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L’Italia della green economy

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Silvia Zamboni l’italia della green economy idee, aziende e prodotti nei nuovi scenari globali

realizzazione editoriale

Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it

coordinamento redazionale: Paola Fraschini

progetto grafico e impaginazione: Roberto Gurdo

copertina: GrafCo3 Milano

© 2011, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333

ISBN 978-88-6627-016-4

Finito di stampare nel mese di dicembre 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (PG) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta riciclata 100%

i siti di edizioni ambiente

www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.verdenero.it Seguici anche su Facebook.com/EdizioniAmbiente

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Silvia Zamboni

DELLA

GREEN ECONOMY

IDEE, AZIENDE E PRODOTTI NEI NUOVI SCENARI GLOBALI Presentazione di Edo Ronchi

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Indice

Presentazione

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di Edo Ronchi

Crescita dei limiti

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Introduzione

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di Ralf Fücks

di Silvia Zamboni

Efficienza energetica

Lavatrici, lavastoviglie e frigoriferi risparmiosi Un cappotto su misura “riciclabile” Casseri “lego” termoisolanti salvaenergia La casa a doppia pelle che non teme il sole Pompe di calore ad alta efficienza Il container che genera energia elettrica Cogenerazione da oli vegetali L’energia viene dai fumi Dall’ecobalera all’ecocaldaia a biomasse La riscoperta dell’acqua calda Teleriscaldamento geotermico a bassa entalpia La macchina salvaenergia che semina e concima La batteria che fa risparmiare energia Un’azienda Usl a energia pulita Stampa di meno, risparmia di più Che cervello ha quell’edificio Pentole e padelle intelligenti

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Illuminazione pubblica a basso consumo Onde convogliate salvaenergia Dibawatt il menowatt

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Fonti rinnovabili

Quella comunità è... una foglia L’elettricità da tegole e pareti fotovoltaiche Non lasciate il pianeta agli stupidi Il parco solare nella fattoria sociale Elettricità e acqua calda dai moduli solari Pianeta sole Una serra contro l’effetto... serra Il mini eolico tascabile L’eolico sul tetto di casa Il mini eolico dall’Antartide al Sud del mondo

Geotermia e sistemi integrati Un armadio... geotermico Il caldo che viene dal freddo

Un impianto ibrido per edifici in classe energetica A+

Uso di biomasse per la produzione di energia Energia rinnovabile dalle vigne La trigenerazione a tutto biogas

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Biocarburanti

Parla italiano il bioetanolo di seconda generazione

Riduzione produzione di rifiuti L’ospedale a imballo zero Compostiamoci bene Prevenire, partecipare e comunicare L’imballaggio che riduce plastica e CO2 Acqua alla spina batte acqua minerale

Meno rifiuti nelle mense con il freebeverage

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Raccolta differenziata Differenziamo ergo... Sumus Fare soldi salvando il pianeta

Il centro commerciale che fa la differenza

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Macchinari e impianti per trattamento rifiuti La pioniera del riciclo automatizzato Il cimitero informatizzato delle auto La multistampatrice per plastiche da riciclo Una combustione senza fiamma e senza emissioni Energia dal termovalorizzatore portatile Nuova vita dalle ceneri Rifiuti di ogni matrice al vaglio Quel cavo è una miniera Quando i rifiuti corrono in galleria L’officina che ripara la plastica

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Materiali e prodotti innovativi da riciclo Riciclare il tetra pak Minori consumi con scooter in plastica da riciclo Scope e bidoni per rifiuti in plastica riciclata La pietra che... ricicla gli sfridi industriali Dalle bottiglie in Pet ai pannelli termoisolanti Dall’emergenza rifiuti al packaging sostenibile Pannelli riciclati alla sansa di olive

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Recupero e riciclo Raee

La nuova frontiera post uso dei tubi catodici Il riciclo ecosostenibile degli elettrodomestici Dai tubi al neon alle piastrelle La doppia vita di computer e stampanti Energia pulita dai vecchi cellulari

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Trattamento rifiuti organici

