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CARBON FOOTPRINT

calcolare e comunicare l’impatto dei prodotti sul clima

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DANIELE PERNIGOTTI

CARBON FOOTPRINT CALCOLARE E COMUNICARE L’IMPATTO DEI PRODOTTI SUL CLIMA Questo volume è raccomandato da

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Daniele Pernigotti carbon footprint calcolare e comunicare l’impatto dei prodotti sul clima realizzazione editoriale

Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it

coordinamento redazionale: Anna Satolli

progetto grafico: GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo

immagine di copertina e illustrazioni: © Felix Petruška

Schemi, grafici e tabelle che non esplicitano la propria fonte sono elaborazioni dell’autore.

© 2011, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 ISBN 978-88-6627-024-9 Finito di stampare nel mese di novembre 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (PG) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta riciclata 100% i siti di edizioni ambiente

www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.verdenero.it Seguici anche su Facebook.com/EdizioniAmbiente

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sommario

introduzione di Fredric Stany

prefazione

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1.

il clima cambia... e cambieremo anche noi

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2.

strumenti di mercato per la gestione dei gas serra

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3.

la forza di un’impronta

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4. che cos’è la carbon footprint di prodotto 5.

la richiesta di un mercato esigente

6. il quadro normativo 7.

la forza e il limite di un numero

81 95 119 143

8. cfp-pcr: requisiti specifici per ogni categoria di prodotto

165

9. quantificare la cfp

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10. comunicare la cfp

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11. i casi studio

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allegato 1: global warming potential dei gas a effetto serra

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glossario

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note

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bibliografia

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sitografia

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ringraziamenti

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introduzione di Fredric Stany

Il numero di aziende interessate a calcolare la propria Carbon Footprint è in continua crescita. Anche le maggiori multinazionali dimostrano più sensibilità rispetto all’intero ciclo di vita e alla sostenibilità dei propri prodotti, in relazione alle loro fasi di progetto, sviluppo e produzione. Il futuro standard internazionale sulla Carbon Footprint di prodotto, l’ISO 14067, è ancora in fase di sviluppo e si prevede che possa essere pronto per il mercato entro il 2013. L’obiettivo di questo standard è di armonizzare un metodo di misurazione, di reporting e di verifica delle emissioni di gas serra legate ai prodotti. Ciò comprende metodi, requisiti, principi, criteri e indicatori su come quantificare e comunicare le emissioni di CO2 lungo tutta la catena di fornitura e durante l’intero ciclo di vita di un prodotto. Le altre maggiori iniziative di sviluppo di uno standard sulla Carbon Footprint sono il “Greenhouse Gas Protocol Product Life Cycle Accounting and Reporting Standard” del World Business Resource Institute (WRI) e del World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) e la “BSI/PAS 2050:2011 Specification for the assessment of the life cycle greenhouse gas emissions of goods and services” dell’ente di normazione britannico BSI. Questi standard, con quello ISO, daranno supporto al mandato WTO per facilitare il commercio internazionale. Tali standard internazionali regolano il commercio e influenzano il mercato mondiale. Una nazione che lavora nella standardizzazione accresce la propria competitività e migliora il proprio sviluppo in termini di crescita economica, e ciò ovviamente si traduce in un vantaggio per lei. Per

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carbon footprint

le aziende, l’adozione diffusa di uno standard internazionale nel mercato significa che i fornitori dovranno sviluppare e offrire prodotti e servizi che abbiano qualità riconosciute e garantite a livello internazionale nel proprio settore. Perciò chi si avvale degli standard internazionali può competere su un numero maggiore di mercati.1 Per i governi, gli standard internazionali sono un supporto tecnologico e scientifico utile alla legislazione ambientale, e uno strumento di tutela per la salute e la sicurezza in generale. I consumatori, invece, possono riconoscere nella conformità di prodotti e servizi agli standard una garanzia di qualità, sicurezza e affidabilità. Infine, per il clima e l’ambiente, gli standard internazionali sulla qualità di aria, acqua e terreno, sulle emissioni di gas serra e sugli altri impatti ambientali legati ai prodotti possono contribuire agli sforzi di proteggere l’ambiente. Facciamo un esempio. Lo sviluppo dello standard ISO sulla Carbon Footprint di prodotto fornirà al mercato un nuovo strumento con il quale i consumatori potranno confrontare i prodotti rispetto alle emissioni di gas serra nel loro intero ciclo di vita. Così, per esempio, gli acquirenti europei saranno in grado di valutare un prodotto rispetto a un altro, ed essere portati dal mercato o dalle politiche locali all’acquisto di quei prodotti a più basse emissioni di gas climalteranti. Quei prodotti, invece, che non saranno capaci di fornire questo genere di informazioni potrebbero rischiare di non essere più appetibili, e non essere scelti da acquirenti e rivenditori. Tutto ciò alimenta una richiesta di maggiore conoscenza e capacità tecnica nelle parti interessate di un paese su come calcolare le emissioni di gas serra in rapporto all’intero ciclo di vita di un prodotto e at-

