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KASEY MICHAELS

SCANDALO E SEDUZIONE


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Shall We Dance? HQN Books © 2005 Kathryn Seidick Traduzione di Federica Isola Pellegrini Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Books S.A.. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2006 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Romanzi Storici febbraio 2006 Seconda edizione I Romanzi Storici Harlequin Mondadori gennaio 2014 Questo volume è stato stampato nel dicembre 2013 da Grafica Veneta S.p.A. - Trebaseleghe (Pd) I ROMANZI STORICI HARLEQUIN MONDADORI ISSN 1828 - 2660 Periodico mensile n. 126 del 22/01/2014 Direttore responsabile: Stefano Blaco Registrazione Tribunale di Milano n. 212 del 28/03/2006 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Trentacoste, 7 - 20134 Milano Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


1 Nel 1795, oberato di debiti, criticato e malvisto dalla sua famiglia, dal popolo e dal Parlamento, per non parlare del suo sarto, Sua Altezza Reale Giorgio di Hannover, Principe di Galles, altresì noto come Florizel, Prinney e quel bellimbusto spendaccione, cedette finalmente alle pressioni provenienti dall'alto e acconsentì a sposare una sua cugina di primo grado, la principessa Carolina Amelia di Brunswick-Wolfenbuttel. Il fatto che il principe avesse in precedenza contratto un matrimonio morganatico con Maria Fitzherbert, plebea e per giunta cattolica, fu giudicato del tutto irrilevante. E il particolare che la Principessa Carolina, all'età di ventisei anni, fosse già piuttosto attempata per prendere marito, oltre a essere chiassosa, alquanto sfiorita e spesso poco pulita tanto nel linguaggio quanto nell'igiene personale, venne trascurato dal Parlamento, che si disse disposto a saldare i debiti del principe qualora lui si fosse deciso a sposare la cugina e a generare infine un erede. Ah, i sacrifici che bisogna fare per il proprio paese! Eppure, addio Maria e benvenuta principessa (e, almeno temporaneamente, solvibilità)! Gli uomini possono essere così volubili, a volte. In occasione del loro primo incontro, a soli tre giorni di distanza dalla data fissata per le nozze, il principe scoccò un'occhiata alla sua sciatta fidanzata e bisbigliò a un aiutante di campo: «Non mi sento bene, Harris. Andate a 5


prendermi un bicchiere di brandy, per favore». Dopodiché si affrettò a ritirarsi, lasciando la principessa a dichiarare al medesimo aiutante di campo: «Lo trovo terribilmente grasso e neanche lontanamente attraente quanto il suo ritratto». In un'altra epoca, Harris avrebbe scritto su questa vicenda un libro che lo avrebbe reso milionario... Nel frattempo, per tornare al principe e alla sua sposa, sarebbe un'esagerazione affermare che la loro unione fosse voluta dal cielo. Che si trattasse o meno di un matrimonio d'amore, comunque, la coppia riuscì a mettere al mondo un'erede, la Principessa Carlotta, dopodiché ciascuno se ne andò per la propria strada: il principe riprese le consuete abitudini, tornando dall'ormai matura Maria e ricominciando a spendere a piene mani, mentre la principessa veniva allontanata dal palazzo e dalla figlia, per diventare la beniamina della cittadinanza e dilapidare a sua volta montagne di denaro. In breve tempo riuscirono entrambi a coprirsi di ridicolo, spendendo e spandendo, e denigrandosi apertamente a vicenda sia per mezzo della stampa sia con i fatti. Poiché il principe sosteneva politicamente i tory, ossia i conservatori, la principessa, com'era prevedibile, simpatizzò con i whig, i membri del partito liberale. Il loro unico legame, la Principessa Carlotta, morì di parto mentre Carolina si trovava all'estero, dove teneva un comportamento a dir poco scandaloso, anche se mai abbastanza osceno da consentire al principe di ottenere il divorzio a cui anelava disperatamente. Finché nel 1820 Giorgio III, malato da parecchio tempo, esalò l'ultimo respiro e Florizel salì al trono. Molto probabilmente, il primo pensiero che gli si affacciò alla mente, dopo essersi rallegrato per il cospicuo appannaggio che avrebbe ricevuto, fu che se lui era il re, l'odiata Carolina, maledizione!, era la sua regina. E lui non intendeva tollerarlo. Il primo provvedimento che prese fu dunque quello di rinviare di un anno l'incoronazione ufficiale, emanando al 6