Elettricità da biogas e compost di qualità Il biocompost prodotto a secco

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Prodotti innovativi

Veicoli elettrici per città meno inquinate La spazzatrice che aspira le polveri Un pallet certificato, sostenibile, etico, sano Suole ecofriendly in plastica biodegradabile Sono made in Italy i biopannolini per bebè Storia, cultura e filosofia nella gomma da masticare biologica

Materiali innovativi per l’edilizia Materiali edili in lana di pecora Una vernice naturale di nome Yang Green building con la calce naturale

Una vernice antimuffa e atossica mangiasmog Una ceramica antibatterica e antinquinamento Da argille e rifiuti organici la ceramica termoisolante Il calore corre sul nanopolimero

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Crescita dei limiti

In cammino verso la modernità ecologica

A quasi quaranta anni dalla pubblicazione del famoso studio del Club di Roma che ha reso “I limiti della crescita” un’espressione proverbiale, è emerso nuovamente il disagio verso la crescita economica. Anche il disastro nucleare in Giappone (l’incidente alla centrale di Fukushima, ndt) ha sollevato l’interrogativo se le minacce a cui si auto-espone la civiltà industriale non impongano un’inversione di rotta. Che l’odierno modello di crescita non sia capace di futuro è fuori discussione: impatta eccessivamente sugli ecosistemi dai quali dipende l’umanità, e in nome di un precario benessere materiale produce sempre più rischi che gravano sul futuro. È sulle conseguenze da trarre da questa consapevolezza che verte il dibattito: dobbiamo uscire dalla spirale della crescita, oppure siamo alla vigilia del grande balzo in un’epoca all’insegna dell’ecologia, nella quale crescita dell’economia e consumo di risorse naturali sono disaccoppiati? Si chiama crescere con la natura l’alternativa a fine della crescita. Guardiamo a come stanno davvero le cose: parlare di fine della crescita economica è finzione allo stato puro. Piuttosto, ci troviamo al centro di un gigantesco ciclo di crescita, che proseguirà nei prossimi decenni. I due potenti fattori che la alimentano sono, da un lato, l’aumento della popolazione mondiale dai circa 7 miliardi odierni ai nove miliardi esseri umani previsti al 2050 e, dall’altro, il soddisfacimento dei bisogni finora trascurati della grande maggioranza degli abitanti della Terra, che si stanno tirando fuori dalla più nera miseria. Mentre noi discutiamo di limiti della crescita, le popolazioni di Asia, America Latina e Africa stanno per realizzare il sogno di una vita migliore, una vita simile a quella che conduciamo noi, con case moderne, alimenti differenziati, televisione, computer e telefoni, abiti alla moda e viaggi in paesi stranieri. Niente e nessuno potrà distoglierli da questi obiettivi. L’unica domanda da porsi è se questa enorme produzione di

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nuovi beni e servizi conduca al collasso ambientale o se possa essere indirizzata sui binari della sostenibilità. Non è un caso che la critica alla crescita sia di casa soprattutto in Europa, un continente alle prese con il calo demografico e il dubbio crescente che il periodo migliore della sua storia appartenga ormai al passato. Harald Welzer ha ben inquadrato questa mentalità da fine secolo nelle pagine culturali dell’edizione domenicale del quotidiano Frankfurter Allgemeine (52/2009). Welzer rimprovera all’“Occidente” di nascondersi la realtà se continuerà a correre dietro alla crescita. “Il suo futuro (l’Occidente, ndt) oramai ce l’ha alle spalle. È necessario anche sapere allentare la presa”. La crescita, afferma, non produce “né posti di lavoro, né elimina la povertà a livello mondiale”. È vero che la crescita economica da sola non ha mai assicurato il progresso sociale. Negare però lo stretto legame che esiste tra crescita, occupazione e standard di vita significa ignorare ogni evidenza empirica. I limiti della crescita non sono rigidamente definiti

