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MATERIA RINNOVABILE RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE

Euro 16,00 – www.renewablematter.eu – Poste Italiane S.P.A. – Spedizione in abbonamento postale – 70% LOM/MI/00670_Tassa Pagata/Taxe Perçue/Postamail Internazionale

25 | gennaio-febbraio 2019 pubblicazione bimestrale Edizioni Ambiente

Ipcc: sul clima siamo ancora in tempo. Intervista a Sabine Fuss •• CO2 sottoterra. Naturalmente •• Jennifer Holmgren: ricavare etanolo dal carbonio riciclato

Jyrki Katainen. La ricetta per l’Europa •• Ellen MacArthur: occorre fare network con le università •• Dossier Francia: 50 misure per la circolarità

Focus Mining •• Miniere: quando non c’è più nulla da estrarre •• C’è poco cobalto in vista

Dossier Grecia/bioeconomia: la via per uscire dalla crisi •• Sostenibile e circolare: così deve essere la bioeconomia per Bruxelles •• Il tabacco Solaris: dall’Africa una nuova speranza per alimentare i jet


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Stampato da Geca Industrie Grafiche con inchiostri a base vegetale privi di oli minerali. Il sistema produttivo di Geca non produce scarichi e ogni sfrido delle nostre lavorazioni è immesso in un processo di raccolta e riciclo. www.gecaonline.it

Stampato su Crush, carte ecologiche di Favini realizzate con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali che sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero: copertina Crush Mais 200 g/m2, interno Crush Mais 100 g/m2. www.favini.com


Editoriale

di Emanuele Bompan

Decarbonizzare ora L’economia non può essere circolare se non saprà essere un fondamento per la decarbonizzazione del pianeta. Il 2018 è stato uno degli anni più caldi di sempre. L’Osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii ha rilevato una concentrazione media di biossido di carbonio atmosferico, il principale gas serra, superiore a 410 parti per milione (ppm), il valore più elevato degli ultimi 800.000 anni. I report scientifici dell’Ipcc continuano a ribadire una e una sola cosa: fermare il riscaldamento climatico è sempre più urgente e la finestra di opportunità continua a restringersi. Materia Rinnovabile ritiene che il clima è in assoluto la più grande sfida per l’umanità mai affrontata. Che richiede uno sforzo più imponente di trasformazione industriale di quello messo in moto per la Seconda guerra mondiale, che sappia mettere in campo visione politica, audacia, partecipazione e ingegno tecnologico. Abbiamo visto come in Francia alzare le accise sulla benzina abbia scatenato una rivolta della classe media che non è disposta a nessun

compromesso per difendere il proprio benessere. In Italia una misura di bonus e malus per le auto, strutturata in base alle emissioni, ha fatto insorgere il paese che ha criticato in blocco una delle prime azioni sull’ambiente del governo in carica. In Usa Trump ha cancellato gran parte delle misure prese da Obama sulla decarbonizzazione. Le emissioni salgono, +2,7%, nel 2018. Eppure non si assistono a variazioni significative di comportamenti, nonostante l’Eurobarometro riporti che l’85% dei cittadini concordi sul fatto che la lotta al cambiamento climatico sia una priorità. Il cambiamento climatico è un nemico oscuro e complesso. Le cause dell’inazione nel fermare le emissioni simultaneamente dovute a governi conservatori ignavi, grandi corporation con interessi particolari e piccole aziende mal informate, cittadini maleducati e cittadini beninformati ma vittime della propria pigrizia (incluso l’autore). L’inazione è soprattutto culturale e psicologica, ancora prima di essere politica. Il concetto di economia circolare sta esplodendo nel mondo, dall’Europa alla Cina, dagli Usa al Cile. Serve, però, lavorare su un concetto esteso di circular economy che includa una visione centrale sulla circolarità dell’energia e su un’economia circolare zero carbon, o meglio ancora carbon-smart (vedi l’intervista a Jennifer Holmgren). Che fare? Da un lato bisogna fomentare la ricerca e l’ecodesign per creare batterie elettriche, pannelli fotovoltaici, pale eoliche, apparecchi elettrici ed elettronici completamente circular. Sostenere l’energia rinnovabile e il risparmio energetico sono un assunto chiave della CE per cui si necessitano loop il più chiusi possibile per la gestione di tutte le materie coinvolte (cobalto, litio, terre rare, rame ecc.) che impieghino ogni componente a fine vita del prodotto. Dall’altro i processi industriali circolari devono tenere come stella polare il principio della lowest carbon solution, ovvero scegliere sempre l’opzione meno carbonintensive. Infine serve sostenere quelle tecnologie che ci aiuteranno nella CCU, Carbon Capture and Usage della CO2, siano esse grandi bioraffinerie per la produzione di biopolimeri o etanolo per biocarburanti derivati dalla CO2 catturata oppure grandi piani di afforestazione per alimentare la silvi-bioeconomia, usando gli alberi e la legna come carbon sink duraturi su una scala minima di 300 anni (quindi spazio al retrofit degli edifici prefabbricati in legno). Il nuovo numero di Materia Rinnovabile pone le prime basi per questa lunga riflessione, che riprenderemo nei prossimi numeri. La guerra per fermare il climate change è appena iniziata.


Il futuro chiede ambizione di Manuel Pulgar-Vidal

Quest’anno ha portato molti motivi per essere pessimisti in tema di cambiamenti climatici. Richiami sempre più allarmanti dai climatologi. Incendi in California. E il 2018 è destinato a piazzarsi al quarto posto nella classifica degli anni più caldi. Ma, dopo l’ultimo round di colloqui sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite di Katowice, in Polonia, vale la pena di ricordare che abbiamo già, nell’Accordo di Parigi del 2015, l’intelaiatura su cui costruire una risposta comune a questa sfida globale. Parigi ha creato il contesto

Manuel Pulgar-Vidal è a capo del programma globale del Wwf per il clima e l’energia. Vive a Lima, in Perù.

WMO Provisional statement on the State of the Global Climate in 2018, tinyurl.com/y85hnrte AR5 Synthesis Report: Climate Change 2014, www.ipcc.ch/report/ar5/syr The Lima-Paris Action Agenda, https://unfccc. int/news/the-lima-parisaction-agenda-promotingtransformational-climateaction Green Climate Fund, www.greenclimate.fund/ home Talanoa Dialogue, https://talanoadialogue. com Ipcc, Special Report Global Warming of 1.5 ºC, www.ipcc.ch/sr15 The Doha Amendment, https://unfccc.int/process/ the-kyoto-protocol/thedoha-amendment

L’Accordo siglato a Parigi era basato su quattro elementi importanti: una solida base scientifica, ovvero il Quinto Rapporto di Valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), pubblicato nel 2013; un’ampia coalizione di attori non statali, tra cui il mondo del business, amministrazioni locali e organizzazioni no-profit, mobilitati mediante la Lima-Paris Action Agenda; un supporto finanziario adeguato derivante principalmente ma non esclusivamente dal Green Climate Fund; piani dal basso all’alto proposti sia dai governi dei paesi sviluppati che da quelli dei paesi in via di sviluppo. I Nationally Determined Contributions, NDC, questo è il loro nome, hanno dato ai governi la fiducia per proporre obiettivi di riduzione delle emissioni e piani di azione senza assumere impegni vincolanti. Ciò ha permesso di mettere a fuoco linee di pensiero, nuove opportunità, e ha avviato un processo per traslare gli obiettivi globali di Parigi a livello nazionale. Però questi primi NDC non sono, complessivamente, all’altezza della situazione: se venissero implementati come scritto, porterebbero a 3,4 °C di riscaldamento entro la fine del secolo, più del doppio del limite di 1,5 °C contro il cui superamento le Parti hanno convenuto di battersi nell’Accordo di Parigi, e anche molto più alto del limite estremo del “ben al di sotto di 2 °C”. Perché il processo negoziale abbia successo è vitale stabilire un solido pacchetto normativo che regoli l’aggiornamento degli NDC, che furono fissati nel 2014-15. Servono regole sulla trasparenza perché

i governi si assumano la responsabilità riguardo agli NDC e, fondamentalmente, serve capire come renderli più ambiziosi basandosi sulla scienza del clima. Ripeto, il terreno è stato preparato. Il Talanoa Dialogue ha permesso alle parti di condividere esperienze e, si spera, darà loro la fiducia per adeguare i loro obiettivi. Il rapporto su 1,5 °C di riscaldamento dell’Ipcc ha dato un’immagine nitida della scala del problema fornendo le basi scientifiche per un’azione decisiva. La finanza, come sempre gioca un ruolo importante. I paesi climaticamente più vulnerabili sono anche i più poveri: devono ricevere solidarietà e supporto finanziario mentre lavoreranno per adattarsi ai cambiamenti climatici cercando di svilupparsi attraverso processi a basse emissioni di carbonio. L’Accordo di Parigi racchiude l’obiettivo, fissato nel 2009, di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno nella finanza climatica entro il 2020, e mantenersi almeno a questo livello fino al 2025. Però non è chiaro cosa dovrà succedere dopo. Serve maggiore ambizione Sarà anche fondamentale elevare le ambizioni riguardo alla riduzione delle emissioni prima del 2020, quando gli NDC entreranno in vigore accelerando ulteriormente le trasformazioni necessarie nei nostri sistemi energetici, di trasporto e industriali, e proteggere e ripristinare foreste e altri sistemi naturali. I paesi che non l’hanno ancora fatto devono ratificare l’Emendamento di Doha al Protocollo di Kyoto, che fissava una seconda fase di impegni (dal 2013 al 2020); mentre 120 parti l’hanno sottoscritto, ne mancano 24 all’appello. A prescindere dai risultati di Katowice non va dimenticato che c’è un quinto elemento alla base dell’Accordo di Parigi: un forte sostegno popolare all’azione per tagliare le emissioni di gas serra. Davanti a un’evidenza scientifica così preoccupante, e malgrado gli sforzi di coloro che cercano di trarre profitto dallo status quo, sarà necessario mobilitare un crescente supporto dell’opinione pubblica all’azione dei negoziatori in tutti i colloqui sul clima, affinché abbiano un mandato chiaro per un’azione climatica aggressiva e ambiziosa.


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M R MATERIA RINNOVABILE RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE www.renewablematter.eu ISSN 2385-2240 Reg. Tribunale di Milano n. 351 del 31/10/2014 Direttore responsabile Emanuele Bompan Direttore editoriale Marco Moro Hanno collaborato a questo numero Irene Baños Ruiz, Mario Bonaccorso, Ilaria Nicoletta Brambilla, Rudi Bressa, Emanuele Del Rosso (vignetta a pag. 5), Sergio Ferraris, Daniele Lettig, Giorgia Marino, Ray Mwareya, Francesco Petrucci, Manuel PulgarVidal, Eleonora Rizzuto, Antonella Ilaria Totaro, Veronica Ulivieri, Silvia Zamboni Caporedattore Maria Pia Terrosi Coordinamento di redazione Paola Cristina Fraschini Editing Francesco Bassetti Paola Cristina Fraschini Design & Art Direction Mauro Panzeri Impaginazione e infografiche Michela Lazzaroni Community manager Antonella Ilaria Totaro Traduzioni Patrick Bracelli, Erminio Cella, Laura Coppo, Franco Lombini, Mario Tadiello

25|gennaio-febbraio 2019 Sommario

Emanuele Bompan

5

Decarbonizzare ora

Manuel Pulgar-Vidal

7

Il futuro chiede ambizione

10

NEWS

Veronica Ulivieri

12

Siamo ancora in tempo Intervista a Sabine Fuss

Irene Baños Ruiz

15

Verso un’Europa sostenibile e prospera Intervista a Jyrki Katainen

Daniele Lettig

18

Le accademie della circular economy Intervista a Ellen MacArthur

Rudi Bressa

20

L’università è pronta per l’economia circolare?

Mario Bonaccorso

24

Sostenibile e circolare: così deve essere per Bruxelles la bioeconomia

Marco Moro

27

Rigenerare i territori con la bioeconomia

Mario Bonaccorso

29

Dossier Grecia La via per uscire dalla crisi

a cura della redazione

34

Industria chimica: addio al fossile

Sergio Ferraris

35

CO2 sottoterra. Naturalmente

Emanuele Bompan

38

Economia circolare intelligente sul carbonio Intervista a Jennifer Holmgren

Francesco Bicciato, Elisabetta Bottazzoli

40

Come orientare i capitali verso la circolarità

a cura della redazione

Think Thank

Policy


9

Coordinamento generale Anna Re

Silvia Zamboni

42

Dossier Francia La svolta circolare della Francia

Ilaria Nicoletta Brambilla

46

Dossier Francia Occitania, regione a energia positiva

World Giorgia Marino

50

Il museo del non buttato

Responsabile relazioni esterne Anna Re Responsabile relazioni internazionali Federico Manca Ufficio stampa press@renewablematter.eu Contatti redazione@materiarinnovabile.it Edizioni Ambiente Via Natale Battaglia 10 20127 Milano, Italia t. +39 02 45487277 f. +39 02 45487333 Pubblicità e promozione marketing@materiarinnovabile.it

Irene Baños Ruiz

Eleonora Rizzuto

56

62

Focus mining and carbon capture La nuova vita delle miniere

Focus mining and carbon capture Essere sostenibili nel business delle pietre preziose colorate

Abbonamenti Solo on-line su www.renewablematter.eu/it/moduloabbonamento Questa rivista è composta in Dejavu Pro di Ko Sliggers Prodotto e stampato in Italia presso GECA S.r.l., San Giuliano Milanese (Mi) Copyright ©Edizioni Ambiente 2019 Tutti i diritti riservati

Focus mining and carbon capture Poco cobalto in vista

Mark LaPedus

66

Ray Mwareya

70

Il tabacco Solaris: dall’Africa una nuova speranza per alimentare i jet

Irene Baños Ruiz

72

Combattere il colera con i rifiuti

74

IoT e raccolta rifiuti intelligente con Nordsense

75

Chakr, catturare inquinamento per produrre inchiostro

76

Vestiti in abbonamento con Le Tote

77

Materiali isolanti dalle piume con Aeropowder

78

Circular by law Plastica monouso e automotive, i prossimi impegni dell’Ue

Startup Antonella Ilaria Totaro

Rubriche Francesco Petrucci

In copertina 1,5 gradi composto in TRSMillion di Typodermic Fonts Inc., 2011.


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materiarinnovabile 25. 2018

NEWS

a cura della redazione

Amazon? Amazing! Con il progetto FrustrationFree Packaging, Amazon lancia anche in Europa le linee guida per i venditori sul packaging sostenibile. I seller che vorranno essere inclusi in questo progetto dovranno essere certificati e seguire tutte le richieste del colosso americano. Il 31 ottobre 2018, Amazon ha esteso il suo programma di incentivi ai fornitori in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Tempo stimato per la transizione: un anno. Brent Nelson, Senior Manager, Customer Packaging Experience – Sustainability, per Amazon, spiega che la nuova Vendor Packaging Initiative non è obbligatoria ma offre ai venditori l’opportunità di ripensare e ridisegnare il loro packaging per l’e-commerce riducendo gran parte degli imballaggi oggi utilizzati nella vendita al dettaglio. Dall’inizio del programma a oggi Amazon ha eliminato, grazie alle sue politiche di sostenibilità, 244.000 tonnellate di imballaggi e 500 milioni di scatole. Contribuendo però anche alla diffusione di miliardi di prodotti non certo circolari. Che sia il prossimo passo, un marketplace green?

Kickstart the circular economy

Il pieno di CO2 I ricercatori dell’Università del New Hampshire hanno identificato nuovi materiali facilmente disponibili in grado di convertire la luce solare e l’anidride carbonica (CO2) in componenti elementari per combustibili liquidi con cui riscaldare le case e alimentare le auto elettriche. “Attualmente siamo in grado di convertire la luce

La tazza furba È in vendita nella catena di caffè britannica Costa “Clever Cup”, una tazza di caffè riutilizzabile che – grazie a un chip NFC rimovibile (tramite Engadget) – funziona anche da sistema per effettuare pagamenti. Sebbene l’idea delle tazze brandizzate sia stata resa popolare da Starbucks (ma ignorata dai più), Costa prova a educare i clienti al riutilizzo offrendo uno sconto di 25 penny (0,28 euro) a caffè per chi usa la tazza, pagando direttamente con essa. Il progetto è realizzato in partnership con Barclays. Meno dell’1% dei miliardi di tazze di caffè usati nel Regno Unito ogni

solare in energia elettrica grazie ai pannelli solari”, ha affermato Gonghu Li, professore associato di chimica e scienze dei materiali. “Tuttavia, l’elettricità non è facile da immagazzinare su larga scala e la produzione di energia si ferma quando il sole tramonta. Volevamo cercare qualcosa che avesse maggiore efficacia.”

anno vengono effettivamente riciclati a causa di un rivestimento in polietilene di plastica utilizzato per renderli impermeabili. La Clever Cup è in vendita da fine novembre nei negozi Costa a 14,99 sterline (17 euro).

La piattaforma di crowd sourcing per prodotti innovativi Kickstarter ha deciso di incoraggiare i designer a incorporare criteri di Gpp e di sostenibilità nella loro pianificazione industriale grazie all’Environmental Resource Center, società di consulenza in grado di offrire suggerimenti e migliori pratiche ai progettisti. Quattro i criteri da considerare: durata (preferire materiali di lunga durata e facile manutenzione e stress test rigorosi); modularità (in modo che i componenti possano essere scambiati o aggiornati e che i prodotti possano essere riparati più facilmente); disponibilità (evitare materiali che potrebbero non essere disponibili facilmente, per esempio a causa di vincoli ambientali che li rendono più costosi in futuro); circolarità (modelli di business che funzionino in un loop, riutilizzando materiali già esistenti). “In questo modo possiamo influenzare i progetti a monte”, ha dichiarato Heather Corcoran, responsabile per il design e la tecnologia di Kickstarter.


News

Gli Usa alla scoperta dell’economia circolare. GreenBiz organizza la prima conferenza made-in-Usa aperta al grande pubblico per raccontare la circular economy americana e il suo potenziale commerciale da 4,5 mila miliardi di dollari. L’evento si chiama Circularity 19 e riunirà più di 500 leader di pensiero e professionisti per definire e accelerare il passaggio all’economia circolare. Location dell’evento

Trump circondato

Foto di Michael Vadon/wikimedia commons

Washington DC, ha votato una legge per obbligare l’utility PEPCO a fornire ai cittadini energia 100% rinnovabile entro il 2032, il doppio rispetto alla percentuale attuale. L’amministrazione Trump pro-carbone si troverà quindi a governare in una città che ha accelerato

Chiamata alla cooperazione internazionale Serve maggiore cooperazione industriale per sviluppare un’economia circolare a livello nazionale. Questa la richiesta degli imprenditori cinesi emersa durante l’Annual General Meeting of the China Council for International Cooperation on Environment and Development tenutosi a Pechino a fine anno. Durante la conferenza Liu Dashan, presidente del China Energy Conservation and Environmental Protection Group, ha affermato che il mondo deve ancora trovare una modalità sostenibile e orientata al mercato per l’economia circolare. “Per fare questo i paesi dovrebbero rafforzare la cooperazione per rendere i rispettivi vantaggi complementari l’uno con l’altro al fine di promuovere lo sviluppo dell’economia circolare.”

Porto il futuro

la fiera di Minneapolis che dal 18 al 20 giugno 2019 vedrà il susseguirsi di decine di plenarie, breakout interattivi, charrettes pratici ed eventi di networking. Inoltre come consuetudine degli eventi di GreenBiz si terrà una fiera focalizzata sulle soluzioni circular. Sei le tracce di lavoro: strategia aziendale e innovazione, città circolari, design e materiali, logistica e infrastruttura, imballaggi next-gen, standard e metriche.

il passo in materia di sostenibilità. Il Distretto ha fissato un obiettivo molto aggressivo, superiore ad altre 99 città che hanno dichiarato guerra all’energia da fonti fossili. Washington ha battuto persino San Jose e San Diego, in California, che mirano a raggiungere il 100% nel 2050 e nel 2035, rispettivamente.

È nato LOOP-Ports – Circular Economy Network of Ports, una rete coordinata dalla Fundación Valenciaport e finanziato dall’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT) attraverso l’iniziativa EIT Climate-KIC. Il progetto coinvolge sei Stati membri dell’Ue: Spagna, Italia, Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi e si svilupperà in due anni con la finalità di agevolare la transizione verso una economia circolare nel settore portuale. L’obiettivo è creare una rete per facilitare lo scambio di esperienze e di buone pratiche, fornire raccomandazioni e strategie sulla gestione circular di materiali e servizi, promuovere la formazione degli addetti ai lavori e, non ultimo, realizzare nuove iniziative commerciali sia nei cluster portuali sia in altri ambiti legati a questo settore. Il focus sarà inizialmente sui materiali ad alto potenziale, principalmente metalli, plastica, cementi e biomateriali.

Report dell’International Energy Agency (IEA): in esso si evidenzia una trasformazione del mix energetico globale che vedrà la produzione di energia da fonti rinnovabili passare dall’attuale 25%, a oltre il 40% entro il 2040. C’è, però, una cattiva

notizia: nel prossimo decennio il carbone rimarrà la fonte principale così come il gas resterà al secondo posto. Secondo Fatih Birol, presidente di IEA “il ruolo più grande sarà giocato dai governi e dalle loro politiche energetiche”.

Valencia, foto di Goodnighmoon/wikimedia commons

Circularity 19

World Energy Outlook 2018 Nei mercati energetici, le rinnovabili sono diventate la scelta obbligata, costituendo quasi i 2/3 della capacità aggiuntiva globale al 2040, grazie ai costi in calo e alle politiche governative favorevoli. La crescita delle rinnovabili è stata sottolineata dal nuovo

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materiarinnovabile 25. 2018

Credit: MCC Thomas Koehler

Siamo ancora in tempo Intervista a Sabine Fuss La scienziata Sabine Fuss è tra gli autori dell’ultimo report Onu sui cambiamenti climatici. Per contenere il riscaldamento globale, spiega, oltre a impegni ambiziosi nella riduzione delle emissioni avremo anche bisogno di rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera. di Veronica Ulivieri

Sabine Fuss guida il gruppo di lavoro sulla gestione sostenibile delle risorse e i cambiamenti globali del Mercator Research Institute di Berlino. Si è occupata di economia internazionale, sviluppo energetico sostenibile e servizi ecosistemici.

MCC – Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change, www.mcc-berlin.net

A ottobre l’Ipcc, il Panel scientifico internazionale che sotto l’egida delle Nazioni Unite studia gli effetti dei cambiamenti climatici, ha pubblicato un Rapporto speciale considerato di fondamentale importanza. Da una parte perché lo Special Report “SR15” ha ricordato che mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°, l’ambizione più alta dei paesi sottoscrittori nel 2015 dell’Accordo di Parigi, è ancora a portata di mano. Dall’altra, perché ha messo chiaramente i governi di fronte al fatto che se quell’obiettivo verrà superato, le conseguenze per l’uomo e gli ecosistemi saranno serissime anche solo con una temperatura media più alta di mezzo grado. Le azioni messe in campo finora ci portano a un riscaldamento di 3,2° da qui al 2100: “Entro il 2030 le emissioni devono essere ridotte di quasi la metà, entro il 2050 devono essere a zero”, spiega a Materia Rinnovabile Sabine Fuss, economista esperta di servizi ecosistemici, tra i principali autori del quarto capitolo del rapporto inerente al rafforzamento e l’implementazione della risposta globale alle minacce dei cambiamenti climatici. Per la scienziata tedesca, responsabile del gruppo di lavoro Sustainable Resource Management and Global Change del Mercator Research Institute di

Berlino, la sfida è così complessa che richiede di ricorrere anche a soluzioni di CDR. La sigla sta per Carbon Dioxide Removal (rimozione di biossido di carbonio), e indica i diversi sistemi già disponibili e quelli ancora allo studio per rimuovere la CO2 dall’atmosfera, intervenendo così sulle emissioni che non si riescono a evitare. Rispondendo alle domande di Materia Rinnovabile, Fuss riflette sul ruolo di queste tecnologie, e su come il loro utilizzo possa essere bilanciato in un’ottica di costi-benefici, sia sul piano economico sia su quello ambientale. Uno dei risultati principali emersi dallo SR15 è che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C è ancora raggiungibile. “I prossimi anni saranno probabilmente i più importanti della nostra storia”, ha detto Debra Roberts, co-presidente del Working group II dell’Ipcc. SR15 è l’ultima chiamata prima del disastro? “Entro il 2030 le emissioni devono essere ridotte di quasi la metà, entro il 2050 devono essere pari a zero. Lo Special Report mostra chiaramente che gli impegni attuali di riduzione delle emissioni sotto l’accordo di Parigi non sono sufficienti per raggiungere questi risultati: anche se le ambizioni aumenteranno dopo il 2030, l’obiettivo di 1,5 °C rimarrà fuori portata.”


Think Tank

Soil Carbon Sequestration (SCS) Il carbonio è il mattoncino essenziale per la vita sulla terra: i vegetali lo assorbono e immagazzinano nei tessuti attraverso la fotosintesi, gli animali lo assumono tramite il cibo. Dagli esseri viventi, il carbonio passa poi al suolo e lì rimane stoccato. Attraverso la Soil Carbon Sequestration, il terreno oggi rappresenta il terzo maggior bacino di carbonio dopo gli oceani e le fonti fossili. Questa quantità, negli anni diminuita attraverso pratiche agricole non sostenibili, potrebbe essere accresciuta aumentando la concentrazione di sostanza organica. Una soluzione che non solo permetterebbe di ridurre la CO2 in atmosfera, ma garantirebbe anche benefici per gli agricoltori. Più carbonio significa infatti meno degrado del terreno, più fertilità e più produttività agricola. Per questo, la SCS Quali contribuisce alla sicurezza tecnologie alimentare. e quali

Veronica Ulivieri, giornalista, si occupa soprattutto di economia e inchieste su temi ambientali. Scrive, tra gli altri, per Repubblica Affari&Finanza, La Stampa e Il Fatto quotidiano.it. Nel 2015 ha vinto il premio Ugis – Unione giornalisti italiani scientifici.

provvedimenti dovrebbero preferire i decisori politici? “Abbiamo valutato un’ampia gamma di percorsi verso gli 1,5 °C, con alla base portafogli di opzioni di mitigazione molto diversi. L’Ipcc non prescrive nessuno di questi, ma li valuta tutti per consentire ai decisori politici di costruire le loro strategie sulla base dell’attuale stato delle conoscenze, considerando la loro specifica situazione e le loro preferenze. Profonde riduzioni nel consumo di prodotti che richiedono grandi quantità di terra, energia e altre risorse, cambiamenti di stili di vita, aumenti di efficienza energetica e rapida adozione di soluzioni low carbon, per esempio, possono ridurre la dipendenza da tecnologie CDR.”

il report mostra chiaramente. Dunque non c’è dubbio che abbiamo bisogno dei sistemi CDR in aggiunta ai nostri massimi sforzi per ridurre le emissioni il più possibile nel breve e medio termine, e non il contrario.” Che tipo di soluzioni CDR sarebbero preferibili secondo lei? “Non tutte le opzioni di CDR riguardano tecnologie che sono state attuate su larga scala. C’è molta esperienza in pratiche come imboschimento, ripristino degli ecosistemi e sequestro della CO2 nel suolo (Soil Carbon Sequestration) tramite la gestione sostenibile dei terreni e l’agroecologia, per esempio. Secondo le valutazioni del Report sono opzioni poco costose alle quali pertanto si può accedere nel breve periodo. Tuttavia le preoccupazioni legate alla stabilità di queste soluzioni (per via dell’influenza umana come la deforestazione o interferenze naturali come gli incendi boschivi) indicano che vanno considerate anche altre opzioni. Il Direct Air Capture with Carbon Storage (DACCS), per esempio, è ancora costoso, ma consuma meno terra rispetto al BioEnergy with Carbon Capture and Storage (BECCS). In poche parole, la valutazione mostra che ognuna delle opzioni CDR si scontra con i propri limiti e che quindi avremo bisogno di rivolgerci a portafogli di opzioni tenendo a bada gli effetti collaterali.” Quali invece sono le migliori in termini di costi-benefici? “Fra le opzioni di CDR valutate nello Special Report, la Soil Carbon Sequestration è quella che riesce a sequestrare una tonnellata di CO2 al minor costo e può anche avere co-benefici in termini di miglioramenti del raccolto agricolo. Il sequestro di anidride carbonica del suolo tuttavia, è soggetto a saturazione, è reversibile e

A proposito dei sistemi di CDR, qual è il loro ruolo nei percorsi di mitigazione e adattamento? DACCS “Il ruolo dei CDR è duplice: nei percorsi e BECCS 1,5° valutati, compensano le emissioni residue e consentono di tornare I sistemi DACCS (Direct Air Capture with a 1,5°C dopo un superamento Carbon Storage) consistono nel catturare il carbonio temporaneo del target.” dall’atmosfera e immagazzinarlo oppure impiegarlo in nuovi processi industriali. Attraverso processi chimici, Affidarsi troppo a tecnologie la CO2 viene separata dall’aria e iniettata in serbatoi di CDR potrebbe portare sotterranei o – per esempio – utilizzata per produrre carburanti i Paesi a non tagliare sintetici. Non mancano al momento gli aspetti critici, legati abbastanza le emissioni? da una parte agli alti consumi di energia, dall’altra ai depositi C’è una soglia che non geologici: possibili contaminazioni delle falde acquifere, andrebbe superata nell’uso fughe di CO2, terremoti, tubazioni. Anche nei sistemi BECCS di tecnologie di CDR? (BioEnergy with Carbon Capture and Storage) la CO2 viene “Non penso che il ritardo con catturata e stoccata: in questo caso, però, il carbonio la mitigazione sia dovuto al fatto “bersaglio” del processo non è nell’aria, ma è quello che i decisori politici sanno che che si genera attraverso la produzione di alla fine potremmo ricorrere ai CDR. energia da biomasse. Ci sono altri driver importanti che non dovremmo perdere di vista in questo dibattito. Più è ampio il superamento del target, più sono seri gli impatti del clima, come

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14

materiarinnovabile 25. 2018 Costi stimati e potenziali per il 2050

300

Costi in $ tCO2 -1

DACCS

200 BECCS

Erosione da agenti atmosferici amplificata

100 Sequestro di carbonio nel suolo

Biochar

Imboschimento e rimboschimento 0 1

2

3

4

5

Potenziali in GtCO2 anno -1

Ipcc, Special Report Global Warming of 1.5 ºC; www.ipcc.ch/sr15

il suo sviluppo può essere limitato dalla superficie del terreno su cui le differenti pratiche possono essere implementate.”

Quali vantaggi e quali svantaggi comportano BECCS e imboschimento? SR15 raccomanda anche ai decisori politici di considerare i bisogni delle persone prima di decidere di investire in soluzioni CDR. In quali tipi di situazioni le opzioni di CDR potrebbero risultare negative per le persone e l’ambiente? “Il vantaggio ovvio è la rimozione della CO2 Fertilizzazione dall’atmosfera, ma degli oceani sia BECCS sia l’imboschimento La fertilizzazione degli oceani consiste richiedono nell’immergere ferro o altri nutrienti negli strati ampie porzioni superiori delle acque per stimolare la crescita di di terreno per fitoplancton e accrescere così l’assorbimento della raggiungere CO2 nei mari. In teoria, infatti, il fitoplancton una rimozioni di volta assorbita l’anidride carbonica dovrebbe morire CO2 su larga e depositarsi sul fondale. Tuttavia, gli esperimenti scala. Questo hanno evidenziato che le quantità di carbonio può portare realmente sequestrate sono basse, perché in a conflitti con buona parte la CO2 si libera di nuovo entrando altri obiettivi nella catena alimentare. Sono stati anche di sviluppo evidenziati rischi legati alla salute sostenibile come la degli ecosistemi marini. sicurezza alimentare per una popolazione in crescita o la salvaguardia

della biosfera terrestre. Dunque, un’attuazione a scala più piccola, beneficiando dove è possibile dei vantaggi di sinergie (per esempio le BECCS forniscono energia, l’imboschimento può essere fatto in modo da riqualificare gli habitat), rappresenta una strategia meno rischiosa.” In che modo la deforestazione impatterà sulla quantità di CO2 in atmosfera? “La deforestazione causa circa il 10% delle emissioni globali e in questo modo contribuisce in maniera significativa alle concentrazioni di CO2 in atmosfera. Dunque, evitare la deforestazione è un’importante strategia di mitigazione che può portare altri sostanziali benefici in base a come è implementata.” Quale ruolo potrebbero avere in futuro soluzioni come il biochar, carbone ottenuto da pirolisi di materiali vegetali, o la fertilizzazione degli oceani? “È stato valutato che il biochar ha un potenziale significativo a costi ragionevoli, ma la fertilizzazione degli oceani è limitata non solo da incertezze associate con effetti collaterali, ma anche da una moratoria di fatto sulla sua implementazione su larga scala contenuta nel Protocollo di Londra allo scopo di prevenire l’inquinamento marino.”


Think Tank

Verso un’Europa sostenibile e prospera Intervista a Jyrki Katainen Economia circolare e bioeconomia hanno un potenziale enorme in termini di occupazione: si stima che solo le industrie biobased creeranno circa un milione di posti di lavoro entro il 2030. Ma cambieranno le competenze, per questo è importante la formazione. di Irene Baños Ruiz

Nato in Finlandia, Jyrki Katainen è vicepresidente della Commissione europea per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività dal 2014. È stato anche Primo Ministro (2011-2014) e Ministro delle Finanze (2007-2011) in Finlandia, e segretario del Partito di Coalizione nazionale finlandese (2004-2014).

