo conduttore. La Fondazione Eni Enrico Mattei, soggetto attuatore del progetto, è affiancata MedEatResearch - Centro di Ricerche Sociali sulla Dieta Mediterranea dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, e da SAFE - Scuola di Scienze Agrarie, Forestali, Alimentari ed Ambientali dell’Università Degli Studi Della Basilicata.

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Indice 7

Introduzione

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La filiera agroalimentare

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Cibo sostenibile

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Aspetti ambientali

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Acqua

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Atmosfera

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BiodiversitĂ

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Suolo

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Rifiuti

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Diritti umani

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Glossario


introduzione le dimensioni del cibo Se pensiamo ad una pizza “quattro stagioni” sappiamo dire quale strada hanno percorso i cibi che compongono il nostro piatto? Le verdure, il prosciutto, la mozzarella, la passata di pomodoro, che rendono così gustosa la pizza ogni qualvolta la desideriamo, come sono stati prodotti? Da quale parte del mondo arrivano? E chi li ha confezionati, distribuiti e trasportati fino alla pizzeria? Per rispondere a queste domande occorre immaginare ogni alimento come una combinazione di materia e di energia che lungo il suo percorso “dalla culla alla tomba” ha effetti sull’ambiente naturale, sulla salute umana e sull’economia delle nostre società. Il cibo, infatti, come ogni prodotto dell’attività dell’uomo, influisce, in modo positivo o negativo, sulle risorse naturali e sulle nostre condizioni di vita, soprattutto oggi che il nostro pianeta sta subendo cambiamenti molto rapidi, sia nel clima sia nella disponibilità di risorse facilmente utilizzabili dall’uomo.

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Per poter garantire che nei prossimi decenni il cibo sia una risorsa disponibile per tutti serve, quindi, tutelare l’ambiente da cui l’uomo trae le materie prime e l’energia: quindi, occorre prestare attenzione a cosa c’è dietro al cibo che mangiamo. La produzione, la lavorazione, il confezionamento, e il trasporto di cibo comportano, infatti, numerosi impatti ambientali. Per pescare, ad esempio, il merluzzo del nostro fishburger sono serviti: carburante per l’imbarcazione, le reti di naylon per la cattura, le celle frigorifere per la conservazione, gli imballaggi di plastica per il confezionamento, i camion per la distribuzione dai mercati all’ingrosso, ai fast-food, alle pescherie e ai supermercati. Ognuno di questi passaggi ha degli effetti sull’ambiente, come, ad esempio, l’emissione in atmosfera di anidride carbonica (che contribuisce al surriscaldamento del pianeta) per spostare l’imbarcazione, raffreddare le celle frigorifere, trasportare la merce. A ciò va aggiunta la produzione di plastica per la quale occorre spendere altra energia per smaltirla correttamente come rifiuto, e così via.

lo sviluppo sostenibile Il modo di pensare al cibo come ad una serie di eventi concatenati tra loro, che hanno effetti sull’ambiente, sulla società e sull’economia, ha pres o piede un po’ in tutto il mondo già negli anni Ottanta. In Germania, in questo periodo un gruppo di nutrizionisti coniò il termine “ecologia della nutrizione” (“nutrition ecology”), per definire una scienza interdisciplinare, che prende in esame tutte le componenti della catena alimentare e ne valuta gli effetti secondo quattro punti di vista principali: la salute umana, l’ambiente, la società e l’economia. Pochi anni dopo, a Rio de Janeiro, i governi dei paesi di quasi tutto il mondo si riunirono nel Summit mondiale delle Nazioni Unite per decidere come gestire al meglio gli impatti che le attività dell’uomo hanno sull’ambiente (“Dichiarazione sull’ambiente e lo sviluppo”, 1992). Durante questo avvenimento internazionale venne espresso il concetto di sviluppo


sostenibile, ossia di un modello di sviluppo economico, ambientale e sociale che tuteli l’ambiente e le risorse naturali in modo tale da garantire alle generazioni future le condizioni necessarie per nutrirsi e vivere in salute. L’effetto serra, la desertificazione e la perdita di biodiversità sono solo alcuni dei cambiamenti che il pianeta sta subendo, in gran parte alimentati proprio dalle attività dell’uomo.

Sostenibilità’ Alimentare Tra le attività antropiche che contribuiscono ai cambiamenti del pianeta, grande responsabilità è da attribuire anche a come l’uomo produce e consuma il cibo. Per questo è possibile parlare, oggi, anche di sostenibilità alimentare, ossia di quelle scelte che cercano di individuare le strade migliori per limitare gli impatti sull’ambiente e per tutelare i diritti degli esseri umani che da queste risorse naturali dipendono strettamente. Non va, infatti, dimenticato che un cibo non può essere considerato “sostenibile” se durante qualche passaggio dalla produzione al consumo vengono violati i diritti dell’uomo, con lo sfruttamento dei bambini, con il lavoro nero, o con la lesione della salute dei lavoratori e dei consumatori. Per mantenere gli elevati livelli di produzione e consumo di cibo che oggi caratterizzano i paesi industrializzati, come l’Europa e gli Stati Uniti, e che a breve caratterizzeranno anche paesi emergenti come l’India e la Cina, occorrono molta acqua e suolo per allevare gli animali e per coltivare i cereali con cui nutrire gli animali stessi. Servono anche tante sostanze chimiche di sintesi per accelerare i ritmi di produzione sia animale che vegetale, ma altrettante sostanze chimiche di scarto vengono introdotte nei mari, nei fiumi e nel terreno, alterando l’equilibrio degli ecosistemi e uccidendo molti organismi viventi. In particolare, il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura, i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento. Quasi la metà dell’impatto ambientale complessivo legato ai processi di lavorazione,

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produzione e trasporto di cibo è dovuta al consumo di energia, soprattutto di combustibili fossili (come il petrolio), che emette sostanze inquinanti nell’ambiente, in particolare in atmosfera. Ogni anno scompaiono 17 milioni di ettari di foreste tropicali per fare spazio a coltivazioni e a pascoli. Inoltre, la crescita demografica rende sempre più necessari nuovi suoli su cui coltivare per nutrire l’uomo, ma l’uso dei terreni per coltivazioni destinate all’alimentazione animale riduce ulteriormente la possibilità che tutti gli uomini sul pianeta abbiano cibo per sopravvivere e per vivere.


A questo occorre aggiungere lo sfruttamento eccessivo di risorse naturali, come quei pesci (il tonno, il merluzzo, l’acciuga) che, in quanto specie commerciabili, sono stati pescati in grandi quantità per molti anni, come se fossero una risorsa infinita, e che oggi sono a rischio di estinzione. Infine, vi sono aspetti che influiscono negativamente sulle persone che lavorano per produrre, trasformare e confezionare cibo, sulla loro salute e sul loro diritto alla vita. Generalmente sono i prodotti alimentari che noi paesi occidentali importiamo da lontano a portare con sé storie di sfruttamento e di povertà, come, ad esempio, accade per i gamberetti allevati lungo le coste tropicali del Sud America o dell’Asia, o per le banane coltivate nelle piantagioni del Sud e Centro America. Talvolta anche i cibi nostrani nascondono, però, fatti di immigrazione clandestina e di lavoro in nero, come scoperto per la raccolta dei pomodori nelle coltivazioni del Sud Italia. Quindi, scegliere consapevolmente un prodotto al supermercato significa anche ricordarsi che quel prodotto è il frutto del sudore di molte persone che lavorano troppo spesso in condizioni disumane.

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La filiera agroalimentare le strade del cibo La filiera alimentare rappresenta il percorso che compie un prodotto alimentare dalla terra alla tavola, ossia dalle materie prime a quello che mangiamo. È un processo scandito secondo precise fasi e che vede coinvolti numerosi attori: agricoltori, produttori di mangimi e sementi, allevatori, industria di trasformazione, trasportatori e distributori, commercianti all’ingrosso e al dettaglio, fino al consumatore. Il settore agroalimentare riveste un ruolo di primo piano nelle dinamiche tra uomo e ambiente poiché interagisce con il suolo, con l’acqua e con le risorse naturali, sia in modo diretto, coltivando, allevando e raccogliendo organismi animali e vegetali, sia in modo indiretto, trasformando, trasportando e distribuendo le materie prime e i prodotti finiti ai consumatori.

fasi e attori della filiera alimentare Nella prima fase, quella in cui si producono le materie prime alimentari come frutta, carne, pesce, latte, sono coinvolte le imprese produttrici di beni strumentali per il settore agricolo e ittico (macchine agricole, pescherecci, infrastrutture), insieme alle imprese di produzione agricola, allevamento e pesca. Visto lo stretto legame tra agricoltura e zootecnia, in questa fase si considera l’attività agricola come coltivazione di prodotti ortofrutticoli, sia come allevamento di animali. Della fase di trasformazione si occupano le industrie di trasformazione e produzione alimentare, come le imprese per la raccolta dei prodotti ortofrutticoli, per la mungitura delle mucche da latte, per la macellazione dei bovini, per la lavorazione dei pomodori, per la produzione di marmellate, yogurt e surgelati. Nella terza fase sono coinvolte le imprese di confezionamento, etichettatura e imballaggio. Nell’ultima fase, quella della distribuzione, lavorano le società di trasporto e distribuzione. Oltre a questi soggetti, ricoprono un ruolo fondamentale gli operatori finanziari (società di assicurazione, le banche, gli istituti per il credito speciale in agricoltura, le società di leasing), i servizi di consulenza agraria, nonché di consulenza fiscale e legale, i servizi di pubblicità e promozione, gli istituti di ricerca, i magazzini generali e i depositi merci: ognuno di essi rappresenta il singolo tassello di un mosaico tanto più ampio quanto più lunga è la filiera alimentare.

i cibi nel mondo: filiere lunghe e filiere corte Tra le filiere del settore alimentare, vi sono quelle che si occupano di: • • • • • • •

ortofrutta fresca ortofrutta trasformata cereali carne bovina carne suina e avicola prodotti ittici latte

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• vino • olio A livello mondiale i consumi di prodotti alimentari riguardano i cereali e relativi derivati, seguiti dai prodotti di origine animale, come carne e pesce, e dai loro prodotti derivati, come uova, latte, formaggi. Il rapporto tra le diverse tipologie di alimenti, tuttavia, varia molto tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo (PVS), anche se paesi emergenti come Cina e India stanno gradualmente adotta ndo il modello alimentare tipico dell’occidente, incrementando in modo esponenziale i consumi di carne rispetto agli anni precedenti. La FAO ha registrato, infatti, tra il 1963 e il 2003, per i paesi in via di sviluppo una riduzione dei consumi (in termini di calorie) di cereali dal 60% al 52% e di legumi dal 6% al 2%, con un conseguente aumento di carne dal 3% al 7% e di zucchero dal 4% al 6%. In Italia la composizione della spesa domestica nazionale nel 2006 (indagine Coldiretti) vede la presenza di carne, salumi e uova per il 23% circa, per il 18% di latte e derivati, per il 16% di prodotti ortofrutticoli e per il 15% di derivati dei cereali.

Frutta e verdura La filiera della frutta e verdura può avere fino a 8 passaggi dal produttore al consumatore, con conseguenti aumenti dei prezzi del prodotto finale e con dispendio di energia e risorse spesso superiore al necessario. La filiera dell’ortofrutta fresca inizia dalle imprese ortofrutticole che coltivano gli ortaggi che arrivano poi alle cooperative e ai grossisti i quali li consegnano ai mercati all’ingrosso e ai centri agroalimentari. Da qui parte la distribuzione per la vendita al dettaglio che può avvenire attraverso la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), ossia i supermercati, gli ipermercati e i discount, attraverso i tradizionali punti vendita al dettaglio come i negozi di quartiere, oppure attraverso la vendita diretta di ortofrutta proveniente direttamente dal produttore. Da un’analisi della Coldiretti è emerso che la composizione del prezzo delle pesche acquistate al dettaglio è così ripartita: il 24% del prezzo finale è dato dal costo all’origine, il 36% proviene dall’ingrosso e il 40% è dato dalla vendita al dettaglio. Il costo all’origine della lattuga rappresenta, invece, solo il 16% del prezzo finale al dettaglio, mentre il mercato all’ingrosso contribuisce per il 40% e il dettaglio per il 44%. Per la filiera dell’ortofrutta trasformata i costi maggiori riguardano invece i processi di trasformazione. Per la passata di pomodoro, ad esempio, il costo del pomodoro contribuisce al prezzo finale per poco più dell’8% e per più del 91% pesano i costi di filiera necessari a confezionare il prodotto finito. Anche la filiera dei cereali e dei derivati può arrivare fino a 8 passaggi a partire dalle imprese cerealicole passando da consorzi agrari e grossisti, dai mulini e dai panifici e pastifici, fino ad arrivare alla vendita al dettaglio attraverso supermercati, discount e negozi tradizionali. La pasta, essendo un prodotto derivato da cereali, ha un prezzo al dettaglio costituito per il 9% dal costo del grano e per ben il 91% dai costi di filiera; essa rappresenta il 26% del paniere della spesa italiana per cereali e derivati, dopo la panetteria che corrisponde al 40%.

Carne, pesce e derivati Per i prodotti alimentari di origine animale, i consumi italiani registrano il 60% delle vendite presso la GDO e il 25% presso i negozi tradizionali.


La composizione del paniere di spesa di questi prodotti vede in testa la carne bovina (32%), seguita dai salumi (31%), dalla carne suina (14%) e avicola (11%). I passaggi della filiera zootecnica possono arrivare a 9, partendo dalle imprese zootecniche che allevano gli animali alle cooperative e ai macelli industriali fino ai venditori al dettaglio dove, oltre agli ipermercati, i discount, i negozi tradizionali e la vendita diretta, il consumatore può essere raggiunto attraverso ristoranti, bar e servizi di catering. Nella filiera della carne bovina, in particolare, il prezzo finale è dato dal costo dell’animale per il 42% e per il 58% dai costi di filiera. La filiera della carne suina, invece, può avere fino a 10 passaggi dal produttore al consumatore, con un prezzo finale dei prodotti dato per il 19% dal costo del maiale e per l’81% dai costi legati alla filiera. La produzione mondiale di pesce è più che quintuplicata in circa 60 anni: siamo passati infatti da 18 milioni di tonnellate di pesce (sia pescato che allevato) nel 1948, a 106 milioni di tonnellate nel 2004 , con un aumento dei prodotti surgelati distribuiti in tutto il mondo dalle imprese multinazionali. L’acquacoltura è il settore che ha subito il maggiore sviluppo, a partire dai prodotti di acqua dolce, fino al boom degli allevamenti in mare di mitili e di pesci come la spigola e l’orata, che oggi rappresentano poco meno della metà dell’intera produzione ittica mondiale. Infine, la filiera del latte e dei suoi derivati può giungere fino a 7 passaggi partendo dalle imprese zootecniche e dalle cooperative e grossisti, passando dalle industrie casearie, dagli stagionatori e dai confezionatori, fino ad arrivare alla vendita al dettaglio che per ben il 72% avviene presso gli ipermercati e i supermercati della GDO.

filiere alimentari sostenibili In un’ottica di declinazione del concetto di sviluppo sostenibile all’interno delle filiere alimentari, l’eccessiva moltiplicazione degli attori nelle varie fasi crea i presupposti per un aumento degli impatti sull’ambiente, legati all’intensità e alle modalità dei processi industriali e ai sistemi di distribuzione a livello mondiale. Anche il rispetto della normativa in campo ambientale e di quella relativa alla tutela dei diritti dei lavoratori è reso difficile dalla scomposizione della filiera nel tempo e nello spazio, lasciando spazio a situazioni di irregolarità del lavoro, con scarsa tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Inoltre, il forte divario tra prezzi alla produzione e i prezzi al consumo determina esigenze di trasparenza da parte dei consumatori, sia sul percorso che compie un prodotto alimentare all’interno della filiera e sulle ragioni economiche del prezzo finale, sia sui potenziali impatti ambientali esercitati dai processi che hanno portato al prodotto finito, sia sulla tracciabilità del prodotto nella filiera, sulla sua qualità e sulla sicurezza dell’alimento. L’importanza strategica del settore alimentare non passa quindi inosservata: negli ultimi anni infatti si è iniziato a parlare di responsabilità sociale ed ambientale del settore agroalimentare. Come si legge in una Comunicazione della Commissione Europea nel 2002 , le imprese alimentari sono responsabili verso la società e verso i consumatori nel rispettare l’ambiente e l’uomo producendo e vendendo cibi in modo trasparente e sostenibile, comunicando con gli strumenti che le sono propri quali azioni intraprende per integrare la sostenibilità nelle proprie operazioni.

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cibo sostenibile dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei Immaginando di voler rappresentare la filiera agroalimentare del territorio lombardo secondo un ipotetico modello pressione-stato-risposta, che metta in relazione le pressioni esercitate dall’attività antropica con i relativi impatti su ambiente e società e con le possibili soluzioni oggi presenti per limitare tali criticità, è possibile individuare alcuni aspetti significativi, correlabili a dinamiche che spaziano dal tipo di offerta di beni alimentari che i mercati garantiscono, passando dalla domanda che essi generano nel consumatore, fino alla tipologia e provenienza del cibo che viene portato a tavola ogni giorno. Il punto di partenza è la pressione esercitata da stili di vita ed abitudini alimentari che contrappongono, spesso senza troppa consapevolezza, al “cibo locale” e “di stagione” il “cibo globale” e “fuori stagione”. Elementi di questa tendenza si rintracciano analizzando, ad esempio, quanti degli alimenti presenti nel menù quotidiano di una famiglia appartengano al territorio regionale e quanti provengano addirittura da zone del mondo opposte alla propria nazione, quanti compaiano sul mercato secondo la loro stagionalità e quanti siano reperibili per tutti e dodici i mesi dell’anno. Nota distintiva che caratterizza alcune abitudini al consumo alimentare è data dall’influenza dei mezzi di comunicazione sul consumatore e dall’offerta della grande distribuzione, priva di riferimenti spazio-temporali alle stagioni e alla dislocazione geografica dei luoghi di provenienza dei prodotti.

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Alcuni comportamenti, che rivelano la perdita di legami con i ritmi della propria terra e l’abitudine a consumare senza riflettere sulle reali necessità alimentari, determinano quindi l’insorgenza di criticità a livello ambientale, economico e socio-culturale: un chilo di pesche prodotte in Cile e trasportate in Italia attraverso un viaggio di 13 mila Km richiedono il consumo di 5,8 Kg di petrolio corrispondenti a 17,4 Kg di anidride carbonica emessi in atmosfera; la trasformazione dal frumento al pane vede aumentare il prezzo al consumatore di 12-14 volte spesso senza possibilità di individuare i passaggi intermedi della filiera e i relativi costi; una confezione di caffè, proveniente dai Paesi del Sud del mondo e venduta in Italia, consente al produttore di ricevere solo il 5% del ricavato, indipendentemente dal fatto che il valore della merce scenda fino a non coprire nemmeno le spese che il produttore stesso deve comunque sostenere. Alcuni esempi bastano ad evidenziare come maggiore trasparenza ed informazione in merito ai meccanismi del mercato alimentare gettino le basi per consentire a tutti gli attori della filiera di rendere conto delle proprie scelte su più fronti, dalla tutela delle risorse naturali alla difesa dei diritti umani, passando attraverso migliori forme di garanzia verso i consumatori.


la storia del cibo Consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni in rapporto all’ambiente significa sapere che ogni alimento ha una “storia”, fatta di interazioni con gli ecosistemi e con i diversi comparti ambientali, fatta di energia e di materie prime consumate per produrre, elaborare, imballare, trasportare e distribuire quell’alimento, e ancora per consumarlo, dando origine a materie secondarie e rifiuti. Conoscere le dinamiche economiche che regolano la filiera agroalimentare significa sviluppare la capacità di indagare sul valore delle merci: se da un lato prezzi finali elevati celano intermediari che approfittano dei numerosi passaggi di filiera per incrementare i margini di guadagno, dall’altro il cibo a basso costo può coincidere con modelli produttivi di massa gestiti a scala transnazionale e basati su elevate quantità di produzione indipendentemente dalla domanda di mercato. Coscienza sociale e culturale significa analizzare con spirito critico le realtà coinvolte nei processi alimentari: bassi costi legati a prodotti coltivati, ad esempio, nel sud del mondo può essere sinonimo di basse prestazioni non solo ambientali ma anche sociali e quindi di sfruttamento della forza-lavoro ed impoverimento delle comunità locali. Allo stesso modo, la consapevolezza di una cultura del cibo stimola a riflettere sul suo significato e a distinguere tra il cibo-oggetto tipico della società moderna e il cibo-evento che in passato scandiva tempi e spazi di una giornata. Il cibo permea la vita dell’uomo ed inevitabilmente è correlato a temi ambientali connessi all’attività antropica e alla sua influenza sulla biodiversità e sui sistemi naturali, ad aspetti di etica, evidenti nel contrasto tra i consumi del Nord e i prodotti del Sud, e a modelli comportamentali legati a tradizioni e a culture in evoluzione.

#FOODCULTURE

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una visione d’insieme La visione d’insieme che si ottiene al termine di questo percorso permette in primo luogo di comprendere che esiste un equilibrio piuttosto instabile tra “cibo locale” e “cibo globale”, il cui valore - positivo o negativo che sia - varia al variare degli interessi in gioco, e conduce, in secondo luogo, a prendere in considerazione alcune delle soluzioni messe in atto oggi in risposta alle criticità individuate. Dal punto di vista del consumatore, si spazia da un acquisto critico e responsabile (prodotti identificati da certificazioni ed etichette di tutela ambientale e sociale) fino al più estremo boicottaggio di prodotti ritenuti insostenibili per motivi etici, ambientali o sociali. Dal canto loro, le imprese appartenenti alla filiera agroalimentare hanno la possibilità di superare la normativa ed adottare strumenti volontari che consentano di tenere sotto controllo gli impatti ambientali e sociali legati alle proprie attività, scegliendo di aderire a standard di certificazione e di marchi (ISO 14000, OSHAS 18000, SA 8000, “Freedom Food”, “Organic”, “Fairtrade”), o di operare all’interno della filiera del Commercio equo e solidale (“Cees”), fino a decidere di rileggere la propria missione secondo le regole della responsabilità sociale d’impresa (CSR).

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Aspetti ambientali cosa sono? Quando un aspetto particolare di un prodotto o di un’attività svolta dall’uomo interagisce con l’ambiente circostante, lo si definisce un “aspetto ambientale”, che diviene significativo se quel prodotto o quell’attività interagisce con l’ambiente alterandolo, in modo positivo o negativo. Un aspetto ambientale significativo può avere, quindi, un impatto sull’ambiente, che, purtroppo nel caso delle attività dell’uomo, è quasi sempre negativo. Gli impatti ambientali possono agire in diversi comparti, come nell’atmosfera, nel suolo, o nelle acque dei mari, dei laghi e dei fiumi, fino a raggiungere le acque sotterranee, o ancora sugli organismi viventi animali e vegetali, alterando la biodiversità. Per semplificare pensiamo, ad esempio, a quando, ogni mattina, ci spostiamo da casa per andare a scuola o al lavoro: se utilizziamo il motorino, l’automobile o l’autobus, contribuiamo all’emissione in atmosfera di sostanze inquinanti come i composti dell’azoto o l’ozono troposferico, ossia di tutte quelle sostanze che, se presenti in quantità elevate, ci fanno respirare a fatica o che ci fanno pizzicare.In questo caso, se volessimo applicare le definizioni date sopra, uno degli aspetti ambientali dell’utilizzo dell’automobile è l’emissione di sostanze inquinanti, poiché è un aspetto che interagisce con l’atmosfera; se, poi, tante automobili insieme producono queste sostanze inquinanti si può verificare un impatto ambientale, poiché l’atmosfera viene modificata nella sua composizione. L’alterazione dello stato dell’aria è, infine, un impatto negativo per l’ambiente, in quanto la presenza nell’aria di queste sostanze tossiche mette a rischio la salute di tutti gli organismi viventi, incluso l’uomo.

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gli effetti del cibo sull’ambiente Per il cibo è possibile fare lo stesso ragionamento che abbiamo fatto per l’automobile. Ogni alimento ha, infatti, degli aspetti ambientali significativi, in quanto interagisce con l’ambiente e può avere degli effetti – quindi, degli impatti - negativi o positivi, sulle risorse naturali, sul clima e sugli organismi viventi.

Il consumo di energia Tra i cibi di cui l’uomo si nutre vi sono i vegetali - come la frutta e la verdura - la carne - di pollo, di manzo, di maiale - e il pesce, insieme a molluschi e crostacei. Per coltivare la frutta e la verdura occorre energia per spostare i macchinari agricoli, irrigare i campi, arricchire i terreni di nutrimento (come il concime) e raccogliere i prodotti della terra. Per allevare animali serve, oltre all’energia per riscaldare, raffreddare e illuminare i capannoni in cui vivono, il cibo con cui far crescere ogni singolo capo di bestiame: i sistemi moderni di allevamento utilizzano principalmente alimenti vegetali appositamente coltivati per nutrire gli animali, come il mais e il frumento. Oggi, però, c’è la necessità di allevare tanti animali e molto velocemente, sia –si mangia molta più carne che in passato, soprattutto nei Paesi industrializzati, sia perché la popolazione mondiale è in continua e rapida crescita. L’uso di mangimi altamente nutritivi come i cereali permette agli allevatori di rispondere alle richieste del mercato, anche se, nel trasformare i vegetali in proteine animali, un’ingente quantità delle proteine e dell’energia contenute nei vegetali viene sprecata: per ottenere 50 kg di proteine animali da un manzo occorre, infatti, averlo nutrito con ben 790 kg di proteine vegetali! Dal punto di vista dell’energia, per ogni caloria di carne bovina disponibile per il nostro organismo servono 78 calorie di combustibile fossile, per ogni caloria di latte ne servono 36, e per ogni caloria che si ricava dalla soia sono necessarie solo 2 calorie di combustibile fossile, un rapporto di 39:1 a sfavore della carne. (fonte: Dalla fabbrica alla forchetta)


Tutto questo comporta dei gravi effetti sull’ambiente, poiché il consumo elevato di risorse energetiche non consente alle risorse stesse di rigenerarsi, rendendole sempre meno disponibili per l’uomo.

