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PROSPERITÀ SENZA CRESCITA

economia per il pianeta reale


Tim Jackson

PROSPERITĂ€ SENZA CRESCITA

ECONOMIA PER IL PIANETA REALE Prefazioni di Carlo Petrini, Herman Daly e Bill McKibben Edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna

Edizioni Ambiente


Tim Jackson PROSPERITÀ SENZA CRESCITA economia per il pianeta reale realizzazione editoriale

Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it titolo originale

Prosperity without Growth: Economics for a Finite Planet Copyright © Tim Jackson, 2009 Earthscan Ltd of Dunstan House, 14a St Cross Street, London EC1N8XA, UK edizione italiana a cura di

Gianfranco Bologna traduzione

Michelle Nebiolo coordinamento redazionale

Anna Satolli

progetto grafico: GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo

© 2011, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 ISBN 978-88-96238-87-5

Finito di stampare nel mese di febbraio 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta riciclata 100% i siti di edizioni ambiente

www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.verdenero.it


sommario

prefazione di Carlo Petrini

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premesse di Herman E. Daly e Bill McKibben

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dall’economia della crescita all’economia della sostenibilità di Gianfranco Bologna

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1. la

prosperità perduta l’età dell’incoscienza 3. ridefinire la prosperità 4. il dilemma della crescita 5. il mito del decoupling 6. la “gabbia d’acciaio” del consumismo 7. il keynesianesimo e il “green new deal” 8. macroeconomia ecologica 9. essere felici, nei limiti 10. un governo per la prosperità 11. la transizione verso un’economia sostenibile 12. una prosperità duratura

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appendice 1: il progetto redefining prosperity della sdc appendice 2: verso una macroeconomia ecologica

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note bibliografia ringraziamenti

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2.


prefazione di Carlo Petrini

“L’uomo, monotono universo / crede allargarsi i beni / e dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti”. Non sono un economista, e quindi mi perdonerà il lettore se voglio usare una poesia per introdurre questo bel libro di Tim Jackson. Anche perché non mi sembra una cosa del tutto incompatibile: in fondo stiamo parlando dei continui sforzi che facciamo per alzare il nostro livello di benessere, per poter vivere in un reale (dunque possibile) stato di prosperità. La poesia serve: i versi che ho citato sono di Giuseppe Ungaretti, e mi ritornano in mente ogni volta che rifletto sui temi di seguito affrontati da Jackson. La nostra storia e il nostro comportamento economico ci dicono molto su che cosa siano diventati gli esseri umani, su come trattiamo il nostro pianeta, su come spesso siamo anche bravi a farci del male o quanto meno a rendere un po’ più tristi le nostre vite invece di farle più piene e gratificanti. L’economista cileno Manfred Max-Neef, in un bellissimo discorso tenuto alla platea di Terra Madre (il meeting mondiale tra le comunità del cibo che Slow Food organizza ogni due anni a Torino per riunire le comunità dell’omonima rete) nell’ottobre 2010 ha splendidamente enunciato l’essenza di questa strana forma di autolesionismo. Ha raccontato che per anni si è interrogato su che cosa distingue gli uomini dagli altri esseri viventi, per molto tempo senza trovare una risposta. Prima ha creduto fosse la capacità di unirsi per raggiungere scopi comuni, oppure di organizzarsi, di cambiare l’ambiente in cui vivono per i propri fini, poi la capacità di provare sentimenti. Ma il mondo animale l’ha sempre smentito: neanche quando ha ipotizzato che la nostra particola-


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rità fosse il senso dell’umorismo alla fine ne è uscito soddisfatto. Alcuni uccelli giapponesi pare che si facciano divertentissimi scherzi tra di loro, dimostrandone una forma molto sottile. Ma infine, dopo tanto cogitare, ha capito: ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi è la stupidità, la capacità di compiere azioni che finiscono con il danneggiarlo, azioni senza senso. In effetti è proprio così: più ci affanniamo, più ci troviamo di fronte a limiti che poi abbiamo la tentazione di aggirare, con il risultato che ne produciamo continuamente di nuovi, in maniera quasi esponenziale. Nel 1989, poco dopo la caduta del Muro di Berlino, con un gruppo di amici da tutto il mondo fondammo a Parigi l’associazione internazionale Slow Food, il “Movimento per la tutela e il diritto al piacere” che tutt’ora presiedo. Sottoscrivemmo un manifesto, che qui voglio citare in parte: “... contro la follia universale della Fast Life, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale. Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento. Iniziamo proprio a tavola con lo Slow Food...”. Da più di vent’anni mi occupo di cibo, di piacere, di bellezza insieme ai membri di Slow Food: se all’inizio serviva una rivendicazione un po’ provocatoria contro la velocità che ci instupidisce, che ci fa perdere il buon senso, con gli anni abbiamo imparato che il cibo, elemento paradigmatico rispetto alla nostra capacità di goderci la vita, è anche la perfetta metafora di quanto sappiamo economicamente ed ecologicamente farci del male; un simbolo dell’immiserimento della nostra società nel nome del profitto o del PIL. Siamo riusciti, in questa folle corsa frenetica verso una crescita continua, irrispettosa di ogni limite, perfino a corrompere l’elemento irrinunciabile che ci permette di vivere, a trasformare ciò che è anche un piacere fisiologico e culturale, personale e comunitario, in qualcosa di sempre più anonimo e omologato, addirittura potenzialmente pericoloso per noi e per il pianeta che abitiamo. E ciò, purtroppo, non succede soltanto con il cibo. Se dunque nel 1989 provocavamo con la rivendicazione del vero piacere materiale, e quindi anche con elementi poetici e un po’ utopistici, con il tempo il discorso si è dovuto fare molto più “serio”.


