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ANNO 6 - LUGLIO 2020

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Tra passato e presente: i Trentini nel mondo Un tesino al servizio degli Zar

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A parere mio di Laura Mansini

Virus ambiente e innovazione dobbiamo tornare sulla terra Noi, qui, oggi, viviamo in un mondo bellissimo. Abitiamo in Trentino- Alto Adige, abbiamo splendide montagne, laghi che vantano la bandiera blu, siamo ricchi d’arte, cultura, cibo, acqua e potrei continuare all’infinito, ma sembra che fra cinquant’anni, se non sapremo cogliere le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, tutto ciò non esisterà più.

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questo per l’incapacità di capire che dobbiamo operare affinché i nostri nipoti, guardandosi indietro, ci accusino di non aver pensato al futuro del nostro pianeta che sta soffrendo sempre più. Lo si può evincere dalle profonde mutazioni del clima. Già possiamo notare che cosa sta accadendo in Africa, dove il deserto si sta espandendo, tanto da costringere le popolazioni sub-sahariane a fuggire verso nuovi continenti, perché stanno morendo di sete, di malattie, di miseria. Guardiamo l’Antartide dove lo scioglimento degli Iceberg provoca l’innalzamento dei mari. Oggi tuttavia vorrei soffermarmi sulla forza delle nuove tecnologie che potrebbero salvare la nostra terra aiutandoci a costruire un nuovo modo di vivere e di comunicare. Sarebbe importante ricordare dove si è sviluppato il virus Covid 19, ovvero in Cina, in un mercato di animali, dicono i pipistrelli; ma forse è sfuggito a un laboratorio. Come si è formato lo chiariranno i tecnici , l’importante è ora analizzare la velocità del suo sviluppo che ha superato i confini di Wuhan ed in pochissimo tempo è arrivato in Italia e in tutto il mondo. Non è per caso che i cinesi, uno dei popoli più

industrializzati, sia stato colpito in modo così grave; un popolo lavoratore, efficiente, capace di produrre tecnologie avanzate, colpito da un piccolo feroce virus. Tutto questo fa riflettere sul nostro modo di vivere, di alimentarci, sulla necessità di trovare politiche che sappiano capire il presente per disegnare il futuro, che non si limitino a piccoli slogan fatti per attirare voti, ma finalmente lo studio venga giustamente valorizzato anche e soprattutto per coloro che intendano impegnarsi nella Politica. Attualmente l’economia globale sembra incapace di dare soluzioni, di creare progetti che aiutino seriamente l’umanità a vivere in serena coabitazione con l’ambiente. I piccoli egoismi nazionalistici ci possono portare alla rovina. Penso necessiti-

no progetti che guardino all’insieme delle persone, alla solidarietà: io, tu, noi, le istituzioni, l’ambiente, al quale vanno aggiunte le nuove tecnologie. E qui entra in campo il Digitale terrestre, che, se messo al servizio dell’economia e della società può aiutare a far crescere. I computer stanno evolvendosi, le nuove forme di intelligenza artificiale non ci devono spaventare, tutt’altro saranno il nostro futuro. Potremo “lavorare tutti, lavorare meno”: ce la possiamo fare! diceva Henry de Saint Simon nell’Ottocento; lo ripetevano i giovani della contestazione del 1968. La pandemia che ci ha costretto a rimanere in casa, a restare divisi, ha fatto comprendere l’importanza della scienza, delle nuove tecnologie che possono aiutarci ad uscire da questa crisi globale. Siamo stati divisi fisicamente ma collegati virtualmente; le nuove scoperte scientifiche non ci allontanano dall’umanità, tutt’altro, se ben usate, potranno aiutarci a salvaguardare la Terra, nostra fonte di vita. Molti giovani tornano a lavorare la campagna aiutati dalle nuove tecniche. La loro non è una fuga bensì la riappropriazione della realtà: la riscoperta della natura e della vita.

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SOMMARIO ANNO 6 - LUGLIO 2020 DIRETTORE RESPONSABILE Armando Munaò - 333 2815103 direttore@valsugananews.com VICEDIRETTORE Chiara Paoli - Elisa Corni COORDINAMENTO EDITORIALE Enrico Coser COLLABORATORI Waimer Perinelli - Roberto Paccher - Erica Zanghellini Katia Cont - Massimo Dalledonne - Francesca Gottardi Maurizio Cristini - Laura Mansini - Alice Rovati Giorgio Turrini - Laura Fratini - Patrizia Rapposelli Zeno Perinelli - Adelina Valcanover - Veronica Gianello Giampaolo Rizzonelli - Mario Pacher CONSULENZA MEDICO - SCIENTIFICA Dott.ssa Cinzia Sollazzo - Dott. Alfonso Piazza Dott. Giovanni Donghia - Dott. Marco Rigo EDITORE - GRAFICA - STAMPA Grafiche Futura srl Via della Cooperazione, 33 - Mattarello (TN)

PER LA TUA PUBBLICITÀ cell. 333 28 15 103 direttore@valsugananews.com info@valsugananews.com Registrazione del Tribunale di Trento: nr. 4 del 16/04/2015 - Tiratura n° 7.000 copie Distribuzione: tutti i Comuni della Alta e Bassa Valsugana, Tesino, Pinetano e Vigolana compresi COPYRIGHT - Tutti i diritti di stampa riservati Tutti i testi, articoli, interviste, fotografie, disegni e pubblicità, pubblicati nella pagine di VALSUGANA NEWS e sugli Speciali di VALSUGANA NEWS sono coperti da copyright GRAFICHE FUTURA srl e quindi, senza l’autorizzazione scritta del Direttore, del Direttore Responsabile o dell’Editore è vietata la riproduzione o la pubblicazione, sia parziale che totale, su qualsiasi supporto o forma. Gli inserzionisti che volessero usufruire delle loro inserzioni, per altri giornali o altre pubblicazioni, possono farlo richiedendo l’autorizzazione scritta all’Editore, Direttore Responsabile o Direttore. Quanto sopra specificato non riguarda gli inserzionisti che, utilizzando propri studi o agenzie grafiche, hanno prodotto in proprio e quindi fatta pervenire, a GRAFICHE FUTURA srl, le loro pubblicità, le loro immagini i loro testi o articoli. Per quanto sopra GRAFICHE FUTURA srl, si riserva il diritto di adire le vie legali per tutelare, nelle opportune sedi, i propri interessi e la propria immagine.

A parere mio Sommario Punto e a capo Qui USA: la morte di George Floyd Associazione Trentini nel mondo Il personaggio: Bruno Kessler Economia & Finanza Tecnica e tecnologia: i fratelli Tomasi La scuola di circo “FLIC” di Torino A parere mio: politicamente corretto Attualità in cronaca: Io ex Covid Il personaggio di ieri: Gianni Rodari Umana-mente: vacanze SI, vacanze NO Il passato in cronaca: due amici in guerra Ieri avvenne: il primo volo dello Zeppelin La solidarietà in Valsugana Accadde ieri: Santa Maria Goretti Valsugana e dintorni: la chiesa dei Coronini In controluce: i Fumana e il museo della lirica Ambiente e giovani oggi: Revolution ambiente A ciascuno il suo Arte & Musica: l’Opera di Barcellona… green Valsugana & dintorni: Bieno- fotografia e agricoltura Tra passato e presente: un tesino al servizio degli Zar I lavori in Valsugana: Paccher soddisfatto La vita e l’opera di Orazio Gaigher La natura in cronaca: una salamandra speciale Scurelle e il social housing A ciascuno il suo Storie della Valsugana: Ezzelino da Romano

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Medicina & Salute: la rupofobia Medicina & Salute: Amident Medicina & Salute: il giudizio degli altri Medicina & Salute: Ottica Valsugana

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Diego Orecchio - Il poeta della vita Il passato in cronaca: l’estrazione della torba Le meraviglie del passato Pergine Valsugana: l’aeroporto di Cire’ Giocherellando

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Tra passato e presente: I Trentini nel mondo Pag. 11

Borgo Valsugana: L’incendio del 1862 Pag.18

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Punto & a capo di Waimer Perinelli

L’asino e l’Europa Il tempo fa la storia! È il verso di una canzone di Arisa ed una verità incontestabile. Il tempo separa i fatti dalle emozioni, la verità dalle false notizie, smentisce o riabilita il vincitore. I fatti raramente sono raccontati dai contemporanei. Chi la vive spesso non ne coglie la sequenza, chi l’attraversa ne resta travolto.

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o avuto la fortuna di assistere ai vagiti dell’Unione Europea. Quando per la prima volta ho dovuto riflettere sull’Europa, allora Cee, Comunità economia europea, emanazione della Ceca (Comunità economica carbone-acciaio) Alcide Degasperi era morto da nove anni, e moriva quell’anno Robert Schuman. La piccola Europa, di sei Stati; Francia, Germania dell’ovest, Italia e Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), proponeva un tema sul futuro dell’unione, con premi agli studenti delle scuole medie. La scuola, su consiglio della mia insegnante di lettere, mi scelse per lo svolgimento. Era sufficiente scrivere ch’era una grande idea e non commettere errori di grammatica e sarei andato a Bruxelles accompagnato dall’orgoglio dell’istituto. Povero asino! Ero bravo in italiano, conoscevo sufficientemente la grammatica e la storia, ero dotato di curiosità e capacità espressiva, ma nella mia testa, come in quella di tanti ragazzi, c’era ancora il groviglio di sentimenti ispirati da una guerra terribile con milioni di morti. C’era l’odio istillato da anni di propaganda razzista, xenofoba, nella testa dei nostri padri dai regimi totalitari, che li avevano sterminati sui vari fronti. Scaglie di odio impigliate nelle teste dei sopravvissuti e trasmesse alla nostra generazione. Perfino gli americani con le loro cioccolate, il formaggio giallo, le scatolette di carne conservata, erano malvisti, soprattutto per la ricchezza che li accompagnava e l’arroganza con cui la dispensavano.

Così impregnato scrissi una riflessione terribile in cui confusamente bollivano nel calderone risentimenti per cose mai vissute, ma soprattutto diffidenze, pessimismo verso una politica che purtroppo non mi ha mai deluso. Qualche volta illuso. Piccoli uomini sono succeduti ai tre grandi padri fondatori, grandi meschinità non sono mai riuscite a completare il disegno ma, per fortuna, nemmeno a distruggere completamente il sogno europeo. È possibile che seppure incompleta questa Europa ci abbia garantito 55 anni di pace passata attraverso la guerra fredda ed a decine di caldi conflitti in tutto il mondo. In questi dieci lustri sono nate due generazioni e i risentimenti, i luoghi comuni, i pericolosi stereotipi si sono attenuati in qualche caso sono scomparsi. La società del benessere ha portato ottimismo. I giovani nati negli anni Sessanta sono diventati internazionali. Grazie anche ad Erasmus sono dilagati nell’Euro-

pa diffondendo senza pregiudizi la propria cultura, rispettando l’altrui. Il sogno si è fatto più concreto, ma dobbiamo ancora temere gli incubi, i bruschi risvegli. Piccoli uomini politici e grandi interessi economici si affollano sull’Unione risvegliando sentimenti meschini, modelli novecenteschi di grandezza e superiorità, modelli autoreferenziali. L’Unione Europea arrivata a 28 stati con la Brexit è scesa a 27, con una nazione dove la maggioranza ha scelto nuove strade. Le trattative di luglio per gli aiuti alla ripresa dopo la pandemia ci diranno che Europa siamo. Io, dopo la lontana riflessione, ho avuto il tempo di ravvedermi, di amare l’Europa della cultura, la casa comune, spero tanto di non essere stato illuso. Spero di avere fatto la mia parte, di essermi sbagliato nel mio tema scolastico. Se così fosse sarebbe per me la nuova disillusione seguita alla soddisfazione dell’asino di non essere andato a Bruxelles con il viaggio premio.

La sede a Strasburgo dell’Unione Europea

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Qui USA di Francesca Gottardi è la nostra corrispondente dagli USA

La morte di George Floyd e le proteste negli USA Nel mezzo della pandemia COVID-19 negli USA emergono le problematiche di un altro “virus:” quello del razzismo e del fenomeno della brutalità poliziesca ai danni degli Afroamericani.

La protesta per George Floyd

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l 25 maggio 2020, George Floyd - uomo afroamericano di 46 anni - viene ucciso per mano della polizia di Minneapolis (Minnesota). Floyd era un addetto alla sicurezza di ristorante chiuso a causa dell’emergenza Coronavirus. Lunedì 25 maggio Floyd è stato arrestato dalla polizia per il sospetto uso di una banconota falsa da 20 dollari usata per comprare un pacchetto di sigarette. In vari video diffusi subito dopo il fatto, compaiono quattro poliziotti. Si vede in particolare un agente di polizia bianco, Derek Chauvin, premere il ginocchio sul collo di George Floyd per otto minuti e 46 secondi mentre

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l’uomo afferma ripetutamente: “Non riesco a respirare!” (“I can’t breath!”). Gli altri agenti di polizia, Tou Thao, Thomas Lane, J. Alexander Kueng, osservano e tengono la folla a distanza. Pochi istanti dopo Floyd smette di parlare ed appare immobile ed inerme al suolo per diversi minuti, il ginocchio del poliziotto a bloccargli il collo, fino all’arrivo dell’ambulanza. Diciassette minuti dopo l’inizio dell’intervento degli agenti, Floyd viene dichiarato morto in ospedale. Quello di Floyd non è un caso isolato. Si stima che gli afroamericani siano tre volte più soggetti a fenomeni di brutalità poliziesca della popolazione

bianca. Il problema è strettamente collegato al passato di discriminazione razziale che ha caratterizzato la storia USA, ed è emerso a più riprese nel corso delle ultime decadi. Per questo alla solidarietà per Floyd si accompagnano richieste di punire gli abusi storicamente commessi dai distretti di polizia locali in tutto il Paese. Si ricorda per esempio il noto caso di Rodney King, che nel ‘91 è stato vittima di un violento pestaggio da parte della polizia di Los Angeles a seguito di un arresto per aver superato il limite di velocità. L’episodio aveva scaturito violenti moti di protesta, mandando la città in subbuglio per


Qui USA

settimane. La morte di George Floyd ha scatenato una vera e propria ondata di proteste e di indignazione prima a Minneapolis, poi in più di 140 altre città americane in tutti gli Stati Uniti. Nei giorni successivi all’omicidio le proteste sono degenerate in saccheggi ed in rimostranze con episodi violenti, che hanno reso necessario mobilitare la guardia nazionale ed imporre il coprifuoco in più di 25 città americane. La maggior parte delle iniziative sono però state pacifiche. Si sono infatti tenute marcie di protesta non-violente in tutto il Paese. Sono inoltre nate migliaia di iniziative di raccolta fondi in supporto sia della famiglia di George Floyd, sia di organizzazioni che favoriscono la causa degli afroamericani negli USA. Tale supporto è stato manifestato anche dalla comunità “digitale.” Un esempio è stato il “Black-out-Tuesday” dove

il 2 giugno scorso varie personalità dello sport e dello spettacolo hanno sospeso ogni attività sui social media postando un’icona nera sui loro canali a come invito a riflettere sulla situazione e ad informarsi sul problema. L’iniziativa è presto diventata virale ed è stata imitata dal pubblico su larga scala. I quattro agenti di polizia coinvolti nell’arresto di Floyd e nella sua morte sono stati licenziati ed arrestati. Il capo di accusa per Chauvin è omicidio volontario, mentre per gli altri tre poliziotti quello di favoreggiamento dell’omicidio. Il Presidente Trump ha reagito condannando i fatti e minacciando una reazione violenta da parte dell’esercito

qualora i saccheggi fossero continuati. Il Congresso USA sta inoltre lavorando su una proposta di legge volta alla prevenzione di abuso di potere da parte della polizia. I recenti (e tragici) avvenimenti hanno sottolineato come ancora negli USA la strada verso una società unita e priva di forti diseguaglianze sociali tra afroamericani e popolazione bianca sia lunga e tortuosa. I moti di protesta hanno contribuito a riportare alla luce un dibattito che continua ad essere attuale ed al quale occorre lavorare in maniera bipartisan per identificare i passi successivi nella risoluzione di questo annoso problema. Si resta ora tutti col fiato sospeso nell’attesa di ulteriori risvolti.

Il Movimento “Black Lives Matter”

vimento attivista vite dei neri contano” (BLM) è un mo “le con nte me eral lett otto trad ) l “Black Lives Matter” (BLM llo socioeconomico egna nella lotta contro il razzismo a live imp si BLM Il . USA li neg o inat orig le pacifiinternaziona organizza manifestazioni ed iniziative BLM Il na. rica ame afro ione olaz pop a e politico nei confronti dell à poliziesca ed abuso comuni nella società USA, quali brutalit o ism razz di ni me feno tro con are rge Floyd che volte a protest . Le proteste seguite alla morte di Geo iale soc nza glia gua disu di e a ner à ne da parte dei media di potere ai danni della comunit ha ottenuto largo consenso ed attenzio che , BLM del ti fron con nei se eres l’int le richiahanno riacceso tutte le vite umane contino, ma si vuo che lica imp si ” tano con i ner dei vite internazionali. Con il motto “le lare pericolo a causa di persone di colore siano poste in partico e dell vite le USA li neg e com su peggia mare l’attenzione na. Ora la scritta “Black Lives Matter” cam rica ame ietà soc a nell te sen pre ora un sotto-strato di razzismo anc adottare i provvedimenti ta alla Casa Bianca, come monito per por che da stra a sull inti dip li gial i ico.” (F.G.) in grandi caratter , che l’ONU ha definito essere “endem USA li neg o ism razz il tere bat com e necessari a riformare la polizia

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Tra passato e presente

Emigrazione,

di Alberto Tafner Presidente della Trentini nel Mondo

miseria e riscatto

Quando verso la fine dell’800 i trentini cominciarono ad emigrare in maniera massiccia e più o meno organizzata verso luoghi d’oltreoceano non potevano certo immaginare come sarebbe cambiata con il passare del tempo la loro terra, diventando cioè una provincia ricca, ordinata e invidiata da molti per la sua qualità di vita.

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dire il vero non potevano immaginarselo nemmeno quelli che erano rimasti a casa cercando di combattere la miseria e le disgrazie che si susseguivano a ritmo serrato. In effetti nel periodo tra il 1860 e l’80 si succedettero parecchi gravi cataclismi naturali come le alluvioni e le malattie del gelso e della vite, ma il momento fu segnato anche dalla grande depressione economica causata dal crollo della borsa di Vienna, dallo scombussolamento politico derivato dalla nascita del Regno d’Italia e dalla progressiva marginalizzazione del Trentino rispetto al resto dell’im-

pero austroungarico. A tutto questo si devono aggiungere le imposizioni austriache che obbligavano i giovani ad una ferma militare molto lunga che li obbligava a stare lontani da casa e dal lavoro nei campi per troppo tempo. Fatto sta che in quegli anni si ebbe un’emigrazione di massa più o meno concordata tra governanti e mercanti di braccia, che portò via dal Trentino 1 persona ogni 8 residenti. (Tab. 1 con dati Bassa Valsugana) Chi allora si imbarcava sui bastimenti che partivano dai porti di Genova, Le Havre o Marsiglia verso la “terra promessa”, lo faceva portandosi appresso

solo pochi bagagli e un enorme carico di sentimenti dove la nostalgia e la speranza la facevano da padroni. Il più delle volte, con il passare del tempo, la speranza si è tradotta in una positiva realtà economica e sociale conquistata a caro prezzo dalla maggior parte dei trentini. La nostalgia invece non è mai finita ed è stata tramandata alle generazioni future assieme all’immagine di un Trentino che non esiste più, tanto è vero che chi viene per la prima volta a visitare la terra descritta dai nonni e dai bisnonni non la riconosce e rimane sconcertato dai cambiamenti.

LA TRENTINI NEL MONDO E LA MEMORIA L’incontro fra passato e presente.

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ramandare una storia il più possibile reale è dunque un principio di conoscenza fondamentale per chi, come la Trentini nel Mondo, opera per consolidare i rapporti fra i trentini, ovunque risiedano, ed il Trentino. Per questo motivo l’Associazione ritiene che tra i suoi compiti basilari vi sia quello di coltivare la memoria: una memoria che non deve tanto indulgere alla nostalgia, ma diventare un punto d’incontro tra il passato ed il presente, per poter imparare e crescere senza ripetere sempre gli stessi errori. C’è da dire a questo proposito che è molto più facile dialogare e incontrarsi su questo tema con i discendenti

degli emigranti che vivono all’estero, piuttosto che con i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, anche se negli ultimi tempi si può notare un risveglio d’interesse a partire dai Comuni. Ad esempio, prima che il mondo venisse bloccato dalla pandemia, si sono succeduti tre importanti incontri che hanno visto protagoniste alcune amministrazioni civiche e i discendenti degli emigrati in Brasile, il Paese che si trova al primo posto nella classifica AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) per le presenze trentine. La prima è stata la Comunità della Vallagarina che si è recata nello Stato di Santa Catarina per rinsaldare il gemellaggio con la

Alberto Tafner

Città di Bento Concalves e gettare contestualmente le basi per nuove prospettive di collaborazione e nuovi progetti. A seguire le rappresentanze del Primiero e quelle della Valsugana

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Tra passato e presente che hanno interessato le Comunità di Valle ed i paesi di Telve, Roncegno e Bieno. Anche in questo caso si è trattato di un incontro avvenuto con la collaborazione della Trentini nel Mondo e dei suoi Circoli in Brasile valutare possibilità di cooperazione e di scambio e per conoscere luoghi dai nomi evocativi come quelli di Luzerna, Mattarello, Nova Trento e Zortea. Se in qualcuno c’è purtroppo ancora la convinzione che questi incontri

possano costituire una perdita di tempo ed uno spreco di denaro è perché non ha capito il ruolo dell’emigrazione nello sviluppo sociale ed economico mondiale: una crescita in cui i vecchi emigranti trentini hanno portato la cultura e l’istruzione dell’amministrazione asburgica. Incontrarsi, conoscersi e riallacciare rapporti che utilizzino la comune radice di appartenenza è un investimento per il futuro. È dunque positivo che siano sempre

più numerose le delegazioni che intendono riallacciare i rapporti con chi magari ha sentito parlare del Trentino solo attraverso i racconti malinconici dei nonni. Così come è altrettanto positivo che, tramite la collaborazione tra la Trentini nel Mondo e gli oltre 200 Circoli sparsi sul pianeta, stiano aumentando i “viaggi della memoria” verso il Trentino, dove si possono confrontare i ricordi di un passato che non c’è più con la realtà di una provincia dinamica e moderna come l’attuale.

