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Johan Rockström, Anders Wijkman natura in bancarotta perché rispettare i confini del pianeta Edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna realizzazione editoriale

Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it titolo originale

Den stora förnekelsen by Anders Wijkman and Johan Rockström Copyright © 2012 Medströms Bokförlag AB Edizioni Ambiente edition published by arrangement with Medströms Bokförlag AB, Artillerigatan 13, Östra Blockhuset, 114 51 Stockholm, Sweden traduzione:  Marco Moro, Diego Tavazzi coordinamento redazionale:  Paola Cristina Fraschini progetto grafico:  GrafCo3 Milano impaginazione:  Roberto Gurdo immagine di copertina:  F.Bettex – Mysterra.org/Alamy

© 2014, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, comprese fotocopie, registrazioni o qualsiasi supporto senza il permesso scritto dell’editore ISBN 978-88-6627-112-3 Finito di stampare nel mese di marzo 2014 presso Grafiche del Liri srl – Isola del Liri (FR) Stampato in Italia – Printed in Italy i siti di edizioni ambiente

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sommario

dalla natura in bancarotta a una nuova economia basata sulla centralità della natura di Gianfranco Bologna

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prefazione Sunita Narain

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premessa Pavan Sukhdev

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rapporto al club di roma

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1. lo spazio ambientale è limitato

29

2. la crisi della politica Anders Wijkman

39

3. il ruolo e le responsabilità della scienza

51

4. da copenaghen a durban

63

5. rispettare i limiti planetari

71

6. una tripla rivoluzione verde

87

7. l’energia, l’unica valuta

99

8. la questione dimenticata

121

Johan Rockström

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9. l’arma del dubbio

129

10. l’effetto serra

145

11. quello che i negazionisti non vogliono ammettere

149

12. l’artico, il canarino nella miniera

165

13. la svezia è un esempio per le politiche sul clima?

169

14. far funzionare bene l’economia

175

15. il settore finanziario: ignorare i rischi

193

16. il dilemma della crescita

207

17. verso un’economia circolare

221

18. quanto è abbastanza?

233

19. la strada davanti a noi

241

bibliografia

255

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“Guardiamo avanti, perché uno dei primi compiti che ci è stato assegnato, come capi tribù, è di prendere decisioni che tengano conto del benessere e della prosperità di chi verrà dopo di noi, fino alla settima generazione.” Oren Lyons, capo tribù, Nazione Onondaga Anche se abbiamo dedicato parecchi capitoli all’argomento, questo non è un libro sul cambiamento climatico. Abbiamo invece esaminato le relazioni tra il benessere umano e la natura, e le minacce che stiamo arrecando a quei sistemi naturali complessi che sono la base della vita sulla Terra. Con questo libro ci siamo dati l’obiettivo di modificare la prospettiva tradizionale, secondo cui lo sviluppo sociale e l’ambiente sono fenomeni distinti e spesso in contraddizione fra di loro, per arrivare invece a considerare la biosfera e le risorse naturali come prerequisiti per la prosperità e lo sviluppo futuri. Questa posizione è molto comune tra gli studiosi di scienze naturali. Ma molte altre discipline hanno un approccio diverso e più limitato. I modelli economici, per esempio, si focalizzano principalmente sui rapporti tra produttori e consumatori. L’accesso all’energia e alle materie prime – per non parlare dei servizi degli ecosistemi – sono, più o meno, dati per scontati. L’umanità deve fronteggiare una realtà critica. Molti studi scientifici indicano ormai con chiarezza che siamo prossimi a un punto di saturazione, oltre il quale la biosfera non potrà più gestire ulteriori stress. Stiamo già assistendo agli impatti che i cambiamenti ambientali globali hanno sulle economie regionali e locali. Ci siamo focalizzati sulla cultura e gli stili di vita e sui modi con cui abbiamo organizzato la nostra economia, perché sono queste le aree in cui devono avvenire i cambiamenti più importanti se vogliamo affrontare le minacce alla biosfera. Ogni giorno l’inquinamento, il degrado e la distruzione di specie e di ecosistemi e la rottura degli equilibri climatici aggravano gli impatti del nostro

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sistema di produzione e consumo sull’ambiente. Tutto ciò erode le basi della prosperità e dello sviluppo dell’umanità. I media dedicano ampio spazio alla crisi finanziaria. Ma i ragionamenti su prestiti e debiti vanno ben oltre l’economia monetaria. Il degrado degli ecosistemi, la perdita di biodiversità e l’instabilità climatica sono serie ipoteche sul futuro, analoghe ai debiti finanziari. Ci rifiutiamo di considerare le strette connessioni tra l’economia monetaria e l’economia della natura, e ci concentriamo esclusivamente sul sistema finanziario. I difetti che abbiamo individuato nella relazione tra l’umanità e l’ambiente ci hanno portato a discutere i modi in cui sono stati organizzati il sistema economico e quelli della ricerca e dell’istruzione. In più, ci siamo chiesti se, nel lungo periodo, gli odierni sistemi politici sono effettivamente in grado di affrontare le sfide poste dalla globalizzazione, dalla crescita della popolazione, dal cambiamento climatico e dal consumo eccessivo delle risorse, finite o rinnovabili che siano.

la terra ha bisogno di una nuova contabilità Abbiamo bisogno di un bilancio per il nostro pianeta. Negli anni più recenti si sono infatti moltiplicati i segnali che dimostrano come i nostri stili di vita e di consumo siano in rotta di collisione con la natura. Nel 2010 la Russia è stata colpita da un’ondata di calore da record, che ha causato incendi colossali.* Le alluvioni in Pakistan hanno sommerso il 20% del paese, e le già precarie condizioni di vita di milioni di persone si sono trasformate in un vero e proprio incubo. Iceberg grandi come Manhattan si staccano dai ghiacciai ai Poli. In Australia, sette anni di siccità sono stati seguiti da gravi inondazioni. Negli Stati Uniti, tra il 2011 e il 2012 la siccità e le inondazioni hanno raggiunto livelli record. Per chi conosce il lavoro dell’IPCC, il panel delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, questi eventi estremi non rappresentano una sorpresa. Ciò *  Secondo i dati del GISS, Goddard Institute for Space Studies, della NASA, dall’analisi delle temperature estive del 2010 è emerso come globalmente il periodo da giugno ad agosto di quell’anno sia stato la quarta estate più calda a livello globale degli ultimi oltre 130 anni, ossia da quando sono disponibili registrazioni strumentali regolari su scala globale. L’ondata di calore in Russia è stata altamente inusuale, e la sua intensità ha superato qualunque record di temperatura dagli anni Ottanta dell’Ottocento, da quando cioè sono disponibili registrazioni globali. Alcuni meteorologi e paleoclimatologi russi hanno sostenuto che il paese non ha mai sperimentato una simile ondata di calore negli ultimi 1.000 anni o che simili eventi si verificano con una frequenza di una volta ogni 15.000 anni, ndC.

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che è successo tra il 2010 e il 2012 (e che è proseguito anche nel 2013, ndC) è un’anticipazione di quello che potrebbe diventare la regola in futuro. Le minacce agli ecosistemi e alla biodiversità sono ugualmente gravi. Anche se negli ultimi anni la deforestazione nelle aree tropicali è leggermente rallentata, si stima che ogni anno si perdono ancora 13 milioni di ettari di foreste. Lo sfruttamento eccessivo delle zone di pesca continua senza sosta in molte aree marine. In alcune regioni del mondo va diffondendosi la carenza di acqua dolce. Nel complesso, secondo il MEA (Millennium Ecosystem Assessment, rapporto pubblicato nel 2005 dalle Nazioni Unite) due terzi dei più importanti ecosistemi globali sono sovrasfruttati. La Conferenza delle Nazioni Unite sulla diversità biologica tenutasi a Nagoya nell’ottobre del 2010 ha rappresentato un passo nella giusta direzione: si è infatti deciso di proteggere gli ecosistemi unici in mare e sulla terraferma. Il problema è come conciliare questa decisione con l’incremento della popolazione e con l’espansione delle economie emergenti. Quando gli individui vivono al di sopra dei propri mezzi, è facile indovinare che cosa può succedere loro. Il patrimonio smette di crescere, i debiti aumentano: dopo qualche tempo le linee di credito vengono chiuse e alla fine si arriva al fallimento. I buchi nel bilancio della natura sono più difficili da capire. Una delle ragioni è che molti individui non sperimentano direttamente il degrado degli ecosistemi. La maggior parte delle persone vive in città, e la gran parte di loro compra il cibo al supermercato, senza chiedersi da dove arriva o con quali costi per gli ecosistemi è stato prodotto. Un’altra ragione è l’inadeguatezza dei nostri sistemi di contabilizzazione. Quando una foresta viene abbattuta, o quando gli oceani vengono svuotati dei pesci, le statistiche sul Pil registrano un segno positivo. Il fatto che le foreste e gli stock ittici abbiano sofferto di una perdita di valore – perdita che sarà impossibile da recuperare – non compare in nessun bilancio. E questo vale anche per gli ecosistemi che sono, probabilmente, sul punto di passare una soglia critica, con conseguenze disastrose per i bilanci nazionali. Tra gli esempi di queste soglie critiche possiamo ricordare la possibile scomparsa dei mari interni (come il Mar Baltico), il collasso della Foresta amazzonica a causa delle siccità e il cambiamento del regime dei monsoni tropicali. Il fatto è che non disponiamo di una contabilità adeguata per il pianeta. I bilanci nazionali sono pensati per dare conto principalmente della produzione aggregata del paese in termini di Pil. A questo si aggiunge la stima del Prodotto interno netto, che tiene conto dell’usura del capitale fisico – principalmente macchinari ed edifici – che viene poi sottratta al Pil. Non esiste una misura del degrado del capitale naturale, che si tratti di terreni agricoli, foreste tropicali, riserve di acqua dolce, stock ittici o diversità biologica. Inoltre, le conoscenze e