1. Una ricerca del 2005 condotta dal governo britannico ha dimostrato che gli standard hanno contribuito all’economia del paese per 2,5 miliardi di sterline in un anno e a una crescita del 13% (a partire dal 1948) nella produttività lavorativa. Inoltre, secondo un’analisi macroeconomica promossa nel 2000 dal Deutsches Institut für Normung (DIN), i benefici economici della standardizzazione corrispondono a circa l’1% del PIL, e a un risultato simile sono pervenuti anche gli studi dell’Association Française de Normalisation (AFNOR) e del Danish Standards Foundation (DS).

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introduzione

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traverso la sua catena di fornitura. Ciò implica un ampio accesso a dati accurati per poter quantificare e comunicare la Carbon Footprint di un prodotto. Esiste però un punto critico. Al momento, i maggiori standard internazionali sono influenzati nel loro sviluppo esclusivamente dai bisogni e dalle priorità dei paesi ricchi. Le nazioni in via di sviluppo, quindi, possono trovare difficoltà a lavorare con tali norme se queste non sono adattate ai bisogni e alle condizioni locali, e ciò comporta il rischio di rimanere anche isolati a livello di mercato. Quindi, se i consumatori e i rivenditori chiedono sempre più prodotti e servizi conformi a queste regole, gli standard possono però diventare un ostacolo al commercio per i paesi in via di sviluppo. È quindi essenziale sostenere la partecipazione di questi paesi al processo di sviluppo della standardizzazione. Solo in questo modo la versione finale degli standard può essere accettata a livello globale e al contempo adattarsi alle diverse condizioni e bisogni dei singoli paesi. È essenziale che siano incluse nel processo di standardizzazione ISO tutte le posizioni degli stakeholder di un paese, come quelle delle aziende, delle organizzazioni di settore, delle istituzioni, degli organismi governativi, delle università e degli enti ambientali. Una norma riconosciuta globalmente ha il merito di facilitare la diffusione dello standard tra le aziende dei paesi in via di sviluppo. Questo significa che i loro prodotti e servizi possono soddisfare le specifiche richieste dai mercati e dai rivenditori internazionali. Adempiendo agli standard internazionali, prodotti e servizi hanno quindi più facile accesso al mercato globale. E nel mercato globale, prodotti e servizi potranno essere più sostenibili in risposta alle nuove richieste che consumatori e rivenditori avranno al loro riguardo. Applicando la Carbon Footprint di prodotto, le grandi aziende e i produttori devono essere in grado di controllare le emissioni di CO2 legate alle proprie produzioni. La conseguenza sarà che molte aziende e produttori reagiranno attuando azioni di riduzione di tali emissioni. La conoscenza e la consapevolezza della fasi legate a una maggiore quantità di emissioni nella produzione e nella vita di un prodotto sono la parte essen-

