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Marocco, 1787 Erano momenti come quelli che avrebbero reso la sua vita qualcosa di leggendario. Essendo un tipo pratico, lei avrebbe comunque preferito diventare una leggenda vivente. Il soldato la tirò bruscamente per la lunga treccia, cercando di richiamare la sua attenzione. Presa nota del suo rifiuto, l'afferrò per le braccia legate dietro la schiena e la trascinò verso il podio del banditore. Incespicando, ma testarda fino all'ultimo, Alexandra Stafford fece leva con i piedi nudi sui gradini di legno e con tutte le forze si spinse all'indietro contro la guardia, il corpo quasi in orizzontale, esposto alla folla di interessati compratori. Il suo rapitore si chinò su di lei, osservandola con indifferenza; poi sollevò la mano per fermare la guardia. Reclinando il volto abbronzato, aggrottò la fronte con una falsa espressione di preoccupazione e scosse il capo. Dal suo respiro e dalla pelle esalava un aspro sentore di tabacco. Alex fece una smorfia di disgusto, prima di dar sfogo alla collera. «Giuro che se mi fate questo la mia famiglia vi darà la caccia e vi farà a pezzi! Vi sgozzerà come un maiale e getterà il vostro corpo agli squali, miserabile figlio...» 5


La ragazza si interruppe, soffocata dal fumo che Reginald Paxton le stava soffiando sulla faccia. Il suo corpo fu scosso da secchi colpi di tosse e la guardia ne approfittò per trascinarla di nuovo in posizione eretta. Alex calciò rabbiosamente in direzione di Paxton, ma i suoi piedi nudi non riuscirono a fare gran danno. L'uomo rise. Sapere che stava ridendo dei suoi miseri sforzi la fece infuriare ancora di più. Decise che, una volta libera, lo avrebbe ucciso con le proprie mani. «Ditemi dov'è la mappa e io metterò fine a tutto questo, Miss Stafford.» «Ve l'ho detto, non so niente...» La guardia intensificò la stretta in maniera dolorosa. La ragazza piantò il tallone sul suo piede. «... di nessuna, stupida mappa.» La guardia la colpì sulla tempia. Simulando un'indifferenza che non provava, Alex sollevò il capo e sorrise. Furioso, Paxton fece segno all'uomo di procedere. «No! Bastardo! Io sono un'americana, sono una donna libera» gridò la ragazza, facendo resistenza mentre veniva trascinata verso il palco. I suoi sforzi erano così violenti che un'altra guardia dovette accorrere per spalleggiare la prima. «Qualcuno mi aiuti!» implorò lei, cercando disperatamente una faccia o una parola amica tra la folla. Udì soltanto dei suoni estranei, in lingua araba. Lei ne capiva abbastanza perché la sua paura aumentasse, mentre veniva trascinata sul piccolo palco. Nella sua breve vita aveva interpretato molti ruoli: figlia, erede, capitano di mare... E adesso, pensò tetra, anche schiava. Boston era lontanissima e lei si trovava dalla parte sbagliata di una vendita mal riuscita. La paura la stava soffocando. Giurò che avrebbe ucciso Paxton, sempre che suo padre non arrivasse per primo. Mettendo da parte l'autocommiserazione, cercò di considerare le possibilità di fuga. Apparivano misere, a dir poco. La porta alla sua sinistra era protetta da una lunga fila di guardie armate. Paxton stava in disparte, in attesa di incassare i guadagni della serata. 6


