Valsugana News n. 1/2023 Febbraio

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Personaggi e storia

LA MORTE DI CAMPIONI E L’ IMMORTALITÀ

“Dio è una brezza, un sussurro” l’immagine poetica ci è suggerita dalla Bibbia, Primo libro dei Re nel quale Elia cerca inutilmente il volto del Signore in un uragano, un terremoto, un fuoco. Ma Dio parla al cuore, ed Elia avverte la Presenza di Dio “nel sussurro di una brezza leggera”. Questo importante passo biblico è ricordato dalla associazione bellunese Demamah in occasione della morte di Joseph Ratzinger (Marktl 16 aprile 1927-Roma 31 dicembre 2022) considerato “padre e faro”. Sicuramente c’erano anche questi artisti del canto gregoriano fra i centomila che hanno partecipato alla veglia funebre del Papa capace di ritirarsi dal clamore del potere per abbracciare il silenzio.

Egli, 265° Papa, morto a 95 anni è stato considerato il Papa della Restaurazione, perché definì l’omosessualità “ inclinazione oggettivamente disordinata” e fu accusato di ostruzione alla giustizia nella Contea di Harris nel Texas per avere coperto, dice l’accusa( poi caduta) i casi di molestie sessuali di prelati negli Stati Uniti. In realtà Papa Ratzinger ha compiuto l’11 febbraio del 2013 il

gesto più rivoluzionario dei duemila anni di storia della Chiesa Cattolica rinunciando al ministero di vescovo di Roma, presentando al Concistoro, le dimissioni e diventando così Papa emerito. Un gesto rivoluzionario che ha scosso l’Ineffabile Chiesa.

La morte di Benedetto XVI è stata l’ultima, eccellente, del 2022. L’ha preceduta di soli due giorni quella di Arantes do Nascimento (Pelè) per le cui esequie funebri il Brasile e tutto il mondo del calcio si è vestito a lutto; e l’8 settembre da quella della regina del Regno Unito, Elisabetta seconda, alla cui cerimonia pubblica, dicono le statistiche, hanno assistito tramite la televisione, almeno 4 miliardi di terrestri.

Noi comuni mortali abbiamo finora assistito in questo inizio 2023 alla morte di Gianluca Vialli, campione del pallone e di Gina Lollobrigida, la Bersagliera in Pane, amore e fantasia e la Fatina nelle Avventure di Pinocchio. Anche per queste due morti eccellenti tanti ricordi, i coccodrilli giornalistici, e le cerimonie abbastanza lunghe da consentirci l’elaborazione del lutto.

Nessuno di questi personaggi era nostro parente, ma ciascuno di noi, inconsciamente o con chiara volontà, aveva loro assegnato un ruolo nella propria vita. Papa Ratzinger era il difensore della Fede capace di cercare Dio nel silenzio e nella riflessione teologica. Pelè, o Rei, l’uomo che faceva il lustrascarpe senza immaginare che milioni di lacrime avrebbero

bagnato le sue scarpette. La regina Elisabetta II rappresentava un esempio di fedeltà allo Stato. Gianluca Vialli il campione che ha lottato contro il tumore senza il timore di mostrare la propria debolezza. Gina Lollobrigida la bellezza tanto grande quanto effimera. Per capire come riuscire superare il lutto dobbiamo chiederci cosa realmente ci verrà a mancare con la loro morte e più ancora quanto erano modelli da imitare. Persone elevate a idoli da venerare: il riscatto del pallone, la ricchezza reale (pochi credono ancora alla nobiltà d’animo dei potenti), le fragilità della bellezza fisica che il tempo sciupa e distrugge. Idoli che altri idoli finiscono per rimpiazzare. Da questo gioco delle parti rimane escluso Ratzinger: egli ha attraversato e conosciuto tante miserie umane e quando gli sono state insopportabili ha scelto come Elia di cercare Dio nella grotta dove il silenzio è ricchezza spirituale. La sua non è stata una rinuncia alla lotta, ha scelto solo un altro campo di gioco e ha vinto: la morte lo ha solo reso immortale.

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Gina Lollobrigida Papa Benedetto XVI emerito
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ANNO 9 - FEBBRAIO 2023

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5 auganaNEWS Periodico gratuito La morte di campioni e l’immortalita’ 3 Sommario 5 Società oggi : i femminicidi 7 Polonia: storia del baluardo occidentale 8 Viabilità: Valsugana mortificata 10 Il senso religioso 13 Pergine: premiate le tesi di laurea 15 Roberto Paccher, il politico tra la gente 16 La sanità ha bisogno di cure urgenti 1 18 Noi e la natura: Rigenerare pensando al futuro e alla storia 20 Vi racconto la storia di Sanremo 22 Teatro: Spettacolo visto per Voi 24 Pergine: Sommelier della musica 26 Pergine: gli “staleri” in festa 27 Editore non per caso 29 Il personaggio: Stefano Dalvai 31 Sanità e territorio 33 La ragazza copertina: Veronica Borzaga 35 Trento: le carceri di Spini di Gardolo 38 La letteratura per il BenEssere 39 Pizze e merletti: torna il Tombolo 42 Gli erborizzatori della Valsugana 44 Armando: un giovane e l’Europa 46 In Valsugana: Angry Lynx Medic 47 Giotto, da Firenze al Veneto e Trentino 48 IMU e l’abitazione principale 50 Per non dimenticare: Don Egidio Pedenzini 52 Il personaggio di ieri: Orazio Gaigher 54 Girovagando nell’Arte : Piero della Francesca 56 Noi e il territorio: l’Agronomia..scienza antica e moderna 58 Chiese e monumenti di casa nostra 60 Agronomia e viticoltura in evidenza 62 Medicina & Salute: conosciamo l’Empatia 64 Il calcio regionale in serie B 66 I personaggi della Valsugana : Guido Prati 67 Novità in libreria: il libro di Silvana Poli 69 I Comuni della Valsugana : Civezzano e la sua storia 70 La nuova normativa degli sport di montagna: 71 Tradizioni di casa nostra: il gioco della “Morina” 74 Che tempo che fa: il 2022, l’anno più caldo di sempre 76 La strega di Maso Refatti 78
SOMMARIO
Girovagando nell’Arte PIERO DELLA FRANCESCA Pagina 56 Un politico tra la gente ROBERTO PACCHER Pagina 16 La ragazza copertina VERONICA BORZAGA Pagina 35

FEMMINICIDI, IN ITALIA NUMERI IN SALITA

Nasce un “Atlante sui femminicidi”: basterà per sensibilizzare la gente al fenomeno?

Non c’è fine, le donne continuano a morire per mano di ex o famigliari che non accettano un “basta”. Che non accettano, in sostanza, la fine di una storia per mano di una donna. Lo Studio Atlantis pubblica il primo “Atlante su femminicidi”.

Dall’inizio dell’anno sono già cinque i femminicidi in Italia, è una piaga sociale che non intende fermarsi. Il 2022 è stato un anno significativo, che sia lo stesso per il 2023?

In base ai dati riportati dalla Direzione centrale della polizia criminale, nel 2022, nel Paese, sono stati commessi 309 omicidi, 122 vittime donne, di cui 100 uccise in ambiente famigliare: di queste, 59 per mano di partner o ex partner. I numeri fanno pensare che la legge e i provvedimenti attuati fino a questo momento non siano abbastanza incisivi per risolvere un fenomeno sociale agghiacciante: anno dopo anno la condizione si aggrava. Infatti, sulla base dei rapporti del 2021 i numeri sono poco rassicuranti: il numero totale di omicidi nel 2021 era di 299, tra cui vittime donne 118, nel 2022 l’aumento è del 3%. È stato necessario ideare uno strumento per analizzare, contrastare e sensibilizzare questo fenomeno sociale: “L’atlante dei femminicidi”. La dice lunga. Lo Studio Atlantis, con diverse collaborazioni, e il gruppo di ricerca di Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, hanno organizzato i dati dei femminicidi su una cartografia,

mettendoli a disposizione di tutti. I promotori ritengono che, questo mezzo, possa aiutare l’analisi e di conseguenza faciliti l’elaborazione di strategie di prevenzione mirate ed efficaci. È possibile navigare su una vera e propria mappa interattiva, osservando le specifiche zone d’Italia che interessano. Ogni zona digitata, fornisce i dati rispetto l’età e la nazionalità della vittima e del carnefice. Oltre a innumerevoli informazioni sul delitto: causa e accadimenti a seguito del reato. È possibile avere un approfondimento sul rapporto tra vittima e assassino, presenza di violenze pregresse e ulteriori malcapitate per la stessa mano. È, inoltre, possibile consultare grafici, articoli di giornale, bibliografie e sitografie, e report della Casa delle donne dal 2006 a oggi.

L’Atlante non mostra solo statistiche, ma racconta storie di violenza di genere, con volti, nomi e storie. Il progetto è nato per far fronte a un fenomeno che, sembra, non avere abbastanza voce. Chissà se l’opinione pubblica si sensibilizzerà, in maniera critica e più competente.

Importante è la prevenzione. I primi passi da compiere per la donna è

riconoscere, senza negare, la violenza e avviare un percorso di uscita dagli abusi: la chiamata al 1522 - numero nazionale antiviolenza e stalking - e il contatto con i centri antiviolenza territoriali.

Le chiamate, da novembre 2022 sulla base di dati ricavati dall’Istat, sono pari a circa 12 mila, di queste 7 mila sono considerate valide.

Ancora troppe le storie sbagliate che arrivano al capolinea con l’omicidio di una donna. Le storie d’amore malsane sono più comuni di quello che si pensa, e come sostiene la psicologa californiana Lilian Glass, scivolarci dentro è un attimo. Lei stessa nel 1995 ha coniato il termine “relazione tossica” che, prodotta da una combinazione difettosa di fattori, crea un rapporto inevitabilmente imperfetto e sbilanciato. Il meccanismo è sempre lo stesso: un gioco di potere, uno dei due abusa, squalificando e denigrando costantemente l’altro.

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Società oggi di Patrizia Rapposelli

POLONIA: storia del baluardo occidentale

La guerra fra Russia ed Ucraina ha focalizzato l’attenzione mondiale su quell’epicentro conflittuale ed anche sulle nazioni vicine. La principale di queste è la Polonia che ha avuto una storia molto travagliata nel senso che lo spazio politico organizzato dal popolo polacco ha subito nel corso dei secoli molte variazioni. In una breve sintesi che non può essere esaustiva, data la grande varietà di nazioni coinvolte nelle mutazioni storiche polacche, si può partire dal 1280 quando l’arcivescovo Svinka difese la corona polacca contro i Margravi del Brandeburgo. Nel 1383, dopo cento anni di combattimenti, si costituisce stabilmente una prima nazione polacca, che diverrà in seguito una confederazione polacco - lituana. Nel 1500 il potere della confederazione viene esercitato da una comunità di nobili che dal lato Ovest dovrà affrontare l’espansionismo dell’Ordine Teutonico, mentre ad Est riuscirà a conquistare una gran parte della Russia, compresa Mosca nel 1601.

In seguito gli Zar ebbero però il sopravvento e la sovranità russa recuperò i propri territori anche a causa della debolezza dei polacchi fiaccati dalle precedenti guerre difensive contro gli svedesi ed i brandeburghesi. La Polonia tuttavia, pur in condizioni precarie, riuscirà in seguito a distinguersi al fianco del Sacro Romano Impero, contro gli invasori turchi dell’Europa, dando un contributo fondamentale nella vittoria cristiana di Vienna del 1683.

Successivamente la Polonia cominciò a ridursi territorialmente fin quasi a scomparire nel 1795 con l’eccezione del Granducato di Varsavia, ma poi con l’avvento di Napoleone ebbe un breve periodo di rinascita terminato con il fallimento della spedizione napoleonica in Russia, partita proprio dalla Polonia.

Dopo la sconfitta del Grande Corso la Polonia venne più che penalizzata al Congresso di Vienna del 1815 e ridotta di fatto alla piccola Repubblica di Cracovia scomparsa nel 1846 con l’annessione all’Austria. Nonostante vari tentativi insurrezionali la Polonia dovrà attendere fino alla fine della prima Guerra Mondiale per ottenere il proprio territorio nazionale. Come

riconoscimento del contributo dato dalle legioni polacche del Maresciallo Pilsudsky attive durante la guerra a fianco di francesi ed inglesi la Polonia venne rifondata. All’inizio il presidente Pilsdusky dovette subito affrontare le truppe bolsceviche sconfiggendole nella battaglia della Vistola del 1920. Dopo la sua morte nel 1935 la Polonia rimase di fatto una dittatura militare che dopo la crisi inerente alla questione di Danzica (città tedesca isolata in territorio polacco) venne invasa dai nazisti nel 1939, fatto che coincise con l’inizio della seconda Guerra Mondiale. In ordine con gli accordi contenuti nel patto Ribbentrop -Molotov la Polonia fu spartita fra URSS e Germania. Fu

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La storia e noi di Guido Tommasini Cavalleria polacca contro carri armati (tela di Wjciech Kossak)

quella una guerra impari. Secondo una leggenda-propaganda i cavalieri polacchi affrontarono i carri armati e furono sterminati. Accertata storicamente invece la strage di Katyn dove i sovietici sterminarono almeno 4mila inermi ufficiali polacchi e altri 18 mila civili. Lungi dall’arrendersi i resistenti polacchi mantennero in vita la nazione, aiutati da Francia, Inghilterra, Vaticano attraverso i gesuiti ed anche dai giapponesi, tramite il loro ambasciatore che faceva il doppio gioco (probabilmente in funzione antisovietica), fornendo a vari militanti polacchi passaporti con immunità diplomatica. Così si riusciva a mettere in crisi il servizio di sicurezza delle SS, ma in ogni caso questa collaborazione giapponese terminò dopo Pearl Harbor.

Si cita infine l’insurrezione di Varsavia dell’Agosto 1944, che però venne

repressa nel sangue a causa anche del mancato appoggio sovietico ai resistenti.

Bisogna anche ricordare un episodio fondamentale con enormi ripercussioni sullo svolgimento della seconda Guerra Mondiale e cioè il trafugo di un esemplare della macchina tedesca Enigma da parte dei patrioti polacchi che poi la passarono agli inglesi al fine di decrittare le comunicazioni in codice fra le forze del Reich dando un vantaggio strategico incalcolabile alle potenze alleate.

Dopo la fine della guerra, liberata dalle truppe russe ed anche da volontari locali la Polonia divenne una Repubblica Popolare, stato socialista alleato dell’URSS nel Patto di Varsavia, modificando ancora i propri confini con uno spostamento del territorio ad Ovest a spese della Germania ed a favore dell’URSS. Molti i contatti

culturali della Polonia con l’Italia. Nel 1978 fu eletto Papa il polacco Karol Wojtyla;negli anni Ottanta si sviluppava Solidarnosc sindacato finanziato in parte con i fondi del Banco Ambrosiano di Calvi che forniva sostegno ai lavoratori in sciopero.

Legami storici fra i due paesi si trovano nell’analogia riportata dagli inni risorgimentali da Mameli “Sangue d’Italia” al “Sangue Polacco.”

Inoltre si ricorda che nel 1863 i garibaldini bergamaschi del colonnello Francesco Nullo perirono combattendo contro i russi per la libertà della Polonia che poi ha dedicato loro un monumento e molte strade.

Verso la fine del Novecento con la dissoluzione dell’Urss nascerà la Repubblica di Polonia che diventerà membro della UE e della Nato. Oggi i polacchi sono, loro malgrado, spettatori in prima fila nella guerra ucraina.

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La
storia e noi

VIABILITÀ: VALSUGANA MORTIFICATA

Tra una Ferrovia scassata ed una Galleria mancata, la Valsugana resta in panne. Cambiano le amministrazioni provinciali, le promesse elettorali, ma il risultato è sempre quello: un traffico che sta aumentando in modo esponenziale. La Valsugana, e soprattutto il lago di Caldonazzo, vanno preservati da questo fiume di automobili e di camion che sta crescendo a dismisura, mettendo in serio pericolo non solo la viabilità, ma la stessa salute degli abitanti della valle, sia con l’inquinamento atmosferico che con quello delle acque del lago. Lo so, molto spesso torno su quest’argomento, da più di 15 anni almeno, e spesso mi sento come il vecchio Catone , il quale, ogni qualvolta entrava nel Senato romano, al termine di ogni suo discorso diceva “ Ceterum censu Carthaginem esse delendam”, (Cartagine deve essere distrutta) e non lo affermava a caso, conoscendo la pericolosità dei Cartaginesi, che invece i Senatori ignoravano, ritenendolo un pericolo lontano. I fatti poi gli hanno dato ragione. Uno dei motivi di questo mancato ascolto da parte delle amministrazioni provinciali potrebbe anche essere ascritto alla mancanza di accordi, diremmo visioni comuni, dell’intera vallata. Infatti l’Alta Valsugana soffre molto di più l’impatto della Strada Statale 47, in quanto corre accanto alle sponde del lago, ai piedi della Collina di Tenna; è a due corsie, al limite della larghezza consentita, piena di curve, e a ridosso di un litorale che avrebbe molte

potenzialità turistiche che la stessa impedisce. Pericolosissima, perché il tratto invita alla velocità e d’estate ogni giorno avvengono incidenti più o meno gravi: ricordiamo quando un camion, anni fa, rimase in bilico fra la strada e la spiaggia sottostante. La SS47 è’ inoltre molto pericolosa per gli abitanti di Ischia e di Tenna che vogliono immettersi sulla strada che da San Cristoforo, che porta ai loro paesi. Invano le popolazioni hanno fatto una petizione, tramite una raccolta di firme, per creare una Rotonda in quella zona, che dovrebbe rallentare i veicoli e aiutarli ad evitare incidenti. Diverso invece il discorso della Bassa Valsugana (Ospedaletto e dintorni a parte) attraversata da una larga strada a quattro corsie, messa in sicurezza da lunghi guardrail , con belle gallerie ed uscite sicure per raggiungere i paesi.

Il problema quindi per quella parte di valle è meno urgente, anche se

mi piace ricordare che lo Smog è democratico, non conosce confini. Da moltissimi anni sia in Trentino che in Alto Adige i territori chiedono di favorire progetti di mobilità sostenibile. “Dobbiamo puntare su una mobilità sostenibile, come una metropolitana di superficie capace realmente di spostare il traffico pendolare su rotaie. Deve essere veloce, anche in galleria, su tracciato diverso dall’attuale Valsugana, da Borgo a Trento, con due fermate, Levico e Pergine. Puntiamo poi sulle ciclopedonali, senza demagogia e fantasie costose”, ha detto qualche amministratore più illuminato.

L’Associazione Transdolomites, fondata nel 2006, si occupa di mobilità alternativa e turismo sostenibile nelle Valli dell’Avisio, sognando una ferrovia che da Trento porti a Penia.

Vi è poi il grande sogno di unire Bolzano, Trento Belluno, dei quali si discute fra gli industriali delle

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“Carthago delenda est”
di Laura Mansini

tre province in attesa dei giochi olimpici invernali del 2026. Mentre si sognano i treni, cade il progetto olimpico di Pinè di avere lo stadio del Ghiaccio Coperto per le gare di pattinaggio che ora si svolgeranno invece a Torino. Veramente viene un po di sconforto: possibile che non si riesca a farci sentire? Il Trentino sta perdendo lentamente quell’Autonomia conquistata per merito di uno dei suoi figli più importanti, Alcide De Gasperi, uno dei grandi fondatori della nostra bella Italia. Discutendone in questi giorni con degli amministratori ed albergatori quali l’ing. Christian Caneppele che nel 2006 era vicesindaco di Lavarone, dove attualmente è assessore tecnico, e

Fernando Cetto albergatore di Levico, socio sia di Transdolomites che di Avianova, fermo sostenitore del trasporto su fune e su rotaia, siamo giunti alla riflessione che forse non è solo un problema politico anche se, afferma Fernando Cetto : “Se gli amministratori attuali avessero la visione che aveva Paolo Oss Mazzurana ad inizio 900 non saremmo qui a pensare di progettare, ma tutto sarebbe già fatto: sono cambiati i tempi.”

In passato, infatti, sono stati stipulati accordi di programma fra i vari paesi per riqualificare il territorio ,alcuni portati avanti con successo, altri si sono arenati. Nel 2006 i Comuni di Caldonazzo, Levico, Lavarone e Lu-

serna hanno dato vita all’associazione Avianova che invano ha cercato di convincere le varie amministrazioni provinciali che si sono succedute nel tempo, della necessità di collegare gli Altipiani alla Valsugana tramite una funivia o una cremagliera, cercando di valorizzare le potenzialità delle due splendide zone del nostro territorio. “Va detto, conferma Caneppele, che in questi ultimi anni é venuta a mancare la visione di un territorio vasto. Ognuno pensa al proprio orticello dimenticando che è l’insieme che da la forza. In tal modo si perdono straordinarie opportunità, rimanendo si una bellissima provincia, ma purtroppo una piccola provincia”. L’unica decisione, che non aiuta certo la Valsugana, l’Amministrazione attuale della nostra Provincia l’ ha presa adottando la variante al piano urbanistico della Valdastico, sogno del Veneto, ma non delle popolazioni interessate che da sempre si dicono contrarie a quest’opera che rovinerebbe una piccola ma importantissima valle senza risolvere il problema del traffico. Infatti quali autotreni che vengono dal Veneto per andare in Austria spenderebbero dei soldi per un autostrada che allunga il percorso ed è pagamento, quando c’è la SS47 della Valsugana: un percorso pronto, gratuito e più breve?

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“Carthago delenda est”

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Iniziando questo 2023 e passato già gennaio, mi piace ricordare una canzone della mia gioventù scritta e cantata da Francesco Guccini, La canzone dei 12 mesi, che presentando febbraio cantava «L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza, nei primi giorni di malato sole la primavera danza», riportandomi di colpo e con stupefacente freschezza, come fosse ora, quel mio stato d’animo di ventenne innamorato della vita, che lo stesso Guccini avrebbe potuto descrivere senza sbagliare più di tanto, con un’altra canzone, Eskimo, che impietosamente cantava: «A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell’età».

Più di quarant’anni dopo, la primavera riprende a danzare come non mai e mi sorprende questo persistente desiderio di abbandonarmi alla speranza che suscita, nonostante la realtà completamente cambiata che mi ritrovo a vivere. Gli acciacchi dell’età, le delusioni, i fallimenti, come una discreta salute, alcune soddisfazioni e certi successi che capitano, non hanno diminuito ne modificato, in più o in meno, quell’esperienza regalatami dalla memoria e che ogni anno si ripete in accordo con il ciclo delle stagioni. C’è qualcosa dentro di me che non ha età, o se ne ha una, ha ancora vent’anni e penso li avrà sempre, all’infinito. Ma che cos’è l’infinito?