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carbon footprint

ziale di ogni possibile percorso di riduzione. E questa risposta sarà quella che permetterà a prodotti e servizi di incontrare la domanda del mercato e di posizionarcisi in maniera competitiva. Inoltre la consapevolezza delle emissioni generate da prodotti e servizi può aprire a un cambiamento nelle strategie produttive, spingendo dal produrre solo materie prime a realizzare un prodotto finito e innovativo. E anche da questo possono nascere nuove e interessanti opportunità commerciali. Gestendo i progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo, lo Swedish Standards Institute (SIS) ha avuto l’obiettivo di promuovere le capacità e le competenze tra i vari stakeholder pubblici e privati rispetto all’importanza della partecipazione nel processo di standardizzazione. Ad oggi, in buona parte dei paesi in via di sviluppo, gli enti di normazione nazionali sono tutt’altro che trasparenti rispetto ai processi e alle attività in essere. Essendo gestiti a livello governativo non sono affatto orientati al mercato. Al contrario il gruppo di stakeholder ha bisogno di organizzarsi e di cooperare per dare vita ad azioni concrete nel processo di standardizzazione, anche perché una volta approvati gli standard hanno ricadute dirette sulle loro attività. È bene che il gruppo sia formato non solo da rappresentanti di aziende e produttori, ma che ospiti anche le competenze e le esperienze provenienti dal mondo dell’università e della ricerca. Questi ultimi sono attori fondamentali nel processo di standardizzazione al fine di sostenere a livello locale le competenze in chiave di sostenibilità. Uno degli aspetti centrali del metodo del SIS è quello di promuovere competenze e capacità nei paesi in via di sviluppo cercando di coinvolgere nella maniera più ampia possibile rappresentanti provenienti da più settori e di tutto il paese. Grazie all’impegno di molti esperti internazionali di Carbon Footprint, e tra costoro va annoverato anche Daniele Pernigotti, è cresciuta la partecipazione allo sviluppo dello standard ISO 14067 da parte di paesi dell’Africa orientale e settentrionale e del Medio Oriente. Il risultato è che ora lo standard è maggiormente “accettabile” sul fronte globale, e nelle regioni africane sono nate nuove opportunità per una futura competitività nel campo dei prodotti a basso impatto di carbonio. C’è da dire, però,

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introduzione

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che tra la maggior parte degli stakeholder nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo scarseggia ancora una vera consapevolezza sulla Carbon Footprint. Perciò condivido l’iniziativa di scrivere questo libro e mi auguro davvero che possa rappresentare un passo in avanti per aumentare la consapevolezza sulla Carbon Footprint.

Fredric Stany Programme Manager per le iniziative di cooperazione di sviluppo internazionale, Swedish Standard Institute

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4.

che cos’è la carbon footprint di prodotto

fare e comunicare: la chiave del successo La logica della Carbon Footprint è basata sulla forza del binomio quantificazione-comunicazione, dove la parte di calcolo tende in genere ad assumere una maggiore centralità. L’impronta climatica legata al prodotto potrebbe invece essere intesa, stressando un po’ il concetto, come un efficace strumento di comunicazione, la cui credibilità è basata su informazioni complete e affidabili. Non si vuole con questo togliere nulla all’importanza e alla complessità della metodologia di quantificazione della CFP, ma solo sottolineare come per il prodotto la parte di comunicazione assuma un’importanza e una delicatezza unica rispetto alle altre impronte climatiche. Le motivazioni di questa diversità sono evidenti. La CFP è uno strumento di comunicazione diretto ed efficace tra produttore e consumatore. Quest’ultimo attraverso i propri acquisti porta a casa con sé la CFP e tende nel tempo a familiarizzare con tali simboli e numeri nella vita quotidiana. Ogni comunicazione ambientale di successo deve però basare la propria credibilità sulla coerenza del binomio fare-comunicare. Il quadro normativo a disposizione a livello internazionale per le due azioni poteva teoricamente già essere sufficiente per coprire anche le esigenze della CFP. Per la realizzazione di una LCA è infatti già disponibile la serie ISO 14040, mentre per la comunicazione ambientale esiste l’intera serie ISO 14020. Vi sono però delle condizioni particolari legate al grosso sviluppo poten-