ASSOCIAZIONE TRENTINI NEL MONDO Conoscere la propria storia per vivere in comunità

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’Associazione Trentini nel Mondo nasce nel 1957 con finalità di solidarietà sociale e come strumento di aggregazione e assistenza per i migranti trentini e i loro discendenti. Tra i soci fondatori annovera la Camera di Commercio, la Fondazione Comunità Solidale, le ACLI, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e la Federazione Trentina della Cooperazione. Dal 1998 è una onlus. L’Associazione è presente in ventisei paesi in quattro continenti con oltre duecento circoli, veri e propri avamposti della cultura e dell’identità del nostro territorio, nati dall’amore degli emigranti per la propria terra. I Circoli Trentini sono gestiti interamente da volontari. Per rafforzare la propria mission si avvale anche della tecnologia ed è in fase di realizzazione una rete strutturata ed aperta, che coinvolgerà l’intera Comunità Trentina. “Alla base di questa rete, dice Alberto Tafner, c’è un coinvolgimento ideale ed il senso

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comune di appartenenza con i quali si evita il rischio di essere uno dei tanti network rischia esistenti”. Il progetto prevede un percorso dal quale possono emergere le ragioni per cui un piccolo lembo di terra alpina, sfinito da una prima guerra mondiale combattuta dalla parte austroungarica e uscito massacrato da una seconda guerra mondiale combattuta sotto il regime italico, oggi è diventata una provincia autonoma presa ad esempio per il diffuso benessere collettivo e per la pregevole qualità di vita.

Tab. 1 - La Valsugana con il Primiero sonotra le mete maggior emente richieste per qu sto turismo delle radici

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robabilmente perché entrambe hanno un passato legato agli spostamenti stagionali che avvenivano all’interno dei confini europei, ma anche perché in questo si periodo dove c’è una ripresa dei flus migratori che interessa soprattutto i giovani , la Valsugana ed il Primiero risultano ai primi posti per incidenza AIRE. Addirittura al primo posto si trova Samone che, su una popolazione di 1000 persone registrate all’anagrafe, conta 500 residenti all’estero. A conferma della tradizione migratoria della Valsugana e del Primiero, la gra duatoria AIRE registra poi tra i primi dieci in classifica i comuni di Novaledo, Ronchi Valsugana, Canal San Bovo, Lavarone, Roncegno, Sagron Mis e Ospedaletto.


Trentini nel mondo reni disboscati

asile - I ter Caxias do Sul, Br

I partecip del Rio Graanti all’incontro dei a Garibald nde do Sul (Brasi Circoli trentini le), che si i nel 2019 è svolto .

colti danno ottimi rac

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Cristian Ja del Circolovier Gonzalez Dua (Paraguay) trentino di Ferdin rte Libardi, presid ente and , discenden te di emig o La Mora rati partiti da Levico

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Caldona di amicizia con - Firma del Patto Salto, Uruguay

Foto di gruppo in occasione dell’incontro dei Circoli trentini di Santa Catarina e Paranà (Brasile) nel 2017

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Il personaggio di Waimer Perinelli

Bruno Kessler l’orso e la volpe “Quando muore un lares, intorno crescono solo noselari”, questa una delle frasi preferite di Buno Kessler, politico ed amministratore nato a Cogolo di Peio nel 1924 e morto a Trento nel 1991. La frase è quanto mai attuale quando nei palazzi del potere ci aggiriamo in una foresta di noccioli dove, parafrasando Bertold Brecht, solo pensare è un delitto.

È

attraversando questa foresta che ho pensato a Bruno Kessler uno dei padri fondatori del Trentino, della nostra autonomia. Kessler l’avvocato, laureatosi nel 1954; il politico eletto dalla Democrazia Cristiana in Consiglio Provinciale nel 1956; l’amministratore Presidente della Giunta provinciale dal 1960 al 1973. Il suo palmares registra anche due mandati a Roma come deputato e altri due come senatore. Nel 1979-80 ha ricoperto la carica di sottosegretario del governo di Francesco Cossiga. Di lui possiamo dire che era un trentino a Roma, un politico cioè che nelle sedi del Parlamento portava i problemi, le necessità, le soluzioni per la nostra terra: il Trentino amato e dal quale era riamato. Solo la forza di questo sentimento ci permette di comprendere l’energia fisica e mentale con cui affrontava il lavoro. Senza trascurare gli affetti e le passioni. Sposato con Cecilia Tommasoni aveva cinque figli: Lorenzo, Giovanni, Chiara,

Grigolli - Spagnolli - Kessler

Marina ed Elisabetta. La sua grande passione era la caccia. “Mio padre aveva un carisma che catturava anche noi, racconta in un’intervista il figlio Lorenzo, e oltre ad essere impegnato, intelligente e generoso, era simpatico”. La simpatia dell’orso e come il plantigrado giocava alla morra con astuzia, intuito, senza accettare la sconfitta, capace di rugliare e poi ridere. Se necessario giocava tutta la notte, arrabbiandosi, raccontando storie e storielle. Nel 1973 ideò il primo progetto Life Ursus, ovvero riportiamo l’orso in Trentino, al quale collaborò anche Renato Jellici, un ladino funzionario della Provincia. Ma non l’orso, bensì la volpe ricordiamo in politica. “ Un animale politico” lo definisce Giovanni Agostini nella sintetica biografia recensita da QuestoTrentino nel 2008. Scrive Agostini: “ Kessler è Cordiale e sanguigno, cattolico e laico, colto e popolano, è protagonista assoluto. Un principe fra trattative e conflitti”. Alleati ed avversari devono cedere alla sua intelligenza, alla forza della persuasione, al fiuto doti con cui vuole e fonda nell’agricolo Trentino, l’ Istituto di Cultura dal quale nascerà Sociologia, una facoltà che come spiega il sociologo Rehberg, ha origine in comunità piccole come contro potere. Nel 1968 coglie la carica rivoluzionaria della nuova generazione, non la contrasta apertamente ma cerca di contenerla ed indirizzar-

Bruno Kessler (da Questotrentino)

la affidando il compito, prima a Francesco Alberoni, sociologo d’impronta americana, e poi allo storico Paolo Prodi. Con Prodi si compie un percorso laico dal quale nascerà una grande università con facoltà umanistiche e scientifiche, le cui materie sono oggetto di ricerca della Fondazione Bruno Kessler emanazione, nel 2006, dell’Istituto Trentino di Cultura. A Kessler si devono anche il completamento dell’Autostrada del Brennero e il PUP, primo piano urbanistico provinciale. Oggi Bruno avrebbe 96 anni, un’età non impossibile da raggiungere, ma in questi trent’anni dalla morte, poco avrebbe potuto fare contro la decrescita politica scaturita anche per colpa della sua generazione di Larici che come Crono hanno divorato i propri figli. Oggi integralismi religiosi e razziali, egoismi sovranisti avvelenano in Europa la rinascita dopo il Covid 19. Ad una società post moderna il difficile compito di riscoprire e valorizzare le grandi idee di statisti della seconda metà del Novecento.

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Economia & Finanza di Cesare Scotoni

Incubi: soldi a pioggia e patrimoniale

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a parola d’ordine della “pioggia” di liquidità come una potenziale Soluzione Shock per far forse ripartire l’Economia affossata dalle scelte del Governo, ha acceso molte suggestioni, soprattutto sui giornali. Ma il seguito del Tema, ovvero Liquidità a Chi e Perché e Come sono i punti su cui oggi manca chiarezza. Se a gennaio il Governo avesse chiesto una modifica al DEF per fare altro Debito lo avrebbe fatto con un avanzo primario sul Bilancio che vi è da anni, un deficit inferiore al 3% ed un incremento del PIL stimato nell’1,4%. In quelle condizioni lo Spread sui decennali tedeschi era di circa 2 punti percentuali con un programma di QE( quantative easing o supporto monetario delle banche centrali) della BCE a supporto. Ad aprile la modifica al DEF per i 55 mld necessari a finanziare a debito il Decreto “Rilancio” è stata approvata senza più quell’avanzo primario, con un deficit di bilancio più alto di almeno 3 volte, un decremento del PIL caduto a -12% ed il programma QE a compensare le decine di miliardi di Euro di debito pubblico italiano disinvestiti nel frattempo e portati altrove. Tradotto in parole semplici è la BCE che, con la modifica introdotta al QE sui vincoli di rating, assorbe e detiene parte di quel debito che era “esploso” a metà degli anni 80, poiché l’ammortizzatore non lo fa più da anni la Banca d’Italia. Altrimenti lo spread sarebbe esploso e le disuguaglianze tra Stati Membri con Sistemi Fiscali tra loro in competizione, avrebbero già archiviato l’esperienza dell’Euro. In questo contesto, qui si dibatte

convintamente sull’emissione di Bond Territoriali come della creazione di circuiti paralleli o piattaforme in cui scambiare e compensare legittimamente tra imprese crediti e debiti con la PA. Se quel secondo percorso trova un suo perché nei ritardi sui pagamenti e forse potrebbe essere utile per spingere ad una maggiore funzionalità di periodo della Macchina Pubblica, il tema del Debito di lungo termine per sovvenzionare ipotetici piani infrastrutturali da inventarsi in quella visione di modernizzazione e rispettosa del Riuso e dell’Ambiente prevista dal Programma di Giunta, sembra zoppicare. E ciò a maggior ragione se il Debito dovesse sovvenzionare i Consumi anziché il lavoro che nasce dalla volontà di Impresa. Se poi il Debito andasse fatto da una Provincia Autonoma che già in passato, con la sua capillare presenza ed estensivo supporto ad alcuni, ha distorto i meccanismi più elementari del Mercato, ciò contrasterebbe con il concetto, pur intuitivo, che un’Amministrazione, i cui assets sono tanti ed in gran parte da valorizzare, anziché ricorrere a strumenti comunque riconducibili al sussidio ed al debito per sostenere un Sistema Fragile, potrebbero puntare su una Progettualità calibrata su di un sottostante e collegata ai Territori ed attrarre con quella le risorse private altrimenti destinate ad altri mercati, per far concretamente da motore ad una ripresa che crei prioritariamente Occupazione ed Economia.

Far debito emettendo carta, senza un programma sensato che ne individui le logiche, ne chiarisca fabbisogni e risultati attesi su cui si cercano risorse, o sia solo per dare aumenti nel Settore Pubblico sperando così in una significativa ripresa dei consumi, in una situazione di Crisi Economica e di profonda incertezza del gettito derivante dalle entrate fiscali di un Paese in profonda recessione ed in un Territorio che sarà ferito più di altri in quanto turisticamente vocato, rischia di minare quella Credibilità che come gente di montagna, abituata a guadagnarsela, abbiamo costruito nel tempo. In attesa che a Roma decidano quella inevitabile Patrimoniale che speriamo non spendano poi tutta in sussidi e monopattini, possiamo solo augurarci che, dopo il disastro dovuto alla Serrata Indiscriminata decisa dal Governo, vi sia la capacità di progettare insieme un progressivo riequilibrio ed una ripartenza di quel Trentino laborioso e caparbio cui in tanti siamo ancora orgogliosi e affezionati. L’ingegnere Scotoni è Consigliere di Amministrazione della Patrimonio Trentino spa.

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Accadde ieri di Massimo Dalledonne

L’incendio del 6 luglio 1862

Borgo Valsugana in preda alle fiamme Sono trascorsi ben 158 anni da quel tragico 6 luglio. Dopo quello del 1385, l’incendio dell’estate del 1862 a Borgo è stato uno dei più devastanti ed orribili che ha colpito la borgata. Un evento che, come scrive nel suo libro “Pompieri al Borgo” Franco Gioppi, ha letteralmente cambiato volto e l’assetto topografico di quella porzione dell’abitato posta a mezzogiorno della Brenta. Partiamo dai dati. Il 45% della popolazione del Borgo rimase senza tetto, un terzo degli edifici andarono distrutti. Tanto per fare un primo termine di paragone, secondo la statistica fatta da Agostino Perini nel 1852 a Borgo e Olle c’erano 4.126 abitanti e 495 case. I conti sono presto fatti. Le case divorate dal fuoco furono 159, 320 famiglie prive di abitazione: in tutto 1.670 persone.

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’incendio che dalle 13.30 devastò il paese ridisegnò nel tempo il quadrilatero compreso tra l’allora via dei Forni (oggi di 24 Maggio), via Piccola, l’attuale via Francesco Corradi e via Alessandro Spagolla. “Probabilmente – scrive nel suo libro Gioppi – se non ci fosse stato quell’incendio oggi a Borgo non ci sarebbe piazza Alcide Degasperi tantomeno l’asse viaria di Contrada Nova, ovvero via Fratelli. E nemmeno l’attuale disposizione dei nuclei abitativi sorti dopo l’incendio sia a levante che a

Borgo (6 luglio 1862)

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ponente di questa imponente arteria”. Ma cosa è successo alle 13.30 di quel 6 luglio del 1862? “A provocare l’incendio fu una scintilla che, improvvisamente, si sviluppo dalla fessura di un camino del sottotetto di una casa tra via Piccola e via Maggiore (oggi via XX Settembre). In soli venti minuti il fuoco invase tutta la parte del Borgo posta sulla destra della Brenta: da via Piccola a S. Anna e dalla contrada dei Forni all’estremità meridionale del paese. Tutto quel tratto si presentava come uno spaventevole lago di fuo-

Borgo (6 luglio 1862)

co. Le campane suonavano a stormo – si legge nel volume – mentre il fuoco dilagava travolgendo e rovinando ogni cosa. La popolazione si difendeva come poteva, Chi ammassava in fretta nei volti ma servì a poco. Si dovette correre in tutto fretta all’ex monastero di S. Anna dove c’erano le carceri per liberare i prigionieri. Anche l’arciprete don Antonio Dalsasso cercò si salvare il possibile dalla sagrestia di S. Anna e solo per miracolo scappò al crollo del tetto del tempio. Il panico dilagava in paese. All’interno della chiesa anche le due bellissime corsi dei banchi presero fuoco così come gli altari del martire S. Claudio, l’ ancona del suo altare oltre a quelli di


Accadde ieri un piazzale della parte incendiata, presso il laboratorio di Gino Carneri, diverse pietre lavorate e preparate per il pavimento della chiesa arcipretale e la balaustra della chiesa di Marter rimasero tutte calcinate. Se un uomo le prendeva in mano le riduceva in polvere, tutto questo a causa dell’intenso calore del fuoco. Per giorni e giorni la gente si aggirava tra le macerie muta e sperduta sperando di salvare qualche cosa alla vampa divoratrice”. Quel giorno a Borgo ci furono anche cinque morti, tutte persone adulte. In via Maggiore, Il centro storico di Borgo prima (1860) e dopo (1874) del furioso nell’avvolto di Teresa incendio del 6 luglio 1862 come rilevato dai Servizi Catastali Imperiali (per gentile concessione del Servizio Catasto del Gelmo, furono rinvenuti i cadaveri, abbracciati tra loro, della 22enne Gioseffa Bastiani fu Giacomo e della S. Chiara e S. Carlo. Prese fuoco anche 20enne Giovanna, sua sorella. In via il campanile. Quel giorno l’incendio S. Anna morirono Margherita Morandivampò per diverse ore e, solo grazie duzzo di 56 anni e Giacomo Cappello all’aiuto degli abitanti dei paesi vicini fu Bortolo di 25 anni. e di tutta la valle, si riuscì a salvare la Il 7 luglio, presso l’ospedale di Borgo, parte sinistra di via Piccola, la canoinvece, morì Pietro Dandrea fu Giunica, la chiesa arcipretale, la parte seppe, a causa delle estese scottature destra dei Forni e le case lungo il fiudi secondo grado presenti su tutto me Brenta. “Nella parte incendio tutto il corpo. L’area del disastro è stata fu travolto e distrutto. Anche i frati si stimata in circa 24 mila metri per apprestarono nell’aiuto alla gente. un danno complessivo che, a quel Il giorno seguente – si legge nel tempo, ammontava a 400 mila fiorini. libro “Pompieri al Borgo” – lo spettaVenne calcolato il solo valore effettivo colo che si presentava era davvero delle case bruciate, detratti i 39 mila orribile. La parte incendiata presenfiorini che arrivarono dalla Società di tava gli avanzi di una vera e propria Assicurazione e circa 1.200 fiorini rifudistruzione. Le case sinistrate, infatti, se dalla Banca Nazionale Austriaca. erano nella maggior parte abitazioni Il danno netto reale, quindi, può essedei poveri, mal fabbricate, vecchie re stato pari a poco meno di 350 mila e cadenti, l’una addosso all’altra e fiorini. Fonti scritte e citate dallo stescostruite con sassi calcarei. La forza so Gioppi ricordano come il concittadell’incendio fu così impetuosa che in

dino Ferdinando Dordi (giureconsulto e scrittore che si occupò di economia, storia e politica) scrisse diverse missive per chiedere aiuto. Alcune di queste furono inviate anche al pontefice del tempo Pio IX ed all’imperatore Francesco Giuseppe che donò ai cittadini di Borgo la somma di 3.000 fiorini. Un incendio frutto di incuria e di una grave disattenzione. Ma, come ricorda ancora l’autore, le dicerie del tempo hanno collegato i fatti ad una sorta di “castigo divino”. Tra le macerie del Canton Rosolè, oggi identificabile nei pressi dell’incendio tra via Corradi, de Bellat e la variante, proprio vicino alla casa di Cristiano Galvan da cui si era propagato l’incendio, venne ritrovato “un innocente corpicino occultato in una nicchia della muratura. Secondo le voci del volgo la scoperta è prova tangibile di un imperdonabile peccato conseguente a qualche amore clandestino e il suo occultamento sacrilego –conclude Franco Gioppi – oscurato ancor più dall’ipotesi dell’infanticidio, costituisce un crimine tanto grave da meritare la collera divina. Non solo a carico dei responsabili che rimangono sconosciuti, bensì dell’intera collettività del Borgo”.

Lavoro di ricerca eseguito dai ragazzi con l’aiuto della loro insegnante

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Tecnica e tecnologia oggi di Nicola Maschio

Manuel e Mattia Tomasi “Mascherine” di casa nostra Una rivoluzione nel campo delle mascherine? Forse. L’idea dei fratelli Manuel (25 anni) e Mattia Tomasi (27 anni), residenti a Roncafort di Trento, è stata senza alcun dubbio un vero e proprio colpo di genio. Ma ora che la pressione del virus Covid-19 sul nostro Paese si sta allentando, rischia di passare in secondo piano.

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ppure la mascherina, realizzata con i filtri delle sigarette grazie alla tecnologia della stampante 3D, è pronta per essere testata. Dopo una concitata fase di tentativi, confronti e miglioramenti, il prototipo definitivo attende ora solamente di essere sottoposto alla prova decisiva. Ma perché proprio i filtri di sigaretta? “L’idea ci è venuta all’inizio del lockdown – spiega Manuel, – quando ci siamo ritrovati in casa senza sapere come affrontare una situazione completamente nuova. Con Mattia abbiamo allora pensato di fare qualcosa di utile, che potesse contribuire al rallentamento della pandemia. In un primo momento ci siamo concentrati su altri progetti, poi abbiamo pensato alle mascherine. Ci siamo documentati in rete, scoprendo un vero e proprio mondo del “fai dai te”. Il vero problema però era riuscire a trovare un materiale che agisse come elemento filtrante: dopo aver considerato cotone e cappe da cucina, abbiamo pensato ai filtri delle sigarette”. Dediti allo studio dell’ingegneria (Manuel è prossimo alla laurea in ingegneria ambientale, mentre Mattia è laureato in ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni), i ragazzi si sono dunque attrezzati per trasformare una semplice idea in qualcosa di molto più concreto. Basandosi sulle dimensioni delle particelle di fumo e su quelle (ridottissime) dei fori presenti sui filtri, è emerso che teoricamente questi ultimi sarebbero stati in in grado di bloccare

quelle che vengono definite “particelle vettore”, ovvero saliva, sputo e così via. “Purtroppo non avevamo modo di dimostrare praticamente quanto avevamo scoperto – racconta ancora Manuel, – quindi eravamo sicuri dei nostri studi solo per metà. Abbiamo comunque stampato quattro prototipi diversi, creando uno spazio ad hoc svitabile sulla mascherina all’interno del quale inserire i filtri”. Senza possibilità di eseguire i test, in un primo momento Manuel realizza semplicemente un video informativo, caricandolo su YouTube (visionabile al link: https://www.youtube.com/watch?v=TYpp2HBKHS0). Successivamente, dopo aver mandato una mail al prorettore dell’Università di Trento Flavio Deflorian viene contattato telefonicamente proprio da quest’ultimo. Il progetto convince l’Università, ed in men che non si dica il ragazzo si ritrova sommerso di e-mail e telefonate di una decina di professori appartenenti ai più svariati Dipartimenti (ingegneria industriale, chimica e meccanica). L’idea prende piede, fino a quando uno di questi docenti non contatta personalmente un’azienda lombarda, incaricandola di realizzare un prototipo commerciabile della mascherina per poi procedere al test. Ma c’è un problema: “Dall’Università ci hanno detto che non disponevano di laboratori adatti a fare quel tipo

di sperimentazione – conclude Manuel – Un altro docente ci ha però fornito una soluzione, ovvero la realizzazione di una “testa di Sheffield”: si tratta del modello in plastica di una testa, che al momento sto realizzando pezzo dopo pezzo, assemblandolo a casa. Una volta terminato, installeremo la strumentazione necessaria a simulare la respirazione umana, testando la mascherina. Sarebbe un traguardo incredibile, sono molto emozionato ma anche parecchio agitato”. Nonostante i contatti con l’Università si siano ridotti nel tempo, complice anche la caduta dell’obbligo di indossare le mascherine, Manuel spera che la sua idea possa ugualmente concretizzarsi. Per essere pronti in futuro, nel caso di dovesse tornare a combattere contro un nemico molto più grande di noi.