tempo stesso un decreto reale nel quale chiedeva formalmente che si trovasse il modo di screditare la nuova regina a causa del suo indecente comportamento, e lastricandosi cosÏ la strada per il tanto sospirato divorzio. La prima cosa che fece Carolina, per parte sua, fu lasciare l'Italia e imbarcarsi per l'Inghilterra, dove intendeva riaffermare il suoi diritti di regina. La storia narra che cosa accadde in seguito, ma l'immaginazione è in grado di scrivere le proprie sceneggiature...

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2 Perry Shepherd, Conte di Brentwood, era stufo di essere stufo, e questo era l'unico modo che avesse per riconciliarsi con l'idea di aver bussato alla porta di suo zio, Sir Willard Humphrey, ministro della Marina in pensione. Il conte aveva dato prova di una notevole abilità evitando lo zio per circa tre settimane. E avrebbe continuato a ignorare le sue richieste di incontrarlo se non fosse stato ormai luglio, se la Stagione non fosse terminata e tutti non avessero finto di essere in lutto per la morte del re, rendendo la città terribilmente noiosa. Sapeva però che qualora fosse partito per la campagna senza recarsi dallo zio, questi non avrebbe esitato a seguirlo. E l'unica cosa peggiore del ritrovarsi intrappolato in una stanza con zio Willie era quella di essere bloccato in una tenuta di campagna con lui senza la benché minima via di scampo a disposizione. Per questo quel giorno si trovava lì, nell'atrio dal pavimento a scacchi di marmo bianchi e neri della residenza di suo zio, intento a sfilarsi i guanti, consegnare il bastone da passeggio, togliersi il cappello orlato di pelliccia di castoro e sforzarsi di rilassare la mascella quadrata, unico tratto (fatta eccezione per la cicatrice sulla guancia che, a onor del vero, risultava assai più attraente che deturpante) che impediva a quella specie di dio greco dagli occhi verdi di essere troppo bello. Si sistemò i polsini, lanciò una rapida occhiata alla pro8


pria immagine riflessa nello specchio appeso alla parete ed ebbe l'assoluta certezza che la nuova finanziera che indossava aderiva alla perfezione alla sua figura alta e snella, dotata di un possente paio di spalle. Buon Dio, era davvero magnifico... anche se suo zio non se ne sarebbe mai accorto. «Sono pronto, Hawkins. Spalle dritte, pancia in dentro, lo stomaco solo un tantino in subbuglio. Possiamo procedere. Accompagnatemi da mio zio.» «Sir Willard sarà molto felice di vedervi, milord, se posso permettermi di dirlo, appellandomi alla vostra indulgenza per farmi perdonare una simile franchezza» dichiarò Hawkins, maggiordomo dell'ex ministro dai tempi del diluvio universale, precedendo Perry lungo il corridoio che conduceva allo studio privato del suo datore di lavoro. «Si strugge dal desiderio di vedermi, non è così, Hawkins? Immagino che dovrei sentirmi lusingato» ribatté il giovane, raddrizzandosi la fascia nera sul braccio, unica concessione al lutto nazionale. Era comprensibile, del resto: considerato che Giorgio III, essendo matto da legare, era rimasto segregato nei suoi appartamenti per più di un decennio, la sua dipartita non lasciava esattamente un gran vuoto nell'esistenza quotidiana dei sudditi inglesi. «Ditemi, avete idea di quale insetto gli si sia infilato nei calzoni, questa volta?» «Assolutamente no, milord. È stato chiuso come un'ostrica al riguardo... Voglio dire, sono sicuro che non dovrei saperlo.» «State tranquillo, Hawkins. Sono certo che non dovrei saperlo nemmeno io. Purtroppo, però, ho l'impressione che non tarderò a scoprirlo. Annunciatemi, per favore, e poi preparatevi ad abbandonare il campo prima di assistere alla scena imbarazzante che avrà luogo quando zio Willie mi butterà le braccia al collo, le guance inondate da lacrime di gioia.» «Oh, credo che abbia ormai superato questo stadio, milord» lo informò il maggiordomo. Bussò alla porta dello 9