Il 2018 ha segnato una svolta per la trasformazione dell’Europa in una società più sostenibile e circolare. L’anno è iniziato con buone notizie per i pionieri dell’innovazione, grazie alla nascita della prima Strategia europea per la plastica. A ciò sono presto seguiti negoziati in cui le parti hanno stabilito i nuovi obiettivi per l’utilizzo delle risorse per le energie rinnovabili in Europa, e a ottobre il tutto è stato completato con la pubblicazione della versione aggiornata della Strategia europea per la bioeconomia. Si è trattato di un anno intenso per la Commissione europea, in particolare per i commissari quali Jyrki Katainen, responsabili per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività. Questo perché per rendere una società sostenibile, non è sufficiente rendere i processi circolari e utilizzare risorse biologiche come materie prime, ma è anche necessario occuparsi del benessere di tutti. Perciò il lavoro e la crescita svolgono un ruolo cruciale in questo processo, e rappresentano una sfida importante quando si tratta di trasformare i modelli economici. Abbiamo discusso con il Commissario Katainen del ruolo della Commissione europea nel facilitare questa

transizione e creare nuove opportunità per tutti i cittadini europei. Secondo la Commissione europea, sia l’economia circolare sia la bioeconomia hanno un potenziale enorme in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. In che modo contribuiranno alla crescita economica? “L’economia circolare sarà una fonte di nuovi posti di lavoro negli anni a venire perché aumenterà la produttività e aiuterà l’Unione europea a importare meno risorse da altri paesi. In pratica spenderemo meno soldi sulle importazioni, e allo stesso tempo cercheremo di mantenere il valore delle materie prime in Europa il più a lungo possibile, riciclando più e più volte i prodotti e le materie prime seconde. Anche la bioeconomia ha un enorme potenziale in termini di occupazione e crescita. La maggior parte delle materie prime utilizzate per i prodotti della bioeconomia provengono dalle nostre aziende agricole, dalle foreste e aree costiere, e pertanto la bioeconomia offre un’importante possibilità di diversificazione del reddito in questi settori. Si stima che le industrie biobased possano creare circa un milione di posti di lavoro entro il 2030.” In che modo la Commissione europea pensa di gestire la potenziale perdita di posti di

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Irene Baños Ruiz è una giornalista freelance che si occupa di temi ambientali. Attualmente vive a Bonn, in Germania, dove collabora regolarmente con Deutsche Welle.

Ce, “Bioeconomy Strategy” ottobre 2018, tinyurl.com/y9w6qjfg

lavoro che potrebbe aver luogo in seguito a questa transizione? “In alcuni settori in cui la domanda di materie prime subirà un calo a causa dell’economia circolare è necessario trovare meccanismi che aiutino le persone a trovare nuovi posti di lavoro. Alcuni Stati membri hanno molta esperienza in queste transizioni. Per esempio in Finlandia quando aziende del settore TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) quali Nokia, stavano licenziando molti dipendenti, è stato creato un meccanismo per aiutare le persone a trovare nuovi posti di lavoro, ricevere formazione o diventare essi stessi imprenditori. Questo significa che abbiamo già dei fondi sociali a disposizione, che è il modo per aiutare gli Stati membri a ottenere finanziamenti per i loro progetti. Ciascuna situazione però è un caso a sé, e il sostegno finanziario deve essere adattato ai vari bisogni. Quindi l’economia circolare biobased costituisce una fonte di crescita e di nuova occupazione, ma allo stesso tempo alcuni lavori potrebbero essere diversi da quelli attuali. Questo ci porta al secondo punto che necessita della nostra attenzione: le competenze. La Commissione può fare molto poco nel campo dell’educazione e della formazione. Ma visto che è in atto un processo di evoluzione in cui le attività, le carriere e i posti di lavoro stanno cambiando, gli Stati membri devono reagire e offrire una formazione adeguata.” Abbiamo parlato di economia circolare e di bioeconomia come di due concetti separati. Ma se vogliamo arrivare a un livello superiore di sostenibilità bisogna accorparli. La Commissione sta lavorando per una bioeconomia circolare? “La bioeconomia è l’aspetto rinnovabile dell’economia circolare. L’economia circolare non riguarda sempre le risorse rinnovabili, anche se potrebbe anche essere così, ma la bioeconomia incoraggia a provvedere alla sostituzione delle rimanenti materie prime a base fossile. Come ho detto in precedenza, è una buona cosa per l’Europa perché ci permette di utilizzare le nostre materie prime invece di importarne, come facciamo nel caso del petrolio. Una delle misure concrete che stiamo portando avanti ora affinché la bioeconomia possa diventare una parte sostenibile dell’economia circolare consiste nel creare standard di qualità per le plastiche biobased. Ci sono tanti tipi di bioplastiche sul mercato, ma non sono necessariamente del tutto sostenibili. Anche se migliori delle plastiche ricavate dal petrolio, alcuni di questi prodotti non sono biodegradabili, oppure se si degradano si scompongono in microplastiche che poi entrano nella nostra catena alimentare. Vogliamo ridurre la quantità di petrolio utilizzato per la plastica, ma vogliamo anche fare in modo di sbarazzarci delle microplastiche. Questo è il motivo per

cui abbiamo bisogno di criteri di sostenibilità: stabilire standard qualitativi è una delle misure più importanti. Un altro esempio è l’obiettivo di migliorare gli standard per l’utilizzo di nuovi biocarburanti. La silvicoltura deve essere sostenibile affinché i carburanti siano prodotti in modo sostenibile. Una volta che questo nuovo obiettivo sarà definito, ci sarà un significativo miglioramento dei biocarburanti negli anni a venire.” In termini di biocarburanti, pensa che ci sia stata una carenza di proposte concrete all’interno della nuova Strategia per la bioeconomia per il raggiungimento sostenibile dei nuovi obiettivi dell’Unione europea in campo di bioenergia? “Si, è vero. E la questione va presa seriamente, perché anche se le materie prime biologiche sono migliori di quelle basate sui combustibili fossili, dobbiamo assicurarci che l’intera catena di valore sia sostenibile. Per esempio, se incrementiamo l’utilizzo di biomasse forestali dobbiamo assicurarci che la gestione forestale sia sostenibile, ossia che la foresta venga rinnovata più rapidamente di quanto non sia sfruttata. Nella visione della Commissione europea, l’economia circolare costituisce il lato industriale della protezione del clima, la cui intera catena di valore deve essere sostenibile. Sappiamo che esistono numerose opportunità per l’utilizzo di biomassa proveniente dalle foreste, certo più di quanta ne stiamo utilizzando al momento, ma dobbiamo assicurarci che le foreste vengano gestite in modo adeguato.” Alcuni ecologisti sostengono che gli sforzi devono concentrarsi sul ridurre la plastica, piuttosto che sul cercare alternative quali la bioplastica. In quale misura la Strategia europea per la plastica si focalizza sulla prevenzione? “In realtà più ricicliamo la plastica, meno abbiamo bisogno di plastica vergine, in questo senso la produzione complessiva di plastica diminuirà. Perciò riciclare è una parte importante della prevenzione del consumo di plastica. In secondo luogo, più produciamo e ricicliamo plastiche biobased, meno avremo bisogno del loro equivalente basato su fonti fossili. La plastica è un buon materiale perché è molto leggero rispetto ad altri materiali quali il vetro. Se si considera solo il punto di vista delle materie prime il vetro può sembrare più sostenibile, ma l’impronta di un materiale più pesante può essere maggiore rispetto a quella di un prodotto più leggero (per esempio, a pari volume serve maggiore energia per spostarlo, ndr). C’è poi il problema enorme dello spreco alimentare che la plastica può aiutarci a prevenire. In questo campo dobbiamo fissare standard superiori per gli imballaggi in plastica, in grado di conservare gli alimenti a lungo e al


Think Tank tempo stesso di essere riciclati più e più volte, cosa che sfortunatamente in larga parte non avviene. Come incentivo concreto per gli Stati a migliorare la circolarità abbiamo introdotto un contributo all’interno della proposta per il Quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027. Si tratta di un contributo e non di una tassa, che sarà direttamente proporzionale alla quantità di rifiuti da imballaggi in plastica non riciclabili generati in ciascun Stato membro (0,80 euro al kg).”

Ce, “A European Strategy for Plastics in a Circular Economy”, gennaio 2018; ec.europa.eu/ environment/circulareconomy/pdf/plasticsstrategy.pdf

Grandi società quali Coca-Cola e Danone hanno recentemente firmato un impegno volontario ad affrontare il problema dell’inquinamento da plastica (il New Plastics Economy Global Commitment). In che misura questo tipo di impegni può contribuire a contrastare lo spreco di plastica? “Abbiamo bisogno di una vasta gamma di misure, ma comunque queste campagne costituiscono un buon esempio che dimostra come le aziende possano davvero trasformare il proprio modello di business e diventare sempre più sostenibili in termini di utilizzo della plastica. Si tratta di un buon esempio per le altre aziende che non si sono ancora mosse in questa direzione. In quanto organismo regolatore europeo dobbiamo fare in modo che possa emergere un nuovo mercato sostenibile del riciclo, e questa è la ragione per cui le proposte alle quali mi sono riferito prima, ossia la creazione di standard qualitativi per gli imballaggi in plastica, sono molto importanti. Questo tipo di campagne servono creare pressione sulle aziende da parte di loro pari, ma devono comunque essere poi seguite da nuovi regolamenti. Per esempio, il mercato delle bioplastiche ha bisogno di regolamentazione per poter essere redditizio, e perché possa avere alle spalle una logica di mercato. Altrimenti ci troveremo sempre in una situazione in cui i prezzi convenienti del petrolio la fanno da padrone sul mercato della plastica, ed è davvero necessario metter fine a questo malsano circolo vizioso.” L’ultima versione della Strategia sulla bioeconomia ha introdotto una Piattaforma di investimenti tematica per la bioeconomia circolare, del valore di 100 milioni di euro. In che misura questa rilancerà gli investimenti del settore privato nell’industria biobased? “Questi 100 milioni sono rivolti soprattutto all’innovazione. Abbiamo bisogno di innovazione. Dobbiamo davvero investire in nuovi modelli di business, ma anche in nuovi prodotti che siano più sostenibili. In questo senso il sostegno dell’Unione europea all’innovazione è molto importante, ma voglio anche segnalare che la Comunità europea sta aiutando quegli Stati membri nei quali il

riciclaggio non si sta sviluppando in modo altrettanto efficiente. In termini concreti, le Direzioni Generali stanno organizzando eventi nei paesi che sono rimasti indietro, durante i quali gli attori industriali, le aziende e le autorità locali sono invitate a considerare le opportunità potenziali. Quindi stiamo fornendo servizi di consulenza tecnica per gli Stati membri, e offriamo loro esempi di come altri paesi o regioni siano riuscite a migliorare i sistemi di gestione dei rifiuti e diventare più circolari. Anche qui il settore privato svolge un ruolo importante, perché non tutte le regioni e i comuni sanno quali siano i tipi di tecnologie attualmente disponibili. Più il settore pubblico è in grado di modernizzare la gestione dei rifiuti, migliori saranno le opportunità per il settore privato di investire in quelle aree e tecnologie. Ci troviamo nel mezzo di una trasformazione consistente e rapida. Ho avuto molti riscontri da chi si occupa di riciclaggio, che sostiene che la propria attività è in forte espansione al momento. In alcuni paesi le aziende sono addirittura in difficoltà, e devono assumere sempre più persone e produrre attrezzatura per il riciclaggio in misura sempre maggiore. Si tratta di un segnale positivo, ma dobbiamo assicurarci che l’Europa intera stia al passo e che non si creino divisioni su questo aspetto.” Infine, quali progetti metterebbe in evidenza in termini di lavoro e crescita per il 2020? “Visto che Materia Rinnovabile ha sede in Italia, vi propongo un esempio italiano. L’Italia ha fatto ampio utilizzo del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), che fa parte del piano Juncker (Piano di investimenti per l’Europa), specialmente per le piccole e medie imprese (pmi). A oggi l’Italia ha mobilitato più di 440 miliardi in nuovi investimenti in tutta Europa, e ha offerto sostegno a quasi 800.000 pmi. L’Italia ha utilizzato il FEIS in modo così attivo che circa 400.000 pmi hanno già ottenuto dei finanziamenti. Questo è molto significativo, dato che si tratta di un paese alquanto dinamico dal punto di vista imprenditoriale. Tutte queste aziende che hanno ottenuto finanziamenti tramite il FEIS probabilmente assumeranno nuovo personale, o quantomeno diventeranno più competitive sul mercato. E questo è solo uno strumento che abbiamo utilizzato con successo in tutta Europa, ma soprattutto in Italia. Il Piano di investimenti per l’Europa, il Piano Juncker, mira a creare 1,5 milioni di posti di lavoro entro il 2020. E anche questa è una cifra considerevole.”

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Le accademie

della circular economy Intervista a Ellen MacArthur di Daniele Lettig

Ellen MacArthur Foundation, www.ellenmacarthur foundation.org CE100, www.ellenmacarthur foundation.org/ce100

Daniele Lettig scrive, tra gli altri, per Prima Comunicazione, Il Foglio, Tuttogreen e alcuni quotidiani locali. Si occupa di economia, attualità e temi legati alla comunicazione, con qualche incursione sugli esteri.

Per cambiare paradigma e abbandonare il modello lineare il sistema educativo ha un ruolo chiave. Per questo le collaborazioni con gli atenei di tutto il mondo sono una parte fondamentale dell’attività della Ellen MacArthur Foundation. Ce ne parla la ex velista britannica.

“Tutti diventeremo ‘circolari’ perché è la cosa giusta da fare, ma non credo ci sia bisogno che ogni persona sappia nei dettagli cos’è l’economia circolare: è sufficiente che i prodotti o i servizi siano realizzati e forniti loro in questo modo. Invece, per chi lavora nel settore dell’educazione è assolutamente necessario conoscere tutto il processo: perché è il futuro, è un diverso modo di pensare.” La voce pacata e gli occhi chiari e profondi di Ellen MacArthur sono il segno della determinazione che nel 2005 l’ha portata a stabilire il record di circumnavigazione del mondo a vela, in solitaria e senza scalo: impresa che le è valsa la nomina a Dama dell’impero britannico. Ed è con un tono semplice e convincente che MacArthur spiega l’importanza del sistema universitario per accelerare la transizione dalla “classica” economia lineare a un modello circolare, fondato sulla sostenibilità, l’energia rinnovabile, il riuso e la rigenerazione dei materiali: un cambio di paradigma che guida tutta l’attività della fondazione che porta il suo nome. Dal 2010 la Ellen MacArthur Foundation (EMF) coinvolge nelle sue campagne istituzioni internazionali amministrazioni pubbliche, colossi industriali e finanziari. Non ultima l’italiana Intesa Sanpaolo, che pochi mesi fa insieme alla Fondazione Cariplo ha creato a Milano il primo laboratorio per l’economia circolare in Italia, il Circular Economy Lab. Ed è a margine dell’inaugurazione di fine settembre, negli spazi della Cariplo Factory dell’ex fabbrica Ansaldo, che Materia Rinnovabile ha chiesto a MacArthur di raccontare i rapporti tra la sua fondazione e le istituzioni accademiche di tutto il mondo. Qual è l’atteggiamento del mondo accademico verso l’economia circolare? In che modo la Fondazione ha iniziato

a collaborare con le università e gli enti di ricerca? “Quando noi abbiamo cominciato, l’economia circolare era un tema nuovo. All’inizio abbiamo stretto accordi con un piccolo numero di università specializzate in economia e design di prodotto, per capire in che modo insegnarla e come gli studenti potessero portarla avanti, ma anche per farla penetrare all’interno dell’accademia. Queste sono le istituzioni che chiamiamo ‘Pioneer Universities’. I partecipanti al nostro programma di borse di studio dovevano frequentare una summer school di una settimana con un professore di questi atenei e lavorare con lui a un progetto di innovazione della durata di un anno. Questo ci ha aiutato a far entrare l’economia circolare nel mondo accademico.” Quali sono attualmente le principali partnership tra la Ellen MacArthur Foundation e le istituzioni universitarie? “Collaboriamo attivamente con un gruppo di istituti – le ‘Network Universities’ – che all’interno delle loro discipline di riferimento propongono programmi di insegnamento e/o di ricerca sull’economia circolare. E poi abbiamo delle ‘Partner Universities’ che partecipano al nostro programma di borse di studio che l’anno prossimo verrà allargato ancora. Tra queste ci sono il Politecnico di Milano, il MIT di Boston, Yale, Berkeley, la Crownfield Imperial University, la London Business School, l’Indian Institute of Design e l’Università di Tongij in Cina.” Le otto ‘Pioneer Universities’ partecipano anche al vostro progetto CE100 (Circular Economy 100). Come funziona? “È un programma di accelerazione: l’idea è favorire la condivisione delle riflessioni più attuali sull’economia circolare e sviluppare dei progetti su queste basi, stimolando la collaborazione tra organizzazioni – istituti di ricerca, aziende, comuni


Think Tank e regioni – tutti impegnati ad allargare la diffusione di questi progetti e a scalare l’idea di economia circolare. Tutto quello che facciamo come Fondazione punta a rendere scalabile il modello dell’economia circolare.” Quali sono i temi su cui c’è più urgenza di fare ricerca – sia in ambito accademico sia nel privato – per sviluppare l’economia circolare? “Sono moltissimi, perché parliamo di un intero modello economico. C’è bisogno di ricerca a tutto campo: modelli di business diversi, materiali innovativi o diversi, nuovi design dei prodotti pensati apposta per un percorso circolare, per essere smontati e ricomposti. E poi il marketing: capire come collocare sul mercato l’economia circolare, perché probabilmente non si venderanno prodotti ma li si fornirà come servizi.” È possibile misurare la circolarità di un’impresa? C’è qualcuno che si sta muovendo in questa direzione?

“C’è un grande dibattito su come misurare la circolarità: alcune aziende con cui abbiamo lavorato hanno messo in campo degli strumenti per calcolarla, ma la questione è molto complessa. Un tipo di misurazione possibile è guardare al modo in cui una risorsa viene utilizzata, a quante materie prime entrano in un prodotto quando viene realizzato. Ma questo non è sufficiente: occorre fare attenzione anche a come quel prodotto si inserisce nell’economia, se si trova nei cicli economici prima di essere dismesso o fabbricato di nuovo, e al dispendio di energia. Come si misurano questi aspetti?” Quali sono i paesi in cui l’economia circolare sta facendo più progressi? L’Italia che ruolo può giocare? “I mercati emergenti hanno un’enorme possibilità di scavalcare il modello lineare: abbiamo diffuso da poco i risultati di uno studio che delinea i grandi benefici economici che l’economia circolare potrà dare alla Cina. Lo stesso vale per l’India e per altri paesi in via di sviluppo. Quanto all’Italia ha opportunità enormi: basta pensare agli esempi di raccolta degli scarti alimentari a Milano o in altre città. Ma anche a tutte le aziende che guardano al futuro, alle startup che lavorano alla creazione di fibre diverse per il mondo della moda. E poi l’Italia è all’avanguardia per il design, tutto il mondo la apprezza per questo. L’economia circolare è design intelligente, design per il futuro. Un prodotto deve essere bello ma anche inserirsi in un sistema: chi se non l’Italia può trovare il design migliore per riuscire a farlo?”

L’impegno nella formazione e istruzione Quello della formazione e dell’istruzione superiore è uno dei campi d’attività più importanti della Ellen MacArthur Foundation. Secondo una stima dell’organizzazione, i progetti di apprendimento organizzati in questi otto anni hanno raggiunto un pubblico di 7,68 milioni di persone in tutto il mondo. Si tratta di programmi che spaziano dal Business Learning – che ha lo scopo di sostenere l’applicazione pratica del quadro dell’economia circolare all’interno delle imprese – alle collaborazioni con istituti superiori e scuole di tutto il mondo per sviluppare e integrare il modello dell’economia circolare nei loro percorsi di studio. In particolare, dal 2016 la EMF ha stretto degli accordi con UWC (United World Colleges, una rete internazionale di istruzione superiore di cui fanno parte 17 scuole in 4 continenti) e con International Baccalaureate, organizzazione a cui aderiscono 5.000 istituti di 150 paesi. Fin dalla sua nascita, la fondazione ha avviato una stretta partnership con otto università – le cosiddette “Pioneer Universities” –

che hanno istituito specifici insegnamenti e progetti di ricerca sui princìpi e le applicazioni dell’economia circolare, diventando “i fari che hanno contribuito in modo più significativo alla diffusione dell’economia circolare in tutto il mondo”: è il caso, per esempio, del Center for Circular Economy dell’università britannica di Exeter. Inoltre la Ellen MacArthur Foundation collabora con le “Network Universities” (tra cui figurano anche l’università di Pavia e la Bocconi di Milano): un gruppo di atenei che hanno avviato programmi di ricerca sull’economia circolare all’interno di alcuni specifici corsi. Altre università, infine, come il MIT di Boston, l’ateneo di Tongij in Cina o il Politecnico di Milano, sono partner di progetti specifici della fondazione a cui partecipano con tutor e studenti, come il programma di borse di studio post-laurea Schmidt MacArthur, che mira a creare una piattaforma globale di innovazione per ricercatori e accademici negli ambiti del design, dell’ingegneria e del business, per ridisegnare l’economia in direzione del modello circolare.

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L’università

è pronta per l’economia circolare?

Se aziende, fondazioni e istituzioni a livello internazionale hanno già messo le fondamenta per la transizione all’economia circolare, il mondo accademico è ancora all’inizio. E il futuro è ancora tutto da scrivere. di Rudi Bressa

1. www.clubofrome. org/wp-content/ uploads/2016/03/TheCircular-Economy-andBenefits-for-Society.pdf

A guardare i numeri e le aspettative che ruotano intorno allo sviluppo dell’economia circolare in Europa e nel resto del mondo, c’è da entusiasmarsi. Numerosi studi pubblicati negli ultimi anni affermano che la transizione a un’economia circolare potrebbe generare una trasformazione positiva anche nel mondo del lavoro. Secondo il rapporto The circular economy and benefits for society. A study pertaining to Finland, France, the Netherlands, Spain and Sweden, redatto dal Club di Roma nel 2016, il numero di posti di lavoro aggiuntivi supererebbe le 75.000 unità in Finlandia, 100.000 in Svezia, 200.000 nei Paesi Bassi, 400.000 in Spagna e mezzo milione in Francia. A fronte delle ultime rilevazioni ciò significherebbe ridurre i tassi di disoccupazione di un terzo in Svezia e nei Paesi Bassi, e far crescere dell’1,5% il Pil di tutti i paesi presi in esame.

Tradotto significherebbe qualche miliardo di euro all’anno per la Finlandia, più di cinque miliardi di euro all’anno per la Svezia, circa 15 miliardi di euro nei Paesi Bassi, 20 miliardi di euro in Spagna e 50 miliardi di euro in Francia.1 Ma perché la transizione sia sistemica, è fondamentale che il mondo accademico sia in grado di alimentare la ricerca in tutti i settori nei quali l’economia circolare può intervenire. E il terreno non è mai stato così fertile, dato che questo modello può essere declinato in quasi tutti gli ambiti della società. Energia, progettazione, gestione aziendale, ingegneria, chimica, solo per citarne alcuni. Sono già molte le università che offrono corsi, master, programmi a distanza e certificazioni post-laurea. Un fermento che pare essere


Think Tank 2. www.ellenmacarthur foundation.org/our-work/ activities/universities/ network-universities

University of Bradford. ©Tim Green aka atouch/Wikimedia Commons/cc-by-2.0

Rudi Bressa, giornalista freelance e naturalista, scrive di ambiente, scienza, energie rinnovabili ed economia circolare per varie testate nazionali.

Circular Economy Centre della Cambridge Judge Business School, www.jbs.cam.ac.uk/ faculty-research/centres/ circular-economy

3. https://environment. yale.edu/profiles/ expertise/circulareconomy

maggiormente presente in Europa,2 anche se Stati Uniti, Cina, Brasile e India hanno avviato proficue collaborazioni. È il caso della Ekonnect Knowledge Foundation con sede a Mumbai che a gennaio 2018 ha siglato un memorandum d’intenti con la Green Industries South Australia, per sviluppare un programma denominato “Circular economy leadership”. L’obiettivo è formare a distanza e face-to-face le persone che cercano di migliorare le proprie credenziali e le proprie competenze in materia di economia circolare, efficienza delle risorse e aree di recupero delle risorse e assumere una posizione di leadership. Il programma, che durerà cinque anni, prevede un fitto scambio di best practice, di corsi online e dimostrativi in vari ambiti: dalla gestione delle acque reflue al recupero dei materiali per l’edilizia. Lo conferma anche Laura Badalucco, direttore del corso di laurea in Disegno industriale e multimedia dell’Università Iuav di Venezia, che sottolinea come quello dell’economia circolare non sia un concetto nuovo, “ma è sicuramente innovativo il modo di affrontarlo e di proporlo concretamente al mondo economico-produttivo. L’attenzione è molto forte soprattutto relativamente agli aspetti economico-manageriali e tecnico-scientifici. Il design, in tal senso, studia questi aspetti da molto tempo, ma credo che possa dire ancora moltissimo al riguardo”, con largo spazio di manovra per “approfondirne ancora i confini, le potenzialità e le criticità”. Per approfondirne i temi e le criticità, la Ellen MacArthur Foundation ha dato vita al CE100 Programme, una sorta di collaborazione internazionale per fornire linfa allo sviluppo dell’economia circolare. Riunisce gruppi industriali, governi, città e istituzioni accademiche in modo tale che queste ultime siano capaci di fare rete e creare i leader di domani, anche in ambito accademico. È ciò che accade, per esempio, all’Università di Bradford nel Regno Unito, che fa parte di una delle otto “Pioneer Universities” a livello mondiale. “La School of Management con tripla certificazione presso l’Università di Bradford è all’avanguardia e continua a fornire un MBA a distanza specializzato in Innovazione, Impresa ed Economia Circolare fin dal 2008”, spiega il professor Amir Sharif, titolare del corso. “È disponibile anche una versione di certificazione post-laurea. Inoltre, l’Università ha sviluppato e condotto ricerche nel campo dei flussi di materiali per la costruzione; più recentemente ha fatto ricerca nel settore alimentare, nelle materie plastiche e nei cosiddetti ‘rifiuti intelligenti’, combinando le nuove tecnologie digitali con i concetti di gestione. Molte università e istituzioni stanno ora sviluppando programmi post-laurea simili e tirocini, oltre a collaborare e unire gli sforzi in una vasta gamma di organizzazioni pubbliche e private che affrontano problemi complessi come i finanziamenti per l’economia circolare, la logistica inversa, la scienza del design per i prodotti e i

servizi, le soluzioni per il packaging e i sistemi di gestione dell’acqua e del cibo, solo per citarne alcuni”. Ma secondo il professor Sharif siamo ancora in un terreno vergine. “Sebbene la ricerca nell’economia circolare stia diventando sempre più affermata in tutto il mondo, c’è ancora molto da fare, mentre le aree di ricerca esistenti devono maturare ulteriormente. Dato che l’economia circolare ha le sue radici in concetti relativi alla biomimesi, all’ecologia industriale, alla cosiddetta ‘blu economy” e al pensiero sistemico […] le sfide principali per l’economia circolare attualmente ruotano intorno all’eliminazione o alla mitigazione dei flussi di rifiuti in modo tale che questi materiali ‘irrecuperabili’ possano essere ricollegati ai cicli di riutilizzo e rigenerazione, affrontando così questioni chiave relative alla plastica, al cibo, all’energia e alle acque reflue, come sta accadendo sia nelle nazioni sviluppate sia in quelle in via di sviluppo”. Ma l’economia circolare va a toccare interi settori della società, che dovranno essere rivisti, rimodulati. “Le questioni chiave che richiedono ancora maggiore attenzione sono quelle che si riferiscono agli impatti socioeconomici e al modo in cui i governi, le autorità locali e il settore privato possono effettivamente apportare un cambiamento e una differenza visibili nella transizione verso un’economia circolare”. È questa per esempio la missione del Circular Economy Centre (CEC) della Cambridge Judge Business School, che punta a diventare una delle principali fonti internazionali di ricerca, di esperienza e conoscenza sull’economia circolare, sulla politica e sui contesti aziendali in cui questo sistema opera. “Il centro – spiegano dal CEC – mira a diventare uno degli hub principali dell’economia circolare, sintetizzando gli obiettivi e le iniziative di ricerca condivisi sia dagli input accademici che dai professionisti”. Tra i vari progetti a cui il CEC ha partecipato c’è “Circular Defence”, avviato in collaborazione con l’Agenzia europea per la difesa, che ha identificato una serie di aree come potenziali opportunità per le applicazioni di economia circolare nella difesa nel prossimo futuro. Ma c’è molta anche molta innovazione: “Attualmente stiamo collaborando con le istituzioni accademiche e i professionisti europei per sviluppare un quadro innovativo di interazione tra l’economia circolare e l’IoT, per esplorare nuovi modi in cui questa interazione può cambiare drasticamente la natura di prodotti, servizi, modelli di business ed ecosistemi”, raccontano dal CEC. L’economia circolare nelle “aule” oltreoceano Anche oltreoceano non mancano i riferimenti. La prestigiosa Yale University, per esempio, all’interno della School of Forestry and Environmental Studies3 offre numerosi corsi nei quali vengono prese in esame le macro aree dell’economia

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materiarinnovabile 25. 2018 circolare: dalla gestione dei rifiuti, a quella dei materiali post-consumo, alla gestione aziendale, fino a tematiche più complesse come quelle legate all’ecologia industriale e alla resilienza dei sistemi urbani nei confronti dei cambiamenti climatici. “C’è più movimento in Europa che negli Stati Uniti, in quanto negli USA c’è una mancanza di conoscenza nei confronti dell’economia circolare”, spiega Nabil Nasr, professore alla Rochester Institute of Technology, nello Stato di New York, con più di 25 anni di esperienza nel settore della produzione sostenibile. “La ricerca accademica circular è, nella maggior parte dei casi, solamente ad alti livelli”. Per questo continua il dottor Nasr “è necessario coprire i modelli di business, le tecnologie abilitanti, le catene di approvvigionamento e la trasformazione del mercato, settori sviluppati dal Rochester Institute of Technology. Nell’area delle tecnologie abilitanti, la rigenerazione è una delle principali aree di interesse del nostro ateneo”. Grandi gruppi industriali e mondo accademico 4. www.enel.com/content/ dam/enel-com/media/ document/cities-oftomorrow_it.pdf

Un cambiamento così complesso, necessita della partecipazione di tutti gli attori coinvolti: società civile, politica, ricerca e mondo accademico e non ultimo, quello delle imprese. Sono i grandi gruppi industriali infatti a poter segnare la strada, dettare l’agenda investendo risorse e finanze. Con la recente pubblicazione di un position paper sulle città circolari, intitolato Circular Cities, il gruppo Enel ha preso una chiara posizione enunciando la propria visione sulle città di domani: luoghi in cui si integreranno in un unico insieme l’innovazione tecnologica e gli aspetti a essa direttamente correlati, i flussi di risorse e di energia così come i modelli di produzione e di consumo, considerandone gli impatti non solo in termini economici e prestazionali ma anche ambientali e sociali.4 Nel documento vengono

presi in esame i “cinque pilastri” dell’economia circolare che danno vita a loro volta a un modello di misurazione della circolarità, il CirculAbility model. “Una delle prime necessità emerse è stata quella di avere una metrica. Per questo abbiamo sviluppato il CirculAbility model, in grado cioè di declinare in maniera quantitativa i cinque pilastri dell’economia circolare, rilevabili durante tutta la vita utile di un prodotto”, spiega Luca Meini, head of Circular Economy per Enel. “Un modello che abbiamo applicato e che ci ha permesso di avere un linguaggio comune all’interno del gruppo, e che ha avuto anche una rilevanza al livello nazionale e internazionale”. Insomma per una volta l’industria ha anticipato la ricerca. “L’economia circolare è una tematica che si è sviluppata a livello istituzionale ed aziendale, prima che accademico, nonostante ci siano state delle pubblicazioni rilevanti. Forse quello che è mancato fino a oggi è un approccio e una visione complessiva del tema, sviluppando piuttosto settori specifici, come il recupero dei materiali”, continua Meini. Per sviluppare dei modelli attuabili sarà comunque fondamentale fare ricerca e preparare figure specializzate. “Come ogni tema nuovo in questa prima fase serviva più una visione d’insieme che una specializzazione vera e propria. Anche perché si tratta di un tema estremamente variegato. Sicuramente le aziende assumono e assumeranno, anche se ad oggi è difficile parlare di un profilo piuttosto di un altro, perché non c’è una figura di riferimento”. Certo i bacini di riferimento rimangono l’economia, l’ingegneria e la visione quantitativa dei sistemi. “È evidente che poi dovrà essere ripensato l’intero impianto normativo in molti ambiti, agli aspetti sociologici e alle dinamiche del lavoro, perché adottare questo tipo di economia vorrà dire avere nuove figure professionali. A seconda delle fasi tutti gli ambiti verranno interessati”.

Intervista

di R. B.