Il richiamo ai “limiti della crescita” non è nuovo. Alla fine del 18° secolo, quando il processo di industrializzazione era ancora agli inizi, l’economista inglese Robert Malthus profetizzò che la produzione agraria non sarebbe riuscita a tenere il passo con il rapido aumento della popolazione. Dal momento che l’attività agricola, a causa della crescente domanda di cibo, si sarebbe estesa a terreni sempre più sterili, la capacità produttiva media per superficie avrebbe finito inevitabilmente per calare, mentre avrebbe continuato a crescere il tasso di incremento demografico. Le carestie, che avrebbero riportato a livelli sostenibili il numero di esseri umani sulla Terra, sarebbero risultate inevitabili. La legge di Malthus conteneva solo un piccolo errore: proiettava nel futuro lo status quo. D’altra parte, come avrebbe potuto prevedere le dirompenti scoperte di Justus Liebig e del suo contemporaneo Gregor Mendel? L’uso della chimica in agricoltura insieme all’introduzione di innovativi metodi di coltivazione sistematica hanno rivoluzionato l’agricoltura, incrementandone fortemente la produttività. Anziché scontrarsi con i ferrei limiti della crescita, dalla infausta profezia di Malthus in poi la popolazione mondiale è aumentata di sette volte, e per di più parallelamente a un crescente consumo di calorie a testa. E ci sarà cibo a sufficienza anche per i 9 miliardi di essere umani che presto abiteranno il pianeta, se i paletti verranno fissati correttamente: terra e capitale per i piccoli proprietari agricoli, sviluppo delle infrastrutture rurali, incremento della produttività dei terreni attraverso l’impiego di metodi di coltivazione biologici, protezione dei mari, ritorno dell’agricoltura nei terreni desertici, agricoltura high-tech nelle città e cam-

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biamenti delle abitudini alimentari nei paesi ricchi: riduzione del consumo di carne, aumento di quello di prodotti locali. Che ci siano “limiti alla crescita” di natura ecologica è fuori discussione, limiti che si possono superare solo a prezzo di pesanti crisi ecologiche. Riguardano prima di tutto la capacità di assorbimento, da parte degli ecosistemi, delle emissioni causate dagli uomini. I cambiamenti climatici provocati dalle attività umane sono un sintomo patologico che segnala il superamento dei limiti di carico dell’atmosfera. Anche la perdita di suoli fertili, la crisi idrica in molte regioni del pianeta e la scarsità di materie prime strategiche segnalano che il sistema industriale nella sua odierna versione non è capace di futuro. Tuttavia, i limiti di carico degli ecosistemi non rappresentano in assoluto dei limiti per una futura crescita dell’economia. I limiti naturali alla crescita non corrispondono a grandezze immodificabili. Si possono ampliare in due modi attraverso: • un aumento dell’efficienza delle risorse (produrre di più con meno); • la sostituzione delle materie prime finite con le energie rinnovabili e le materie prime riproducibili, in altre parole attraverso fonti di ricchezza potenzialmente inesauribili. Il tanto amato argomento che non è possibile una crescita illimitata su un pianeta limitato poggia su un errore. Perché la terra non è uno spazio chiuso in se stesso: dall’esterno riceve un costante apporto di energia che finora abbiamo usato solo in minima parte; questo apporto esterno di luce e calore è alla base di ogni processo produttivo in natura. Fino a oggi la società industrializzata si è nutrita con le riserve di energia accumulate dalla Terra: foreste, carbone, petrolio e gas. Ora si è visto che la liberazione dei giacimenti di carbonio presenti sul pianeta ha una conseguenza che è stata a lungo trascurata: destabilizza il clima terrestre. In effetti l’era dei fossili si scontra con i propri limiti. La conseguenza da trarre da questa consapevolezza è tanto semplice quanto ambiziosa: in futuro l’umanità dovrà soddisfare il fabbisogno di energia impiegando le fonti rinnovabili. Al contempo, il prevedibile esaurimento di molte materie prime e di metalli impone la transizione a una bio-economia basata sull’uso di materie ricavate da sostanze organiche. In definitiva, anche da questo punto di vista si tratta di intendere la luce del sole come fonte primaria dell’intera produzione e dei consumi. La rivoluzione dell’efficienza