L’impoverimento delle risorse naturali Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura (i cui prodotti servono per la maggior parte a nutrire gli animali d’allevamento). Gli allevamenti consumano una quantità d’acqua maggiore di quella necessaria per coltivare soia, cereali, o verdure per il consumo diretto umano. Dobbiamo sommare, infatti, l’acqua impiegata nelle coltivazioni, che avvengono in gran

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parte su terre irrigate, l’acqua necessaria ad abbeverare gli animali (una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, un bovino 50 litri, un maiale 20 litri), l’acqua per pulire le stalle e per i processi di lavorazione della carne. Facendo un calcolo basato sulla quantità di proteine prodotte si ottiene un rapporto molto sbilanciato a sfavore degli allevamenti: per un chilo di proteine animali occorre un volume d’acqua 15 volte maggiore di quello necessario alla produzione della stessa quantità di proteine vegetali. In tutto il mondo, i suoli hanno subito in pochi decenni cambiamenti radicali nel loro utilizzo, tanto che circa metà delle terre fertili del pianeta è oggi impiegata per coltivare cereali, semi oleosi e foraggi destinati all’alimentazione animale. Le foreste pluviali del Sud America sono state sostituite in gran parte con pascoli per l’allevamento estensivo, nonostante questa terra non sia affatto adatta al pascolo: nell’ecosistema tropicale, infatti, lo strato superficiale del suolo contiene poco nutrimento ed è molto sottile e fragile. Dopo pochi anni di pascolo il suolo diventa sterile e gli allevatori passano ad abbattere un’altra regione di foresta. In più, gli alberi abbattuti non vengono commercializzati, poiché risulta più conveniente bruciarli sul posto. D’altro canto, nelle terre adibite alla coltivazione di cereali per l’alimentazione degli


allevamenti intensivi, il continuo accorciamento dei maggesi non lascia al suolo il tempo di rigenerarsi, accentuandone l’erosione e portando a frane ed inondazioni, diminuzione dell’approvvigionamento delle falde, desertificazione e siccità ricorrenti. Anche in mare la situazione non migliora: le foreste di mangrovie delle zone costiere oceaniche sono state eliminate per lasciare il posto ad allevamenti di gamberetti per il commercio internazionale e, in mare aperto, molti pesci, come il merluzzo, il tonno e l’acciuga, sono stati pescati più velocemente della loro capacità di riprodursi.

Troppi scarti che inquinano L’utilizzo di quantità eccessive di prodotti chimici, soprattutto in agricoltura, è fonte di inquinamento per il suolo, l’acqua e per il cibo stesso che l’uomo mangia. Le sostanze chimiche vengono utilizzate in particolare nella monocoltura, un sistema inefficiente che deve essere alimentato in modo artificiale dall’uomo introducendo: • fertilizzanti, per arricchire il terreno di sostanze nutritive; • insetticidi, che uccidono gli insetti nocivi per le colture; • diserbanti, detti anche erbicidi, per eliminare le piante infestanti che ostacolano la crescita della coltivazione. Un tempo, per fertilizzare il terreno, il contadino utilizzava il concime raccolto dalla stalla. Oggi, le grosse imprese zootecniche allevano animali ma non coltivano la terra e, in ogni caso, hanno così tanti capi di bestiame che i campi circostanti lo stabilimento non bastano per accogliere tutte le loro deiezioni, che devono quindi essere smaltite come rifiuti pericolosi, per non inquinare i suoli e le acque, provocando un fenomeno detto eutrofizzazione, che colpisce molti dei nostri laghi e delle zone costiere. Anche insetticidi, erbicidi e farmaci, dispersi sulle coltivazioni e somministrati agli animali possono passare nell’ambiente e, attraverso i suoli e le acque, risalire la catena trofica e arrivare agli alimenti di cui si ciba l’uomo, come le verdure o il pesce. Oltre a ciò, va considerato tutto quel materiale di scarto che deriva dai processi di

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lavorazione e confezionamento degli alimenti, come gli imballaggi di plastica, di alluminio, di carta.

gli aspetti sociali dell’alimentazione Secondo le ultime statistiche della FAO, ci sono 795 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo, di cui il 98% vive nei Paesi in via di sviluppo. Eppure, la disponibilità di cibo attuale permetterebbe a tutti gli abitanti del pianeta di nutrirsi adeguatamente se si consumassero direttamente cereali e legumi che invece vengono impiegati per nutrire gli animali da allevare. Circa 3,5 miliardi di ettari di terra (ossia il 70% della terra coltivabile del pianeta) sono destinati alla produzione animale. Di questi, 470


milioni sono riservati alla coltivazione di cereali e leguminose per la produzione di mangimi. La Commissione Europea hadichiarato che l’Europa è in grado di produrre abbastanza vegetali da nutrire tutti i suoi abitanti, ma non i suoi animali allevati. Così solo il 20% delle proteine vegetali destinate agli animali d’allevamento proviene dalle coltivazioni europee, i resto viene importato dai paesi del sud del mondo, impoverendoli ulteriormente e sfruttando le loro risorse ambientali.

cibo ed economia Mentre nel passato vi era una simbiosi tra la coltivazione della terra e l’allevamento di animali, a partire dagli anni ‘50-’60 si è sviluppata in Europa (sulla scia di quanto avveniva negli Stati Uniti), la zootecnia intensiva, in cui gli animali vivono in grandi capannoni senza più alcun legame con la terra e i mangimi vengono acquistati all’esterno, spesso anche da altri continenti. La tecnologia e il progresso hanno reso possibili lunghi spostamenti di animali vivi e morti tra paesi molto lontani tra loro geograficamente, contribuendo così ai problemi ambientali ed etici derivanti dal trasporto di animali vivi e dall’enorme consumo energetico necessario per il trasporto, la lavorazione e distribuzione dei prodotti.

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Acqua che cos’è l’acqua? L’acqua è un liquido inodore, insapore e incolore. La molecola di acqua è formata da due atomi di idrogeno legati ad un atomo di ossigeno (H2O). Un cucchiaino di acqua, contiene milioni di queste molecole. L’acqua viene definita il solvente universale perché è in grado di sciogliere un numero di sostanze superiore a quello di qualsiasi altro liquido. Per noi è una bella fortuna: se così non fosse, non potremmo bere una tazza di tè caldo zuccherato perché lo zucchero rimarrebbe sul fondo della tazza. Per questo motivo l’acqua dei fiumi, dei ruscelli, dei laghi, del mare e degli oceani, che a prima vista può sembrare pura, in realtà contiene disciolti numerosissimi elementi e minerali liberati dalle rocce o provenienti dall’atmosfera. Ovunque essa scorra, sulla superficie terrestre, sotto terra o dentro il nostro corpo, l’acqua scioglie e trascina con sé un numero elevatissimo di sostanze. L’acqua svolge così una funzione essenziale: quella di trasportare, anche per lunghi percorsi, le sostanze che incontra durante il suo ciclo.

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il ciclo dell’acqua Negli oceani l’acqua si trova allo stato liquido. Il riscaldamento solare, però, provoca l’evaporazione di una porzione dell’acqua superficiale che, trasformandosi in vapore, entra nell’atmosfera e viene trasportata dai venti. Quando una massa d’aria già ricca di vapore acqueo ne riceve ancora e si satura, o quando incontra un’altra massa d’aria più fredda, si ha il fenomeno della condensazione del vapore acqueo nell’atmosfera, ovvero il vapore si ritrasforma in acqua (o neve e grandine a seconda delle condizioni di temperatura). Così si originano le precipitazioni, grazie alle quali l’acqua, allo stato liquido o solido (pioggia, neve o grandine), raggiunge in parte i continenti e in parte ritorna direttamente agli oceani. L’acqua di precipitazione che cade sulle terre emerse deve ancora percorrere una strada lunga e spesso tortuosa prima di tornare nuovamente agli oceani e chiudere il ciclo. Una certa quantità di acqua penetra nel suolo per infiltrazione e in parte rimane lì, un’altra va ad alimentare le falde freatiche (deflusso profondo), per poi riaffiorare nei fiumi o nelle sorgenti. Parte dell’acqua rimasta nel suolo evapora direttamente nell’atmosfera, altra acqua, invece, viene assorbita dalle radici delle piante e trasportata fino alle foglie per essere poi liberata nuovamente nell’atmosfera mediante la traspirazione. A questi due processi si attribuisce complessivamente il nome di evapotraspirazione. Infine, una certa quantità dell’acqua di precipitazione rimane sulla superficie terrestre dando origine ai laghi e ai fiumi, attraverso i quali torna direttamente ai mari e agli oceani (deflusso superficiale).

CICLO IDROGEOLOGICO

CONDENSAZIONE NUVOLE

RISERVA D’ACQUA NEL GHIACCIO E NELLA NEVE

FOTOSINTESI

PRECIPITAZIONI

CO2

EVAPORAZIONE

SCORRIMENTO SUPERFICIALE

INFILTRAZIONI DI ACQUA SOTTERRANEA

RISERVE D’ACQUA DOLCE

FUORIUSCITA DI ACQUA SOTTERRANEA

RISERVA D’ACQUA NELL’OCEANO


L’idrosfera Ciò che contraddistingue la Terra dagli altri pianeti è la presenza dei mari e degli oceani. Le immagini inviate dai satelliti mostrano la Terra come un pianeta “azzurro”, perché ricoperto per due terzi della sua superficie da gigantesche masse d’acqua. L’insieme di tutti gli ambienti terrestri dove si trova l’acqua, in fase liquida, solida e gassosa, è definito con il termine idrosfera. La maggior parte dell’acqua si trova negli oceani, nelle acque sotterranee e in forma solida di ghiaccio nelle calotte polari. L’acqua presente nell’atmosfera, sotto forma di vapore acqueo, costituisce invece solo una minima parte della quantità totale. Ma questa piccola parte è la più importante ai fini del mantenimento del clima e del rifornimento delle falde sotterranee. L’idrosfera è anche conosciuta come la sfera acquea del pianeta Terra. Essa interagisce con le altre sfere (litosfera, atmosfera, biosfera), dalle quali viene influenzata. L’acqua è distribuita sulla superficie terrestre negli oceani, nei laghi e nei fiumi. È presente sotto forma di solido, liquido e gas nell’atmosfera. La biosfera rappresenta l’elemento di intermediazione tra le differenti sfere; essa ha la funzione di favorire la circolazione dell’acqua tra idrosfera, litosfera e atmosfera. In generale, l’idrosfera può essere divisa in due ambienti differenti: i bacini d’acqua salata (mari e oceani) e quelli di acqua dolce. La principale caratteristica che differenzia i bacini d’acqua salata da quelli d’acqua dolce è il loro elevato contenuto salino (o salinità), in media pari a 35 grammi in un litro. I bacini di acqua dolce (o acque continentali) si suddividono in acque superficiali (fiumi, laghi, lagune, paludi) e in acque sotterranee (falde profonde, falde superficiali e sorgenti).

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ENERGIA SOLARE

LITOSFERA

ATMOSFERA

BIOSFERA

IDROSFERA

La risorsa acqua L’acqua gioca un ruolo essenziale per la sopravvivenza degli organismi viventi (animali e vegetali) sulla Terra. Dove c’è acqua c’è vita. Anche nelle regioni più aride del nostro Pianeta, persino sotto i deserti, l’acqua è sempre presente, sia pure a profondità che spesso non ne consentono il recupero. Sorgenti, acque correnti, ghiacciai e laghi forniscono, sia ai vegetali sia agli animali, quella quantità d’acqua che è indispensabile per il ciclo vitale. All’uomo interessa in particolare l’acqua potabile, sempre più scarsa in rapporto all’aumento della popolazione mondiale e per effetto dell’inquinamento. Solo lo 0,3% dell’acqua presente sulla Terra può essere catturata direttamente dall’uomo, ma più del 99% resta inutilizzabile. La maggior parte di questo 0,3% è, però, di difficile estrazione perché sotterranea. L’acqua utilizzata dall’uomo deriva principalmente dai fiumi, che rappresentano soltanto lo 0,0001% del totale di acqua presente sulla Terra. È chiaro, quindi, che l’uomo fa uso di una quantità minima delle riserve d’acqua dolce del nostro pianeta. L’acqua in tutte le sue forme è importante anche perché parte integrante del paesaggio terrestre, infatti concorre in misura preponderante al modellamento della superficie terrestre e determina il clima caratteristico della regione. Nelle acque dolci come in quelle salate, infine, vivono microrganismi che provvedono a decomporre gran parte dei rifiuti prodotti dall’uomo. Anche questo ciclo biologico è di vitale importanza.


Disponibilità annua pro capite di acqua Considerata un tempo una risorsa illimitata di cui tutti potevano usufruire, l’acqua pulita diventa oggi un bene raro e prezioso. Benché molti paesi dispongano di provviste adeguate, lo sfruttamento intensivo dei pozzi e delle sorgenti, l’inquinamento e lo spreco ne ridurranno, in futuro, la disponibilità. Con lo sviluppo economico dell’Asia, dell’Africa e dell’America del Sud, potrebbe inasprirsi la contesa fra industria e agricoltura per lo sfruttamento dell’acqua, facendone aumentare il costo. Inoltre, poiché oltre un terzo della produzione agricola mondiale proviene da terreni irrigati, la guerra dell’acqua potrà far salire anche il prezzo degli alimenti; infine, l’agricoltura moderna richiede una quantità d’acqua superiore ad ogni altra attività antropica, con un consumo totale compreso fra il 60% e l’80%. Se costretti a ridurre i consumi, gli agricoltori dovranno trovare nuove strategie agrarie. Se vogliamo che l’acqua in futuro non manchi, dobbiamo usarla con più attenzione: senza sprecarla e senza sporcarla.

Il consumo di acqua dolce La variabilità delle condizioni climatiche e idrogeologiche rende la disponibilità di acqua estremamente diversa da una regione ad un’altra. Si può parlare di carenza idrica quando la quantità disponibile di acqua pro capite scende sotto i 500 metri cubi annui e sotto i 1000 metri cubi annui per i paesi con una debole organizzazione socio economica. FOTO_7 Nell’ultimo secolo i consumi mondiali di acqua dolce sono aumentati di quasi 10 volte, e

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circa il 70% dell’acqua consumata sulla Terra è impiegato per uso agricolo. Questa percentuale è in calo a causa dell’aumento del consumo idrico per gli usi industriali (22%) e per usi domestici (8%), soprattutto nelle regioni più sviluppate, mentre nelle regioni meno sviluppate risulta maggiore la percentuale di acqua destinata all’uso agricolo. Più ci spostiamo verso paesi a basso reddito, più la percentuale destinata alle colture aumenta fino a una media dell’82%. I paesi ad alto reddito invece destinano meno acqua all’agricoltura (mediamente il 30%), ma ne utilizzano di più per il settore industriale e domestico, in media 59% e 11%. Se analizziamo il consumo medio pro capite scopriamo che questo varia molto tra i diversi paesi: secondo le Nazioni Unite uno statunitense consuma 575 litri di acqua al giorno, un italiano 385 litri, mentre un indiano e un cinese 135 litri e 85 litri rispettivamente. Una delle spiegazioni a questi consumi così sbilanciati considera che un alto tenore di vita comporta un alto consumo di acqua, mentre non è altrettanto vero il contrario: infatti nelle regioni meno sviluppate l’agricoltura assorbe la maggior parte dell’acqua disponibile, ma per l’insufficienza dei sistemi di irrigazione viene perduto circa il 60%. FOTO_8 Sempre attraverso una distribuzione inadeguata si perde il 36% dell’acqua disponibile per usi industriali e urbani. A questo si aggiungono problemi di siccità, cambiamenti climatici, deforestazione e di inquinamento delle falde acquifere.

acqua e agricoltura L’uso agricolo dell’acqua è il più importante degli usi umani e coinvolge i due terzi della disponibilità mondiale di acqua dolce. In questo caso l’acqua viene sostanzialmente utilizzata per irrigare i campi. Molto spesso, però, per portare l’acqua dove serve è necessario l’intervento dell’uomo che modifica i corsi naturali dei fiumi e costruisce canali artificiali. I fabbisogni idrici in agricoltura dipendono da numerosi fattori tra i quali vi sono il clima, la natura dei suoli, le pratiche colturali, i metodi di irrigazione, i tipi di coltura, ed altri ancora. Coltivare in climi aridi, ad esempio, oltre ai problemi che derivano dalla necessità di reperire grandi quantità d’acqua e di “intrappolarla” con dighe e invasi artificiali, ha portato l’uomo a scoprire il fenomeno della salinizzazione. Questo fenomeno naturale consiste nel progressivo aumento di sali minerali nel terreno, fino a renderlo non più adatto alla coltivazione. Questo avviene in presenza di uno scarso drenaggio del terreno e di forte evaporazione delle aree irrigate: ossia, l’acqua che il terreno non è in grado di assorbire subito evapora e lascia nel suolo il suo contenuto minerale. È per questo fenomeno che le coltivazioni delle zone aride o semi aride del pianeta hanno subito negli ultimi decenni un calo di produttività: Soltanto alcune specie coltivate presentano un’elevata tolleranza alla salinità, tra queste, la barbabietola, l’orzo, l’asparago, lo spinacio. Per le principali coltivazioni è necessario circoscrivere questo fenomeno, ossia diminuire l’eccesso di acqua che si infiltra nel suolo e, quindi, irrigare secondo l’effettiva esigenza della coltura, non in eccedenza, poiché soprattutto nelle aree dove manca un drenaggio naturale, si può determinare un innalzamento del livello della falda acquifera che fa risalire l’acqua sotterranea in superficie. In generale, è importante utilizzare sistemi di coltivazione e di lavorazione che non impoveriscano il suolo di sostanza organica (che migliora la cattura dei sali e aumenta la permeabilità del suolo) ed è utile preferire colture che utilizzano al meglio l’acqua

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disponibile nel suolo, magari con radici capaci di estrarre l’acqua presente in eccesso negli strati più profondi. Le colture perenni e le foraggere, specialmente l’erba medica, sono utili per questo, anche perché hanno una lunga stagione di crescita e asportano, rispetto alle colture annuali, più acqua da maggiori profondità del suolo. Le foraggere possono anche aumentare il contenuto di sostanza organica e migliorare la struttura del suolo. Anche l’acqua sotterranea delle falde freatiche può andare incontro a salinizzazione, ad esempio a causa degli eccessivi prelievi che l’uomo effettua per soddisfare la crescente richiesta di acqua potabile per usi domestici.

usi civili ed industriali Gli usi civili dell’acqua comprendono quelli per l’alimentazione umana, per la preparazione del cibo, per l’igiene personale e degli ambienti domestici e pubblici. È evidente che, in questo caso, non conta solamente la quantità di acqua a disposizione delle persone, ma anche la qualità dell’acqua. Spesso, infatti, molte comunità, pur avendo a disposizione acqua a sufficienza, non possono utilizzarla perché risulta inquinata. Pensate, ad esempio, che anche in Italia l’acqua distribuita dagli acquedotti di alcune città non è potabile e non può essere bevuta. Il consumo di acqua da parte dell’uomo è relativamente modesto, pari al 13% - 19% del complesso degli usi domestici, ma negli ultimi anni, a livello mondiale, il consumo d’acqua per usi civili è più che raddoppiato in seguito non solo all’incremento demografico, ma anche ad un aumento dei consumi dei singoli individui. È interessante sapere che, secondo una ricerca americana, la presenza di acqua potabile e di buona qualità nelle vicinanze di una abitazione ne aumenta il valore del 20%. L’uomo impiega l’acqua anche nelle sue attività industriali. La quantità d’acqua impiegata nell’industria dipende da numerosi fattori, quali il tipo di attività e le tecnologie utilizzate. In generale, è possibile individuare tre differenti tipi di utilizzo dell’acqua: per le necessità produttive (è utilizzata come materia prima nel processo produttivo: ad esempio, l’acqua necessaria a fare la pasta o i succhi di frutta), per il raffreddamento dei macchinari (la funzione è in pratica la stessa di quella che compie l’acqua del radiatore nella nostra automobile) e infine per il lavaggio degli impianti.

siccità e desertificazione Per l’entità dei danni e per il numero di persone coinvolte, la siccità occupa il primo posto tra le catastrofi naturali. Un periodo di siccità è definito dalla diminuzione della frequenza delle precipitazioni in rapporto alla media annuale del luogo preso in considerazione. Un evento di siccità è ritenuto grave quando la produzione agricola media cala del 10%, e catastrofico quando cala di più del 30%. Nel corso degli ultimi decenni si è osservato un incremento nella frequenza e nell’intensità dei periodi di siccità, che ha interessato la quasi totalità delle terre emerse. La tendenza all’inaridimento ha interessato non solo i territori aridi o semiaridi dell’Africa e dell’Asia, che hanno sofferto maggiormente delle varie fasi di siccità succedutesi negli ultimi 30 anni, ma anche i paesi temperati e quelli settentrionali.

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Approssimativamente, metà della superficie delle terre emerse rientra nella definizione di zona arida o semiarida. Entrambi questi ecosistemi sono estremamente fragili e vulnerabili. Se esposti a lunghi periodi di siccità, essi vanno incontro ad un processo di desertificazione, cioè di trasformazione in deserto. Secondo i dati dell’UNCCD (UN Convention to Combat Desertification, Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione) il 25% della superficie terrestre è fortemente degradata o sottoposta a elevati tassi di degrado. Si stima inoltre che i due terzi della terra africana sia già degradata , in parte o totalmente, e che il degrado del suolo colpisca almeno 485 milioni di persone - il 65% di tutta la popolazione africana. Da oggi al 2050, si stima che il 50% dei terreni agricoli in America Latina sarà soggetto a desertificazione. La salvaguardia di queste regioni è pertanto di essenziale importanza.


Lago d’Aral, esempio emblema di cattiva gestione dell’acqua, che ha portato al quasi prosciugamento del lago, con ingenti danni all’economia locale

le cause della siccità e della desertificazione La storia della biosfera è stata segnata, nel corso delle varie epoche geologiche, da fluttuazioni climatiche naturali che hanno variato l’estensione dei deserti. Nel corso degli ultimi decenni si è verificato un aumento nella frequenza e nell’intensità dei periodi di eccezionale siccitàLe cause di un tale aumento sono numerose e complesse: è comunque importante ricordare che la pressione esercitata dall’uomo, mediante la cattiva gestione o l’uso improprio del terreno, è in grado di modificare pesantemente le caratteristiche del suolo, della copertura vegetale e della bassa atmosfera, influenzando in modo irreversibile il delicato equilibrio del sistema idrologico.

Effetti della siccità e della desertificazione La desertificazione riduce la capacità di un ecosistema di sopravvivere alla variabilità del clima, con drammatiche conseguenze, quali: • la perdita di produttività dei suoli • il degrado della copertura vegetale, fino alla sua totale scomparsa • la dispersione nell’atmosfera di particelle solide (tempeste di sabbia e inquinamento dell’aria) con un impatto negativo sulla salute umana e sulle attività produttive • la riduzione della produzione agricola e dell’allevamento: malnutrizione e fame • la migrazione delle popolazioni e le guerre

acqua inquinata L’inquinamento di origine industriale L’inquinamento di origine industriale è legato ai residui di lavorazione. Può avvenire tramite lo scarico di acque utilizzate nei processi produttivi, che contengono

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elevate quantità di sostanze solide disciolte. Oppure può avvenire a causa del dilavamento delle discariche dei rifiuti solidi da parte dell’acqua piovana. O ancora a causa della rottura accidentale di serbatoi e/o tubazioni convoglianti prodotti molto inquinanti che finiscono direttamente nei fiumi o si disperdono sul terreno o nel sottosuolo fino ad arrivare alle falde acquifere. Esiste anche un’altra forma di inquinamento industriale dell’acqua, che non riguarda il contenuto ma la temperatura: l’inquinamento termico. Le acque di raffreddamento, infatti, vengono prelevate da mari, laghi e fiumi ad una certa temperatura e, dopo l’utilizzo, sono restituite ad una temperatura più elevata.


L’aumento della temperatura nei corpi idrici recettori causa l’alterazione degli ecosistemi acquatici e la variazione dei processi vitali. Può inoltre portare alla morte della flora batterica, utile nei processi di autodepurazione delle acque, e, nei casi più gravi, a una moria di pesci. Per ridurre gli effetti negativi dovuti allo scarico delle acque di raffreddamento, si può riutilizzare l’acqua calda prodotta per il riscaldamento degli ambienti, o per allevamenti di specie che richiedono elevate temperature.

l’inquinamento di origine agricola L’inquinamento agricolo deriva dall’immissione nei corsi d’acqua e nel terreno di fertilizzanti chimici (ricchi di fosfati e nitrati), pesticidi (insetticidi e diserbanti) e liquami delle stalle. Lo scarico di fertilizzanti chimici in fiumi, laghi e mari va ad aumentare il fenomeno dell’eutrofizzazione. Più grave è l’immissione dei pesticidi che, essendo poco biodegradabili, si depositano e si concentrano nei corsi d’acqua distruggendo ogni forma di vita. Una maggiore attenzione da parte degli operatori agricoli potrebbe ridurre in misura notevole questa forma di inquinamento che è particolarmente pericolosa in quanto può interessare anche le falde acquifere. Per prevenirlo bisogna ridurre l’apporto di nitrati preferendo il letame naturale, ridurre l’impiego di pesticidi introducendo la lotta biologica ed evitare un’eccessiva irrigazione che dilava il suolo e rende necessario l’uso di fertilizzanti.

