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RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE 17 | luglio-agosto 2017 pubblicazione bimestrale Edizioni Ambiente

Intervista a Kate Raworth: l’era della ciambella •• Focus mare: Stop Plastic Waste •• Quando piccolo è meglio •• BlueMed, un mare di opportunità

Dossier bioeconomia/Norvegia: un tesoro in fondo al mare •• Usato ma di qualità •• Il caso Fairphone

Focus edilizia: Enviromate, il marketplace digitale •• Il caso delle mattonelle ecologiche •• Arriva l’edilizia off-site •• Gli anelli di una economia circolare ed etica

Okja, la lezione del supermaiale •• L’Ue cambia le regole su Reach e rifiuti •• Cosa hanno in comune una ruota e una giacca


Riapriamo VecchiE FABBRICHE con una nuova chiave: La bioeconomia. Siamo l’azienda leader a livello internazionale nel settore delle bioplastiche e nello sviluppo di bioprodotti, ottenuti grazie all’integrazione di chimica, ambiente e agricoltura. Uno dei nostri principali traguardi è la rigenerazione del territorio. Obiettivo che perseguiamo trasformando siti industriali e di ricerca non più competitivi o dismessi in vere e proprie infrastrutture della bioeconomia, generando nuovo valore e posti di lavoro.

Impianto Mater-Biotech per la produzione di biobutandiolo, risultato della riconversione di un sito industriale dismesso ad Adria (RO).


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Stampato da Geca Industrie Grafiche con inchiostri a base vegetale privi di oli minerali. Il sistema produttivo di Geca non produce scarichi e ogni sfrido delle nostre lavorazioni è immesso in un processo di raccolta e riciclo. www.gecaonline.it

Stampato su Crush, carte ecologiche di Favini realizzate con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali che sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero: copertina Crush Mais 250 g/m2, interno Crush Mais 120 g/m2. www.favini.com

Eventi


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Editoriale

Un tuffo nella circolarità di Antonio Cianciullo

#unsaccogiusto, video www.youtube.com/ watch?v=Y37vj28p53A

Profondità, grandi spazi, tempi lunghi, forza della natura, stabilità: sono le immagini più immediate che vengono in mente quando si parla di mare. Elementi non facilmente associabili all’idea di circolarità. Eppure, a ben guardare, il nesso tra oceani e circular economy è nella logica delle cose. Basta saper guardare. E in questo numero di Materia Rinnovabile proviamo a farlo. Ovviamente il mare è collegato alla circolarità perché è un elemento essenziale di alcuni cicli fondamentali, da quello dell’acqua a quello del carbonio. Ma questo è un aspetto tecnico che rimanda a conoscenze molto antiche, come quelle scolastiche sull’evaporazione, o molto moderne, come le indagini sui meccanismi che finora hanno consentito di assorbire circa la metà dell’anidride carbonica emessa e che stanno entrando in crisi per colpa del cambiamento climatico. C’è però un altro aspetto del rapporto tra mare e circolarità che produce un impatto emozionale più immediato e di presa più larga. Basta mettere piede in una spiaggia o concedersi un tuffo per sperimentare in diretta l’invasione di ciò che è poco circolare, degli oggetti indesiderati che prendono il posto dei pesci, dei rifiuti che pensavamo di aver liquidato con un gesto frettoloso e distratto e che tornano prepotenti davanti ai nostri occhi. A partire dalla plastica. Nell’aprile scorso, sulla Stampa, Mario Tozzi ricordava le isole di plastica, i cinque vortici di dimensioni continentali che contengono ciascuno 7 miliardi di tonnellate di plastica: “Nell’oceano Pacifico, a Kamilo Beach (isole Hawaii), ci sono ormai più frammenti di plastica che granelli di sabbia. Sono soprattutto sacchetti (shopping bag), di cui se ne fabbricano 500 miliardi all’anno (e pensare che nel 1970 nemmeno esistevano), che costituiscono circa il 40% dei rifiuti marini del Mediterraneo”. Questi fiumi di plastica si frammentano progressivamente fino a confondersi con gli organismi marini e a essere mangiati da pesci e tartarughe che li scambiano per meduse finendo per soffocare. Ormai ci sono 7 rifiuti per ogni metro di spiaggia come risulta dall’indagine “Beach Litter 2017”, condotta da Legambiente ad aprile e maggio di quest’anno in 62 punti del litorale italiano. E oltre l’80% di questi rifiuti

è plastica: frammenti di reti, tappi, bottiglie e contenitori, stoviglie usa getta, sacchetti. Come arginare il fenomeno del marine litter, che costa all’Unione europea 477 milioni di euro l’anno? Le opzioni sono varie e non alternative. Nell’immediato si può pensare a un pronto intervento come quello che ha proposto Castalia, il consorzio che lavora in collaborazione con il ministero dell’Ambiente, lanciando il progetto Sea Sweeper, lo “spazzino del mare”: un sistema di reti di nylon fisse – senza impatto sulla vita acquatica – per intercettare la plastica galleggiante portata dai fiumi (è l’80% di quella che finisce in mare). Poi ci sono le best practice come gli shopper in plastica compostabile che sono al centro anche di una battaglia per la legalità, come ha sottolineato la campagna #unsaccogiusto – testimonial l’attore di Gomorra Fortunato Cerlino, alias il boss Pietro Savastano – che ha lanciato l’allarme contro le buste taroccate: un fenomeno che comporta una perdita economica netta per la filiera legale dei sacchetti compostabili pari a 160 milioni di euro, oltre a 30 milioni di evasione fiscale a danno dell’intera collettività. Ma i vari tasselli della proposta vanno poi messi assieme provando a delineare i contorni di una nuova economia basata su attività sostenibili e sull’uso di materiali continuamente recuperati e di origine biologica invece che sull’usa e getta alimentato dai pozzi petroliferi e dalle miniere. È quello che hanno provato a fare due appuntamenti a cui diamo spazio nelle pagine seguenti. Il primo è la conferenza Onu sugli oceani che si è svolta a giugno. Il secondo è BlueMed, l’evento che punta a sbloccare il potenziale del Mediterraneo per la crescita blu. E nella stessa direzione va l’Unione europea con la nuova normativa sull’etichettatura dei pesci descritta nel servizio di Renata Briano sulla piccola pesca artigianale che rispetta i ritmi biologici del mare.


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M R

17|luglio-agosto 2017 Sommario

MATERIA RINNOVABILE

Direttore responsabile Antonio Cianciullo Direttore editoriale Marco Moro Hanno collaborato a questo numero Francesco Ansaloni, Andrea Barbabella, Emanuele Bompan, Mario Bonaccorso, Renata Briano, Arianna Campanile, Giovanni Corbetta, Jean-Luc Da Lozzo, Dag Falk-Petersen, David Gilmour, Roberto Giovannini, Valentino Grandinetti, Marco Gisotti, Arvid Hallén, Roger Kilburn, Traci Kinden, Ernst Kloosterman, Hörður G. Kristinsson, Liv la Cour Belling, Gianfranco Locandro, Emmanuelle Moesch, Ilaria Nardello, Eleonora Paris, Federico Pedrocchi, Francesco Petrucci, Elsa, Raverdy, Kate Raworth, Roberto Rizzo, Sigridur Thormodsdottir, Antonella Ilaria Totaro, Giorgio Zampetti Ringraziamenti Serena Carpentieri, Giuseppe De Biasi, Yasmina Lembachar, Stefania Maggi, Federica Mastroianni Caporedattore Maria Pia Terrosi Coordinamento di redazione Paola Cristina Fraschini Editing Paola Cristina Fraschini, Diego Tavazzi

Policy

www.materiarinnovabile.it ISSN 2385-2240 Reg. Tribunale di Milano n. 351 del 31/10/2014

Think Tank

RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE

Antonio Cianciullo

3

Un tuffo nella circolarità

Emanuele Bompan

6

L’era della ciambella Intervista a Kate Raworth

Arianna Campanile

10

Occorre fare rete

Mario Bonaccorso

13

Dossier Norvegia Un tesoro in fondo al mare

Renata Briano

20

Focus mare Quando piccolo è meglio

Marco Moro

22

Focus mare Sono dodici, ma cresceranno

Ilaria Nardello

25

Focus mare Un mare di opportunità

Giorgio Zampetti

27

Focus mare Sos oceani

Emmanuelle Moesch

30

Agricoltura circolare

Jean-Luc Da Lozzo ed Elsa Raverdy

31

Organic’Vallée: un agro-business locale

Traci Kinden

33

Infrastrutture: il collegamento che manca per chiudere il ciclo dei tessuti

Design & Art Direction Mauro Panzeri Impaginazione e infografiche Michela Lazzaroni Traduzioni Erminio Cella, Franco Lombini, Meg Anna Mullan, Mario Tadiello

a cura dell’Institut de l’économie circulaire, Parigi

a cura dell’Institut de l’économie circulaire, Parigi


5

Coordinamento generale Anna Re

Roberto Rizzo

35

Usato ma di qualità

Responsabile relazioni esterne Anna Re

Case Studies

Responsabile relazioni internazionali Federico Manca

Antonella Ilaria Totaro

38

Emanuele Bompan

44

Focus edilizia Arriva l’edilizia off-site

Antonella Ilaria Totaro

47

Focus edilizia Di questa casa non si butta niente

Francesco Ansaloni, Eleonora Paris e Valentino Grandinetti

50

Focus edilizia Il caso delle mattonelle ecologiche

Ufficio stampa ufficio.stampa@reteambiente.it Contatti redazione@materiarinnovabile.it Edizioni Ambiente Via Natale Battaglia 10 20127 Milano, Italia t. +39 02 45487277 f. +39 02 45487333 Pubblicità e promozione marketing@materiarinnovabile.it Abbonamenti (6 numeri all’anno) Solo on-line su www.materiarinnovabile.it/moduloabbonamento Questa rivista è composta in Dejavu Pro di Ko Sliggers Prodotto e stampato in Italia presso GECA S.r.l., San Giuliano Milanese (Mi)

Marco Gisotti

54

Gli anelli di una nuova economia per l’Italia e per l’Europa

Roger Kilburn

58

Dalla biotecnologia 400 milioni di sterline in 4 anni

60

World Efficiency a sostegno dell’economia a basse emissioni e ad alta efficienza

61

Circular by law Cambiano le regole su Reach e rifiuti

Roberto Giovannini

62

Il circolo mediatico La lezione del supermaiale

Federico Pedrocchi

63

Francesco Petrucci

Rubriche

Quando lo smartphone è fair

Pillole di innovazione Cosa hanno in comune una ruota e una giacca

Copyright ©Edizioni Ambiente 2017 Tutti i diritti riservati

In copertina Fotografia di Federico Manca


L’era della CIAMBELLA Intervista a Kate Raworth

Decostruire i modelli dell’economia neoclassica per trasformare l’economia globale. di Emanuele Bompan

Cambridge Institute for Sustainability Leadership, www.cisl.cam.ac.uk

La più grande sfida nel XXI secolo è soddisfare tutti i bisogni dell’umanità, rispettando i limiti del pianeta. Come possiamo assicurare il perseguimento della felicità di ognuno, mettere fine alla povertà, eliminare le ingiustizie proteggendo al contempo la Terra ed evitando di esercitare una pressione eccessiva sui sistemi planetari di sostentamento della vita (suolo, biodiversità, atmosfera) dai quali dipendono tutti gli esseri viventi? L’economia lineare neoclassica, petro-capitalistica, ha spinto il mondo sull’orlo del collasso. È indispensabile ridefinire l’economia politica. Nell’ultimo anno una grande attenzione si è concentrata sul lavoro dell’economista del Cambridge Institute for Sustainability Leadership, Kate Raworth. Ma non aspettatevi i grafici iper-complessi e le regole “perfette” che stanno alla base dell’economia tradizionale.

“Per trasformare la nostra economia dobbiamo ridefinire la sua narrativa e i suoi simboli. Per questo propongo un nuovo modello basato sulla forma della ciambella.” Davvero, avete capito bene. Ciambella. Ma attenti: Kate Raworth è una pensatrice assolutamente razionale. Autrice di uno dei più importanti libri di questo secolo, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Kate Raworth per oltre vent’anni si è occupata di definire un metodo per decostruire l’economia neoclassica, lavorando con l’Ong Oxfam, compiendo ricerche sulla diseguaglianza, e collaborando alla stesura dello Human Development Report per l’Undp. E la ciambella è diventata l’icona di un nuovo paradigma economico. Materia Rinnovabile ha incontrato Kate Raworth nella sala dell’antico Palazzo Malvezzi a Bologna, un antico salotto intellettuale, per comprendere come le tradizionali curve e linee dell’approccio


Think Tank Kate Raworth, definita da The Guardian come “una delle prime dieci tweeters al mondo sulla trasformazione dell’economia” è attualmente Senior Visiting Research Associate presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford, dove insegna al Master in Environmental Change and Management. È anche Senior Associate del Cambridge Institute for Sustainability Leadership e membro del Club di Roma.

neoclassico, basate sulla determinazione di beni, prodotti e distribuzione dei profitti tra i mercati attraverso il meccanismo di domanda e offerta, abbiano assolutamente mancato l’obiettivo di fornirci il fine ultimo della vita: un’esistenza sana, felice e fondata sul rispetto. E come la ciambella può salvare tutti noi.

Emanuele Bompan, geografo urbano e giornalista, si occupa di giornalismo ambientale dal 2008. Autore con Ilaria Brambilla del libro Che cos’è l’economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016).

Come ha pensato di usare la ciambella per rappresentare un nuovo modello di equilibrio su scala globale? “Può sembrare assurdo, ma quando studiavo una rappresentazione grafica del benessere umano e della situazione del XXI secolo è emerso un disegno che somigliava a una ciambella. Nel buco della ciambella sono rappresentate le carenze nelle fondamenta sociali: cibo, sanità, acqua, istruzione e alloggi. Chi non sta nel buco della ciambella riesce a vivere una vita dignitosa, con diritti garantiti e opportunità da cogliere. E allo stesso tempo non possiamo oltrepassare il limite esterno della ciambella, poiché significherebbe che esercitiamo una pressione così forte sul pianeta al punto da superarne i limiti (come spiegato da Johan Rockström, nda). Provocando così i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani, e minacciando lo stesso sistema vivente che ci sostenta. Quindi, l’obiettivo del XXI secolo è di portare tutti all’interno della ciambella. Oggi siamo oltre i limiti in entrambe le direzioni ma dobbiamo imparare a vivere entro i limiti del pianeta: gli economisti del secolo scorso non sapevano riconoscere il sistema planetario dal quale dipendiamo. Per raggiungere l’obiettivo abbiamo bisogno semplicemente di un’economia adeguata.” Il suo libro dà un’interpretazione interessante del modello neoclassico: il modo in cui

produciamo e consumiamo ha creato un’ideologia riguardo a come dovremmo produrre e consumare, imponendo la crescita come obiettivo manicheo e presentando teorie, come quella di Kuznets, quali leggi assolute della fisica. Quindi la realtà è diventata una copia del modello. “Noi esseri umani siamo molto influenzati dai racconti su come funziona il mondo. E lo siamo anche dalle immagini: quelle che disegniamo in ambito economico – insieme alle storie che raccontiamo – modellano il nostro comportamento. E l’economia modella la storia più importante che narriamo, la storia di chi siamo. Una narrativa in cui si dice che siamo spinti solo dall’interesse egoistico. Questo non corrisponde al vero, dobbiamo raccontarci la vera storia di chi siamo, e questo cambierà realmente quello che siamo diventati.” È tempo di decostruire il modello economico neoclassico e quello neoliberista? “Gli economisti che ci dicono ‘chi siamo’ hanno un’enorme responsabilità. Perché questo plasma ciò che diventiamo. Non dobbiamo solamente ripensare la storia di ciò che l’economia è. Nell’economia neoclassica mainstream, se chiedo a un professore ‘mi mostri la più grande immagine dell’economia che possiede’, probabilmente mi mostrerebbe il diagramma di flusso circolare, realizzato 70 anni fa da Paul Samuelson (il suo libro Economics: An Introductory Analysis, pubblicato per la prima volta nel 1948, uno dei più grandi classici, ha influenzato gran parte degli studenti di macro-economia del mondo, nda). Eppure questa immagine riporta solo ciò che è monetizzato, solo i flussi, senza il minimo riferimento al mondo vivente. Non si parla di materiali e rifiuti, né dei beni comuni, dei luoghi in cui la gente vive. Abbiamo fatto funzionare la nostra economia mediante una storia piena di omissioni e silenzi riguardo ad alcuni dei principali problemi attuali. Dobbiamo ridisegnare il diagramma e scrivere nuove storie che ci diano un’immagine di quel mondo che davvero vogliamo creare e un modello di noi stessi che sia fedele a tutte le reali possibilità della natura umana.” Le imprese hanno sempre seguito la regola del profitto. Che aspetto avranno le imprese del XXI secolo? “Ci sono tre criteri fondamentali che danno forma a un’impresa: lo scopo, la proprietà e il finanziamento. E sono aspetti spesso strettamente interconnessi. Nel XX secolo lo scopo delle imprese era di massimizzare i ritorni degli azionisti e il profitto. ‘Il business del business è il business’ era il mantra. La proprietà era detenuta dagli azionisti, che non avevano mai messo un piede nell’attività e la finanza era gestita attraverso mercati distanti e sempre alla ricerca di tassi di ritorno più alti. Le persone vedevano solo diagrammi di flusso, non incontravano mai i lavoratori, forse nemmeno conoscevano davvero i prodotti.

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materiarinnovabile 17. 2017

K. Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente 2017; www.edizioniambiente. it/libri/1146/l-economiadella-ciambella

Ellen MacArthur Foundation, www.ellenmacarthur foundation.org

Questo ha contribuito a portarci dove siamo ora, mettendo da parte l’ambiente e le comunità, chiamandole ‘esternalità’. Quando definisci qualcuno o qualcosa come un’esternalità, hai già detto quanto poco lo consideri importante. Abbiamo bisogno di un business con uno scopo esistenziale: perseguire il perpetuarsi della vita, rigenerando l’ambiente. La proprietà deve essere radicata, forse tra i dipendenti o tra gli azionisti che si prendono un impegno a lungo termine nel perseguire lo scopo dell’azienda. La finanza deve dedicarsi non solo al ‘ritorno sugli investimenti’, ma anche al valore sociale e ambientale che le imprese puntano a creare. Quindi la domanda che sta al cuore del business del XXI secolo è: quanti benefici possono essere accorpati, così da poterne distribuire una parte. È una questione di generosità: ‘in che modo posso utilizzare la mia azienda per contribuire ad affrontare un problema sociale o ambientale?’” I modelli neoclassici sono stati utilizzati dagli stati per definire la loro economia politica. Come può uno stato trasformare i suoi modelli di sviluppo e di misurazione? “Restiamo sul semplice: lo scopo del governo è di creare un’economia che sia rigenerativa per principio, segua il ritmo del mondo vivente e sia distributiva, così che il valore creato sia condiviso. La principale, assoluta, priorità è trasformare il sistema energetico passando dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Ciò ridurrebbe i costi dell’energia, creerebbe impiego, innovazione e un sistema energetico distributivo.