Nell’intento di questa rubrica c’è anche quello di far incontrare i lettori con quelle situazioni che riguardano l’animo di ciascuno e ciascuna di noi, ma che forse non godono di molta considerazione nella mentalità corrente e sentiamo non definite da

quell’orrendo titolo di “seghe mentali”. L’uomo è uomo perché nei primi giorni di malato sole, è capace di scorgere la danza della primavera, ed è così che si apre alla speranza. Lo insegna Giussani nel suo testo “Il senso religioso”, quando analizza la struttura del rapporto tra l’uomo e il reale e dice bene che di fronte alla realtà nessuno rimane impassibile, anzi, «di fronte alla realtà l’uomo è sconvolto, si sente come ferito, spalancato a qualcosa d’altro, e diventa domanda, poiché il mondo si presenta all’uomo come una realtà il cui senso è sempre un’altra, ed è un segno che non avrebbe spiegazioni se non implicasse l’esistenza di un’altra realtà. Ciò che dimostra che la realtà è un segno che rimanda a qualcosa d’altro, è in ultima sintesi, la nostra insopprimibile

esigenza di felicità».

Della lezione di Giussani ci sono quattro punti che è utile ricordare: la modalità con cui il mondo si impatta con l’uomo, lo ferisce e lo apre, l’uomo si fa domanda; la realtà è un segno che rimanda ad altro che non possiamo definire; nell’uomo, la traccia di questa struttura di rapporto è l’esigenza della verità (come della felicità, della giustizia, di un senso compiuto…) che coincide con l’orizzonte totale della ragione, la verità essendo costituita dalla totalità dei fattori dello spettacolo che l’uomo ha davanti; e, i perché più decisivi della vita non si risolvono dentro la vita. La spiegazione c’è ma è sempre al di là, è Mistero. In definitiva, la ragione come tale è costretta ad affermare l’esistenza di Dio, ma di questo Dio non può dire nulla.

Per questo, a credere si impara, si è educati alla fede, ma si crede non quando si è convinti di avere in tasca l’esatta definizione di Dio, ne si educa alla fede dispensando definizioni di Dio, ma quando ci si mette in cammino per seguire una stella, cominciando a domandare «perché è apparsa nel cielo?» e non ci si ferma alla risposta positivista «c’è perché c’è!», ma si cammina con fedeltà e coraggio nella direzione indicata, se non altro perché sia più breve la distanza da percorrere ancora.

Invitiamo in chiusura alla lettura di un testo che ha aiutato in primis l’autore dell’articolo nell’approfondimento dei temi trattati. In questo caso, una introduzione semplice, ma di spessore, la possiamo avere con Franco Ardusso, Imparare a credere, ed. San Paolo.

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Il senso religioso
L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
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PREMIATE LE TESI DI LAUREA Sette i vincitori del bando “Valore allo Studio e al Territorio”

Sono sette i vincitori dell’edizione 2022 del bando “Valore allo Studio e al Territorio” promosso dalla Cassa Rurale Alta Valsugana e destinato ai laureati Soci, Clienti, figli di Soci o figli di Clienti dell’Istituto. L’iniziativa, finalizzata a valorizzare l’impegno degli studenti dei corsi universitari magistrali, è nata in un’ottica di collaborazione reciproca tra l’impegno profuso nel percorso accademico e l’attenzione al territorio di competenza della Cassa Rurale. Il Presidente della Fondazione Cassa Rurale Alta Valsugana Giorgio Vergot, nel congratularsi con i premiati, ha ricordato che “con questa iniziativa, la Cassa Rurale intende valorizzare ed incoraggiare le attività di studio del nostro territorio. I partecipanti al bando, infatti, si sono impegnati a realizzare tesi significative per lo sviluppo di siti e l’approfondimento delle prospettive future della Comunità Alta Valsugana e Bersntol”. I riconoscimenti economici previsti dal bando (1.500 euro per i Clienti e i 2.500 euro per i Soci) assegnati ai sette vincitori durante la cerimonia di premiazione tenutasi venerdì 23 dicembre a palazzo

Tomelin, sede della Cassa Rurale, sono stati consegnati a: Veronica Toller laureata in Management indirizzo Imprenditorialità Sociale presso l’Università degli Studi di Trento, Gaja Rossi in Scienze della formazione primaria alla Libera Università di Bolzano, Denis Valler in Ingegneria Edile Architettura all’Università degli Studi di Trento, Federico Valgoi con la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Agrarie presso l’Università degli Studi di Padova, Giovanna Andreatti in Scienze della formazione Primaria alla Libera Università di Bolzano, Nicola Baldessari in Scienze forestali e ambientali all’Uni-

versità degli Studi di Padova e Marco Bernardi in Ingegneria dell’informazione e delle Comunicazioni presso l’Università degli Studi di Trento. “Favorire gli approcci innovativi – ha concluso il Presidente della Cassa Rurale Alta Valsugana Franco Senesi – divulgando competenze accademiche in grado di generare occasioni di interesse e lavoro, è uno dei principi cardine che hanno ispirato la stesura del bando. Diffondere la consapevolezza delle criticità ma anche delle opportunità presenti in ambito locale rappresenta, infatti, una preziosa opera a beneficio di tutta la nostra Comunità”.

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ROBERTO PACCHER un politico tra la gente

Di sicuro in tutti questi anni non è cambiato. Roberto Paccher è un uomo politico di valle che ha, ed ha sempre mantenuto negli anni, la “sua” Valsugana al centro del proprio agire. E che Paccher sia persona che predilige stare tra la gente, al netto del proprio ruolo di rappresentanza politica ai vertici del Consiglio Regionale, lo conferma il fatto che ogni mattina, prima di scendere a Trento, beve il suo “mattiniero” caffè in un bar diverso di quella Bassa Valsugana dove vive.

La politica è sempre stata la sua passione, ma fatta come servizio alla propria comunità. All’età di 25 anni viene eletto consigliere comunale nel suo paese, Novaledo, e ne diventa assessore l’anno successivo. E il suo, in quel Comune, sarà un impegno lungo, visto che durerà per oltre quattro lustri successivi. Ventidue anni in tutto.

Paccher nello stesso tempo si spende

anche nel Comprensorio della Bassa Valsugana, poi diventata Comunità di Valle, con sette nomine in successione, in cui si è contraddistinto per l’attività a favore della sua gente. Un fare deciso che, chi lo conosce lo sa

bene, ha avuto quando occorreva una declinazione sanguigna, aspra, come quella messa in campo a fianco dei comitati contro l’impianto di bio compostaggio che soffocava Novaledo con odori insopportabili o quando si è schierato a difesa del reparto maternità dell’ospedale di Borgo Valsugana e contro la discarica di Monte Zaccon.

L’attuale consigliere provinciale della Lega, in questa legislatura da presidente del Consiglio regionale, ha lavorato per contenere i costi della politica ma si tratta di un impegno che ha iniziato da lontano, a inizio anni novanta, visto che da quando era impegnato a livello comprensoriale aveva portato avanti una mozione per ridurre i compensi degli assessori: in pratica all’ente erano stato tolte molte competenze ma le indennità di carica erano rimaste quelle di prima e il giovane Paccher portò avanti una battaglia per ridurne i loro compensi (proposta poi vinta visto che gli amministratori si ridussero gli emolumenti).

Sicuramente lo contraddistingue anche una certa tenacia: rimasto escluso in passato dalle elezioni provinciali per una manciata di voti (9 o 11 a seconda le varie conte) e dopo essere stato inizialmente proclamato eletto, non chiese il riconteggio, ma accettò il risultato di buon grado, dichiarando fin da subito che è la “legge della democrazia” e continuando il suo impegno sul campo con la medesima passione.

Parlare di Paccher come un politico che ama stare in mezzo alla gente, e non certo da oggi, è facile: adesso ci sono i social a fare da buoni testimoni

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Società, Politica e Cittadini di Armando Munao’ Roberto Paccher Roberto Paccher con il Presidente Maurizio Fugatti

a una serie notevolissima di suoi impegni (manifestazioni, inaugurazioni, ricorrenze) cui il politico valsuganotto non fa mancare la propria presenza e mai si sottrae alle richieste dei cittadini. E non di rado, per evitare loro trasferte a Trento, usa riceverli anche nel suo studio a Levico Terme o addirittura andando lui stesso al domicilio di chi richiede l’appuntamento.

In Consiglio Provinciale Roberto Paccher ha lavorato e lavora in modo proficuo anche grazie all’ottimo rapporto di fiducia e di personale amicizia che vanta con il presidente della giunta Maurizio Fugatti.

Il politico di Novaledo, personaggio di peso dentro la Lega, pur non essendo

Società, Politica e Cittadini

lui un assessore, ha sempre ottenuto ascolto dalla giunta avendo dimostrato di avere buon senso ed equilibrio in quelle che sono le scelte a vantaggio della comunità, soprattutto quella valsuganotta.

In questa legislatura sono stati presentati numerosi ordini del giorno per impegnare la giunta a decisioni importanti di interesse, appunto, per la Valsugana: tra le quali ricordiamo i 70 milioni di euro che la giunta Fugatti aveva messo sul piatto per quanto riguarda la retta di Ospedaletto sulla S.S. 47, lo svincolo di Borgo Est, la variante del Tesino (presentato

un odg di Paccher per chiedere di rifarla), l’arginale Larganza-Roncegno e decine di altre opere che riguardano svariati comuni in tema di marciapiedi, rotatorie, campeggi, finanziate e prossime alla realizzazione. Insomma, pur avendo impegni istituzionali al vertice del Consiglio regionale che da Trento e Bolzano lo portano spesso in giro per l’Italia, nella capitale e all’estero, Roberto Paccher rimane un uomo della “sua” Valsugana, dove torna ogni sera e dove non ha mai smesso di sentirsi a casa propria.

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Roberto Paccher con il Presidente Fugatti, la Senatrice Testor, l'assessore Segnana e Dennis Pasqualin Roberto Paccher con gli Alpini A Samone

Problemi di “salute” di Cesare Scotoni

LA SANITÀ HA BISOGNO

L’articolo della Costituzione fissa in modo inequivocabile alcuni distinti concetti. Il primo:la Salute è un diritto Fondamentale, Ovvero va tutelata dalle Leggi poiché quel diritto individuale è parte di un interesse collettivo. Ecco quindi perché esistono leggi che sono a tutela della salute e dell’ambiente che intervengono in ambiti che vanno dal luogo di lavoro, alle emissioni in ambiente, allo stoccaggio dei rifiuti. Ed è un Diritto talmente importante che agli indigenti (cioè a chi è povero) le cure della salute sono da prevedersi, per legge, a titolo gratuito. Lo dice la Costituzione.

Qui, per quella che oggi appare come una stortura, abbiamo visto il tema dell’Universalità del Servizio sovrapporsi con quello della Gratuità. Per

DI CURE URGENTI

“Art. 32: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

cui, anziché distinguere tra chi è povero e chi non lo è, portando a detrazione l’interezza delle spese mediche e farmaceutiche per chi non rientra tra gli indigenti e non è già coperto da assicurazione, si è costruito un sistema di “ticket” utile solo a “gonfiare” la spesa per la gioia di chi nel settore della salute opera commercialmente. Questo si coglie chiaramente sia in ambito farmaceutico, nella differenza di prezzi e consumi di farmaci da

paese a paese, come nei meccanismi delle tariffe in convenzione. Tra le cose più bizzarre da comprendere si dovrebbe cogliere il fatto che ancor oggi diverse aziende sanitarie fatturano alle assicurazioni che coprono il valore del ticket anziché il costo industriale degli interventi in barba al danno erariale che ne consegue. In un momento storico in cui il Dibattito sulla Libertà di Scelta, Concetto esteso per alcuni all’Eutanasia di Stato, ha cozzato duramente prima con l’autorizzazione urgente e sperimentale concessa all’utilizzo di farmaci pur non approvati , poi con la temporanea obbligatorietà de facto del loro utilizzo in assenza di una responsabilità civile e penale per chi li produce o somministra, il conflitto tra interesse della collettività e l’introduzione di una obbligatorietà sostanziale di trattamenti sanitari non disposti per Legge e perciò privi di un responsabile del danno è tornato centrale, nel biennio che ci siamo lasciati alle spalle. Il comprendere e ridefinire il fine

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Ospedale NOT - Progetto Impregilo

di un Sistema Sanitario Nazionale è diventato perciò urgente. Così come, nel caso dell’Eutanasia, centrale sembra ora il dover conciliare nei fatti il tema del privare deliberatamente una persona della vita proposto come atto di rispetto della persona umana e trovare il giusto rapporto fra medico e paziente.

Concetti quindi imponenti nelle loro implicazioni e da tradurre al più presto in una risposta concreta che deve essere puntuale, territoriale e soddisfacente. Quanti possono permettersi il “luminare”, in presenza o meno di un efficace Servizio Sanitario Nazionale, possono comunque continuare a permetterselo. Se la maggior parte della gente oggi, fortunatamente, non è povera essa ha però bisogno di avere tempestivamente una diagnosi problema.

Per fare questo, lì dove si può, si

dovrebbero cambiare i termini del problema pretendendo l’efficacia prima dell’efficienza e distinguendo in modo netto tra il ruolo del medico di base, gli strumenti a sua disposizione, i relativi meccanismi di verifica delle performances e di riconoscimento delle premialità, con la costruzione di un sistema di Costi Industriali che si interfacci con gli strumenti informatici nella creazione di sistemi esperti in grado di dare quelle indicazioni predittive a tutto il sistema farmaceutico ed ospedaliero a valle del “Front Office” rappresentato da quella Medicina Territoriale il cui fallimento a livello nazionale è emerso drammaticamente nel triennio 2020/2022. Là dove serve quel “Grande Specialista” che servirà sempre per quella frazione percentuale di casi si chiamerà il “Grande Specialista”. Lì dove servono buoni medici è meglio avere buoni

Promuovere crescita

Problemi di “salute”

medici. Il mito secondo il quale un territorio marginale si debba inventare eccellenza per rispondere a dei bisogni di base e magari debba creare un ospedale per attirare eccellenze è naufragato in Trentino, dieci anni fa, tra NOT e Proton terapia. Errori da non ripetere. Una buona formazione sul territorio, un’organizzazione che risponda con tempestività e sfrutti al meglio le nuove tecnologie per far si che i medici facciano i medici, gli infermieri il loro lavoro assistenziale e gli impiegati amministrativi facciano gli impiegati amministrativi. Se con il pretesto di andare oltre la gratuità agli indigenti si è costruito un sistema che ha smesso per tre anni di offrire l’universalità del servizio è il caso di ripensarlo. E l’occasione ce l’ha offerta il pessimo Roberto Speranza demolendo quel poco di credibilità sopravvissuto al Rosy Bindi.

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Noi e la Natura

DOPO LA TEMPESTA RIGENERARE GUARDANDO AL FUTURO E ALLA STORIA

In un momento di difficoltà economiche per cittadini e istituzioni, occorre ragionare in modo diverso. La crisi è anche opportunità, ma bisogna saperle cogliere

Quando Vaia ha colpito il Trentino, abbiamo visto foreste secolari sparire in una notte. Le immagini all’alba spezzarono i cuori di molti: piante abbattute e sradicate, un paesaggio desolante laddove prima si ergevano piante maestose. A cinque anni da quegli avvenimenti, la natura si è riappropriata di quegli spazi, iniziando a rigenerarsi anche laddove l’uomo non è intervenuto.

Oggi, di fronte ad una crisi economica e sociale che si è abbattuta sull’Europa, con il Covid prima e con la guerra poi, sta mettendo in difficoltà singoli cittadini e istituzioni.

Ed è quanto accade in natura che dobbiamo imparare: la crisi non è solo emergenza, è anche una opportunità per iniziare a ragionare in modo diverso, con una mentalità capace di partire da quanto esiste già per costruire qualcosa di diverso. Dalle macerie del passato possono nascere nuove opportunità. Un esempio di come sia possibile immaginare un futuro diverso, capace di riportare nuova vita in edifici dismessi, creando al contempo opportunità di sviluppo (e indotto sul territorio) è l’auditorium Paganini di Parma: laddove un tempo sorgeva una fabbrica abbandonata, un caseggiato dismesso e fatiscente, oggi è nato uno splendido auditorium figlio della matita di Renzo Piano, orgoglio della città e esempio di architettura straordinario.

Ma senza andare lontano, basti pensare all’intuizione che ha trasformato, a partire dal 2008, l’ex Manifattura Tabacchi di Rovereto in un centro di eccellenza per l’innovazione e la ricerca, un incubatore di startup che sta rappresenta un riferimento per chi immagina il futuro. E in Valsugana? In Valsugana abbiamo bisogno di una visione diversa, capace di sfruttare ciò che c’è per immaginare il futuro, costruendolo sulle radici già presenti sul territorio. Penso all’ex Masera di Levico, oggi considerato un ecomostro e dal destino, ad oggi, segnato dalla volontà della Provincia di abbatterlo. Certo, il palazzo un tempo orgoglio della Lega Contadini, che lì venne edificato quasi un secolo fa per la lavorazione delle foglie di tabacco e dei bozzoli dei bachi da seta, oggi è un “ecomostro”, ma cosa potrebbe diventare se solo ci si mettesse mano? C’è chi ci ha pensato e si è fatto avanti, come il progetto Leaf (Levico, ecosostenibilità, ambiente e farfalle), capitanato da Luca Tieppo di Levico, che propone di realizzare all’interno della struttura esistente qualcosa di nuovo, ovvero una “Casa delle Farfalle”, sul modello

di quanto oggi già esiste in altre città europee, trasformando l’edificio. Un progetto che potrebbe rappresentare il recupero della struttura e al contempo avere una forte valenza di richiamo turistico, divenendo qualcosa di unico in Italia e non solo.

E se all’interno del grande edificio risanato, oltre alla biosfera, trovassero spazio laboratori di ricerca universitari collegati al recupero della seta, oggi utilizzata nell’ambito biomedicale, e luoghi di aggregazione e cultura, sul modello di Parma, allora l’edificio sarebbe in grado di ripagare in tempi rapidi la spesa iniziale e creare nuove opportunità e indotto. E’ solo un esempio di ciò che si potrebbe fare se si riuscisse a immaginare un futuro diverso, partendo da ciò che esiste senza cancellarlo ma dandogli invece nuova vita, perché oggi più che mai la parola d’ordine deve essere rigenerazione.

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Auditorium Paganini

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Sanremo... cronaca dell’attesa: e che cast!

VI RACCONTO LA VIGILIA DI SANREMO

Febbraio!, mese del carnevale, delle giornate che giocano ad allungarsi ma soprattutto, del Festival di Sanremo! Dovrebbe essere pure il primo votato ad una ritrovata normalità.

Pure io ho preparato le valigie per la trasferta, (la 30^). Se il tempo aiuta, ci sta che tu parti da Trento con il piumone e giù puoi pranzare all’aperto. Ma il tema è altro, non le mie libagioni, Amadeus, dopo svariati addii, si è ritrovato ancora su quel palco dove negli anni scuri del covid, ha macinato record su record. Il pubblico lo ha premiato donandogli le stimmate del presentatore bravo/spiritoso/esperto.

Tutto vero eh!, “Ama” è perfetto per la gara, per la semiserietà del Festival. Mai sopra le righe, risata di appoggio sempre pronta e un cast che fa faville. Come sempre, dopo la lettura degli artisti in gara, il paese si è diviso in maniera calcistica. Curva sud contro curva nord, solo che le latitudini non c’entrano proprio nulla. Da una parte la generazione giovane giovanissima che storce il naso di fronte a Anna Oxa, Gianluca Grignani, I Cugini di Campagna, Articolo 31, Paola & Chiara, accusando di geriatria musicale e minacciando di girare canale. Dall’altra la coloro che hanno i capelli grigi, che ignoravano l’esistenza di Mara Sattei, Lazza, Ariete, Mr. Rain, Colla Zio o il misterioso (nemmeno tanto) LDA, che altro è che l’acronimo di Luca d’Alessio, figlio del noto Gigi. Giorgia si colloca nel mezzo, difficile non conoscere una delle voci più formidabili del nostro panorama. Voci la danno per vincitrice, staremo a vedere.

Pensandoci sopra però, la formazione cantantifera è stata studiata a tavolino,

due o più generazioni che troveranno qualcosa da seguire magari incuriositi da nomi che per loro non hanno storia. Ad esempio il mistero, nemmeno tanto, dei Jalisse. Hanno vinto oramai nel lontano 1997 e da allora ogni anno, immancabili come le tasse a giugno, si ripropongono, trovando inevitabilmente porte chiuse al contrario delle concessionarie. Vanno precisate alcune cose, sono tanti i cantanti che si candidano ogni anno, anche famosi, che non trovano spazio, eppure, magari per pudore o semplice eleganza, non dicono nulla. I Jalisse ogni volta, fanno sapere a tutti che ancora una volta il destino o chi per esso, impedisce loro di tornare. Per questo motivo in questo periodo li puoi trovare in ogni trasmissione, in ogni lago e in ogni bosco. Ma perché non vengono ammessi? Allora, c’è una storia (vera) che potrebbe averli messo sotto una cattiva luce. Dopo il loro trionfo da outsider, hanno, come da regolamento, partecipato all’Eurofestival. Ne uscirono un pochino malconci e accusarono la Rai di averli boicottati per non essere costretti ad organizzare la kermesse europea l’anno successivo. La Rai, tra i tanti difetti, ha pure una buona memoria. Chiaro se ne sparli ai quattro venti, poi gli stessi spifferi

tendono a chiudere le porte.. Ma stiamo sereni, ora i Jalisse avranno le loro due settimane di esposizione mediatica che servirà loro a tirare avanti fino al prossimo anno, dove verranno cassati e via, in un loop mediatico un pochino triste in verità. Altro luogo comune che vorrei sfatare è quello dei costi. Ogni anno si levano cori di sdegno al grido di “ma con tanti problemi...” senza minimamente sapere che questa settimana di spese si ripaga eccome! Nel 2021 il festival era costato 17,5 milioni di euro. Ma in entrate pubblicitarie, la Rai ha incassato 38 milioni di euro! Quindi, uno può criticare come gli pare ma non si può attaccare alla voce spese. Allora, viva il festival, che non grava sulle tasche degli italiani, che fa conoscere artisti che magari ameremmo andare a vedere in concerto e viva anche coloro che non lo guarderanno ma non ci faranno sapere sui social che “che schifo, mai guardato” non rendendosi conto del ridicolo di una affermazione come questa. Noi ne riparliamo il mese prossimo, a giochi fatti e senza misteri.

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Teatro: diversi da chi?