Inquinamento di origine domestica L’inquinamento idrico di origine domestica è legato agli scarichi fognari delle abitazioni. Molto spesso questi scarichi sono convogliati dalle fognature ai depuratori, ma non in tutti i paesi. Inoltre, anche dove gli scarichi sono raccolti e convogliati, possono verificarsi rotture o inefficienze di pozzi neri, condotte e depuratori che provocano la fuoriuscita di acque inquinate.

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acqua, mare e pesci L’importanza degli oceani non è dovuta solo alla ricchezza alimentare che essi possono offrire all’uomo tramite l’attività della pesca. Dal punto di vista ecologico, essi forniscono più della metà dei beni e dei servizi necessari al mantenimento dell’equilibrio vitale del pianeta e ospitano una varietà di esseri viventi maggiore di qualsiasi altro sistema terrestre. Inoltre, con il loro volume e la loro densità assorbono, immagazzinano e trasportano grandi quantità di calore, acqua e sostanze nutritive. La pesca copre in media il 25% del consumo annuo mondiale di proteine animali. I giacimenti sottomarini forniscono un quarto del fabbisogno di petrolio e di gas e più della metà del commercio viaggia su nave. Oltre due miliardi di persone vivono entro i 100 chilometri della fascia costiera, in zone a volte densamente urbanizzate; senza contare i turisti che ogni anno affollano le spiagge. Dal benessere degli oceani e dei mari dipende quindi anche il nostro benessere.

L’inquinamento del mare e degli oceani L’utilizzo dell’acqua del mare e lo sfruttamento delle sue risorse possono comportare seri danni se non avvengono seguendo modalità che ne garantiscono un uso sostenibile, ovvero senza salvaguardare la convivenza degli ecosistemi marini con le attività dell’uomo. In molti casi, purtroppo fin dall’antichità, il mare è stato erroneamente considerato come un’enorme discarica in cui buttare senza alcuna esitazione rifiuti e sporcizia di vario genere. E ancora adesso è trattato come tale da turisti estivi poco educati, che a bordo di barche a vela o a motore buttano in mare tutti i residui di cucina o di altro tipo. Oggi, le principali cause di inquinamento dei mari e degli oceani possono essere: • le sostanze inquinanti provenienti da attività umane, scaricate nei fiumi e da questi portati al mare (sostanze organiche, degradabili o meno, provenienti dagli scarichi


urbani, prodotti organici di origine agricola come i fitofarmaci e i fertilizzanti, inquinanti degli scarichi industriali); • il petrolio rilasciato dalle petroliere in seguito a incidenti, o a pratiche non corrette seguite nelle fasi di pulizia dei serbatoi o di scaricamento dell’acqua di zavorra; • i prodotti radioattivi: rilasciati durante i test nucleari, ormai sospesi a livello mondiale, e nel corso del ciclo di produzione del combustibile atomico; • il surriscaldamento delle acque costiere, dovuto alle acque calde provenienti dagli impianti di raffreddamento delle industrie; • lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche (si pesca troppo) che comporta l’impoverimento della popolazione dei pesci e in alcuni casi il rischio di estinzione; • lo sviluppo urbano incontrollato sulle coste e il turismo di mare, nella sua forma di fenomeno di massa  incontrollato;  • la discarica di scorie nucleari e tossiche; • la discarica di contenitori di plastica e altri rifiuti solidi non biodegradabili. 

L’inquinamento da metalli pesanti I metalli più pericolosi sono il cadmio, il cromo, il piombo e il mercurio che possono arrecare danni alla salute umana anche in concentrazioni molto basse, oltre ad essere altamente tossici e per nulla degradabili. Il loro accumulo avviene negli organismi che occupano i gradini più alti della piramide alimentare: l’inquinamento da mercurio nel mare porta alla concentrazione di questo metallo nei pesci e negli organismi che si cibano dei pesci stessi, incluso l’uomo; è il cosiddetto bioaccumulo. Gli organismi marini che sono al vertice della catena alimentare arrivano ad avere una concentrazione da 3.000 a 27.000 volte maggiore di quella dell’acqua in cui vivono.

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Di questi fanno parte soprattutto pesci predatori di grossa taglia come il tonno, il pesce spada, il palombo, ecc. Il mercurio, che deriva da scarichi industriali e che raggiunge il mare, è eterno e continua il suo ciclo passando da un organismo ad un altro attraverso la catena alimentare. Quindi, a scopo cautelativo, è bene che bambini e donne in gravidanza non esagerino nel consumo di tonno in scatola.

l’eutrofizzazione dei mari e dei laghi Nell’ambiente marino è importante la disponibilità di ossigeno, luce e sostanze minerali che permettono lo sviluppo degli organismi. Queste sostanze nutrienti (tra cui azoto e fosforo, elementi presenti anche nei fertilizzanti utilizzati per concimare i campi) si disciolgono nell’acqua e la loro eccessiva abbondanza rende il mare particolarmente ricco di organismi. Si verifica infatti un intenso sviluppo di alghe e piante acquatiche che si accrescono rapidamente, alterando gli equilibri dell’ecosistema. I pesci erbivori che si nutrono di alghe e piante non sono sufficienti per tenere sotto controllo lo sviluppo di queste popolazioni vegetali, che formano una gran quantità di materiale in decomposizione man mano che muoiono. I processi di decomposizione e fermentazione degli organismi morti comportano il consumo di ossigeno, sempre meno disponibile nell’ambiente per gli organismi che ne hanno bisogno per sopravvivere. Ed ecco che il numero degli organismi cala in modo drastico. Questa situazione può verificarsi nell’Adriatico che raccoglie gli scarichi agricoli, industriali e urbani della Pianura Padana attraverso le acque del fiume Po. Queste acque inquinate sono ricche di nutrienti e nell’estate del 1989 si è verificato un fenomeno di eutrofizzazione delle acque dell’Adriatico che si presentava ricoperto in molte zone da uno strato di sostanza mucillaginosa prodotta da alcune alghe in crescita abnorme. Anche i laghi su cui si affacciano numerose città senza un sistema efficiente di depurazione incorrono in questo problema, a cui si aggiunge la difficoltà di diluizione di un bacino idrico chiuso come il lago.


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Atmosfera l’aria intorno a noi L’aria che respiriamo è costituita da un miscuglio di particelle solide e liquide sospese in un mezzo gassoso, costituito a sua volta da: ossigeno (O2), (20,95% in volume) quasi interamente di origine biologica, prodotto da organismi autotrofi (vegetali) grazie alla fotosintesi clorofilliana; anidride carbonica (CO2) (in percentuale variabile) di origine naturale e antropogenica (ovvero generata dalle attività svolte dall’uomo: ad esempio i processi di combustione);  acqua (H2O), (in percentuale variabile) che nell’atmosfera può trovarsi sotto forma di vapore, oppure allo stato liquido o solido; azoto (N2), pari al 78% in volume e argon (A) pari allo 0,93% in volume, entrambi gas inerti; altri gas come neon, kripton, xenon, idrogeno, ed altri ancora, che nell’insieme costituiscono solo lo 0,01% in volume dell’atmosfera. Le particelle solide e liquide (polveri varie, spore, pollini, ecc.) sono presenti in quantità ridotte e sono caratterizzate da dimensioni, caratteristiche fisiche e chimiche variabili.

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aria per la vita L’atmosfera è una componente essenziale per la vita sulla Terra poiché contiene l’ossigeno necessario alla respirazione degli organismi viventi. Inoltre funziona da filtro delle radiazioni nocive provenienti dal sole, riflettendole e impedendo loro di raggiungere il suolo, e consente alla superficie terrestre di mantenere una temperatura adatta alla vita di piante ed animali. L’atmosfera è anche la sede dei principali fenomeni meteorologici (vento, pioggia, neve, ecc.), che nel loro insieme costituiscono il clima.

la respirazione degli organismi animali e vegetali Attraverso la respirazione gli organismi vegetali ed animali si procurano l’energia necessaria per vivere e per crescere. La respirazione, che può essere considerata una combustione a bassa temperatura, libera l’energia accumulata nei composti organici, assunti dall’organismo mediante l’alimentazione, bruciando ossigeno e rilasciando anidride carbonica ed acqua. In pratica, ogni volta che inspiriamo, l’ossigeno presente nell’aria arriva ai polmoni, entra nel sangue, viene portato a tutte le cellule del corpo e lì utilizzato nei processi di combustione che producono l’energia necessaria a mantenerci in vita. Le cellule, a loro volta, restituiscono al sangue i prodotti residui della combustione: anidride carbonica e acqua. Queste sostanze sono portate dal sangue nei polmoni, da dove fuoriescono nel momento in cui espiriamo.


chi e cosa inquina l’aria? Per inquinamento atmosferico si intende la presenza nell’aria di sostanze che modificano la composizione e l’equilibrio dell’atmosfera e che causano effetti dannosi per l’uomo, gli animali, i vegetali e la qualità dell’ambiente. Gli inquinanti vengono classificati in base all’origine in: • inquinanti di origine antropica, generati dalle attività umane; • inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, da incendi, eruzioni vulcaniche e dalla decomposizione di composti organici.

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Indipendentemente dalla loro origine, i contaminanti atmosferici possono essere classificati in: • inquinanti primari, come il biossido di zolfo o il monossido di azoto, immessi direttamente in atmosfera in seguito al processo che li ha prodotti; • inquinanti secondari, come l’ozono, generati dagli inquinanti primari, a seguito di reazioni chimico-fisiche di varia natura. L’inquinamento di origine antropica proviene da grandi sorgenti fisse, come le industrie, gli inceneritori e le centrali termoelettriche, da sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti per il riscaldamento domestico, e da sorgenti mobili, come ad esempio il traffico veicolare.

cosa succede se l’aria è inquinata? Alcune sostanze inquinanti, se presenti in eccesso, possono produrre alterazioni chimiche e fisiche dell’aria che ne compromettono la capacità di “funzionare” correttamente e di garantirci le funzioni vitali. All’origine di questi inquinanti c’è generalmente l’attività dell’uomo (origine antropogenica), anche se in alcuni casi le sorgenti naturali contribuiscono in modo significativo. Gran parte dell’inquinamento dell’aria di origine umana proviene o dai combustibili fossili (la loro combustione è necessaria alla produzione di energia), o da processi chimici industriali. L’impatto sull’ambiente degli inquinanti dell’aria è variabile: alcuni composti agiscono prevalentemente su scala locale, cioè là dove sono prodotti e diffusi. altri, invece, coinvolgono intere regioni. Altri ancora hanno effetti su tutto il pianeta. Infatti, vi sono agenti atmosferici la cui “vita” è breve, dell’ordine di alcune ore o di qualche giorno, dopo di che cadono al suolo, mentre altri inquinanti rimangono attivi anche per lunghi periodi e possono diffondersi su un’area più vasta. Questo ultimo tipo di inquinanti è in grado di influenzare le condizioni dell’ambiente su scala


continentale e perfino planetaria, con un impatto negativo sulla salute delle popolazioni anche in luoghi molto distanti dalla sorgente di inquinamento. Nella maggior parte dei casi, il tipo e la quantità di inquinanti emessi nell’atmosfera dipendono dalla natura delle fonti energetiche utilizzate e dalle materie prime impiegate dall’uomo nei processi produttivi.

gli inquinanti e i loro effetti Le polveri atmosferiche Con il termine polveri atmosferiche si indica una miscela di particelle solide e liquide sospese in atmosfera, che variano per composizione, provenienza e dimensione. Le polveri possono essere rimosse dall’atmosfera per deposizione secca o umida e ricadere al suolo, sulla vegetazione o nei corsi d’acqua. Le polveri atmosferiche vengono classificate in base alla dimensione del diametro delle particelle (misurato in micrometri o µm. 1000 micrometri sono pari a 1 millimetro), che può variare da 0,005 a 100 µm. All’interno di questo intervallo si definiscono: • grossolane le particelle con diametro compreso tra 2,5 e 30 µ; • fini le particelle con diametro inferiore a 2,5 µm. Le polveri grossolane hanno origine dai processi di combustione, dai processi erosivi e dalla disgregazione dei suoli. Pollini e spore rientrano in questa categoria di polveri. Le polveri fini derivano dalle emissioni del traffico veicolare, dalle attività industriali e dagli impianti di produzione di energia elettrica. Particolare attenzione viene riservata alle polveri con diametro inferiore ai 10 µm e ai 2,5 µm, denominate rispettivamente PM10 e PM2,5 (PM= Particular Matter). Il PM2,5 è incluso nel PM10 e ne costituisce il 60%. Il PM10 è una polvere inalabile, in quanto riesce a penetrare nell’apparato respiratorio fino alla laringe e respirabile perché, attraverso la respirazione, riesce ad arrivare fino agli alveoli polmonari. Queste polveri presentano un interesse

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sanitario superiore alle altre perchè sono associate a numerose malattie dell’apparato respiratorio e cardiovascolare. Le polveri possono avere sia origine naturale (emissioni vulcaniche, aerosol marini, spore, pollini, erosione del suolo,…) sia antropica (emissioni prodotte dal traffico veicolare, dalle industrie e dai processi di combustione).

L’inquinamento fotochimico Lo “smog fotochimico” è una forma di inquinamento tipica di tutte le principali aree urbane ed industriali del mondo. Si presenta, infatti, nelle zone ad alta densità di traffico o in prossimità delle stesse, quando sono presenti determinate condizioni climatiche (calma di vento o venti deboli, elevate temperature, ecc.) che provocano un aumento della concentrazione di gas inquinanti impedendo loro di disperdersi. In queste aree le concentrazioni di alcuni gas, come ozono troposferico, monossido di carbonio, particolato, COV, ossidi di azoto, superano molto spesso i valori limite, al disopra dei quali vi sono rischi di danni alla salute umana, alle produzioni agricole e alla vegetazione naturale.


Le deposizioni acide Con il termine deposizioni acide si indica il processo di ricaduta dall’atmosfera di particelle, gas e precipitazioni acide. Se questa deposizione acida avviene sotto forma di precipitazioni (piogge, neve, nebbie, rugiade, ecc.) si parla di deposizione umida, in caso contrario il fenomeno consiste in una deposizione secca. Per descrivere questi fenomeni si può utilizzare anche l’espressione “piogge acide”, con il quale, però, spesso si indica solo il fenomeno della deposizione acida umida. Le sostanze che danno origine alle deposizioni acide sono gli ossidi di zolfo (SOx) e gli ossidi di azoto (Nox), la cui origine in atmosfera può essere sia antropica sia naturale. Se questi inquinanti non vengono in contatto con l’acqua atmosferica, si depositano al suolo, dando rapidamente origine a composti acidi. Nel caso in cui, invece, questi inquinanti entrino in contatto con l’acqua atmosferica, allora i composti acidi si formano prima della deposizione al suolo. Partendo dagli ossidi di zolfo e dagli ossidi di azoto, si formano rispettivamente l’acido solforico e l’acido nitrico, che abbassano il normale pH dell’acqua da 5,5 a valori compresi tra 2 e 5, acidificando delle precipitazioni. Le deposizioni acide modificano l’acidità delle acque dei laghi e dei fiumi (rendendo impossibile la vita a pesci e altri organismi acquatici) e quella dei suoli (alterando la disponibilità degli elementi nutritivi, con conseguente riduzione della loro fertilità e produttività). Le deposizioni acide possono inoltre danneggiare direttamente la vegetazione (ad esempio, sciogliendo le cere di protezione delle foglie, le rendono più vulnerabili all’attacco dei parassiti), gli edifici, i monumenti. L’uomo e gli animali possono subire dei danni alla salute qualora si nutrano di alimenti provenienti da acque o suoli acidificati.

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Il benzene Il benzene è una molecola a forma di anello composta da 6 atomi di carbonio e 6 atomi di idrogeno, che rientra nella famiglia di composti chiamati Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). È una sostanza liquida, ma a temperatura ambiente volatilizza molto facilmente, ovvero passa dallo stato liquido a quello gassoso. Può avere origine sia naturale, ad esempio dalle emissioni vulcaniche, sia antropica. Nei centri urbani la sua presenza è dovuta quasi esclusivamente alle attività umane, quali il traffico veicolare, la raffinazione delle benzine e la distribuzione dei carburanti. In particolare, questo gas viene rilasciato principalmente dai gas di scarico e in misura minore dall’evaporazione della benzina in tutte le fasi di trasporto, stoccaggio e distribuzione della benzina. Il fumo di tabacco rappresenta un’importante fonte di benzene nei locali confinati, tanto che la concentrazione di questo gas nelle abitazioni dei fumatori risulta superiore del 35% rispetto quella nelle abitazioni dei non fumatori. Il benzene è assorbito per inalazione, contatto cutaneo o ingestione e può avere effetti cronici e/o acuti. L’effetto più noto dell’esposizione cronica al benzene riguarda la sua potenziale cancerogenicità.

L’ozono Il buco dell’ozono L’ozono (O3) è un gas che allo stato libero si concentra tra i 15.000 e i 40.000 metri di altezza, in una fascia della stratosfera, detta ozonosfera, che funziona da schermo naturale nei confronti delle radiazioni solari ultraviolette, dannose per la vita degli esseri viventi. Da diversi anni la quantità di ozono nella stratosfera risulta diminuita per effetto di alcune sostanze di origine antropogenica, come i clorofluorocarburi (CFC), il bromuro di metile, i gas Halon e il metilcloroformio. Questi gas, raggiunta la stratosfera, liberano cloro e bromo, atomi in grado di interferire con le reazioni di formazione dell’ozono. A partire dagli anni ottanta si è registrata una lenta e graduale degradazione dell’ozono stratosferico, in modo particolarmente vistoso sopra l’Antartide. Le dimensioni e la rapidità di formazione del buco dell’ozono allarmarono la comunità scientifica internazionale: nel 1987 fu approvato il protocollo di Montreal, il primo documento internazionale che ha sancito l’obbligo di riduzione dell’utilizzo dei CFC. Ad oggi più di 190 paesi hanno aderito al protocollo di Montreal: nonostante sia stata registrata una diminuzione nell’impiego dei CFC a livello mondiale, ci vorranno anni prima che i CFC già presenti in atmosfera siano eliminati. La conseguenza più diretta del buco nello strato d’ozono è l’aumento della quantità di radiazioni ultraviolette (UV – frequenza da 100 a 400 nm) che riescono a raggiungere la superficie terrestre. Queste radiazioni sono causa di: • maggiore rischio di tumori cutanei e di malattie degli occhi; • diminuzione delle difese immunitarie nell’uomo e negli animali; • riduzione della fotosintesi e danneggiamento del DNA delle piante con effetti significativi sull’agricoltura; • riduzione della produzione di fitoplacton nei mari, con danni rilevanti alla catena alimentare negli ecosistemi acquatici.


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L’ozono a bassa quota L’inquinamento da ozono fa riferimento ad un incremento della concentrazione di ozono nella troposfera, ovvero nello strato di atmosfera in cui si svolge la vita, e non va confuso con il buco dell’ozono. L’ozono troposferico si origina indirettamente, a partire da inquinanti primari, primo fra tutti il biossido di azoto, che interagiscono con la radiazione solare. L’ozono è dannoso per l’uomo e per l’ambiente in quanto è un fortissimo ossidante e i suoi effetti dipendono dalla sua concentrazione nell’aria, dal tempo di esposizione e dal quantitativo di aria inspirata.

l’effetto serra L’effetto serra è un fenomeno naturale, provocato da una miscela di gas presenti nell’atmosfera (definiti, appunto, gas serra) e senza il quale non potrebbe esserci vita sulla Terra. In questo ultimo secolo, però, l’intensa attività produttiva umana ha provocato un aumento della concentrazione di “gas serra” nell’atmosfera. Le cause sono duplici: da una parte, le crescenti emissioni originate prevalentemente dai processi tradizionali di produzione di energia (combustibili fossili); dall’altra, la progressiva distruzione delle foreste che, grazie alla fotosintesi clorofilliana delle piante, sono in grado di “assorbire” l’anidride carbonica presente nell’aria e trasformarla in materia organica (foglie, rami e radici), funzionando come dei veri e propri “serbatoi” o “pozzi” (in inglese “sink”) di anidride carbonica. Se la concentrazione di gas serra continua ad aumentare ai ritmi degli ultimi decenni, c’è il rischio che si inneschi un rapido riscaldamento del clima terrestre, poiché la capacità dell’atmosfera di trattenere il calore sulla Terra diventa sempre maggiore. Un aumento eccessivo e in tempi brevi delle temperature dell’atmosfera e degli oceani avrebbe effetti drammatici sugli equilibri climatici, e notevoli impatti sull’uomo. Secondo alcuni esperti di clima, se non si modificheranno i comportamenti umani, nei prossimi 100 anni la temperatura della Terra potrebbe aumentare in media di 1,0 – 3,5°C. Altri dati ci danno un’indicazione delle variazioni intervenute nell’ultimo secolo: dalla rivoluzione industriale


La superficie terrestre irradia energia

Il Sole riscalda la superficie terrestre

In assenza di atmosfera e di gas serra, la temperatura media sarebbe -19 °C. L’effetto serra naturale consente di avere una temperatura media di 14 °C.

ad oggi la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata del 30%; nello stesso periodo la concentrazione di metano – emesso principalmente dalle risaie e dall’allevamento - è cresciuta del 145%. Molti studiosi, incaricati da organizzazioni nazionali ed internazionali, tra le quali il IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change), da alcuni anni effettuano un monitoraggio sul clima del nostro pianeta e studiano i possibili effetti dell’aumento di temperatura della bassa atmosfera e della superficie terrestre, che saranno approfonditi nel seguente paragrafo.

cambiamenti climatici: conseguenze Sulla base delle ricerche dell’Organismo Internazionale che studia i cambiamenti del clima, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera è la maggiore causa dell’intensificazione dei seguenti fenomeni. Aumento della temperatura del pianeta: dal 1860 ad oggi la temperatura media della Terra è aumentata di 0.6°C e di quasi 1°C nella sola Europa. Gli scienziati prevedono un ulteriore aumento della temperature compreso tra 1,4 e 5,8°C entro la fine del secolo. Aumento delle precipitazioni: soprattutto nell’emisfero Nord, e in particolare alle medie e alte latitudini. Nelle regioni tropicali e subtropicali, invece, diminuzioni delle piogge. Aumento nella frequenza e nell’intensità di eventi climatici estremi: non ci sono ancora dati scientifici dimostrabili, ma pare che una conseguenza dei cambiamenti climatici possa essere l’aumento di eventi catastrofici. Potrebbero verificarsi lunghi periodi di siccità, improvvise piogge eccezionali, alluvioni, ondate di caldo e di freddo eccessivo. I cicloni tropicali potrebbero essere potenziati dall’aumento delle piogge violente, dei venti e del livello del mare. Aumento del rischio di desertificazione in alcune zone. Diminuzione dei ghiacciai e delle nevi perenni: 9 ghiacciai su 10 nel mondo si stanno sciogliendo ed è probabile che entro il 2050 il 75% di quelli svizzeri scompaia.

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Crescita del livello del mare: negli ultimi 100 anni il livello del mare è aumentata di 10-25 cm e sembra che possa aumentare di altri 88 cm entro il 2100. Almeno 70 milioni di abitanti della zona costiera in Europa sarebbero a rischio. Perdita di biodiversità: molte specie animali non saranno in grado di adattarsi a questi rapidi cambiamenti climatici. Gli studiosi, infatti, hanno stabilito che gli ecosistemi sono in grado di adattarsi a cambiamenti pari a 1°C in un secolo. Tra gli animali più a rischio troviamo gli orsi polari, le foche, i trichechi e i pinguini. Problemi nella produzione alimentare: piogge eccessive e caldo intenso mettono a rischio le colture, provocando carestie e malnutrizione. La FAO sostiene che ci sarà una perdita di circa 11% di terreni coltivabili nei Paesi in via di sviluppo entro il 2080, con riduzione della produzione di cereali e conseguente aumento della fame nel mondo. Diffusione delle malattie: sembra che il cambiamento climatico possa favorire la diffusione di malattie tropicali come la malaria e la dengue. Infatti, le zanzare che portano queste malattie, si stanno spostando verso nord, dove la temperatura è in aumento. Inoltre, l’aumento di temperatura favorisce l’inquinamento biologico delle acque, facendo proliferare organismi infestanti.


i gas serra I gas serra naturali comprendono il vapor d’acqua, l’anidride carbonica, il metano, il protossido d’azoto e l’ozono. Alcune attività dell’uomo contribuiscono ad aumentare la concentrazione in atmosfera di questi gas e, inoltre, liberano nell’aria altri gas serra di origine esclusivamente antropogenica. Vediamoli ora in dettaglio quali sono le caratteristiche dei principali gas ad effetto serra.

Vapore acqueo Il vapore acqueo è il principale gas serra, responsabile dei 2/3 dell’effetto serra naturale per la sua abbondanza in atmosfera e per la sua efficacia. Il vapore acqueo atmosferico è parte del ciclo idrologico, un sistema chiuso di circolazione dell’acqua dagli oceani e dai continenti verso l’atmosfera in un ciclo continuo di evaporazione, traspirazione, condensazione e precipitazione. La sua concentrazione è molto variabile nello spazio, ma relativamente stabile nel tempo. Inoltre, non viene direttamente influenzata dalle attività umane, ma dipende esclusivamente dalla temperatura dell’aria. Per ogni grado Celsius in più, il contenuto di vapore nell’aria aumenta del 7%.