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ziale di mercato della CFP e ai delicati equilibri esistenti in termini di competizione a livello internazionale, arrivando fino alla possibile creazione di barriere non doganali, che hanno stimolato la richiesta di sviluppare uno standard ISO ad hoc. È comprensibile che uno scenario così vasto di interessi legati ad argomenti di tale ampiezza abbia favorito, come si avrà modo di vedere nel capitolo 6, una gestazione molto più lunga e complessa del percorso di sviluppo della norma appositamente sviluppata per la CFP: la ISO 14067. Alla base vi sono criticità di natura tanto tecnica quanto politica che coinvolgono trasversalmente sia la parte di quantificazione sia quella di comunicazione della CFP, anche se forse i maggiori scontri in termini di impostazione del documento si sono avuti soprattutto in quest’ultima parte. La CFP deve quindi essere considerata uno strumento con grandi potenzialità di mercato, in grado di catalizzare gli interessi di una moltitudine di attori. Del resto è fuori discussione che il tema dei GHG sia per molte aziende già entrato all’interno degli elementi di gestione, soprattutto grazie all’introduzione dell’Emission Trading System (ETS) nella Ue e alla creazione del cosiddetto mercato della CO2, realtà ormai consolidata a livello europeo e internazionale. Ne è convinto anche Klaus Radunsky, dell’Agenzia federale austriaca dell’ambiente e Chair del gruppo di lavoro ISO che sta sviluppando la ISO 14067. “La CFP è uno strumento per gestire le emissioni GHG lungo l’intera catena di fornitura. Questo è già importante oggi per le aziende e lo sarà ancora di più in futuro, perché ora con l’introduzione dell’ETS il carbonio ha un prezzo e un mercato che si sta allargando in tutto il mondo. Con questo strumento le aziende hanno l’opportunità di incrementare la loro competitività. Riducendo le emissioni di GHG e i consumi energetici diventando più efficienti, possono acquisire una migliore posizione di mercato. Non si deve dimenticare che l’introduzione della CFP è stata voluta anche dagli azionisti, cioè da chi valuta e decide gli investimenti.” Realizzare una norma è però cosa diversa dall’esprimere la propria volontà a favore del suo sviluppo perché il cammino è reso particolarmente complesso dalla difficoltà di trovare il punto di sintesi all’interno di una grande varietà di soggetti e interessi in gioco.

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4. | che cos’è la carbon footprint di prodotto

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I tavoli di sviluppo a livello nazionale e internazionale della norma sulla CFP vedono, infatti, la partecipazione di rappresentanti di settori con interessi contrastanti, quali i produttori di cemento rispetto a quelli di manufatti in legno nel settore edilizio, o le compagnie petrolifere rispetto ai produttori di biocombustibili nel settore energetico. In aggiunta vi sono anche le visioni spesso contrapposte tra i rappresentanti del settore produttivo rispetto a quello delle ONG ambientaliste o dei consumatori. Si possono poi trovare posizioni nettamente diverse tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo sulle scelte che hanno una potenziale ricaduta diretta sul mercato internazionale e quindi sull’economia. La variabilità del panorama del mondo ISO si completa infine con la diversità di vedute tra chi è abituato a muoversi nel settore volontario e i rappresentanti dei governi e del mondo cogente. dalla culla alla tomba Nell’arco di tempo racchiuso dalla culla alla tomba si compie l’intero percorso della vita umana. La stessa immagine è stata scelta dagli esperti del settore per descrivere efficacemente l’estensione di uno studio LCA di un prodotto. L’idea di fondo è quella di considerare tutti gli impatti che lo caratterizzano e non solo quelli legati alle fasi che ci sono più familiari. L’“umanizzazione” di un prodotto e del suo ciclo di vita diventa così una modalità per acquisire piena consapevolezza delle implicazioni ambientali di ciò che produciamo e dei beni che utilizziamo quotidianamente. La LCA (Life Cycle Assessment) è una metodologia sviluppata intorno agli anni Sessanta, che ha conosciuto una grande diffusione negli ultimi 10-15 anni. A livello ISO sono stati pubblicati negli anni diversi standard per indicare come deve essere realizzata una LCA. Attualmente, i due documenti di riferimento sono la ISO 14040:2006,1 che fornisce i principi generali, e la ISO 14044:2006,2 in cui sono contenuti i requisiti e le linee guida per costruire una LCA.

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carbon footprint

un prodotto “dalla culla alla tomba”

Seguendo le indicazioni della norma ISO 14040 (figura 4.1), è basilare definire innanzitutto l’obiettivo dello studio. È evidente il diverso significato che caratterizza lo sviluppo di una LCA a uso interno, finalizzata per esempio a comprendere le conseguenze ambientali legate al cambio di una materia prima o di una fase di lavorazione, piuttosto che realizzare uno studio da trasmettere al pubblico o al consumatore per renderlo consapevole dell’impatto complessivo sull’ambiente di un determinato prodotto. I due diversi approcci avranno necessariamente delle conseguenze nelle modalità e nel livello di dettaglio con cui verrà condotto lo studio, per cui è comprensibile l’importanza di fissare fin da subito i paletti fondamentali per il lavoro che seguirà. La fase successiva è quella dell’analisi dell’inventario o, in altre parole,

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4. | che cos’è la carbon footprint di prodotto