Manuel Tomasi al lavoro con la stampante 3D

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La storia dello sport di Veronica Gianello

La Reale Società Ginnastica di Torino

Una storia di lavoro e dedizione, di rispetto e sacrificio, ma soprattutto una storia di persone Insignita dal C.O.N.I. della Stella e del Collare d’Oro al merito sportivo, quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi, dieci medaglie d’oro vinte tra campionati europei, Universiadi e Giochi del Mediterraneo. Oltre cento scudetti tricolore e una serie ancora lunga di altri premi, meriti e riconoscimenti che si faticano ormai a contare. Questi sono i numeri della storia della Reale Società Ginnastica di Torino. Ma la storia della Reale Società Ginnastica di Torino non è fatta di numeri. Le sue antiche mura custodiscono la storia sociale, sportiva e culturale del nostro Paese, prima ancora che diventasse tale.

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a storia di questo monumento dello sport ce la racconta Nadia Rizzo, attuale vicepresidente, che più di chiunque altro ha visto cambiare la società negli anni, cambiando e crescendo insieme a lei, iniziando come atleta, poi nazionale, nel 1959, per raggiungere poi i vertici più alti della direzione societaria e regionale. Nata il 17 marzo del 1844, naturalmente a Torino, allora capitale del Regno di Sardegna, la Società fu fondata da Rodolfo Obermann, ginnasta svizzero molto noto all’epoca. Fu lo stesso Carlo Alberto di Savoia a chiamarlo e volerlo a Torino, con lo scopo di insegnare ginnastica agli allievi dell’Accademia Militare e di costituire la prima società ginnica italiana per divulgare la pratica degli esercizi di ginnastica per temperare i giovani alle fatiche. È interessante rileggere queste parole e pensare a quanto le cose siano diverse ora. Siamo nel 1844, si respira un generale clima di sconforto nei vari regni, già precursore delle tensioni quarantottine, eppure si coglie comunque il potere formativo dello sport, della ginnastica, come si

chiamava allora, e soprattutto si era disposti a investire in questo valore. Oggi, nel 2020, si traballa ogni anno su quante ore di educazione motoria elemosinare al sistema scolastico nazionale. Investire nello sport e nella cultura non deve e non può essere un’opzione, ma un desiderio fortemente voluto. Investire nello sport e nella cultura è una scelta vincente, e la longeva storia di successi di questa Società ne è la dimostrazione. Quella della Società Ginnastica di Torino, divenuta Reale nel 1933 per volere del re Vittorio Emanuele III

è una storia di lavoro e dedizione, una storia di rispetto e sacrificio, ma soprattutto una storia di persone. Qualsiasi torinese passeggiando per le vie del centro sa che al numero 11 di Via Magenta c’è un pezzo della sua città, un pezzo del suo cuore. Non c’è torinese che non abbia accompagnato figli o nipoti a qualche lezione, che non abbia partecipato a qualche corso in prima persona o che non sia stato tifoso, lavoratore o atleta qui. La Reale Società Ginnastica è il cuore pulsante di una città che allo sport ha insegnato tanto, e ce n’è talmente

Terrazza Palestra Magenta - Esercizio collettivo (1950)

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La storia dello sport

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Veronica Serven te in allenamen to

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La storia dello sport Moltissima attenzione al mondo dei più piccoli - La foto era nel cortile della Società, questi bimbi alle loro spalle avevano corso Re Umberto

tanto di cuore che parlandone difficilmente la si chiama col suo nome così importante e formale: si parla della Magenta, come si soprannomina un fratello, come se ci si sentisse nell’intimità di una casa. Una casa da 2.500 m2 progettati dall’ingegnere Domenico Regis che si sviluppano in un edificio unico nel suo genere su cinque piani attrezzati per lo svolgimento quotidiano di tutti gli sport che la società offre: la ginnastica, fiore all’occhiello della Società, ma anche basket, judo e molto altro. Come la Società, anche l’edificio è un edificio storico, che ricorda già all’ingresso l’eleganza e la regalità di cui porta il nome. A ogni angolo cimeli e pezzi storici del Museo della Reale Ginnastica, che non a caso ha sede proprio qui, ci ricordano che qui si sono giocate nel corso degli anni partite ben più importanti di quelle puramente sportive. Queste

Veronica Servente in allenamento

La palestra ieri

porte, infatti, hanno ammesso per la prima volta la donna nel mondo dell’attività fisica con la fondazione della Scuola Femminile Magistrale nel 1866. Nelle sale della Società, poi, sono stati stilati i primi programmi ufficiali di educazione fisica per la pubblica istruzione, e della Società stessa è stato l’appoggio alla fondazione della Scuola di Ginnastica Medica nel 1899. Varcando le soglie della palestra Cartesegna, dedicata proprio a un grande atleta olimpico della Società, si vedono corpi perfetti volteggiare sopra attrezzi e materassi. Teste all’ingiù, paracalli alle mani e negli occhi la determinazione di chi sa che sono i dettagli a fare la differenza, e che senza testa il corpo non lavora: non nella ginnastica artistica, non nella Serie A. La stessa determinazione la ritroviamo negli occhi di Veronica Servente, allenatrice della squadra e ex-atleta olimpica a Barcellona ’92. Veronica, cos’è per te la Reale Società Ginnastica di Torino? Per me la Reale Società Ginnastica di Torino è una seconda casa. È un punto di riferimento perchè l’ho vissuta e la vivo sotto tanti aspetti: bambina, atleta, mamma, allenatrice. Le persone che formano la famiglia dela Reale Società Ginnastica sono le stesse che mi hanno vista crescere, che mi hanno insegnato i valori

La palestra oggi

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La storia dello sport Edoardo Lo Prete attuale atleta di interesse nazionale nella disciplina del Trampolino elastico

Nadia Bertani, foto scelta per rappresentare la Società Ginnastica nel francobollo commemorativo dei 175 anni di fondazione

importanti per me, e che mi hanno portata a raggiungere i massimi livelli nel mio sport. E che cos’è per te la ginnastica? Per me la ginnastica è motivo di sorridere al mattino, sia da ginnasta prima che da allenatrice ora. Per me la ginnastica è sempre stata prima di tutto divertimento. Certo, c’era la fatica, ma l’emozione e la soddisfazione di fare una cosa che ti appassiona vince su tutto. Cosa vuol dire allenare una squadra? Allenare una squadra in uno sport come la ginnastica non è facile perchè è anche sport individuale,

e i dettagli sono fondamentali. Ci sono cose che obiettivamente una ginnasta può fare e un’altra no e non è sempre facile far capire questa necessità di fare delle differenze alle bambine e ragazze, anche perchè creare una squadra nel vero senso della parola è molto importante. Anche a livello psicologico seguire il percorso di ognuna è per me molto stimolante. Cos’è la cosa più importante che vuoi trasmettere alle tue allieve? Che quello che fanno dev’essere una loro scelta. L’impegno richiesto è grande e la passione deve portarti a fare volentieri i sacrifici che per forza ci saranno. Quando passa il piacere di fare una cosa secondo me è il momento di smettere di farla. Ognuno deve avere in testa un obiettivo che è solo suo. Cos’è indispensabile avere, secondo te, per arrivare ai massimi livelli in uno sport? Fortuna! (ride) No, sicuramente essere nel momento giusto alnposto giusto aiuta. Ci dev’essere del talento, e quella luce negli occhi che ti fa andare avanti. Avere un buon allenatore è molto importante, avere delle strutture lo è altettanto. Non si tratta solo di avere le caratteristiche fisiche

La squadra di Serie A 2019- da destra Veronica Servente (allenatrice), Martina Griotti, Irene Malerba, Fabiana Lovato, Emanuela Marti, Michela Fasolato e l’allenatore Andrea Anceschi

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Fabiana Lovato, attuale atleta di Serie A di ginnastica artistica

adatte, ma anche e forse soprattutto quelle psicologiche. Tu hai deciso di iniziare a fare ginnastica dopo aver visto le Olimpiadi di Los Angeles perchè volevi arrivare anche tu lì un giorno. Com’è stato arrivarci davvero 8 anni dopo? Ero molto piccola. Probabilmente allora non avevo capito bene la grandezza di un’ Olimpiade. Avevo già fatto Campionati del Mondo e gare a livello internazionale, ma un’Olimpiade è tutta un’altra storia. Mi rendo conto di quanto sia stata grande più vado avanti con l’età e sono molto orgogliosa di aver raggiunto un risultato così. Un sentito ringraziamento alla Reale Società Ginnastica per la gentile concessione delle foto.


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Tradizione circense di Veronica Gianello

Tra rigore, creatività e un pizzico di follia:

la scuola di circo “FLIC” di Torino Reale Società Ginnastica, come abbiamo visto, significa storia e tradizione, ma senza innovazione e attenzione al mondo contemporaneo non c’è evoluzione. Tra i progetti più belli e importanti nati tra le antiche mura di Via Magenta 11, a strizzare l’occhio al futuro è nata nel 2002 FLIC – Scuola di Circo, diretta da Matteo Lo Prete. Prima scuola di perfezionamento professionale di circo contemporaneo in Italia, la FLIC è diventata in poco tempo una delle realtà più rinomate non solo nel nostro Paese ma anche a livello internazionale.

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Lezione di danza contemporanea alla FLIC

ventare un artista di circo non è una passeggiata. I ragazzi passano otto ore al giorno ad allenarsi seguendo un fitto e rigoroso programma di le-

srl

gni anno infatti sono centinaia i ragazzi che da tutto il mondo riempiono la valigia di sogni e coraggio e raggiungono Torino per sostenere l’audizione e iniziare a studiare per diventare un artista di circo. Sì, perché troppo spesso, soprattutto in Italia, si pensa a un circo molto lontano da ciò che realmente è. Il circo contemporaneo non è qualche pallina che ruota in aria per far divertire i bambini, non è una tigre che salta dei cerchi infuocati, non è, perlomeno, solo questo. La FLIC si pone infatti come primo obiettivo la creazione di una maggiore consapevolezza su cosa sia il circo contemporaneo, e lo fa partendo dalla formazione dei propri allievi. Già da qui, si capisce ben presto che di-

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zioni. Il lavoro è pensato e strutturato per dare una solida base di preparazione sulla quale poter poi sviluppare le potenzialità e le caratteristiche di

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Tradizione circense di sudore e abbracci, che diventa ricerca e riflessione, che è l’inizio di un cammino che converte la realtà in metafora. Il programma prevede per tutti un lavoro giornaliero di preparazione fisica, acrobatica, danza e teatro, affiancata al lavoro su uno specifico attrezzo che ognuno sceglie come propria specialità. A completare la formazione dei ragazzi, la scuola organizza stage intesivi con maestri di fama internazionale e laboratori di

Un allievo FLIC che lavora sul tessuto

ognuno, aggiungendo quel pizzico di follia necessario. Roberto Magro, consulente artistico della scuola, ci dice che il circo è infatti l’elogio della diversità. Una diversità che profuma

Evento della scuola FLIC a Venaria Reale

Lezione di circo alla FLIC

creazione. Ad oggi la FLIC ha formato oltre 450 allievi provenienti da 38 nazioni diverse. Molti ex allievi hanno lavorato e lavorano in grandi compagnie.

o alla FLIC, Tra i tanti ragazzi che stanno studiand dal Trentino troviamo Paolo Tonezzer, che proprio corso. per ha deciso di intraprendere questo o-Torino? Com’è stato il cambiamento Trentin di non avere La cosa più difficile per me è stata quella mia regione, le mie montagne. Sono molto legata alla una città al mio territorio. A Torino però ho trovato pronta e viva per i giovani. ino? Cosa ti ha spinto a venire qui, a Tor mondo nel nel rca Il desiderio di continuare la mia rice scuola Bolle di circo che avevo iniziato in Trentino alla Paolo Tonezzer sto nella vita e Sapone. Ho capito che volevo fare que ruire questo la FLIC è il posto giusto per iniziare a cost do e vedere percorso. Per me uscire dal proprio mon arricchiti. di tornare a casa, ma sicuramente un po’ liere sceg mai caso e cere cres per le altre realtà è essenzia può darti una Cosa ti aspetti dal futuro? so dopo passo. Ho scelto una vita che non pas ruito cost va me per hé perc ora, te Il futuro per me non esis di scegliere come costruire la mia ezza perché in questo modo ho la libertà salv mia la a stat è sta que ma a, cert e sapevolezza sul circo direzion portare finalmente anche in Italia più con a cire rius di llo que bbe sare de gran strada. Il mio sogno più contemporaneo. (V.G.)

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A parere mio di Patrizia Rapposelli

Politicamente corretto: non offendere nessuno

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chiavi del politicamente corretto? Una domanda che sorge spontanea a seguito delle proteste che in tutto il mondo esasperano la questione razziale. Il caso George Floyd è la miccia che fa esplodere la psicosi del politicamente corretto e delle disapprovazioni verso simboli, messaggi e rappresentazioni di apparenza razzista. Numerosi sono stati i cortei organizzati e le polemiche social divampate sul suolo americano, ma da lì a breve la questione si è infiammata diventando mediatica e politica in tutto il globo. Razzismo è un concetto che va oltre alla semplice discriminazione razziale. È la convinzione che un gruppo umano possa essere superiore agli altri. È un’attitudine espressa con barzellette, battute, insulti e crimini a sfondo razziale. Può anche annidarsi nelle abitudini, nei valori e nelle idee stereotipate, la gente a volte non si rende nemmeno conto di avere questi pregiudizi, altre volte è solo un’opinione “di partito preso”. Il razzismo racchiude concetti radicati nel tempo e diventati parte del sistema e delle istituzioni, sono legati al potere e al privilegio delle classi dominanti: è storia. Politiche, pratiche e comportamenti di un intero sistema possono svantaggiare le persone in base alla razza o non riuscire a rimuovere l’effetto storico di emarginazione razziale che deriva dal passato, ma ciò non può giustificare violenze, disordine pubblico ed esasperazione del problema da parte dei politici. È ammissibile il gesto di alcuni deputati che durante una seduta alla Camera (luogo istituzionale italiano) si sono inginocchiati in memoria

della morte Floyd? Nascono delle domande. Pamela non meritava tale gesto di protesta e rispetto? E le donne trucidate dagli estremisti? E i continui femminicidi? E coloro che danno la vita nelle forze dell’ordine? E gli italiani che si tolgono la vita per la grave crisi economica degli ultimi mesi? Un’esasperazione che, a volte, squalifica la stessa lotta alla discriminazione. L’espressione correttezza politica (politically correct) tratteggia una linea di opinione e un atteggiamento sociale di attenzione al rispetto generale, soprattutto per le minoranze e i gruppi socialmente deboli, ma ad oggi l’inseguire a tutti i costi il politicamente corretto sta provocando non poche tensioni. Le ostentazioni finisco in assurdità e si perdono di vista i significati reali di intolleranza e discriminazione. I cioccolatini Moretti sono stati accusati di razzismo, la Migros decide così di non commercializzare più i famosi “Teste di Moro”, anche il film “Via col vento” è finito nel polverone; infatti l’Hbo ha deciso di rimuoverlo dal suo catalogo on demand per motivi di discrezione politica. Il politicamente corretto vuole un oggi infuocato tra teste rotolanti, pellicole fumanti e piedistalli vuoti? Cadono le statue dei colonizzatori “razzisti” e i cortei antirazzisti marciano per le strade bersagliando, vandalizzando e distruggendo pezzi di storia. L’opinione pubblica

La protesta per l’omicidio di George Floyd

si spacca tra la violenza e la critica. La protesta nasce dall’idea di maggior giustizia e rivolta nei confronti di uno stato di polizia mascherato da democrazia, ma da movimento pacifico si è passati alla prepotenza. Le sculture, le pellicole cinematografiche, l’arte servono a ricordare chi siamo stati, anche se oggi si è diversi; dovrebbe essere un’ovvietà dire che l’arte e i simboli del passato vanno storicizzati. La violenza non può essere giustificata. Il politicamente corretto cresce su un terreno liberale, ma forse in questo momento si è caduti nell’estremo? Etichetta, estremizza i pensieri e ostenta posizioni che accentuano fortemente certi componenti di vita, anche là dove la malizia non c’è. L’Inno d’Italia cantato da Sergio Sylvestre è l’esempio di ennesima strumentalizzazione di ciò che sta accadendo. Perché lui e non il Volo o qualsiasi altro eccelso cantante italiano? Al mainstream piace la strumentalizzazione. Il politicamente corretto ci sta rendendo schiavi? Vedremo se l’opinione pubblica e la politica riusciranno a trovare un compromesso.

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Attualità in cronaca

di Nicola Maschio

Io, ex Covid

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otrebbe essere una storia come tante, ma in questo caso ogni storia è un racconto di vita, di paura e, per certi aspetti, di sacrificio. R.D., disponibile alla nostra intervista, ma che ha scelto di restare anonimo, ha affrontato e sconfitto il Coronavirus. Fortunatamente per lui i sintomi sono stati molto lievi, ma solo dopo 50 giorni rinchiuso in casa e ben 5 tamponi (il primo tra l’altro risultato negativo), può dire di aver battuto il Covid-19. Come lui, anche la moglie è risultata positiva: la donna infatti, lavorando nel settore della sanità, ha contratto il virus nel mese di marzo, infettando poi il marito. Fortunatamente, grazie all’immediato auto-isolamento, nessun altro parente è rimasto contagiato, dai figli ai rispettivi genitori dei coniugi. La storia di R.D. rimane una tra le tante, ma esattamente al pari di tutti gli altri ci sono sentimenti, emozioni e difficoltà che sono state vissute e superate. Con

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uno sguardo rivolto inevitabilmente al futuro e alla “nuova normalità”. R.D., innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista. Le chiedo, per prima cosa, come sta ora? Ora sto bene, ma bisogna distinguere la vita quotidiana con ciò che faccio al di fuori del lavoro o della famiglia. Sono un amante dello sport, mi piace praticarlo in molti modi, ma da quando ho superato il Covid sento di non essere al meglio della forma. È come se ci fossero degli strascichi, qualcosa che non mi permette di allenarmi al massimo. Comunque per il resto mi sento molto bene, vivo la mia vita normalmente. Come Ha scoperto di aver contratto il Coronavirus? Mia moglie lavora nella sanità e purtroppo è stata lei, inconsapevolmente, ad infettarmi. Non ho mai avuto sintomi forti, non c’è stato bisogno di cure particolari, tuttavia per parec-

chio tempo ho avuto quella sensazione di stanchezza tipica dell’influenza. All’inizio infatti pensavo si trattasse di quello, in una situazione normale probabilmente sarei anche andato al lavoro. Poi però ho notato che avevo spesso tachicardia e che quei lievi sintomi persistevano. Inoltre, per circa 10 giorni ho perso il senso del gusto e dell’olfatto. Dopo che mia moglie è risultata positiva al tampone, io stesso ho avuto lo stesso risultato dopo il controllo all’Azienda Sanitaria Locale. Da quel momento ho fatto 5 tamponi in tutto, anche se il primo era risultato addirittura negativo. Cosa ha provato quando ha visto l’esito del tampone? Paura, agitazione? Personalmente non ho avuto paura, soprattutto perché i sintomi non erano così gravi. Avevo comunque la consapevolezza di affrontare un virus nuovo, mai studiato prima, quindi le perplessità e i dubbi c’erano senz’al-


Attualità in cronaca tro. Quando una cosa come questa ti tocca in prima persona cambiano molti punti di vista e, anche se non ho avuto necessità di cure specifiche, io e mia moglie ci siamo subito auto-isolati in casa. Pur non sentendomi mai veramente in pericolo, ho trascorso 50 giorni circa (dal 15 marzo al 9 maggio) tra le mura domestiche: posso dire che questa è stata senza alcun dubbio la parte più difficile dell’intera vicenda. Ha pensato alla Sua famiglia? Ai nonni dei Suoi figli, ad esempio Certamente. Abbiamo attuato tutte le precauzioni del caso e fortunatamente nessun altro della mia famiglia ha avuto sintomi. Il vero problema è che nel luogo di lavoro di mia moglie qualcosa non ha funzionato correttamente, infatti alcuni dei suoi colleghi hanno perso delle persone care. Crede che la rappresentazione

mediatica del virus, della sua evoluzione e della pandemia in generale, si sia svolta nel modo corretto? Innanzitutto è doveroso avere rispetto per chi è venuto a mancare. Personalmente poi, potrei quasi banalizzare questo virus, dicendo che non è necessario creare allarmismi, ma sappiamo che il Covid cambia da persona a persona e che tanto dipende da come ognuno supera questa avversità. Conosco persone che hanno avuto problematiche molto gravi, altri che hanno perso delle persone care e, come detto precedentemente, anche alcuni colleghi di mia moglie che ne hanno risentito parecchio. In generale, direi che quanto successo ci ha fatto capire che non siamo invincibili: ci troviamo all’interno di una generazione che non è abituata a soffrire, forse questo è il nostro più

grande limite. Da un lato è un bene, perché accettiamo con difficoltà la morte o situazioni gravi come questa, dall’altro però ci fa capire che in passato abbiamo gestito altri scenari come guerre mondiali, peste o pandemie di varia natura, riuscendo sempre a superarle ma con sacrifici. Ne sono un esempio le restrizioni ancora in vigore, come quella del distanziamento sociale. Attualmente Lei sta vivendo la sua vita con normalità? Oppure, nei Suoi confronti, c’è un sentimento di sospetto da parte di chi non ha superato il virus? Sto vivendo benissimo, senza alcuna discriminazione. Certo, occorre mantenere le precauzioni, ma dobbiamo vivere la nostra vita con serenità. Come detto, non siamo invincibili: dobbiamo abituarci a convivere con ciò che la vita ci mette davanti.