Poi questo cambierebbe l’intera base di tassazione, ponendo fine alla tassazione di chi utilizza la forza lavoro, senza penalizzare le aziende perché assumono personale, ma tassando l’uso delle risorse e l’utilizzo di materiali vergini. Ciò sarebbe un forte incentivo per il business, per l’occupazione; inoltre le imprese sarebbero più efficienti nell’utilizzo delle risorse. Bisogna incoraggiare la creazione di società in proprietà dei dipendenti, di cooperative, incentivare i nuclei domestici a installare pannelli solari sui loro tetti, incoraggiare l’uso dei creative commons. Ci servono metriche per calcolare il potenziale rigenerativo, tagliando le emissioni di carbonio e per mostrare che il valore è ridistribuito trai cittadini. Credo che questo richieda fondamentalmente di trasformare la finanza, che ci ha portati in un processo degenerativo.”

È un compito imponente, i governi di solito temono i cambiamenti. Come pensa che si possa realizzare il cambiamento? “Uno dei motivi per cui i governi hanno paura di occuparsi del settore finanziario è perché, ogni volta che viene messo sotto pressione, minaccia di delocalizzare altrove le proprie attività. Che è quello che stiamo vedendo nel Regno Unito. Abbiamo bisogno di governi che collaborino, a livello internazionale. Un gruppo come l’Unione europea è un punto di partenza molto potente. Deve incoraggiare nuove finanze, creare green bond, incentivare e supportare le banche che attivano fondi di investimento socialmente responsabili. Questo tipo di misure non solo porta a una contrazione della vecchia finanza, ma incoraggia attivamente ad adottare nuovi modelli finanziari.” Che tipo di metriche economiche sono necessarie per l’economia della ciambella? “Il XXI secolo sarà governato da unità di misura naturali e sociali. Ora tutti comprendiamo l’impronta idrica, parliamo d’impronta di carbonio. Vent’anni fa nessuno avrebbe capito di cosa stiamo parlando, ma oggi stiamo promuovendo metriche naturali e sociali. Per coloro che creano le nuove metriche è un compito eccitante scoprire nuovi Kpi (Key Performance Indicator) e sistemi per gestire i big data nazionali. Dobbiamo valutare se l’economia è rigenerativa per principio, quindi ci serve un’unità di misura che mostri fino a che punto un business è parte dell’economia circolare e se è distributivo. Penso che più ci


concentriamo su questo e più vediamo le fonti reali del benessere. Ci renderemo conto allora che il pil, che rappresenta principalmente il valore di beni e servizi venduti in un anno, potrebbe crescere o a volte diminuire in risposta ai cambiamenti nell’economia rigenerativa e distributiva, ma non sarà mai più la più importante – e unica – unità di misura.” Il pil non misura la diseguaglianza, che è aumentata ovunque dall’inizio del secolo. Pensa che la distribuzione della ricchezza debba diventare un aspetto politico fondamentale? “L’interazione tra come distribuiamo la ricchezza e come creiamo un’economia rigenerativa presuppone compromessi e tensioni ma anche vantaggi collaterali che devono essere esplorati. Credo che sia essenziale ridistribuire il reddito in modo che le persone che non possono permettersi un’abitazione, cibo, sanità, abbiano accesso a queste cose; dobbiamo assicurare che i modelli di business creino catene di rifornimento circolari. La domanda che mi pone è complessa e non ha una risposta semplice. Questo è proprio quello su cui gli economisti del XXI secolo dovrebbero concentrare la loro attenzione, per cercare le sinergie che potenzialmente esistono tra la redistribuzione della ricchezza e la creazione di un’economia rigenerativa.” Secondo lei come dovrebbe essere un’economia davvero circolare? “L’industria del XX secolo era basata su una progettazione lineare degenerativa. Grazie alla quale prendevamo i materiali della terra, li trasformavamo in quello che volevamo, li usavamo per un po’ e poi li buttavamo via. Un sistema ‘estrai, trasforma, usa, butta via’. Noi dobbiamo piegare questa economia lineare, così che invece di utilizzare nuove risorse possiamo continuare a riutilizzarle. In due cicli distinti, uno per i materiali biologici, che si rigenerano naturalmente – questo è il lavoro della Terra – e uno analogo per i materiali tecnici, come plastica, metalli e materiali. Dobbiamo ripristinarli, ripararli, riutilizzarli e solo alla fine riciclarli. Questa è l’essenza di un’economia circolare, e perché funzioni davvero come un ecosistema all’interno di un’economia deve essere basata su fonti libere e materiali liberi. In questo modo essa non cerca di rimanere nei limiti di un’azienda ma diventa un sistema su scala industriale così che molte aziende vengano coinvolte contemporaneamente.” Di solito il business privato ha paura degli ambienti open-source. Le università possono avere un ruolo nei sistemi open-source? “Io credo che i governi abbiano un ruolo molto importante da giocare nella creazione delle capacità, perché è questo l’ambito in cui operano i sistemi open-source. Così quando il denaro pubblico viene utilizzato per finanziare ricerche e idee, sicuramente le idee e le scoperte risultanti

dovrebbero essere rese di pubblico dominio. Ciò che è stato finanziato con denaro pubblico dovrebbe essere pubblicato con licenze creative commons, non sotto copyright, che è una proprietà intellettuale.” Quindi la transizione a un’economia circolare deve essere supportata da organismi di ricerca pubblici. “Questo è un modo in cui il governo può ampliare la portata del bene comune della conoscenza, creando piattaforme digitali in cui i cittadini inseriscono i dati. A Brest, in Francia, l’amministrazione locale ha creato una piattaforma digitale per la conoscenza in cui i cittadini hanno inserito tutte le informazioni. È un bellissimo esempio d’informazione open-source generata dalla gente. Lo stesso si può fare per l’economia circolare.” Sta collaborando con la Ellen MacArthur Foundation? “Sì, la EllenMacArthur Foundation sta dando vita a un nuovo paradigma economico. Hanno quantificato questa idea che l’economia esiste all’interno dell’ambiente. Ho lavorato a stretto contatto con loro, perché abbiamo capito che insieme stiamo contribuendo a creare una nuova narrativa, una nuova storia e una diversa immagine di un’economia che possa funzionare per il XXI secolo. Hanno distribuito 300 copie del mio libro a capitani di industria. Il lavoro della Fondazione sull’economia circolare è davvero considerevole in Inghilterra, ma anche a livello internazionale. Ellen ha passione e ispira innovazione creativa.” Chi adotterà il modello della ciambella? “C’è molta attenzione in tutto il mondo. A Stoccolma l’amministrazione pubblica sta creando un nuovo quartiere che sarà chiamato Doughnut District, il Distretto della Ciambella. Alcune aziende hanno spontaneamente appoggiato il modello. Sono stati colpiti dalla forza dell’immagine.” Ma per sovvertire convinzioni fortemente radicate, probabilmente serve una nuova scuola economica, come fecero i Chicago Boys negli anni Settanta. “Oggi il modello della ciambella è utilizzato negli studi di economia dello sviluppo, in geografia, architettura e scienze politiche. Gli unici che stanno opponendo resistenza sono gli economisti. Se i dipartimenti di economia continuano a utilizzare modelli che tutte le altre discipline già riconoscono come obsoleti – perché abbiamo visto cos’è successo nella crisi finanziaria – o si rendono irrilevanti con i loro modelli o fanno il salto verso una nuova visione. Dobbiamo creare un ponte tra i nuovi economisti e quelli mainstream. Io sto cercando di farlo al Cambridge Institute for Sustainability Leadership rivolto a tutti i dirigenti delle aziende leader nel mondo. Tuttavia cambiare il mondo degli economisti è una strada lunga e tortuosa.”

Portail des Savoirs, www.portail-savoirsbrest.net


Occorre

FARE RETE

Come riavvicinare i processi produttivi ai ritmi naturali.

di Arianna Campanile

1. Alce nero parla. Vita di uno stregone dei Sioux Oglala, John G. Neihardt, Adelphi, Milano, 1968.

Nell’economia del futuro dai rifiuti si creano i materiali, il sapere è distributivo e condiviso, i lavori sono verdi come i processi di produzione e la comunicazione mantiene un ruolo di fondamentale importanza. Il 7 giugno si è tenuto a Bologna il Primo Forum nazionale italiano sull’economia circolare: un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, imprese, associazioni consortili che ha anche raccolto il contributo di economisti, giuristi e operatori della comunicazione, sui fattori fondamentali che contribuiscono allo sviluppo di un nuovo modello economico. L’evento organizzato da Edizioni Ambiente, Materia Rinnovabile e Città Metropolitana di Bologna si è tenuto nel contesto #Allforthegreen, settimana di eventi a introduzione del G7 Ambiente. “La circolarità – ha detto Lucio Cavazzoni – proviene da una conoscenza e una consapevolezza biologica. Nella natura non c’è un inizio e una fine, ma un continuo interscambio tra tutti i componenti”. Il presidente di Alce Nero, ha inoltre citato un’intervista del capo Sioux da cui trae nome e ispirazione il brand di alimenti biologici. Il capo indiano, obbligato a vivere nelle riserve in una casa a base quadrata, si lamentava che questa potesse interrompere il suo flusso con l’universo, che è tutto circolare: “Tutto ciò che il potere del mondo fa, lo fa in un circolo. ...Gli uccelli fanno i loro nidi

circolari, perché la loro religione è la stessa nostra. Il sole sorge e tramonta sempre in un circolo. La luna fa lo stesso, e tutti e due sono rotondi. Perfino le stagioni formano un grande circolo, nel loro mutamento, e sempre ritornano al punto di prima. La vita dell’uomo è un circolo, dall’infanzia all’infanzia, e lo stesso accade con ogni cosa dove un potere si muove”.1 Ospite d’eccellenza del Forum, Kate Raworth, influente economista britannica che ha esposto la sua visione (vedi l’intervista pubblicata su questo stesso numero) di un’economia che supera il modello lineare per trovare un equilibrio in cui le primarie necessità della popolazione mondiale devono essere soddisfatte rispettando i limiti ecologici. Questi ultimi sono stati analizzati da Luca Mercalli, climatologo e meteorologo, che per descrivere l’atteggiamento dominante riguardo il cambiamento climatico si è affidato alla letteratura: in La grande cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile di Amitav Gosh, si parla dell’indifferenza – quasi un fastidio – che il tema genera quando si presenta in una conversazione. Mercalli ha osservato che i notiziari, recitando un mantra quotidiano, ci informano sugli indici della Borsa, mentre dovrebbero comunicarci i numeri – fondamentali per la nostra sopravvivenza – relativi ai limiti ecologici: a quanto ammonta la CO2 emessa oggi? Quale il livello di acidificazione degli oceani?


Think Tank E il buco dell’ozono? Quali sono i tassi di perdita della biodiversità? Quattro i momenti di discussione tematica previsti nel Forum. Il primo, “Da rifiuto a materia”, coordinato da Silvia Zamboni, ha presentato le testimonianze di rappresentanti delle associazioni consortili – Ecopneus, Cobat, Conoe – che oltre a svolgere, ciascuno nel proprio campo, un’importante opera di recupero di rifiuti dannosi per l’ambiente, si occupano in collaborazione con le aziende di studiarne le possibili applicazioni. L’ambito giuridico e normativo è stato spesso oggetto di discussione e tacciato di rimanere indietro rispetto all’economia, bloccando una svolta circolare in Italia. Oltre a una rivisitazione del concetto giuridico di “rifiuto” Paola Ficco, giurista ambientale, si è fatta interprete del bisogno di omogeneità normativa all’interno del territorio italiano, per poter permettere la massima operatività a realtà che si estendono su più di una regione. “La nuova occupazione: ruoli e professioni” è il titolo del panel successivo incentrato sull’importanza dei green jobs: a sottolinearne la rilevanza a livello economico il giornalista Marco Gisotti. I lavori verdi, inoltre, devono rispettare una sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale; devono essere equi anche a livello salariale e di sicurezza sul lavoro. Nel corso del dibattito si è insistito molto sull’importanza di una formazione specializzata nel campo, ancora sottovalutata dagli atenei italiani e internazionali. A parte alcune eccezioni ricordate dagli accademici come

il primo Master internazionale in bioeconomia circolare, nato dalla collaborazione dell’Università di Bologna, Milano Bicocca, Federico II di Napoli e l’Università degli Studi di Torino, finalizzato alla creazione di diverse figure per i nuovi sbocchi professionali. A seguire esempi di progetti e svolte green, quali il centro agroalimentare di Bologna, mercato ortofrutticolo sostenibile e autosufficiente che punta a trasformarsi in un parco tematico con al centro il cibo e la sua circolarità. Ed anche CAP Holding, azienda che gestisce la fornitura idrica del territorio metropolitano di Milano che mira alla sostenibilità come costante lungo tutto il suo processo e ha creato una serie di partnership basate sulla sharing knowledge (conoscenza condivisa) per sfruttare gli scarti trasformandoli in fertilizzanti o, nel caso dei fanghi di depurazione, in biometano. Con queste testimonianze, il mondo del business è stato protagonista del panel “Sviluppo smart: da economia verticale a economia di rete”, moderato da Emanuele Bompan. Nell’ottica di un sistema in cui tanto i materiali quanto le conoscenze vengono interscambiati tra i soggetti delle diverse filiere di produzione, per le aziende fare rete è fondamentale. Si tratta di aspetti essenziali per il passaggio al nuovo modello, ma perché questi temi entrino nella vita quotidiana di ogni cittadino deve avvenire una rivoluzione culturale, possibile solo dopo un’opera di promozione e sensibilizzazione pubblica. L’economia circolare e la sostenibilità devono entrare nell’immaginario collettivo, divenire “aspirazionali” in modo che l’industria si adegui alla domanda di prodotti e processi produttivi green. Con il panel “Comunicare l’innovazione, fare integrazione” è emerso l’impegno in tale direzione della Regione Emilia Romagna, con la sua rete di centri Ceas – Centri di educazione alla sostenibilità – e l’istituzione del Primo Forum permanente per l’economia circolare, strumento con cui la Regione promuove le proprie strategie al riguardo, e consente ai diversi portatori d’interesse di fornire il proprio contributo alle decisioni pubbliche. L’avvio del Forum avviene attraverso il processo partecipativo Chiudi il cerchio, piattaforma digitale. La discussione è stata moderata dal giornalista Pierluigi Masini. Hanno partecipato al convegno anche figure istituzionali del territorio (Città Metropolitana di Bologna) e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, che ha sottolineato l’importanza del binomio economia e ambiente per la contemporaneità. Alessandro Bratti, Presidente Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e Componente della Commissione Ambiente della Camera, ha concluso che, pur essendo presenti nel made in Italy eccellenze in innovazione e sostenibilità, ancora lungo è il cammino verso l’adozione della circolarità a livello sistemico: il processo di metamorfosi da bruco a farfalla è ancora in atto.

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Dossier

NORVEGIA

Volontà di decarbonizzare l’economia, ampia disponibilità di materia prima proveniente soprattutto dal mare, una ricerca eccellente e in grado di fare rete. Da questi punti di forza passa il piano norvegese per promuovere lo sviluppo della bioeconomia. Contando su politiche pubbliche di sostegno e sulla sinergia con gli altri paesi nordeuropei.


Policy

UN TESORO in fondo al mare

Da qui al 2050 il governo di Oslo punta a portare a 110 miliardi di euro il giro d’affari legato alla bioeconomia. Partendo da una strategia basata su innovazione, cooperazione e competitività. di Mario Bonaccorso

Mario Bonaccorso è giornalista, fondatore del blog Il Bioeconomista. Lavora per Assobiotec, l’Associazione italiana per lo sviluppo delle biotecnologie.

Una ricerca d’eccellenza capace di fare rete, l’assenza di grandi gruppi industriali, un’ampia disponibilità di materia prima, un settore marino fortemente sviluppato e un governo che ha posto la decarbonizzazione della propria economia al centro del piano di crescita per i prossimi anni. È questa in estrema sintesi la fotografia della bioeconomia in Norvegia, dove il governo guidato da Erna Solberg ha presentato lo scorso dicembre la propria strategia nazionale, fissando un obiettivo molto ambizioso: portare il giro d’affari dai 33 miliardi di euro del 2015 a 110 miliardi entro il 2050, nel contesto del più ampio sforzo del paese scandinavo per spingere la crescita economica e l’occupazione, riducendo al tempo stesso le emissioni di gas a effetto serra e migliorando l’impiego sostenibile delle risorse biologiche. La Norvegia, alle prese con le sfide rappresentate dal declino costante della produzione nazionale di gas e petrolio e dalla necessità di ridurre le proprie emissioni di CO2, guarda avanti puntando con forza su tre parole chiave: transizione, innovazione e competitività. La transizione è intesa verso un’economia circolare gradualmente decarbonizzata; l’innovazione passa dall’impiego di piattaforme tecnologiche in grado di utilizzare le risorse biologiche rinnovabili in molteplici settori, in modo efficiente e redditizio; la competitività si realizza mediante la cooperazione tra settori e industrie e la creazione di un mercato per i prodotti biobased. “Il contributo della bioeconomia a un’economia più circolare, amica dell’ambiente e a basse emissioni è un presupposto importante per le iniziative di politica pubblica”, si legge nella

strategia ‘Familiar resources – undreamt of possibilities’ pubblicata dal ministero del Commercio, dell’Industria e della Pesca e frutto di un lavoro congiunto di dieci ministeri. “In questo senso – continua il documento governativo – l’internalizzazione degli effetti negativi sul clima e sull’ambiente nei prezzi dei prodotti sarebbe la via più efficiente per promuovere la bioeconomia, in un quadro di politiche pubbliche olistiche e coerenti in tutti i passaggi delle catene di valore”. La strategia nazionale La politica del governo norvegese per la bioeconomia ha l’obiettivo di accrescere la produzione di alimenti e mangimi energetici e industriali (dalla chimica al tessile, fino alla farmaceutica e ai materiali) attraverso l’impiego sostenibile delle materie prime biologiche di cui è ricco il paese, fornite dalla terra e soprattutto dal mare. La bioeconomia norvegese ha, infatti, una forte connotazione marina. Basti pensare che dei 33 miliardi di giro d’affari di questo meta-settore nel 2015, circa un terzo (10 miliardi di euro) venivano dal settore marino e dall’acquacoltura. E la proporzione è destinata a crescere, visto che il fatturato atteso nel 2050 è di 60 miliardi (sui 110 totali). Mentre il settore forestale, quello agroalimentare e le bioindustrie nel 2015 contribuivano rispettivamente per 15, 5 e 3 miliardi di euro, con una crescita attesa al 2050 fino a 27, 15 e 8 miliardi di euro. In un sistema fortemente basato sulle risorse marine, le alghe rappresentano una materia prima fondamentale per lo sviluppo della bioeconomia. Tra gli attori industriali più importanti in questo settore si trova l’impresa Seaweed Energy Solutions. Fondata nel 2006 allo scopo di coltivare

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materiarinnovabile 17. 2017

“Familiar resources – undreamt of possibilities”, tinyurl.com/y7qyhu59 Norwegian Institute of Bioeconomy Research, www.nibio.no/en Nordic Bioeconomy Panel, tinyurl.com/y7tgszgd

alghe su scala industriale per produrre alimenti, mangimi, prodotti biochimici ed energia, oggi la società norvegese è una delle più grandi nel settore delle alghe in Europa, anche grazie all’acquisizione nel 2013 della danese Seaweed Seed Supply. Per i nuovi prodotti biobased l’impegno del governo di Oslo è di creare un mercato attraverso una corretta informazione dell’opinione pubblica; l’introduzione di un sistema di appalti pubblici verdi, accompagnato da standard ed etichette; una giusta valorizzazione delle esternalità positive generate dai bioprodotti; un piano di investimenti in imprese mature non quotate in Borsa, attraverso la società pubblica Investinor che gestisce attualmente un fondo da 470 milioni di euro, e il consolidamento degli schemi di finanziamento dell’innovazione per le startup realizzati da Innovation Norway. Ma non solo: è prevista anche la conferma dell’iniziativa bioenergetica attraverso il programma Bioenergia ed Enova, una società costituita nel 2001 e totalmente controllata dal ministero del Petrolio e dell’Energia con l’obiettivo di ridurre le emissioni nazionali di gas a effetto serra e sviluppare nuove tecnologie per l’energia e il clima, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti. La strategia considera essenziale la cooperazione intra-settoriale e affida il controllo dell’implementazione del piano d’azione a tre organizzazioni: il Consiglio per la Ricerca, la Società per lo sviluppo industriale della Norvegia (Siva) e Innovation Norway.

