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Reportage GLI ITALIANI IN AMERICA VANESSA FERRARI IL PARTO IN CASA

Intervista esclusiva


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L’EDITORIALE  di Armando Munaò

L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

solo un grande business I l problema dell'immigrazione nel nostro paese è un tema di scottante attualità che da parecchi anni interessa e coinvolge tutti gli italiani e che, purtroppo, non mostra, al momento, di avere pronta soluzione. Una situazione per certi aspetti sempre di più incomprensibile a causa della evidente disparità di trattamento tra gli italiani e gli immigrati, che la politica e gli addetti ai lavori (leggi cooperative varie e istituzioni di accoglienza) di fatto concretizzano. Sembra strano, ma sempre di più negli italiani, specialmente in quelli che vivono alla soglia della povertà re-

lativa o assoluta, si motiva, con crescente intensità, la logica e la consapevolezza di essere cittadini di serie B rispetto agli immigrati. E sono i costi dell'immigrazione che documentano e certificano la diversità di trattamento. Secondo il ministero delle finanze nel 2016, come ha dichiarato il nostro ministro Padoan, per l'accoglienza, sono stati spesi oltre 4

miliardi di euro, sottolineando che questa cifra è destinata purtroppo ad aumentare nel 2017 a causa dell’inarrestabile arrivo nel nostro paese di immigrati anche economici, provenienti da quei paesi dove la guerra e le lotte belliche non esistono. Molti asseriscono che questi costi sono sostenuti in grande parte dall’Europa. Basta citare il dato relativo ai fondi che la Commissione Europea ha stanziato, con l’obiettivo di sostenere i paesi membri ad affrontare l’emergenza immigrazione, esplosa negli ultimi anni, per rendersi conto della reale quantificazione: per il periodo 2014-2020 il totale messo a disposizione è stato pari a 2,4 miliardi di euro di cui, 560 milioni all’Italia. Andando in giro per le piazze e interpellando i cittadini ci si accorge che l’Italia, senza nascondersi dietro il dito della demagogia, è decisamente divisa in due. Da una parte coloro i quali sono nella ferma certezza e convinti assertori che è necessario, anzi doveroso, accogliere tutti e garantire agli immigrati una dovuta assistenza. Dall’altra invece c’è chi sostiene che l’accoglienza deve essere riservata solo ai rifugiati politici, ovvero a coloro i quali scappano dalle guerre, e non anche ai clandestini e agli immigrati economici. E in questo panorama di logiche, di idee, di politichese e di de-

magogia spicciola, gli scontri si fanno sempre più accesi. Chi ha ragione? Qualcuno, parafrasando un vecchio adagio, potrebbe dire…ai posteri l’ardua sentenza. Basterebbe, però, leggere i dati ufficiali del Governo per sapere da che parte pende la bilancia. Secondo il Viminale infatti su oltre 185mila immigrati giunti nel 2016 solo il 5% ha diritto al riconoscimento dell’asilo politico. Un altro 20% circa deve essere accolto in quanto nei loro paesi la democrazia è a rischio o non viene giustamente applicata. Il restante 65/75% è, secondo il nostro Governo, clandestino. Ora, siccome l’immigrazione, al di là di ogni considerazione, è e resta di fatto un vero ed enorme business che riempie le tasche al malaffare e alla documentata disonestà, tranne ovviamente le dovute eccezioni, è necessario ribadire con forza che, una volta per tutte, si devono prendere le opportune misure per trovare la giusta ed appropriata soluzione al problema evitando, e questa si che è una vera urgenza, la vergognosa e disumana gestione degli immigrati non degna di un paese civile e democratico come l’Italia.

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IL SOMMARIO Editoriale.......................................................... 3 Io non ti denuncio........................................... 21 Intervista impossibile: Maria Montressori .......... 22 Vanessa Ferrari ............................................... 24 La meningite: epidemia e paure ....................... 26 Il cenacolo di Villa Stella .................................. 28 Enaip di Borgo: 50 anni di storia ...................... 30 La polizia locale Alta Valsugana ........................ 33 Il pudore corroso ............................................ 35 Psicologia & Salute: la ludopatia....................... 36 Conoscere Gesù di Nazareth ............................ 38 AGIRE PER IL TRENTINO ................................ 40 Il personaggio: Adriano Dallapè ....................... 42 Tra arte e cultura: Tamara de Lempicka ............ 44 Partorire in casa.............................................. 47 La ferrovia della Valsugana in miniatura............ 50 Il World Cafè .................................................. 51 L’Università della Terza Età .............................. 52 I bambini diventano “Eco-Vigili” ....................... 54 La cronaca ..................................................... 55 L’Angelo della Palude....................................... 56 La cronaca ..................................................... 57 Greithwald Herde e Tyrola ............................... 58 L’ecologia in bicicletta...................................... 59 Tra storia e leggenda: Castel Selva ................... 60 La cronaca ..................................................... 61 La Filolevico.................................................... 62 La cronaca ..................................................... 63 Luci e ombre del legno .................................... 64 Il museo di Gino Cetto..................................... 65 Altro Consumo: i prodotti difettosi .................... 66 La cronaca ..................................................... 67 Effetto Notte................................................... 68 Medicina & Salute: mente e somatizzazione ...... 70 Medicina & Salute: Il laser per occhi................. 72 Benessere & Salute: occhiali da vista e da sole.. 73 Meteorologia: che tempo fa ............................. 74 Girovagando: Vienna ....................................... 76 Le brevi.......................................................... 78 Giocherellando................................................ 79

gli italiani in america

Gli italiani in America ......7 La cultura americana ....11 La Statua della Libertà ..12 Ellis Island ...................13 La testimonianza Darren ed Emily Fenice.. 14 La testimonianza Arthur Pizzano............. 16 La testimonianza Allan Lassandro ........... 17 Gli italoamericani famosi ........................ 18 I dati e i numeri .......... 19

ANNO 3 - FEBBRAIO 2017 DIRETTORE RESPONSABILE Armando Munao’ - 333 2815103 direttore@valsugananews.com VICEDIRETTORE Franco Zadra COORDINAMENTO EDITORIALE Enrico Coser - Silvia Tarter COLLABORATORI Roberto Paccher - Luisa Bortolotti - Elisa Corni Erica Zanghellini - Francesco Cantarella Francesca Gottardi - Veronica Gianello Maurizio Cristini - Alice Rovati - Daniele Spena Alessandro Dalledonne - Mario Pacher - Franco Zadra Laura Fratini - Francesca Schraffl - Sabrina Mottes Chiara Paoli - Tiziana Margoni - Patrizia Rapposelli Zeno Perinelli - Adelina Valcanover Giampaolo Rizzonelli CONSULENZA MEDICO - SCIENTIFICA Dott.ssa Cinzia Sollazzo - Dott. Alfonso Piazza Dott. Giovanni Donghia - Dott. Marco Rigo EDITORE Edizione Printed srl Viale Vicenza, 1 - Borgo Valsugana IMPAGINAZIONE, GRAFICA Grafiche Futura STAMPA Grafiche Futura PER LA PUBBLICITÀ SU VALSUGANA NEWS info@valsugananews.com www.valsugananews.com info@valsugananews.com Registrazione del Tribunale di Trento: nr. 4 del 16/04/2015 - Tiratura n° 7.000 copie Distribuzione: tutti i Comuni della Alta e Bassa Valsugana, Tesino, Pinetano e Vigolana compresi COPYRIGHT - Tutti i diritti di stampa riservati Tutti i testi, articoli, interviste, fotografie, disegni e pubblicità, pubblicati nella pagine di VALSUGANA NEWS e sugli Speciali di VALSUGANA NEWS sono coperti da copyright EDIZIONI PRINTED e quindi, senza l’autorizzazione scritta del Direttore, del Direttore Responsabile o dell’Editore è vietata la riproduzione o la pubblicazione, sia parziale che totale, su qualsiasi supporto o forma. Gli inserzionisti che volessero usufruire delle loro inserzioni, per altri giornali o altre pubblicazioni, possono farlo richiedendo l’autorizzazione scritta all’Editore, Direttore Responsabile o Direttore. Quanto sopra specificato non riguarda gli inserzionisti che, utilizzando propri studi o agenzie grafiche, hanno prodotto in proprio e quindi fatta pervenire, a EDIZIONI PRINTED, le loro pubblicità, le loro immagini i loro testi o articoli. Per quanto sopra EDIZIONI PRINTED si riserva il diritto di adire le vie legali per di tutelare, nelle opportune sedi, i propri interessi e la propria immagine.

COMUNICATO IMPORTANTE AI LETTORI Sono circolate voci e ancora purtroppo circolano, sicuramente messe in giro volutamente ad arte e con un preciso obiettivo, che il giornale VALSUGANA NEWS non sarebbe stato più pubblicato e che quindi sarebbe scomparso dall'universo informativo della Valsugana. NULLA DI PIÙ FALSO E MENZOGNERO. Se nel mese di gennaio, come lo scorso anno, VALSUGANA NEWS non è stato pubblicato la motivazione è dipesa solo e solamente da scelta editoriale. Informiamo pertanto i nostri lettori, ma soprattutto gli inserzionisti, o coloro i quali decidessero di usufruire delle nostre pagine per la loro pubblicità, che il nostro periodico è vivo e vegeto più che mai e questo numero né è la più concreta dimostrazione. Inoltre, nei programmi futuri, sono stati previsti importanti novità che di certo sapranno attirare, ancor di più, l’attenzione dei lettori e degli inserzionisti. Tutte le VOCI quindi sono da considerarsi NON VERITIERE e, come tali, PURE E SEMPLICI ILLAZIONI. La proprietà, che dal mese di gennaio è cambiata, sta valutando la possibilità di adire le vie legali per tutelare la propria immagine e i propri interessi morali ed economici. EDIZIONI PRINTED srl Enrico Coser (amministratore unico)


Reportage, interviste e fotografie a cura di

 Francesca Gottardi

Italiani America

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Ogni giorno sentiamo parlare della “questione migranti”, ascoltando dati e notizie di persone che lasciano il proprio paese salpando a bordo di navi, o attraversando chilometri di confini sulle proprie gambe per raggiungere l’Europa. Siriani, nigeriani, somali, ivoriani, eriteri, senegalesi...tante e diverse sono le nazionalità da cui queste persone provengono, fuggendo da guerre e persecuzioni, o sperando semplicemente in un futuro migliore. Se ci guardiamo indietro però, anche nel nostro passato di italiani troviamo una lunga storia di emigrazione. Molti dei nostri nonni e bisnonni erano costretti a lasciare tutto per partire, armati solo della propria speranza, alla volta della terra promessa di allora: l’America. Ma chi erano questi migranti italiani? Quali erano le loro difficoltà, le loro attese, le loro delusioni? Come sono stati accolti? E come vivevano negli States? All’interno delle pagine abbiamo realizzato un completo e ampio servizio sull’immigrazione italiana e, grazie alle nostra collaboratrice, siamo andati fino in America, per raccogliere informazioni e testimonianze di qualche italo-americano di diversa generazione, uomini e donne nati in America, ma che conservano un forte sentimento per il Bel Paese.

Hanno collaborato Silvia Tarter e Franco Zadra

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econdo il Dipartimento del Commercio Usa, si stima che siano più di 4 milioni gli italiani che, nel giro di quarant’anni, tra il 1880 e il 1920, partirono per l’America. La maggior parte provenivano dal Mezzogiorno. In mano una valigia di cartone, in testa tanti sogni e la speranza di una vita migliore. La grande ondata è il nome che si attribuisce al fenomeno di massiccia emigrazione europea negli Stati Uniti tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Nel decennio 1900-1910 gli italiani erano il secondo popolo più numeroso a emigrare in America. In genere a partire erano uomini dai 14 ai 45 anni. In caso di fortuna venivano in seguito raggiunti dalle mogli e dai figli.

LE RAGIONI Varie le ragioni che spinsero molti dei nostri connazionali ad abbandonare tutto e partire. In primo luogo un’agricoltura misera. Responsabili furono malattie delle piante come la fillossera per la vite, gli schiaccianti dazi sul grano, la diminuzione della richiesta di agrumi dall’estero. Non ultima la scarsa volontà

dei grandi latifondisti meridionali di investire per migliorare la produttività dei fondi. Ne derivò una crisi agricola. Vi fu inoltre in quel periodo una crescita demografica che aumentò l’offerta di manodopera, a fronte di un sistema industriale ancora troppo poco sviluppato per assorbire questo eccesso. L’instabile situazione politica italiana di fine Ottocento creò anche un gruppo di esuli politici. Tutte queste circostanze motivarono contadini e persone non qualificate a vendere i pochi averi e partire in cerca di fortuna.

IL VIAGGIO Il rischio di partire e lasciarsi tutto alle spalle era notevole. Per questo molti si affidavano a reti di contatti di italiani già in loco. Queste reti finirono col tempo per creare delle vere e proprie “catene migratorie”. Altro fenomeno diffuso era la presenza di agenti intermediari di compagnie navali. Questi reclutavano lavoratori non qualificati per convincerli a partire alla volta del nuovo mondo, a volte anche con la creazione di falsi miti. L’America era rappresentata come una terra promessa,

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dove i soldi crescevano sugli alberi, le strade erano pavimentate d’oro, gli ortaggi erano giganti. Il viaggio durava dalle due alle quattro settimane. Variava in base a correnti, rotta, venti e stato delle navi. Queste erano frequentemente vecchie e venivano sovraccaricate. I migranti venivano stipati nella parte bassa della nave, spesso in dormitori fianco a fianco con degli sconosciuti. Le condizioni di viaggio erano pessime. L’igiene e la pulizia erano precari, mancava lo spazio e l’aria era stantia. Ciò favoriva l’insorgere e il diffondersi di malattie, soprattutto quelle polmonari e intestinali. Scriveva l’igienista Vittorio Cantù nel 1895: “L’impressione di disgustosa ripugnanza che si riceve scendendo in una stiva dove hanno dormito gli emigranti è tale che, provata una sola volta, non si dimentica più”.

L’ARRIVO Quasi tutti gli emigranti italiani arrivavano al porto di New York ed entravano in America passando per l’isola di Ellis Island. La vista della Statua della Libertà accoglieva i migranti prima che sbarcassero sull’isola. Tanti affermano di aver provato una forte emozione nel vederla. Nel tempo è diventata simbolo dell’America e delle sue contraddizioni. Ribattezzata “L’Isola delle lacrime”, Ellis Island incarna tutta la sofferenza relativa al viaggio dei migranti. Ammassate negli edifici, le persone venivano sot-

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toposte una per una a un controllo burocratico e medico. Solo superando questa selezione si aveva realmente accesso al territorio americano. Si poteva venire respinti per via dell’età avanzata, per malattia, a causa di alcune disabilità e menomazioni fisiche. Non erano inoltre ammesse donne sole, senza qualcuno in loco che se ne assumesse la responsabilità. Tutti quelli che venivano “segnati” con un gesso dal medico, per via di un’anomalia riscontrata in fase di controllo, erano messi in quarantena negli ospedali dell’isola. Molti di questi venivano in seguito rimpatriati.

L’ACCOGLIENZA La partenza e il viaggio erano solo le prime di molte sfide di chi decideva di emigrare. Le condizioni di vita dei neo arrivati erano precarie e il pregiudizio all’ordine del giorno. Gli italiani erano spesso chiamati con appellativi dispregiativi. Nomi dall’etimologia incerta, come “Dago”, oppure “Wop” che richiama una deformazione fonetica di “guappo” che si pronuncia, infatti, wop, ma che è anche la sigla “Without Official Permission” (senza permesso ufficiale), che veniva stampigliata accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili, divenuta poi un marchio d’infamia. “Guinea”, di origine più recente, faceva forse riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano


considerati "non bianchi". Erano inoltre ritenuti inclini alla violenza e associati al fenomeno mafioso-criminale. In quasi tutte le grandi città sorsero “Little Italy”, quartieri italiani dove i nostri connazionali trovavano un punto d’appoggio. Ogni strada della Little Italy ricreava una diversa realtà locale italiana che diventava così una casa lontano da casa. Molti andavano a vivere nei “tenements”, caseggiati che il console di Denver, Adolfo Rossi, descriveva come “ributtanti, dove la gente vive accatastata peggio delle bestie”. Aggiunge, “in una sola stanza abitano famiglie numerose […] mangiano e dormono insieme nello stesso bugigattolo senz’aria e senza luce.”

IL LAVORO Il 75% degli immigrati italiani si stanziò nel nord-est degli Stati Uniti, a New York, nel New Jersey e in Pennsylvania. Altre grosse comunità italiane si stabilirono nell’Ohio e nella zona di Chicago. La maggior parte dei nostri connazionali trovava impiego nelle miniere e nel settore delle costruzioni, sempre in cerca di manodopera non qualificata a basso costo. Si trattava spesso di lavori logoranti, dove accadeva che un “padrone” italiano facesse da intermediario, profittando sull’ignoranza linguistica e sullo stato di bisogno dei neo-immigrati. Non tutti resistettero. Gli italiani furono tra le nazionalità che registrarono il più alto numero di ritorni in patria. Per

Padre Bonifacio Bolognani Una importante raccolta di dati e documenti sull’emigrazione trentina negli Stati Uniti, nel volume, in inglese, “A courageous people from the Dolomites: the immigrants from Trentino on USA trails”, la dobbiamo al lavoro di Arturo Bolognani, nato a Vigo Cavedine il 9 aprile 1915, morto a Trento il 19 gennaio 2000. Come discepolo di San Francesco si distinse per il fervore con il quale sostenne il Terzo Ordine francescano e per la capacità come ascoltato predicatore di stimolare atteggiamenti di coraggio e di ottimismo. Soggiornò a più riprese negli Stati Uniti, in qualità di direttore delle istituzioni francescane, per 25 anni, nel corso dei quali dapprima studiò la figura del trentino padre Eusebio Chini, quindi si dedicò alla sistematica raccolta di documentazione sull'emigrazione trentina.

alcuni il sogno americano fallì. Altri non riuscirono o non vollero adattarsi alla nuova vita e preferirono reinvestire il denaro, accumulato negli Stati Uniti, in Italia. Molti però decisero di restare, dando il via alla micro-cultura italoamericana, che tutt’oggi rappresenta un aspetto significativo della società statunitense. Una cosa è certa: sia chi tornò in patria, sia chi restò nel nuovo mondo contribuì a scrivere un importante capitolo della storia italiana, troppo spesso dimenticato.

In quest'ambito pubblicò, anche in lingua inglese-americana, una mole considerevole di articoli e di libri che lo resero uno dei maggiori esperti del movimento migratorio trentino.

Sacco e Vanzetti Tipico esempio di pregiudizio nei confronti degli immigrati italiani è il caso degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Operaio il primo, venditore di pesce il secondo, nel 1920 vennero accusati di duplice omicidio e rapina a mano armata presso una ditta di Boston. I due furono sommariamente processati e poi giustiziati sulla sedia elettrica, nonostante l’ammissione di colpevolezza di un altro detenuto. Nel 1977 Michael Dukakis, governatore del Massachusetts, sostenne pubblicamente la loro riabilitazione storica per l’accaduto. A quasi un secolo dalla vicenda, appare chiaro come questa sia stata pesantemente condizionata dallo stigma sociale che in quegli anni caratterizzava gli immigrati italiani.

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Little Italy - New-York - 1943

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Italia ni a Ellis Island

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Cultura americana C

i sono tracce della massiccia immigrazione italiana negli Stati Uniti in molti aspetti della cultura americana. In tanti casi le tradizioni italiane sono state idealizzate e reinterpretate nel tempo, andando a creare una vera e propria micro-cultura italo-americana. Oggi, infatti, la maggioranza di chi dichiara di avere origini italiane ha in realtà contatti scarsi o del tutto assenti con l’Italia. Il cibo è forse espressione di italianità per eccellenza. La cucina Italiana è apprezzatissima e onnipresente. Viene vista come “casalinga” e saporita, in contrapposizione a quella americana industriale e di massa. Purtroppo i prodotti culinari hanno subìto una forte americanizzazione negli anni. Sono diffusi prodotti e catene di ristoranti che di italiano hanno solo il nome. Si pensi agli spaghetti con le polpette o alle fettuccine Alfredo, popolarissimi negli Stati Uniti e pressoché sconosciuti in Italia. Oppure ancora alla catena Pizza Hut, dove l’ita-

Una via affollata a Little Italy

lianità non ha avuto nessun ruolo significativo a livello gestionale. Negli ultimi anni si è assistito a un revival etnico più fedele alla cucina mediterranea, ma di élite, sull’onda del crescente interesse per la forma fisica e il mangiare sano. Un altro revival lo sta avendo la lingua italiana, andata perduta negli Little Italy - 1965 celebrazione di San Gennaro - New York anni. In realtà, fin dall’inizio solo una minoranza degli immigrati cultura italiana attraverso eventi e iniitaliani parlava un buon italiano standard, ziative. Tra queste spiccano la National i più conoscevano solo il loro dialetto Italian American Foundation (NIAF) e locale. Poi i nomi di persone e cose l’Order of Sons of Italy in America (OSIA), sono stati nel tempo americanizzati, per- ma ce ne sono molte altre a livello locale. dendo la loro identità linguistica. Gli Altro storico punto di riferimento delle “Antonio” sono diventati “Tony”, i “Gio- realtà italo-americane negli Stati Uniti vanni”, “John” e così via. La pizza ai sono le già citate Little Italy, quartieri “pepperoni” non c’entra nulla con i pe- etnici che un tempo fungevano da punto peroni ma è farcita col salame piccante. di riferimento. In particolare per le coIl plurale maiestatis è diventato di uso siddette “catene migratorie”, quei legami comune: negli Stati Uniti si ordina un personali che favorivano l’immigrazione “panini” e si compra un “zucchini”. È fornendo un appoggio sul posto. Ora persino difficile trovare ri- invece le Little Italy sono una tipica destoranti italiani che scri- stinazione turistica. La più famosa è la vano i nomi del cibo nel Little Italy di New York, che ogni anno attrae flotte di turisti da tutto il mondo. menù correttamente. L’eleganza e la dolcezza L’eredità culturale dei migranti italiani è della nostra lingua comun- stata storpiata, rivisitata, reinterpretata. que stanno tornando di Forse è il normale evolversi delle cose. gran moda e nel 2006 Quello che conta è la presenza di un lal’italiano era la quinta lin- scito culturale italiano che possa sempre gua straniera più studiata. far riflettere, e ricordare quei milioni di A contribuire alla sua dif- italiani che sono giunti in America pieni fusione si adoperano or- di speranza per una vita migliore e che ganizzazioni di italo-ame- del loro passaggio hanno lasciato indericani che promuovono la lebile traccia.

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Statua della Libertà

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na cosa è certa. Non abbiamo più gli occhi dei nostri nonni che approdarono in America dopo un “viaggio della speranza” e hanno visto sbucare dalle nebbie, ad accoglierli, la grande Statua della Libertà, con tutto ciò che poteva significare per loro in quel momento. Un simbolo mondiale, dono della Francia in occasione del primo centenario dell’indipendenza americana dagli inglesi, visitato ogni anno da circa 4 milioni di turisti che salgono i suoi 354 gradini. Il 17 giugno 1885 la Statua della Libertà arriva a New York in 214 casse contenenti 300 pezzi di rame stipate sulla nave francese Isere, che quasi affonda nel mare in tempesta. Lo scheletro metallico è di Gustave Eiffel, l’autore della omonima torre. La parte scultorea è opera di Frederic Auguste Bartholdi che per il volto si ispira a quello della madre Charlotte. Il vero nome della statua, monumento simbolo di New York e degli Stati Uniti d'America, è Liberty Enlightening the World (La Liberté éclairant le monde). La testa era già stata esposta in occasione dell'Expo di Parigi nel 1878. La figura rappresentata è Libertas, la dea romana della Libertà, riconoscibile anche dall'abito che, se fosse fatto da un sarto, richiederebbe quasi 3500 metri di stoffa. I piedi della Statua, non visibili ai visitatori, calpestano una catena, simbolo dell'oppressione. I sandali che indossa sono lunghi circa 7,6 metri, pari a un 879 di numero di scarpa. In mano ha una tavola sulla quale è riportata la Data della Dichiarazione di Indipendenza Americana, 4 Luglio 1776 scritta in numeri romani. La corona ha sette punte che rappresentano i sette mari o i sette continenti, decorata con 25 gemme (le finestre). La torcia rappresenta la luce della libertà dopo l'oppressione. Quella originale è stata sostituita nel 1984 con una ricoperta d'oro. All'interno del piedistallo c'è una targa di bronzo con inciso sopra il sonetto “The New Colossus” della poetessa Emma Lazarus. Il colore verde di Lady Liberty, che un tempo era marrone, è dovuto alla salsedine che ha ossidato il rame. È alta 46,84 metri, 93 metri se si considera anche il piedistallo. È la più alta degli Stati Uniti e la 27^ statua nel mondo. La testa è lunga 5,26 metri e larga 3,05 metri. La distanza tra gli occhi è 0,76 metri e la bocca misura 0,91 metri. La sua mano è lunga circa 5 metri, e il dito indice circa 2,33 metri. I sandali sono lunghi 7,6 metri; pesa 225 tonnellate, 90 sono di rame e 125 di acciaio.