prefazione

Constatando via via i danni all’ambiente che può fare la produzione del cibo, come possono essere smantellate e private di vita le nostre comunità, come possono essere cancellati in un attimo secoli di tradizioni, ci siamo infine, e inevitabilmente, avvicinati anche ai linguaggi della politica e dell’economia, ma senza cambiare granché il nostro campo d’azione. Quando abbiamo iniziato a difendere le piccole produzioni agricole tradizionali dall’estinzione, attraverso i Presìdi Slow Food e poi con la creazione del network tra le comunità del cibo di Terra Madre (più di 2.000 in 153 paesi del mondo – www.terramadre.org), i nostri detrattori ci hanno sempre tacciati sostenendo che operavamo per economie “di nicchia”, di scarsa rilevanza. Lo stesso popolo di contadini, pescatori, nomadi, artigiani che costituisce la rete di Terra Madre è visto come un’umanità marginale, che opera fuori dalla grande economia e non conta nulla perché non è in grado di influenzare i flussi finanziari globali o il PIL dei loro stati di appartenenza. Ma loro, a differenza dei più, difendono il nostro cibo e il nostro pianeta, loro hanno memoria del passato e perseguono dei fini comuni, per un bene comune. Anche quando lavoriamo con l’associazione per educare e formare dei coproduttori al posto dei consumatori – ovvero dei cittadini in grado di esercitare un ruolo attivo per l’economia agricola, per l’ambiente e la giustizia sociale attraverso le loro semplici scelte alimentari – i grandi analisti e i sostenitori accaniti della crescita a tutti i costi ci dicono che stiamo “facendo poesia”, ci vedono, nel migliore dei casi, come dei sognatori completamente slegati dalla realtà. Ma la realtà è un’altra, e Tim Jackson ce lo fa capire in modo molto serio e scientifico con questo libro. Le economie “Cenerentola” possono cambiare la faccia al mondo e al nostro modo di vivere; possono farci sembrare meno stupidi. La cosa eccezionale è che analisi di questo tipo danno coraggio, infondono speranza nella possibilità di un cambiamento profondo: una trasformazione e non una rivoluzione. Le rivoluzioni sacrificano sempre qualcosa in nome del cambiamento, hanno poca memoria, pretendono di cancellare il passato in maniera più o meno drastica. Le rivoluzioni sono fast mentre noi vogliamo essere slow. Abbiamo bisogno di non buttare via il bambino con l’acqua sporca, di mantenere

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la nostra memoria, di guardare a forme di economia che sono anche riconducibili a un passato piuttosto remoto, ma sicuramente in grado di insegnarci ancora molto. Economie come quelle agricole, come quelle che ci danno il cibo, che ci parlano della nostra storia, di chi siamo e di come interagiamo con il mondo circostante. Dobbiamo conoscere i nostri limiti per fermarci in tempo, per lavorare di più su che cosa si può fare dentro questi limiti, e non oltre. Questo tipo di trasformazione si può e si deve innescare prima che la nostra noncuranza ci porti al collasso. Ma la cosa più bella è che essa parte dalle nostre azioni quotidiane e dal nostro modo di vedere il mondo. Da un cambio di paradigma, anche economico, che però non ci chiama a stare peggio: ci chiama a stare meglio. Perché è una trasformazione che parte anche dalla poesia, dalla nostra capacità di apprezzare, conservare e diffondere il bello e il buono, che dovrebbero diventare diritti universali garantiti per legge. Non si tratta di fare grandi sacrifici rinunciando alla crescita: stiamo pensando a come vivere bene, a come recuperare dai danni compiuti a causa della nostra ottusa stupidità, attraverso azioni molto piacevoli come il mangiare, lo stare insieme, il condividere, il non sprecare, il donare. Che male c’è se tutto ciò vale sia in quanto poesia, sia in quanto economia? L’importante è che funzioni, e io ci scommetto. Carlo Petrini Presidente e fondatore di Slow Food


1.

la prosperità perduta

Credo che tutti noi, presenti qui oggi, possiamo riconoscere che abbiamo perduto quel senso di prosperità condivisa. Barack Obama, 27 marzo 20081 Si parla di prosperità quando le cose vanno bene, cioè quando vanno secondo le nostre speranze e aspettative.2 Ci chiediamo: “Come va la vita?”, “Come vanno le cose?”. Questi scambi quotidiani sono più di un semplice saluto: rivelano un nostro mutuo interesse per il benessere l’uno dell’altro. Desiderare che le cose vadano bene è un’attitudine umana. In questo “andare bene delle cose” diamo per scontata una qualche nozione di continuità. Se immaginassimo che tutto possa andare in pezzi domani, non penseremmo che le cose stanno procedendo a meraviglia. “Sì, sto benissimo, grazie. Domani farò bancarotta” è una risposta che non avrebbe alcun senso. Tendiamo per natura a pensare al futuro. Inoltre è sensazione comune che un individuo non possa godere appieno della propria prosperità se il resto della società deve affrontare una crisi profonda. Che le cose a me vadano per il meglio sarà una ben magra consolazione se, nel frattempo, la mia famiglia, i miei amici e la mia comunità vivono in condizioni di estremo disagio. La mia prosperità e quella di coloro che mi stanno intorno sono intrecciate. A volte inestricabilmente. In poche parole, queste preoccupazioni condivise si traducono in una visione di progresso umano. Prosperità significa non avere più affamati e senzatetto, la fine di povertà e ingiustizia, poter sperare in un mondo sicuro e pacifico. E questa visione non è importante solo per motivi altru-