Allo Iuav il primo master in design circolare Laura Badalucco, direttore del corso di laurea in Disegno industriale e multimedia dell’Università Iuav di Venezia

Il design e la progettazione dei prodotti saranno essenziali nella transizione verso l’economia circolare. Per questo occorre formare i progettisti in grado di ricoprire questo ruolo. Ne parliamo con Laura Badalucco, direttore del corso di laurea in Disegno industriale e multimedia dell’Università Iuav di Venezia. Come nasce il master: qual è stato il punto di partenza, l’idea e la sua evoluzione? “Il master in design per l’economia circolare nasce da un’idea mia e di Alessio Franconi, designer e dottorando in Circular Design. Con Alessio abbiamo

iniziato a riflettere sul contributo che il design può offrire alla transizione verso l’economia circolare e su come questo influisca nella formazione dei futuri progettisti. Ci siamo accorti che in Italia esistevano alcuni ottimi esempi di formazione avanzata negli ambiti dell’economia circolare, ma tutti con un taglio economico/manageriale, oppure relativi alle biotecnologie e alla chimica, mentre mancava un master specificatamente riferito al design. Esistono in alcuni atenei italiani esperienze di circular design, ma sono solitamente limitate nel tempo (in pratica workshop o seminari) per cui abbiamo ritenuto che fosse il momento


Think Tank

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distribuzione, ambiente e servizi di società private o enti pubblici.”

di offrire una formazione strutturata per i futuri designer. Questo master, il primo del suo genere in Italia, vuole innestare nei partecipanti una nuova visione circolare, per contribuire a riprogettare i modelli di produzione e consumo della nostra società, prestando particolare attenzione alle nostre imprese e alle persone. Fornirà connessioni, visioni, metodologie, strumenti e innumerevoli attività pratiche per creare un impatto nella progettazione offrendo un punto di vista proprio del ‘fare progettuale’ caratteristico del nostro paese e riconosciuto internazionalmente.”

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Quali sono gli obiettivi e gli sbocchi occupazionali nel settore professionale di riferimento? “Il master si focalizza sull’innovazione di prodotti e servizi capaci di rispondere alle richieste dell’economia circolare e si rivolge a chi è coinvolto non solo nella progettazione, ma anche nei processi di valutazione, scelta e acquisto dei prodotti. Non si parlerà solo di product design, ma anche di design della comunicazione data l’importanza strategica che questo ambito riveste nelle imprese. Le attività del master sono strutturate in seminari, lezioni attive, workshop, role playing, project work e casi studio. I contenuti del master comprenderanno anche nozioni di modelli di business, normativa, sistemi di fund raising utili alla corretta gestione dei processi di trasformazione che l’economia circolare prevede, allo scopo di migliorare la competitività e l’innovazione industriale. Avremo ospiti internazionali tra i quali, ad esempio, David Peck della Delft University of Technology e Chris Grantham di Ideo, una dei più importanti società di design al mondo. Coloro che conseguiranno il titolo di master potranno intervenire sia nella progettazione dei prodotti e artefatti comunicativi, sia nella selezione/valutazione dei prodotti in ambito di green procurement e management con profili di designer del prodotto e della comunicazione visiva e multimediale, packaging designer, project manager, consulente o assistente al process design engineering e del product development manager, referente per il green procurement e assistente al waste end management in uffici acquisti, marketing,

Quali sono secondo lei i temi su cui c’è più urgenza di fare ricerca? “L’economia circolare richiede un cambio di paradigma e questo significa che dobbiamo mettere in discussione i nostri modelli di produzione e consumo, non pensando però a una loro contrazione, ma a un modo diverso di fare e di utilizzare le risorse. Ecco questo richiede, secondo me, un contributo trasversale di molte discipline e una visione complessiva dell’intero processo che consideri non solo gli aspetti quantitativi, ma anche quelli qualitativi. Per questo credo che sia fondamentale pensare ai designer non solo nel loro ruolo di progettisti del singolo elemento, ma per la loro capacità di avere un ruolo di regia tra le competenze. Penso che dall’Italia potremo offrire un punto di vista che consideri anche il valore estetico, simbolico e culturale dei prodotti, non sempre presente nelle riflessioni su questi temi. Questa credo che possa essere la cifra del nostro intervento specifico. Per quanto riguarda gli ambiti della ricerca, sicuramente dovremo lavorare molto su temi come il tempo d’utilizzo dei prodotti e il rapporto tra prodotti e servizi, nonché sul remanufacturing senza mai perdere di vista il fatto che l’eccellenza raggiunta in Italia dai processi di riciclo va consolidata e migliorata sempre più. C’è poi un altro ambito di ricerca e studio al quale tengo particolarmente e che cercheremo di far emergere anche nel master: quello connesso alla biomimesi nella quale la natura è presa a modello e guida per l’innovazione.” Quanto è importante la collaborazione col mondo delle imprese per sviluppare corsi adeguati e quindi figure professionali? “La collaborazione è fondamentale, imprescindibile. Il passaggio di paradigma che l’economia circolare ci richiede è possibile solo se ci sarà una compartecipazione di tutti i soggetti connessi alla produzione e consumo dei prodotti per cui lavorare con le imprese è indispensabile. Si tratta oltretutto di un interesse trasversale, che non riguarda solo alcuni settori merceologici tanto che, ad esempio, il master ha trovato consenso in ambiti molto diversi tra loro. Ci sostiene Conai e molte aziende, in particolare del Triveneto, in ambiti che vanno dall’illuminazione all’arredo urbano, dalla produzione della carta al packaging, solo per fare alcuni esempi. Per questo motivo abbiamo previsto diverse attività con le aziende: dalle visite negli stabilimenti ai workshop di progettazione, fino al tirocinio di almeno 375 ore che i nostri studenti svolgeranno in Italia o all’estero. Un’occasione fondamentale per i futuri designer e un momento di verifica della coerenza della formazione rispetto alle necessità delle imprese.”

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Sostenibile e circolare:

così deve essere per Bruxelles la bioeconomia Affrontare le sfide globali come il cambiamento climatico, il degrado del suolo e dell’ecosistema è l’obiettivo della nuova strategia lanciata da Bruxelles. Tre le aree di azione individuate: rafforzare i settori biobased sbloccando gli investimenti; sviluppare la bioeconomia a livello locale; comprenderne i limiti ecologici. Senza dimenticare il ruolo chiave della comunicazione per mostrare che la bioeconomia è una “via per creare soluzioni”. di Mario Bonaccorso

“Un punto di svolta, una pietra miliare.” Così Carlos Moedas e Phil Hogan – Commissario europeo per la Ricerca, l’innovazione e la scienza il primo e per l’Agricoltura il secondo – hanno definito l’aggiornamento della strategia europea sulla bioeconomia Una bioeconomia sostenibile per l’Europa: rafforzare la connessione tra economia, società e ambiente. Pubblicato l’11 ottobre e presentato ufficialmente a Bruxelles il 22 in un evento che ha riunito nella capitale europea circa 600 persone, l’aggiornamento arriva sei anni e mezzo dopo la prima strategia e fin dal titolo mette in chiaro qual è l’orientamento dalle

parti del Berlaymont: la bioeconomia deve essere sostenibile e circolare. “Una bioeconomia sostenibile – si legge nella nuova strategia – è il segmento rinnovabile dell’economia circolare. Essa può convertire bio-rifiuti, residui e scarti in risorse di valore e può creare le innovazioni e gli incentivi in grado di aiutare rivenditori e consumatori a tagliare gli sprechi alimentari fino al 50% entro il 2030. È stimato che il suolo – usato attualmente per l’alimentazione degli animali – che si potrebbe salvaguardare attraverso queste innovazioni potrebbe alimentare tre miliardi di persone aggiuntive. Le città dovrebbero diventare i


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Immagine tratta da: Una bioeconomia sostenibile per l’Europa: rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente

Carlos Moedas

Phil Hogan

Think Tank

Mario Bonaccorso è giornalista, fondatore del blog Il Bioeconomista.

principali centri di bioeconomia circolare. Piani di sviluppo urbano circolare potrebbero tradursi in guadagni economici e ambientali molto significativi”. Ma non solo: è anche evidente che il ruolo che il mondo agricolo reclama per sé non è di semplice fornitore di materia prima ma di vero e proprio protagonista di un processo di decarbonizzazione che, secondo quanto detto dallo stesso Hogan, con la nuova strategia potrà non solo aiutare a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra ma soprattutto creare fino a un milione di posti di lavoro entro il 2030, con ricadute importanti nelle aree rurali. Stiamo parlando, per usare ancora le parole di Carlos Moedas “del prossimo passo nell’evoluzione dell’industria”. “Non possiamo continuare a consumare nella stessa maniera lineare senza conseguenze”, ha sottolineato il Commissario portoghese. “In qualche modo, dobbiamo mantenere la stessa qualità di vita proteggendo il nostro pianeta. La bioeconomia è una strada per raggiungere questo obiettivo.”

A questo proposito, una delle azioni richiamata a più voci alla conferenza del 22 ottobre riguarda la comunicazione. Da tempo a Bruxelles hanno compreso che per decarbonizzare occorre avere dalla propria parte i cittadini (alias consumatori) e la grande industria. “La bioeconomia è il cibo che mangiamo, gli abiti che indossiamo, i prodotti che utilizziamo. Mostrate ai cittadini europei come la bioeconomia crea valore”, ha esortato le imprese presenti Moedas. “Se non urliamo ciò che la bioeconomia può fare, allora il suo potenziale rimarrà tale. Il successo futuro della nostra strategia dipende da come mostriamo ai cittadini che la bioeconomia è una via per creare soluzioni”, ancora Moedas. Non ha assistito però il Commissario al lancio della bottiglia di plastica da parte di Sveinn Margeirsson, amministratore delegato della società di ricerca islandese Matís e relatore nella sessione dedicata allo sviluppo locale della bioeconomia, che ha rimproverato la Commissione di scarsa coerenza, visto che in una conferenza dedicata alla bioeconomia circolare l’acqua è stata offerta ancora in bottiglie di origine fossile.

Lo scopo dell’aggiornamento della strategia, che riprende la revisione pubblicata nel novembre del 2017 – a sua volta punto conclusivo delle riflessioni emerse alla Conferenza degli stakeholder della bioeconomia di Utrecht dell’aprile 2016 – è di affrontare le sfide globali come il cambiamento climatico, il degrado dei terreni e dell’ecosistema attraverso quattordici azioni concrete che saranno lanciate al più tardi nel corso del 2019.

Comunicazione a parte, ci sono tre aree di azione principali individuate dalla strategia: rafforzare e potenziare i settori biobased, sbloccando gli investimenti e il mercato; sviluppare rapidamente la bioeconomia a livello locale in tutta Europa; capire i suoi limiti ecologici. “La comunicazione di questo aggiornamento è tempestiva, data la recente urgente chiamata all’azione da parte dell’Intergovernmental Panel


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materiarinnovabile 25. 2018 on Climate Change (Ipcc). Diamo in special modo il benvenuto al focus sulla scalabilità dei settori biobased attraverso il supporto all’innovazione e lo sblocco di investimenti e mercati, e sulla diffusione della bioeconomia in tutta Europa”, ha fatto sapere BIC, il consorzio dell’industria biobased che anima la partnership pubblico-privata Bio-based Industries Joint Undertaking (BBI JU). Il tema degli investimenti e del supporto alla crescita di nuove imprese non a caso è un altro dei pilastri della nuova strategia. “Muovere dalla scala pilota a quella dimostrativa è ancora molto difficile in Europa. Noi vogliamo colmare questo gap”, ha affermato il vicepresidente della Banca europea degli investimenti (BEI), Andrew McDowell. E in questa stessa direzione si è espresso Mathieu Flamini: l’ex calciatore di Arsenal e Milan, co-fondatore dalla società biochimica GFBiochemicals, ha reclamato un maggior supporto da parte degli investitori alle start-up della bioeconomia e all’imprenditorialità giovanile. La Commissione in questa prospettiva ha lanciato una piattaforma di investimento per la bioeconomia circolare che metterà sul tavolo 100 milioni di euro. “La selezione di un fund manager è

aperta”, fa sapere John Bell, direttore Bioeconomia alla Direzione Ricerca e innovazione della Commissione. Resta però sempre il nodo della grande industria. Jos Peeters, partner del fondo belga Capricorn Venture, ha sottolineato come “le relazioni con le grandi imprese non sono semplici”. Lo dimostra – secondo Peeters – la decisione di Basf di abbandonare la joint venture Synvina costituita con Avantium per lo sviluppo di nuove bioplastiche a base di PEF (polietilen-furanoato). “Abbiamo bisogno di più progetti integrati nelle aree locali, di target ambiziosi e di più casi di successo”, ha fatto presente Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont. Il messaggio che arriva chiaro da Bruxelles è che il cammino verso la bioeconomia circolare è senza ritorno, se si vuole davvero riconnettere economia, società e ambiente. Certo non sarà semplice, perché non mancano gli ostacoli e gli oppositori, ma “la decarbonizzazione – si è detto certo Tiago Pitta e Cunha, amministratore delegato della Fondazione Oceano Azul – sarà la chiave del ventunesimo secolo”.

La strategia Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Europa da quando la Commissione europea ha presentato nel febbraio 2012 la prima strategia sulla bioeconomia L’innovazione per una crescita sostenibile: una bioeconomia per l’Europa. “L’Europa deve passare a un’economia ‘post-petrolio’. Un maggiore utilizzo di fonti rinnovabili non è più solo una scelta, ma una necessità. Dobbiamo promuovere il passaggio a una società fondata su basi biologiche invece che fossili, utilizzando i motori della ricerca e dell’innovazione. Si tratta di una mossa positiva per l’ambiente, la sicurezza energetica e alimentare e per la competitività futura dell’Europa”, aveva affermato Máire Geoghegan-Quinn, la commissaria responsabile per la Ricerca, l’innovazione e la scienza nella Commissione Barroso. In questi sei anni e mezzo ci sono stati la COP21 di Parigi, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che ha indicato 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, il pacchetto per l’economia circolare adottato dalla stessa Unione europea. Naturale che la strategia dovesse essere aggiornata, soprattutto per interconnetterla maggiormente all’economia circolare e con i principi di uno sviluppo sostenibile, non sempre applicati in alcuni casi di bioeconomia. “Le risorse e gli ecosistemi biologici limitati del nostro pianeta – conclude la comunicazione

della Commissione europea che aggiorna la strategia – sono essenziali per nutrire le persone, fornire acqua pulita ed energia pulita e accessibile. Una bioeconomia sostenibile è essenziale per affrontare il cambiamento climatico e il degrado dei terreni e degli ecosistemi. Affronterà la crescente domanda di cibo, mangimi, energia, materiali e prodotti causata da una popolazione mondiale in aumento e ridurrà la nostra dipendenza dalle risorse non rinnovabili. L’implementazione di una bioeconomia sostenibile e circolare aumenterà la competitività dei settori della bioeconomia e sosterrà la creazione di nuove catene del valore in tutta Europa, migliorando allo stesso tempo lo status complessivo delle nostre risorse naturali. Tale bioeconomia si baserà – e capitalizzerà – principalmente sulle risorse rinnovabili sostenibili disponibili sul piano nazionale e sui progressi delle scienze, delle tecnologie e delle innovazioni che fondono il mondo fisico, digitale e biologico, in alcuni dei settori e delle industrie più importanti dell’Ue”. A pochi mesi dalle elezioni europee la strada è tracciata. Ma per affrontare le sfide globali di uno sviluppo economico e sociale sostenibile ci sarà bisogno sempre più di un’Europa unita e coesa. Condizione che in questo particolare momento storico non sembra davvero semplice da realizzare.

Commissione europea, Una bioeconomia sostenibile per l’Europa: rafforzare il collegamento tra economia, società e ambiente, ottobre 2018; https://eur-lex. europa.eu/LexUriServ/ LexUriServ.do?uri=COM: 2018:0673:FIN: IT:PDF


Policy

Rigenerare i territori con la bioeconomia

È nel rapporto con i luoghi che si costruisce il successo della bioeconomia come matrice di innovazione sostenibile per l’economia e la società in Europa. di Marco Moro

C. Bastioli, Bioeconomia per la rigenerazione di territori, Edizioni Ambiente 2018; www.edizioniambiente.it/ libri/1223/bioeconomiaper-la-rigenerazione-deiterritori

La nuova Strategia europea per la bioeconomia pone un forte accento sulla dimensione territoriale: sviluppare rapidamente “bioeconomie” locali in tutto il continente. Nella formulazione di questo obiettivo emergono i poli fisici su cui l’attenzione si concentra: le aree rurali e costiere e le città. Del territorio europeo cosa resterebbe fuori? Nemmeno le aree montane che sono certamente interessate soprattutto sul versante forestale, altro ambito d’azione che viene messo in rilievo. Stando sempre alle parole con cui viene presentata la nuova Strategia, tutti i cittadini europei dovrebbero poter trarre beneficio dalla diffusione della bioeconomia, a prescindere dal luogo in cui vivono. Potrebbe sembrare solo un facile slogan. La fattibilità di una “bioeconomia dei territori” si può misurare infatti solo su quanto si sta concretamente realizzando in un meta-settore che aggrega comparti dell’economia caratterizzati da modelli contrapposti di rapporto con lo spazio: distribuzione estensiva per l’agricoltura, la pesca, la silvicoltura e concentrazione in poli fortemente localizzati per la chimica. Per creare le connessioni

tra i poli rappresentati dai singoli impianti o insediamenti industriali e i territori, rurali e urbanizzati, serve un modello inclusivo, un modello di rete, che del concetto di bioeconomia circolare è uno dei cardini. Con l’inaugurazione lo scorso 19 ottobre dell’impianto di Mater-Biopolymer, società interamente controllata dal gruppo Novamont, in Italia si è realizzato un ulteriore elemento di un esemplare modello di rete che integra chimica e agricoltura e che non solo promuove l’uso di risorse rinnovabili in sostituzione di materie prime di origine fossile, ma si propone di essere anche un fattore di rigenerazione territoriale. Come già avvenuto in altri nodi della rete del Gruppo Novamont, anche a Patrica – la località in provincia di Frosinone dove la bioraffineria integrata di Mater Biopolymer è insediata – ha realizzato la riconversione di un sito produttivo nato nel 1992 come impianto dedicato alla produzione di Pet. Con la sua acquisizione e il completamento della riconversione alla produzione di biopoliesteri ad alto grado di rinnovabilità Origo-Bi, Novamont ha garantito l’occupazione nel sito produttivo e innescato un processo

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materiarinnovabile 25. 2018 virtuoso e durevole di sviluppo. Ai 90 posti di lavoro si affiancano le ricadute che a livello locale produrranno occupazione indiretta necessaria alla operatività dello stesso impianto e nell’indotto. Ma non è tutto. In coerenza con la vision aziendale che Catia Bastioli, amministratore delegato del gruppo, descrive nel suo recentissimo libro Bioeconomia per la rigenerazione dei territori,

la riconversione e rigenerazione del sito chimico di Patrica è stata condotta puntando alla realizzazione di processi produttivi sempre più sostenibili, e alla riduzione dell’impatto complessivo sull’ambiente. Mater-Biopolymer, è dotato di un sistema che permette di minimizzare i costi e gli sprechi attraverso il recupero degli scarti, in un’ottica di economia circolare e sostenibilità. Un approccio finalizzato alla valorizzazione dei residui ha consentito la messa a punto di un processo di purificazione delle acque reflue per ottenere tetraidrofurano (THF) – un intermedio chimico strategico per l’industria chimica e farmaceutica – per la prima volta al mondo da fonti rinnovabili (bio-THF). Il THF può essere usato come solvente chimico e nel settore farmaceutico. La riconversione della seconda linea di produzione e il recupero del THF hanno consentito di ridurre le emissioni di CO2 e i chilometri di trasporto su ruota quantificabili in: •• 246.000 tonnellate di emissioni di CO2 equivalente l’anno evitate; •• 1.296.000 Km di trasporto su ruota evitati, relativi al trasporto dei reflui contenenti THF che venivano smaltititi all’esterno del sito. Patrica è il sesto nodo di una rete interamente costituita da siti riconvertiti, rigenerati e connessi tra loro. Le diverse sezioni dell’impianto sono state modificate e in alcuni casi totalmente rinnovate, applicando su scala continua le tecnologie innovative sviluppate da Novamont. Si tratta di tecnologie in grado di utilizzare le materie prime della filiera Novamont – biobutandiolo e acido azelaico, monomeri biobased – per la produzione di biopoliesteri Origo-Bi®. Biopoliesteri che a loro volta sono componenti necessari alla produzione delle bioplastiche compostabili Mater-Bi. “Lo sforzo di industrializzazione realizzato da Novamont negli ultimi anni è stato enorme e ha pochi uguali a livello europeo”, ha dichiarato Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont. “Dobbiamo però essere coscienti del fatto che quanto fin qui costruito non avrà rilevanza se non sapremo utilizzarlo per moltiplicare i casi di rigenerazione territoriale al punto che questi prevalgano su quelli di degrado. Insomma, dobbiamo lavorare insieme verso un approccio rigenerativo delle risorse naturali che non deve essere visto come un limite ma come una grande opportunità di ridisegnare su basi sostenibili la nostra società con le radici nei territori, più inclusiva e contributiva, dove i piccoli e i grandi trovano uno spazio equo. In tutto questo il mondo dell’agricoltura e il suolo e la sua preservazione e rigenerazione sono fondamentali e vitali.” I sei nodi della rete, distribuiti in sei diverse regioni italiane, danno un significato preciso e tangibile all’obiettivo europeo di una bioeconomia diffusa sui territori e in grado di rispettarne l’ambiente valorizzandone le specificità.


Policy

Dossier Grecia

La via per uscire dalla crisi Se oggi genera un volume d’affari di 27 miliardi di euro e impiega 500.000 persone, la bioeconomia in Grecia può rappresentare un fattore decisivo per far crescere l’economia senza dimenticare sostenibilità e lotta ai cambiamenti climatici. Rifiuti urbani, scarti agricoli e alimentari, biomassa marina i settori con le maggiori potenzialità.

di Mario Bonaccorso

Circa 290 miliardi di euro. Tanto è costato il piano di salvataggio a favore della Grecia in questi ultimi otto anni. Ma per Atene sono stati soprattutto lacrime e sangue, dato che secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico i tagli alla spesa pubblica e l’aumento dell’imposizione fiscale hanno ridotto in condizioni di povertà oltre un terzo della popolazione. I redditi delle famiglie sono scesi di più del 30%, il 25% del Pil è andato in fumo e la disoccupazione ha raggiunto nel 2013 la percentuale record del 27%. Oggi le cose sembrano andare meglio: il Pil è tornato a crescere, grazie soprattutto al settore del turismo, e la disoccupazione è scesa al 19,5%, un dato che resta comunque il più alto dell’area Euro. Ma la strada per uscire dal tunnel della crisi è ancora lunga. In questo scenario lo sviluppo di una bioeconomia circolare greca può rappresentare un fattore decisivo per coniugare il ritorno alla crescita con la sostenibilità ambientale e l’azione contro i cambiamenti climatici. Ne sono convinte le imprese, i ricercatori e tutti gli stakeholder del paese mediterraneo che reclamano a gran voce un piano d’azione per far crescere questo meta settore su cui l’Unione europea ha confermato di puntare con forza anche con il recente aggiornamento della strategia lanciata nel 2012.

Una strategia nazionale Non esiste ancora una strategia nazionale greca sulla bioeconomia. Il paese mediterraneo si è dotato però dallo scorso maggio, grazie all’iniziativa del ministero dell’Ambiente e dell’Energia, di una prima bozza di strategia per l’economia circolare. SEV Business Council for Sustainable Development, un’associazione no profit creata dalla SEV (la federazione ellenica delle imprese), ha calcolato che sono necessari almeno 100 miliardi di euro di investimenti entro il 2020 per colmare i disinvestimenti che si sono verificati in Grecia dal 2010 al 2016. Insieme alla continua fuga di cervelli che ha intaccato il capitale umano e il potenziale di innovazione, il disinvestimento prolungato rappresenta un forte ostacolo alla prospettiva di crescita futura della Grecia. “Il modello dell’economia circolare – afferma uno studio sull’economia circolare in Grecia realizzato da EY nel maggio 2016 su incarico di SEV – potrebbe favorire un balzo in avanti per una successiva fase di trasformazione che consentirà il ritorno della Grecia alla crescita sostenibile. Affrontando i cicli di vita tecnologici e biologici dei prodotti, a monte e a valle, attraverso i settori industriali chiave, l’economia circolare potrebbe contribuire a spostare il modo

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materiarinnovabile 25. 2018 in cui tutta l’economia funziona, a stimolare la creazione di posti di lavoro e a consentire investimenti”. “Allo stesso tempo – continua il rapporto EY – in Grecia l’economia circolare potrebbe stimolare il necessario dialogo per la risoluzione di argomenti conflittuali cronici, come la gestione dei rifiuti, compreso il riutilizzo, lo stoccaggio e il trattamento. Un dialogo con le autorità statali, regionali e locali, ma anche le imprese, l’industria e la società civile, è necessario per cambiare la mentalità sulla questione dei rifiuti, sia urbani sia industriali, sul loro trattamento, sull’ubicazione delle discariche, per evitare sanzioni da parte dell’Unione europea dovute a strutture di deposito e discariche non ammesse o disfunzionali”. La bioeconomia in cifre

EY Study on the Circular Economy in Greece, maggio 2016; www.ey.com/Publication/ vwLUAssets/EY-studyon-the-circular-economyin-greece/$FILE/ EY-study-on-the-circulareconomy-in-greece.pdf

Secondo il ministero dello Sviluppo rurale e dell’Alimentazione, la bioeconomia in Grecia genera oggi un volume d’affari di circa 27 miliardi di euro e impiega 500.000 persone. L’80% di questi numeri è legato direttamente o indirettamente al settore agricolo, che da solo contribuisce al 4,1% del Pil. Attualmente solo una parte degli scarti agricoli sono impiegati come materia prima per sviluppare bioprodotti o bioenergie. Per questo motivo gli addetti ai lavori ritengono che il potenziale possa essere davvero interessante, insieme alla biomassa marina, ai rifiuti urbani e agli scarti alimentari. Un’analisi precisa è contenuta in un paper pubblicato a luglio su The EuroBiotech Journal intitolato “Bio-economy in Greece: Current trends and the roadahead”, che sottolinea come in Grecia vengono prodotti circa 500 chilogrammi di rifiuti per persona ogni anno, con un costo annuale per la raccolta di un miliardo di euro. La maggior parte di questi rifiuti (81%) finisce in discariche legali e illegali, il 17% viene riciclato e solo il 2% è destinato al compostaggio. Le discariche illegali, in piena sintonia con lo studio EY, sono considerate

come una vera e propria piaga economica per il paese, che dal 2014 al 2018 è stato costretto a pagare multe per 48 milioni di euro. Gli scarti di cibo in Grecia ammontano a 80 chilogrammi per persona all’anno sull’intera filiera. L’industria alimentare è una delle più sviluppate rappresentando oltre un quarto del sistema industriale nazionale. Per valutare il possibile impiego degli scarti alimentari – ricorda lo studio – come materia prima per nuovi bioprodotti, il municipio di Halandri ad Atene sta portando avanti un progetto finanziato dal programma Horizon 2020 (Waste4Think) per sviluppare le infrastrutture necessarie a un’efficiente gestione dei rifiuti. Il Forum della bioeconomia Per favorire un’ampia discussione e una pressione sul governo affinché si cominci a elaborare una prima strategia nazionale sulla bioeconomia, è stato istituito un Forum sulla Bioeconomia, che opera un po’ come un think tank e offre a tutti gli stakeholder greci la possibilità di incontrarsi, condividere informazioni e fare network. Uno dei primi obiettivi del Forum è aumentare la consapevolezza tra l’opinione pubblica e i legislatori rispetto alle grandi opportunità offerte dalla bioeconomia e dall’economia circolare. Il Forum ha individuato alcune barriere che ostacolano la diffusione di una bioeconomia greca, ovvero l’eccessiva frammentazione delle proprietà agricole che comporta un’assenza di una rete logistica affidabile e un’offerta a lungo termine di materia prima, il prezzo elevato di questa materia prima, il basso livello di istruzione dei lavoratori agricoli e la loro età elevata (il 60% ha oltre 45 anni). A questi si aggiungono l’instabilità della tassazione ambientale, l’eccessiva burocrazia, l’assenza di appropriati meccanismi di finanziamento e di condizioni che favoriscano la creazione di un mercato verde e per l’appunto la scarsa consapevolezza dei cittadini relativamente ai benefici economici e ambientali della bioeconomia. Il primo ministro greco Alexis Tsipras viene informato da Electra Papadopoulou / Chimar Hellas SA riguardo alle tavole di canapa e kenaf e da Panagiotis Stathopoulos / University of Athens a proposito di oli e cosmetici a base di olio di canapa all’ottantaduesima Fiera Internazionale di Salonicco (2017)


Policy Prodotti fatti con foglie secche della pianta marina vascolare “Posidonia Oceanica” di PHEE/Grecia

Il ruolo del mare La Grecia può vantare oltre 13.000 chilometri di costa. Le acque del Mediterraneo possono quindi rappresentare una grande risorsa per la bioeconomia nazionale. Secondo un’indagine condotta nel settembre del 2017 dall’Istituto ellenico di statistica (Elstat), il volume della produzione di pesca e acquacoltura ha raggiunto nel 2016 circa 198.000 tonnellate, generando un reddito superiore a 780 milioni di euro. La Grecia ha la più grande flotta per la pesca di tutta Europa (il 18% del totale) e la lavorazione del pesce crea fino al 70% di scarto liquido e solido. La sola filettatura del pesce pelagico comporta un 44% di rifiuti solidi. Si tratta di una biomassa con grandi potenziali, visto che è molto ricca di componenti con alto valore aggiunto biologico. Uno dei centri di ricerca marina più importanti a livello europeo è il Centro ellenico per la ricerca marina. Si tratta di un centro di ricerca governativo, che fa capo al ministero della Ricerca e dell’Istruzione, sotto la supervisione del Segretariato generale per la Ricerca e la Tecnologia, la cui origine risale al 1912. Al suo interno si trova l’Istituto di Biologia marina, Biotecnologia e Acquacoltura, che è tra i partner del progetto europeo Bluemed, coordinato dal Consiglio nazionale delle Ricerche italiano (Cnr). Bluemed è l’iniziativa di ricerca e innovazione per promuovere l’economia blu nel bacino del Mediterraneo attraverso la cooperazione, una strategia di riferimento per i paesi del Mediterraneo per collaborare ai fini di un mar Mediterraneo sano, sicuro e produttivo. Bluemed mira alla creazione di nuovi posti di lavoro “blu”, al benessere sociale e a una crescita sostenibile nei settori marino e marittimo attraverso l’attuazione della sua agenda strategica per la ricerca e l’innovazione, la Bluemed Sria. “Tra i mari d’Europa – scrivono i partner del

progetto nel primo aggiornamento dell’agenda strategica nell’aprile 2017 – il Mediterraneo non ha eguali per quanto riguarda la biodiversità e i legami tra attività umane e caratteristiche ambientali. Sta cambiando rapidamente in risposta a pressioni sia naturali sia antropogeniche. Il cambiamento climatico, il crescente traffico marittimo e l’inquinamento, il sovrasfruttamento degli stock ittici e le invasioni di specie esotiche sono tra i fattori di stress che mettono a rischio la regione. Allo stesso tempo, le caratteristiche uniche del Mediterraneo offrono importanti opportunità locali per la crescita e l’occupazione blu, che vanno dalla pesca al turismo”. Verso una bioeconomia greca “Ci sono alcune semplici misure che il paese dovrebbe prendere per diventare un attore competitivo nel settore della bioeconomia in Europa”, fa sapere George Sakellaris, fondatore nel 2012 dell’iniziativa “Bioeconomy in Greece” con l’obiettivo di mappare gli attori del settore nel paese mediterraneo e favorirne la collaborazione. “Innanzitutto – ci dice Sakellaris, oggi consulente per la bioeconomia dell’Università della Boemia del Sud in Repubblica Ceca – è necessario svolgere un’analisi sistematica del potenziale esistente in termini di risorse e processi ed essere in grado di convertirlo in termini economici, partendo dai settori dell’energia, della produzione agroalimentare e dell’esplorazione dei rifiuti”. Secondo Sakellaris, fondamentale per consentire un pieno sviluppo della bioeconomia in Grecia è anche la cornice educativa e aumentare la consapevolezza nell’opinione pubblica. “La Grecia – ci dice – è già inserita nelle azioni relative all’educazione alla bioeconomia su scala europea”. Senza una strategia nazionale e il relativo piano d’azione sarà però difficile procedere nella direzione giusta.

“Bio-economy in Greece: Current trends and the roadahead”, The EuroBiotech Journal, v. 2, n. 3, luglio 2018; https://content.sciendo. com/view/journals/ ebtj/2/3/article-p137.xml

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materiarinnovabile 25. 2018 Intervista

di M. B.

L’agricoltura è l’attore principale Constantinos Vorgias, Università di Atene

Uno dei protagonisti del Greek Bioeconomy Forum, Constantinos Vorgias, racconta il grande potenziale della Grecia in materia di bioeconomia. Senza dimenticare i punti deboli e la necessità di aumentare la consapevolezza nell’opinione pubblica.