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Ellis

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lla foce del fiume Hudson, nella baia di New York, si trova un isolotto artificiale costruito coi detriti ricavati dagli scavi della metropolitana della Grande Mela. È chiamato Ellis Island, e ospita un antico arsenale militare, principale punto d’ingresso per gli immigrati che dal 1892 al 1954, quando fu chiuso, sbarcavano negli Stati Uniti. Sull’isolotto ora si può visitare l'Ellis Island Immigration Museum, utilizzando lo stesso biglietto e traghetto che consentono l'accesso anche alla vicina Statua della Libertà. Nel porto di Ellis Island i migranti dovevano esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva portati a New York. Si calcola che, di aspiranti cittadini statunitensi, ne siano passati più di 12 milioni. Altri 8 milioni, prima dell’apertura di Ellis Island, transitarono per il Castle Garden Immigration Depot di Manhattan. I Medici del Servizio Immigrazione controllavano rapidamente ciascun immigrante, contrassegnando sulla schiena con un gesso quelli che dovevano essere sottoposti a un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute (es: PG per donna incinta, K per ernia e X per problemi mentali). Se si superava questo primo esame, si veniva indirizzati alla Sala dei Registri, dove degli ispettori registravano nome; luogo di nascita; stato civile; luogo di destinazione; disponibilità di denaro; riferimenti a conoscenti già presenti nel paese; professione e precedenti penali. Il permesso di sbarcare dava accesso al molo del traghetto per Man-

Island hattan. Controlli più approfonditi venivano eseguiti, invece, su i "marchiati". Il vademecum per l’esame d’ammissione era molto severo: "i vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano". Nonostante questo risulta che solo il 2% dei migranti siano stati respinti. Per i non idonei, c'era l'immediato reimbarco sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti, la quale, in base alla legislazione americana, aveva l'obbligo di riportarli al porto di provenienza. Nel 1907 si ebbe il più grande afflusso di immigrati, con più di un milione di persone approdate. Dieci anni più tardi, delle modifiche alle norme d'ingresso, introdussero il test dell'alfabetismo e dal 1924 vennero stabilite delle quote d'ingresso in 17.000 dall’Irlanda, 7.500 dal Regno Unito, 7.400 dall'Italia, e 2.700 dalla Russia. La Grande

Immigrati sottoposti al test di intelligenza Depressione del 1929 ridusse ulteriormente il numero degli immigrati, dai 241.700 del 1930 ai 97.000 del 1931, e 35.000 nel 1932. Contemporaneamente Ellis Island diventò anche un centro di detenzione per i rimpatri forzati: dissidenti politici, anarchici, persone senza denaro e senza lavoro vennero obbligati a tornare al loro paese d'origine. Gli espulsi a forza dagli Stati Uniti furono 62.000 nel 1931, 103.000 l'anno successivo e 127.000 nel 1933.

Ispezione sanitaria

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Darren ed Emily

Fenice

Questi due giovani fratelli statunitensi, che vivono rispettivamente in Pennsylvania e nel New Jersey, discendono da bisnonni trentini. Sono entrata in contatto con loro tramite la rete “Trentini all’estero”, con il supporto di Antonella Giordani dell’Ufficio Emigrazione della Provincia.

A quale generazione di italo-americani appartenete? E: Alla terza. Di fatto però siamo cresciuti a stretto contatto con i nostri parenti materni, di prima generazione. Quando sono emigrati i vostri bisnonni? E: Il primo ad emigrare è stato il bisnonno, Vittorio Mario Fenice. È partito da Trieste nel 1921, a 23 anni. Nel 1937, racimolato denaro a sufficienza, è tornato in Italia a prendere la bisnonna Erminia Fustini e il prozio Ludovico. Da dove venivano? D: Il bisnonno da Cavaione, la bisnonna da Santa Croce, due frazioni del Bleggio. Cosa li ha spinti ad emigrare? E: Il bisnonno è partito insieme al cugino, con l'idea di trovare lavoro oltreoceano e inviare qualche soldo in Italia. Suo padre era morto giovane e la famiglia aveva bisogno di sostentamento. Hanno lasciato affetti in Italia? D: La bisnonna ha lasciato la madre,

Darren e Emily Fenice

una sorella e un fratello; un altro fratello era già negli Stati Uniti. Il bisnonno ha lasciato sua madre. E: Una volta in America non hanno più rivisto i loro cari, si scrivevano lettere. Di cosa si occupavano negli States? E: La bisnonna era domestica in una famiglia, il bisnonno lavorava nelle miniere di Cadogan, in Pennsylvania. D: Una volta è stato coinvolto in un grave incidente, ma in quegli anni avevano approvato una legge che assicurava i minatori e quindi ha ricevuto un cospicuo risarcimento. Quando poi la famiglia si è ricongiunta sono andati tutti a vivere a Brooklyn, dove il bisnonno ha trovato lavoro per il “Club Nazionale Repubblicano Femminile”. Qual è stato il loro impatto con la società americana? E: Hanno fatto fatica ad abituarsi alla nuova vita e hanno lavorato sodo. Tutto sommato erano felici, anche perché Vittorio aveva un buon lavoro. Parlavano l'inglese? E: Il bisnonno poco, la bisnonna solo italiano. Per questo la lingua madre di nonno e dei suoi fratelli era l’italiano. Purtroppo, dopo la morte dei genitori Vittorio Mario Fenice da bambino

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Darren con tatuaggio dello stemma della Provincia di Trento e dei Trentini nel Mondo hanno smesso di parlarlo e la lingua è andata perduta. Ora dicono solo qualche parola, modi di dire o battute. Bisogna tenere presente che a casa parlavano dialetto trentino! Tuo padre o i tuoi nonni sono mai stati discriminati in quanto immigrati italiani? D: Immagino di sì. So che venivano usati nomi dispregiativi nei confronti degli italiani:“Without Papers” [senza documenti], “Wop “e “Dago”. I vostri bisnonni non sono più tornati in Italia. Vostro nonno invece? D: Nemmeno. Però i nostri prozii ci sono stati e noi siamo andati con loro nel 2014. Abbiamo visitato Cavaione e Santa Croce. Nei due anni seguenti poi abbiamo partecipato al progetto di interscambio


tra trentini e discendenti da trentini della Provincia e siamo tornati in regione. Come è stato vedere i luoghi da cui i vostri antenati sono emigrati? D: Incredibile! Siamo stati nei posti dove i bisnonni sono cresciuti e nella chiesa dove si sono sposati. Ho sentito un forte legame con il Trentino. Appena finisco di studiare vorrei trasferirmi lì! Intanto mi sono tatuato lo stemma della Provincia Autonoma di Trento sul braccio e quello di “Trentini nel Mondo” sul polso, così porto il ricordo di quello che ho vissuto lì e della mia storia personale sempre con me! E: Il Trentino è il mio posto preferito! Visitare la chiesa dove i bisnonni si sono sposati e la scuola del paese è stato emozionante! Quanto si riflettono le origini italiane nella vostra famiglia? E: Siamo cresciuti mangiando piatti italiani, in famiglia si è sempre preparato tanto cibo tipico del nord-Italia. D: Cuciniamo il risotto coi funghi, la polenta, i canederli, lo spezzatino...

Darren, perché vorresti trasferirti in Trentino? D: Oltre al legame per via delle mie origini, adoro la cucina e la cultura italiana. Mi piacciono i ritmi rilassati e poi paesaggi

e montagne sono stupendi! Grazie per aver condiviso con noi la vostra storia! E&D: Grazie a voi, è stato un piacere!

Vittorio Mario e Erminia Fenice, Anthony, Ludovico e Frank

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Arthur jr.

Pizzano

passato. I miei nonni non erano dei grandi narratori, non ho mai sentito tante storie da parte loro, molto è andato perduto. Io penso che questo dipenda da due fattori principali: si trattava di ricordi dolorosi da rievocare e non erano persone molto istruite. Art, a quale generazione di italo- Di cosa si occupavano i americani appartieni? tuoi nonni paterni una Sono un italo-americano di seconda ge- volta arrivati negli Stati Arthur Pizzano con la nostra Francesca nerazione. I miei genitori sono nati in Uniti? New Jersey - qui negli Stati Uniti - alcuni La nonna era una casalinga. anni dopo che i miei nonni, di origine si- Mio nonno Giuseppe conduceva ciliana, sono immigrati dall’Italia, nel un calesse, penso fosse un qualche 1910 circa. Mio nonno si chiamava Pa- tipo trasportatore di cose o persosquale Torregrossa, era del 1889 e veniva ne. Conservo ancora il frustino da Resuttano. Mia nonna Serafina Puccio che usava per sollecitare il cavallo. è nata a Caltanisetta nel 1896. I nonni Lo strumento era chiamato Gatto paterni invece venivano dalla zona del a nove code, ma a quello ne sono napoletano, da Avellino. Il nonno si chia- rimaste solo tre, è un gatto a tre mava Giuseppe Pizzano, lo chiamavano code! [sorride]. E quelli materni? Giosefetto, era del 1874. La nonna si chiamava Grazia Imbroglia, era del 1894. Anche la nonna Serafina era una Dopo il viaggio tutti sono giunti a Ellis casalinga. Il nonno Pasquale - soPasquale Torregrossa con i nipoti prannominato “Patsy” - era un barIsland. Ti hanno mai parlato del viaggio biere. Aveva il suo Barber Shop a verso l’America e di come sono Newark, nel New Jersey. Per 10 anni ho soprattutto in cucina – sono piuttosto stati accolti negli Stati Uniti? vissuto con lui in una casetta dietro al orgoglioso delle mie lasagne – sul forte C’è sempre stata poca condivisione dei negozio. Ho ancora la cassa che utilizzava. valore che attribuisco alla famiglia e sulla ricordi difficili e di quello che hanno Pensa, puoi battere solo fino ad $1,95… mia dedizione al lavoro. Purtroppo molto c’è stata un po’ di inflazione negli anni! è andato perduto, ma ricordo che da [Sorride]. piccolo, tra le vie del quartiere italiano I tuoi nonni e genitori si sentivano del New Jersey dove vivevo, si respirava discriminati per via della loro si- quella “cultura della piazza” che ho poi tuazione di immigrati italiani? riscontrato passeggiando tra le vie di un Difficile dire, non erano persone tanto piccolo paese in Toscana. Anziani a gioinclini a lamentarsi o a colpevolizzare. care a scacchi al bar, bambini che si rinPerò ricordo che mio padre negli anni corrono in piazza, questo qui negli Stati ’40 è ‘50 si sentiva discriminato quando Uniti non esiste. era alla ricerca di un lavoro migliore, Grazie Art, è stato un vero piacere protetto dai sindacati. Proprio non riu- conoscerLa. sciva ad ottenerlo. Il piacere è tutto mio. Mi dispiace che Personalmente, come vivi il fatto molte informazioni siano andate perdute, di essere italo-americano? avrei tante domande da fare ai miei anFamiglia Pizzano: Grazia,Art, Giuseppe Penso che la mia italianità si rifletta tenati! Incontro Arthur, conosciuto come “Art”, nella sua casa di Fairfield. Conversando piacevolmente mi dice che ha fatto carriera come direttore generale della città dove ora vive da pensionato. Art è disponibile e cordiale, ha tanta voglia di raccontare la sua storia. E prima di incontrarmi ha preparato molto materiale da mostrarmi.

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Allan

Lassandro

Allan Lassandro è un ex manager nel campo dell’editoria, 77 anni, in pensione. Vive a Cincinnati, nell’Ohio. Sono un italo-americano di prima generazione – dice Allan al telefono -. Mio padre venne negli Stati Uniti che aveva pochi mesi, con la nonna, nel 1913. Il nonno, originario della Puglia, era già immigrato qualche anno prima. Mia madre invece era di origine tedesca. Mio nonno si chiamava Giovanni Lassandro, era del 1888, e veniva da Santeramo in Colle. Mia nonna Maria-Antonia Centrullo è nata nel 1882 a Cassano delle Murge. Cosa ha spinto i tuoi nonni a emigrare? Lo stato d’estrema indigenza. In Italia soffrivano letteralmente la fame. Una volta stabilizzati a Cincinnati, a casa dei miei nonni c’era sempre cibo in abbondanza, un’esagerazione! Mio nonno ripeteva spesso: “mangiare bene è vivere bene e vivere bene è mangiare bene!” Penso fosse la reazione alla fame di cui avevano sofferto. In Italia, mio nonno ha lasciato la mamma, due sorelle e un fratello con un’infermità mentale. Non si sono mai più rivisti. È proprio per via della malattia del figlio che la mia bisnonna non ha voluto partire. Sapeva

Giovanni Lassandro e Babe al lavoro

che non avrebbe superato i controlli ad Ellis Island e che lo avrebbero rimpatriato. La traversata è stata molto lunga e pesante, in condizioni sanitarie pessime. I poveri viaggiavano stipati nella parte più bassa della nave, scura, umida e senz’aria. Nei ponti superiori stavano i più benestanti. Tutti hanno dovuto passare per Ellis Island, prima di entrare a New York. La nonna era casalinga. Mio nonno Giovanni - che in Italia faceva il contadino – si è reiventato gelataio. Vendeva gelati da un carretto trainato da Babe, un cavallo cieco al quale aveva insegnato il percorso di tutti i giorni! Quale è stato per i tuoi nonni l’impatto con la società americana? Il nonno Giovanni, “John”, si è integrato bene, parlava un po’ di inglese e penso che il fatto che lavorasse lo abbia aiutato molto. È sempre stato molto grato per la vita migliore che l’America gli ha reso possibile. La nonna invece per nulla, usciva di casa raramente. Non ha mai imparato l’inglese e continuava a chiedere di tornare in Italia. Non è mai successo. Pensa che il primo a tornare in Italia sono stato io! Mio padre non ha mai manifestato interesse per le sue origini e non aveva piacere a essere riconosciuto come il figlio di un immigrato italiano. Penso si sentisse a tutti gli effetti americano. Neppure voleva che noi figli fossimo contrassegnati come discendenti di immigrati italiani, per questo a casa mia non si è mai parlato italiano anche se mio padre ne era in grado. Una volta ha fatto a pugni con un suo capo, che lo aveva chiamato “Wop”!

Allan Lassandro Tutte le domeniche però era obbligo riunirsi a casa dei nonni per pranzo. Conservo vivido il ricordo dell’incredibile profumo del pane appena sfornato dalla nonna! Quando il nonno è morto, nel 1950, molto è andato perduto, lui era il collante della famiglia. Negli anni ho preso contatti con i discendenti materni e paterni rimasti in Italia e si è creato un legame molto forte. Quando sono stato in Italia, mi sono sentito a casa. Io e la mia famiglia siamo stati accolti con grande entusiasmo dai miei parenti italiani, erano in 15 ad aspettarci all’aeroporto! Hanno organizzato una grande festa in nostro onore. È stato bellissimo! Non mi aspettavo di ritrovare così tanti familiari a Cassano, tutti discendenti di chi è rimasto. Come vivi nella quotidianità il fatto di essere italo-americano? Le mie origini italiane si manifestano soprattutto nel fatto che sono curioso e interessato verso tutto ciò che è italiano. Inoltre nutro un fortissimo senso della famiglia, per me viene prima di tutto nella vita. Partecipo attivamente agli eventi della United Italian Society of Greater Cincinnati, l’associazione degli italiani della mia città di cui curo anche la pagina Facebook. Ne ho persino creata una tutta mia, chiamata “If It Is Italian”.

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Italoamericani famosi FIORELLO LA GUARDIA

La Guardia nacque in un quartiere di Manhattan nel 1882 da una famiglia di immigrati italiani. Il padre era un musicista cattolico di Cerignola (FG), mentre la madre era un’ebrea italiana originaria di Trieste. Fiorello La Guardia è ricordato soprattutto essere stato il primo italoamericano ad essere eletto al Congresso USA (1916). È conosciuto inoltre per aver ricoperto il ruolo di sindaco di New York per tre mandati consecutivi (1934-45). Sembra che La Guardia parlasse correntemente 5 lingue, oltre all’inglese ed all’italiano. Morì a New York nel 1947. A lui è dedicato l’aeroporto “Fiorello LaGuardia” di New York.

Frank Sinatra Francis Albert Sinatra nacque nel New Jersey nel 1915, da padre siciliano e madre ligure. Sinatra passa alla storia come 'The Voice', per il suo eccezionale talento vocale. Durante la sua carriera incise più di 2500 canzoni, per un totale di 166 album, 150 milioni di dischi venduti e 21 Grammy Awards conquistati. È considerato uno dei più prolifici artisti in campo musicale. Sinatra si dedicò con successo anche al grande schermo, vincendo ben due premi Oscar e 2 Golden Globes. Famoso latin lover, si sposò quattro volte. Morì a Hollywood nel 1998.

Dean Martin Dino Paul Crocetti (Ohio, 1917 – California, 1995) fu un cantante ed attore americano di origine italiana. Il padre era di Montesilvano (Pescara), la madre nacque negli Stati Uniti da genitori abruzzesi. Crocetti americanizzò il suo nome per potersi affermare con più facilità nel panorama musicale statunitense. Lasciò presto la scuola e si dedicò a lavori saltuari, fino a quando si affermò come cantante nei night club di New York. Negli anni ‘60 Martin fu uno dei componenti del “Rat Pack”, gruppo di 5 attori e cantanti (tra cui Sinatra) con i quali interpretò film come “Colpo grosso” ed “I 4 di Chicago”.

Martin Scorsese Martin Scorsese è un regista, produttore e sceneggiatore italo-americano. Nacque a New York nel 1942, da Luciano Scorsese e Catherine Cappa, entrambi figli di emigrati siciliani della provincia di Palermo. Crebbe a Little Italy. Scorsese è conosciuto per aver diretto noti film tra cui “Toro scatenato”, “L’età dell’innocenza”, “Gangs of New York”, “The Aviator” e “The Wolf of Wall Street”. Candidato per ben 12 volte all’Oscar, lo vinse nel 2006 con il film “The Departed - il bene e il male”. Si è inoltre aggiudicato 4 Golden Globes, a fronte di 10 nomination.

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Antonin Scalia Antonin Gregory Scalia (1936 – 2016) fu un professore, avvocato e magistrato americano di origini siciliane. Si laureò con lode presso la prestigiosa università di Georgetown e proseguì gli studi giuridici ad Harvard. Scalia è noto per essere stato il primo italoamericano giudice della corte suprema statunitense. Nominato dal presidente Ronald Reagan nel 1986, Scalia è considerato uno degli interpreti più conservatori della Costituzione americana.

Joe di Maggio Joseph Paul Di Maggio (1914-1999) fu un giocatore di baseball italo-americano. Di Maggio crebbe in una famiglia di origine siciliana (Palermo). Si interessò presto al baseball, dove fece carriera tra le file dei New York Yankees. Prese parte per ben 13 volte al MLB All-Star Game, partita annuale dove competono i migliori giocatori di baseball. Di Maggio vanta un posto nella Baseball Hall of Fame (arca della gloria) e di 3 vittorie del titolo “giocatore di maggior valore”. Di Maggio è anche conosciuto per essere stato marito di Marilyn Monroe.

Francis Ford Coppola Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italo-americano, Coppola nacque a Detroit, Michigan, nel 1939. I genitori di Coppola erano originari di Barnalda, in provincia di Matera. Ottenne il suo primo successo come regista nel 1968, con “Sulle ali dell’arcobaleno”, per poi affermarsi con la trilogia de “Il padrino”. Vincitore di 6 premi Oscar, 6 Golden Globe, 2 Palme d’Oro e 3 David di Donatello, Coppola è considerato uno dei cineasti più importanti a livello mondiale.

I DATI E I NUMERI Gli italoamericani sono gli italiani che risiedono (o hanno risieduto dal XVII secolo) nel territorio degli Stati Uniti d’America in modo permanente o comunque per un periodo significativo della loro vita. La comunità italoamericana include sia le persone nate in Italia ed emigrate negli USA sia quelle nate negli Stati Uniti da genitori italiani, nonché tutti i loro discendenti (dalla terza generazione in poi) che si identifichino come appartenenti ad essa. Secondo il censimento ufficiale (United States Census Bureau) del 2000, quasi 16 milioni (il 5,6%) di persone residenti negli Stati Uniti dichiararono di avere ascendenze italiane, rappresentando così il sesto gruppo etnico della nazione. Nel censimento del 2010 tale numero risulta aumentato a circa 17.250.000. Tuttavia, secondo alcune importanti associazioni culturali italo-americane, gli statunitensi che possiedono una qualche discendenza italiana nella loro famiglia sono stimati in circa 25-30 milioni di persone. Di queste, gli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) - persone aventi quindi cittadinanza italiana o doppia cittadinanza (italiana e statunitense) - sono oltre 200mila, per l'esattezza 223.429, stando all'ultima rilevazione alla fine dell'anno 2012. E citando ancora i dati AIRE e secondo l’ultima statistica al 31 dicembre 2012 ci sono 4.341.156 italiani residenti all'estero, in crescita del 3,1% rispetto al 2011, e così ripartiti nelle quattro circoscrizioni elettorali estere per le elezioni politiche: Europa: 2.365.170; America meridionale: 1.338.172; America settentrionale e centrale: 400.214; Africa, Asia, Oceania e Antartide: 237.600 (da Wikipedia) Tenendo conto che i cittadini italiani residenti in Italia sono poco meno di 57 milioni, la percentuale di italiani residenti all'estero è circa il 7% del totale.

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I maltrattamenti silenziosi

IO NON TI DENUNCIO  di Patrizia Rapposelli

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fregiata dall’acido, ancora, picchiata fino a ridurla in fin di vita, minacce e reclusioni domestiche, sono i casi recenti di donne vittime di un assoggettamento fisico e psicologico all’interno di una relazione sentimentale. Donne uccise o private di dignità fisica e psicologica dal partner o dall’ex partner, conclusioni di un gioco che nel tempo vede al suo interno una maturazione: campanelli dall’allarme che nascondono un presagio. Tema che nell’ultimo tempo sembra uscire dal silenzio ovattato di quelle cronache che hanno dato spazio ad altro, ma che da secoli vedono la donna preda di un’ideologia di matrice patriarcale improntata sul possesso. Oggi se ne parla maggiormente in quanto si è assistito ad una vera e propria escalation della violenza di genere; la pubblicazione dei dati Istat a riguardo è allarmante, come sono incisivi i numeri, i quali raccontano che solo il 7% delle donne ha il coraggio di denunciare una violenza, mentre oltre la metà, 52,7%, non riesce a farlo. Perché quei campanelli d’allarme, indici di una relazione “malata” non vengono ascoltati e meglio ancora nei casi specifici non sfociano nella denuncia? Minacce, soprusi e sottomissioni non denunciati. La banalità della risposta comune non tiene conto dello sforzo psichico necessario a sottrarsi da una situazione di questo genere. Infatti, a dispetto dell’opinione pubblica e dei media, gli studi oscillano tra spiegazioni di carattere psicologico e sociale-culturale. Denuncia vuol dire rendere inevitabilmente pubblica una situazione d’impotenza cui la donna sta vivendo: l’umiliazione e la vergogna provata per se stessa e la condizione vissuta si scontra con il giudizio sociale facile. Capire le motiva-

zioni che portano la vittima ad “accettare” silente è improbabile, ogni caso è a sé, giocano una serie di multi fattori che toccano la persona nella sua totalità, tenendo presente anche il contesto socioculturale vissuto. Capire i meccanismi che si insinuano in una donna maltrattata è complesso, teniamo presente che nella maggior parte dei casi già la relazione di coppia di partenza si dice patologica, ossia ci sono degli input che sfociano in una relazione affettiva borderline, di dipendenza o malata, che creano un rapporto disfunzionale, non positivo; in queste situazioni si perde l’oggettività e si tende a sminuire quanto accade. Uno schiaffo, una gelosia esasperata, l’imposizione di pratiche sessuali indesiderate, l’abuso verbale, l’idea di un potere sbilanciato nel maschio alfa, sono esempi di quei campanelli, quegli input che lavorano nello spirito e nella mente del partner coinvolto, comportandone delle conseguenze. Tralasciando l’idea del non sentirsi abbastanza tutelati dalla giustizia, sono pochi i casi che si concludono con l’assegnazione di una responsabilità penale a carico del maltrattante. Questa è un’altra prospettiva d’analisi, sarebbero le ricadute che tali effetti avrebbero sulla donna a motivare la non scelta della denuncia. La spirale della violenza vede l’uomo violento raggiungere il suo scopo di sottomissione della donna facendola

sentire incapace, debole, impotente, totalmente dipendente da lui: ”senza di me non sei nessuno” è uno dei ritornelli ricorrenti che si sentono ripetere queste donne. Possiamo capire come ciò vada a condizionare l’essere di una persona, parliamo di annullamento della stessa. L’aspetto caratteristico della violenza nella relazione, che non si trova in nessun altro tipo di crimine, è l’intimo rapporto tra la vittima e il reo: in una coppia ognuno permette all’altro di arrivare fin dove lo autorizza, qualunque dinamica nasce, vive e si alimenta con il contributo di entrambi.