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della raccolta delle informazioni legate all’intero ciclo di vita del prodotto oggetto di studio. Si pone quindi un problema di rappresentatività delle informazioni prese in considerazione per descrivere i diversi input e output che caratterizzano le singole fasi del ciclo. È evidente che in una situazione ideale sarebbe interessante raccogliere in prima persona dei dati estremamente precisi nel rappresentare la reale vita del prodotto oggetto di studio. Nel caso di un contenitore plastico si potrebbe quindi seguire a ritroso il cammino effettivamente percorso dallo specifico polimero utilizzato, individuando lo stabilimento chimico, la raffineria e addirittura il pozzo d’estrazione del greggio che la materia prima ha attraversato prima di essere convogliata nelle presse dove ha luogo lo stampaggio dei pezzi. I dati così raccolti, realmente rappresentativi del prodotto oggetto di studio, sono chiamati “primari”, “specifici” o “sito specifici”. È però evidente come non sia possibile per ragioni pratiche attuare la raccolta dati in modo così esteso, anche nel caso di un prodotto semplice come il contenitore plastico, la cui complessità non è paragonabile, per esempio, con quella di un’autovettura. figura 4.1 le fasi della lca, indicate dalla iso 14040:2006

Obiettivo e campo d’applicazione

Interpretazione

Analisi dell’inventario (LCI)

Valutazione dell’impatto (LCIA)

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In genere i dati primari sono così raccolti solo per le attività strettamente collegate al processo produttivo. Per le fasi esterne a esso ci si appoggia in genere ad apposite banche dati, le cui informazioni sono considerate di tipo “secondario”, “generico” o “non sito specifico”. Il lavoro di raccolta dati è uno dei più delicati perché rappresenta le fondamenta sulla cui estensione e affidabilità poggerà poi la valutazione degli impatti. È infatti necessario raccogliere le informazioni il più possibile rappresentative delle diverse fasi che caratterizzano il ciclo di vita del prodotto, dall’estrazione delle materie prime, alla sua produzione, il suo utilizzo e il fine vita, compresi tutti i flussi di trasporto intermedi. La cosa è complicata dalla necessità di ripartire dei dati di input su più tipologie di prodotti. Un esempio classico è quello degli allevamenti di animali. Nel corso della sua vita produttiva una mucca produce una certa quantità di latte. In termini economici al momento della macellazione si aggiunge la produzione di carne e frattaglie a uso alimentare e di pelle per l’industria conciaria. È evidente che le quantità di foraggio e di mangimi servite ad alimentare l’animale, così come le emissioni di metano legate alle sue fermentazioni enteriche e alle sue deiezioni dovranno essere ripartite, o allocate, tra tutte le diverse tipologie di prodotti, tecnicamente denominati co-prodotti. In genere l’allocazione viene fatta preferibilmente sulla base di valori fisici, come la massa, ma talvolta è anche possibile utilizzare dei criteri di allocazione economica. Si pensi, estremizzando il concetto, all’attività estrattiva di pietre preziose, come i diamanti.3 I grossi quantitativi di terra estratti possono essere utilizzati come riempimenti, ma è evidente che la ragione principale per cui ha luogo quell’attività è l’estrazione della pietra preziosa. Se in questo caso si adoperasse un criterio di allocazione di massa, la quota dell’impatto ambientale maggiore ricadrebbe sulla terra, “alleggerendo” i diamanti dell’impatto legato alla loro estrazione. Usando in questo caso un criterio di allocazione economica l’impatto verrebbe correttamente reindirizzato all’attività estrattiva della pietra preziosa. L’esempio dei diamanti ci ha portato già nella terza fase della LCA, prevista dalla ISO 14044:2006, quella della valutazione di impatto.

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4. | che cos’è la carbon footprint di prodotto