studio, l'aprì, lo annunciò, dopodiché si volse per sorridere a Sua Signoria, un sorriso piuttosto stiracchiato, a dire il vero, e si affrettò a darsela a gambe. Un sopracciglio inarcato, Perry lo seguì un istante con sguardo perplesso, una distrazione che gli costò abbastanza cara, dato che a un tratto barcollò sotto il colpo inatteso della mano enorme che gli si abbatté sulla schiena, per poi afferrargli il bavero della finanziera dal taglio impeccabile e trascinarlo praticamente di peso nello studio. «Era ora! Accidenti a te, Perry, chiunque avrebbe pensato che fossi morto.» Lisciandosi la giacca, ora che la mano l'aveva lasciata andare, Perry sorrise a Sir Willard Humphrey. «In effetti avevo preso in considerazione l'idea di far circolare questa voce, ma mi sono subito reso conto che sarebbe stata deleteria per la mia vita mondana. Buongiorno, zio.» «Lascia perdere i convenevoli, nipote. Dove diavolo ti eri cacciato? Ho mandato biglietti a casa tua tutti i giorni. Perfino due, ieri.» «Sul serio? Non ne avevo la più pallida idea. Be', in tal caso dovrò licenziare il maggiordomo non appena rientrerò in Portman Square.» Si accigliò. «Un dannato peccato, però. Sono molto affezionato a Fairweather, lo conosco da quando portavo i calzoni corti.» «Insolente. Sei sempre stato insolente.» Sir Willard calò la sua considerevole mole nella poltrona dietro la scrivania, facendo scricchiolare le stecche di balena del busto mentre si piegava. «Ah, quanti grattacapi riesci a procurarmi, ragazzo. Mi hai accuratamente evitato. Ma io ho sentito parlare di te. Non hai fatto che bighellonare di qua e di là, dandoti alla bella vita come un inutile scavezzacollo senza un pensiero al mondo... o per il mondo, se è per questo.» «Mi dichiaro colpevole delle accuse che mi sono state rivolte... in particolare di quest'ultima» ribatté lui, togliendo il tappo di cristallo a una caraffa che si trovava sul tavolo dei liquori e sollevandola in direzione dello zio. «Ne 10


verso un bicchiere anche a voi? No? Come desiderate. Anche se mi sento uno stupido a bere da solo.» «Sono le undici del mattino, in nome del cielo! Non dovresti bere affatto. Una tazza di tè, ecco che cosa ti ci vorrebbe. Non si può inzuppare una tartina imburrata in un bicchiere di Borgogna, ragazzo.» «Né mi sognerei mai di farlo» gli assicurò Perry, ignorando le due scomode scranne di fronte alla scrivania e prendendo posto sul divano di cuoio verde bottiglia che si trovava all'altra estremità della stanza. Dopo aver elegantemente accavallato la gamba sinistra su quella destra e aver appoggiato lo stelo del calice sul ginocchio piegato, sorrise di nuovo allo zio. «Ebbene? Avete intenzione di dirmi come mai mi avete convocato o dovrò sforzarmi di indovinarlo?» «Devi proprio appollaiarti laggiù, così lontano da me? Dovrò mettermi a urlare... Oh, all'inferno!» imprecò Sir Willard alzandosi a fatica, costretto ad abbandonare la sua posizione di preminenza dall'insopportabile nipote, che si limitò a battere le palpebre e a rivolgergli un sorriso tutt'altro che innocente. «Mi sono seduto qui per farvi un favore. Avete bisogno di moto, carissimo zio» dichiarò il giovane prima di atteggiare il viso attraente a un'espressione di intensa concentrazione e totale attenzione. «Vogliamo continuare?» «Continuare? Quando mai ho incominciato? Sei un individuo impossibile, Perry, lo sei sempre stato e io ho sempre affermato che lo eri. Ma se dovessi annunciare la verità sul tuo conto a tutta l'Inghilterra, nessuno mi crederebbe.» «Probabilmente vi rinchiuderebbero da qualche parte, e userebbero il vostro busto come camicia di forza» convenne Perry prima di sorseggiare il Borgogna. «Un momento. Ora che ci penso, siete in procinto di sbarazzarvene. Non sapete che il nostro illustre sovrano ha gettato via le stecche di balena? L'esplosione dev'essersi sentita nel raggio di diverse miglia.» 11