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istici ma, spesso, anche per rassicurarci del fatto che le nostre vite hanno un senso. Per darci la confortante sensazione che le cose nel complesso stiano andando meglio, non peggio, se non sempre per noi almeno per le generazioni future. Una società migliore per i nostri figli. Un mondo più giusto. Un posto dove un giorno i meno fortunati potranno vivere bene. Se non possiamo credere che sia possibile, allora in cosa possiamo credere? Che significato potremmo dare alla nostra vita? In questo senso la prosperità è una visione condivisa. I suoi echi risuonano nei nostri rituali quotidiani. Le decisioni che la riguardano connotano il mondo politico e sociale. Le speranze che nutriamo per essa stanno al cuore delle nostre vite. Finora tutto bene. Ma come possiamo realizzare concretamente questa visione? Senza un modo realistico per trasformare le speranze in realtà, la prosperità rimane un’illusione. È importante che esista un meccanismo credibile e resistente per raggiungerla. Non si tratta solo di avere quel che ci serve perché le cose “vadano bene”: la legittimità dei mezzi che servono a vivere bene è parte della colla che tiene unita la società. Perdere la speranza significa spegnere il senso di collettività. È una minaccia per la moralità stessa. Quindi, azzeccare il meccanismo giusto è di vitale importanza. Uno dei messaggi chiave di questo libro è che non stiamo riuscendo a fare il nostro dovere in questo senso. Le nostre tecnologie, la nostra economia e le nostre aspirazioni sociali sono tutte male allineate rispetto a qualsiasi manifestazione significativa di prosperità. Siamo guidati da una visione di progresso sociale – basata sull’espansione continua delle esigenze materiali – fondamentalmente indifendibile. Non si tratta solo di non raggiungere determinati ideali utopici: è un fallimento molto più sostanziale. Nel perseguire il buon vivere oggi, stiamo sistematicamente erodendo le basi del benessere di domani. Stiamo davvero correndo il rischio di perdere ogni possibilità di realizzare una prosperità condivisa e duratura. Ma questo libro non vuole essere né uno sfogo contro i fallimenti della modernità né un lamento di fronte all’inevitabilità della condizione umana. Le nostre chance di arrivare a una prosperità duratura sono senza dubbio sottoposte ad alcuni vincoli immutabili. Uno di essi potrebbe


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essere l’esistenza di limiti ecologici all’attività umana. Un altro, forse, risiede in certi aspetti della nostra natura. L’attenzione a questi vincoli sarà fondamentale nell’ottica di questo studio. Il nostro obiettivo principale è dare risposte concrete al più grande dilemma dei nostri tempi: come riconciliare l’aspirazione a un buon vivere con i limiti di un pianeta finito. Nelle pagine seguenti ci concentreremo sulla ricerca di una visione plausibile di quel che potrebbe significare, per la nostra società, prosperare in un contesto di limiti ecologici. prosperità come crescita Questo libro è incentrato su una domanda molto semplice: che forma può avere la prosperità in un mondo finito, con risorse finite e una popolazione che, secondo le previsioni, supererà i 9 miliardi di persone entro qualche decennio?3* Abbiamo una visione, che sia degna di questo nome, per la prosperità in un mondo del genere? È una visione plausibile di fronte ai limiti ecologici di cui abbiamo le prove? E come possiamo trasformare quella visione in realtà? La risposta più comune a queste domande vede la prosperità in termini economici e la continua crescita economica come il modo per raggiungerla. Redditi più alti, per coloro che ne beneficiano, significano maggiori opportunità, vite più ricche, qualità della vita migliore. O almeno così siamo abituati a pensare. In soldoni (quasi letteralmente) questa formula si traduce in un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite. Il PIL, a grandi linee, misura l’“attività economica” di un paese o di una regione.4 Più avanti vedremo che ci sono buoni motivi per mettere in dubbio che una misura * La popolazione umana ha raggiunto il primo miliardo nella sua storia intorno al 1800, il secondo miliardo è stato toccato 130 anni dopo, nel 1930, il terzo, 30 anni dopo, nel 1960, il quarto, 14 anni dopo, nel 1974, il quinto, 13 anni dopo, nel 1987, il sesto, 12 anni dopo, nel 1999, mentre il settimo dovrebbe essere raggiunto, dopo 12 anni, nel 2011 e l’ottavo, dopo 13 anni, nel 2024. Nel 2050 dovremmo essere 9,2 miliardi secondo l’ultimo World Population Prospects: The 2008 Revision delle Nazioni Unite, ndC.