Lei non era stata la sua sola vendita. Davanti a sé, Alex aveva gli occhi di un centinaio di scuri predatori, affamati di conquista. Non poteva neppure respirare senza avvertire l'odore muschiato del loro sudore. Infine, sulla destra, c'era una scalinata che conduceva nel posto che non avrebbe mai voluto vedere: quello dove portavano gli schiavi. Il suo stomaco si contrasse per il terrore. Alex si svegliò dal temporaneo stordimento e fece un balzo. Il braccio della guardia le circondò il collo, stringendo con forza. La ragazza girò la testa di lato e affondò i denti nel braccio peloso. Fu disgustoso, ma efficace. Un urlo ricompensò i suoi sforzi, prima che la morsa la serrasse ancora di più alla gola, bloccandole il respiro. La vista le si offuscò e il suo corpo iniziò a tremare. La guardia allentò la presa. Alex emise un respiro sibilante. Non appena ebbe recuperato una visione nitida e il controllo delle gambe, sbottò: «Ovviamente tua madre non ti ha insegnato le buone maniere, puzzolente, lurido bastardo senza cervello!». Un mormorio di curiosità e aspettativa percorse la sala, facendola pentire immediatamente di quella esplosione di collera. Sembrava che la sua resistenza li eccitasse. Alex sentì un terrore bruciante correre dentro di lei. Che Dio l'aiutasse, quelli erano degli animali. Joshua Leigh cercò il motivo di quel trambusto. Aveva passato una serata eccezionale, in giro con gli amici. Almeno, fino a quel momento. Adesso si stava sentendo male. I suoi compagni avevano pensato di impressionarlo portandolo a un mercato speciale: un'asta marocchina di schiavi. Joshua si passò una mano tra i capelli, desiderando di poter fuggire via. Avevano perso la maggior parte dei pezzi più interessanti della vendita e, grazie al cielo, l'esperienza era quasi terminata. Girò lo sguardo attorno alla piccola stanza quadrata, stipata di compratori e pervasa dal fumo di sigaro. Sebbene si trovasse distante, la notevole altezza gli dava 7


una chiara visione dell'improvvisato podio del banditore e dei clienti ansiosi di concludere un affare. Un grido attirò la sua attenzione sulla guardia tarchiata che stava scortando la prigioniera del momento. La ragazza soffocò un grido e la sua lunga treccia si sciolse. Ciocche ramate le ricaddero sulle spalle, provocando un brusio nella sala. Joshua si irrigidì, osservando la giovane lottare invano contro l'avversario due volte più grosso di lei. Constatare la sua vulnerabilità lo portò a valutare la propria. A pensare a tutto ciò per cui aveva faticato e sudato negli ultimi quattro anni. Si stava costruendo la propria vita, onesta, che non aveva niente a che fare con quel bastardo di suo padre. Se lo avesse consegnato in tempo, il carico che stava trasportando lo avrebbe portato in attivo. Perché, allora, avrebbe dovuto prendere in considerazione la possibilità di perdere tutto? Valutò rapidamente le possibili vie di fuga, come era sua abitudine in ogni contrattazione problematica. L'attività mercantile era spesso pericolosa e lui sapeva per esperienza quando era il momento di uscirne prima che succedesse un disastro. Ogni considerazione razionale lo spingeva ad andarsene adesso. Guardò di nuovo la ragazza e sospirò, arretrando di un passo per mimetizzarsi con l'ambiente. Alex continuò a guardarsi attorno, non risparmiando occhiate di sdegno. Ricordare le loro facce avrebbe aumentato la sua determinazione. Aveva davvero intenzione di uccidere ognuno dei presenti. Un giorno. Per il momento, però, doveva affrontare la realtà e trovare un modo per sopravvivere. Lei era una Stafford, dopotutto. In qualche modo, sperava di farcela. Maledisse il Marocco e se stessa per esserci andata. Il viaggio era stato la possibilità di mettere alla prova se stessa come più giovane capitano della Stafford Shipping. Le navi del padre e dei fratelli l'avevano scortata, ma in mare, al comando della nave, c'era stata solo lei. 8


La sua vita, in quell'ultimo mese, era stata come l'aveva sempre immaginata. Certo, molte zone del Marocco erano affollate, sporche e pericolose. Suo padre non si fidava a mandarla ovunque da sola e, dopo l'umiliazione del rapimento, doveva ammettere controvoglia che forse era nel giusto. Anche se fosse sopravvissuta, la sua prigionia poteva comunque durare degli anni. Il solo pensiero bastava a deprimerla profondamente. Si leccò le labbra inaridite, morendo dalla voglia di una sola goccia d'acqua. Una profonda stanchezza le appesantiva gli arti e le mani le dolevano per la stretta della guardia. La disperazione le provocò una bruciante sensazione agli occhi e Alex lasciò ricadere la testa in avanti. Voleva soltanto che tutto finisse presto. Preceduto dal suo olezzo, un uomo avanzò verso di lei. Alex vide soltanto dei piedi e una veste fluente, ma comprese chiaramente il suo ordine di alzare la testa. Lei, però, non si sentiva in vena di cooperare. Imperterrito, il compratore l'afferrò per il mento. Per evitare che la toccasse, si arrese. Riconobbe le parole di apprezzamento, così come l'attento scrutinio inteso a sminuire il suo valore. Quando lei gli sorrise timidamente, l'atteggiamento sprezzante svanì. L'uomo si bloccò, sorpreso, quindi rise scioccamente. Alex non provò un briciolo di rimorso. Se era così stupido, meritava tutto quello che gli sarebbe capitato. L'uomo stava ancora sorridendo compiaciuto, quando lei gli assestò un calcio al bassoventre. La guardia la tirò immediatamente indietro. Usando la sua presa come leva, la ragazza sollevò entrambe le gambe e spinse il compratore giù dal palco. Si udì un gratificante tonfo, poi l'uomo si rialzò con uno sguardo omicida. Joshua si fece istintivamente avanti, ma non c'era da preoccuparsi. Le merci là dentro erano ben protette e l'acquirente umiliato fu allontanato tra le risate dei presenti. Mentre la ragazza raddrizzava la schiena e sollevava la testa, lo stomaco di Joshua si strinse di nuovo. 9