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Il personaggio di ieri di Veronica Gianello

Gianni Rodari

Il centenario dell’uomo che sapeva far ridere i bambini Ci sono argomenti più o meno personali che abbiamo affrontato in questi mesi particolari, e poi ci sono argomenti universali, che riguardano tutti; argomenti che prima, troppo spesso, venivano spazzati sotto al tappeto assieme alla polvere.

T

ra i grandi punti di domanda nati in questi mesi, un posto di assoluto rilievo se l’è preso la scuola. Assurdo, no? Pensare che serva una pandemia per rendersi conto che, probabilmente, qualche riflessione sul sistema scolastico si sarebbe dovuta affrontare anche prima. Così, anche la scuola, ha dovuto fare i conti con la tecnologia, con la D.A.D., la didattica a distanza, che si va ad aggiungere alle mille sigle che riempiono registri e verbali. Eppure, tra chi ha lavorato più di prima e chi ne ha approfittato, viene da chiedersi: tutto questo lavoro va veramente a favore degli studenti? È necessario riempire le giornate dei bambini (e inevitabilmente dei genitori) per il trito e ritrito terrore di non finire il programma? Non esiste una risposta netta, ma è necessario chiedersi costantemente

Asilo Gianni Rodari a San Donato Milanese (Gennaio 2020)

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se il centro di tutto questo lavoro sia veramente l’alunno. John Dewey parlava del diritto a uno sviluppo armonico e integrale, un diritto bellissimo, che può essere raggiunto solo rispettando, per l’appunto, la centralità di chi apprende, la sua autonomia, i suoi tempi e la sua creatività. E proprio in questo 2020 così particolare ricorre il centenario dalla nascita di uno dei più grandi pensatori del secolo scorso: Gianni Rodari. Chissà cos’avrebbe pensato lui di tutta questa faccenda, di tutta questa scuola fatta di carte e parole, di com’è stata più o meno colmata questa distanza forzata. Gianni Rodari: pedagogista, scrittore, maestro… Ma soprattutto instancabile ammiratore della sincerità dei bambini, nato a Omegna, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, nel 1920. All’anagrafe Giovanni Rodari, cresce

Gianni Rodari

nella panetteria del padre mangiando pane e cioccolato, mentre accoccolato dentro una cassa di legno leggeva Cuore. Dopo la morte prematura del padre si trasferisce con la madre e il fratello in provincia di Varese dove viene iscritto in seminario prima, e alle scuole magistrali poi, dove si diplomerà nel 1937. Inizia poi la sua carriera di maestro, prima come precettore privato per una famiglia ebrea fuggita dalla Germania e poi insegnando in varie piccole scuole del varesotto. Egli stesso ha sempre ammesso che la sua esperienza con la scuola non fu grandiosa a causa probabilmente


Il personaggio di ieri (da Prima Pagina)

della sua giovane età e dell’incapacità generale dell’adulto di pensare la scuola con gli occhi di un bambino. Da questa consapevolezza però, Rodari riuscì a capire una cosa: egli sapeva far ridere i bambini e ne approfittò per diventare, sempre insieme ai suoi alunni, un inventore di storie. Nasce così, improvvisando un mestiere, la brillante carriera di uno degli autori di letteratura dell’infanzia più apprezzati e conosciuti al mondo, unico italiano ancora ad essere stato premiato con il “piccolo Nobel della narrativa dell’infanzia” Hans Christian Andersen, nel 1970. Ciò che maggiormente contraddistingue il suo modo di creare storie è il fatto di non aver mai scritto nulla per i bambini, ma sempre con i bambini. L’adulto deve saper entrare nel mondo del bambino, deve stimolarne la fantasia, ma soprattutto deve lasciare che anche i bambini stessi stimolino la fantasia dell’adulto. C’è del surreale, qualcosa delle favole antiche, ma sempre rielaborate nel contesto a lui contem-

poraneo. Sono storie leggere, scorrevoli e spesso divertenti, ma latente c’è sempre la necessità di creare un substrato più profondo, indirizzato al mondo degli adulti, troppo spesso noioso e legato a rigidi schemi mentali. In Rodari ritroviamo una fantasia estrosa, ma fortemente legata al quotidiano: storie di animali, di viaggi, dei bambini meno fortunati, com’è il caso di uno dei suoi capolavori, La Freccia Azzurra. A chiusura di una vita dedicata a un nuovo modo di fare letteratura per l’infanzia, Rodari pubblica per Einaudi, dove egli stesso lavorava, la Grammatica della Fantasia, un vero e proprio manuale teorico che ricerca le costanti e le caratteristiche di quella che lui definisce la letteratura fantastica. Ma non solo: è un manifesto, un riassunto di tutto il suo pensiero, utile anche “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.”

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Umana-mente: la vacanza di Chiara Paoli

Vacanze si, Vacanze no, Vacanze in forse? Il grande quesito degli italiani per l’estate 2020 è sicuramente quello delle vacanze. Effettivamente dopo mesi di stop a causa del Covid-19, molte persone si sono rimboccate le maniche e ora in realtà credono di avere solo bisogno di lavorare e di ritornare pian piano ad una parvenza di normalità. C’è chi è finito in cassa integrazione e le vacanze non se le può permettere, chi il lavoro lo ha perso e chi non ha neppure avuto modo di iniziarlo. Le vacanze in molti non le faranno perché non possono permettersele, ma altri non vogliono proprio farle, a causa delle normative imposte. Effettivamente pensare di passare le vacanze con mascherina sempre appresso e maneggiando gel disinfettante oltre alla classica crema solare, non è una bella prospettiva. Per le famiglie poi, tutto si trasformerebbe in un incubo, chi ha bambini dovrebbe tenerli sotto il proprio ombrellone, mantenendo la distanza di sicurezza da altri bambini, con i quali non possono condividere secchiello e paletta e neppure una semplice palla. La spiaggia quindi diventerebbe per i più piccoli un groviglio di imposizioni e di regole difficili da rispettare e su cui i genitori dovrebbero vigilare in maniera continua, ridotti al minimo essenziale o annullati tutti quei servizi di animazione e baby-sitting, che potevano garantire ai genitori lavoratori il meritato riposo. Anche chi aveva già prenotato con largo anticipo si è ritrovato purtroppo con un pugno di mosche in mano; i voli aerei verso mete più lontane sono saltati e le prenotazioni di hotel e appartamenti di conseguenza. Quindi se si vuole andare in villeggiatura, va tutto riprogrammato e ripensato, tenendo conto dell’auto come mezzo di spostamento obbligato. Spesso la delusione di un viaggio tanto atteso e desiderato, fa passare la voglia di partire o costringe a ripiegare su una vacanza che non appare altrettanto bella e degna di essere vissuta.

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Per i ritardatari che invece prenotano i viaggi all’ultimo minuto, last minute e last second si riducono drasticamente a mete più vicine e facilmente raggiungibili, visti gli scarsi collegamenti aerei, niente mete esotiche per quest’anno e poca movida. C’ è poi chi dice di aver già fatto sufficienti vacanze, essendo stati fermi due mesi a causa dell’emergenza sanitaria e si è rituffato nel proprio lavoro senza neppure volgere il minimo pensiero alle ferie. Meta prediletta per queste vacanze diviene dunque la nostra penisola, anche se qualcuno si sposta verso la Croazia. Non tutti andranno al mare,

chi vive vicino alle spiagge, e può goderselo ogni fine settimana, anche se lavora, spesso preferisce godersi le ferie in montagna, in mezzo al verde, alla natura e al fresco, facendo camminate o gite in mountain bike. Anche il nostro Trentino diviene quindi meta prediletta per queste vacanze 2020 e la montagna offre ai vacanzieri uno spazio più ampio e sconfinato nel quale disperdersi e mantenere le distanze, rispetto al più limitato litorale marittimo. Una villeggiatura sicuramente più rilassante e riposante, che speriamo possa far ripartire alla grande il turismo nella nostra regione.


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Il passato in cronaca di Marco Nicolò Perinelli

Due amici in guerra Questa è la storia di due uomini, due amici. Si chiamano Eligio Paternoster, Gino, e Ernesto Moser. Il primo nato a Cles, in Val di Non; il secondo a Barco, in Valsugana. Due trentini, due soldati che si sono trovati a vivere una delle pagine più drammatiche della Seconda Guerra mondiale e che sono sopravvissuti grazie al caso e al fatto di aver saputo cogliere le occasioni che il destino, il Kairòs avrebbero detto gli antichi greci, ha messo loro davanti. Ed è la storia di due famiglie che hanno atteso a lungo prima sapere quale fosse stata la sorte dei loro cari, due famiglie che hanno stretto un legame durato per molti anni dopo la fine del conflitto. Una storia che lo stesso Gino ha raccolto in una serie di appunti che il nipote, Giancarlo Thoma ha voluto raccogliere e riordinare, per preparare una pubblicazione che presto potrebbe vedere la luce e della quale ho avuto la fortuna di poter leggere una prima bozza. È l’8 settembre del 1943, e i due soldati, che insieme da Bolzano sono partiti per la guerra due anni prima, sono di stanza a Corfù, occupata dalle truppe italiane del 8º reggimento della divisione Acqui, assegnati ad un cannone antiaereo da 20mm. Alle truppe arriva la notizia dell’armistizio. È una esplosione di gioia, la fine della guerra sembra ormai vicina per i soldati italiani, ma in poche ore tutto cambia e la situazione precipita. Alla gioia segue l’incertezza. Chi è il nemico ora? Si chiede Gino. Sull’isola di Cefalonia, dove è stanziato il grosso della Divisione Acqui, la tensione comincia a salire. Gli ordini si fanno confusi, i tedeschi iniziano una serie di manovre che preludono il conflitto a fuoco che seguirà da lì a poco. Da una parte i tedeschi invitavano alla

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Gino Paternoster con il fratello Guerriero

Al centro seduto nella foto storica Valentini Paternoster, padre di Gino


Il passato in cronaca

Soldati italiani a Cefalonia -1943 (da Pintarest)

resa, a deporre le armi. Dall’altra gli inglesi, insieme ai partigiani greci, chiedevano agli italiani di tenere duro, di opporsi. E in mezzo loro, due soldati nati in Trentino, divenuto italiano da poco più di vent’anni, visti dai tedeschi come traditori e dagli italiani con diffidenza perché considerati filo tedeschi. Una storia che ben conosceva il Paternoster perché suo padre era morto in Galizia e suo zio a Innsbruck durante la Prima Guerra mondiale e sua sorella, la madre di Giancarlo Thoma, aveva sposato un altoatesino di lingua tedesca, della Val Venosta, la cui famiglia era stata spezzata dalle Opzioni pochi anni prima. Gino ed Ernesto ora si trovano nel centro del conflitto: i tedeschi bombardano le postazioni italiane, incendiano i villaggi. Schivando miracolosamente le bombe che piovevano dal cielo e rispondendo al fuoco degli aerei che si avventavano contro di loro, riescono a sopravvivere fino alla resa delle truppe italiane, il 25 settembre, quando il comandante del Reggimento, Luigi Lusignani, di fronte ai carri tedeschi sbarcati sull’isola, fu costretto alla resa. Lusignani verrà fucilato il 28 settembre. Gino e Ernesto sono più fortunati.

Il comandante Luigi Lusignani

Vengono rinchiusi nel centro di racgiorni dalla fine del conflitto. Ed è un colta dei prigionieri fino al 10 ottobre, racconto fatto di dolore, di privazioni, quando, scampati anche ad un primo ma anche di una straordinaria umanibombardamento alleato sul campo tà, dove il buono e il cattivo perdono di prigionia e a un secondo che colpì i propri ruoli assegnati dalla storiograla nave con gli italiani a bordo, furono fia ufficiale e si ritrovano i volti delle portati con uno zatterone sulla persone. Ed è anche la storia di un terraferma. I tedeschi diedero loro tre ragazzo nato a Cles, che, alcuni anni possibilità: andare volontari nell’edopo la fine della guerra, un giorno sercito tedesco, diventare prigionieri fu invitato dallo zio Gino ad andare lavoratori o finire in un campo di in Lambretta insieme fino ad un concentramento. Il valsuganotto e il paesino della Valsugana, Barco, dove noneso decisero di affidarsi alla sorte abitava l’amico di sempre, Ernesto, e, scartata la prima ipotesi, scrissero con la sua famiglia che li accolse con su due biglietti le soluzioni rimanenti piatto di cipolle cucinate come fossee estrassero il risultato. Fu così che ro bistecche ed un grande sorriso. finirono con il lavorare come prigionieri: Moser nelle cucine, Paternoster a curare gli animali durante la marcia verso l’Albania. Giancarlo Thoma racconta tutto il viaggio fino alla Stiria, dove lo zio, insieme all’amico, arrivano nel 1945 e dove lo stesso sarà ferito nel corso di un bombardamenGino Paternoster - Roma 1940 Il nipote Giancarlo Thoma to russo, a pochi

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Ieri avvenne di Chiara Paoli

Il primo volo dello Zeppelin 2 luglio 1900, questa la data che sancisce i primi 18 minuti di volo in dirigibile, grazie al genio di Ferdinand Von Zeppelin, che per questa sua invenzione è entrato nella storia dell’aeronautica e il suo nome si identifica per antonomasia con il mezzo stesso per il quale è noto.

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rima di allora gli unici “oggetti volanti” erano le mongolfiere, mezzi di trasporto difficili da manovrare e soggetti alle intemperie, che potevano portare nel loro cesto solo pochissime persone e non potevano garantire alcun comfort durante l’ascesa. Ferdinand aveva scelto la carriera militare, ottenendo il titolo di generale ed è noto poi al grande pubblico in qualità di progettista di dirigibili, il cui

operato prende avvio negli anni ’80 del XIX secolo. In realtà a questa grande scoperta ha contribuito anche un altro pioniere dell’aviazione ungherese, David Schwarz, i cui disegni per un aeronave rigida manovrabile e fornito di uno scafo metallico esterno, erano stati acquistati dal conte Von Zeppelin. Purtroppo Schwarz non riuscirà mai a veder volare lo Zeppelin, vista la prematura morte che lo coglie a Vienna, il 13 gennaio 1897. Pare inoltre che il brevetto per un sistema di palloni aerostatici con involucro metallico, sia stato concesso per 20 anni nel 1888 al console colombiano Carlos Alban, grande amico di Von Zeppelin, al quale ne fece dono. Si tratta perciò di un’impresa a più

Ferdinand Von Zeppelin

mani e molteplici menti che si sono impegnate nel sogno di prendere il volo. La costruzione vera e propria del primo dirigibile ha inizio nel 1899: comprendeva due motori da 32 cavalli ognuno come propulsori e nell’anno seguente avvengono i primi test, con 3 ascese sul lago di

COMUNICATO DI REDAZIONE

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el numero di giugno nella rubrica “Che tempo che fa”, curata da Giampaolo Rizzonelli e riguardante meteorologica e climatologica, abbiamo pubblicato l’articolo pervenutoci ” Inverno 2019/2020 - Ancora all’insegna del caldo - E non si vede un’inversione di tendenza, ancora deficit pluviometrico” , contenente, purtroppo, anche i riferimenti di contatto del nostro collaboratore. Evidenziamo anche che nello stesso articolo abbiamo omesso erroneamente di citare, tra le fonti dei dati, anche la Fondazione Mach (Istituto Agrario San Michele). Di questo chiediamo sentitamente scusa a Giampaolo Rizzonelli. Precisiamo che, sempre nel numero di Giugno 2020, il “Glossario” riportato in coda al sopra citato articolo è stato predisposto dalla redazione e non dal nostro collaboratore.

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Ieri avvenne Costanza. La gioia e l’entusiasmo delle persone che avevano assistito a questa grande impresa, furono utili a sostenere il conte nella sua impresa. È grazie alle offerte raccolte con una lotteria, qualche donazione pubblica e all’investimento di 100.000 marchi da parte dello stesso conte, che fu possibile realizzare il secondo e più evoluto modello Zeppelin, che prese il volo una sola volta, il 17 gennaio del 1906. Nel 1908 viene fondata la Luftschiffbau Zeppelin GmbH, ditta costruttrice che nell’arco di 30 anni riesce a completare ben 119 dirigibili. La struttura dello Zeppelin rimase quasi inalterata nel corso di un trentennio, contraddistinta da una struttura portante in alluminio, con all’interno diversi palloni per l’idrogeno e ricoperta all’esterno di tela trattata. Sotto erano posizionate le gondole con i motori a scoppio che servono per azionare le eliche propulsive, queste stesse caratteristiche si riscontrano nei dirigibili costruiti in Europa ed America. Dalla Germania deriva un ulteriore passo avanti con l’introduzione di impennaggi cruciformi, stabilizzatori a forma di pinne studiati per la prima volta in Italia nel 1913, e utilizzati dalla “rivale” Schütte-Lanz, soluzione successivamente adottata anche da Von Zeppelin. Durante la Prima guerra mondiale queste grandi navi volanti vengono usate per scopi militari, in qualità di

bombardieri e ricognitori. Successivamente al conflitto, negli anni ’20, il loro uso muta, per soddisfare invece le richieste dei civili, che volevano provare l’ebbrezza del volo su dirigibile. A guerra conclusa, gli zeppelin cavalcano nuovamente l’onda del successo, grazie all’operato di Hugo Eckener, che subentra in azienda al conte Von Zeppelin, morto nel 1917. È merito suo se il dirigibile conosce la notorietà, anche grazie all’operato della compagnia aerea DELAG che garantiva i collegamenti tra la Germania, gli Stati Uniti e il Brasile, con voli regolari. In quel periodo era operativo il modello LZ 127 Graf Zeppelin, il cui successo è riscontrabile nell’oltre un milione e mezzo di chilometri percorsi e soprattutto per l’eccezionale e singolare impresa di circumnavigazione del pianeta. A causare un rallentamento e la successiva fine dell’impero Zeppelin, vi fu dapprima il regime nazista, cui seguì la nazionalizzazione dell’azienda ma soprattutto la grande

tragedia del LZ 129 Hindenburg, Questo modello era stato ideato per essere riempito con elio, ma a causa di un embargo militare U.S.A in mancanza di tale sostanza, venne utilizzato il più infiammabile idrogeno. Nonostante le molteplici misure di sicurezza messe in atto, il 6 maggio 1937, l’Hindenburg divenne un groviglio di fiamme in soli 30 secondi, mentre tentava di atterrare nella Stazione Aeronavale di Lakehurst nel New Jersey. Nell’incidente persero subito la vita 35 persone, su 97 tra passeggeri e membri dell’equipaggio, altre 10 moriranno nei giorni seguenti; un disastro di grande impatto anche per lo spazio dato alla notizia nei cinegiornali, esso sancì la fine della Zeppelin, dopo 3 decenni di operato all’insegna della sicurezza.

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La solidarietà in Valsugana di Elisa Corni

Una raccolta fondi per aiutare Eva e la sua famiglia Ha fatto e sta facendo parlare molto una vicenda dai risvolti profondamente umani che riguarda il nostro territorio e della quale abbiamo tutti sentito parlare. Eva è una bimba di due anni che nelle foto, parzialmente oscurate che abbiamo visto nei media locali, si distingue per un caldo sorriso carico di quell’entusiasmo tipico dei più piccini. È una bimba come tante altre, ma è anche una bimba affetta da una rara malattia al momento incurabile. Le è stata infatti diagnosticata la SMA o atrofia muscolare spinale, una malattia il cui verdetto è probabilmente già scritto.

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econdo quanto si legge sul sito di Telethon, la realtà che raccoglie fondi per la ricerca sulle malattie rare, la SMA è una patologia neuromuscolare che porta alla progressiva morte dei motoneuroni le cellule del midollo spinale responsabili del movimento. Chi ne è affetto perde gradualmente il controllo dei muscoli, a partire dal movimento per arrivare fino al controllo dell’apparato respiratorio. È provocata da un difetto genetico che fa sì che l’organismo non produca abbastanza proteine del tipo che partecipa alla sopravvivenza dei motoneuroni, che quindi gradualmente muoiono. Nonostante i fondi stanziati e quelli raccolti per la ricerca (Telethon ad esempio ha all’attivo ben 34 progetti di ricerca attorno a questa malattia con 50 ricercatori attivi) ben pochi passi sono stati fatti per la cura di questa malattia degenerativa. A soffrirne sono soprattutto bambini che, nelle patologie più gravi, mostrano i segni fin dalla nascita; in altri casi i sintomi compaiono più avanti e comportano un graduale peggioramento delle condizioni di vita. Nel migliore dei casi i bambini che nascono con la SMA riescono a spegnere

qualche candelina, ma molto spesso questa speranza è piuttosto flebile. Nel nostro paese ne sono colpiti circa 1 neonato ogni 10.000 e si tratta di una delle più comuni cause di morte genetica infantile. Purtroppo oggi come oggi non esistono cure, ma ciò non impedisce ai piccoli pazienti e alle loro famiglie di vivere comunque una vita dignitosa al meglio delle possibilità. Eva è quell’uno su diecimila, e per lei i movimenti si fanno sempre più complessi e difficili. La famiglia, che abita a Baselga di Piné, ha adesso una nuova necessità: la casa in cui abitano non è adatta alle loro esigenze, che saranno purtroppo sempre più onerose.