Metti che un amico ti inviti a vedere uno spettacolo da lui scritto: è un amico di vecchia data, autore di alcuni libri interessanti, quali “Il respiro dei Ricordi”, musicista e molto altro ancora. Accade perciò che, in una fredda serata di Dicembre, in Trentino, si sia andati, più per compiacere l’ amico, che per vera voglia di uscire di casa, da Tenna a Vezzano ,trovandoci, dopo un viaggio un po complicato, fra le montagne, in un grande e caldo auditorium, con un pubblico festoso, in attesa che si aprisse il sipario sullo spettacolo “Diversi da chi?” scritto da Gabriele Biancardi e presentato dalla compagnia “Punto Gezz”, per la regia di Laura Novembre. All’aprirsi del sipario subito siamo stati accolti da una band, composta da 5 musicisti ed una splendida voce femminile, quella di Laura Novembre, che ci hanno coinvolto con le loro ottime esecuzioni. In quel momento sono come per magia spariti i nostri tentennamenti e siamo stati coinvolti da questo lavoro brillante, intenso, ricco di spunti di riflessione. L’amico è Gabriele Biancardi, nato a Trento nel 1965, che nella band è il batterista. Conosciamo Gabriele fin dal suo ingresso a Radio Dolomiti, nel 1980 quando aveva 15 anni circa e dove è ancora. Ha iniziato facendo il DJ e subito si è dimostrato molto bravo, attento, divertente, tanto che gli fu offerta la possibilità di iniziare una carriera giornalistica: ha rifiutato preferendo realizzare il sogno che aveva fin da piccolo , unire la parola alla musica, altra passione, alla quale, nel tempo, ha aggiunto una nuova

arte; quella della scrittura. “Per me la radio rappresenta quello che una tavolozza è per il pittore, ha affermato durante un’intervista, ci sono giorni in cui prevale il giallo ed è quando posso dare belle notizie , quando riesci a ridere o scherzare. Il Blu rappresenta un viaggio con la musica che preferisco, la racconto e cerco di farla amare”. Scrive per passione , recensioni musicali, romanzi e questo è il suo secondo lavoro teatrale frutto di una riflessione sul suo vecchio stato di obesità, ora risolto, ma che nel tempo gli ha creato non solo problemi fisici ,ma anche psicologici, facendolo sentire diverso e quello che è nato da un problema è diventato uno spettacolo bello ed interessante che ha saputo coinvolgere con leggerezza e divertimento il folto pubblico intervenuto. L’autore, con un musical interpretato con grande professionalità dagli attori-cantanti e dalla band, ha saputo parlare di diversità, sia fisiche che psicologiche che sono alcuni dei mali di vivere del nostro tempo: non solo la diversità di genere ma anche quella fisica, come l’Obesità. Il suo è

un testo molto intenso:

“Alla bellezza e alla bruttezza ci si abitua, nello stesso tempo ci deve essere altro”. Ed è a quest’altro che l’autore ci invita a guardare aiutato dalla bella regia di Laura Novembre che ha saputo alternare la musica con le parole. “Diversi da chi ?” è un’accusa neanche tanto implicita alla società attuale, che ci vorrebbe tutti agili, snelli, affascinanti, e quindi i diversi sono gli Obesi, i ciccioni, che vengono troppo spesso emarginati, derisi ed insultati, diversi sono anche gli Omosessuali, che per lungo tempo si sono celati, alcuni di loro dietro l’apparenza di fascinosi ed impenitenti latin lover. Ricordo ancora lo stupore ed il dolore che colse il pubblico femminile degli anni cinquanta e sessanta quando scoprì che l’attore più affascinante del momento, Rock Hudson era omosessuale e fu il primo personaggio pubblico conosciuto in tutto il mondo a confessare di essere ammalato di AIDS.

Davvero bravi gli interpreti che hanno saputo dare spessore ai loro ruoli. Giovanna D’Angi, cantante dalla splendida voce aggressiva, è una

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Diversi da chi Compagnia Punto Gezz - Laura Novembre (voce), Gabriele Biancardi (batteria), Paolo Cristofolini Alberto Masella e Luca Rubertelli

grande professionista; quando aveva 18 anni ha infatti partecipato nel 2005 al festival di San Remo classificandosi al 5° posto. Nello spettacolo visto a Vezzano, avvolta da salsicciotti che le deformano il corpo, interpreta con grande grinta il ruolo di Abbondia, una donna enorme, che non sa resistere al cibo, soffre per il suo stato ma non riesce a smettere di mangiare. Molto interessante l’analisi psicologica del personaggio ,del rapporto che ha con se stessa e di quello con gli altri. Diversi, come ad esempio Eriberto, un omosessuale ironico e divertito, consapevole della sua diversità reso piacevolissimo da Emiliano Geppetti, ottimo attore e cantante. Attraverso le loro

confessioni entriamo in mondi osservati con grande rispetto e comprensione dall’autore che sa farci sorridere e ridere ma senza alcuna cattiveria, anzi facendo capire che non si deve aver timore di essere “diversi” perché la bellezza sta nel capire che ognuno di noi è diverso dall’altro. Uno spettacolo di bravi professionisti che hanno goduto dell’elegante e raffinata regia di Laura Novembre, che è la cantante del gruppo “Punto Gezz” del quale fanno parte Paolo Cristofolini, Luca Rubertelli, Alberto Masella e Gabriele Biancardi.

Lo spettacolo sarà replicato il 15 febbraio a Riva del Garda, il 14 e 15 marzo a Livorno. In programmazione alcuni appuntamenti in Veneto.

25 auganaNEWS Periodico gratuito
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SOMMELIER DELLA MUSICA

Avvicinarsi all’ascolto grazie alla Cassa Rurale Alta Valsugana

Conoscere la musica. Imparare ad apprezzarne i piccoli, grandi dettagli senza essere un esperto. Comprendere perché le emozioni suscitate dall’ascolto di un brano musicale cambiano il corso delle nostre giornate. Su iniziativa della Cassa Rurale Alta Valsugana, Pergine torna a diventare la sede nazionale del corso di “Sommelier della Musica”. Un corso ideato dall’editore, educatore e critico musicale Luciano Vanni nel 2017 come strumento di educazione all’ascolto della musica per neofiti, semplici appassionati ma anche musicisti ed esperti del settore. Si tratta di un percorso didattico innovativo, strutturato su tre livelli (Stili e Linguaggi, I grandi protagonisti e Ascolto Orizzontale) e rivolto esclusivamente alla musica del Novecento, e quindi alla cosiddetta popular music, che ha come primo obiettivo quello di offrire gli strumenti tecnici, culturali ed emotivi necessari per riconoscere, comprendere ed imparare ad amare un brano senza ricorrere allo spartito musicale. Il corso di “Sommelier della Musica” diventa così un’esperienza pedagogica e di ascolto consapevole, accessibile e fruibile a tutti, indipendentemente dalle competenze specifiche, destinato a fornire le capacità necessarie per un ascolto critico, meditativo e immersivo.

Il Trentino è stata una delle prime regioni d’Italia a sperimentare questo metodo educativo promuovendo il corso di “Sommelier della Musica” nella città di Pergine

Valsugana già nel 2020, sempre per iniziativa della Cassa Rurale Alta Valsugana, contemporaneamente ad altre città del Lazio, Veneto e Puglia. Ma il blocco forzato delle attività in presenza durante il periodo della pandemia da Covid-19 chiuse bruscamente un’attività che aveva già coinvolto centinaia di persone provenienti da tutta la provincia di Trento. E così, a distanza di due anni, Luciano Vanni è stato nuovamente invitato a Pergine per un nuovo ciclo di “Sommelier della Musica” promosso tra gennaio e maggio 2023 nel corso di tre weekend e nello specifico il 20 e 21 gennaio, il 24 e 25 marzo ed infine il 26 e 27 maggio.

Il programma è stato pensato come un laboratorio di “ascolto orizzontale”, e ciò significa approfondire la conoscenza di un brano attraverso

l’ascolto di dieci diverse versioni, interpretate dai grandi protagonisti del Novecento, sfiorando stili e linguaggi diversi tra rock e jazz, blues, folk, elettronica e le nuove frontiere espressive contemporanee.

Saranno sei le canzoni protagoniste del nuovo corso di Sommelier della Musica: “Blackbird” (20 gennaio) e “Yesterday” (21 gennaio) per il fine settimana dedicato ai Beatles.

“Little Girl Blue” (24 marzo) e “My Way” (25 marzo) per il weekend dedicato agli Standard. “I Wish I Knew” (26 maggio) e “A Change Is Gonna Come” (27 maggio) per l’ultimo fine settimana dedicato al Soul.

L’ingresso sarà aperto a tutti, a titolo assolutamente gratuito previa prenotazione, presso palazzo Tomelin, sede della Cassa Rurale Alta Valsugana di Pergine Valsugana.

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Luciano Vanni e Roberto Gorgazzini

Pergine in cronaca

Gli “staleri” in Festa

Grande partecipazione di allevatori e allevatrici, (oltre cinquanta) è stata quella di: martedì, 17 gennaio 2023, presso la Chiesa dei Padri Francescani a Pergine. Dopo due anni di rinvio, a causa della pandemia, gli allevatori dell’Alta Valsugana e Valle dei Mocheni, con il loro Presidente Flavio Sighel, si sono incontrati per una preghiera collettiva, nel giorno del loro Santo protettore: S. Antonio Abate. La messa è stata officiata da Fra Giuseppe Bortolotti originario di Rizzolaga di Pinè, missionario da quarant’anni a Lima in Perù e arrivato nel suo Trentino per curare i piccoli “malanni” dei suoi straordinari ott’anni portati con l’energia e la volontà di chi fa della propria vita un dono da offrire al prossimo: bisognosi, ammalati, dimenticati.

Una celebrazione davvero singolare quella di Fra Giuseppe, accompagnato, nella rispettosa presenza di Fra Gianluigi.

Oltre i testi del libro liturgico, nella lingua italiana, i suoi personali interventi, sono stati volutamente enunciati in dialetto “pinetano”. Lingua, come ha voluto spiegare Fra Giuseppe, «che mi è stata insegnata dai miei genitori e ciò che dalle nostre radici abbiamo imparato va tenuto ben saldo a noi stessi con fede ed orgoglio». «Il dialetto è la lingua del popolo,» ha inoltre sottolineato, «la lingua dai sapori e profumi veri, delle mani nella terra, delle schiene arcate e le notti a vegliate le vacche nel parto.». «Spero di essere compreso da tutti i presenti,» ha ironizzato Fra Giuseppe. Una cerimonia dal respiro autentico,

genuino, fatto di vicinanza e bene verso la comunità ma, soprattutto di condivisione della tradizione contadina che all’oggi, va piano piano scomparendo.

Nell’omelia, Fra Giuseppe, ha raccontato dei piccoli aneddoti che nella generosità espressiva del dialetto più volte ha fatto sorridere tutti i presenti. Una fra tutte: la questua del fieno. Perché tiene un mulo, gli è stato chiesto dall’incaricato, «per il fieno» rispose spontaneo Fra Giuseppe, e perché fa richiesta di fieno? «Per il mulo,» schiettamente rispose. Verso la conclusione della Santa Messa, Fernanda Beozzo, da sempre appassionata al mondo zootecnico e contadino è intervenuta con una sua riflessione dedicata agli allevatori, evidenziando e incoraggiando gli stessi a reggere questo momento di grande difficoltà, a crederci, a lottare per la loro attività e passione, anche se molti di loro sono stati, tristemente, costretti a chiudere la stalla. Un pensiero di stima e affetto, ha continuato Fernanda Beozzo lo vogliamo rivolgere agli allevatori che negli ultimi anni ci hanno lasciato e in particolare Primo Pintarelli, figura importante per il mondo zootecnico e non solo, controllore stimato e apprezzato da tutti e che sempre e rimasto nei nostri cuori.

Prima di concludere la celebrazione, Fra Giuseppe ha invitato i fedeli a visitare il presepe, in esposizione permanente, allestito in uno spazio vetrato all’interno della chiesa. Presepe, in rappresentanza di tutte le stalle dell’Alto Fersina ricordando che; il Figlio di Dio è nato in una stalla e i suoi primi amici sono stati: “i staleri”. (Persone addette alla stalla in tutte le loro mansioni, per la buona gestione e benessere degli animali). «Ricordiamoci, che gli animali insieme alla natura danno Gloria a Dio». «Sono orgoglioso ma anche emozionato,» ha proseguito Fra Giuseppe «di essere qui fra voi e di avervi stretto le vostre mani, ruvide e callose ma che mi hanno trasmesso: fatica, passione e storia; la vostra.» La benedizione del sale, insieme a quella degli allevatori è stato l’ultimo atto della celebrazione eucaristica. La Festa di S. Antonio Abate si è conclusa con un pranzo conviviale in un clima allegro e spensierato perché la semplicità e spontaneità degli allevatori sanno rendere un incontro un momento davvero speciale!

27 auganaNEWS Periodico gratuito

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Personaggi attorno a noi di

EDITORE NON PER CASO

La gente pensa che un editore sia una persona seduta alla scrivania che riceve molta corrispondenza, manoscritti, biografie e, dotato di fiuto e fortuna, scelga cosa pubblicare per il piacere del pubblico, degli autori e personale. Tutto vero, ma ci sono bilanci economici, e le persone non sono oggetti; sono individui dotati di intelligenza e sensibilità. Essere editore significa anche entrare nell’animo dei propri interlocutori, coglierne le potenzialità e essere protagonista di una delle loro proposte.

Può succedere in una giornata uggiosa...

In auto arrivo a Lavarone, ho voglia di un caffè. Che fare? Scendo col dubbio. Il tempo si è messo di traverso, cade una lieve pioggia tendente al peggio. Cielo scuro minaccioso pronto per il gran finale, tipico di un pomeriggio estivo. Sembra dire, adesso vi sistemo io. La strada è vuota e forte è l’ odore di petricore. La attraverso un po’ timoroso e non sicuro della mia scelta. Incertezza! L’ha ben descritta Apollinaire nel suo Bestiario:” Incertude o mes delicies...” Incertezza o mia delizia... Spesso mi capita e qui si rincorrono una miriade di soluzioni al mio interno, ma combatto e proseguo in direzione “terrazza panoramica”. Entro ma la trovo chiusa. Sale il disagio e cresce in me la voce che mi voleva fermare in macchina. Ecco e adesso cosa faccio? Sono obbligato alla direzione del bar a presentarmi, lì davanti una donna concentrata sul suo telefono; alla destra un uomo brillante e di buona parlantina, desideroso di mettersi in mostra, improvvisa frasi ad effetto e adopera il giornale come arma per poter mantenere il discorso. Lei davanti vestita di nero. Non la vedo ancora bene. La voce di chi ha fumato. Vedo le sue mani

segnate dal tempo. Gli anelli fanno contrasto sulla pelle scura. Parla della terra. Questa sera non dovrò innaffiare l’orto. E’ di lì. Aggiunge che sono 5 anni che non si metteva in gioco e ha dovuto riprendere un lavoro fatto anni fa. Era ritornata alla terra. Lui agitato e in difesa cerca la risposta anche immediata, quasi veloce. Adesso li vedo e ho tutta la sala a disposizione. Incredibile. Una scena già vista, non vissuta, forse letta nel racconto Vassoio davanti alla porta di Alberto Moravia. Là sul lago tra Andalo e Molveno, qui affacciati sul minuscolo lago di Lavarone. La donna in nero e l’affabulatore mi invitano al loro duetto. Mi viene offerta l’occasione di essere nella parte.… Certo, dico, abbiamo bisogno di ritornare alla terra dopo tanta tecnologia. Adesso ci sono. Mi limito ad ascoltare nonostante le due

chiamate del cliente. Sono lì per lui ma sono contemporaneamente altrove. Vedono che non rispondo al telefono ma sono attento a loro. Li osservo entrambi. Che complicità si è creata, lei decisa, elegante e padrona del campo, io testimone e ospite che proseguo con tatto e aggiungo note sui loro particolari. Un dialogo aperto. Costretto a rispondere al cliente, devo scendere da lui. Mi aspetta. Bevo l’ultimo sorso, esco in terrazza per foto ricordo e mi fermo nuovamente al bancone per ringraziare di questo speciale momento che mi hanno offerto. Sembrano turbati, ma felici delle mie conclusioni. Lui si precipita dandomi la mano e presentandosi, lei sorride compiaciuta, sottolineando che non succede spesso di aprirsi e ringraziare. Si sentono appagati dei crediti che ho elargito. Sottolineo l’entusiasmo e quanto ho ricevuto. Mi confesso: ero titubante nell’entrare e invece voi mi avete regalato un momento quasi teatrale, grato di quanto mi avete dato. Sorridiamo e ci osserviamo con stima. Involontariamente abbiamo creato una simbiosi di complicità. È proprio così che a volte nascono i personaggi che popolano i racconti dei miei interlocutori: personaggi in cerca di editore.

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Il personaggio

ANDARE IN FONDO, PER ARRIVARE LONTANO

Il borghesano Stefano Dalvai nella rappresentanza italiana ai mondiali dei trapiantati in Australia

Il desiderio di Stefano Dalvai, borghesano, classe 1988, si sta realizzando. Dopo la diagnosi della malattia e i mesi trascorsi in ospedale tra Trento e Bolzano, dal novembre 2014 ha continuato a correre incontro a quella che è diventata la sua seconda vita. Si è appassionato alla corsa sulle lunghe distanze e sui grandi dislivelli e ha trovato nello sport la strada per trasmettere un messaggio di speranza e coraggio. Nella corsa Stefano ha visto anche l’opportunità di sensibilizzare la comunità sul valore della donazione di organi e tessuti. Nelle sue gare e in molti dei suoi allenamenti indossa una maglia con un hashtag che è diventato il suo motto, ma anche un incoraggiamento per molte persone che come lui hanno attraversato o stanno attraversando momenti difficili: #nonsimollaunchezz. Per nessun motivo lasciarsi andare, ma continuare a lottare, nella malattia come verso il traguardo di una competizione sportiva.

Recentemente è entrato in contatto con ANED (Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto) per partecipare ai XXIII World Transplant Games di Perth, in Australia (1521 aprile 2023). Lo scorso anno ha partecipato, solo per citare alcune gare, a “S1 Corsa della Bora”, “100 km del passatore”, “Dolomiti Brenta trail”, Campionato italiano Arezzo Wild Trail e presto volerà in Australia con la rappresentanza italiana per partecipare

ai campionati mondiali aperti ai recettori di trapianto d’organo e trapianti di cellule emopoietiche da altri individui o specie che richiedono o hanno richiesto l’uso di terapie farmacologiche immunosoppressive, nello specifico: cuore, polmone, fegato, rene, pancreas, cellule staminali e midollo osseo. Per volare in Australia Stefano ha intenzione di realizzare un suo personale progetto di solidarietà che ha bisogno di tutto il sostegno della comunità trentina e valsuganotta. Un aiuto concreto per coprire le spese di viaggio e alloggio (a carico di ciascun partecipante) e per fare in modo che questa opportunità sia occasione di visibilità non solo per il singolo individuo e atleta, ma anche per tutti e tutte coloro la cui vita dipende dalla disponibilità di organi e tessuti compatibili.

“Credo fortemente nella potenzialità e nella sensibilità della nostra comunità – ci racconta - per questo ho voluto condividere questo progetto che, una volta coperte le spese per finanziare il viaggio nella terra dei

canguri, tutto quello che sarà raccolto in più andrà a sostenere le attività di ricerca e cura della Fondazione Città della Speranza, che supporta i bambini malati oncologici e le loro famiglie”.

Per sostenere Stefano e la sua campagna di crowdfunding con un piccolo contributo (è possibile donare dai 5 ai 50 euro) è stata attivata la raccolta fondi dal basso al link: https://www. eppela.com/andareinfondo.

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Stefano Dalvai

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CONTINUITÀ ASSISTENZIALE NON RINVIABILE

“Dare impulso, ampliare e riorganizzare la medicina territoriale e le strutture di continuità assistenziale” I presidi di continuità assistenziale, oggi presentano punti deboli e criticità alle quali far fronte immediatamente per il bene delle comunità. Da qui emerge la necessità di riorganizzare e valorizzare i presidi di assistenza sanitaria sul territorio.

La realizzazione di un progetto che preveda la riorganizzazione delle C.A. e anche una innovativa apertura di ambulatori di Medicina integrativa, avvierebbe un percorso di maggiore collaborazione e supporto con le altre figure della medicina del territorio. È improcrastinabile inoltre la necessità di informatizzare le sedi di C.A. e le strutture di medicina territoriale ancora carenti in tal senso, rendendole capaci di dialogare sia con il distretto che con il medico di medicina generale. Una continuità assistenziale che funzioni infonde sicurezza ai cittadini e può svolgere un ruolo fondamentale dalla città alle periferie, nelle località più difficili da raggiungere, o, per esempio, nelle isole minori o territori di montagna. In questo senso, il ruolo del medico non può essere solo quello di “continuare l’assistenza” del collega di medicina generale, ma di essere formato ed informato in maniera più specifica e con l’ausilio di attrezzature adeguate al compito ( defibrillatore semiautomatico, telecardiografo, un kit di analisi per gli enzimi cardiaci), in modo da evitare ai pazienti il disagio di dover raggiungere i Pronto Soccorsi spesso lontani e intasati e di conseguenza assistere ad un deflusso nei 118.

A tal proposito sarebbe opportuno

in tutti i distretti sanitari italiani la creazione della telemedicina, l’utilizzo delle tecnologie per accedere ai servizi sanitari da remoto e gestire l’assistenza sanitaria. Trova applicazione nella diagnosi di problemi sanitari, per lo scambio di informazioni in relazione ai trattamenti domiciliari, per i controlli post-trattamento o per il follow-up nel caso di malattie croniche, per la trasmissione di prescrizioni farmaceutiche e per garantire un contatto tra medico e paziente nel caso in cui questo ultimo sia impossibilitato ad uscire.

La volontà di riorganizzare le Continuità assistenziali , attivare e sviluppare la medicina integrata e la telemedicina, non va però intesa come esclusiva prerogativa di un singolo distretto sanitario, ma si intende estendersi a tutto il territorio nazionale. I territori di montagna del Veneto e del Trentino potranno essere in un prossimo futuro dei modelli esemplari.

Domenico Scilipoti Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 26 agosto 1957) è un medico e politico italiano, ex senatore di Forza Italia. È stato segretario e cofondatore del Movimento di Responsabilità Nazionale. Si è laureato all’Università degli Studi di Messina in medicina e chirurgia ottenendo la specializzazione in ginecologia e ostetricia. Esercita la professione di ginecologo e agopuntore ed è stato professore invitato presso il Departamento de Anatomia Humana all’Università Federale del Paraná (stato del Brasile) e l’Istituto A.B.P.S. di Salvador de Bahia (Brasile) È autore di sei libri.