Constantinos Vorgias insegna biochimica presso la National and Kapodistrian University di Atene. È uno dei protagonisti del Greek Bioeconomy Forum.

Quali sono i punti di forza della bioeconomia greca? “La Grecia si sta lentamente riprendendo da una crisi finanziaria, politica e strutturale. La mia impressione personale è che il 2019 sarà un anno molto positivo e importante; sebbene a metà del 2019 ci saranno le elezioni a livello nazionale ed europeo. Molte persone in Grecia promuovono il concetto di bioeconomia, nonostante non si siano ancora definite come parte del network operativo greco sulla bioeconomia. Questo succede perché sono sopraffatte da termini come sostenibilità, economia circolare, protezione dell’ambiente e riciclo dei rifiuti. Dal mio punto di vista i punti di forza della bioeconomia greca possono essere riassunti in: (a) potenziale inesplorato a tutti i livelli, con molto spazio per nuove attività; (b) sfruttamento molto ridotto delle risorse naturali in particolare a causa della elevata biodiversità nell’ambiente marino e terrestre; (c) quantità di manodopera: molti giovani con un alto livello di istruzione sono disoccupati e probabilmente pronti a riconsiderare i loro profili professionali; (d) presenza di strutture nella produzione primaria e nelle industrie collegate sia a livello familiare che su piccola scala, quindi è più che necessaria un’iniziativa che le raggruppi; (e) posizione geografica della Grecia – un paese stabile e sicuro – particolarmente interessante poiché ha un buon accesso al Medio Oriente e al mondo arabo e può quindi diventare la porta di accesso naturale per questi mercati; (f) il clima mite e le infrastrutture esistenti sono beni economici di grande valore.” E i punti deboli? “Anche i punti deboli vanno considerati: mancanza di volontà politica e di un’istruzione specifica a tutti i livelli; debole partecipazione ai principali network europei; assenza di studi di fattibilità; scarsa percezione del potenziale della sostenibilità; assenza di consapevolezza nell’opinione pubblica; mancanza di sforzi sostanziali per creare un contesto per la commerciabilità delle innovazioni ‘verdi’; instabilità negli ambienti istituzionali e fiscali; catene di rifornimento di materie prime disorganizzate e costose; difficoltà burocratiche riguardo alle licenze; scarsa preparazione tecnica degli agricoltori; e riduzione dell’impiego nel settore primario. Convertendo in numeri queste informazioni, il settore della bioeconomia in Grecia ha un volume d’affari di circa 27 miliardi di euro e mezzo milione di lavoratori,

l’80% dei quali occupati nel settore agricolo. Solo circa il 3% delle biomasse attualmente disponibili viene sfruttato (principalmente per produrre carburanti), mentre i residui agro-industriali non sfruttati potrebbero rendere circa 10,2 PJ (petajoule). Si stima che la produzione annuale di rifiuti della Grecia sia di 57.983.751 tonnellate; compresi i rifiuti agricoli e industriali (53%) e il letame (47%). Basandosi su uno scenario di trattamento anaerobico, si potrebbero generare 21,9 Twh di elettricità, che corrispondono al 39% del consumo lordo di elettricità in Grecia.” Quali sono i principali attori della bioeconomia in Grecia? “Il principale attore della bioeconomia, in termini di produzione, è il settore agricolo. Nel 2017 esso ha contribuito al 4,1% del pil, il 70% del quale in prodotti agricoli e il 30% in prodotti di origine animale. Oltre a 25 impianti per il biogas, in Grecia operano 12 impianti per la produzione di biodiesel, arrivando a circa 130.000 m3, che rappresentano il 93% del biodiesel utilizzato nel settore nazionale dei trasporti. A livello accademico e di ricerca, a parte le facoltà di agronomia, prevalgono diverse organizzazioni di ricerca, come Hellenic Centre for Marine Research; Centre for Renewable Energy; Hellenic Agricultural Organisation (HAO) DIMITER; Centre for Research and Technology-Hellas (CERTH) e The Agricultural University of Athens. In termini di istruzione superiore, negli ultimi anni sono stati istituiti due corsi per un Master’s degree. L’International Hellenic University (corsi via web) con un MSc in Bioeconomia: Biotecnologia e Legislazione; e il Master in Bioeconomia, istituito in collaborazione dalla National and Kapodistrian University of Athens (Dipartimento di Biologia) e la Piraeus University (Dipartimento di Economia). Il Bioeconomy Laboratory è collegato al Master in Bioeconomia e rappresenta il luogo di collaborazione tra accademia e bioindustria. Sono attivi due dei principali think thank/cluster: il Greek Bioeconomy Forum, la piattaforma greca dove si incontrano individui e soggetti coinvolti interessati alla bioeconomia e all’economia circolare; e il cluster Bioenergy and Environment of Western Macedonia.” La Grecia non ha ancora una strategia nazionale per la bioeconomia. È in programma che ne venga implementata una a breve? “Sfortunatamente i politici greci, esattamente come molti loro colleghi europei, non hanno familiarità con il concetto e il potenziale della bioeconomia. Si preoccupano più che altro di riciclo dei rifiuti e quindi di economia circolare. Però ci sono alcuni sviluppi: quest’anno la Grecia ha istituito una Strategia nazionale per le foreste e l’economia circolare, e sono


Policy in arrivo molte altre iniziative. In generale, abbiamo l’impressione di una mancanza di volontà del governo di adottare una strategia nazionale, nonostante il paese abbia firmato il protocollo di sostenibilità delle Nazioni Unite pubblicato nel 2015. Quindi dovrebbe essere un’iniziativa obbligatoria dal basso verso l’alto. Un gruppo di esperti deve riunirsi e stilare un rapporto sulle potenzialità e sul loro impatto sull’economia nazionale. Questo rappresenterebbe un passo avanti essenziale verso il convincimento dei decisori politici a formulare una strategia nazionale. Per quanto ne so, altri paesi dell’Ue stanno vivendo lo stesso problema. Di fatto, finora solo pochi paesi in Europa si sono dotati di una Strategia nazionale concreta. Stiamo considerando la possibilità di realizzare presto questa iniziativa, perché il quadro generale è ancora sfocato.” Lei sostiene che c’è una mancanza di consapevolezza nell’opinione pubblica greca. Qual è la percezione generale della bioeconomia nel suo paese? “La popolazione è prevalentemente inconsapevole e disinformata. Inoltre, c’è una percezione negativa da parte dei cittadini basata su un brutto precedente creato dalla combinazione rappresentata dalla mancanza di informazioni accurate e dalla propaganda degli attivisti (per esempio la questione ogm). Questa pressione ha obbligato il governo ad adottare misure estreme contro le moderne biotecnologie che a loro volta hanno avuto effetti fatali sull’agricoltura e l’economia della Grecia. Il Greek Bioeconomy Forum è un’iniziativa privata, nata circa due anni fa, il cui obiettivo è informare la popolazione sulla bioeconomia e sostenere le autorità pubbliche nella sua diffusione e radicamento nel paese. Dalla risposta della popolazione vediamo che la partecipazione è in costante aumento e sempre più persone vogliono capire e contribuire ai vari aspetti della bioeconomia. Un piano d’azione completo potrebbe comprendere: progettare e organizzare un maggior

numero di attività ed eventi che creano consapevolezza riguardo alla bioeconomia; informare i cittadini sui problemi che li interessano correlati alla bioeconomia; creare showcase di prodotti biobased, per offrire un’esperienza concreta del concetto di bioeconomia; utilizzare strumenti appropriati per ogni gruppo di target, sfruttando gli strumenti di conoscenza già sviluppati come il toolkit Bioways; rivolgersi ai bambini e ai giovani, coinvolgendo gli educatori nel circuito della comunicazione; facilitare l’espressione da parte dei cittadini dei loro punti di vista e dei loro interessi; e aumentare l’impatto dei progetti sovvenzionati dalle istituzioni attraverso una collaborazione tra progetti e il coinvolgimento attivo di tutti i possibili soggetti interessati.” Lei è un professore: qual è il ruolo del sistema dell’istruzione nella bioeconomia greca? “A livello della scuola superiore è stato fatto un gran lavoro negli ultimi 20 anni e la predisposizione dei giovani riguardo ai problemi ambientali è cambiata in positivo. A livello universitario le facoltà tecniche e di agronomia sono relativamente attive nei loro programmi. Però la bioeconomia non esiste ancora come corso a sé stante, sebbene ci siano programmi post-laurea (Master’s degree), che ho già menzionato. Penso che il punto di critical mass sia stato raggiunto e sia necessario essere organizzati sotto un corpo legislativo strategico nazionale. Mi fa molto piacere il fatto che nel prossimo semestre avvierò il primo corso post-laurea in Bioeconomia alla Piraeus University. È anche essenziale disporre di materiale educativo. L’iniziativa europea per l’Educazione alla Bioeconomia, proposta lo scorso anno a Lodz, deve guadagnare terreno in modo che un Consorzio europeo per l’educazione possa fornire un’istruzione solida e concettuale alle prossime generazioni. Il collo di bottiglia principale per la bioeconomia attualmente è la mancanza di giovani bioeconomisti. Dobbiamo lavorare su questo aspetto insieme ai soggetti coinvolti.”

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Bioeconomy Laboratory, www.bioeconomylab.gr Greek Bioeconomy Forum, bioeconomyforum.gr Bioways, www.bioways.eu

©Ermioni Raftopoulou

Competizione fotografica sulla bioeconomia organizzata dal Bioeconomy Forum. Primo premio a Ermioni Raftopoulou


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materiarinnovabile 25. 2018

Industria chimica: addio al fossile

Un nuovo paper del nova-Institute traccia la strada per la sostenibilità della chimica.

a cura della redazione

nova-Paper #10 M. Carus, A. Raschka, “Renewable Carbon is Key to a Sustainable and Future-Oriented Chemical Industry”, http://biobased.eu/nova-papers Nova-Institute, http://nova-institute.eu Christophe McGlade e Paul Ekins, “The geographical distribution of fossil fuels unused when limiting global warming to 2°C”, Nature gennaio 2015; www.nature.com/articles/ nature14016

Cita la “distruzione creativa” dell’economista austriaco Joseph Schumpeter Michael Carus nel suo ultimo paper per spiegare il processo di mutazione industriale che sta portando da un sistema basato sulle fonti fossili a uno basato sulle fonti rinnovabili. La distruzione è necessaria – non un errore di sistema – affinché un nuovo ordine possa realizzarsi. Secondo il ricercatore tedesco, che guida il nova-Institute di Huerth, “al fine di arrestare il cambiamento climatico, abbiamo bisogno di una nuova struttura economica globale di offerta di materie prime verso il carbonio rinnovabile”. Il paper, o meglio position paper, scritto da Carus insieme al collega Achim Raschka, ha come titolo “Il carbonio rinnovabile è la chiave per un industria chimica sostenibile e orientata al futuro” e vanta supporter di rilievo come – solo per citarne alcuni – Rafael Cayuela, capo economista del colosso chimico americano Dow Chemical, Marcel Lubben, presidente di Reverdia, la JV paritetica tra Roquette e DSM, Jean-Luc Dubois, direttore scientifico della società chimica francese Arkema, e Jim C. Philp dell’Ocse. Si tratta di un vero e proprio manifesto a favore di un’industria chimica sostenibile, capace di abbracciare senza mezzi termini la via della bioeconomia circolare. “L’industria chimica – scrivono Carus e Raschka – potrà solo svilupparsi in un settore sostenibile una volta che sarà in grado di dire addio alle materie prime fossili come il greggio, il gas naturale e il carbone e userà nient’altro che il carbonio rinnovabile come materia prima nella chimica organica”. Non una decarbonizzazione, quindi, che è possibile solo nel settore energetico, ma una transizione verso il carbonio da fonti rinnovabili per l’industria chimica e della plastica. Il che significa lasciare le fonti fossili nel terreno, unica via per prevenire un incremento delle emissioni di CO2 e un innalzamento della temperatura globale. Gli autori del paper citano un lavoro pubblicato su Nature nel 2015 da Christophe McGlade e Paul Ekins, secondo cui un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e oltre l’80% delle attuali riserve di carbone dovrebbero restare inutilizzate dal 2010 al 2050 per raggiungere il target dei 2 °C. Se a ciò si aggiunge che gli addetti ai lavori attendono un incremento della domanda annua globale di prodotti chimici dal 3 al 4%, trainata dalla crescita della popolazione e dai migliori

standard di vita, è evidente che la strada obbligata per l’industria chimica, se vuole essere sostenibile, è puntare strategicamente al carbonio rinnovabile. Ma quali sono le fonti di carbonio rinnovabile? Tre, scrivono gli autori: 1. il riciclo, meccanico o chimico, di plastiche o altri prodotti chimici organici già esistenti; 2. tutti i tipi di biomassa; 3. l’utilizzo diretto di CO2 delle fonti fossili, nonché da fonti permanenti biogeniche e dalla cattura diretta dell’aria. È su quest’ultima fonte che Carus e Raschka puntano con maggior forza, perché “l’utilizzo diretto di CO2 è una fonte inesauribile e sostenibile di carbonio per l’industria chimica”. A patto ovviamente che i processi per ottenere il carbonio dalla CO2 possano contare su energia rinnovabile. “I nostri calcoli – scrivono i due ricercatori tedeschi – dimostrano che una superficie di appena il 2% delle aree desertiche del mondo basterebbe a coprire la crescente domanda di carbonio dell’intero settore chimico per mezzo del fotovoltaico e dell’utilizzo di CO2.” Tradotto in posti di lavoro una riconversione dell’industria chimica in industria biochimica potrebbe moltiplicare da 5 a 10 volte il numero degli addetti, pari nella Ue a 28 nel 2016 a 65 mila unità. Cosa serve? Serve la politica. La ricetta degli autori è chiara, anche se certamente non facile da realizzare nell’attuale scenario europeo. Tra le altre cose si basa sull’implementazione di una carbon tax a livello continentale, sull’interruzione dei programmi di finanziamento delle fonti fossili (100 miliardi di dollari americani nei soli paesi del G7 per la produzione e il consumo di petrolio, gas e carbone), su costi più alti per le emissioni di CO2 da fonti fossili nel sistema di trading delle emissioni (ETS), su certificati e etichette in grado di indicare la percentuale di carbonio rinnovabile nei prodotti, con un sistema che premi le plastiche e i prodotti chimici con emissioni più basse di gas ad effetto serra. Per la politica è l’ora delle scelte. Ma servono analisi di sostenibilità, non dogmi politici. Il forte richiamo di Carus e Raschka è di seguire tutte e tre le vie per ottenere carbonio rinnovabile, mentre l’Unione europea – lamentano nel loro paper – sembra più orientata sulla strada del riciclo di plastiche e altri prodotti chimici nell’ambito dell’economia circolare. La chiave per un futuro sostenibile per l’Europa passa invece dall’integrazione tra l’economica circolare, la bioeconomia e la cosiddetta CO2 economy.


Policy

CO2 sottoterra.

Naturalmente

Esiste la possibilità di rimettere la CO2 sottoterra con l’agricoltura, anche biologica, producendo più cibo, energia rinnovabile e usando meno risorse, con un modello tutto italiano. di Sergio Ferraris

Sergio Ferraris, giornalista scientifico, direttore di QualEnergia.

Le notizie che emergono dall’ultimo rapporto dell’Ippc, pubblicato nell’ottobre del 2018, sono due e non una sola, come hanno invece evidenziato i media. Tutti, infatti, si sono concentrati sulla soglia degli 1,5°C al 2100, che nel 2015 era considerata un “contentino” per le isole dell’Oceano Pacifico e ora è diventata essenziale per evitare gravi danni, mentre pochi hanno notato che per raggiungerlo questo obiettivo, non solo si devono ridurre le emissioni climalteranti e avviare un economia a zero emissioni, ma si deve “addirittura” levare CO2 dall’atmosfera. Ossia bisogna diventare un società carbon negative che deve diminuire, rispedendola al mittente, ossia sottoterra, la CO2 estratta con le fonti fossili. Sistemi per fare ciò sono i carbon sink naturali, piante, oceani e suolo, mentre tra quelli artificiali

c’è la discussa Carbon Capture Sequestration (CCS) che utilizza le stesse tecnologie dell’estrazione delle fonti fossili e il cui utilizzo è da sempre auspicato dalle compagnie petrolifere. Al punto che una delle maggiori al mondo, il giorno dopo l’Accordo di Parigi, affermò di essere pronta nel mettere in pratica la CSS, anche perché la CO2 può essere utilizzata per il recupero enhanced del petrolio (Enhanced Oil Recovery, EOR), non altrimenti estraibile se non con i sistemi d’iniezione nei giacimenti. Insomma una sorta di economia circolare fossile, a caro prezzo visto che la seconda legge della termodinamica rimane pur sempre valida. Sequestro alternativo Però è possibile un’altra strada per “sequestrare” la CO2 e confinarla nel terreno: è Made in Italy

Sequestro di carbonio dall’atmosfera

MERCATO Più redditività e competitività dell’azienda

Gestione ottimale dei mezzi agricoli

SECONDO RACCOLTO

SOTTOPRODOTTI, SCARTI AGRICOLI EFFLUENTI ZOOTECNICI

DIGESTATO, BIOFERTILIZZANTE

BIOMETANO

FAT TORIA

Meno costi per l’acquisto di fertilizzanti chimici

IMPIANTO BIOGAS

RETE Generazione di energia elettrica rinnovabile

ELETTRICITÀ

Fattoria circolare e agricoltura sostenibile del Biogasfattobene a Ecofuturo.

CALORE

Produzione di biocarburanti rinnovabili

TRASPORTI TELERISCALDAMENTO Recupero e utilizzo del calore

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materiarinnovabile 25. 2018 IMPIANTO DI DIGESTIONE ANAEROBICA

BIOMETANO ALLA RETE

Digestato Effluenti zootecnici

Colture energetiche e residui

ELETTRICITÀ ALLA RETE

Mangimi PRODOTTI ANIMALI

DOPPIO RACCOLTO

RACCOLTO PRINCIPALE

o

Cib

Approccio circolare

CIBO

e si coniuga con una delle nostre eccellenze, il cibo. Non si tratta della scoperta del secolo che viola la seconda legge della termodinamica, ma di un’ottimizzazione delle coltivazioni in chiave energetica che utilizza come integrazione l’energia del sole, usata con il più antico dei metodi: la fotosintesi clorofilliana. “La mitigazione delle emissioni climalteranti solo con le rinnovabili non sarà sufficiente” ha detto a Materia Rinnovabile il ricercatore Bruce Dale, durante Biogas Italy 2018. “Sono molti gli studi in letteratura scientifica, infatti, che indicano come la più significativa riduzione del livello di CO2 in atmosfera sarà fatta con le tecnologie carbon negative, ossia tutte quelle che combinano la produzione di energia rinnovabile con il sequestro del carbonio presente in atmosfera.” E qui arriva il modello tecnologico, metodologico e agricolo del Biogasfattobene messo a punto dal Consorzio italiano biogas (Cib), partendo proprio dall’Italia. La cui validità è stata verificata, sulla base di dati forniti dal Cib e con analisi sul campo in aziende agricole italiane, con uno studio realizzato dall’istituto di consulenza olandese Ecofys (vedi box). In pratica si tratta di un metodo nel quale gli scarti delle coltivazioni agricole, i reflui zootecnici e le doppie colture nessuno dei quali va a intaccare minimamente le coltivazioni alimentari – sono utilizzati per la produzione di biogas. E tutto gira attorno all’integrazione, nelle aziende agricole, del digestore anaerobico nel quale le biomasse – omogenee, selezionate e di alta qualità

Lo studio Ecofys voluto dal Cib sulle potenzialità e i vantaggi del Biogasfattobene è significativo perché osserva la sostenibilità ambientale sotto la lente dei processi produttivi, in questo caso quelli dell’agricoltura, coniugandoli con l’innovazione che sta entrando in maniera importante nel settore. Si tratta di uno studio sul metodo di processo, che unisce la produzione agricola, quella energetica e la tutela ambientale e che proprio per questo motivo ha una notevole valenza. Nella ricerca si analizzano questioni come la disponibilità e il risparmio di risorse idriche, il rischio legato a cambiamenti indiretti nell’uso del suolo (Indirect Land Use Change, ILUC) definiti con precisione nelle ultime direttive europee sui biocarburanti, le colture sequenziali e il modello di business collegato, la qualità del terreno, la riduzione di CO2 e gli indicatori sulla biodiversità. Il tutto verificato sul campo in una serie di aziende agricole della Pianura Padana.

energetica – generano biogas. Si tratta di un combustibile che può essere utilizzato per la produzione elettrica, oppure per quella di biometano – con un passaggio in più di raffinazione che avviene sul luogo di produzione – utile per aumentare la sostenibilità della mobilità più complessa da convertire all’elettrico, come il trasporto pesante e quello navale. E non basta. L’uso del digestato come biofertilizzante, a chilometri zero, usato con continuità sul terreno evita il ricorso di fertilizzanti chimici, blocca l’impoverimento del suolo apportandovi materia organica – utile a contrastare la desertificazione fenomeno che interesserà al 2100 il 21% dell’Italia con una punta del 41% nel meridione (dati Cnr) – e fissa la CO2 nel terreno in percentuali non trascurabili. Il confronto tra la metodologia del Biogasfattobene e l’esperienza francese del progetto Afterre2050 che è simile ha, infatti, prodotto una sostanziale identità circa i risultati per quanto riguarda la CO2 sequestrata nel terreno: il tasso di crescita delle

Ipcc Special Report, Global Warming of 1.5 ºC, www.ipcc.ch/sr15


Policy Confronto diretto

Consorzio italiano biogas, www.consorziobiogas.it Afterre2050, https://afterres2050. solagro.org

Emissioni di CO2eq per la generazione di elettricità: a sinisra fonti fossili e a destra i quattro casi oggetto studio gCO2eq/MJ

Il Consorzio italiano biogas con il Centro ricerche produzioni animali e la Michigan State University ha realizzato uno studio per quantificare l’impronta del carbonio dell’energia elettrica prodotta con il metodo del Biogasfattobene. Lo studio ha preso in esame quattro tipi di impianti a biogas. Uno è un impianto convenzionale alimentato solo a trinciato di mais; il secondo è un impianto alimentato per la maggior parte a doppi raccolti, liquami e sottoprodotti agricoli; il terzo è alimentato a letami; il quarto impianto è alimentato a letami e sottoprodotti agricoli. Rispetto all’energia elettrica generata con gas naturale, emissioni di 72 grammi di CO2eq per MJ di elettricità prodotta, quella generata da un impianto di biogas alimentato 100% a mais produce 34 grammi di CO2eq per MJ,. In quelli fatti secondo le regole del Biogasfattobene la riduzione delle emissioni è grande. Si passa infatti dai 10 grammi di CO2eq per MJ alle emissioni negative di meno 36 grammi di CO2eq per MJ.

115

Combustibili fossili marginali

84

Parte fossile di petrolio e diesel nella Ue

72

Gas naturale nella Ue Biogas convenzionale

BiogasfattobeneTM

72 10 Combustibile fossile

riserve di carbonio nel suolo sarebbe del 4 per mille annuo. E in Francia hanno anche fatto i calcoli su uno scenario energetico più generale. Usando questo sistema in maniera capillare sul territorio francese si potrebbero produrre tra i 130 e i 150 TWh di elettricità da biogas al 2050, abbattendo, nel settore agricolo le emissioni di CO2 e NOx del 55%, diminuendo l’utilizzo di acqua e di fertilizzanti del 70% e quello d’energia del 40%. Discorso analogo per l’Argentina dove l’Istituto Nazionale di Tecnologia Agroeconomica ha osservato che adottando sistemi di rotazione delle colture e utilizzando reflui zootecnici e sottoprodotti agricoli su nove milioni di ettari si abbatterebbero del 50% le importazioni di gas naturale fossile del paese, sostituendolo con gas rinnovabile. Così come negli Stati Uniti dove Tom Richards, ricercatore della Pennsylvania State University, dopo aver analizzato parecchie ricerche sull’argomento, ha stimato che le colture in sequenza possono essere applicate negli Usa su 35 milioni di ettari, anche grazie al fatto che le agricolture di precisione e conservative li sono molto diffuse (in Italia per fare un confronto ci sono 12,4 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata) che sommate a agli effluenti zootecnici e ai sottoprodotti agricoli, garantirebbero una produzione di biometano pari al 21% di quello fossile consumato dal Paese a stelle e strisce. “L’approccio del Biogasfattobene oltre a essere adattabile a realtà molto diverse, è un sistema conservativo in grado di collegare l’energia rinnovabile programmabile con la produzione alimentare, in maniera sinergica e con un alto tasso di sostenibilità ambientale”, afferma Geremy Woods, dell’Imperial College di Londra. Per quanto riguarda l’Italia il potenziale di biometano producibile al 2030 è stato stimato in 8 miliardi di metri cubi l’anno, cosa che ci consentirebbe il raggiungimento dei target della nuova direttiva europea, la Red II, che fissa per quella data il 12% di rinnovabili per il settore del trasporto. E anche

Mais

Raccolto + letame

-4 -36 Letame + raccolto

Sottoprodotti + letame

quelli della Strategia energetica nazionale (Sen) che fissa al 30% per il trasporto pesante e al 50% per quello navale, la quota di energia rinnovabile. Ma non sono solo le grandi questioni ambientali a trovare risposte valide in queste metodologie. I benefici sociali sono infatti tutt’altro che irrilevanti, grazie all’integrazione del reddito agricolo con la produzione energetica e l’innovazione. La vendita dell’energia consente una differenziazione degli utili, una valorizzazione degli scarti che da costo diventano una risorsa, con un conseguente aumento della produzione agricola a cui si deve aggiungere l’efficienza energetica indotta dall’utilizzo, presso la stessa azienda agricola, del calore cogenerato. Insomma gli elementi della circolarità ci sono tutti e a questi si aggiunge l’innovazione legata all’agricoltura di precisione. Se da un lato c’è la questione della doppia coltivazione in un anno, una destinata all’alimentazione e l’altra alla produzione energetica, sotto a un altro punto di vista l’agricoltura di precisione consente di iniettare il digestato liquido in punti precisi grazie alla memorizzazione della posizione Gps, informazione che viene utilizzata successivamente per seminare il singolo seme, con una seminatrice di ultima generazione, esattamente dove si trova il digestato. Evitando così lo spargimento inefficiente del digestato sul terreno e l’aratura che rimette in atmosfera la CO2 presente nel suolo e fa perdere sostanza organica. Si semina a sodo, in pratica, ottenendo risultati sia ambientali, sia produttivi, migliori rispetto a quelli a cui siamo abituati da secoli e mandando così in pensione l’aratro. E le prospettive sul medio periodo sono ancora maggiori rispetto alla produzione energetica. Sono stati messi a punto processi per ottenere carburanti liquidi, destinati all’aviazione, da biometano, così come le bioraffinerie alimentate da questo gas potranno realizzare prodotti simili a quelli petrolchimici odierni. Aumentando la circolarità del processo.

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materiarinnovabile 25. 2018

Economia circolare intelligente sul carbonio Intervista a Jennifer Holmgren

LanzaTech usa microbi particolari in processi di fermentazione gassosa che permettono la produzione di etanolo da gas residui che contengono monossido di carbonio e idrogeno. Riutilizzando i flussi di rifiuti industriali le aziende possono ridurre le emissioni di anidride carbonica. Jennifer Holmgren è AD di LanzaTech. Con oltre 20 anni di esperienza nel settore energetico, nello sviluppo e commercializzazione di carburanti e tecnologie per la produzione di sostanze chimiche, è stata vicepresidente e general manager dell’unità commerciale del settore Energia rinnovabile e Sostanze chimiche di UOP LLC, azienda del gruppo Honeywell.

di Emanuele Bompan

Un’economia circolare “a prova di carbonio”? Per Jennifer Holmgren non è un compito impossibile. LanzaTech sta lavorando per creare un progetto industriale su vasta scala di sequestro e utilizzo del carbonio (Carbon Capture and Usage, CCU). Con due obiettivi: incrementare i profitti e salvare il pianeta. Materia Rinnovabile ha incontrato Jennifer Holmgren per comprendere la filosofia di LanzaTech riguardo all’economia circolare intelligente sul carbonio e discutere dei progetti dell’azienda per tagliare le emissioni di CO2. Qual è l’idea alla base del riciclo del carbonio? “L’idea è di riusare quanto più carbonio possibile. LanzaTech raccoglie le emissioni carboniche da acciaierie e raffinerie e le riusa per creare altri prodotti. Riciclo del carbonio significa usare il carbonio ‘ancora una volta’, ‘ancora una volta’, ‘ancora una volta’, finché è possibile.” Perché è importante creare progetti di CCU? “Recentemente l’Ipcc ha rimarcato quanto è importante ridurre praticamente a zero la nostra dipendenza dai combustibili fossili entro il 2050. L’unico modo per continuare ad avere un’economia del carbonio vitale è non usare nuovo carbonio fossile ogni volta che facciamo qualcosa. Dobbiamo imparare a riciclare e creare un mercato secondario per il carbonio e usarlo più volte possibile. In questo modo non si deve sempre partire da una nuova molecola di carbonio.” Qual è il potenziale del mercato del riciclo del carbonio? “Pensiamo di poter soddisfare tra il 25 e il 30% del fabbisogno odierno di carburante per i trasporti usando emissioni di carbonio riciclate. Solo dal carbonio riciclato oggi disponibile potremmo produrre centinaia di milioni di galloni di carburante. Quindi riteniamo che non si tratti di una nicchia di mercato, ma una grande opportunità. Siamo i primi, ma speriamo che non

restare gli unici. È in corso una crisi del carbonio: il mio obiettivo è ispirare altre aziende che stanno riciclando il carbonio a concentrarsi veramente su di esso e trattarlo con la massima serietà.” Quali progetti avete avviato finora? “Abbiamo già un impianto su scala commerciale funzionante in Cina, che produce 16 milioni di galloni (un gallone corrisponde a 3,78 litri, ndr) di etanolo con circa il 45% delle emissioni di monossido di carbonio. Questo è il primo impianto commerciale di LanzaTech che ricicla carbonio trasformandolo in etanolo. Stiamo anche costruendo un impianto commerciale in Europa in un’acciaieria di proprietà di Arcelor Mittal. In questo caso si tratterà di un’acciaieria a basse emissioni di CO2 e quindi sarà un progetto più complesso, ma mostrerà la possibilità di estendere la nostra tecnologia. Inoltre abbiamo in programma la realizzazione in India di un impianto commerciale con la Indian Oil Corporation e stiamo implementando un progetto negli Stati Uniti nel quale riciclare il carbonio contenuto negli scarti agricoli, in particolare nei resti delle mandorle. Tutti questi progetti che stiamo portando avanti sono basati sul modello dell’impianto cinese perché impiegheranno la stessa tecnologia applicandola alle diverse situazioni.” Qual è il processo che consente di trasformare la CO2 in etanolo da riutilizzare come biocarburante? “Lo facciamo utilizzando un batterio che mangia monossido di carbonio, idrogeno e anidride carbonica. E questo è tutto ciò che fa. Non ha bisogno di zuccheri o altro. Mangia questi tre gas e li converte in etanolo. Quindi quello che abbiamo fatto è ottimizzare i batteri attraverso una selezione evolutiva, proprio come si fa con le piante, senza modificarli geneticamente. Inoltre per farli lavorare bene abbiamo sviluppato uno speciale bioreattore. Se paragoniamo il bioreattore di LanzaTech con


Policy la classica fermentazione a zucchero, dove lo zucchero è solubile in acqua e il lievito deve solo catturarlo dall’acqua, nel nostro caso il bioreattore deve essere in grado di rendere solubili questi gas in acqua, per esempio il monossido di carbonio. Così abbiamo dovuto sviluppare un bioreattore specifico che potesse gestire questa situazione. Riassumendo: la tecnologia è fondamentalmente costituita da un microbo che nuota nell’acqua in uno speciale bioreattore, mangiando monossido di carbonio e convertendolo in etanolo. Ci lavoriamo dal 2005 e abbiamo speso 250 milioni di dollari nella ricerca. In particolare ci siamo concentrati sui batteri acetogeni come i clostridia. Abbiamo lavorato duramente per molti anni, concentrandoci su un batterio che sapevamo di poter ottimizzare per questo scopo.”

LanzaTech, www.lanzatech.com

sostanze chimiche tradizionali partendo da gas invece che da zuccheri o sostanze fossili. Pensate a un’acciaieria: il suo sottoprodotto è monossido di carbonio e voi prendete quel monossido di carbonio e lo usate per fare 1,3 butadiene, che viene convertito in nylon o gomma. Riciclando il carbonio possiamo ottenere moltissimi prodotti, non solo plastica o packaging. E questi sono alcuni dei nostri obiettivi più importanti.” Chi investe oggi su LanzaTech? “Abbiamo investitori da tutto il mondo. La prima a investire è stata la neozelandese K1W1, poi sono arrivati gli investimenti da Khosla Ventures, Qiming Company e siamo diventati partner strategici di Mitsui, Indian Oil Corporation, BAF, Suncor e altri. Abbiamo Venture Capital e investitori strategici.”