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Non ha probabilmente senso parlare in termini generici d’impatto ambientale; è meglio piuttosto parlare di diversi impatti ambientali. Il depauperamento di risorse, le piogge acide, il buco dell’ozono, l’inquinamento dell’idrosfera, lo smog fotochimico e il riscaldamento globale sono solo alcuni esempi d’impatti che il prodotto in questione può direttamente o indirettamente generare. L’obiettivo della valutazione dell’impatto è la quantificazione di alcune o di tutte queste categorie di impatto, nelle diversi fasi del ciclo di vita del prodotto. È quindi evidente come la CFP, almeno in termini di quantificazione delle emissioni GHG, non sia altro che un sottoinsieme della LCA, andando di fatto a essere realizzata per una sola delle categorie di impatto ambientale. Su questa relazione è basata proprio la critica mossa dai puristi della LCA, che tendono a non accettare la logica per cui la CFP assegna tanta attenzione a una sola categoria di impatto, non tenendo così in considerazione tutti i restanti impatti ambientali che possono essere valutati con la LCA. Si tratta di una posizione estremamente importante che stimola diversi livelli di riflessione e a cui sarà dedicato un ampio approfondimento nel capitolo 7, limitandoci in questo momento introduttivo alla breve descrizione degli aspetti tecnici alla base della LCA e quindi della CFP. La quarta e ultima fase è quella concernente l’interpretazione. L’attenzione principale è rivolta all’interpretazione dei risultati finali, ma essendo la LCA un processo iterativo, è importante mantenere viva l’interpretazione anche in corso d’opera, al fine di poter eventualmente rivedere alcune decisioni prese in precedenza sulla base delle nuove informazioni disponibili. approcci volontari e cogenti Requisiti volontari e cogenti per le imprese si intrecciano ormai senza soluzione di continuità, creando un quadro di riferimento di complessità crescente.

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Anche la parte ambientale, una volta Cenerentola tra le diverse variabili aziendali, risente di questa dinamica. Come già ricordato in precedenza, la prima vera legge ambientale in Italia risale alla primavera del 1976. Da allora la legislazione ambientale è cresciuta notevolmente in termini di volume e ramificazione, tanto che il Codice dell’ambiente conta parecchie migliaia di pagine e la disciplina è diventata così complessa da non essere più di appannaggio dei classici esperti di diritto che operano in azienda, e richiede lo sviluppo di figure legali specifiche in campo ambientale. Qualcosa di simile si è verificato anche nel campo della normativa volontaria. Il Comitato tecnico della ISO responsabile della normativa di gestione ambientale (ISO/TC 207) è stato creato nel 1993. Il primo importante standard internazionale prodotto in questo ambito è stata la ISO 14001, pubblicata in prima versione nel 1996. Da allora moltissimi strumenti volontari sono stati prodotti per meglio definire come assicurare una buona gestione ambientale, la conduzione degli audit, la comunicazione, gli indicatori di performance, la LCA e, appunto, il grande filone dei GHG, cresciuto anch’esso in modo estremamente rapido nel giro di pochi anni. L’espansione parallela dei due sistemi normativi è diventata così ampia che l’ambito cogente e quello volontario hanno iniziato a compenetrarsi sempre di più. In alcuni casi le leggi riconoscono formalmente il valore della normazione volontaria, come nel caso della maggiore durata temporale dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) in ambito IPPC per le aziende in possesso della certificazione ISO 14001. In altri è la legge stessa a introdurre al suo interno una norma tecnica volontaria, come sta avvenendo con il Regolamento per la verifica e l’accreditamento in ambito ETS, la cui pubblicazione è prevista per fine 2011, in cui si sta discutendo se recepire formalmente in toto o per abbondanti stralci quanto contenuto nella ISO 14065. L’ambito dei GHG è quello probabilmente più interessato dalle dinamiche sopra descritte, a causa del suo trasversale coinvolgimento per tutte le attività umane e il senso di urgenza che lo contraddistingue, a cui sta rispondendo una rapida proliferazione normativa tanto sul fronte cogente quanto su quello volontario.

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4. | che cos’è la carbon footprint di prodotto