Per esempio, Eva ha bisogno di muoversi con la carrozzina, dato che non è più in grado di camminare da sola. Le scale non sono praticabili e le dimensioni ridotte dell’abitazione complicano la vita della numerosa famiglia. Per questo motivo la comunità si è mobilitata con una raccolta fondi per aiutare Eva i suoi genitori e i suoi fratelli a trovare una nuova casa, più grande, più adatta, più facile per trascorrere assieme momenti più sereni. Chi volesse fare un’offerta può connettersi al link riportato qui sotto e dare una mano a persone che ne hanno davvero bisogno. https://www.gofundme.com/f/ cambio-casa-per-problemi-di-salute?

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Accadde ieri di Chiara Paoli

Maria Goretti, un simbolo della violenza sulle donne Il 5 luglio 1902 Maria Goretti è vittima di un tentativo di stupro. A perpetrare questo crimine è Alessandro Serenelli, ventenne che viveva nella stessa abitazione. Maria aveva soltanto 11 anni e a causa dei 14 colpi di punteruolo inferti, morì per setticemia dopo 24 ore di agonia.

M

aria nasce il 16 ottobre del 1890 nella città marchigiana di Corinaldo, da papà Luigi e mamma Assunta Carlini, che ebbero sette figli. La vita di Maria Teresa Goretti seppur breve non è stata semplice e altrettanto vale per quella del suo aguzzino. Un’esistenza fatta di spostamenti, nel tentativo di migliorare le condizioni di vita della famiglia, passando dapprima a Paliano, nei pressi di Anagni, e poi a Ferriere di Conca, attuale frazione di Latina. I Goretti, si appoggiarono alla famiglia Serenelli, con i quali collaborano e convivono nella Cascina Antica. Nel 1900 il padre di Maria muore di malaria e il cerchio si stringe ancor di più. Alessandro, secondogenito dei Serenelli tenta diversi approcci, senza ottenere ciò che desidera, finché la

Maria Goretti - Vetrata

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Santuario di Santa Maria Goretti

frustrazione non lo porta a compiere il gesto estremo di vendetta, che condanna a morte la giovane Maria. Quando Alessandro venne arrestato, confessò di aver premeditato l’omicidio, ammettendo che avrebbe preferito una vita dietro le sbarre, piuttosto che continuare quella misera e intollerabile vita nei campi. Bisogna tenere conto che il padre di Alessandro era un alcolista e che in famiglia vi erano stati diversi casi di squilibrio mentale; una situazione familiare difficile da sostenere per il giovane, cui potrebbe essersi aggiunta la frustrazione di essersi scoperto impotente. Maria, fu trasportata all’ospedale Orsenigo di Nettuno, ma purtroppo la morte sopraggiunse l’indomani e l’8 luglio ebbe luogo il funerale nella stessa struttura, all’interno della cappella. Venne Maria Goretti - Statua sepolta nel cimitero comunale.

Mentre l’omicida viene condannato a 30 di carcere, permanendo in quello di Noto tra il 1902 e il 1918; qui grazie all’interessamento del vescovo Giovanni Blandini, si pente e trova conforto nella religione cattolica. Ciò pare sia avvenuto anche in seguito ad una visione della giovane Maria, che gli avrebbe offerto dei gigli che si tramutavano in fiammelle. Venne scarcerato nel 1929, dopo 27 anni di prigionia, per buona condotta e si recò dai Goretti per chiedere loro il perdono, che fu concesso. Alessandro passò il resto della sua vita, conclusasi il 6 maggio 1970, nei conventi, operando come giardiniere e portinaio. Nasce così il culto di Maria Goretti, che si diffonde soprattutto fra i più poveri, quelle stesse persone che come lei vivevano nelle zone rurali, grazie ai padri passionisti di Nettuno e ad Azione Cattolica. Una figura di riferimento “sfruttata” in epoca fascista, ma anche successiva-


Accadde ieri

Santuario di Santa Maria Goretti

mente come esempio di vita portato avanti dal Partito Comunista. La canonizzazione di Santa Maria Goretti avviene in piazza San Pietro nella giornata del 24 giugno 1950, sotto il pontificato di Pio XII, in seguito al riconoscimento nel dicembre del 1949, di due guarigioni miracolose a lei attribuite e avvenute rispettivamente l’8 e l’11 maggio 1947. La commemorazione viene fissata nella giornata del 6 luglio, data della prematura morte, preceduta dal perdono per il suo assassino, con un augurio riferito alla madre che recita «Voglio che venga un giorno con me in

paradiso» che lo condusse successivamente alla conversione. Maria Goretti viene riconosciuta quale “martire della purezza”, anche grazie ad un voto pronunciato in occasione della prima comunione, che annunciava «di morire prima di commettere dei peccati». La salma di Santa Maria Goretti riposa nel Santuario della Madonna delle Grazie di Nettuno, mentre alcune reliquie si trovano a Corinaldo in provincia di Ancona, dove è possibile visitare anche la casa natale. Maria è divenuta, assieme a santa Dinfna, martire irlandese del VII secolo, pro-

tettrice delle vittime di stupro. Non sembrano esistere suoi ritratti, salvo una fotografia ritrovata nel 2017 da Ugo de Angelis e pubblicata da Famiglia Cristiana, che pare risalire a pochi mesi prima della morte. Il ritratto di una ragazzina alta 1,38 m, considerevolmente sottopeso e che presentava evidenti sintomi di malaria. Maria e Alessandro sono prima di tutto vittime di uno stato di estrema povertà, figli dell’analfabetismo e della miseria, che ha condizionato negativamente la loro vita. La vicenda viene ricostruita attraverso la pellicola “Cielo sulla palude”, datata 1949, per la regia di Augusto Genina e nel film per la TV del 2003, “Maria Goretti” di Giulio Base. La narrazione dei fatti viene inoltre ripercorsa da Aurelio Picca nel libro, “Capelli di stoppia. Mia sorella Maria Goretti”, edito dalle edizioni San Paolo nel 2016.

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Valsugana e dintorni di Mario Pacher

Castello Tesino: la Chiesetta dei Coronini

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ista circa un’ora e mezzo di cammino da Castello Tesino la frazione Coronini, una località montana dove esiste un gruppo di rustici casolari e dove in un tempo ormai lontano vi abitavano costantemente cinque o sei famiglie. Oggi la frazione è spopolata e solo durante il periodo estivo vi si reca qualche discendente di quei nuclei familiari o per la fienagione o per un breve periodo di riposo. Là sorge anche una graziosa cappella a forma ottagonale costruita con pietre bianche provenienti dal monte Pavana (zona in cui un tempo esisteva una cava), che fu eretta nell’anno 1876. L’aveva fatta costruire certo Domenico Piasente, figlio di Santo, nato e vissuto in quella frazione, che la volle dedicare alla Madonna del Sacro Cuor di Gesù. Così riportano le cronache dell’epoca: “Il Piasente aveva fatto voto assieme alla moglie, di consacrare 400 fiorini della propria sostanza per fabbricare in quella frazione una cappelletta che tornasse a gloria del Signore e della sua Madre Santissima, ed a vantaggio spirituale degli abitanti di quella frazioncina, i quali, impossibilitati per la massima parte dell’anno di recarsi alla Parrocchiale sia per la lunghezza del cammino che per le nevi che troppo spesso lo rendono impraticabile, potessero in detta cappella soddisfare privatamente ai loro doveri di pietà e di devozione. Il buon vecchietto di Piasente, come sta scritto, “dotato di quella semplicità tutta propria dei credenti montanari, nel farsi formulare il contratto cogli impresari del lavoro, non si curò nell’apporre le necessarie condizioni per mettersi al sicuro

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da maggiori dispendi di lavoro non 1879, venne benedetta la cappella da calcolati, e così in fine dell’opera, con don Gioachino Bazzanella e concesua somma sorpresa si vide portata la lebrata una solenne Messa assieme spesa alla vistosissima somma di circa ai reverendi parroci don Giovanni 1.200 fiorini. Il povero uomo, ben Caldrari di San Donato e don Francevedendo che colle proprie sostansco Zotta, davanti ad uno straordinaze non poteva sopperire ad un tal rio concorso di popolo venuto dalle debito, prese ad andar mendicando Parrocchie di Castello e di San Donà”. in tutte le famiglie delle vicine vallate, L’annuale festa votiva si tenne fino a fino a che potè raggranellare assieme, qualche decennio fa per iniziativa di con gravi stenti e sacrifici, quel tanto Giuseppe Piasente di Pieve Tesino, che occorreva per soddisfare ad ogni pronipote di Domenico. Ora però spesa per la cappella. In questo modo non più, perché Giuseppe, nella il Piasente potè compiere ancora primavera 2012, concluse la sua vita quell’opera che fu oggetto di lunghe terrena. Ma la chiesetta non è stata e vivissime sue brame. Non gli fu abbandonata poichè ci sono altri paperò dato di vedere appieno soddirenti, sia pur non tanto prossimi, che sfatti i suoi desideri, perchè prima che regolarmente ne curano la manutenpotesse essere benedetta la cappella zione e la pulizia dell’area circostante. da celebrarvi la Santa Messa, veniva chiamato dal Signore alla beata eternità, il giorno 15 marzo 1879. Nel suo testamento, fatto ai 14 marzo del 1879, il Piasente disponeva che uno dè suoi più bei campi, quello adiacente alla chiesetta e chiamato “alla Croce”, dovesse formare la dote della Cappella, annettendovi anche l’obbligo perpetuo di una Santa Messa bassa da celebrarsi annualmente, come anche quello di mantenervi il lume durante la recita del Santo Rosario. L’8 giugno dell’anno 1880, giorno della ricorrenza dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro, dei quali l’altare custodisce alcuni frammenti sacri, previa autorizzazione Una delle ultime celebrazioni presso la chiesetta ai Coronini vescovile del 15 ottobre


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In controluce di Mario Pacher

I Fumana e il museo della lirica Fa parlare ancora di se il noto cantante lirico trentino Amedeo Fumana, conosciuto e particolarmente apprezzato per i suoi concerti in tutta Italia e anche in Valsugana, Levico Terme in particolare. Due anni fa aveva dato vita al “Museo della Lirica” presso il Castello Carafa di Santa Severina, in provincia di Crotone dove è sempre presente anche la nostra rivista mensile “Valsugana News”.

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cco quanto ci scrive ora la figlia, pure lei cantante, soprano, Paola Fumana. “A causa dell’emergenza sanitaria, una crisi tormentata ha colpito anche il mondo dell’opera lirica, sia dal punto di vista economico che organizzativo. Amedeo fumana, diplomato in arti figurative e baritono, da due anni ha allestito presso il castello Carafa di santa Severina, in provincia di Crotone, il “museo della lirica” , in collaborazione con il sindaco Lucio Giordano e l’assessore Bruno Cortese. Dopo un periodo di chiusura, ora il castello è stato riaperto al pubblico. Il connubio e sodalizio artistico che si è creato con il Comune di Santa Severina, ha radici importanti che vedono protagonista un altro personaggio Trentino, l’archeologo Paolo Orsi, che per primo additò al mondo della cultura l’importanza storica ed artistica di Santa Severina. Nel 1911 effettuò’ una delle più suggestive descrizioni del centro abitato di Santa Severina e dei suoi dintorni. In una stradina adiacente al Castello infatti, si trova una lapide dedicata ad Orsi, in quanto a lui si deve la riscoperta di tesori artistico-monumentali come il battistero, la cattedrale, la chiesa di Santa Filomena, nonché lo studio di numerose iscrizioni già note, e di altre da lui stesso riportate alla luce. La capacità dello studioso di porre in stretta relazione il dato monumentale

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con la storia locale ed extralocale, È il caso di ricordare che nel mese di fanno ancora oggi dell’Orsi uno stusettembre di quest’anno, il castello dioso di grandissimo spessore. si offre da cornice al secondo festival Tornando all’attività museale del della lirica, che vede protagonisti signor Fumana, le meravigliose sale interpreti di grande talento con una affrescate del maniero, sono dediserie di concerti dedicati all’opera liricate ai più importanti interpreti del ca e alla musica classica. Verrà posata panorama operistico tra cui spiccano anche una lapide dedicata a Paolo i nomi di Maria Callas, Renata Tebaldi, Orsi già presente in una strada del Luisa Maragliano, Marcelle Pobbe, paese di Santa Severina”. Lella Cuberli, Giuseppe di Stefano, Giacinto Prandelli, Carlo Bergonzi, Carlo Meliciani e tanti altri. Il museo raccoglie costumi, documenti fotografici e giornalistici, cimeli e oggetti di scena delle più straordinarie voci del bel canto che Amedeo Fumana ha conosciuto personalmente e seguito nella loro carriera. L’allestimento viene rinnovato La lapide in ricordo dell’archeologo Paolo Orsi annualmente con pezzi nuovi custoditi in una sede privata in provincia di Venezia. Quest’anno verranno inoltre inseriti nella sala a lui dedicata, altri 3 costumi confezionati dal signor Fumana: costume di Figaro dal Barbiere di Siviglia, costume di Escamillo dalla Carmen di Bizet e costume di Carmen sempre dalla “Fumanacrotone” Amedeo Fumana al museo di Crotone Carmen di Bizet.


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Ambiente e giovani oggi di Elisa Corni

Revolution ambiente:

dai giovani uno sguardo al futuro L’associazione Provinciale per i minori (APPM Onlus) è da sempre una realtà molto attiva nel panorama locale per l’attenzione verso i più giovani. Questa volta ha superato sé stessa, e ha fatto quel passo in avanti che, invece di fornire attività e servizi a minori e famiglie, gli ha permesso di mettere in piedi un progetto nel quale sono proprio i più giovani i protagonisti. Non solo nelle attività, ma anche nella loro ideazione, progettazione e realizzazione.

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i tratta di Revolution Ambiente, un progetto nato da un’idea diventata grande. “Tutto ciò non sarebbe stato possibile” ha tenuto a precisare il coordinatore Maurizio Nicolini se non si fossero messi in gioco i giovani per primi”. È il caso ad esempio Claudio Valenti; nella sua voce e nell’entusiasmo con cui parla del progetto emerge quanto per lui tutto ciò sia importante. Per lui e per molti altri. “L’idea” racconta Claudio, è nata durante una serie di incontri tra alcuni giovani, un vero e proprio gruppo fondato un paio di anni fa che ben presto ha deciso di mettersi in gioco”. Il caso, come sappiamo, ci mette il suo zampino: se la dimensione del Piano Giovani di Zona sembrava essere quella adatta, il bando Caritro “Intrecci Possibili” sembrava disegnato sulla loro idea. E così sono stati costretti a crescere. “Il progetto di foto voicing per la narrazione dei cambiamenti ambientali nel corso del tempo si è allargato. Dall’Associazione Culturale il contatto si è diramato coinvolgendo per l’appunto APPM come capofila in collaborazione con CSV Trento e i comuni della zona laghi, ma anche realtà come Levico in Famiglia, l’Ortazzo, l’associazione H2O, il Forte delle Benne e pure i progetti di foresta sociale com Logical Forest”. E questi sono solo alcuni degli attori coinvolti in questo progetto che da giugno a settembre vedrà realizzare incontri con naturalisti ed esperti del WWF e del MUSE,

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passeggiate, corsi, incontri informativi e formativi e pure due corsi di fotografia e videomaking. Maurizio Nicolini è particolarmente soddisfatto quando parla di numeri: “Per i due corsi abbiamo già raggiunto il numero massimo di iscritti, dice. E anche i primi incontri online con gli esperti di WWF e MUSE hanno riscosso un certo successo; sono numeri incoraggianti e ci fanno sperare nella buona riuscita del percorso”. Un percorso iniziato da poco ma che potrebbe portarci a scoprire molti aspetti interessanti del nostro territorio che, per quanto appaia incontaminato, non è immune ai cambiamenti ambientali che stanno sconvolgendo l’intero pianeta. “In uno degli incontri online abbiamo potuto vedere con i nostri occhi quali sono gli effetti del climate change anche sulle montagne del Trentino” ha spiegato Claudio, continuando “il nostro è un percorso che si inserisce sicuramente in una presa di coscienza da parte delle nuove generazioni sulla situazione ambientale. Ma vuole puntare lo sguardo sulle piccole azioni quotidiane, sulle possibilità: non spaventare ma incoraggiare chi sa porre uno sguardo critico e costruttivo sulla realtà”. Oltre agli incontri, poi, un contest di poesia e fotografia per raccontare con parole e immagini l’evoluzione del nostro territorio; tutto ciò troverà poi posto in un’installazione che, assieme al video prodotto dai partecipanti al corso

di videomaking saranno il prodotto del progetto. Il primo, perché sembra che le diramazioni di questa bella iniziativa, come i rami di un albero, stiano prendendo nuove e inaspettate direzioni. Il responsabile APPM ci informa infatti che stanno “avviando una collaborazione con l’associazione l’Ortazzo per un progetto all’interno del carcere. E la Fondazione Bruno Kessler ci ha invitati a partecipare a una serie di meeting con realtà che a livello internazionale si occupano di progetti attorno all’ambiente”. Per informazioni e iscrizioni: https://www.facebook.com/Revolution_ Ambiente_-115815090154329/ e r.evolution.ambiente@gmail.com


A ciascuno il suo di Waimer Perinelli

Animali e bestie

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na mucca incorna un turista trentino ad Erbezzo nella parte veronese dell’altipiano Cimbro. Un asino disperde a morsi alcuni turisti in valle di Fiemme. L’orso attacca padre e figlio a passeggio nel bosco sul monte Peller tra la valle di Sole e quella di Non. Tre episodi animaleschi di fine giugno che fanno gridare “dagli alla bestia”, alla rivolta della natura. All’occhio attento non può però sfuggire che la mucca difendeva il vitello incautamente avvicinato dal turista; l’asino reagiva a chi credendolo scemo oltre che ignorante, lo voleva accarezzare ma, come sanno gli alpini, l’animale ragliante è pur sempre padre del mulo

che, a sua volta, se scocciato scalcia e morde; l’orso, già condannato alla cattura e forse (tutto è in forse nel bel Paese) condannato a morte, era nel suo habitat. S’è così allora i tre animali non sono impazziti, hanno agito secondo la loro natura ed è l’animale a due gambe ad essere diventato incauto. Padre e figlio del Peller in verità sono stati sfortunati ma, visto dalla parte dell’orso, sono usciti dalla gabbia dentro cui l’uomo si è rinchiuso e sono stati puniti dall’inquilino del bosco. Come noi faremmo se il plantigrado di San Romedio decidesse di uscire dal recinto per una passeggiata.

Renzo Francescotti, poeta e critico, ha sottolineato come l’orso sia particolarmente aggressivo nella stagione calda. Evidentemente è troppo pigro per per aggredire durante il letargo invernale.

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Arte & Musica

di Katia Cont

L’opera di Barcellona…green

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ugenio Ampudia, famoso per le sue sculture cinetiche e site specific, oltre che per le sue sperimentazioni in luoghi deputati alla musica, è tornato a riflettere e far riflettere ponendosi una domanda quantomai filosofica: se noi non popoliamo il mondo, questo è veramente vuoto? «Mentre eravamo rintanati nelle nostre case, la natura si è fatta avanti per occupare gli spazi che abbiamo ceduto, e lo ha fatto secondo il proprio ritmo”. Da questa sua osservazione è nata l’idea, la provocazione e il gesto altruistico di far ripartire la cultura in uno dei luoghi maggiormente colpiti dalla pandemia di Covid-19. Il teatro dell’Opera di Barcellona ha quindi deciso di dedicare il primo concerto post lockdown al regno vegetale. Un tutto esaurito da prime pagine mondiali! E poco importa che non ci fosse il distanziamento sociale, perché tutti i 2292 posti a sedere erano occupati da piante comodamente adagiate sulle poltroncine rosse del teatro Liceu. Un gesto simbolico per invocare un cambio di paradigma e ribadire un ritorno alla natura dopo un periodo tanto doloroso e particolare. Il “Concerto per il biocene”, che ha rappresentato un po’ il preludio della

Stagione 2020/2021, ha visto esibirsi il quartetto d’archi UceLi, che ha suonato dal vivo “I crisantemi” di Giacomo Puccini. Un’iniziativa ammirevole, che avrà un suo ulteriore e significativo sviluppo: tutte le piante verranno infatti consegnate a medici, infermieri e operatori sanitari impegnati nella battaglia contro il coronavirus, come forma di ringraziamento per il lavoro svolto in questi mesi. «Con questa iniziativa il Liceu solleva molte domande sull’assurda situazione in cui si è trovata l’umanità durante questo isolamento: un pubblico privato della possibilità di essere pubblico» ha spiegato il direttore artistico del Liceu, Víctor Garcia de Gomar. Un’esibizione meravigliosa, surreale ed emozionante a cui gli ascoltatori “umani” hanno potuto beneficiare solo virtualmente attraverso il web. «Un atto altamente simbolico per riaffermare il valore dell’arte, della musica e della natura» ha affermato il Direttore Artistico De Gomar. Un gesto che vuole essere l’invocazione di un necessario ritorno ad una relazione profonda dell’uomo con la natura. Il messaggio è arrivato forte e chiaro, tanto da riempire le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, suscitando critiche feroci e molti apprezzamenti. Una provocazione sicuramente

Víctor García de Gomar Direttore artistico- da El Periodico

riuscita, che fa pensare e riflettere, una proposta di riflessione volta alla riorganizzazione degli spazi condivisi in luoghi dove la natura sia l’elemento principe. «In un momento in cui una parte importante dell’umanità si è rinchiusa in spazi chiusi ed è stata costretta a rinunciare al movimento, la natura si è insinuata in avanti per occupare gli spazi che abbiamo ceduto. - ha ribadito Ampudia - E lo ha fatto al suo ritmo, secondo il suo paziente ciclo biologico. Possiamo allargare la nostra empatia e farla valere su altre specie? Cominciamo usando l’arte e la musica e invitando la natura in una grande sala da concerto». Mentre il mondo è impegnato a ripartire con modalità e priorità più o meno differenti, chissà che questa iniziativa non ci possa insegnare qualcosa a livello di convivenza, di tolleranza e soprattutto di priorità.