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il controllo che abbiamo sulla disponibilità di risorse finite come il petrolio, il fosforo e alcuni metalli sono ridotte. I miglioramenti negli standard di vita registrati in alcuni paesi nel corso del XX secolo sono da ascrivere alla disponibilità di petrolio a basso prezzo. Molti paesi e molte imprese sembrano ragionare come se il petrolio continuerà a sgorgare dal sottosuolo ancora a lungo. In realtà, sono numerosi i segnali che ci dicono che l’era del petrolio a buon mercato è finita. Molti studi concordano nel ritenere che la produzione di petrolio si stabilizzerà e poi inizierà a declinare. Quando succederà, poche nazioni saranno davvero pronte. Il prezzo del petrolio potrebbe schizzare alle stelle. Molti paesi poveri, che già faticano a pagare le proprie importazioni di greggio, potrebbero essere costretti a razionare i combustibili. Già oggi, in Africa, i costi delle importazioni energetiche superano l’ammontare complessivo dei fondi per lo sviluppo. Gli impatti saranno ancora più pesanti per quei settori, come quello dei trasporti e quello agricolo, per cui non ci sono sostituti. Presi tutti assieme, questi elementi costituiscono una seria minaccia all’economia globale. perché oggi è diverso? Nella sua storia, l’umanità ha già affrontato le difficoltà causate dalla scarsità di risorse. Tuttavia, e con gradi di riuscita variabili, la tecnologia e la capacità di innovazione hanno contribuito a risolvere i problemi, come quando dal legno si passò ai combustibili fossili per ottenere energia. In altri casi, è stato necessario emigrare in massa. Ma la storia è piena di società e di culture che sono collassate a causa delle variazioni naturali del clima o per lo sfruttamento eccessivo delle riserve idriche e dei suoli. Tra gli esempi più famosi possiamo ricordare quelli della Mesopotamia nel 2300 a.C. o quello dell’Isola di Pasqua nel XVII e XVII secolo. Ciò che rende diversa la situazione attuale è che l’eccessivo sfruttamento dell’atmosfera e dei beni comuni globali si stanno verificando a una scala molto più ampia, e che i processi che abbiamo innescato potrebbero essere impossibili da fermare o invertire. Gas serra che rimangono nell’atmosfera per centinaia di anni, ghiacciai che fondono, il disgelo della tundra, le riserve di acqua dolce che vengono prosciugate, la desertificazione: sono tutti esempi di fenomeni che sono molto difficili, se non addirittura impossibili, da fermare, e che sono molto al di là della capacità di controllo di qualunque comunità locale. La differenza nei consumi pro capite tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo è ancora enorme. In Collasso, un libro del 2005, Jared Diamond riporta che il miliardo di persone che vivono nei paesi sviluppati hanno un consumo di risorse pro capite che è 32 volte quello dei 5,5 miliardi di persone che vivono in quelli che chiamiamo paesi in via di sviluppo. Tuttavia, in molti paesi in via di

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sviluppo, e particolarmente in Cina e in India, si sta ampliando una classe media con un livello di consumi di risorse che si sta allineando rapidamente con quelli occidentali. Se i consumi pro capite cinesi, che oggi sono un decimo di quelli statunitensi, dovessero raggiungere i livelli americani, si avrebbe un raddoppio della domanda delle risorse naturali nel mondo. I consumi di petrolio, di carta e dei principali metalli raddoppierebbero; la richiesta di grano crescerebbe del 70%, e così via. Se in Cina ci fosse la stessa densità di automobili statunitense, la Cina da sola avrebbe un miliardo e 100 milioni di auto sulle sue strade. La Cina e gli altri paesi in via di sviluppo hanno tutti i diritti di svilupparsi e di modernizzarsi. Ma questo percorso non può essere analogo a quello seguito dai paesi sviluppati, perché la pressione sui sistemi naturali e sull’atmosfera sarebbe devastante. I paesi industrializzati hanno adottato schemi di consumo che sono insostenibili già per i loro abitanti, figuriamoci poi per il mondo intero. La sfida è, in una parola, enorme. il mito della crescita infinita Per molto tempo, la nostra società si è fondata sul mito della crescita infinita. La natura è stata considerata infinitamente ampia, e altrettanto infinita sarebbe la sua capacità di assorbire le sostanze tossiche che produciamo rendendole innocue. Avendo partecipato al dibattito pubblico sull’ambiente e sui cambiamenti climatici per oltre vent’anni, sappiamo bene quanto siano radicate queste convinzioni. L’umanità sta vivendo molto al di sopra delle proprie possibilità. Nessun’altra generazione ha contratto debiti con la natura con tanta spensieratezza. Nel breve termine, il conto ci è stato presentato con la crisi finanziaria del 2008. Nel lungo periodo, il conto prima o poi ci arriverà nella forma di un cambiamento climatico catastrofico e di altri impatti sull’ambiente. I prestiti facili delle banche e della finanza hanno quasi causato il collasso dell’intero settore finanziario; il modo in cui stiamo usando il capitale naturale rischia di spingere al collasso i sistemi che supportano la vita sul nostro pianeta. Per come è strutturata oggi l’economia, è solo questione di tempo. La crisi economica ha colpito duro e senza preavviso. Il cambiamento climatico e il collasso ecosistemico faranno lo stesso, se pure con tempi un po’ meno rapidi. Le conseguenze del riscaldamento globale e dello sfruttamento eccessivo dei sistemi naturali come le foreste, le aree agricole, le riserve ittiche e di acqua dolce saranno diverse nelle diverse parti del mondo. Alcune aree soffriranno di più, ma nel lungo periodo nessuna potrà evitare conseguenze negative. Ci sono stati dei segnali di allarme prima della crisi finanziaria, ma in pochi li considerarono. Ci sono stati, e ci sono, molti allarmi sui cambiamenti climatici e il degrado degli ecosistemi. Ma, ancora una volta, in pochi li stanno ascol-

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tando. Molti sentono solo ciò che vogliono sentire, e usano la retorica per aggirare i problemi. Alla radice, quindi, negano. Sfortunatamente, i decisori non fanno eccezione.

perché non facciamo di più? E allora: perché gli avvisi, numerosi e chiari, che ci segnalano le minacce ai sistemi naturali, non sono finora stati ascoltati? Nonostante siano stati promulgati molti provvedimenti normativi, la situazione dell’ambiente è di gran lunga peggiore oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa. Sono svariati gli appelli in favore di una revisione minuziosa delle politiche in vista di un radicale riassetto dei sistemi di produzione e consumo. Si sono accumulati gli studi e le analisi, a partire da Primavera silenziosa (1964) di Rachel Carson, passando per I limiti dello sviluppo del Club di Roma (1972) e il Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite (1987), fino al report dell’IPCC del 2007,* il Millennium Ecosystem Assessment (2005) e l’Environmental Outlook 2050 dell’Ocse (2012a). In aggiunta, prosegue il lavoro per individuare i “confini planetari”. In un articolo pubblicato su Nature nel settembre del 2009, un gruppo di più di trenta scienziati guidati da Johan Rockström, uno degli autori di questo libro, ha descritto nove differenti processi biofisici planetari che sono fondamentali per il futuro dell’umanità sulla Terra (Rockström et al., 2009a). L’attuale modello, incentrato sulla crescita, sta erodendo gli ecosistemi e le risorse naturali che sono alla base del benessere umano futuro. Siamo in rotta di collisione con la natura. Le preoccupazioni per l’ambiente sono regolarmente in cima alle classifiche dei sondaggi di opinione, ma un’azione effettiva è ancora lontana dal venire. Perché questa passività? Possiamo solo avanzare delle ipotesi. Per scrivere questo libro abbiamo consultato una gran quantità di studi, di volumi e di articoli, tra cui Macroshift (Laszlo, 2001) scritto dal filosofo Ervin Laszlo. Laszlo distingue tra conoscenza e consapevolezza. Ritiene che molte persone abbiano sentito parlare – sanno qualcosa – di problemi come il cambiamento climatico, ma non hanno una consapevolezza profonda della questione. Il riscaldamento globale rimane quindi un dato “astratto”, il che induce le persone a non agire nella vita reale. Crediamo che Laszlo abbia individuato un punto importante. L’essere consapevoli che ogni cosa è connessa alle altre – e che ogni nostra azione influenza il tutto – è un elemento fondamentale del processo di cambiamento che abbia*  Il primo volume del quinto Assessment dell’IPCC è uscito nel settembre del 2013 mentre gli altri due saranno resi noti nel corso del 2014, si veda il sito www.ipcc.ch, ndC.