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t ei s i v ibil r e i n tp o s s im

MARIA MONTESSORI

 di Adelina Valcanover

delle prime donne italiane a laurearsi in una , fu 952) 70-1 (18 iana chig mar ri, tesso Maria Tecla Artemisia Mon metodo a. È nota in campo internazionale per il suo nziat scie e ofa filos ista, agog ped fu re Inolt . medicina i. issime scuole, dalle materne fino alle superior molt in ttato ado e, nom il de pren lei da educativo che

“Sono Maria Montessori. Gradirei un’intervista. È possibile?” Certamente. Lei è un personaggio famoso e conosciuto. “Bene, ne sono lieta. Sa, credo di avere alcune cose da dire. Partiamo subito col piede giusto e diamoci del tu, come sei usa fare di solito”. Certo! Il tuo ritratto era su tutte le banconote da mille lire. “Sì, il valore del taglio era minimo, però non mi lamento. Comincio subito col dirti che io sono nata nel 1870 a Chiaravalle (Ancona), ma alla fine ci trasferimmo a Roma definitivamente. Provengo da una famiglia borghese, dove la cultura era tenuta in conto. Mi è stato possibile diventare la terza italiana medico. Per la mia salute cagionevole, a scuola non brillavo e ho cambiato più indirizzi di studi. Alla fine, grazie a mio zio, l’abate A. Stoppani, scienziato e naturalista, mi

Maria Montessori a 10 anni

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nacque la voglia di scelte innovative e mi iscrissi a medicina”. Ma in famiglia erano tutti d’accordo con la tua scelta? “Oh no! Mio padre, al contrario di mia madre, si oppose ed ebbi con lui parecchi contrasti; figurarsi, voleva diventassi un’insegnante! Io ero una persona molto determinata, portai a termine gli studi e divenni medico”. Ma non ti fu facile nemmeno iscriverti a medicina. Eri priva del diploma di maturità classica. Come risolvesti il problema? “Semplicemente mi iscrissi alla facoltà di Scienze e, dopo due anni, sono passata a Medicina a La Sapienza di Roma con il sostegno del ministro Baccelli e papa Leone XIII!” Fosti impegnata nei quartieri poveri romani a favore dell’educazione dei bambini. Cosa ti indirizzò a loro? “Frequentai un corso di igiene sperimentale tenuto dal prof. Celli, convinto che la malaria e la tubercolosi erano dovute più all’emarginazione sociale che all’incapacità medica, e ci avrebbe dovuto pensare lo Stato a curarle. Comunque mi sono laureata e specializzata in psichiatria. Vedi, io adoravo la ricerca. Mi sono dedicata alla batteriologia, alla pediatria, alle malattie femminili e maschili nei vari ospedali della capitale. Per

Maria Montessori fartela breve, sono riuscita in molti campi e sono entrata di diritto nella Società Lancisiana riservata ai dottori e professori degli ospedali di Roma. Eccellevo in igiene, psichiatria e pediatria e questa triade mi guiderà nelle mie future scelte”. Ossia il famoso metodo Maria Montessori, introdotto in moltissime scuole di ogni ordine e grado in tutto il mondo. “Parto da lontano. Ottenuta la nomina come assistente presso la clinica psichiatrica dell’Università di Roma, in collaborazione con G. F. Montesano, mi dedico al recupero dei bambini con problemi psichiatrici, che mi fa entrare in contatto con gli ambienti scientifici internazionali. Usando anche i loro studi pedagogici conosco i metodi sperimentali di rieducazione di minorati psichici. Contribuii anche all’emancipazione


femminile. Siamo alla fine dell’800! In tempi non sospetti, come si direbbe. Comunque nel 1898, presento a Torino, al congresso pedagogico, i primi risultati delle mie ricerche. Siccome dirigo la scuola magistrale ortofrenica (per lo sviluppo mentale normale) di Roma, decido di allargare le mie conoscenze umanistiche e mi laureo in filosofia. Tra una cosa e l’altra partecipo con una ricerca con un collega Giuseppe Montesano. Mi innamoro di lui e nasce un figlio, Mario, nel 1898.” Un bel guaio davvero, come hai risolto questo, diciamo, incidente? “Ho partorito di nascosto e poi l’ho affidato a una famiglia del Lazio. Poi è stato messo in collegio, fino a 14 anni. Alla morte di mia madre è venuto a vivere con me, ma ha sempre creduto di essere mio nipote. Seppe di essere mio figlio dal testamento”. Ma il padre? Non ti sposò? Non riparò? “No! Sposò un’altra e io portai il lutto finché vissi. Non mi sposai mai. Adesso però cambiamo discorso che questo non mi pare importante. Entrai a far parte anche della Società Teosofica e il mio metodo riverbera questo modo di pensare la sapienza e la teologia, è comunque impossibile approfondire qui”. Cosa successe quando scoppiò la guerra? “Ero sempre in contatto con l’estero, viaggiavo e ricevevo riconoscimenti. Con lo scoppio della Grande Guerra, nel

1914, mi trasferii, con Mario, in Spagna e sono rimpanel triata 1924. Ho trovato Benito Mussolini al Governo. Insomma nasce l’Opera Nazionale Montessori e Mussolini stesso era presidente onorario. Fu un periodo controverso. Ma le piccole scuole non volute precisamente da lui, lo infastidivano, anche se gli davano lustro. Anche Croce e Gentile sostennero il mio metodo”. A proposito, che mi dici del metodo e delle idee di Rosa e Carolina Agazzi? Sei stata pesantemente accusata di aver copiato a piene mani da loro, anche da chi inizialmente ti aveva sostenuto. “Intanto le due sorelle bresciane erano solo maestre! E poi che vuol dire? Io ho elaborato un metodo vero e proprio. E comunque ai fascisti non devo proprio niente. Non mi curo dei pettegolezzi e delle invidie. Le sorelle Agazzi avranno avuto delle intuizioni simili alle mie e quindi chi dice che non sia stato viceversa?” Erano tue coetanee e hanno fondato una scuola per l’infanzia prima di te e

Maria Montessori - 1.000 LIRE tenuto corsi soprattutto in provincia di Trento e Bolzano con grande successo. Ma fuor di polemica, illustra in breve in cosa consiste il tuo metodo. “Il mio metodo parte dai piccoli con problemi psichici, per poi espandersi a tutti i bambini, perché lavorando insieme si arricchiscano entrambi. Ti cito le mie parole: 'il bambino come essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali’. Il principio fondamentale deve essere la libertà dell’allievo, attraverso l’interesse autentico scegliendo il proprio lavoro, assecondando il proprio istinto che è capace di procurare una percezione assoluta. Compito dell’insegnante è quello di stimolare tutto questo attraverso il movimento e il gioco, fino a quando il bambino saprà dirigere la propria volontà. Quindi, dalla libertà alla disciplina”.

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Vanessa Ferrari ospite della Poligymnica Levico Terme!

 di Veronica Gianello

Una vita a testa in giù U

A 15 anni la vita è fatta di scuola, chiacchiere, uscite con le amiche, e di quella leggerezza e spontaneità che solo certe età riescono a regalare. Per alcune persone invece, a 15 anni la vita è fatta già da anni di sudore, sacrifici quotidiani, e tanto, forse troppo, lavoro. Ma, talvolta, la vita ripaga gli sforzi fatti con uno storico, indimenticabile traguardo sotto il cielo di Aarhus, che segnerà l’inizio di una carriera senza eguali. È il caso di Vanessa Ferrari, la prima ginnasta italiana della storia ad aver vinto la medaglia d’oro ai Mondiali. Per questa storica vittoria ha ottenuto il Collare d'oro del CONI, e nel 2007 e a 17 anni, è stata nominata Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana, prima di diventare Primo Caporal Maggiore nell’Esercito Italiano.

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na storia come poche se ne sentono, soprattutto al giorno d’oggi, quando purtroppo troppo spesso si tende a vedere nei giovani delle persone poco volenterose, pigre e senza obiettivi. Vanessa in realtà è una ragazza molto semplice, che ha dedicato interamente la sua vita alla ginnastica artistica, sentendo, certo, la fatica e le rinunce senza mai rinnegare tutto ciò che lo sport ha dato alla sua incredibile vita. La sua vittoria, appena sedicenne, l’ha sconvolta travolgendola in un mondo di riflettori, interviste e popolarità a cui non era abituata. “Io voglio solo fare ginnastica”, ripeteva stanca alle domande dei giornalisti, tenendo ben salda la concentrazione. Come ogni sportiva, il traguardo più importante per lei era arrivare alle Olimpiadi, e ora, a 26 anni, può contare nella sua cameretta circondata con migliaia di medaglie, ben 3 partecipazioni ai Giochi Olimpici: Pechino, Londra e Rio. Sulla vetta del mondo, senza giri di parole, senza frivolezze, solo con lo sfrigolio della magnesia sulle mani e un respiro profondo prima di lanciarsi nel vuoto. Un metro e quarantasei di timidezza, che appena mette piede sul campo gara si trasformano in chilometri infiniti di potenza ed esplosività. Elementi difficilissimi, pulizia e precisione: ecco gli ingredienti che dopo la sua prima vittoria internazionale le sono valsi il soprannome di “cannibale”. Da qualche anno, Vanessa affianca al suo allenamento diverse attività, sempre legate alla ginnastica, tra cui l’insegnamento presso la sua società, la Brixia Brescia, collaborazioni con palestre, materiali sportivi, e stage in giro per l’Italia. È proprio ad uno stage che la incontriamo, a pochi passi da casa! L’evento è stato organizzato dalla Poligymnica Levico Terme, associazione sportiva che da vent’anni “lavora in silenzio ma con impegno costante”, come ha sottolineato il Sindaco del paese, che è intervenuto insieme ad altre autorità per omaggiare la campionessa e per congratularsi con il direttivo dell’associazione. “Siamo molto soddisfatte di ciò che siamo riuscite a organizzare”, ci racconta la presidente Chiara Magnago, “Vent’anni fa nasceva una pic-


cola associazione per far divertire le bambine della zona, e oggi per celebrare il nostro ventesimo compleanno abbiamo con noi Vanessa Ferrari: un traguardo niente male!”. Vent’anni dedicati alla ginnastica, alla formazione e al miglioramento continuo che hanno portato la Poligymnica in giro per l’Italia tra gare nazionali e stage, ma soprattutto che hanno fatto di questa piccola realtà un punto di riferimento essenziale a Levico e non solo, offrendo professionalità, crescita, ma soprattutto tanto divertimento! Elementi essenziali per lo sviluppo sportivo sul territorio, come non ha mancato di sottolineare il Presidente UISP Trentino, anch’egli presente all’evento. Di poche parole, timida, arrogante, penseranno alcuni - invece Vanessa si mostra subito sorridente, e segue attentamente il lavoro di ogni piccola atleta. La incontriamo mentre finisce di firmare autografi alle bambine accorse numerose da tutto il Trentino: tutte intimidite ed emozionatissime di allenarsi con il loro idolo!

L’INTERVISTA Ciao Vanessa! Prima di tutto come stai? Sappiamo che hai subito un intervento al tendine che per molto tempo ti ha dato fastidio. “Mi sto riprendendo bene, grazie!” Nonostante qualche problema fisico hai comunque scritto la storia della ginnastica artistica italiana. Dopo le Olimpiadi di Rio 2016 parlavano della tua ultima gara, invece? Hai deciso di avere ancora qualcosa da dire in pedana? “Nel 2017 sicuramente non farò gare perché appunto devo recuperare pienamente dall’infortunio. Poi sì, ho deciso di continuare. Prima però devo vedere se il tendine me lo permetterà: l’intervento non mi dà nessuna certezza, quindi vedremo come andrà”. La ginnastica quindi farà comunque parte del tuo futuro, giusto? “Sicuramente! Se riuscirò a dare ancora qualcosa in pedana bene, altrimenti vedremo in quale altro ambito mi muoverò”. Vanessa, sei l’esempio vivente di come ci si possa rialzare dopo le cadute, e di come con il duro lavoro i risultati prima o poi arrivano. Hai qualche consiglio da dare alle tante bambine che oggi vogliono avvicinarsi alla ginnastica? “La ginnastica è uno sport bellissimo, ma forse sono un po’ di parte! Il mio consiglio è quello di praticarlo con serenità e divertendosi prima di tutto. È uno sport che dà tanto a qualsiasi livello lo si pratichi. Come in ogni cosa, più si vuole crescere, più ci si deve impegnare. Poi certamente se si vuole intraprendere la strada dell’agonismo i sacrifici saranno tantissimi e le rinunce altrettante! Ma chiaramente tutto ciò poi verrà ripagato”. “Effetto Farfalla” è il nome della tua biografia: ma tu ti senti più cannibale o farfalla? “Onestamente ora non saprei. “Cannibale” è nato ai Giochi del Mediterraneo che feci ad Almeria da piccola: vinsi 5 ori e un argento e mi arrabbiai perché volevo 6 ori! Questo spirito da lottatrice in me è sicuramente restato, ma sono anche contenta di aver lavorato su altri aspetti della mia personalità”. Ci sono altre passioni nella vita di Vanessa Ferrari? “Sicuramente i miei due bellissimi husky. Mi piace molto portarli in giro. Oltre a questo, come ho già detto, mi piace molto allenare e stare in palestra”. Grazie Vanessa, ti auguriamo una pronta guarigione e speriamo di rivederti presto in gara! “Grazie a voi, un saluto a tutti i lettori! A presto!”

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Meningite, tra epidemie e paure

 di Elisa Corni

Tra dicembre e gennaio si è parlato molto della situazione della meningite in Italia: l’aumento del numero dei casi, soprattutto nel Centro Italia, sta facendo preoccupare l’opinione pubblica, e i cittadini stanno prendendo di mira i centri vaccinazione e le USL, con telefonate e richieste di vaccinazioni. Vera emergenza o paura collettiva? Ma soprattutto, che malattia è, come si contrae e quali sono le terapie e le cure?

COS’È LA MENINGITE Si tratta di una malattia del sistema nervoso centrale che può avere origini diverse: infettiva -la più frequente- o autoimmune -molto più raramente. Può capitare che i batteri e i virus responsabili della meningite, che spesso sono ospitati senza effetti nel nostro apparato respiratorio, una volta entrati nel sangue comportino un’infiammazione della membrana protettiva del nostro cervello, ovvero le meningi. I responsabili di queste infiammazioni nell’80% dei casi sono i meningococchi e gli pneumococchi, bat-

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teri scoperti sul finire dell’Ottocento in quanto responsabili dell’insorgere di una delle malattie che più preoccupano il genere umano. Perché la meningite spaventa così tanto? Perché si tratta di una malattia i cui sintomi -febbre, cefalea e rigidità della nuca- possono essere facilmente confusi con altre patologie. Inoltre, in determinati casi -ad esempio con il meningoccocco di tipo C, quello identificato nei casi di meningite toscani- la malattia ha un decorso molto rapido che può, se non curata in tempi stretti, portare alla morte.

COME SI CURA O SI PREVIENE Quando a causare la meningite sono batteri e virus, l’unica cura è l’intervento rapido e immediato attraverso antibiotici. Quando i sintomi più diffusi si palesano, accompagnati anche da fotofobia, vomito e convulsioni, l’intervento deve essere rapido a causa della virulenza della malattia. Ma come prevenirla? Il vaccino è la soluzione migliore, soprattutto quando riguarda i bambini e gli infanti, che sono la fascia d’età più colpita dalla meningite, e per la quale il tasso di mortalità è maggiore rispetto alle altre. Ma per avere il cosiddetto effetto “protezione del gregge”, i vaccinati dovrebbero essere l’85% della popolazione. Bisogna anche tenere presente che la meningite si può contrarre in molti modi: per contagio, ma anche in caso di traumi cranici o epistassi. Si tratta comunque di una malattia rara, che nei paesi occidentali colpisce circa 3 persone ogni cento mila abitanti, e la mortalità in Europa è tra le più basse al mondo. Mortalità che tende ad incrementare in caso di epidemie, ovvero quando la malattia si diffonde capillarmente sul territorio. È forse il caso della Toscana, dove è stato evidenziato che i casi sono tutti riconducibili ad un unico ceppo di meningococco, il C. Ma si può davvero parlare di epidemia?


IL CASO DELLA TOSCANA Perché l’attenzione della stampa e degli operatori sanitari si sta focalizzando sulla Toscana centrale in questo periodo? Perché rispetto agli anni precedenti il numero di casi è aumentato. Infatti, se nel 2014 sono stati certificati 16 casi di meningite, nel 2015 la cifra è più che raddoppiata, raggiungendo i 38 infetti. Nel 2016 si è registrato un ulteriore aumento, e i casi registrati sono saliti a 41. Nel resto del Bel Paese, però, i dati sono in controtendenza. Non tutti gli esperti sono convinti si possa però parlare di un’epidemia, ritenendo che questa maggiore diffusione sia dovuta a fattori come le tecniche più accurate di diagnosi che permettono di identificare meglio il virus.

La meningite nel mondo Una mappa che indica la distribuzione dei vari ceppi di meningite e l’intensità della diffusione della malattia (in giallo le aree meno colpite, in rosso quelle più colpite)

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Il cenacolo di

Villa Stella

 di Chiara Paoli

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aldonazzo è stata culla dell’arte del Novecento trentino, qui si radunavano, attorno al pittore Oddone Tomasi, diversi componenti del Circolo Artisti Trentini. A dare loro ospitalità era Villa Stella, adagiata sulle pendici del Monte

Villa Stella di Giorgio Wenter Marini, acquarello

nemico italiano che vi avrebbe trovato riuscendo a plasmare la sua arte anche un ottimo punto d’osservazione. Oggi grazie agli stimoli di una cerchia di proprietaria dell’immobile è una proni- amici artisti tra i quali Karl Truppe ed pote del pittore, che custodisce e con- Alois Delug. Il bagaglio di esperienze si serva le memorie di quell’intensa e ani- arricchisce grazie all’insegnamento, momata fase di creatività condivisa assieme tivo che lo induce a fare ritorno nei agli artisti Luigi Bonazza, Giorgio luoghi della sua infanzia, per un incarico Wenther Marini, Stefano Zuech, biennale come docente di disegno alRomualdo Prati, Giulio Cesare l’Imperial Regio Ginnasio Superiore. Prati, Angelico Dallabrida e An- Ma sopraggiungono gli anni bui della tonio Fasal. Grande Guerra, i genitori e le sorelle Quello che rimane della vengono internati a Katzenau mentre vita di Oddone Tomasi sono i suoi “libri di bordo”, fonte di ricordi e testimonianze, ripescate da Luciano De Carli per un articolo sulla rivista socio-culturale UCT nel Villa Stella distrutta dagli austriaci lontano 1989. Una nuova pubblicazione Rive, l’edificio venne realizzato su pro- ed una mostra organizzata dal getto dell’architetto Giorgio Wenther Centro d’Arte La Fonte di CalMarini tra il 1922 ed il 1924, ed è noto donazzo nel 2014 sono invece anche come il “Masetto del pittore”. il frutto del lavoro del presiLa casa venne costruita per rimpiazzare dente dell’associazione culla più ampia costruzione che nel 1915 turale e giornalista Rai Waimer i soldati austriaci avevano provveduto Perinelli. Nel nuovo volume a distruggere per non avvantaggiare il la ricerca di De Carli si completa grazie al Donna con calze - nudo femminile, olio su cartone contributo di Oddone Tomasi Barbara Ferrari. Oddone Tomasi nasce il Oddone si rifugia nuovamente a Vienna. 12 febbraio 1884 e fre- Conclusi i combattimenti, la vita sembra quenta, assieme ai col- ricominciare, a Caldonazzo, ispirato da leghi, la Scuola Reale Eli- un luogo che sembra aver assorbito sabettiana di Rovereto, l’arte dalla famiglia Prati, Oddone Tomasi sua città natale. Si sposta trascorre brevi ma intensi periodi di atpoi a Roma, a Monaco tività. Quel Circolo di artisti, istituito di Baviera, non trovando dall’amico Luigi Bonazza nel 1912, soin queste città quello che vente si raduna sulla sponda del lago, desiderava, si reca dun- in quella casa in cui l’arte regna sovrana. que nella fervente Vien- Sembra aprirsi un periodo di serenità, na secessionista, dove la villa ricostruita, i soggiorni sul lago, Oddone, Wenter e altri amici decorano l' a ttuale Villa Stella risiede dal 1906 al 1913, il sole e le gite in montagna, ma tutto

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questo dura poco e nel 1923 si affaccia l’ombra della malattia, che trascina l’artista in una spirale di pensieri che si affastellano nella mente, quell’ossessionante pensiero della morte che non dà tregua. La sua arte spazia dal paesaggio alla ritrattistica, per approdare alle vignette satiriche che realizza nei suoi soggiorni invernali nella casa

Oddone Tomasi con alcuni amici al lago di Caldonazzo di cura di Arco, dopo la scoperta della malattia. È nella cittadina termale che conosce l’arte applicata grazie all’intagliatore d’ulivo, Zeni; prendono così vita numerosi oggetti di uso quotidiano, conservati dalla sorella Lidia. Sono gli anni del Futurismo, l’arte entra nelle case e diviene anche capo d’abbigliamento; lo stesso Oddone Tomasi si dedica anche alla creazione dei disegni dei costumi del Trentino, che vengono realizzati dalle sorelle, in particolare da Lidia, che per questo viene chiamata “madrina della famiglia del Costume Trentino”. Quando Oddone Tomasi muore di tubercolosi il primo gennaio del 1929, l’esperienza del Circolo Artisti Trentini si conclude; con la scomparsa dell’artista si chiude un capitolo dell’arte trentina, quello intitolato “Il Cenacolo di Villa Stella”.

Si ringrazia Waimer Perinelli per la gentile concessione delle fotografie.

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BORGO VALSUGANA - Via della Fossa, 4 Tel. 0461 751172 - Fax 0461 756644 agenzia@dalsasso.tn.it Autoritratto con la madre - Oddone Tomasi

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enaip di borgo valsugana

50 anni di storia I

n Trentino, dopo la seconda guerra mondiale, vi è una grave situazione socio-economica che vede un’agricoltura di sussistenza, disoccupazione diffusa, mancanza di posti di lavoro, un’intensa emigrazione stagionale (in Europa) e definitiva (emigrazione in Cile, supportata dalla Regione, nel 1951 e 1952). Le Acli nascono a Roma in un convegno nel convento di S. Maria sopra Minerva dal 26 al 28 agosto 1944. A Trento nascono il 19 marzo 1946. Si fanno carico della grave e diffusa disoccupazione e organizzano corsi serali, diurni, brevi, invernali ecc..., di ogni tipo: muratore, carpentiere in legno, saldatore, elettricista, congegnatore meccanico, casaro, agraria in genere, economia domestica ecc..., attraverso

Enaip nel 2016

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un organismo denominato Cpaip (Centro Provinciale Acli per l'Istruzione Professionale) con finanziamenti dal Ministero del Lavoro, dalla Regione (allora competente) e poi dalla PAT. Fino al 1951 il Centro organizza oltre 100 corsi in diverse sedi: Trento, Rovereto, Condino, Lavarone, San Michele, Terragnolo, Tezze, Bosentino, Strigno e altri. Vero promotore di tutto fu l'on. Giuseppe Veronesi, sindaco di Rovereto (dal 1946 al 1957) e deputato a Roma per quattro legislature (dal 1948 al 1968). «Occorre dare tranquillità alle famiglie – diceva Veronesi – perché possano educare bene i propri figli. Per raggiungere questo obiettivo è necessario dare lavoro, poi una casa, poi una completa formazione professionale». Nel 1951 le Acli fondano l'Enaip (Ente Nazionale Acli per l'Istruzione Professionale). Nel Trentino il Cpaip aderisce all'Enaip fin dal 1952. Continua l'attività dei corsi che duravano 3-4-mesi, con sei ore al giorno di lezione (muratori-carpentieri). Nel 1953 viene nominato direttore dell'ENAIP provinciale un giovane perito industriale, Giorgio Fedrizzi, che rimarrà direttore fino al 1968. Con la sua direzione la formazione professionale nel Trentino decollerà decisamen-

La scuola in costruzione te. Nel settembre 1958 la formazione professionale dell'Enaip verrà riorganizzata profondamente. L'obiettivo è dare anche ai giovani delle valli l'opportunità di una adeguata formazione professionale senza dover affrontare notevoli spese per la frequenza di scuole concentrate a Trento e Rovereto. I seminari, minore e maggiore, (tendenzialmente orientati a preparare futuri sacerdoti) accolgono già studenti che si orientano agli studi umanistici. La concentrazione di grosse industrie nella Valle dell'Adige (Ignis, Michelin, Montecatini, Pirelli, ecc..) richiamerà molti lavoratori dalle valli che cominciano a essere abbandonate o destinate al sottosviluppo. La formazione professionale del momento tiene conto delle esigenze del mondo del lavoro, in quel momento in rapida espansione nei settori edile, meccanico ed elettrico, sia in Italia che all'estero. L'anno scolastico viene organizzato su 10 mesi con 40 ore (effettive) di lezione settimanali. Le sedi


Inaugurazione ieri... iniziali furono: Trento (poi trasferito a Trento Man), Ossana, Storo, Predazzo, Cles, Fiera di Primiero, Borgo Vals.; negli anni successivi chiuderanno Storo e Predazzo e apriranno le sedi di Tione, Arco, Varone di Riva (settore alberghiero), Tesero (settore alberghiero) e Villazzano. Le lezioni si svolgevano in locali, talora anche di fortuna, messi a disposizione da Comuni, da parrocchie (oratori) e da privati. La qualifica proposta era quella di: • saldatore con la fiamma ossiacetilenica ed elettrica. Durata del corso: 1 anno aperto alla frequenza di giovani di ogni età; • muratore-carpentiere. Durata del corso: 2 anni aperto alla frequenza da parte di giovani dai 14 ai 18 anni; • un corso di orientamento, con l'obiettivo di aiutare il giovane a maturare una scelta tra congegnatore meccanico o elettricista impiantista. Durata del corso: 1 anno aperto ai giovani dai 14 - 15 anni;

• congegnatore meccanico: operatore a mano e alle macchine utensili. Durata del corso: 2 anni dopo il corso di orientamento; • elettricista impiantista in bassa tensione. Durata del corso: 2 anni dopo il corso di orientamento. Le lezioni teoriche vengono svolte da diplomati nei singoli settori (periti meccanici, elettrici, geometri); le lezioni pratiche vengono svolte da operai molto qualificati assunti tra coloro che hanno grande esperienza specifica nelle varie professioni. Nell'orario settimanale sono fissate anche lezioni di cultura generale, educazione civica e religione, svolte da insegnanti diplomati e/o laureati in materie umanistiche e sacerdoti. Obiettivo dell'Enaip, infatti, non è solo quello dell'addestramento del giovane a mansioni meramente esecutive, ma di aiutarlo a crescere in coscienza civica, in capacità di relazioni e in dignità se-

... e oggi condo i valori della solidarietà e del vivere sociale. Confrontando l'evoluzione socio-economica della Valsugana con la presenza del Centro di Formazione di Borgo, si può dire che questo si è rivelato uno strumento indispensabile di sviluppo e di insediamento per molte realtà economiche. Il 70-75% dei dipendenti delle industrie e delle imprese artigiane della Valsugana ha frequentato il Centro di Formazione Enaip di Borgo (oltre 4.000 persone). Una consistente forza lavoro che ha contribuito in maniera determinante a far uscire la Valsugana dalla situazione di sottosviluppo e povertà del secondo dopoguerra. Una concreta realizzazione di scelte e strategie elaborate dalla politica e, quindi, dall'uomo. Una storia che deve aiutarci a orientare il nostro futuro. Sintesi dell’intervento di Aldo Degaudenz al convegno per il 50° dell’istituto Enaip di Borgo Valsugana.

Corso muratori del 1952

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Bilancio di un anno di attività. Parla Il Comandante Tabarelli

Polizia Locale Alta Valsugana  di Andrea Casna Nuove tecnologie e maggiore collaborazione con i cittadini è il binomio che ha caratterizzato l'attività 2016 del Corpo Intercomunale di Polizia Locale dell'Alta Valsugana. E il risultato si vede nei dati presentati a fine gennaio dal comandante Andrea Tabarelli.

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ello specifico, per fare un esempio, si tratta dei controlli della velocità mediante le apposite apparecchiature in dotazione al corpo di polizia locale. Dal 2014 al 2016 sono aumentati i controlli della velocità, mediante telelaser, con contenzioso immediato: si è passati dai 47 controlli del 2014 ai 218 del 2016. Un aumento, spiega il comandante Tabarelli, dovuto alle segnalazioni da parte dei cittadini in riferimento a situazioni o a tratti stradali maggiormente soggetti al non rispetto, da parte degli automobilisti, dei limiti di velocità imposti dal codice della strada. Interessanti, infatti, sono le informazioni dell'ultimo triennio sulle violazioni del codice della strada. Per il 2016 in testa alla classifica abbiamo i divieti di sosta pari a 1796 violazioni (nel 2015 sono state 2043). Sul secondo gradino del

Andrea Tabarelli podio abbiamo le violazioni per il superamento del limite di velocità: 1037 contro i 226 del 2014 e i 244 del 2015. Al terzo posto le soste vietate: 395 violazioni nel 2016 (dato in calo: 403 nel 2014; 357 nel 2015). A livello generale le violazioni del codice della strada sono state 5391 nel 2016 contro i 4547 del 2014 per un importo pari a euro 458.030,00. Il bilancio di un anno di attività non è fatto solo di numeri e Tabarelli spiega che negli anni l'attività della polizia municipale si è fatta sempre più complessa perché più complessa è diventata la società. Tale cambiamento ha portato a occuparsi di casi che anni fa erano principalmente a carico di altre forze presenti sul territorio. Recentemente, infatti, è iniziata l'attività di controllo delle sale da gioco. Questo per accertare la presenza del cartello indicante il divieto ai minori e il controllo sulla regolarità dei “venditori itineranti”.