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così grezza sia davvero sufficiente ma, per il momento, diciamo che rispecchia correttamente quel che si intende, in generale, per redditi crescenti. In quest’ottica un aumento di PIL pro capite equivale a un aumento di prosperità.5 Questa logica è senza dubbio una delle ragioni per cui la crescita del PIL ha rappresentato l’obiettivo più importante in assoluto delle politiche attuate in tutto il mondo per buona parte del secolo scorso. Chiaramente essa attira ancora le nazioni più povere e, di sicuro, per affrontare seriamente il tema della prosperità occorre considerare la difficile condizione di quel miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, metà di quanto costi un cappuccino piccolo da Starbucks.6 Ma la stessa logica vale davvero per le nazioni più ricche, dove i bisogni legati alla sussistenza sono ampiamente soddisfatti e dove l’ulteriore proliferazione di prodotti di massa contribuisce ben poco al benessere materiale? Con tutto quello che già abbiamo, come facciamo a desiderare ancora altre cose? Nelle economie avanzate non sarebbe meglio interrompere l’incessante ricerca della crescita per concentrarsi invece su una condivisione più equa di ciò che abbiamo a disposizione? In un mondo di risorse finite, vincolato da rigidi limiti ecologici, ancora caratterizzato da “isole di prosperità” in “oceani di povertà”,7 è davvero legittimo concentrare le nostre speranze e aspettative sui redditi sempre crescenti dei già-ricchi? Non ci sarà per caso un percorso diverso, che conduca a una forma di prosperità più sostenibile e più equa? Torneremo più volte su questa domanda, analizzandola da vari punti di vista. Ma vale la pena chiarire fin da subito che secondo molti economisti l’idea stessa di una prosperità senza crescita rappresenta un vero e proprio anatema. La crescita del PIL è data per scontata. Sono state scritte risme su risme per spiegare su cosa si basa, chi la può generare meglio e cosa fare se non si verifica. Si è scritto molto meno sul perché, in primo luogo, dovremmo desiderarla. Qualche tentativo di dare un fondamento intellettuale alla ricerca incessante del “di più” che si nasconde nella definizione tradizionale di prosperità, però, c’è. Per sintetizzare, il ragionamento è più o meno questo: il PIL somma il valore economico dei beni e dei servizi scambiati sul mer-


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cato; se spendiamo il nostro denaro su una quantità crescente di prodotti è perché attribuiamo loro un valore: non lo faremmo se non stessero migliorando la nostra vita; quindi un PIL in costante crescita è una ragionevole proxy* dell’aumento di prosperità. Tuttavia questa conclusione è strana, perché prosperità non è necessariamente sinonimo di reddito o ricchezza. Un aumento di prosperità non è palesemente la stessa cosa della crescita economica. “Di più” non significa sempre “meglio”. Anzi, fino a tempi molto recenti la prosperità non era affatto vista in termini di denaro: era semplicemente l’opposto delle avversità o dell’afflizione.8 Il concetto di prosperità economica – con la sostituzione dell’aumento di prosperità con la crescita economica – è un costrutto moderno. Ed è un costrutto che si è già attirato notevoli critiche. Tra le accuse mosse, vi è quella per cui i vantaggi portati dalla crescita sono distribuiti in modo a dir poco iniquo: un quinto della popolazione mondiale guadagna appena il 2% del reddito globale, mentre il 20% più ricco ne guadagna il 74%. Il divario tra ricchi e poveri è caratterizzato da disparità enormi; differenze di prosperità reali, quali che siano gli standard adottati. Tali differenze sono inaccettabili dal punto di vista umanitario e, inoltre, generano sempre più tensioni sociali: problemi seri all’interno delle comunità più svantaggiate che possono riversarsi anche nella società nel complesso.9 Persino nelle economie avanzate le diseguaglianze sono più marcate oggi di quanto non fossero 20 anni fa. Nei paesi occidentali, mentre i ricchi sono diventati più ricchi, i redditi della classe media sono rimasti stagnanti (in termini reali) da molto prima che iniziasse l’attuale recessione. Negli ultimi 50 anni, lungi dal migliorare gli standard di vita di coloro che ne avrebbero avuto più bisogno, la crescita economica ha deluso buona parte della popolazione mondiale. Invece di distribuirsi in modo capillare, la ricchezza è risalita verso i pochi già fortunati. La giustizia (o meglio l’ingiustizia di questa situazione) è solo uno dei motivi per cui dovremmo mettere in dubbio la formula tradizionale della * In statistica una proxy è una variabile così strettamente correlata alla grandezza oggetto di studio da fornire informazioni su di essa in modo indiretto, ndT.

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prosperità. Un secondo motivo è la consapevolezza sempre più radicata che, almeno superato un certo limite, continuare a inseguire la crescita economica sembra non solo non contribuire alla felicità umana ma anzi addirittura ostacolarla. Nello scorso decennio, infatti, nelle economie avanzate il relativo successo economico è stato accompagnato da considerazioni sulla “recessione sociale”.10 Infine, e forse è il motivo più ovvio, qualsiasi visione di prosperità che sia plausibile deve affrontare la questione dei limiti. Questo è particolarmente vero quando ci si basa sulla crescita. Come – e per quanto tempo – è possibile una crescita continua senza imbattersi nei limiti ecologici di un pianeta finito? la questione dei limiti La preoccupazione dell’uomo per i limiti è antica quanto il mondo, ma ha una storia recente che si può dividere in tre fasi distinte. Verso la fine del XVIII secolo il pastore Thomas Robert Malthus sollevò la questione nel suo autorevolissimo Saggio sul principio di popolazione. La risollevò poi, in forma diversa, il rapporto I limiti dello sviluppo* del Club di Roma. La terza fase è quella in cui ci troviamo oggi: la nostra attenzione è divisa tra la preoccupazione per il cambiamento climatico e il picco del petrolio11 e la paura del crollo economico. Agitare lo spauracchio di Malthus è pericoloso, certo. Viene criticato a gran voce per diversi motivi (alcuni decisamente validi, come la sua ostilità nei confronti dei poveri e la forte opposizione alle Poor Laws).** Del resto fu proprio lui a dare all’economia la reputazione di “triste scienza”. * Il titolo originale del rapporto è Limits to Growth, quindi i limiti della crescita. L’economia ecologica attribuisce giustamente al termine “crescita” una connotazione di carattere quantitativo e materiale ben indicato dal titolo originale del rapporto, mentre il termine “sviluppo” è maggiormente connotato con gli aspetti qualitativi, ndC. ** Alla fine del XVI secolo in Inghilterra e in Galles furono formalizzate le Poor Laws, alla base del sistema assistenziale rivolto alle fasce più povere della popolazione in vigore fino al secondo dopoguerra, ndT.