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mo di fronte. Gli scienziati comportamentali potrebbero offrire contributi importanti alla comprensione di questi fenomeni, ma in molti anni di lavoro abbiamo visto ben pochi di loro esprimere un parere sulla questione. Una variante della tesi di Laszlo è quella proposta dalle recenti ricerche sul cervello, da cui risulta che le persone non cambiano opinione semplicemente perché vengono presentati loro dei fatti nuovi, specialmente se non si conciliano con la visione che esse hanno del futuro. Secondo George Lakoff, docente di linguistica cognitiva, l’aspetto cognitivo ha una grande importanza: “I fatti che non si conciliano con la nostra visione del mondo sono classificati come irrilevanti o addirittura folli. È per questo che, negli Stati Uniti, democratici e repubblicani si considerano reciprocamente come degli idioti. Non si capiscono perché i loro cervelli sono organizzati in modo differente.” Qualcuno potrebbe parlare di dissonanza cognitiva. Da ricerche condotte negli Stati Uniti è emerso che le persone che hanno un approccio individualistico alla vita – e sono convinte delle virtù della libera impresa e auspicano che il governo intervenga il meno possibile – spesso hanno anche un’attitudine negativa nei confronti delle questioni ambientali e delle ricerche sul cambiamento climatico, perché le considerano un inevitabile preludio all’intervento del governo nell’economia, cosa che viene percepita come una “minaccia alla libertà” (Kahan et al., 2010). Non c’è dubbio che sia i sistemi di valori sia la “consapevolezza profonda” siano elementi cruciali per spiegare la lentezza dei progressi in direzione della sostenibilità della società. Ma ci sono altri fattori: • la mancanza di un’adeguata educazione sul ruolo fondamentale degli ecosistemi e della biodiversità per il nostro benessere; • la riluttanza di molte persone a cambiare abitudini e stili di vita; • i difetti nelle modalità con cui si dà conto del livello di benessere: un incremento del Pil non corrisponde necessariamente a un aumento del benessere; • gruppi di pressione potenti che difendono il business as usual (e gli investimenti già effettuati); • la concezione, diffusa in molte fedi religiose, che l’uomo sia superiore alla natura e abbia il diritto di sfruttarla per i propri scopi; • la mancanza di un approccio olistico in ambito scientifico: il riduzionismo si è spinto troppo avanti, il numero di specialisti è cresciuto e sono sempre meno quelli che cercano di fornire un quadro sistemico e completo della realtà;

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RESTA UN


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• la scarsa capacità – e spesso la reticenza – della comunità scientifica di comunicare con chiarezza quali sono le vere minacce che abbiamo di fronte; • le tensioni tra i gruppi ambientalisti e il mondo degli affari: molte organizzazioni non capiscono le aziende e molte aziende, dal canto loro, non hanno un quadro preciso delle sfide poste dal cambiamento climatico, dal degrado degli ecosistemi e dalla scarsità delle risorse. Ne risulta che le due comunità non si parlano e, fatto più importante • il nostro sistema economico è basato sul mito della crescita infinita. Questa nozione ogni giorno informa una miriade di decisioni delle aziende e dei governi, e tutte si muovono lungo quel percorso che sta erodendo le basi – gli ecosistemi e le risorse naturali – da cui dipendiamo. Nessuna legislazione ambientale può governare un sistema economico che parte dall’assunto della crescita infinita.

il pianeta è limitato Dobbiamo prendere atto che la capacità di sostenere la vita sulla Terra è limitata. Questo vale per tutte le specie, inclusa la nostra. A differenza delle altre, però, la nostra è dotata di coscienza e della capacità di scegliere. Abbiamo perciò una grande responsabilità quando pensiamo e agiamo. Tuttavia, per molto tempo parecchi di noi si sono comportati in modo da mettere a repentaglio le prospettive delle generazioni future. La fede cieca nella crescita tradizionale sta, senza ombra di dubbio, minando le basi del progresso necessarie a mantenere il benessere nel lungo periodo. Pochi, agli arbori della società industriale, pensavano che la crescita potesse avere delle conseguenze negative. La popolazione e l’economia mondiali erano molto più piccole. Oggi la situazione è completamente diversa. Anche se i problemi sono enormi, abbiamo ampi margini per cambiare rotta. Negli ultimi anni si sono accumulate le conoscenze sui rischi connessi ai nostri modi di produrre e consumare. Se usassimo queste informazioni in modo saggio, guardando all’evoluzione umana come a un processo di apprendimento, dovremmo riuscire a trarre le conclusioni corrette e ad adottare le strategie che possono rendere sostenibile il nostro sviluppo. Abbiamo bisogno di un radicale ripensamento della condizione umana, fondato sulla comprensione che gli esseri umani sono inestricabilmente connessi alla natura. Dovrebbe quindi essere possibile sviluppare un modello migliore, basato sull’armonia tra uomo e natura. Perché ciò avvenga, servono tre cose: • un consenso ampio sui problemi che abbiamo di fronte;

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• una visione ben articolata sul tipo di società che vogliamo realizzare nel lungo periodo; • una strategia che guidi la transizione dalla società attuale a quella delineata da questa visione. Questo libro ha l’obiettivo di contribuire costruttivamente a questo sviluppo. Nessuno, oggi, sa, né tantomeno può garantire, se riusciremo a cambiare rotta in tempo. Abbiamo di fronte una moltitudine di problemi, le nostre abitudini radicate, i nostri interessi economici e – per quanto riguarda il clima e gli ecosistemi – il fatto che non abbiamo una piena comprensione della vera posta in gioco. Ma, e lo dobbiamo a noi stessi e ai nostri figli, dobbiamo sforzarci il più possibile.

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avesse la capacità di distruggerla. Purtroppo, le prove del contrario si accumulano. Il premio Nobel Paul Crutzen, che con i suoi studi ha contribuito a individuare le minacce allo strato di ozono che protegge dalle radiazioni ultraviolette, ha equiparato questa situazione a una nuova era geologica, l’Antropocene, nella quale gli umani sono la forza geologica più importante del pianeta. Si tratta di una conclusione sconvolgente: l’impatto di sette miliardi di persone sul pianeta è superiore a quello dei processi biofisici e geologici. Spesso, nel dibattito sul clima, si sente dire che è da presuntuosi pensare che l’uomo possa influenzare il clima. In realtà, è proprio quello che stiamo facendo con le nostre emissioni di gas serra, e la stessa cosa vale per gli altri sistemi naturali del nostro pianeta. Una consapevolezza più diffusa di questa situazione dovrebbe condurre a un risveglio dell’opinione pubblica, delle imprese e, non ultimo, della classe politica.

le interazioni tra atmosfera e biosfera Oggi la consapevolezza dei rischi associati al cambiamento climatico è sufficientemente diffusa. È invece ancora molto limitata la comprensione delle interazioni tra l’atmosfera e la biosfera e i rischi di deforestazione, di sovrasfruttamento delle riserve ittiche e di perdita della biodiversità. Questa mancanza di conoscenza è preoccupante oggi più che mai. Le persone devono capire che l’epoca geologica in cui gli esseri umani hanno vissuto negli ultimi 10.000 anni – l’Olocene – è stata prevalentemente caratterizzata da condizioni stabili e molto favorevoli per noi esseri umani, che hanno reso possibile lo sviluppo delle società moderne. Allo stesso modo, devono comprendere che il benessere umano e sociale e lo sviluppo economico si basano sui servizi che ci vengono forniti dagli ecosistemi, tra cui la regolazione del clima e l’assorbimento dei nostri impatti su di esso, la produzione di cibo, di aria e acqua puliti, l’impollinazione delle piante e la formazione dei suoli. Se gli ecosistemi smettono di funzionare, sono a rischio il sostentamento delle società e delle economie umane. La Terra è un sistema complesso, autoregolante e resiliente, capace cioè di affrontare differenti tipologie di perturbazioni. Questa resilienza si basa su una complessa interazione tra l’atmosfera, gli oceani e gli ecosistemi terrestri.* Via * Il concetto ecologico di resilienza, sul quale lo Stockholm Resilience Centre diretto da Johan Rockström è uno dei centri di eccellenza internazionali (si veda il sito www. stockholmresilience.org), è stato introdotto dall’ecologo Crawford (Buzz) Holling, sin dai primi anni Settanta. Definisce la capacità dei sistemi naturali o dei social-ecological systems – i sistemi socio-ecologici – di assorbire un disturbo e di riorganizzarsi mentre

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via che questi sistemi vengono esposti agli impatti negativi causati dall’uomo, cambia anche la loro resistenza, per esempio ai cambiamenti climatici. L’impatto complessivo delle emissioni antropiche di gas serra è perciò determinato dai livelli delle emissioni e dai modi in cui i sistemi biologici si sono evoluti e rispondono alle influenze umane. Dobbiamo ammettere la possibilità di sorprese, di tipping point e di effetti di soglia. Il clima e gli ecosistemi sono sistemi variabili tipicamente non lineari. Svariati studi hanno sottolineato che molti sistemi biologici potrebbero rispondere a un clima più caldo con cambiamenti rapidi e con ogni probabilità irreversibili. Esempi di questo tipo sono l’Artico, la calotta glaciale della Groenlandia, il regime dei monsoni e le grandi foreste pluviali dell’Amazzonia e del Congo. Questi sistemi rischiano di superare delle soglie che potrebbero innescare cambiamenti climatici fuori controllo, riducendo drasticamente, per esempio, la produzione alimentare e così via.