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Sanità e territorio

VERONICA BORZAGA

Ha 19 anni e abita a Pergine Valsugana, Veronica Borzaga, la ragazza copertina di questo numero, tra le finaliste di Miss Italia, dove è arrivata a Roma tra le prime 200 in Italia, intraprendendo un percorso che spera le aprirà molte nuove opportunità. Una personalità genuina, la sua, che sprizza energia da tutti i pori, cresciuta, un metro e ottanta (quasi), e anche maturata, al sole estivo di Cavareno, in Val di Non, che ha riempito di luce i suoi grandi occhi marroni durante le immancabili vacanze con la sua famiglia. Ha un compagno fidatissimo nel suo piccolo cagnolino, al quale confida i segreti più belli di una giovinezza appena sbocciata. ama tantissimo la sua famiglia, sottolineando che ha una mamma fantastica, un papà fantastico, una sorella speciale, anche lei fantastica. E i suoi numerosi e veri amici non sono solo quelli dei like sui social, ma della sua frequentazione quotidiana. E’ estasiata dalla bellezza della montagna, ma le piace anche andare al mare. L’estate scorsa ha visitato Zante, in Grecia, dove ha trascorso una vacanza con degli amici e a settembre scorso anche a fare una capatina in Spagna. Formatasi al liceo scientifico Da Vinci a Trento, dove manco a dirlo si è trovata benissimo con tutti, compagni e professori, trascorrendo un lustro che ricorda con nostalgia ma anche allegria, quasi fosse stato un girotondo, dove le piacevano un po’ tutte le materie, ma soprattutto scienze, incredibilmente matematica, ma anche storia. Poi si è iscritta all’Università e la sua prima scelta è stata la facoltà di Biotecnologie di Verona. «Ho una mamma fantastica – dice con il sorri-

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La ragazza copertina di Armando Munao’

La ragazza copertina

so della felicità -, un papà fantastico, una sorella speciale, anche lei fantastica. Mi trovo bene con tutti e sono molto legata a tutti quanti loro, e non dimenticare che ho pure un cagnolino… ma questo l’ho già detto».

L’intervista

Come definiresti il tuo carattere?

“Sono sempre molto sorridente – dice a 32 denti -, solare, mi piace stare con i miei amici, mi piace parlare con gli altri, conoscere cose nuove, conoscere le loro passioni, così condividendo anche le mie, posso sempre trovare qualcosa che ci accomuna e fare qualcosa insieme. Non è forse questo il principio delle startup?”.

Qualche difetto?

“Sono – dice Veronica - un po’ disordinata, è il mio punto debole. Non trovo mai le cose se non dopo un buon quarto d’ora a rovistare nella borsa, quando mi convinco di averle messe lì… alla fine, invece, la ritrovo sulla mensola della cucina, dove l’avevo posata di corsa, o sotto una pila di libri disseminati sul tavolo del soggiorno. Un disordine che mi ha fatto spesso pensare al mistero dei calzini che scompaiono e si scoppiano sempre nonostante la grande cura che uno possa mettere nel fissarli vicini con le mollette sullo stendino, sono sempre scompagnati”.

Come ti rapporti con i Social?

“Ho Instagram e Facebook, il social dei vecchietti, sui quali mi piace condividere quello che faccio, ma non sono una fanatica e non li uso molto spesso. Mi limito a mettere alcune mie foto, o dei luoghi che visito, quando incontro qualche cosa di curioso e particolare, ma sempre con molta attenzione e in maniera discreta. Penso sia importante mostrarsi determinati nelle cose che si vogliono ottenere e per questo, quando desidero una cosa o voglio raggiungere un qualche obiettivo, faccio il possibile per ottenerla”.

E la bellezza?

“Curare l’aspetto fisico è in questo senso

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La ragazza copertina

un modo per apparire, ma penso che la vera bellezza traspaia all’esterno perché hai qualche cosa dentro. Se uno si ferma al puro dato estetico, non capisce da dove arrivi quel fascino che pure subisce. Coltivare l’interiorità, riservarsi qualche momento di silenzio nella giornata, aiuta non solo a fare il punto della situazione, o a programmare gli impegni, ma anche a migliorare il tuo modo di essere e di apparire. Ti prepari a incontrare le sorprese di ogni giorno e a dare il meglio di te”.

Veronica, a tuo avviso, l'attuale società, ha perso o considera superficiali quei valori che dovrebbero caratterizzare il comportamento di ragazze e ragazzi?

Sono del parere, magari mi sbaglierò anche, che per molti giovani è più importante “apparire” che “essere”. E ciò è dovuto specialmente alla presenza e all'uso smoderato dei social che sempre di più, e con maggiore e crescente intensità, condizionano la nostra quotidianità. Un vivere e una particolare concezione dove lo stare insieme e l'agire, purtroppo, sembrano avere dimenticato non solo l'educazione e il rispetto per le altre persone, ma anche e soprattutto quei valori che tutte le famiglie cercano di infondere ai proprio figli. A mio modesto avviso, e mi permetta di sottolinearlo, i principi morali, nessuno escluso, sono e devono essere i pilastri sui quali si basa il nostro essere elementi di una “buona” società.

Ci parli dei tuoi hobby?

“Sono davvero troppi per elencarli tutti qui. Il nuoto, le passeggiate in montagna, e lo sport in genere. In ogni cosa che faccio cerco sempre di metterci gusto e passione. Sono molto determinata – sottolinea- e quindi quello che mi piace fare riesco a farlo. Mi piacciono molto le novità, scoprire cose nuove, essere sempre informata e, se ci riesco, cerco di trovare il bello in tutto”

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Servizio Fotografico di Giuseppe Facchini

Trento e dintorni in cronaca

di

Carcere di Spini di Gardolo, il report sulla situazione annuale

Sovraffollamento, poco personale, un tasso di auto-lesioni che ha raggiunto i livelli più alti mai registrati. Non è un quadro confortante quello che emerge dall’ultima relazione elaborata e presentata lo scorso dicembre dalla Garante provinciale dei diritti dei detenuti, la professoressa Antonia Menghini.

Nella casa circondariale di Spini di Gardolo infatti, al momento, ci sono circa 340 detenuti dei quali, e non era mai accaduto prima, ben 35 sono donne (circa il doppio rispetto al 2021). Una quantità di “ospiti” inferiore solo a quella del 2015, quando si registrò il picco di 352, dopo un andamento altalenante tra il 2019 (336), il 2020 (290) ed il 2021 (299). Allo stesso modo, è discontinua la percentuale di stranieri, passata dal massimo del 2017 (72,4%) al 59,2% del 2019, per poi rialzarsi al 62,2% lo scorso anno. Il trend in crescita dei detenuti, comunque, è evidente: solo in questi ultimi mesi il rialzo è stato da 320 unità in luglio a 331 in agosto, poi addirittura 344 in settembre e, nonostante un leggero calo (339) in ottobre, ora la situazione è, come accennato, di quasi 350 detenuti. Tutto questo a fronte di due dinamiche da non sottovalutare e che anzi, possono (e devono) essere considerati veri e propri campanelli d’allarme di una situazione da risolvere al più presto: il sovraffollamento nelle strutture carcerarie e una quantità di personale ben distante dall’essere ottimale. Rispetto al primo tema, i numeri nazionali parlano chiaro: a fine 2021 in Italia erano presenti 54.134 detenuti – il 96% dei quali uomini e, complessivamente, italiani nel 69% dei casi – a fronte di 50.835 posti regolamentari.

Un trend che è rimasto in aumento fino all’anno della pandemia, il 2020, e che nel 2019 aveva raggiunto il proprio culmine con ben 60.769 detenuti su 50.688 posti realmente disponibili. Il sovraffollamento, ha spiegato Menghini, è al momento del 110%. <<Preoccupa l’aumento del numero di detenuti registrato a fine 2021 rispetto alla riduzione che si era avuta nel 2020 – ha aggiunto quest’ultima nel proprio report. – Purtroppo il dato di fine ottobre 2022, cioè 56.225 detenuti, conferma il trend di risalita rispetto al 2021, ovvero +2.091>>. A preoccupare è poi anche l’aumento percentuale nazionale di atti di autolesionismo, passato dal 21,2% del 2019 al 23,2% del 2020, fino al 24,3% dell’anno scorso (ben 13.069 casi). E sembra destinata ad aumentare anche la percentuale di suicidi, scesa leggermente dall’11% del 2020 al 10,6% del 2021, ma con 79 episodi già registrati alla fine di novembre 2022 (nel 62% dei casi nei primi sei mesi di detenzione).

Su quest’ultimo tema, anche a Trento il Covid ha giocato un ruolo cruciale, al netto dei 61 casi di positività negli

ultimi due anni: <<In concomitanza con la pandemia si sono registrate le punte massime di atti di autolesionismo che nel 2021 sono stati 90, a fronte dei 59 del 2020 e dei 19 del 2019 – ha concluso Menghini. – Zero invece i casi di suicidio, ma resta alta l’attenzione anche sul disagio psichico di 45 detenuti>>. Rispetto al personale in carcere, “Si registra una situazione di cronica insufficienza di risorse”. È quanto emerge da un’ulteriore analisi del report sulla situazione alla Casa circondariale di Spini di Gardolo, che la neo-direttrice Anna Rita Nuzzaci ha commentato così: <<Si tratta di un problema sentito, ma che coinvolge anche il personale educativo perché, su otto unità che dovrebbero essere presenti, ce ne sono appena due. Il personale di polizia è ancora in difficoltà, ma fortunatamente nel mese di luglio abbiamo avuto una boccata d’ossigeno che ha ridotto le mancanze>>. Attualmente, dicono i numeri, il “buco” da colmare sarebbe del 25%: poco più di 160 sono le guardie carcerarie presenti, a fronte delle 225 che invece dovrebbero presenziare a turno nella struttura.

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Nicola Maschio

Ho sbagliato? Ho sbagliato!

Nel primo canto dell’inferno Dante Alighieri dichiara di essersi smarrito nella selva oscura. Quella selva è metafora di una situazione di errore in cui era caduto. Il poeta afferma subito di non essersi reso conto che stava imboccando la strada sbagliata, perché le sue facoltà erano ottenebrate: riferisce di esser stato “pien di sonno” nel momento in cui ha abbandonato la strada maestra ed ha imboccato quel terribile sentiero.

Per uscire da quella situazione è costretto a fare un atroce viaggio. La prima tappa lo porta all’Inferno, luogo dell’errore e del dolore. Ma in quel luogo il poeta non fa nulla, guarda, osserva le pene dei dannati. Poi Virgilio, la sua guida, lo accompagna nel Purgatorio. Lì incontra nuovamente schiere di peccatori che hanno commesso gli stessi errori compiuti dai dannati dell’Inferno. Ma c’è una differenza: i dannati non riconoscono di aver sbagliato, mentre i penitenti, sono consapevoli di essere caduti in errore.

In Purgatorio, le anime penitenti si assumono la responsabilità dei propri sbagli, chiedono perdono e compiono un percorso di purificazione.

Qui, anche al poeta è offerta l’opportunità di pentirsi e di percorrere la sua via di purificazione.

E quando Dante arriva sulla cima del monte Purgatorio viene fatto immergere nell’acqua del fiume Lete che gli cancella la memoria degli errori. Solo a mente sgombra e con l’animo leggero può finalmente godersi la beatitudine.

Quale messaggio possiamo trarre da questo lavoro del grande poeta

fiorentino?

Dante mostra la natura umana, che naturalmente sbaglia, che inevitabilmente compie degli errori.

Ma il poeta ci indica anche due atteggiamenti diversi: quello di chi non ammette di aver sbagliato e prosegue sulla strada imboccata, e quello invece di colui il quale guarda alle azioni compiute e riconosce gli errori fatti. Costui è disposto a riconoscere le proprie colpe e a pagare, di tasca propria, il prezzo del proprio peccato. Quelli descritti sono due atteggiamenti opposti che si ripercuotono anche sulla percezione del tempo all’interno del mondo dipinto da Dante.

Nell’Inferno il tempo è eterno, la dannazione non fa sconti e non ha limiti.

Chi non si assume la responsabilità di quanto fatto, è destinato alla dannazione eterna. Facciamo un esempio: Paolo e Francesca non sono all’inferno per aver tradito, ma sono stati collocati lì per non aver riconosciuto la loro responsabilità. Infatti dichiarano che la colpa della loro relazione è da attribuire al libro che stavano leggendo: Galeotto è il libro e chi lo scrisse. Ma è la mancanza di assunzione di responsabilità che li inchioda nel peccato.

In Purgatorio invece il tempo è importante perché serve del tempo per purificarsi in proporzione agli errori compiuti. Dante ci offre la sua soluzione: lo sbaglio è umano, ma l’importante è riconoscere di aver sbagliato e assumersi le responsabilità di quanto fatto.

L’assunzione di responsabilità è caratteristica di chi ha un certo spessore umano e, ci rassicura Dante, ci permette anche di camminare a testa alta.

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La letteratura
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PIZZI E MERLETTI: TORNA IL TOMBOLO

Paese che vai merletto che trovi. Il comune di Cembra Lisignago e il Museo etnografico trentino di San Michele all’Adige si sono uniti per una mostra dedicata a pizzi e merletti, realizzati con il tombolo.

Il merletto a tombolo è un pizzo fatto a mano che viene realizzato in tutte le parti d’Italia. Il pizzo o merletto viene composto con filo di cotone, lino, seta, lana o fibre sintetiche. Il tombolo è un cuscino di forma cilindrica o di una calotta sferica (come la lavorazione a Sansepolcro e in molti paesi d’Europa). Inoltre ne esistono tipi specifici per diverse tecniche di merletto. Fra i più celebri merletti, ad ago, vanta il primato la città di Venezia dove quest’arte venne introdotta alla fine del Quattordicesimo secolo da Morisina Morosini, moglie del doge, nell’isola di Burano la quale, grazie a questa lavorazione si salvò dalla gravissima crisi economica che nella seconda metà dell’800 sconvolse l’economia veneta. La diffusione mondiale del pizzo e merletto si deve al Re Sole, Luigi XIV di Francia, che indossava sull’abito un prezioso collare lavorato a tombolo per il quale era stato richiesto il lavoro di due anni. Il costo era notevole ma Luigi poteva permetterselo. Come lui tanti ricconi, nobili o meno, ma grazie alla generosità di tante ricamatrici e la pazienza di molte nonne il pizzo e merletto era parte della dote anche dei popolani. Lo dimostra la mostra di Cembra Lisignago ma e soprattutto l’attenzione che il Veneto e il Trentino hanno dedicato a quest’arte. È l’autunno del 1962 quando a Cembra viene inaugurato il primo corso della

scuola statale di pizzi e merletti. Da allora trine di straordinaria bellezza hanno preso vita tra le abili mani delle allieve, divenute merlettaie specializzate. A Trento era stata istituita una scuola professionale, un Istituto tecnico industriale che aveva sede in via Matteotti e sedi distaccate a Javrè, Rovereto, Cembra e Borgo Valsugana. Il corso durava tre anni e dava diritto a un diploma. Lo stesso attestato che mostra con orgoglio Vittoria Battisti, originaria di Como, residente a Caldonazzo, allieva della scuola di Trento all’inizio degli anni 70.

“ Venivano insegnanti da tutta Italia, ricorda. Dal Veneto, da Imola e da Gorizia, centri famosi per la lavorazione al tombolo. Erano docenti statali molto bravi e hanno trasmesso a noi allievi la loro passione”.

Vittoria passa molte ore delle giornate libere al tombolo. Lavora per pura passione e le sue opere sono presenti in tutta la casa. Pizzi e merletti sul tavolo della sala da pranzo, sul carrello porta vivande, sui divani del salotto, sui cuscini. “ Non c’era famiglia benestante di Caldonaz-

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Arte e personaggi di Waimer Perinelli
Vittoria Battisti al tombolo

zo e dintorni che non avesse pizzi e merletti nella dote delle proprie figlie, dice Non era una moda, era uno status simbol, soprattutto un segno di affetto”.

La mostra del Met curata da Marta Bazzanella e Irene Fratton illustra molto bene il tipo di lavorazione al tombolo: che cos’è il tombolo, a cosa servono i fuselli, come lavoravano le merlettaie degli anni Sessanta del secolo scorso? E quelle che ancora amano questo lavoro di grande creatività? Quali manufatti si possono realizzare con il tombolo?

Vittoria che da qualche anno si è dotata di un carrello girevole ci spiega che su questo supporto viene fissato, con degli spilli il foglio con il disegno del merletto. Si utilizzano come strumenti di lavoro delle coppie di bastoncini, detti fuselli, attorno ai quali viene arrotolato il filo necessario alla lavorazione. I fuselli usati nelle realizzazioni più complesse possono essere anche un centinaio, mentre per quelle più semplici bastano poche coppie, ma ciò dipende anche

dalla tecnica. La lavorazione a tombolo consiste essenzialmente di due movimenti (incrocio e girata) e tre punti (mezzo punto, punto tela e punto intero). Si possono anche effettuare piccole “tessiture” per formare fogliette, quadratini, triangoli e mezzelune. Per l’esecuzione di un Merletto di Burano di un merletto si dovevano eseguire più di cinque interventi che solitamente venivano e vengono tutt’oggi fatti da persone diverse.

“Nascono così anche relazioni sociali, scrivono le curatrici della mostra di San Michele: Un ordito che si fa metafora della vita della comunità, con i fuselli si creano intrecci che si rincorrono, in qualche punto si trasformano, per poi tornare ad essere quelli iniziali, volute che ruotano su sé stesse per snodarsi e, di nuovo, ricombaciare .”

Questo intreccio

sociale positivo non ha impedito a Joseph Kesserling di scrivere la commedia teatrale ironica “Arsenico e vecchi merletti” , riprodotta in film nel 1944 con la regia di Frank Capra. I vecchi merletti rappresentano due anziane signore “assassine” per pietà umana, la cui colpa viene attenuata dalla presenza di questi fili intrecciati dove si concentrano e riassumono le vicende della tragedia umana.

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Arte e personaggi
Mani esperte al tombolo Te la do io la dote! - Manuale della lavorazione Capolavori in dote

Storie e tradizioni di casa nostra

GLI ERBORIZZATORI DELLA VALSUGANA

Un viaggio alla scoperta degli erborizzatori di casa nostra. È quello che iniziamo da questo numero per presentarvi, grazie alla preziosa collaborazione dello storico Franco Gioppi, alcuni dei naturalisti autoctoni, quasi dimenticati. Botanici illustri che, alle professioni intellettuali abitualmente esercitate, unirono la passione per la più antica, nobile e preziosa tra le scienze, quel ramo della biologia che tratta degli organismi vegetali sotto ogni loro aspetto e forma. Il nostro viaggio parte da Telve dove, nei mesi scorsi, è stata organizzata una serata dall’Ecomuseo del Lagorai dedicata proprio a tre naturalisti autoctoni del paese. Nel suo intervento Franco Gioppi, rifacendosi alla biografia prodotta da Francesco Ambrosi, ha fatto conoscere ai presenti la figura di Casimiro Sartorelli, anche lui nato nei palazzi prospicienti la “piazza nova” di Telve negli ultimi decenni del Settecento e cresciuto setacciando in lungo e in largo i monti e le vallate delle giurisdizioni di Castellalto, Telvana e Jvano ove mosse i suoi primi passi volti all’esplorazione della Natura. Nasce il 4 marzo del 1774, - figlio di Giambattista e di Anna Paterno - e sin da giovane fece escursioni in patria, in cerca di piante e di minerali. “Arrivato all’età matura – ricorda Gioppi - scelse di fare il farmacista.

Unitamente ad Antonio Crescini prese in locazione la farmacia Armellini di Borgo - quella che poi diverrà la farmacia Fezzi ora Bailo - della quale Casimiro divenne proprietario nel 1805. Nello stesso anno aveva contratto matrimonio con Camilla Valcanover e spostata la farmacia

nella di lei casa, la condusse sino al 1850 per poi passarla al figlio”. La botanica era il suo studio prediletto a cui unì la passione per fauna, radunando insieme quanti animali vertebrati e invertebrati aveva potuto raccogliere. Ancora Franco Gioppi.

“La sua casa s’era convertita in una

specie di gabinetto di storia naturale, dove ognuno poteva vedere a colpo d’occhio tutte le qualità di avifauna e d’ogni altro animale stazionario in Valsugana, o solo visibile a dati tempi e a date stagioni.

L’Erbario, a cui il Sartorelli profondeva le maggiori cure, era ricco di specie indigene ed estere; tutti i botanici, ai quali interessava la flora del luogo, lo visitavano, e se ne andavano lieti della generosa accoglienza, ch’egli aveva loro impartita. Cambiava le piante del luogo con altre proprie di altre località, e con questa sorta di scambio corrispose con tutti i migliori botanici del Veneto e del Trentino”. Casimiro Sartorelli era amico e collega di Giovanni Montini di Bassano, del conte Alberto Parolini, e del dott. Francesco Facchini, tutti botanici illustri. “Quando a Borgo venne nominata una commissione governativa per fare degli studi intorno ai torrenti che scorrono nella valle, e intorno ai mezzi di riparare ai loro danni, il Sartorelli fu chiamato a farne parte. Scrisse

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Flora italica di Antonio Bertoloni - Settimo volume Borgo - Farmacia Bailo

un’estesa memoria sui modi di arrestare le frane e della maniera di convertire a bosco i luoghi interessati da smottamenti.

Casimiro Sartorelli – prosegue Franco Gioppi, rifacendosi alla biografia prodotta da Francesco Ambrosi - fornì dati e materiali per la stesura del settimo volume della Flora italica di Antonio Bertoloni ed una accurata analisi di scandaglio eseguita sulle acque magnesiaco-calcaree della Valle di Sella, purtroppo andata perduta.

Sebbene non abbia lasciato alcuna pubblicazione a stampa, è doveroso segnalare l’esiguo carteggio custodito dal Museo Civico di Bassano del Grappa all’interno del fondo Parolini da cui si coglie con grande chiarezza le aspirazioni del Sartorelli e le capacità possedute, la sua condizione

di appassionato erborizzatore ed il bisogno di collegarsi con altri che, come lui, condivisero l’amore per lo studio dei vegetali”. Dei suoi fogli d’erbario autografati sono rimasti solo pochi cartellini e non vi è traccia della preziosa collezione mineralogica e dei numerosi soggetti preparati per il suo gabinetto faunistico presente in Borgo al numero 78 della contrada

regia. “A ponente dell’abitato, teneva anche un piccolo giardino sperimentale ove coltivava essenze di vario tipo per uso farmaceutico, e in particolare diverse piante d’Elenio - Inula helenium - usate in decozione come vermifugo ed espettorante. Preziosa, infine, la fotografia di un suo ritratto scattata da G.B. Altadonna e custodita nell’iconoteca della Biblioteca dell’Orto Botanico dell’Università di Padova. Sempre indaffarato “a trovar per vie piacevoli lo vero, il bel, l’onesto - come recitava l’adagio della Società Studiosa di Telve della quale era socio attivo” Casimiro Sartorelli lasciò la sua dimora terrena l’8 marzo del 1852 e venne sepolto dal reverendissimo don Pietro Giovanni Casagrande, già arciprete di Borgo Valsugana.