In aumento anche i controlli, mediante foto trappole, per prendere con le mani nel sacco i “furbetti della differenziata”. “Un dato – dice Tabarelli – difficilmente quantificabile perché rientra in vari ambiti di intervento come, per esempio, l'attività ordinaria degli agenti. Per quanto riguarda la raccolta differenziata – spiega il comandante – importante è la collaborazione dei cittadini che denunciano le irregolarità e segnalano anche chi compie queste irregolarità. Questo è un supporto importante perché aiuta a lavorare al meglio in un contesto dettato dal calo del personale. Siamo passati da 37 a 31 unità”. Poche, spiega il comandante, per un territorio che comprende l'Altopiano della Vigolana, Baselga di Piné, Caldonazzo, Calceranica, Levico Terme, Pergine Valsugana e Tenna e per un corpo che in un anno riceve 70mila telefonate da parte dei cittadini. Una realtà territoriale, inoltre, che nel periodo estivo arriva ad avere a Levico un milione di presenze. “Vista la situazione – prosegue il comandante – ci stiamo dotando di nuovi strumenti e di nuove tecnologie per riuscire a dare risposte concrete ai cittadini. Invito i cittadini a collaborare segnalando in forma anonima le irregolarità di chi non rispetta, per esempio, le semplici norme che regolano la raccolta differenziata”.

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LA DONNA MODERNA

dal

pudore corroso

 di Patrizia Rapposelli

“Cor gentile”: la gentilezza è la nobiltà d’animo, l’elevatezza del pensiero, la disposizione verso la virtù, la sensibilità e la delicatezza, la capacità di provare sentimenti profondi. La donna ha l’aspetto di un angelo e la letteratura cortese agli occhi dell’uomo la fa risplendere come gli angeli a quelli di Dio. Cosa potrebbero scrivere i poeti del dolce stil novo della donna moderna e dell’uomo che la vede?

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l poeta Guinizzelli esprime sottilmente nella sensibilità, la delicatezza e il riserbo il concetto di pudore. Recenti ricerche fanno emergere il crollo del senso pudico della donna moderna. Sembra una banalizzazione, ma i numeri fanno parlare di sé e privati di ogni forma moralizzatrice ci mostrano una vera e propria evoluzione sociale. L’eccesso o il falso pudore hanno caratterizzato la storia dalla Roma repubblicana, al suo scomparire nell’epoca imperiale ad oggi: dalla verecondia difesa e controllata alle oscenità più manifeste, dalla tenerezza erotica alla pornografia più indecente, dalla sessuofobia al permessivismo privo di limiti; estremi che indicano lo stretto legame che c’è tra cultura e pudore. Infatti si deve fare i conti con i valori e i comportamenti della società di appartenenza, i quali interiorizzati condi-

zionano chi siamo e la pudicizia non sembra una qualità propriamente valorizzata. Il significato vede muoversi tra due poli semantici, dove da un lato indica un senso di riserbo e disagio in allusioni, termini, atti, comportamenti che riguardano la sfera sessuale; dall’altra il ritegno, la discrezione e il rispetto della propria e altrui sensibilità. Il secondo senso oggi non viene quasi considerato, ci si concentra maggiormente sulla prima concettualizzazione ed in particolare nell’ottica comune lo si collega al tabù e all’”uso” del corpo. Da qui una visione distorta della donna pudica, la quale viene scambiata per poco aperta e incapace di provocare piacere nel maschio, mentre la donna spregiudicata e disinibita strumento di potere e seduzione. Ritengo ci vorrebbe un equilibrio, ma nella società dell’immagine non è possibile. Ruolo centrale lo hanno i media e il mondo televisivo con le loro immagini selezionate e l’idea comune di fare un uso manipolatorio del corpo delle donne; vediamo una figura femminile dall’ interiorità accan-

tonata e dall’accettazione passiva. Rifletterei sul fatto che lo schermo diventa comunicazione, educazione e memoria, condiziona una cultura e le menti di chi la guarda, credo che i dati della ricerca parlino da sé. Se pensiamo in prospettiva psicologica osserviamo che il pudore fa riferimento al senso dell’intimità legato al corpo, alla percezione di un confine che pur avendo distanze differenti non va violato e ha valore psicologico. Umberto Galimberti ci dice essere una forma di difesa da parte di un’intrusione anche psicologica di terzi: siamo sicuri che non ci sia nulla da proteggere di sé? La naturalezza dello spogliarsi, il corpo che piace essere mostrato, l’idea che la spregiudicatezza sia un modo per apparire sicure e un mezzo per ottenere una dislocazione sociale sono solo specchi di una società che assottiglia sempre più confini e limiti. La donna angelica ha lasciato lo spazio ad una donna dal senso pudico fisico corroso e dall’evidente senso pudico nei sentimenti: ci si vergogna ad apparire fragili, innamorati e delusi. Vi lascio con una riflessione: forse la donna cortese alla fine era più coraggiosa.

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PSICOLOGIA&SALUTE

LA LUDOPATIA e/o GAMBLING

Una nuova e pericolosa dipendenza

Quando si parla di nuove dipendenze si considerano tutti quei comportamenti o attività lecite che però minano la qualità della vita o i rapporti sociali del soggetto e della propria famiglia. Non c’entrano nulla come istintivamente si potrebbe pensare con la dipendenza da sostanza chimica. In questi casi, infatti, si considerano una serie di emergenti dipendenze del nostro secolo, tra le quali il fare acquisti compulsivamente (che può portare a disturbi di accumulo), o da tecnologia, o ancora dal gioco d'azzardo fino ad arrivare alla dipendenza dal proprio lavoro o dal sesso.

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egli ultimi anni si è assistito ad un aumento sensibile di questi comportamenti patologici, tanto da spingere i professionisti del settore ad individuare protocolli di intervento o comunque approfondire dei metodi di cura terapeutici efficaci. Ricordiamoci che le dipendenze sono sempre esistite e sono mutate a seconda della cultura, del contesto in cui si vive e in base alla società. Facendo una breve carrellata si è passati dall'alcool, all'uso di droghe (sintetiche e non), fino ad arrivare al mondo attuale dove si riscontrano dipendenze che possiamo definire di tipo comportamentale. Nonostante i mutamenti avvenuti rispetto l'oggetto delle condotte patologiche, si possono evidenziare dei parallelismi comuni tra tutte queste difficoltà. Come prima cosa, si riscontra alla base delle varie patologie una dis-regolazione degli impulsi, accompagnati da comportamenti definiti compulsivi. Questi tipi di atteggiamenti si caratterizzano da una perdita di controllo temporanea nell'attività e/o della

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situazione in cui ci si ritrova. Spesso è accompagnata/scatenata da una sensazione crescente di tensione interna, che funge da motivatore nel mettere in atto il comportamento mal adattivo (in gergo tecnico è definito craving). Naturalmente, nel momento in cui questo impulso è soddisfatto la tensione lascia spazio al sollievo e/o al piacere. A comportamento avvenuto, la persona arriverà alla consapevolezza delle conseguenze negative e in alcuni casi all'emergere di sensi di colpa, che però non si rivelano sufficienti per non ricadere nell'abitudine malsana. Come detto sopra, sinteticamente questi sono i meccanismi per cui si instaurano e si mantengono i comportamenti di dipendenza. Una delle “piaghe” dei nostri tempi se parliamo di nuove dipendenze – basta pensare alle recenti notizie di cronache in cui un padre ha lasciato in macchina

 di Erica Zanghellini

alle tre di mattina al freddo e al gelo il figlioletto – riguarda la ludopatia o gambling (gioco d'azzardo problematico). Gambling significa “puntare o scommettere una data somma di denaro, o oggetto di valore, sull’esito di un gioco che può implicare la dimostrazione di determinate abilità o basarsi sul caso”. Ampliando la definizione, il giocare d’azzardo quindi può anche essere definito come “qualsiasi puntata o scommessa fatta, per sé o per altri, con denaro o senza, a prescindere dall’entità della somma, il cui risultato sia imprevedibile ovvero dipenda dal caso o dall’abilità” (Gamblers Anonymous, 2000). Possiamo considerarla a tutti gli effetti un problema con impattanti ripercussioni sulla qualità di vita, che spesso coinvolge non solo la persona interessata, ma porta con sé anche i famigliari. Dobbiamo inoltre aggiungere, spesso e volentieri comportamenti rischiosi che hanno ripercussioni negative sul proprio benessere e quello dei propri cari.


Quante persone hanno dilapidato patrimoni, immobili ecc... per colpa di questo problema? Sebbene, come ogni cosa importante, necessiti di impegno e di costanza per arrivare all'obiettivo è essenziale sapere che si può superare questa situazione, esiste una via d'uscita e prima ci si prova meglio è. Se è affrontata fin dai primi segnali d'allarme le possibilità di risolvere la difficoltà connessa al gioco patologico in tempi veloci e in modo efficace aumentano proporzionalmente. Evitare eventuali complicanze direttamente connesse, quali crolli finanziari, crisi famigliari e lavorative, fino ad arrivare nei casi più estremi a problemi giudiziari risulta essere, come facilmente intuibile, un forte vantaggio. Non pensiamo che siano pochi i casi dove almeno uno di questi fattori entra in gioco, ed è per questo che è importante non sottovalutare possibili campanelli di allarme o rimanere nel dubbio se un nostro caro abbia questo tipo di difficoltà. Procrastinare la presa in mano della situazione o meccanismi di giustificazione si riscontrano quasi in tutte le storie dei giocatori e della propria famiglia. Uno degli approcci terapeutici efficaci per affrontare questo problema comprovato da studi scientifici è la terapia cognitiva-comportamentale, che punta a identificare i meccanismi alla base della dipendenza da gioco e alla sostituzione di eventuali strategie disfunzionali per affrontare e gestire tale condotta problematica. Ricordiamoci che purtroppo è molto difficile il primo approccio, il giocatore spesso e volentieri nega la propria condizione, cerca di tenerla nascosta alla sua famiglia, e quando viene a galla rigetta l'ipotesi di avere una dipendenza e quindi di cercare aiuto. Affidarsi a specialisti del settore per il trattamento, vuol dire come prima cosa essere motivati ad affrontarla. Finché una persona non ammette di avere un problema col gioco mancano i presupposti per intraprendere una terapia di successo. La motivazione deve essere interna, cioè deve essere la persona stessa a volere modificarsi/cambiare, ma se vi si rivolge solo per via di pressioni esterne dei famigliari oppure lavorative si riducono le percentuali di riuscita. Ricordo inoltre, che è possibile anche frequentare dei gruppi di auto-aiuto dedicati a tale tematica; sono importanti per facilitare la maturazione della consapevolezza del problema e per mantenere un buon grado di motivazione per superare tale patologia.

Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento - Tel. 3884828675

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L’emergenza di oggi per la chiesa è conoscere

Gesù di Nazareth

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l saluto della comunità di Levico a don Erardo Betti, levicense dei coscritti del 1923, è stata l’occasione per l’arcivescovo mons. Lauro Tisi di fare una delle più belle omelie mai sentite da queste parti. Omelia completata dalle testimonianze dei parrocchiani di S. Alessandro di Riva del Garda dove don Erardo ha operato per 25 anni, edificando anche la più grande chiesa della città, altrettanti dalla parrocchia di Giovo che ricordano don Erardo come una persona integerrima, sempre con il sorriso e disponibile ad aiutare tutti, e i fratelli e le sorelle del movimento dei Cursillos di Cristianità di Mezzocorona che il sacerdote seguiva con entusiasmo. In molti hanno voluto ricordare un episodio della vita di don Erardo che lo ha visto portare a termine le celebrazioni del triduo pasquale nonostante una frattura alla rotula procuratasi in una caduta di poco prima. «La cosa che più vi raccomando – ha scritto don Erardo nel suo testamento spirituale – è di amare Dio con tutto il cuore e di volere bene alla Madonna». Mons.

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Lauro Tisi, ha iniziato l’omelia nell’obito di don Erardo Betti, citando l’episodio del battesimo di Gesù nel Giordano con dei riferimenti al libro dell’Apocalisse, con la descrizione della Gerusalemme futura, compimento della storia umana secondo il progetto di Dio, immaginando il Padre che accoglie don Erardo presso di sè, in casa sua, dove «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno». Mi piace pensare don Erardo che arriva, forte, di fretta, dal suo Signore. E il suo Signore gli riserva il posto che ha sempre preparato per lui, e gli fa festa perché con la sua vita ha testimoniato l’affetto per Dio. Sono qui gli amici di sant’Alessandro ai quali don Erardo ha regalato la chiesa. Ci sono gli amici di Giovo che lo ricordano integerrimo nell’alimentare la loro fede con l’adorazione eucaristica e la pratica del rosario. Certamente don Erardo ha costruito la chiesa di mura, ma soprattutto ha costruito con la sua vita una casa per il Signore, perché lui ci ha testimoniato che Dio può essere veramente il compagno di giornata. L’uomo don Erardo è stato soprattutto un uomo che ha edificato la chiesa del Signore, dove si cammina convinti che la vita non è un succedersi a caso di tanti eventi, ma è un disegno provvidenziale di Dio, dove Don Erardo Betti Dio cammina, abita, è presente. Anche con il suo sem-

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 di Franco Zadra

plice portare la tonaca, egli ha affermato il primato di Dio nella sua vita. Per lui la giornata era innanzitutto parlare con Dio, avere Dio come riferimento, frequentare il Signore. Ogni prete lascia una stilla del mistero dell’amore di Dio. La stilla che ci ha lasciato don Erardo è questa: un uomo che costruiva la sua giornata attorno al suo Signore, che aveva il Signore come riferimento del suo muoversi, della sua gioia. Di questo gli siamo quanto mai grati. Dobbiamo dirgli un grande grazie! Perché per noi uomini dell’epoca moderna avere questa certezza della presenza di Dio è un po’ difficile. Don Erardo direbbe: «Che problemi ci sono? Fidati e vai avanti!». Per lui Dio non era una domanda, era una certezza, una sicurezza, un interlocutore della vita, al quale dava del “tu” e a cui si aggrappava. Il testo della prima lettura (Is 42) ci parla di un Dio che non spezza una canna incrinata, non spegne uno stoppino fumigante, e non alza la voce. Una buona notizia anche per noi che non abbiamo la certezza granitica di don Erardo, che forse sul fronte della fede siamo più dubbiosi. Un Dio che non ha niente a che


quello, dei comandamenti, del se sei bravo qui, se sei bravo là… Niente a che fare con il Dio di Gesù di Nazareth, che non è il Dio che ti vuol bene perché tu gli vuoi bene. È veramente un’eresia dire che se io voglio bene a Dio, lui mi vuol bene. Perché Dio non è questo. Il Dio di Gesù di Nazareth ti ama perché sei figlio, dall’eternità. Ognuno di noi, che sia santo o sia birbante, è amato da Dio. Il Dio del

fare con gli apparati religiosi che lo descrivono, piuttosto con le categorie della forza, dell’energia, della potenza, del distruggere. Isaia lo descrive con i tratti della delicatezza, capace di recuperare persino chi non ha quasi più vita, lo prende per mano e lo solleva. Un annuncio profetico materializzato poi nella persona di Gesù di Nazareth. Se c’è un’emergenza oggi nella chiesa è questa: conoscere Gesù di Nazareth! Noi abbiamo conosciuto nel corso della nostra formazione spirituale il Dio dell’etica, del fa Monsignor Lauro Tisi questo e non fare

contratto, del commercio, della religione, che ti risponde se fai il bravo. Ma questo non è il Dio di Gesù che ti ama in modo radicale, che ti dice che sei amato anche quando attorno a te si fa il deserto, che sei amato persino nella morte. Il Dio dell’amore si mette in fila con i peccatori. Un Dio che non ci ama stando fuori dalla vita, ma ci ama stando dentro la vita, e entrando nella vita in punta di piedi, senza far rumore. Un Dio meraviglioso che don Erardo ha testimoniato con la sua vita. Un Dio bellissimo, non il Dio della morale, che si fa compagno di strada e ci prende per mano con la delicatezza di una madre.

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«Agire per il Trentino» è il nuovo soggetto politico che ha fatto il suo ingresso nel panorama trentino. Molto conosciuto anche in Valsugana, il suo iniziatore, il consigliere provinciale Claudio Cia, intende con questo movimento promuovere innanzitutto una difesa dell'autonomia Trentina, prezioso patrimonio da preservare, speranza di futuro per le nuove generazioni, non merce di scambio per mantenere poltrone e incrostazioni di potere ormai intollerabili. Un partito che parte dal basso, stando fra la gente. Per questo non può essere che “civico”, così da rappresentare un vero punto di riferimento per l'elettorato trentino di centro destra, compreso quello autonomista, che fatica a identificarsi nell'attuale alleanza di governo, tra autonomisti e Partito Democratico. Questione morale, autofinanziamento, un profondo legame con la cultura autonomista e i territori, la difesa delle fasce più deboli di popolazione, e tutti i valori che i partiti tradizionali faticano a declinare in politiche concrete, assolvendo sempre più di rado alla funzione, basilare, di collegamento tra elettorato e politica. Agire vuole farsi riconoscere anche per la lotta contro gli sprechi, che intende condurre con tenacia e coerenza, lottando contro inefficienza ed eccessivo centralismo burocratico, con lealtà, onestà intellettuale, e garanzia di fedeltà all'impegno istituzionale ricevuto dagli elettori. I valori di riferimento di Agire, sono la famiglia naturale, la tutela della dignità delle persone, il diritto dovere al lavoro e allo studio, al tempo libero, alla casa.

Claudio Cia - Consigliere Provinciale di Agire

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“AGIRE”,

fare politica per la gente

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erché un nuovo movimento? Non c’era abbastanza confusione nel palcoscenico della politica trentina? Girolamo Tartarotti, un illustre roveretano del ‘700, diceva a proposito della politica che «se tutti coloro che a questa nobile arte si accingono, dallo stesso fine fossero guidati, e tutti la verità per meta dei loro pensieri si prefiggessero, non può negarsi che la molteplicità delle idee dovrebbe arricchire il benessere del cittadino. Valga però il vero, pochi sono quelli che da così tanto zelo si trovino veramente stimolati. Chi da devozione alla propria scuola, e chi da mal talento verso il suo avversario è preso. Di conseguenza, non sempre la verità si raggiunge e succede ben spesso, che anche dopo aver difeso il falso, nientedimeno si ottiene l’intento». Già dichiararsi fin da subito dell’area politica del centrodestra autonomista dovrebbe redimere un po’ di confusione e rendere ancora attraente una partecipazione alla politica per chi, vittima di machiavelliche e deleterie logiche di partito ha scelto, invece, la via dell’astensione dal voto. Una disaffezione comprensibile, ma pericolosa poiché arresa allo sfacelo. Rispondere alla chiamata a mettersi a servizio della gente, percorrendo le stesse strade,

 di Franco Zadra

condividendone i problemi, impegnandosi in una politica capace di ascoltare, che onori gli impegni, rispetti il singolo, tuteli le minoranze linguistiche, ha visto in poco tempo il fiorire di molti coordinamenti di Agire in tutto il Trentino. Piccole squadre unite nel far crescere un soggetto che parta dal basso, che valorizzi i sentimenti locali, leghi le nostre vallate, unifichi le aspirazioni in un Movimento vasto, autonomo, forte, propositivo, affinché divenga un riferimento valido e credibile, aperto ad altri movimenti e partiti che si riconoscono nella stessa linea politica, alternativo all’attuale maggioranza in Provincia. Tra le priorità del Movimento c’è la volontà di ritrovare l’orgoglio per la nostra terra; l’impegno per una proposta politica che rimetta al centro l’Autonomia come strumento di crescita e sviluppo del cittadino, dei Comuni e delle organizzazioni sociali, sottraendola all’attuale logica di rafforzamento del potere delle Istituzioni causa di un centralismo pericoloso per la stessa democrazia. Gli sconvolgimenti economici e sociali degli ultimi tempi hanno trasformato il volto delle nostre città e dei nostri paesi a cui vogliamo restituire serenità, sicurezza e decoro. Non siamo disposti ad

Il coordinamento provinciale


è attivo a Borgo il coordinamento per la bassa Valsugana e Tesino

accettare l’immobilismo di chi, occupato a garantirsi posizioni di potere, ci vuol far credere che questa è, e sarà, la società del futuro. Al centro della nostra azione ci sono pertanto le persone, le tradizioni, l’ambiente, il suo paesaggio naturale, storico, artistico, e quella dignità che il nostro territorio si è costruito nel tempo. Le potenzialità sono inimmaginabili; rimane soltanto la volontà di metterle in evidenza. Per farlo c’è bisogno di coraggio, sacrificio, disinteresse personale. E amore. Amore per i propri figli, per la propria terra, per la verità. In Agire “uno vale uno”, dentro una rete coordinata territoriale, con ruoli funzionali e un sistema di garanzie, i cui tratti fondamentali esprimono la democrazia interna, la trasparenza, e l’informazione. Il curriculum politico di chi vorrà aderire al movimento non è un aspetto lasciato al caso: per evitare opportunismi e transumanze non saranno ammessi coloro che risultano iscritti ad altre formazioni o movimenti politici locali. Ugualmente non saranno ammesse attività a favore di un’altra lista o partito, né la candidatura o la prestazione di firma per le sue liste elettorali.

Gruppo Coordinamento AGIRE Levico Terme- da sinistra Nicola Bruno, Alberto Giacomoni (coordinatore), Umberto Pedrin

Si è presentato a Borgo Valsugana il coordinamento territoriale della bassa Valsugana e Tesino di “Agire per il Trentino”, guidato da Massimiliano Trentin, capogruppo di minoranza a Telve di Sopra, e dal vice Luca Bettega, assessore di Borgo, ne fanno parte Marco Gonzo di Borgo, Mirko Pillon trevisano da anni residente a Borgo, e Antonella Pace di Cinte Tesino. “Agire non vuole essere un nuovo partito, ma piuttosto propone un nuovo modo di fare politica a stretto contatto con le persone, non è il giocattolo di nessuno, non è la costola di qualcuno, non è ‘il movimento di Cia’, che lo rappresenta a livello provinciale, ma è un progetto di onesti che vuole offrire una alternativa concreta al centro-sinistra autonomista. Infatti Agire si pone l’obiettivo di essere la “voce” dei cittadini, stando materialmente al loro fianco e non scomparendo una volta eletti come sono soliti fare i politici“, queste le parole del coordinatore Trentin davanti ad un nutrito numero di partecipanti, tra cui alcuni amministratori. Agire della bassa Valsugana e Tesino si riconosce nel centro destra provinciale e dialoga con gli altri partiti in modo costruttivo. Benché si tratti di un movimento nato da poco ha già riscosso notevoli consensi, grazie al modo umile di fare politica che lo contraddistingue e che lo rende più vicino al popolo. “Nella bassa Valsugana, Agire – dice il coordinatore Trentin – porterà avanti temi molto importanti come: il sociale, il lavoro, la famiglia, il turismo e l’urbanistica. Ma avrà un certo riguardo anche per il progressivo impoverimento delle strutture sanitarie del territorio come le chiusure e le riduzioni dei reparti dell’ospedale San Lorenzo di Borgo e la chiusura della guardia medica in Tesino”. Al termine della presentazione i saluti di Claudio Cia, coordinatore provinciale e fondatore di “Agire”: “Tutti si lamentano della politica, si “spara” sui politici e spesso a ragione, però quando si chiede di metterci del proprio per cambiare questo modo di fare politica allora tutti si mettono dietro le quinte. Per questo ringrazio queste persone che hanno deciso di metterci la faccia, le idee e l’impegno. È un movimento che sta crescendo in modo umile”.

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il Personaggio  di Adelina Valcanover Nato a Trento, attualmente vive a Pergine con la famiglia. Cantore ne “I Minipolifonici” diretti da Nicola Conci, da lui riceve la prima formazione musicale. Si diploma in Organo e Composizione Organistica sotto la guida del M° Giulio Parodi, in Clavicembalo con Cecilia Lombardino, summa cum laude, e in Musica Corale e Direzione di Coro con Cecilia Vettorazzi. Si perfeziona in organo con Michael Radulescu (Cremona) e Brett Leighton (Basilea), in clavicembalo e organo antico con Christopher Stembridge (Brescia). Finalista in concorsi nazionali e internazionali, ottiene riconoscimenti di critica e pubblico. È ospite di importanti sedi concertistiche e Festival in Italia e all’estero. Ha collaborato con numerosi compositori in particolare con Cecilia Vettorazzi con la quale ha eseguito in questo ultimo decennio brani in prima assoluta per organo e voce, coro e organo, archi e organo e per organo solista. È tra i fondatori, e attualmente membro del direttivo, dell’Associazione Organistica Trentina “Renato Lunelli”, che promuove attività, studi e ricerche sul patrimonio organario, collaborando inoltre alla realizzazione d’incisioni discografiche dedicate agli organi del Trentino. Ha insegnato nel Conservatorio ‘Giovanni Battista Pergolesi’ di Fermo dal 1999 al 2015, nei corsi di Pratica organistica, Canto gregoriano, Clavicembalo, Basso continuo e tenendo seminari sulla prassi esecutiva della musica antica. Insegna Organo e Canto Gregoriano al Conservatorio “Lucio Campiani” di Mantova. È organista presso il Santuario della Madonna delle Laste di Trento.