l’olocene, una condizione desiderabile Le ultime scoperte della paleoclimatologia (termine che indica gli studi sulle condizioni della Terra nell’arco di lunghi periodi di tempo) sono alla base delle crescenti preoccupazioni per le condizioni del clima e dell’ambiente. La figura 5.1 mostra le variazioni nella temperatura nell’emisfero settentrionale negli ultimi 100.000 anni. Si tratta di un periodo particolarmente rilevante per gli esseri umani, dato che corrisponde a circa la metà del tempo in cui esistiamo come specie moderna. Come si può vedere, gran parte di questo periodo è stato caratterizzato da marcate variazioni di temperatura. Secondo gli studi, gli umani si sono mossi dall’Africa circa 80.000 anni fa, durante un periodo freddo nel corso del quale vaste aree del continente africano erano colpite da siccità. Dopo 60.000 anni raggiunsero l’Australia e, dopo aver attraversato l’Asia, arrivarono in Euroha luogo il cambiamento, in modo tale da mantenere ancora essenzialmente le stesse funzioni, la stessa struttura, la stessa identità e gli stessi feedback. Il sistema ha la possibilità quindi di evolvere in stati multipli, diversi da quello precedente al disturbo, garantendo il mantenimento della vitalità delle funzioni e delle strutture del sistema stesso. La resilienza, ricorda Holling, è misurata dal grado di disturbo che può essere assorbito prima che il sistema cambi la sua struttura, mutando variabili e processi che ne controllano il comportamento. La resilienza di un ecosistema costituisce quindi la propria capacità di tollerare un disturbo senza collassare in uno stato qualitativo differente. Su questi argomenti si può consultare anche www.resalliance.org, il sito della Resilience Alliance, il partenariato di istituti e centri di ricerca sulla resilienza in tutto il mondo voluto tra gli altri anche da Buzz Holling, ndC.

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figura 5.1 variazioni di temperatura nell’emisfero settentrionale Temperature costanti durante gli ultimi 10.000 anni

∆T -20

100

80

60

40

Età (migliaia di anni prima del presente)

20

0

Variazioni di temperatura (°C)

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La curva delle temperature è stata ricostruita con dati ricavati nell’Artico, area che mostra fluttuazioni di temperatura maggiori a quelle della Terra nel suo insieme. Quando la Terra entra ed esce dalle ere glaciali nell’Artico si registrano variazioni di circa 20 °C, mentre per il resto del pianeta la fluttuazione è di circa 5 °C. Di conseguenza, non sorprende che oggi l’Artico si stia scaldando a una velocità doppia rispetto al resto del mondo. Le temperature sull’asse orizzontale sono in migliaia di anni.

pa 20.000 anni più tardi. È possibile che la causa principale delle migrazioni umane siano state le condizioni climatiche. L’ultimo periodo caldo interglaciale iniziò circa 10.000 anni fa, ed è stato un periodo estremamente stabile nella storia climatica del nostro pianeta. Dopo poche migliaia di anni dall’inizio di questa fase, chiamata Olocene, gli esseri umani inventarono e svilupparono l’agricoltura, costruirono i primi insediamenti, addomesticarono gli animali e iniziarono a coltivare le piante, dando inizio alla civiltà per come la conosciamo. Per più di 200.000 anni gli umani erano stati pochi milioni, dispersi in gruppi di cacciatori e raccoglitori. Durante l’Olocene, si succedettero diverse culture: la Mesopotamia, l’Egitto dei faraoni, i Maya, la Grecia Antica, l’Impero Romano, la Cina classica, l’Islam degli inizi, la civilizzazione africana, il Rinascimento e, più di recente, la società industriale. La popolazione cresceva ma molto lentamente, di circa lo 0,1% ogni anno. Nel 1820 eravamo un miliardo: da lì in poi, grazie alla miglior alimentazione e alle norme igieniche, l’incremento fu molto più rapido. Due miliardi nel 1928, tre nel 1960 e sei miliardi nel 2000. Nel 2012 la popolazione ha superato i sette miliardi. Le future variazioni dipendono da una serie di fattori che analizzeremo nel seguito. Tuttavia, molti indicatori lasciano intendere che nel 2050 la popolazione potrebbe raggiungere i nove o i dieci miliardi di persone. La rapida crescita della popolazione e delle economie non sarebbe mai stata pos-

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sibile senza la stabilità che ha caratterizzato l’Olocene, le cui condizioni si sono dimostrate ideali per gli esseri umani. La specie umana è riuscita a sopravvivere per un periodo molto lungo prima dell’Olocene, ma si trattava di una popolazione ristretta che doveva fronteggiare circostanze molto difficili. Tutto ciò considerato, dovremmo fare il possibile per preservare le condizioni che hanno consentito lo sviluppo della civiltà nell’Olocene. In realtà, stiamo facendo l’esatto contrario. Stiamo sottoponendo i suoli a pressioni enormi, sia attraverso il nostro impatto sul clima sia con lo sfruttamento eccessivo delle foreste, dei terreni agricoli, delle acque dolci e delle riserve marine. Nel corso dell’Olocene ci sono stati dei periodi di grande stress per il nostro pianeta: si possono ricordare il Periodo caldo medioevale intorno all’anno 1000, la Piccola era glaciale intorno al 1600 e l’eruzione del vulcano Pinatubo nel 1991. Ma ogni volta, dopo qualche fluttuazione – come la diminuzione delle temperature che durò qualche anno dopo l’eruzione del Pinatubo – la Terra è sempre tornata a un equilibrio. Tutte le ricerche indicano che senza l’interferenza umana queste condizioni sarebbero potute durare ancora qualche migliaio di anni. In sostanza, l’Olocene è il nostro periodo di grazia, che ci ha dato le condizioni ottimali per lo sviluppo della civiltà umana. Il nostro benessere e la nostra prosperità dipendono in tutto e per tutto dalla stabilità e dal buon funzionamento dei sistemi biofisici che li supportano.

gli ecosistemi sono la base dell’umanità e dell’economia Anche senza il cambiamento climatico, avremmo di fronte una sfida colossale per il futuro sviluppo della società. Gli ecosistemi terrestri, dai ghiacciai alle foreste pluviali, le aree agricole e quelle umide, generano funzioni (come la regolazione del clima e dell’acqua e l’impollinazione di una moltitudine di piante) e servizi (come la disponibilità di acqua dolce e del cibo) che sono alla base dello sviluppo sociale ed economico. Secondo quanto si legge nel Millennium Ecosystem Assessment (MEA), la valutazione effettuata dalle Nazioni Unite nel 2005 sullo stato degli ecosistemi, oltre due terzi tra gli ecosistemi più importanti sono sfruttati oltre le loro capacità. Si tratta di una situazione insostenibile, dato che stiamo depauperando il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. L’economia sta divorando i servizi naturali e la loro capacità di fornire servizi. A complicare il tutto c’è il cambiamento climatico. Un clima più caldo minaccia molte specie. L’IPCC e il MEA hanno elaborato stime sulla perdita di biodiversità: uno degli effetti è la diminuzione della resilienza, in una situazione in cui invece abbiamo assoluto bisogno della maggior resistenza possibile dei sistemi biologici per compensare e tamponare le emissioni di gas serra antro-

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piche. In effetti, mai gli ecosistemi sono stati così fragili dall’inizio dell’industrializzazione, avviatasi alla fine del 1700. Dopo Darwin, la scienza è sempre stata assolutamente chiara su un punto: gli umani sono parte della natura e il nostro benessere dipende dalle funzioni e dai servizi generati dagli ecosistemi. Si tratta però di una consapevolezza che fatica a diffondersi: molti economisti, per esempio, ragionano come se lo sviluppo economico non dipendesse dai sistemi naturali, che vengono considerati immutabili. Nel suo rapporto del 2005, il MEA ha dichiarato che il degrado degli ecosistemi non è mai stato così rapido come negli ultimi cinquant’anni. Allo stesso tempo, il MEA ha sottolineato il ruolo fondamentale che gli stessi ecosistemi esercitano nel fornire benessere alle nostre società. Al MEA sono poi seguiti diverse altre iniziative che hanno cercato di integrare il valore degli ecosistemi in un quadro micro e macro-economico. Uno degli esempi più importanti è il TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity), iniziativa lanciata dall’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente). Con il supporto di studi empirici e di analisi politiche, il TEEB ha ribadito l’urgente necessità di dare un valore agli ecosistemi e ai loro servizi sia nei bilanci nazionali sia in quelli delle aziende (TEEB, 2010). La Commissione europea ha patrocinato un’iniziativa simile, Beyond GDP (Oltre il Pil), con lo scopo di integrare i bilanci nazionali con indicatori capaci di fornire una rappresentazione più accurata dello sviluppo sociale. L’ex presidente francese Sarkozy ha poi costituito una task force, guidata dal premio Nobel Joseph Stiglitz, a cui ha assegnato l’incarico di definire sistemi di misura con cui valutare il benessere. Ne è risultato un rapporto, presentato nel 2009 e intitolato “Measurement of Economic Performance and Social Progress” (Stiglitz et al., 2010), che rileva le carenze degli attuali bilanci nazionali, prima fra tutte la mancata considerazione dei cambiamenti nel capitale naturale. Uno dei risultati più rilevanti di iniziative come il TEEB, il Beyond GDP e il rapporto Stiglitz è che questioni come la valutazione del capitale naturale non possono più essere trascurate. Ciononostante, dovrà passare ancora parecchio tempo prima che la valutazione dell’importanza dei sistemi naturali sia incorporata nei sistemi politico-economici. Un passo importante è stato fatto nel giugno del 2010 a un meeting delle Nazioni Unite in Sud Corea, nel corso del quale si è deciso di creare l’equivalente scientifico dell’IPCC nel settore della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi: l’IPBES (Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services). Nell’autunno del 2010 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha confermato la decisione.* Ora il lavoro per una nuova comprensione dell’economia può *  La prima sessione plenaria dell’IPBES ha avuto luogo nel gennaio 2013 a Bonn e la seconda ad Antalya in Turchia dove è stato approvato un programma 2014-2018, si veda il sito www.ipbes.net, ndC.