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Allora tanto vale dire subito chiaramente che Malthus si sbagliava. Almeno per quanto riguarda i dettagli delle sue posizioni.12 In estrema sintesi, secondo il suo ragionamento, la crescita demografica è sempre più rapida dell’aumento delle risorse che possiamo avere a disposizione per nutrire e dare riparo alla gente. Quindi, prima o poi, la popolazione si espanderà oltre i propri “mezzi di sussistenza” e alcune persone – inevitabilmente le più povere – ne subiranno le conseguenze. Non capire (e, anzi, difendere) le ingiustizie strutturali che tengono i poveri bloccati nella propria condizione è stato uno degli errori di Malthus. Ma era sbagliato anche il suo ragionamento matematico. Oggi la popolazione globale è sei volte quella che c’era ai suoi tempi, anche perché – al contrario della sua ipotesi di partenza – i mezzi di sussistenza si sono espansi ben più rapidamente della popolazione. L’economia globale è pari a 68 volte quella del 1800.13 A Malthus sfuggirono del tutto le possibili conseguenze di lungo periodo dei massicci cambiamenti tecnologici che già si stavano verificando intorno a lui. A quello sviluppo si sarebbe accompagnato un notevole rallentamento del tasso di crescita della popolazione, ma lui non avrebbe potuto prevederlo. Oggi la crescente agiatezza stimola il throughput (ovvero il flusso complessivo) delle risorse più di quanto non faccia l’aumento demografico.14 I mezzi di sussistenza, soprattutto grazie alla pronta disponibilità di combustibili fossili a basso prezzo, hanno tenuto il passo e superato la propensione della gente a riprodursi. Ma anche gli enormi aumenti nei consumi delle risorse associati a un’economia globale quasi 70 volte più grande di quella di fine Settecento, forse, avrebbero dato da pensare al pastore Malthus. Come è possibile sostenere un andamento simile? Fu esattamente questa la domanda che il Club di Roma pose a un gruppo di scienziati negli anni Settanta per indagare la questione dei limiti ecologici. Donella e Dennis Meadows e i loro colleghi presero la crescita esponenziale registrata nell’uso delle risorse, nella popolazione e nell’attività economica a partire dalla Rivoluzione industriale e si posero un semplicissimo quesito: come avrebbero mai potuto continuare delle curve del genere (figura 1.1(a)), secondo le proiezioni ipotizzate dall’economia convenzionale?

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Sapevano che gli ecosistemi naturali seguivano curve ben diverse (figura 1.1(b)). Poteva essere che gli enormi progressi fatti dall’uomo non fossero altro che la ripida crescita che si verifica all’inizio della curva a campana? E quindi, inevitabilmente, che stessimo procedendo dritti verso il collasso come qualsiasi altro ecosistema che superi la propria disponibilità di risorse? I Meadows sostenevano che la scarsità delle risorse avrebbe fatto aumentare i prezzi, rallentando le occasioni di crescita futura. A un certo punto, se non si fosse arginato il throughput sarebbero crollate le risorse stesse portando con sé la possibilità di un’attività economica incessante, almeno su una scala che si potesse anche solo avvicinare a quella prevista dagli ottimisti. Raccogliendo tutti i dati che riuscivano a trovare sui tassi d’estrazione delle risorse e sulle riserve disponibili, i Meadows si proposero l’obiettivo di individuare i momenti di svolta, i punti in cui una vera e propria scarsità avrebbe potuto iniziare a fare danni. In realtà, nonostante i Meadows lavorassero in un periodo in cui i dati di base sulle risorse naturali erano ancora più carenti di oggi, le loro previsioni si sono rivelate incredibilmente accurate. In assenza di intervenfigura 1.1 curve di crescita relative ai sistemi economici ed ecologici

a) Crescita economica

b) Superamento dei limiti ecologici

Tempo Fonte: Tim Jackson.