«Sei un idiota, nipote.» «Verissimo. Lo sanno tutti che sono un idiota. Un idiota affabile, titolato, vergognosamente ricco, ben vestito e di una squisita raffinatezza. Oh, e bello da togliere il fiato, oserei dire. Ho tanti di quei pregi!» «Ed è per questo che sei qui.» Lui inarcò esageratamente le sopracciglia. «Perché sono bello? Maledizione, se avessi saputo che la mia avvenenza avrebbe richiamato la vostra attenzione, avrei infilato la testa in un sacco.» «Vuoi piantarla? Non si tratta solo della tua faccia. Ho bisogno di te a causa di quello che il mondo pensa di te, in linea di massima.» Girando intorno alla scrivania e avvicinandosi a una scranna, Sir Willard vi incuneò la propria mole. «Lascia che cominci dall'inizio.» «Oh, vi prego, vi supplico, zio, non fatelo. Adamo ed Eva, la mela, il serpente... è tutto talmente tedioso. Cominciate almeno dalla metà, vi spiace? La maggior parte delle cose inizia da lì.» Il collo di Sir Willard stava diventando sempre più rosso. «La guerra è finita da anni, Perry. Altri si sono fatti avanti per attribuirsi il merito dei servizi prestati a Sua Maestà nelle attività più... clandestine durante il conflitto. Avresti potuto ricevere delle medaglie. Avresti potuto ricevere delle lodi. Avresti potuto...» «Suonare la grancassa, mentre molti di quelli che hanno agito sotto copertura come me, adesso giacciono sepolti in terra straniera, a meno che non siano stati riportati qui in un barile di salamoia e poi ficcati nella cappella funeraria di famiglia? No, grazie, sono felice così come sono.» Sir Willard si strofinò il naso paonazzo, simile a una cipolla. «Va bene, va bene, non insisterò sull'argomento. Se non altro, la tua assurda modestia si addice alla missione che sto per proporti.» Perry si fermò con il bicchiere a mezz'aria. «La missione? Può darsi che abbiate ragione, zio. Forse non dovrei 12


bere alcolici prima di mezzogiorno, anche se a quel punto non mi resterebbe che l'acqua, la quale, come sappiamo entrambi, potrebbe risultare ancor più dannosa per la mia salute. Ma no, non è possibile che abbia sentito bene.» «Mi hai sentito benissimo, nipote.» Allungando un braccio dietro di sé, Sir Willard afferrò il ritaglio di giornale che si trovava sulla scrivania e glielo gettò. «L'hai visto?» Perry spiegò il ritaglio sgualcito su cui era stampata una xilografia piuttosto particolareggiata. «Una raffigurazione miseramente eseguita di Sua Altezza Reale, la Principessa Carolina, mentre sbarca a Dover circondata, incredibile ma vero, sia dal suo numeroso seguito sia da una folla che l'acclama freneticamente. Ah, c'è anche un cane. E con questo?» «E con questo? È tornata, ecco cosa! È tornata con l'intenzione di reclamare la sua parte di trono.» «Be', è un suo diritto, no?» Sir Willard pareva sul punto di strapparsi i capelli... cosa che sarebbe stata oltremodo difficile, giacché l'ultimo gli era caduto all'incirca una ventina di anni addietro, non lasciandogli altro che due enormi, cespugliose sopracciglia bianche sormontate da una lucida pelata. Era forse l'unico uomo inglese a desiderare ancora che le parrucche incipriate tornassero di moda. «Noi del governo non possiamo tollerarlo, Perry» replicò l'anziano gentiluomo quando ebbe riguadagnato una parvenza di controllo. «È assolutamente inadatta a rivestire il ruolo di regina. Mio Dio, ha scorrazzato per i quattro angoli del globo con un amante, e straniero, per giunta. Senza alcuna discrezione. Facendosi beffe di tutti noi. Metterle una corona in testa sarebbe un sacrilegio.» «Ritengo che l'Inghilterra abbia messo la corona su diverse teste che forse non erano poi tanto degne di quell'onore» ribatté il nipote, gettando il ritaglio di giornale sul sofà. «Credete che mi macchierei di alto tradimento se insinuassi che quella del nostro attuale sovrano potrebbe es13