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Storie e tradizioni di casa nostra
Casimiro Sartorelli (archivio Europeana) Casimiro Sartorelli (collezioni digitali Università di Padova)

ARMANDO: UN GIOVANE E L’EUROPA

“Nel momento stesso in cui dubitate di poter volare, cessate di essere in grado di farlo”. Armando Tasin 26 anni di Pergine Valsugana ha fatto proprie le parole di James Barrie riportate nel libro “Le avventure di Peter Pan.

Lo incontro in una pasticceria. Si presenta come un giovane aperto pronto al dialogo, entusiasta di quanto la vita gli ha dato. E’ nato in Colombia e a due anni è stato adottato dalla famiglia di Giuseppe che egli descrive come buono e comprensivo. E’ cresciuto a Pergine e si è diplomato parrucchiere alla scuola professionale di Levico Terme.

Poi a 18 anni la prima svolta: un’accademia a Londra dove in un anno, fra studio e pratica, ha perfezionato la professione.

Tornato in Valsugana ha lavorato con passione come parrucchiere ma nel settembre del 2021, quando di anni ne aveva 25, la seconda svolta: ha aderito a un progetto internazionale promosso dal servizio civile provinciale assieme al programma europeo Erasmus Plus con i programmi di mobilitazione internazionale ESC (European Slidarity Corps). Ha svolto sei mesi di attività presso il CAT (Centro di aggregazione territoriale) e poi ha staccato il biglietto per il viaggio in Polonia, dove vive e lavora.

La sua attività si svolge nella cittadina di Lodz,70 mila abitanti, attorno alla quale ruota l’indotto di circa 100 mila studenti provenienti da ogni parte d’Europa. E proprio a Lodz, “la nostra piccola patria” dice, ha

avuto nel dicembre scorso, il riconoscimento di “Migliore volontario dell’anno”.

“Sono stato premiato per la la mia determinazione, dice, per il mio continuo mettermi in gioco nei confronti della comunità che mi ha ospitato accettato e apprezzato. I cittadini di Lodz hanno compreso il mio modo di essere italiano”.

Italiano si, ma modello europeo visto che ha perfezionato la conoscenza della lingua colombiana e ha approfondito lo studio dell’inglese e del polacco. Il segreto del successo sta nella determinazione e umiltà con cui segue i corsi e consigli dell’Ente FERSO e dall’Istytut Dzialan Tworczych, due fondazioni che operano nei vari campi della cittadinanza attiva , educazione non formale, attività socio educative....”

E’ così che ho scoperto la passione per

l’insegnamento. In Polonia, afferma, mi è stata offerta l’ opportunità di sviluppare una metodologia vincente per trasmettere e insegnare la lingua e la cultura italiana confrontando due paesi Polonia e Italia, tanto vicini e altrettanto diversi”.

Le due Fondazioni forniscono ai giovani meritevoli l’alloggio gratuito e una Pocketmoney, modesta paghetta, per l’acquisto dei beni di prima necessità.

Armando, forte delle conoscenze acquisite ha partecipato con la Fundacja Istytut Dzialan Tworczych e il supporto di Erasmus+ a molti training formativi con la collaborazione di vari paesi europei. “Ho trattato, dice, vari temi, dal potere dell’intelligenza emotiva al coaching, alla leadership”. Parla rapidamente, con proprietà di linguaggio soprattutto con entusiasmo e dalle sue narrazioni emerge il

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Il futuro dei
giovani
Armando Tasin - Insegnante

modello del giovane italiano cittadino del mondo. Come lui sono molti in Italia ad inseguire il sogno di un mondo in pace, unito, dove poter

vivere e lavorare seguendo le proprie passioni. “Amo il mio Paese, amo Pergine e la Valsugana, dice, ma sogno un mondo senza confini, privo di barriere

LA VALSUGANA IN CRONACA

Angry Lynx Medic

fisiche e ideologiche”.

A proposito di sogni? dov’è quello del parrucchiere?

“E’ momentaneamente in un cassetto, dice, ma nella professione di parrucchiere esercito la mia arte e di quella voglio vivere perché con le mani sono creativo.”

Con gennaio è terminata la collaborazione con l’Erasmus Plus ma Armando, grazie all’aiuto di amici e della ragazza, resterà ancora un po’ di tempo in Polonia poi tornerà a Pergine dove dice “ Aprirò un’Accademia, un laboratorio artigianale dove i giovani potranno esercitarsi e approfondire l’arte di questa professione. Non solo una scuola ma un’esperienza post scolastica, un’immersione pratica”.

E’ la nuova associazione attiva da mesi in Valsugana. Tanti volontari che, senza scopo di lucro, mettono il loro tempo libero a disposizione per promuovere la cultura del soccorso, sia tecnico che sanitario. Ne fanno parte diversi professionisti impegnati con le ambulanze e le automediche del 118 ma anche personale del Soccorso Alpino, vigili del fuoco e delle forze armate. Una stretta la collaborazione fra enti di soccorso per offrire alla comunità anche eventi d’educazione e sensibilizzazione come il primo soccorso o primo soccorso pediatrico alle neomamme. Una associazione nata con le idee chiare, sostenuta fin dai primi passi dal comune di Grigno e dal sindaco Claudio Voltolini. Non solo attività di soccorso. I volontari dell’associazione hanno collaborato, nelle scorse settimane, assieme all’amministrazione comunale e ai vigili del fuoco del paese, all’organizzazione proposta e ideata da Academy 4x4 della giornata disABILITY DAY per i bambini disabili, portandoli, in sicurezza, su dei mezzi fuoristrada attraverso un percorso offroad. Fin qui il resoconto di quanto fatto finora. E per il futuro? “Per il 2023 – ricorda il presidente Michele Morandelli - stiamo lavorando a dei nuovi eventi sia mirati che più espansi. Stiamo pensando ad una esercitazione multi-soccorso o una possibile gara interregionale per portare a Grigno ed in Bassa Valsugana un nuovo tipo di turismo formativo e, di conseguenza, un valore al comune e alle attività presenti nel circondario”. L’associazione Angry Lynx Medic svolge anche delle attività fuori regione. Non solo collaborando, con passione e competenza, con altri enti e associazioni. I suoi volontari, infatti, nei mesi scorsi sono stati impegnati nella formazione della squadra gare di una brigata d’élite dell’Esercito Italiano che, a breve, andrà a competere in Galles. (M.D.)

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Il futuro dei giovani
Lodz - Giovani per l'Europa

Un artista che ha trovato casa in Veneto

GIOTTO, DA FIRENZE AL VENETO E TRENTINO

A vent’anni dall’inaugurazione, il Mart di Rovereto ospita la mostra “Giotto e il ‘900”, un’idea di Vittorio Sgarbi che mette in dialogo pittori e scultori contemporanei e moderni con il grande artista che a Padova ha lasciato il suo più grande capolavoro, la Cappella degli Scrovegni

Passando lungo corso Garibaldi, a Padova, si scorge appena, protetta allo sguardo dagli alberi del Giardino dell’Arena e dalle mura dell’antico anfiteatro romano, una cappella lunga e stretta, dall’aspetto modesto. Un edificio, sopravvissuto al grande palazzo costruito nel 1300 da Enrico Scrovegni, del quale un tempo faceva parte, che custodisce da sette secoli un capolavoro, un ciclo di affreschi che ha segnato una svolta nella storia dell’arte, regalando all’umanità un nuovo di modo di concepire il colore, lo spazio, il ritratto dei sentimenti. Frutto del genio di un solo uomo, Giotto, è la rappresentazione delle storie della Vita della Vergine e di Cristo, dei Vizi e delle Virtù e del Giudizio universale.

Egli rivoluzionò la “prospettiva” e la resa della terza dimensione, anticipando di un secolo il rinascimento, ma seppe mettere al centro la rappresentazione dell’uomo, nella sua fisicità ed emotività, con le gioie e i dolori umani, di cui restano significativi e celebri esempi la tenerezza del bacio di Gioacchino ed Anna e la disperazione delle madri in lacrime ne La strage degli innocenti. Il soffitto voltato è un manto azzurro di stelle e presenta dei tondi le figure di Maria, di Cristo e dei Profeti.

Ed è proprio questo straordinario scrigno che accoglie il visitatore alla mostra del Mart, dove, grazie alla collaborazione con il Museo degli Eremitani di Padova, viene proiettato l’intero ciclo in una stanza, che permette di immergersi nel lavoro dell’artista toscano. A Rovereto sono esposte oltre 200 opere di artisti moderni e contemporanei che si sono ispirati all’arte di Giotto: seguendo un ordine cronologico e tematico l’esposizione prosegue tra opere di grandi autori e autrici del XX e XXI

secolo accomunati dalla passione per la figura di Giotto, studiato, imitato, o preso a modello di perfezione e spiritualità. Tra Metafisica, Valori plastici e Realismo Magico, i protagonisti della prima parte della mostra sono Carlo Carrà, Mario Sironi, Arturo Martini, Giorgio de Chirico, Gino Severini, Massimo Campigli, Achille Funi e Ubaldo Oppi.

L’esposizione prosegue tra Atmosfere rurali e Sacre Maternità nelle quali i soggetti bucolici e le figure femminili esprimono quel richiamo e quell’ide -

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Giotto, Natività (Assisi)

alizzazione della tradizione tipica del periodo tra le due grandi guerre. L’arte più recente non è meno debitrice alla lezione medievale di quanto lo sia quella del primo novecento. Tanto gli europei Henri Matisse, Yves Klein e Josef Albers quanto gli statunitensi come Mark Rothko riconoscono il loro debito nei confronti di Giotto, ispiratore assoluto. In particolare, a influenzare alcuni tra gli artisti più conosciuti è il suo celebre blu. Lo stratificarsi di elementi iconografici insito nello studio della storia dell’arte riconosce nell’opera di Giotto una modernità astratta che rivive nella grande installazione immersiva di James Turrell, maestro contemporaneo della luce e dei colori, studioso della percezione. Chiudono la mostra le installazioni di due artiste, Chiara Dynys e Tacita Dean, il cui lavoro rinnova ancora

una volta il dialogo con uno dei più grandi maestri di tutti i tempi.

L’idea è di Vittorio Sgarbi che da presidente del Mart ha portato a Rovereto anche sculture e gessi di

Canova traendone anche dal museo di Possagno(Treviso) di cui ha pure la presidenza.

La mostra sarà visitabile al Mart di Rovereto fino al 23 marzo 2023.

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Un artista che ha trovato casa in Veneto
La Cappella degli Scrovegni al MART
Fondata alla metà del 1700

Dalla parte del cittadino

IMU E L’ABITAZIONE PRINCIPALE

Una grossa novità in materia di Imu, imposta municipale propria, a seguito della sentenza n. 209/2022 del 12 settembre 2022, depositata il 13 ottobre 2022, con la quale la Corte Costituzionale ha rivoluzionato la definizione di abitazione principale. L’abitazione principale ai fini dell’esenzione Imu quindi è ora intesa come “l’immobile iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente”. Ai fini dell’esenzione ora rileva la dimora abituale e la contestuale residenza anagrafica unicamente del soggetto passivo Imu e non più quella del suo nucleo familiare. Per tutti i contribuenti che, pur essendo in possesso di queste due condizioni, hanno versato l’Imu, si apre ora la possibilità di chiedere il rimborso di quanto pagato nei cinque anni precedenti. La questione era sorta in relazione alle disposizioni contenute nell’articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011, prima, e dell’articolo 1, comma 741, lettera b), della legge 160/2019, dall’anno di imposta 2020, in base alle quali l’abitazione principale non soggetta al tributo, nell’ipotesi in cui non appartenga alle categorie catastali A/1-A/8 o A/9, è l’unità immobiliare a uso abitativo destinata a dimora abituale e a residenza anagrafica sia del possessore che del suo nucleo familiare. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 209/2022, dichiara l’illegittimità costituzionale delle disposizioni contenute nell’articolo 13, comma 2, quarto e quinto periodo, del Dl

201/2011 e nell’articolo 1, comma 741, lettera b), primo e secondo periodo della legge 160/2019, come anche modificato dall’articolo 5-decies del Dl 146/2021. In particolare, la Corte ritiene che l’abitazione principale debba essere l’immobile, iscritto o iscrivibile in catasto come unica unità immobiliare, nel quale il solo possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente e non quello, come prevedono le norme ritenute illegittime, di residenza anagrafica e dimora abituale del possessore e del suo nucleo familiare.

Prima di questa sentenza ogni nucleo familiare, composto per esempio da marito, coniuge e figli, doveva scegliere la propria dimora abituale, sulla quale aveva diritto all’esenzione Imu come abitazione principale, indipendentemente dalla residenza anagrafica, non si fa più riferimento al nucleo familiare ma alla dimora abituale e alla residenza anagrafica del singolo soggetto passivo anche

all’interno del nucleo familiare, e pertanto potrebbe capitare che il marito abiti in un immobile e la moglie in un altro con relativa dimora abituale e residenza anagrafica cosi da dare origine a esenzioni dell’imposta su due immobili diversi. Ora le amministrazioni comunali potrebbero trovarsi richieste di rimborso da parte di quei contribuenti che rientrano nel caso indicato dalla Corte Costituzionale, ad eccezione dei casi in cui sia stato emesso un accertamento Imu divenuto definitivo per mancata impugnazione, o sia stata emessa una sentenza passata in giudicato. Sarà comunque onere del contribuente, la dimostrazione della dimora abituale mediante la presentazione di documenti comprovanti i consumi delle utenze, il pagamento della Tari soprattutto nel caso di misurazioni puntuali etc. La Corte Costituzionale ha inoltre sottolineato che questa sentenza vale anche per le unioni civili e i conviventi di fatto.

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NPeriodico gratuito

Per non dimenticare

Don Egidio Pedenzini

Caterina Caselli cantava: “Chi se ne va che male fa...”. Come lo sa bene la comunità di Novaledo, che lo scorso 15 ottobre ha perduto una delle proprie guide: Don Egidio Pedenzini, 83enne, missionario in Kenya per una vita intera. Una vita passata tra gli ultimi, all’insegna della solidarietà. E che è stato ricordato con affetto da tutti i suoi “masaroi”. La volontà, e insieme la speranza, è quella di riuscire a non disperdere il messaggio di solidarietà che Egidio ha lasciato in tutti questi anni. Un messaggio colto sicuramente da Edoardo Martinelli, detto “Edy”, che dal lontano 1982 ha sempre supportato Padre Egidio offrendogli un aiuto materiale e la sua amicizia più sincera. Ed è quindi con Edy che abbiamo deciso di saperne di più..

Come hai conosciuto Padre Egidio?

Edy: “È capitato per caso. Durante una festa campestre a Novaledo mi trovai a parlare con Silvio, fratello di Padre Egidio, il quale mi disse: “Dai che andiamo in Kenya a trovare mio fratello”. Mi è sempre piaciuto viaggiare, e l’idea di vedere un Paese nuovo mi affascinava. Fu così che nel gennaio 1982 partimmo per Nairobi. All’arrivo non c’era Egidio, bensì un Padre colombiano, un certo Lionel, il quale in mano aveva una tabella con scritto “Pedenzini”. Lui ci portò in auto ad Arches Post, luogo in cui Egidio svolgeva la sua missione. Appena giungemmo a destinazione venimmo accerchiati da alcuni guerrieri con le lance. Io notai che il nostro autista, Lionel, stava un po’ ridendo sotto i baffi. Ma vedevo Silvio terrorizzato, il quale urlava “Oddio ci mettono

in pentola!”, e allora iniziai anch’io a spaventarmi. Di lì a poco arrivò Padre Egidio, ridendo a squarciagola. Era stata lui la mente dello scherzo…”

Da quell’anno sei sempre tornato giù in Kenya?

Edy: “Al di là dello scherzo ho cono -

sciuto un uomo straordinario. Stringemmo un’amicizia profonda fin da subito. Il vedere le condizioni di vita degli africani mi strinse il cuore. Così decisi di dare la mia mano anche io, e praticamente ogni anno cercavo di andare giù da Egidio per tre o quattro settimane. Nei primi mesi del 2023 tornerò giù, e con quel viaggio saranno 35 le volte in cui sono stato in Kenya”.

Padre Egidio quando ha cominciato le sue missioni?

Edy: “Dopo aver studiato antropologia in America, Egidio nel 1968 è andato ad Arches Post per la sua prima missione. La sua idea iniziale era di vivere come le persone locali. Visse così per 40 giorni da pastore, mangiando ciò che trovava, se lo trovava. Dopo 40 giorni però capì che per lui era impossibile. La popolazione locale si è adattata a condizioni di vita estreme, e per noi occidentali una vita di stenti come la loro è totalmente insostenibile.

Ad ogni modo, nel 1984 è stato trasferito a Wamba, dove c’è un ospedale piuttosto importante gestito dalla diocesi di Maralal. Lì Egidio ci rimase per due anni. Ricordo che nelle occasioni in cui andai a trovarlo a Wamba conobbi tante persone famose che facevano del bene nel silenzio più totale. Ne cito alcuni: la dottoressa Treccani, quella dell’enciclopedia; Corinne Hofmann, autrice del libro venduto in tutto il mondo “La Masai Bianca”, la quale si innamorò di un guerriero e si sposò in Kenya; nonché molti altri medici e dentisti italiani di un certo valore.

Infine, dal 1986, Egidio è vissuto a Sereolipi”.

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Ora che Padre Egidio è scomparso, chi è che continuerà con la missione?

Edy: “Ora al posto di Egidio è subentrato il vescovo Virgilio Pante. È una fortuna, perché altrimenti la missione sarebbe stata chiusa. Poi anche io, finché ne avrò le forze, prometto che farò la mia parte. Ad ogni modo c’è speranza per il futuro, molti Padri africani fanno i missionari. Solo i bianchi praticamente non ci sono più. Da un lato è giusto: quella è la loro terra. Dall’altra è un pericolo: le diocesi giù non hanno fondi, non hanno nulla. I Padri bianchi invece possono contare su più aiuti”.

Quali sono i problemi più grossi per le popolazioni locali?

Edy: “Il problema più grosso è l’acqua. Per avere quella potabile le famiglie a volte devono fare anche 20 chilometri a piedi. Poi se c’è siccità non c’è vegetazione, e gli animali muoiono. E di conseguenza muore anche la gente.

Le persone giù vivono con gli animali: latte, carne, sangue. Per prendere quest’ultimo adottano una tecnica particolare: immobilizzano la bestia, gli mettono una corda attorno per fargli ingrossare la vena e poi gli fanno un foro, in modo tale da far uscire una quantità consistente di sangue. Presa la quantità desiderata, si tampona subito il buco, in modo tale che l’animale riesca a riprendersi. Un’altra problematica è la scuola, le strutture scarseggiano. Tante scuole sono state fatte proprio dai missionari. A ciò si aggiunga che tante ragazze verso i 15-16 anni rimangono incinta, e lì, per quanto brillanti siano, la loro carriera scolastica finisce: entrano nelle capanne e non ci escono più. Insomma, le insidie e i problemi sono tanti. È una vita totalmente diversa dalla nostra. Si vive veramente alla giornata. Almeno una cosa in più però la hanno: se gli si chiede “Come

stai?”, la risposta di qualsiasi persona sarà sempre “Vizuri sana: molto bene”. Hanno poco, ma sono sempre felici”.

Animali feroci ce ne sono?

Edy: “Tantissimi. Spesso mi è capitato di vedere leoni e ghepardi. Ma questi tendenzialmente attaccano solo se in pericolo o se hanno veramente fame. Un animale pericoloso è il bufalo: questo attacca quasi sempre perché è terrorizzato da qualsiasi cosa che non conosce. Poi ci sono tantissime iene. Ogni sera si sentono fuori dalle capanne.

Anche i serpenti non mancano, e sono letali: cobra, mamba verde, mamba nero, pafada. Ho visto tanti ragazzi morire per colpa dei loro morsi. Loro hanno una “pietra nera” da mettere sul punto del morso, e questa aiuta per davvero. Ma non sempre si è in tempo per intervenire. Un altro insetto a cui bisogna fare attenzione è lo scorpione. Ricordo che una volta me ne trovai uno sotto la doccia. Egidio, invece, mi raccontò che una sera si svegliò con affianco un pafada. Se lo avesse morso sarebbe morto di sicuro. Fortuna che riuscì ad ucciderlo con un machete”.

Finché Padre Egidio era in vita, come era strutturata una giornata tipo?

Edy: “C’era un programma prestabilito di settimana in settimana. Ogni giorno si andava in una comunità differente, e si portava vestiario, cibo, acqua. Dopodiché si teneva una piccola Messa. Ci tengo a dire che le comunità non sono propriamente cristiane, o meglio in pochi lo sono. Tuttavia credono e pregano tanto, molto più di noi. Pregano il sole, la pioggia”.

Con la lingua come si comunica?

Edy: “Giù parlano lo Swahili, diffuso nell’Africa centro – orientale. I giovani parlano anche l’inglese, e con quello

ci si può capire. Con gli anziani è più dura, non conoscono l’inglese ma spesso neanche lo Swahili. Dove era Egidio in tanti parlavano solo il loro dialetto, il Samburu.

Comunque la comunicazione non è un problema insormontabile. Io conosco poche parole in Swahili, ma mi bastano. Nelle conversazioni si toccano pochissimi argomenti, che per loro sono però di assoluta importanza: pioggia, strade, animali. Per ognuno di questi temi potresti parlare per un giorno intero con qualsiasi uomo e qualsiasi donna”.

Pensi che la comunità di Novaledo abbia ricordato Padre Egidio in modo adeguato?

Edy: “Sì, senza dubbio. Percepisco veramente un’attenzione e una sensibilità particolari da moltissime persone. E questo da tanti anni, non solo in occasione della triste scomparsa di Egidio. Riguardo a questo devo dire per davvero grazie alla mia comunità”.