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ti per limitare i consumi materiali, I limiti dello sviluppo prevedeva i primi casi significativi di scarsità nei primi decenni del XXI secolo. Questa prospettiva sembra imminente già nei primi anni del nuovo millennio.15 Ancor più significativo è stato l’emergere del dibattito sul picco del petrolio come tema fortemente controverso prima del 2000. I “picchisti” sostenevano che il punto massimo della produzione di petrolio si sarebbe raggiunto nell’arco di pochi anni, o che fosse imminente. I loro oppositori facevano notare le enormi riserve ancora disponibili nelle sabbie e negli scisti bituminosi: estrarre da lì il petrolio potrà essere costoso e dannoso per l’ambiente ma tiene la scarsità totale ancora ben lontana, dicevano gli ottimisti. Intanto il prezzo del petrolio saliva costantemente. Gli aumenti avevano già dimostrato di poter destabilizzare l’economia globale e minacciare sicurezze che diamo per scontate. Nel luglio del 2008 il petrolio ha raggiunto i 147 dollari al barile (figura 1.2). Il prezzo è precipitato nei mesi successivi ma la minaccia del picco del petrolio non è sparita. Già a inizio 2009 il trend è tornato a segnare un aumento. Persino l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) oggi ipotizza che il “picco” potrebbe arrivare già nel 2020. Altri esperti dicono che potremmo raggiungerlo anche prima. Oltre il picco, il petrolio non sparirà del tutto ma diventerà più scarso e più costoso da estrarre. L’era del petrolio economico sarà chiusa, sotto ogni aspetto, e l’economia energetica sarà modificata irrimediabilmente.16 Il petrolio non è l’unica commodity che potrebbe scarseggiare nei prossimi decenni. Fino a luglio 2008, per un anno, c’è stato un aumento anche dei prezzi degli alimenti, che ha portato in alcuni paesi a veri e propri disordini. Al di là di quell’impennata, il trend sottostante sembra essere di nuovo nel segno dell’aumento (figura 1.2). Quando si arriva alla mera sussistenza, come intuito da Malthus stesso, la terra coltivabile diventa una risorsa fondamentale: infatti i conflitti sulla destinazione d’uso di certe aree, e in particolare quelli legati alla coltivazione di biocarburanti, furono di sicuro uno dei fattori che fece lievitare i prezzi degli alimenti per tutto il 2008. Nessuno prevede che ci sarà una soluzione più semplice per questo tipo di conflitti in futuro.

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figura 1.2 andamento globale dei prezzi delle commodity: gennaio 2003-luglio 2009 500 450 400 Giugno 2003 = 100

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Petrolio Alimenti Metalli

300 250 200 150 100 50 0

Gen. Lug. Gen. Lug. Gen. Lug. Gen. Lug. Gen. Lug. Gen. Lug. Gen. Lug. 2003 2003 2004 2004 2005 2005 2006 2006 2007 2007 2008 2008 2009 2009

Fonte: elaborazione dell’autore dei dati in nota 17.

Anche il trend dei prezzi dei minerali indica un aumento. Non è una sorpresa. La domanda cresce e, anche ai tassi di estrazione attuali, c’è una serie di minerali importanti che non si esauriranno nell’arco di secoli ma di decenni. E se aumentiamo i tassi di estrazione l’orizzonte della scarsità si avvicina ancora di più. Per esempio, se tutto il mondo consumasse risorse a un tasso pari ad appena la metà di quello degli Stati Uniti daremmo fondo a rame, stagno, argento, cromo, zinco e molti altri “minerali strategici” in meno di 40 anni. Se tutti consumassimo ai ritmi degli Stati Uniti di oggi, quell’orizzonte temporale sarebbe inferiore ai 20 anni. Alcuni metalli terrosi rari si esauriranno entro un decennio anche agli attuali tassi di consumo.18 Durante la “bolla” dei prezzi delle commodity del 2008 entrarono in gioco molti fattori diversi. Alcuni derivavano semplicemente da politiche di breve periodo. Siamo tutti d’accordo che è difficile spigolare rapide fluttuazioni di prezzo fino a trarre conclusioni su una reale scarsità. Gli ottimisti adottano questo argomento per ridimensionare la questione ma, in


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ogni caso, è preoccupante che i prezzi delle commodity siano tanto volatili da non offrire informazioni affidabili su una eventuale scarsità imminente: ne è bastata la minaccia per farli impennare. Altrettanto prontamente sono crollati di fronte alla recessione. Mentre il prezzo oscillava da un estremo all’altro, la risorsa fisica sottostante ha continuato ad avvicinarsi inesorabilmente all’esaurimento. Ma il mercato è troppo concentrato su se stesso per dirci quanto. Nel pieno della crisi del credito, un economista mi ha detto: “Non c’è stato il tipo di recessione che si aspettavano molti economisti di fronte alla bolla delle commodity, cioè quella generata dai prezzi elevati delle risorse”. Ma una cosa è certa: quella recessione arriverà, prima o poi. E quando arriverà, lo shock prodotto dai prezzi sarà forte almeno quanto quello del 2008. L’impatto sull’economia sarà devastante. Questa terza fase storica del dibattito sui limiti è diversa dalle prime due. La scarsità delle risorse – il problema delle “fonti”, nel linguaggio degli economisti ambientali – è solo una delle cose che ci preoccupano. Ad animare la discussione è ancora di più la questione dei sink,* che rappresentano la capacità del pianeta di assorbire gli impatti dell’attività economica. “Ancora prima di esaurire il petrolio”, dice l’ecologista Bill McKibben, “esauriremo il pianeta”.19 Il cambiamento climatico è un problema di sink. È dovuto all’accumulo di gas serra nell’atmosfera, accelerato dalle attività umane e soprattutto dall’utilizzo di combustibili fossili. La capacità di assorbire queste emissioni senza incorrere in un cambiamento climatico “pericoloso” si sta esaurendo in fretta. Il cambiamento climatico, portato all’attenzione del mondo alla fine degli anni Ottanta da climatologi come James Hansen, negli ultimi 20 anni ha assunto sempre più importanza nelle agende politiche. L’autore-

* La traduzione letterale di sink è bacino o serbatoio, ma il significato è più ampio ed è entrato nell’uso comune soprattutto nelle questioni legate al cambiamento climatico relative alle emissioni di anidride carbonica. Il sink è costituito da meccanismi e processi in grado di rimuovere dall’atmosfera i gas serra, i gas precursori e gli aerosol. I più importanti sink naturali sono i boschi e le foreste nonché i suoli e gli oceani, ndC.