“Quelli di noi che lavorano nella ricerca – sostiene Arvid Hallén, direttore generale del Consiglio per la ricerca – devono adottare un approccio più ampio e interdisciplinare alla bioeconomia rispetto a quanto viene fatto oggi. Lavorare a cavallo di diverse discipline è un beneficio per la ricerca. Molti dei nostri programmi sulla bioeconomia già prevedono che i progetti finanziati debbano includere partner da diversi campi e settori”. Il ruolo chiave della ricerca pubblica Un’ulteriore prova dell’importanza che la ricerca ha per la Norvegia è l’istituzione nel 2015 dell’Istituto norvegese di ricerca sulla bioeconomia (Nibio), uno dei più grandi istituti di ricerca del paese. Nibio è di proprietà del ministero dell’Agricoltura e dell’Alimentazione ed è frutto di una fusione tra l’Istituto norvegese per la ricerca agricola e ambientale (Bioforsk), l’Istituto norvegese per l’economia agricola (Nilf) e l’Istituto forestale e paesaggistico norvegese (Skogoglandskap). I suoi campi di specializzazione sono l’alimentazione, le foreste e le risorse forestali, la salute dei vegetali e le biotecnologie, l’ambiente e il clima e la statistica. “La Norvegia – ci spiega Ernst Kloosterman, ex direttore generale del cluster delle biotecnologie industriali norvegese Ibnn – ha attuato strategie nazionali in materia di biotecnologie e bioprospezione (bioprospecting) marina tra il 2000 e il 2009. Ciò ha agevolato lo sviluppo di piattaforme biotecnologiche, di eccellenti infrastrutture


Policy e la formazione di scienziati altamente qualificati. Il che sta fortemente contribuendo alla crescita del settore industriale biotecnologico e biobased. Il potenziale è grande, in quanto il paese è ricco di biorisorse e di personale altamente istruito”. Nel paese scandinavo non mancano politiche pubbliche di sostegno alla bioeconomia, come incentivi finanziari, misure per la riduzione dei rischi finanziari, investimenti nel know-how e nella conoscenza (educazione inclusa), programmi di sostegno allo sviluppo e all’implementazione di nuove conoscenze e tecnologie nell’industria, piattaforme tecnologiche che sostengono l’innovazione, ma anche piani che informano e istruiscono la società e le potenziali parti interessate circa gli impatti sociali ed economici positivi. “La Norvegia – ci dice ancora Kloosterman – ha alcune imprese biotecnologiche e biobased avanzate che sono leader a livello mondiale, ma non sono ancora grandi abbastanza da poter finanziare nuovi spin-out e programmi di ricerca. Ma è proprio dall’assenza di grandi industrie nazionali che nasce la spinta allo sviluppo delle competenze individuali e della ricerca pubblica, tramite la collaborazione tra le discipline e i settori che stimolano gli sviluppi più innovativi e la crescita industriale. Inoltre, la Norvegia riconosce l’importanza della collaborazione internazionale per lo sviluppo”.

La relazione con i paesi nordici Il supporto alla bioeconomia norvegese avviene in misura rilevante grazie alla sinergia con i vicini paesi nordici. A partire dall’attività svolta dal Nordic Bioeconomy Panel, un forum transnazionale che si occupa di politiche e strategie, costituito nel 2014 su iniziativa dei ministri della cooperazione di Norvegia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Isole Faroe, Islanda e Groenlandia. Ne fanno parte rappresentanti delle agenzie governative, degli enti di ricerca, delle imprese e della società civile. Il compito principale del Panel è l’elaborazione di proposte per una strategia e di politiche pubbliche che promuovano l’innovazione e una bioeconomia sostenibile. La strategia nordica arriverà a fine 2017 a conclusione di un percorso iniziato lo scorso 19 gennaio a Copenaghen, dove il Consiglio nordico dei ministri (l’organismo intergovernativo ufficiale per la cooperazione nei paesi nordici fondato nel 1971) e il Nordic Bioeconomy Panel hanno riunito numerosi stakeholder per discutere una cornice comune tra i sette paesi membri, che favorisca lo sviluppo della bioeconomia. A partire dall’analisi di 25 casi studio di successo nell’ottimizzazione dell’efficienza delle risorse e nella creazione di valore. “La bioeconomia – afferma Hörður G. Kristinsson, presidente del Nordic Bioeconomy Panel –

A Oslo si vola bio L’aeroporto di Oslo è il primo che da gennaio 2016 offre biocarburante a tutte le compagnie aeree attraverso il normale sistema di approvvigionamento. Ciò grazie a un accordo tra Avinor, la società pubblica controllata dal ministero dei Trasporti e delle Comunicazione che gestisce i 46 aeroporti nazionali, e Air BP, la divisione aerea della British Petroleum. “La Norvegia è impegnata nella transizione verso una società a basse emissioni. L’iniziativa intrapresa da Avinor e Air BP dimostra che il settore dell’aviazione vuole partecipare a questo adeguamento”: queste le parole pronunciate alla presentazione dell’accordo dal ministro per il Clima e l’Ambiente Vidar Helgesen. “Il biocarburante è una delle poche alternative che abbiamo a disposizione che può contribuire a riduzioni significative delle emissioni di gas a effetto serra nell’aviazione, a condizione che il biocarburante sia prodotto in modo sostenibile”. “Siamo estremamente lieti di poter offrire biocarburanti all’aeroporto di Oslo”, ha affermato Dag Falk-Petersen, amministratore delegato di Avinor. “Questo è in linea con quanto fissato in riferimento al clima sia da Avinor, sia dal settore dell’aviazione.” L’obiettivo – secondo l’amministratore delegato di Air BP David Gilmour – è “dimostrare che

gli aeroporti possono facilmente accedere ai biocarburanti utilizzando le infrastrutture fisiche esistenti. Prevediamo che ciò aumenterà l’interesse e la domanda, oltre a contribuire a un futuro sostenibile del biocarburante per il settore dell’aviazione”. Tra le compagnie che partecipano al progetto ci sono Lufthansa, Sas e Klm, disposte a pagare di più per garantire che il biocarburante possa essere offerto all’aeroporto di Oslo. Da parte sua il governo norvegese ha abbassato le tasse per la CO2 sui voli nazionali alle compagnie aeree coinvolte. L’iniziativa di Avinor e Air BP è in linea con gli ambiziosi obiettivi ambientali fissati dall’industria aeronautica: ridurre del 50% le emissioni entro il 2050 rispetto al livello del 2005. L’Unione europea punta invece a introdurre entro il 2020 una quota di utilizzo del 3,5% di biocarburante sul totale utilizzato per l’aviazione. Air BP riceve il carburante dalla società finlandese Neste Porvoo tramite SkyNrg, un broker specializzato nella fornitura di biocarburante. Si tratta di biocarburante certificato, prodotto dalla pianta di Camelina e non contiene olio di palma. “È completamente sicuro, altrettanto sicuro del combustibile fossile”, assicurano dall’Air BP.

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materiarinnovabile 17. 2017 offre straordinarie opportunità per accelerare la crescita e lo sviluppo sostenibile nei paesi nordici e sarà lo strumento attraverso il quale il mondo potrà raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. I 25 casi studio sono molto diversi e provengono da differenti industrie. L’analisi del loro impatto ambientale, economico e sociale ci ha permesso di apprendere ciò che caratterizza la bioeconomia della regione e di individuare alcune delle migliori pratiche nordiche nel settore. Queste informazioni saranno un elemento fondamentale della strategia comune”. I quattro pilastri della bioeconomia nordica sono stati individuati intorno a queste azioni: sostituire, aggiornare, circolare e collaborare. Sostituire i materiali di origine fossile e gli altri materiali non sostenibili con alternative di origine biologica.

Aggiornare, ovvero creare prodotti e servizi a maggior valore utilizzando risorse provenienti dall’intera filiera. Circolare, ossia creare una economia che utilizza rifiuti e scarti come materia prima e tiene conto della sostenibilità e della capacità rigenerativa dell’intero sistema. Collaborare, per individuare le iniziative in cui la cooperazione intersettoriale è un fattore chiave. I casi in quest’ultima categoria includono partnership strategiche pubbliche e private con la partecipazione dell’industria, delle autorità e degli istituti di ricerca, nonché delle comunità che hanno fissato obiettivi ambiziosi per una trasformazione verso una bioeconomia sostenibile e circolare. “Questi quattro pilastri rappresentano i punti di forza della bioeconomia nordica, ma soprattutto definiscono una direzione per un cambiamento sostenibile”, spiega Liv la Cour Belling, responsabile del progetto presso il Consiglio nordico dei ministri. La strategia prenderà in considerazione i diversi approcci nazionali alla bioeconomia e incoraggerà sempre di più la cooperazione, la condivisione delle conoscenze e il trasferimento di tecnologie oltre le frontiere e tra i vari settori della bioeconomia. I casi norvegesi Sono tre i casi studio presi in considerazione dal documento sulla bioeconomia nordica. Il primo vede protagonista Trefokus, un’impresa con sede a Oslo che – attraverso un approccio basato sulla rete – mette in relazione molteplici attori nel settore edile (dai costruttori, alle autorità locali, fino alle scuole) per incrementare l’uso di materiali a base di legno. Secondo la società norvegese, l’impiego di soluzione a base di legno nelle costruzioni può ridurre le emissioni di CO2 fino al 50% rispetto agli altri materiali edili. Il secondo caso riguarda il progetto Exilva della Borregaard, società leader nella produzione di biochemicals derivati dalla lignina. Il progetto ha consentito di costruire nel 2016 il primo stabilimento su scala industriale per la produzione di cellulosa microfibrillata (Mfc), con una capacità di 1.000 tonnellate all’anno e totalmente alimentato da energia rinnovabile. Previsto anche lo sviluppo di segmenti di mercato avanzati per l’utilizzo di Mfc come additivo per adesivi, rivestimenti, cosmetici e prodotti chimici per uso agricolo. Si tratta di un prodotto al 100% da fonti rinnovabili che punta a sostituire interamente l’omologo derivato dal petrolio. Il terzo dei casi studio, infine, è rappresentato da Biomega, leader norvegese nel mercato del salmone. Nello specifico, la società che ha la propria sede a Bergen ha sviluppato un progetto che prevede l’utilizzo della parte non edibile del salmone (che in precedenza veniva ributtata in mare) per la produzione di nuovi bioprodotti quali olio di salmone e peptidi per l’alimentazione umana e animale.


Policy Intervista

di M. B.

In Norvegia dobbiamo sfruttare di più le nostre biomasse Sigridur Thormodsdottir, responsabile Bioindustrie nella Divisione Sostenibilità di Innovation Norway

Innovation Norway è il più importante strumento del governo di Oslo per l’innovazione e lo sviluppo delle imprese e dell’industria norvegesi. Ha rivestito un ruolo attivo nello sforzo mirato a portare le aziende a pensare e agire in modo più sostenibile. Oggi, quasi il 30% del suo portfolio finanziario totale possiede un profilo incentrato sull’ambiente. “Materia Rinnovabile” intervista Sigridur Thormodsdottir, che è la responsabile Bioindustrie nella Divisione Sostenibilità di Innovation Norway

Ellen MacArthur Foundation, Urban Biocycles, tinyurl.com/yapbwxuj Borregaard, www.borregaard.com Innovation Norway www.innovasjonnorge.no/ en/start-page

Secondo lei quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza della bioeconomia norvegese? “Uno dei nostri punti di forza è l’accesso alle biomasse, specie quelle marine, di cui siamo solo all’inizio dello sfruttamento del potenziale. La Norvegia possiede una solida conoscenza e competenza nella parte della bioeconomia correlata alla gestione e all’utilizzo sostenibile di biorisorse di origine marina, e al benessere di animali e vegetali. Ci sono anche alcuni settori di nicchia nei quali il nostro paese ha una grande competenza, così come un’industria forte nell’ambito della silvicoltura. La debolezza, invece, è rappresentata dalla mancanza di una base industriale per il pieno utilizzo delle biomasse. I norvegesi sono abili nella produzione e raccolta di biomasse ma gran parte di queste – di origine sia ittica sia vegetale – viene esportata come materiale grezzo. Mentre è necessario incrementarne la lavorazione e l’utilizzo in Norvegia.” In che modo la Norvegia sta pianificando di supportare lo sviluppo della bioeconomia nei prossimi anni? “La Norvegia ha una nuova strategia riguardo alla bioeconomia che porterà alla creazione di maggior valore e di occupazione, a una riduzione delle emissioni di gas climalteranti e a un uso più efficiente, redditizio e sostenibile delle risorse rinnovabili di origine biologica. Tutti i biosettori sono presi in considerazione, con quattro ambiti prioritari: 1. la cooperazione tra settori, industrie e aree tematiche; 2. i mercati per i prodotti rinnovabili a base biologica; 3. l’uso efficiente e la lavorazione redditizia delle risorse biobased rinnovabili; 4. produzione ed estrazione sostenibile di risorse biologiche rinnovabili. Nella strategia, il governo ha chiesto al Norwegian Research Council, a Innovation Norway (che supporta l’industria e le aziende) e a Siva (che agevola l’innovazione sviluppando, costruendo e possedendo infrastrutture per l’industria, start-up e ambienti di ricerca) di delineare un piano comune di attività che potenzi lo sviluppo della bioeconomia. Il piano

agevolerà la creazione di un sistema senza soluzione di continuità tra ricerca, innovazione e infrastrutture necessarie.” Quali sono le politiche attualmente vigenti nel vostro paese per sostenere la bioeconomia? E come questo è interconnesso all’economia circolare? “In aggiunta a quella per la bioeconomia, esistono strategie e regole riguardanti per esempio l’industria ittica, l’agricoltura e l’acquacoltura. Questo può in qualche modo ritardare lo sviluppo della bioeconomia. È anche importante costruire e mantenere una competenza nel sistema pubblico e all’interno delle istituzioni che stanno implementando leggi e regolamentazioni, per poter stare al passo con i rapidi cambiamenti e le opportunità della bioeconomia. In questo caso, per esempio, penso alla digitalizzazione e all’impiego di grandi quantità di dati per massimizzare l’utilizzo o l’efficienza delle biomasse lungo tutta la catena di valore. Un altro punto è la regolamentazione della produzione di fertilizzanti dai rifiuti e dalle acque reflue delle città (si veda per esempio “Urban Biocycles” della Ellen MacArthur Foundation): la legislazione e le istituzioni e organizzazioni coinvolte devono essere in grado di cogliere le opportunità e soddisfare i bisogni. La strategia della bioeconomia sta evidenziando il bisogno di una strategia nazionale per l’economia circolare (che è in corso di elaborazione), e questo rimarca il fatto che la bioeconomia è una parte dell’economia circolare.” Esistono nel sistema legislativo norvegese misure come gli appalti pubblici verdi e la carbon tax? “C’è un nuovo regolamento sugli appalti pubblici incentrato sull’innovazione e lo sviluppo, grazie al quale è possibile gestire appalti verdi/sostenibili. La carbon tax è più che altro su base volontaria. Inoltre, esistono misure pubbliche che permettono l’uso di auto elettriche, e di legno e derivati negli edifici pubblici.” Secondo la nuova strategia sulla bioeconomia, lo sviluppo del biopotenziale contribuirà a liberare il vostro potenziale nazionale di risorse per generare una futura crescita economica e occupazionale in Norvegia, riducendo le emissioni. Come è possibile far progredire il “know-how” e la piattaforma tecnologica in grado di utilizzare risorse biologiche rinnovabili che provengono da diversi processi produttivi con applicazioni in diverse industrie?

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il loro modello di business: ‘il core business ti sta uccidendo’ è una frase applicabile anche alle industrie biobased.” Qual è il ruolo di Innovation Norway riguardo alla bioeconomia e all’economia circolare? “Stiamo sostenendo le aziende nella loro innovazione e crescita e nei processi di investimento. Crediamo che le opportunità più promettenti per le aziende norvegesi possano trovarsi nell’area dell’innovazione verde. Ma ci sono anche altre sfide sociali che richiedono risposte sostenibili, per esempio nel settore della sanità. Nell’intersezione tra il settore pubblico e quello privato, è possibile creare innovazioni che forniscano le basi per nuovi sviluppi nel business.” Quali sono gli altri attori principali della bioeconomia in Norvegia? “Se si riferisce alle imprese, allora rispondo la Borregaard. Vorrei anche menzionare SalMar e Nutrimar, due aziende biomarine norvegesi che sono direttamente associate alla InnovaMar, il più grande ed efficiente stabilimento al mondo per la lavorazione del salmone. Abbiamo anche cluster come il Legasea Ålesund, un impianto per produrre sostanze di origine marina benefiche per la salute, ottenute da residui della lavorazione del pesce e da biomasse non utilizzate a scopi alimentari. E Heidner Hamar, il principale cluster della bioeconomia norvegese per le innovazioni nella produzione alimentare sostenibile, fornisce tecnologia e conoscenza che contribuiscono globalmente a una produzione sostenibile di cibo e lavora anche per aumentare la produzione di cibo in Norvegia.”

www.innovasjonnorge.no/ en/start-page

“È chiaro che se si vuole liberare il potenziale nazionale di risorse per alimentare la crescita futura e la creazione di occupazione, riducendo le emissioni di gas climalteranti, bisogna prima prendere la decisione strategica che questa è la visione da seguire. Per la Norvegia la decisione è se vuole essere uno stato fornitore di biomasse/materiali grezzi o costruire un’industria e fornire prodotti di maggior valore basati sulle biomasse. Noi di Innovation Norway crediamo che una parte maggiore di queste risorse dovrebbe essere lavorata in Norvegia. Oggi, quasi il 40% della pasta di legno (la parte che non può essere usata per fare delle tavole in segheria) e circa l’80% del nostro pesce viene esportato dopo una lavorazione davvero minima. Questo significa non cogliere delle opportunità per creare industrie diversificate, preziosa occupazione, benessere economico e sviluppo sostenibile. Ma se lo si decide, allora le industrie, il governo e le università devono collaborare. Dobbiamo sviluppare e investire nelle catene di valore industriali tradizionali e crearne di nuove. Dobbiamo esaminare il sistema dell’istruzione e lavorare con la ‘predisposizione mentale’ che le soluzioni e i modelli di business di oggi e di ieri non sono necessariamente quelli giusti per il futuro. Abbiamo anche bisogno di mostrare i risultati ottenuti dalle aziende che hanno cambiato o sviluppato

Quanto è rilevante la relazione con altri paesi nordici? “La consideriamo importante: stiamo già cooperando con loro, ma vorremmo farlo ancora di più. Una parte del materiale grezzo esportato viene lavorato in paesi come Svezia e Danimarca. Per il settore marino, la cooperazione con i paesi nordici occidentali è la più rilevante, mentre per quanto riguarda l’agricoltura e la silvicoltura sono quelli nordici orientali a essere più importanti. La Danimarca lo è in entrambi i casi.” Senza coinvolgere i cittadini, è davvero difficile operare una vera de-carbonizzazione. Come viene percepita la bioeconomia dall’opinione pubblica? “I nostri cittadini sono interessati e attivi nello sviluppo sostenibile, bioeconomia compresa. Per quanto riguarda il cibo, il consumatore norvegese ha fiducia nell’industria alimentare: utilizza pochissimi antibiotici e la salute di animali e vegetali in Norvegia è molto buona. I materiali di origine biologica come il legno sono molto usati e fanno parte della quotidianità. Quando si discute di sostanze chimiche e materiali di origine biologica che sono possibili sostituti per esempio della plastica, i consumatori rimangono un po’ confusi. Vorrebbero contribuire, ma ancora non c’è una comunicazione coerente su quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi.”