Gli occhi di lei scintillavano chiari e puri e i suoi capelli, del ricco colore del legno di ciliegio, lo affascinavano anche attraverso la nube densa di fumo. La schiava era giovane, il che poteva forse spiegare la stranezza del suo abbigliamento. Uno strappo all'altezza del collo della camicia morbida, che pareva essere stata disegnata per un uomo, rivelava la pelle nuda. Più che una gonna, indossava un paio di larghi pantaloni maschili, stretti in vita da un'alta cintura. Sembravano abiti da lavoro, ma di quale professione lui non aveva idea. La sua voce, sorprendentemente forte, sbottò in arabo: «Marcirete tutti all'inferno! E io prometto di spedirvici con le mie mani, infami, patetici, immorali farabutti!». Joshua trasalì. Ci fu qualche sguaiata risata da parte degli indigeni. Poteva essere educata, ma ovviamente non era la figlia di un diplomatico. A quel punto, la ragazza aggiunse tutte le maledizioni e gli insulti che riuscì a radunare in spagnolo, francese, italiano, nel dialetto locale e in quello che a lui parve cinese. No, decise, riconoscendo alcune delle parole, non dovevano proprio esserci diplomatici nella sua famiglia. La guardia la schiaffeggiò così forte che il rumore echeggiò perfino nelle orecchie di Joshua. La testa della ragazza scattò di lato, costringendola a un temporaneo silenzio. Con altrettanta immediatezza, lui fu colto da una rabbia feroce. L'amico lo afferrò per il braccio in un gesto di avvertimento. Joshua trattenne la propria impazienza, lottando per mantenere il controllo. Gli istanti successivi gli parvero ore, mentre aspettava di vedere se si sarebbe ripresa dal colpo, temendo che avesse perso i sensi. Molto lentamente, con deliberato controllo, lei sollevò il mento. La mascella serrata rendeva gli angoli del suo volto anche più aguzzi, e Joshua comprese che solo la collera e una volontà di ferro le davano la forza di muoversi. Ammirato, la guardò restituire il colpo a mo10


do suo. La ragazza sputò addosso alla guardia. Questa si passò una mano sul mento e sulle labbra, poi sollevò di nuovo il braccio minacciosamente. Lei si rifiutò di farsi intimidire, ma almeno tenne la bocca chiusa. Joshua ne fu sollevato. Era probabile che molti degli uomini presenti non comprendessero le minacce e gli insulti alla loro virilità, ma la sua smorfia sprezzante ne comunicava il senso a sufficienza. La ragazza era altera come una regina, ma lui sapeva che doveva essere terrorizzata. Sarebbe stata stupida a non esserlo. La guardia diede uno strattone alle braccia della prigioniera, legate dietro la schiena, facendola trasalire. Era un atto di brutalità motivato solo dal piacere di farlo. Joshua lo aveva sperimentato spesso da ragazzo e un moto di solidarietà gli strinse lo stomaco al ricordo. In quel momento gli divenne perfettamente chiaro che la giovane era condannata e che lui, in qualche modo, doveva salvarla. Che maledetto disastro. Ci fu un'accurata descrizione della merce, poi le offerte iniziarono a fioccare. Una, in particolare, spense il trambusto, zittendo la sala. Il sultano aveva appena raddoppiato l'ultima offerta. L'uomo era più ricco di ogni re in Europa e famoso perché possedeva un harem in ognuno dei suoi numerosi palazzi. Era anche noto per governare la sua gente con crudeltà. Senza dubbio avrebbe tratto gran piacere nello spezzare lo spirito di quella ragazza. Gettando al vento la prudenza, Joshua si fece avanti e si unì all'asta. Non aveva idea di come avrebbe potuto mettere le mani su una tale somma di denaro, ma non gli importava. Ci fu un generale mormorio di inquietudine nella sala, non a causa della cifra vertiginosa, ma perché qualcuno aveva osato sfidare il sultano. Quest'ultimo aumentò l'offerta e Joshua la raddoppiò, insensibile al pericolo che stava correndo. Il sultano allora offrì una piccola fortuna e l'asta terminò. Joshua vide la schiava lottare e mandare maledizioni, mentre veniva trascinata 11