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vole Rapporto Stern, pubblicato nel 2006, gli ha fatto una pubblicità enorme. A Nicholas Stern, ex economista della Banca Mondiale, era stato chiesto di condurre un’indagine sulle logiche economiche del cambiamento climatico per il Ministero del Tesoro inglese. L’indagine concluse che intaccare il PIL in modo limitato ma tempestivo (per appena l’1%) ci avrebbe permesso di evitare un danno molto maggiore (forse addirittura pari al 20% del PIL) più tardi.20 È significativo il fatto che ci sia voluto un economista incaricato dal Ministero del Tesoro di un governo per avvertire il mondo di ciò che i climatologi – primi fra tutti quelli dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – dicevano da anni. In parte questo dimostra il potere degli economisti nel mondo politico. Ma il successo del Rapporto Stern fu anche dovuto al suo messaggio accattivante: possiamo aggiustare il cambiamento climatico, e ci accorgeremo appena della differenza. La crescita economica può proseguire più o meno come al solito. Avremo modo di analizzare quel messaggio più da vicino in seguito. La storia della politica climatica ci insegna, comunque, a essere cauti nel credere che le cose saranno così semplici. Con il Protocollo di Kyoto le economie più avanzate si erano impegnate a ridurre entro il 2010 le emissioni dei gas serra del 5% circa rispetto ai livelli registrati nel 1990. Le cose non sono andate esattamente così. A livello globale, dal 1990 le emissioni sono aumentate del 40%. Intanto la scienza ha fatto progressi. Il Rapporto Stern aveva posto come obiettivo la stabilizzazione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera a 550 ppm (parti per milione).21* Oggi la maggior parte degli scienziati, compreso Stern, concorda sul fatto che quell’obiettivo non è sufficiente a prevenire un pericoloso cambiamento climatico antropoge* La concentrazione di anidride carbonica nella composizione chimica dell’atmosfera era, all’avvio della Rivoluzione industriale, nel 1750, di 280 parti per milione, oggi ha sorpassato le 390 ppm; secondo gli studi del grande climatologo James Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA, e dei suoi collaboratori, la concentrazione a rischio di anidride carbonica nella composizione chimica dell’atmosfera è rappresentata dalle 350 ppm; si veda il libro di James Hansen Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire, Edizioni Ambiente 2010, ndC.


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nico. Il Quarto Rapporto di Valutazione dell’IPCC sostiene che sarà necessario arrivare a 450 ppm per far rientrare il cambiamento climatico entro un aumento di temperatura globale medio di 2 °C.22 Raggiungere quell’obiettivo potrebbe significare una riduzione delle emissioni globali fino all’85% in meno dei livelli registrati nel 1990 entro il 2050.23 Due articoli pubblicati sulla rivista Nature nell’aprile del 2009 mettono in dubbio anche questa conclusione. I loro autori sostengono che quel che conta è il budget di gas serra totale che ci concediamo di qui al 2050. Le concentrazioni atmosferiche globali sono già a 435 ppm e, se vogliamo mantenere una probabilità del 75% di rimanere sotto i 2 °C di aumento, l’economia globale può permettersi di emettere solo mille miliardi di tonnellate di anidride carbonica tra il 2000 e il 2050. Ancora più importante, i due articoli mostrano che arrivati al 2008 avevamo già “speso” un terzo di questo budget. Rimanere entro i suoi limiti richiederà uno sforzo ancora maggiore di quello prefigurato per la stabilizzazione a 450 ppm.24 Il messaggio che emerge da tutto questo ci mette profondamente a disagio: è questione di decenni prima che si verifichi un pericoloso cambiamento climatico. Stiamo esaurendo “l’inerzia” del clima troppo in fretta. Potrebbero volerci decine di anni per trasformare i nostri sistemi energetici, e abbiamo a mala pena iniziato ad affrontare la questione. Con i progressi della scienza, diventa sempre più chiaro che il riscaldamento globale potrebbe rappresentare la più seria minaccia della storia alla nostra sopravvivenza. Anche se si è fatto attendere, il clima potrebbe rivelarsi il re di tutti i limiti. oltre i limiti Questo veloce riassunto sui limiti ecologici non rende affatto giustizia alla grande ricchezza di informazioni accumulate sulla scarsità delle risorse e sul cambiamento climatico. Non abbiamo nemmeno toccato questioni come la rapida deforestazione, la perdita di biodiversità senza precedenti, il drastico impoverimento delle popolazioni ittiche, la scarsità