Anidride carbonica L’anidride carbonica (CO2) è il principale gas serra derivante dalle attività umane ed è quello che maggiormente contribuisce all’effetto serra antropico. La CO2 è uno dei principali composti del carbonio e costituisce il principale veicolo attraverso il quale il carbonio è scambiato in natura tra le riserve (o serbatoi) presenti nell’atmosfera, idrosfera, geosfera e biosfera, attraverso i processi che costituiscono il ciclo del carbonio(FOTO_16: illustrazione ciclo del carbonio): • nella biosfera il carbonio è presente all’interno delle molecole organiche (es. lipidi, glucidi, ecc) con circa 2.000 miliardi di tonnellate o gigatonnellate • negli oceani il carbonio è sciolto in forma di carbonati e bicarbonati con 39.000 gigatonnellate • nella geosfera il carbonio si trova sotto forma di calcare con 90.000.000 gigatonnellate e combustibile fossile con 6.000 • nell’atmosfera il carbonio è presente come anidride carbonica con 750 gigatonnellate. Questi serbatoi sono legati tra loro da scambi, il cui bilancio naturale, in assenza di attività umane, è pressoché in pareggio. A partire dalla Rivoluzione Industriale, con l’intensificarsi delle attività umane, le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sono aumentate ed oggi la CO2 è responsabile del 65% dell’effetto serra antropico. L’anidride carbonica derivante dalle attività umane è legata principalmente alla reazione di combustione dei combustibili fossili, alla deforestazione e al cambiamento dell’uso del suolo. La CO2 può permanere in atmosfera per un periodo che varia tra i 50 e i 250 anni prima di ritornare al suolo.

Metano Il metano (CH4) deriva dalla fermentazione anaerobica (cioè dalla decomposizione) della sostanza organica. In natura il metano viene emesso da paludi e mangrovie, mentre le emissioni antropogeniche provengono soprattutto dall’utilizzo di combustibili fossili, dalla

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GLOBAL CARBON CYCLE

zootecnica, dall’agricoltura (risaie) e dalle discariche. Pur essendo più potente della CO2, il metano contribuisce al 17% dell’effetto serra antropico, per via della minor concentrazione e del più breve tempo di residenza in atmosfera rispetto all’anidride carbonica.


Protossido di azoto Il protossido di azoto (N2O) è un gas serra molto potente e con un tempo di permanenza in atmosfera molto lungo (120 anni). Le fonti naturali di N2O sono gli oceani, le foreste pluviali e i batteri presenti nel suolo. Per quanto riguarda l’attività umana, invece, deriva principalmente da fertilizzanti azotati utilizzati in agricoltura e in alcune produzioni industriali.

Clorofluorocarburi I clorofluorocarburi o CFC, a differenza dei gas precedentemente descritti, che sono tutti presenti in natura, sono stati prodotti artificialmente dall’uomo e impiegati come refrigeranti, propellenti nelle bombolette spray ed estinguenti negli impianti antincendio. Oltre ad essere responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico (buco dell’ozono) sono dei potenti gas serra che persistono in atmosfera per migliaia di anni. Le loro emissioni si sono notevolmente ridotte grazie all’applicazione del Protocollo di Montreal (1987) che ne ha proibito l’utilizzo. Tuttavia anche i loro sostituti (idrofluorocarburi e perfluorocarburi) sono potenti gas serra.

gas serra a confronto Per calcolare il contributo dei differenti gas all’effetto serra bisogna considerare tre parametri fondamentali: • la concentrazione in atmosfera • il forcing radiativo di ogni gas, cioè la capacità di intrappolare l’energia che va dal nostro Pianeta verso lo spazio • la persistenza in atmosfera di ogni gas, cioè il tempo medio in cui un gas rimane in atmosfera; infatti, se un gas rimane in atmosfera per poco tempo avrà un minor effetto di uno che ci rimane a lungo. Dal momento che i gas serra hanno diverse capacità di assorbire la radiazione infrarossa è stato introdotto il concetto di potenziale di riscaldamento globale (GWP = Global Warming Potential), per cui tutti i gas vengono rapportati all’anidride carbonica alla quale viene assegnato il potenziale 1.

potenziale di riscaldamento globale (GWP) gas serra anidride carbonica metano protossido di azoto

GPW 1 25 298

idrofluorocarburi

124 - 14.800

perfluorocarburi

7.390 - 12.200

esafluoruro di zolfo

22.800

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Biodiversità che cos’è? La Terra è popolata da un’incredibile quantità di esseri viventi diversi. Il termine che viene utilizzato per definire questa “folla” di organismi, che abitano ogni angolo del pianeta e che si sono adattati anche agli ambienti più estremi, è biodiversità o diversità biologica. La biodiversità misura la varietà di specie animali e vegetali nella biosfera ed è il risultato di lunghi processi evolutivi. Gli elementi che costituiscono la biodiversità possono essere ricondotti a tre diversi livelli:

1. livello genetico 2. livello di specie 3. livello di ecosistema biodiversità genetica La diversità genetica si riferisce alle differenze del patrimonio genetico all’interno di una specie. Le caratteristiche morfologiche, cioè le caratteristiche visibili degli organismi viventi, come ad esempio il colore degli occhi e del pelo nei gatti, sono esempi di varietà a livello di geni all’interno di ogni singola specie.

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biodiversità di specie Quando si parla però di biodiversità, ci si riferisce generalmente alla biodiversità di specie, cioè alla diversità delle diverse specie in un determinato ambiente, dove per specie si intende un gruppo di organismi che si possono incrociare tra di loro dando una prole feconda. La biodiversità di specie può essere misurata attraverso il numero di specie in una data area (ricchezza di specie), il numero di individui di ogni specie in un luogo (abbondanza di una specie) e attraverso il rapporto evolutivo tra specie diverse (diversità tassonomica). Ad esempio, un uomo e uno scimpanzé hanno in comune il 98% dei geni, ma come tutti noi ben sappiamo, hanno caratteristiche che li rendono ben distinguibili l’uno dall’altro. Alcune zone del pianeta hanno una ricchezza di specie maggiore di altre: all’equatore, ad esempio, c’è il più alto numero di specie, che decresce andando verso i poli. Nell’oceano si trovano tante specie diverse in prossimità delle coste più che negli abissi.


biodiversità di ecosistemi La varietà di ambienti in una determinata area naturale è l’espressione della biodiversità a livello di ecosistemi, ossia considera le differenze che ci sono, ad esempio, tra una foresta temperata del Sud America e una foresta di mangrovie all’equatore.

a cosa serve la biodiversità? Ogni specie ha una funzione particolare all’interno di un ecosistema. Alcune specie possono catturare energia sotto varie forme: ad esempio possono produrre materiale organico, contribuire al sistema nutritivo dell’ecosistema, controllare l’erosione del suolo, proteggere dall’inquinamento atmosferico e regolare il clima. Gli ecosistemi contribuiscono al miglioramento della produzione di risorse, come ad esempio, la fertilità dei suoli, l’impollinazione delle piante e la decomposizione di vegetali e animali.

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Forniscono anche veri e propri servizi come: la purificazione dell’aria e dell’acqua, la moderazione del clima e il controllo della pioggia o della siccità e di altri disastri ambientali. Ovviamente tutte queste importanti funzioni sono fondamentali per la sopravvivenza umana. Più un ecosistema è vario, cioè con maggior biodiversità, più è resistente agli stress ambientali. La perdita anche solo di una specie, spesso, può provocare una diminuzione nella capacità del sistema di mantenersi in caso di degrado. La biodiversità è come un grande serbatoio da cui l’uomo può attingere per ricavare cibo, prodotti farmaceutici e addirittura cosmetici. Questo aiuta a capire meglio l’importanza della conservazione della biodiversità, soprattutto per quanto riguarda l’agrobiodiversità, cioè la diversità delle produzioni agricole. Questa rappresenta una quantità innumerevole di piante che servono a nutrire e curare gli esseri umani. La si trova nell’immensa varietà di colture e specie animali con caratteristiche nutrizionali specifiche, in razze di bestiame che si sono adattate ad ambienti ostili, negli insetti impollinatori e nei microrganismi che rigenerano il suolo agricolo. La biodiversità è “l’assicurazione” sulla vita del nostro pianeta e quindi si deve conservare ad ogni costo, perché costituisce un patrimonio universale che può offrire vantaggi immediati all’uomo. L’importanza economica della biodiversità per l’uomo si può riassumere in questi punti: • a biodiversità offre cibo: raccolti, selvicoltura, bestiame e pesce; • la biodiversità ha un’importanza fondamentale per la medicina. Tantissime specie di piante sono utilizzate per scopi medicinali sin da antichissimi tempi. Un esempio è il chinino, estratto dell’albero della china (Cinchona calisaya e C. officinalis) che viene impiegato per la lotta contro la malaria.


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Sembra che su 250.000 specie di piante conosciute, solo 5.000 siano state studiate per le possibili applicazioni mediche; • la biodiversità ha un notevole ruolo anche nell’industria per la produzione di fibre tessili, legno per costruzioni e produzione di energia. FOTO_7 Molti prodotti industriali si ottengono grazie alla biodiversità: lubrificanti, profumi, carta, cere, gomme, tutti derivati da piante; ma anche prodotti di origine animale come lana, seta, cuoio, pelli, ecc. • la biodiversità è fonte di ricchezza anche nel settore turistico e delle attività ricreative: la natura selvatica e la presenza di animali, infatti, attira ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo.

perché perdiamo la biodiversità? La causa principale della perdita di biodiversità è da attribuire all’influenza dell’uomo sull’ecosistema terrestre a livello globale. L’uomo, infatti, ha alterato profondamente l’ambiente modificando il territorio, sfruttando le specie direttamente, ad esempio tramite la pesca e la caccia, cambiando i cicli biogeochimici e trasferendo specie da uno luogo all’altro del pianeta. Le minacce alla biodiversità si possono riassumere in questi principali punti: 1. Alterazione e perdita degli habitat: la trasformazione delle aree naturali determina non solo la perdita delle specie vegetali, ma anche la riduzione delle specie animali ad esse associate. 2. Introduzione di specie esotiche e di organismi geneticamente modificati: specie originarie di una data area, introdotte in nuovi ambienti naturali, possono portare a diversi scompensi nell’equilibrio ecologico. 3. Inquinamento: l’attività umana influisce sull’ambiente naturale producendo effetti negativi diretti o indiretti che alterano i flussi energetici, la costituzione chimico-fisica dell’ambiente e l’abbondanza delle specie (vedi anche “Acqua”, “Atmosfera” e “Suolo”).


4. Cambiamenti climatici: ad esempio, il riscaldamento della superficie terrestre incide sulla biodiversità perché mette a rischio tutte le specie adattate al freddo sia per latitudine - specie polari - sia per altitudine - specie montane (vedi il documento “Atmosfera”, paragrafo “I cambiamenti climatici”. 5. Sovrasfruttamento delle risorse: quando l’attività di cattura e di raccolta (caccia, pesca, raccolti) di una risorsa naturale rinnovabile in una data area è eccessivamente intensa, la risorsa stessa rischia di esaurirsi, come, ad esempio, sta accadendo per sardine, aringhe, merluzzo, tonno e per molte altre specie che l’uomo cattura senza lasciare il tempo agli organismi di riprodursi (vedi anche “Cibo sostenibile”, “Pesca”).

habitat: un puzzle da ricomporre Una delle principali minacce per la sopravvivenza delle specie è l’alterazione, la perdita e la frammentazione dei loro habitat. L’uomo, infatti, ha profondamente modificato il territorio a seguito della forte crescita demografica, dello sviluppo industriale, dell’espansione della rete dei trasporti e dell’industrializzazione dell’agricoltura e della pesca. Nell’ultimo secolo le modificazioni del territorio hanno riguardato soprattutto l’aumento di superfici per l’agricoltura e l’allevamento, la crescita delle aree urbane, lo sviluppo delle reti stradali e delle relative infrastrutture, la costruzione di impianti idroelettrici e delle opere idrauliche, lo sfruttamento dei giacimenti del sottosuolo e l’utilizzo per la pesca di

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imbarcazioni più potenti e reti più efficaci. A causa di queste modifiche, gli ambienti naturali vengono alterati, distrutti e suddivisi, causando la perdita e la divisione in piccole parti degli habitat. L’importanza della perdita di habitat è sicuramente intuitiva, mentre il concetto di “frammentazione” è un po’ più difficile da comprendere. Per frammentazione di habitat si intende una divisione del territorio in diverse aree più piccole che possono rimanere in qualche misura connesse tra di loro o essere totalmente isolate. La conseguenza di questo porta alla suddivisione delle popolazioni distribuite in quella data area che risultano, quindi, meno consistenti di quella originaria. Le popolazioni diventano, per questo, più vulnerabili agli stress esterni, alle modificazioni climatiche, al disturbo antropico, ad epidemie e al deterioramento genetico dovuto agli incroci tra individui “imparentati”.

specie esotiche e ogm Spesso viene trascurato un fattore molto importante: l’introduzione di specie alloctone, cioè specie che sono originarie di altre aree geografiche e che, quindi, non si sono adattate, attraverso lunghi processi di selezione naturale, al nuovo ambiente in cui vengono inserite. È stato calcolato che circa il 20% dei casi di estinzione di uccelli e mammiferi è da attribuirsi all’azione diretta di animali introdotti dall’uomo. Il motivo di questa estinzione può essere attribuito a diverse cause: alla competizione per le risorse limitate, alla predazione da parte della “nuova” specie, alla diffusione di nuove malattie e ai danni che le specie introdotte possono causare alla vegetazione naturale, alle coltivazioni e alla zootecnia. Un esempio del problema in Europa è dato dall’introduzione dello scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) di importazione nordamericana, che sta sostituendo lo scoiattolo rosso europeo (Sciurus vulgaris). Un altro problema che causa la perdita di biodiversità è da attribuire all’introduzione nell’ambiente di organismi geneticamente modificati (OGM), detti anche transgenici.


Un OGM è un organismo nel cui corredo cromosomico è stato inserito, grazie a tecniche di ingegneria genetica, un gene estraneo preso da un organismo di specie diversa. In questo modo si possono dare le caratteristiche desiderate al nuovo organismo: ad esempio alcuni vegetali possono diventare resistenti ad erbicidi o ad insetti nocivi, alcuni animali allevati sono più produttivi o più resistenti alle infezioni. Sulla potenziale dannosità degli OGM è in corso un acceso dibattito tra chi ritiene che i vantaggi per la medicina e per la società siano maggiori rispetto ai possibili effetti

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sull’ambiente e chi afferma che si sappia troppo poco per poterli utilizzare e che l’ambiente risentirà dell’inquinamento genetico di specie naturali con numerose conseguenze: la trasmissione involontaria di resistenza agli erbicidi in piante infestanti, l’evoluzione di parassiti più resistenti, l’aumento dell’uso di erbicidi, la scomparsa di specie di insetti e, di conseguenza, la perdita di biodiversità. Esempi di OGM si trovano in due particolari piante: il mais e la soia. Nel mais la resistenza agli insetti nocivi viene raggiunta inserendo il gene Bt del batterio Bacillus thuringiensis.


Questo batterio, che vive nel terreno, produce una proteina che diventa tossica solo nell’intestino dell’insetto e ne determina la morte. La proteina non è tossica per l’uomo o per altri animali, infatti, prima dell’invenzione di queste sofisticate tecniche di ingegneria genetiche, veniva utilizzata come insetticida naturale, in particolare in Canada per proteggere le foreste dall’attacco degli insetti. Questa tecnologia consente nelle piante di mais di ridurre gli insetti dannosi e la contaminazione da parte di batteri, virus e funghi che possono produrre micotossine cancerogene. Questa stessa tecnica viene applicata alla soia per renderla resistente agli erbicidi, in particolare al glifosato e al glifosinato, erbicidi biodegradabili innocui per l’uomo e gli animali, ma capaci di uccidere tutte le piante. In questo modo si possono sterminare tutte la piante infestanti senza ulteriori trattamenti con prodotti altamente dannosi per l’uomo e l’ambiente.

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Suolo sotto ai nostri piedi Il suolo è un sottile involucro che ricopre la crosta terrestre a contatto con l’atmosfera; la sua natura e composizione dipendono da un equilibrio tra fattori ambientali di carattere chimico, fisico e biologico. Esso rappresenta una risorsa naturale importante perché consente la crescita della vegetazione spontanea e di conseguenza un ambiente ricco e vario dove vivono molte forme di vita, principalmente microrganismi e insetti. Qui, grazie alla presenza di una microflora e microfauna, si completano i cicli dell’azoto, del carbonio e del fosforo che sono fondamentali per tutti gli esseri viventi. Il suolo è anche una fonte di cibo perché permette la crescita delle colture agricole e l’allevamento del bestiame; inoltre fornisce il legname che viene usato da una parte della popolazione terrestre come combustibile.

la composizione del suolo wLe particelle solide possono avere natura inorganica od organica. I costituenti inorganici sono in massima parte dei minerali: silicati, ossidi e idrossidi di ferro, alluminio, manganese, ecc., che secondo la loro dimensione si classificano in scheletro e terra fina, a sua volta suddivisa in sabbia, limo ed argilla. Questi derivano dall’alterazione della roccia in materiale più piccolo che si accumula a formare i depositi superficiali. L’accumulo del materiale incoerente può avvenire nel luogo dove è stata disgregata la roccia o in altri luoghi se viene trasportato dai fiumi, dal vento, dai ghiacciai e dalla forza di gravità.

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Dai processi di degradazione cui vanno incontro i residui di vegetali (foglie, frutti, rami secchi o intere piante) e di animali morti deriva, invece, la frazione organica del suolo. I composti organici possono mantenersi inalterati per lunghi periodi (composti non-umici) o andare incontro a profonde e veloci trasformazioni della loro struttura chimica originaria (composti umici o humus). L’acqua e l’aria occupano gli spazi liberi tra le particelle solide (pori), collegati fra loro a formare una fitta ed estesa rete che rende possibile il movimento dell’acqua nel suolo.


il suolo è una risorsa naturale Il suolo è parte importante del paesaggio e contribuisce a determinare il modo in cui la vegetazione naturale, le coltivazioni e gli insediamenti umani si distribuiscono sul territorio. Ma l’importanza del suolo risiede soprattutto nella sua duplice funzione di riserva degli

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elementi nutritivi e dell’acqua e di supporto meccanico (come farebbero a stare in piedi le piante se non avessero il suolo in cui affondare le radici?) per la vegetazione, consentendo la formazione di boschi, foreste ed aree protette. L’osservazione diretta ci consente di riconoscere l’effetto fondamentale della presenza del suolo: se facciamo un’escursione in montagna o in campagna possiamo vedere che accanto ad affioramenti di roccia nuda, sui quali difficilmente attecchiscono le piante, si estendono zone più o meno ampie in cui le rocce sono ricoperte da una coltre di suolo. È proprio su questo terreno che si sviluppa la vegetazione spontanea o si piantano le colture agricole. Il suolo, inoltre, riveste un ruolo di fondamentale importanza per l’uomo e gli altri organismi viventi poiché influenza la composizione delle acque. Infatti, la qualità delle riserve idriche sotterranee dipende dal destino dei prodotti inquinanti, inorganici ed organici, provenienti dalle attività agricole, industriali o dalle città e che finiscono nel suolo. Diverse proprietà chimiche e fisiche del suolo agiscono sulla concentrazione e sulla permanenza dei singoli composti inquinanti nel terreno, e quindi sulla probabilità che essi entrino in contatto con le falde acquifere superficiali contaminandole. Il suolo può avere un grande valore per l’uomo anche se è lasciato indisturbato e mantenuto nelle sue condizioni naturali. È il caso delle aree protette (parchi e oasi naturali): la sopravvivenza dei delicati ecosistemi di queste zone dipende anche e soprattutto dal fatto che il suolo si mantenga in buono stato e non subisca modificazioni da parte dell’uomo. Ad esempio, un tempo l’uomo considerava le zone umide come aree malsane da bonificare e destinare all’agricoltura. Oggi le zone umide sono considerate ecosistemi importanti e fragilissimi, la cui sopravvivenza può essere assicurata solo mediante un’azione attenta di mantenimento delle condizioni particolari del suolo.

il suolo è fonte di cibo L’agricoltura è quella che determina una trasformazione del suolo maggiore e costituisce la forma più imponente di sfruttamento delle risorse rinnovabili (acqua, suolo, flora, fauna e atmosfera) del nostro pianeta. Essa rappresenta, infatti, l’attività produttiva principale, addirittura quasi esclusiva, di moltissimi paesi in particolare di quelli delle regioni tropicali e subtropicali. L’agricoltura utilizza il terreno per ottenere alimenti (frutta, verdura, radici e altri parti di piante che costituiscono il nutrimento quotidiano di base per più di nove decimi dell’umanità), fibre ed altri beni utili all’uomo. Praticata a quasi tutte le latitudini, si presenta in forme estremamente varie: da quella primitiva a scarso reddito delle zone più povere della terra (Africa, Asia e America centromeridionale), a quella moderna, ad elevata produttività per unità di superficie, delle regioni temperate (Europa e Nord America). Nel corso degli ultimi anni, per far fronte alle esigenze alimentari della popolazione mondiale in crescita (senza però poter ampliare la superficie dei terreni coltivabili perché non produttivi o perché occupati dalle città), l’agricoltura ha subito una vera e propria rivoluzione. Essa è diventata intensiva, cioè ad alta produzione per unità di superficie, e specializzata, ossia rivolta verso la coltivazione di poche colture selezionate e migliorate per essere più produttive o qualitativamente migliori. Tutto ciò è stato conseguito grazie al progresso delle tecniche e delle tecnologie agronomiche, all’introduzione di sistemi di irrigazione sempre più efficienti ed al crescente


uso di fertilizzanti chimici e di fitofarmaci di facile impiego ed economicamente convenienti, anche se in alcuni casi inquinanti.

tutti vogliono usarlo: il degrado del suolo Il suolo è un sistema dinamico in equilibrio con gli altri elementi dell’ambiente circostante, che l’uomo può compromettere attraverso le sue attività e comportamenti. Lo sviluppo urbano delle città, l’espansione industriale, la costruzione di infrastrutture quali ferrovie, strade, ponti, l’agricoltura, sono tutte attività che hanno modificato la destinazione del suolo nel corso del tempo e ne hanno in alcuni casi determinato il degrado. Il degrado del suolo si manifesta, in tempi più o meno lunghi, attraverso alcuni fenomeni: la desertificazione, l’erosione dello strato superficiale, l’aumento anomalo del contenuto in sali (salinizzazione), l’acidificazione e la presenza di inquinanti. L’inquinamento del suolo è un fenomeno particolarmente grave poiché ha ripercussioni, oltre che sulla sua produttività, anche sulla composizione delle acque con cui viene in contatto (specialmente quelle potabili delle falde acquifere) e, sia pure in minor misura, dell’atmosfera. È pertanto importante che l’uomo svolga le proprie attività in modo compatibile con il mantenimento di un livello elevato di qualità ambientale del suolo, intervenendo, dove necessario, per eliminare l’inquinamento prodotto negli anni passati (attività di ripristino), e soprattutto evitando un suo sfruttamento eccessivo o errato. L’inquinamento diretto del suolo, mediante il rilascio di inquinanti inorganici e/o organici, può avvenire: nei terreni agrari, quando l’equilibrio naturale viene turbato dalle acque di irrigazione inquinate, dai fitofarmaci, dagli erbicidi, dai fertilizzanti, ecc.; nelle aree urbane, industriali, dismesse e vicino alle miniere, in conseguenza dello smaltimento non corretto di reflui (acque utilizzate nei processi produttivi o di fogna) e al deposito di materiali di scarto contenenti prodotti chimici inquinanti.

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L’erosione Il termine erosione identifica il lento sgretolamento del suolo per azione di agenti come la pioggia battente, le acque di ruscellamento (acqua che proviene dalle precipitazioni e che scorre sulla superficie del terreno) e il vento. L’erosione è un processo naturale che dipende da numerosi fattori quali la conformazione topografica dell’area considerata, la composizione e la struttura del suolo, il clima e lo stato della copertura vegetale. Alcune attività dell’uomo, quali l’agricoltura intensiva, la deforestazione, l’allevamento intensivo e l’impiego di sistemi di irrigazione inefficienti o inadeguati, accelerano ed intensificano il processo erosivo.


La salinizzazione La formazione di terreni salini è un processo che si sviluppa quando l’acqua si allontana dal terreno prevalentemente per evaporazione e traspirazione, anziché per percolazione. Ciò si verifica in modo particolare nelle zone aride, ove le precipitazioni non sono sufficienti ad eliminare i sali presenti nel terreno. La salinizzazione è però frequente anche nei terreni agricoli irrigati. L’irrigazione, indispensabile nelle regioni con clima arido, se è effettuata in modo non razionale o con acque non idonee, può causare un accumulo di sali (in particolare di cloruro e solfato sodico) tale da ridurre la capacità delle piante di assorbire attraverso le radici gli elementi nutritivi, rendendo pertanto sterile il suolo. La bonifica dei suoli salini è apparentemente un processo molto semplice, in quanto i sali possono essere rimossi con l’acqua.

La desertificazione La desertificazione è un fenomeno complesso a cui vanno incontro tutte quelle zone nelle quali le condizioni sfavorevoli di temperatura e di umidità, le due componenti fondamentali del clima, rendono impossibile o precaria la crescita vegetale. Come in molti altri casi che riguardano i processi naturali, l’uomo può influenzare in parte l’andamento della desertificazione, a volte in maniera del tutto negativa. L’incendio e la distruzione della savana ai limiti della foresta tropicale, ai fini di liberare nuovo terreno per la coltivazione dei cereali o del foraggio, sono tra i peggiori esempi di eliminazione forse irreversibile di un delicato ecosistema favorendo l’avanzamento del deserto. Milioni di ettari di suoli sono ogni anno coinvolti in nuovi processi di desertificazione. Chiazze di terreno degradate possono trovarsi a centinaia di chilometri dal deserto più vicino: possono poi espandersi ed unirsi l’una con l’altra, creando delle condizioni simili a quelle desertiche.