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È interessante per esempio osservare quanto avvenuto in Francia con il progetto di legge Grenelle 1, focalizzato in modo particolare sul prodotto. Jean Pierre Tabet, Climate Change Counselor di ADEME, ricorda come “all’inizio nella legge ci fosse l’obbligo di etichettatura ambientale per circa 2.000-2.500 prodotti di consumo corrente, sia per quanto riguarda la CO2 sia per un secondo indicatore ambientale rilevante”. Come si avrà modo di dettagliare nella sezione del capitolo 5 dedicata alla Francia, nella versione finale della legge (Grenelle 2) tale vincolo scomparirà, trasformando l’obbligo in un progetto pilota avviato il luglio del 2011. Voci ufficiose spiegano l’eliminazione dell’obbligatorietà della certificazione di prodotto non tanto come un cambio di attenzione politica sul tema, quanto con il timore dei francesi di non riuscire in termini pratici a dare seguito in tempi così rapidi alle iniziali richieste della Grenelle 1. È altrettanto evidente che l’obbligatorietà di etichettatura avrebbe posto anche dei potenziali problemi in termini di barriere non doganali al libero mercato, cosa che tra l’altro è una delle maggiori preoccupazioni dei paesi in via di sviluppo rispetto all’ampia diffusione della CFP. Non è quindi un caso che Sylvain Chevassus, funzionario del Ministero francese per lo Sviluppo sostenibile, in occasione della presentazione tenuta l’11 maggio 2011 presso la Commissione per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, abbia voluto precisare alcuni aspetti in merito alla valenza del progetto pilota di CFP che avrebbe avuto inizio a meno di due mesi di distanza in Francia: • “le regole della Ue e del WTO sono state prese in considerazione e ogni misura sarà puntualmente notificata a entrambi; • non vi sarà nessun divieto per i prodotti; dovranno ’solo’ essere trasferite alcune informazioni ai consumatori; • la nostra politica è cercare di discriminare i prodotti sulla base del loro impatto ambientale, non della loro origine”.4 L’importanza di questi temi è confermata anche dalla particolare attenzione dedicata dalla ISO 14067 proprio al problema della libera circolazione delle merci e al rischio che si possano creare delle barriere non doganali.

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Nonostante l’approccio iniziale della Grenelle 1, nel breve periodo la CFP sembra quindi essere maggiormente orientata a svilupparsi come strumento di mercato richiesto su base volontaria, mentre è possibile che solo in un secondo momento potrà avere seguito un percorso di natura cogente. Ciò non deve essere interpretato come elemento di debolezza dello strumento: la possibilità di essere elemento di differenziazione dalla concorrenza e di poter rispondere direttamente alle richieste che arrivano dai consumatori rappresenterà probabilmente una delle sue più interessanti potenzialità di sviluppo. una cfp, tante immagini Le esperienze maturate fino a oggi in diversi paesi evidenziano come l’area in cui si è riscontrata maggiore difficoltà a sviluppare un approccio omogeneo non sia tanto quella della quantificazione ma piuttosto quella legata alla comunicazione dei risultati. Per meglio valutare la portata dei requisiti che stanno prendendo forma su questo tema all’interno della ISO 14067 può essere utile fare il punto della situazione sulle modalità di comunicazioni già esistenti sul mercato. Senza dubbio l’etichetta più nota legata alla CFP è rappresentata dall’impronta nera di un piede creata da Carbon Trust, contenente all’interno il valore delle emissioni totali di CO2 per unità funzionale. Esistono due versioni di questa etichetta, la prima che riporta il dato complessivo delle emissioni legate alla CFP e l’altra, la Reducing With Carbon Trust, con cui chi aderisce allo schema si impegna anche a ridurre nel tempo le emissioni di CO2 dei propri prodotti. Maggiori informazioni sono disponibili nel sito internet dedicato5 con approfondimenti per alcuni prodotti specifici. È necessario però evidenziare come il sito non contenga lo stesso livello di dettaglio per tutti i prodotti etichettati, e anzi per la maggior parte di essi non è disponibile neanche il valore complessivo delle emissioni di CO2. Etichette simili a quella inglese sono state sviluppate in molti altri paesi, come Giappone,6 Corea, Thailandia.

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Scelta completamente diversa è stata fatta invece dalla Svizzera che con Climatop7 ha deciso di assegnare il logo solo a chi è in grado di dimostrare un livello di emissioni di eccellenza. L’etichetta in questo caso non riporta alcun numero, poiché è di per sé un elemento distintivo rilasciato solo a chi ha ottime prestazioni in questo settore, e corrisponde a un’etichetta di tipo I. È un approccio simile a quello utilizzato dal Blau Engel tedesco, in cui la presenza del logo è di per sé un’attestazione che il prodotto risponde a delle richieste minime in termini di emissioni di CO2. Lo stesso vale per l’Ecolabel europeo, in cui i criteri di performance ambientali esistenti sono estesi anche ai valori di emissione di CO2, così come sembra orientato a muoversi anche il progetto pilota francese all’interno della Grenelle 2. Diversa la scelta adottata dai soggetti che già operavano nel settore della EPD, come è avvenuto in Svezia. In questi casi è stata promossa la diffusione della Climate Declaration, quale stralcio specifico della EPD indirizzato esclusivamente al solo impatto del cambiamento climatico. Esempi indicativi di questa applicazione sono la pasta Barilla, il latte Granarolo, la birra Carlsberg, i tappi in sughero della Company Cork e il servizio postale svedese Posten AB. da global a local? Il termine globalizzazione è entrato ormai a fare parte del linguaggio comune in tutto il mondo, con accezione talvolta positiva e altre negativa. È ormai un dato di fatto che il pianeta sia diventato un grande condominio tra i cui piani e appartamenti si muovono in continuazione merci e persone. A differenza del condominio immaginario, il pianeta presenta però distanze maggiori e ostacoli fisici, quali mari, deserti e montagne che non consentono tali spostamenti con la stessa facilità con cui si può affrontare qualche piano di scale. La rete di trasporti internazionale, insieme a quella virtuale delle comunicazioni, diventa così il pilastro su cui poggia il concetto stesso di globalizzazione. E si tratta di numeri impressionanti. A solo livello Ue, nel