In quali altre ricerche è impegnata LanzaTech? “Quello che vogliamo fare è diffondere questa tecnologia a tutte le tipologie di siti industriali, in tutto il mondo, che si tratti di un’acciaieria o di una fonderia o qualsiasi altra cosa. La seconda priorità riguarda la tecnologia che abbiamo sviluppato per adattare l’etanolo e renderlo idoneo come carburante per i jet: il 2 ottobre 2018 abbiamo già eseguito un volo dimostrativo con la Virgin Atlantic. Vogliamo mettere a punto un piano per commercializzare carburante per jet a base di etanolo perché pensiamo che produrre carburante per jet a basse emissioni di carbonio, che derivi dal nostro etanolo o da etanolo proveniente da altre fonti, possa essere un passo importante verso la riduzione delle emissioni di CO2 nell’aviazione. La terza area di nostro interesse è rappresentata dalla progettazione di una piattaforma di modificazione genetica che ci permetta di produrre sostanze chimiche. Questo ci permetterebbe di creare altri prodotti come propanolo o acetone e non solo etanolo: vogliamo concentrarci anche su altre sostanze chimiche. Però per riuscirci dobbiamo modificare geneticamente gli organismi. Quindi abbiamo speso una gran quantità di risorse per studiare questo processo, perché nessuno ha mai davvero modificato un organismo che mangia gas. Si sa già come modificare microbi che si nutrono di zucchero, ma noi siamo andati oltre: più o meno dal 2010 lavoriamo per capire come modificare batteri che mangiano solo gas.”

In futuro saremo in grado di assorbire CO2 dall’atmosfera e usarla? “Nella nostra atmosfera attualmente ci sono solo 407 parti per milione (ppm) di CO2. Sembra molto per l’impatto che produce, ma è una concentrazione bassa e quindi è decisamente difficile estrare CO2. Per questo stiamo studiando le fonti concentrate. I nostri impianti sorgente hanno concentrazioni del 40-50% di idrogeno e CO2: è molto più facile sequestrarla. Ecco perché non sviluppiamo una tecnologia per togliere il carbonio dall’aria. Si tratta di un problema completamente diverso. E, onestamente, molto più difficile da risolvere.”

Oltre ai biocarburanti quali altri prodotti possono derivare dal CCU? “Ci siamo concentrati anche sui materiali. Stiamo studiando come riciclare il carbonio dalle emissioni di scarto trasformandolo in sostanze chimiche per produrre alcool isopropilico e poi convertirlo in polipropilene in modo da produrre plastica dal carbonio riciclato. Di conseguenza pensiamo di produrre plastiche, gomma per pneumatici o nylon come quello usato per i pantaloni da yoga, per esempio. Pensiamo di poter ottenere precursori chimici di molti materiali di questo tipo. Speriamo un giorno di creare

Come possiamo rendere popolare il CCU? “Dobbiamo collegare il carbonio all’inquinamento. Gli impatti sulla salute delle alte concentrazioni di carbonio che respiriamo sono ormai così ampiamente documentati che dobbiamo diventare consapevoli di come smaltiamo il carbonio, come lo usiamo e come lo rendiamo sicuro. Penso che sarà questo a definire la nostra generazione, e non solo a causa del problema dei gas serra. Questo è il mio messaggio al mondo. Spero davvero che ci daremo da fare per risolvere questa situazione e il CCU è solo uno dei rimedi fra i tanti che possono riuscirci.”

Voi promuovete il concetto di una “Economia circolare intelligente sul carbonio”. Cosa significa esattamente? “Oggi si può entrare in un negozio e comperare caffè del commercio equo o prodotti biologici certificati. Spero che un giorno potremo entrare in un negozio e comprare pantaloni da yoga ‘fatti di carbonio riciclato’ o addirittura marchiati come carbon smart, e quindi basati sul CCU invece di essere fatti da molecole fossili vergini. E il motivo per cui la chiamo economia intelligente sul carbonio è che voglio che i consumatori diventino intelligenti sul carbonio. Voglio che i consumatori si chiedano ‘Da dove arriva il mio carbonio?’ Se iniziamo a chiedercelo allora possiamo diventare consumatori carbon smart e si potranno comprare prodotti fatti di carbonio riciclato. Questo è quello che intendo con carbon smart.”

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Come orientare i capitali

verso la circolarità

di Francesco Bicciato e Elisabetta Bottazzoli

La finanza ha un ruolo chiave nella transizione verso l’economia circolare. In Italia una ricerca svolta da Conai e Forum per la Finanza Sostenibile fornisce alcune linee guida utili a favorire il dialogo e l’avvio di partnership tra le imprese attive nella circular economy e gli attori finanziari.

Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile e membro del Board di Eurosif, Francesco Bicciato ha lavorato come Programme Manager per Onu e altre organizzazioni internazionali. Promotore del movimento della finanza sostenibile, ha diretto organizzazioni di microcredito e finanza sociale.  

Il potenziale ruolo degli investimenti sostenibili nella transizione a un modello di economia circolare è stato al centro di una ricerca realizzata nel 2018 dal Forum per la Finanza Sostenibile e dal Consorzio nazionale imballaggi-Conai. Obiettivo dello studio, rivolto agli operatori finanziari e alle imprese della filiera del riciclo degli imballaggi, quello di suggerire l’attivazione di nuovi possibili canali di collaborazione, partendo dalla comprensione delle aspettative ed esigenze reciproche.

Esperta di economia circolare, Elisabetta Bottazzoli dopo aver collaborato come project leader in quella che oggi è la Fondazione Sviluppo Sostenibile è stata Responsabile della Green Economy e Sostenibilità del Consorzio Nazionale Imballaggi.

Dopo una prima analisi documentale che ha messo in luce criticità e temi di comune interesse tra due settori che sino a oggi si sono solo sfiorati, la ricerca Conai-Forum si è basata su una serie di interviste rivolte, da un lato a soggetti finanziari già impegnati in interventi a favore dello sviluppo sostenibile, dall’altro ad attori delle filiere del riciclo degli imballaggi. Grazie a queste interviste sono state approfondite le criticità esistenti evidenziandone le differenti chiavi di lettura, soprattutto in relazione agli interventi individuati come necessari e auspicati per il loro superamento, nonché in riferimento alle prospettive di sviluppo della finanza sostenibile in coerenza con le aspettative della filiera del riciclo. Risultato della ricerca alcune Linee guida destinate agli investitori che integrano i temi Environmental, social and governance (ESG) nelle proprie politiche d’investimento e nelle strategie di business, così come ai soggetti – istituzionali e non – interessati ad avviare progetti pilota di sviluppo di investimenti sostenibili a sostegno della transizione all’economia circolare, con l’ambizione di orientare flussi di capitale

verso iniziative e progetti capaci di rafforzare l’industria del riciclo. La pubblicazione “Finanza sostenibile ed economia circolare. Linee guida per investitori e imprese” è stata presentata alla platea finanziaria milanese nel corso del convegno “Finanza sostenibile ed economia circolare”, che si è svolto a novembre durante la Settimana dell’Investimento sostenibile e responsabile. Sottoscrivendo l’Accordo di Parigi sul clima e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, l’Italia ha posto la sostenibilità al centro delle proprie politiche economico-finanziarie, impegnandosi a compiere la transizione verso un modello di crescita economica inclusivo e a basso impatto ambientale. In questo contesto internazionale ed europeo, il paradigma dell’economia circolare assume una rilevanza cruciale, in quanto propone un modello economico in grado di rigenerarsi, in cui le attività sono organizzate per trasformare e riutilizzare i potenziali rifiuti, con conseguenti ricadute positive in termini di efficienza energetica e riduzione dell’impatto di CO2. La filiera del riciclo, strumento cardine per gestire e riutilizzare le risorse, costituisce un tassello indispensabile per un efficiente ciclo integrato dei rifiuti. Il ruolo della finanza sostenibile nella filiera del riciclo “Il punto di partenza è abbastanza semplice: la prosperità di oggi ha poco significato se compromette quella di domani. Gli investimenti sono il veicolo attraverso il quale costruiamo, progettiamo e manteniamo i beni dai quali dipende la prosperità futura”. Le parole di Tim


Policy Forum per la Finanza Sostenibile Nato nel 2001 il Forum per la Finanza Sostenibile è un’associazione non profit multi-stakeholder: ne fanno parte operatori del mondo finanziario e altri soggetti interessati dagli effetti ambientali e sociali dell’attività finanziaria. Missione del Forum è promuovere la conoscenza e la pratica dell’investimento sostenibile, con l’obiettivo di diffondere l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nei prodotti e nei processi finanziari. Il Forum per la Finanza Sostenibile fa parte di Eurosif, l’European Sustainable Investment Forum.

Finanza sostenibile ed economia circolare. Linee guida per investitori e imprese, http://finanzasostenibile. it/wp-content/ uploads/2018/11/ manuale-CONAI-perWEB.pdf

www.finanzasostenibile.it www.settimanasri.it www.investi responsabilmente.it

Jackson pubblicate nel recente saggio Prosperità senza crescita (Edizioni Ambiente, 2017) delineano in maniera chiara quale è il compito assegnato alla finanza, oggi chiamata a ricoprire un ruolo fondamentale nella transizione verso l’economia circolare, orientando capitali verso imprese e progetti che adottano soluzioni eco-innovative per l’efficientamento delle risorse e per la minimizzazione delle emissioni climalteranti. Il comparto SRI (Sustainable and responsible investment) si presta a supportare il settore del riciclo grazie ad alcune caratteristiche distintive quali: l’integrazione dei criteri ESG nell’analisi delle imprese, la necessità di coniugare il rendimento finanziario con impatti socioambientali positivi e un approccio di lungo periodo. Dagli investitori SRI e dalle imprese che fanno propri i valori dello sviluppo sostenibile possono nascere collaborazione interessanti, capaci di innescare un vero cambiamento culturale ed economico-finanziario: è proprio per sviluppare questo potenziale che il Conai e il Forum per la Finanza Sostenibile hanno avviato la loro partnership strategica.

imballaggi. Tali soluzioni dovranno essere orientate a premiare le imprese che convertono i processi produttivi in chiave sostenibile e coerentemente con il paradigma dell’economia circolare e, al contempo, incentivare al cambiamento quelle che presentano impatti ambientali negativi. Per incrementare gli investimenti sostenibili in economia circolare, la ricerca propone due chiavi di lettura e quindi di intervento. Dal lato dell’offerta, è fondamentale introdurre strumenti finanziari specifici per attività afferenti all’ambito dell’economia circolare, soprattutto se dedicati alle pmi. Un esempio: i Piani individuali di risparmio (Pir), i green bond e gli indici di Borsa tematici. Inoltre, sia dal lato della domanda che dell’offerta, occorre allineare gli obiettivi di imprese e investitori in modo che questa relazione non sia sbilanciata – come a volte accade – dal lato dell’offerta finanziaria. A tal fine le imprese potrebbero intraprendere alcune azioni: introdurre modelli di governance più trasparenti e aperti al contributo “attivo e partecipato” degli investitori; migliorare la qualità ed efficacia della rendicontazione dei propri impatti ambientali e sociali; collaborare con altre imprese del settore per minimizzare i limiti connessi alla frammentazione; adottare un orizzonte di medio-lungo periodo nell’elaborazione dei piani industriali. Infine, è importante che sia gli investitori, sia le imprese condividano l’approccio ESG nelle proprie politiche aziendali. Nonostante i numerosi progressi registrati negli ultimi anni – sia a livello normativo e di policy, sia a livello economico-finanziario – il passaggio verso l’economia circolare è tutt’altro che concluso: in tal senso, sarà cruciale il diffondersi di una nuova cultura e il rafforzamento del dialogo tra imprese del riciclo e investitori sui temi comuni della sostenibilità sociale e ambientale.

L’importanza delle pmi www.conai.org

L’analisi Conai-Forum si è concentrata soprattutto sul ruolo delle piccole e medie imprese, che costituiscono lo scheletro economico-produttivo dell’Italia e, in particolare, della filiera degli imballaggi per l’intero ciclo di vita dei prodotti. Proprio perché particolarmente esposte al problema della scarsità e dei prezzi crescenti delle materie prime, queste realtà sono maggiormente incentivate a investire in efficienza energetica e ottimizzazione del ciclo produttivo, minimizzando gli sprechi. Tuttavia, risultano indebolite dalle difficoltà di accesso al know how e ai “capitali” necessari per la ricerca e l’innovazione, poiché faticano a rientrare nei criteri posti dagli istituti finanziari per l’erogazione dei finanziamenti. In quest’ottica SRI può intervenire facilitando l’accesso al credito e all’investimento in equity, sviluppando prodotti e servizi adatti alle esigenze specifiche delle PMI attive nella filiera degli

Conai (Consorzio nazionale imballaggi) Conai è il consorzio privato senza fini di lucro costituito da circa 830.000 aziende produttrici e utilizzatrici di imballaggi che ha la finalità di perseguire gli obiettivi di legge di recupero e riciclo dei materiali di imballaggio. Il sistema consortile costituisce in Italia un modello di gestione da parte dei privati di un interesse di natura pubblica: la tutela ambientale, in un’ottica di responsabilità condivisa tra imprese, pubblica amministrazione e cittadini, che va dalla produzione dell’imballaggio alla gestione del fine vita dello stesso. Conai indirizza l’attività dei sei consorzi dei materiali: acciaio (Ricrea), alluminio (Cial), carta (Comieco), legno (Rilegno), plastica (Corepla) e vetro (Coreve).

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Dossier

FRANCIA

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Non basta ridurre gli sprechi, occorre una nuova visione globale dell’uso delle risorse che promuova la trasformazione della società nel segno del massimo disaccoppiamento tra incremento del benessere e impatti ambientali. È questa la vera sfida contenuta nella roadmap francese per l’economia circolare.


Policy

La svolta circolare della Francia Cinquanta misure puntuali contenute nella “Feuille de route pour l’économie circulaire” fissano tempi, strumenti e filosofia del percorso di transizione. Tra i primi obiettivi: ridurre del 30% il consumo di risorse in rapporto al Pil, dimezzare la quantità dei rifiuti non pericolosi conferiti in discarica, raggiungere il 100% di plastica riciclata. di Silvia Zamboni

Silvia Zamboni, giornalista esperta in materie ambientali ed energetiche, è autrice di libri su buone pratiche di green economy, mobilità e sviluppo sostenibile.

Feuille de route pour l’économie circulaire, www.ecologiquesolidaire.gouv.fr/ sites/default/files/ Feuille-de-routeEconomie-circulaire-50mesures-pour-economie100-circulaire.pdf

Conclusa l’intensa fase di ascolto di tutti gli stakeholder (imprese, comuni e cittadini), ad aprile 2018 il governo francese ha licenziato la roadmap che guiderà la transizione del paese verso l’economia circolare (Feuille de route pour l’économie circulaire). Con una dichiarata ambizione: dopo quella per la difesa del clima, conquistare la leadership mondiale anche per la promozione dell’economia circolare, posizionando le imprese francesi tra le eccellenze “circolari” europee grazie all’aumento di competitività che si pensa otterranno dalla “chiusura del cerchio” nell’uso delle risorse. “Oggi occorre adottare una visione globale dell’uso delle risorse che vada oltre la lotta agli sprechi, per promuovere una trasformazione complessiva della società nel segno di una maggiore resilienza e del massimo disaccoppiamento tra incremento del benessere e impatti ambientali”, sostiene Christophe Debien, direttore generale dell’Institut national de l’économie circulaire. In altre parole, si deve creare più benessere con minori prelievi di risorse e minore produzione di rifiuti. Presidiando “la coerenza dell’azione di governo tramite l’istituzione di un delegato interministeriale all’economia circolare”, suggerisce. Ce la farà il sistema-paese a raccogliere la sfida e le connesse opportunità lanciate dal governo?

e dell’abbigliamento. Con quest’ultima, però – puntualizza – sono già aperti canali di confronto per ridurne gli impatti”.

Nel percorso di affermazione dell’approccio circolare, Debien colloca in Francia al primo posto “le amministrazioni locali, seguite dalla grande industria, in particolare del settore del riciclo, mentre i consumatori e le piccole imprese risultano più in difficoltà: i primi perché mancano delle necessarie informazioni sulla natura stessa dell’economia circolare e sui comportamenti da adottare, le seconde perché faticano a modificare in senso circolare il modello di business”. Tra i settori produttivi, “i più arretrati sono la filiera delle plastiche, il comparto edile, l’industria tessile

Le coordinate che inquadrano la strategia circolare francese si possono così sintetizzare: drastica riduzione del consumo di materie prime; aumento delle imposte sull’uso delle discariche e degli inceneritori e, al contrario, abbassamento dell’Iva su attività di prevenzione della produzione di rifiuti, raccolta differenziata, selezione e valorizzazione; riciclo completo della plastica; aumento, nell’industria, dell’impiego di materie da riciclo; aumento dell’uso di prodotti riciclati nell’amministrazione pubblica, dalla carta (almeno il 50%), ai pneumatici e ai telefoni

Del resto che il paese abbia ampi margini di miglioramento lo sottolinea senza remore anche il documento citato. 22 milioni di tonnellate di rifiuti organici finiscono ogni anno nelle pattumiere dei francesi senza essere recuperati. Con 247 milioni di tonnellate l’anno il settore delle costruzioni e demolizioni è responsabile di oltre i due terzi dei rifiuti prodotti in Francia. La percentuale di recupero dei rifiuti solidi urbani (domestici e assimilati) nel 2014 era del 39%, con il restante 61% costituito per la metà dai rifiuti organici che finiva negli inceneritori o in discariche, “generando problemi ai territori circostanti e uno spreco energetico incompatibile con gli obiettivi del Plan Climat”. Mentre la percentuale di imballaggi in plastica riciclati era ferma al 20%, contro la media europea del 30% (ibid), con la raccolta delle bottiglie di plastica, in particolare, al 55%. Una situazione definita “mediocre” che ha spinto il governo a intervenire “sia per costruire una cornice economica che promuova il recupero dei rifiuti al posto della loro distruzione, sia per creare le condizioni per raggiungere quasi il 100% di raccolta differenziata da avviare a riciclo”.

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materiarinnovabile 25. 2018 cellulari ricondizionati. Un set di obiettivi che spinge esplicitamente a favore di una minor dipendenza del paese dall’import di materie prime e dall’instabilità dei relativi mercati mondiali. Zoomando su percentuali, quantitativi e tempistica, emerge che al 2030 il governo punta a ridurre del 30%, rispetto ai livelli del 2010, il consumo di risorse in rapporto al pil; che vuole dimezzare, al 2025 rispetto al 2010, la quantità dei rifiuti non pericolosi conferiti in discarica; raggiungere il 100% di plastica riciclata al 2025, abbattendo 8 milioni di tonnellate di emissioni climalteranti all’anno, considerato che “produrre una bottiglia da plastica riciclata consente di ridurre del 70% le emissioni di gas serra rispetto a una ottenuta da plastica vergine”; raccogliere, al 2025, il 100% dei rifiuti riciclabili. “A partire dal 2021 le tasse sullo smaltimento in discarica e sull’incenerimento aumenteranno, rispettivamente, di 12 e 5 euro a tonnellata, per poi raggiungere, nel 2025, 65 e 25 euro la tonnellata, 15 euro a tonnellata nel caso ci sia un recupero energetico uguale o superiore al 65%”, ha annunciato a novembre 2018 Brune Poirson, sottosegretaria del Ministero della transizione ecologica e solidale (Ministère de la Transition écologique et solidaire) con delega all’economia circolare. Last but not least, con le misure si prevede di spianare la strada alla creazione di 300.000 green job stabili, non delocalizzabili, in gran parte da formare rispetto alle nuove mansioni che emergeranno e legati alla cosiddetta “economia della funzionalità”, ovvero al mercato dei servizi in condivisione sostitutivi del possesso individuale dei beni, soluzione, questa, che ne consente un uso intensivo riducendo la quantità di prodotti da immettere sul mercato.

Identikit dell’Institut national de l’économie circulaire Fondato nel 2013 dal deputato FrançoisMichel Lambert, già promotore del gruppo parlamentare interpartitico per l’economia circolare, l’istituto nazionale francese per l’economia circolare conta oltre 200 soci pubblici e privati – imprese, associazioni di categoria, università, ong, associazioni – che con le quote associative ne garantiscono autonomia e autofinanziamento. La sua mission comprende attività di studio, ricerca e formazione, diffusione di buone pratiche, organizzazione di eventi. Ha partecipato intensamente alla definizione della roadmap per l’economia circolare, sia contribuendo alla individuazione delle misure, sia coinvolgendo i propri iscritti nei gruppi di lavoro, in particolare in quello dedicato alla riflessione sugli impegni volontari delle imprese nell’impiego di plastica da riciclo. Una collaborazione che continuerà anche dopo l’approvazione della legge sull’economia circolare prevista ad aprile 2019.

Institut national de l’économie circulaire, https://institut-economiecirculaire.fr

Il percorso che delinea la Feuille de route pour l’économie circulaire è scandito in cinquanta misure puntuali che fissano tempi, strumenti e filosofia della transizione circolare. Un processo che per il governo transalpino si iscrive a pieno titolo nella transizione ecologica e solidale, nel Plan Climat (il Piano energetico nazionale) e negli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Objectifs de développement durable – ODD) dell’Agenda 2030 per la Francia. In questa scalata alla circolarità, un ruolo cruciale è assegnato sia allo sviluppo dell’ecodesign, sia al processo di digitalizzazione, che permetterà, tra l’altro, di creare piattaforme per fare incontrare domanda e offerta di materiali da riciclo, per pubblicizzare i servizi di riparazione disponibili e per diffondere buone pratiche domestiche. Quattro i gruppi tematici sotto i quali sono accorpate le cinquanta misure: migliorare la produzione; migliorare i consumi; migliorare la gestione dei rifiuti; sensibilizzare e mobilitare tutti gli attori coinvolti: industrie, enti locali, consumatori. Per allungare la vita dei prodotti e combattere l’obsolescenza programmata (che dal 2016 in Francia, primo paese a compiere questo passo, è un reato punibile con due anni di arresto e fino a 300.000 euro di sanzione) dal primo gennaio 2020 su elettrodomestici, apparecchi elettronici ed elettrici dovrà essere apposta un’etichetta che riporta l’indice di riparabilità del prodotto e la disponibilità dei pezzi di ricambio, con l’obbligo di segnalare, al contrario, l’eventuale indisponibilità. Una misura che la Francia vuole fare armonizzare a livello Ue e che ha ampie possibilità di incidere: stando a un sondaggio commissionato dal ministero francese per la Transizione ecologica e solidale, appena il 38% dei francesi fa riparare apparecchi elettrici ed elettronici, ma ben l’88% dichiara che conoscere la durata di vita di un prodotto influenzerebbe le scelte d’acquisto. Il governo francese intende inoltre portare all’attenzione della Ue il tema dell’estensione della durata della garanzia legale di conformità, oggi di soli due anni. All’industria automobilistica, degli imballaggi, delle costruzioni e degli apparecchi elettrici ed elettronici in primis, la roadmap chiede di incrementare, su base volontaria, i target di impiego dei materiali da riciclo, in particolare delle plastiche. Per sostenere la transizione verso l’utilizzo delle materie prime seconde il governo attiverà strumenti finanziari pubblici e privati, come obbligazioni verdi. Duemila imprese saranno assistite nel percorso di riduzione del consumo di materiali e della produzione di rifiuti. Un supporto che all’80% delle imprese che ne hanno già beneficiato ha fatto risparmiare oltre 180 euro per dipendente l’anno. Per quanto riguarda la responsabilità estesa dei produttori (Rep), in applicazione del principio “chi inquina paghi”, alle 15 filiere Rep esistenti che rispondono della gestione post-consumer


Policy Una roadmap circolare e partecipata Il processo di consultazione degli stakeholder dell’economia circolare francese è partito a fine ottobre 2017 e si è chiuso a marzo 2018 coinvolgendo più di 200 soggetti. Quattro i gruppi di lavoro istituiti dal governo – dedicati a territori, plastica, consumo/produzione sostenibili, strumenti economici – che si sono riuniti cinque volte. In parallelo, attraverso una piattaforma online, da novembre a dicembre sono stati raccolti oltre 1.800 contributi dei cittadini. Dopo la presentazione di una prima sintesi delle proposte formulate dai gruppi di lavoro, a gennaio è partita una seconda serie di workshop per lo scambio di vedute tra enti locali, imprese, associazioni e ong e per definire gli strumenti di attuazione degli obiettivi. A inizio febbraio è stata diffusa la bozza della roadmap e riaperta la consultazione online (chiusa il 25 febbraio) che ha raccolto oltre 3.000 contributi e quasi 30.000 voti dei cittadini. Ad aprile, infine, il governo ha approvato la roadmap, che l’anno prossimo diventerà legge.

Dal primo gennaio 2020 su elettrodomestici, apparecchi elettronici ed elettrici dovrà essere apposta un’etichetta che riporta l’indice di riparabilità.

A vantaggio dei cittadini si delinea una radicale semplificazione della raccolta differenziata dei rifiuti domestici, che entro il 2022 sarà omogeneizzata su tutto il territorio francese uniformando i colori dei cassonetti.

di altrettante tipologie di rifiuti (imballaggi, carta, Raee, mobili, biancheria e scarpe, batterie usate, vernici per uso domestico, pneumatici, veicoli da rottamare, imbarcazioni da diporto, rifiuti sanitari infetti, farmaci non utilizzati, bombole a gas, oli esausti, rifiuti del mondo agricolo), se ne affiancheranno altre dedicate ai rifiuti di bar/ alberghi/ristoranti, giocattoli, articoli sportivi e per il tempo libero, bricolage, giardinaggio, sigarette. Per le filiere Rep saranno fissati obiettivi di riuso, riparazione e riciclo dei prodotti recuperati, una parte dei quali sarà donata ai soggetti che rientrano nel perimetro dell’economia sociale e solidale. Entro il 2019 verrà inoltre introdotto un incentivo economico per promuovere raccolta e riuso dei vecchi telefoni portatili. Altre misure specifiche riguarderanno raccolta e riciclo dei materiali da costruzione risultanti dalle demolizioni. In cinque settori-pilota (mobili, tessili, hotel, prodotti elettronici e alimentari) verrà sperimentata, su base volontaria, l’etichetta ambientale per informare i consumatori, per esempio, su imballaggi e loro destinazione finale, riciclabilità dei prodotti, impatti sull’ambiente, al fine di promuovere il mercato di beni e servizi ambientalmente sostenibili. A vantaggio dei cittadini si delinea una radicale semplificazione della raccolta differenziata dei rifiuti domestici, che entro il 2022 sarà omogeneizzata su tutto il territorio francese uniformando i colori dei cassonetti. “Dove è in vigore la raccolta porta-porta, tutti gli imballaggi potranno essere conferiti nel sacco giallo” sottolinea Debien. “Inoltre, per incentivare la

raccolta delle bottiglie di plastica e delle lattine fino a raggiungere il 100%, sarà introdotto un deposito cauzionale che verrà restituito al consumatore tramite la cosiddetta ‘consegna solidale’. Seguendo l’esempio svedese – precisa – ai cittadini che conferiranno bottiglie e lattine, per esempio nei centri di raccolta o utilizzando le macchine automatiche presenti nei supermercati, verrà rilasciato un bonus convertibile in denaro o acquisti”, che potrà essere donato a favore di progetti ambientali, sanitari o di interesse sociale. Nelle città che grazie a questo meccanismo hanno raggiunto quasi il 100% di raccolta, ne ha giovato anche il decoro ambientale: se hanno valore, bottiglie e lattine non vengono più abbandonate per strada. Infine, l’adozione da parte dei Comuni della tariffa puntuale per il servizio di raccolta dei rifiuti domestici, notoriamente finalizzata a ridurre i quantitativi degli indifferenziati, sarà incentivata per i primi tre anni tramite una sensibile riduzione delle tasse di competenza statale. Lo spreco alimentare verrà affrontato seguendo le linee guida elaborate nell’ambito degli Stati generali dell’alimentazione (Feuille de route 2018-2022 politique de l’alimentation. États généraux de l’alimentation), per esempio con percorsi educativi rivolti ai più giovani e ai consumatori, e imponendo ai gestori della ristorazione collettiva l’obbligo di fare accordi per donazioni di cibo ad associazioni caritatevoli, obbligo che è già in vigore per supermercati di oltre 400 metri quadrati di superficie. Analogamente, l’industria tessile sarà sollecitata a seguire i principi della lotta allo spreco alimentare per impedire che l’abbigliamento invenduto finisca tra i rifiuti. Per riempire il gap informativo e sensibilizzare i consumatori, su incarico del governo l’Institut de l’économie circulaire produrrà un programma televisivo che andrà in onda nel prime time: “Si tratta di spot di un minuto ciascuno – spiega Debien – una sorta di pillole di ecologia e ‘circolarità’ domestica, che riguarderanno la gestione dei rifiuti, la mobilità e i consumi energetici tra le quattro pareti di casa”. Definita la Feuille de route pur l’économie circulaire, i provvedimenti che la tradurranno in legge approderanno in Consiglio dei Ministri a febbraio 2019, per essere poi sottoposti ad aprile al voto dell’Assemblée nationale (la Camera dei Deputati). Quattro i pilastri della legge che sorreggeranno le varie misure, secondo Debien: “Recepimento delle direttive europee sui rifiuti; riforma e ampliamento delle filiere Rep; misure per la gestione delle plastiche; misure per il marketing” orientate a promuovere presso i consumatori sostenibilità, riparabilità e durata dei prodotti. Una volta approvata la legge, partirà formalmente la sfida della Francia a diventare la “prima della classe” in economia circolare. Con un’incognita: che la rivolta dei gilet gialli – ancora in corso al momento di andare in stampa – non mandi all’aria i piani del governo.

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Dossier Francia

Occitania, regione a energia positiva di Ilaria Nicoletta Brambilla

Il Sudovest della Francia ha inaugurato una serie di politiche rivolte alla transizione circolare, con tanto di terza vicepresidente della Regione Occitania che ha assunto questa delega. Ma se le istituzioni hanno iniziato solo negli ultimi anni a occuparsi di economia circolare, alcune aziende del territorio hanno un’attenzione alla materia che risale nel tempo ed è legata al capitale naturale e alla tradizione manifatturiera.

Ilaria N. Brambilla è geografa e comunicatrice ambientale. Collabora con istituti di ricerca, agenzie di comunicazione e con testate italiane e straniere sui temi della sostenibilità.