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Fondamentalmente, le cause di origine umana della desertificazione sono tre: • l’eccessivo sfruttamento delle aree a pascolo e delle aree adiacenti agricole, che causano la scomparsa della copertura erbacea e l’esaurimento delle fertilità dei suoli • il sovraccarico d’acqua, che nelle zone umide provoca l’innalzamento progressivo della falda acquifera che danneggia le colture a partire dalle radici, mentre in quelle aride, causa la salinizzazione dei terreni per la forte evaporazione; • il disboscamento, un fenomeno che, soprattutto nelle regioni umide, lasciando il terreno privo della protezione della vegetazione e riducendo la capacità di ritenzione dell’acqua nel suolo, permette alle violente piogge tropicali di esercitare una forte azione erosiva.

l’inquinamento dei terreni agrari Le moderne aziende agrarie utilizzano oggi prodotti chimici di origine industriale (fertilizzanti e fitofarmaci) in grande quantità.


Se questi prodotti vengono utilizzati in modo improprio e in quantità eccessive, possono dar luogo a fenomeni di inquinamento delle acque, dell’aria e del suolo e a fenomeni di tossicità per l’uomo e gli animali. I vantaggi economici derivanti dall’uso di molte di queste sostanze hanno fatto trascurare a lungo gli effetti negativi che esse possono determinare, sia direttamente (per assunzione o contatto), sia alterando l’equilibrio dell’ecosistema esistente in origine. In particolare, l’impiego sempre più diffuso dei fitofarmaci ed il loro numero sempre crescente ha posto in primo piano il problema del loro destino una volta che hanno raggiunto il terreno e dell’effetto che essi possono esercitare sull’ambiente circostante.

L’inquinamento dovuto ai processi di produzione e consumo Tra i vari inquinanti atmosferici che agiscono negativamente sull’equilibrio dei suoli vi sono i composti gassosi di origine fotochimica, come l’ozono e i radicali liberi, e tutti i composti solforati e azotati responsabili dell’aumento dell’acidità delle piogge. In particolare, le piogge acide determinano un abbassamento del pH del suolo (acidificazione) che, per i suoli agrari, può tradursi in un apporto utile, perché va a soddisfare i fabbisogni nutritivi di molte colture tolleranti l’acidità del terreno, mentre, per i suoli forestali, che sono già lievemente acidi, provoca un lento ma progressivo danneggiamento della vegetazione, fino a provocarne la morte. Infine, un’altra fonte di inquinamento del suolo sono le acque destinate all’irrigazione dei terreni coltivati. Le acque utilizzate per l’irrigazione possono contenere sostanze organiche naturali o di sintesi, sostanze minerali ed inorganiche o microrganismi, che provengono da scarichi industriali o fognari non correttamente depurati e sono trasmessi al terreno. Questo fenomeno può provocare l’introduzione nella catena alimentare di inquinanti dannosi, oltre a provocare un abbassamento della produzione agricola.

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Il problema di un suolo acido Normalmente l’acidità dei suoli è da attribuire alla presenza di elevate quantità di idrogeno e alluminio. Sebbene alcuni suoli acidi derivino direttamente da rocce acide, la maggior parte di essi si forma in aree caratterizzate da elevata piovosità o coltivate. Infatti, la velocità di acidificazione dipende dalla velocità con la quale la maggior parte degli elementi nutritivi presenti vengono allontanati dal suolo (dalle piogge o, dopo essere stati assimilati dalle colture, con i raccolti) lasciando spazio agli elementi che conferiscono acidità. Nei suoli acidi è molto difficile che le piante possano crescere, anche se la sensibilità varia da specie a specie: esistono, infatti, alcune specie tolleranti ed altre che richiedono addirittura un’elevata acidità del suolo per crescere e produrre.


L’inquinamento da metalli pesanti I metalli pesanti (cadmio, cobalto, cromo, rame, mercurio, manganese, nichel, piombo, zinco, molibdeno, stagno) sono tra i più importanti inquinanti del suolo. Sono infatti molto diffusi, tossici e persistenti, ovvero hanno la caratteristica di rimanere in circolo nell’ambiente (attraverso la catena alimentare, ad esempio) per molto tempo. Questi inquinanti, se superano determinate quantità, possono causare danni agli organismi con cui vengono in contatto o che li assorbono. Perché i metalli pesanti presenti nel suolo possono essere dannosi per gli organismi viventi? Di norma il metallo presente nei terreni è assorbito dalle radici delle piante e quindi trasportato nelle foglie e nei frutti. Foglie e frutti contenenti gli inquinanti sono mangiati direttamente dal consumatore primario (uomo o animale) che li assimila nel proprio organismo. Le sostanze inquinanti si possono ingerire anche mangiando la carne di un animale che si è alimentato con vegetali inquinati da metalli pesanti. Una volta accumulati nell’organismo (uomo, animale o vegetale) in concentrazioni superiori alla norma, possono produrre gravi danni alla salute e in alcuni casi provocare la morte. Quello appena visto è il metodo di trasmissione degli inquinanti all’interno della catena alimentare: per questo è importante mantenere elevata la qualità ambientale del suolo, per evitare che gli alimenti possano contenere sostanze dannose.

Perché i metalli pesanti si possono trovare nel suolo? In natura, i metalli pesanti si trovano in giacimenti nel sottosuolo e senza l’intervento dell’uomo solo in pochi casi e con difficoltà riuscirebbero a diffondersi nell’ambiente circostante e in particolare nel suolo. Attualmente, infatti, la principale causa della loro diffusione è l’attività dell’uomo. I metalli pesanti possono essere dispersi nell’ambiente o direttamente dall’industria durante alcuni processi produttivi (ad esempio dalle industrie minerarie che li estraggono

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dal sottosuolo, oppure da altre industrie che emettono fumi e acque di scarico inquinate), o dal consumatore quando utilizza prodotti che li contengono (ad esempio le vernici, i pneumatici, i combustibili, ed altri ancora). Questi prodotti, quando vengono utilizzati o se non vengono smaltiti correttamente, provocano la dispersione di alcuni tipi di metalli pesanti. I metalli pesanti, così come altri elementi tossici, provengono quindi non solo dalle attività industriali, ma anche dalle attività civili (sono contenuti, ad esempio, anche nei liquidi delle acque di scarico delle fogne).

È possibile eliminare questo tipo di inquinamento? I governi di molti paesi hanno posto grande attenzione a questo tipo di inquinamento e, negli ultimi anni, hanno obbligato le industrie a rispettare severi limiti di emissione di metalli pesanti e a produrre beni che ne contengono in minima quantità o non ne contengono affatto. L’obiettivo è di mantenere il loro livello di dispersione nell’ambiente quanto più possibile al di sotto di determinate soglie considerate di sicurezza per l’uomo, gli animali e la vegetazione.

una gestione sostenibile del suolo L’obiettivo perseguito dai programmi di gestione sostenibile è di conservare e migliorare la qualità del suolo e di rendere compatibili le attività dell’uomo con il mantenimento delle funzioni vitali svolte da questa risorsa nei confronti di tutta la natura. Il concetto di qualità del suolo è però spesso di difficile definizione e i criteri impiegati dipendono anche dalla destinazione finale del suolo. Ad esempio, la qualità dei suoli agrari viene valutata in base alla produttività (resa e qualità dei prodotti) e alla presenza di inquinanti pericolosi per i consumatori; quella dei suoli forestali secondo la loro integrità e stabilità; mentre, quella dei suoli edificabili in base alla presenza di inquinanti pericolosi per gli abitanti.


L’agricoltura sostenibile Come abbiamo visto, il suolo è un elemento essenziale per la sopravvivenza dell’intera umanità. L’uomo ha sviluppato nel tempo modi di coltivare che consentono di ottenere buone produzioni a costi contenuti. L’agricoltura sostenibile nasce dall’integrazione di pratiche colturali tradizionali, che fanno uso di prodotti chimici come fertilizzanti e fitofarmaci, con quelle biologiche, ossia pratiche a minore impatto ambientale che richiedono una conoscenza profonda delle complesse interazioni tra suolo, acqua, vegetazione e animali. Ogni anno 30-80 miliardi di tonnellate di suolo vengono perse per erosione: è come se un treno carico di terra scaricasse il proprio carico nello spazio 12 volte ogni anno! Per prevenire o arrestare l’erosione si impiegano diverse tecnologie e tecniche. Una delle tecniche più efficaci utilizza alcune piante, specie erbacee da prato, che, trattenendo con le radici le particelle di terra, limitano l’effetto erosivo del vento e dell’acqua. Spesso la semina delle specie erbacee avviene dopo aver coperto il suolo con una fitta rete biodegradabile, di origine vegetale (rafia o canapa), che funge da supporto ai semi durante la loro germinazione. Gli agricoltori adottano alcuni accorgimenti per ridurre o bloccare l’erosione del suolo da parte del vento o dell’acqua, quali: piantare alberi lungo i confini dei campi; piantare colture erbacee (come i cereali) in modo da ricoprire il suolo nei mesi di maggiore rischio di erosione (autunno e primavera), lavorare meno il terreno, ecc.

Alcune norme per l’agricoltura sostenibile A) Coltivare specie diverse ogni anno (rotazione) nello stesso campo mantiene il terreno sano riducendo la quantità di parassiti ivi presenti. B) Un’azienda agricola con animali e campi consente all’agricoltore di riciclare il letame e le altre deiezioni animali per la concimazione dei terreni coltivati. C) La salvaguardia delle aree naturali (boschi, laghetti, paludi, torrenti, ecc.) assicura

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la sopravvivenza di ecosistemi essenziali per l’uomo non solo perché utilizzabili per la ricreazione, campeggio, trekking, bird-watching, ecc., ma anche perché fonti di varietà genetica impiegabile in agricoltura. D) Le pratiche colturali sostenibili consentono all’agricoltore di ridurre l’impatto dell’agricoltura sul suolo e sulle riserve d’acqua. E) Esistono delle tecnologie all’avanguardia (analisi chimica del suolo, immagini satellitari ed altre) che consentono all’agricoltore di valutare l’esatto stato del terreno consentendo di determinare in modo preciso il fabbisogno di prodotti chimici, come fertilizzanti e fitofarmaci. In questo modo si può ridurre l’utilizzo di queste sostanze e il rischio che danneggino l’ecosistema naturale. F e G) In una fattoria il raccolto, la mungitura, la produzione di uova contribuiscono ad allontanare dal terreno gli elementi nutritivi presenti (elementi assorbiti dalle piante e mangiati o direttamente dall’uomo o dagli animali che producono latte e uova). Pertanto, l’agricoltore periodicamente deve ricostituire questi elementi nel terreno, utilizzando fertilizzanti chimici o concimi naturali, in modo tale da mantenere la fertilità del suolo.


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Rifiuti come nascono i rifiuti? In natura non esiste il concetto di rifiuto: nei cicli biologici, infatti, ciò che viene scartato da un organismo diventa una risorsa per altri esseri viventi, così che nulla viene sprecato ma tutto si trasforma. Gli organismi morti, le deiezioni animali o i resti vegetali vengono decomposti da particolari organismi, detti decompositori, che trasformano gli scarti degli altri esseri viventi in preziose risorse.  Al contrario, le attività gestite dall’uomo sono basate su un modello dove, a fronte di un prelievo di materia ed energia dall’ambiente per produrre beni di consumo, fa seguito una produzione di rifiuti che vengono poi scaricati nell’ambiente stesso.   Nel corso della storia l’uomo ha sempre dovuto affrontare il problema di dove collocare i propri rifiuti. Tutto ciò che non poteva essere riciclato o riutilizzato  veniva bruciato o interrato fuori dai centri abitanti, dando origine alle prime discariche. I primi uomini ad avere l’idea di smaltire i rifiuti sotterrandoli nella terra sono stati i nostri antenati: vicino ai loro insediamenti preistorici, infatti, gli archeologi hanno trovato intatti i resti dei loro pranzetti (le ossa delle prede che cacciavano) e piccoli utensili e cocci.  Nelle società antiche, durante il Medioevo, il Rinascimento, la Rivoluzione francese, fino agli albori della società industriale, ciò che veniva buttato, perché considerato inutile dal ricco, diveniva prezioso per il povero. Prima di diventare rifiuti, gli oggetti “cambiavano proprietario” svariate volte, percorrendo l’intera catena sociale. Inoltre, per la civiltà contadina tutto ciò che era prodotto dalla terra, alla terra doveva ritornare.

Ciclo Biologico sa e O2 mas o i b CO2

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societa’ dei consumi... e dei rifiuti! Un grande cambiamento è avvenuto nella seconda parte XIX secolo. Con la Rivoluzione Industriale, infatti, è iniziato lo sfruttamento intensivo delle risorse. L’industria ha cominciato a fabbricare oggetti in serie, più economici di quelli artigianali, e quindi più facilmente accessibili a tutti. In breve tempo l’uomo è passato da una società frugale e semiagricola ad una industriale e consumistica, che ha adottato “l’usa e getta” come proprio stile di vita. Gli oggetti non si riparano più, né vengono riutilizzati, in quanto possono essere facilmente rimpiazzati da altri nuovi. Il risultato è stato una produzione eccessiva di rifiuti, che spesso vengono smaltiti scorrettamente diventando il simbolo in negativo della ricchezza e del benessere. Con l’era industriale è cambiata anche la natura dei rifiuti: sono aumentati i rifiuti in vetro, in metallo e quelli organici e sono comparsi nuovi materiali come la plastica, che, non essendo biodegradabili, rimangono nell’ambiente anche per centinaia di anni.

Dimmi che cosa contiene la tua spazzatura e ti dirò chi sei I rifiuti solidi urbani possono essere considerati una sorta di documentazione degli usi e degli stili di vita di chi li ha prodotti. Infatti, le società, gli stili di vita, la famiglia ed il modo di mangiare cambiano nel tempo e, come diretta conseguenza, cambia il contenuto del sacchetto della spazzatura. Se si analizza il sacchetto medio della spazzatura degli italiani, si scopre che buona parte dei rifiuti prodotti, circa il 43% del totale, è costituita da rifiuti organici (in particolare, scarti alimentari e vegetali). L’altra principale componente dei nostri rifiuti è costituita da materiali riciclabili (circa 48%) suddivisibili a seconda della materia prima di cui sono fatti, in carta e cartone (25%), vetro (9%), plastica (8%) e metalli (4%), legno (1%) e tessili (1%). La restante parte è costituito da beni durevoli (2%), residuo (10%) e rifiuti pericolosi (0,05%). Una situazione ben diversa si osservava solo 40 anni fa: l’organico costituiva, infatti, la quasi totalità dei rifiuti prodotti (72%) e gli imballaggi non invadevano i cassonetti come accade oggi!

La gestione dei rifiuti e la legislazione Fino agli anni Settanta, i rifiuti solidi urbani (RSU) erano raccolti in modo indifferenziato e smaltiti prevalentemente in discariche non controllate. In alternativa allo smaltimento diretto dei rifiuti nel suolo, si utilizzava il trattamento termico o incenerimento. Solo negli anni ’90 ha cominciato in Italia a diffondersi il concetto di riciclaggio e di recupero dei materiali attraverso la raccolta differenziata. Risale a questo periodo anche l’emanazione di leggi che regolamentassero lo smaltimento dei rifiuti in discarica. In Italia un provvedimento normativo molto importante dal punto di vista dello smaltimento dei rifiuti è stato il Decreto legislativo n. 22 del 1997, più conosciuto come “Decreto Ronchi”, dal nome del Ministro che fimò la legge. L’aspetto più importante di questo decreto è che ha rappresentato una svolta nella legislazione di tutta la normativa riguardante i rifiuti. In sostanza, la filosofia del decreto è basata sulla convinzione che l’inquinamento prodotto dai rifiuti debba essere fronteggiato inanzitutto diminuendo la quantità totale di rifiuti prodotti e non solo attraverso il semplice smaltimento in discarica. Attualmente il Decreto Ronchi è stato superato e abrogato dal Decreto legislativo n. 152 del 2006. Successivamente, il decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 – in vigore dal 25 dicembre 2010 – ha recepito nell’ordinamento italiano la Direttiva Europea 2008/98/CE sui rifiuti.


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verso una gestione sostenibile dei rifiuti Secondo quanto prescritto dalla normativa, una gestione corretta e sostenibile dei rifiuti dovrebbe prevedere nell’ordine: • la riduzione della produzione dei rifiuti (prevenzione)‫‏‬ • il riutilizzo dei prodotti (vuoto a rendere) • il recupero dei materiali (attraverso il riciclaggio dei materiali) • il recupero dell’energia (termovalorizzazione) • lo smaltimento finale in discarica È bene ricordare che qualsiasi trattamento porta solo a una trasformazione del rifiuto e/o a un suo trasferimento da uno stato fisico a un altro ma, in nessun caso, a una sua distruzione (legge di conservazione della massa). Quindi, il comportamento più sostenibile in materia di rifiuti è la riduzione a monte, che consiste nel produrne il meno possibile cercando di utilizzare ogni cosa più volte (come accadeva in passato).

La raccolta differenziata Con il Decreto Ronchi, la raccolta differenziata è entrata nelle case italiane e fa ormai parte delle nostre pratiche quotidiane e del piccolo grande contributo che possiamo dare all’ambiente. La raccolta differenziata è il processo di separazione domestico dei rifiuti che ha lo scopo di reindirizzare a monte le varie specie di rifiuti presenti nelle nostre case e quindi ottimizzare la gestione delle stesse. I materiali che vengono raccolti separatamente dagli RSU, e che spesso costituiscono gli imballaggi dei prodotti da noi acquistati, sono: carta, vetro, plastica, alluminio, legno, frazione umida o organico, rifiuti elettronici (RAEE) e rifiuti ingombranti. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA, i rifiuti differenziati nel 2014 ammontavano a 13,4 milioni di tonnellate (45,2% dei rifiuti totali prodotti), con la frazione organica preponderante (42,7% sul totale), a seguire la carta (23,5%), vetro (12,8%), legno (5%), plastica (7,4%), metalli (1,9%), RAEE (1,6%), altro (4,5%).

il packaging Escluse rare eccezioni, tutti i prodotti immessi sul mercato vengono confezionati e imballati. L’imballaggio è diventato parte integrante del prodotto e la struttura della nostra società e della nostra economia non fanno che incrementare il suo utilizzo nella distribuzione dei beni. L’introduzione degli imballaggi ha prodotto effetti sociali significativi, soprattutto nel settore alimentare. Infatti, la comparsa dei prodotti alimentari confezionati ha rivoluzionato i regimi alimentari della società industriale, aumentando il tempo di vita dei prodotti, facilitandone il trasporto e la distribuzione e permettendo il moltiplicarsi della varietà dei prodotti in vendita. FOTO_6 A COSA SERVONO GLI IMBALLAGGI? L’imballaggio primario ha lo scopo di proteggere e conservare l’integrità del prodotto (ad esempio, scatoletta di acciaio della conserva di pomodoro o bottiglie per bevande), mentre gli imballaggi secondari e terziari hanno la funzione di razionalizzazione degli assemblaggi e di protezione dei prodotti durante il trasporto (ad esempio, le scatole di cartone in cui sono contenute le latte di pomodoro). La confezione, inoltre, rappresenta la “carta d’identità” del prodotto, che garantisce a chi lo


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acquista le caratteristiche del contenuto (es data di scadenza, ingredienti). Oggi però sembra che la principale funzione dell’imballaggio sia quella pubblicitaria. In una società industriale, dove è presente la grande distribuzione, è l’imballaggio che assume il ruolo di promozione del prodotto e che induce il consumatore ad acquistare una merce piuttosto che un’altra. Tutto questo ha comportato un aumento del volume degli imballaggi, che crea notevoli problemi di gestione, con forti impatti sull’ambiente.

come fanno le imprese a ridurre gli imballaggi? Con il termine “prevenzione” normalmente ci si riferisce a tutte le strategie che possono essere messe in atto per ridurre gli impatti che possono avere gli imballaggi sull’ambiente. L’obiettivo di riduzione degli imballaggi può essere conseguito: • riducendo in peso e in volume la quantità di materiale utilizzato • riutilizzando gli imballaggi, anziché buttarli • riciclando gli imballaggi che non possono essere riutilizzati, per ottenere materia prima seconda che può essere reimmessa nei cicli di produzione • razionalizzando i trasporti per ridurre le emissioni in atmosfera • rendendo più efficienti i processi di produzione • rendendo ecoefficiente la filiera della raccolta, selezione, recupero e riciclo degli imballaggi • razionalizzando la filiera di produzione, trasporto e distribuzione dell’imballaggio rispetto all’uso del materiale. Non sempre la riduzione del materiale risulta la soluzione migliore: se, infatti, una bottiglia di plastica più leggera richiede un imballaggio ulteriore, il vantaggio ottenuto da un lato viene annullato dall’altro.


Inoltre, l’impatto degli imballaggi sull’ambiente può essere ridotto promuovendo lo sviluppo di nuovi imballaggi ecoefficienti (ad esempio gli imballaggi biodegradabili) o migliorando l’efficienza energetica dei processi produttivi, in modo da conseguire un risparmio di energia e di emissioni inquinanti derivanti dalla filiera di produzione dell’imballaggio.

e noi come possiamo comportarci? Ognuno di noi può concorrere alla riduzione degli imballaggi. Basta una riflessione: quando portiamo a casa la spesa quante sono le cose che dal sacchetto del supermercato vanno direttamente nella pattumiera? La scatola di cartone del dentifricio, il cartone che tiene insieme le tre lattine di pelati, le vaschette di plastica che contengono frutta e verdura, le pellicole dei formaggi... la lista potrebbe essere lunghissima! Si parla di migliaia di tonnellate di rifiuti inutili che rappresentano un vero e proprio spreco di risorse, oltre a costituire un serio problema per l’ambiente. Le scelte del consumatore, e quindi di ognuno di noi, possono essere fondamentali nell’invertire questa tendenza.

Vuoto a rendere Ove possibile, si possono preferire gli imballaggi che prevedono il “vuoto a rendere”: in questo modo l’imballaggio può essere riutilizzato più volte e poi riciclato. Un esempio sono le bottiglie di acqua minerale in vetro che vengono consegnate e ritirate direttamente a domicilio.

Prodotti alla spina Sull’esempio di paesi del Nord Europa e della Germania, approda anche in Italia nella grande distribuzione il progetto di riduzione degli imballaggi. FOTO_9Si stanno diffondendo dei punti vendita dove la birra non è l’unico prodotto che può essere venduto alla spina!

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Fonte: Lifegate.it http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/supermercati-senza-imballaggi-italia

In alcuni supermercati (come gli Eco Point CRAI, negozi NaturaSì, i MILLEBOLLE Point, ad esempio) è, infatti, possibile riempire contenitori portati da casa con prodotti venduti sfusi. Si paga solo il prodotto, risparmiando i costi di etichetta e confezione che incidono fino al 40%. Moltissimi prodotti possono essere venduti alla spina, dal latte ai detersivi, dai cereali, alla pasta, basta portare un contenitore da casa. 

I concentrati Il vantaggio di acquistare detergenti concentrati consiste della riduzione del numero e della dimensione degli imballaggi. Questo consente di risparmiare spazio per il trasporto e di diminuire la produzione dei rifiuti.

Acquistare ortofrutta fresca Preferire i prodotti ortofrutticoli venduti sfusi riduce la produzione di rifiuti, in quanto viene utilizzato un solo imballaggio, che serve per trasportare il prodotto dal luogo di produzione al punto vendita. E non è finita qui. Molte altre sono le azioni che coinvolgono le nostre scelte personali.


naturale, gasata o... di rubinetto? L’Italia è il maggior consumatore di acqua in bottiglia, con 208 litri pro capite consumati nell’anno 2015. Leggendo questo dato, risulta evidente quale possa essere l’impatto ambientale della filiera delle acque minerali: grande produzione di rifiuti, costituiti dalle bottiglie monouso, consumo di materie prime (come il petrolio per creare la plastica), emissioni di gas serra dovute al trasporto delle bottiglie. Questo spreco di risorse potrebbe essere evitato semplicemente bevendo l’acqua del rubinetto anziché quella in bottiglia. Viene riportato un grafico che mostra le tonnellate di imballaggi plastici immessi al consumo e al riciclaggio e che indica la percentuale di imballaggi avviata al recupero o al riciclaggio. In questi quantitativi sono incluse le bottiglie di plastica.

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lavandini mangia rifiuti Per ridurre il quantitativo di rifiuti da smaltire in discarica è stato inventato il dissipatore di rifiuti alimentari: montato sotto i lavelli domestici, viene utilizzato per sminuzzare i rifiuti alimentari, in modo tale che possano essere spinti dal flusso dell’acqua nella colonna di scarico del lavandino e successivamente nella rete fognaria. Utilizzato con regolarità permette di sminuzzare tutti gli avanzi di cibo che, altrimenti, finirebbero nel sacchetto dei rifiuti. L’utilizzo di questo apparecchio, però, è ingannevole, in quanto i rifiuti scompaiono sì dalla nostra pattumiera per ricomparire all’interno dei fanghi degli impianti di depurazione, che il più delle volte sono smaltiti in discarica. Inoltre, l’aumento del carico organico nei liquami da depurare può provocare dei problemi di gestione del processo di depurazione delle acque.

dal pattume... al concime: il compostaggio Un’altra soluzione per ridurre la frazione organica dei rifiuti è il compostaggio. In natura, quando le piante e gli animali muoiono, particolari batteri li trasformano in humus, che arricchisce il terreno di sostanze nutritive e rende possibile lo sviluppo della vita vegetale. Il compostaggio, cioè la produzione di compost, imita questo processo naturale accelerandolo e migliorando la quantità e la qualità delle sostanze nutritive. Con un materiale di partenza meglio selezionato, costituito, ad esempio, solo dalle potature di giardini e solo dai residui organici domestici, si ottiene un compost di qualità migliore. Il compost a volte viene prodotto semplicemente ammassando i rifiuti e rimescolandoli ogni tanto per garantire la circolazione dell’aria. Oppure i rifiuti vengono prima macinati e quindi sistemati in macchine che automaticamente li mescolano e li arieggiano. Se si possiede un giardino si può produrre un compost anche a casa propria particolarmente selezionato, utilizzando le potature e gli scarti organici della cucina. 