53 auganaNEWS Periodico gratuito Per non dimenticare

ORAZIO GAIGHER

Era il 20 aprile del 1870. Quel giorno, in una casa di Barco, piccola frazione di Levico Terme, nasceva Orazio Gaigher. Con il tempo il suo nome divenne famoso nel campo della pittura anche se, il suo legame con la Valsugana, la sua terra di origine, durò pochi anni. Infatti, come scrive Antonio Zanetel nel suo Dizionario Biografico di uomini del Trentino sud-orientale “trascorse la sua fanciullezza a Cortina d’ Ampezzo, fra le solitudini limpide e rigorose delle erte e pietrose Dolomiti. Il padre, di professione insegnante, ivi era stato trasferito e tutta la famiglia lo seguì. Orazio compreso”. Era un fanciullo docile, pronto nell’apprendere e un ottimo scolaro. Finite le scuole classiche, si interessò di medicina e, una volta conseguita la laurea ad Innsbruck, aprì una propria clinica nella città di Salisburgo. “Tuttavia – continua ancora Zanetel – la sua indole e la sua sensibilità fu sempre attratta dall’arte e solo per non tradire le attese della famiglia si dedicò alla medica raggiungendo anche in questo campo dei buoni esiti”. Dai pennelli ai ferri chirurgici e alle siringhe, dai bei colori vibranti di sole

e di ardore alle ricette e alle pillole! Di professione chirurgo frequentava spesso gli studi di pittori e i convegni degli artisti tanto che la passione per la pittura ebbe decisamente il sopravvento sulla pratica medica. Il pennello cacciò via del tutto la lancetta ed il pittore annientò il dottore. Un giorno prese un treno, destinazione Monaco, portando con sé schizzi e disegni da mostrare al ritrattista Umberto Herkomer. Da autodidatta decise di perfezionare le sue capacità e conoscenze presso le scuole accademiche di Parigi e Londra. Ebbe la fortuna di avere degli ottimi maestri. Oltre ad Umberto Herkomer e Lefebvre anche Roberto Fleury ed Eugenio Carrière. Una volta arrivato in Spagna frequentò, diventando amici, pure il maestro Gioacchino Sorolla. Erano gli anni dell’immediato dopoguerra, il promo conflitto mondiale aveva lasciato profonde feriti. Orazio Gaigher girò il vecchio continente in lungo e in largo e nel 1926 decise di andare in Sudamerica. Destinazione Argentina, più precisamente il territorio della Patagonia. Qui dipinse molto, mettendo su tela diversi passaggi, bellissimi panoramici e misteriosi squarci del territorio argentino.

“Come scrive ancora Zanetel “compose anche qualche lavoro di carattere religioso ed a Orazio Gaigher è attribuita una pala della chiesa di Pieve Tesino e diversi lavori presenti nelle chiese di Narco (suo paese natale), Torcegno, Villabassa in Alto Adige e nella città austriaca di Salisburgo”. Ma il ritratto era la sua grande passione. Dove il pittore riusciva a dare il meglio della

vena artistica. Se ne contano circa duecento, realizzati sia in Europa che in Sudamerica. “Fu spesso ospite in vaticano – ricorda ancora Zanetel –dove realizzati i ritratti di diversi pontefici come Pio X, Benedetto XV, Pio XI oltre a molti vescovi e cardinali. Posò per Orazio Gaigher anche il vescovo di Trento Endrici”.

Nel corso della sua attività, che integrò eseguendo anche degli “ex libris” in acqua forte, Gaigher partecipò a molte mostre in diversi paesi e continenti del mondo, riscuotendo sempre grande successo e commenti lusinghieri da parte della stampa specializzata. “I suoi ultimi anni – conclude Antonio Zanetel – li trascorse dividendosi tra Madonna di Campiglio, vi soggiornava nel periodo estivo, e Merano dove tenne la residenza per circa un trentennio ricoprendo anche l’incarico di presidente degli artisti della provincia di Trento e Bolzano”. Orazio Gaigher muore nel 1938 a Merano all’età di 68 anni.

54 auganaNEWS Periodico gratuito
Il personaggio di ieri
di Massimo Dalledonne
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Girovagando nell’Arte di Eleonora Mezzanotte

PIERO DELLA FRANCESCA l’artista matematico

Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente con il nome di Piero della Francesca, nacque a Borgo Sansepolcro attorno al 1412. Il padre Benedetto era mercante di cuoiami e di lane, mentre la madre Romana di Perino era originaria del vicino borgo di Monterchi. Sansepolcro era all’epoca un fiorente centro, posto strategicamente tra la Toscana, l’Umbria e le Marche, ceduto poco dopo la battaglia di Anghiari (1440) al comune di Firenze da papa Eugenio IV. Piero fu uno tra i più importanti pittori e matematici della prima stagione del Rinascimento fiorentino, esponente della seconda generazione dei pittori umanisti, definito el monarcha de la pittura usando l’espressione del matematico Luca Pacioli suo contemporaneo. Toscano di nascita e di formazione, le sue opere si avvalgono delle regole di prospettiva geometrica brunelleschiana, della plasticità di Masaccio, degli influssi della ricerca cromatica avviata da Beato Angelico e della ricercatezza e del rigore descrittivo della pittura fiamminga. Non solamente pittore, ma anche matematico, la sua inclinazione scientifica gli permise di tradurre nel disegno la prassi prospettica delle ricerche da lui condotte, la geometria che pervade l’universo, la sovrapposizione dei piani, il complesso sistema di lettura su più livelli.

I suoi dipinti sono espressione dell’arte mirabile del primo Rinascimento, con i suoi colori brillanti e luminosi, le ampie vedute e la descrizione analitica del reale. Giovanissimo frequentò un apprendistato

pittorico, entrando così in contatto con la pittura fiorentina del primo Quattrocento. A Firenze conosce Domenico Veneziano, accanto al quale dipinge nel 1439 gli affreschi del coro con Storie della Vergine nella chiesa di Sant’Egidio a Firenze. Grande sperimentatore, eccelse nella tecnica dell’affresco; i suoi lavori sono testimoni della sua instancabile indole creativa e della sua capacità di descrizione analitica del reale. La ricerca prospettica, con l’occhio rivolto al rigoroso razionalismo architettonico di Brunelleschi, si traduce in una narrazione squisita e gradevolmente descrittiva, scientifica e accademica. La vocazione cromatica per scenari luminosi e ariosi, come insegnava la scuola di Beato Angelico e dello stesso Domenico Veneziano, conferiva ai suoi lavori una forte valenza sacrale. A Firenze furono sicuramente da stimolo anche i lavori di Donatello e Masaccio, contraddistinti da un ac-

centuato linearismo, da un’accurata ricerca e traduzione delle regole prospettiche, da un realismo minuto ed epidermico. Evidenti richiami al loro linguaggio artistico sono presenti nell’opera Battesimo di Cristo, oggi alla National Gallery di Londra, un dipinto su tavola del 1445 circa commissionatogli dall’abbazia camaldolese di Sansepolcro. A partire dal quinto decennio del Quattrocento la sua attività si snoda tra le principali corti dell’Italia centro-settentrionale e nella sua città natale. Nella seconda metà degli anni quaranta lo troviamo a Ferrara, dove lavorò per Leonello d’Este, raffinato e aggiornato mecenate rinascimentale, che incaricò Piero di affrescare il Castello estense e la chiesa di Sant’Agostino, opere purtroppo interamente perdute.

Nel 1445 il comune di Sansepolcro gli commissionò il Grande Polittico della Misericordia, la cui esecuzione

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Piero della Francesca - Dittico con i ritratti del duca Federico da Motefeltro e della moglie Battista Sforza, 1467-1472

richiese quasi vent’anni. Nel 1452 proseguì il ciclo di affreschi raffiguranti la Storia della Vera Croce cominciato dal pittore Bicci di Lorenzo e interrotto in seguito alla sua morte, nella cappella absidale della chiesa di San Francesco ad Arezzo, ancora oggi considerato uno dei maggiori cicli di pittura murale del Quattrocento. Nel corso degli anni cinquan-

Girovagando nell’Arte

ta lo troviamo attivo in diverse località dell’Italia centrale, tra cui Roma, dove venne chiamato nel 1459 da papa Pio II Piccolomini per affrescare alcuni ambienti dei palazzi vaticani, cimentandosi in opere distrutte poi a distanza di meno di cinquant’anni per fare posto ai prestigiosissimi affreschi di Raffaello nelle Stanze. Nel corso degli anni sessanta e settanta strinse solidi e proficui rapporti con la corte di Urbino e con il duca Federico da Montefeltro, su commissione del quale dipinse tra le sue opere più splendide e celebri: il dittico con i ritratti dei duchi Federico e della moglie Battista Sforza del 1465, la Flagellazione e la famosa Pala di Brera (o Montefeltro) del 1472 con la Sacra Conversazione per la chiesa di San Bernardino, con il ritratto in armatura dello stesso Federico orante. Queste opere denotano una grande maturità artistica e una tessitura cromatica luminosa e preziosa, con un realismo

che strizza l’occhio alla coeva pittura fiamminga, analitica e squisitamente dettagliata. Tra le sue opere più significative ricordiamo anche la maestosa Madonna di Senigallia del 1470, con la Vergine stante tra due angeli, mentre tiene in braccio un Gesù bambino benedicente; l’intero gruppo è collocato all’interno di un’abitazione, l’atmosfera austera e silenziosa suggerisce reverenza, nonostante la profonda umanità che traspare dalle attitudini dei personaggi.

Il clima intellettuale respirato alla corte di Urbino non mancò di sollecitare Piero della Francesca anche nella stesura di opere e trattati di matematica e di geometria prospettica. Tra questi ricordiamo il Trattato dell’Abaco, una sorta di manuale di matematica elementare, il Libellus de quinque corporibus regularibus, opera di geometria dedicato a Guidobaldo duca di Urbino, o ancora il De prospectiva pingendi, trattato che indaga le regole prospettiche spiegate anche mediante l’ausilio di disegni. Stando alle notizie riportate da Vasari nelle sue Vite, Piero trascorse gli ultimi anni lottando contro una malattia agli occhi che gli impedì di dipingere. Morì a Sansepolcro il 12 ottobre 1492, nel giorno della scoperta dell’America, anche se di tale data non vi è certezza storica documentata.

LA PAROLA AI LETTORI COMUNICATO DI REDAZIONE

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Piero della Francesca - il battesimo di Cristo,1440-1450

L’AGRONOMIA... ...scienza antica e moderna!

In questi giorni di riflessioni all’inizio di un nuovo anno, è naturale aprire lo sguardo verso il futuro dei nostri territori, cercando di comprendere quali siano le potenzialità che la nostra terra ci offre e dove quindi ci siano spazi per quella crescita e sviluppo che tanto auspichiamo per le nostre valli e montagne. Diversi sono stati i ragionamenti sul “ritorno alla terra”, osservando come nelle giovani generazioni e non solo ci sia una spinta a tornare a dare valore al lavoro agricolo; è in questo contesto allora che guardiamo in avanti facendoci aiutare da una scienza antica: l’Agronomia.

Il termine “agronomia” ha origine dalla fusione di due parole del greco antico, agròs (campo) e nòmos (legge, regola) che ne danno il significato di “scienza che insegna le regole per la coltivazione dei terreni”; l’Enciclopedia Treccani oggi ne dà la definizione di “Scienza e pratica dell’agricoltura, intesa come applicazione dei principî scientifici alla coltivazione delle piante, in modo da ottenere la massima produzione, e all’utilizzazione dei prodotti agricoli.”

Parlando di Agronomia ci troviamo quindi alla base di tutte le scelte operative che si fanno in agricoltura, al fianco dei ragionamenti di tipo economico, politico, sociale, ambientale e molti altri e l’Agronomo diviene la guida sia per rendere concreta, passo dopo passo, la visione dell’imprenditore agricolo, sia poi nei tempi e modi delle decisioni da prendere.

Nel meraviglioso rapporto tra l’uomo e la natura che avviene attraverso le pratiche agricole da millenni su tutto

il pianeta, è fondamentale la capacità dell’agronomo di saper tenere “i piedi ben piantati per terra” e quindi per iniziare la conoscenza di come avvicinarsi al mondo dell’agricoltura partiremo proprio dal suolo, ovvero lo strato superficiale della crosta terrestre che ospita la vita delle piante.

“Quando pensiamo alla terra, buona parte di quel che ci sovviene è questa sottile pellicola di terreno che avvolge l’ossatura granitica del globo: uno strato di porpora e bruno di roccia polverizzata e ossidata – poco più spesso, in proporzione, di una spolverata di belletto – e che sovente la pioggia dilava come una lacrima sul volto femminile.

Eppure, la terra è quanto di più importante ci sia per noi: da essa proveniamo e ad essa ritorneremo.” (John Burroughs, L’arte di vedere le cose)

L’atto del coltivare deve dunque essere pari ad una carezza per il pianeta che ci ospita, un’azione da svolgersi con competenza e con estremo rispetto, per non alterare i delicati equilibri in azione costante. Ecco, dunque, che l’Agronomia ci

guida a distinguere il “terreno naturale, formatosi grazie all’influenza di fattori naturali, che ospita una vegetazione spontanea data quasi sempre da più specie in associazione ed in equilibrio con l’ambiente, dal terreno agrario, ovvero quello che ospita le piante agrarie” (Luigi Giardini, A come agronomia) su cui agisce l’uomo con le tecniche colturali.

Nonostante i termini “tecnici” però, l’Agronomia non ha solo le caratteristiche di una scienza moderna, ma ci porta anche un’eredità che proviene da tempi antichi: le grandi civiltà del pianeta, le antiche civiltà di Babilonia e dell’Egitto, quelle più recenti dell’India e della Cina, hanno contribuito grandemente al sorgere delle tecniche agricole.

La materia iniziale che componeva il pianeta, rocce per lo più, è stata “coltivata” e plasmata dalle mani del tempo, donandoci il suolo da cui sboccia la vita in un ciclo continuo: il rispetto per tale dono che riceviamo deve nascere dalla comprensione che anche noi esseri umani siamo un

58 auganaNEWS Periodico gratuito
Noi e il territorio

tutt’uno con il pianeta, lo respiriamo e ci nutriamo di esso. Avvicinarsi allora all’attività agricola diviene atto sacro e con una buona gestione possiamo coltivare i frutti della terra, senza dimenticare tutti gli altri esseri con cui condividiamo la Terra. Intorno al 350 a.C. il filosofo taoista Chuang-tzu affermava che “ciò che chiamiamo mondo è l’unità di tutte le creature”. Sulla Terra, tutta la vita si svolge secondo cicli molto complessi che mettono in collegamento tutti gli organismi, dal più grande al più piccolo, ognuno essenziale per il funzionamento del sistema pianeta. Ed in quest’ottica, il terreno, che si posiziona sopra la roccia da cui si origina, non è solo un ammasso di detriti minerali, bensì un corpo vivente, che i nostri antenati chiamavano con reverenza “madre terra”, abitato da organismi di dimensioni anche piccolissime che svolgono importanti funzioni biologiche e garantiscono la crescita ottimale delle piante, incluse quelle coltivate.

La vita nel terreno è ricchissima di milioni di organismi, numero importante che varia con il tipo di suolo, le sue condizioni e la profondità, la stagione ed il clima conseguente (temperatura e umidità); ma soprattutto la grande maggioranza dei microrganismi si trova entro i primi 20 centimetri superfi-

ciali. Ecco quindi che l’agronomo, nel decidere i passaggi della coltivazione, dovrà anche fare la conoscenza della fauna del suolo di cui è chiamato a prendersi cura, valutando la profondità dell’aratura e il metodo migliore per la sistemazione del terreno. Ma come possiamo comprendere quali animali e organismi abitano il suolo? Se per alcuni piccolissimi, microscopici abitanti non è possibile vederne le tracce a occhio nudo, siamo invece in grado di vedere gli effetti dell’azione di alcuni animali più grandi che nel suolo hanno la loro casa. A chi non è capitato di vedere, passeggiando per i prati, le caratteristiche collinette di terra nuda che spuntano tra l’erba verde e che mostrano l’attività delle talpe. O avete mai osservato le incredibili forme aggrovigliate che assume la terra dopo il passaggio di uno o più lombrichi?

Essi sono preziosi abitanti del suolo che con la loro presenza esercitano una costante azione positiva sulle proprietà del terreno.

Altri abitanti del suolo sono conosciuti per le loro manifestazioni colorate e saporite come i funghi: nella maggior parte dell’anno sono presenti come lunghi filamenti bianchi, le ife, che raggiungono anche lunghezze e ramificazioni mirabili, per poi produrre nella stagione opportuna i loro

Noi e il territorio

gustosissimi frutti!

L’agronomia, dunque, ci porta a conoscere via via gli elementi che affiancano le coltivazioni nella loro crescita ed a comprendere quali interventi possa fare l’uomo da un lato per scegliere le piante da coltivare in base all’ambiente a disposizione, suolo e clima, e dall’altro per intervenire con il massimo rispetto per la natura che ospita le nostre coltivazioni, modificando in parte l’ambiente stesso per renderlo più “ospitale” possibile, cosicché i semi possano sentirsi abbracciati e accompagnati dal suolo nella loro crescita.

“La storia del suolo non può che affascinare. Possedere un pezzo di terra da coltivare, zappare, scavare è un privilegio raro. Se ci soffermiamo un istante, non si può vangare la terra senza esserne commossi.” (John Burroughs, L’arte di vedere le cose)

È quindi con l’emozione del richiamo della terra che in questo inizio d’anno invito ciascuno a riscoprire come e quando nelle nostre famiglie c’è stato uno spazio e tempo dedicato all’agricoltura, quali terreni sono stati amati con il lavoro delle mani dei nostri antenati per dare frutti preziosi alle nostre comunità. Perché è possibile riportare questi spazi ad essere di nuovo protagonisti nella storia del nostro territorio.

La dott.ssa Martina Loss è laureata in Scienze forestali ed ambientali ed è Dottore forestale di professione. Nel suo percorso lavorativo è stata componente della Cabina di Regia delle aree protette e dei ghiacciai della Provincia di Trento nonché componente della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati. Grazie anche a queste esperienze potrà ampliare le nostre conoscenze nelle materie dell’agricoltura e della gestione forestale, elementi chiave per meglio comprendere ed apprezzare il nostro territorio.

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Chiese e monumenti di casa nostra

VIAGGIO DI UN LONTANO CAVALIERE

Ieri sera a Bedollo, in Trentino, c’era Renè Magritte. Con la sua pipa dipingeva nuvole nel cielo e nel paesaggio consueto la luce imperava, chiamando a sé la sera. La notte e il giorno si fondevano nell’immagine compiuta di un tempo assoluto luogo dell’universale.

Collocata lungo il pendio del rilievo, saggiamente elevata da un basamento in pietra di porfido posata a secco, ai lati custodita dai fedeli scudieri dei monti opposti Ceramont e Costalta, la Chiesa di Bedollo si offre al visitatore come la più nobile delle mete. L’edificio religioso, dall’intonaco grezzo colore del sole, s’invera sulle macchie verdi degli aghi di pino e l’abitato attorno, silenziosamente disposto lungo le curve di livello del pendio, gode immobile la soleggiata posizione.

La terrazza su cui sorge la Chiesa modella il pianoro a favorirne il fondamento della costruzione; è realizzata sul pensiero di un perfetto equilibrio fra umanità e natura, rimembranza dell’Acropoli di antiche Città. Nella sua campitura di colore pieno, nella sua figura compiuta, immobile ed isolata, sullo sfondo scuro, la Chiesa è rilevata dalla luce incidente che partecipa alla composizione delle forme colpendole nitidamente. La perfetta sagoma di geometria essenziale stacca dal profilo del declivio e contrapposta alle masse dei monti, si eleva per purezza formale e configurazione semplice. Il tetto a doppia falda presenta in facciata il frontone triangolare e la navata ad aula unica rivela l’armonia della forma elementare.

A conquistare la bellezza di cotanta veduta, come se fosse uscito dal grande affresco collocato nella Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di

Siena, c’è da immaginarsi Guidoriccio da Fogliano di Reggio Emilia, comandante delle truppe senesi, condottiero e capitano vittorioso, che a cavallo, solo e di profilo, si muove con ritmo. Poche note di colore vivo, il verde dei prati, il turchino profondo del cielo, le masse grigie dei caseggiati rompono a tratti il silenzio, animano di presenze nascoste il luogo solitario. Il Cavaliere avanza di cadenza sicura; nella scioltezza del movimento l’elogio del condottiero prende il garbo e come nel cadenzare di una nenia popolare diviene il fatto poetico dedicato alla nobile figura della Chiesa, che sul pianoro permane, a conferma dell’origine, simbolo di buon gusto e

raffinatezza.

Lungo la linea delicata che suggerisce il volto del monte la Chiesa impressiona, come nata da un verde mantello i cui lembi s’arricciano in altre piccole terrazze di muretti a secco. In questo punto di fuga, incrocio fra la linea della valle che si apre verso il tramonto e la scia di luce del sole che sorge da Oriente, la presenza del Genius loci si fa più sentire. Di lato, la costruzione mostra la navata ad aula unica scandita da contrafforti intonacati e da finestre a lunetta.

Ad osservare l’andamento altero e sinuoso del Cavaliere e la nobile presenza della Chiesa, quasi a sfidarli, c’è l’occhio attento e fisso di una Qua-

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drifora: un tipo finestra mutuato dai palazzi veneziani di gotiche e rinascimentali origini e che a Bedollo dimora al limitar del bosco.

In posizione dirimpetto, padrona della propria casa, la Quadrifora osserva il passare delle stagioni, i cambi di luce, il contorno del pianoro esteso al disotto del terrazzamento della

Chiesa, i contrasti mattutini e dell’imbrunire. È giornalmente incantata dal quel magico effetto di luce che come nel bel quadro di René Magritte “L’Impero delle luci”, fonde la radiazione luminosa del tramonto con quella artificiale della lampada a petrolio. Similmente la luce è quella del sole che giornalmente si posa e scompare dietro la catena centrale delle Dolomiti di Brenta, mentre la lampada è quella che illumina l’ingresso di una tipica casa del paese, compatta e a base quadrata, di non più di tre piani d’altezza, con tetto a padiglioni.

Il Nobiluomo, giunto ai piedi della meta, con cavalcata sciolta sale come a un sacro monte; nonostante lo sforzo può apprezzare anche il volume dell’abside, che addossato a quello dell’aula unica si fonde con essa per mezzo della copertura grigia a scandole lignee; nel mentre altre finestre a

lunetta attenuano la massa muraria e dialogano con l’intorno.

Il caparbio Cavaliere è arrivato alla corte d’onore, per deporre il suo vessillo a cospetto di tanto splendore che s’impone per il fascino della posizione e l’armonia delle proporzioni, come lo spazio concreto della dimensione della vita.

Il cielo, dipinto di nuvole dalla pipa immaginaria, richiama alla mente gli umori atmosferici di un quadro di Segantini, di quelle moltitudini che si dipanano nel cielo e di cui viene voglia di catturarne un bordo e poi un altro e un altro ancora, per farne i pioli di una scaletta immaginaria. E fu così che la veduta scelse di restarsene accovacciata, ritirandosi a guardare con la coda dell’occhio per osservare senza farsi notare, incuriosita di come potesse finire. Nel momento del racconto e mai più.