ADRIANO DALLAPÈ Vuole presentarsi con una frase che racchiude la Sua descrizione in estrema sintesi? “Un organista proteso verso una costante ricerca musicale atta a rendere espressivo lo strumento organo, ricco di congegni e sonorità variegate, ma per molti aspetti macchinoso e complesso nell’atto esecutivo e interpretativo. In sintesi, una sfida tra la macchina e il risultato musicale laddove l’organista, con sacrificio e costante appliAdriano Dallapè cazione, fa da tramite”. Che cosa l’ha portata a studiare e poi insegnare questo particolare strumento? “Il primo impatto l’ho avuto a nove anni entrando in chiesa dove ho cercato di mettere le mani su un armonio, e successivamente nella chiesa di S. Maria Maggiore a Trento dove Parodi (che poi divenne il mio Maestro) fece un concerto sul bellissimo organo Mascioni. Da quel momento e da quelle magnifiche impressioni sonore mi sono dedicato interamente allo studio dell’organo, con il fondamentale avvio allo studio da parte del Maestro Conci, senza il quale non sarei entrato al Conservatorio Bonporti di Trento. L’insegnamento, finiti gli studi, fu un processo naturale che con gli anni divenne sempre più appassionato. La stessa passione mi venne trasmessa dai miei maestri, in primis Parodi e successivamente da Radulescu, Leighton e Stembridge”. Cos’è e come nasce un organo? “Potrei esordire con una frase di Girolamo Diruta, teorico del XVI sec. “l’istrumento musicale, l’Organo quello che raccoglie in se tutti gli altri,… così chiamato è Re degl’istrumenti”. L’organo è costituito da tre elementi basilari: le canne, i mantici e le tastiere. I mantici hanno lo scopo di riempire d’aria il somiere (grande cassa in legno) sopra il quale sono poggiate le canne, pronte a entrare in azione con le varie sonorità determinate dalla diversa forma e taglio delle stesse. Il tutto azionato dalle tastiere, che provocano l’apertura della valvola di quella determinata canna. Una vera orchestra sotto le dita”. Chi lo inventò, dove e quando? “Il primo strumento secondo le fonti è stato

Organo III sec. a.C.

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Facciata dell' o rgano Graziadio Antegnati di Santa Barbara a Mantova costruito da Ctesibio d’Alessandria (III sec. a.C.) quindi è di origini antichissime, ma la sua entrata ufficiale nelle chiese avviene presumibilmente verso il IX sec. Papa Giovanni VIII (872-882) aveva chiesto un organo e un organista per insegnare musica a Roma. Lo strumento, quindi, assunse così un significato spirituale fortissimo e contestualizzato nella cristianità. L’aria che fuoriesce dalle canne venne paragonata al vento dello Spirito Santo che si espande tra le genti. Ecco perché l’organo, per la sua funzione, è considerato “strumento liturgico”. Quali sono gli aspetti salienti di questa attività di insegnante? “Insegnare richiede grande responsabilità. Ogni cosa detta e trasmessa all’al-

lievo rimane un punto di riferimento importante per la sua formazione. Non bastano le belle parole e le belle teorie presentate dai vari didatti e studiosi dei tempi antichi e anche recenti. L’insegnante deve anche suonare lo strumento e appassionare l’allievo. A volte basta l’esecuzione di pochi passaggi per convincere lo studente a mettere in pratica una certa prassi esecutiva. Alla base ci sono preziosi consigli e paziente cura nell’impostare l’allievo all’adattamento di questo complesso strumento. Basti pensare alla postura che egli deve assumere visto l’uso simultaneo di tastiera e pedaliera e all’impegno che richiede questa complessa tecnica di coordinamento”.

In Italia quali sono le eccellenze in questo campo? E localmente? “In Italia il livello organistico riguardante l’insegnamento e il concertismo è cresciuto moltissimo. Le nuove generazioni hanno saputo guardare fuori dall’Italia, alle altre scuole, e portare nuova ricchezza al nostro patrimonio organistico e organario. Questo purtroppo non è sempre suffragato da un crescita culturale dove la comunità, in sintonia con gli enti pubblici, possa manifestare in pieno le proprie proposte. La storia organistica trentina è particolare e fortunata sotto tanti aspetti. L’aver avuto in conservatorio a Trento una classe d’organo guidata dal M° Parodi, che per 17 anni con cura ha tenuto uniti fra loro i vari allievi fondando poi l’Associazione Organistica Trentina R. Lunelli, è stata la miglior ricetta per far sì che la cultura e il patrimonio organistico trentino venisse conosciuto e apprezzato”. Cosa auspica per il futuro musicale del Suo ambito? “L’auspicio è quello di ogni musicista. Mantenere vivo l’interesse per il nostro strumento e fare in modo che la comunità sia sensibile ed educata al riconoscerne l’importanza, sia per le nostre chiese che devono essere dotate di strumenti funzionanti per lo svolgimento della liturgia, e sia per le scuole e gli spazi culturali dove lo strumento possa venire “riconosciuto”.

In concerto con una cantante

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TRA

arte ecultura

Tamara deLempicka

 di Tiziana Margoni

Un colpo di tosse, uno sguardo d’intesa fra due gentiluomini, al passaggio di un’affascinante donna: “Vedi? Quella è la contessa Tamara de Lempicka.Tutti ne parlano, dicono sia bella quanto algida.” “La conosco: è polacca, nata a Varsavia nel 1898. Di cognome fa Gorska; la sua famiglia è dell’alta borghesia, ma ha sposato giovanissima l’avvocato e uomo di mondo Lempicki a San Pietroburgo. Pensa che sono scappati in tempo, durante la Rivoluzione russa, via Finlandia e Copenaghen, prima di arrivare qui,e ho sentito dire che la coppia ha una figlia, Kizette, credo! ”

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iamo a Parigi,negli Anni Venti, nei pressi di Rue Méchan, sulla Rive Gauche, dove l’artista ha uno studio di pregio in stile Art Deco, e dove ogni minimo particolare dell’arredo – ad opera di un noto architetto del tempo – denota buongusto e ricchezza, come nel dettaglio delle iniziali T.L. sulle sedie, per esempio… Niente, a confronto del suo guardaroba, dei suoi cappelli, della sua vita sociale e dei ricevimenti, di cui si parla per giorni nell’alta società, fra la gente che conta. Del resto, Tamara de Lempicka non frequenta che la creme de la creme della gente-bene, ama la mondanità tanto quanto l’arte, fa autoritratti di impeccabile ed estrema eleganza, ritratti a ragazze sensuali di bianco e rosa vestite, a donne facoltose e superficiali, a potenti senza regni, a magnati della finanza…e ad arrivisti. Per lei mediocri, borghesi e perdenti non esistono. Si dà all’arte e segue corsi per apprenderla, proprio a Parigi nel 1918, col

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maestro Maurice Denis, appartenente allo stesso gruppo artistico di Gauguin. Da lui impara a semplificare le forme umane riducendole a geometrie: cubi, sfere e coni. Ugualmente fa con i colori: netti, dai contorni decisi, quasi smaltati, che diventeranno poi una caratteristica delle sue opere. Lei sa cosa vuole: “Il mio motto è di non copiare mai. Voglio creare uno stile nuovo, leggero, dai colori brillanti e dare un senso di eleganza nei modelli.”

Del resto per lei: “Lo stile è il mezzo principale per cambiare se stessi e diventare ciò che si vorrebbe essere.” Ricchezza e bellezza, fama, capacità di vivere la vita a modo suo o di rinnovarla, divorziando. Si risposa -dopo averlo conosciuto facendogli il ritrattoil barone Kuffner, nel 1933. In America, dove poi si trasferisce con il secondo marito, prosegue ed amplia l’ascesa al successo oramai consolidata in Europa, dove i musei d’arte comprano le sue opere; gli ambienti che frequenta sono affascinati dalla donnaartista, dalla sua vita fuori dai canoni, dai suoi amori al femminile, che s’intuiscono dai quadri. Qualcosa di simile succede ancora oggi, dinanzi a certe tele di nudi statuari – contemporanei fra l’altro delle monumentali donne nell’arte fascista, madri e spose o patriottiche italiane dai sani principi, figure decise e forti – in sculture dove i marmi hanno comunque capelli e vestiti che paiono mossi al vento… Sull’artista Lempicka restano attuali i


commenti di critici, intenditori, dei visitatori delle numerosissime mostre a lei dedicate in tutto il mondo. Una delle ultime in Italia si è tenuta a Palazzo Guardi a Verona, dal novembre e dicembre 2015 al gennaio 2016. E oggi, stando al bar sui Listoni della bella piazza di Verona dirimpetto all’Arena, è ancora la tematica “donne” l’oggetto che si ripete a più voci… Di quelle tele, che lei dipingeva raccontano di ritratti al femminile, dei nudi delle sue amanti più famose, di donne dalle pose fatali, di corpi scultorei trattati nella sua personale tecnica che le esalta in luce, negli sguardi intensi e distaccati, in contesti di colori bianchi, blu o rossi decisi..., i corpi sono regali figure da sottolineare, evidenziare, risaltare… donne divine, come lei nell’autoritratto forse più famoso: Tamara in un green Bugatt, o altri Jeune fille en vert, Les deux amies, Portait de Marjorie Ferry, lavori tra il 1923 e 1932. Donne, soggetti, che assomigliano a lei: altere, sofisticate, libere ed autonome, dalle scelte decise, chiare. La “baronessa col pennello” – così è soprannominata dalle stelle di Hollywood che frequenta e ritrae nel periodo americano – dipinge ogni soggetto secondo il suo temperamento; descrive in modo curato, perfetto -in certe delicate caricature, anche nei tic e nelle pose tipiche – con arroganza e in modo “freddo”, esattamente come nel suo stile distante.

Da donna moderna, in tempi anticipatori, ma, diversificandosi dai colleghi maschi, per temi e stile ottiene sempre più successo e riconoscibilità. Dopo la vita e i periodi artistici a Parigi e a Hollywood, alla morte del barone Kuffer, nel 1962 – già famosa per varie mostre a New York – si sposta in Mes-

sico, dove si avvicina per un breve periodo all’astrattismo; conosce lo scultore Victor Contreras di quarant’anni più giovane; s’inserisce nell’alta società di Cuernavaca, località di ricche residenze di vip internazionali. Qui muore nel 1980, confermando fino all’ultimo lo stile di vita stravagante, nomade, sontuoso, sensuale e decadente.

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ABBIGLIAMENTO E INTIMO DA 0 A 99 ANNI

in arrivo i capi moda p e r la primavera


Partorire in casa Si credeva perduto nel tempo, lasciato alla memoria di nonne e bisnonne, costrette dalla necessità e mancanza di mezzi di spostamento. Ora invece se ne riparla come scelta consapevole grazie all’innalzamento dei livelli di sicurezza e maggiore intimità. Parliamo del parto in casa come valida alternativa alla medicalizzazione circa il venire al mondo. Sono i ricordi storici ad attribuire pericolosità al parto in casa, legati alle scarse condizioni economiche, igieniche, alimentari, e al numero di figli. Stando al rapporto annuale sulla natalità dell’Apss della Provincia di Trento nel 2015 sono 29 i bambini nati a domicilio, lo 0,6% dei  di Laura Fedel 4.533 nati di tutta la provincia. Con una media di 1,64 figli per donna il Trentino - Alto Adige si conferma la regione più prolifica del Paese, seguita dalla Lombardia (1,44). «Il parto in casa non è in aumento, semplicemente se ne parla di più – spiega Cristina Guareschi, ostetrica e presidente dell’associazione Acqua che Balla, che da anni si occupa dei parti a domicilio-. C’è uno sdoganamento culturale rispetto a prima, aumentano le persone favorevoli a tale pratica».

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erché si dovrebbe dunque sceglierla? Avere un figlio coinvolge vari aspetti. C’è quello fisico, culturale, e sociale, ma anche quello spirituale che in una struttura ospedaliera non si realizza pienamente, benchè la qualità dell’assistenza alla nascita sia notevole, tale da consentire alle donne di vivere questo momento con grande libertà. Cristina ci spiega che «esiste un altro aspetto – che non è quello a far decidere per questa opzione – per cui il parto è un processo guidato dal cervello attraverso la produzione di ormoni da parti mammifere che funzionano meglio in situazioni caratterizzate da grande privacy, dove per privacy si in-

tende grande intimità. Partorire è un atto sessuale a tutti gli effetti - precisa - e quindi qualsiasi atto sessuale ha bisogno di grande intimità, fiducia, individualità». In un parto in casa non ci sono regole fisse, ma ciò che lo caratterizza e lo rende più semplice è la reciproca conoscenza fra l’ostetrica e la futura mamma. La figura scelta che assisterà al parto ha seguito l’intera gravidanza, elemento che favorisce la buona riuscita della nascita. Partorire in casa comunque consente una maggiore libertà nella posizione. Il dibattito sul parto a domicilio e sulla sua sicurezza per la donna e il neonato è in continuo divenire soprattutto nei

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Paesi anglosassoni, dove questa pratica viene incentivata anche perché il suo costo è minore rispetto a quello ospedaliero. Il Trentino da molti anni garantisce un rimborso parziale della spesa e recentemente è stata approvata una mozione che ne prevede l’adeguamento. Il servizio di assistenza al parto in casa è espletato in accordo con la delibera N°15077 del 1998 della Provincia di Trento e la Legge Provinciale n.16 art.16 del 2010 e successive integrazioni, e prevede un rimborso di 750 Euro (dei 1300 euro complessivi), per l’assistenza ostetrica e la prima visita pediatrica. «La spesa dello Stato per il parto in ospedale e quello in casa sono diverse, continua Cristina. Quella in ospedale è più alta, ma siccome paga lo Stato l’utente non se ne rende conto. Poi dipende dalla Regione quanto rifonde». In Trentino è sufficiente andare sul sito dell’Azienda Sanitaria, scaricare il modulo per il rimborso, allegare la fattura rilasciata dall’ostetrica, ed entro un anno si hanno i soldi indietro. In altre Regioni le ostetriche lavorano in coppia oppure questo servizio mette a disposizione ostetriche inesperte a parti domiciliari. «È fondamentale – sottolinea Cristina Guareschi – che chi si avvicina a questa attività lo faccia per passione e prosegua con costanza». Circa i rischi abbiamo già detto che ora il parto in casa è sicuro quanto quello ospedaliero. Tuttavia è indicato alle donne sane – dove per sana si intende la donna che non ha patologie croniche e invalidanti nel presente – e che rimangono

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sane durante la gravidanza. Ci sono donne con gravidanza fisiologica che poi presentano problemi di pressione alta o problemi epatici alle quali è quindi sconsigliato il parto domestico. Anche il bambino, per quello che si può indagare, deve presentare parametri a norma, oltre alla posizione giusta, quella cefalica, ed essere a termine gravidanza (dalla 37esima settimana fino alla 42esima). Se il bambino decide di nascere alla 35esima settimana (come succede) la donna andrà in ospedale. Durante il travaglio anche lo screening (l’ascolto del battito del bambino) deve essere nella norma. Anche in questo caso se il battito non va molto bene e il travaglio inizia a essere lungo ci si reca in ospedale. Attual-

mente la provincia di Trento sta promuovendo l’assistenza alla gravidanza fisiologica da parte dell’ostetrica sia per il parto in casa che per quello medicalizzato. In varie ricerche si è visto che una donna sana con una gravidanza fisiologica ha degli esiti migliori quando è seguita dall’ostetrica e non dal ginecologo. «Un’ostetrica sostiene la parte sana mentre il ginecologo spesso è attento a cercare patologie – spiega Cristina –. Questo crea stress e lo stress a sua volta crea patologie. L’assistenza dell’ostetrica è migliore sia sul piano dei risultati che su quello economico. Senza la crisi questo aspetto non si sarebbe scoperto. La donna è comunque libera di decidere da chi farsi seguire. L’importante è conoscersi prima che il bambino nasca, motivo che in sostanza spinge a questa scelta». Una volta nato il bambino, l’ostetrica seguirà la neo mamma per una settimana dopo il parto per verificare che le condizioni generali siano nella norma, il calo fisiologico del bambino, l’arrivo della montata latte, eventuali ingorghi mammari o difficoltà nello svezzamento. Qui il taglio del cordone ombelicale avviene un po’ dopo rispetto alla prassi ospedaliera dove è reciso quasi immediatamente per l’esame che indaga l’ossigenazione. Dietro richiesta però, anche in ospedale si può ritardarlo e addirittura chiedere il lotus, pratica non molto frequente che consiste nell’aspettare che il


cordone si stacchi da solo. Nel parto domiciliare si illustrano tutte le possibilità e di solito si aspettano un paio d’ore prima di tagliare il cordone, adagiando i bambini sul petto della madre.

LA TESTIMONIANZA Katia F., giovane mamma di 24 anni, ha partorito la piccola Fiamma lo scorso 28 dicembre, racconta così la sua esperienza. «Quando ho scoperto di essere incinta mi sono interessata alla procedura per partorire in casa. Alla Asl mi hanno spiegato tutto. Sono entusiasta dell’assistenza ricevuta sia prima che durante il parto. C’è stato un momento in cui la bimba, pochi giorni prima di nascere, aveva cambiato posizione. In quel caso mi avrebbero obbligato all’ospedalizzazione. Poi però grazie alla “manovra” eseguita all’ospedale tutto si è sistemato. Il mio compagno ha assistito alla nascita e nei giorni successivi sono stata seguita quotidianamente dall’ostetrica e per qualsiasi cosa mi hanno offerto assistenza telefonica 24 su 24. Un’esperienza fantastica che consiglio a tutte le future mamme».

ACQUA CHE BALLA to di seguire la graviAssociazione nata nel 1992 con l’inten è arrivata al suo masdanza in modo meno medicalizzato, simo livello negli anni ’80, con l’obiettivo di portare un cambiamento di consapevolezza e incrementare una cultura diversa del parto. Oggi funziona grazie ai corsi pre-parto, all’assistenza di una psicologa, all’insegnante di massaggi neonatali e anche a chi si occupa di mestrualità, termine che indica la presa di coscienza da parte delle donne della loro ciclicità mensile ormonale, vissuta in ogni sua fase con consapevolezza e rivolta anche alle Cristina Guareschi - La presidente adolescenti.

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FERROVIA della VALSUGANA in miniatura In primavera, in occasione del centoventesimo anniversario della Ferrovia della Valsugana avevamo fatto visita al plastico dei trenini che il Model Club Pergine Valsugana stava avviando in collaborazione con la scuola secondaria di primo grado e grazie anche al contributo del Piano Giovani di Zona e di Asif.

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l plastico è stato completato ed ufficialmente inaugurato il 18 dicembre scorso presso il Centro Intermodale di Pergine, alla presenza dello sbuffo fumoso della vecchia locomotiva a vapore che ancora cavalca le rotaie della Valsugana, grazie all’Associazione Culturale Storico Ferroviaria Carrozza Matta. Per l’occasione è stato inoltre allestito un mercatino interno alla stazione e al bar, dove era possibile acquistare modellini di ogni tipo, non soltanto trenini, ma di ogni tipo di automezzo. Nel piazzale sul lato della vecchia stazione erano inoltre presenti alcune auto d’epoca radunate per l’oc-

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casione dal Renè Club Vintage di Renato Bettini. Grande folla all’inaugurazione e moltissimi i bambini che si sono radunati per ammirare lo splendido lavoro portato avanti dall’associazione e dagli studenti che hanno preso parte al progetto. Ora si può ben dire che il plastico appare come una vera e propria miniatura della nostra cara ferrovia della Valsugana, i prati e gli alberi di un verde acceso sembrano reali e tanto morbidi che viene voglia di toccarli. Nel plastico sono diversi i treni che si avvicendano sulle vie ferrate, tra cui gli ultimi arrivati come il Minuetto e modelli più antiquati, che ci riportano alla mente il passato di questo primo grande mezzo di trasporto su lunghe distanze. Il Castello di Pergine svetta sulla collina, mentre nel centro perginese si può ammirare la Chiesa dedicata a Santa Maria con dei novelli sposini che allietano la

piazza antistante. Diversi i mezzi di trasporto che si alternano sulle strade, anch’essi dotati di circuito per il movimento che li fanno roteare tra le costruzioni. Spicca poi quella prima “pietra” miliare posta diversi mesi fa, la vecchia stazione di Pergine, nell’esemplare modellino in scala 1:80 realizzato dalla ditta Rivarossi. Il progetto mirava ad avvicinare ed appassionare i più giovani al mondo ferroviario e al fermodellismo, come ci avevano annunciato a suo tempo i tre referenti, Sergio Grisenti, Alessandro Pinter e Alessandro Bertoldi che hanno colpito nel segno, riuscendo a realizzare con i ragazzini delle medie un magnifico lavoro. La passione poi ha coinvolto inevitabilmente anche i più piccoli, che con occhi spalancati e incantati osservavano il plastico fin nei minimi particolari, entusiasmandosi al passaggio dei treni e incitando la partenza in occasione delle fermate presso le stazioni. Un ottimo risultato, frutto della passione che gli ideatori hanno saputo infondere nel loro lavoro e che hanno saputo trasmettere ai più giovani “apprendisti”. (C.P.)

Il sabato e la domenica il plastico è aperto al pubblico dalle ore 10 alle 12 e dalle 15 alle 18.


World Cafè il

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e avete già sentito parlare? Sapete di cosa si tratta? In Primiero al ristorante Mondin di Transacqua si è tenuto mercoledì 26 ottobre 2016 il primo #Worldcafé della provincia di Trento. Il 9 novembre l’assessore provinciale Carlo Daldoss ha portato l’iniziativa a Castel Ivano ed il 17 novembre a Pergine Valsugana. Il World Cafè è stato proposto per raccogliere in maniera partecipativa opinioni in merito a come spendere quello che è il Fondo Strategico Territoriale, si sono quindi radunati sindaci e amministratori locali, associazioni ed enti territoriali per predisporre dei tavoli di lavoro riguardo a specifiche tematiche. “Un nuovo modo di attuare la partecipazione” come dice l’assessore o piuttosto un sistema vincente per raccogliere sostegno e voti pro futuro come sostiene Claudio Cia? Non ci è dato saperlo e noi non ci sbilanciamo, preferendo parlare di questa nuova metodologia che prende ispirazione dai Cafè, luoghi di ritrovo per eccellenza. Non si tratta di prendere quello che gli italiani definiscono un “caffè al volo”, ma di sedersi e ritrovarsi in un luogo informale per

prendere decisioni concordate. Ideato dai coniugi statunitensi David Isaacs e Juanita Brown, che visto il grande successo ottenuto, lo hanno esportato anche in Europa. Il World Cafè mira a promuovere una cultura del dialogo, un espediente che fornisce una metodologia che diviene quasi una sorta di filosofia del cambiamento organizzativo. Un metodo validissimo non soltanto per le amministrazioni, che sono tenute ad ascoltare i cittadini, e le realtà del territorio in cui operano, ma un metodo che si rivela utile e vincente anche in caso di aziende che intendono liberare quell’energia collaborativa che si diffonde tramite le conversazioni informali dei propri dipendenti, che possono divenire parte integrante dell’azienda anche sul piano propositivo. Moltissimi sono gli studi sul senso di appartenenza all’azienda da parte del lavoratore, ma viceversa quali studi troviamo sull’azienda che rende partecipi i propri dipendenti? Ci sono direttori che hanno saputo dimostrare riconoscenza verso i propri dipendenti, alcuni hanno dato ascolto alle ri-

chieste dei propri collaboratori, riscontrando miglioramenti che hanno influenzato positivamente l’azienda. Quello che il metodo propone è stimolare discussioni autogestite che si inseriscano in un quadro comune, per cui si rende necessario avere ben chiaro quale sia lo scopo da perseguire insieme. L’idea di fondo del World Cafè è tanto semplice quanto innovatrice: riflettere insieme su tematiche importanti consente di condividere le idee e di far accendere lampadine che non avrebbero mai visto la luce senza l’incontro/scontro con l’altro, che può essere fattore scatenante e motore trainante di idee che si arenano in una mente isolata. E i Wold Cafè continuano anche in Trentino, se ne contano 16 di realizzati a gennaio 2017, un modo per rendere partecipe la popolazione, gli amministratori locali e coloro che sono attivi nelle associazioni. Una modalità di confronto a mio avviso utile e generativa di idee, che potrà aiutarci ad affrontare al meglio le problematiche, ma anche le richieste e le aspettative dei cittadini che vivono ed operano ogni giorno sul territorio. (C.P.)

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Tenere allenati il corpo e la mente per frenare l’invecchiamento

Università della Terza Età e del Tempo Disponibile C’è una realtà che offre formazione continua per gli adulti anche nei piccoli paesi di montagna del nostro Trentino, presente anche in Valsugana con numerose sedi. Si tratta dell’Università della Terza Età e del Tempo Disponibile, che offre corsi di ginnastica, di computer, lezioni di lingua straniera e di numerose materie, quali storia, arte, filosofia, geografia, letteratura e chi più ne ha più ne metta. La formazione continua, anche nelle sedi periferiche, è gestita dalla Fondazione Franco Demarchi, che si è costituita il 19 giugno 2013, quale naturale evoluzione dell'Istituto Regionale di Studi e Ricerca Sociale (IRSRS). La missione principale della Fondazione è quella di dare impulso e realizzare concretamente, in forma diretta o indiretta, la formazione e la ricerca nei seguenti ambiti: sociale, in primis ma anche educativo e culturale, per rendere partecipi le comunità e quindi i cittadini e per supportare nella loro professionalità gli operatori.