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Diritti umani che cosa sono? Quando si parla di diritti umani ci si riferisce ai diritti e alle libertà fondamentali dell’uomo: ma cosa sono davvero? Sono i diritti connaturati all’uomo, acquisiti da ogni persona al momento della nascita; non dipendono dalla razza, dalla lingua, dalla religione, dalla provenienza geografica, dall’età o dal sesso. Questi diritti spettano a tutti, il diritto alla vita, all’alimentazione e alla libertà ne sono un esempio. I diritti umani sono definiti dai trattati internazionali e da altri strumenti del diritto: i governi che hanno ratificato questi trattati si sono impegnati nella tutela e nella protezione dei diritti umani nel proprio paese. Tutti i diritti umani civili, culturali, economici, politici e sociali sono universali, indivisibili, interdipendenti e interrelati, cioè collegati tra loro: • il principio di universalità indica che i diritti umani sono gli stessi per ogni uomo, senza differenze per nessuno; • il principio di indivisibilità afferma che questi diritti non sono separabili l’uno dall’altro; • i principi di interdipendenza e di interrelazione ci dicono, rispettivamente, che i diritti umani sono interconnessi perché ognuno di essi ha un impatto su ogni altro e che un diritto non può essere garantito senza che tutti gli altri vengano rispettati. Prendiamo, ad esempio, il diritto all’alimentazione: abbiamo tutti diritto ad un’alimentazione adeguata (universalità). Se non abbiamo accesso al cibo e quindi soffriamo di malnutrizione, possiamo dire che i nostri diritti umani non sono stati rispettati: infatti i diritti umani sono rispettati anche se tutti gli altri lo sono (indivisibilità). I bambini che soffrono la fame nei paesi del sud del mondo spesso non hanno le energie per dedicarsi al gioco o impegnarsi nello studio, quindi il mancato rispetto del diritto all’alimentazione ha conseguenze anche sul diritto all’istruzione. Allo stesso tempo senza il rispetto del diritto alla proprietà personale o della libertà di movimento, possono venire meno le condizioni grazie alle quali procurarsi del cibo e quindi il diritto all’alimentazione non viene rispettato (interdipendenza e interrelazione).

la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo I diritti umani non nascono in un preciso momento storico, ma sono il frutto di una lunga evoluzione di pensiero. Da Aristotele a Rousseau, sono tanti i pensatori e personaggi storici che se ne sono occupati: il dibattito sui diritti umani ha una lunga storia. È con la nascita delle Nazioni Unite che avviene il riconoscimento dei diritti umani come diritti universali, in particolare con l’adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale le nazioni del mondo, guardando alla loro storia

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pregressa, si resero conto che nel corso di pochi anni la violenza e la violazione dei diritti dei singoli individui e di popoli interi aveva causato la perdita di milioni di vite umane: la persecuzione e lo sterminio degli ebrei (e di altre minoranze, come gli zingari e gli omosessuali) o i bombardamenti atomici sulle isole giapponesi Hiroshima e Nagasaki, per fare solo alcuni esempi. Per impedire che le future generazioni fossero afflitte da nuove guerre e nuove persecuzioni, le Nazioni Unite decisero di stilare una dichiarazione che esplicitasse che i diritti umani costituiscono il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Fu un evento storico: per la prima volta la comunità internazionale si assumeva la responsabilità della tutela e della promozione di specifici diritti posti alla base della convivenza civile. Nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo vengono elencati tutti i diritti umani, come il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza della propria persona oltre che i diritti politici, sociali, economici, civili e culturali (diritto alla libertà di opinione e di espressione, diritto al lavoro, diritto ad una remunerazione equa e via dicendo). La Dichiarazione è suddivisa in due trattati, il primo riguarda i diritti civili e politici, il secondo riguarda i diritti economici, sociali e culturali.

il diritto all’alimentazione Nel mondo ogni anno milioni di persone soffrono di denutrizione. Per tutte queste persone si può parlare di mancata realizzazione del diritto all’alimentazione. Per il solo fatto di nascere, ogni uomo ha diritto ad un’alimentazione adeguata; ciò non significa che una persona possa pretendere il cibo senza adoperarsi per procurarselo, perché ognuno è chiamato a fare tutto il possibile per realizzare il proprio diritto all’alimentazione. I governi firmatari del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, dal canto loro, devono garantire tutte le condizioni affinché i singoli individui possano procurarsi del cibo vengano tutelate. L’articolo 11 del Patto riconosce: “il diritto di ogni individuo ad un tenore di vita adeguato… con particolare riguardo ad un’alimentazione adeguata” e “il diritto fondamentale di ogni individuo dalla libertà dalla fame”. Il diritto all’alimentazione viene realizzato “quando ogni uomo, donna e bambino, da solo o in comunità con altri, dispone in qualsiasi momento dell’accesso fisico ed economico ad un’alimentazione adeguata o ai mezzi per procurarsela”. È adeguata l’alimentazione che, per quantità e qualità, è in grado di soddisfare tutti i bisogni nutritivi per una vita sana ed attiva. “Il numero complessivo delle persone che soffrono la fame nel mondo è sceso a 795 milioni - 216 milioni in meno rispetto al biennio 1990-92 - vale a dire circa una persona su nove - si legge nell’ultima edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla fame (Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015 - SOFI). Nei paesi in via di sviluppo, la prevalenza della denutrizione - che misura la percentuale di persone che non sono in grado di consumare cibo sufficiente per una vita attiva e sana - è scesa al 12,9% della popolazione, un calo dal 23,3% di un quarto di secolo fa, afferma il SOFI 2015, pubblicato oggi dall’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite


(FAO), dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e dal Programma alimentare mondiale (WFP). La maggioranza - 72 su 129 - dei paesi monitorati dalla FAO hanno raggiunto l’Obiettivo del Millennio di dimezzare la prevalenza della denutrizione entro il 2015, con i paesi in via di sviluppo nel loro complesso che hanno mancato l’obiettivo per un piccolo margine. Inoltre, 29 paesi hanno raggiunto l’obiettivo più ambizioso posto dal Vertice Mondiale sull’Alimentazione del 1996 di dimezzare il numero totale delle persone denutrite entro il 2015.”

(Fonte: www.fao.org)

diritti umani violati Il riconoscimento dell’universalità dei diritti umani, però, non ha impedito che ancora oggi siano purtroppo molti i diritti umani violati nel mondo. Le forme di violazione dei diritti umani sono le più disparate e possono minacciare categorie di persone particolarmente indifese o esposte. Si pensi alla tortura o alla discriminazione razziale, oppure alla violazione dei diritti dei bambini o delle donne. Come in molte attività produttive, anche lungo la filiera agroalimentare si verificano spesso abusi e violazioni dei diritti dei lavoratori e più in generale dei diritti dell’uomo: il cibo che mangiamo è talvolta prodotto o lavorato da persone che vedono violati i propri diritti. Generalmente sono i prodotti che importiamo da lontano che portano con sè storie di sfruttamento e di povertà. Talvolta anche i cibi nostrani nascondono fatti di immigrazione clandestina e lavoro in nero, come quella raccontata da Fabrizio Gatti nella famosa inchiesta sui raccoglitori stagionali di pomodori in Puglia. Scegliere consapevolmente un prodotto al supermercato significa anche ricordarsi che quel prodotto è il frutto del sudore di molte persone che lavorano troppo spesso in condizioni disumane.

Le macchie di Bitot

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glossario ABIOTICO > Indica l’assenza di organismi viventi. ACIDIFICAZIONE > Processo chimico causato dall’inquinamento idrico e atmosferico, che determina una diminuzione del pH delle acque superficiali e del suolo. ACQUACOLTURA > Attività che prevede il confinamento di organismi (marini) che vengono artificialmente mantenuti (allevati) per l’intero ciclo vitale o parte di esso. ACQUE REFLUE > Acque di scarico derivanti da attività industriali o da scarichi domestici. Le acque reflue possono essere scaricate nell’ambiente esterno solo se rispecchiano la normativa sugli scarichi e, in caso contrario, solo dopo un adeguato trattamento. ADDITIVO > Sostanza chimica che aggiunta a prodotti industriali (alimentari, carburanti, lubrificanti, materie plastiche, ecc.), conferisce loro peculiari proprietà, migliorandone le prestazioni e la conservabilità. Gli additivi alimentari (le cui modalità di impiego sono stabilite da disposizioni di legge), comprendono conservanti, addensanti, emulsionanti, coloranti, aromatizzanti. AGENDA 21 > Letteralmente “Programma di azioni per il 21° secolo”, documento nel quale viene esposto il programma di attuazione della Dichiarazione di Rio (vedi UNCED) e che affronta temi che vanno dalla demografia al commercio, dal trasferimento delle tecnologie alle istituzioni internazionali, dallo sviluppo rurale agli oceani, ecc., indicando per ciascuno di essi linee d’azione che, sebbene non vincolanti sul piano legale, riflettono il consenso sostanziale dei partecipanti al Summit di Rio. Tale consenso va verso un modello di “sviluppo sostenibile” più attento alla qualità della vita e capace di mantenere un equilibrio stabile fra l’uomo e l’ecosistema, il cui patrimonio di risorse naturali e biologiche deve essere preservato per il bene delle future generazioni. AGRICOLTURA ITINERANTE > Quella itinerante è un tipo di agricoltura praticata da popolazioni nomadi, cioè che non hanno una dimora stabile, ma si insediano in un territorio solamente per poco tempo. Quando queste popolazioni trovano una zona in cui fermarsi, ne tagliano la vegetazione e lasciano seccare i rami; poi danno fuoco a questa sterpaglia, anche per poter concimare il terreno con le ceneri del fuoco. Quindi, lo coltivano per due anni circa, soprattutto con patate e cereali, fino a che il terreno diventa improduttivo perché perde le sue sostanze nutritive e si impoverisce, cioè non è più fertile. Allora, quelle popolazioni ripartono alla ricerca di un altro appezzamento su cui insediarsi. AMBIENTE > Insieme delle condizioni fisiche (temperatura, pressione, ecc.), chimiche (concentrazioni di sali, ecc.) e biologiche in cui si svolge la vita. L’ambiente è un sistema aperto, capace di autoregolarsi e di mantenere un equilibrio dinamico, all’interno del quale si verificano scambi di energia e di informazioni. Esso include elementi non viventi (acqua, aria, minerali, energia) o abiotici (vedi) ed elementi viventi o biotici (vedi) tra i quali si distinguono organismi produttori (vegetali), consumatori (animali) e decompositori (funghi e batteri). AMBIENTE, TUTELA DELL’ > Insieme di misure di diritto penale e amministrativo tendenti a proteggere l’ambiente naturale (aria, terra, acque, bellezze naturali e lo stesso spazio interplanetario) da ogni inquinamento o super sfruttamento. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, si sono espressi crescenti timori per il futuro dell’ambiente, minacciato dalle attività umane, sempre più invadenti e distruttive, a livello sia locale, sia globale. Le preoccupazioni per la salvaguardia dell’ambiente locale (urbano e rurale) hanno condotto all’elaborazione di apposite leggi: agricoltura, industria, produzione di energia, trasporti, costruzione di nuovi insediamenti sono attività soggette a valutazione e a normative di contenimento dell’impatto ambientale (vedi) Per tenere sotto controllo le alterazioni prodotte sull’ambiente globale (fino a modificare la composizione dell’atmosfera o la temperatura media sulla Terra) sono stati raggiunti accordi internazionali. Nel corso di una serie di conferenze svoltesi sotto l’egida delle Nazioni Unite, iniziate nel 1972 a Stoccolma e culminate nel Vertice mondiale su Ambiente e sviluppo tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992 (vedi UNCED e Agenda 21), sono state adottate convenzioni internazionali per salvaguardare il clima e la diversità biologica. AMMONIACA (NH3) > Gas dall’odore pungente che viene prodotto facendo reagire 3 molecole di idrogeno e 1 di azoto, in presenza di catalizzatori e a temperatura e pressione molto elevate. Questo composto chimico viene utilizzato soprattutto nella preparazione dei concimi e la sua produzione annua mondiale è pari a 100 milioni di tonnellate. ANAEROBICO > Processo microbiologico che avviene in assenza di ossigeno. ANIDRIDE CARBONICA (CO2) > L’anidride carbonica è un gas incolore, inodore e insapore, più pesante dell’aria, che si forma in tutti i processi di combustione, respirazione, decomposizione di materiale organico, per ossidazione totale del carbonio (vedi). È indispensabile alla vita vegetale (vedi Fotosintesi clorofilliana) ed è praticamente inerte. La CO2 è trasparente alla luce solare, ma riflette le radiazioni infrarosse emesse dalla superficie terrestre, determinando il cosiddetto “effetto serra” (vedi). Variazioni di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, dovute a varie attività antropiche (combustione, deforestazione), determinano nel tempo modifiche del clima (vedi). ANTIOSSIDANTI > Molecole che vengono aggiunte ai substrati più diversi (materiali elastomerici, plastici, benzine, oli lubrificanti, bevande e prodotti alimentari) per ritardare l’attacco dell’ossigeno. Questo attacco può essere lento (ad esempio processi di irrancidimento dei grassi o formazione della ruggine), ma viene accelerato dalla presenza di radiazioni UV (ultraviolette), ozono, smog (vedi) e altri agenti inquinanti. Dipende soprattutto dalla natura chimica del substrato. Esistono quindi diverse tipologie di antiossidanti e agenti protettori: antiozono, assorbenti di radiazioni UV, pellicole protettive, oltre agli antiossidanti termici e per l’esposizione esterna. ANTROPICO > È detto antropico ciò che si riferisce all’uomo. ANTROPIZZAZIONE > Colonizzazione da parte dell’uomo degli ambienti naturali, con conseguente modifica e alterazione degli stessi. ANTROPOGENICO > Antropogenico è tutto ciò che viene generato dall’uomo. Questo termine si usa, in genere, per indicare le influenze che le attività umane producono sui sistemi naturali. ATMOSFERA > Involucro di gas e vapori che circonda la Terra. Tra tutti i pianeti del sistema solare la Terra è l’unico a possedere un’atmosfera ricca di ossigeno e di azoto, elementi fondamentali per consentire la presenza della vita in tutte le sue forme, animali e vegetali. L’atmosfera svolge anche un ruolo essenziale per garantire la protezione della vita: essa costituisce infatti uno schermo efficace per le radiazioni ultraviolette e per il flusso di particelle provenienti dal Sole, che altrimenti la distruggerebbero quasi immediatamente. La densità dell’atmosfera terrestre diminuisce con l’aumentare della quota e ciò permette di suddividerla in diversi strati: troposfera (fino a 15-20 chilometri), stratosfera (fino a 50-60 chilometri), ionosfera (fino a 800 chilometri) ed esosfera. Si impiegano anche suddivisioni differenti, soprattutto con riferimento alla temperatura relativa alle diverse quote.

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BATTERI > I batteri sono microrganismi unicellulari, a metà tra il regno vegetale e quello animale. Questi microrganismi comprendono, infatti, forme autotrofe come i vegetali e forme eterotrofe come gli animali. Essi hanno dimensioni dell’ordine dei micron e possono avere forma sferica o allungata a bastoncino. I primi, di forma tondeggiante, sono di solito immobili, al contrario dei secondi, di forma allungata, che possono spostarsi grazie al movimento di ciglia o di flagelli, disposti alla periferia della cellula. I batteri possono essere aerobi, cioè organismi che, per vivere, hanno bisogno di assumere ossigeno libero dall’ambiente esterno, o anaerobi, che, al contrario, possono (o devono) vivere in assenza di ossigeno libero. Date le loro dimensioni microscopiche e le ridotte esigenze alimentari e ambientali, i batteri sono gli esseri viventi più diffusi, presenti nell’aria, nell’acqua, nel suolo, nel corpo degli animali e nelle piante. BILANCIO AMBIENTALE > Strumento contabile in grado di fornire un insieme organico delle interrelazioni dirette tra l’impresa e l’ambiente naturale, attraverso un quadro riassuntivo di dati quantitativi relativi all’impatto ambientale (vedi) di determinate attività produttive e all’impegno economico dell’impresa, nel campo della protezione ambientale. Qualora comprenda anche una parte dedicata alla descrizione degli aspetti qualitativi dell’impegno ambientale dell’impresa, viene chiamato rapporto ambientale. BILANCIO DI ESERCIZIO > l’insieme dei documenti che un’impresa deve redigere periodicamente, allo scopo di rappresentare in modo veritiero, chiaro e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria (quanto vale l’azienda, quanti debiti ha, etc), nonché il risultato economico della società. BIOCARBURANTI > propellenti ottenuti in modo indiretto da grano, mais, bietola, canna da zucchero, ecc. Il loro impatto sull’ambiente è minore rispetto ai carburanti tradizionali; allo stesso tempo, però, per produrli si sottrae terreno altrimenti adibito alla produzione di alimenti. BIODEGRADABILE > un composto si dice biodegradabile quando può essere scomposto in elementi semplici e rientrare nel ciclo naturale. Una sostanza decomponibile viene infatti attaccata da alcuni batteri che ne estraggono gli enzimi necessari alla decomposizione in prodotti semplici, dopodiché l’elemento viene assorbito completamente nel terreno. Una sostanza non decomponibile (o decomponibile a lungo termine), rimane nel terreno senza venire assorbita e provoca inquinamento e favorisce diverse problematiche ambientali. BIODIVERSITÀ > Indica una misura delle varietà di specie animali e vegetali, di geni, di popolazioni, di comunità e di ecosistemi che, nei vari livelli, formano la biosfera. BIOENERGIA > Energia derivante da processi di trasformazione di bioprodotti quali biomasse (vedi) cerealicole, lignocellulosiche, deiezioni animali, eccedenze alimentari, rifiuti urbani cartacei, ecc.. È un’energia rinnovabile, non provoca aumenti di gas serra (vedi), in quanto l’anidride carbonica prodotta durante la combustione viene riassorbita dalla biomassa in fase di sviluppo e si utilizza nella forma di biofuels (carburanti come etanolo e metanolo), bioelettricità, calore, biogas (vedi). BIOFUELS > Carburanti e combustibili ottenuti dalla trasformazione di materie prime di origine biologica. Alcooli (etanolo e metanolo) e oli (di colza, girasole, palma, ecc.) di origine vegetale spesso contenenti ossigeno, impiegati tal quali o trasformati in eteri (MTBE, ETBE, TAEE) o esteri (biodiesel). BIOGAS > Formazione di gas, per fermentazione anaerobica (vedi) in presenza di microrganismi (batteri acidogeni, batteri acetogeni e metanobatteri) di rifiuti industriali e agricoli o fanghi (vedi) dei trattamenti delle acque urbane, il metano (vedi) contenuto nel biogas può essere utilizzato per la produzione di energia. BIOMASSA > Accumulo di parte dell’energia proveniente dalla radiazione solare sotto forma di massa vegetale (da 50 a 75 Gtep/anno, a seconda delle stime) mediante la fotosintesi, in cui la radiazione solare fornisce l’apporto energetico necessario per costruire molecole organiche complesse a partire da acqua e anidride carbonica. La demolizione delle suddette molecole organiche restituisce l’energia fissata. L’energia potenziale contenuta nella biomassa è utilizzata dall’uomo e dagli animali attraverso la digestione, può essere liberata direttamente come energia termica nella combustione (uso tradizionale, dominante), oppure concentrata in una varietà di combustibili solidi, liquidi o gassosi, tali da rendere più facile il trasporto e/o l’utilizzazione finale, mediante processi termochimici (pirolisi, gassificazione) o biochimici (fermentazione alcolica, digestione anaerobica). Nella società preindustriale, la biomassa era la fonte di energia dominante. Oggi si stima che nei paesi in via di sviluppo la biomassa contribuisca a soddisfare il fabbisogno di energia primaria ancora nella misura del 33%, in quelli industrializzati appena del 3% (media mondiale 13%). BIOSFERA > Indica l’insieme delle zone della Terra in cui sono presenti forme di vita, ovvero l’insieme degli ecosistemi terrestri (vedi): la parte inferiore dell’atmosfera, l’idrosfera (vedi) e la parte superficiale delle terre emerse. BIOTICO > Indica la presenza degli organismi viventi e dei processi vitali. BRANCHIA > Organo di respirazione caratteristico di pesci, anfibi, molluschi e altri animali acquatici; è costituito da una struttura lamellare sulle cui pareti avvengono gli scambi gassosi con l’ossigeno presente nell’acqua. BUCO DELL’OZONO > Diminuzione della concentrazione di ozono (vedi) nello strato superiore dell’atmosfera. Tale strato protegge la Terra dalle radiazioni solari nocive (confronta Clorofluorocarburi). CAMBIAMENTO CLIMATICO > Letteralmente il termine indica il fatto che il clima col passare del tempo può cambiare; negli ultimi tempi, però, è per lo più utilizzato per indicare l’innalzamento della temperatura media del pianeta, nonché l’aumento degli eventi climatici estremi, causati dall’attività dell’uomo. Infatti i così detti gas serra (anidride carbonica, ossido di azoto, metano), emessi dalle industrie e dai trasporti ad esempio, variano la composizione chimica dell’atmosfera; questi gas hanno la capacità di intrappolare il calore, determinando così degli effetti drammatici sugli equilibri climatici. CAPITALE UMANO > insieme di conoscenze,competenze,abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. La formazione e crescita del capitale umano avviene tramite i processi educativi di un individuo che riguardano l’ambiente familiare, l’ambiente sociale, quello scolastico e quello lavorativo. CARBONIO > Elemento chimico, con simbolo C, costituente fondamentale degli organismi vegetali e animali. È alla base della chimica organica, detta anche “chimica del carbonio”. È molto diffuso in natura, ma non è abbondante. Allo stato di elemento si trova come grafite e diamante. Nell’atmosfera è presente come anidride carbonica (vedi), proveniente dai processi di combustione, oltre che da fenomeni di vulcanismo. Esiste un isotopo del carbonio, il C14, che è radioattivo e serve, per questa sua proprietà, a scopi analitici (datazione) e scientifici come “tracciante” per lo studio di processi chimici complessi. CATENA ALIMENTARE/TROFICA > In natura, successione di organismi in cui ogni anello della catena (vedi Livello trofico) si nutre a spese del precedente e alimenta il successivo. Le piante e gli erbivori stanno alla base, mentre i carnivori e gli onnivori di maggiori dimensioni occupano i livelli più alti. CATTURE ACCESSORIE/BYCATCH/PESCATO SECONDARIO > Organismi catturati dagli attrezzi da pesce che non sono immessi sul mercato, e quindi scartati (spesso rigettati morti in mare) perché non commestibili o non richiesti dal mercato, o perché al di sotto della taglia minima legale o, ancora, perché chi le cattura non ha una licenza per la pesca di quella specie. Le catture di specie accessorie sono tanto maggiori quanto minore è la selettività dell’attrezzo. CELLULOSA > È un composto organico solido e fibroso presente nelle piante, specialmente nelle loro pareti cellulari. È utilizzato nell’industria tessile, della carta, delle vernici e degli esplosivi.