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proseguire e andare oltre, e i servizi degli ecosistemi, dall’impollinazione delle piante alla regolazione del clima del nostro pianeta, possono finalmente essere inclusi nel pensiero economico.

la terra tampona le nostre emissioni Un chiaro esempio della resilienza del nostro pianeta è costituito dal modo in cui gli oceani e gli ecosistemi terrestri hanno tamponato le nostre emissioni di anidride carbonica negli ultimi cinquant’anni. Circa metà delle emissioni di origine antropica sono state infatti assorbite dalla biosfera (Canadell et al., 2007). Capire che la Terra è un sistema interagente complesso – una specie di sinfonia – è di per sé un forte monito alla prudenza, specie per quanto riguarda il clima. In effetti, l’entità del futuro riscaldamento non sarà determinata solo dalla concentrazione di gas serra, ma anche dall’intensità dei meccanismi di retroazione. Per inciso, questo è uno dei motivi per cui gli scienziati hanno difficoltà a determinare con precisione gli incrementi della temperatura a seconda delle concentrazioni di gas a effetto serra. Fino a oggi, la Terra si è comportata come il miglior amico dell’umanità. I sistemi biologici hanno infatti funzionato come serbatoi per il carbonio, e l’incremento delle temperature è stato rallentato. Ora però iniziano a esserci segnali che indicano che gli ecosistemi marini e terrestri potrebbero non essere più capaci di assorbire la CO2 come in passato. Quando gli oceani si scaldano, e diventano più acidi, assorbono meno CO2. La stessa cosa sta succedendo anche per la vegetazione, e si teme che, almeno in certi casi, si potrebbe innescare una transizione che potrebbe trasformare le foreste in fonti di carbonio (adesso invece agiscono come serbatoi). Di conseguenza, l’intensità del cambiamento climatico non dipende solo dalla nostra capacità di ridurre le emissioni, ma anche dalla nostra abilità di gestire gli ecosistemi. Nessuno sa con esattezza quanto durerà ancora la resilienza del nostro pianeta in riferimento ai gas serra. Il vero rischio è che la risposta della Terra all’incremento delle emissioni possa trasformarsi, passando da una negativa, e in grado di abbassare le temperature, a una positiva e capace invece di innalzarle. È sempre più evidente che diversi sistemi biofisici del nostro pianeta – gli oceani e le zone umide, i laghi e le aree di savana, il sistema dei monsoni e i grandi biomi glaciali come la Groenlandia, l’Artico e parte dell’Antartico – sono caratterizzati da effetti di soglia. Si supera cioè una certa soglia e, improvvisamente, si innescano dei cambiamenti irreversibili (almeno in una prospettiva temporale umana). L’Artico è un esempio di ecosistema in cui la possibilità di effetti di soglia im-

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provvisi è assolutamente realistica. Per decenni, la comunità scientifica ha seguito con grande preoccupazione la fusione dei ghiacci marini dell’Artico. Le regioni polari sono infatti molto sensibili ai cambiamenti climatici, e si scaldano almeno il doppio rispetto al resto del pianeta. Un fattore che contribuisce parecchio è il fatto che il ghiaccio artico è esposto al fallout di svariati inquinanti. Queste sostanze lo rendono più scuro, e pertanto assorbe più energia solare. Ci sono diversi indicatori che segnalano che l’Artico potrebbe essere prossimo a un passaggio di soglia. Nessun scienziato aveva previsto quello che è successo nell’estate del 2007, quando l’estensione dei ghiacci marini estivi si ridusse bruscamente, quasi del 30% in pochi mesi. In uno degli scenari elaborati dall’IPCC si prevedeva che, tra il 2060 e il 2070, l’Artico avrebbe potuto essere privo di ghiacci marini durante l’estate. La rapida fusione del 2007 lasciò quindi tutti di sasso. Nelle due estati che seguirono le cose andarono meglio, ma già nel 2010 il ghiaccio marino estivo si ridusse quasi quanto era successo nel 2007 e lo stesso successe nel 2011.* Nel capitolo 12 torneremo sugli specifici problemi dell’Artico e la rapida fusione dei ghiacciai che sta avendo luogo in quell’area. Quello che sta succedendo proprio davanti ai nostri occhi dovrebbe essere visto come lo sventolio di una bandiera rossa di allarme. Di tutt’altro tipo è invece la bandiera rossa che all’inizio del mese di agosto del 2007 è stata piantata da un sottomarino russo nel fondo del Mare artico. È lì a simboleggiare le rivendicazioni russe sui possibili giacimenti di petrolio e gas naturale, ed è una delle prime espressioni di quell’assurda corsa ai combustibili fossili che si sta scatenando nell’Artico. L’episodio dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto siamo lontani da un accordo globale capace di risolvere il problema climatico. La conoscenza sui rischi di effetti di soglia provocati dalle emissioni umane sta crescendo rapidamente. I cicli di retroazione che possono portare a superare le soglie sono sempre possibili nella biosfera. Un’importante sintesi della questione, con un approfondimento sui sistemi a grande scala che rischiano di oltrepassare soglie critiche, è stata presentata qualche anno fa dalla rivista scientifica statunitense PNAS, Proceedings of the National Academy of Sciences (Lenton et al., 2008, Schellnhuber 2009).

* Il 16 settembre 2012 è stato raggiunto un nuovo record negativo: i ghiacci artici sono arrivati a 3,41 milioni di km2, 760.000 km2 meno del valore toccato nel 2007 e 3,29 milioni di km2 meno del valore medio del periodo 1979-2000. Nel 2013 si è invece registrato un valore di 5,35 km2, ndT.

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“L’idea di una società tenuta assieme solo dalle relazioni e dai sentimenti originati dall’interesse pecuniario è sostanzialmente repellente.” John Stuart Mill La triplice crisi in cui il mondo è venuto a trovarsi, costituita da crisi finanziaria globale, crisi economica delle nazioni – con il loro portato di ampi deficit nelle risorse disponibili, elevata disoccupazione e crescita del debito pubblico – e crisi dell’economia della natura conduce inevitabilmente alla conclusione che il nostro modello economico convenzionale non sta svolgendo il proprio ruolo. In questo capitolo viene come prima cosa analizzata la critica alle regole dell’economia nei termini dello sviluppo sostenibile, mettendo a fuoco principalmente il modo in cui l’economia si rapporta ai temi del clima, dell’ambiente e delle risorse.

qual è il vero scopo dell’economia? Il modo in cui l’economia convenzionale opera rispetto al clima, all’ambiente e alla sostenibilità è sempre più dibattuto. Il Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, commissionato dall’allora Presidente francese Sarkozy, il rapporto TEEB dell’UNEP e il rapporto Prosperity without growth della Commissione britannica per lo sviluppo sostenibile* sono alcuni degli esempi più importanti. Nuovi pro*  La Sustainable Development Commission del Regno Unito è stata istituita nel 2001 dal governo laburista ed è poi stata chiusa nel marzo 2011. Ha svolto un interessante lavoro di approfondimento del tema della sostenibilità e della sua praticabilità operativa, producendo rapporti molto stimolanti. Uno dei leader della commissione, il noto economista ecologico Tim Jackson ha poi pubblicato uno straordinario volume dal titolo Prosperità senza crescita, Edizioni Ambiente, 2011; ed. it. a cura di G. Bologna, ndC.