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dell’acqua o l’inquinamento del terreno e delle riserve idriche. I lettori interessati dovranno cercare altrove approfondimenti su questi temi.25 In un certo senso, i dettagli non contano. Nessuno contesta davvero la valutazione degli impatti. Per esempio è ormai ampiamente accettata la stima secondo la quale il 60% dei servizi forniti dagli ecosistemi del mondo sono stati danneggiati o abusati a partire dalla metà del XX secolo.26 Da allora l’economia globale è diventata oltre cinque volte più grande. Se continua a crescere allo stesso ritmo, nel 2100 sarà 80 volte quel che era nel 1950.27 Questa eccezionale escalation dell’attività economica globale non ha precedenti nella storia. È in contrasto assoluto con quel che sappiamo, in termini scientifici, della nostra disponibilità finita di risorse e del fragile sistema ecologico dal quale dipende la nostra sopravvivenza. È già impossibile immaginare un mondo in cui le cose andranno semplicemente avanti come prima. Ma che dire di un mondo in cui 9 miliardi di persone potrebbero raggiungere tutte il livello di ricchezza e abbondanza atteso per le nazioni dell’OCSE?28 Ci sarebbe bisogno di un’economia pari a 15 volte quella attuale (75 volte quella del 1950) entro il 2050, e pari a 40 volte quella attuale (200 volte quella del 1950) entro la fine del secolo.29 A cosa può mai avvicinarsi un’economia del genere? Come va avanti? Offre davvero una visione realistica di prosperità condivisa e duratura? Nella maggior parte dei casi evitiamo di guardare in faccia la dura realtà di questi dati. Assumiamo di default che – a parte la crisi finanziaria – la crescita continuerà all’infinito non solo per i paesi più poveri, dove è innegabile che ci sia bisogno di una qualità della vita migliore, ma anche nelle nazioni più ricche dove la grande abbondanza di ricchezza materiale ormai non ha che un impatto minimo sulla felicità e, anzi, inizia a minacciare le basi del nostro benessere. È abbastanza facile capire il perché di questa cecità collettiva (come vedremo in dettaglio più avanti). La stabilità dell’economia moderna dipende a livello strutturale dalla crescita economica. Quando la crescita mostra segni di incertezza – come è avvenuto in modo drastico nelle ultime fasi del 2008 – i politici si fanno prendere dal panico. Le imprese faticano a sopravvivere. La gente perde il lavoro e a volte la casa. La spi-


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rale della recessione incombe. Mettere in dubbio la crescita è considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari. Ma dobbiamo metterla in dubbio. L’idea di un’economia che non cresce potrà essere un anatema per gli economisti. Ma l’idea di un’economia in costante crescita è un anatema per gli ecologisti. Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica. Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come può un sistema economico in continua crescita inserirsi all’interno di un sistema ecologico finito. L’unica soluzione possibile a questo problema è ipotizzare, come fanno gli economisti, che la crescita in termini di dollari sia “sganciata” dalla crescita in termini di throughput e impatti ambientali. Ma, come vedremo in seguito, finora il decoupling non ha dato i risultati necessari. Non si prevede che ci riuscirà nell’immediato futuro e, per rispettare i limiti presentati in precedenza (e rimanere al di sotto della loro soglia mentre l’economia continua a crescere per sempre), sarebbe necessario un decoupling su scala così vasta che è persino difficile da immaginare. In poche parole, non possiamo che mettere in dubbio la crescita. Il mito della crescita ci ha delusi. Ha deluso il miliardo di persone che cercano ancora di vivere ogni giorno con metà del prezzo di un caffè. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilità economica e certezza dei mezzi di sussistenza. Gli argomenti qui trattati saranno ancora più rilevanti se, come predicono alcuni, l’attuale crisi economica indicherà davvero la fine dell’era della crescita facile, almeno per le nazioni avanzate. Perché quando l’economia vacilla la prosperità senza crescita è un asso nella manica molto utile. La scomoda realtà è che ci troviamo di fronte alla fine imminente dell’era del petrolio a buon prezzo, alla prospettiva di un costante aumento dei prezzi delle commodity, al deterioramento di aria, acqua e terra, a conflitti per l’uso del terreno, delle risorse, dell’acqua, del patrimonio boschivo e dei diritti di pesca, e all’importante sfida di stabilizzare il clima globale. E ci troviamo di fronte a tutto questo con un’economia fondamentalmente incrinata, che ha un disperato bisogno di rinnovamento. In tale contesto la possibilità di tornare a fare affari come al solito è pre-

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clusa. La prosperità dei pochi, basata sulla distruzione ecologica e sulla continua ingiustizia sociale, non può stare alla base di una società civilizzata. La ripresa economica è fondamentale. Proteggere l’occupazione e creare altri posti di lavoro è di assoluta importanza. Ma abbiamo anche urgente bisogno di un rinnovato senso di prosperità condivisa. Un impegno più serio per la giustizia in un mondo finito. Raggiungere questi obiettivi potrà sembrare un compito strano o persino incongruo per le politiche dei giorni nostri. Il ruolo del governo è stato definito in termini troppo ristretti dagli obiettivi materiali e svuotato di significato da una visione fuorviante in cui la libertà dei consumatori non ha limiti. Lo stesso concetto di governance ha bisogno di essere rinnovato al più presto. La crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire nel cambiamento. Di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni. Di sostituirla con una politica ponderata che sia in grado di affrontare l’enorme sfida di assicurare una prosperità duratura. Perché, dopo tutto, la prosperità va oltre i piaceri materiali e trascende le questioni pratiche. Risiede nella qualità delle nostre vite, nella salute e nella felicità delle nostre famiglie. È presente nella forza delle nostre relazioni e nella fiducia che abbiamo nella comunità. È messa in luce dalla nostra soddisfazione sul lavoro e dal nostro sentire di avere un significato e uno scopo comune. Dipende da quanto possiamo partecipare a pieno alla vita della società. La prosperità consiste nella nostra capacità di crescere bene come esseri umani, entro i limiti ecologici di un pianeta finito. La sfida che la nostra società si trova davanti è creare le condizioni perché questo sia possibile. È il compito più urgente dei nostri tempi.


Prosperità senza crescita  

Prosperità senza crescita di Tim Jackson.

Prosperità senza crescita  

Prosperità senza crescita di Tim Jackson.