Focus

MARE


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materiarinnovabile 17. 2017

Focus mare

Quando piccolo

È MEGLIO

L’80% dei pescherecci che operano sulle acque del pianeta è di lunghezza inferiore ai 12 metri: è la piccola pesca artigianale a garantire la sopravvivenza di milioni di persone. Un modello fondamentale in termini di sostenibilità con ridotti impatti ambientali e in grado di rispettare i ritmi biologici del mare. di Renata Briano

Sondaggio “Consumatori di pesce poco informati”, tinyurl.com/yazgbv27

Renata Briano parlamentare Ue nel gruppo Alleanza progressista di Socialisti e Democratici, è vicepresidente della commissione Pesca. Fino al 2014 è stata assessore all’ambiente e allo sviluppo sostenibile della Regione Liguria.

Mangiamo pesce almeno una volta alla settimana, lo acquistiamo prevalentemente al supermercato e siamo pronti a pagare di più purché sia del Mediterraneo, pescato con metodi sostenibili e rispettando l’ambiente. Eppure, come emerge da un sondaggio condotto per Greenpeace da Ixé in Italia, Spagna e Grecia, non molti conoscono la nuova normativa sull’etichettatura che proprio per consentire una scelta più consapevole impone l’obbligo di indicare sia la provenienza del pesce, sia gli attrezzi da pesca utilizzati. Se da un lato la pesca è una delle attività più antiche praticate dall’uomo, che ancora oggi garantisce il sostentamento del 12% della popolazione mondiale, la sua sostenibilità è un concetto relativamente giovane. Negli ultimi 50 anni, la domanda globale di pesce è quasi raddoppiata e per far fronte a una richiesta in continuo aumento, i governi nazionali hanno sostenuto con fondi pubblici soprattutto la pesca industriale. Eppure la piccola pesca artigianale, condotta con imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 12 metri e che non utilizzano attrezzi trainati, rappresenta circa l’80% dei pescherecci che oggi operano in tutto il mondo e garantisce lavoro e sostentamento a milioni di famiglie. Questo è il tipo di pesca sostenibile: ha un impatto minore sull’habitat marino e rispetta i ritmi biologici del mare, consentendo ai pesci di riprodursi e svilupparsi. Così come sostenibile

è il pescatore che rispetta le regole, che utilizza solo attrezzi consentiti e opera in aree e periodi autorizzati. Questa pesca può garantire un futuro al Mediterraneo e ai 300.000 pescatori che la praticano. Quattordici anni fa, il 23 novembre del 2003, i ministri dell’Unione europea siglarono a Venezia un patto con i paesi della sponda sud del Mediterraneo per la creazione di zone di protezione per la conservazione, il controllo delle attività di pesca e la lotta a quella illegale. Era un’altra epoca: i pescatori erano oltre 200.000 e si contavano più di 80.000 pescherecci, mentre oggi si sono ridotti quasi della metà. Allora si stabilirono alcune regole per salvaguardare specie altamente migratrici come il tonno, il pesce spada, la sardina e l’acciuga. Oggi è necessario fare un passo avanti in direzione di una pesca equilibrata, redditizia, sostenibile e di maggiore attenzione ai piccoli pescatori. Questi i temi discussi a Malta il 30 marzo scorso nell’ambito della Conferenza ministeriale sulla sostenibilità della pesca nel Mediterraneo. Sotto la regia del Commissario all’Ambiente dell’Ue Karmenu Vella, i ministri di otto paesi europei (Spagna, Francia, Italia, Malta, Slovenia, Croazia, Grecia e Cipro) e sette extra Ue (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Turchia, Albania e Montenegro), che rappresentano oltre l’80% delle flotte, hanno firmato una nuova dichiarazione, la “MedFish4Ever di Malta”: un progetto politico e una tabella


Greenpeace, Le abitudini di consumo di prodotti ittici in Italia, Report 2016; tinyurl.com/y96dz7oz Dichiarazione MedFish4Ever di Malta, tinyurl.com/y8zf22ku Campagna #MedFish4Ever, tinyurl.com/ycfh6b5t

di marcia per i prossimi 10 anni che ha come obiettivo un migliore controllo dei mari e la gestione sostenibile della pesca nel Mediterraneo. Tra gli impegni presi: la lotta alla pesca illegale, lo sviluppo delle aree marine protette (almeno fino al 10% del bacino del Mediterraneo entro il 2020), la messa a punto di un piano per la piccola pesca entro il 2018, la valorizzazione delle filiere che praticano la pesca selettiva e a basso impatto ambientale e una raccolta dati sugli stock ittici sistematica e armonizzata tra paesi Ue ed extra Ue. Fino a ora la situazione del Mediterraneo è stata affrontata con l’adozione di alcune misure legislative, che prevedono, tra le altre cose, limitazioni allo sforzo di pesca, regolamentazione

Il plusvalore della sostenibilità (valori %) Lei quanto sarebbe disposto a spendere di più, rispetto a un prodotto standard, per acquistare/consumare, in casa o fuori casa, un prodotto ittico pescato nel suo paese con metodi sostenibili e rispettando l’ambiente?

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niente

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fino a 5% in più

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fino a 10% in più

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fino a 20% in più

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non risponde

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delle taglie minime delle catture e modalità di utilizzo delle attrezzature di pesca. Tuttavia, queste misure non sono sufficienti, perché manca un approccio ecosistemico che le giustifichi e una politica globale il cui inserirle. Inoltre sono necessarie altre misure complementari, ma non meno importanti, che garantiscano la diversificazione della pesca. Tra queste la promozione del pescaturismo sostenibile e politiche di sensibilizzazione dei consumatori che, attraverso le proprie scelte alimentari, possono contribuire al miglioramento dello stato del Mediterraneo, per esempio prediligendo un consumo di specie ittiche locali, spesso trascurate dalla grande distribuzione, poco conosciute ma non per questo meno buone. Non dobbiamo dimenticare poi le aree marine protette, che non sono solo uno strumento di salvaguardia dell’ambiente, ma anche una modalità di gestione delle attività di pesca che ha il vantaggio di essere ecosistemica per definizione. Infine, vanno coinvolti nel processo decisionale i pescatori e le loro comunità che sono parte integrante della soluzione, proprio perché sono quelli che vivono il mare ogni giorno. Il loro contributo, così come quello di tutte le altre parti interessate, dagli scienziati alle organizzazioni non governative, è un’opportunità di cui la politica deve approfittare. L’efficacia delle nostre azioni dipende ora dal nostro grado di coesione, di coordinamento e di collaborazione con gli organismi internazionali per la gestione della pesca. Infine bisogna considerare che l’attività di pesca dipende dalla salute degli stock, ma la salute degli stock dipende a sua volta dalla qualità del mare. Per questo in Europa stiamo lavorando alla stesura di un piano di governance degli oceani, multidisciplinare e internazionale.


materiarinnovabile 17. 2017

Focus mare

Foto: Carol Meteyer, Sede centrale U.S. Fish and Wildlife Service. Wikimedia, Creative Commons 2.0

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Sono DODICI, ma cresceranno di Marco Moro

In alto: L’immagine mostra i pezzi di plastica che sono stati estratti dallo stomaco di un solo fulmaro, un uccello marino, durante un’autopsia eseguita al U. S. National Wildlife Health Lab

Fermare la dispersione dei rifiuti in plastica, nei mari e sulla terraferma. A che punto è l’azione dei paesi della coalizione “Stop Plastic Waste”? Il vertice dei ministri dell’ambiente dei Paesi del G7 – ospitato dall’Italia, a Bologna nello scorso mese di giugno – ha fornito l’occasione per fare un punto non rituale sui molti dei temi che dovrebbero essere in primo piano nell’”agenda ambientale” dei governi. Tra i problemi di cui si è discusso nei numerosi side event che hanno animato le giornate bolognesi, quello dell’inquinamento provocato dalla dispersione di rifiuti in plastica si presenta con caratteri di gravità estrema. Il plastic littering è un fenomeno di cui Materia Rinnovabile si è ripetutamente occupata,

in particolare in relazione alla situazione di diverse nazioni africane. La dimensione del fenomeno, emerso in questi ultimi anni grazie anche all’evidenza mediatica che ha avuto la “scoperta” dei trash vortex oceanici, era già denunciata nel documento fondativo della Stop Plastic Waste Coalition (vedi box), con un dato di cui è difficile anche riuscire a visualizzare il significato: 5 milioni di miliardi di particelle e frammenti di plastica che galleggiano sulla superficie degli oceani. L’iniziativa, promossa a Bologna congiuntamente dal ministero dell’Ambiente italiano, dal ministére


Policy Roberto Giovannini, “Fiori d’Africa”, Materia Rinnovabile 11 luglio-agosto 2016; www.materiarinnovabile. it/art/236/Fiori_dAfrica Mappa “Il fenomeno del marine e lake litter in Italia”, www.legambiente.it/ marinelitter/?lang=ita Mario Bonaccorso, “Rinascimento industriale”, Materia Rinnovabile 14 gennaiofebbraio 2017; www.materiarinnovabile. it/art/291/Rinascimento_ industriale Jonathan W. Rosen, “La guerra del Ruanda alla plastica”, Materia Rinnovabile 11 luglioagosto 2016; www.materiarinnovabile. it/art/235/La_guerra_del_ Ruanda_alla_plastica

de la Transition Ècologique et Solidaire francese con il sostegno di Novamont, ha costituito un momento di confronto per la coalizione, focalizzandosi sull’acquisizione di maggiori elementi di conoscenza e sulle strategie per ridurre l’origine principale del fenomeno: la dispersione a terra di rifiuti plastici. A Baptiste Legay, vicedirettore della Direzione Generale per la Prevenzione dei Rischi, è stato affidato il compito di aprire i lavori illustrando le azioni intraprese dal governo francese che ha identificato il marine litter come una delle priorità chiave nel proprio piano di prevenzione dei rifiuti 2014-2020. Punti di forza di tali azioni sono il bando alla distribuzione in cassa di shopper in plastica monouso adottato nel 2016, seguito il 1° gennaio 2017 da analogo bando esteso ad altri tipi di sacchi monouso di spessore inferiore a 50 micron, che potranno essere solo in plastica biodegradabile e compostabile. La rilevanza economica, oltre che ambientale, di tali innovazioni normative è stata confermata durante il convegno da Sphere Group, un importante operatore francese nel campo degli imballaggi per alimenti. Ed entro il 2020 toccherà a posate, piatti e bicchieri in plastica seguire la stessa sorte. Misure ritenute “chiave” per il grande impatto che hanno in termini di crescita della consapevolezza nei consumatori, come del resto si è verificato in Italia che su questo percorso ha fatto da apripista. Nella legge sulla protezione della biodiversità emanata nel 2016 sono contenute altre due misure che vanno in questo senso: il bando ai prodotti cosmetici che contengono microplastiche (entro il 2018) e ai bastoncini cotonati per la pulizia (tipo “cotton fioc” per intenderci, entro

La coalizione internazionale “Stop Plastic Waste” Lanciata durante la 22esima conferenza delle parti sul cambiamento climatico, la Cop22, svoltasi a Marrakech nel gennaio 2016, Stop Plastic Waste International Coalition include governi nazionali e locali di paesi che intendono cooperare nella lotta al plastic littering marino attraverso l’adozione di una serie di misure comuni, tra cui “promuovere l’eliminazione dei sacchetti in plastica monouso”. Alla coalizione, fondata da Francia, Marocco e Principato di Monaco, hanno aderito Australia, Bangladesh, Croazia, Cile, Italia, Paesi Bassi, Senegal e Svezia. Nella dichiarazione rilasciata congiuntamente al lancio della coalizione si rilevava come in circa trenta paesi fossero state già adottate politiche locali o nazionali di contrasto al marine litter. Secondo l’Annual Report 2016 di Unep, sono invece oltre 100 le nazioni che hanno preso provvedimenti per limitare la diffusione di shopper e borse in plastica.

Unep, Report 2016 “Engaging People to Protect the Planet”, www.unep.org/ annualreport/2016/ index.php

il 2020). Ma la strategia non si ferma qui e punta alla realizzazione di un sistema volontario di gestione dei rifiuti in plastica derivanti dalle attività di pesca (reti, innanzitutto), al dialogo con le industrie del settore plastico per azzerare la dispersione di granuli durante il processo di produzione, alla promozione di uno studio sulla tossicità dei filtri di sigarette e sulla potenzialità per la realizzazione di un sistema di gestione dedicato. A livello internazionale l’azione del governo francese si svolge nel contesto della coalizione e punta tra l’altro a mettere a punto una “toolbox” di esperienze e strumenti per i decision maker e lo sviluppo di un programma di aiuto ai paesi che intendono intraprendere volontariamente la strada della riduzione dell’inquinamento da plastiche. Anche il Cile, rappresentato dal ministro dell’Ambiente Marcelo Mena Carrasco, ha adottato – non senza difficoltà – una politica di progressiva messa al bando degli shopper e delle borse in plastica. Sottolineando quindi come il problema che abbiamo di fronte nel configurare politiche di contrasto alla dispersione di rifiuti in plastica sulla terraferma – e quindi nelle acque – non sia affatto di ordine tecnologico, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, ha evidenziato il ruolo delle enormi carenze nella gestione dei rifiuti. Infatti – secondo i dati elaborati da Ellen MacArthur Foundation riferiti al settore del packaging – solo il 2% della plastica raccolta per essere riciclata, che a sua volta è solo un esiguo 14% dei 78 milioni di tonnellate prodotte annualmente – entra effettivamente in processi di riciclo che non implicano un downcycling della materia. Secondo Bastioli è necessario un approccio olistico alla gestione dei rifiuti che ci permetta di individuare in essi tutte le possibili fonti di future risorse. Lo sviluppo delle plastiche biodegradabili e compostabili, materie progettate per essere riciclabili, è un passo in questo senso, che consente per esempio la migliore valorizzazione della frazione organica dei rifiuti, oltre ad offrire una soluzione efficace per la sostituzione delle plastic bag monouso. Una soluzione, in definitiva, utile per la conservazione di una componente fondamentale del capitale naturale, come la qualità dei suoli e per ridurre l’impatto del plastic litter sugli ecosistemi marini. Ma la chimica verde di Novamont è in grado di proporre soluzioni anche in relazione ad altre fonti di inquinamento dei suoli e delle acque, ponendo sul mercato alternative biobased, totalmente biodegradabili, per lubrificanti ed erbicidi. Sul Mediterraneo come laboratorio per sperimentare strategie “dal basso” di prevenzione e riduzione del marine litter si è soffermata Rossella Muroni, presidente di Legambiente, la maggiore Ong ambientalista italiana. Il capillare lavoro di rilevazione dei dati e caratterizzazione dei rifiuti realizzato su oltre 100 spiagge in collaborazione con le Ong degli altri paesi

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materiarinnovabile 17. 2017 rivieraschi ha permesso di raggiungere risultati su due piani: migliore conoscenza di cosa viene disperso nell’ambiente e della sua provenienza; acquisizione di maggiore consapevolezza sul tema a livello di collettività, attraverso l’ampio coinvolgimento dei volontari nel lavoro di raccolta e analisi dei rifiuti. In una mappa accessibile online sono disponibili i risultati delle indagini svolte da Legambiente e dalla rete Clean up the Med sin dal 2014. Altre info •• Marine LitterWatch, www.eea.europa.eu/ themes/coast_sea/ marine-litterwatch •• Plastic Pollution Coalition, www.plasticpollution coalition.org •• Surfrider Foundation, www.surfrider.org/ initiatives/plasticpollution •• Ban the Bag, act.greenpeace.org.au/ efforts/ban-the-bag-1 •• “Production, use, and fate of all plastics ever made”, Science Advances, 3, 7, 2017, advances.sciencemag. org/content/3/7/ e1700782.full

E ancora dati, impressionanti, sono stati forniti da Francois Galgani, docente presso Ifremer (Istituto francese di ricerca marina), come le 25.000 tonnellate di plastica che ogni giorno entrano in mari e oceani. Dove si trovano le plastiche? Pressoché ovunque, dal Mediterraneo all’Antartide, e diffuse tra i fondali marini, in superficie, sulle spiagge, nei ghiacci, nel biota, nei sedimenti, in atmosfera. E sono ben 700 le specie animali marine che vengono colpite da questo flusso colossale di rifiuti nelle acque, il 30% del quale è costituito da sacchetti in plastica, con il risultato che in determinate aree il 100% della popolazione di tartarughe marine ha ingerito plastiche, non riuscendo a distinguere i sacchetti dalle meduse di cui si alimentano. Per il ministero dell’Ambiente italiano, Mariano Grillo (direttore generale Rifiuti e Inquinamento) ha toccato il tema della recente legislazione in materia di pulizia dei fondali marini. Il provvedimento legislativo assunto dall’Italia prevede anche l’attuazione di un accordo di programma per la gestione dei rifiuti nei porti, coinvolgendo autorità portuali e capitanerie. Oltre alla raccolta dei rifiuti dai fondali, l’accordo prevede anche il trasporto dei rifiuti recuperati agli impianti di trattamento. Altre misure sono contenute nel decreto di recepimento della direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino: un progetto per la definizione di misure

per migliorare la gestione dei rifiuti (riciclo, recupero, riutilizzo) e lo studio della filiera della raccolta e smaltimento dei rifiuti. Inoltre è allo studio un sistema volto a favorire il recupero dei rifiuti in plastica nei fiumi, ossia prima che arrivino al mare. Fabio Fava, docente di biotecnologie industriali e ambientali e rappresentante italiano nel comitato di programmazione sulla bioeconomia per Horizon 2020, ha infine rimarcato come la concreta attuazione dei principi dell’economia circolare – e in particolare di una bioeconomia circolare – sia una strada obbligata per ottenere importanti vantaggi. Sia dal punto di vista ambientale sia sul piano di rilancio dell’economia e dell’occupazione in settori e in aree critiche da questo punto di vista (aree rurali e aree costiere dove nessun altro tipo di attività industriale potrebbe insediarsi). Queste linee guida caratterizzano anche la recente strategia nazionale italiana per la bioeconomia, adottata a inizio anno. Il ministro italiano dell’Ambiente, Gianluca Galletti, ha ribadito come sia importante l’allargamento della coalizione, al fine di promuovere la riduzione dei rifiuti in plastica nel mare e l’eliminazione dei sacchetti in plastica monouso in tutti i paesi. Il marine litter è un rischio non solo per gli ecosistemi, ma anche per la salute umana e per i settori economici che vivono della qualità degli ambienti marini e costieri. L’ambiente ci manda un messaggio chiaro, secondo Galletti: o vinciamo tutti insieme o perdiamo tutti insieme. Soprattutto in ambiti chiusi, come il Mediterraneo, il problema si fa più grave. Per questo l’Italia è stato il primo paese a mettere al bando i sacchetti monouso non biodegradabili, rischiando addirittura una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea per una scelta, in definitiva, giudicata “troppo ecologica”. La chimica verde, quindi, per il governo italiano è una priorità a doppia valenza, ambientale e di crescita economica, anche per la sua capacità di creare il lavoro che la petrolchimica non è più in grado di garantire. A seguito dell’evento la coalizione si è arricchita di un nuovo membro con l’adesione del Ruanda, di cui su questa rivista abbiamo raccontato la “guerra” contro gli shopper in plastica. Di certo ad oggi la compagine sembra ancora ben lontana dal poter rappresentare una mobilitazione realmente globale per contrastare l’inquinamento dei mari causato dalla dispersione di rifiuti in plastica. 12 nazioni, 13 con il Ruanda, un paese peraltro privo di sbocco sul mare (un’adesione per solidarietà tra paesi inquinati dalla plastica?). Un gruppo eterogeneo, ma ancora molto limitato. A Bologna l’evento si è chiuso con l’augurio che la coalizione possa crescere. Diversamente, il 7° continente, il primo interamente realizzato dall’uomo, resistente, impermeabile e inaffondabile, finirà per essere rilevato anche su Google maps.