via dal palco. Si sentì travolgere dalla collera. Non poteva sopportare di vedere un'altra creatura innocente rovinata dall'avidità degli uomini. «È finita, amico mio. Andiamocene.» Il suo accompagnatore, il nipote del sultano, lo tirò per il braccio con urgenza. «Dove la stanno portando?» «Non lascerà questo posto. Ci sono degli alloggiamenti, ai piani superiori» gli spiegò il Principe Raja. «Al-Aziz la terrà solo per stanotte, ha pagato un bel po' per essere il primo. Poi ci sarà una seconda asta. Un pezzo raro come quello farà guadagnare parecchio denaro ai suoi proprietari.» Il principe riconobbe l'espressione dell'amico. «Per favore, non commettere follie.» Le labbra di Joshua si curvarono appena. «Chi, io?» Raja sospirò. «Non posso essere coinvolto. Io sono facilmente riconoscibile e mio cugino è sotto la mia responsabilità.» Joshua ripensò al ragazzo, al momento disteso nella carrozza, completamente ubriaco. «Ma, se vivrai abbastanza...» Il principe esitò, quindi mormorò alcune rapide indicazioni su come raggiungere un punto d'incontro al limitare della città. «Loro si aspetteranno che tu vada in luoghi affollati. Non farlo. Ti troverò io.» Joshua strinse con gratitudine la mano dell'amico. L'altro lo rimbrottò: «Non ringraziarmi. Non avrei mai dovuto portarti qui». Joshua osservò il banditore pagare il commerciante di schiavi, quindi tornò a voltarsi verso Raja, sorridendo. «È il destino, amico mio. Non avere paura.» Alex osservò Paxton incassare una disgustosa quantità d'oro. Era maledettamente ingiusto. L'uomo sollevò il bottino verso di lei in un cenno di saluto, quindi lo passò a un complice. Un'altra guardia sciolse i legacci che le trattenevano le mani. Paxton non era distante più di quattordici piedi. Avrebbe potuto ucciderlo, se aves12


se avuto un pugnale. Forse quello stesso che la stava liberando e che aveva tagliato le corde con sufficiente efficacia. Avrebbe dovuto avvicinarsi, però. Nella sala c'era troppa gente in movimento, un tiro diretto non era possibile. Rivolgendo delle parole di ringraziamento in arabo alla guardia, si girò e aggiunse un rispettoso cenno del capo. La guardia la fissò negli occhi. Lei sorrise, distraendola. Due secondi dopo si era impossessata del pugnale. Quattro secondi dopo era a distanza di tiro da Paxton, che non si era ancora reso conto di quello che stava succedendo. L'uomo si girò, sentendo del rumore e non aspettandosi di ritrovarsela accanto. Alex balzò in avanti, trionfante. Qualcuno la colpì alla caviglia, ma lei proseguì, sentendo vicina la vittoria. Il bersaglio era a tiro. Paxton incrociò i suoi occhi. Alex mirò alla gola, ma la mancò. L'uomo aveva girato la testa nell'istante in cui lei aveva lanciato il pugnale e il sangue cominciò a zampillare dalla sua guancia sinistra. Gridò, rabbioso, mentre la ragazza veniva gettata a terra da numerose guardie e qualcuno le schiacciava sotto il piede la mano che aveva brandito il pugnale. Paxton tentò di raggiungerla, smanioso di vendetta, tuttavia fu tenuto lontano. Gli passarono un fazzoletto. Spinto da parte, la guardò mentre veniva rimessa in piedi. Nei suoi occhi bruciava una luce di pura malvagità. «Vivrai per pentirti di questo, Stafford.» «No» ansimò lei, mentre veniva trascinata via. «Non finché avrò un filo di fiato in corpo!» Il volto di Paxton si contorse in qualcosa di mostruoso. «Allora inizia a contare i tuoi giorni.»

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GRS822_LA DAMA DEL VASCELLO