Presentazione corsi Utetd 2015

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Presentazione corsi Utetd aa 2016-2017 - pubblico - Filarmonica Trento

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’UTETD, Università della Terza Età e del Tempo Disponibile viene istituita nel lontano 1979. Si tratta di un servizio di educazione permanente che mira non soltanto a fornire conoscenze, ma a dare uno spazio di integrazione, a offrire momenti di condivisione e di confronto tra persone adulte e anziane. L’educazione per la fascia adulta può essere intesa in funzione professionalizzante, per acquisire competenze specifiche in ambito lavorativo, ma può anche strutturarsi come formazione per puro interesse personale, in un’ottica di ampliamento della propria cultura personale e di accrescimento del bagaglio di conoscenze. La formazione può anche dimostrarsi un valido aiuto nel migliorare le condizioni di vita, per contrastare l’invecchiamento. Una mente ed un fisico che si dimostrano più attivi e si allenano continuamente saranno meno soggetti a malattie degenerative. La cultura viene

ritenuta dalla Fondazione Demarchi quale “fondamento per la realizzazione della persona e mezzo per migliorare le condizioni di vita”, perciò si è deciso di lavorare per garantire a tutti i cittadini la possibilità di partecipare alla formazione. Per realizzare fattivamente questo, le sedi Utetd sono distribuite in modo capillare sul territorio, con ben 78 sedi in provincia di cui 18 si collocano nelle due Comunità di Valle: Alta Valsugana e Bernstol e Bassa Valsugana e Tesino. Le sedi di zona sono: Cinte Tesino, Castel Ivano, Borgo, Roncegno, Sant’Orsola, Levico, Tenna, Caldonazzo, Centa San Nicolò, Vattaro, Vigolo Vattaro, Bosentino, Pergine, Civezzano, Fornace, Albiano, Baselga di Pinè e Lona/Lases. Le persone, ricevendo la formazione in loco, possono partecipare attivamente e non incorrono nell’esclusione imposta principalmente dalle difficoltà di spostamento, dovute anche alla peculiare


tipologia del nostro territorio in prevalenza montano. La proposta formativa viene predisposta su tre aree principali: la formazione, la sperimentazione e l’aggregazione, che vengono poi declinate in cinque diversi ambiti o aree tematiche: 1. Corpo, psiche, relazioni 2. Linguaggi, immagini, segni 3. Pensiero, memoria, cultura, credenze 4. Il vocabolario della cittadinanza 5. Ambiente, tecnologia, scienza Le sedi più grandi, come quelle di Pergine e di Borgo Valsugana offrono corsi multidisciplinari che ripercorrono nelle diverse materie uno stesso periodo storico, per offrire una visione ed un quadro completo di quel momento. Ma il punto di forza dell’Università della Terza Età e del Tempo Disponibile è quella capacità di ascolto, l’importanza data alla fase di raccolta di informazioni che mirano a cogliere le esigenze formativi e ad individuare gli interessi di coloro che frequentano i corsi. Si tratta di saper intercettare i bisogni di questa fascia di popolazione e riuscire a pro-

porre un progetto culturale in linea con i desideri e le aspettative di quanti fruiscono di questa preziosa opportunità. Tutto ciò non potrebbe essere completo senza una valutazione finale, che prevede di verificare l’efficacia ed il livello di gradimento dell’offerta formativa, ma anche puntando a capire se sono stati realizzati gli intenti prestabiliti. Un sistema che conta ben 38 anni di esperienza, che ha saputo conquistare le

persone ed ha saputo rinnovarsi negli anni per offrire sempre nuove opportunità di conoscenza, ma anche proponendo corsi legati all’attività motoria per aiutare il fisico a tenersi allenato. Concludo con una citazione di Henry Ford: “Chiunque smetta di imparare è vecchio, che abbia venti od ottant’anni. Chiunque continua ad imparare resta giovane. La più grande cosa nella vita è mantenere la propria mente giovane.” (C.P.)

Attività in aula

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I BAMBINI DELLE ELEMENTARI DIVENTANO “ECO-VIGILI” Nei prossimi mesi, camminando per le vie ci si potrà imbattere in tanti curiosi e inconsueti piccoli eco-vigili: bambini degli istituti comprensivi che andranno a caccia di comportamenti sostenibili, per premiare gli adulti più virtuosi e rispettosi dell’ambiente.

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on il 9 gennaio, infatti, è partito ufficialmente il progetto didattico di educazione ambientale “Ecovigilessa Vanessa” che ha coinvolto le classi III, IV e V di 16 Istituti comprensivi della Valsugana, per un totale di 42 classi, ovvero 600 bambini. Il progetto è sostenuto dal B.I.M Brenta – il consorzio dei comuni che gravitano nel bacino imbrifero montano dell’omonimo fiume – e il referente è Stefano Pecoraro, mentre la gestione è affidata all’associazione culturale H2O+ di Pergine, che ne è anche l’ideatrice. L’associazione, attiva dal 2010, è formata da quattro ragazze: Giulia Pizzini, Marianna Moser, Manuela Vadalà e Michela Boldrer, e si occupa di attività di sensibilizzazione ambientale sul territorio attraverso formule innovative, facendo rete con altre realtà del luogo. Tra le sue attività ad esempio ci sono laboratori nelle classi, la realizzazione di manifestazioni, la collaborazione con l’amministrazione

a supporto della comunicazione di campagne in tema di sostenibilità e la partecipazione ad eventi quali “Fa’ la cosa giusta!”, la fiera italiana dedicata a consumo critico e stili di vita sostenibili, dove lo scorso novembre, in collaborazione con l’A.P.P.A ha presentato il progetto “Food Print”, (nella foto) per calcolare l’impronta ecologica della propria spesa. Insomma le idee e l’entusiasmo a queste giovani donne certo non mancano. E l’Ecovigilessa Vanessa da dove arriva? “L’idea è nata da un’esperienza simile realizzata in Vallagarina, spiega Marianna Moser, vicepresidente dell’associazione, in quel caso era legata alla campagna “I love riciclare” e riguardava solamente la problematica dei rifiuti.” Quest’iniziativa invece vuole abbracciare

I membri del direttivo al compleanno della cooperativa

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 di Silvia Tarter

diversi aspetti in materia di sostenibilità, potendo contare anche sulla partecipazione di un personaggio simbolico interpretato da un’attrice professionista, per renderla ancora più coinvolgente. L’eco-vigilessa Vanessa, infatti, da cui prende il nome il progetto, è una vigilessa piuttosto esigente in materia di sostenibilità ambientale, che visiterà la varie classi insieme alle operatrici dell’associazione. Ma procediamo con ordine... Dopo un primo incontro teorico nelle classi aderenti, dove i bambini saranno coinvolti in una lezione sulle buone pratiche per la salvaguardia dell’ambiente, verrà fornito a ciascuno il kit da eco-vigile, ovvero un blocchetto di carta per fare delle “multe al contrario”. In pratica, i piccoli vigili dovranno prestare attenzione ai comportamenti degli adulti che li circondano e osservando le loro azioni virtuose nei confronti dell’ambiente potranno decidere di “premiarli” staccando una multa dal loro blocchetto, che dovrà essere controfirmata dall’adulto. I bambini che


riusciranno a far firmare almeno 15 multe potranno diventare eco-vigili a tutti gli effetti e riceveranno la spilletta ufficiale dell’eco-vigilessa Vanessa. Nella seconda fase del progetto questo personaggio, infatti, avrà il compito di controllare la validità delle multe effettuate dai vigili in erba. Ma non finisce qui, la severa vigilessa coinvolgerà i bambini nell’ideazione di uno slogan – che potrà essere sotto forma di video, foto o altro, senza porre limiti alla creatività – per sensibilizzare in merito ad una determinata tematica ambientale. Il vincitore si aggiudicherà un premio a sorpresa, ma tutti i lavori realizzati verranno esposti al pubblico in un luogo per il momento da definire. Infine, la terza fase del progetto prevede la partecipazione ad un gioco dove esercitare le buone pratiche sostenibili apprese, che si svolgerà nelle strade del proprio paese e coinvolgerà anche le istituzioni. Da quest’esperienza si potranno inoltre ricavare delle preziose informazioni in merito al livello di sensibilità ambientale del proprio luogo di residenza, dando

modo così anche di avanzare proposte per interventi di miglioramento. A conclusione del percorso, nel mese di giugno, il progetto migliore verrà premiato da una giuria formata da membri del Bim e dalle socie di H2O+. Per ora siamo appena all’inizio, ma le ragazze sono molto entusiaste: “I bam-

bini in tema ambientale sono straordinari, per loro salvare l’ambiente è una missione, afferma Marianna, in questo tipo di progetto sono loro ad insegnare agli adulti il da farsi. Non c’è che dire, ogni anno sono sempre più orgogliosa dei miei piccoli, di età non di principi, collaboratori.”

Food Print a ‘Fa' la cosa giusta’ - novembre 2016

PERGINE

AUSER: confermato Elia Bernardi Elia Bernardi, presidente uscente per compiuto mandato dell’Auser di Pergine, è stato riconfermato all’unanimità di voti dal neoeletto direttivo di questa associazione. I 75 soci intervenuti all’assemblea congressuale, dei 400 iscritti, hanno votato all’unanimità per alzata di mano il nuovo direttivo, riconfermando oltre a Bernardi, anche Maria Sartori, Bruna Lazzeri, Gino Bernard e Armando Pergher. Sono invece di nuova nomina Graziella Bazzanella e Vera Gubert. Questi i nuovi revisori dei conti effettivi: Maria Campestrin, Sergio Grisenti e Silvia Tomasi. Supplenti: Giovanni Fruet e Rita Motter. Dopo la nomina a presidente dell’assemblea di Vittorio Alidori, presidente provinciale Auser, Elia Bernardi ha illustrato l’attività svolta nel corso del 2016, evidenziando in particolare i momenti più rilevanti

come le matineé musicali, le domeniche al Parco Tre Castagni durante i mesi di luglio e agosto, gli incontri di educazione sanitaria con il medico dott. Lino Beber e tanto altro. Sono seguiti gli interventi da parte delle autorità: il vicesindaco di Pergine Daniela Casagranda, padre Beppino Taufer della comunità di Maso S. Pietro che ha assicurato anche per il 2017 la disponibilità dell’Istituto per una collaborazione con l’Auser. Poi l’architetto Giorgio Vergot, in rappresentanza di Cooperazione Reciproca in seno alla Cassa Rurale Alta Valsugana, con il supporto di Elio Carlin e Carla Zanella. Ed infine Fabio Pergher presidente dell’ACS Canale che ha confermato anche per il futuro la totale disponibilità a cooperare. Al termine sono stati nominati i 20 delegati al congresso regionale Auser di Trento. (M.P.)

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Il nuovo medio metraggio perginese

L’angelo della

L’ultima fatica per la regia di Alessandro Bencivenga, con più di 150 comparse e attori che sono entrati nelle nostre case attraverso la tv, verrà presentata il 18 febbraio al Teatro Comunale di Pergine Valsugana. Saranno presenti l’attore Massimo Pipitone ed il Zock Gruppe ed AIL per sensibilizzare sul tema della lotta alle leucemie, linfomi e mieloma.

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 di Chiara Paoli

palude

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e location selezionate per questo terzo medio metraggio, mirano a valorizzare la cittadina perginese, le scene sono state infatti girate tra il centro storico di Pergine Valsugana, la stazione ferroviaria e l’archivio comunale; alcune scene in particolare sono state girate all’interno del Ristorante Pizzeria Volt, trasformato per l’occasione in un locale anni ’40. La zona del lago ha visto la presenza degli attori per le riprese nella storica zona delle Darsene e nella zona collinare di Alberè è stato effettuato il ritrovamento del corpo mummificato. La sceneggiatura, scritta da Marzia Polla, racconta la storia di Dante, aspirante scrittore di gialli, che dopo la separazione dalla moglie decide di lasciare la sua Toscana per raggiunge in Trentino l’amico Francesco, carabiniere di stanza a Pergine. Ma qui non potrà godere della tranquillità che la nostra regione offre ai turisti, perché il ritrovamento di un cadavere mummificato sconvolge la cittadinanza. Le analisi parlano chiaro: il corpo è rimasto immerso nel paludoso lago per quasi un secolo, la tempra del giallista si fa sentire e assieme all’amico iniziano le ricerche, che coinvolgeranno anche un’affascinante giornalista, intenzionata a risolvere questo mistero,

celato per un così lungo tempo. La trama scorre per circa quaranta minuti, tra scene, carrellate e flashback che ci aiuteranno a tessere l’ordito di questo giallo d’ambientazione perginese. Tra i protagonisti locali l’immancabile Gabriele Buselli, Paolo Stefani, che interpreta la figura del maresciallo Pappalardo, e Barbara Deanesi, considerata una delle migliori attrici del Trentino. Tra gli attori protagonisti spiccano volti noti, come Andrea Muzzi, attore e regista italiano che ha lavorato con grandi registi come Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Neri Parenti, Carlo Vanzina e che abbiamo visto in tv in “Quelli che il calcio”, “Love bugs” e “Un medico in famiglia”. La giornalista che si avventura nel mistero della palude è interpretata da Alessandra Ierse, volto noto attraverso la nota trasmissione “Zelig” e per la serie tv comica “Belli dentro”. Massimo Pipitone, anche lui sbarcato con la sua comicità in tv attraverso Zelig, impersona invece il carabiniere amico di Dante.


L’opera cinematografica sarà presentata in Trentino, Sicilia, Campania, Toscana e Calabria. Il film è stato girato in sole due giornate e mezzo di lavoro, grazie anche alla collaborazione di Sandro Zampedri, che si è occupato delle scenografie e di Mauro Fontana che si è destreggiato come aiuto regista. Alla sua realizzazione hanno contribuito il Comune di Pergine Valsugana, la Comunità di Valle Alta Valsugana e Bernstol, la Pro Loco, l’Azienda di Promozione Turistica e la Cassa Rurale Alta Valsugana. Un grazie doveroso ai Vigili del Fuoco di Pergine e a quelli di Tenna e ai sommozzatori dell’associazione Mantasub Oltrefersina.

LEVICO TERME

Arturo Benedetti, Cavaliere della Repubblica Arturo Benedetti, insignito recentemente dell’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica, ha voluto festeggiare la sua nomina con un momento d’incontro presso l’Hotel Ristorante al Brenta di Levico Terme, al quale erano invitate più di cento persone fra autorità, rappresentanti di associazioni e tanti amici. Una vera grande festa a testimonianza di tanto affetto, che si è conclusa con un momento conviviale. Un riconoscimento più che meritato per Benedetti, come ha testimoniato il sindaco della città termale Michele Sartori, che era accompagnato dall’intera Giunta e da diversi consiglieri: “Ad Arturo Benedetti sono particolarmente affezionato e stimo tanto per il suo impegno nel volontariato, nella pubblica amministrazione come servitore del Comune, come vice sindaco e sindaco reggente e soprattutto nel campo delle associazioni di volontariato. Arturo è sempre stato presente in così tante istituzioni che oggi desiderano dimostrare riconoscenza ed affezione. Lui è un uomo ancora impegnato al cento per cento, sempre disponibile senza mai chie-

dere nulla in cambio. E questa è una sua caratteristica che conserverà sempre”. Il neo cavaliere Arturo Benedetti: “È stata per me una grande soddisfazione ricevere questo riconoscimento dopo tanto Il sindaco Sartori si complimenta lavoro nel volontariato, con il neo cavaliere Benedetti che ho iniziato ancora da giovane e conto di poter continuare anche per il futuro. Ho lavorato per 35 anni nella Sanità ed ancora prima, quando ero nel mio paese d’origine, a Segonzano, ho dato una mano a fondare la Croce Bianca ed ho ricoperto pure la carica di presidente del Comitato Turistico. Dalla mia esperienza posso solo dire che il mondo associativo è il cuore della Comunità”. Parole di elogio verso il neo cavaliere Benedetti sono venute poi anche dal consigliere provinciale Gianpiero Passamani e dall’assessore provinciale Tiziano Mellarini. (M.P.)

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Greithwald Herde e Tyrola

L’evoluzione del

fuoco domestico U

na storia di 25 anni d’esperienza e di continua ricerca, una filosofia del rispetto e l’accoglienza, porta in tutte le case un sistema di riscaldamento certificato che, come nessun altro, garantisce rendimenti elevati, ridotti consumi e pochissimo inquinamento. Questa è la nuova Greithwald Herde-Tyrola che sviluppa e produce cucine secondo i più elevati standard del settore. La nuova Greithwald è un’azienda dall’impronta giovane, vicina al mondo del design e della progettazione, capace di combinare la funzionalità di un prodotto tradizionale all’emozionalità che lo stesso può trasmettere. Cresciuta in un ambiente in cui la cultura del fuoco è storicamente molto sentita, l’Alto Adige. Un modo di pensare al fuoco che da oggi può trovare spazio su un mercato più ampio. Il

marchio Tyrola si rivolge, infatti, anche al mercato italiano, ogni giorno sempre piú esigente, proponendo risparmio energetico, tutela dell’ambiente, e il vantaggio economico di un sistema di riscaldamento che emana calore costante attraverso una combustione pulita e un risparmio fino al 50% di legna rispetto ad altre cucine della concorrenza. La personalizzazione delle soluzioni proposte sono tutti benefici che, una volta provati, diventano irrinunciabili. Il sistema di lavorare su brace in abbinamento a porte della camera di combustione con triplo vetro e assieme a grossi spessori di refrattario della qualitá piú pregiata, fanno sí che si possa avere un controllo quasi totale sul fuoco e quindi consumi inferiori e minore inquinamento. Con l´85% di resa termica e temperature della camera di combustione superiori a 800° si hanno come risultato vetri piú puliti, residui di cenere quasi inesistenti, oltre a prestazioni senza paragoni. La filosofia della nostra azienda si riassume in tre parole: accoglienza, rispetto, efficienza. Accoglienza intesa come ospitalità, quella che cerchiamo di trasmettere attraverso i nostri prodotti perché chi entra in una casa riscaldata da una cucina Greithwald Herde o Tyrola incontra sem-

pre il calore di un benvenuto. Rispetto perché con le soluzioni di riscaldamento da noi proposte viene garantita la tutela della natura attraverso una produzione ecosostenibile del calore e un minore consumo di legna. Le nostre cucine sono una fonte di riscaldamento e di energia pulita; il progresso della qualità dei prodotti che il nostro reparto di ricerca e sviluppo implementa continuamente va infatti a vantaggio dell’uomo e dell’ambiente. Efficienza in quanto, con l’acquisto di un unico prodotto si possono in realtà avere tre differenti funzioni: cucinare, riscaldare, arredare. Una cucina a legna Greithwald Herde - Tyrola riunisce molteplici plus in un unico prodotto: forno con doppio vetro e termometro per una migliore tenuta del calore e controllo della cottura, altezza regolabile della cucina per un perfetto allineamento con i mobili (fino a 6 cm), fianchi coibentati per l´inserimento tra l´arredamento della cucina, uscita fumi adattabile per il corretto collegamento alla canna fumaria, ecc. Greithwald è anche in Svizzera, Austria, Germania, e Francia. Visitare il sito web: www.greithwald.it o www.tyrola.it sarà una gradevole esperienza alla scoperta della bellezza delle sue cucine a legna. (p.r.)

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Terramare: dal Trentino a Venezia sulle tracce degli ambienti naturali

L’ECOLOGIA in

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bicicletta

a scorsa estate un gruppo di ecologisti, ricercatori e scienziati ha imbracciato le biciclette e, dal Lago di Garda, ha raggiunto la Laguna di Venezia. Un percorso lungo centinaia di chilometri, attraverso la Valle dell’Adige, il Lago di Toblino, la Valsugana, per raccontare a curiosi, turisti e abitanti come l’ecologia e lo studio degli ambienti naturali abbia effettivo riscontro sulla nostra vita quotidiana. Sono passati anche in Valsugana, con tre tappe significative alla scoperta della magia nascosta della quale troppo spesso nemmeno ci accorgiamo: i laghi di Levico e Caldonazzo, il biotopo del Fontanazzo e l’area del Resenzuola. Ma si tratta di un progetto di divulgazione scientifica che affonda le radici in una rete di aree protette, monitorate capillarmente, nota con l’acronimo LTER (Long Term Echological Research, ovvero Ricerche Ecologiche a Lungo Termine). Ne abbiamo parlato con Domenico D’Alelio, ecologo e ricercatore prima alla FEM (Fondazione Edmund Mach) e ora alla Stazione Zoologica Antonio Dhorn di Napoli, ma soprattutto membro della LTER. Chi meglio di lui per spiegarci che questa rete “non è una realtà solo italiana o europea, bensì internazionale, il cui scopo è lo studio sistematico dei cambiamenti su determinate zone particolarmente interessanti dal punto di vista zoologico o ambientale”. Questi studi, che vengono portati avanti

di settimana in settimana per anni o decenni, hanno lo scopo ultimo di rilevare come l’impatto dell’uomo e delle sue attività porti dei cambiamenti sull’ambiente. E così nel 2015, durante l’annuale incontro del LTER, gli operatori e i ricercatori hanno sentito l’esigenza di raccontare l’importanza di questi siti, dell’attività di monitoraggio e controllo effettuati sul territorio, di divulgarne i risultati. “Assieme – spiega D’Alelio – abbiamo pensato che i siti della rete assomigliavano alle tappe del Cammino di Santiago de Compostela, e che potevamo strutturare dei percorsi alla scoperta del territorio”. Comunicazione e divulgazione della scienza lungo un percorso ecologico itinerante: l’idea è diventata realtà e dopo i tre percorsi del 2015, nel 2016 la rete ha organizzato, tramite alla partecipazione degli enti locali, altri quattro “cammini” in bicicletta. Uno di questi è appunto passato dalle nostre parti, grazie anche alla partecipazione di uno dei compagni di pedalata del ricercatore partenopeo, Gerri Stefani. “Questa – racconta Stefani – è stata una bellissima esperienza. Non solo perché abbiamo pedalato attraverso il Trentino, esplorando e

 di Elisa Corni osservando con occhi diversi il nostro territorio, ma perché a noi ricercatori si sono aggiunte persone di ogni età e formazione, curiosi di scoprire cosa fa la scienza del territorio”. Infatti durante il percorso e nelle varie tappe che hanno portato i ciclisti a esplorare il territorio del Nord-Est per sei giorni, gli scienziati hanno organizzato esperimenti, eventi, osservazioni, serate e incontri assieme alle associazioni e alle realtà locali. Ad esempio ad Arco si è organizzata una serata con i produttori locali, ma anche con i GAS (Gruppi d’acquisto Solidale) e con le associazioni che si occupano della raccolta e la conservazioni di semi e sementi. E in Valsugana? Tre le tappe nella nostra valle: Levico, prima al lago e poi in paese, per una serata dedicata all’educazione ambientale, e due fermate scendendo verso Bassano: alla Riserva Naturale del Fontanazzo e a Grigno, dove sono stati accolti dagli Alpini. Continua nel prossimo numero…

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Fra storia e leggenda

Castel Selva «Il castello sembra di origine molto antica e si perde nell'oscurità de' tempi; il più antico documento che ne faccia parola è del 1180, col quale il vescovo Salomone di Trento lo conferì a Corrado della casa di Castelnovo e Caldonazzo».

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ono le parole di Agostino Perini (in «Statistiche del Trentino» del 1852) riferite all'origine di Castel Selva, importante punto di controllo della via Claudia Augusta e strategico avamposto di confine fra la Contea di Trento e quella di Feltre. Nel quadro generale è opportuno precisare che Levico, come Caldonazzo e Pergine, era sede di un Giudizio: vale a dire centro di una realtà territoriale sulla quale si amministrava la giustizia e la riscossione delle imposte. A capo del Giudizio troviamo un dinasta, o feudatario, che riceve dall'autorità suprema il potere di amministrare la giustizia e la facoltà di riscuotere le imposte. Nel nostro caso specifico, a partire dal XV secolo, come scrive Hans von Voltelini nel suo lavoro «Le circoscrizioni giudiziarie del Trentino fino al 1803» è Castel Selva, dove risiede il capitano, a svolgere il ruolo di centro del potere nel Giudizio di Levico. Successivamente

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parte del potere si sposta a Levico (il comune più orientale della Contea di Trento), dove nel 1537 ha sede il vicario. Ritornando alle parole del Perini, il castello ha origini antiche. Il primo insediamento risale, con tutta probabilità, al VII secolo dopo Cristo, quando la popolazione locale costruisce, sulla sommità del colle che sovrasta l'abitato di Selva, una piccola fortezza come riparo dalle invasioni degli ungari e dei franchi. Posto in una posizione strategica favorevole, con il tempo il maniero assume importanza per due motivi principali: da una parte per il controllo dell'antica Via Claudia Augusta e, successivamente, con l'affermarsi dell'autorità vescovile tridentina, come punto di confine del Principato di Trento con la Contea di Feltre. Le prime informazioni certe risalgono al XII secolo, quando il castello è nelle mani dei signori di Castelnovo-Caldonazzo. Nel XIII secolo fa parte della gastaldia di Pergine; dipendenza che cessa di esistere già nella seconda metà dello stesso secolo. Nel 1301 il maniero è di proprietà della Contea del Tirolo, per poi ritornare ufficialmente di proprietà vescovile a partire dalla seconda metà del XV secolo fino al

Archivio Biblioteca Comunale Levico Terme

 di Andrea Casna 1779. Quello fra il XIII e il XIV secolo è il periodo degli scontri fra il Principato di Trento e la Contea del Tirolo: scontri avviati da Mainardo II Conte del Tirolo finalizzati ad ottenere, da parte Tirolese, il controllo di alcune zone delle valli di Non e Sole, Giudicarie e del Perginese: territori controllati da funzionari tirolesi con la presenza di rappresentanti del-

Castel Selva - APT Valsugana: Aurelia Dejaco


l'episcopato trentino. Ed è alla fine di questo periodo (fra XIV e XV secolo) che, attraverso vari trattati (detti in gergo Compattate), si stabiliscono i rapporti fra Tirolo e Vescovo di Trento. Nel corso dei secoli il castello fu restaurato a seguito delle guerre contro Ezzelino da Romano (1255) e Giacomo da Carrara (1349). Oggi è un rudere perché venne trasformato in cava di pietra quando ad acquistarlo fu il comune di Levico nel corso del XVIII secolo. Del suo antico splendore ora rimane poco. A dare al castello le fattezze di una importante residenza signorile fu il vescovo Bernardo Clesio nel corso del XVI

Castel Selva - 1835

secolo. Angelo Massarello, segretario del concilio di Trento, scrive che «Il 13 settembre 1545 i reverendi Cardinali Santa Croce e Polo alle 19 ore si partirono da Trento alla volta di Lievego per andar a trovare il Cardinale di Trento, il quale li aveva invitati al suo castello. Detto Lievigo è lontano da Trento dieci miglia. È prima una bella villa in un piano assai largo rispetto all'essere fra grandissimi monti, presso un lago di lunghezza quasi un miglio e larghezza un tiro d'archibugio, dal qual lago ha principio il fiume Brenta. Lungi dalla villa di Lievigo un miglio, in un colle è posto un bellissimo castello, qual chiamato la Selva: è del vescovo di Trento in temporale e spirituale. È un loco molto bello ornato di bellissime stanze, tutte dipinte e messe ad oro fabbricato, ed acconcie dal Cardinale passato di buona memoria Bernardo Clesio. Ha tre appartamenti assai comodi con sue stufe, camere e anticamere. Vi sono altre stanze per officiali e gentiluomini, a tal che tutti noi forestieri e la maggior parte di quei di Trento vi stemmo comodamente».