sere annoverata fra queste? Mi risulta che negli ultimi tempi vada sbandierando a destra e a manca di essere stato presente a Waterloo. Se così fosse stato, e noi tutti sappiamo che si tratta di una spudorata menzogna, nell'intero accampamento non ci sarebbe stato uno sgabello abbastanza grande sotto il quale nascondere la sua mole tremebonda una volta iniziata la battaglia.» «Mi sei più simpatico quando ti comporti da stupido di quando ti mostri arrogante» osservò Sir Willard. «Ma va bene, va bene, eviterò di azzuffarmi con te, d'accordo?» «Fate quello che vi pare e piace, zio, mi è del tutto indifferente» ribatté Perry, chiedendosi se quel giorno al suo club preferito avrebbero servito del prosciutto alle spezie. Aveva sempre avuto un debole per quella pietanza. «Qualsiasi cosa mi consenta di salutarvi stampandovi un bacio su tutte e due le guance e di tornare a dedicarmi alla mia inutile ricerca del piacere.» Stava mentendo, naturalmente. In realtà era molto interessato a qualunque cosa si preparasse a comunicagli lo zio. Lo incuriosiva sempre apprendere come funzionava la mente degli anziani uomini di potere, dato che molto spesso il loro modo di pensare procedeva secondo modalità che avevano parecchio a che fare con i vantaggi che ne avrebbero ricavato, e al diavolo il resto del mondo. Sir Willard si sporse in avanti. O almeno tentò di sporgersi dalla scranna, visto che era rimasto incastrato fra i braccioli, e si accontentò di appoggiarvi sopra i gomiti, intrecciando le mani e allungando la testa in direzione del nipote, come un melone dotato di sopracciglia. «Desiderate che chiami Hawkins, zio Willie?» domandò Perry, sforzandosi di non scoppiare a ridere. «E che gli ordini di portare una carrucola?» «Se non fossi già disgustosamente ricco per conto tuo, potrei minacciarti di escluderti dal mio testamento, anche se sei l'unico parente che mi rimane. Ascoltami bene adesso. La Principessa Carolina non può diventare regina l'an14


no venturo, quando sarà incoronato Prinney... uh, Sua Maestà. Non può e basta.» Perry si grattò la testa. «Volete che la tolga di mezzo? Non è un tantino eccessivo anche per un tory leale come voi?» «Santi numi! No, non voglio che tu la uccida. Noi desideriamo... cioè, io desidero che tu la spii.» Abbassando il mento sul petto, il nipote lo fissò da sotto le sopracciglia fin troppo ben disegnate. «Oh, devo proprio essere duro d'orecchi. Voi avete perduto i capelli, io l'udito. C'è una tremenda tara ereditaria nella nostra famiglia che ci lascia menomati in un modo o nell'altro. Che cosa volete che faccia, zio?» «Mi hai sentito benissimo. Voglio che tu la tenga d'occhio. Sei una spia, no? E una spia maledettamente in gamba, mi risulta. È quella parte di te che voglio, non l'altra... Preferisco dimenticare quali altri incarichi ti siano stati affidati durante la guerra.» «Un'opinione che condivido, zio carissimo» replicò Perry a fior di labbra prima di mandare giù un sorso di vino. E quel babbeo si meravigliava che lui non andasse in giro a vantarsi delle imprese che aveva compiuto? «Sì, sì, piccole cose piuttosto sordide, alcune delle quali grondavano sangue, lo ammetto, anche se necessarie per riportare la vittoria. Il re ci ha ordinato di trovare un sistema per screditare la regina, in modo da fargli ottenere il divorzio. Il suo Gabinetto, il Parlamento, tutti noi tory abbiamo ricevuto l'ordine di trovare un sistema per sbarazzarlo di Carolina.» «E sarei io quel sistema?» Appoggiandosi allo schienale del divano, Perry si massaggiò il mento. «Oh, permettimi di dubitarne, zio.» Sir Willard scosse il capo. «Non solo tu. Una quantità di immondizia è già stata portata alla luce, una quantità sufficiente per persuadere il Parlamento ad approvare una Carta dei Delitti e delle Pene.» Alzandosi, Perry posò il bicchiere sul tavolo. 15


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