Il ponte verso il futuro solare passa attraverso il continuo aumento della produttività delle risorse. Si tratta di produrre maggiore benessere da una determinata quantità di materia prima e di energia. Questo approc-

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cio sposta in avanti il termine a partire dal quale le risorse a disposizione diventano scarse, e aumenta il tempo a disposizione per produrre radicali innovazioni che consentano di sostituirle. L’obiettivo non è solo l’ottimizzazione di singoli processi produttivi e di prodotti finali. Si tratta piuttosto di passare a un’economia circolare, nella quale ogni prodotto di scarto serve da punto di partenza per nuovi processi produttivi. Secondo Ernst Ulrich Von Weizsäcker, che ha coniato l’espressiva formula del “fattore 5”, l’aumento della produttività delle risorse è “la melodia del nuovo progresso tecnologico, che sostiene un nuovo grande ciclo di crescita”. A differenza delle precedenti lunghe fasi di innovazione tecnologica, questa volta “diminuisce il consumo di natura, ma aumenta il benessere” (intervista a “change X”, del 14 aprile 2010). Che cosa comporta però il noto “effetto rebound”? Non sarà che il guadagno ottenuto in termini di efficienza viene poi regolarmente cancellato dai consumi crescenti? In effetti ci sono numerose prove empiriche a sostegno di ciò. Tuttavia non è una legge di natura che il consumo di risorse aumenti più velocemente dell’efficienza delle risorse. Un fattore centrale per il consumo di natura è il prezzo dei beni scarsi. “Per questo motivo dobbiamo far sì che nel corso del tempo le risorse limitate diventino più costose” (Von Weiszäcker). In questa prospettiva il prezzo delle fonti di energia deve aumentare come minimo in maniera proporzionale alla produttività energetica, per non incentivare un incremento dei consumi. L’innovazione tecnologica quindi da sola non basta. Affinché ci consenta di raggiungere gli auspicati obiettivi ecologici, c’è bisogno che la politica intervenga a guidare i mercati. La crescita qualitativa

Nel corso dei millenni il numero degli esseri umani e la produzione materiale sono cresciuti solo molto lentamente, con interruzioni provocate da gravi contraccolpi, come la peste o la guerra dei Trent’anni in Europa. Con il processo di industrializzazione si è messa in moto un’accelerazione mozzafiato. Negli anni compresi tra il 1800 e il 2000 la popolazione mondiale è aumentata di sei volte, il consumo di energia di quaranta volte e l’economia mondiale di cinquanta volte (si veda su questo punto Christian Schwaegerl, Menschenzeit, Monaco 2010, pagina 18). Tuttavia non si coglie nel segno se si riduce alla “crescita quantitativa” la dinamica espansiva della società industriale. Perché qualunque sia il criterio che si assume, dall’aspettativa di vita alla mortalità infantile, dalle calorie disponibili a testa al livello di istruzione, all’assistenza sanitaria, ai diritti delle donne e ai diritti democratici, si vede che la crescita della ricchezza materiale ha proceduto di pari passo con il progresso sociale. Insieme alla quantità di merci e servizi disponibili è aumentata anche la loro qualità. Contrariamente a un pregiudizio molto dif-

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fuso, ciò vale per gli alimenti come per l’abbigliamento, gli elettrodomestici, le automobili, i computer e i medicinali. Perché la concorrenza per avere acquirenti non si limita al livello dei prezzi ma riguarda anche la qualità. “Crescita qualitativa” potrebbe suonare come un concetto nuovo; la realtà che ci sta dietro però è tutt’altro che nuova. Co-produrre con la natura