Tolosa è una città vivace e ricca di storia cresciuta lungo il corso della Garonne e capoluogo della Regione Occitania. Nota per essere la sede di Airbus e quindi legare la propria economia a un’industria tutt’altro che leggera, negli ultimi anni ha rivolto la propria attenzione verso l’economia circolare attraverso una serie di politiche regionali ambiziose. Per parlarne, incontriamo Agnès Langevine, terza vicepresidente della Région Occitanie con delega alla transizione ecologica

ed energetica, alla biodiversità, all’economia circolare e ai rifiuti. Spiega Langevine: “Con il passaggio alle Regioni delle competenze nella pianificazione della gestione dei rifiuti, la Regione Occitania ha fissato un percorso verso l’obiettivo ‘zero spreco e zero rifiuti’. Non soltanto: vogliamo stimolare l’ascesa dell’economia circolare con il programma ‘Regione a energia positiva’ e la strategia regionale per la biodiversità”. Le domandiamo quali azioni sono


Policy previste per la transizione circolare. “Il nostro piano d’azione – risponde Langevine – è diviso in sei assi tematici che coinvolgono la governance e gli scambi di informazioni, la ricerca e l’innovazione, la raccolta e il recupero dei rifiuti, i sistemi economici per cambiare le modalità di produzione e consumo, la spesa pubblica e le sinergie territoriali. Stiamo lavorando allo sviluppo di offerte più virtuose per consumo di risorse grazie ad autorità locali, camere di commercio, consorzi, associazioni. Per sostenere i progetti, la Regione ha implementato un supporto per attività collettive e corali, di aiuto agli studi strategici e di sostegno finanziario dei progetti. Abbiamo inoltre lanciato due bandi per progetti sui temi prioritari di edilizia e smistamento di rifiuti organici alla fonte.” Per quanto riguarda l’individuazione dei settori particolarmente attivi sul fronte dell’economia circolare nella regione, Agnès Langevine precisa: “Abbiamo stilato un report dei flussi di materiali da cui emerge che le principali questioni relative alle risorse si concentrano sui flussi alimentari e dei materiali da costruzione. Stiamo contribuendo a strutturare una rete regionale per sostenere le molte iniziative private, ancora pionieristiche e il cui modello economico resta da consolidare, migliorando il servizio della raccolta differenziata e della scomposizione per il riuso, il riciclo o il recupero. Inoltre, il primo Forum regionale sull’economia circolare in Occitania lo scorso ottobre ha riunito oltre 250 attori, mostrando l’entusiasmo per questo modello soprattutto nelle

giovani generazioni di imprenditori”. Continua Langevine: “L’Occitania può contare su leader nel campo della ricerca e dell’innovazione, un’importante rete di attori dell’economia sociale e solidale e di startup innovative. Il Piano regionale per la prevenzione e la gestione dei rifiuti consente di dare visibilità ai giacimenti e ai flussi di materia e prevede la trasformazione dei posti di lavoro verso la creazione di nuovi servizi locali con un elevato valore aggiunto. I nostri territori hanno tutto ciò che serve per rendere i rifiuti risorse preziose, ridurre la dipendenza dal costo delle materie prime, sviluppare una nuova cooperazione a livello locale e registrare il loro sviluppo nel circolo virtuoso dell’economia circolare.” Da Tolosa ci spostiamo a est, nel dipartimento del Tarn, per conoscere due realtà diverse per dimensione, ma ugualmente impegnate

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Regione Occitania, www.laregion.fr

nella transizione verso un’economia circolare. Incontriamo Laboratoires Pierre Fabre, un gruppo farmaceutico e cosmetico creato dall’omonimo farmacista e botanico che, nonostante la dimensione internazionale, riesce a rendere concreto il paradigma dell’economia circolare. L’azienda, nata nel 1962 a partire dal successo di alcuni preparati galenici realizzati in origine all’interno del laboratorio della farmacia di Fabre, è ora parte di un gruppo che ha a capo la Fondazione Pierre Fabre, organo di pubblica utilità riconosciuto dallo Stato francese per la sua missione, permettere l’accesso a medicinali e cure di qualità nei paesi in via di sviluppo e nei territori devastati da guerre e calamità naturali. Per la società l’idea di capitale naturale di Amory Lovins è quanto di più reale: il 70% del reddito deriva dalla trasformazione di prodotti di origine

naturale e di questo il 40% deriva direttamente dal mondo vegetale. L’investimento nella ricerca è di 174 milioni di euro all’anno ed è destinata allo sviluppo di farmaci, da quelli da banco a quelli per la cura dei tumori (nei quali viene utilizzata la Pervinca del Madagascar, luogo in cui hanno recuperato terreni abbandonati e dato lavoro alla popolazione locale), così come dei prodotti cosmetici, presenti sul mercato internazionale in una serie di linee di fascia diversa, come Avène, Klorane, Galénic e altre. Si tratta del cuore dell’azienda, un valore aggiunto che l’ha portata, grazie un centro di ricerca a Tolosa con 18.000 campioni di piante, a realizzare circa 300 nuovi estratti vegetali all’anno e a prestare la massima attenzione agli scarti di produzione, al ciclo di vita dei propri prodotti e quindi all’intera filiera. Per quanto riguarda gli scarti di produzione, un esempio riguarda il lino: un estratto di questa pianta viene utilizzato come film naturale per uno shampoo volumizzante, il fusto viene venduto a produttori di pannelli isolanti per edifici, mentre le parti inutilizzate forniscono nutrimenti ai terreni di proprietà dell’azienda (200 ettari di coltivazioni biologiche nella sola regione). Il procedimento inverso avviene, invece, con le mele, i cui estratti per le creme vengono ricavati da la polpa e le fibre risultanti dalla produzione di succhi di frutta delle cooperative locali. La Moringa oleifera viene invece coltivata per utilizzare i semi nella cosmetica, mentre le foglie sono convertite dall’azienda in alimento ad alto indice nutrizionale e usato per combattere la malnutrizione, soprattutto infantile, nelle stesse zone di coltivazione. Non solo: gli scarti di alcune delle piante impiegate nella produzione vengono utilizzati nella caldaia a biomassa presente sul sito produttivo di Saoul e, insieme agli sfalci della potatura dei boschi locali, riescono a coprire il 60% del fabbisogno


Policy

Laboratoires Pierre Fabre, www.pierre-fabre.com/fr Filatures du Parc, www.filatures-du-parc.com

di riscaldamento degli impianti. Le ceneri che ne derivano, vengono poi conferite a un produttore locale di compost. Un ulteriore aspetto è dato dall’attenzione alla biodegradabilità dei prodotti: infatti la società garantisce per i cosmetici che riportano tale dicitura la biodegradabilità dell’intera formula e ha ridotto l’uso dei solventi del 98%, rivendendo quelli usati al consorzio locale di recupero. Infine, per quanto riguarda le confezioni dei prodotti, Pierre Fabre ha realizzato dei contenitori (bottiglie, tubi ecc.) in Pet riciclato di elevata qualità, acquistando la materia prima seconda dal mercato della plastica usata italiana. Spostandoci all’interno del dipartimento del Tarn, troviamo Filatures du Parc, un’azienda di Brassac che si occupa di filati per conto terzi dal 1975, con una produzione che va dall’abbigliamento, all’arredamento, ai filati industriali. Ha iniziato la propria transizione verso l’economia circolare nel 2007 con il deposito del brevetto su un nuovo sistema di trasformazione dei materiali tessili (maglioni, jeans ecc.) in fibre lunghe al fine di ricrearne dei filati di qualità provenienti al 100% da materiale riciclato. Con tale tecnica, e con lo sviluppo di due macchinari appositamente progettati, diversamente da uno sfilacciamento classico che schiaccia e deteriora la fibra, la sfibratura così realizzata riesce a preservare la lunghezza delle fibre e quindi evita che si creino pelucchi e pallini sull’articolo finito. La spinta in questa direzione è arrivata da due fattori principali: la collaborazione di lunga data con marchi di abbigliamento sportivo come Billabong, Element, Quicksilver e Patagonia che iniziavano a richiedere una certa attenzione a queste tematiche e il fatto che tradizionalmente la produzione di filati cardati è stata caratterizzata

da un sistema di filatura atto a riciclare la materia prima. Ulteriori collaborazioni per l’azienda sono nate a seguito di questa transizione. In particolare con alcuni soggetti istituzionali, come l’azienda dei trasporti francese RATP, la Gendarmerie e i Vigili del fuoco, per i quali hanno sviluppato dei filati a partire dai capi d’abbigliamento di servizio post-consumo e con alcune aziende (tra cui Ralph Lauren, Zara, Volcom) che inviano loro capi usati e ritirati in negozio oppure difettosi perché vengano sfibrati e rifilati. Inoltre, Filatures du Parc è partner del sistema di recupero e riutilizzo della materia prima seconda del gruppo Renault, per i quali realizzano un filo riciclato al 100% a partire dalle cinture di sicurezza delle auto, che viene poi tessuto dalla società Adient Fabrics France, anch’essa situata nella regione. Con il 45% del fatturato derivante dall’attività di filati riciclati, l’azienda considera che il mercato sia in espansione e che sia necessario investire in tale direzione: negli ultimi anni hanno infatti acquistato nuovi macchinari per introdurre la lycra nel filato denim, un’aggomitolatrice per le matasse e una macchina per sfibrare i materiali tessili di ultima generazione. La transizione ha anche creato posti di lavoro: attualmente la società occupa 45 persone, tutte residenti nella regione, e ha aperto nuovi mercati nel riciclo di diversi tipi di tessuti. Un ulteriore impegno viene dall’adesione al consorzio francese per il recupero dei tessuti e delle calzature, EcoTLC (Textiles, Linge de maison et Chaussures), in particolare per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo del riciclo di materiale tessile. Se il Sudovest francese continuerà a favorire questa spinta al contempo tradizionale e innovativa, potrà realizzare il proprio obiettivo e divenire effettivamente una “Regione a energia positiva”.

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Foto di Mauro Davoli

Il museo del non buttato A Ozzano Taro, nelle campagne parmensi, il Museo Guatelli raccoglie migliaia di oggetti poveri, che hanno resistito all’imperativo dell’usa e getta. Arte, storia, etnografia, antropologia, ecologia sono solo alcune facce di quella che è, prima di tutto, una sorprendente opera di narrazione. di Giorgia Marino

Fondazione Museo Ettore Guatelli, www.museoguatelli.it

Laureata in Scienze della Comunicazione a Torino, Giorgia Marino – giornalista freelance e web editor – scrive di cultura, ambiente e innovazione. In passato direttore del magazine Greenews.info oggi lavora per diverse testate tra cui La Stampa.

Lo hanno definito una Cappella Sistina dei poveri, un Louvre contadino, una Divina Commedia degli oggetti di lavoro, degli scarti e delle scarpe rotte. Critici famosi hanno parlato di una straordinaria installazione d’arte contemporanea, unica nel suo genere. Artisti e registi, tra cui Werner Herzog, Costa Gravas, Christian Boltanski, ne sono rimasti turbati e affascinati. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro, una frazione di Collecchio sperduta nelle campagne parmensi, è una delle più sorprendenti e originali opere di scrittura museale che l’Italia conservi. Eppure il suo autore non voleva essere chiamato “artista”. Si schermiva, Ettore Guatelli, maestro elementare e geniale outsider, dalle definizioni e dalle etichette. La grande narrazione per oggetti che lo occupò per metà della sua esistenza era semplicemente (o forse provocatoriamente?) il “museo dell’ovvio”. L’ovvio che finisce nel dimenticatoio, in fondo all’armadio, ad ammuffire in cantina o a prendere polvere in soffitta. L’ovvio che non si incornicia, che non sta in cassaforte, che (oggi) si usa e si

butta e muore in discarica. L’ovvio che è buona parte della vita. Tutta quella parte, non degna di nota, a cui Guatelli invece, antropologo per istinto, ha dedicato la sua cattedrale in campagna. Può sempre servire… Le stanze del cascinale dove Ettore Guatelli viveva, il granaio, il porticato in cortile sono letteralmente “ricamati” di oggetti. Come un gigantesco mosaico i cui tasselli irregolari si rivelino, a uno sguardo più attento, arnesi da cucina, forbici, coltelli, zappe, pale, pinze da fabbro, scarpe, lattine, ceste, scatole, aratri, stoviglie, tubetti di dentifrici, giocattoli… “Non c’è un centimetro libero – racconta Vittorio Delsante, presidente dell’Associazione Amici di Guatelli e guida d’eccezione al museo – Ettore soffriva di horror vacui, voleva circondarsi di cose”. Sono oltre 60.000, infatti, quelle conservate nel museo. Le attaccava anche sul soffitto e alle porte, lungo le scale, in ogni nicchia e rientranza, componendo motivi geometrici e barocchi,

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World giocando sulla ripetizione, l’accostamento e la ridondanza. In un accumulo metodico che è tuttavia l’esatto contrario del consumismo. È una raccolta parsimoniosa, consapevole fino all’estremo del valore del più umile fra gli oggetti. Non è l’accatastamento di averi che passano di moda in una stagione, ma il recupero paziente di ciò che è stato custodito, rammendato, riparato, trasformato, rattoppato per durare per sempre (o almeno, per il “sempre” di una vita umana). “Guatelli arriva da un periodo storico e da un ambiente fondati sull’economia di sussistenza, la cosiddetta ‘età del pane’ – spiega Mario Turci, antropologo e direttore del museo. Nel mondo contadino non si buttava via niente: il recupero e il riuso erano valori introiettati e necessità di sopravvivenza. Gli oggetti non venivano mai gettati via, al motto di ‘può sempre servire’. E infatti, il più delle volte, servivano ancora.”

Per oltre trent’anni, fino alla sua morte nel 2000, Ettore Guatelli lavorò al suo museo. “Raccoglieva gli oggetti un po’ ovunque – continua Turci –. Dai robivecchi che svuotavano soffitte e cantine, nei mercatini, oppure andava lui stesso nelle case, quando gli arrivava voce che qualcuno stava traslocando.” Il risultato è una collezione disparata, che va dal carillon dell’Ottocento al Commodore 64. E oltre ai pezzi esposti, ci sono 20 container pieni di cose e i depositi nel cortile: i “giacimenti”, come li chiamano gli affezionati guatelliani, da cui estrarre ancora chissà quanti misconosciuti tesori. Nel bosco fitto e un po’ delirante della collezione, balenano a volte dei sentieri, dei percorsi non indicati, ma visibili a chi trovi il tempo e la pazienza di guardare. “Ci sono – spiega Turci – delle vere e proprie categorie di oggetti che Guatelli amava in modo particolare. Una è quella degli oggetti migranti.” Il termine, coniato dallo stesso Turci, indica tutti i manufatti ascrivibili alla tipologia del riuso creativo: che migrano, cioè, da una funziona all’altra, adattandosi, con vero spirito resiliente, alle esigenze del momento. Per esempio, l’elmetto da soldato, finita la guerra, diventa uno scaldino per la brace oppure, con un manico fissato su un lato, si trasforma in un mestolo per liquami; mentre la baionetta funge da coltello per ammazzare il maiale e la vecchia custodia della fisarmonica, con qualche accorgimento, risorge a nuova vita come trasportino per piccioni viaggiatori. Poi ci sono gli oggetti resistenti, i “rattoppi”, come li chiamava Guatelli. “Quelli, cioè, che hanno subìto un accanimento di manutenzione per arrivare fino al limite della loro esistenza. Come la falce usurata che viene trasformata in coltello da cucina, poi in rasoio, e infine, quando non ne è rimasto quasi niente, in chiodo. O il lenzuolo talmente rammendato da non lasciar più scorgere la stoffa: un vero monumento al rattoppo.” È curioso, a pensarci, che l’aggettivo “rattoppato”

Ettore Guatelli

Migranti, resistenti, resilienti

si associ sempre a un lavoro mal fatto, raffazzonato senza impegno o criterio. Il rattoppo, il recupero, la trasformazione e il riciclo erano invece una vera arte, frutto di tecniche raffinate nel tempo e abilità sopraffine. Una sorta di tecnologia pre-scientifica, un’ingegneria contadina che il pittore russo Vladimir Arkhipov ha battezzato, in un suo libro recente, il “Design del popolo”. Quell’ingegno degli umili a cui Guatelli ha eretto il suo monumento e che, da insegnante, cercava di illuminare per i suoi studenti, perché ne facessero motivo di dignità e di orgoglio per le proprie origini. Dagli oggetti (usati) si impara L’aspetto didattico e pedagogico è inscindibile dall’opera di Ettore Guatelli, così come quello narrativo. Vittorio Delsante, che lo conobbe come collega in una piccola scuola elementare di paese, ne parla come di un grande affabulatore. “Quando il professor Pietro Clemente lo invitava alla facoltà di Antropologia a tenere lezione, lui si portava dietro una valigia piena dei suoi oggetti. E cominciava a raccontarli. Gli studenti affollavano l’aula per ascoltarlo e guardarlo mentre tirava fuori le sue cose, una ad una dalla borsa, come un mago. È una modalità di divulgazione, questa del museo-valigia, che usiamo ancora oggi, con l’Associazione, quando organizziamo i laboratori nelle scuole.” Del resto il cascinale di Ozzano Taro è prima di tutto un museo della narrazione. “Quella di Guatelli – precisa Turci – non è una raccolta etnografica, né un ecomuseo della civiltà contadina, come ce ne sono tanti. È un museo di storie. Gli oggetti raccolti sono qui perché significativi per la vicenda culturale ed esistenziale di chi li ha posseduti.” Come, per esempio, la valigetta fatta da un militare con dei barattoli saldati: parla di povertà,

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Filo rosso e seconde vite di G.M.

C’è un fil rouge, metaforico e materiale, che lega le opere di Leonardo Dingi. Un sottile filo rosso da cucito che si insinua tra le crepe di un vecchio campanaccio stonato, come a volerlo rammendare. Poi corre tra le pagine bruciate di un libro che evoca antiche stragi religiose; cinge la vita di un Cristo in croce, senza più croce né testa; fissa alle nicchie di una bacheca, in un inquietante scomposto collage, le membra di una bambola rotta; assicura a nuovi supporti di ferro battuto piccoli crocifissi di ceralacca, forme per scarpe, candelabri orfani delle loro candele. A tutti manca qualcosa: un pezzo, un ordine, una funzione, un complemento. Ma in questa mancanza trovano un senso e raccontano una storia.

quando ancora studiava all’università. Il fuoco, la fusione, il metallo, le crepe e le rotture sono così immagini che ricorrono nelle sue opere artistiche e derivano dalla lunga pratica artigiana. Crocifissi e candelabri sono, invece, presenze assidue un po’ per contingenza (chiese ed enti ecclesiastici sono da sempre clienti importanti della bottega) e un po’ per lo statuto di feticci che incarnano: oggetti maneggiati, consumati, vissuti, che hanno raccolto sospiri, preghiere, lacrime e forse maledizioni. Hanno perso, ora, la loro funzione “pratica”, ma il filo rosso di Dingi li risolleva a un’altra vita.

www.dingi.it

Anche all’artigiano bolognese Leonardo Dingi, esattamente come a Ettore Guatelli, interessano le storie rimaste attaccate agli oggetti. E proprio come il maestro di Ozzano Taro, anche lui pronuncia con pudore la parola “arte”: “Creo delle ‘cose’ con pezzi di recupero e scarti che mi capitano tra le mani”, spiega. Non è un caso che la prima mostra delle sue “cose” sia stata ospitata, appunto, al Museo Guatelli. “Da sempre amo recuperare materiali di scarto per farne oggetti – racconta Dingi. Li tenevo a casa mia, poi da qualche anno ho cominciato anche a venderli in bottega: piccoli pezzi di arredamento, lampade soprattutto, che compongono la collezione Era. È però solo da qualche mese che sto provando a svincolarmi dalla funzionalità dell’oggetto e a realizzare delle creazioni che abbiano semplicemente un valore estetico”. La bottega di Dingi, a Bologna, ha una lunga tradizione nel restauro di oggetti metallici e nella riproduzione di maniglie e serrature antiche. A fondarla, nel 1961, fu il padre Silverio, mentre Leonardo cominciò a lavorarci da ragazzo,

Tutte le immagini: opere di Leonardo Dingi. Foto di Vittorio Delsante

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In epoca di obsolescenza programmata, di morte pianificata e rapido oblio dei beni, le cose pesanti di rattoppi e ricordi collezionate da Ettore Guatelli sono una lezione commovente e dura. Prima che si cominciasse a parlare di economia circolare, prima degli appelli al risparmio di risorse, il messaggio proto-ecologista e anti-spreco del maestro di campagna arrivò innanzitutto come un monito a rispettare il valore di ogni oggetto: ché anche il più umile è frutto del lavoro di qualcuno e porta con sé una storia.

Tutte le immagini nella pagina: foto di Mauro Davoli

di necessità, di partenze e persino di abitudini alimentari. “La stessa modalità artistica con cui disponeva i pezzi della sua collezione, il ‘mettere bene le cose’, come diceva, non era per lui altro che un mezzo per attirare l’attenzione dei visitatori e convogliarla sulle storie raccontate dagli oggetti.” Storie che diventavano la parte fondamentale del suo metodo di insegnamento. Rifacendosi all’attivismo pedagogico di Don Milani e Gianni Rodari, Guatelli insegnava ai suoi ragazzi l’importanza del fare e il valore delle cose, ben al di là del loro semplice acquisto e utilizzo. “Gli oggetti erano, per il Guatelli maestro di campagna, libri capaci di parlare del mondo a chi di mondo ne aveva visto poco. Un oggetto – continua Turci – raccoglie in sé il lavoro di chi lo ha fabbricato, lo stato delle tecnologie di un certo periodo storico, l’economia, la società, le mode, gli usi. E, non da ultimo, le storie umane che gli sono rimaste attaccate.” Una Life Cycle Assessment dell’anima, in pratica.


Focus mining and carbon capture

La nuova vita delle miniere Le attività estrattive sono ancora un business in piena espansione in tutto il mondo, ma quando le risorse iniziano a scarseggiare e le leggi si fanno più restrittive le miniere chiudono, lasciando migliaia di ettari di terreno eroso e privo di biodiversità. Le miniere riqualificate ci mostrano quale possa essere il futuro dei siti minerari quando non c’è più nulla da estrarre. di Irene Baños Ruiz

Quello del settore estrattivo è un argomento sempre più scottante nella comunità globale. La Germania, paese tradizionalmente considerato leader nelle politiche verdi, è solo uno dei casi che mettono in luce le difficoltà da affrontare nella messa in atto di una rapida e corretta uscita dal carbone. Se – senza dubbio – la sfida principale consiste nell’offrire occupazione alternativa ai molti minatori che perderanno il lavoro, c’è anche un secondo problema: cosa succederà ai siti minerari una volta che non saranno più utilizzati per estrarne risorse? E questo interrogativo vale per tutti i tipi di miniere: dal rame in Perù, ai diamanti in Australia, allo zinco in Canada. Il ciclo di vita di una miniera attraversa diversi stadi. Per le miniere d’oro, che sono a cielo aperto, il World Gold Council identifica cinque fasi differenti: la fase esplorativa, lo sviluppo, la fase operativa, la dismissione e la fase post-chiusura. La dismissione inizia una volta che la massa minerale si è esaurita o non è più interessante

dal punto di vista economico, e comprende lo smantellamento e il ripristino dei terreni. In altre parole, consiste nel riportare la miniera a una condizione che permetta al sito di essere riutilizzato per altri scopi, tra i quali diventare un habitat per la fauna e flora selvatica, un’area ricreativa o un terreno industriale. L’ultima fase, quella post-chiusura, implica il monitoraggio nel tempo dell’area dismessa, per garantire che il ripristino dell’area avvenga effettivamente con successo. Solitamente la fase del ripristino, anche nota come risanamento o bonifica della miniera, ha l’obiettivo di riportare quanto più possibile il terreno alla sua condizione ambientale originale, e include lo smaltimento in sicurezza di materiali e rifiuti pericolosi, garantendo la qualità dell’acqua e ripristinando la vegetazione autoctona. Anche se il ripristino è l’ultima fase della vita di una miniera, le imprese minerarie quali l’americana Newmont Mining Corporation, tra i principali produttori mondiali di oro, sostengono


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Faro. Credit: Government of Canada

Diamanti grezzi, Argyle

del mondo sono già state sottoposte a questo tipo di trasformazione. Nel 2011 la PT Newmont Minahasa Raya (PTNMR), il ramo indonesiano di Newmont, ha piantato centinaia di migliaia di alberi in un vecchio sito minerario nel sudest del distretto di Minahasa, restituendo al governo indonesiano 443 ettari di terreni rimboschiti. L’area, che una volta era un enorme buco circondato da uno scenario di deforestazione, viene ora descritta dalla Newmont come la futura sede dei nuovi giardini botanici indonesiani, e vanta già una lussureggiante foresta di alberi di mogano, teak, nyatoh e sengon.

Anche l’Europa è sede di diversi progetti di ripristino di miniere a cielo aperto. In Spagna molte miniere di carbone sono state convertite in aree naturalistiche, o adattate a un utilizzo agricolo o ricreativo.

che essa dovrebbe costituire parte integrante della pianificazione iniziale. “La pianificazione per la chiusura inizia in fase di progettazione, molto prima della costruzione del sito. Le attività di risanamento hanno inizio durante la produzione e proseguono per lungo tempo dopo che le attività minerarie si sono concluse, fin quando i nostri obiettivi per la chiusura sono stati raggiunti”, afferma Omar Jabara, Group Executive di Newmont. In effetti nella maggior parte dei paesi le compagnie minerarie sono obbligate a stabilire un piano di risanamento già prima dell’inizio delle attività estrattive, o quantomeno creare un fondo con questa finalità, e molte avviano processi di risanamento progressivo mentre le attività estrattive proseguono in altre aree. Per esempio la compagnia tedesca RWE e quella spagnola Endesa hanno iniziato a convertire in aree faunistiche e ricreative siti minerari ancora uso, mentre le miniere continuavano a espandersi in altre direzioni. Nel caso di As Pontes in Spagna, Endesa sostiene che il risanamento progressivo sia stato la chiave del suo successo. Pertanto la pianificazione iniziale è un fattore essenziale per riuscire a convertire i vecchi siti minerari in aree in cui l’ambiente sia tutelato. Ciò, però, non è sempre possibile: da una parte infatti ci sono migliaia di miniere nel mondo ancora in stato di abbandono; e dall’altra le attività minerarie non regolamentate rendono impossibile attribuire le responsabilità. Ritorno alla natura Riportare i siti minerari alle condizioni precedenti l’inizio delle attività estrattive è una pratica molto comune tra le compagnie del settore. Alcune delle più grandi miniere a cielo aperto

L’azienda Teck è uno dei principali produttori mondiali di carbone per l’industria siderurgica e di rame, zinco e metalli speciali come il germanio, l’indio, il cadmio, l’oro e l’argento. Pochi mercati sfuggono a questa società. L’ampia gamma delle sue attività rende ancora più cruciali piani ambientali ambiziosi. Sulla stessa linea di Newmont, Teck sostiene di lavorare al ripristino delle miniere lungo l’intero ciclo di vita operativo e in collaborazione con le comunità locali. Inoltre si assicura di “ottenere un impatto positivo sulla biodiversità nelle aree in cui operiamo. Ciò significa che l’ecosistema e la biodiversità dell’area mineraria e della zona circostante saranno in condizioni migliori rispetto a quando la miniera non c’era ancora”. Per raggiungere questo obiettivo utilizzano una tecnica che comporta il recupero del suolo per favorire la rivegetazione delle aree degradate. Per esempio, parte delle attività della Greenhill nel sudest della British Colombia è consistita nel recuperare una grande superficie di suolo per una profondità di circa un metro di profondità e immagazzinarlo per poterlo poi utilizzare più avanti nella attività di risanamento. Nel corso del progetto sono stati salvati circa un milione di metri cubi di materiale terroso. Il suolo accumulato è ora utilizzato per ricoprire le aree in cui l’attività di estrazione è stata completata, attraverso un processo di bonifica progressiva che avrà luogo da qui al 2035. Anche Freeport Memoran, società che gestisce alcune delle miniere più grandi del pianeta tra cui la Grasberg in Indonesia, si impegna a riportare i suoi siti minerari a un utilizzo sostenibile. L’azienda sta finalizzando progetti per la costruzione di appezzamenti di prova per il ripristino della fertilità nella miniera di rame di Cerro Verde in Perù, una delle dieci miniere di rame più grandi al mondo. Gli appezzamenti di prova verranno studiati per confermare l’efficacia a lungo termine dei loro metodi di chiusura, descritti nella versione aggiornata del Piano di Chiusura di Cerro Verde. Argyle Diamonds di proprietà di Rio Tinto, la più grande miniera di diamanti australiana, esaurirà le sue preziose risorse. La miniera oltre a essere tra le principali fornitrici di diamanti in generale, è la maggiore al mondo di diamanti naturali colorati, e pertanto l’impatto che potrà avere la sua chiusura prevista per il 2020 sul mercato dei diamanti costituisce un aspetto molto preoccupante, così come è importante il destino della miniera stessa.

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Ground Truths: Taking Responsibility for Australia’s Mining Legacies, www.mpi.org.au/2016/06/ grond-truth-takingresponsibility-foraustralias-mininglegacies

Situata nell’East Kimberley, remota regione nell’Australia occidentale, la miniera è attiva dal 1983: prima come miniera alluvionale, poi come miniera a cielo aperto e infine come miniera sotterranea dal 2013. Prima che le attività estrattive avessero inizio, l’area era abitata da popolazioni indigene che hanno in certa misura tratto beneficio dalla miniera, ma hanno anche visto la biodiversità di cui dipendono diminuire rapidamente nel corso degli anni. Consapevole di ciò, Rio Tinto enfatizza la propria intenzione di “lavorare con le popolazioni aborigene locali per ripristinare le aree disturbate dalle attività minatorie in modi che saranno direttamente vantaggiosi per loro. Specie di piante native importanti per la loro cultura, salute e dieta, e che di recente erano di difficile reperibilità o quasi estinte, sono state reintrodotte nel paesaggio”. L’azienda sostiene che la progettazione della chiusura e il processo di consultazione sono proseguiti lungo l’intero ciclo di vita dell’Argyle. Ma il progetto non è chiaro. Rio Tinto sta ancora preparando la proposta per la dismissione e di ripristino che sarà presentata ai tradizionali proprietari dell’Argyle, ossia gli aborigeni australiani, e sarà seguita da una consultazione formale prima di prendere una decisione. Il progetto di chiusura riguarderà questioni quali l’utilizzo della terra, la gestione dell’acqua, il rimodellamento delle rocce di scarto e la biodiversità.

In merito alla possibile tossicità dell’acqua, un rappresentante di Endesa, l’azienda proprietaria dell’ex miniera, ha detto che l’acqua del lago è così pulita che potrebbe anche essere bevuta. Ancora più sorprendente è il ritorno spontaneo della fauna selvatica, che non ha necessitato della reintroduzione da parte dell’uomo: Endesa ha identificato nell’area 217 specie di piante e 205 specie di animali vertebrati. Endesa ha anche svolto un lavoro notevole nella vecchia miniera di Puertollano nel sud della Spagna, dove 560 ettari sono stati convertiti a uso agricolo ottenendo una produttività molto alta: circa 30.000 ulivi dai quali si ottiene una media di 250.000 kg di olive da olio. Nel caso di Puertollano, Endesa ha precisato che le condizioni della flora e fauna selvatica sono anche migliori di quanto lo fossero in precedenza. Un’area che era quasi del tutto desertica è stata trasformata in un bosco mediterraneo in cui flora e fauna selvatica possono diffondersi più che in passato. In entrambi questi casi l’azienda ha iniziato il processo di ripristino quando le miniere erano ancora attive. Durante il processo è stata data una forma ondulata sia alle discariche esterne sia a quelle interne, simile a quella del paesaggio circostante. Poi queste sono state ricoperte di suolo superficiale concimato e seminato con vegetazione autoctona. Nella fase finale lo scavo di estrazione è stato riempito con acqua.

Anche l’Europa è sede di diversi progetti di ripristino di miniere a cielo aperto. In Spagna molte miniere di carbone sono state convertite in aree naturalistiche, o adattate a un utilizzo agricolo o ricreativo. Il più grande lago spagnolo ad As Pontes in Galizia, esteso 865 ettari e contenente 547 ettometri cubi di acqua, solo 10 anni fa era una miniera di carbone; oggi è un luogo di divertimenti, e vanta anche una spiaggia di sabbia.

Ora di divertirsi Non tutte le miniere sono state convertite in luoghi naturalistici: molte altre sono state trasformate in sedi per eventi, musei o ne sono stati fatti altri utilizzi creativi. La miniera Salina Turda in Transilvania, Romania, è una gigantesca miniera di sale trasformata in un parco di divertimenti. Dopo la sua chiusura


Essen. Foto di Irene Baños Ruiz As Pontes, Spagna

nel 1932 è stata utilizzata come rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale, e più tardi come magazzino per la conservazione del formaggio. Oggi questo impressionante buco profondo 122 metri ospita un parco sotterraneo dove si può giocare a bowling, a mini-golf, a pingpong o attraversare il lago in barca. A Dalarna in Svezia l’ex cantante lirica Margaret Dells e il caporedattore culturale Asa Nyman hanno ricavato un anfiteatro da una miniera di pietra calcarea inutilizzata. Dopo il primo concerto che si è tenuto nel 1993 vi si sono esibiti artisti del calibro del Led Zeppelin, Patti Smith e Norah Jones. Essen, in Germania, era una delle città più grigie del paese, dove tutto ruotava intorno alle miniere.

Buchi abbandonati Sfortunatamente però non tutte le miniere diventano luoghi di bellezza e divertimento rispettosi dell’ambiente. Nella sola Australia si contano circa 50.000 miniere abbandonate. Il rapporto Ground Truths: Taking Responsibility for Australia’s Mining Legacies, commissionato dall’Australian Conservation Foundation, ha messo in luce come il 75% delle miniere del paese sia stata chiusa senza una pianificazione adeguata. La miniera Il Faro è una di queste. Questo paesaggio lunare, situato a 15 km a nord della città di Faro nello Yukon, era la più grande miniera a cielo aperto di piombo e zinco, ma è stata abbandonata per circa due decenni dopo il fallimento del suo proprietario nel 1998. Il suo tardivo ripristino è considerato uno dei più complessi interventi in questo genere mai condotti nel paese. Il governo canadese si è impegnato a portare avanti una bonifica esaustiva, che tenga conto dei bisogni dell’ambiente e dei residenti.

Espiel, Spagna

Nel 2017 la città è stata dichiarata European Green Capital grazie alla sua trasformazione. Ora attira un gran numero di turisti in visita alle sue ex miniere che sono state trasformate in musei e in altri luoghi di intrattenimento, tra cui un’enorme pista per il pattinaggio su ghiaccio. Passeggiare attraverso i suoi edifici, che sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale Unesco, è al tempo stesso impressionante e affascinante. I visitatori sono incoraggiati a perdersi e a esplorare, lasciando riemergere la propria curiosità infantile.