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2010 vi sono stati in media più di 24.000 voli aerei al giorno e le emissioni di CO2 legate ai trasporti sono in crescita ovunque. Negli Stati Uniti rappresentavano nel 2007 il 31% delle emissioni nazionali. In Ue, nonostante la diminuzione complessiva del 2,7% delle emissioni registrate dal 1990 al 2007, quelle legate ai trasporti sono aumentate da 754,4 a 962,8 milioni di tonnellate di CO2, con un peso relativo sulle emissioni dell’Unione passato da 18,1 a 23,7%. In Asia la situazione è altrettanto critica, visto che nello stesso periodo sono sostanzialmente raddoppiate, passando da 629,6 a 1.200,4 milioni di tonnellate di CO2.8 Una simile dinamica dei trasporti non sembra pertanto compatibile nel medio e lungo periodo con un’efficace lotta al cambiamento climatico ed è prevedibile che nel prossimo futuro questo sarà un settore destinato ad attraversare una “rivoluzione”. In parte ciò dipenderà dal progressivo aumento del costo del petrolio, la cui tendenza difficilmente potrà invertirsi se, come sostiene ormai un numero sempre maggiore di analisti, siamo già arrivati al momento del suo picco.9 Altra leva di pressione sui trasporti sta già arrivando dal fronte politico, come includere il settore aereo all’interno dello schema Emission Trading europeo e la recente introduzione dell’Energy Efficiency Design Index da parte dell’IMO (International Maritime Organization).10 Si tratta di uno standard tecnico con cui verrà migliorata l’efficienza dei motori della navi da trasporto marittimo internazionale, riducendo così le loro emissioni di CO2. Anche la CFP avrà però un ruolo importante nel contribuire a modificare la dinamica dei trasporti agendo su due fronti. Il primo è legato alla consapevolezza che si acquisisce lungo la catena di fornitura sull’incidenza che i trasporti hanno rispetto alle emissioni complessive. Ed è inevitabile che questo possa condurre a importanti cambi di comportamento da parte dei produttori e dei clienti. Esempi concreti in questo senso sono quelli delle patatine Walkers e dei fiori del Kenya venduti dalla Tesco, che sono descritti nel prossimo capitolo. Il secondo fronte è quello su cui si muovono le scelte dei consumatori, che già hanno saputo dimostrare un’attenzione particolare ai prodotti a

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4. | che cos’è la carbon footprint di prodotto

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“km 0”, in grado di avere una minore incidenza sul fronte dei trasporti e di favorire il mercato e il lavoro a livello locale. C’è da attendersi che con l’introduzione della CFP vi sarà un’ancora maggiore possibilità di esercitare in modo cosciente le proprie scelte su questi aspetti, oltre che un aumento generale della consapevolezza di quanto i trasporti incidano sul cambiamento climatico. Gli scenari IPCC immaginano un mondo futuro in cui potrebbe continuare la corsa frenetica verso la globalizzazione o in cui possa per contro diffondersi una logica di sviluppo maggiormente orientata alla promozione delle dinamiche economiche su scala locale.11 Il fatto che vengano presi in considerazione due percorsi così diversi nel valutare le possibili conseguenze sul riscaldamento del pianeta evidenzia come siano in parte ancora aperte le possibilità di favorire le logiche locali rispetto a quelle globali. All’interno di questa dinamica è possibile che la CFP possa giocare un ruolo importante, diventando rapidamente uno strumento che può facilitare una maggiore diffusione dei prodotti caratterizzati da una minore incidenza delle emissioni legate ai trasporti e che quindi può, in modo indiretto, favorire le produzioni locali.

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