Nella sua opera principale, Das Prinzip Hoffnung (Il principio speranza), già negli anni ’40 del secolo scorso Ernst Bloch ha riflettuto su un nuovo rapporto uomo-natura anticipando in che cosa consista la trasformazione ecologica della società industriale. Riallacciandosi a Marx e alle sue osservazioni sulla naturalizzazione dell’uomo e sull’umanizzazione della natura, e anche alla differenza che traccia Schelling tra natura come oggetto e natura come produttività, Bloch sviluppa l’utopia di una produzione che vede l’uomo cooperare insieme alla natura. La tecnologia che abbiamo conosciuto finora era orientata a strappare alla natura i suoi tesori. Al contrario, una futura “tecnologia alleata” punta “a liberare le creazioni sopite nel grembo della natura” (Das Prinzip Hoffnung). Mentre altre creature viventi vivono in “inconscia simbiosi” con il loro ambiente naturale, l’uomo, che si è allontanato dalla natura, deve stabilire in maniera consapevole questa alleanza. Questo concetto di base è stato successivamente sviluppato in diverse varianti. Frederic Vester negli anni ’70 e ’80 è stato il più noto precursore di processi di produzione biocibernetica (F. Vester, Neuland des Denkens, Monaco 1984). Oggi la bionica traduce in innovazione tecnologica i processi e i prodotti biologici naturali, e trae insegnamento dalle fantastiche soluzioni che l’evoluzione ha sviluppato nel corso del tempo. Chi parte solo dall’idea di una ottimizzazione lineare delle tecnologie e dei prodotti disponibili potrebbe dubitare che sia possibile separare la crescita dell’economia dal consumo di beni naturali. Molti segnali però ci dicono che oggi siamo all’inizio di una nuova epoca di innovazioni tecnologiche che ruotano attorno all’efficienza delle risorse, alle materie prime riproducibili e alle energie rinnovabili. Alcuni esempi: • le nanotecnologie e l’enzimatica sostituiscono processi ad alta intensità di materia e di energia; • i metalli si possono riciclare con procedimenti in cui si impiegano batteri; • gli edifici passivi producono più energia di quella che consumano; • le serre verticali utilizzano il calore emesso dai grattacieli per produrre frutta e verdura; • la mobilità urbana del futuro è fatta di una rete di energia solare collegata a ferrovie urbane, autobus elettrici, auto e biciclette elettriche, che si possono utilizzare tutti con un’unica carta elettronica;

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• con l’anidride carbonica emessa dagli impianti industriali si possono coltivare alghe, da cui ricavare materie prime per produrre medicinali, cosmetici, alimenti per l’uomo e foraggio per il bestiame; • ri-coltivazione dei deserti: con l’aiuto del solare termodinamico a concentrazione si può trattare l’acqua marina per rendere di nuovo fertili le aree desertiche poste vicino alla costa. Cosa può, cosa deve fare la politica?

Di fronte alle nuove dinamiche nel mondo dell’impresa e alla comparsa di nuovi attori espressione della società civile, l’attività di regolamentazione da parte dello Stato non è superflua. Se vogliamo evitare qualsiasi rischio di grave crisi, l’economia mondiale in futuro può svilupparsi solo all’interno di “paletti ecologici”, che vanno definiti sulla base della capacità di carico degli ecosistemi. Compito basilare della politica resta definire la cornice di riferimento per imprese, investitori e consumatori. Cruciale è fissare, a livello nazionale, europeo e mondiale, limiti decrescenti per le emissioni di anidride carbonica. Contemporaneamente c’è bisogno di una “dinamica ecologica dal basso” sospinta da imprese high-tech e agricoltori biologici, da ricercatori e investitori, da associazioni ambientaliste e dei consumatori. Una politica ecologista deve puntare a sostenere questa “trasformazione dal basso”. Che riesca per tempo il passaggio al modello di crescita sostenibile è una scommessa aperta. Non è escluso che si possa perdere la corsa con la crisi ambientale. D’altra parte non disponiamo di nessun’altra migliore opportunità per far fronte alle sfide del 21° secolo. Il futuro è ancora aperto e il potenziale di innovazione di una società aperta è illimitato. È su questo che si deve sperare. Ralf Fücks, co-Presidente Heinrich Böll Stiftung

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L’imballaggio che riduce plastica e CO2