Policy

Corbetta, 1853 – Wikimedia Commons, Public Domain

Focus mare

Un mare di opportunità BlueMed è un evento che punta a sbloccare il potenziale del Mediterraneo per la crescita blu e avviare un think-tank strategico per la cooperazione in questa area. Aprendosi per la prima volta ai paesi extra Ue che si affacciano sulle sue sponde. di Ilaria Nardello

Il contesto è simbolico, l’isola di Malta, al centro del bacino mediterraneo tra il Sud Europa e l’Africa settentrionale: un ponte di comunicazione che idealmente congiunge realtà tanto diverse che condividono l’immensa ricchezza del Mare Nostrum. Qui – a Sliema – il 18 e il 19 aprile 2017 si è svolto l’evento “BlueMed. Un bacino di ricerca e innovazione per una crescita sostenibile”. L’incontro ambiva ad aprire questa iniziativa,

BlueMed Con il sostegno della Commissione europea (Direzione Ricerca e Innovazione, MARE e JRC) l’iniziativa BlueMed è stata sviluppata e concordata tra Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Slovenia e Spagna. Nel 2014 è stata eletta come priorità nel programma della Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea che mirava a “lavorare con la Commissione e gli Stati Membri per definire un’iniziativa di punta per la crescita blu per il Mediterraneo”. Le informazioni raccolte grazie alle consultazioni con le parti interessate – politiche, scientifiche e industriali – nonché l’analisi di circa 900 progetti di ricerca e sviluppo, hanno fornito una mappa delle necessità e delle lacune nella ricerca e nell’innovazione, costituendo la base per la “Agenda strategica di ricerca e innovazione BlueMed” (Sria), infine adottata da 10 paesi, con la firma della Dichiarazione di Venezia sulla cooperazione nel Mediterraneo, nell’ottobre 2015.

BlueMed, www.bluemed-project.eu

Ilaria Nardello è specialista della ricerca industriale presso la National University of Ireland, Galway. Oceanografa con tredici anni di esperienza tra Usa e Ue, oggi sostiene l’interazione tra industria e università per creare innovazione e sostenibilità, con un interesse particolare per le applicazioni provenienti dall’uso delle risorse marine.

per la prima volta, ai paesi del Mediterraneo extra Ue, con l’obiettivo di avviare un think-tank strategico per la cooperazione mediterranea a scala locale, regionale e internazionale, volto a sbloccare il potenziale di quest’area per la crescita blu. Oggi il Mediterraneo si trova ad affrontare le sfide dell’Antropocene, con il riscaldamento delle sue acque, l’inquinamento e l’eccesso di pesca. Un’area che in parte ha mostrato una resistenza all’innovazione, forse a causa del forte radicamento in essa di settori come la pesca e il trasporto marittimo. Tuttavia, la biodiversità marina, le risorse presenti negli ambienti marini profondi e l’interesse turistico rendono il Mediterraneo un importante bacino di opportunità. In coerenza con gli obiettivi della strategia per la crescita blu dell’Ue, BlueMed si basa su un forte coordinamento tra ricerca, industria e politica a livello nazionale, regionale ed europeo. Numerosi progetti e iniziative, condivisi dai vari attori del Mediterraneo, sono stati presentati durante i due giorni dell’evento, offrendo quindi una visione complessiva sul potenziale dell’area. Progetti che, inoltre, promuovono azioni di collaborazione su attività innovative coinvolgendo anche l’indotto. Dalla ricerca basata sulle capacità delle stazioni e degli osservatori presenti lungo le coste europee di fornire strumenti avanzati per le indagini dell’ambiente marino e il suo potenziale per nuovi biomateriali e l’acquacoltura; alle iniziative commerciali, per esempio di trasporto marittimo, che cercano soluzioni per migliorare l’efficienza energetica, fino a quelle educative che aiutano a capire il valore del mare.

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European Marine Biological Resource Centre, www.embrc.eu European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory, www.emso-eu.org/site

L’importanza di avere un progetto strategico cui ispirarsi è emersa, per esempio, nel settore dell’acquacoltura. La produttività ittica del Mediterraneo è ben diversa da quella dell’Atlantico su cui si affacciano diversi paesi dell’Unione europea, e necessita quindi di una regolamentazione rigorosa dell’acquacoltura in mare. La varietà nelle specie ittiche presenti e un differente utilizzo delle zone costiere portano a volumi di produzione molto diversi tra le due aree. Pur non essendo un risultato imputabile a gap tecnologici o di metodi di pesca, l’assenza di un quadro strategico di riferimento conferisce un senso di inadeguatezza dei produttori mediterranei nei confronti di super produttori nord-atlantici. Scarsa, purtroppo, è stata a BlueMed la presenza delle nazioni nordafricane. L’occasione era ideale per attirare un pubblico più ampio dai paesi della sponda sud del Mediterraneo, conoscere i loro interessi e le loro necessità, offrendo al contempo una panoramica delle risorse che l’Europa può mettere a disposizione. Coordinamento e supporto Nel 2015 – sotto il coordinamento del Consiglio della Ricerca (Cnr) italiano – è stata avviata un’iniziativa di Coordinamento e Sostegno a BlueMed (CSA BlueMed), finanziata con tre milioni di euro dalla commissione europea. Il progetto dovrebbe consentire l’attuazione degli obbiettivi strategici del BlueMed e innescare l’innovazione del settore marino e marittimo del Mediterraneo integrando le conoscenze e gli sforzi dei paesi interessati, collegando la comunità di ricerca con i responsabili politici, il settore privato e la società civile. Durante la prima riunione di BlueMed nel novembre 2016, a Rimini in Italia, nell’ambito di Ecomondo, John Bell, direttore per la bioeconomia nella Direzione Generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione europea, ha osservato che “la crescita e le soluzioni

devono avvenire laddove vivono le persone, cioè localmente”. In particolare, considerando la natura delle economie del Mediterraneo, fortemente dipendenti da attività come il turismo, la pesca e l’acquacoltura e il trasporto marittimo, è arrivato il momento di sfruttare a fondo il potenziale del settore marittimo e “far emergere BlueMed passando dalla fase teorica a quella pratica e coinvolgendo i paesi extracomunitari”. Durante l’evento di Sliema, Sigi Gruber, responsabile dell’Unità Risorse Marine della Direzione per la Ricerca e l’Innovazione della Commissione europea, ha curato e presieduto varie sessioni su progetti e attività di ricerca, sottolineando come la sinergia tra i progetti e le infrastrutture di ricerca sia fondamentale per la realizzazione del processo innovativo a livello locale. Ciò è particolarmente vero nel caso delle infrastrutture di ricerca “distribuite” che dispongono di vari impianti in regioni costiere, spesso lontano dai principali centri universitari o dalle città ma collegati al consorzio europeo per la ricerca (Eric) e parte del panorama Esfri (European Strategy Forum on Research Infrastructures). I casi presentati sono quelli dell’European Marine Biological Resource Centre – Embrc e dell’European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory – Emso. Il primo ha l’ambizione di agire come motore di innovazione regionale, collaborando con le autorità locali per sostenere un ecosistema di innovazione basato sulle risorse biomarine. Embrc fornisce strumentazione d’avanguardia e relative conoscenza biologica ed ecologica, per sostenere le esigenze delle piccole e medie imprese in termini di supporto tecnologico e consulenza scientifica. È emerso, inoltre, come la collaborazione tra diverse infrastrutture di ricerca e altre iniziative sia essenziale per impostare gli strumenti di monitoraggio e organizzare le informazioni che ci consentiranno di valutare lo stato dell’oceano e i suoi cambiamenti, obiettivo assolutamente strategico per i prossimi 25 anni.

BlueMed: rispondere alle sfide Il documento di visione BlueMed, stilato nell’ottobre 2015, indica le seguenti “sfide chiave” da affrontare per raggiungere gli obiettivi del progetto: 1) Tecnologie abilitanti e ambiti di creazione di competenze •• Garantire prestazioni ecologiche sostenibili, nonché sorveglianza marittima e sicurezza mediante “greening” di navi, porti e altre piattaforme marittime. •• Combinare la produzione di energia rinnovabile, l’acquacoltura, la sorveglianza marittima e il monitoraggio ambientale sulle piattaforme off-shore. 2) Fattori abilitanti di supporto alla conoscenza •• Comprendere la vulnerabilità degli ecosistemi marini mediterranei, inclusi quelli profondi.

•• Migliorare la previsione di impatto dei cambiamenti climatici, a livello regionale e sub-regionale. •• Attivare osservatori multifunzionali e sistemi di allarme precoce. •• Individuare e seguire gli inquinanti emergenti e promuovere azioni di risanamento. 3) Fattori abilitanti settoriali •• Sostenere lo sfruttamento sostenibile della biodiversità mediterranea con servizi industrie e servizi innovativi per le piccole-medie industrie locali. •• Perseguire la gestione ecosistemica dell’acquacoltura e della pesca. •• Sviluppare il turismo sostenibile.


Focus mare

SOS OCEANI

Al centro della Conferenza Onu lo stato di salute di mari e oceani dal quale dipende direttamente la sopravvivenza di molte popolazioni. Focus sul Mediterraneo, una delle sei maggiori aree di accumulo di rifiuti galleggianti del pianeta.

di Giorgio Zampetti

Giorgio Zampetti è responsabile scientifico di Legambiente.

Cinque giorni di lavori per trovare le azioni e gli impegni comuni per fermare il declino degli oceani, preservandoli dalle minacce e dal grave stato ambientale in cui si trovano. Questo in sintesi il bilancio della prima conferenza di alto livello – la Conferenza sugli Oceani – che l’Onu ha organizzato presso il Palazzo di Vetro a New York dal 5 al 9 giugno – su un Sustainable Development Goals specifico, l’SDG14 (“Conserve and sustainably use the oceans, seas and marine resources for sustainable development”). Migliaia di partecipanti, centinaia di delegazioni da tutte le parti del mondo, associazioni, agenzie ambientali ed esperti si sono riuniti per individuare le problematiche, definire le urgenze e pianificare le azioni future. E l’approvazione della “Call for action” e delle conclusioni dei 7 partnership dialogues (le conferenze specifiche sui temi prioritari individuati dai lavori preparatori) hanno avuto proprio questo obiettivo. Un bel banco di prova, dal momento che è la prima volta che si organizza una conferenza di alto livello interamente dedicata a uno degli Sustainable Development Goals del programma delle Nazioni Unite, coinvolgendo tutti i paesi dell’Onu, le agenzie delle Nazioni Unite che operano nei diversi settori e tutti i soggetti che oggi si occupano del mare e degli oceani, della loro tutela e dello sviluppo futuro. E tra queste non poteva mancare

di certo Legambiente, da tanti anni impegnata su questi temi. Oggi, infatti, gli oceani e i mari subiscono pesantemente gli effetti negativi dell’inquinamento e delle attività dell’uomo, con ripercussioni non solo ambientali ma anche in termini occupazionali e di sviluppo, e soprattutto di cambiamenti climatici che stanno mettendo a serio rischio la stessa esistenza di paesi e popolazioni dipendenti strettamente dall’oceano e dal suo stato di salute. Non a caso la Conferenza è stata aperta da una bellissima cerimonia delle Isole Fiji – co-presidenti con la Svezia dell’appuntamento di questi giorni – uno dei paesi messi più a rischio dagli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento degli oceani. Più volte, negli anni scorsi, il governo delle Isole Fiji è intervenuto richiamando con forza a un’azione decisiva, efficace e immediata per affrontare concretamente questi problemi, i cui effetti sono già oggi evidenti. E la Conferenza di New York vuole anche essere una risposta a questi appelli. Fin dalle prime battute della plenaria di apertura sono stati richiamati i temi chiave: intervenire con forza sui cambiamenti climatici facendo seguito agli impegni di Parigi senza tentennamenti o passi indietro; liberare gli oceani e i mari dalla plastica, oggi praticamente ubiquitaria, anche nelle aree più incontaminate del mare e degli oceani con effetti


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materiarinnovabile 17. 2017 devastanti su fauna, ecosistemi e produttività del mare. E, soprattutto, passare dalle parole all’azione per evitare che i processi diventino irreversibili vanificando ogni sforzo comune. Il Mar Mediterraneo: il focus di Legambiente Il Mediterraneo – una delle aree più ricche di biodiversità al mondo – è tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del pianeta, con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia (le altre sono nell’Oceano Pacifico del nord e del sud, nell’Oceano Atlantico, del nord e del sud e nell’Oceano Indiano). Il quadro dell’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, è confermato anche dai nuovi dati provenienti dai monitoraggi che Legambiente conduce dal 2013 nei mari e sulle coste dell’area del Mediterraneo con la campagna “Clean-up the Med”. La plastica spiaggiata rappresenta l’81% di tutti i rifiuti trovati. Questo quanto emerge dall’ultima indagine di Legambiente sul beach litter condotta su 62 spiagge italiane nel corso della primavera 2017 e in 43 spiagge del Mediterraneo, negli ultimi 4 anni. La percentuale della plastica sale al 96% se consideriamo i rifiuti galleggianti monitorati da Goletta Verde nelle 80 ore di osservazione diretta durante l’estate 2016. La cattiva gestione dei rifiuti urbani – e quindi la mancata prevenzione – è causa del 54% dei rifiuti spiaggiati, in gran parte costituiti da materiali usa e getta. Infatti, il 64% dei rifiuti trovati sulle spiagge del Mediterraneo riguarda oggetti concepiti per essere usati pochi minuti, a fronte di una persistenza nell’ambiente decisamente elevata quando non correttamente smaltiti. La top-ten è guidata dai mozziconi di sigaretta (12%), da tappi (10%), bottiglie e contenitori di plastica, ma anche dalle reti per la coltivazione dei mitili (8%). Le buste di plastica rappresentano il 3,5% dei quasi 60.000 rifiuti rinvenuti su 105 spiagge di 8 paesi. Sembra dunque abbia avuto una certa efficacia il bando italiano dei sacchetti di plastica, visto che mentre in Italia sono state trovate una media di 15 buste ogni 100 metri di spiaggia, nelle altre spiagge del Mediterraneo questa media quasi raddoppia salendo a 25 buste per ogni 100 metri di spiaggia. Se consideriamo, invece, i rifiuti galleggianti, le buste sono in assoluto il primo rifiuto presente nei mari italiani: Goletta Verde di Legambiente ha verificato, infatti, la presenza di una busta ogni 5 minuti di navigazione, pari al 16% dei rifiuti trovati. Sono questi i principali risultati dell’indagine, riconosciuta dalla stessa Unep come una delle principali iniziative di volontariato e citizen science a livello internazionale, che Legambiente ha presentato in un appuntamento specifico dal titolo “Multi-stakeholders Governance for tackling marine litter in the Mediterranean Sea”, organizzato dall’associazione in collaborazione con Unep/MAP-Barcelona Convention, Parlamento europeo, Agenzia europea per l’ambiente, UN Sustainable Development Solutions Network (Sdsn-Mediterranean), UfMs (Union for the

Mediterranean Secretariat), Università di Siena, European Bioplastics, Novamont e Kyoto Club. Tra i 150 eventi paralleli in programma durante la Conferenza Onu, quello organizzato da Legambiente è stato l’unico a portare contributi ed esperienze sul tema del marine litter in Italia e nel resto del Mediterraneo. Una riflessione che ha evidenziato come oggi ci siano già alcuni strumenti per fronteggiare l’emergenza e agire a livello di regione mediterranea. Solo per citare la più importante: la convenzione di Barcellona, che riguarda l’Europa e tutti i paesi costieri del Mediterraneo, da cui è scaturito un piano regionale che si pone l’obiettivo di minimizzare gli impatti del marine litter e la sua presenza in mare e sulle coste. Quello che manca, però, è che gli Stati si coordinino tra loro, sotto la spinta dei governi che su questo tema sono più avanti o comunque più coinvolti. Quale migliore occasione per l’Italia, vista anche la sua particolare conformazione e posizione all’interno del mar Mediterraneo, per esercitare il ruolo da protagonista nella tutela del Mare nostrum? Il Mediterraneo è stato al centro anche dell’intervento di Legambiente in plenaria. Un momento molto importante che ha permesso di portare il lavoro di anni nel pieno del dibattito della Conferenza e proporre all’assemblea i temi su cui è prioritario lavorare. Ecco i punti principali di proposta: •• riconoscere il ruolo strategico dei cittadini e delle associazioni nel monitoraggio ambientale per diffondere la consapevolezza e promuovere azioni e politiche a livello locale e internazionale; •• adottare politiche che coinvolgano tutti i paesi costieri del Mediterraneo con azioni forti e concrete dei Governi, su due temi prioritari: a. il Mediterraneo è un hotspot mondiale della

The Ocean Conference, oceanconference.un.org Legambiente, “Beach litter 2017”, www.legambiente.it/sites/ default/files/docs/beach_ litter_2017.pdf Progetto Plastic Buster, plasticbusters.unisi.it


Policy biodiversità. Per preservarlo, occorre che almeno il 10% della sua estensione divenga area protetta, sul modello italiano (target ripreso anche dal documento conclusivo della Conferenza, estendendolo a livello globale); b. l’inquinamento proveniente dalla costa – come i rifiuti dispersi in mare e sulle coste o gli scarichi non depurati – è un problema enorme nel Mar Mediterraneo. Abbiamo bisogno di politiche efficaci per prevenirlo volte a realizzare maggiore circolarità, al riciclo o la messa al bando dei manufatti più inquinanti (come i prodotti usa e getta non biodegradabili) e a un efficace trattamento delle acque reflue. •• Porre maggiore attenzione al rischio derivante dalle attività illegali (come lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, gli scarichi abusivi o gli illeciti nella pesca), che rappresentano una minaccia per l’ambiente marino e un problema crescente da affrontare a livello internazionale. È importante adottare una legislazione mondiale, sul modello della direttiva europea approvata nel 2008, per la tutela penale dell’ambiente o della legge italiana sugli ecoreati approvata nel 2015.