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Agronomia

FLAVESCENZA DORATA DELLA VITE: TROPPI RITARDI

La Flavescenza dorata della vite, la malattia epidemica che si propaga attraverso un piccolo insetto vettore (Scaphoideus Titanus), ha distrutto negli ultimi anni in Trentino ben 650.000 piante corrispondenti ad un’estensione che ammonta complessivamente a circa 130 ettari di territorio coltivato. Le misure di profilassi messe in campo fino ad oggi hanno riguardato l’estirpazione delle viti colpite, indennizzi pubblici e alcuni trattamenti con prodotti che, nel recente passato, si sono dimostrati inefficaci e poco funzionali al contenimento della malattia.

In conseguenza di ciò, in alcune zone produttive quali il comune di Trento, l’Alta Vallagarina e la Valsugana, il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti con pesanti ricadute sui bilanci di molte imprese agricole ed in modo particolare sugli impianti di Chardonnay, Pinot nero e Pinot bianco.

Tutto questo rappresenta purtroppo anche la conseguenza di scelte sbagliate operate negli ultimi anni dovute in particolare al mancato accoglimento, nel 2019, degli indirizzi provenienti dalla Fondazione Mach di utilizzare, in deroga ai protocolli di intesa, alcuni principi attivi che risultavano efficaci nella lotta alla malattia. Il mancato accoglimento di quella proposta, adottata solo a partire dal

2021 con i primi, seppur tardivi trattamenti, ha portato ad una diffusione preoccupante della flavescenza che rischia di moltiplicarsi ancora di più nei prossimi anni dato anche il lungo periodo di incubazione della malattia. Il Trentino sembra oggi incamminato nella giusta prospettiva per il controllo del parassita nonostante, lo ripetiamo, gli errori compiuti fino al 2021. Ora, accanto alla possibilità di ricorrere ad alcuni interventi mirati di difesa dalla flavescenza, è però necessario il ricompattamento dell’intero settore nella lotta a questa e alle altre malattie derivate da nuovi parassiti attraverso una maggiore sinergia e dialogo all’interno di tutto il sistema agricolo trentino rappresentato dall’Assessorato provinciale all’agricoltura, dalle Organizzazioni professionali, dalla Fondazione Mach e dal sistema cooperativo.

L’obiettivo condiviso deve essere la tempestività delle misure di profilassi, la lotta al degrado e all’abbandono delle colture (che rappresentano dei moltiplicatori importanti della cicalina responsabile della malattia), la ricerca applicata, il coinvolgimento e la responsabilità dei singoli produttori nel rispetto delle misure di contenimento.

Il tutto all’insegna di uno sguardo di prospettiva per l’agricoltura trentina il cui obiettivo finale deve essere l’equilibrio con l’ambiente naturale, l’aumento della biodiversità, la ricerca di misure di resilienza delle coltivazioni, la crescita delle difese immunitarie delle piante e la loro resistenza a parassiti e funghi.

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*Matteo Trentinaglia è Presidente Acli Terra del Trentino
e viticoltura in evidenza di Matteo Trentinaglia*
Trentinaglia: “Ora siamo sulla strada giusta, ma è necessaria una maggiore unità all’interno del sistema agricolo trentino”

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CONOSCIAMO L’EMPATIA

L’empatia è la capacità di immedesimarsi nell’altro, significa letteralmente “sentire dentro” e la parola ha origini greche. Per attualizzare e ampliare il significato, vuol dire riuscire a mettersi in connessione con l’altro ed essere capace di comprendere il mondo emotivo altrui.

L’empatia è quella capacità di ascoltare in modo attivo e senza giudizio le persone e riconoscere nonché capire i loro sentimenti, emozioni e pensieri. Questa abilità fa parte dell’intelligenza emotiva, così come la definisce Goleman e permette di creare una coscienza collettiva che ha nel bene

comune le proprie fondamenta. Questa competenza è importante perché permette di relazionarsi positivamente. Consente infatti di dare significato alle azioni e le comunicazioni degli altri permettendo quindi di rapportarsi correttamente ed efficacemente creando un clima sereno e costruttivo. Inoltre garantisce di avviare relazioni positive, basate sulla fiducia ed onestà.

Riuscire a non mettersi delle maschere, farsi vedere per quel che si è, senza aver paura di essere giudicati è uno di quei presupposti che tutti noi ricerchiamo nelle relazioni.

Ma dobbiamo stare attenti se da un

lato quindi è una buona premessa per avere delle relazioni soddisfacenti, dall’altra invece avere troppa empatia ci porta a soffrire.

La persona troppo empatica è come una spugna, assorbe tutto. Si impregna di tutte le sofferenze degli altri e si ritrova carica di “cose” non sue.

Finisce per addossarsi tutte le necessità degli altri senza soddisfare invece i propri bisogni. In casi estremi può arrivare a sentirsi in colpa per il dolore che l’altra persona prova. Come sempre nella vita non vanno bene gli eccessi, l’ideale è trovare un equilibrio: né troppo empatici ne troppo freddi. Riuscire a scindere il “proprio

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Medicina & Salute di Erica Zanghellini *

sé” dall’“io” degli altri. Provando a sintetizzare possiamo dire che ci sono diversi livelli di empatia che possiamo provare, che vanno dall’essere una modalità funzionale a una invece che causa sofferenza.

La prima, definita empatia affettiva, è quella che nel gergo comune chiamiamo provare compassione, ovvero la capacità di riconoscere la sofferenza dell’altro unita al desiderio di alleviarla.

Poi c’è quella che possiamo chiamare empatia cognitiva, ovvero riuscire a livello cognitivo a capire quello che sta succedendo. Abbiamo accesso ai contenuti della mente, della persona e riusciamo ad adottare la loro prospettiva e grazie a questo sappiamo comportarsi di conseguenza per aiutarlo.

Ed infine l’ultimo livello, che è quello che crea sofferenza, è la modalità

“iper-empatia”. Questa forma di essere non permette più di riuscire a differenziarci dall’altro, non ci si “riesce a difendere” dal dolore, e se ne viene sommersi. Quello che prova l’altro lo provo anche io e la sofferenza si trasforma in un nostro dolore fisico, lo sento proprio nel mio corpo.

Ma quindi una persona troppo empatica come può cercare di gestire questa situazione?

Può provare ad imparare delle strategie. Non è una cosa semplice, perché se è di una certa entità probabilmente c’è bisogno di un aiuto specialistico, ma quando ci si trova coinvolti in una sofferenza di una persona vicina a noi possiamo provare ad applicare questi pochi e semplici consigli per provare a diminuire la quantità di emozioni da gestire.

Prima cosa, cerchiamo di prendere le distanze. Bisogna imparare a rela-

zionarsi con il “giusto distacco”, né troppo vicini né troppo lontani. Non significa essere egoisti, anzi, proprio l’opposto: permette di mantenere uno stato di lucidità necessaria per aiutare l’altro.

Darsi dei tempi. Non puoi occuparti delle sofferenze altrui tutto il tempo. Non puoi assorbire il dolore tutti i giorni, tutte le settimane. Dedica del tempo allo svago, alla decompressione dello stress.

Ed infine provare delle tecniche di rilassamento può essere d’aiuto. Ritrovare la calma aiuta a vedere i problemi da un punto di vista più oggettivo e può aiutare a ricaricare “le batterie emotive”.

Psicologa-Psicoterapeuta

Riceve su appuntamento Tel- 3884828675

65 auganaNEWS Periodico gratuito Medicina & Salute

Il calcio regionale in serie B

Finalmente grazie alla squadra del Sudtirol, la regione Trentino Alto Adige è rappresentata nel campionato di serie B di calcio

Ne parliamo con uno dei giocatori più rappresentativi e promettenti, il tornante Matteo Rover, classe 1999, che dopo una positiva esperienza nelle giovanili dell’Inter, da quattro anni, milita con FC Südtirol. Nel corso di queste ultime due stagioni Rover è costantemente cresciuto, conquistando un posto fisso da titolare, rendendosi protagonista di ottime prestazioni. Finora cinque reti al suo attivo, di cui l’ultima realizzata al Brescia è stata da antologia.

E’ la prima squadra della Regione del Trentino Alto Adige che gioca nel campionato di calcio della serie B italiana. Cosa c’e’ dietro questa favola e dietro questa società?

E’ una società che ogni anno fa investimenti e cerca di migliorarsi. Anche le strutture sportive sono all’avanguardia e quindi questo la dice lunga sulla solidità della stessa società. E’ arrivata in serie B ma non vuole certo fermarsi e punta a consolidarsi.

Una stagione da record, quella che ha portato l’FC Südtirol in serie B. Ora sta facendo un ottimo campionato, come è stata costruita e quali sono i valori aggiunti di questa squadra?

Lo scorso campionato è stato vinto con 90 punti conquistati e solo 9 gol subiti, eguagliando il primato della Reggiana nel 1971. Solo l’Ajax nel 2021-2022, si è avvicinato al Südtirol nei campionati professionisti europei subendo solo 19 reti. Il gruppo

era unito e tutti hanno remato nella stessa direzione, e tutti con un unico obiettivo. Il nostro valore aggiunto è stato quello di essere tutti compatti e di essere squadra.

Questa è una squadra in cui convivono giocatori di lingua italiana e tedesca, e non solo, all’insegna di un’unica lingua, quella del calcio. Come è stata possibile questa convivenza?

Nel calcio e nello sport per creare un gruppo coeso bisogno mettersi tutti a disposizione del mister e dei compagni con l’obiettivo di perseguire un obiettivo comune.

Quali obbiettivi per il 2023?

In nostro obiettivo principale per questo campionato è la salvezza che cercheremo di raggiungere il prima possibile.

Personalmente cercherò di migliorare sotto porta realizzando più gol (fino ad ora 5) nella speranza di fare il salto di categoria in serie A che è il sogno che cullo fin da bambino.

Quali sono i rapporti con le altre squadre di calcio della regione?

Ottimi con tutti. Lo scorso anno è

stato vissuto con piacere e intensamente il clima del derby con il Trento.

Come si trova nell’FC Südtirol? Per me è come una seconda casa, qui si sta bene e riesci anche a crescere. Con i compagni ho legato molto e spero che questo serva per far crescere ancora la nostra squadra e migliorare sempre per raggiungere i risultati che ci siamo posti.

Matteo lei ha origini trevigiane le stesse di un grande campione quale Gianfranco Zigoni. Lo ha conosciuto?

Mi fa molto piacere averlo conosciuto personalmente. Ha fatto una grande carriera in serie A e dalle nostre parti è considerato un vero e proprio mito. Lui abita ad Oderzo ed io Salgareda, abitiamo a pochi chilometri di distanza. Qualche settimana fa mi sono trovato ad una cena con i miei vecchi compagni di squadra del settore giovanile. Hanno invitato il sindaco del mio paese ed anche Zigo: voglio ringraziarlo per le belle parole di apprezzamento che ha avuto nei miei confronti. Nell’occasione ha anche confessato di seguire attentamente il campionato di serie B e di tifare Sudtirol.

66 auganaNEWS Periodico gratuito
Lo sport e il calcio regionale in evidenza di Claudio Girardi

I

GUIDO PRATI

Uno spirito libero in Valsugana

Fra gli intellettuali che animano il panorama storico della Valsugana troviamo Guido Prati. Un personaggio interessane che nasce l’8 novembre del 1884 a Villa Agnedo da Eugenio ed Emilia Vasellai. Il padre era il famoso pittore Eugenio Prati, nato a Caldonazzo nel 1842, uno dei maggiori pittori dell’Ottocento Trentino che arrivò ad esporre le proprie opere a Parigi, a Berlino, a Monaco di Baviera e a Venezia.

Guido, classe 1884, era il fratello minore di un’altro Prati, Angelico, questi nato nel 1883 e che lasciò un segno profondo nel panorama culturale italiano per i suoi studi di linguistica e di glottologia.

Tornando al nostro Guido, come già detto, nasce a Villa Agnedo, in Valsugana, l’8 novembre 1884. È stato un pittore ed architetto. Nel 1915, compiuti gli studi superiori a Trento, mosso da ideali risorgimentali aderisce al movimento irredentista trentino e scappa nel Regno d’Italia dove si arruola volontario nel Regio Esercito. Sarà assegnato al 90° fanteria e il 4 luglio 1915 sarà nominato aspirante ufficiale nell’83° fanteria; il 26 ottobre 1915 passa all’84° fanteria. Il 30 gennaio 1916 viene promosso sottotenente. Presta poi servizio come informatore della 15° divisione del 18° Corpo d’Armata (della

Prima Armata impegnata a combattere sul fronte del Trentino), nel settore Brenta-Cismon.

Era anche ottimo disegnatore e membro dell’Accademia di Vienna.

Con l’artista Italo Cinti (nato a Ferrara nel 1898 e morto a Bologna nel 1968)

illustrò il libro del fratello Angelico dal titolo “Folclore Trentino per le persone colte e per le scuole medie” (Milano, Ed. Trevisini, 1925). Con il fratello Angelico, inoltre, collaborò poi nella stesura di

“Voci di gerganti, vagabondi, etc.” (Pisa, 1940). Guido Prati viene oggi ricordato come un uomo dal temperamento introverso e con una sensibilità fuori dal comune. Una delle sue passioni era la musica, in modo particolare mava suonare la chitarra classica. Lo scrittore Antonio Zanetel, nel suo libro dal titolo “Dizionario biografico di uomini del Trentino sud-orientale”, pubblicato nel 1978, dall’Alcione, scrive che Guido Prati era una persona di «temperamento piuttosto introverso e sensibilissimo, si esprimeva intensamente con la chitarra classica di cui era espertissimo suonatore. [...] Spirito libero e pur attaccato ai valori umani come servì da combattente volontario nella prima guerra mondiale così seppe eludere la seconda, della quale non condivideva gli errati ideali. Richiamato - scrive sempre Zanetel- con il grado di capitano, anziché in divisa si presentò con l’abito più sdrucito che possedesse e con una slabbrata valigia tenuta insieme dallo spago. Fu congedato come indegno del grado. Era molto benvoluto dalla popolazione -conclude Zanetel- e fu amorevolmente curato e assistito dalle tre nipoti».

67 auganaNEWS Periodico gratuito
personaggi della Valsugana di Andrea Casna

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Presentazione del libro “Letteraturapasse-partout”

Da sempre l’uomo è ricorso alla narrazione per diversi motivi. Si raccontavano storie per divertirsi, per condividere, per ricordare.

I miti spiegano sia i misteri della vita che i comportamenti degli umani. Poi con l’evolversi delle civiltà si sviluppa la letteratura. In Italia, a partire dal Duecento anche nella penisola italica si gettano le basi della Letteratura italiana, argomento centrale nei programmi scolastici.

Viene da farsi una domanda: è sensato che l’uomo moderno legga oggi dei testi letterari scritti secoli fa? Decisamente sì, è la risposta di Silvana Poli, autrice del libro Letteratura Passe-partout, uscito nel mese di gennaio.

L’autrice sostiene che la letteratura italiana sia ricchissima di informazioni, strumenti, consigli che possono essere utilizzati per risolvere le questioni piccole o grandi della nostra vita. Le situazioni che tolgono serenità all’uomo di oggi, possono essere risolte in tanti modi e con diversi strumenti. L’autrice ci spiega che la letteratura è ricca di vie di benessere e di strategie di soluzione dei problemi.

Quando abbiamo bisogno di aiuto, ci rivolgiamo a persone fidate e affidabili: le opere letterarie sono recensite da secoli di successo, sono opere che hanno sostenuto e consigliato generazioni di lettori; sono uno straordinario serbatoio di esempi e di modelli, che hanno superato il vaglio dei secoli e che ci possono venire in aiuto.

In questo libro l’autrice percorre i corridoi della letteratura, ne cerca i

passaggi segreti con l’occhio di chi ne conosce i segreti, per individuare gli elementi di consolazione di crescita e di benessere.

Le spiegazioni, semplici ma non superficiali, avvicinano il lettore ai maestri della letteratura svelandogli piccoli segreti e grandi lezioni. E così, tra una pagina e l’altra, si possono incontrare ad esempio, le paure del superbo Dante o la spiritualità dell’ateo Montale.

Letteratura Passe-partout è un’opera per tutti, leggera e profonda, che scorre via ma che invita anche all’approfondimento. Non è un saggio di letteratura; è piuttosto la voce di chi dialoga ogni giorno con gli autori del passato in un confronto amichevole, fatto di confidenze e di scoperte. E in questo chiacchierare i poeti si svelano, nei loro punti di forza e anche nelle loro debolezze e ci vengono incontro fornendoci preziose indicazioni per sciogliere nodi della nostra anima e dare sollievo alle nostre vite.

Letteratura Passe-partout è frutto dell’annosa esperienza didattica di Silvana Poli, docente di letteratura italiana, che ha cercato di trovare una via nuova per affasci-

nare i suoi studenti e conquistarli al mondo delle lettere. Non è un libro per dotti, è proprio un libro per tutti perché Silvana conversa con rispetto e confidenza con poeti e letterati, come se fossero persone a lei vicine, e permette al lettore di entrare in confidenza con loro

Con questo libro, disponibile su Amazon, Il giardino dei libri e altre librerie on line - Casa Editrice Bruno Editore - si entra in un mondo tutto da scoprire.

Silvana Poli, docente, narratrice e divulgatrice letteraria, coach e counselor. www.silvanapoli.it

69 auganaNEWS Periodico gratuito
Novità in libreria

I Comuni della Valsugana... un salto nel passato

CIVEZZANO E LA SUA STORIA

Civezzano oggi è un comune dell’Alta Valsugana che conta, stando agli utlimi dati Istat, 4080 abitanti. Si tratta di un trend in crescita con un più 44% rispetto al 2019. È una realtà dinamica che oggi ospita, infatti, la sede dell’Ecomuseo dell’Argentario. Oggi in questa prima puntata dedicata alla storia dei comuni della Valsugana cercheremo di ripercorrere velocemente il passato di questo piccolo angolo di Trentino. Civezzano, come per molti comuni del Trentino, ha una storia antica. I primi insediamenti risalgono all’età della pietra e agli scavi archeologici hanno, inoltre, portato alla luce reperti di età romana e longobarda. Tra il 1855 e i primi anni di Novecento, infatti, furono scoperte alcune tombe di età longobarda. Fra queste quella che conosciamo con il nome di “tomba della principessa”, risalente al VII secolo. Oggi la ricostruzione di questo prezioso capitolo di storia è esposta al Castello del Buonconsiglio a Trento.

Civezzano vanta un primato storico importante. È proprio di Civezzano, infatti, la carta di regola più antica del Trentino. Essa risale al 1202. “Le carte di regola” erano degli statuti giuridici che servivano per “regolare”, come appunto suggerisce il nome, la convivenza fra le persone. La comunità, per esempio, attraverso questo insieme di norme,eleggeva la guardia dei campi e puniva i forestieri sorpresi a pascolare sui prati di proprietà della di Civezzano. Sempre all’interno di questo periodo è d’obbligo menzionare anche le miniere d’argento: dette canope, da canòpi, i minatori di origine germanica. L’area

di Civezzano nel corso del medioevo fu interessata da una intensa attività mineraria su un’area compresa fra il Monte Calisio e il Lago di Santa Colomba. Tale territorio è caratterizzato, infatti, dalla presenza di numerose canope di epoca medievale come la canopa di Santa Colomba e la canopa delle Acque. Oggi Civezzano ospita, come detto sopra, la sede dell’Ecomuseo dell’ Argentario: un’istituzione che promuove la storia argentifera del monte Calisio.

Uno degli edifici caratteristici è Castel Telvana, oggi sede del Municipio. Questo antico complesso difensivo, costruito probabilmente sui resti di un’antica torre romana, compare già nei documenti del XIII secolo e, con tutta probabilità, serviva a garantire la difesa del settore minerario del vicino monte Calisio. La notte, però, il castello è infestato, come vuole la leggenda, dagli spiriti degli antichi castellani. L’economia in passato era principalmente agricola. Agostino Perini, nel suo volume Statistica del Trentino, del 1853 scrive che «il territorio di questo

comune è coltivato a viti, gelsi e cereali, e siccome è tutto di colline rivolte a mattina e mezzogiorno i vini vi crescono buoni e sono da alcuni preferiti a qualunque altro del paese come salubri. Il clima vi è temperato dall’aria di monte che scende dalla valle di Pinè, ed è luogo prescelto da qualche famiglia trentina per villeggiare. L’industria della seta non vi è molto in vigore dei molti gelsi che si coltivano e ciò a cagione della vicinanza di Pergine e di Trento ove sono stabiliti filandieri del paese».

Nell’estate del 1866, durante la Terza Guerra d’Indipendenza, le truppe italiane arrivarono fino alle porte di Civezzano. Proprio qui, infatti, alcuni reparti dell’esercito austriaco allestirono alcune difese per evitare la caduta di Trento. Al termine del conflitto, che decretò l’annessione del Veneto all’Italia, il comando militare austriaco iniziò la costruzione di un sistema difensivo denominato Sbarramento di Civezzano. Oggi di quell’imponente complesso rimangono solo le due tagliate stradali: quella superiore e quella inferiore.

70 auganaNEWS Periodico gratuito

La nuova normativa degli sport di montagna in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali

Il d.lgs. n. 40 del 2021 (pubblicato sulla GU serie generale n. 68 del 19.3.2021), recante misure in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali, tanto discusso quanto agognato nella sua adozione vista la lacunosità della disciplina previgente e il [necessario] attivismo creativo della giurisprudenza, promette di diventare il “Codice della Strada” delle piste da sci e degli impianti di risalita. Da anni si stava cercando di normare in modo più attuale la disciplina degli sport invernali, anche se, per vero l’esito del nuovo precipitato normativo sembra essere indirizzato precipuamente ai gestori delle piste da sci e degli impianti di risalita.

La disciplina previgente era contenuta nella Legge n. 363/03, ora

abrogata, composta di soli 23 articoli pochissimi dei quali dedicati agli sport invernali: si trattava di una legge composta per lo più da norme generali di condotta, che non prevedeva specifici e dettagliati obblighi di (auto)protezione per i fruitori degli impianti di sport invernali, in un’ottica di responsabilizzazione del solo gestore del servizio.

Nel sistema del 2003, erano solo i gestori ad essere onerati di garantire la sicurezza delle piste e dunque erano considerati unici responsabili della protezione degli utenti, ad esempio con l’obbligo di segnalare situazioni pericolo, garantire il più possibile la sicurezza dei tracciati mediante l’utilizzo di adeguate protezioni e stipulare apposita assicurazione.