La voce degli imballaggi è una delle più critiche a carico delle nostre pattumiere e dell’ambiente. E nel settore produttivo incide anche sui costi aziendali. Il Dossier 2010 “La prevenzione ecoefficiente” di Conai (Consorzio nazionale imballaggi), pubblicato in collaborazione con il GruppoSole24Ore, presenta 72 soluzioni di packaging realizzate tra il 2008 e il 2010 da 42 aziende e oltre 130 azioni di prevenzione che hanno ridotto le emissioni di CO2 di più del 30%. A riprova dell’accresciuto impegno per l’ambiente dell’industria, in linea, del resto, con un incremento della domanda in questo senso da parte dei consumatori, il 70% delle aziende citate presenta un sistema di gestione ambientale certificato, e mostra una crescente propensione ad agire in una prospettiva di ciclo di vita del manufatto, dall’estrazione delle materie prime al fine vita del packaging.

La tanica Polyonbox e la Bag Volflex riducono gli imballaggi

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Per questa quarta edizione del dossier, Conai si era dotato di un nuovo strumento di valutazione degli imballaggi basato sull’approccio Life Cycle Thinking, coerente con la direttiva rifiuti 98/2008 in fase di recepimento nel nostro ordinamento, che fa riferimento alla valutazione del ciclo di vita e al concetto di progettazione ecologica (eco design) dei prodotti. Il 29% dei casi presentati nel dossier riguarda il settore cura della persona e detergenza, seguito dal settore alimentari solidi con il 22% dei casi, da alimentari liquidi con il 17%, beni durevoli con il 13%. Tra le

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Riduzione produzione di rifiuti

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azioni di prevenzione intraprese dalle aziende, il 46% ha riguardato il risparmio di materia prima, il 16% l’ottimizzazione della logistica, il 15% l’utilizzo di materiale riciclato, l’8% la facilitazione delle attività di riciclo. Oggi il 90% degli imballaggi in cartone è prodotto con materiali riciclati; i sistemi di chiusura in alluminio segnano una riduzione di peso che sfiora il 50%; nel settore dei detergenti il volume e il peso dei contenitori si è ridotto del 50% grazie all’utilizzo di prodotti concentrati; rispetto a dieci anni fa, il peso medio degli imballaggi in plastica è diminuito del 28% e quello dei contenitori per alimenti in acciaio del 30%; nel solo 2009, grazie all’utilizzo di vetro riciclato, è stata evitata l’immissione di 1.800.000 tonnellate di CO2. La prevenzione nella produzione e uso degli imballaggi, descritta nei quattro dossier Conai pubblicati finora, equivale, sintetizza il Consorzio, a benefici per la collettività pari a 500 milioni di euro di costi socio-ambientali risparmiati. Tra le industrie del settore cura della persona e detergenza citate nel rapporto si trova Kroll, un’azienda con 16 dipendenti e un fatturato di circa 3.000.000 euro nel 2010, presente sul mercato da 32 anni, e prima nel campo dei cosmetici a ottenere, nel 2008, il marchio Ecolabel. Per ridurre l’impatto degli imballaggi Kroll ha sviluppato un contenitore combinato, denominato Polyonbox + Bag Volflex, che sostituisce le tradizionali taniche per ricaricare i distributori di saponi liquidi, gel e creme. Il contenitore rigido esterno Polyonbox, riutilizzabile più volte, è prodotto in polipropilene; contiene al suo interno una sacca (Bag Volflex), in polietilene e poliammide, leggera e flessibile, che presenta un bocchello sul quale è applicato un tappo. “A parità di prodotto contenuto, questo imballaggio riduce di oltre il 70% il materiale plastico utilizzato rispetto a una tanica, con un corrispondente risparmio sulle materie prime impiegate per produrre la plastica, e diminuisce del 35% l’imballaggio secondario realizzato con cartone”, sottolinea Enrico Pelosin, direttore commerciale dell’azienda. Come evidenzia il dossier Conai, rispetto alla tradizionale produzione di packaging il risparmio di elettricità ottenuto supera il 50%. Inoltre, grazie all’eliminazione dello stoccaggio dei flaconi e alla produzione delle sacche in azienda, si ottimizza la logistica. “Abbiamo anche ridotto l’impatto dei trasporti per l’approvvigionamento della materia prima necessaria a produrre la busta Volflex”, aggiunge Pelosin, “ed eliminato l’uso dei mez-