Il Mediterraneo – una delle aree più ricche di biodiversità al mondo – è tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del pianeta, con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia.

Infine, abbiamo posto una questione molto importante che non abbiamo trovato nei documenti preparatori della Conferenza e non compare, inspiegabilmente, nella “Call for action”. Per fermare il cambiamento climatico dobbiamo porre in atto immediatamente una strategia di uscita dai combustibili fossili. Per ridurre i rischi di inquinamento da petrolio a livello globale – oggi nei mari e negli oceani sono presenti oltre 900 piattaforme di estrazione – è molto importante fermare le attività estrattive e esplorative e applicare una legislazione che consenta un controllo molto severo sul trasporto petrolifero. Non vogliamo più catastrofi ambientali

come quelle causate dalla Deep water Horizon nel Golfo del Messico, dalla Exxon Valdez in Alaska, dalla Prestige in Spagna o dalla Haven in Italia. Se vogliamo essere veramente parte della storia dell’oceano, dobbiamo fermare l’estrazione petrolifera e la dispersione di petrolio in mare. Gli impegni presi dalla Conferenza Come uscire dall’empasse di governance, e della mancanza di azioni conseguenti a una strategia efficace per rimediare al declino degli oceani e del loro stato ambientale? Fattori che oggi di fatto stanno impedendo l’avvio di una seria politica di tutela del mare e degli oceani, dei suoi ecosistemi, delle popolazioni “di frontiera” e dell’economia. Dalle prime azioni indicate nella “Call for action” emerge l’attenzione a un’azione sinergica. La parola chiave è dunque cooperazione tra i paesi, le istituzioni, le associazioni non governative, gli enti di ricerca, gli stakeholder economici e produttivi. Occorre agire con la creazione di aree protette, la riqualificazione degli ecosistemi marini, la pianificazione degli usi marittimi (a partire dai trasporti) e la riduzione dell’inquinamento marino, intervenendo sull’immissione di sostanze inquinati, rifiuti, scarichi non depurati, ma anche su temi come le specie aliene o il rumore, che oggi minacciano pesantemente gli ecosistemi. Particolarmente presente, tanto nel documento quanto in diversi interventi e appuntamenti della Conferenza è anche il tema dei rifiuti marini. In particolare vengono citate la corretta gestione dei rifiuti (riuso, riduzione, riciclo), la prevenzione con uso di materiali innovativi (letteralmente “prodotti biodegradabili a condizioni naturali”). A questo proposito importante sottolineare l’esperienza italiana, oggi seguita anche da altri paesi europei e mediterranei, del bando ai sacchetti di plastica tradizionali con la sostituzione di quelli compostabili. Anche considerando che una delle misure preventive da mettere in campo, sottolineata dall’Unep è sicuramente quella del bando dei prodotti più inquinanti, come i sacchetti di plastica non compostabili e i prodotti usa e getta oggi facilmente sostituibili da materiali più innovativi e meno impattanti. Oltre i documenti ufficiali c’è stato un altro asse portante della Conferenza, quello degli impegni volontari (voluntary commitments), 1.328 azioni che da qui ai prossimi anni i tanti proponenti si sono impegnati a mettere in campo. Uno strumento in cui le stesse Nazioni Unite confidano molto per uscire dallo stallo in cui a oggi le politiche internazionali per la tutela del mare e dell’oceano si trovano. Legambiente ne ha proposti due sul Mar Mediterraneo, incentrati sul tema del marine litter. Il primo sulla necessità della messa la bando dei sacchetti di plastica non compostabile in tutti i paesi costieri; un secondo, in partnership con l’Università di Siena e il progetto Plastic Buster, per coniugare ricerca scientifica con la cittadinanza attiva: un impegno già concretizzato in queste settimane, in cui la Goletta Verde ha ripreso il suo viaggio nel Mar Mediterraneo.

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materiarinnovabile 17. 2017 a cura dell’Institut de l’économie circulaire, Parigi www.institut-economie-circulaire.fr

Agricoltura

CIRCOLARE di Emmanuelle Moesch

La circular economy è una leva fondamentale su cui agire per affrontare le problematicità del settore agricolo in Francia.

Emmanuelle Moesch, project manager presso Institut de l’économie circulaire.

I sistemi agricoli e agroalimentari del XXI secolo devono affrontare sfide del tutto nuove. Gli oltre 7,5 miliardi di abitanti del pianeta vanno nutriti, e sono necessari una migliore qualità del cibo e prezzi abbordabili, con le difficoltà legate al rifornimento di città in continua crescita. I prodotti a base biologica servono anche per alimentare in maniera sostenibile altri cicli di utilizzo, tra cui quello dell’energia e delle materie prime. Nello stesso tempo, le risorse naturali essenziali per la produzione cominciano a scarseggiare: le scorte di acqua sono sovrasfruttate o inquinate e i terreni agricoli stanno diminuendo sia in termini di estensione sia di qualità. Anche la produzione subisce l’impatto del riscaldamento globale e lo stesso settore produttivo deve ridurre le sue emissioni di gas serra.

Stati Generali dell’Alimentazione, www.economie.gouv. fr/etats-generauxalimentation-20juillet-2017

1. La Strategia per la bioeconomia e il Piano di programmazione delle risorse sono entrambi nati da gruppi di lavoro interministeriali.

Come possiamo puntare a una produzione, alimentare e non, che soddisfi le nostre necessità in termini di quantità e qualità preservando e rigenerando al contempo gli ecosistemi naturali? L’economia circolare è una leva sulla quale agire per affrontare questi problemi con un approccio a più ampio raggio. Partendo da questa idea, l’Institut de l’économie circulaire ha avviato nel 2017 un gruppo di lavoro compartecipato, che ha identificato tre aree prioritarie: •• definire l’economia circolare nella sua applicazione ai settori agricolo e agroalimentare, identificando le pratiche migliori e collaborando per far avanzare la conoscenza e l’implementazione sia a livello governativo sia industriale; •• incrementare il ritorno di materiale organico al suolo affinché questo mantenga la sua qualità

e la biodiversità, identificando tutti gli attori lungo la catena di valore per canalizzare i flussi di rifiuti di origine biologica; •• sviluppare approcci territoriali per far progredire le sinergie, sia nei settori agricolo e agroalimentare sia in altri, e per ripensare le fonti di approvvigionamento delle aree urbane. Questo implica che venga identificata la scala dell’azione. A livello nazionale, il momento è appropriato per andare avanti seguendo l’agenda dell’economia circolare nei settori agricolo e agroalimentare. All’inizio del 2017, il ministero dell’Agricoltura ha presentato una Strategia per la bioeconomia francese, che mira a “garantire la sicurezza alimentare e standard di vita sostenibili per le attuali e future generazioni preservando le risorse naturali e le funzioni di ecosistema degli habitat” e a “essere efficiente, resiliente, circolare e produttiva a lungo termine”, attraverso l’innovazione e lo sviluppo locale. Le biomasse e il suolo sono due dei tre settori prioritari considerati nel più ampio Piano di programmazione delle risorse1 prodotto dal ministero dell’Ambiente in maggio. Più recentemente, l’agricoltura è stata una parte importante della Terza Conferenza nazionale sull’economia circolare tenutasi a Parigi e aperta dal ministro dell’Ambiente. Infine, a luglio, il governo terrà gli Stati Generali dell’Alimentazione, che dovrebbero comprendere un workshop sulla bioeconomia e l’economia circolare. Verrà varato un piano di investimenti da cinque miliardi di euro, che speriamo vadano ad alimentare la transizione verso un’economia circolare.


Policy

ORGANIC’VALLÉE: un agro-business locale di Jean-Luc Da Lozzo ed Elsa Raverdy

Jean-Luc Da Lozzo, co-fondatore e managing director di Organic’Vallée. Elsa Raverdy, project lead di Organic’Vallée.

Organic’Vallée, www.organicvallee.fr

Organic’Vallée è stata creata nel giugno del 2015 come una cooperativa di interesse collettivo. Questa è, in Francia, l’unica forma legale che permette l’integrazione dei capitali di aziende del cosiddetto settore “classico” del business e di entità che operano nell’economia della solidarietà sociale (ong, enti pubblici, cittadini). Il che rappresenta lo spettro completo dei soggetti che potrebbero essere interessati allo sviluppo economico locale o alla conservazione del territorio, e voler prendere parte alla vita e alla governance della nostra cooperativa. Il progetto sviluppa un cluster di attività agricole basato sui flussi di rifiuti di origine biologica e di materiali organici con un approccio olistico e territoriale. Con un triplice obiettivo: •• dirottare i materiali organici dall’incenerimento o dallo smaltimento in discarica. Si tratta di materiali ricchi di acqua: è un controsenso scientifico, economico, ambientale e sociale cercare di trarre energia da tali flussi di rifiuti mediante l’incenerimento, o lasciare che il materiale organico si accumuli in discariche; •• canalizzare questi flussi di materiali al di fuori delle aree dove vengono generati verso il recupero locale dei materiali producendo risorse locali. I prodotti della cooperativa sono commercializzati attraverso catene di distribuzione brevi; •• educare la popolazione perché le sfide che abbiamo di fronte restano ampiamente ignorate dalla maggioranza dei cittadini. Questo rende sempre più importanti la preparazione e la consapevolezza per cambiare l’approccio mentale delle persone e la cultura dei consumatori. Da parte nostra

portiamo avanti questa azione insieme ad altri partner e offriamo corsi formativi sull’economia circolare, l’agro-ecologia, il recupero dei rifiuti organici. Organic Vallée si sviluppa su un terreno agricolo di 55 ettari. Il cluster è progettato in modo che ogni singola attività

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materiarinnovabile 17. 2017

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particolarmente adatta per l’allevamento all’aperto. Organic’Vallée è incentrata sulla transizione verso un’economia più locale e circolare, per rivitalizzare le aree rurali e riconnettere gli abitanti delle città con la campagna. Speriamo che in futuro altre aree possano capitalizzare la nostra esperienza e sviluppare cluster analoghi altrove.

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che si aggiunge possa beneficiare dell’effetto sinergico collaborando con le altre. Alcune attività sono di competenza della cooperativa per la loro natura sperimentale o per il forte impatto che producono sulla struttura: per esempio impiantare un sistema agroforestale su 7 ettari. Altre, invece, vengono sviluppate da agricoltori e imprenditori, come l’allevamento all’aperto dei suini, in parte alimentati con prodotti acquistati nei supermarket locali. Cifre annuali: 160 tonnellate di materiale recuperato, 15 ettari, 150 suini razza Gascon,

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Case Studies

INFRASTRUTTURE:

il collegamento che manca per chiudere il ciclo dei tessuti La circolarità nel tessile è un affare molto vantaggioso per le aziende, i consumatori e l’ambiente. Anche solo recuperare il 10% degli indumenti che oggi vengono buttati permetterebbe enormi risparmi di emissioni di gas serra e acqua, e darebbe ai vari brand una spinta economica notevole. Manca ancora un tassello, le infrastrutture, ed è ora di intervenire per superare questo collo di bottiglia. di Traci Kinden

Traci Kinden nel 2013 ha lanciato Revolve Waste e nel 2016 è entrata in Circle Economy per dirigere degli sviluppi fondamentali in Europa, che creeranno un nuovo standard per la circolarità dei tessuti sostenibili.

È necessaria una transizione sistemica perché l’industria tessile possa riutilizzare il valore umano, economico e ambientale che viene sprecato nell’attuale sistema lineare. Aziende, rivenditori, innovatori e governi stanno cercando soluzioni che riducano l’impatto negativo dei tessuti, e stanno cercando di costituire un’industria circolare per sostituire, a monte della catena di produzione, l’utilizzo di fibre vergini ed eliminare gli scarti a valle della stessa. La crescente consapevolezza dei consumatori ha contribuito a portare alla luce le criticità nella produzione di capi di abbigliamento, e ha messo sotto pressione aziende e rivenditori perché trovino soluzioni migliori. È ora di realizzare trasformazioni sostanziali, affrontando gli sviluppi infrastrutturali necessari a eliminare i colli di bottiglia nel percorso verso una nuova industria tessile circolare. Sono diverse le fasi del ciclo di vita di un capo di abbigliamento: estrazione delle risorse, progettazione del prodotto, lavorazione, distribuzione, utilizzo e fine vita. Le prime cinque sono quelle su cui produttori e rivenditori possono intervenire più facilmente, e come risultato

la maggior parte degli sforzi delle industrie si sono concentrata su di loro. Questo ha portato a trascurare la fase di fine vita, quella in cui si perde il valore di questi articoli. Oggi i programmi di riacquisto sono lo strumento principale che aziende e rivenditori hanno a disposizione per recuperare i prodotti usati. Nonostante gli sforzi, riescono però a rientrare in possesso di una frazione piccola dei capi che vengono scartati. Nello sforzo di trovare soluzioni a un problema che si sta espandendo rapidamente a scala globale, l’industria sta passando all’azione: durante la prima metà del 2017 è stata lanciata l’iniziativa Fashion for Good, la Ellen MacArthur Foundation ha annunciato la sua Circular Fibres Initiative, e il Fashion Summit di Copenaghen ha (letteralmente) inserito la circolarità nell’agenda della moda globale. Gli innovatori sono un altro tassello importante per arrivare alla circolarità dei tessuti, e sono coinvolti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie per il riciclo chimico. Se questi ricercatori e imprenditori riusciranno a portare alla scala commerciale i loro processi, la gamma di opzioni per il riciclo si espanderà e la quantità di tessuti

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materiarinnovabile 17. 2017 Revolve Waste, revolvewaste.com Circle Textile Programme, www.circle-economy. com/textiles “Transforming our World”, tinyurl.com/q9k2rk9

1. Commissione europea, “Sustainable Garment Value Chains Through EU Development Action”, 2017; tinyurl.com/lj5bh4z 2. Eurostat, 2016. 3. Bureau of International Recycling cita uno studio dell’Università di Copenaghen, 2008.

che tornano alla catena di rifornimento aumenterà in modo considerevole. Questo permetterà agli indumenti alla fine del ciclo di vita utile di ritrasformarsi in capi di abbigliamento. Anche i governi stanno cominciando a intervenire. Nel 2015, 193 leader riuniti alle Nazioni Unite hanno presentato “Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development”. I Sustainable Development Goals (SDGs) articolati in questo documento definiscono oggi la roadmap per gli sforzi e i programmi in diversi settori, tra i quali quello tessile, al fine di ridurre l’impatto delle attività umane sul pianeta. Anche la Commissione europea ha pubblicato un nuovo documento1 che si focalizza sulla sostenibilità nel settore dell’abbigliamento. Questi sviluppi dimostrano che i governi stanno cominciando a comprendere l’importanza di massimizzare il valore umano e ambientale dell’industria tessile, e stanno passando all’azione. Fino a poco tempo fa, i consumatori avevano poche occasioni per conoscere i sistemi di produzione dell’industria tessile. Ora che le informazioni sono facilmente accessibili – il 70% degli europei si informa da internet2 – e le ripercussioni ambientali e sociali dell’industria tessile stanno diventando evidenti, la consapevolezza dei consumatori sta crescendo rapidamente, ed è sempre più importante coinvolgerli nella discussione. Questa crescita della consapevolezza, unita a un’attenzione globale ai cambiamenti climatici, la sempre più grave minaccia di scarsità di risorse, e la promessa di nuove soluzioni per il riciclo chimico hanno permesso alla circolarità di guadagnarsi un ruolo molto più importante nel dibattito sui tessuti. Anche se si tratta di passaggi estremamente rilevanti, nel sistema rimane comunque un collo di bottiglia.

Circle Economy Circle Economy è un’impresa sociale con sede ad Amsterdam che punta ad accelerare l’implementazione concreta e scalabile dell’economia circolare. Ha una visione per il futuro del pianeta in cui non si debba scegliere tra prosperità economica, sociale o ambientale. Circle Economy fa parte di un network internazionale e, grazie al suo approccio open-source, facilita la collaborazione tra diversi settori industriali e lavora per il cambiamento e il rinnovamento. Il suo obiettivo principale è quello di far conoscere l’economia circolare al mondo del business, alle città e ai governi, aiutandoli a identificare le opportunità per operare la transizione e fornendo soluzioni pratiche per applicare concretamente queste soluzioni. www.circle-economy.com

Se riciclassimo solo il 10% dei 20 milioni di tonnellate di tessuti usati buttati via in Europa e Stati Uniti, ogni anno potremmo ridurre di 7,2 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2, di 12.000 miliardi di litri il consumo di acqua, e di un miliardo di kg l’apporto di fertilizzanti e pesticidi.

Le infrastrutture: un fattore fondamentale per la circolarità dei tessuti spesso trascurato La circolarità nel settore tessile viene paragonata alla questione “dell’uovo e della gallina”, e si discute spesso su cosa dovrebbe venire prima. La verità è che esistono già due componenti fondamentali di un sistema circolare, e cioè i tessuti per l’abbigliamento ricavati da indumenti usati e una serie di metodi e tecnologie per la loro rilavorazione. Inoltre, lo sviluppo di tecnologie di nuova generazione per il riciclo sta accelerando. Sfortunatamente, non esistono ancora né un’infrastruttura trasparente e connessa capace di selezionare autonomamente i tessuti e di creare una corrispondenza tra materie prime e tecnologie per il riciclo, né una logistica per trasferire i materiali tra i soggetti interessati. Per questo la quantità di prodotti circolari dell’industria tessile è ancora molto limitata. Da un punto di vista ecologico, si tratta di una grande opportunità che non viene sfruttata. Il Bureau of International Recycling (Bir) stima che la raccolta di un kg di vestiti usati (contrapposta all’incenerimento o allo smaltimento in discarica) riduce di 3,6 kg le emissioni di CO2, di 6.000 litri il consumo di acqua e di 0,5 kg l’uso di fertilizzanti e pesticidi impiegati nella produzione delle materie prime.3 Se riciclassimo solo il 10% dei 20 milioni di tonnellate di tessuti usati buttati via in Europa e Stati Uniti, ogni anno potremmo ridurre di 7,2 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2, di 12.000 miliardi di litri il consumo di acqua, e di un miliardo di kg l’apporto di fertilizzanti e pesticidi. Le tecnologie per il riciclo possono riportare alla catena di rifornimento indumenti non più indossabili, e l’anello mancante è un’infrastruttura trasparente che abbini gli indumenti alle tecnologie per il riciclo. Il Textile Program di Circle Economy sta affrontando questa sfida con due progetti correlati: Fibersort e Circle Market. Entrambi puntano a introdurre le innovazioni strutturali necessarie a realizzare un’industria tessile circolare, e sono sviluppati in stretta collaborazione con l’ecosistema di raccoglitori, selezionatori, riciclatori chimici e meccanici, produttori e brand. Le innovazioni nel riciclo dei tessuti stanno ricevendo attenzione e investimenti, i marchi più lungimiranti stanno cercando metodi per gestire al meglio i tessuti usati, e i governi stanno studiando politiche che contribuiranno a ridurre ulteriormente gli impatti. Sfortunatamente, la mancanza di infrastrutture permette solo cambiamenti minimi. È il momento di collaborare per sviluppare soluzioni trasparenti e orientate al mercato che colleghino i soggetti coinvolti e facilitino il ritorno dei materiali alla catena di rifornimento. Queste soluzioni sono rappresentate da strumenti e tecnologie digitali che ci aiuteranno a superare i colli di bottiglia, a snellire i processi e ad accelerare la transizione necessaria verso un nuovo paradigma industriale. Il cambiamento è inevitabile. Rimanere indietro è una scelta.