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grammi di ricerca sono stati lanciati, come la Great Transition Initiative della NEF (New Economics Foundation) o l’Institute for New Economic Thinking fondato da George Soros. Il Simposio dei Nobel sulla sostenibilità globale, svoltosi a Stoccolma nel maggio del 2011, ha evidenziato con forza la necessità di ripensare il modello economico convenzionale. La citazione che segue, tratta dalla dichiarazione conclusiva, chiarisce il concetto: “Riparare il sistema economico che ha generato la crisi globale non è sufficiente. I mercati e le imprese dovranno essere i driver principali delle scelte e del cambiamento nell’economia, ma dovranno farlo nel quadro di politiche che promuovano un nuovo metabolismo industriale e dell’uso delle risorse”. La dichiarazione del Simposio fornisce scarsi suggerimenti riguardo alle misure politiche necessarie per uscire dall’attuale sistema insostenibile di produzione e consumo e preparare la strada per un “nuovo metabolismo industriale e dell’uso delle risorse”. Ma la questione più ampia, ossia le caratteristiche che questo nuovo modello di economia deve avere, non viene affrontata. Diverse altre organizzazioni internazionali stanno ripensando l’economia. L’Ocse sta sviluppando una strategia di “crescita verde” e l’UNEP ha di recente lanciato il rapporto “Towards a green economy” presentando diverse ipotesi di percorso verso lo sviluppo sostenibile e la riduzione della povertà. “La green economy nel contesto dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà” è stato il tema prescelto per la conferenza delle Nazioni Unite “Rio+20”, nel 2012. Il lancio del rapporto “Towards a green economy” ha rappresentato il risultato di una aumentata consapevolezza del fatto che la realizzazione di uno sviluppo sostenibile si fonderà su un corretto funzionamento dell’economia. Nel rapporto dell’UNEP si dichiara che “La sostenibilità ambientale non va considerata in alternativa al progresso dell’economia” (UNEP 2011b). Al contrario: un’economia “verde” sostenibile si prevede possa crescere più velocemente nel tempo dell’usuale brown economy. Quest’ultima, sempre secondo l’UNEP, potrebbe trovarsi limitata dalla crescente scarsità di energia e risorse naturali. Il rapporto UNEP non fa riferimento specifico al concetto di crescita economica, utilizzando coerentemente la nozione di “progresso economico”. Non offre però una particolare elaborazione in merito alle più ampie implicazioni di tale concetto in termini politici. Nel documento dell’UNEP si mette in evidenza “che ‘rinverdire’ l’economia non è un lusso che solo le nazioni ricche si possono permettere”. Piuttosto, si pone l’accento sul fatto che la green economy è assolutamente centrale nel ridurre la povertà. Il livello di vita delle persone pove-

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re dipende, infatti, direttamente dalla salute e dai servizi produttivi degli ecosistemi. Inoltre, le persone più povere sono anche, in genere, le più esposte agli effetti avversi del cambiamento climatico. È piuttosto strano che il concetto di green economy sia tuttora privo di una chiara e univoca definizione. C’è ovviamente bisogno di chiarire il significato più ampio di tale concetto. Cosa intendiamo con green economy e come si differenzia questa dal modello economico corrente? Un quesito fondamentale sarà: si può affrontare la sfida della sostenibilità attraverso piccoli cambiamenti nel modello economico convenzionale, “aggiustando il modello economico corrente”, o ci vorranno cambiamenti più profondi? L’obiettivo primario di questo libro è chiarire le relazioni tra il sistema economico e la natura. Tutto è connesso e richiede di essere discusso nel suo insieme, cosa su cui l’economia convenzionale ha in linea di massima fallito. La responsabilità di tale fallimento è condivisa anche con la politica, se non altro per la sua riluttanza ad applicare il principio “chi inquina paga” per fare sì, per esempio, che i mercati riflettano i costi sociali della produzione e dei consumi. La necessità di riforme in campo economico è grande, sia che definiamo il problema come “fallimenti del mercato” – come ha fatto il Rapporto Stern – o più generalmente come inadeguatezze nella teoria economica.

come teorie del settecento condizionano l’economia di oggi Il modello economico attuale è basato su assunti che risalgono all’infanzia dell’età industriale. La teoria si fonda sugli scritti del filosofo britannico Adam Smith, che scrisse il suo lavoro più importante alla metà degli anni Cinquanta del 1700. Ovviamente, si tratta di teorie che sono ancorate al contesto storico del suo tempo. Mentre Smith era in vita la popolazione mondiale era inferiore al miliardo di individui. Il Pil mondiale raggiungeva a malapena i duecento miliardi di dollari. In tali circostanze era perfettamente naturale considerare la natura e le sue risorse come infinitamente ampie. Il terreno agricolo era senza dubbio un fattore limitante, ma essenzialmente per la bassa produttività delle pratiche agricole. Mentre c’erano numerosi esempi di impatto negativo sull’ambiente – devastazione di aree forestali, erosione del suolo e grave contaminazione dell’aria e dell’acqua – i problemi erano sostanzialmente di scala locale, e perlopiù ignorati. Oggi abbiamo di fronte una realtà diversa. La popolazione è sette volte più numerosa e se ne prevede l’aggiunta di altri due/tre miliardi entro il 2050. Nello

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stesso tempo, diversi scenari di lungo termine prevedono che l’economia mondiale continuerà a crescere velocemente, per arrivare nel 2100 a essere da 15 a 20 volte più grande di oggi. Il pianeta Terra però non cresce. L’ammontare totale delle risorse è sostanzialmente dato. Anzi, se misurato in termini fisici il pianeta attualmente si sta “restringendo”, mentre gli stock ittici negli oceani sono impoveriti, le foreste tropicali scompaiono, il terreno agricolo viene eroso, il livello delle falde acquifere scende e la biodiversità si estingue. La sola risorsa che ci dà costantemente più di ciò che usiamo è il sole, che riscalda il nostro pianeta e che, in combinazione con la fotosintesi, può stimolare la crescita nella disponibilità di risorse rinnovabili. La rapida erosione della base di risorse sembra essere sfuggita all’attenzione della maggior parte degli economisti. Non c’è altro modo per spiegare il fatto che la stragrande maggioranza degli economisti ha evitato questo problema cruciale e il relativo dibattito. Ancora oggi, la natura viene percepita come “il costante e stabile scenario per le attività economiche”, come si afferma nel volume Homo Economus as a Keystone Species (O’Neill e Khan, 2001). Partha Dasgupta, uno dei più prestigiosi economisti britannici, la mette in questi termini: “La natura è isolata dal pensiero economico corrente. Anche quando gli economisti si sforzano di includere la natura, questa è considerata come una parte dello stock di capitale il cui scopo è di essere sfruttato per gli interessi dell’umanità”. Il problema di un’economia che cresce a spese della sua stessa base di risorse può difficilmente essere spiegato in modo più chiaro. gli economisti convenzionali evitano i problemi Come si può spiegare questo disinteresse da parte degli economisti? Una risposta si trova certamente nella mancanza di conoscenza. Al cuore del curriculum di un economista c’è ben poco spazio per i temi del clima e dell’ambiente e per la comprensione della fondamentale importanza che rivestono i sistemi naturali nel funzionamento di qualsiasi economia. Così, quando emergono le questioni inerenti il rischio di riduzione nella disponibilità di determinate risorse o il sovrasfruttamento di un certo ecosistema, di solito la risposta è che la soluzione risiede in una combinazione di crescita, sostituzione e innovazione tecnologica. Alla base di un simile ragionamento vi è la nozione di intercambiabilità delle risorse naturali. Ancora più importante è la convinzione della maggioranza degli economisti che l’impatto ambientale che si verifica in una data nazione viene in qualche modo ad attenuarsi con la crescita economica. Questa relazione

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viene normalmente descritta con la “curva inversa di Kuznets ”.* Certamente, alcuni problemi ambientali di scala locale – come la contaminazione di aria o acqua – di solito si riducono al migliorare delle condizioni materiali in un dato paese. Ma molte altre forme di impatto ambientale crescono. Le emissioni di CO2 crescono, così come la quantità di rifiuti e scarti, e così come la perdita di biodiversità. Ciò normalmente si definisce come crescita dell’impronta ecologica di una nazione. Le nazioni ricche hanno una grande impronta ecologica, grazie a una semplice correlazione: più grande è il potere d’acquisto e più grande sarà l’impronta ecologica. I consumi e gli stili di vita sono decisivi. Non tutti gli economisti condividono la visione semplicistica secondo cui un incremento nella crescita economica risolverà i problemi ambientali, o che la varietà delle risorse offerte dalla natura può essere facilmente sostituita. Ci sono delle eccezioni, in particolare in un gruppo di economisti ecologici come Herman Daly, Robert Costanza, Manfred Max-Neef e Charles Hall. Tutti loro guardano all’economia convenzionale come a un’eccessiva semplificazione della realtà. Il loro obiettivo è un’economia che sia saldamente fondata su basi scientifiche, non separata da esse. Altre rilevanti eccezioni includono un numero di influenti economisti di “genere” più convenzionale, come Joseph Stiglitz, Lord Nicholas Stern, Partha Dasgupta, Amartya Sen, Frank Ackerman e Paul Collier. In Svezia ci sono esempi di economisti che hanno assunto forti posizioni nel dibattito sul clima e sull’ambiente, come Thomas Sterner, Peter Söderbaum, Karl Göran Mäler e Klas Eklund.** le due culture La tensione tra gli economisti e chi opera nel campo delle scienze naturali non è una novità. Negli anni Cinquanta il fisico e autore britannico C. P. Snow era già noto per i sui tentativi di colmare questo gap. Snow criticava il siste*  La curva di Simon Kuznets, la cui forma assomiglia a una U rovesciata, sta a indicare che la distribuzione del reddito tende a peggiorare nella prima fase dello sviluppo (massimo incurvamento), migliorando invece in maniera costante con la transizione a un’economia di tipo industriale, ndR. **  In Italia sono presenti interessanti scuole di economia ambientale, mentre solo da qualche anno l’economia ecologica ha iniziato a muovere i primi passi in campo universitario. Nell’ambito dell’economia ambientale è importante riconoscere il ruolo antesignano avuto da vari economisti dell’Università di Torino e successivamente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia con l’attuale Rettore Carlo Carraro. Nell’ambito dell’economia ecologica, sempre all’Università di Torino, opera ora Mauro Bonaiuti, tra i pionieri dell’economia ecologica e della bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, su cui ha scritto diversi libri, ndC.