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Polyonbox aperto

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zi pesanti che ci consegnavano le taniche, sostituendoli con mezzi leggeri”. Rispetto a un packaging convenzionale per un prodotto di uguale volume, le buste Volflex riducono la produzione di rifiuti, sia in peso che in volume, con un risparmio dell’82% di plastica e minori costi anche di smaltimento. La ridotta quantità di plastica utilizzata e da smaltire comporta una riduzione delle emissioni di CO2 pari al 72%. La riduzione dei consumi di materie prime, di energia e delle spese di trasporto, si è riflessa sul listino ufficiale dei prezzi di vendita: il nuovo packaging, a parità di volume, ha permesso di abbatterli del 15% rispetto ai prodotti precedentemente confezionati con packaging tradizionale. Per il futuro, “l’azienda valuta che l’accoppiata imballaggio a minore impatto più etichetta Ecolabel possa aprire scenari interessanti in relazione al Gpp (Green Public Procurement), gli acquisti verdi degli enti pubblici,” dice Pelosin. “Per divulgare la cultura del Gpp, negli ultimi due anni abbiamo tenuto in tutta Italia corsi di formazione presso enti pubblici, per un totale di 800 ore, facendo conoscere la validità del prodotto Ecolabel e i vantaggi di sostenibilità ambientale ed economica del sistema Polyonbox”. Da oltre otto anni Kroll ha una certificazione integrata qualità ambiente UNI EN ISO 9001, UNI EN ISO 14001 e registrazione Emas.

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Acqua alla spina batte acqua minerale

L’Italia è il paese con il consumo di acqua minerale più alto d’Europa: nel 2008 ne sono stati consumati 11 miliardi e 627 milioni di litri, ovvero una media (“del pollo”) di 197 litri a testa (fonte: Databank 2009). Come mai? Una prima spiegazione potrebbe venire dalla mancata fornitura regolare di acqua a milioni di italiani, specie nel Mezzogiorno (8 milioni nell’estate 2007, come riportato nel libro di Edo Ronchi e Pietro Colucci, Vento a favore, Edizioni Ambiente). Un altro fattore, aldilà di una mera questione di gusto, potrebbe essere la diffidenza verso l’acqua che esce dal rubinetto, che, in realtà, è la più controllata, almeno là dove il monitoraggio delle utility e i controlli degli enti pubblici funzionano. In più, essendo acqua corrente, non “ristagna” nelle bottiglie, sia pur sigillate, trasportate e immagazzinate prima della vendita. Gli scandali passati e recenti, dai pozzi all’atrazina, all’acqua all’arsenico nella zona di Velletri, all’allarme per le condutture che contengono amianto, sembrano, però, aver lasciato il segno. Per questo le campagne a favore dell’“acqua del sindaco” faticano a sfondare. L’alto consumo di acqua minerale, oltre a incidere sui bilanci delle famiglie (si calcola una spesa in supermercato da 20 a 80 centesimi di euro a litro a seconda della marca, contro il costo di 0,0017 al litro di acqua della rete praticato, ad esempio, dal Gruppo Hera), ha forti ripercussioni anche sull’ambiente. Cento litri d’acqua trasportati su strada per 100 chilometri comportano l’emissione di circa 10 kg. di CO2; per non parlare dei rifiuti prodotti, in massima parte bottiglie di plastica: oltre 5 miliardi ogni anno, pari a circa 130.000 tonnellate di plastica, che solo in minima parte vengono recuperate e avviate al riciclo. In altre parole si consuma petrolio ed energia elettrica per produrre la plastica, carburante per trasportare le bottiglie presso i punti di rivendita e per trasportarle di nuovo, come rifiuti post consumo, per lo smaltimento finale o il riciclaggio e recupero di materia. Di recente, si stanno diffondendo delle apparecchiature per uso domestico che consentono di “gassificare” l’acqua potabile di casa, dando la sensazione, al palato, di bere acqua minerale, mentre è quella del rubinetto. Cancellando così la schiavitù dell’acqua in bottiglia.