Case Studies

USATO

ma di qualità Una nuova base lubrificante rigenerata con performance migliorate, bassi livelli di inquinanti. Il nuovo prodotto di Viscolube potrà essere utilizzato nell’industria, nell’automotive e nella autotrazione pesante. di Roberto Rizzo

Roberto Rizzo, giornalista scientifico, EGE (Esperto in Gestione dell’Energia) Certificato ed esperto della Commissione Europea per il programma delle Nazioni Unite “Sustainable Energy for ALL” (SE4ALL) in Africa sub-sahariana.

Innovare per realizzare prodotti ancor più performanti, ma senza costi aggiuntivi per i propri clienti e accrescendo il valore ambientale del prodotto finito. Con questi obiettivi Viscolube, azienda leader in Europa nella rigenerazione degli oli lubrificanti usati, ha deciso di installare un terzo reattore catalitico presso lo stabilimento di Pieve Fissiraga (Lodi) per la produzione di una nuova tipologia di base lubrificante finita. La capacità di trattamento annuo dell’impianto – circa 170.000 tonnellate, pari quasi a tutto l’olio usato raccolto ogni anno in Italia – rimarrà inalterata, ma migliorerà decisamente la qualità. Già oggi, in ogni caso, grazie al processo di riraffinazione degli oli usati Revivoil brevettato e sviluppato da Viscolube in collaborazione con Axens – azienda francese fra i principali operatori al mondo nella realizzazione di impianti di raffinazione – le basi rigenerate prodotte da Viscolube hanno caratteristiche e proprietà identiche, e talvolta superiori, a quelle delle basi lubrificanti di prima raffinazione.

La nuova base Gruppo 2 Plus Le basi lubrificanti (vedi box) sono suddivise in cinque classi, con qualità crescenti da una classe all’altra (le basi del Gruppo 1 sono quelle più semplici ed economiche). Prima dell’installazione del terzo reattore, Viscolube produceva regolarmente basi lubrificanti del Gruppo 1 Plus, quindi con caratteristiche intermedie tra Gruppo 1 e Gruppo 2. Grazie al terzo reattore, sviluppato in collaborazione con Axens, la superficie catalitica complessiva aumenterà di più del doppio (i tre reattori sono posti in serie) e Viscolube, oltre a migliorare la base Gruppo 1 Plus, potrà produrre, senza penalizzare la resa dell’impianto, una nuova base Gruppo 2 Plus, cioè con caratteristiche vicine al Gruppo 3. “La nuova base Gruppo 2 Plus verrà però proposta a un prezzo allineato a quello di una Gruppo 2 – spiega Gianfranco Locandro, direttore vendite e marketing di Viscolube – con un evidente vantaggio per i clienti. Il nuovo prodotto, che troverà spazio in applicazioni per l’industria,

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materiarinnovabile 17. 2017 l’automotive e l’autotrazione pesante, potrà sostituire determinate miscele tra basi Gruppo 1 e Gruppo 3 e verrà caratterizzato dalla sigla registrata HG (High Grade) per segnalare lo step ulteriore di idrogenerazione rispetto alle altre basi.” La nuova base Viscolube HG, Gruppo 2 Plus verrà proposta sul mercato nelle versioni 3N, 4N e 5N, con gradazione crescente di viscosità: la 5N è la più viscosa e più costosa (tra la 3N e la 5N ci saranno circa 40/50 euro di differenza di prezzo a tonnellata). Il confronto con gli standard Gruppo 2

Info viscolube.it/it

Ci sono varie caratteristiche tecniche che differenziano la nuova base Gruppo 2 Plus da quelle di riferimento di mercato per le basi del Gruppo 2, come evidenziato nella tabella 1. Per prima cosa, l’elevato indice di viscosità, che consente di evitare l’uso di alcuni additivi, come il miglioratore dell’indice di viscosità. “Un indice di viscosità elevato è importante per far sì che l’olio nei motori di auto e camion non si ossidi, cioè che non si creino dei picchi di temperatura – spiega Locandro –. Infatti, in certi motori è indispensabile usare lubrificanti contenenti basi del Gruppo 3, particolarmente stabili e resistenti all’ossidazione, e la maggior parte dei mezzi di nuova generazione hanno come raccomandazione l’utilizzo di un prodotto che contenga almeno il 30% di base sintetica (cioè, convenzionalmente, dal Gruppo 3 in su).”

Secondo parametro di rilievo è il colore, che sarà un L 0,5. Ciò vuol dire che la base sarà trasparente. Un colore chiaro è importante per esempio nelle gomme: se l’olio è troppo scuro, la gomma vira sul giallo o sul verde. “Il colore è un fattore importante anche in termini di accettabilità sul mercato – prosegue Locandro –. In passato, un colore scadente delle basi rigenerate aveva indotto un senso di diffidenza verso questi prodotti e ancor oggi sul mercato si trovano basi rigenerate di bassa qualità con colore elevato, molto scure e poco limpide. Le nostre basi hanno invece un colore molto bello, frutto di processi industriali a elevata pressione e temperatura: nei reattori Viscolube si arriva a circa 100 bar di pressione e 350 °C di temperatura.” Un basso livello di SAPS I motori moderni hanno svariati sistemi di posttrattamento per abbattere le emissioni di CO2 e NOx e rispettare così i limiti imposti dalle normative. Questi sistemi di post-trattamento vengono facilmente inquinati dai SAPS (“Sulphate Ash, Phosphor, Sulphur”), cioè ceneri solfatate, fosforo e zolfo. “I produttori di additivi già da diversi anni hanno dovuto introdurre delle formulazioni con un contenuto basso-medio di SAPS che corrispondono alle specifiche dei costruttori – spiega Locandro –. La nostra base Gruppo 2 Plus contiene dei livelli bassissimi di zolfo e presenta così il vantaggio di essere

Tabella 1 | Confronto tra le caratteristiche tecniche della nuova base Gruppo 2 Plus 5N di Viscolube e il riferimento di mercato per le basi Gruppo 2 Rif. Mercato Olio Base

Metodo

Unità di Misura

Limite

Viscolube HG-5N

Colore

ASTM D 1500

max

L 0,5

0,5

Infiammabilità C.O.C.

ASTM D 92

°C

min

215

200

Viscosità cin. @40 °C

ASTM D 445

mm2/s

valore tipico

30,0

30,0

Indice di Viscosità

ASTM D 2270

min

110

95

Pour Point

ASTM D 97

°C

max

-9

-12

Viscosità CCS

ASTM D 5293

cP

max

-25 °C

2.700

N.A.

-20 °C

1.500

1.850

Gp II

Volatilità Noack

CEC L-40-A-93

% massa

max

12

15

Zolfo

ASTM D 5453

% massa

max

0,03

0,03

Carbonio aromatico

IP 451

% moli

max

0,6

N.A.


Case Studies La classificazione API delle basi lubrificanti Le basi lubrificanti sono suddivise dall’API (American Petroleum Institute) in cinque categorie generali: •• Le basi lubrificanti del Gruppo I sono raffinate tramite estrazione con solvente, un processo di raffinazione semplice. Per questo motivo sono le più convenienti sul mercato. •• Le basi lubrificanti del Gruppo II sono generalmente fabbricate tramite hydrocracking, vale a dire cracking in presenza di idrogeno o cracking idrogenante. Poiché tutte le molecole di idrocarburi di questi oli sono sature, le basi del gruppo II presentano migliori proprietà antiossidanti. Hanno anche un colore più chiaro rispetto al Gruppo I. •• Le basi lubrificanti del Gruppo III sono sottoposte

In passato, un colore scadente delle basi rigenerate aveva indotto un senso di diffidenza verso questi prodotti e ancor oggi sul mercato si trovano basi rigenerate di bassa qualità con colore elevato, molto scure e poco limpide. Le nostre basi hanno invece un colore molto bello, frutto di processi industriali a elevata pressione e temperatura.

a un processo di raffinazione maggiore rispetto alle basi del Gruppo II e, in generale, sono severamente idrocraccate (pressione e calore più elevati). Questo processo è progettato per realizzare una base più pura. •• Le basi del Gruppo IV sono PoliAlfaOlefine (PAO) e sono lubrificanti sintetici. Hanno un range di temperatura molto più ampio e sono l’ideale per l’utilizzo in condizioni di freddo estremo o elevato calore. •• Tutte le altre basi lubrificanti sono classificate nel Gruppo V e comprendono silicone, estere fosfato, polialchilenglicole (PAG), poliesteri, biolube. Si mescolano talvolta con le altre basi per migliorare le proprietà dell’olio.

Tabella 2 | La classificazione API delle basi lubrificanti Gruppo

Composti saturi

Zolfo, peso in %

Indice di viscosità

Processo

I

< 90%

e/o

> 0,03

80-119

Estrazione con solvente

II

> 90%

e

< 0,03

80-119

Cracking idrogenante

II+

> 90%

e

< 0,03

100-119

Cracking idrogenante

III

> 90%

e

< 0,03

> 120

Cracking idrogenante

IV V

Polialfaolefine (prodotti raffinati da sintesi petrolchimica)

Reazione chimica

Tutte le altre basi sintetiche

compatibile con l’utilizzo di questi additivi nelle suddette formulazioni. I primi riscontri del mercato “Abbiamo fatto i primi test industriali con quantità limitate di prodotto, le basi 3N e 5 N – prosegue Locandro –. I clienti italiani ed esteri che le hanno utilizzate sono stati positivamente colpiti e ci hanno già chiesto di valutare un’allocazione per il prossimo anno (realizzeremo queste basi su ordinazione e non su stock). Abbiamo già inviato un campione della base Gruppo 2 Plus negli Stati Uniti per la caratterizzazione e il pre-screening al fine di avere le approvazioni API e poi a settembre spediremo le basi uscite dal terzo reattore. In parallelo, ci saranno le approvazioni anche per i principali costruttori europei. Siamo fiduciosi sul fatto che la base Gruppo 2 Plus otterrà tutte le approvazioni americane ed europee all’inizio del 2018. Già oggi la nostra base Gruppo 1 Plus è approvata per le specifiche americane API e per i principali costruttori europei, che sono le più diffuse nel mondo.”

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Partire dall’origine dei materiali per creare il primo smartphone etico progettato per la modularità e la riparabilità, senza dimenticare le condizioni dei lavoratori. È il caso Fairphone. di Antonella Ilaria Totaro

Quando lo smartphone

È FAIR

Si può costruire uno smartphone che sia fatto per durare, senza dover scegliere tra qualità ed etica della catena produttiva? Negli uffici olandesi di Fairphone non hanno dubbi: la risposta è sì. Un’azienda in costante miglioramento che, da diversi anni, sensibilizza consumatori e grandi aziende sui costi nascosti della produzione contemporanea. Oggi Fairphone è una B-Corp, società benefit certificata con 70 dipendenti nel cuore di Amsterdam, ma il viaggio del primo smartphone etico al mondo inizia già nel 2010 quando Bas van Abel, attuale amministratore delegato, lancia un movimento per sensibilizzare su una più etica catena di produzione degli apparecchi elettronici. Il movimento, nato all’interno della Waag Society, fondazione olandese che si occupa di sperimentazioni riguardanti arte, scienza e

tecnologia, vuole essere un’awareness company. Durante varie campagne e laboratori, centinaia di smartphone sono scomposti per far comprendere ai consumatori la complessità e le incoerenze nascoste tra lo schermo e la scocca. Ma nel 2013 sensibilizzare non basta più. Il fondatore Bas van Abel e i co-fondatori Miquel Ballester e Tessa Wernink decidono di passare ai fatti. Un seed investment di 400.000 euro, l’assunzione dei primi dipendenti e una campagna di crowdfunding completano il quadro. Puntando su sostenibilità di metalli e minerali, nasce il Fairphone 1. Vende il doppio del target iniziale. A fine 2015 il lancio di Fairphone 2 alza ulteriormente l’asticella: l’obiettivo non è più solo utilizzare materiali sostenibili, ma allungare la vita del prodotto, attraverso la modularità.


Case Studies Origine dei materiali I minerali e metalli, presenti nei comuni smartphone, arrivano nella catena di fornitura dal settore minerario, un’industria impegnativa, spesso poco sostenibile per l’ambiente e i lavoratori. Fairphone nasce con l’obiettivo di certificare l’origine etica di tutti i materiali contenuti negli smartphone. In particolare, vuole risalire la filiera produttiva per analizzare i materiali e scoprirne le criticità connesse. I cosiddetti conflict minerals e i loro derivati sono il primo focus in questo processo. L’interesse nasce anche a seguito della “Section 1502” del Dodd-Frank Act del 2010, normata dalla SEC (US Securities and Exchange Commission) nel 2012 e approvata dal Congresso degli Stati Uniti, con la quale si intendeva scoraggiare l’utilizzo di minerali che provenivano (o venivano estratti) dalla Repubblica Democratica del Congo e/o dai paesi limitrofi (Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Ruanda, Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia). Nato con l’obiettivo di evitare che l’industria elettronica finanziasse i conflitti violenti in Africa Centrale, il Patto Dodd-Frank ha finito per colpire indistintamente commerci “puliti” e non,

con l’involontaria conseguenza dell’interruzione delle estrazioni in questi paesi da parte di molte aziende. Il risultato perverso è stato che ancora più persone, senza più un lavoro, hanno finito per arruolarsi e partecipare al conflitto. Fairphone ha accettato la sfida di sostenere sviluppo economico e pratiche estrattive responsabili nella Repubblica Democratica del Congo e non solo. Dopo anni di lavoro a livello locale e di collaborazioni nella filiera, oggi è possibile tracciare tutta la catena di produzione risalendo fino alle miniere per quattro conflict minerals (stagno, tantalo, tungsteno e oro). Fairphone 2 contiene quaranta diversi minerali. Insieme a The Dragonfly Initiative, Fairphone ha sviluppato un sistema di riferimento per valutare 38 di questi materiali e le relative opportunità e problematiche generate a livello sociale, ambientale e sanitario. La filiera del tungsteno (usato per creare il sistema di vibrazione dei cellulari), per esempio, coinvolge venti diverse aziende. Per arrivare a un tungsteno libero da conflitti, è stato necessario risalire tutta la filiera che passa dalla raffineria in Austria e arriva fino alle miniere nel nord del Ruanda.

Antonella Ilaria Totaro è esperta di economia circolare e sostenibilità, di cui si occupa da diversi anni tra Olanda e Italia. Si interessa di startups e nuovi business models, energia rinnovabile, mobilità e sistemi alimentari sostenibili. Pianta alberi con la Land Life Company, di cui è la responsabile in Italia.

The Dragonfly Initiative, thedragonflyinitiative.com Da dove provengono i materiali contenuti nel Fairphone: www.fairphone.com/en/ how-we-work/mappingphone-made

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materiarinnovabile 17. 2017 Condizioni di lavoro

I costi reali e dettagliati per la produzione e la commercializzazione del Fairphone 2: www.fairphone.com/ en/our-goals/how-wework/fairphone-costbreakdown

Info www.fairphone.com/en

Modularità e design di lunga durata Fairphone è una scatola aperta, non un buco nero incomprensibile e non scomponibile come accade per molti apparecchi elettronici. Il proprietario può facilmente conoscerne il funzionamento e modificarne le parti nel tempo. Tutti gli elementi contenuti in questa scatola modulare sono sostituibili (batteria, schermo, modulo posteriore che contiene fotocamera, jack per le cuffie e porta usb per esempio). Aprendo un Fairphone – cosa che è possibile fare in pochi secondi – ci sono sei moduli distinti, ognuno dei quali può essere sostituito autonomamente in caso di guasto e/o acquistato separatamente. Tutorials on line aiutano a riparare le parti che più comunemente si danneggiano. Lo smartphone modulare è anche aperto a potenziali upgrade ed espansioni. Il Fairphone, infatti, dispone di un’expansion port, connessa con il resto del telefono, elemento di resilienza che permette di integrare funzionalità aggiuntive. Dal punto di vista software, neanche a dirlo, il codice sorgente di Fairphone è aperto a proprietari e sviluppatori.

Dall’iniziale focus sull’ambiente, il raggio d’azione di Fairphone si è ampliato abbracciando oggi anche le condizioni dei lavoratori e la tutela dei diritti umani nelle aziende fornitrici. La Cina è il più grande produttore mondiale di smartphone: 771,4 milioni nel 2015. Allo stesso tempo la Cina è nota per le cattive condizioni di lavoro e i bassi salari. Per migliorare costantemente le condizioni dei lavoratori coinvolti nella catena produttiva, Fairphone lavora a stretto contatto con i fornitori, avvalendosi di esperti a livello territoriale e inserendo suoi diretti dipendenti in azienda. All’inizio della relazione commerciale, Fairphone compie una valutazione trasparente dell’azienda (basata su orari di lavoro, sicurezza, rappresentanza dei lavoratori ecc.) e delle problematiche riscontrate, valutazione che diventa il punto di partenza per un piano di sviluppo condiviso. Il miglioramento dei processi in essere all’interno delle aziende fornitrici è uno dei punti di forza di Fairphone. Si tratta di un lavoro delicato, considerati anche i tanti fattori da equilibrare, economia, lavoratori, leggi locali e come questi interagiscono tra di loro. È essenziale comprendere a fondo alcune pratiche commerciali, un processo di costante apprendimento per Fairphone e per i partner locali. L’assenteismo durante un periodo specifico e il turnover elevato sono, per esempio, tra le criticità più riconosciute da Fairphone tra le aziende produttori. In Cina queste criticità coincidono con i festeggiamenti del Nuovo Anno cinese. In tale occasione molti operai ricevono bonus monetari e tornano relativamente ricchi dalle loro famiglie nel villaggio e poi, pensando di trovare un altro lavoro, non rientrano in fabbrica. Così, alla riapertura degli stabilimenti, il proprietario dell’azienda deve investire ingenti capitali in formazione per non rischiare di vedere un abbassamento nella qualità della produzione. Mantenere il lavoratore nella struttura per l’azienda è fondamentale. Sono problemi nascosti e diversi da territorio a territorio che Fairphone cerca di risolvere, insieme ad altri partner, esperti, ricercatori e ong, sviluppando programmi innovativi per aumentare la soddisfazione e la rappresentanza dei lavoratori e per favorire la comunicazione tra lavoratori e dirigenti. Fine vita dei prodotti Sfruttare al massimo i materiali impiegati nell’elettronica di consumo, riutilizzarli ripetutamente e recuperarne la massima quantità possibile sono un altro pilastro di Fairphone. È in corso uno studio che esamina l’efficacia delle diverse modalità di riciclo di Fairphone 2 i cui risultati, che saranno condivisi con l’intero settore, serviranno a gestire meglio la fase conclusiva del ciclo di vita degli attuali prodotti e a progettare meglio i prossimi. Oggi, insieme a partner locali, Fairphone sostiene la raccolta di telefoni in paesi in via di sviluppo per spedirli


a Umicore, azienda belga nota per l’efficienza dei processi di riciclo. Si tratta di un processo perfettibile – spedire telefoni dal Ghana all’Europa non è molto sostenibile, in fondo – ma è sempre meglio che vedere materiali preziosi sparire per sempre dal ciclo produttivo, abbandonati o erroneamente smaltiti. Sul lungo termine, Fairphone punta a creare posti di lavoro a livello locale con attività di riciclo e impianti in loco. Tale progetto è, in parte, frenato dalle pratiche di riciclo informale, soprattutto per quanto riguarda il rame, presenti in alcuni paesi in via di sviluppo. Si tratta di un processo in fieri e in espansione, in pieno stile Fairphone. La trasparenza di Fairphone lungo tutta la value chain, dall’estrazione dei materiali alla progettazione e realizzazione degli smartphone fino al fine vita e al rapporto nuovo con i clienti, ha avuto e sta avendo un impatto positivo che va al di là degli 135.000 smartphone (80.000 Fairphone 2) venduti a oggi. Mentre si allarga il mercato per le aziende che mettono i valori etici alla base, Fairphone cambia il modo di creare e guardare ai prodotti.