CLIMA > Complesso delle condizioni meteorologiche di una regione nel corso delle stagioni. Il clima dipende dalla latitudine, dall’altitudine, dalla posizione rispetto ai continenti e alle aree oceaniche. CLOROFLUOROCARBURI (CFC) > Derivati del metano (CH4), dell’etano (C2H6) e del propano (C3H8), nei quali tutti gli atomi di idrogeno sono stati sostituiti con atomi di cloro e fluoro. Sono denominati anche freon e sono costituiti da prodotti gassosi, inerti, facilmente liquefacibili, impiegati per lungo tempo, come propellenti di aerosol, fluidi di circuiti frigoriferi, agenti espandenti, ecc. Sono chimicamente inerti; proprio questa proprietà consente loro di arrivare in stratosfera, dove vengono scissi con reazione fotochimica, cedendo cloro che reagisce con l’ozono che si trova nelle fasce alte dell’atmosfera, contribuendo a ridurne lo spessore fino ad eliminarlo (buco dell’ozono). Le nuove norme ecologiche prevedono la sostituzione dei CFC con gli idroclorofluorocarburi (HCFC) che sono più facilmente biodegradabili. COLTURA PROTETTA O IN SERRA > La produzione, in massima parte ortofloricola e vivaistica, che si esegue in ambiente protetto, influendo sul controllo dei fattori ambientali che condizionano la crescita della pianta. COMBUSTIBILE FOSSILE > Il combustibile fossile è un idrocarburo (come il petrolio, il carbone o il gas) che può essere estratto dal sottosuolo ed essere utilizzato come combustibile. I combustibili fossili sono sorgenti di energia non rinnovabile. COMPOST > Termine di derivazione anglosassone, che significa concime o ammendante organico. Il compost è un prodotto ottenuto mediante un processo biologico aerobico (vedi) dalla componente organica di rifiuti solidi urbani (vedi), da materiali organici naturali fermentescibili o da loro miscele con fanghi derivanti da processi di depurazione delle acque di scarico di insediamenti civili (vedi Fanghi di depurazione acque). Il compost deve avere caratteristiche agronomiche e valori-limite di accettabilità per alcuni inquinanti, conformi a quanto stabilito dalla vigente normativa. COMPOSTAGGIO > Biotecnologia per il trattamento di rifiuti organici di diversa provenienza e natura, basata su un processo ossidativo, operato da consorzi di microrganismi aerobici (vedi). Il compost (vedi) così ottenuto, se di qualità adeguata, può essere utilizzato come ammendante in agricoltura. CONCIME > Il concime è una sostanza di origine naturale o chimica che aumenta la produttività dei terreni agricoli, apportando ai vegetali gli elementi necessari alo loro sviluppo. CONTAMINAZIONE > Effetto provocato da un agente esterno (contaminante) scaricato in un sistema recettore (acqua, aria, suolo). COSTI AMBIENTALI > Riduzione del livello di benessere collettivo dovuto all’impatto di un progetto sull’ambiente. Generalmente di difficile quantificazione in quanto nasce dalla percezione privata di ciascun individuo. Il termine viene anche comunemente utilizzato per indicare semplicemente un peggioramento relativo a una o più componenti ambientali. CROSTACEI > Classe di artropodi, per lo più acquatici, con corpo ricoperto da un involucro calcareo, forniti di 4 antenne, quattro mandibole e dieci o più zampe di cui il primo paio a volte trasformato in pinze (chele); sono principalmente acquatici, anche se alcuni sono terrestri. DECOMPOSIZIONE > La decompesizione è il processo per mezzo del quale si trasforma ciò che è morto in sostanza fertile; a questo processo partecipano molti piccoli organismi, come lombrichi, piccoli insetti, funghi e batteri. DEFORESTAZIONE > È sinonimo di disboscamento, corrisponde al taglio, più o meno discriminato, della vegetazione arborea. DESERTIFICAZIONE > La desertificazione è la progressiva trasformazione di un terreno fertile in un deserto. Questo può avvenire per cause climatiche, geologiche o umane. L’uomo può provocare danni irrimediabili a causa dell’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli o della errata gestione delle risorse idriche. Ogni anno nel mondo circa 6 milioni di ettari subiscono un processo di desertificazione irrecuperabile. DIGESTIONE AEROBICA > Processo di stabilizzazione dei fanghi (vedi) concentrati, provenienti da un trattamento di acque reflue (vedi), con aerazione prolungata, atto a completare la degradazione biologica delle sostanze organiche, in ambiente aerobico (vedi), iniziata nella fase di ossidazione biologica. È applicata generalmente in impianti senza sedimentazione primaria. DIGESTIONE ANAEROBICA > Trattamento biologico di liquami organici molto concentrati, effettuato in recipienti chiusi, ad opera di batteri anaerobi (vedi), facoltativi. In assenza di ossigeno, tali batteri provvedono alla riduzione biologica delle sostanze organiche presenti, con produzione di anidride carbonica (vedi), metano (vedi) e prodotti solforati. DIOSSINE > (vedi Policlorodibenzodiossine) DISBOSCAMENTO > Diradamento delle foreste come risultato dei processi di antropizzazione. DISSESTO IDROGEOLOGICO > Con la definizione “dissesto idrogeologico” si indica un insieme di processi di alterazione dell’equilibrio del territorio, che colpisce le acque, il terreno, i versanti montuosi, ecc. Le cause del dissesto sono molteplici: quelle naturali, quali per esempio frane ed erosione idrica; le cause umane, come il disboscamento, l’abbandono dei paesaggi collinari e montuosi, lasciati senza un adeguato sistema di drenaggio e scolo delle acque; si aggiungano le arature profonde di terreni in pendenza, che favoriscono l’erosione e le frane, e l’urbanizzazione sfrenata, che ha modificato la capacità di permeabilità della parte superficiale del suolo (riduzione delle infiltrazione delle acque nel sottosuolo), aumentando il flusso delle acque superficiali ed il pericolo delle alluvioni. DRENAGGIO > Rimozione dell’acqua superficiale o di falda in una data area, sia per gravità, sia per pompaggio. ECOSISTEMA > Insieme degli elementi naturali (acqua, aria, suolo, flora, fauna) e delle attività antropiche, in rapporto tra loro che, influenzandosi a vicenda, creano condizioni di equilibrio apparente, in un dato ambito più o meno esteso. ECOSISTEMA ANTROPICO > Complesso ecologico formato dall’uso del suolo, dalla mobilità e dalle componenti socioeconomiche dell’ambiente. In termini generici l’ambiente che coinvolge direttamente l’uomo. ECOSISTEMA MARINO > Ecosistema naturale tipico dell’ambiente acquatico marino, nel quale gli autotrofi (piante verdi) sono presenti con biomassa (vedi), per unità di superficie e dimensioni molto più piccole degli autotrofi terrestri e dove il consumo di acqua, durante la fissazione dell’anidride carbonica (vedi), è nettamente minore. ECOSISTEMA NATURALE > Unità che include tutti gli organismi che vivono insieme in una data area, interagenti con l’ambiente fisico, in modo tale che un flusso di energia porta a una ben definita struttura biotica (vedi) e ad una ciclizzazione dei materiali tra viventi e non viventi all’interno del sistema. ECOSISTEMA TERRESTRE > Ecosistema naturale provvisto di popolazioni di autotrofi (piante verdi) di grosse dimensioni e con elevato consumo di acqua, durante la fissazione dell’anidride carbonica (vedi). ECOSVILUPPO RURALE > Conduzione di attività tipiche delle zone rurali (agricoltura, artigianato alimentare, turismo rurale) nel rispetto delle tecniche di produzione ecocompatibile più innovative. EFFETTO SERRA > Fenomeno fisico che provoca il riscaldamento nello spazio racchiuso tra il vetro della serra e il terreno, dovuto al fatto che il vetro è trasparente alla luce visibile (ossia lascia entrare la radiazione solare ad onde corte) che colpisce il terreno, il quale riemette poi parte dell’energia ricevuta come radiazione infrarossa, che il vetro non lascia passare. Nell’atmosfera vi sono gas, principalmente anidride carbonica, ma anche protossido di azoto (N2O), metano (CH4), ozono (O3), vapor d’acqua, ecc., che si comportano come il vetro della serra. L’aumento di questi gas dovuto alle attività dell’uomo può portare ad un aumento della temperatura della Terra e a cambiamenti climatici.

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EMISSIONE > Scarico di qualsiasi sostanza solida, liquida o gassosa introdotta nell’ecosistema (vedi), che può produrre direttamente o indirettamente un impatto sull’ambiente. EMISSIONI DI CO2 > l’uso di combustibili fossili produce l’immissione nell’atmosfera di anidride carbonica (CO2). L’accumulo di questo gas nell’atmosfera riduce la dispersione del calore giunto alla Terra dal Sole (c.d. “effetto serra”) con conseguente innalzamento della temperatura media del pianeta ed alterazione del clima: la CO2 è quindi la principale (ma non unica) sostanza “climalterante”. ENERGIA EOLICA > Energia cinetica delle masse d’aria in movimento. Tale movimento è causato da differenze di temperatura e pressione presenti nell’atmosfera, a loro volta legate a disuniformità nella distribuzione del calore solare. Il flusso medio annuo di energia, per unità di area normale alla direzione del vento, varia da alcune centinaia ad alcune migliaia di kWh/m2, a seconda della località. Una frazione di tale energia è intercettata e convertita in energia elettrica dal generatore eolico, versione moderna dell’antico mulino a vento. La potenza del vento è proporzionale al cubo della velocità e il coefficiente di potenza del generatore, cioè il rapporto fra la potenza elettrica in uscita e la potenza eolica in entrata, arriva a 0,4 alla velocità nominale di esercizio; il rendimento sul lungo periodo è però sensibilmente inferiore, perché la velocità del vento può essere minore. L’interesse allo sfruttamento è perciò circoscritto alle zone in cui soffiano venti forti e regolari: coste, isole, zone di alta quota. La tecnologia del generatore eolico può considerarsi sviluppata fino a potenze unitarie di un megawatt, con diametri del rotore fino a 50 metri. Nel 1993 sono stati prodotti nel mondo circa 5 TWh di energia eoloelettrica. ENERGIA SOLARE > Energia trasportata dalla radiazione solare (1,35 kW/m2, all’esterno dell’atmosfera terrestre). La radiazione solare è la radiazione elettromagnetica proveniente dal sole, un gigantesco reattore a fusione nucleare. La potenza incidente al suolo dipende dall’altezza del sole sull’orizzonte (dipendente a sua volta dalla latitudine, dal giorno dell’anno, dall’ora del giorno), dalla quota e dalle condizioni atmosferiche, nonché dall’orientamento della superficie ricevente. A livello mare, con sole allo zenit e atmosfera tersa si arriva ad un kW/m2 su superficie orizzontale. L’energia ricevuta mediamente in un anno varia in funzione della località (a Roma, circa 1.400 kWh/m2 orizzontale), fino ad un massimo di circa 2.500 kWh/m2 (fasce desertiche subtropicali). Le modalità d’uso sono due: usi termici, in cui la radiazione solare è convertita in calore, usato come tale, tipicamente per il riscaldamento dell’acqua; usi elettrici, in cui la radiazione solare è convertita in energia elettrica, direttamente o indirettamente. ERBICIDI > Fitofarmaci (vedi) in grado di combattere le erbe infestanti, eliminando la competizione di queste con coltura utile da proteggere, ovvero idonei ad eliminare la vegetazione indesiderata. ESAURITE, RISERVE DI PESCE > Il pescato è ben al di sotto delle medie storiche, indipendentemente dall’attività di pesca intrapresa. ESTINZIONE > Scomparsa totale di una specie animale o vegetale dal suo originario ambiente di vita a causa della insorgenza di condizioni (climatiche, ambientali, alimentari, ecc.) o di fattori (nemici, predatori, ecc.) incompatibili con la sua sopravvivenza. ETANOLO > Alcool ottenuto industrialmente per idratazione dell’etilene o per fermentazione da sostanze vegetali (grano, patate, zucchero, legno, ecc.). La sua formula è C2H5OH. È detto anche alcool etilico. EUTROFIZZAZIONE > Processo per cui un ambiente acquatico modifica il suo equilibrio ecologico, per cause naturali o artificiali, e si arricchisce di sostanze nutritive. Il processo viene accelerato dall’inquinamento, soprattutto da parte di detersivi e fertilizzanti (fosforo, azoto e sostanze organiche), che determina una proliferazione abnorme della vegetazione sommersa e/o di alghe microscopiche (microplancton). Successivamente esse si decompongono determinando un’eccessiva riduzione dell’ossigeno disciolto in acqua, con conseguente instaurarsi di un ambiente anaerobico (vedi) e la distruzione delle principali forme di vita acquatica. FALDA > Parte di sottosuolo satura d’acqua e sufficientemente permeabile e porosa, utilizzata in genere come riserva di acqua potabile o di irrigazione. FALDA FREATICA > Falda delimitata inferiormente da uno strato impermeabile e superiormente dalla superficie idrostatica. FAUNA > Il complesso delle specie animali proprie di un determinato ambiente o territorio. FERTILITÀ FERTILIZZANTI > Sostanze di origine naturale o chimica che aumentano la produttività dei terreni coltivati, apportando ai vegetali gli elementi necessari al loro sviluppo. I componenti dei fertilizzanti appartengono a tre categorie: princìpi attivi (azoto, fosforo e potassio); oligoelementi (ferro, manganese, rame, zinco e boro); correttivi (a base di calcio, magnesio e zolfo). I prodotti di origine sintetica presenti sul mercato possono essere semplici, se contengono un solo principio attivo, oppure complessi se ne contengono due (fertilizzanti binari) o tre (fertilizzanti ternari). FITOFARMACI O PRODOTTI FITOSANITARI > Sostanze o prodotti, spesso di origine sintetica, che esplicano una funzione medicinale nei confronti delle piante. A seconda del bersaglio a cui sono destinati, i fitofarmaci si distinguono in insetticidi (vedi), erbicidi (vedi), fungicidi (vedi), ecc.. Possono esercitare un’azione preventiva, oppure rimediare ad un’aggressione già in corso. Se sono costituiti da organismi viventi (microrganismi, ovature di insetti benefici) si può parlare di biopesticidi. FLORA > Il complesso delle piante spontanee, naturalizzate o largamente coltivate in un dato territorio. FONTI DI ENERGIA > Sostanze dalle quali può essere prodotta energia utile direttamente o dopo trasformazione. Le sorgenti di energia possono essere variamente classificate: - risorse esauribili: petrolio, gas naturale, carbone, legna, nucleare; risorse rinnovabili (praticamente inesauribili): idroelettrica, solare, geotermica, biomassa, maree, correnti termiche marine, onde del mare, vento, ecc.; - risorse primarie, utilizzabili direttamente, come si trovano in natura (carbone, petrolio, gas naturale, legna); risorse secondarie, in cui l’energia deriva dalla trasformazione dell’energia primaria in altra forma di energia (ad esempio l’energia nucleare viene trasformata in energia elettrica); - risorse commerciali, ovvero risorse soggette a transazioni commerciali e quindi facilmente quantificabili, derivanti da quattro tipi principali di fonti: carbone, petrolio, gas naturale, elettricità primaria (di origine idraulica e nucleare); - risorse tradizionali, derivanti da prodotti vegetali o animali (legna, carbone di legna, torba, sterco di bovini e cammelli) che, sebbene assenti dal commercio internazionale, rappresentano solamente il 3% circa del consumo mondiale di energia, ma circa la metà del consumo di alcuni paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda la legna da ardere si stima che ancora due miliardi di persone ne facciano uso. Lo sfruttamento isolato dell’energia solare (vedi), dell’energia eolica (vedi) o dei mini-impianti idraulici appartiene a questo tipo di risorse, che sono dette anche non-commerciali, perchè non oggetto di transazioni quantificabili e quindi non riportabili nei bilanci energetici, tra l’altro per la mancata conoscenza dei fattori di conversione e del rendimento energetico nel loro uso. FONTI NON RINNOVABILI > Le fonti non rinnovabili sono risorse di energia la cui disponibilità non può essere rimpiazzata dall’uomo. Esse vengono distinte in fonti primarie fossili (carbone, petrolio greggio e gas naturale) e in fonti primarie nucleari (urnio e deuterio). FORESTA > Vasta estensione di terreno ricoperta da alberi di alto fusto. In base alla latitudine e al clima nei quali si sviluppa e alle piante che la costituiscono, assume aspetti e denominazioni diversi: a galleria, decidua, di conifere, equatoriale, tropicale, spinosa. FOTOSINTESI CLOROFILLIANA > Reazione chimica di sintesi favorita dalla luce. In particolare, attraverso la fotosintesi


clorofilliana si instaura un processo biochimico mediante il quale le piante fornite di clorofilla convertono l’energia luminosa solare in energia chimica, utilizzando acqua e anidride carbonica per sintetizzare sostanze organiche (soprattutto carboidrati) e liberando nell’atmosfera l’ossigeno. FUNGHI > Sono organismi viventi costituiti da una o più cellule che si nutrono di sostanze organiche in via di decomposizione oppure sottraendo sostanze nutritive ad altri organismi. Fanno parte di questo regno i lieviti, le muffe e i funghi. Si trovano dovunque ci siano altri esseri viventi; si distinguono dalle piante perchè non hanno la capacità di compiere fotosintesi clorofilliana. FUNGICIDI > Composti chimici, detti anche anticrittogamici, che rientrano nella categoria degli antiparassitari o pesticidi (vedi voci corrispondenti), usati per combattere le crittogame parassite delle piante. GAS NATURALE > Miscela combustibile di origine fossile contenuta in rocce sedimentarie (vedi), talvolta associato al petrolio (vedi). Il gas naturale è costituito soprattutto da idrocarburi (soprattutto metano e proporzioni variabili di etano, propano, butano e pentano), e non idrocarburi (principalmente CO2, N2H2S). Gassoso a temperatura ambiente e pressione atmosferica, è un combustibile naturale e serve anche come base per numerosi prodotti petrolchimici. GAS SERRA > Si definisce gas serra un gas “trasparente” allo spettro delle radiazioni solari e “opaco” allo spettro delle radiazioni infrarosse proprie della Terra. Questa proprietà, simile a quella dei vetri e dei fogli di plastica delle serre, da cui il nome, porta a una temperatura della superficie terrestre sensibilmente superiore (+19/20°C) di quanto non risulterebbe dal semplice equilibrio termico. I principali gas serra sono l’anidride carbonica (vedi), il metano (vedi), il clorofluorocarburi (vedi), il protossido d’azoto e l’ozono (vedi). GENERATORE EOLICO > impianto che converte direttamente l’energia cinetica del vento in energia meccanica, che può essere quindi utilizzata per il pompaggio, per usi industriali e soprattutto per la generazione di energia elettrica. GHIACCIAIO > Il ghiacciaio è un manto di ghiaccio che si è formato in seguito all’accumularsi di neve non sciolta, coperta da altra neve. Neve e ghiaccio si conservano come tali al di sopra del limite delle nevi perenni, dove cioè non tutta la neve caduta riesce a sciogliersi durante le stagioni calde, cosicchè una parte di essa può accumularsi di anno in anno. GREENPEACE > Associazione ambientalista fondata in Canada nel 1971, con sede ad Amsterdam. È presente in 32 paesi di tutti i continenti ed è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite. È presente in Italia, con unica sede a Roma, dal 1986. Si è particolarmente impegnata per la salvezza del Mediterraneo contro l’uso dell’energia nucleare, per il controllo del trasporto dei rifiuti tossici, per la salvaguardia di alcune specie animali in estinzione (balene), contro lo sfruttamento intensivo della pesca, contro l’inquinamento industriale, per il risparmio energetico. Greenpeace, che vive esclusivamente del libero contributo versato annualmente dai cinque milioni di sostenitori in tutto il mondo, conta una flotta di sei navi, di numerosi gommoni e di una mongolfiera. HABITAT > Parte dell’ambiente naturale nel quale vivono piante e animali. IDROCARBURI > Vasta classe di composti chimici formati da carbonio e idrogeno, molti dei quali, gassosi, liquidi o solidi, sono i principali costituenti del greggio e del gas naturale, oltre che di varie sostanze naturali (resine, caucciù, ecc.). Per la loro diversa struttura molecolare, essi hanno proprietà fisiche e chimiche diverse e sono quindi in grado di essere utilizzati in moltissimi campi. La loro caratteristica fondamentale è quella di produrre energia termica per ossidazione rapida (cioè bruciano). Questa caratteristica può essere utilizzata per produrre energia secondo tecnologie estremamente flessibili. Essi inoltre forniscono la materia prima indispensabile all’industria chimica moderna che è per questo detta petrolchimica. Nelle molecole degli idrocarburi gli atomi di carbonio possono legarsi in gran numero, formando catene aperte (idrocarburi alifatici aciclici: alcani, alcheni, alchini, ecc.) e chiuse (idrocarburi ciclici: alifatici ciclici o aliciclici e aromatici). Se vi figurano solo legami semplici si hanno idrocarburi saturi (alcani, cicloalcani), se vi sono anche legami doppi o tripli si hanno idrocarburi insaturi (alcheni, alchini). Il grande numero di atomi di carbonio che possono far parte delle molecole degli idrocarburi, la possibilità di scambio di valenze diverse tra gli atomi di carbonio e l’isomerizzazione rendono pressoché illimitato il numero dei possibili composti del carbonio. Si stima siano oltre tre milioni i composti già conosciuti e che circa 100.000 ne vengano isolati o sintetizzati ogni anno. IDROSFERA > È la porzione d’acqua terrestre delimitata fra la litosfera (vedi) e l’atmosfera (vedi). IMPIANTi FOTOVOLTAICI > Insieme di apparecchiature che consentono di trasformare direttamente l’energia solare in energia elettrica. Gli impianti per la produzione di energia elettrica mediante tecnologia fotovoltaica presentano diversi vantaggi, tra i quali i più significativi sono l’assenza di qualsiasi tipo di emissioni inquinanti e il risparmio dei combustibili fossili. IMPOLLINAZIONE > Consiste nella fecondazione delle piante e può avvenire, solo quando il polline si trasferisce dall’antera (organo di riproduzione maschile) allo stimma (organo di riproduzione femminile). Alcune piante possono impollinare se stesse (autoimpollinazione), ma la maggior parte può essere fecondata solo dal polline proveniente da un’altra pianta della stessa specie. Il polline può essere trasferito dal vento e dall’acqua, ma gli impollinatori più importanti sono gli insetti. IN RIPRESA, RISERVE DI PESCE > Il pescato è in nuovo aumento dopo essere stato esaurito. INQUINAMENTO > Alterazione dei parametri fisici, chimici e biologici propri di un ambiente, in stato di equilibrio, provocata dalle attività umane. L’inquinamento può riguardare il suolo, le acque e l’aria. Tra gli agenti inquinanti si distinguono: sostanze organiche, quali idrocarburi (vedi), clorofluorocarburi (vedi), il cui effetto dannoso è provocato da un accumulo anomalo; sostanze inorganiche, come metalli pesanti, amianto ed altre sostanze che esercitano un’azione tossica sull’uomo, gli animali, le piante o l’ambiente nel suo insieme; fonti sonore, come il traffico automobilistico o le attività produttive che provochino disturbi acustici; fonti di calore, come gli scarichi di acque a temperatura superiore a quella ambiente; fonti di radiazioni pericolose (ad esempio quelle ionizzanti) o anche di per sé non dannose (ad esempio, la luce) o di incerto effetto (le onde elettromagnetiche). L’inquinamento può manifestarsi su scala locale, come avviene nella maggior parte dei casi, o globale, come succede nel caso delle emissioni inquinanti che provocano l’effetto serra o il buco nell’ozono (vedi voci corrispondenti). Dalla fine degli anni Sessanta, l’inquinamento rappresenta un’emergenza tenuta sotto osservazione specie nei paesi industrializzati: normative nazionali e internazionali tendono a prevenire le possibili forme e a porre rimedio ai suoi effetti. Importanti decisioni in tema di protezione ambientale sono state assunte dalla conferenza di Rio de Janeiro nel 1992 (vedi UNCED e Agenda 21). INQUINAMENTO ATMOSFERICO > Modifica della normale composizione o stato fisico dell’aria atmosferica, dovuta alla presenza in essa di una o più sostanze in quantità e con caratteristiche tali da: alterare le normali condizioni ambientali e di salubrità dell’aria; costituire pericolo, ovvero pregiudizio diretto o indiretto per la salute dell’uomo; compromettere le attività ricreative e gli altri usi legittimi dell’ambiente; alterare le risorse biologiche, gli ecosistemi e i beni materiali pubblici e privati. I principali inquinanti atmosferici sono: l’anidride carbonica (CO2), gli ossidi di azoto (NOx), l’anidride solforosa (SO2), il monossido di carbonio (CO), l’ozono (O3) (nella bassa atmosfera) ed i COV (composti organici volatili). Il periodo di rimanenza”di un inquinante nell’atmosfera dipende dal suo tempo di residenza (residence time) determinato dai processi di immissione e conversione chimica dei composti inquinanti stessi. INQUINAMENTO IDRICO > Modifica della normale composizione dell’acqua dovuta sia all’immissione diretta di sostanze inquinanti sia alle infiltrazioni di esse dal suolo. L’inquinamento dell’acqua può essere: chimico, per immissione di sostanze chimiche, organiche e inorganiche che modificano le sue caratteristiche chimiche; fisico, dovuto a variazioni di portata, a sottrazione od aggiunta di calore, ed immissione di materiali in sospensione, che modificano le sue proprietà fisiche (temperatura, torbidità, colore, ecc); biologico, dovuto all’immissione di organismi patogeni (batteri, virus, parassiti). La presenza di sostanze inquinanti rende impossibile l’utilizzo dell’acqua per l’uso domestico, industriale o ricreativo. In Italia la legge che