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Accanto a questi miscelatori casalinghi, è interessante un’applicazione per comunità sviluppata dall’azienda Celli Spa, denominata “Fonte Alma”: si tratta di un pannello dotato di più augelli per l’erogazione di acqua alla spina (refrigerata, naturale o addizionata di CO2 per renderla frizzante), da installare nelle cosiddette “case dell’acqua”. In tutt’Italia sono già stati installati circa 150 erogatori pubblici di acqua alla spina Celli, tra l’altro nei comuni di Spoleto, Perugia, Foligno. In queste casette, una sorta di neo fontanelle pubbliche, il Comune può decidere di distribuire l’“acqua del Sindaco” gratuitamente o farla pagare, visto che sono munite anche della fessura per introiettare il denaro. Il sistema “Fonte Alma” consente quindi di risparmiare energia e materie prime utilizzate per la fabbricazione dei contenitori, e di ridurre le emissioni di CO2 associate al trasporto dell’acqua in bottiglia. Inoltre, eliminando i vuoti a perdere, contribuisce alla riduzione a monte della formazione di rifiuti. Rispetto ad altri erogatori d’acqua alla spina simili, l’ecologicità addizionale di “Fonte Alma” deriva dalle soluzioni tecniche adottate volte a ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione, utilizzazione e smaltimento La casetta “Fonte Alma”

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Riduzione produzione di rifiuti

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finale dell’impianto stesso. A cominciare dalla sostituzione di tutte le componenti energivore (il motore compressore per il frigo, l’agitatore per far girare l’acqua fredda a temperatura uniforme e la pompa) con altre a basso consumo di elettricità. L’impiego di una centralina unica elettronica ha portato a una ulteriore riduzione dei consumi di circa il 35%. Un risparmio sul consumo di energia, pari al 10-15%, lo si è ottenuto aumentando lo spessore dell’isolante della vasca del ghiaccio. Ancora: l’espandente del poliuretano, in origine un HFC (un idrofluorocarburo) è stato sostituito con anidride carbonica (a fin di bene, in questo caso!) che ha un GWP (global warming potential, il contributo all’effetto serra dato da una emissione gassosa in atmosfera) inferiore di ben 1.300 volte, una proprietà importante al momento dello smaltimento dell’apparecchiatura, che libererà un gas con un potenziale di effetto serra inferiore. Inoltre il pannello e i lamierati dell’apparecchio sono realizzati in acciaio INOX riciclabile al 100% e non hanno subito trattamenti superficiali né verniciature inquinanti. Infine, l’utilizzo della telemetria (per limitare l’assistenza solo ai casi di malfunzionamento conclamato) e l’adozione di bombole di CO2 di grandi dimensioni per la gasatura dell’acqua consentono di ridurre al minimo gli spostamenti per la manutenzione ordinaria e straordinaria, e di contenere, quindi, le emissioni di gas serra legate alla circolazione dei mezzi dei manutentori. Questa attenzione per ridurre l’impatto sull’ambiente si riflette nella nuova sede di Celli Spa (certificata ISO 9001 dal 1994 e ISO 14001 dal 2002), inaugurata nel 2008, uno stabilimento dotato di numerosi dispositivi finalizzati al risparmio energetico e all’uso delle rinnovabili: i pannelli solari termici per produrre l’acqua calda, la predisposizione degli impianti di fotovoltaico, le caldaie a condensazione e i temporizzatori e i sensori di movimento per l’accensione e spegnimento delle luci.

Celli Spa via Casino Albini, 605, San Giovanni in Marignano – 47842 Rimini g.mancini@celli.com, m.digeronimo@celli.com; tel. 0541755211 www.celli.com Segnalata nel 2010 nel settore Prodotti e servizi innovativi

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L'Italia della Green Economy