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Valsugana e dintorni di Massimo Dalledonne

Bieno fotografie e agricoltura “Sulle vicende agricole della Valsugana” è il titolo della mostra fotografica all’aperto che inaugura il ritorno alla piena operatività dell’ Ecomuseo della Valsugana dopo l’emergenza coronavirus. “Tante iniziative sono state purtroppo rimandate all’anno prossimo, come per esempio Pietre d’acqua, il simposio di scultura su granito lungo le sponde del torrente Chieppena - spiega il presidente Andrea Tomaselli -ma già da qualche anno stiamo esplorando nuove modalità espositive all’aperto con ottimi risultati e questa esperienza torna utile oggi”.

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a nuova mostra, inaugurata il 1 luglio, sarà visitabile fino a fine settembre e si snoda lungo i suggestivi percorsi pedonali del parco fluviale di Bieno. Curata da Irene Fratton, si basa sull’omonimo volume di Franco Gioppi, pubblicato nel 2018 dall’Associazione agraria di Borgo Valsugana. In totale 227 pagine, 150 fotografie. Anni di ricerca negli archivi storici, comunali e parrocchiali. Non solo a Borgo e in Valsugana, territorio che Gioppi, ottimo camminatore, ha “pestato” in lungo e in largo, ma estesa anche ad archivi di Trento e Rovereto. Dalle campagne e colture dell’Ottocento, con l’introduzione della patata portata dai perteganti tesini che frequentavano i Paesi Bassi a personaggi di spicco dell’epoca, come il nobile di Borgo Carlo Aloisio Hippoliti, dalle “Specifiche” colturali alle mappe franceschine, si arriva alla nascita delle aggregazioni agricole. Dalla Società Agraria Tirolese alla nascita del Consorzio Agrario Trentino nel 1874 per arrivare al 1881 con la pubblicazione della legge provinciale che istituisce il Consiglio provinciale d’agricoltura con i Consorzi Distrettuali periferici che sorsero anche a Borgo (nel 1882, comprendeva la zona sulla destra orografica del Brenta, da Novaledo a Torcegno) e

Strigno (in sinistra Maso, fino a Grigno ed in Tesino), con lo stesso Tesino che successivamente chiese ed ottenne di avere un proprio Consorzio. Non mancano numeri e dati sullo stato di paesi e campagne all’indomani della Grande Guerra, i risarcimenti danni, l’Anbau (coltivazione), l’arrivo in valle di famiglie di agricoltori provenienti dal vicino Veneto, i vari fabbricati (alcuni ancora oggi esistenti) dove si trasformavano i prodotti. Nel 1925 il regime abolisce i vecchi consorzi istituiti dall’Austria e crea le Associazioni Agrarie. Quella di Borgo nasce nel 1926 ed è giunta fino ai nostri giorni. Trenta grandi pannelli in bianco e nero documentano le attività agricole in Valsugana nella prima metà del Novecento, prima della meccanizzazione di un comparto produttivo da sempre fondamentale per l’economia della valle. Attraverso le splendide immagini di Gigi Cerbaro e alla puntigliosa documentazione fotografica di don Cesare Refatti, tra gli altri, ecco allora scorrere piccoli frammenti di un mondo solo in parte perduto, lento e compassato, rispettoso dei tempi della natura e delle stagioni: il pascolo,

la fienagione, la cura del bestiame, il lavoro in malga, la raccolta della legna, la cura del bosco, l’apicoltura, la realizzazione di attrezzi, la lavorazione delle materie prime. Quasi un invito a rinsaldare un legame stretto con il territorio che viviamo e a riconquistarci un piccolo frammento di qualità del nostro tempo, senza stucchevoli nostalgie del passato ma con una ritrovata consapevolezza da restituire a un presente da vivere nel segno della sostenibilità. Ingresso libero.

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Tra passato e presente di Chiara Paoli

Un tesino al servizio degli zar Due ingialliti scatti firmati B. Avanzo testimoniano la parata per l’incoronazione avvenuta a Mosca nel 1881, di quello che fu il penultimo zar di Russia, Alessandro III.

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ueste due fotografie sono appese in una stanza, che segue la cosiddetta “sala cinese” e lo studio privato dello zar Alessandro III, nel palazzo di Caterina, noto anche come Grande Palazzo di Carskoe Selo. Questo complesso architettonico in stile rococò è costituito da più palazzi, che occupano la cittadina di Puškin, che dista circa 25 km da San Pietroburgo e era la residenza estiva degli zar di Russia. La costruzione venne avviata nel 1717 proprio per volere dell’imperatrice Caterina I, figlia di contadini e di umili origini, che divenne amante e quindi sposa di Pietro I, ottenendo il titolo di zarina. Dopo il declino della monarchia zarista, il palazzo venne tramutato in sede museale e gravemente danneggiato nel corso del secondo conflitto mondiale. A guerra finita è stata avviata una lunga campagna di restauro, per riportare il complesso all’antico splendore.

Qui trovano ancora collocazione le immagini fotografiche realizzate dal tesino GioBatta Avanzo. Tra i numerosi Tesini che cercarono fortuna in Russia, non soltanto i venditori di stampe, il cui girovagare è noto ai più, ma anche un tale Gecele Antonio Moscolo originario di Pieve, che nella città di San Pietroburgo aveva aperto una bottega di cornici e che per conto della Marina Imperiale aveva decorato la guglia del palazzo dell’Ammiragliato. All’arte della decorazione, si aggiunge anche quella della fotografia, praticata da GioBatta Avanzo Marchi, venuto alla luce l’8 settembre 1850 nel piccolo borgo di Pieve Tesino e attivo in qualità di fotografo in Russia negli anni ’80 del XIX secolo. In questa terra lontana GioBatta apre bottega, dedicandosi a questa nuova arte, che ancora meglio delle stampe dei Remondini rappresenta la realtà,. Una professione nuova che richiede il sapiente uso della luce, con la quale si riesce a impressionare, cogliere e fissare per sempre un ritratto, un’istante di vita o un’occasione speciale. San Pietroburgo - Palazzo di Caterina e giardino (da Panoramio) In terra rus-

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Alexander III, Imperatore di Russia (1845-1894)

sa il giovane tesino trova anche l’amore della sua vita, Teresa Elisa Lemercier, di quattordici anni più giovane, che sposa il 20 settembre del 1882. La fotografia è in quegli anni un’invenzione relativamente recente, ancora in divenire e soprattutto soggetta a miglioramenti e cambiamenti continui. Non ci è dato sapere se GioBatta Avanzo operasse per mezzo del veterano dagherrotipo, fissando quindi le immagini su lastra di rame, come teorizzato da Luis Daguerre, che presentò la sua invenzione nella città di Parigi il 7 gennaio del 1839, oppure con metodi più innovativi. In ogni caso appare chiaro che il nostro tesino fosse un fotografo di grande talento e molto apprezzato, tanto da essere annoverato tra i primi fotoreporter al servizio della corte imperiale.


Tra passato e presente Vista di Pieve Tesino

Le notizie sulla vita e sull’operato del fotografo tesino sono scarse e la sua figura ci è nota grazie alle ricerche portate avanti dalla professoressa Elda Fietta Ielen all’interno dell’archivio comunale di Pieve Tesino. Da questa analisi risulta che nel 1846 furono ben 14 i Tesini che scelsero di emigrare, dirigendosi verso il territorio russo per cercare fortuna, tra questi ben quattro portavano il cognome Avan-

zo, e si trattava soprattutto del ramo soprannominato “Marchi”. La fortuna aiuta gli audaci, ma soprattutto si apre a coloro che si rimboccano le maniche, si impegnano con passione nel proprio lavoro e operano senza sosta con intraprendenza, come avvenne per i 5 figli di Gio Batta Avanzo (18031844), nonno del nostro pregevole fotografo. Questi trentini si mettono in gioco praticando non soltanto attività commerciali, ma anche dedicandosi alle arti e ai mestieri più innovativi, come appunto la fotografia, dimostrando capacità imprenditoriali e inventiva.

Nel giugno del 1900 Francesco Avanzo Marchi si trova in Russia per una visita e in questa occasione 16 Tesini si incontrano per stilare un censimento dei propri conterranei che qui si erano stabiliti. Il resoconto fornisce una stima di ben 82 persone residenti in Russia al primo giugno, per la maggior parte residenti a Pietroburgo e nella città di Mosca con 7 individui sparsi in borghi più piccoli. In questo scritto compare anche il nome di Gianbattista Avanzo di 50 anni, originario di Pieve. La sua “avventura” russa termina però appena un mese dopo, con la partenza avvenuta il 19 luglio 1900, lasciando ad altri fotografi il compito di immortalare gli ultimi scatti della dinastia Romanov, sterminata nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 dai rivoluzionari russi, per sancire la fine dell’Impero Zarista.

LAVORI IN VALSUGANA

Roberto Paccher soddisfatto

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a giunta provinciale intende realizzare numerose opere pubbliche nel territorio della Valsugana. È quanto ha risposto il presidente della Provincia Autonoma di Trento al consigliere Roberto Paccher, nonché Presidente del Consiglio regionale, che in una question time chiedeva garanzie in merito alle opere pubbliche di cui necessita la Valsugana. Nello specifico si tratta della progettazione in vista della realizzazione di opere quali Roberto Paccher (Foto Rensi s.a.s.) la rotatoria presso la S.P. 1 all’altezza di Caldonazzo, la realizzazione della rotatoria a Baselga di Pinè e i pannelli fonoassorbenti all’altezza di Pergine, la sistemazione della viabilità all’altezza di Roncegno lungo il torrente larganza, della S.P. 225 in località Barbaniga nel comune di Civezzano. Al contempo è in fase di scelta del contraente da parte della Provincia dell’adeguamento sismico del Viadotto dei Crozi, del marciapiede in Loc. Marter per la messa in sicurezza della mobilità pedonale, il completamento svincolo di Barco - 1° stralcio (Comune Levico Terme), la sistemazione curva del Rocolo a Telve, la messa in sicurezza della strada statale della Valsugana a Ospedaletto e il marciapiede dal ponte di Carzano al bivio variante di Scurelle presso la S.P. 65 della Panoramica. L’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dalla diffusione del Covid-19 ha sottoposto l’intera comunità ad una prova durissima, compromettendo il normale andamento delle diverse attività svolte da tutti i consociati, talvolta ostacolando queste ultime in modo addirittura funesto. Ogni piano d’azione ideato precedentemente al periodo di lockdown ha dovuto, in questo momento, conoscere una fase di rallentamento, la quale si è purtroppo e nella maggior parte dei casi spinta sino all’arresto. Ieri la rassicurazione del Presidente Fugatti circa la continuazione di tali opere nei confronti delle comunità coinvolte anche perché si tratta di opere di ammodernamento e sviluppo del territorio richieste da anni. Roberto Paccher ha espresso soddisfazione per la risposta di Fugatti che conferma una grande attenzione alla Valsugana da parte di questa giunta provinciale.

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Storie di ieri di Chiara Paoli

La vita e l’opera di Orazio Gaigher Orazio Gaigher nasce il 20 aprile del 1870 a Barco di Levico da una famiglia benestante e dimostra fin da piccolo interesse per il disegno e i colori, curioso e accerchiato dall’arte §che ammirava nelle chiese dei paesi limitrofi. Il giovane prosegue gli studi in un collegio a Cortina d’Ampezzo, dove le sue doti artistiche vengono messe in luce.

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onostante le grandi qualità e le pressanti richieste, il padre non acconsente a fargli frequentare l’Accademia di Belle Arti, prospettando al figlio una carriera in campo medico, affinché seguisse le sue stesse orme. Seguono quindi 8 anni di formazione presso il prestigioso Seminario Minore “Vicentino” a Bressanone e consegue la laurea in medicina, con il massimo dei voti e la lode, specializzandosi in chirurgia all’Università di Innsbruck. Ma la passione per l’arte non lo abbandona e continua a formarsi, ammirando i capolavori del Ferdinandeum, pur accontentando in tutto e per tutto il padre, finché esso era in vita. Si avvia quindi alla carriera medica, ottenendo successi e aprendo ben presto un

Ex libris Fanny Starhemberg von Orazio Gaigher

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proprio studio a Salisburgo. Orazio si reca spesso a Vienna per ammirare le esposizioni secessioniste che si susseguono e la diffusa Art Nouveau che si diffonde nelle arti applicate. Sono anni di viaggi e vagabondaggio, che lo aprono alla vita Bohèmien, che prenderà il sopravvento alla morte del padre, quando venderà tutti i suoi averi, per seguire la pittura la sua vera e più grande passione rimasta fino ad allora sopita,. Il 1901 è l’anno della svolta e sancisce il passaggio alla carriera artistica, che gli riserva un lento ma crescente successo. A 31 anni doveva recuperare in fretta il tempo perso e la prima meta è Londra, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti rimane fino al 1904, ammaliato dai lavori del più naturalistico del gruppo Preraffaelita, John Everett Millais (1829-1896) Da questo connubio tra Simbolismo e Secessione nascono opere che mescolano passato e presente, natura e nuda umanità, in un mix di storia e allegoria che trasmettono passioni tangibili e una risoluta sensualità. Orazio si dedica inoltre al ritratto, frequentando per due anni lo studio di Hubert von Herkomer, ritrattista di fama, molto noto e apprezzato dall’aristocrazia e dalla borghesia britannica. Il Gaigher aveva già conosciuto l’artista inglese in occasione di uno dei suoi soggiorni a Salisburgo, egli lo

Vescovo Franz Egger von Orazio Gaigher (1914)

aveva sollecitato a dedicarsi alla pittura e continuò a sostenerlo. Insieme i due artisti si recarono in Spagna per conoscere gli artisti iberici e l’opera di Velasquez in particolare. Quella del ritratto è la sua strada, intrisa di fantasie floreali che lo accompagnano anche nella splendida ed effervescente Parigi, dove si stabilisce nel 1906, dove conosce Roberto Fleury ed Eugenio Carrière. Qui ha modo di incontrare anche Romualdo Prati, anch’esso originario della Valsugana, di Caldonazzo per l’esattezza e giunto in Francia l’anno precedente per frequentare l’Accademia delle Belle Arti. Trovato il suo stile personale, in una


Storie di ieri mescolanza di secessionismo e simbolismo, tra il postimpressionismo e il naturalistico, comincia a viaggiare incessantemente per il vecchio continente, proponendo i suoi ritratti ed eseguendo la bellezza di quasi 500 dipinti su commissione, tra i quali spicca la figura del fisico Albert Einstein. Tra i suoi lavori non mancano ritratti di vescovi e di ben tre Papi: Pio X, Benedetto XV e Pio XI, con cui approda negli Stati Uniti e concorre all’Esposizione Internazionale di San Francisco, dove è premiato con la medaglia d’oro. A Trento all’interno delle collezioni del Museo Diocesano Tridentino è conservato il ritratto dell’Arcivescovo Celestino Endrici, mentre altre sue opere sono conservate nel palazzo vescovile di Bressanone e a Salisburgo. La pala intitolata a San Taddeo viene realizzata per la pieve di Barco

di Levico nel 1924, mentre l’anno seguente firma una Santa Maria Assunta e un San Sebastiano per la chiesa di Pieve Tesino. Nel 1926 parte per raggiungere l’America del Sud, la sua destinazione è Buenos Aires; due anni più tardi si avvia alla scoperta della Terra del Fuoco che lo affascina con i suoi sterminati paesaggi. Nel 1928 realizza una tela rappresentante San Bartolomeo per la chiesa di Torcegno, ma nello stesso anno ritorna nuovamente in Patagonia, dedicandosi alla pittura di paesaggio. Rientrato definitivamente in Italia nel 1930, stabilisce la sua residenza nella vivace città di Merano, ma passando i mesi estivi in una villa a Madonna di Campiglio, continuando a dedicarsi alla pittura per diversi committenti. Orazio Gaigher, artista affermato e apprezzato viene eletto per diversi anni Presidente degli Artisti della Provin-

cia di Bolzano; abbandonerà la sua amata pittura spegnendosi nella città termale il 17 maggio del 1938.

Oratio Gaigher

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La natura in cronaca di Elisa Corni

Una salamandra speciale A pochi chilometri in linea d’aria dalle nostre case esiste un luogo speciale e unico dove vive un animale altrettanto speciale e unico. Sembra l’inizio di una bella favola, e quasi quasi lo è; ma la storia che stiamo per raccontarvi però è assolutamente reale. È la storia della Salamandra atra aurorae.

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i tratta di un anfibio che assomiglia molto alle sue parenti più strette ma che vive solamente in un territorio ben circoscritto sull’altopiano dei Sette Comuni, in Trentino in un bosco a cavallo tra il Comune di Levico Terme e la regione Veneto. Lassù sugli altipiani, in un bosco particolare per habitat e umidità, vive questo curioso animale dal caratteristico disegno giallo sul dorso. Come tutte le sue simili è schivo e timido e chi lo studia deve munirsi di pazienza e dedizione. È il caso di Antonio Romano, erpetologo del CNR che da alcuni anni collabora con il Muse. “La presenza della Salamandra atra aurorae è stata confermata solo nel 2008” racconta il naturalista”. Così, nel 2016, le istituzioni provinciali si sono avvalse della sua esperienza per decidere come agire per il campionamento. La superficie di questo bosco - circa 9 ettari - è stata quindi suddivisa in “plot” per il campionamento. “Quando le condizioni climatiche sono le migliori, ovvero quando piove, ci si reca nell’area e si esplora il sottobosco alla ricerca delle salamandre” ha spiegato Romano. Il metodo utilizzato dai ricercatori è quello della “cattura - marcatura ricattura”, e una peculiarità di questi animali aiuta chi li studia: le macchie gialle sono come delle impronte digitali, uniche per ogni individuo. “Abbiamo poi applicato alcuni modelli matematici ai numeri raccolti. Così facendo abbiamo potuto stimare una popolazione di circa 40 individui per

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ettaro”. Numeri contenuti dovuti probabilmente alla riduzione dell’habitat naturale delle salamandre. “Queste prediligono terreni meno acidi e più umidi, tipo i boschi di faggio e abete bianco. L’impianto di abete rosso degli ultimi decenni ha sicuramente contribuito a far sì che oggi questa sia una specie in contrazione”. A peggiorare la situazione ci si è messo Vaia che si è abbattuta anche sul bosco della salamandra di Aurora, schiantando fino al 40% degli alberi. La situazione non era rosea ma per fortuna la già fruttuosa collaborazione tra MUSE, PAT e i custodi forestali del Comune di Levico ha permesso una felice risoluzione del problema. Nicola Gozzer è uno di loro e ha seguito la faccenda da vicino. “La priorità era intervenire per rimuovere tutto il legname abbattuto prima della fine dell’inverno: con Antonio avevamo infatti deciso di intervenire solo nel periodo di letargo della salamandra”. Ma ciò poteva non essere sufficiente, dato che i normali mezzi utilizzati per queste operazioni potevano schiacciare e uccidere gli esemplari nascosti nel sottobosco. E ci sono riusciti: con un po’ di ingegno e un grosso impegno economico da parte del Comune che ha deciso di non vendere il legno “in bosco” bensì di procedere per prima cosa con i lavori di rimozione. In questo modo, probabilmente, si è fatto un piccolo passo nella conservazione di questa specie che non sembra aver subito grossi contraccolpi dopo Vaia. Ma il lavoro non è ancora finito:

molto può e deve essere fatto. Ad esempio le nuove piantumazioni, utili al comune per la vendita di legname, saranno di specie arboree idonee alla salamandra e alla ricostruzione del suo habitat. “Abbiamo raggiunto un ottimo compromesso” ha affermato Nicola “ tra la tutela della salamandra e la gestione del bosco; gestione che così può anche andare incontro a processi di conservazione”. E poi sensibilizzare la popolazione è altrettanto importante. “Una conservazione efficace passa necessariamente attraverso un buon rapporto con la comunità. Solo chi vive quei boschi e quelle zone può compiere un vero lavoro di tutela e monitoraggio. Per questo è fondamentale anche lavorare con i bambini facendo loro vivere il bosco, i suoi suoni, gli odori e i colori che salamandra atra aurorae percepisce ogni giorno” ha concluso l’erpetologo.


Valsugana in cronaca di Massimo Dalledonne

Scurelle e il social housing In paese se ne parla da tempo. Da quasi un anno e mezzo. Esattamente dal dicembre del 2018 quando, poche settimane dopo la furiosa tempesta Vaia che aveva devastato la Valsugana, Val Campelle compresa, il progetto venne discusso ed approvato dal consiglio comunale.