L’obbligo di garantire la sicurezza si estendeva alla cura del fondo delle piste e della segnaletica, alla rimozione dei pericoli atipici (intesi come quelli che l’utente non si aspetta di trovare sulla pista) e poteva giungere fino al dovere di chiusura in caso di pericolo o non agibilità; tanto, da un lato, era stringente il dovere di protezione da parte del gestore dell’impianto nei confronti del suo Cliente, quanto, dall’altro, era in sostanza esclusa la tutela nei confronti di colui che sceglieva il c.d. fuori-pista, lo scialpinista, espressamente invitato a ad avere con sé non meglio specificati “sistemi elettronici per garantire un idoneo intervento di soccorso” (art. 17).

Questa netta distinzione prevista nel-

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Conosciamo le leggi di Erica Vicentini *

Conosciamo le leggi

la Legge del 2003 ha visto intervenire in modo creativo la giurisprudenza più volte, sulla base di una lettura sistematica della normativa de qua alla luce dei principi base del diritto penale.

Il dovere di protezione individuato dalla legge in capo al gestore degli impianti, il quale aveva ed ha il dovere di mettere in sicurezza la pista e di garantire gli utenti circa l’assenza di pericoli atipici, è stato progressivamente esteso dalla prassi anche a quei tratti di montagna adiacenti la pista, sui quali o verso i quali è probabile si verifichi l’uscita degli sciatori o per i quali è frequente l’utilizzo da parte degli sciatori, con una cadenza talmente elevata da creare la c.d. pista di fatto: ciò sulla base dei principi della responsabilità penale colposa per omissione, che vede nel soggetto titolare del dovere di protezione colui che deve porre in essere tutte le cautele possibili idonee a minimizzare il rischio di accadimento dell’evento lesivo (es. lesioni).

La giurisprudenza si è poi spinta a distinguere il fuoripista c.d. volontario da quello c.d. involontario-inconsapevole, escludendo in via generale la responsabilità del gestore nel primo caso ed ammettendola, invece, a certe condizioni, nella seconda eventualità.

In questo creativo sviluppo giurisprudenziale, ha trovato posto anche l’indagine sulla c.d. autoresponsabilità e sul diritto-dovere di informazione, oggi cardini della disciplina del 2021.

Proprio l’indagine del c.d. fuoripista, in rapporto alla eventuale colpa del gestore per il sinistro occorso allo scialpinista, ha dato modo alla giurisprudenza di enunciare il principio per cui la condotta dell’utente deve essere valutata anche alla luce “dell’affidamento che questi ordinariamente ripone, in mancanza

di espressi divieti generali idoneamente pubblicizzati o di adeguate specifiche segnalazioni in loco, sulla sicurezza dei sentieri escursionistici segnati e delle zone di interesse immediatamente circostanti” (Cass. n. 1257 del 19.1.2018 e Corte di Appello di Trento n. 214 del 9.5.2019)

Si iniziava a richiamare l’attenzione sul ruolo da protagonista del soggetto dedito agli sport invernali, non più visto come mero destinatario di obblighi (altrui) di tutela ma parte attiva nella creazione di un adeguato livello di sicurezza collettiva, anche attraverso una corretta e diffusa informazione.

Vero è che, per converso, la direzione interpretativa della giurisprudenza rischiava di ampliare enormemente le ipotesi di responsabilità dei gestori degli impianti e delle piste.

La novella del 2021, che entrerà in vigore il 1.1.2022, tenta di trovare un nuovo equilibrio nel complesso panorama di cui si è dato cenno: da un lato, il primo intento è quello di dare dei limiti precisi alle ipotesi di responsabilità dei soggetti qualificati che gestiscono gli sport di montagna, comunque titolari di un nuovo e più pervasivo obbligo di corretta, adeguata, esaustiva informazione; dall’altra, viene dato un ruolo di assoluto protagonista al fruitore dei servizi, lo sportivo di montagna,

attraverso una specifica regolamentazione della “circolazione” sulle piste, l’individuazione di specifici obblighi di autoprotezione come l’obbligo del casco sino ai 18 anni, quello di stipulare una specifica polizza RC per frequentare le piste da sci, il divieto di sciare “in stato di ebbrezza”, accompagnati da una serie di sanzioni anche molto afflittive.

La tutela di un elevato standard di sicurezza, anche in prospettiva di garantire la più ampia partecipazione da parte delle persone con disabilità, si rinviene già nell’art. 1 del. D.lgs. 40 del 2021.

Si rinviene dunque un catalogo delle regole generali di condotta (art. 1822), applicate alle aree sciistiche attrezzate, la prima delle quali risulta eloquente del nuovo approccio: lo sciatore è obbligato a comportarsi in modo appropriato rispetto alle caratteristiche della pista, alle condizioni ambientali, nonché alle proprie capacità tecniche. Questo vale non solo per quanto riguarda il pericolo che può costituire per i terzi, ma anche per la propria integrità ed incolumità fisica. Ne segue un generale obbligo di adottare una velocità appropriata così come rispettare regole di prudenza ed adattare la propria discesa, ad esempio, alle condizioni meteorologiche o al numero di persone presenti in pista.

Questo principio è integrato dal successivo art. 27, che richiede che la scelta della pista da percorrere venga effettuata sulla base delle capacità fisiche e delle conoscenze tecniche individuali, riservando espressamente l’uso delle piste nere a coloro che hanno “elevate capacità fisiche e tecniche”. Seguono specifiche nome, come appunto nel Codice della Strada, che vanno a disciplinare la circolazione sulle piste, ad esempio la disciplina delle

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intersezioni, delle discese e delle risalite, dello stazionamento, nonché indicazioni specifiche in materia di omissione di soccorso.

I comportamenti in violazione delle suddette norme possono comportare sanzioni amministrative particolarmente afflittive: le sanzioni economiche possono essere di importo variabile ed è prevista anche la confisca dello skipass fino a 3 giorni, o in modo permanente in caso di infrazioni gravi.

La disciplina del c.d. fuoripista ritrova nella novella un proprio equilibrio: i gestori delle piste vedono esclusa la loro responsabilità in caso di sinistro fuori dal perimetro della pista ma tale esimente trova delle attenuazioni, poiché sarà loro onere (di legge) esporre quotidianamente i bollettini delle valanghe dandone massima visibilità e qualora le condizioni generali di innevamento e ambientali lo consentano, potrà destinare degli specifici percorsi per la fase di risalita

Conosciamo le leggi

nella pratica dello sci alpinismo: resta da vedere quanto questa fascoltà sarà davvero pratica perché, nel momento in cui il gestore sceglie di curare anche la parte confinante con la pista per creare dei percorsi per gli scialpinisti, va consapevolmente ad ampliare la propria sfera di potenziale responsabilità nei confronti di costoro, nell’ambito del più volte citato obbligo di protezione.

Infine, gli articoli dal 34 al 37 introducono specifiche norme relative alla pratica dello sport invernale da parte di persone con disabilità. Qualora queste non siano in grado di praticare lo sport in modo completamente autonomo e sicuro, devono essere assistite da un accompagnatore dotato di giubbotto con la scritta “guida”. La persona disabile deve essere in questo caso riconoscibile dall’utilizzo di un corpetto arancione. Nel caso di persone con disabilità l’utilizzo del casco è obbligatorio a prescindere dall’età, salvo eventuali certificate

incompatibilità.

Alla luce delle riflessioni svolte, si ritiene che il d.lgs. 40 del 2021 avrà un notevole impatto, per molti versi positivo, sulle attività sportive invernali: non solo per il fatto che viene formalmente individuato un equilibrio fra il ruolo di protezione dei gestori dei servizi sportivi, sottratti ad un’estensione eccessiva di tale ruolo da parte della giurisprudenza, e gli utenti, chiamati per legge ad una presa di consapevolezza in ordine alla propria fattiva compartecipazione a garantire la sicurezza sulle piste e in tutte le attività sportive invernali.

Pergine Valsugana, Via Francesco Petrarca n. 84

Trento, Via Grazioli n. 73

Roma, Via Ezra Pound n. 100

Recapito telefonico: 340-6305757

Linkedin erica.vicentini

73 auganaNEWS Periodico gratuito

Storie e tradizioni di casa nostra

IL GIOCO DELLA “MORINA”

Una volta si giocavano case, stalle ed anche gli animali. Non si scommetteva, si giocava. Anche per giorni e settimane intere. Troppo facile, e forse scontato, dire che stiamo parlando del gioco della morra. Quanti di noi erano al corrente che in Valsugana si giocava e, si gioca ancora, alla “morina”, Per saperne di più siamo andati a Grigno, presso la frazione dei Filippini. Quando arriviamo ci bastano pochi secondi per capire l’aria che tira. Con il sindaco Claudio Voltolini anche Pietro, Luigino, “Canela”, Guido “Beloti”. Poco dopo arriva Pio “la legge della frazione”. Uno sguardo veloce e, dopo essersi reso conto che tutto era in ordine, se ne va. Siamo all’esterno dell’ex Osteria de Mengarda. Per oltre un secolo, dal 1880 al 1985, era un punto di ritrovo per i paesani. Dove, soprattutto, si giocava la “morina”. Niente a che vedere con la mora. “Si gioca più velocemente, chi tiene il gioco chiama sempre 6 e l’avversario deve fare il punto chiamando dal 2 al 10. Vince chi arriva al 21 e la bella si gioca al 25”.

Una tradizione dura a morire. Qui ai Filippini come in tutto il comune. Da Grigno a Tezze. In Valsugana si gioca anche a Ronchi. Chi pensa sia solo un gioco è decisamente fuori strada. Nei lunghi inverni di una volta si partiva il 4 dicembre, festa di Santa Barbara e si finiva intorno a Pasqua. Giorno e notte H24. Verità o leggenda poco importa. Pietro Mengarda è la memoria storica,

la nostra guida.

“L’osteria è stata aperta da mio bisnonno Giovanni. Nel 1880 era partito da Samone per andare a Genova ed imbarcarsi per l’America. Destinazione Brasile. Arrivato qui ha incontrato la mia bisnonna, ha imparato il gioco della scopa e dell’asso ed è rimasto ai Filippini”. Pietro è cresciuto in questi luoghi. Tra una partita e l’altra si beveva e si mangiava. A pochi metri dall’osteria, ieri come oggi, scorre la Brenta. I pesci allora abbondavano e finivano spesso in padella, Tra un aneddoto e l’altro entriamo in cantina. I quattro amici si trovano diverse volte all’anno a giocare. In occasione delle sagre del paese, della festa del Senelo o di S. Antonio. “L’osteria dei Mengarda è nata prima che nascesse il mondo. Lo scriva pure – ci raccontano – perché per noi qui ai Filippini è un’autentica istituzione”.

Di anni Pietro ne ha sulle spalle 76, le

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primavere di Canela sono 73, quelle di Luigino 72. Il più anziano è Guido Beloti: 80 anni, ben portati. “Lui è il più bravo – tuona Pietro – anche se qui in paese, in assoluto, il migliore nel gioco della morina è stato Ottavio Conte. Anche Primo Stefani era molto bravo”. Mentre parliamo arrivano sul tavolo formaggi e salumi. Anche il vino non manca. “Nei lunghi inverni di una volta se ne producevano fino a 20 ettolitri: vuole che le dica quanto ne rimaneva in primavera?”. Oggi cantina, una volta era la caneva piena di botti (piene d’inverno, quasi vuote in primavera) e di salumi appesi al soffitto. In questi ambienti Pietro è cresciuto. Passata di mano di generazione in generazione l’osteria è rimasta aperta oltre un secolo. Dopo il bisnonno Giovanni l’hanno gestita i nonni Piero e Rosa. “Ricordo che la nonna aveva tutto sotto controllo. Il pavimento dell’osteria, quello del primo piano, era in terra battuta. C’era anche una cucina con il focolare – ricorda Pietro – dove mio padre lavorava i cesti. Era il suo lavoro. Gli avventori giocavano a carte e, soprattutto d’inverno, alla morina. Il

tutto sotto lo sguardo attento e severo di mia nonna, non le sfuggiva nulla. Avevamo anche una sala da ballo dove mio padre Settimo suonava la fisarmonica”.

Altri tempi. Altre tradizioni, altri spaccati di vita che definire bucolici non ci aiutano a capire bene quello che succedeva. Gli animali e le galline giravano indisturbati tra le persone. Le ore passavano allegramente, Tra uno scherno e una pacca sulla schiena. “Si giocava, si beveva, si mangiava e si ballava. Durante il giorno, nella bella stagione, tutti erano al lavoro. D’inverno ci si divertiva”. I quattro amici iniziano a giocare. Da una parte Claudio (il sindaco) e Pietro, dall’altra Canela e Beloti. Sulla carta sono loro i favoriti. Luigino è “el sior”, quello che tiene i punti. Vederli giocare è uno spasso. Alla fine sono i “cugini di campagna” a vincere. Per 2-1 Pietro e il primo cittadino hanno la Qui ai Filippini l’osteria ha chiuso i battenti nel 1985. Esattamente 37 anni fa. L’ultimo gestore era Domenica Mengarda. E fino all’ultimo giorno si giocava alla morina. “Oggi sono in

pochi a conoscere questo gioco ma la nostra speranza – conclude il sindaco Claudio Voltolini – è che le nuove generazioni possano recuperare queste antiche usanze e tradizioni. Fanno parte della nostra storia, della nostra comunità. Non possono e non devono finire nel dimenticatoio”. A quando il primo torneo della “morina”, ai Filippini di Grigno? Magari in estate, nel piazzale dell’ex osteria de Mengarda?

75 auganaNEWS Periodico gratuito
Storie e tradizioni di casa nostra

Il 2023 si è aperto con l’immagine di fig.1 che mostra le temperature massime registrate in Paesi Bassi, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Repubblica Ceca, dove sono stati battuti i record nazionali per le massime del mese di gennaio.

Il caldo rilevato tra fine 2022 e inizio 2023 è “colpa” di un promontorio anticiclonico di matrice sub-tropicale che ha continuato a convogliare aria molto mite sull’Europa, il tutto è evidenziato in fig. 2 che mostra le anomalie di temperatura rilevate il giorno 1° gennaio 2023 rispetto alla media 1979/2010. La legenda a sinistra dell’immagine ci mostra come su alcune zone della Francia, Germania, Polonia Bielorussia, Ucraina, Romania le anomalie sono state positive anche per valori compresi tra i 16°C e i 20°C.

E la situazione non era migliore anche nel Nord America il 1° gennaio come da fig. 3, il freddo di fine dicembre che aveva causato anche delle vittime era un lontano ricordo, le anomalie di temperatura hanno raggiunto i +18°C nel Quebec. Il Copernicus Climate Change Service, implementato dal Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) per conto della Commissione Europea ha diramato il rapporto con il riepilogo annuale del clima per il 2022 da cui sono emersi i seguenti punti:

diversi record di temperature massime assolute sono stati battuti sia in Europa che in tutto il mondo, mentre altri eventi estremi come la siccità e le inondazioni hanno colpito vaste regioni;

l’Europa ha visto l’estate più calda mai registrata e diverse ondate di calore intense e prolungate hanno colpito parti dell’Europa occidentale e settentrionale;

il Pianeta ha vissuto il quinto anno più caldo di sempre. Finora, gli anni più caldi mai registrati a livello globale sono rispettivamente il 2016, il 2020 e il 2019 e il 2017. Per il 2022, due zone, entrambe nelle regioni polari (Artico e Antartide), hanno registrato temperature superiori di oltre 2°C rispetto alla media del periodo di riferimento 1991-2020. Altre regioni al di sopra della media includono la Groenlandia, l’Africa nord-occidentale, gran parte dell’Europa, il Medio Oriente e l’Asia centrale, nonché vaste aree del Pacifico

76 auganaNEWS Periodico gratuito
Che tempo che fa di Giampaolo Rizzonelli
2022: l’anno più caldo di sempre per l’Italia e per l’Europa e il 2023 non sembra “cambiare registro”
Fig. 1 - Record nazionali di temperatura massima per il mese di gennaio rilevati il 1° gennaio 2023 Fig. 2 - Anomalie di temperatura Europa 1° gennaio 2023 rispetto a media 1979/2010

settentrionale e sud-occidentale. Un certo numero di regioni ha visto l’anno più caldo mai registrato, questo include gran parte dell’Europa occidentale, parti delle seguenti regioni: Medio Oriente, Asia centrale e Cina, Nuova Zelanda, Africa nord-occidentale e Corno d’Africa.

Le temperature sono state al di sotto della media solo nel Pacifico tropicale centrale e orientale, nell’Australia centrale e orientale e nel Canada centrale, con valori fino a 1,5°C al di sotto della media. Le basse temperature nel Pacifico tropicale sono dovute agli effetti de La Niña.

Nella fig. 4 sono riportate le anomalie di temperatura dell’intero Pianeta per il 2022 ed è ben evidente quanto sia “prevalente” il colore rosso (temperature superiori alla media 1991/2020).

Il rapporto ha fatto anche il punto sugli eventi più significativi che hanno interessato il nostro Pianeta nel corso del 2022, qui di seguito alcuni passaggi:

Ondate di calore: nella prima parte del 2022 tre aree hanno registrato condizioni molto più calde della media: India settentrionale, Afghanistan e Pakistan, Europa sudoccidentale e Nord America, in particolare Texas. Sebbene eccezionali, questi eventi non sono inaspettati. Sono in linea con le prove presentate nell’ultimo rapporto di valutazione dell’IPCC secondo cui la frequenza e l’intensità delle ondate di caldo sono aumentate. Questi cambiamenti sono attribuiti dall’IPCC ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo con una ragionevole certezza e si prevede che continueranno in futuro mentre il clima continua a riscaldarsi a livello globale. Le ondate di caldo sono proseguite in Europa nel corso del 2022 tanto che l’Estate è stata la più calda di sempre anche di quella del 2003. In particolare verso la metà di luglio un’area di alta pressione si è “bloccata” sull’Europa occidentale, portando

cielo sereno, condizioni di siccità e forte insolazione, il flusso di aria calda di origine nord africana ha portato a condizioni di ondate di caldo sulla maggior parte dell’Europa occidentale. Le temperature sono salite sopra i 40°C per almeno un giorno in Spagna, Francia e per la prima volta nel Regno Unito.

In termini di precipitazioni in Europa i mesi estivi sono stati molto più secchi rispetto alla media, registrando fino a 25 giornate piovose in meno, in una fascia che va dall’Irlanda all’Europa centrale alla Scandinavia meridionale,

fino a Francia e Italia e parte dell’Europa orientale. La siccità estiva è stata particolarmente grave nei mesi di luglio e agosto. La portata dei fiumi in gran parte dell’Europa centrale e nordoccidentale era già al di sotto della norma in primavera, quindi, la combinazione delle alte temperature, delle scarse precipitazioni e del suolo asciutto ha avuto un impatto sulla portata dei fiumi durante i mesi estivi. La portata fluviale è stata inferiore al normale nel 65% dei fiumi ed eccezionalmente bassa nel 30% della rete fluviale europea.

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Che tempo che fa
Fig. 3 - Anomalie di temperatura Nord America 1° gennaio 2023 Fig. 4 - Anomalie di temperatura Pianeta 2022 rispetto a media 1991/2020

Le leggende della Valsugana

La strega di Maso Refatti

Sfogliando i libri dedicati ai racconti e alle leggende del Trentino ci si imbatte in una storia che inevitabilmente colpisce il lettore. Una storia che incuriosisce non tanto per i fatti narrati, che come vedremo sono alquanto scontati, ma perché è molto simile -a mio modesto avviso- ad un’altra storia molto più famosa, quella di cappuccetto rosso. E sì anche la Valsugana ha il suo “cappuccetto rosso”, anche se, a dir la verità, il nostro personaggio di oggi non ha un cappuccio di colore rosso e al posto del lupo abbiamo una perfida strega. Infatti la storia si intitola “La strega di Maso Refatti”. Ma le somiglianze con il famoso personaggio dei fratelli Grimm sono -sempre a mio modesto parere- evidenti Partiamo dal principio. Siamo a Viarago, paese già famoso per la presenza delle Vivane, esattamente era il diciannove gennaio di molti e molti anni fa. Era la vigilia della festa del paese, infatti, il 20 gennaio i viaragheri festeggiano i loro santi patroni: San Fabiano e San Sebastiano. Quel diciannove gennaio, di molti e molti anni fa, ad una bambina di soli sette anni fu ordinato dalla famiglia di portare del cibo alla nonna che tutta sola viveva a Maso Refatti, in località Pedròc. La bambina ubbidì e si incamminò con il suo fagottino verso la casa della nonna. Una volta arrivata, tutta contenta aprì la porta: «ciao nonna -disse subito la piccola- sono io..la tua nipotina. Dato che domani in paese è festa ti ho appena portato del cibo». «Grazie -rispose la nonna con voce roca- metti pure tutto nell’armadio».

Alla piccola bambina non piacque quella voce roca. Era strana quella voce, sembrava tutto tranne che

la dolce e gentile voce della sua nonnina. «Povera nonnina -pensò la piccola- con questo freddo si sarà presa un bel raffreddore». La bambina quindi aprì l’armadio e, stupore, trovò al suo interno un mucchietto di ossa appena spolpate. Spaventata, anzi, terrorizzata, si voltò lentamente verso l’anziana. La stanza era tutta avvolta dalla penombra perché le persiane erano quasi tutte abbassate, ma i pochi raggi di sole che illuminavano la stanza permettevano di vedere abbastanza bene l’anziana signora: e qualcosa alla nostra piccola amica non tornava.

La nonna era diversa, non solo per quella voce roca, ma anche per alcuni altri aspetti: le mani, il viso e persino i vestiti non sembravano essere quelli indossati dalla sua nonna. Con voce flebile chiese «nonna....perché hai le unghie lunghe e così aguzze?» «Perché ho filato troppo». «Nonna... perché hai denti così lunghi e affilati?» «Perché ho filato troppo». «Ehmm...

nonna... perché sei così sporca e con i capelli lunghi e spettinati?» «Perché, come ti ho appena detto, ho filato troppo....».

La bambina capì subito che quella davanti a lei non era la sua cara nonnina ma una vecchia e cattiva strega. E quelle ossa nell’armadio non erano altro che i resti della sua cara e dolce nonna. La strega, infatti, aveva ucciso e poi mangiato la vecchia signora di Maso Refatti. La piccola cercò di scappare ma fu subito catturata e legata. Durante la notte, però, il nostro “cappuccetto rosso” riuscì a scappare e corse subito fin giù al paese dove raccontò tutto ai suoi genitori.

Qualche ora dopo arrivò in paese, per cercare la piccola fuggitiva, anche la perfida strega la quale, grazie al suo olfatto ben sviluppato, riuscì a localizzare la casetta dove la piccola abitava con la sua famiglia. Giunta davanti alla porta d’ingresso la strega non fece in tempo a fare un passo in più che il padre la uccise a colpi di ascia.

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