Faro. Credit: Government of Canada

Le operazioni di estrazione hanno coinvolto un’area di 25 chilometri quadrati, e si sono lasciate alle spalle 70 milioni di tonnellate di residui di minerali e 320 milioni di tonnellate di detriti, dai quali hanno iniziato a fuoriuscire metalli pesanti e acidi che si stanno disperdendo nel terreno e nei corpi idrici circostanti quali i vicini fiumi. Alcuni stagni della zona mostrano già una colorazione rossastro-marrone. Julia Duchesne, direttore della comunicazione del gruppo ambientalista locale Yukon Conservation Society (YCS), ha dichiarato a Materia Rinnovabile che “lo YCS è rincuorato dal fatto che la bonifica abbia finalmente avuto inizio, dopo diversi anni di dannosa inazione”, ma il gruppo fa anche notare che “i tentativi di ripulire la miniera degli ultimi 18 anni sono diventati un simbolo di spreco e inefficienza per i frustrati residenti dello Yukon. Almeno 250 milioni di

dollari sono già stati spesi per il mantenimento del sito minerario […] e nonostante ciò nemmeno un pugno di terra è stato ripulito. Il governo sta invece buttando via 40 milioni di dollari l’anno per far funzionare le pompe che impediscono ai residui di sfondare le dighe”. In effetti il Crown-Indigenous Relations and Northern Affairs Canada (CIRNAC), il dipartimento governativo che coordina il progetto di bonifica, ha dichiarato che la priorità è la stabilizzazione delle sostanze inquinanti nel sito, piuttosto che non la loro rimozione. Raccoglieranno e tratteranno le acque inquinate per evitare che si diffondano ulteriormente nell’ambiente circostante, provvederanno a coprire gli scarti di minerali, rocce e inerti e naturalmente monitoreranno il processo da vicino per evitare eventi inaspettati che potrebbero portare a scenari di inquinamento disastrosi. Ci vorranno altri 30 anni prima che il sito sia sicuro sia per la popolazione locale che per l’ambiente. I gruppi ambientalisti avanzano anche l’argomento che comunque il ripristino dei siti minerari potrà solo in rari casi compensare i danni causati all’ambiente. In Germania per esempio è in atto una grande controversia che riguarda l’abbattimento della Foresta di Heimbach. Gli ultimi 1.000 ettari di questa antica foresta nella Germania occidentale rischiano di essere sacrificati per essere sostituiti dalla miniera a cielo aperto di Hambach, la principale emettitrice di CO2 in tutta Europa. L’azienda energetica RWE dichiara che si prenderà cura della miniera una volta che il carbone sarà


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Credit: CINCIA

esaurito, come ha già fatto in altre miniere, ma gli attivisti sostengono che la biodiversità della foresta andrà persa per sempre, specialmente per quanto riguarda specie endemiche come il pipistrello di Bechstein e il picchio rosso mezzano. A sostegno dei loro argomenti citano altre aree che sono state oggetto di ripristino. Dei più di 32.000 ettari utilizzati per l’estrazione di lignite nella zona, prima del 2015 ne sono stati riutilizzati circa 23.000. Di questi 12.000 ettari circa sono stati dedicati a uso agricolo, 9.000 ettari sono stati riforestati e 800 sono stati riempiti d’acqua trasformandosi spesso in laghi a uso ricreativo, molto popolari nei mesi estivi. Apparentemente un successo, ma il quadro non è completo. Secondo Friends of the Earth Germany (BUND) mancano le informazioni riguardo alla quantità di perdite non compensate, quali il prosciugamento dei corsi d’acqua e la sparizione di habitat importanti per la flora e la fauna selvatica. In più il gruppo sostiene che le zone riforestate non offriranno mai la stessa qualità in termini di biodiversità o come terreni agricoli rispetto al suolo originario.

L’estrazione d’oro su piccola scala nel corso degli ultimi 5 anni ha distrutto circa 700 chilometri quadrati di foresta pluviale primaria nell’Amazzonia peruviana, pari all’incirca alle dimensioni di San Francisco.

Un altro caso che ha sollevato critiche è quello della miniera Twilight in Arizona, negli Stati Uniti. Più di 900 ettari di un’arida area mineraria adesso sono nuovamente verdi, ma nemmeno il colore è paragonabile a quello delle montagne originarie, ricoperte di fitte foreste, per non parlare dell’enorme perdita di biodiversità. E non si tratta di un caso isolato nel paese. Climate Home News ha condotto una ricerca approfondita al riguardo concludendo che nella maggior parte dei casi il recupero delle miniere non restituisce alla terra i livelli di wilderness o di produttività precedenti l’attività mineraria, e spesso finisce per creare solamente prati di basso valore. Solo il 18% della terra recuperata negli Stati Uniti è stata convertita in terreni agricoli, edificabili, industriali o ricreativi, mentre il 16% è stato lasciato allo stato naturale. Tutto il resto è principalmente ricoperto da prati. Piccola scala, grandi danni Le miniere d’oro artigianali o a scala ridotta sono basate sul lavoro di piccoli soggetti che lavorano su aree limitate, piuttosto che sull’attività di grandi aziende. Anche se questo potrebbe far pensare a pratiche più sostenibili, in realtà determina un problema di attribuzione di responsabilità. In posti come Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana, migliaia di piccoli minatori estraggono oro dalla stessa area, senza che nessuno si assuma la responsabilità dei danni ambientali causati. Molti poi lavorano illegalmente, cosa che rende ancora più difficile stabilire le eventuali responsabilità. Secondo il Centre for Amazonian Scientific Innovation (CINCIA) della Wake Forest University, l’estrazione d’oro su piccola scala nel corso degli ultimi 5 anni ha distrutto circa 700 chilometri quadrati di foresta pluviale primaria nell’Amazzonia peruviana, pari all’incirca alle dimensioni di San Francisco. Gli scienziati della CINCIA stanno lavorando a un approccio

innovativo per aiutare la foresta amazzonica a riprendersi dall’impatto dell’estrazione dell’oro. Luis Fernández, Direttore esecutivo di CINCIA, elenca le numerose difficoltà di questa loro impresa. L’estrazione di oro a Madre de Dios avviene con un sistema abbastanza primitivo che non comporta l’uso di macchinari pesanti, ma consiste nella rimozione dei primi 5 metri di sedimenti del suolo. Anche se può sembrare più sostenibile rispetto alla costruzione di dighe e tunnel, in realtà questo sistema causa la deforestazione di aree molto più ampie. I minatori ottengono un grammo d’oro per ogni tonnellata di sedimenti, spiega Fernandez. “Quindi per rigenerare la foresta non basta piantare solo alberi, ma bisogna ricreare il suolo”. Il team ha suddiviso le attività in tre fasi. In primo luogo ha monitorato lo stato e le caratteristiche dell’area attraverso droni e tecnologia satellitare. “Non si può dare per scontato che tutte le zone di estrazione siano uguali, perché ci sono diversi tipi di suolo e diverse altezze, a seconda che si trovino vicine a un fiume o alle montagne” spiega Fernandez. Una volta identificata l’area della sperimentazione il team ha stabilito quali specie sarebbe stato meglio utilizzare. Perciò sono state piantate 50 specie native di alberi nella zona selezionata per capire quali erano le più adatte. Un passaggio, questo, di particolare importanza in Amazzonia a causa della sua elevata diversità: la maggior parte degli animali dipendono dagli alberi, e perciò le specie piantate nel corso del progetto di riforestazione saranno determinanti per il futuro di tutta la biodiversità. “Non si possono utilizzare il pino caraibico o l’acacia africana, che crescono molto rapidamente e vengono utilizzate molto nella riforestazione. Non si sta cercando di ricreare una foresta qualsiasi, ma una foresta pluviale”. Una delle difficoltà principali consiste nel riforestare con specie native dell’Amazzonia in un modo che sia economicamente sostenibile. La terza fase consiste nel ripristino del suolo, operazione per la quale il team utilizza il così detto biochar, un carbone prodotto da materia vegetale. Si tratta principalmente della riproduzione di un metodo sviluppato dalle popolazioni native dell’Amazzonia circa un migliaio di anni fa. La squadra crea biochar a partire da scarti agricoli quali segatura o i resti della produzione del cacao e delle noci, e le utilizza per migliorare a qualità del suolo nel processo di piantumazione. “Il biochar ha caratteristiche molto particolari: fornisce il suolo di carbonio, che è essenziale, e ha la capacità di trattenere i nutrienti e assorbire l’acqua. Potenzialmente può assorbire anche il mercurio”. Il mercurio penetra nel terreno a causa delle attività minerarie e può finire nei prodotti agricoli. Il team prevede di pubblicare i risultati degli appezzamenti di prova per la metà del 2019, al più tardi. Le conclusioni tratte permetteranno di ottenere una prima valutazione di come sia possibile restituire all’Amazzonia un po’ di quello che le abbiamo sottratto. Il prossimo passo consisterà – prima di tutto – nell’evitare di fare danni.

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Focus mining and carbon capture

Essere sostenibili nel business delle

pietre preziose colorate Progetti e iniziative per rendere più sostenibile l’industria mondiale delle gemme colorate e più tracciabile l’intera catena di rifornimento riscuotono sempre maggiore interesse presso consumatori e investitori. Per mettere fine a corruzione, conflitti armati, perdita di biodiversità e rischi ambientali. di Eleonora Rizzuto

Eleonora Rizzuto, autrice e consulente esperta nei settori della sostenibilità della catena di rifornimento e della responsabilità sociale delle aziende.

L’industria multimiliardaria delle pietre preziose colorate è attiva in quasi 50 paesi e contribuisce al sostentamento di milioni di persone in tutto il mondo. Sebbene sia difficile determinare il numero esatto di miniere di gemme colorate si ritiene che siano complessivamente tra le 200 e le 300, con circa l’80% del materiale estratto in modo artigianale e su piccola scala (Artisanal and Small-scale Mining, ASM). Tra i paesi più importanti nell’estrazione di pietre preziose – dove è possibile trovare molte varietà di gemme – India, Myanmar e Sri Lanka, che sono storicamente i centri di questa industria e hanno creato network per la loro lavorazione e commercializzazione. Più recentemente però sono emerse anche altre regioni come attori fondamentali in questo settore, tra cui Kenya, Zambia, Tanzania, Mozambico e Madagascar.

Il commercio delle pietre preziose colorate ha un ruolo cruciale nelle economie di molti paesi in via di sviluppo. Però le catene di rifornimento di queste gemme sono estremamente complesse, spesso hanno origine in paesi con governi deboli e coinvolgono molti attori differenti prima di arrivare al consumatore finale. Questa complessità può occultare i problemi ambientali, sociali e di governance che si verificano lungo la catena di rifornimento; quando tali problemi sono evidenti attirano l’attenzione dei media e vengono analizzati con attenzione dai gruppi per la difesa dei diritti umani, da investitori e consumatori. Il caso Myanmar Il Myanmar produce alcune delle migliori qualità al mondo di rubini, zaffiri e giada. Però l’industria estrattiva alimenta il controverso apparato militare


World del paese, sollevando preoccupazioni di carattere etico. Recentemente è stata avviata una campagna contro il commercio di pietre preziose provenienti da Myanmar. Le incertezze riguardanti la riforma della Myanmar Gemstone Law (2017) si sono rivelate particolarmente dannose per il paese. L’attuale quadro è ben lungi dall’essere perfetto: mancanza di trasparenza, fallimento nella considerazione delle comunità locali, numero eccesivo di permessi spesso ottenuti con modalità oscure. Inoltre lo scorso luglio il nuovo governo civile ha sospeso i permessi fino al completamento della riforma, cosa che a sua volta ha creato instabilità per i commercianti locali e ha spinto molti di loro verso il mercato nero. Le aziende private straniere hanno un solo modo per intraprendere il commercio etico: contribuire agli sforzi per l’attuazione della riforma in Myanmar. In parte a causa della crisi riguardante i Rohingya, il mondo ha perso di vista l’impulso riformatore che stava crescendo nel settore delle pietre preziose. Di fatto l’amministrazione civile ha utilizzato l’adesione alla Extractive Industries Transparency Initiative (EITI) per chiedere una maggiore trasparenza nei rapporti. Il passaggio ai rapporti EITI sulla proprietà effettiva potrebbe cambiare le regole del gioco. Sebbene la nuova Gemstone Law lasci molto a desiderare rappresenta un passo nella direzione giusta. Le aziende devono essere consapevoli del fatto che le iniziative private singole e non coordinate da parte di istituzioni non ufficiali, anziché contribuire a risolvere i potenziali problemi, spesso si rivelano controproducenti, creando altri problemi come il commercio illegale e l’aumento della povertà. Gli investimenti responsabili sono un requisito fondamentale in questo processo e sono propulsori di un effettivo sviluppo sostenibile. L’industria manifatturiera dei gioielli Quando una pietra preziosa viene acquistata nelle aste certificate, proviene da una precisa catena di rifornimento in cui ci sono varie pratiche e potenziali rischi sociali e ambientali, alcuni

dei quali riguardano corruzione, conflitti armati, perdita di biodiversità e minacce agli ecosistemi. Questi rischi sono difficili da monitorare perché gli acquirenti finali di pietre preziose non hanno accesso alle informazioni sulla catena di rifornimento. Eppure tutti gli attori nella catena – dal rivenditore a chi estrae la gemma – vogliono ottenere prodotti che non abbiano danneggiato alcun bambino, finanziato alcuna guerra, contaminato alcun fiume o abbattuto alcun albero. Inoltre vogliono che l’acquisto dei gioielli serva ad assicurare il loro sostentamento, a sviluppare scambi economici e culturali e a educare le persone a prendersi cura delle loro comunità, dei fiumi e degli alberi. Questa è la spina dorsale del concetto di responsabilità estesa dei produttori. Per arrivare a ciò i produttori di gioielli devono lavorare nella stessa direzione dei loro partner per una maggiore trasparenza e tracciabilità; verso l’eccellenza etica, sociale e ambientale; verso un incremento della collaborazione (invece dell’esclusione). E, ultima ma non meno importante, verso la promozione di iniziative che uniscano marchi di lusso, aziende estrattive su larga scala e produttori su piccola scala con un comune interesse nel rendersi catalizzatori di un cambiamento positivo nell’approvvigionamento responsabile di pietre preziose colorate. Questa collaborazione ha portato alla creazione di strumenti di valutazione mediante i quali verificare e monitorare il rispetto degli standard comuni da parte dei diversi attori nella catena di rifornimento. Il Responsible Jewellery Council (RJC) Questa associazione internazionale ad alto livello comprende 1.100 aziende ed è un’organizzazione riconosciuta in tema di

Extractive Industries Transparency Initiative, https://eiti.org Responsible Jewellery Council, www. responsiblejewellery.com Ocse, Due Diligence Guidance for the Responsible Supply Chains of Minerals from ConflictAffected and High-Risk Areas, www.oecd.org/ daf/inv/mne/OECD-DueDiligence-GuidanceMinerals-Edition3.pdf

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materiarinnovabile 25. 2018 standard e certificazione della catena di rifornimento dei gioielli. Colloqui positivi con l’industria dei diamanti hanno portato all’introduzione di requisiti di verifica e approfondimento dei dati (Due Diligence) nel codice delle pratiche (COP) dei membri dell’RJC, e una piccola commissione di esperti ha lavorato a stretto contatto con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico nella stesura della guida alla Due Diligence per le catene di rifornimento responsabili di minerali provenienti da aree teatro di conflitti e ad alto rischio. L’RJC si è recentemente spostata verso il settore delle pietre preziose colorate, iniziando con smeraldi, zaffiri e rubini e con l’intenzione di allargarsi a tutte le gemme entro due anni. La catena di rifornimento Le pietre preziose sono minerali formati da processi geologici che si sono verificati in profondità nella crosta e nel mantello terrestre. Sono questi processi a regolare la modalità di formazione delle gemme, determinando le loro caratteristiche individuali come colore, struttura e durevolezza. Queste caratteristiche variano ampiamente, dando luogo a oltre 130 diverse varietà di pietre preziose che possono essere raggruppate in diverse categorie. Una prima distinzione basilare avviene tra le gemme considerate “preziose” e quelle “semi-preziose”. Diamanti, rubini, zaffiri

e smeraldi sono considerati pietre preziose, mentre le altre pietre sono giudicate semipreziose: tra queste si trovano anche gemme che non sono assolutamente “pietre” ma sono costituite da materiali organici, come il corallo o le perle. Nel corso di milioni di anni le pietre preziose formatesi all’interno della crosta terrestre si sono spostate gradualmente verso la superficie: è la loro distanza dalla superficie a determinare il metodo di estrazione. Di fatto le pietre preziose si trovano in giacimenti sia “primari” sia “secondari”. La definizione “giacimento primario” indica che le pietre preziose sono ancora situate all’interno della roccia ospite in cui si sono formate. L’estrazione di queste pietre preziose è un processo dispendioso in termini di energia, manodopera e capitali. Queste miniere si trovano sia nel sottosuolo sia in pozzi superficiali e spesso richiedono l’utilizzo di esplosivi per la rimozione di grandi volumi di roccia. La definizione “giacimento secondario” indica invece che le pietre preziose sono già state estratte dalla roccia ospite mediante processi naturali di erosione compiuti da acqua o vento e in seguito si sono depositate, per esempio in cumuli di ghiaia, nel letto di fiumi o in rocce sedimentarie friabili. A differenza di quanto succede per i giacimenti primari, questi giacimenti sono facilmente raggiungibili con una tecnologia semplice e piccoli investimenti. Le comunità locali possono beneficiare di queste risorse minerarie utilizzando attrezzature e processi semplici, come martelli e picconi, per estrarre le pietre preziose. Gli smeraldi dello Zambia provengono da un esempio di “giacimenti primari”, mentre i rubini del Mozambico vengono da “giacimenti secondari”. La natura particolarmente complessa della supply chain nel settore delle pietre preziose colorate si rispecchia in una carenza di dati pubblicamente disponibili, verificabili e confrontabili sulla loro produzione, lavorazione e commercio globale. I fattori che contribuiscono a questa complessità comprendono – per esempio – una debole vigilanza normativa dell’industria e una scarsa comunicazione tra le componenti a monte e a valle della catena di rifornimento, che a sua volta limita la visibilità e la comprensione delle sfide e delle necessità operative. Una pietra preziosa può passare di mano fino a 50 volte dopo essere uscita dalla miniera, transitando per commercianti, selezionatori, esaminatori, tagliatori, lucidatori, altri processi di valorizzazione, broker, produttori di manufatti e rivenditori al dettaglio prima di arrivare all’acquirente finale. A volte è persino difficile certificare il paese di origine di


World Da pietra preziosa grezza a gioiello Una tipica catena di rifornimento delle pietre preziose è la seguente: produzione (estrazione)-taglio e lucidatura-commerciomanifattura dei gioielli-vendita al dettaglio. Una volta che una pietra preziosa colorata lascia la miniera viene venduta e sottoposta a molteplici processi. Il primo è il taglio, il procedimento che da pietra grezza la trasforma in una gemma scintillante; poi c’è la lucidatura eseguita da lavoratori specializzati addestrati a curare aspetti molto specifici dei processi di taglio e lucidatura, impiegando tecnologie di manifattura avanzate; commercio, che coinvolge attori commerciali che svolgono un ruolo intermedio immettendo sul mercato pietre preziose grezze e tagliate (spesso direttamente da miniere e industrie della lavorazione situate

una pietra preziosa. Questa natura tipicamente decentralizzata e informale dell’industria ASM delle pietre preziose, tradizionalmente basata su rapporti di fiducia personali più che su sistemi trasparenti, di fatto occulta molti degli aspetti collaterali negativi delle pietre preziose. Una panoramica su alcuni paesi estrattori Sri Lanka La regione Ratnapura dello Sri Lanka: qui le attività estrattive avvengono in terreni ex agricoli e vicino a piantagioni per la produzione di gomma. All’inizio del 2014 il Conservation International (CI) e il Responsible Ecosystems Sourcing Platform (RESP) hanno avviato consultazioni informali sulla potenziale collaborazione nell’ambito del Programma Gestionale di CI, e in particolare sullo sviluppo e l’implementazione degli accordi per la salvaguardia. Inoltre le immagini pubblicate in questo focus danno un’idea del processo che sta alla base dell’estrazione di terra dal suolo e di come questa venga poi rimessa al suo posto nell’ambito dell’iniziativa di chiusura delle miniere e ripristino delle zone escavate. Migliorando le pratiche di ripristino si prevede che la produttività del suolo possa essere rigenerata e quindi che queste aree possano prestarsi a usi sostenibili e a opportunità socioeconomiche a lungo termine per le comunità locali. Zambia La spettacolare miniera di smeraldi di Kagem fornisce oltre il 25% della produzione globale di smeraldi. È una miniera piena di crateri visto che in cinque anni sono stati scavati enormi bacini usando esplosivi.

in zone remote); produzione manifatturiera dei gioielli, eseguita da grandi catene di vendita al dettaglio che possiedono impianti di lavorazione con una produzione in stile “catena di montaggio” che utilizzano strumenti e attrezzature high-tech che facilitano la produzione di gioielli su larga scala. L’ultimo passaggio è rappresentato dalla vendita al dettaglio mediante la quale le pietre preziose arrivano all’acquirente finale che richiede sempre maggiore tracciabilità lungo l’intera catena di rifornimento.

Il modello di business rappresenta una soluzione win-win sia per gli investitori privati stranieri sia per il governo locale. Di fatto l’investitore si assume tutti i rischi legati all’attività trattenendo il 75% dei profitti, mentre il restante 25% va al governo locale. L’investitore ottiene una concessione della durata di 25 anni per un’area di 41 chilometri quadrati con 890 lavoratori, l’80% dei quali sono residenti locali. Inoltre l’azienda si impegna in una strategia a lungo termine di responsabilità sociale d’impresa (Rsi) con un’attenzione particolare a istruzione, salute, agricoltura e attività ricreative. Mozambico La miniera di rubini di Montepuez è una delle più grandi al mondo e fornisce due terzi della produzione mondiale di queste pietre preziose. Situata a 200 chilometri da Pemba, è possibile trovarvi oltre 500 tipi di rubini. Il modello di business utilizzato a Montepuez è lo stesso delle miniere dello Zambia, in cui un investitore privato si assume tutti i rischi relativi all’investimento e trattiene il 75% dei profitti, mentre il restante 25% rimane al governo locale. Qui l’investitore straniero ottiene una concessione per 25 anni per un’area di 336 chilometri quadrati con 1.000 lavoratori, l’80% dei quali sono residenti locali. L’azienda cerca di migliorare i programmi di Rsi locali e spende fino a 1,7 milioni di dollari nella costruzione di ospedali e cliniche ginecologiche, fornendo veicoli che fungono da unità ospedaliere mobili per i villaggi e costruendo scuole riconosciute dal governo.

Tutti gli attori nella catena vogliono ottenere prodotti che non abbiano danneggiato alcun bambino, finanziato alcuna guerra, contaminato alcun fiume o abbattuto alcun albero.

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Focus mining and carbon capture

Poco cobalto in vista Per i veicoli elettrici e le batterie si usa più cobalto: questo sta causando problemi di approvvigionamento che potrebbero colpire settori del mercato dell’elettronica. di Mark LaPedus

vendono le batterie ricaricabili a produttori di auto elettriche, come BMW, Nissan, Tesla, Toyota. E se uno smartphone contiene tra i 5 e i 20 grammi di cobalto, per ogni veicolo – secondo Fortune Minerals (una compagnia mineraria canadese che si occupa della fase di sviluppo delle miniere) ne servono tra i 4.000 e i 30.000 grammi.

Executive Editor per la lavorazione presso Semiconductor Engeneering, Mark LaPedus è nell’industria dei semiconduttori dal 1986, lavorando in Asia per alcuni ani. Ha ricoperto la posizione di Revisore senior presso Electronic News, EBN e Silicon Strategies. In Asia è stato collaboratore per Byte Magazine. Più recentemente è stato corrispondente sui semiconduttori per EE Times.

La crescita del numero dei veicoli elettrici sta creando un’enorme domanda di cobalto, determinandone un aumento dei prezzi e problemi nella catena di rifornimento. Metallo ferromagnetico, il cobalto è uno dei materiali più importanti utilizzati nelle batterie a ioni di litio dei telefoni cellulari, di computer portatili e delle auto elettriche e ibride. Ma, sebbene l’industria dei semiconduttori consumi una percentuale minima delle riserve di cobalto mondiali, le scorte stanno diminuendo. Il mercato che registra il maggiore incremento in termini di domanda di cobalto è rappresentato dalle auto elettriche, settore che ne richiede ogni anno migliaia di tonnellate. Una volta raffinato è venduto alle aziende produttrici di batterie a ioni di litio, che poi

Il cobalto conferisce alle batterie un’alta densità energetica e stabilità termica. In termini semplici, gli ioni di litio passano dall’anodo al catodo e viceversa, determinando il caricamento o lo scaricamento della batteria. Le batterie a ioni di litio sono costituite da un anodo, un catodo oltre ad altri componenti. Per l’anodo si utilizza la grafite, mentre in un tipo di catodo, la Tesla usa ossidi di nichel-cobaltoalluminio (Nca). Se lungo le catene di produzione l’approvvigionamento dei materiali che costituiscono una batteria comporta una serie di problemi, i veri grattacapi derivano dal cobalto. Già da un po’ di tempo le scorte di cobalto scarseggiano e i prezzi sono andati alle stelle poiché un numero crescente di case automobilistiche ha annunciato o già realizza nuovi veicoli elettrici. E ora anche la Cina sta entrando prepotentemente nel settore. Oggi si produce una quantità di cobalto sufficiente per soddisfare la domanda attuale relativa alle auto elettriche, ma in futuro le cose potrebbero andare diversamente. “In generale, ci dovrebbero essere sufficienti scorte di cobalto raffinato per soddisfare la domanda per i prossimi cinque anni se l’aumento di capacità continua


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Indubbiamente l’industria dell’auto avrà bisogno di più cobalto per soddisfare la domanda futura, anche se la quantità di cobalto utilizzata in ciascuna batteria verrà ridotta. Si suppone che il contenuto di cobalto per veicolo elettrico scenda a 5 kg dagli attuali 11 kg mediante composti a maggior contenuto di nichel e minor contenuto di cobalto Si suppone che la batteria media passi dagli attuali 33 kwh a 38 kwh, rispecchiando il passaggio dai veicoli Phev (veicoli elettrici ibridi plug-in) ai veicoli Bev (veicoli elettrici a batteria) In totale i veicoli elettrici, che comprendono auto elettriche e ibride, rappresentano circa l’1% delle auto vendute attualmente in tutto il mondo. Però la Cina e altri paesi stanno dando una spinta: si prevede che il mercato dei veicoli elettrici crescerà dai 1,2 milioni di unità del 2017 a 1,6 milioni nel 2018, fino a 2 milioni nel 2019, secondo Frost & Sullivan. “La produzione di veicoli elettrici sta decollando. Oggi siamo sulla strada per arrivare complessivamente a 100 milioni di veicoli per il trasporto di passeggeri entro il 2020, con un incremento del 3%”, spiega Mike Rosa, direttore del marketing strategico e tecnico di Applied Materials. “Probabilmente 5 milioni di questi saranno elettrici. Numero che sta crescendo di circa il 4,6%.” Entro il 2025 si prevede che il mercato delle auto elettriche raggiungerà i 25 milioni di unità, secondo Frost & Sullivan. Altre previsioni non sono però così ottimistiche: alla stessa scadenza Cobalt27 ne prevede 15 milioni. Se i produttori di apparecchiature originali (Oem, Original Equipment Manufacturer) devono affrontare le sfide tecniche, per i demand planner il problema sono materie prime. Il cobalto infatti – presente nella crosta terrestre e nei fondali oceanici – non viene estratto nella sua forma pura. “Si tratta di un sottoprodotto del rame e del nichel: ma non tutti i giacimenti di rame contengono

Vendita di veicoli elettrici 16 14 12

Bev (veicoli elettrici a batteria)

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Phev (veicoli elettrici ibridi plug-in)

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Richiesta di cobalto per veicoli elettrici 80

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Richiesta di cobalto

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Contenuto di cobalto per veicolo elettrico

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2019E 2020E 2021E 2022E 2023E 2024E 2025E

Contenuto di cobalto per veicolo elettrico (kg)

Problemi delle scorte di cobalto

1. Roskill è un’azienda leader nelle ricerche internazionali su metalli e minerali. Fondata come agenzia di consulenza nel 1930 è nota per i suoi resoconti indipendenti e imparziali.

Vendita di veicoli elettrici e domanda di cobalto

Vendita di veicoli elettrici (milioni)

“A partire dal 2022 più o meno, avremo bisogno di aumentare parecchio la capacità affinché le scorte soddisfino la domanda.” Il problema è che circa il 67% del cobalto mondiale viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), una nazione politicamente instabile e con pratiche commerciali discutibili. “Molte case automobilistiche avranno bisogno di parecchio cobalto, migliaia di tonnellate all’anno per produrre auto elettriche” dice Bedder. “La domanda di cobalto sta aumentando e ci sono reali preoccupazioni riguardo la disponibilità dei giacimenti per il futuro. Nella Rdc la presenza di lavoro minorile è diffusa mentre chi utilizza il cobalto vuole un materiale estratto eticamente”.

cobalto, e lo stesso vale per i giacimenti di nichel”, ha spiegato Robin Goad, presidente e amministratore delegato di Fortune Minerals, che sta sviluppando in Canada un progetto di estrazione e raffinazione di cobalto-oro-bismutorame. “Il primo sottoprodotto della produzione di rame – chiarisce Goad – deriva da un solo tipo di

Richiesta di cobalto (migliaia di tonnellate)

come previsto”, dichiara Jack Bedder, un analista di Roskill.1

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Fonte: Cobalt 27, www.cobalt27.com/_ resources/presentations/ KBLT-corporatepresentation.pdf

15 milioni

di veicoli elettrici entro il 2025

Circa il 12% delle vendite globali di auto

68.000

tonnellate di cobalto


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materiarinnovabile 25. 2018 giacimenti di materiale che si trovano nella fascia del rame dell’Africa orientale che va dallo Zambia all’Uganda attraversando il Congo.” I giacimenti di nichel, invece, si trovano in Australia, Cuba, Canada, per esempio. “La maggior parte dei giacimenti di nickel, solfuro di nickel e laterite – spiega Goad – contengono cobalto come sottoprodotto.” In generale estrarre rame e nickel e raffinarli in cobalto richiede ingenti capitali: non è un processo nuovo, ma è complesso e presenta diverse sfide. Anche la catena di rifornimento attuale presenta alcuni problemi. Il governo della Repubblica Democratica del Congo – principale produttrice di cobalto al mondo – recentemente ha aumentato le royalty sui prodotti estratti, tra i quali rame, cobalto e oro, dal 2 al 3,5%. Secondo Roskill le royalty sul cobalto potrebbero arrivare al 10%, sebbene alcune compagnie minerarie ne sono esenti per i prossimi dieci anni. Non è chiaro l’impatto che questo avrà sui prezzi. Di solito il valore del cobalto ha avuto delle impennate in occasione dei picchi di domanda. Secondo Roskill i prezzi sono rimasti stazionari intorno ai 13 dollari per libbra tra il 2012 e il 2016, per poi salire fino a 32 dollari lo scorso anno e arrivare oltre i 42 dollari all’inizio del 2018,(1 libbra è pari a 0,45 kg, ndr).

Semiconductor Engeneering, semiengineering.com

Anche il quadro della domanda/offerta rappresenta un problema fonte d’inquietudine per i produttori di batterie. Oggi, diversi progetti per l’estrazione di cobalto nella Rdc si sono ampliati o sono stati riavviati per poter soddisfare la domanda. I due esempi più rilevanti sono costituiti da miniere gestite da Eurasian Resources Group e Katanga Mining. Glencore, la più grande compagnia al mondo per l’estrazione di cobalto detiene un importante pacchetto azionario di Katanga. Nel 2017 la fornitura mondiale di cobalto raffinato è arrivata a 114.700 tonnellate, e la domanda, secondo Roskill, era di 117.700 tonnellate. “Il mercato è ampiamente in equilibrio”, dichiara Bedder di Roskill. “Inoltre, prevediamo che ci saranno forniture sufficienti dalle miniere di cobalto fino a circa il 2022, ma successivamente sarà necessario avere aumenti sostanziali”. Ecco un altro modo di vedere il quadro generale: secondo il Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti (Doe) nel 2017 i veicoli elettrici hanno utilizzato circa il 9% della produzione mondiale di cobalto, il 15,6% di quella di litio, l’1,3% di quella di nichel e meno dell’1% di quella di manganese. Il Doe prevede che le batterie a ioni di litio “domineranno i mercati globali di cobalto e litio entro pochi anni”. Per soddisfare la domanda di cobalto, l’industria mineraria sta sviluppando una quantità di nuovi programmi. Di fatto ci sono all’incirca 185 progetti per l’estrazione di cobalto in via di definizione. Però molti di questi sono ancora nella fase di sviluppo e non potranno avviare la produzione in tempi rapidi. “Queste sono miniere che teoricamente potrebbero produrre. La maggior parte sono

allo stato embrionale. Molti progetti si stanno avvantaggiando del recente battage pubblicitario intorno al cobalto e ai veicoli elettrici”, chiarisce Bedder di Roskill. “Per ora è importante concentrarsi su progetti a uno stadio più avanzato di sviluppo, tenendo d’occhio i vari piani in fase embrionale per controllarne i progressi.” I materiali estratti e lavorati vengono consegnati alle aziende di raffinazione, molte delle quali sono in Cina, che di fatto controlla il 60% del business delle raffinerie di cobalto. “Le catene di rifornimento sono complesse.”, afferma Michèle Brülhart, direttrice dell’innovazione di Responsible Business Alliance (Rba), un gruppo non profit che si occupa delle catene di rifornimento globali di apparecchiature elettroniche. “I rischi che si presentano, o vengono prospettati, sono concentrati proprio a monte della catena di rifornimento, in gran parte in quello che chiamiamo l’upstream. È qui che i materiali vengono estratti, subiscono le prime fasi della lavorazione, e vengono esportati per farsi strada lungo la catena di valore internazionale”, chiarisce Brülhart. Rba dirige diversi programmi, tra i quali la Responsible Minerals Initiative (Rmi), che affronta problemi relativi all’approvvigionamento responsabile di minerali. Per contribuire a fare da “navigatore” lungo la catena di rifornimento e a sviluppare le tecniche migliori, Rmi ha recentemente inaugurato la Risk Readiness Assessment Platform (Rra), uno strumento di autovalutazione che affronta le pratiche per la gestione del rischio in 31 aree problematiche. Elenca anche le aziende a monte e a valle della catena legate a stagno, tungsteno, tantalio, oro e cobalto. Tantalio, stagno, tungsteno e oro sono considerati minerali di conflitto, che per definizione vengono estratti in zone “calde”. Rmi ha anche lanciato di recente il Cobalt Reporting Template (Crt). “È sostanzialmente uno strumento per la mappatura. Permette alle aziende di identificare quelle che chiamiamo strozzature nella catena di rifornimento”, spiega Brülhart. I trend delle batterie Per i veicoli elettrici, i principali produttori di batterie a ioni di litio comprendono aziende come Byd, Catl, LG, Panasonic, Samsung, SK e Tesla. Secondo Fortune Minerals, nel mondo ci sono in totale 41 mega fabbriche di batterie a ioni di litio tra quelle già attive e quelle in via di costruzione. Ognuna richiede svariate tonnellate di cobalto. Catl, per esempio, sta costruendo un nuovo impianto che richiede fino a 23.000 tonnellate di cobalto all’anno. In generale ci sono diversi tipi di batterie a ioni di litio. Per esempio le batterie basate su una chimica a ossidi di litio-cobalto (Lco) per il catodo vengono usate nei telefoni cellulari e nei computer portatili. Invece i produttori di veicoli elettrici usano per


World il catodo a ioni di litio diversi tipi di tecnologie, precisamente ossidi di nichel-manganese-cobalto (Nmc) e ossidi di nichel-cobalto-alluminio (Nca). Tesla usa la tecnologia Nca, mentre gli altri quella Nmc. La prima generazione di batterie Nmc contiene concentrazioni identiche di nichel, cobalto e manganese, situazione denominata Nmc111. Secondo Benchmark Mineral Intelligence, una società di ricerca, in una cella Nmc111 il materiale del catodo è responsabile del 40% del costo della batteria. Secondo Goad, di Fortune Minerals, “È in corso un’iniziativa per ridurre la quantità di cobalto contenuta nelle batterie per via dei costi e delle preoccupazioni riguardo alla catena di rifornimento”. Per questo produttori di batterie Nmc stanno sviluppando e distribuendo prodotti che contengono meno cobalto. In queste batterie il contenuto di nichel, cobalto e manganese si trova in proporzioni 5/2/3 o 6/2/2. Molti le chiamano Nmc532 (5 parti di nichel, 3 parti di manganese e 2 parti di cobalto). Solitamente questo riduce la quantità di cobalto del 20% ma provoca un aumento del contenuto di nichel. Il nichel contribuisce a potenziare la densità energetica delle batterie. “Il costo sta scendendo a causa dell’economia di scala. Ma ciò che è più importante è che le batterie forniscono più potenza con una minore quantità materiali. Così si ottengono batterie più efficienti”, afferma Goad.