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i tratta del nuovo servizio di social housing che sarà gestito dall’Apsp San Lorenzo e Santa Maria della Misericordia di Borgo Valsugana e sui cui il presidente della struttura Mario Dalsasso ed il sindaco di Scurelle Fulvio Ropelato stanno discutendo da tempo. Finalmente nelle scorse settimane, è arrivato anche il via libera della giunta al progetto definitivo che porta la firma dell’architetto Angelo Maria Tellone di Trento. Un investimento complessivo di oltre 327 mila euro, di cui 166 mila per lavori di capitolato ed il resto a disposizione compresi 81.400 euro per l’acquisto dei nuovi arredi. Lo spazio dove attivare il servizio è stato individuato al secondo piano del Centro diurno e poli servizi per anziani in via XV Agosto, nei locali del sottotetto. Nelle stanze all’ultimo

piano saranno realizzati diversi spazi comuni, come cucina, soggiorno e la sala da pranzo con due posti riservati a persone e famiglie segnalate dal comune di Scurelle. L’accordo tra il sindaco di Scurelle Fulvio Ropelato ed il presidente dell’Apsp Mario Dalsasso era stato firmato nel gennaio del 2019 ed ora anche il business plan è stato consegnato in Municipio. Come si legge nella delibera di giunta “la spesa per attivare il servizio, a carico dell’Apsp, sarà ammortizzata in 25 anni e, in base all’accordo firmato, anche il contratto di comodato gratuito per l’utilizzo dei locali avrà la stessa durata. Se alla scadenza i costi sostenuti non saranno stati ammortizzati, il contratto sarà rinnovato fino al completo ammortamento delle spese sostenute. Fin dal 2013, nello stesso stabile

intitolato alla memoria dell’ex medico condotto del paese Giuseppe Toniolatti, al pianterreno l’Apsp di Borgo gestisce un centro diurno per anziani non autosufficienti con problemi di demenza e Alzheimer. È il primo servizio di questo genere che viene attivato in Bassa Valsugana e Tesino per dare la possibilità, ad adulti ed anziani in difficoltà, di sperimentare una nuova forma di convivenza. Nel contempo si cerca di soddisfare le richieste abitative di persone a basso reddito, famiglie che non si possono permettere di prendere in affitto alloggi sul libero mercato. Adulti ed anziani daranno vita a progetti di co-housing, basati sul mutuo aiuto e sulla partecipazione attiva da parte degli inquilini ad una comunità.

A ciascuno il suo

RIPOPOLIAMO L’ALTIPIANO

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a Comunità degli Altiimbri si nasce o si diventa? La Magnific sto sia un falso quesito e piani Cimbri sembra ritenere che que nto. Luserna 258 abitanche il vero problema sia lo spopolame e Passo Vezzena, tanto verde ti, a 1350 metri di altitudine fra Folgaria sto ha approvato un bando di e poco lavoro si va spegnendo. Per que ggio gratuito a quattro giovani enza il 3 concorso per l’assegnazione di un allo corso, Ai zo leba atz Luserna, con scad con Il o. pian ’alti sull i ann ttro qua per famiglie disposte a vivere responsabili della famiglia, e vengono richiesti alcuni requisiti: i uite grat o son non nze ute le che a dal territorio della agosto specific possedere un reddito; risiedere fuori ono dev i; ann 40 di più re ave ono con o senza figli, non dev di volontariato. L’obiettivo re disposti a svolgere alcune attività esse utto ratt sop e i ann due eno alm bra. Due Comunità da oscenza della lingua e della cultura cim con la a iest rich ga ven non che e pisc è rimpolpare gli abitanti. Col ’Altipiano; due, chi vuole o che la cosa non interessi ai giovai dell ntat sco per da si , uno ti: can gnifi insi dettagli non tirsi o diventare cimbri. (W.P.) sa siano sufficienti quattro anni per sen conservare la tradizione e l’etnia pen

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Storia della Valsugana di Massimo Dalledonne

Ezzelino da Romano tiranno della Valsugana Cosa c’azzeccano i Guelfi ed i Ghibellini con la storia della Valsugana? In che maniera hanno legato le loro fortune (o sfortune) alle vicissitudini che, oltre 750 anni fa, coinvolsero questo territorio conteso tra Trento e Feltre? Ce lo racconta, nel suo volume “Cenni di storia della Valsugana” Carlo Ferrari, un volume edito nel 1983 della biblioteca comunale di Borgo e, poco più tardi, dalla Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

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iamo nel 1200 e le vicende storiche della Valsugana stanno facendo i conti con l’occupazione da parte di Ezzelino da Romano, un personaggio che lo stesso autore definisce “il più inumano dei figlioli degli uomini”. Di lui parla anche Dante, che lo pone nell’ Inferno tra i tiranni ed i violenti “immerso fino al ciglio in una riviera di sangue bollente”. Ben diversa la definizione che di lui dette papa Alessandro IV: un figlio della perdizione, un uomo di sangue, riprovato dalla fede…. Lo stesso papa che bandì contro di lui una crociata cui parteciparono molti stati dell’Italia Settentrionale e che si concluse nel 1259 con la morte del temutissimo signore. In Valsugana Ezzelino da Romano possedeva molti beni, soprattutto nelle montagne di Grigno. Già nel 1222 assunse grande autorità in Alta

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Valsugana “a tal punto che, per circa 34 anni – si legge nel volume – ebbe più importanza anche dell’allora principe vescovo”. Un po’ volpe, un po’ leone accontentava taluni scontentando gli altri. A Pergine sterminò i locali dinasti abbattendo i piccoli castelli e incendiando le abitazioni. Nel 1228 si impossessò della città di Treviso imperversando in Valsugana grazie al ruolo di due funzionari che agivano per suo conto: il governatore di Borgo e l’amministratore delle parti della Valsugana e di Tesino. Carlo Ferrari racconta come “nel 1255 il vescovo di Trento indusse il popolo a sollevarsi contro l’usurpatore. La sua ira si abbatté soprattutto sulla popolazione della valle e, l’anno successivo, anche sulla città di Trento e della diocesi che fu “quasi tutta abbattuta e distrutta”. Ezzelino da Romano, come scrive anche Montebello, faceva il bello ed il cattivo tempo soprattutto nella Valsugana inferiore. I signori della parte superiore lo appoggiavano (Levico) o rimanevano neutrali (Caldonazzo). Dopo la sua morte, nel 1259, la storia dell’alta Valsugana segue quella di Trento tra vescovo, veronesi e Conti del Tirolo. Nella bassa, invece, il potere temporale della diocesi di Feltre non piaceva a tutti. Fatto sta che nel 1264,

come scrive Carlo Ferrari, “un nutrito gruppo di Ghibellini occupò la Valsugana.” Il vescovo li fece inseguire dalle sue truppe che però rimasero sconfitte”. Un gesto, quello dei Ghibellini, messo in atto per inimicizia nei confronti dei Guelfi in cui non vedevano tanto i fautori della Chiesa quanto i sostenitori di interessi opposti. Per avere ragione dei ribelli il vescovo di Feltre si rivolse ai trevigiani ed in poco tempo i Ghibellini tornarono “taciti e avviliti” in Valsugana. Ancora Carlo Ferrari. “La nostra valle in quel periodo era diventata un rifugio di gente quasi sempre ribalda, faziosa e, in ogni caso, indesiderabile. Per colpa loro, infatti, a breve scoppiarono altri


Storia della Valsugana

disordini a tal punto che il vescovo di Feltre Adalgerio decise di intervenire in prima persona nominando Gherardo da Camino generale a cui chiese

di occuparsi dei ribelli in Valsugana. Nel 1267 marciò contro i Ghibellini in Valsugana che però, nel frattempo, si erano accordati con Mastino della

Scala, all’epoca signore di Verona. Quest’ultimo aveva esteso il suo dominio anche su Trento. I Ghibellini ricevettero rinforzi di soldati veronesi e trentini e si scontrarono con le truppe di Caminese presso Ospedaletto. “Fu una battaglia accanita e sanguinosa – conclude Carlo Ferrari – da cui uscirono vincitori i Ghibellini”. Negli anni successivi le cose si appianarono. La Valsugana si riassoggettò al governo del vescovo che, a sua volta, concesse alla valle lo stesso statuto di Feltre. Nel 1285 un Guelfo era “capitanus” a Borgo per conto dello stesso vescovo. In Valsugana era presenti due capitani: quello più importante ed autorevole risiedeva a Borgo mentre il secondo aveva l’incarico di ispettore e di esattore delle imposte nelle altre parti della Valsugana feltrina e del Tesino.

Porte aperte anche per il primo asilo nido privato della Valsugana

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opo tre mesi di chiusura forzata, sono tornati a scuola i bambini di Castelnuovo: “La Bottega di Geppetto” il primo nido privato della Valsugana ha riaperto il 15 giugno la propria attività, nel rispetto delle normative previste. Arianna Cenci, Lilla Pianesi e Cristina Cenci hanno rimesso in moto la struttura che gestiscono dal 2002, garantendo la sicurezza e quella flessibilità di orario che permette ai genitori di poterne usufruire nell’arco dell’intera giornata. “Un altro servizio che ci riavvicina alla normalità- ha detto il Presidente del Consiglio regionale, Roberto Paccher, che ha voluto essere presente per dare un segnale alle educatrici e alle famiglie – “È un servizio davvero importante e le stesse educatrici sono felici di avere riaperto. Chiedevano con forza di poter tornare a lavorare e la partecipazione dimostra che è stata la scelta giusta”. La struttura, immersa in una azienda agricola, offre ai bambini la possibilità di essere ogni giorno a stretto contatto con la natura e di vivere esperienze particolari, come vedere la schiusa delle uova o partecipare giocando ad attività come la raccolta dell’uva. Sono una ventina i bambini che lo frequentano e che ora, seppur in numero limitato dalle normative, potranno tornare a ritrovarsi.

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Medicina & Salute di Erica Zanghellini *

La rupofobia,

ovvero la paura dello sporco

Finalmente l’emergenza sanitaria è sotto controllo, ma sicuramente è in questo momento in cui le cose vanno meglio che possiamo cominciare a vedere gli strascichi. Per quanto mi riguarda, nel mio campo sia a livello pratico cioè nel lavoro, sia a livello teorico ovvero seguendo costanti aggiornamenti, si sono visti aumentare una serie di segni e sintomi ansiosi che complicano la qualità della vita quotidiana. Due sfumature ansiose in particolare sembrano essere accresciute, l’ansia per la salute (che va oltre alla normale preoccupazione a sintomi riconducibili al corona virus) e la seconda riguarda invece, la paura dello sporco/della contaminazione. Quest’ultima viceversa può essere stata amplificata dalla emergenza sanitaria. In questo articolo desidero proprio approfondire la rupofobia, ovvero la paura dello sporco.

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urtroppo l’avvento del covid, come accennavo prima, ha slatentizzato numerose difficoltà psicologiche; la rupofobia è sicuramente una di queste. A livello comune è difficile distinguerla in questo momento, con chi invece segue pedissequamente le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e per questo le persone potranno vivere in questa situazione di disagio per lungo tempo giustificando il loro comportamento. Proprio per questo ho deciso di scrivere quest’articolo per dare la possibilità di riflettere su se stessi o un nostro caro ed eventualmente cercare di agire il prima possibile. Diciamo che la fobia dello sporco può avere alla base differenti cause, e aggiungo che difficilmente si sarà manifestata in modalità “tutto o nulla” a causa della realtà attuale. Probabilmente chi poi dovrà fare i conti con questa fobia già in pregresso aveva delle abitudini, particolarmente attente e pervasive in ambito delle pulizie per esempio. La vita del rupofobico è particolarmente complessa

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nonché insoddisfacente. La persona vorrebbe mantenere sotto controllo lo sporco, tenta di mantenere la sua casa, oppure la sua auto o comunque tutto quello in suo possesso o con cui entra in contatto in condizioni di completa sanificazione. Purtroppo risulta essere un obiettivo impossibile, e quindi una volta che l’ individuo diventa cosciente di que-

sto, è investito da emozioni negative intense e che perdurano nel tempo. Non è sufficiente cercare di tutelarsi con attività di prevenzione o mettere in pratica comportamenti scrupolosi e attenti o ancora usare prodotti detergenti specifici, bisogna comunque assumersi il rischio di venire a contatto con lo sporco, con i germi. È impossibile vivere in un luogo


Medicina & Salute completamente incontaminato. La persona rupofobica nei casi in cui è convinta di essere esposta ai germi o è certa di non averli sterminati, proverà forti stati ansiosi. Non sarà inusuale provare sintomi quali: aumento dei battiti cardiaci, con conseguente respiro affannoso o ancora sudorazione fredda tanto per citarne alcuni. Possono essere anche accompagnati da difficoltà più o meno marcate di interazione con altre persone se non possono essere evitate, per paura di essere contaminati. Spesso può anche esprimersi con senso di disgusto e/o repulsione dello stimolo fobico con invece conseguente disagio nel caso non possa essere eluso. Capite quindi che due saranno gli ambiti maggiormente colpiti a livello di vita quotidiana, quello relativo alla socialità e quello lavorativo. Il problema è che questi sono due ambiti importanti per la vita di tutti noi e che spesso possono far spostare l’ago della bilancia tra una vita soddisfacente o no. Il problema è anche l’imprevedibilità, in quanto questo tipo di ansia può sorgere all’improvviso quando ci si trova davanti a oggetti sporchi o possibili veicoli di contagio e comprenderete che in questo periodo le possibili fonti di contagio sono notevoli. Qualsiasi cosa o persona

può diventare un possibile mezzo di contaminazione. La persona che si trova in questa condizione metterà in atto due principali strategie per cercare di gestire questa difficoltà, l’evitamento e l’ossessione maniacale per le pulizie. Per cui vedremo scorrere le ore del giorno impiegate nel lavare, nel pulire e/o nello sterilizzare senza arrivare mai alla completa sicurezza di essere al sicuro. Il punto centrale è che ognuno di noi è chiamato ad attenersi a comportamenti scrupolosi e attenti ma, per chi è così suscettibile alla contaminazione ha trovato conferma alle sue paure e cercherà di trovare una soluzione ovvero passare la maggior parte del tempo a pulire. Tutto questo però non sarà sufficiente a neutralizzare questa paura e sarà incastrato in dei

veri e propri rituali di pulizia che non saranno mai abbastanza. Se poi pensiamo che col tempo, in teoria torneremo a svolgere le nostre solite attività pre-covid come semplicemente darsi la mano, per chi soffre si questa problematicità sarà ancor più difficoltoso riuscire a intraprendere una vita serena, soddisfacente e funzionale. Ecco perché è importante riflettere e mettersi nella condizione di affrontare il problema il prima possibile, per cercare di gestire le cose in modo diverso e raggiungere il miglior stato psicofisico di benessere possibile. * Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento Tel. 388 4828675

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di Laura Fratini *

Il giudizio degli altri

Il giudizio, bene o male, è qualcosa che subiamo tutti, nessuno escluso. Nel mio lavoro, dove la prima regola è avere un ascolto attivo e non giudicante e dove il paziente deve sentirsi a proprio agio e libero di esprimersi, c’è comunque una sorta di giudizio iniziale che viene inevitabilmente a formarsi anche solo per il primo impatto. La mia professione mi ha permesso di avere un occhio sempre positivo, di utilizzare proprio questo aspetto per costruire un rapporto propositivo e terapeutico. Ma nella vita di tutti giorni non è così e lo sappiamo bene!

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a trappola del giudizio è sempre in agguato, molto importante è non farsi travolgersi dai propri autoinganni, in cui il giudizio può condizionare e manipolare una reazione: se guardiamo soltanto alla nostra versione delle cose, e non proviamo a decentrarci nella mente altrui, il rischio è di non vedere oltre al proprio naso. Di contro, ascoltare troppo il giudizio degli altri logora i nostri obiettivi e la nostra identità. Siamo liberi di accogliere il pensiero altrui, ma ancor più di decidere cosa sia meglio per noi, seguendo i nostri valori e i nostri obiettivi. Farsi influenzare dall’opinione altrui può essere spesso dettata da un retaggio culturale: essere cresciuti in un ambiente dove il giudizio dell’altro era qualcosa da tenere sempre sotto

controllo, può aver creato in noi una dipendenza maladattiva proprio nei confronti di come le altre persone potrebbero vederci e quindi giudicarci. Quanto è importante allora incassare o esternare il giudizio degli altri? Importante è avere più punti di vista, non guardare la realtà in modo monodirezionale, ma sapersi spostare in modo dinamico verso ciò che ci circonda. D’altronde, la rigidità e la staticità non è mai funzionale, ancora di più se parliamo di mente umana. Il giudizio delle altre persone ci dice molto sui gusti di quelle persone stesse ma non intacca il valore di noi, non deve avere il potere di farci sentire in un modo che realmente non siamo solo perche qualcuno ‘’potrebbè’ pensarlo. Possiamo provare ad andare avanti, a perseguire la nostra strada tralascian-

do il giudizio degli altri e possiamo poi fare una valutazione a posteriori di ciò che è stato positivo o meno. Ricordo sempre una frase di un uomo che ha saputo leggere la propria contemporaneità, giudicandola a modo suo e ricevendo applausi e critiche, Charlie Chaplin: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere cosi come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un opera di teatro, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca senza applausi…” * Dott.ssa Laura Fratini Psicologa - Psicoterapeuta Studio, Piazzale Europa n°7 - Trento Tel. 3392365808

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Tra poesia, pittura e prosa di Armando Munao’

Diego Orecchio Il poeta della vita

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iego Orecchio è un polivalente autore, poiché della vita traccia una dimensione personale, legata al sociale, dedita al prossimo, proiettata nei riflessi emotivi della sua indole, che lo inducono a vivere il senso delle cose con amore. Il suo contributo nel mondo culturale Diego Orecchio è costante, perché disponibile verso quelle attività filantropiche, soprattutto umane. Infatti partecipa spesso a meeting culturali, incontri poetici, a raduni aperti alla musica, alla dedizione teatrale, dove declama poesie e canta vecchie melodie napoletane, riscontrando in questi convegni il consenso entusiastico dei cultori della sua disciplina così tanto ammirata e apprezzata. Profondo amante della natura, della poesia, del mare, scrive temi di ogni genere, sostenuto dalla fede e dall’amore verso la sua terra, dove ha vissuto autentiche esperienze famigliari. La sua è una poesia legata alla libertà, aperta a tutte le sollecitudini umane, calda, sensibile e sensuale come la carezza di una madre, come l’innocenza di un bambino, come una preghiera francescana. Diego Orecchio ama i colori dell’universo, che scopriamo nelle sue parole, nello spirito di un’anima che darebbe corpo a tutto il mondo, ma la vita talvolta preserva ostinazioni e battaglie. Quindi, nella sua umiltà, cerca di adoperarsi in quelle attività di sostegno verso i deboli e i poveri. Forse proprio da questo suo impegno nasce quella poesia che splende anche nell’oscurità.

Biagio Di Meglio Storico del Cinema

A MIO PADRE* Che tu possa avere il vento in poppa, padre mio, e ti possa portare con le tue bianche vele nel cielo a danzare con le stelle. Tu, nobile memoria, anima divina, che hai vissuto fra il vento di ponente e di libeccio, dove gli uomini veri come te, han condiviso l’immensità del mare, sai, son diventati arie del tuo destino tra giorni e notti di un sogno che vivo divino … Così vivo finanche l’amore, padre mio, perché mi vesto coi colori del mondo, e mi bagno tra cascate d’acqua pura, vivendo i sapori della nostra terra, colei che mi dona al cuore passioni, rimembranze, ricordi ed emozioni senza età. Vivo l’eterno, le sue meraviglie quali il sole, il cielo, le stelle, l’aria, il vento, la pioggia, il mare, la gente, l’amore, l’infinito! Così vivo l’amore di Dio nell’amore e mi perdo nelle braccia del mondo. Devi sapere, caro padre mio, che da una lacrima la grande stella del cosmo, invece, ha creato la nostra vita sulla Terra. Da una scintilla cosmica è nato il mondo ... ma in una lacrima furtiva, purtroppo, il mondo si è perso... così gli uomini smarriscono il senso divino delle cose per abbracciare solo polvere e futili frammenti di una gioia insulsa, che si spegne nel fuoco della sua libertà. *Lirica prima classificata al Premio di Arte e Cultura “Due Sicilie”, per un ‘Identità Meridionale. Premio conferitogli presso la Sala delle Lapidi del Comune di Palermo.

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Il passato in cronaca di Mario Pacher

L’estrazione della torba degli anni Trenta in Valsugana Verso la fine degli anni Trenta parte della popolazione dei paesi di Levico e Novaledo trovò una temporanea occupazione in una particolare attività: lo sfruttamento delle torbiere. In passato il fondovalle di questa zona era occupato da paludi malsane e il fiume Brenta non ancora incanalato aveva dato origine a due laghi: il Lago Morto e il Lago dei Masi. La presenza di questi acquitrigni, oltre a non permettere alcun sfruttamento dei territori situati nella parte bassa della vallata, era fonte di gravi malattie, fra le quali la malaria, in quanto le zanzare portatrici del terribile morbo trovavano lì il loro habitat ideale.