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Crescere divertendosi assieme

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Filolevico

 di Elisa Corni

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na delle tradizioni, oltre a quella delle bande, che permeano la vita sociale e culturale dei paesi della Valsugana è quella delle filodrammatiche. Compagnie di appassionati di teatro e attori dilettanti che si uniscono e si organizzano per mettere in scena delle commedie, per lo più dialettali. Una delle più operose è quella di Levico, la Filolevico, compagnia che può vantare l’inizio dell’attività teatrale già negli anni Quaranta. Ma, come spiega il presidente Claudio Pasquin, la rinascita dell’associazione è datata fine anni Settanta. Una rinascita che in realtà è una crescita, dato che nel corso degli ultimi anni la Filolevico è riuscita ad attirare l’attenzione di molte persone, e oggi sono più di 50 i membri attivi del gruppo. Qual è la ricetta di questo successo? Tre, a quanto pare, gli ingredienti indispensabili: avere un regista, coinvolgere le nuove generazioni ed essere in grado di ascoltare tutti. Il regista è arrivato 3-4 anni fa quando Stefano Borile, che viene dalla scuola del teatro milanese, si è unito alla compagnia. “Avere qualcuno che ti guarda da fuori e che coordina tutti gli attori è estremamente

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importante – afferma il presidente Pasquin – da qui si può partire per fare il passo di qualità”. Ma l’arrivo di Borile, che ha cominciato ad andare a teatro per conoscere le ragazze ma che è finito per essere un formatore di teatro-terapia, ha portato anche un’altra novità: i corsi di recitazione. La Filolevico sta organizzando corsi base ed avanzati per grandi e piccini, e ha collaborato con le scuole di Levico Terme, avvicinando i ragazzi al mondo della recitazione e del teatro. “Ci siamo trovati a dover gestire anche 25 ragazzini a testa -racconta Stefano- cosa non semplicissima. Ma il risultato c’è, e oggi oltre venti dei nostri sono ragazzi sotto i diciott’anni”. Questi numeri fanno un certo effetto, specie nell’era della tecnologia e dei video sempre disponibili. Come è riuscita questa compagnia di paese ad essere accattivante per dei ragazzi che hanno potenzialmente tutti gli effetti speciali del mondo tra le loro mani? È Claudio questa volta ad offrire una risposta: “Devi essere ancora più bravo di una volta. Per prima cosa devi portare i

ragazzi a vedere una commedia e solo in quel momento devi invitarli a partecipare”. E poi, a quanto pare, oggi come oggi devi adeguarti al tempo che passa anche nella costruzione o nella scelta della commedia da rappresentare. Deve essere divertente e spensierata, ma comunque il teatro oggi non può rifuggire dalla ricerca di una morale, insomma dal suo impegno sociale e culturale. È il caso della fortunatissima “Basta parlar male delle donne”, commedia di e con Claudio Pasquin e con la partecipazione di Nicola Libardoni. Negli ultimi due anni la commedia sulla condizione femminile nel XXI secolo è andata in scena ben 30 volte, e non solo in Trentino. “Abbiamo recitato a Laives, ad esempio, o a Fonzaso, in provincia di Belluno” racconta fiero Pasquin, che però ci tiene a precisare che “questa commedia è facile da portare in giro, perché siamo in pochi sul palco a recitare e quindi è più semplice organizzarsi”.


L’impegno dietro alla preparazione di una commedia teatrale, a maggior ragione se si tratta di un pezzo proprio, assomiglia ad un vero e proprio lavoro. Anche solo la scelta di un testo teatrale altrui in lingua italiana da tradurre, è

un’operazione che comporta giornate intere di lavoro. Una volta che il copione è scritto, si assegnano i ruoli e il regista si occupa di cerare il cosiddetto “sottotesto”, ovvero l’organizzazione dei movimenti sul palcoscenico; è poi il momento della creazione delle scenografie e del piano luci e musiche. Un mese è passato, ed ora è il momento di fare le prove, la cui frequenza dipende dalla disponibilità degli associati. Ma tornando alla nostra ricetta per il successo di una filodrammatica, Pasquin e Borile sono d’accordo sul fatto che, nonostante le differenze, il palcoscenico è il luogo dove ci

si incontra e ci si diverte. “Lui è un guitto” esclama Stefano rivolgendosi al suo presidente, che risponde “Tu sei troppo impostato”. Eppure, nonostante le divergenze, la Filolevico può contare su una folta schiera di appassionati, che vogliono divertirsi assieme.

appuntamenti I prossimi spettacoli della no: Filolevico in calendario so guidata • 4 marzo, la Filojunior rà da Tamara De Vido, porte in scena uno spettacolo ispirato a Pinocchio ena il • 25 marzo, andrà in sc olo rifacimento dello spettac di Massimo Gasperi “Franzenstein” o • 1 aprile si replica a Dr Per informazioni: lafilolevico@gmail.com

LEVICO TERME

La Festa dell’anziano Più di 120 soci dei 360 iscritti al locale Gruppo Pensionati hanno partecipato a Levico Terme alla annuale “festa dell’anziano”. Un’occasione questa, come vuole ormai la tradizione, per festeggiare anche i “nuovi novantenni” della comunità alla quale quest’anno però nessuno dei nati nel 1926 ha potuto essere presente. Diverse invece le persone ultra novantenni che hanno preso parte al convivio che è iniziato con il saluto di benvenuto del presidente Marco Francescatti, seguito da un resoconto delle principali iniziative promosse nel corso del 2016. All’incontro hanno partecipato diverse autorità che hanno usato parole di lode verso questo piccolo ma importante ente, per l’attività che svolge in favore delle persone non più giovani di tutta la comunità: il sindaco Michele Sartori, il consigliere provinciale Gianpiero Passamani, il vicesindaco Laura Fraizingher, la presidente del consiglio comunale Silvana Campestrin, l’arciprete di Levico don Ernesto Ferretti. Il presidente Francescatti ha poi anticipato alcuni appuntamenti dei mesi prossimi. Al termine del pranzo

collettivo è stato premiato, per mano del sindaco e del presidente Francescatti, il socio più anziano del Gruppo: la signora Alba Quaglieri vedova Jacob per i suoi 97 anni di età. (M.P.)

Sindaco e presidente Francescatti premiano la 97enne signora Alba

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La mostra che viaggia fa tappa a Borgo Valsugana

Luci ed ombre del Legno

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ontinua il viaggio di Luci ed Ombre del Legno. Il prossimo momento espositivo sarà a Borgo Valsugana (TN) presso lo spazio Erika Klien. L’inaugurazione sabato 11 febbraio alle ore 17.30. La mostra vuole rappresentare e fare conoscere le diverse espressioni che la scultura lignea può assumere, attraverso diversi interpreti di spicco e grazie a un viaggio lungo sei mesi in importanti città accuratamente selezionate. La mostra vuole inoltre raccontare il forte legame esistente tra l’animo delle popolazioni alpine con il bosco. “Sono in media oltre 7.000 all’anno, i visitatori, che, grazie a questa mostra, conoscono il Simposio del Tesino e i suoi interpreti” - raccontano gli organizzatori - “La mostra, di fatto, esporta cultura, e lo fa attraverso una delle risorse regionali principali quali appunto il legno. È un’opportunità molto importante per fare conoscere le nostre forme d’arte e promuovere nello stesso tempo il territorio”. Saranno esposti i quattro vincitori dell’ultima edizione del Simposio del Tesino, dove, ogni metà estate, quasi trenta artisti di provenienza internazionale vengono invitati e, per una settimana, scolpiscono per le vie e le piazze dei quattro paesi che caratterizzano l’altopiano trentino e ai quali si è recentemente aggiunto anche l’abitato di Strigno. Ionel Alexandrescu (Romeno residente a Torino), Gianangelo Longhini di Asiago (VI), Matthias Sieff di Campitello di Fassa (TN), Mario Iral di Padova, sono i protagonisti dell’edizione 2017. A loro, l’organizzazione, come ormai tradizione, ha affiancato un maestro regionale di chiara e riconosciuta esperienza. Per quest’edizione, la scelta è ricaduta sul gardenese Martin Demetz, le cui opere sono state gentilmente prestate dai familiari. In tutto ventuno opere, originali e suggestive, a disposizione per essere osservate dal vero in un viaggio allegorico ed emozionale. Un modo innovativo per conoscere un territorio attraverso le suggestioni e gli odori rimasti impressi nell’opera d’arte. La mostra, a ingresso libero, resterà visitabile a Borgo sino al 26 febbraio 2017 con i seguenti orari di apertura:da martedì a sabato: dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, domenica e festivi: dalle 10 alle 12. La mostra è organizzata dal Centro di Documentazione del Lavoro sui Boschi ed è resa possibile grazie al supporto attivo della Provincia Autonoma di Trento, della Regione Trentino Alto Adige, della Provincia Autonoma di Bolzano, dei Comuni di Castello Tesino, Pieve Tesino, Cinte Tesino, Bieno, Castel Ivano e dell’APT Valsugana.


Levico Terme

Il Museo di Gino Cetto V

isitando la grande sala laboratorio all’interno della casa di abitazione di Gino Cetto, in via Gianettini a Levico Terme, si ha la sensazione di trovarsi in un grande museo dove sono custodite opere di alto pregio artistico. Opere uniche, tutte frutto di fantasia da parte di un uomo che da maniscalco divenne un vero artista. Nato nel 1926 a Selva di Levico, fin da giovanissimo ha appreso l'arte del maniscalco insegnatagli dal maestro artigiano Arturo Comper di Trento e con il passare del tempo chiodi, ferro, mazza,

Gino e Giuseppina al 66^ di matrimonio

Gino Cetto davanti ad alcune delle sue

 di Mario Pacher

piano terra della loro abitazione in via Gianettini, sono una grande attrattiva soprattutto per i tanti turisti che in alcuni periodi dell’anno frequentano la città di Levico. In un lontano passato Gino e Giuseppina fondarono e gestirono per alcuni decenni anche un’attività alberopere ghiera, che ora è passata ai figli. E così lui, che nonostante i suoi 90 anni gode ancora di discreta salute, lavora il ferro per passatempo, ricordando il suo passato di grande impegno e di laboriosità.

dare maggiore spazio allo spirito e forgiando i suoi più significativi capolavori in ferro. “Dal nulla a Dio” è il tema centrale dell'artista. Battendo con veemenza sull'incudine si scaglia contro questa società che lui considera malata e ricerca incessantemente l'essenza ora anche delle cose. Gino Cetto è un artista schivo, che il Trentino non conosce perché non ama farsi pubblicità, ma che vale la 1) POLIZZE On-Line RCA a prezzi davvero pena di conoscere convenienti e con ASSISTENZA in Agenzia; attraverso le sue 2) POLIZZE sulle abitazioni con la garanzia terremoto; opere raccolte in 3) Polizze RCA con estensione all’urto con animali una mostra perselvatici e veicoli non assicurati. manente. Lo scorso 30 settembre 2016 Gino e la moglie, Giuseppina Pompermaier, hanno festeggiato Corso Centrale, 72 - 38056 Levico Terme (TN) i 66 anni di vita asTel. e Fax 0461/702226 sieme. I suoi lavori, paccherassicurazioni@gmail.com sempre esposti al

LE NOSTRE NOVITà

forgia e maglio, divennero i suoi attrezzi di vita. A soli 19 anni apre la sua prima officina, che poco tempo dopo chiude per ritornare a Selva dove, nella casa paterna, ricava un piccolo laboratorio. Nel 1950 si sposa e si trasferisce definitivamente a Levico, dove si fa conoscere dalla nobiltà per la sua attività. Ma quando la società rurale inizia ad evolversi e di conseguenza vien meno il valore degli animali da soma, si innesca in Gino una metamorfosi. Inizia così a leggere la Bibbia, Spinoza, Nietsche, Platone, Aristotele, Schopenhauer, per

il risparmio è assicurato V

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PRODOTTO DIFETTOSO

Fai valere la garanzia

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e un prodotto acquistato (un telefonino, una lavatrice, un televisore…) non funziona o non ha le caratteristiche promesse, il consumatore ha due anni di tempo per far valere la garanzia. Il venditore deve infatti garantire che il prodotto consegnato abbia tutte le caratteristiche da lui promesse o indicate dall’etichetta o dallo spot pubblicitario. I beni devono possedere tre precisi requisiti: • devono essere idonei all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo; • devono essere conformi alla descrizione fatta dal venditore e possedere le qualità del campione o modello mostrato al consumatore; • devono avere le qualità e le prestazioni di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi, tenuto conto delle dichiarazioni pubblicitarie fatte anche dal produttore. Il consumatore deve contestare la non conformità del prodotto entro 2 mesi dalla scoperta. La denuncia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto

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l'esistenza del difetto o lo ha occultato. In un primo momento il consumatore può chiedere, a sua scelta, la sostituzione o la riparazione del bene. Soltanto in un secondo momento, se i primi due rimedi non sono efficaci, sono difficilmente attuabili, o non possono essere approntati in un termine congruo, è possibile chiedere la riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto (restituzione dei soldi). Le spese necessarie per rendere conforme il bene sono a carico del venditore; la legge specifica che a lui spettano i costi per la spedizione, i materiali, e la mano d’opera. Naturalmente ci sono delle eccezioni: non si può invocare nessuna difformità del bene se, al momento della conclusione del contratto, il consumatore era a conoscenza del difetto o non poteva ignorarlo con la normale diligenza. Nessun rimedio anche

 di Alice Rovati

per i casi in cui il difetto deriva da istruzioni o da materiale fornito al professionista dal consumatore stesso. Anche i prodotti usati e quelli rigenerati (cioè quelli che il venditore rimette in vendita dopo averli riparati) sono coperti da garanzia come i prodotti nuovi. Il venditore può ridurne la durata che però non può essere inferiore a un anno. Per i prodotti usati l’ampiezza della garanzia (cioè il cosa copre) dipende dalle caratteristiche che il prodotto ha al momento dell’acquisto. In ogni caso, il venditore deve garantire che il prodotto abbia le caratteristiche


promesse e anche quelle che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi tenendo conto dello stato d’uso. Le garanzie convenzionali, gratuite o a pagamento, offerte dal produttore o dal rivenditore, non sostituiscono né limitano quella legale di conformità, rispetto alla quale possono avere invece diversa ampiezza e/o durata. Chiunque offra garanzie convenzionali deve comunque sempre specificare che si tratta di garanzie diverse e aggiuntive rispetto alla garanzia legale di conformità che tutela i consumatori. Col termine “prolungamento di garanzia”, ”garanzia a pagamento”, si vendono al consumatore delle coperture da affiancare alla garanzie prestate dal venditore e dal produttore. Nella maggior parte dei casi al cliente viene proposto un “pacchetto” prodotto + garanzia, senza mettere a disposizione le informazioni fondamentali e le condizioni contrattuali del servizio offerto. Di fatto, il consumatore non acquista una copertura paragonabile alla garanzia di conformità, come potrebbe essere

portato a ritenere leggendo le scarne informazioni fornite dai venditori. Al contrario, nella maggior parte dei casi queste garanzie forniscono una copertura molto inferiore a quella fornita dalla garanzia di conformità. Nella pratica le coperture proposte da questi contratti sono molto diverse tra loro: alcune somigliano alle classiche assicurazioni che intervengono anche in caso di rottura accidentale del prodotto e coprono il furto, mentre altre coprono solo la riparazione per i guasti non provocati dal cliente.

*La dott.ssa Alice Rovati è laureata in Giurisprudenza, percorso europeo e transnazionale, con master in Europrogettazione. Giurista esperta in diritto dei consumatori, docente di diritto. È Rappresentante di Altroconsumo per la Provincia di Trento.

LEVICO TERME

Anno scolastico 1949

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o storico Ferruccio Galler di Levico Terme, assiduo lettore della nostra rivista, ci ha gentilmente inviato questa bella foto degli insegnanti delle scuole elementari di Levico nell’anno 1949, scattata davanti ad uno degli ingressi delle scuole Elementari in via Slucca de Matteoni. A molti di loro è riuscito a dare un nome e cognome mentre ad altri solo il cognome. Altri invece non sono stati riconosciuti perché probabilmente erano supplenti e venivano da fuori Levico. Ecco comunque quelli identificati qua e là nell’immagine: Maestra Garollo, maestra Gennari, maestra Raimondi, maestro Placido Moschen (in piedi in alto), maestro Mario Libardi, maestro Faustino Cetto, maestra Anna Groff, maestra Elvira Poffo, maestra Carla Libardi, maestra Anna Betti, maestra Bianca Valentini, maestro Ruggero Gennari e maestro Gennari (papà), maestro Ilario Goio, maestro Moschen (sopraddetto Stabele), Attilio Cetto, direttore Pilati (davanti in mezzo) catechista don Pierino Rospocher. Ferruccio ci ha ricordato anche alcune abitudini del passato, che ora sono andate in disuso. Una volta all’anno gli alunni venivano accompagnati dagli insegnanti all’attuale “Giardino delle memoria”, al cipresso recintato da cerchio me-

tallico in ferro battuto, per ricordare Arnaldo Mussolini, all’epoca Ministro con competenze in Agricoltura e Foreste. Al mattino presto gli insegnanti partecipavano alla Messa nella arcipretale assieme ai ragazzi, poi, tutti in riga, due per due, raggiungevano le scuole elementari per le lezioni. Ogni anno, in primavera, si faceva la festa degli alberi in località Guizza e gli scolari mettevano a dimora le piantine di abete mentre intonavano la canzone, ora dimenticata, ”crescete alberetti”. A fine ottobre si celebrava sempre la “giornata del risparmio” con la consegna del salvadanaio e un piccolo deposito a cura della locale Cassa Rurale. Il catechista don Pierino Rospocher insegnava religione nelle varie classi. (M.P.)

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Effetto Notte

Un’associazione non solo di cinema

 di Chiara Paoli

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uale posto migliore del caffè di un teatro per incontrare Giuseppe Zito, presidente del Circolo del Cinema Effetto Notte. Probabilmente ne avete sentito parlare, perché si tratta di una realtà culturale che opera nel perginese e in Valsugana da quasi vent’anni. Il suo logo, accattivante e ben riuscito, vede un occhio/cinepresa bianco su sfondo nero, e la loro missione è quella di far vedere dei film particolari, meno noti, ma soprattutto bellissimi ai loro associati. In realtà, come mi spiega Giuseppe, sono due i filoni di eventi nei quali si muove l’associazione: in inverno quello dei film da concorso o d’essai, appunto, mentre in estate realizzano eventi e manifestazioni innovative. “Ci piace cercare dei film e delle proposte culturali che rompano gli schemi, come le famose proiezioni musicate dal vivo di film con le quali è partita l’associazione nel

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1999. Rompere gli schemi sì, ma non troppo”, precisa il presidente. Questo perché il palato fine dei loro associati è stato alle volte bistrattato dalle loro proposte, magari eccessivamente innovative o complesse. “Ci hanno sgridati, insomma, e abbiamo aggiustato il tiro”. E così, nei mesi più freddi, tutti a vedere i film scelti dal direttivo. Con la bella stagione, invece, gli oltre settecento tesserati possono scoprire musiche, film e posti nuovi. Questo perché il famoso festival “Scirocco” porta il circolo a organizzare gli eventi anche in località particolari ed affascinanti, come il Castello di Pergine o il Forte delle Benne a Levico Terme. Facendo due conti, ci si rende conto che il Circolo è una delle associazioni culturali con più iscritti della Valsugana. “Abbiamo molti sostenitori -spiega Giuseppe- e non solo dalla Valsugana, ma anche da Trento. Bisogna anche però tenere presente che, per accedere alle nostre proiezioni e ai nostri eventi, è necessario tesserarsi. La tessera costa pochissimo, stiamo parlando di 2€, ma non se ne può fare a meno”. Possibile poi rimanere in contatto con così tanti utenti? La risposta è positiva. “Li informiamo delle nostre attività li invitiamo alle riunioni e abbiamo sempre una buona partecipazione”. Anche agli

eventi i soci partecipano numerosi, o quasi. “Alle volte, soprattutto durante Scirocco, ci troviamo in quattro gatti. È capitato ad esempio quest’estate, al Castello di Pergine. Eravamo in luglio, ma c’erano undici gradi e la proiezione era all’aperto. È il rischio che si corre -commenta tristemente Zitoquando si organizzano eventi all’aperto in estate in Trentino!”. Questa formula dei film muti musicati ha però, secondo il presidente, fatto il suo tempo. “Il rischio grosso, adesso, è quello di musicare film sconosciuti con musica sconosciuta, visto che il resto lo abbiamo già presentato. Dopo quasi vent’anni la formula va svecchiata, e così quest’estate amplieremo l’offerta. Ci saranno un paio di film d’animazione musicati dal vivo; presenteremo in collaborazione con il See You Sound Festival di Torino alcuni film musicali; ci saranno delle serate dedicate solo alla musica e poi proveremo a proporre un paio di eventi sull’artistico spinto con videomaker e artisti del suono”. Un progetto quindi di contaminazione


e di rottura con il passato e con gli schemi. “Sappiamo che corriamo sul filo del rasoio, perché non siamo in una grande città come Milano o Torino. Il Trentino non è un luogo dove l’innovazione culturale abbia vita facile -racconta Giuseppe- eppure qui assistiamo a fenomeni particolari. Una volta che qualcosa è diventato familiare, è difficile che poi la abbandonino”. È il caso, ad esempio, delle proiezioni dei documentari della rivista “L’Internazio-

nale”. L’avreste mai detto che Pergine Valsugana fosse la piazza italiana con maggiori spettatori, più di Bologna o di Milano? Allo stesso tempo, però certi progetti non vengono del tutto compresi. È il caso, ad esempio, della proiezione del film d’animazione “La mia vita da zucchina”, candidato all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Forse perché meno noto, forse perché tratta dei tabù, alla proiezione c’erano solo 40 bambini, contro i 300 di “Oceania” o di altri film più noti. “Quando capitano situazioni come queste

un po’ ti scoraggi - prosegue il presidente dell’associazione- come è frustrante dover fare i conti con l’infinta burocrazia e i fondi sempre più scarsi. Eppure non c’è niente di più bello, alla fine di una serata, dello spettatore che uscendo passa a salutarti e ringraziarti”. Per informazioni su “Circolo del Cinema Effetto Notte”: www.effettonotte.com.

TELVE VALSUGANA

AUGURI AGLI SPOSI

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on capita tutti i giorni di incontrare una coppia di sposi che, dopo 60 anni di matrimonio, godono ancora di tanta salute e vitalità e che nel festeggiare quell’ambìto traguardo, siano loro stessi ad animare la festa con tanta gioia e serenità. Un evento raro ma non impossibile possiamo dire, dopo essere stati il giorno di Santo Stefano, al fianco della coppia Olga e Giovanni Burlon, quando hanno salutato questo traguardo insieme ad una quarantina di persone fra figli, generi, nipoti, parenti e amici soprattutto di Telve. La loro grande giornata è iniziata con la partecipazione alla S. Messa nella parrocchiale a Zell di Cognola, che è stata solennizzata da alcuni canti eseguiti dal genero Tony Sessolo, personaggio di origine veneta ma molto noto anche in tante altre città italiane ed estere come cantante internazionale melodico e classico. Nei primi banchi accanto ad Olga e Giovanni, c’era anche Antonio Vitale, marito dell’altra figlia, il personaggio che vediamo spesso nei programmi delle reti TV private, nonchè il primo cittadino di Ala Claudio Soini. I coniugi Burlon si erano conosciuti e sposati a Telve nel 1956, il paesino valsuganotto al quale si sentono ancora particolarmente legati. Inizialmente la coppia

lavorò a Zurigo, in Svizzera, ma poi nel 1973 fece ritorno definitivamente in Italia e si stabilì a Cognola, con il cuore però sempre legato al loro paese d’origine e per questo si considerano ancora “telvati”, anche perché trascorrono spesso dei periodi nel loro paese di nascita. La grande fortuna della mia vita, recita spesso Giovanni prossimo ormai agli 89 anni, “è stata quella di incontrare una moglie come la mia Olga, classe 1936, con la quale c’è sempre stata la massima intesa ed un affetto profondo”. Giovanni ha voluto improvvisarsi anche come scrittore. Una decina d’anni fa, infatti, in occasione delle nozze d’oro, aveva distribuito a tutti gli invitati un suo libro intitolato: “Una lunga storia…, da pastore a leader del commercio”. In quelle circa 300 pagine corredate da tante foto, ha voluto descrivere la sua vita, momento per momento, da quando era ragazzo che portava le pecore al pascolo alla sua brillante carriera di manager della IMCO. Ora sta lavorando per dare presto alle stampe un nuovo libro di memorie e racconti sul suo passato. (M.P.)

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MEDICINA&SALUTE

Mente e Somatizzazione

Il corpo esprime la sua opinione

 di Laura Fratini

Molte persone soffrono da anni di malattie fisiche e, nonostante gli accertamenti strumentali, non evidenziano nulla di patologico. Spesso si chiedono come mai non riescano in alcun modo a debellare la patologia che tanto li affligge. Da sempre, il disturbo psicosomatico riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione rispetto a uno stato di sofferenza mentale o di disagio psichico.

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disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali. I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni possono essere espresse tramite il corpo? Sì, certamente! Vediamo come: la paura fa sudare freddo, la rabbia fa venire i bollori, l’amore fa battere il cuore o tre-

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mare le gambe, e l’ansia fa rallentare la salivazione o venire le farfalle allo stomaco, etc. Chiaramente, si tratta di piccoli esempi che mostrano come il corpo sia strettamente connesso alle emozioni. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione, possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente, il quale può provocare dei danni agli organi più deboli. Immaginiamo, per esempio, una situazione tipica in cui potrebbe verificarsi un disturbo psicosomatico: una rabbia non espressa, inibita, potrebbe essere gestita canaliz-

zandola, attraverso un meccanismo di somatizzazione sul corpo producendo, in questo modo, un sintomo organico come il mal di testa ricorrente. Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite psicosomatica, colite spastica psicosomatica, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, ipertensione), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l’acne, la dermatite psicosomatica, il prurito, l’orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva o mal di testa), i crampi muscolari, la stanchezza cronica, il torcicollo, la fibromialgia, l’artrite) e nell’alimentazione. Le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico attraverso il corpo. In


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zionale e alla psichiatria, in alcuni casi, sono le migliori cure che possono funzionare, se ben integrate, per aiutare questi pazienti a curare queste patologie che spesso rendono la vita un inferno, e invalidata.