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regolamenta gli standard di qualità delle acque per gli effluenti in un corpo idrico superficiale è la legge Merli. INSETTICIDI > Sostanze in grado di combattere gli insetti dannosi, sia in difesa delle colture agricole e forestali, sia nella lotta ai vettori di malattie per l’uomo e per gli animali da allevamento. Il loro uso indiscriminato è dannoso per la salute. LACUSTRE > Aggettivo che si usa per indicare un’area limitrofe ad un lago o qualunque caratteristica prorpia di un lago. LAGO > Un lago è una depressione della superficie terrestre riempita da acque dolci, che non ha una comunicazione diretta con il mare. LAGUNA > La laguna è uno specchio d’acqua in lembi di costa bassa e sabbiosa, parzialmente limitato da canali che lo separano dal mare aperto. Se è completamente isolata dal mare, dà origine ad un lago costiero. LIGNINA > Sostanza organica molto complessa che conferisce forza e rigidità alle pareti cellulari; assieme alla cellulosa è uno dei più importanti costituenti del legno. LITOSFERA > Involucro superficiale della Terra, dello spessore di 70-100 km, detto anche crosta terrestre. In senso più ampio è intesa come la porzione solida della Terra, in antitesi ad atmosfera e idrosfera (vedi voci corrispondenti) che ne costituiscono, rispettivamente, l’involucro gassoso e la porzione liquida. LIVELLO TROFICO > In natura, il livello trofico corrisponde ad ogni anello della catena alimentare (vedi), mediante il quale l’energia (intesa come nutrimento) fluisce attraverso un ecosistema (vedi), trasferendosi da un organismo all’altro, a partire dal mondo vegetale, per arrivare ai carnivori di grosse dimensioni. Passando da un livello trofico a quello successivo, la quantità disponibile di energia decresce. Infatti, ad ogni passaggio, una piccola parte dell’energia viene utilizzata dagli organismi per compiere i processi vitali e una gran parte viene eliminata come rifiuto. MECCANIZZAZIONE > Introduzione delle macchine in un’attività che fino a quel momento si svolgeva in modo per lo più manuale. METABOLIZZARE > Capacità che hanno gli organismi viventi di trasformare le sostanze chimiche ed energetiche. METALLI PESANTI > Sono così definiti i metalli con densità maggiore di 5. Fra questi, alcuni (piombo, cadmio, mercurio, antimonio, selenio, nichel, vanadio e altri) sono immessi nell’ambiente, sotto forma di ossidi o di solfuri, attraverso la combustione di olio combustibile, di carbone e/o rifiuti, che ne contengono tracce, oppure nel caso di processi industriali. Tali composti, dopo una certa permanenza in aria (confronta PST) passano nel sistema acqua-suolo e possono entrare nella catena alimentare (vedi), dando luogo a pericolosi fenomeni di bio-accumulo negli organismi viventi. METANO > È un gas incolore, inodore, non tossico, che brucia all’aria con fiamma bluastra; è costituito da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno con formula chimica (CH4). Il metano è il principale componente del gas naturale (vedi), cioè il combustibile gassoso di origine fossile formatosi, generalmente insieme al petrolio, centinaia di milioni di anni fa, per decomposizione chimica di vegetali, in assenza di ossigeno. MICRON > Micromètro (µm), unità di misura della lunghezza corrispondente a un milionesimo di metro (cioè millesimo di millimetro). Si utilizza di frequente in elettronica. MICRORGANISMO > I microrganismi sono esseri viventi come i batteri, i funghi e i virus, generalmente unicellulari, visibili solo al microscopio. MODERATAMENTE SFRUTTATE, RISERVE DI PESCE > L’attività di pesca ha ancora un limitato potenziale di espansione. MONOCOLTURA > Si dice che un terreno è coltivato con sistema a monocoltura, quando per più anni viene coltivano con uno stesso, unico, tipo di coltura. NITRATI > I nitrati sono composti a base di azoto e ossigeno, derivati dell’acido nitrico e molto diffusi in natura, sia nel terreno che nei vegetali, anche in quelli di largo consumo. Lattuga, spinaci, bietole, ad esempio, ne possono contenere oltre 200 mg/ Kg. I nitrati vengono comunemente impiegati come conservanti, in particolare i nitrati di potassio, sodio, ammonio e calcio sono utilizzati come fertilizzanti. NUTRIENTI > L’insieme dei composti, sia organici, sia inorganici necessari alla sopravvivenza delle specie. In particolare, per i microrganismi, si intendono i composti contenenti azoto e/o fosforo. ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI > OGM, esseri viventi che possiedono un patrimonio genetico modificato tramite tecniche di ingegneria genetica che consentono l’aggiunta, l’eliminazione o la modifica di elementi genici. Gli OGM sono oggi utilizzati nell’ambito dell’alimentazione, dell’agricoltura, della medicina, della ricerca, e dell’industria. Ad esempio, per ottenere miglioramenti nelle qualità nutrizionali e organolettiche di un alimento. ORGANISMO > Un organismo è qualunque essere vivente composto da una serie di organi che funzionano indipendentemente, ma in maniera coordinata, in modo da garantire lo svolgimento di tutti i processi vitali. Gli organismi possono essere animali o vegetali. ORMONE > Sostanza chimica prodotta da una ghiandola o da un tessuto che viene poi riversata nel sangue. Gli ormoni regolano le funzioni dell’organismo e lo sviluppo sessuale. Esistono anche ormoni nei vegetali, essi sono simili agli ormoni animali e regolano i processi di crescita delle piante, per questo sono denominati fitormoni. OZONO (O3) > L’ozono è un gas la cui molecola è costituita da tre atomi di ossigeno (vedi) anziché da due. A bassa quota questo gas è un notevole inquinante atmosferico essendo il principale degli ossidanti fotochimici (vedi). Grazie alla sua proprietà di assorbire gran parte delle radiazioni solari ultraviolette nell’alta atmosfera, esso costituisce però uno schermo per queste radiazioni e permette così la vita sulla terra. PALLET > Attrezzatura utilizzata per l’appoggio di vari tipi di materiale, destinati ad essere immagazzinati nelle industrie, ad essere movimentati con attrezzature specifiche. PASCOLO > Terreno produttore di erbaggi utilizzabili come foraggio, i quali non si possono economicamente falciare e si fanno pascolare dal bestiame PCB - POLICLOROBIFENILI > Composti organici costituiti da carbonio (vedi), idrogeno e cloro (vedi), in massima parte impiegati come fluidi isolanti nei trasformatori elettrici. Sono altamente tossici e difficilmente degradabili. PELAGICO > Di mare aperto. Riferito normalmente alla regione oceanica nella quale si distinguono, in successione, dalla superficie verso le acque più profonde: - una regione epipelagica, dalla superficie fino a circa 50 metri di profondità; - una regione mesopelagica, tra 50 e 200 metri di profondità; - una regione batipelagica, tra 200 e 2.500 o 3.000 metri di profondità; - una regione abissopelagica, tra 2.500 o 3.000 e 6.000 metri di profondità; - una regione adopelagica, oltre 6.000 metri di profondità. PESCA > Attività di cattura (con o senza attrezzi particolari) di organismi (marini) acquatici. Dalla raccolta manuale di organismi (es.: molluschi) alla pesca a strascico negli abissi marini, comprende una gamma enorme ed eterogenea di attività comprese, in alcuni Paesi, ma non in Italia, la caccia ai mammiferi marini (foche, cetacei). PESCA A STRASCICO > Sistema di pesca che prevede l’uso di una rete a sacco trainata da uno (o due) pescherecci. La rete “strascica” sul fondo e raccoglie il pesce ma anche altre specie (“sessili”, cioè fissate al fondale o comunque che vivono presso il fondale. Una variante, la pesca a “traino pelagico” è attuata con una rete che resta a mezz’acqua senza toccare il fondale:


spesso, anche quest’attrezzo non è selettivo e cattura molte specie accessorie. PESCA ARTIGIANALE > Attività che si intende di tipo “tradizionale” cioè condotta a mano o con attrezzi ed imbarcazioni relativamente semplici, a bassa tecnologia, e in scala locale. Il significato del termine, e le relative tecniche di pesca, di fatto variano a seconda del contesto locale: ad esempio, le tecniche della pesca artigianale in Italia non possono essere paragonate con quelle della pesca tradizionale nei Paesi Africani, Asiatici o dell’America Latina, ma è costante il connotato “locale” di tali attività e l’uso relativamente elevato di “mano d’opera”. PESCA INDUSTRIALIZZATA > Attività su vasta scala in cui la mano d’opera tende ad essere sostituita da attrezzature sempre più sofisticate e che viene effettuata con imbarcazioni solitamente in grado di operare a grande distanza dal porto di “origine”. In alcuni contesti, il termine può essere utilizzato per identificare la pesca mirata alla produzione di farine e olio di pesce, o fertilizzanti, e non al consumo umano. PET > Polietilene tereftalato, materia plastica adatta al contatto alimentare e usata per la produzione di bottiglie e contenitori. PLANCTON > Insieme degli organismi acquatici vegetali (fitoplancton) e animali (zooplancton) che vivono in acque dolci o marine, fluttuanti in sospensione, trasportati dal vento, dalle onde, dalle correnti, cui sono incapaci di resistere con movimenti propri. Sono dotati di potere natatorio molto scarso o assente e non stabiliscono alcuna relazione con il fondo. POLIETILENE > La più comune fra le materie plastiche, è un materiale molto versatile ed una delle materie plastiche più economiche; gli usi più comuni sono come isolante per cavi elettrici, film per l’agricoltura, borse e buste di plastica, contenitori di vario tipo, tubazioni, strato interno di contenitori asettici per liquidi alimentari. POPOLAZIONE > In generale, agglomerato umano più o meno numeroso, non necessariamente riconducibile a unità etnica o nazionale, vivente su un dato territorio. In biologia indica il complesso di animali e piante, indipendentemente dalla loro specie, che sussistono in una data regione e ne danno il quadro ecologico, perché configurati nel loro ambiente naturale. POSIDONIA, PRATERIA A > Pianta marina dalla forma di nastro e di colore verde bottiglia, che compare in ciuffi densi e ravvicinati e spesso costituisce vere e proprie praterie fra i 12 e i 35 metri di profondità, lungo ampi tratti dell’infralitorale. PROTEINA > La proteina è un composto organico costituito da catene di amminoacidi, essa contiene carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto e zolfo. Le proteine si trovano sia nelle piante che negli animali e rappresentano il componente principale del protoplasma di tutte le cellule. Esse sono essenziali per la vita, si distinguono in proteine semplici e in proteine coniugate (o proteidi). RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTI > Nel D. Lgs. n. 22 del 5.2.97 viene data la seguente definizione: “La raccolta idonea a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee, compresa la frazione organica umida, destinate al riutilizzo, al riciclaggio ed al recupero di materia prima.” RECUPERO DEI RIFIUTI > Nel D. lgs. n. 22 del 5.2.97 viene data la seguente definizione delle operazioni di recupero: “Utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia; rigenerazione/recupero di solventi; riciclo/recupero delle sostanze organiche non utilizzate come solventi, comprese le operazioni di compostaggio (vedi) e altre operazioni biologiche; riciclo/recupero dei metalli o dei composti metallici; riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche; rigenerazione degli acidi o delle basi; recupero dei prodotti che servono a captare gli inquinanti; recupero dei prodotti provenienti dai catalizzatori; rigenerazione o altri reimpieghi degli oli; spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia; utilizzazione dei prodotti ottenuti da una delle suddette operazioni; scambio di rifiuti per sottoporli a una delle suddette operazioni; messa in riserva di rifiuti per sottoporli a una delle suddette operazioni (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono stati prodotti).” REFLUI ZOOTECNICI RESILIENZA > Capacità di un sistema di ripristinare l’equilibrio iniziale, o di raggiungerne uno nuovo, a seguito di una perturbazione. Un bosco di conifere, ad esempio, è molto resistente, ma poco resiliente, agli incendi: qualora si incendiasse, infatti, impiegherebbe decenni per ritornare come era prima. RETE TROFICA > La rete trofica rappresenta la rete di distribuzione del cibo all’interno di una catena alimentare ed è composta dai livelli trofici. RETI A CIRCUIZIONE > Reti utilizzate per catturare banchi di pesce (solitamente pelagico). Il banco può essere individuato con vari strumenti (per i tonni si usa anche la ricognizione aerea) o può essere attirato con vari dispositivi quali le fonti luminose (le cosiddette “lampare”) o oggetti galleggianti sotto i quali i pesci tendono a concentrarsi (i cosiddetti FADs: fishing actracting devices). La rete a nastro viene calata in cerchio per circondare il banco e l’estremità inferiore è quindi issata da argani fino a formare un “sacco” o “tasca” che intrappola i pesci. RETI A STRASCICO > Sistema di pesca che prevede l’uso di una rete a sacco trainata da uno (o due) pescherecci. La rete “strascica” sul fondo e raccoglie il pesce ma anche altre specie (“sessili”, cioè fissate al fondale o comunque che vivono presso il fondale) . Una variante, la pesca a “traino pelagico” è attuata con una rete che resta a mezz’acqua senza toccare il fondale: spesso, anche quest’attrezzo non è selettivo e cattura molte specie accessorie. RETI DA POSTA > Dette anche “reti fisse”. Si tratta di reti (di diversa struttura a secondo della specie bersaglio) che sono ancorate al fondale (di solito pescando in prossimità del medesimo) e catturano organismi (pesci, crostacei, molluschi) che spostandosi attivamente si impigliano nelle reti della cui presenza non si sono accorti. Sono considerati attrezzi selettivi, tuttavia possono essere calati su fondali ricoperti da popolamenti fragili (posidonia, gorgonie) sui quali possono causare danni. Inoltre, soprattutto se utilizzate da persone inesperte, queste reti si possono incastrare nel fondale ove restano abbandonate e, a volte, possono continuare a pescare per molto tempo. RETI DA POSTA > Dette anche “reti fisse”. Si tratta di reti (di diversa struttura a secondo della specie bersaglio) che sono ancorate al fondale (di solito pescando in prossimità del medesimo) e catturano organismi (pesci, crostacei, molluschi) che spostandosi attivamente si impigliano nelle reti della cui presenza non si sono accorti. Sono considerati attrezzi selettivi, tuttavia possono essere calati su fondali ricoperti da popolamenti fragili come la posidonia (vedi) sui quali possono causare danni. Inoltre, soprattutto se utilizzate da persone inesperte, queste reti si possono incastrare nel fondale ove restano abbandonate e, a volte, possono continuare a pescare per molto tempo. RETI DERIVANTI > Reti che non sono ancorate al fondo marino ma che vanno alla deriva, portate dalle correnti. La rete non “tesa” tende a catturare qualsiasi cosa nuoti nei pressi (spesso, anche organismi di taglia molto inferiore alle maglie della rete): il nuoto dell’organismo stesso crea una corrente che muove la maglia della rete che “attivamente” si sposta verso l’organismo, catturandolo. Per la sua scarsa selettività, l’uso di reti derivanti “d’altura”, cioè più lunghe di 2,5 km (che di solito operano in acque internazionali) è stato vietato da due isoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dall’UE e da tutti gli organismi regionali di gestione della pesca. Queste reti sono purtroppo ancora usate, in particolare nel sud d’Italia (Sicilia, Calabria). RICICLAGGIO > Ritrattamento, in un processo di produzione dei materiali, di rifiuti per la loro funzione originaria o per altri fini, compreso il riciclaggio organico (vedi Compostaggio) con esclusione, però, del recupero di energia. RIFIUTI > Secondo il D. Lgs. n. 22 del 5.2.97 è rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate in allegato al decreto stesso e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. Tuttavia, a tale proposito va evidenziato che l’elenco dei rifiuti individuati nell’allegato al decreto non è esaustivo in quanto in esso viene disposto che costituisce rifiuto anche “qualunque sostanza, materia o prodotto che non rientri” tra le diverse categorie espressamente individuate. Pertanto, il criterio cui occorre fare riferimento per determinare se una data sostanza debba essere qualificata come rifiuto (e, come tale,

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vada assoggettata alla normativa che ne regola tutte le fasi di smaltimento) è quello soggettivo e cioè di valutazione della volontà del detentore di disfarsi o meno della sostanza stessa. Nel D. Lgs. n. 22/97 i rifiuti vengono classificati, secondo l’origine e la pericolosità, rispettivamente in urbani e speciali ed in pericolosi e non pericolosi (vedi voci corrispondenti). Scompare, pertanto, la tipologia dei rifiuti tossici e nocivi, introdotta dalla previgente normativa. RIFIUTI ORGANICI > I rifiuti organici sono quelli derivanti da esseri viventi, animali e vegetali, come ad esempio i rifiuti di cucina, le foglie secche, lo sterco delle mucche…. Questi rifiuti possono essere decomposti nel terreno: se ne occupano i decompositori, cioè piccoli animali, batteri e funghi che vivono nel terreno e si nutrono delle sostanze organiche disgregandole in molecole più semplici. I rifiuti organici sono detti per questo biodegradabili. Normalmente i rifiuti organici sono trattati in impianti specializzati, attraverso un processo di triturazione, aerazione e maturazione, per produrre un materiale detto compost, che può essere utilizzato in agricoltura e nella vivaistica. In altri casi i rifiuti organici possono essere raccolti e sigillati in grandi digestori, ovvero in contenitori all’interno dei quali l’assenza d’ossigeno permette la decomposizione per mezzo di batteri che producono biogas contenente metano, poi utilizzato per fornire energia. RIFIUTI URBANI > Secondo il D. Lgs. n. 22/97 sono rifiuti urbani: a) i rifiuti domestici, anche ingombranti, provenienti da locali e da luoghi adibiti ad uso di civile abitazione; b) i rifiuti non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli della lettera a), assimilati ai rifiuti urbani sulla base dei criteri dettati dal decreto stesso; c) i rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade; d) i rifiuti di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche o sulle strade e aree private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime e lacuali e sulle rive dei corsi d’acqua; e) i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi ed aree cimiteriali; f) i rifiuti provenienti da esumazioni ed estumulazioni. SALINIZZAZIONE > Aumento dei sali disciolti nell’acqua. Tale fenomeno può essere dovuto, in aree costiere, all’intrusione dell’acqua marina, con interessamento della falda (vedi) idrica sotterranea. In tal caso la salinizzazione ha effetti negativi sulla qualità del suolo dal punto di vista agricolo. SFRUTTATE COMPLETAMENTE, RISERVE DI PESCE > L’attività di pesca opera al livello di resa ottimale, senza spazio per ulteriori espansioni SISTEMI DI GESTIONE > Insieme delle azioni compiute dall’organizzazione per far sì che i prodotti o i servizi offerti abbiano le caratteristiche desiderate, quali ad esempio la soddisfazione dei clienti in termini di qualità o il rispetto di parametri ambientali. Un sistema di gestione permette di avere un approccio strutturato nella definizione degli obiettivi gestionali e nell’individuazione degli strumenti necessari per raggiungerli, di identificare i rischi e le opportunità di miglioramento e di assicurare il rispetto di tutti i requisiti normativi rilevanti, avviando così un processo di miglioramento continuo della performance. SMALTIMENTO DEI RIFIUTI > Secondo la definizione del D. Lgs. n. 22 del 5.2.97, tale operazione consiste in: deposito sul o nel suolo; trattamento in ambiente terrestre (ad esempio, biodegradazione di rifiuti liquidi o fanghi nei suoli); iniezioni in profondità; lagunaggio; messa in discarica allestita; scarico dei rifiuti solidi nell’ambiente idrico, eccetto l’immersione; immersione, compreso il seppellimento nel sottosuolo marino; incenerimento a terra o a mare; deposito permanente (ad esempio, in una miniera); altri trattamenti biologici; altri trattamenti fisico-chimici (ad esempio, evaporazione, essiccazione, calcinazione, ecc.); raggruppamento, deposito o ricondizionamento preliminare prima di una delle suddette operazioni. SOSTANZE ORGANICHE > Composti del carbonio, eccetto gli ossidi e i solfuri del carbonio e i carbonati metallici. Essi esistono in natura oppure sono creati per sintesi. Tra le sostanze più note formate da molecole organiche ci sono: droghe, vitamine, materiali plastici, fibre naturali e sintetiche, carboidrati, proteine e grassi. SOTTOSFRUTTATE, RISERVE DI PESCE > Riserve di pesca nuove o sottosviluppate. Si ritiene abbiano un potenziale significativo di espansione. SOVRAPPESCA (OVERFISHING) > Depauperamento delle risorse ittiche, provocato da un’esagerata e non razionale attività di pesca. SOVRASFRUTTATE, RISERVE DI PESCE > L’attività di pesca opera a un livello non più sostenibile con un serio rischio di scomparsa delle specie interessate. SPADARE > Si tratta di reti derivanti d’altura purtroppo ancora in uso in Italia e in altri Paesi del Mediterraneo. Si chiamano così perché la specie bersaglio è il pesce spada. Negli anni ’90, una flotta di circa 650 spadare italiane uccideva annualmente circa 8.000 delfini e decine di capodogli. Oggi, le spadare sono completamente vietate ma, complice anche l’invenzione tutta italiana della “rete derivante costiera”, la cosiddetta “ferrettara, l’uso di reti derivanti è ancora relativamente frequente e ci sarebbero tra 100 e 200 pescherecci che operano con reti derivanti illegali, solo in Italia. SPECIE > È l’unità base di ogni sistema di classificazione degli organismi animali e vegetali. Gli individui appartenenti alla stessa specie sono contraddistinti non solo da somiglianze morfologiche, ma principalmente dal fatto di rappresentare un’unità isolata dal punto di vista riproduttivo e di avere pertanto un patrimonio genetico comune. Ogni specie quindi raggruppa individui che presentano caratteristiche simili e che sono in grado di accoppiarsi e dare prole feconda. SPECIE ESOTICA > L’aggettivo esotico si usa per indicare una specie che proviene da paesi stranieri, in particolar modo dall’Oriente. SPECIE PROTETTA > Specie rara o vulnerabile protetta da leggi o convenzioni internazionali che ne impediscono la cattura o la caccia. SPECIE RARA > Specie presente con piccole popolazioni (vedi) che attualmente non è minacciata o vulnerabile, ma che corre rischi a causa della sua rarità naturale. STABULAZIONE > Pratica che consiste nel far stazionare organismi che potrebbero essere contaminati (es.: cozze) in acque confinate e pulite per eliminare, col tempo, la carica batterica e sostanze potenzialmente nocive non bio accumulabili. La stabulazione tuttavia non elimina la presenza di sostanze bioaccumulabili (metalli pesanti, composti organici di vario tipo) la cui presenza nelle acque dove avviene l’allevamento deve essere evitata. STADIO LARVALE > Lo stadio larvale è una fase giovanile e transitoria degli animali soggetti a metamorfosi; particolarmente comune negli insetti e negli organismi acquatici. Questa fase subentra dopo che l’embrione esce dai rivestimenti che lo circondano o dal corpo materno. Durante tale processo, prima di raggiungere la morfologia e le dimensioni dell’organismo adulto, l’embrione subisce ancora modificazioni più o meno importanti ed un ulteriore accrescimento corporeo. STAKEHOLDERS > Soggetti “portatori di interessi” nei confronti di un’iniziativa economica, sia essa un’azienda o un progetto. Sono stakeholder tutti coloro che possono influenzare o venire influenzati dall’attività di un’organizzazione. Fanno, ad esempio, parte di questo insieme: i clienti, i fornitori, i finanziatori (banche e azionisti), i collaboratori, ma anche gruppi di interesse esterni, come i residenti di aree limitrofe all’azienda o gruppi di interesse locali. STOCK (ITTICO) > Identifica un gruppo di organismi che viene trattata come “unità produttiva”, senza necessariamente un preciso “significato biologico”. Lo stock ittico è quindi utilizzato nella gestione delle attività di pesca come riferimento biologico del popolamento su cui si effettua il prelievo della risorsa. Può coincidere o meno con la popolazione biologica (intesa come gruppo di individui che agiscono come una “unità riproduttiva” piuttosto coesa) ma spesso, per ragioni pratiche, la medesima popolazione è suddivisa in più stock. Un esempio è, probabilmente, il tonno rosso dell’Atlantico che è “convenzionalmente” suddiviso in stock “orientale” e stock “occidentale”. SVERSAMENTI > Versamenti di sostanze estranee (inquinanti) in un corpo ricettore, idrico o terreno, o in mare.


SVERSAMENTI DI GREGGIO > Scarichi accidentali di greggio (o di un prodotto petrolifero), da un pozzo (in terra o in mare), da una condotta, da una nave, dovuti ad una errata manovra, oppure ad un incidente durante la produzione o il trasporto di idrocarburi. Scarichi intenzionali o operativi riguardano invece gli idrocarburi che accompagnano l’acqua di lavaggio delle petroliere (vedi Acqua di zavorra), i fanghi di perforazione (vedi) dopo la loro utilizzazione e i rifiuti dell’industria chimica. SVILUPPO SOSTENIBILE > “Sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità per le future generazioni di soddisfare le loro esigenze” (definizione della WCED, nel rapporto Our Common Future, 1987). Sostenibilità, pertanto, implica equità intergenerazionale, ovvero il non trasferimento dei costi ambientali della crescita (alti livelli di inquinamento, depauperamento delle risorse, degradamento dell’ambiente, danni irreparabili all’ecosistema, ecc.) dalle generazioni correnti a quelle future. Qualora tali costi siano inevitabili, si rendono necessarie compensazioni sotto forma di aiuti finanziari, nuove tecnologie, ecc. D’altra parte l’equità transnazionale, tra paesi ricchi e paesi poveri, rappresenta il secondo cardine dello sviluppo sostenibile. Numerose altre definizioni, non sempre coerenti tra di loro, sono state proposte. Pertanto, molto dibattuto sia sul piano scientifico che su quello politico, lo sviluppo sostenibile costituisce oggi un concetto dai contorni non rigidamente definiti e soggetto ad influenze ideologiche. TITOLI DI EMISSIONE > Il sistema di Emissions Trading, introdotto nella comunità europea dalla direttiva comunitaria 2003/87/ CE, prevede la definizione di un livello massimo di emissioni tollerate (“cap”), a fronte del quale vengono assegnati ai soggetti partecipanti al sistema permessi di emissioni, espressi in termini di unità di inquinante (tonnellate di CO2 equivalenti) per anno, che possono essere “scambiati” tra gli stessi soggetti partecipanti (“trading”). Tale sistema consente di raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas climalteranti per i settori coinvolti (impianti di combustione, industria della carta, industria della raffinazione, cokerie, industrie di produzione e trasformazione dei metalli, industrie dei prodotti minerali, ecc.) minimizzando i costi complessivi TRACCIABILITÀ > Insieme di norme e procedure che permette di rintracciare l’orIgine di un alimento. TURBOSOFFIANTI > Attrezzi da pesca utilizzati per la raccolta soprattutto di molluschi bivalvi in sedimenti sabbiosi o fangosi. Un getto d’acqua “smuove” il fondale che viene setacciato da un rastrello che cattura i bivalvi (e tutte le specie a scarsa mobilità che vivono sul fondale marino) USO DEL SUOLO > Modalità di utilizzo del terreno in relazione a funzioni antropiche o naturalistiche. VEGETALE > Il regno dei vegetali è composto da circa 260.000 specie di organismi in grado di compiere la fotosintesi clorofilliana e quindi autotrofi. Hanno forme, colori e dimensioni varie; si suddividono in due gruppi: briofite (muschi, epatiche) e tracheofite (felci, angiosperme e gimnosperme). VEGETAZIONE NATURALE > È l’insieme di varie forme vegetali insediate in un dato ambiente, di cui caratterizzano l’aspetto e riflettono le condizioni ecologiche. XENOBIOTICO > Totalmente sconosciuto ai processi naturali degli ecosistemi (xeno = diverso; biotico = vivente)

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Cibo e ambiente  

Gli effetti prodotti dal cibo che mangiamo sull’ambiente e sulle persone

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