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partire dall’inizio dell’Ottocento furono pertanto intrapresi ripetuti lavori per l’eliminazione di queste aree malsane e per recuperare aree coltivabili. I primi rilevanti interventi di questo tipo vennero realizzati fra il 1815 e il 1819 e portarono progressivamente al prosciugamento dei due laghi e al ridimensionamento delle paludi. Nel secolo successivo, all’inizio degli anni Trenta, vennero intrapresi gli imponenti lavori dello scavo Brenta, che proseguirono per circa tre anni, dando occupazione a centinaia di lavoratori. Con la costruzione di giganteschi argini in muratura il fiume Brenta fu incanalato e divenne quindi possibile destinare a coltivazione molti nuovi terreni. In questa occasione si riscontrò che i terreni, al di sotto di uno strato di limo e fango di circa 40 centimetri, appariva uno strato solido scuro finora sconosciuto: si trattava della torba. Questa sostanza era infiammabile e destò immediatamente grande interesse anche perché all’epoca, in pieno conflitto mondiale, il carbone scarseggiava ovunque. Questo suolo nascondeva quindi un tesoro inatteso, un prezioso combustibile prodotto dalla carbonizzazione

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Una torbiera oggi

Raccolta di torba

di piante acquatiche (cannelle) e che contiene dal 40 al 60% di carbonio con un potere calorifico compreso fra le 3000 e le 3500 calorie per chilogrammo. Lo sfruttamento commerciale di queste torbiere venne intrapreso da un certo signor Bassetti di Milano. I lavori per l’estrazione della torba vennero invece eseguiti da Ermanno Pasqualini di Castello Tesino, che costituì la ditta “Torbiere della Valsugana” con sede in Levico Terme, con lo scopo di raccogliere, lavorare e commercializzare il prodotto. Furono così assunte una


Il passato in cronaca sessantina di persone, in prevalenza donne, dei centri di Levico, Barco, Selva e di Novaledo. Il primo cantiere venne allestito nella zona est della stazione di Barco. Compito delle lavoratrici era quello di asportare lo strato superiore del terreno per mettere in evidenza il combustibile naturale che sotto si nascondeva e che, in certi casi, raggiungeva uno spessore superiore al metro. All’attività erano addetti anche uomini, quasi tutti di età superiore ai 60 anni, dato che tutte le forze giovani erano impegnate in guerra. A questi veniva affidato il lavoro più pesante, quello di tagliare la torba con l’utilizzo di un ferro a mezza luna, lo stesso attrezzo che un tempo veniva usato per trinciare la paglia. In questo modo si producevano delle grosse mattonelle larghe circa 30 centimetri e spesse dai 10 ai 20. Tutti i pezzi di torba che non potevano essere tagliati o sbriciolanti venivano pressati con un‘apposita macchina e poi uniti agli altri. Una particolare apparecchiatura serviva poi a togliere la maggior parte dell’acqua e a sagomare i vari pezzi. Il prodotto ottenuto veniva poi trasportato con la teleferica e lasciato ad essiccare al sole per alcuni giorni. Con le cosiddette “zivière” le donne provvedevano poi a trasportarlo su carri appositamente dislocati nei pressi, veniva caricato, e su quei rudimentali mezzi trainati sempre da cavalli, muli o buoi, si dirigeva verso la stazione ferroviaria di Levico dove, con il treno, prendeva diverse destinazioni. Man mano che la torba si esauriva il cantiere si spostava in direzione di Novaledo e nell’area ricompresa fra la ferrovia e il corso del fiume Brenta. Dopo essere stato inciso con l’asportazione della torba, il suolo veniva livellato utilizzando i tomi di materiale che erano rimasti ai margini del fiume. Contemporaneamente venivano creati dei fossati fra una proprietà e l’altra

Folgaria, torbiera

per portare i rivoli d’acqua al fiume Brenta. Al termine di tutte queste operazioni, i proprietari di questi terreni chiamati “carezzari” si ritrovarono un suolo bonificato e molto produttivo, adatto soprattutto alla coltivazione del granoturco. Ogni ora di lavoro veniva retribuita, sia per gli uomini che per le donne, con una lira e 90 centesimi e la paga veniva corrisposta settimanalmente al sabato sera. L’attività per

l’estrazione della torba si concluse verso la fine del 1943, quando la zona fu occupata dai tedeschi e l’ultimo cantiere fu quello della località Campregher a Novaledo. Sebbene l’attività si sfruttamento della torba sia durata solamente pochi anni, essa fornì un importante opportunità di occupazione e un rilevante sostegno economico a molte famiglie della Valle.

Alcune lavoratrici di Novaledo al termine della giornata

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L’eredità del passato di Giorgio Turrini

Le meraviglie e l’arte conservate dall’Unesco Oggi beneficiamo e trasmettiamo alle generazioni future il nostro patrimonio, culturale e naturale, fonte insostituibile di vita e di ispirazione. Un tesoro bellissimo composto da luoghi unici e indimenticabili che l’uomo vive, costruisce e difende. Questo è il Patrimonio che rappresenta l’eredità del nostro passato, il passato dell’uomo. Questo è UNESCO.

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’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, da cui l’acronimo Unesco, è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata allo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione. Promuove “Il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali”. Queste regole sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dettate durante la Conferenza dei Ministri Alleati dell’Educazione con la sua Costituzione che è stata firmata il 16 novembre 1945 ed entrata in vigore il 24 novembre 1946. L’idea è quella di proteggere e far conoscere opere e luoghi meravigliosi quali, per esempio, le selvagge distese del Parco Nazionale di Serengeti in Africa Orientale, le Piramidi d’Egitto, la Grande barriera australiana e le cattedrali barocche dell’America latina. La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale culturale e naturale, adottata dall’UNESCO nel 1972, prevede che i beni candidati possano essere iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale come: patrimonio culturale, patrimonio naturale, paesaggio culturale. Anche L’Italia è un paese ricco di storia e bellezze naturali, come dimostrato

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dal grande numero di siti dichiarati. Patrimoni Mondiali dell’Umanità dell’Unesco presentano il Bel Paese che con 53 siti è la nazione con il maggior numero di riconoscimenti. Non si può non visitare la Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, città famosa per la sua storia e per le sue numerose opere d’arte. Chiesa rinascimentale e grande opera architettonica che al suo interno nel refettorio ospita lo spettacolare Cenacolo di Leonardo da Vinci. Anche nella maestosità e nella bellezza di Roma ci sono note che rendono la Capitale uno dei siti Unesco più belli e ricchi al mondo. Dalle antiche rovine romane, ammirabili nella zona centrale dei Fori Imperiali e del Colosseo, alle innumerevoli chiese di ogni epoca, fino a

La Grande Muraglia cinese

Santa Maria delle Grazie

Taj-Mahal


L’eredità del passato Città del Vaticano. Non parliamo di Venezia simbolo naturale ed eterno per questo Patrimonio. L’intera lista mondiale UNESCO comprende 1073 siti, di cui 93 in Africa, 82 negli stati Arabi, 253 in Asia e Pacifico, 505 in Europa e Nord America, 139 in America Latina e Caraibi. La Cina, dopo l’Italia, con 52 siti è seconda nella classifica Unesco, a seguire Spagna con 46 siti, Francia con 43 siti, India con 36 siti e Messico con 34 siti. Online si può trovare un sito di viaggi chiamato World Heritage Journeys Europe che invita a scoprire 34 siti del patrimonio dell’umanità, scelti tra i 350 presenti in Europa. Cosi come in Spagna, avvolte tra le mura europee, possiamo lodare e ammirare le opere spettacolari di Antonio Gaudì.

Diverso discorso invece per i siti Unesco più belli del mondo: in questo caso i viaggiatori hanno assegnato la medaglia d’oro ad Angkor Wat in Cambogia dove si trovano tantissimi templi e il panorama naturale è qualcosa di mozzafiato. Secondo posto per il Taj Mahal in India: ogni anno più di 8milioni di persone visitano questa bellezza locale, imponente, elegante e bellissima. Al terzo posto invece troviamo la Grande Muraglia a Mutianyu in Cina costruita nella metà del VI secolo dalla dinastia Qi. Trovandosi e volando a Dubai invece possiamo aprire gli occhi ai suoi grattacieli futuristici, alle sue isole a forma di palma, ai suoi prepotenti lussuosi alberghi. Dubai è stata nominata dall’Unesco “Città creativa dell’architettura e del design”, conquistando l’onore di essere la prima metropoli mediorientale a ricevere un simile

riconoscimento. Sono tanti i siti e le meraviglie datate all’Unesco nel mondo. Dalle più conosciute alle meno conosciute. A Santa Ana de los Ríos de Cuenca (spesso abbreviato semplicemente in Cuenca) in Ecuador possiamo appartarci ad adorare questa splendida nicchia, culla di un’Europa sudamericana. Cuenca è la terza città dell’Ecuador per numero di abitanti, capoluogo della provincia di Azuay e dell’omonimo cantone. Si trova nella cosiddetta Sierra, una parte delle Ande, e sorge a circa 2.500 metri sul livello del mare. All’epoca dell’impero Inca era conosciuta con il nome di Tumibamba. La città attuale ha un tipico aspetto coloniale: il suo centro storico, molto ben conservato, è stato per questa ragione inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

PERGINE VALSUGANA

L’aeroporto di Cirè

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orse non tutti sanno che a Cirè di Pergine esisteva durante la prima guerra mondiale, un aeroporto militare austroungarico. Era stato costruito su una superficie di diverse migliaia di metri quadrati dopo che quel suolo era stato bonificato con l’abbatUn aereo nell’aeroporto perginese timento di svariate centinaia di piante da gelso che costituivano l’alimento per il baco da seta, una delle poche attività in cui le famiglie trovavano sostentamento di vita, e contemporaneamente si rese necessario anche l’abbattimento di una parte della vicina Casa Dalcolmo. Per la costruzione dell’aeroporto furono chiamati circa 500 giovani soldati, i cosiddetti “militarizzati”. Accanto alle piste di decollo e di atterraggio che avevano la lunghezza di circa 2 chilometri, furono costruite anche sei aviorimesse per il deposito degli aerei, diversi alloggi, alcune officine meccaniche, un laboratorio fotografico. Complessivamente furono realizzate una cinquantina di baracche attrezzate. Venne predisposto anche un dispositivo di difesa antiaerea e un allarme con sirena e, per le incursioni notturne, anche un potente riflettore sistemato a fondo pista. Il tutto al servizio di quella quarantina di aerei. Nell’anno 1916 si fecero molte missioni di guerra per localizzare, fotografare e anche bombardare le postazioni nemiche italiane che si trovavano verso l’altopiano delle Vezzene, a Verona, Vicenza e a Bassano del Grappa. Molti aerei furono abbattuti e molti furono i piloti morti che furono poi sepolti nei due cimiteri esistenti a Pergine: il primo in località San Pietro nei pressi dell’ospedale psichiatrico mentre l’altro era situato lungo la strava per Serso, nei pressi dell’attuale bocciodromo comunale. Anche da parte italiana molte furono le incursioni nel tentativo di distruggere l’aeroporto. Ma non ebbero grande successo poiché, a parte alcuni danni alle baracche, non riuscirono mai a renderlo impraticabile. Le strutture dell’aeroporto vennero poi date alle fiamme durante la ritirata nel 1918. Nei primi anni 2000 venne organizzata anche una mostra diffusa negli alberghi e nei bar del perginese con tante foto storiche dell’aeroporto e degli aerei. Tutte immagini originali possedute da alcuni collezionisti perginesi. (M.P)

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A gioco risolto, leggendo di seguito le lettere nelle caselle a sfondo colorato, si otterrà il nome del più noto salto idrico presente

ba, bo, ca, ci, ci, cri, do, e, e, fe, fe, fles, ge, gio, i, in, li, lie, lu, me, ba, no, bo,no,ca,not,ci,nu, ci,pa, cri, fe,re,fe,ro,fles, i, in, ne, pe,do, po, e, pre,e, ra, sa, si,ge,sia,gio, spez, ti, ti, tro, va, ve, vo,ne, vo, za, li, lie, lu,vo, me, no, zia. no, not, nu, pa, pe, po, pre, ra,

re, ro, sa, si, sia, spez, ti, ti, tro, va, ve, vo, vo, vo, za, zia. Trovate le parole rispondenti alle definizioni date, aiutandovi con le sillabe qui elencate alla rinfusa. Le lettere nelle colonne a sfondo grigio, daranno una domanda alla quale dovrete dare la risposta. Trovate le parole rispondenti alle definizioni date, aiutandovi le sillabe qui elencate alla rinfusa. Le lettere nelle colonne a 1.con Ricordare i bei tempi passati – 2. In quello di carenaggio si riparano le navi – 3. sfondo grigio, daranno una domanda alla quale dovrete dare la Lo è la persona raccolta in preghiera sui gradini dell’altare – 4. Ragazzi nel fiore dell’età – 5. Un dente ad effetto tagliente – 6. Precede l’analisi del sangue – 7. Atrisposta. tenua e diffonde la luce dell’ abatjour – 8. San Marco è il suo Patrono – 9. Il pozzo che fornisce il greggio – 10. È famoso quello di Selinunte – 11. Un intingolo con carne come il Tonco del pontesel - 12. Doppiezza, falsità.

1. Ricordare i bei tempi passati – 2. In quello di carenaggio si riparano le navi – 3. Lo è la persona raccolta in preghiera sui gradini dell'altare – 4. Ragazzi nel fiore dell'età – 5. Un dente ad effetto tagliente – 6. Precede l'analisi del sangue – 7. Attenua e diffonde la luce dell' abatjourCRUCI... – 8.CALA San Marco è il suo Patrono – CRUCI...TRENTINO: TRENTINODEL SASSO 9. Il pozzo che fornisce il greggio – 10.8 E' 9famoso quello di 1 2 3 4 5 6 7 10 11 D M B R M N Selinunte –I 11.C UnE intingolo conE carne Acome ilE Tonco del 12 13 14 D O L I falsità. E R E M I T A ponteselI - 12. Doppiezza,

SOLUZIONI NR. DI GIUGNO 2020

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VERTICALI: 1. Ha una sorella o un fratello maggiore di lui - 2. Principio, metodo adottato nell’agire - 3. La Nilde, prima donna eletta alla Presidenza della Camera dei Deputati - 4. Serve bianchi e rossi - 5. In quel posto - 6. Il primo sfortunato volatore - 7. Articolo per scolaro - 8. Sono pari nel pianto - 9. Hanno tutte almeno un’ancora - 10. Diletta o appassiona chi si reca a Celado, nel Tesino - 14. La città ai piedi del Conero - 16. Aumenta giorno dopo giorno! - 17. Un particolare monopattino a ruote parallele - 19. Donna di Trento o di Oslo - 20. Piccolo laghetto in alta Val dei Mocheni - 24. Filosofo greco considerato il padre della matematica - 27. Si beve con i pasticcini - 29. A inizio e fine dell’epidemia - 35. Terra liquida bollente - 40. Non esiste solo la Sugana! - 42. Temuta malattia della vite - 44. Asti - 45. Testa e coda di topo - 48. Nè tua nè sua - 50. Quel di Carota è famoso - 52. Sigla dell’Associazione internazionale che aiuta chi ha dipendenza dal bere - 53. La targa... etnea - 54. Sigla della Svizzera.

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sul desktop - 13. Esteso insediamento urbano - 15. Il West per gli italiani - 18. Acquisire, procurarsi - 21. Il cammino della pratica - 22. Sul viso, alcuni sono vezzosi - 23. Batte in petto - 25. Se si perde in un pagliaio, non lo si trova più! -

26. Un dottore in breve 27. Prendere... a Roncegno! Tante sono lepronunciabili "z" in Caldonazzo --30. La Il prima e l'ultima di ORIZZONTALI: 1.-Gioco di parole non- 28. facilmente 11. RamazWilson - 31. Si ripetono nei noiosi - 32. Vale acetone se letta da destra a sinistra - 33. La targa di Aosta - 34. Palla in zotti - 12.di Un’immaginetta desktop - 13. Esteso insediamento ur- che rete!cantante - 36. La provincia S. Benedetto del Tronto -sul 37. Mille e cinquanta romani - 38. Grande attore italo-francese sposò Simone Signoret (iniz.) - 39. Targa del Capoluogo irpino - 41. Mitico, valoroso - 43. Quella centrale porta bano - 15. Il West per gli italiani - 18. Acquisire, procurarsi - 21. Il cammino della all'altare maggiore - 46. Cuore di golden - 47. Situata nella parte più profonda - 49. Lo Svevo scrittore - 50. Il più famoso- Edgar - 51. Preposizione semplice - 52. Si -ripetono nell'arsenale - 53. Dopo di lui le riprese pratica 22. Allan Sul viso, alcuni sono vezzosi 23. Batte in petto - 25. Seiniziano si perde in e si gira - 55. Stazione di fermata ferroviaria dismessa fra Strigno e Grigno. un pagliaio, non lo si trova più! - 26. Un dottore in breve - 27. Prendere... a RonceVERTICALI: 1. Ha una sorella fratello maggiore -di30. lui - La 2. Principio, adottato La Nilde, gno! - 28. Tante sono le “z”oinun Caldonazzo prima metodo e l’ultima dinell'agire Wilson- 3.- 31. prima donna eletta alla Presidenza della Camera dei Deputati - 4. Serve bianchi e rossi - 5. In quel posto - 6. Il primo Si ripetono nei noiosi - 32. acetone se letta da- destra sinistra 33. La- 10. targa sfortunato volatore - 7. Articolo perVale scolaro - 8. Sono pari nel pianto 9. Hanno a tutte almeno -un'ancora Diletta o appassiona chi si reca a Celado, nel Tesino - 14. La città ai piedi del Conero - 16. Aumenta giorno dopo giorno! - 17. di Aosta - 34. Palla in rete! - 36. La provincia di S. Benedetto del Tronto - 37. Mille Un particolare monopattino a ruote parallele - 19. Donna di Trento o di Oslo - 20. Piccolo laghetto in alta Val dei Mocheni - 24.romani Filosofo greco padre della matematica - 27. che Si beve con i pasticcini - 29. A inizio e fine e cinquanta - 38.considerato Grandeilattore italo-francese sposò Simone Signoret dell'epidemia - 35. Terra liquida bollente - 40. Non esiste solo la Sugana! - 42. Temuta malattia della vite - 44. Asti - 45. (iniz.) irpino 41. Mitico, - 43. Quellainternazionale centrale che Testa- e39. codaTarga di topo del - 48. Capoluogo Ne' tua ne' sua - 50. Quel di- Carota è famosovaloroso - 52. Sigla dell'Associazione aiutaall’altare chi ha dipendenza dal bere --53. La targa... 54. Sigla della Svizzera. porta maggiore 46. Cuoreetnea di -golden - 47. Situata nella parte più profonda - 49. Lo Svevo scrittore - 50. Il più famoso Edgar Allan - 51. Preposizione semplice - 52. Si ripetono nell’arsenale - 53. Dopo di lui iniziano le riprese e si gira - 55. Stazione di fermata ferroviaria dismessa fra Strigno e Grigno.

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lungo la Valle del torrente Centa. A gioco risolto, leggendo di seguito le lettere nelle caselle a sfondo colorato, si otterrà il ORIZZONTALI: Gioco idrico di parolepresente non facilmente pronunciabili 11. Iltorrente RamazzottiCenta. cantante - 12. Un'immaginetta nome del più noto1. salto lungo la Valle- del

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A gioco risolto, leggendo di seguito le lettere nelle caselle a sfondo colorato, si otterrà il nome di un percorso che sale con la più lunga gradinata d'Italia, dalla Valbrenta-Bassa Valsugana, all'altopiano di Asiago.

CATENA DI PAROLE

ORIZZONTALI: 1. Il mese della Strozegada a Levico Terme - 8. ... e così sia! - 12. Sono adorati dai pagani - 13. Una

persona come San Romedio - 15. La piccola valle trentina percorsa dal torrente Moggio - 16. Notaregola del redattoreapplicata (sigla) Nella colonna di destra l’ordine esatto della serie di parole e la 17. E' formato da almeno sei games vinti - 18. Una struttura come l'INPS - 19. Creatori, inventori - 20. Alta Tensione La capitale vino Champagne La sigla in Fisica indica un miliardo di elettronvolt - 23. Bevanda (indicata 21. con una francese delledellettere da -A22.ad F) che per passare di volta in volta dall’una alcoolica derivata dalle mele - 25. Letto due volte... diventa un navigatore - 26. Ha scritto Il nome della rosa - 27. Il più Comune della Valsugana - 28. Il fallo di rete nel tennis - 30. Per superficie è il settimo Stato della Terra - 33. Dura all’altra, è alto il seguente: e faticosa come la salita ciclistica del Bondone - 36. Nel grappolo spàrgolo sono pochi - 38. Spesso lo sono le calze giocare tuoi -D 43., La11 Provincia piemontese del B vino 1 , 13 A , usate 18 dai D bambini , 6 B per , 12 E ,sui3pavimenti D , 19in Bcasa, -542.CNe', 9miei, B ne' , 16 C, 7 A , 17 , 14 Moscato - 45. Precipitarsi sul luogo dell'incidente - 49. Eccessiva produzione di saliva nell'assaggiare vini troppo C , 8 A , 4aciduli. D , 14 E , 2 B , 10 B , 20 C.

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VERTICALI: 1. Il significato della D nel termine COVID - 2. Simili, uguali - 3 . Un'arma da film western - 4 . La libellula ne ha quattro - 5. La Martini... che mi appartiene - 6. Chi l'ha garantita ci può anche vivere - 7. Un laghetto vicino al 27 orizzontale - 8. Aeronautica Militare - 9 . Hanno caratteri maschilisti - 1 0 . Un liquido dall'odore caratteristico usato nell'ambito ospedaliero - 11. La rappresenta il Presepe - 14. Un Programma didattico riservato agli studenti universitari - 19. Si ripetono nelle ischemie - 21. La provincia polesana (sigla) - 24. AIDO e AVIS ne contano tanti - 27. L'erba brusca (o acetosa) in Valsugana - 29. La valuta non materiale da cui derivò l'euro - 31. Seicento due romani - 32. Istituto d'Istruzione Superiore (sigla) - 34. Un camice o una vestaglia da casa... a Pergine - 35. Con Lona è la Capitale trentina del porfido - 37. L'ultimo Giovanni Paolo - 39. La provincia col Gennargentu (sigla) - 40. Spinto, ma non osceno - 41. Spazi per oche e galline - 44. Tante sono le Grazie - 45. Alessandria - 46. Il calciatore numero 7

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Il numero di luglio di Valsugana News è stato chiuso in redazione il 2 luglio 2020


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