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queste malattie l'ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel corpo che poi diventa disturbo; queste persone fanno fatica a vivere il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite. In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Per meglio chiarire si tratta di un paziente che difficil-

mente riferisce sentimenti quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione. Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni. Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo. In questo senso una persona, incapace di accedere al suo mondo emotivo, potrebbe non percepire rabbia, frustrazione o stress per una difficile condizione lavorativa e neppure immaginare una possibile connessione tra la sua ulcera e le emozioni o i vissuti relativi al suo lavoro. Anche se tali caratteristiche non sono sempre presenti in assoluto in quelli che presentano una patologia psicosomatica, sembra comunque permanga sempre in queste una parte di esse che funziona in questo modo. La psicoterapia, legata alla medicina tradi-

ANALISI PER L’EMOGLOBINA GLICATA

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MEDICINA&SALUTE

LASER PER GLI OCCHI A TRENTO: ecco le novità L

a chirurgia laser è la branca gono attraverso una rigorosa e accudell’Oculistica che ha avuto la rata selezione e preparazione del pamaggiore evoluzione e applica- ziente; per cui un tempo fondamentale della chirurgia è costituito dalla visita zione negli ultimi anni. A Trento dal 2014 è attivo, presso preoperatoria nel corso della quale, l’Ospedale San Camillo, il Centro oltre a verificare l’idoneità oculare, venLaser Oftalmico IVis che nasce del- gono illustrate possibilità, vantaggi e l’esperienza ultradecennale sviluppata svantaggi della tecnica operatoria utiin questo settore dal Dott. Giulio Mulè e dal Dott. Carlo Mazzola. Un laser ad eccimeri ad elevata frequenza, un Argon laser, uno YAG laser e una sorgente UVA per la terapia cross-link del cheratocono (anche con l’ultima tecnica di ionoforesi) consentono le più moderne soluzioni chirurgiche e parachirurgiche di numerose affezioni oculari. L’applicazione della tecnologia Dott. Giulio Mule’ con laser ad eccimeri di ultima generazione riesce, attraverso una micrometrica modifica della curvatura corneale, a risolvere numerosi difetti visivi legati all’uso degli occhiali. Il Centro IVis di Trento ha in questi giorni tagliato il traguardo di oltre 1000 interventi eseguiti per eliminare o ridurre l’utilizzo degli occhiali o lenti a contatto. Miopia, astigmatismo e vari gradi di ipermetropia hanno tro- Dott. Carlo Mazzola vato la soluzione ideale grazie alla tecnica cTen, che in circa 20-40 secondi rimodella in maniera personalizzata e totalmente automatizzata la curvatura corneale. La tecnica è totalmente notouch, ambulatoriale e consente una ripresa delle attività lavorative in circa 57 giorni. I risultati migliori si otten-

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lizzata grazie alla competenza che deriva da oltre 20 anni di esperienza nel settore. La tecnica viene eseguita in modo personalizzato grazie all’utilizzo di un particolare topografo corneale 3D di ultima generazione come il nuovo Precisio in dotazione presso il Centro IVis dell’Ospedale San Camillo di Trento. Grazie ad una valutazione di circa 40000 punti delle superfici corneali anteriori e posteriori il topografo è in grado di ricostruire l’anatomia corneale con una precisione inferiore a 3 millesimi di millimetro, permettendo la visualizzazione delle patologie corneali come il cheratocono; questa precisione affiancata dalla registrazione dei dettagli dell’iride permette un trattamento personalizzato sulle caratteristiche peculiari di ciascun paziente. La topografia corneale in 3D consente inoltre la diagnosi precoce del cheratocono (patologia degenerativa corneale spesso adolescenziale) e permette all’Oculista di intraprendere in tempo utile la terapia con il Cross-link corneale che ha la capacità di rallentare e bloccare l’evoluzione della patologia evitando spesso il ricorso al trapianto di cornea. Queste tecnologie consentono presso il centro IVis di abbinare al Cross-link un trattamento laser personalizzato in grado, in casi selezionati, di migliorare l’acuità visiva del paziente con cheratocono. (p.r.)


BENESSERE&SALUTE

Rolando Zambelli è titolare dell’Ottica Valsugana con sede a Borgo Valsugana in Piazza Martiri della Resistenza. È Ottico, Optometrista e Contattologo.

TENDENZE MODA OCCHIALI DA VISTA E DA SOLE  di Rolando Zambelli

S

econdo una recentissima indagine è emerso che circa l'80% delle donne considera gli occhiali, siano essi da vista che da sole, non più come un semplice e utile oggetto per le esigenze visive, ma anche e soprattutto come un vero accessorio moda, un complemento che bene si deve sposare ed integrare con l'abbigliamento e con l'essere donna. Sono proprio gli stilisti che evidenziano come gli occhiali, nelle diverse forme e colori, contribuiscono a determinare il carattere e la personalità di chi li porta, uomo o donna che sia. E sono sempre gli occhiali che nelle molteplici montature ci dicono se la donna è una creativa, una estrosa, una intellettuale o una dal carattere sbarazzino e gioioso. In questi ultimi trent’anni l'evoluzione degli occhiali ha fatto veramente passi da gigante e non solo grazie alla ricerca che ha generato nuovi materiali e nuove possibilità applicative, ma anche e soprattutto perchè indiscutibilmente la moda moderna e la odierna concezione degli stilisti considerano questo

oggetto indispensabile nel grande universo moda. Forma, colore, design e materiali sono, infatti, per gli esperti e per gli addetti ai lavori elementi essenziali per essere al passo dei tempi e per seguire le tendenze che la modernità suggerisce. Purtroppo la scelta e gli indirizzi “acquisto” dei consumatori non sempre è facile perché da una parte si applica il famoso “fai da te” e dall’altra è resa più difficile per la presenza sul mercato di occhiali, certamente accattivanti, ma non in possesso delle indispensabili garanzie di qualità e di sicurezza. Da qui la necessità di rivolgersi sempre agli esperti, non solo per la scelta delle montature più appropriate e più idonee al proprio viso, ma anche quando si devono acquistare occhiali da sole che hanno la specifica funzione di proteggere gli occhi dai fastidiosi e dannosi raggi solari.

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Che tempo che fa

2016:un anno bollente  a cura di Giampaolo Rizzonelli

I

l 2016 è stato l'anno più caldo di sempre per il Pianeta che, come il 2015, “batte” ogni record precedente. Nel grafico di figura 1 si può vedere l’anomalia di temperatura (terre emerse e mare) rispetto alla media 1910-2000, che per il 2016 ha raggiunto i 0,94°C, nella figura 2 sono invece riportati per il 2016 e per gli altri 6 anni più caldi di sempre, le anomalie di temperatura rispetto alla media del secolo precedente (fonte NOAA - National Oceanic and Atmospheric Administration, che è un’amministrazione federale degli Stati Uniti che si occupa di meteorologia e climatologia). “Grazie” al contributo di otto mesi consecutivi sopra la media (da gennaio ad agosto) e il resto dei mesi che si sono collocati tra i cinque più caldi di sempre, il 2016 è diventato l'anno più caldo nella serie di 137 anni del NOAA. Sorprendentemente, questo è il terzo anno consecutivo che si registra un nuovo record di temperatura annuale globale. La temperatura media globale, comprendendo le terre emerse e le superfici oceaniche, è stata di 0,94°C superiore alla media del ventesimo secolo (+13,9°C), superando il precedente record del 2015 di 0,04°C. Le temperature globali nel 2016 sono state per la maggior parte influenzate da condizioni di forte El Niño fin dall’inizio dell'anno. Quindi, per la quinta volta nel ventunesimo secolo è stata raggiunta una

giugno con 15 giorni, quello con meno giorni dicembre con zero giorni. C’è stato un deciso miglioramento rispetto al “siccitoso” 2015 in termini di precipitazioni, anno durante il quale erano caduti solo 791 mm in 73 giorni piovosi L’anno più piovoso fu il 2010 con 1886 mm mentre il meno piovoso fu il 1921 con 543 mm

NEVE Nel corso del 2016 a Levico Terme sono caduti solamente 22 cm di neve in 8 giorni nevosi. I giorni con permanenza di neve al suolo nel 2016 sono stati 15. Per dare un termine di paragone con un anno nevoso, nel 2013 erano caduti 211 cm di neve in 24 giorni nevosi, mentre i giorni con permanenza di neve al suolo erano stati 66. TEMPERATURE Temperatura acqua lago di Levico: La temperatura dell’acqua del lago di Levico è oscillata tra i +2,5°C del 26 gennaio (quando si era formato un leggero strato di ghiaccio su circa il 60% della superficie) ai +26,4°C dell’8 agosto. Dal punto di vista delle temperature il 2016 a Levico Terme è stato più caldo della media di 0,7°C; nella tabella seguente sono riportati i valori medi dell’anno e il confronto con le medie storiche dal 1939.

ANNO 2016

MEDIA DAL 1939

+6,1°C

+5,6°C

MEDIA DELLE MASSIME

+17,0°C

+16,2°C

MEDIA ANNUALE

+11,6°C

+10,9°C

MEDIA DELLE MINIME

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nuova temperatura annuale record (insieme al 2005, 2010, 2014 e 2015) e il 2016 segna anche il quarantesimo anno consecutivo (dal 1977) che la temperatura annuale è al di sopra della media del ventesimo secolo. In generale, la temperatura annua globale è aumentata a un tasso medio di 0,07 °C per decennio dal 1880 e a un tasso medio di 0,17°C per decennio dal 1970. Anche per quanto riguarda l’Italia, il 2016 è stato il quarto anno più caldo degli ultimi due secoli, con un’anomalia di +1,24°C sulla media 1971-2000 (Fonte Isac/CNR). E a Levico Terme, le precipitazioni come sono “andate”? Il 2016 è stato sotto la media del 4,7%. Nel corso del 2016 sono caduti 1005,2 mm in 93 giorni piovosi*, la media storica, in questo caso dal 1921, è di 1053,8 mm e 92 giorni piovosi. (*Per giorno piovoso si intende giorno in cui cade almeno 1 mm di pioggia o neve sciolta). Il mese più piovoso è stato febbraio con 153,2 mm. Il meno piovoso è stato dicembre con soli 0,2 mm (in realtà brina), in sostanza non è caduta una goccia d’acqua o un fiocco di neve dal 26 novembre 2016 fino al 13 gennaio 2017 (47 giorni senza precipitazioni), un po’ meglio del 2015/2016 quando non ci furono precipitazioni dal 29 ottobre 2015 al 2 gennaio 2016 (64 giorni senza precipitazioni). Il mese con più giorni piovosi è stato

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Gli estremi dell’anno sono stati -10,7°C e +32,5°C. Ci sono stati 83 giorni di gelo (giorno in cui la minima è =<0,0°C). Nel 2016 non ci sono stati giorni di ghiaccio (giorno in cui la temperatura non supera mai 0,0°C). L’ultimo giorno con temperature sotto lo zero risaliva al 31 dicembre 2014 con una massima di -0,4°C, ma il 7 gennaio 2017 abbiamo rilevato nuovamente un giorno di ghiaccio (massima a -0,9°C). Ulteriori informazioni e statistiche sul sito www.meteolevicoterme.it Elaborazioni di Giampaolo Rizzonelli anche su dati forniti da Fondazione Edmund Mach e Provincia Autonoma di Trento)

Ghiaccio in formazione sul lago di Levico - 22 gennaio 2017

Nel grafico è evidente come la temperatura, sia degli oceani che delle terre emerse, sia vertiginosamente aumentata negli ultimi trent’anni. Ad eccezione di un periodo di riscaldamento anomalo registrato intorno agli anni Quaranta e successivamente in altre annate, la temperatura ha subito un’impennata progressiva dagli anni ’80 in poi, dopo che la produzione industriale è accresciuta enormemente. E negli ultimi anni, caratterizzati anche da un importante sviluppo economico e industriale di altre realtà accanto ai paesi occidentali, i cosiddetti paesi in via di sviluppo, la temperatura ha visto una crescita ancora più netta.

Figura 1

Il 2016 si aggiudica il record tra le 7 annate più roventi di sempre, diventando per il terzo anno consecutivo l'anno più caldo della storia. L’aumento della temperatura supera in maniera netta quello registrato l’anno precedente, soprattutto nei primi mesi dell’anno fino ad agosto, dove si mantiene al di sopra della soglia di + 1 grado rispetto alla media del secolo, arrivando in alcuni mesi a raggiungere quasi +1,20 gradi. Negli ultimi mesi dell’anno la temperatura è scesa a un livello più “vicino” alla normalità, mantenendosi comunque al di sopra dei caldi inverni delle annate precedenti. Fonte: NOAA

Figura 2

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VIENNA,

il cuore dell’Impero

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a anni ai vertici della classifica delle 100 città con la miglior qualità della vita, secondo la rivista ”Mercer”, Vienna è il cuore pulsante di quello che è stato anche per noi trentini l’Impero Austroungarico. Capitale che mescola numerose culture e ricca di influenze, il cui centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Metropoli che si contraddistingue nel campo dell’arte e dell'architettura come culla dello Jugendstil e della musica, qui sono stati ospitati numerosi compositori tra i più celebri del XVIII e del XIX secolo. In questo luogo magico non si può non scontrarsi poi con le mitiche figure degli imperatori e delle imperatrici, prima tra tutte la celebre Sissi, la cui immagine è divenuta immortale grazie all’interpretazione di Romy Schneider, nella trilogia cinematografica targata anni Cinquanta. Qui da ammirare c’è moltissimo, a partire dal palazzo invernale degli imperatori, “Hofburg", che vi introduce negli

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ambienti in cui i regnanti hanno vissuto, amato, odiato, ma soprattutto dove sono state prese quelle decisioni che hanno determinato la storia ed il destino della nazione. Il complesso è stato il centro del potere austriaco per più di sei secoli, ed è oggi la residenza e luogo di lavoro del Presidente dell'Austria. Edificato a partire dal XIII secolo, è costituito da una serie di residenze e palazzi tra loro fisicamente distaccati: la Cappella Imperiale (Hofkapelle o Burgkapelle), la Biblioteca Nazionale Austriaca (Hofbibliothek), il tesoro imperiale (Schatzkammer), il Teatro di Corte (Burgtheater), la Scuola di cavalleria spagnola (Hofreitschule), le

 di Chiara Paoli

stalle imperiali (Stallburg e Hofstallungen), ed il centro congressi Hofburg. A ciò si aggiungono i due musei che si fronteggiano nella Maria-TheresienPlatz: il Museo di storia naturale (Naturhistorisches Museum) ed il Museo della Storia dell'Arte (Kunsthistorisches Museum). Il Kunsthistorisches Museum è uno dei principali musei di Vienna e tra i più antichi e ricchi al mondo. L'edificio venne


inaugurato ufficialmente insieme al gemello Naturhistorisches Museum, il 17 ottobre 1891, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I d'Asburgo. I due musei vengono realizzati su richiesta dell'imperatore per contenere l'immensa collezione di opere d'arte e le collezioni scientifiche degli Asburgo, che miravano a rendere il loro patrimonio accessibile a tutti. Non può mancare poi una visita alla residenza estiva degli Asburgo “Schönbrunn”, che con il suo caratteristico colore giallo e con i suoi splendidi giardini vi accoglie in grandi sale che conservano il sapore dell’antico splendore monarchico. La reggia si trova ad Hietzing, zona un tempo in aperta campagna, oggi trasformatasi nella periferia ovest di Vienna. Il nome “Schönbrunn” deriva dall'imperatore Mattia che, in occasione di una battuta di caccia, rinvenne nella tenuta una fonte di acqua limpidissima che appellò con il termine “schön(er) Brunn”, ossia "bella fonte", attorno alla quale venne edificato il castello. Dal 1996 lo Schloss Schönbrunn ed i suoi giardini sono entrati a far parte del Patrimonio dell'Umanità (UNESCO) e qui ha sede anche uno degli Zoo tra i più antichi al mondo. Merita poi assolutamente una visita il Belvedere, che oltre alla sontuosità dei palazzi superiore e inferiore, intervallati da splendidi giardini, ricchi di sculture e fontane, che nelle sale conservano grandi tesori

dell’arte tra cui l’inconfondibile “Bacio” di Gustav Klimt, ma numerosi sono i capolavori esposti dell’artista, assieme ad altri dei colleghi Secessionisti più noti come Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Ma fra tanti tesori si colloca anche l’opera “Le cattive madri” del trentino Giovanni Segantini. Da vedere lo splendido edificio goticheggiante del Comune di Vienna, la “Rathaus”, costruito tra il 1872 ed il 1883 sulla Ringstraße. La torre centrale, che svetta con i suoi 105 metri e la statua del Rathausmann (l’uomo del municipio), era all'epoca dell’edificazione la seconda per altezza dopo quella del duomo. La cattedrale di Santo Stefano (Stephansdom) è un edificio monumentale, la cui fondazione risale al 1147, l’iniziale pianta romanica si trasforma poi nel tempo per assumere tra XIV e XV secolo una conformazione gotica su cui spiccano le due Torri gemelle dei Pagani e la Steffl, alta ben 137 metri e collocata sul lato destro del corpo principale dell'edificio. Impossibile sulla Ringstraße non imbattersi nell’edificio neoclassico che ospita il Parlamento di Vienna. Meritereb-

bero una visita anche le collezioni del Leopold Museum, una delle più vaste collezioni d'arte moderna austriaca, e l’Albertina che custodisce al suo interno una delle maggiori collezioni al mondo di stampe e disegni; mentre il Palazzo della Secessione (Wiener Secessionsgebäude) è la sede dove vengono tutt’ora allestite mostre temporanee di artisti secessionisti. Moltissime ancora le bellezze da esplorare tra cui il sontuoso teatro dell’Opera di Stato (Wiener Staatsoper), la Votivkirche (chiesa Votiva) e la chiesa di Sant’Agostino che offre ai nostri occhi lo splendido memoriale a Maria Cristina d'Asburgo-Lorena, scolpito da Antonio Canova. Non passerà inosservata la Hundertwasserhaus, colorato ed armonioso complesso di case popolari edificate nel 1986 ed arricchite da splendidi giardini pensili. La visita a Vienna non può dirsi conclusa se non si fa tappa al Prater, per un giro sulla sua magica ruota panoramica, e per svagarsi nel verde parco dei divertimenti. Ma non si possono neppure dimenticare le specialità tipiche del luogo, quali la Frittatensuppe, Semmelknödel, il Gulasch, la Wiener Schnitzel, il Tafelspitz. E se i wurstel si possono trovare anche nei chioschi per strada, per degustare un’ottima torta Sacher ci si può sedere in uno dei più illustri Caffè di Vienna, presso l'inconfondibile Hotel Sacher, o in alternativa nel cuore di Vienna al Café Central.

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le brevi STRIGNO L’Albergo Nazionale ha riaperto i battenti dopo una lunga chiusura ed ora cerca qualcuno che possa rilanciarlo. Avviato da Martino Zanghellini nel 1941, è rimasto attivo fino al 2013, gestito dalle tre sorelle della famiglia, Gina, Teresa e Felicita, oggi rispettivamente di 73, 70 e 74 anni, che vi hanno lavorato appunto fino a 4 anni fa, prima di chiudere e affittare i locali. Da fine gennaio però le tre sorelle hanno deciso di riaprire il bar e il ristorante dell’albergo per alcune settimane, per dare ospitalità agli operai impegnati nella sistemazione dell’organo della Chiesa Parrocchiale. Adesso, quindi, le tre donne sono in cerca di un nuovo gestore a cui poter affidare l’albergo affittandolo a condizioni favorevoli, per mantenere aperta una struttura che per anni ha rappresentato un punto di riferimento per la comunità di Strigno.

PERGINE/LEVICO/CALDONAZZO Anche in Alta Valsugana aumentano le persone che si rivolgono ai centri di ascolto della Caritas per chiedere aiuto, in termini di cibo e assistenza. Nei centri di Levico e Caldonazzo le persone incontrate dai volontari nel 2015 sono state 91 (36 italiani e 55 stranieri), di cui solamente il 6% con un lavoro stabile. Nel 2016 si nota però come ci sia una tendenza di diminuzione delle richieste d’aiuto da parte degli stranieri, pari a un 13% in meno, mentre cresce invece la percentuale di italiani bisognosi con un +16%. Nel centro di Pergine invece nel 2015 sono stati accolti 51 italiani e 117 stranieri. La Caritas di Pergine, ad oggi trasferita nella casa della Provvidenza, ha approfittato del cambio di sede per rivedere il proprio servizio, mirando a superare, insieme al supporto dei Servizi Sociali, l’ottica del mero assistenzialismo, tramite un percorso educativo in grado di stimolare i richiedenti aiuto ad emanciparsi.

LAGORAI Il 5 marzo torna l’appuntamento con il “Meeting Lagorai”, l’incontro tra scialpinisti e ciaspolatori a Malga Cion, che festeggia quest’anno la 40esima edizione. Alla malga, a 1973 metri di quota (in caso di valanghe o neve scarsa l’appuntamento verrà spostato a Malga Fossernica di Dentro) i vari gruppi di sportivi si ritroveranno dopo aver percorso una decina di itinerari diversi, per poi scendere insieme, dopo la Messa e la distribuzione delle medaglie ricordo, fino a Caoria, dove si terrà il pranzo alpino con la consegna dei trofei. Ad allietare il tutto la Banda Sociale di Pieve Tesino. Per celebrare questo compleanno a cifra tonda è stata allestita una mostra itinerante nelle sedi Sat promotrici dell’evento, che arriverà a Borgo al Palazzo Comunale (13-19 febbraio), alle elementari di Pieve Tesino (20-26 febbraio) e nelle sedi Sat a Primiero e Caoria (27 febbraio - 5 marzo).

LEVICO Dopo anni di interventi attesi, sono finalmente terminati i lavori di restauro della chiesa arcipretale, voluta da Monsignor Caproni nella seconda metà dell’800, che è seconda solo al Duomo, per dimensioni, nella Diocesi di Trento. La chiesa infatti presentava da tempo danneggiamenti ai dipinti e agli affreschi della cupola principale, causati dalle continue infiltrazioni d’acqua. Anche la volta centrale e le navate laterali necessitavano però di un consolidamento, dopo i danni subiti dai terremoti nel ’76, ulteriormente aggravati dalle scosse più recenti. A sostenere le spese della volta è stata la parrocchia, che ha provveduto anche a sistemare il vecchio impianto di illuminazione, e ha potuto contare invece sul sostegno finanziario della Provincia per il restauro degli affreschi.

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o d n a l l e r e h c o i G MA 1

Cristini io iz r u a M a cura di

HE C S A TO I S E U Q

A gioco risolto, leggendo di seguito le lettere nelle caselle a sfondo colorato, si otterrà il nome di una Cima della Valsugana méta di tanti scialpinisti. ORIZZONTALI: 1. Frazione di Levico Terme - 5. Dicesi di volo a quota molto bassa - 10. Tecnica giapponese che permette di costruire oggetti piegando la carta - 12. Ce ne sono anche in provincia di Trento - 14. Un grido contro gli avversari - 17. Alta pianta medicinale a fiori gialli, molto diffusa nei luoghi incolti del Trentino; verbasco - 19. Ente italiano di promozione turistica (sigla) - 20. La Dies, sequenza liturgica cantata nell'ufficiare i defunti - 21. L'orecchio nei prefissi - 22. Conta circa 1,4 miliardi di abitanti - 23. La più famosa attrice francese (iniz.) - 24. Ai bordi... della tavola - 26. Il... cuore di Nerone - 27. Lo Young, famoso cantante canadese degli anni '70 - 28. Ospita l'Ice Rink Pinè - 31. Attacco... dell'orchestra! - 32. Vento gardesano - 33. Custodisce reliquie - 35. L'eroina di Quo vadis? - 38. Nella boxe, sono l'unità di misura del peso dei guantoni - 40. Dentro - 41. Cittadina austriaca alla cui periferia si trova il lager di Mauthausen - 43. Può mettere KO il PC - 45. Un negozio molto frequentato in estate - 48. Uno dei primi detersivi sintetici diffuso in Italia negli anni '50 - 50. E'... tedesco - 51. Il commetterlo, è contro la legge - 52. La Marianne, ciclista olandese pluricampionessa mondiale su pista, strada, e ciclocross - 53. Intossicazione da alcool - 54. Me stesso.

can, cat, ce, co, con, de, der, der, ia, din, fi, lan, le, man, mo, na, nie, no, pe, por, ra, rac, re, ri, ria, ro, sa, show, si, spal, squil, suc, sup, ta, ta, te, ten, to, to, tre, un, ve. Trovate le parole rispondenti alle definizioni date, aiutandovi con le sillabe qui elencate alla rinfusa. Le lettere nelle colonne a sfondo colorato, daranno una domanda alla quale dovrete dare la risposta.

VERTICALI: 1. Si utilizzano in campo agroalimentare per ottimizzare il ruolo dei microrganismi

1. Così è la voce chiara e forte - 2. Presunti spargitori di peste manzoniani - 3. Città delle Marche 4. Pianta spinosa che produce frutti spinosi - 5. L'avvicendarsi delle stagioni - 6. Apertura quadrata sul fianco della nave per permettere il passaggio di una bocca da fuoco - 7. E' meglio averle sempre protette! - 8. Così è la donna al passo coi tempi - 9. Sostegno per appoggio - 10. Quella utilizzata +) - 12. Raccolta da terra nel laboratorio chimico usualmente è in Pyrex - 11. Competere, disputare 13. Un conduttore televisivo come Fiorello.,)

/) 2)

1)

1“I rebus sono pubblicati per gentile concessione de La Settimana Enigmistica”.

01

*,)

nella produzione di alimenti comuni - 2. Musicò La gazza ladra - 3. Così si presenta l'Acqua Levico - 4. Sono alle estremità degli organi - 5. Pianta con noti effetti stimolanti sull'apparato digerente 6. Resina fossile - 7. Malattia dismetabolica - 8. Relazione, collegamento - 9. Scrisse Fiesta e Il vecchio e il mare (iniz.) - 11. Un personaggio di Striscia la notizia - 13. Il padre di Alberto II di Monaco - 15. Salerno - 16. Bando che nell'antica Atene colpiva il cittadino ritenuto pericoloso per la sicurezza dello Stato - 18. Le vocali nel sonoro - 25. L' ego che fa le veci di un'altra persona 29. Ballo... che si associa al Patrono dei danzatori - 30. Genova nelle targhe - 34. In mezzo alle mani - 36. Popolo al quale appartenevano Britanni, Boi e Pannoni - 37. Caverne, grotte - 39. Un comune saluto - 42. Lei guarda... all'inglese! - 44. Può essere bazzotto - 46. Sulla bussola... ad ore tre - 47. Una memoria del PC - 49. Il Mazzurana che nell'800 fu nominato Podestà di Trento per quattro volte.

SOLUZIONE DEL NUMERO DI DICEMBRE Crucuverba n° 1: ACQUAVIVA

Reportage

GLI ITALIANI IN AMERICA VANESSA FERRARI IL PARTO IN CASA

Intervista esclusiva

Il numero di febbraio di Valsugana News è stato chiuso il 7 febbraio 2017.


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