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ma educativo britannico per l’eccessivo spazio concesso alle materie umanistiche e le scienze sociali, a spese delle scienze naturali. In un discorso ampiamente pubblicizzato, tenuto a New York nel 1959 sul tema “Le due culture” Snow affermava di aver colto spesso commenti molto amari tra gli umanisti o scienziati sociali in merito alla scarsa comprensione della cultura e della letteratura tra chi si occupa di scienze naturali. “Di solito, a quel punto chiedo quanti di loro conoscono i principi della termodinamica. La risposta tende a essere zero, e spesso in modo bellicosamente negativo. Eppure si tratta di una domanda cruciale almeno quanto quella relativa al fatto che si sia letto o meno Shakespeare” (Snow, 1959). I principi della termodinamica sono continuamente davanti ai nostri occhi, nella vita di ogni giorno. E hanno un grande peso su ciò che accade nell’economia. Ogni conversione energetica ha come esito la produzione di scarti e/o calore in eccesso. L’uso di diversi tipi di materiale conduce al loro deterioramento, con processi di corrosione e logoramento. L’entropia – o il disordine – aumenta. La termodinamica in tal modo impone un limite all’efficacia dei processi industriali e delle macchine. Conoscere questi principi, secondo Snow, è di fondamentale importanza per chiunque voglia comprendere fino in fondo il significato dell’uso di energia e materiali nelle nostre società. C’è una diffusa ignoranza dei limiti che la termodinamica pone all’efficacia della conversione energetica. Con tutta probabilità, è questa la ragione dell’eccesso di sicurezza nell’innovazione e nelle soluzioni tecnologiche, non da ultimo tra gli economisti. L’importanza fondamentale della termodinamica era evidente invece ad Albert Einstein che la riteneva “la sola teoria fisica di portata universale di cui sono convinto che non verrà mai superata”. I principi della termodinamica sono il fondamentale punto di partenza per le crescenti critiche all’economia convenzionale o neoclassica formulate negli ultimi decenni. Tali critiche hanno prodotto l’emergere di nuove discipline nell’ambito dell’economia, come l’economia ecologica e l’economia biofisica. Quest’ultima disciplina è particolarmente interessante per il suo intento di descrivere i flussi dell’energia e della materia in diversi settori economici tanto in termini fisici quanto in termini monetari.

il pil, una misura fuorviante del benessere umano L’economista americano Herman Daly orienta da decenni la critica alle teorie e pratiche economiche convenzionali per la loro riluttanza a valutare adeguatamente la totale dipendenza dell’economia dagli ecosistemi viventi e dalle ri-

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bili fossili o sulle energie rinnovabili non aveva alcuna importanza. La cosa importante era il ritorno in tempi brevi. Questo ha fatto si che le energie fossili si trovassero in grande vantaggio, specialmente in periodi di crescita del prezzo del petrolio. Nello stesso tempo è stato difficile ottenere finanziamenti per l’investimento in infrastrutture ed energie sostenibili, i cui rendimenti sono ritenuti più bassi e con tempi di rientro più lunghi. basilea iii Oggi il solo limite posto alla concessione di prestiti è che la banca deve mantenere determinate riserve in rapporto al totale della propria esposizione. Dopo la crisi finanziaria nei paesi Ocse sono stati compiuti degli sforzi per rendere più stingenti i requisiti patrimoniali attraverso il cosiddetto Processo di Basilea. Il requisito di adeguatezza patrimoniale è stato ulteriormente irrigidito con le nuove regole di Basilea III, ma secondo molti esperti è ancora tarato troppo in basso, sull’ordine del 7% dei prestiti da rimborsare. Le nuove regole saranno pienamente implementate alla fine del 2019, lasciando quindi insoluto il problema dei crediti concessi senza adeguate garanzie. vivere di credito La maggior parte delle persone nel mondo industrializzato guardano al periodo post-bellico come a una specie di età dell’oro. L’economia cresceva velocemente, mentre lo standard di vita compiva un balzo quasi spettacolare. A lungo si trattò di provvedere a necessità basilari delle persone: occupazione stabile, sicurezza nella malattia e nella vecchiaia assieme a un buon sistema educativo e abitazioni dignitose. Ma nel tempo le esigenze sono cresciute tanto in termini di reddito quanto di potere d’acquisto e tempo libero. Una soluzione era chiedere dei prestiti. Come abbiamo già segnalato, la possibilità di accedere al credito si è grandemente accresciuta, specialmente per quanto riguarda i mutui per la casa e il credito al consumo. Il sempre più generoso credito al consumo implica che alle persone viene data la possibilità di consumare oggi le risorse di domani. Il sistema si fonda sul presupposto che l’economia debba continuare a crescere come ha fatto finora. Il consumo è diventato parte della vita. Come ha affermato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman in un’intervista rilasciata a Stoccolma nell’agosto 2011: “Quando ero giovane, le persone si recavano ai corrispondenti degli attuali centri commerciali per comprare un vestito nuovo solo quando quello vecchio era ormai inutilizzabile. Oggi cerchiamo una conferma della nostra identità attraverso lo shopping”.

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15. il settore finanziario : ignorare i rischi

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Chi avrebbe potuto prevedere un simile sviluppo? “L’uomo è certamente soddisfatto”, aggiunge Bauman, “ma è più solo, più ansioso e più insicuro che mai”. La rapida crescita nel volume del credito in molti paesi ha mascherato una crescente ineguaglianza nei redditi. Perfino le famiglie che erano rimaste più indietro nella scala dei redditi hanno potuto incrementare i propri consumi. Negli Stati Uniti, regole molto libere per l’accesso ai finanziamenti, specialmente sul mercato immobiliare, hanno rappresentato per le persone con i redditi più bassi un modo per attenuare gli effetti di una distribuzione del reddito sempre più sbilanciata. Quando i valori delle case hanno improvvisamente iniziato a diminuire, la situazione è velocemente diventata insostenibile. Dal 2008, più di quattro milioni di famiglie hanno dovuto lasciare le proprie case. Il finanziamento è una componente indispensabile all’economia. Ma quando il volume del credito si espande più in fretta dell’economia in generale – e quando i prestiti sono basati su rendimenti a breve termine, spesso di natura speculativa, piuttosto che su una sostenibilità nel lungo termine – significa che i valori sono gonfiati e che i rischi stanno iniziando a salire. Prima o poi ciò conduce a grandi e spesso irreparabili danni per l’economia in generale come per gli individui, il clima e l’ecosistema. E il fatto che in termini di incentivi per chi opera nel settore finanziario questo tipo di pratiche risulti particolarmente premiante, non migliore le cose.

il lato negativo della crescita Una rapida crescita materiale ha – da tutti i punti di vista – un rovescio della medaglia. Conseguenze come il cambiamento climatico, lo sfruttamento eccessivo degli ecosistemi e il graduale esaurimento di importanti risorse non rinnovabili si stanno aggravando. In più, la crescita è spesso avvenuta grazie a un duro e ingiusto sfruttamento delle persone più povere in altre parti del mondo. Energia e materie prime sono state a lungo fornite alle nazioni industrializzate a prezzi eccezionalmente bassi. Adesso, quando le risorse più facilmente accessibili sono in calo e l’energia diventa più costosa, la grande maggioranza delle nazioni povere si trova ad affrontare una dura lotta per fare sì che lo sviluppo si avvii per il maggior numero possibile di persone. Il debito che si è contratto con la natura è di difficile quantificazione nei termini dell’economia monetaria. La ragione è che non abbiamo uno strumento di bilancio con cui contabilizzare regolarmente i cambiamenti che intervengono nel capitale naturale. I ricavi che derivano da una massiccia attività di pesca, per esempio, figurano come una voce positiva del Pil. Non c’è però una corri-

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spondente documentazione dell’esaurimento degli stock ittici che la pesca eccessiva produce e che conduce, nel lungo periodo, a una diminuzione del pescato. Non siamo capaci di distinguere tra stock e flussi di diverse risorse; un’azienda privata non gestirebbe mai i suoi conti in questo modo. il peso del breve termine nel sistema Nel capitolo 7 dedicato alla fornitura di energia abbiamo evidenziato i problemi che molti paesi stanno affrontando a causa degli incostanti andamenti dei prezzi dell’energia e di molte importanti materie prime. Dopo più di un secolo di prezzi effettivi sempre in calo, i costi oggi sono in rialzo come effetto della rapida crescita economica in nazioni come la Cina, l’India e il Brasile, combinata con la crescente scarsità di alcune commodities, come il petrolio greggio. Sfortunatamente, c’è ben poca comprensione di ciò che questa crescita dei prezzi significherà per la crescita economica nel lungo periodo, e quindi per la capacità di ripagare i debiti sempre più elevati in molte parti del mondo. Il dibattito tra politici ed economisti viene portato avanti come se tutto si potesse ridurre a una questione di denaro. Ma la crescita ha bisogno di energia e materie prime, e i prezzi più alti porteranno inevitabilmente a una sua riduzione. La scarsa comprensione dell’impatto che avranno prezzi significativamente più alti di energia e materie prime sullo sviluppo a lungo termine dell’economia è solo un esempio delle lacune nell’analisi dei rischi a lungo termine nel settore finanziario. Ugualmente importante è la rilevanza che viene attribuita ai rischi climatici e ambientali. E qui l’immagine è in linea di massima sconfortante. C’è poco interesse e altrettanto poca comprensione di questi temi tra la grande maggioranza degli attori del settore finanziario. Tuttavia c’è qualche segno positivo. L’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha per un certo numero di anni diretto un network tra aziende del settore finanziario che operavano sulla base dei PRI (Principles for Responsible Investment). A oggi oltre mille istituzioni finanziarie hanno sottoscritto questi principi, che richiedono di considerare gli aspetti sociali e ambientali connessi alle decisioni di investimento. Quella dei PRI è una buona iniziativa. Il punto debole è che l’applicazione di questi principi non risulta poi molto stringente. Parallelamente all’iniziativa UNEP, altri programmi con una mission simile sono emersi all’interno del mondo finanziario. Un esempio è il cosiddetto Equator Principles, supportato tra gli altri dalla Banca Mondiale, da banche di sviluppo regionale e da un numero relativamente ampio di banche commerciali, specialmente europee. I requisiti sono ragionevolmente severi in termini di consapevolezza ambientale e climatica, ma il monitoraggio sulla loro applicazione è scarso.