E in futuro?

Questa è una sfida che le tecnologie di prossima generazione per le batterie stanno affrontando. Alcune hanno un contenuto di cobalto minimo o nullo, come quelle a ossidi di litio-manganese, nichel (Lmno). Anche nel settore Ricerca e Sviluppo si possono trovare batterie a stato solido. Una batteria è fatta di un anodo, un catodo, elettroliti e un separatore. Gli elettroliti sono liquidi che trasportano gli ioni dall’anodo al catodo attraverso un separatore. “Il separatore fa sì che anodo e catodo non si tocchino. Se lo facessero causerebbero un cortocircuito”, spiega Terjesen di Ionic Materials. Nelle batterie a stato solido gli elettroliti liquidi e il separatore sono sostituiti da un materiale solido. Questa tecnologia “compatterà i materiali nella cella e farà aumentare il voltaggio della stessa, due fattori che porteranno a una maggiore densità energetica”, sostiene Vereecken di Imec. Ci sono diverse iniziative in corso nel campo delle batterie a stato solido. Ionics, per esempio, ha sviluppato un polimero che sostituisce il liquido elettrolita nella batteria. Un produttore di batterie avrebbe comunque bisogno di un anodo e un catodo, entrambi basati su diverse chimiche. Imec, nel frattempo, sta sviluppando un elettrolita solido nanocomposito. Queste tecnologie sono promettenti, ma si prevede che non vedranno la luce prima del 2025.

Le batterie dunque restano il punto debole dei veicoli elettrici. Non ne esiste una gamma sufficiente a soddisfare tutti i consumatori, in particolare al di fuori delle aree urbane.

Fino ad allora l’industria continuerà a utilizzare batterie tradizionali. E fino ad allora il cobalto continuerà a essere una spina nel fianco nella supply chain, almeno per il futuro prossimo.

L’industria sta compiendo un ulteriore passo. Ora sta sviluppando batterie che utilizzano una chimica del catodo con un rapporto di 8/1/1: si tratta di batterie che verranno distribuite nel 2019 e che riducono il contenuto di cobalto e i costi a esso associati. Però anche queste batterie devono superare alcune criticità: passando a una cellula a contenuto inferiore di cobalto, la volatilità aumenta e la probabilità di combustione è maggiore. “Con concentrazioni di nichel più alte la densità energetica è superiore. Ma si fa a spese della sicurezza e ci sono alcuni problemi nel caricamento. Le prestazioni sono influenzate da una concentrazione minore di cobalto”, ha affermato Goad. “Non si può avere una concentrazione di cobalto inferiore al 5%, altrimenti la struttura della batteria a ioni di litio collassa. Tutti i principali produttori vi diranno che il cobalto rientrerà nella chimica delle batterie almeno per i prossimi dieci anni, se non per i prossimi venti.” Persino con un contenuto inferiore di cobalto nelle batterie, secondo Exane BNP Paribas, il mercato richiederà ancora circa 240.000 tonnellate all’anno fino al 2025.

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Il tabacco Solaris:

dall’Africa una nuova speranza per alimentare i jet Due anni fa per la prima volta un Boeing 737 ha volato per 1.300 km – da Johannesburg a Cape Town – usando biocarburante ricavato dal tabacco Solaris. Ecco i progetti del Sudafrica per utilizzare a tal fine anche gli scarti agricoli e forestali e la biomassa derivante dalla rimozione delle specie vegetali aliene. di Ray Mwareya

Ray Mwareya scrive di immigrazione, energie rinnovabili, cambiamenti climatici e salute pubblica. Ha vinto il premio UN Correspondents Association Media Prize, dell’UN Global Migration Fair Reporting Award ed è stato fra i finalisti del premio giornalistico Lorenzo Natali della Commissione europea.

Il Solaris è una coltura modesta, ampiamente ignorata dai contadini africani perché nonostante si tratti di una varietà di tabacco, non ha valore commerciale non contenendo nicotina. Raccolta annualmente, è una coltivazione non geneticamente modificata con un’alta resa in termini di semi e biomassa. In Sudafrica però questa coltura – di fatto trascurata – sta compiendo un grande salto, passando da alimento per bestiame a carburante per jet. Due anni fa, nel luglio 2016, un Boeing 737 della South African Airways e della sua controllata la low cost Mango airlines, ha compiuto i 1.300 km che separano Johannesburg, la capitale commerciale del Sudafrica, da Cape Town, la seconda città del paese per grandezza, alimentato da biocarburante ricavato da tabacco Solaris. Effettuato in coincidenza con le celebrazioni per il centesimo anniversario di Boeing International, si è trattato del primo volo passeggeri compiuto utilizzando biocarburante sostenibile per l’aviazione prodotto in Sudafrica. I motori del Boeing 737 che ha trasportato i 300 passeggeri sono stati alimentati dal biocarburante prodotto dalla SkyNRG e da Sunchem SA utilizzando il tabacco Solaris in una miscela composta al 30%. Il tabacco Solaris viene coltivato su piccola scala dai contadini nelle campagne del Sudafrica: pertanto la sua coltivazione ha un impatto su temi quali il cibo, la salute e la povertà, oltre a creare posti di lavoro in un momento in cui la vendita delle varietà di tabacco da sigaretta è in calo in seguito alle indicazioni fornite dalle linee guida internazionali sulla salute. Attualmente Boeing, in partneriato con il World Wildlife Fund (Wwf), sta operando in Sudafrica con l’obiettivo di aumentare gli investimenti e la

formazione in campo di soluzioni ambientali, e di creare posti di lavoro dignitosi e catene del valore durature per i contadini che coltivano Solaris per la produzione di biocarburante. Nel 2013 Boeing e South African Airways hanno dato vita alla loro collaborazione per l’utilizzo di carburante sostenibile. Nel 2014 Solaris è diventato il primo progetto volto a convertire l’olio ricavato dai semi di tabacco Solaris in biocarburante per jet. Nel 2015 le aziende agricole della provincia sudafricana di Limpopo in cui veniva prodotto il biocarburante per i voli, hanno ottenuto la certificazione dal Roundtable on Sustainable Biomaterials (RSB), uno degli organismi più accreditati al mondo nella definizione di standard di sostenibilità. La certificazione RSB costituisce un modello valido per estendere il progetto Solaris a una produzione di larga scala. L’iniziativa è in sintonia con gli obiettivi del Sudafrica a favore della salute pubblica, delle economie rurali e della sicurezza alimentare dei contadini, grazie all’incremento della produzione di Solaris e di altre colture su terreni non utilizzati. I partner hanno dato origine a un forum consultivo chiamato Southern Africa Sustainable Fuel Initiative (SASFI), che ha il compito di garantire la fornitura locale a lungo termine di combustibile per la South African Airways e altre compagnie aeree locali. Se il progetto avrà successo i contadini saranno in grado di sfruttare la domanda globale di materie prime certificate senza conseguenze negative sulla disponibilità di cibo, sulla qualità dell’acqua o sull’utilizzo dei terreni. Gli studi hanno dimostrato che i biocarburanti per l’aviazione prodotti in modo sostenibile emettono dal 50 all’80% in meno di emissioni nel corso del loro ciclo di vita, se paragonati agli equivalenti


World

SWITCH Africa Green Programme, www.switchafricagreen. org/index.php?lang=en Fetola, https://fetola.co.za

combustibili fossili. Le compagnie aeree di tutto il mondo hanno effettuato più di 2.500 voli passeggeri utilizzando varie forme di biocarburante da aviazione, a partire dalla sua approvazione per uso commerciale nel 2011. Oltre al Sudafrica, Boeing ha in corso progetti di sviluppo di biocarburanti negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Europa, Cina, Giappone, Sudest Asiatico, Brasile e Australia. Anche Mango airlines, la più grande compagnia aerea a basso costo del Sudafrica appoggia pienamente l’iniziativa. Il suo ex amministratore delegato, Nico Bezuidenhout, afferma: “Nel corso del tempo abbiamo intrapreso diverse azioni per ridurre il consumo di carburante e, di conseguenza, le emissioni, installando sedili più leggeri e rimuovendo pesi in eccesso nei velivoli […] Partecipare al programma per il biocarburante della South African Airways è un privilegio, e rappresenta il prossimo passo affinché il settore dei trasporti aerei partecipi attivamente non solo per ridurre la dipendenza da combustibili fossili nel lungo termine, ma anche per cercare soluzioni alle attuali sfide ambientali, contribuendo così in modo positivo agli sviluppi sociali a monte e a valle”. Tjasa Bole-Rentel, direttrice di programmi di Bioenergy e specialista di economie e policy energetiche per il Wwf, uno dei gruppi coinvolti nel lancio di questi biocarburanti aggiunge: “il Sudafrica produce una grande quantità di scarti agricoli, oltre a scarti provenienti dal settore forestale e di biomassa che deriva dalla rimozione delle specie vegetali aliene. Ma, fino a oggi lo sforzo si è limitato alla produzione di biocarburante per jet sufficiente a uno o due voli”. Se la tecnologia funzionasse, la produzione potrebbe essere moltiplicata. Il 15% del carburante da aviazione utilizzato nel più grande aeroporto sudafricano potrebbe essere biocarburante. Inoltre questa sperimentazione ha messo in luce l’importanza di produrre biocarburante in Sudafrica e non importare carburante dall’estero. “Se qui non c’è manifattura, allora le materie prime devono essere spedite fuori dal paese e poi riportate dopo la raffinazione. Questo – precisa Bole-Rentel –

rende il biocarburante da aviazione costoso e inutile.” Sta quindi prendendo forma un progetto locale. Attraverso il suo programma SWITCH Africa Green l’Unione europea ha messo a disposizione 1,4 milioni di dollari per incentivare l’agricoltura e per proteggere le foreste in Sudafrica, incoraggiando l’utilizzo di scarti per la produzione di biocarburanti: il nome accattivante del progetto è “Waste to Wing” (da rifiuto ad ala). L’impresa sociale sudafricana chiamata Fetola, che in lingua Sotho significa “cambiamento”, ha creato un’alleanza con Wwf e SkyNRG per costruire una filiera del carburante in Sudafrica. Oltre venticinque attività imprenditoriali di proprietà della comunità locale raccoglieranno e forniranno il materiale di scarto necessario alla produzione di biocarburante. Esiste un’altra alternativa: “Utilizzare le specie invasive che possono essere raccolte ed essiccate per alimentare le industrie di biocarburanti”, afferma Amanda Dinan, direttrice dei programmi di Fetola, che evidenzia come in questo modo un rifiuto possa aiutare a risolvere il problema della disoccupazione in Sudafrica, attraverso la “raccolta, collezione, pre-trattamento e trasporto”. “Il progetto Waste to Wing – spiega Bole-Rentel – si concentrerà sulla biomassa di scarto”, compresi gli scarti alimentari, la produzione di mangimi destinati al bestiame, la fabbricazione della carta e la produzione di mobili. Questo è un aspetto di particolare importanza, dato che normalmente gli scarti agricoli in Sudafrica vengono bruciati. Adesso che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia crescente per la sicurezza alimentare, anche la filiera dell’approvvigionamento alimentare deve essere protetta. Grazie al progetto Waste to Wing i terreni agricoli non vengono utilizzati per produrre carburante. “Il Sudafrica possiede ampie distese di piante invasive che possono essere tagliate”, afferma Dinan. Il progetto del biocarburante per jet potrebbe essere un grande aiuto anche per combattere le specie invasive. Sampson Mamphweli, Direttore del Centre for Renewable and Sustainable Energy Studies della Stellenbosch University, ha confermato che il Sudafrica possiede grandi quantità di rifiuti organici che potrebbero essere utilizzati: “Vale la pena di perseguire questo progetto. Che si faccia utilizzo dei rifiuti organici o che si coltivi la biomassa per produrne energia, non importa”. Ma spiega anche che bisogna tenere in considerazione fattori importanti come il costo della biomassa e del trasporto. D’altronde, secondo Bole-Rentel è troppo presto per valutare i risultati del biocarburante per l’aviazione in Sudafrica. “La nostra sperimentazione e ricerca – conclude – indicano che ci potrebbe essere abbastanza biomassa da soddisfare il 100% del nostro fabbisogno di biocarburante in futuro. Al momento però il normale carburante da jet deve essere ancora mescolato con biocarburanti riciclati.”

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Combattere il colera con i rifiuti In Yemen ormai la spazzatura fa parte dell’arredo urbano con il risultato che un milione di persone sono contagiate dal colera. Ma la soluzione prospettata da un ingegnere yemenita di installare piccoli impianti a biogas ridurrebbe il problema e assicurerebbe energia alle abitazioni. di Irene Baños Ruiz

Young Champion of the Earth, web.unep.org/ youngchampions

Lo Yemen sta attraversando una devastante crisi umanitaria. Nel mezzo della guerra civile, la maggioranza delle persone non ha più accesso all’energia e i rifiuti organici si accumulano per le strade. Questo fa sì che malattie mortali come il colera si diffondano rapidamente. L’ingegnere yemenita Omer Badokhon, vincitore del premio Young Champion of the Earth delle Nazioni Unite, ha avuto un’idea per affrontare queste due sfide: trasformare i rifiuti organici in biogas. Dal 2015, una sanguinosa guerra civile sta martoriando lo Yemen, il paese arabo più povero del mondo. Non sono solo i bombardamenti a uccidere migliaia di civili, ma anche la mancanza di cibo e di misure igieniche. Save the Children stima che ogni giorno muoiano circa 130 bambini per la fame e le malattie. Le malattie infettive si stanno diffondendo a velocità sempre maggiore, a causa dell’interruzione dei servizi pubblici dovuta al conflitto. La spazzatura ora è parte dell’arredo urbano e perfino la defecazione all’aperto è comune, mentre la gestione dell’acqua e le infrastrutture sanitarie non funzionano. Questo ha portato, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, alla peggiore epidemia di colera della storia moderna, con più di un milione di persone

©Peter Hessel – Spazzatura in Yemen.

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contagiate. Contemporaneamente il paese soffre anche per altre problematiche meno appariscenti ma anch’esse mortali, come l’inquinamento dell’aria all’interno delle abitazioni. Più di tre milioni di persone in Yemen cucinano su una fiamma libera, esponendosi costantemente a fumi dannosi. Il giovane ingegnere chimico yemenita Omer Badokhon conosce la situazione per esperienza diretta e spera di contribuire a migliorare le vite dei suoi connazionali: vuole installare impianti a biogas su piccola scala nelle singole abitazioni per convertire i rifiuti organici in energia e fertilizzanti. Sebbene il progetto richieda un finanziamento enorme, lui ha fatto un altro passo avanti grazie al premio delle Nazioni Unite Young Champion of the Earth, che gli ha riconosciuto la somma di 15.000 dollari – sufficienti per realizzare da 50 a 80 di questi impianti.


Nonostante la situazione del paese, Badokhon ha ottenuto risultati promettenti con i primi prototipi. “Questo ci dimostra che stiamo andando nella direzione giusta,” afferma soddisfatto. Le materie prime di cui ha bisogno per costruire i piccoli

impianti – vetroresina o plastica – sono subito disponibili ed egli prevede di costruirli nel sudest dello Yemen, nel Governatorato di Hadramaut, una zona relativamente sicura. “La sfida principale è sempre il finanziamento – un impianto a biogas casalingo può costare fino a 300 dollari, e Badokhon vorrebbe darli alle famiglie gratuitamente – ma spero di farcela entro il prossimo anno,” dice con ottimismo. La soluzione di Badokhon potrebbe contribuire a ridurre gli attuali problemi di rifiuti e salute in Yemen, e anche fornire alla gente energia pulita e sostenibile. Però Badokhon sottolinea l’importanza di un sistema adeguato nella gestione dei rifiuti per evitare che tutto questo si ripeta. “Per risolvere i problemi alla radice dobbiamo cominciare a pensare in maniera sostenibile”, conclude. Sfortunatamente, per ora, l’unico sistema circolare in Yemen è quello del terrore e della distruzione.

Omer Badokhon. ©Georgina Smith/UN Environment

“I piccoli impianti a biogas aiuteranno a risolvere due dei principali problemi che lo Yemen sta affrontando: la gestione inadeguata dei rifiuti organici e la scarsità di fonti di energia,” spiega Badokhon. Il progetto può ridurre la quantità di rifiuti nelle strade, che creano problemi di salute e rilasciano metano. Allo stesso tempo fornirà alle abitazioni una fonte di energia sostenibile, utilizzabile sia per l’illuminazione sia come combustibile per la cucina. In questo momento lo Yemen produce solo 750 megawatt di elettricità, ma ha una capacità potenziale di circa 1.300 megawatt. Gli scarti del processo di fermentazione possono essere usati come fertilizzante liquido.


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Startup

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IoT e raccolta rifiuti intelligente con Nordsense Nordsense Nuove tecnologie e piattaforme Sistema smart per la gestione dei rifiuti basata su IoT Un sensore installato nel bidone dei rifiuti e collegato a una piattaforma online, fornisce agli addetti alla raccolta percorsi ottimizzati, riducendo i veicoli in strada e la presenza di cassonetti pieni

di Antonella Ilaria Totaro

www.nordsense.com

Nata nel 2015 a Copenaghen, in Danimarca, già presente in USA, la startup danese Nordsense offre una soluzione semplice e completa che ottimizza i processi di raccolta dei rifiuti monitorando con l’IoT il livello della spazzatura contenuta nel bidone. Attraverso un’analisi avanzata di dati, Nordsense suggerisce agli operatori ecologici un percorso di guida ottimizzato e la raccolta efficiente dei rifiuti. Fondata da Søren Christensen e Manuel Maestrini, Nordsense riduce così il numero dei veicoli in strada, il loro consumo di carburante e al contempo evita la presenza di bidoni traboccanti e insalubri. Sui cassonetti viene installato un piccolo sensore, l’NS Pod, che misura il contenuto presente raccogliendo anche dati su materiali e altro. Grazie alla sua tecnologia e alle sue dimensioni ridotte – il più ingombrante è più piccolo di uno smartphone per un peso di 310 grammi – l’NS Pod può essere utilizzato in qualsiasi tipo di cassonetto o bidone, indipendentemente dalla forma, dalle dimensioni o dal tipo di rifiuto contenuto. Il dispositivo, che richiede meno di un minuto per essere installato su ogni bidone, è consegnato con una batteria che dura, a seconda del modello e dell’uso, dai 7 ai 10 anni. Una volta installato il sensore, è possibile connettersi da qualsiasi dispositivo alla piattaforma e monitorare in tempo reale quali bidoni necessitano di essere svuotati, creando così percorsi on demand ottimizzati per passare solo dai cassonetti pieni. In questo modo l’operatore addetto alla raccolta dei rifiuti, al momento del login su smartphone o tablet, riceve il programma di lavoro giornaliero con le istruzioni aggiornate di volta in volta e le indicazioni di navigazione, disponibili in più lingue. L’utilizzo del sistema non prevede una spesa iniziale, il servizio è offerto sulla base di un abbonamento mensile. Occorre solo impegnarsi ad adottare Nordsense almeno per dodici mesi.


Startup

Startup

Nome: Settore: Plus:

Chakr, catturare inquinamento per produrre inchiostro Chakr Innovation Nuove tecnologie e materiali Un dispositivo retrofit che cattura alla fonte il particolato emesso dagli scarichi dei generatori diesel

Caratteristiche:

La tecnologia brevettata Chakr Shields permette di raccogliere il fumo prodotto dai generatori e convertirlo in materiale vergine utilizzato nella produzione di inchiostri e vernici

di Antonella Ilaria Totaro

Catturare le emissioni alla fonte è essenziale se si vuole migliorare la qualità dell’aria nelle città indiane, tra le più inquinate al mondo. Con questo assunto è nata Chakr Innovation, azienda indiana con sede a Delhi, che ha realizzato la prima tecnologia in grado di catturare le emissioni prodotte dai generatori di elettricità a diesel e impiegare il prodotto derivato dal particolato raccolto per ottenere inchiostro dal nome iconico POINK (crasi di pollution ink, inchiostro da inquinamento).

https://chakr.in

La tecnologia hardware retrofit applicata ai generatori, chiamata Chakr Shields (Chakr in India significa cerchio) riesce a “bloccare” in tempo reale, grazie all’utilizzo di un solvente, circa il 90% del particolato inquinante emesso dagli scarichi dei generatori diesel. Una tecnologia brevettata che raccoglie, trasforma e converte il fumo in materiale

utilizzabile per inchiostri e vernici, senza peraltro causare alcun impatto negativo sul motore. I dispositivi Chakr Shields sono in funzione in oltre 60 siti diversi, nelle regioni di Delhi, Chennai, Bangalore e Hosur e vengono impiegati da aziende manifatturiere, complessi immobiliari, istituti d’istruzione, compagnie petrolifere ecc., che purtroppo sono ancora dipendenti dai generatori diesel. L’inchiostro POINK è utilizzato, per esempio, per stampare le informazioni sugli imballaggi. Anche se in realtà non ha solo questa funzione. “Con la creazione di POINK, siamo riusciti a rendere tangibile il problema dell’inquinamento a un pubblico più ampio. Quando si può vedere e toccare ‘l’aria inquinata’, si alimenta, tramite la curiosità, un vero dibattito sulla qualità dell’aria” spiega a MR Arpit Dhupar, uno dei fondatori di Chakr Innovation.

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Startup

Nome: Settore: Plus: Caratteristiche:

Vestiti in abbonamento con Le Tote Le Tote Modello di business circolare Servizio di abbonamento per abbigliamento femminile Affitto di vestiti e accessori femminili che, a fronte di un canone mensile, sono consegnati direttamente a casa per un periodo limitato di tempo per poi essere riconsegnati e usati da altre abbonate

di Antonella Ilaria Totaro

www.letote.com

Sono stati due uomini, Brett Northart e Rakesh Tondon, a creare nel 2012 uno dei primi “Netflix della moda”. Le Tote è, oggi, uno dei principali servizi di moda online che, al posto dell’acquisto dei capi di abbigliamento, offre l’accesso a un guardaroba personalizzabile e temporaneamente affittabile. A fronte di un abbonamento mensile che parte da 69 dollari (79 dollari per la linea di abbigliamento per la maternità), le clienti possono scegliere quali e quanti abiti e accessori noleggiare e per quanto tempo. Una volta sottoscritto l’abbonamento e selezionati online i capi, questi sono consegnati gratuitamente all’indirizzo richiesto. Senza costi è anche la restituzione a fine noleggio. Grazie alla raccolta dei dati sui capi salvati o scelti, sulle misure e sullo stile desiderato e agli algoritmi sviluppati, la piattaforma di Le Tote profila le abbonate e il motore di ricerca offre loro stili via via personalizzati. L’abbonamento può essere sospeso temporaneamente o annullato in qualsiasi momento senza costi aggiuntivi a patto che i capi noleggiati vengano spediti indietro entro cinque giorni dalla conclusione della membership. Se le clienti vogliono comprare alcuni dei capi noleggiati, possono acquistarli con uno sconto fino al 50% sul prezzo di vendita. Esiste anche un’assicurazione opzionale mensile che copre danni quali macchie o bottoni mancanti. Le clienti non devono occuparsi neppure del lavaggio degli indumenti: Le Tote invita le utenti a delegarlo a fine noleggio all’azienda stessa, avendo sviluppato un processo efficiente che utilizza detergenti biodegradabili, il 43% in meno di elettricità, l’11% in meno di gas e il 50% in meno di acqua rispetto ai lavaggi fatti a casa. Presente ormai quasi ovunque negli USA, Le Tote è stato di recente lanciato in Cina. L’azienda ha registrato oltre il 300% di crescita negli ultimi due anni e ha raccolto più 60 milioni di dollari di investimenti. Il modello di business di Le Tote, che porta nell’abbigliamento il consumo collaborativo e condiviso, è un tentativo di risposta al fast fashion. E al fatto che un abito viene oggi indossato, in media, il 36% di volte in meno rispetto a 15 anni fa.


Startup

Startup

Nome: Settore: Plus:

Caratteristiche:

Materiali isolanti dalle piume con Aeropowder Aeropowder Nuovi materiali Materiale termoisolante per gli imballaggi e per l’edilizia prodotto da scarti dell’industria avicola Sfruttando la cheratina, proteina presente nelle piume dei polli, Aeropowder crea un materiale biodegradabile ad alto potere isolante

per dar vita ad Aeropowder, materiale a base di cheratina, una proteina chimicamente resistente che si trova nelle piume dei polli. Queste ultime, di solito bruciate o trasformate in mangime animale di scarso valore, grazie alla loro struttura microscopica sono invece termoisolanti performanti, nonché una delle fibre naturali più leggere. Nata nel 2016, la startup ha immesso ora sul mercato il suo primo prodotto: Pluumo, un imballaggio compostabile formato per il 95% da piume di scarto e il 5% da biobinder, un polimero di origine biologica. Le piume scartate, trasformate in un tessuto isolante, vengono coperte da una fodera compostabile per alimenti. Pluumo è pensato per isolare cibo deperibile e rimpiazzare il polistirene nelle spedizioni e negli acquisti online di generi alimentari. “Anche se la produzione è oggi localizzata in Danimarca, le richieste arrivano da tutta Europa”, spiega Elena Dieckmann, “e non sono solo da parte dei consumatori, ma anche da produttori di pollame che hanno un surplus di piume. La produzione di carne di pollo infatti genera un enorme spreco, pari solo nel Regno Unito a 2.000 tonnellate di piume di scarto ogni settimana”. Un altro settore in cui Aeropowder vede significative prospettive di utilizzo per i suoi prodotti è quello degli isolanti edili. Le piume, grazie alle loro proprietà termoisolanti, infatti, potrebbero essere usate per sostituire il poliuretano, prodotto chimico non rinnovabile e non biodegradabile.

di Antonella Ilaria Totaro

www.aeropowder.com

Vincitrice di diversi premi tra cui il Green Alley Award, Aeropowder è la startup con sede a Londra che trasforma le piume, prodotto di scarto dell’industria avicola, in un nuovo materiale biodegradabile e utilizzabile come isolante negli imballaggi. I fondatori, Elena Dieckmann e Ryan Robinson, con background in design e ingegneria industriale lei e scienze biologiche lui, hanno impiegato anni di ricerca, tuttora in corso,

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Rubriche Circular by law

Plastica monouso e automotive, i prossimi impegni dell’Ue Francesco Petrucci in collaborazione con Rivista “Rifiuti – Bollettino di informazione normativa” e Osservatorio di normativa ambientale su www.reteambiente.it

Senza azioni rapide, decisive e di ampia portata sarà difficile fermare il riscaldamento globale sotto i 2 °C. Questo il monito che arriva dal Gruppo di esperti sui cambiamenti climatici dell’Onu (Intergovernmental Panel on Climate Change, cosiddetto Ipcc). Il rapporto presentato l’8 ottobre 2018 ha offerto un utile contributo scientifico alla Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici (COP 24) delle Nazioni Unite che quest’anno si è tenuto a Katowice (Polonia) dal 3 al 14 dicembre. Sulla scorta del rapporto degli esperti Onu, azioni decise per attuare l’Accordo di Parigi sul clima sono state chieste dal Parlamento europeo in una risoluzione del 25 ottobre 2018 e in precedenza – il 9 ottobre – dal Consiglio Ue, confermando il ruolo da protagonista dell’Unione europea nelle scelte politiche e legislative di lotta ai cambiamenti climatici. A questo proposito l’11 ottobre scorso la Commissione europea ha approvato l’aggiornamento della Strategia per la bioeconomia che prevede 14 azioni concrete da avviare nel 2019 per affrontare il cambiamento del clima e il degrado dell’ecosistema. Secondo la Commissione una bioeconomia sostenibile è necessaria per affrontare un futuro neutro in termini di emissioni di carbonio. Una mano alla lotta al cambiamento climatico lo daranno sicuramente le direttive sulle fonti di energia rinnovabile e sull’efficienza energetica approvate definitivamente dal Parlamento europeo il 13 novembre scorso. Prossimi passi l’approvazione formale del Consiglio Ue e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale europea. I testi prevedono un obiettivo vincolante sulle energie rinnovabili del 32% al 2030 e uno facoltativo sull’efficienza energetica al 32,5% al 2030. In materia di energia si segnala la pubblicazione della nuova norma internazionale ISO 50001:2018 “Energy Management Systems” che sostituirà dal 2021 (dopo i 3 anni di periodo transitorio) la precedente ISO del 2011. Intanto avanza rapidamente l’iter di approvazione della proposta di direttiva sulla riduzione della plastica monouso. Dopo l’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento Ue il 24 ottobre 2018 e la posizione in merito espressa dal Consiglio Ue il successivo 31 ottobre, è partito il dialogo tra le parti per arrivare a un testo comune per quella che sarà – ne abbiamo parlato più volte – una normativa

destinata a cambiare profondamente la filiera della produzione della plastica. Anche il mondo dell’automotive è destinato a cambiamenti che impatteranno su tutta la filiera. Il Parlamento europeo il 3 ottobre 2018 ha approvato la proposta di regolamento sulla riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli leggeri come automobili e furgoni, prevedendo limiti stringenti (35% di riduzione delle emissioni per le auto). Il 9 ottobre 2018 il Consiglio Ue ha votato la stessa proposta legislativa prevedendo però limiti meno severi. Ora parte il dialogo tra le parti per arrivare a un testo condiviso. Successivamente, il 14 novembre, il Parlamento europeo ha approvato la proposta di regolamento sui limiti alle emissioni di CO2 per i veicoli pesanti (obiettivo 35% in meno al 2030) con obblighi per i costruttori di introdurre nel mercato una percentuale di veicoli a emissioni zero. Anche in questo caso Parlamento e Consiglio Ue cominceranno un dialogo per arrivare a un testo comune su cui trovare un accordo. In materia di certificazione si segnala l’aggiornamento dei criteri per il marchio Ecolabel Ue per i lubrificanti (decisione Commissione Ue 8 novembre 2018, n. 2018/1702/Ue). I nuovi criteri per ottenere la certificazione Ecolabel saranno validi fino al 2024 e aiuteranno all’immissione sul mercato di prodotti certificati meno impattanti sull’acqua e con una quantità ridotta di sostanze pericolose. È stata invece prorogata la validità dei criteri Ecolabel esistenti per carta, materassi, prodotti igienici e cosmetici. Infine alcune novità che interessano le aziende che producono o commercializzano sostanze chimiche. Il regolamento 2018/1513/Ue in vigore dal 1° novembre 2018 ha limitato l’uso di una serie di sostanze come cadmio, piombo, benzo[e]pirene nei capi di abbigliamento, negli articoli tessili e nelle calzature. Il regolamento 2018/1480/Ue ha invece stabilito nuove regole armonizzate per la classificazione, l’imballaggio e l’etichettatura di 35 sostanze pericolose, a partire dal 1° maggio 2020. Infine è stato previsto il divieto di impiego dell’ossido di bis(pentabromofenile), cosiddetto “decaBDE” come sostanza in quanto tale dal 2 marzo 2019, mentre è stabilito che l’impiego del “decaBDE” ai fini della produzione o immissione sul mercato di altre sostanze (come costituente), miscele o articoli scatta dal 2 marzo 2027.


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