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Vale la pena di sottolineare anche la figura dell’economista americana Hazel Henderson che per decenni ha attivamente guidato uno sforzo per rendere le società finanziarie maggiormente consapevoli degli aspetti sociali e ambientali che le loro attività implicano. La Henderson produce la serie televisiva “Ethical Markets” che tratta delle stesse tematiche e ha guadagnato un buon seguito negli Stati Uniti. Una recente iniziativa di Ethical Markets denominata “Green Transition Scoreboard” (GTS), merita una particolare attenzione. Il GTS è un monitoraggio in tempo reale degli investimenti nei mercati green da parte della finanza privata. Il report più recente, del febbraio 2012, riportava un ammontare investito globalmente nella green economy, a partire dal 2007, pari a 3.300 miliardi di dollari (dall’ultimo report pubblicato sul sito ethicalmarkets.com, i dati aggiornati ad agosto 2013 riportano 5.200 miliardi di dollari, ndR). Pur trattandosi di una notizia incoraggiante, rimane molta strada da percorrere per far sì che la necessaria transizione nell’economia abbia concretamente luogo. Le cose straordinarie del GTS rimangono il database che ha sviluppato e la capacità di monitoraggio che ha quindi ottenuto. A dispetto di queste iniziative, i settori bancario e finanziario rimangono nettamente indietro nel lavoro a favore dello sviluppo sostenibile. Ci si sarebbe potuti aspettare il contrario, dal momento che uno dei compiti essenziali della finanza è esattamente la gestione del rischio. Le istituzioni pubbliche responsabili della previdenza sociale (ossia delle pensioni) dovrebbero essere tra le più attente, per non parlare di chi risparmia a fini pensionistici. Invece, c’è un’allarmante mancanza tanto di consapevolezza quanto di responsabilità. Ethical Markets ha proposto che nell’allocazione dei capitali da parte dei fondi pensione almeno il 10% sia orientato verso i settori green dell’economia. In un recente rapporto la compagnia assicurativa Mercer ha suggerito che i fondi pensioni dovrebbero investire almeno il 40% dei propri capitali nella green economy: metà per la copertura dai rischi legati al clima e all’ambiente, e metà per capitalizzare sulle opportunità offerte dai settori “verdi”. Considerando che il totale degli asset controllati dai fondi pensione a livello globale è sull’ordine dei 130.000 miliardi di dollari, siamo davvero solo all’inizio della green transition. Troppi fondi continuano ad allocare i propri capitali nella brown economy. Sono molte le ragioni all’origine delle carenze nel funzionamento dei mercati finanziari. La deregulation degli anni Ottanta ha prodotto la rapida espansione dei volumi di credito. Nuovi strumenti di credito sono stati sviluppati, alcuni positivi, altri di natura molto dubbia. Lo sviluppo della tecnologia dei computer ha avuto una grande importanza. È di assoluta attualità il dibattito sul cosiddetto robot-trading. I titoli cambiano di mano in una frazione di secondo. Il

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“fare soldi sui soldi” è diventato una parte sempre più importante del business. Le aziende quotate sul mercato azionario sono sempre più valutate sulla base di parametri a breve termine, come i bilanci trimestrali d’esercizio e i flussi di cassa previsti su pochi anni a venire. I rischi futuri sono sottovalutati nel presente e quindi in un investimento diventano sempre meno rilevanti quanto più alto è il tasso d’interesse. Il risultato di tutto questo è che la responsabilità e l’analisi dei rischi a lungo termine scalano di posto, finendo sempre più indietro. elevata esposizione al rischio Le banche e le compagnie finanziare prestano di buon grado o investono grandi somme su aziende la cui esposizione al rischio risulterebbe molto elevata se si mettessero in conto le problematiche del clima e dell’ambiente. Tutto ciò deve cambiare: per ridurre i rischi a cui vengono esposti i risparmiatori, ma anche per ridurre il flusso di capitali su attività che inquinano l’atmosfera e distruggono il capitale naturale anziché sostenere nuovi investimenti nella sostenibilità. In queste circostanze, l’assenza di un prezzo fissato a livello globale per le emissioni di CO2 si rivela essere un grosso problema. Il fatto che sulle emissioni di gas serra non vi sia un prezzo, naturalmente non significa che i rischi associati agli investimenti sull’estrazione di petrolio, carbone e gas o su aziende che usano massicce quantità di combustibili fossili siano pari a zero. Qualsiasi investimento che comporti una minaccia alla stabilità del clima o sfoci in attività distruttive per l’ambiente equivale ad assumere un rischio. La governance politica globale e tutt’altro che efficiente, ma molti segnali indicano che le regole diventeranno più stringenti, come è già accaduto a livello Ue. Le decisioni assunte alla conferenza sul clima di Durban vanno in questo senso. Il sistema di commercio delle emissioni di CO2 dell’Unione europea ha rivelato parecchi difetti e il prezzo del carbonio è oggi (marzo 2012) a livelli troppo bassi, ma il trend è chiaro. La decisione assunta dalla Ue implica che il commercio delle emissioni continuerà, a prescindere da ciò che avverrà nel contesto dei negoziati internazionali sul clima. L’effetto delle decisioni europee è stata una riduzione dell’1,7% annuo del volume di permessi di emissione rilasciati. Le attività che producono gas serra, CO2 in particolare, dovranno pagare sempre di più in futuro. Il settore finanziario non può più ignorare queste tematiche. La cosa migliore sarebbe che l’industria stessa si desse delle regole per la gestione di questi rischi, come stabilire un prezzo-ombra per le emissioni di CO2 di almeno 40 euro a tonnellata (secondo numerosi studi un prezzo superiore a 40 euro per tonnellata sarebbe un forte incentivo che farebbe decollare gli investimenti su tecnologie a basso contenuto di carbonio ed efficienza energetica).

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l’irresponsabile valutazione delle aziende fossili Una nuova organizzazione, denominata Carbon Tracker, è stata recentemente creata nel Regno Unito con l’obiettivo di tenere strettamente sotto osservazione le attività degli investitori e la quotazione sul mercato azionario delle aziende attive nel campo dell’estrazione di petrolio, carbone e gas. La motivazione è duplice: • analizzare il livello di considerazione del rischio climatico, quando esiste; • fungere da “sveglia” rispetto a possibili bolle finanziarie come quella delle aziende IT nel 2000 e quella del mercato immobiliare nel 2008. Il presupposto su cui l’organizzazione è stata creata è che i governi del mondo si sono accordati per evitare pericolose modificazioni del clima. Gli obiettivi che sono stati fissati, più recentemente alla conferenza sul clima di Durban, richiedono l’attuazione di misure per evitare l’aumento della temperatura media della Terra di 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Non ci sono ancora accordi vincolanti in grado di costringere i governi a intraprendere tali azioni, ma sarebbe immorale e poco serio assumere che i governi non siano realmente intenzionati. Dobbiamo credere che incisive misure contro le emissioni da combustibili fossili saranno definite entro il 2015, in coerenza con quanto deciso a Durban. Nel frattempo, una serie di azioni possono comunque essere portate avanti in numerose nazioni, con l’obiettivo di trasformare gradualmente i sistemi energetici e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Il cambiamento climatico è la motivazione maggiore, ma non bisogna dimenticare i rischi di un “picco del petrolio” e dei prezzi in rapido aumento. Carbon Tracker ha provato a stimare la quantità di CO2 che il mondo dovrebbe generare nella restante parte del secolo per non mettere a rischio l’obiettivo del contenimento in 2 °C dell’aumento di temperatura media della superficie terrestre. Per farlo è stato preso a riferimento uno studio condotto dal PIK (Potsdam-Institute für Klimafolgenforschung; Meinshausen et al., 2009). Secondo le analisi del PIK l’atmosfera non dovrebbe essere esposta a un apporto addizionale di CO2 superiore a 565 miliardi di tonnellate, come emissioni prodotte dalle attività umane. Sappiamo però che il potenziale di emissione delle riserve totali di carbone, petrolio e gas stimate a livello mondiale è pari a 3.000 miliardi di tonnellate di CO2. Carbon Tracker ha messo in evidenza come le 200 maggiori compagnie dei settori del carbone, gas e petrolio quotate nel mercato azionario denunciano riserve equivalenti a 745 miliardi di tonnellate di CO2 emessa: quasi il 40% in più rispetto al “budget” fissato dal PIK. Trattandosi di un volume pari solamente a circa un quarto delle riserve totali di combustibili fossili stimate – la maggior parte delle quali è posseduta da

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