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materiarinnovabile 17. 2017 Intervista

di A. I. T.

Perché un telefono non può essere per sempre Miquel Ballaster, cofondatore di Fairphone Product & Resource Efficiency Manager

Dal vostro punto di vista, oltre ai materiali e alle condizioni lavorative, quali elementi della filiera è necessario cambiare? “Trovo molto interessante, e non abbastanza discusso, il tema del procurement da parte delle aziende clienti che si riforniscono in paesi produttori come Cina o Bangladesh. Nei paesi sviluppati tutto viene deciso molto velocemente e altrettanto velocemente si modificano gli ordini, finendo per schiacciare i fornitori. Prendiamo per esempio il settore della moda. Se, improvvisamente, uno stilista decide di modificare il colore dei bottoni di una camicia, i fornitori devono cambiare da capo tutti i bottoni della camicia e non hanno abbastanza

potere di negoziazione. Si creano così picchi di lavoro che non permettono ai fornitori di avere una produzione stabile. La stessa cosa vale per il picco di Natale, che l’industria produttiva vive tra settembre e ottobre. Questi picchi di lavoro sono un incubo: le aziende produttrici hanno bisogno di assumere nuovi dipendenti che poi, una volta finito il picco, devono licenziare. È un meccanismo frutto di come è organizzato il sistema di approvvigionamento dalle multinazionali, che hanno un potere sproporzionato nelle loro mani.” Come si può cambiare questo meccanismo? “Grande potere è nelle mani dei consumatori. Devono


Grande potere è nelle mani dei consumatori. Devono comprendere che la realtà è molto più ampia rispetto a quella che vedono nel mercato.

comprendere che la realtà è molto più ampia rispetto a quella che vedono nel mercato. È necessario che capiscano le conseguenze presenti dietro l’acquisto di una maglietta a tre euro. Queste conseguenze si moltiplicano con uno smartphone che ha, al suo interno, centinaia di elementi, realizzati da tante diverse aziende con cui il consumatore non entra mai in contatto. A tal proposito abbiamo programmi in corso riguardanti la sostenibilità sociale e ambientale insieme a sei, sette aziende che sono più stabili nella catena produttiva. Un’altra cosa da fare sarebbe semplicemente eliminare le campagne di marketing natalizie. Si potrebbe fare una campagna marketing a novembre e spiegarne il perché. Inventare il nuovo Natale a ottobre sarebbe il gesto perfetto da fare per i nostri fornitori. Inoltre potremmo banalmente accettare che il nostro telefono abbia un piccolo graffio. In tal modo si arginerebbe una buona parte degli scarti che si creano nella fase di produzione, soltanto per ragioni estetiche.” Un telefono può durare per sempre? “No, è impossibile. È una sconfitta, ma è così. Da un punto di vista tecnico, uno smartphone può durare molto a lungo se si analizza il suo hardware. Tuttavia, il problema dell’obsolescenza deriva dai fornitori che smettono di produrre un chip e, contemporaneamente, smettono di dare supporto sulla parte software. Ogni volta che Android rilascia una patch di sicurezza che è necessario installare, c’è bisogno di un produttore di chip o di fotocamera che crei la porzione di software che controlli quel componente. Se questa porzione di software non è creata, il prodotto non può più essere aggiornato. Diventa, quindi, non sicuro con il risultato che, a un certo punto, mentre la parte hardware funziona, la parte software smette di funzionare. I fornitori sono un elemento di rischio. Più si va a fondo nella filiera

e più fornitori si trovano perché i fornitori hanno, a loro volta, fornitori per la creazione dei singoli elementi. Più ampio diventa il raggio, meno si riesce a controllare. Gestire questa complessità è una grande sfida, a cui, come Fairphone, siamo ovviamente interessati. Tuttavia, per avere maggiore controllo e potere di negoziazione è necessario aumentare le vendite. Puntare sulla scalabilità consente di avere una posizione più comoda in termini di liquidità ma, anche in termini di influenza nella catena produttiva, porta a essere un’azienda più interessante per i fornitori.” Quali sono i limiti del sistema attuale? Dove si può migliorare? “Il design del prodotto deve permettere ai singoli elementi di essere disassemblati velocemente per indirizzare i diversi materiali verso la linea di riciclo migliore. Oggi è possibile riciclare solo il 40% di uno smartphone. Il magnesio, per esempio, presente nel retro dello schermo, oggi in fonderia è completamente perso. Se fosse possibile rimuovere lo schermo, si potrebbe avviare il magnesio a un altro tipo di processo recuperandone l’80%. Progettare per la durabilità va totalmente a scapito della riparabilità. Un telefono impermeabile all’acqua è molto difficile da riparare. Al contrario, un telefono riparabile non è certo resistente all’acqua. È difficile disegnare per la riparabilità e la modularità. È tutta una questione di equilibrio. Noi abbiamo voluto portare la sfida all’estremo, dimostrando che è possibile rimuovere lo schermo in dieci secondi. È stato un grande sforzo, ma abbiamo raggiunto un bel traguardo.”


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materiarinnovabile 17. 2017

Focus edilizia

Arriva l’edilizia

OFF-SITE

Muri nati in linea di produzione, robot per assemblare facciate, interni premontati in capannone con stampanti 3D: il cantiere edile del futuro sarà dentro le fabbriche 4.0. Solo così si potrà trasformare l’immenso – e spesso poco efficiente – patrimonio immobiliare europeo. di Emanuele Bompan

Immagine in alto: stadio in edilizia off-site di Rubner. Tempi di cantierizzazione: 6-8 mesi

C’è un nuovo modo, visionario, di intendere le costruzioni che si aggira per l’Europa. Basta dispendiosi e complessi cantieri, gestiti con modalità e saperi novecenteschi. Gli interventi di edilizia, siano case nuove o ristrutturazioni, saranno progettati e realizzati lontano dal cantiere, pre-assemblati in fabbrica e quindi montati in tempi ridotti nei siti prescelti, sfruttando sistemi robotici. È l’edilizia off-site. Tantissimi i vantaggi: dalla minimizzazione dello spreco di materia alla riduzione dei costi di costruzione e disassemblaggio (fino al 25-30% in meno), dalla facilità nell’estensione di vita dell’edificio, a tempi di cantierizzazione ridotti della metà (e quindi impatti minimi a persone e servizi), alla riduzione di emissioni nell’intero ciclo di vita dell’edificio. Date le premesse, l’edilizia off-site sembra essere un nodo promettente dell’economia circolare e un potenziale elemento di rilancio per uno

dei settori maggiormente in crisi nell’Unione (in crollo costante dal 2003, con leggero rebound nel 2016). Di sicuro c’è grande attenzione intorno al tema, come si è potuto osservare durante la nuova edizione – la sesta – di REbuild, l’unica kermesse internazionale insieme a EcoBuild, di Londra, a guardare al futuro di medio e lungo termine del settore dell’edilizia con un taglio originale e non-convenzionale. Dalla robotica alla pianificazione modulare, dai droni alla manutenzione programmata attraverso IoT, mai come oggi l’edilizia potrebbe fare un grande passo in avanti, modernizzandosi dopo quasi trent’anni d’innovazione limitata. Attrezzando così il settore per le trasformazioni epocali dell’economia del XXI secolo. A REbuild l’intellighenzia dell’edilizia e della sostenibilità ha analizzato questi nuovi trend, discusso con i top-player del mercato e lavorato per trasformare radicalmente il settore, in chiara ottica circular.


Case Studies “C’è molto interesse su questo tema, da parte di tutta la filiera dell’edilizia”, spiega Thomas Miorin, ideatore di REbuild. “Oggi è possibile fare edilizia off-site con il legno, con l’acciaio e anche con il cemento: la flessibilità delle opzioni è un tratto costitutivo della nuova industria delle costruzioni. Questo modo di costruire 4.0 dimostra di saper declinare altissima qualità a costi contenuti, industrializzazione con varietà, sostenibilità e gusto architettonico, nuove competenze con automazione, soluzioni per la rigenerazione delle nostre città con inedite possibilità di export”. La bibbia su cui trovare informazioni dettagliate è l’Outlook REbuild 2017, il documento di analisi che ogni anno il comitato scientifico di REbuild produce per i partecipanti. “L’edilizia off-site, la prefabbricazione e altri metodi moderni di costruzione – recita il report – riducono l’intensità delle lavorazioni in cantiere per localizzarla principalmente in fabbrica, consentendo una riorganizzazione di tecnologie e processi volta a una maggiore efficienza e qualità”. Questo richiede aziende in grado di realizzare una programmazione e pianificazione dettagliata di tutte le fasi di produzione e assemblaggio, standardizzando i processi, in modo di avere un controllo totale su tempi e costi. L’edificio così costruito sarà costante nelle performance, e le uniche variabili del sistema saranno l’ambiente esterno e gli utenti stessi. Outlook REbuild 2017, www.rebuilditalia.it/it/ outlook-rebuild

Tante le storie di imprese che hanno abbracciato la prefabbricazione e l’off-site. Come quella di Maurizio Focchi, ad Gruppo Focchi, specializzato in involucri per grandi progetti di architettura in Usa e UK, come il nuovo Atlas Building, una torre

residenziale di 40 piani a Londra, che ha avviato in Trentino, a Rovereto, attraverso la controllata IAMEC Srl, una nuova iniziativa industriale nell’ambito delle tecnologie metalliche. O il lavoro di Giovanni Spatti, presidente di Wood Beton, che ha realizzato in soli 30 giorni a Jesolo il Residence Bio and Sea undici appartamenti su sei piani, rigorosamente in legno. Un record per un edificio, che peraltro sposa completamente i principi di edilizia sostenibile. Altri esempi interessanti sono il cantiere dello studio Ergodomus specializzato in ingegneria del legno, del progetto Polo dell’innovazione dell’Università di Parma: un edificio multipiano, anche questo interamente in legno, che diverrà il nuovo quartier generale di VisLab, azienda all’avanguardia nel campo della ricerca sulla guida autonoma. La struttura portante in legno è stata montata in sole quttro settimane da una squadra di quattro carpentieri senza l’ausilio di una gru fissa di cantiere. Grazie alla prefabbricazione e all’utilizzo del BIM si è portato all’estremo il concetto di off-site e di “What you draw is what you get”. E ancora: l’azienda Rubner Holzbau ha ideato uno stadio modulare, realizzato in legno lamellare, a basso impatto ambientale, totalmente green. Un impianto di media capienza si monta in 6/8 mesi a 1.500 euro/posto (2.000 euro/posto nei formati più piccoli) contro i 18/24 mesi necessari per realizzare gli stadi tradizionali a un costo di 2.500/3.000 euro posto. “Vediamo emergere nel mondo una grande domanda di stadi di media capienza, dai 5.000 ai 20.000 posti, che rappresentano l’80% del mercato mondiale per questo tipo di infrastrutture”, spiega l’architetto e ideatore Jaime Manca Di Villahermosa.

REbuild 2017: il tema di questa edizione è stato l’off-site

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materiarinnovabile 17. 2017 Un gioco da professionisti

Report Ellen MacArthur Foundation SystemiQ, Achieving “Growth Within”, www.ellenmacarthur foundation.org/ publications/achievinggrowth-within

Info www.rebuilditalia.it/it

Secondo Thomas Miorin, sono cinque gli elementi caratterizzanti dell’edilizia off-site. Innanzitutto la produttività, negli anni costantemente calata nel settore, rispetto a un aumento comparato di 2.8 volte nella manifattura. C’è poi il tema della scala, considerato che l’edilizia off-site deve saper affrontare progetti a qualsiasi dimensione: dal bungalow del capeggio al grande hotel di 450 stanze. Il terzo elemento è la sostenibilità ambientale, per la ragione che l’edilizia off-site può (e deve) agevolare e accelerare la riqualificazione in chiave di sostenibilità del patrimonio immobiliare. Seguono la qualità e la sicurezza, garantite da processi standard, misurabili, verificabili e che riducono i rischi per i dipendenti (oltre il 20% degli incidenti sul lavoro, in Europa, secondo Eurostat, è nel settore costruzioni) e la certezza delle performance. Infine, il quinto elemento, è l’infrastruttura digitale, che è la chiave della gestione efficiente dell’edilizia off-site, pre-requisito dell’industrializzazione della filiera. Ma se per le nuove costrizioni l’off-site è una grande opportunità per lanciare l’edilizia circular, per molti, il vero mercato è quello della riqualificazione. Attualmente in Europa il 35% degli edifici ha più di 50 anni. Lavorando sull’efficientamento degli edifici si potrebbero ridurre i consumi elettrici del 6%, con un taglio delle emissioni di CO2 del 5%. Fare retrofit su edifici esistenti, abitati o in uso, tuttavia, non è semplice. I trasferimenti forzati sono spesso complessi e più sono lunghi, più causano problemi di vario tipo, dagli extra-costi agli impatti su mobilità, qualità della vita urbana, emissioni ecc. “La via corretta è quella di proporre soluzioni

Polo dell’innovazione dell’Università di Parma, edificio multipiano, in legno. Tempi di cantierizzazione: quattro settimane

tecnologicamente capaci di garantire una tempistica di cantiere estremamente ridotta e che permetta alla proprietà e agli inquilini di restare nelle proprie abitazioni, col minimo disagio nella fase di trasformazione dei fabbricati”, spiega Ezio Micelli, direttore scientifico di REbuild. “Simili interventi evidentemente non sono possibili se non attraverso l’edilizia off-site che viene semplicemente assemblata in sito, con un approccio alla realizzazione di opere radicalmente discontinue rispetto al passato”. Non mancano però le critiche: Mike Leonard, CEO di Building Alliance, afferma che gran parte dei materiali per l’edilizia off-site sono importati (dall’Asia soprattutto), mentre nell’edilizia tradizionale l’80% dei materiali sono di provenienza domestica. “Questo potrebbe costare numerosi posti di lavoro in UK e inficiare la qualità degli edifici”, afferma Leonard in un articolo del Guardian. Ma giocare al protezionismo oggi è una mossa errata. Per gli alfieri dell’off-site sostenere questo passaggio potrebbe far crescere le tante aziende già specializzate nei semilavorati (presenti in tutta Europa), creando allo stesso tempo un ciclo ristretto di materia prima seconda per la prefabbricazione derivata da processi di rigenerazione e riqualificazione tipici dell’economia circolare. Secondo un report di SystemiQ ed Ellen MacArthur foundation, la costruzione modulare aiuterà lo sviluppo di progetti di edilizia circolare, rendendo più semplice ed efficace l’impiego di materiali rigenerati o riciclati, riducendo la dipendenza dalla filiera asiatica o americana, e favorendo il riciclo di materia prima seconda a fine vita. Per fare il nuovo off-site, inoltre, si può usare la mole di materia presente nell’immenso parco immobiliare o altre filiere della materia prima seconda. La politica, dal canto suo presta attenzione all’edilizia off-site: dalla Svezia, dove a Stoccolma la crisi degli immobili si aggrava di giorno in giorno, all’Italia, dove il Ministero dello Sviluppo Economico vede in questo nuovo modo di costruire una diramazione dell’industria 4.0 fondamentale per rilanciare il settore costruzioni, fino all’UK che sta spingendo per una rivoluzione industriale del settore. Secondo l’associazione settoriale, BuildOffsite, l’innovazione nell’edilizia modulare determinerà il futuro del settore britannico ed europeo. Con software di costruzione virtuale per simulare i cantieri, integrati con un processo di linea di produzione integrata, c’è da aspettarsi l’arrivo sul mercato di soggetti dirompenti come Google o Tesla, che riscriveranno completamente le regole del settore dell’edilizia. Bisogna agire prima che arrivino queste compagnie straniere dall’America o dall’Asia e sotterrino l’industria nazionale, è la riflessione di Gianni Silvestrini, di Kyoto Club. Malta e cazzuola potrebbero essere presto oggetti da museo di antropologia. I ministeri dello sviluppo economico, business e associazioni dei costruttori sono avvisati.


Focus edilizia

DI QUESTA CASA non si butta niente di Antonella Ilaria Totaro

Dal Regno Unito l’esperienza di Enviromate, il marketplace digitale che permette agli utenti di comprare, vendere o donare materiali edili avanzati. E così,dal 2015 a oggi, sono state rimesse sul mercato 8.000 tonnellate di “scarti” per un valore di circa un milione di sterline.

* Nota bene: “sovraciclare” i beni, riutilizzandoli o restituendo alla natura le materie prime per produrre altri beni, è molto più che “riciclarli”. Infatti, mentre nel tempo con il processo di riciclo il valore dei componenti diminuisce fino a trasformarli in “rifiuti”, un bene sovraciclato si reimmette in un nuovo ciclo produttivo aumentando il valore o la qualità della materia stessa (vedi il caso ormai “di scuola” di Patagonia), ndr.

Costruire e rinnovare gli edifici attraverso un mercato a ciclo chiuso (closed loop) basato sul surplus dei materiali e sul loro riutilizzo: è questa l’idea alla base di Enviromate. Creata da Reiss Salustro-Pilson e Nigel Van Wassenhoven nel Regno Unito, Enviromate è il mercato online, la piattaforma digitale dove condividere, sovraciclare* e riutilizzare i materiali edili e per il fai da te, riducendo, di fatto, l’impatto dell’industria edilizia. Il settore delle costruzioni è tra i più grandi contributori globali di rifiuti, produce oggi un terzo degli scarti a livello mondiale. Tenuto conto che il mercato edilizio mondiale è in crescita, il problema degli avanzi potrebbe peggiorare ulteriormente. Nel solo Regno Unito il 32% di tutti i rifiuti che finiscono ogni anno in discarica proviene dal settore edile per un totale di 120 milioni di tonnellate di rifiuti. Uno spreco, soprattutto considerando che la metà di questi scarti potrebbe essere facilmente riutilizzata

e che circa il 13% di questi materiali finisce in discarica senza essere mai stato usato. Perdendo così, secondo alcune stime, l’equivalente di oltre 1,5 miliardi di sterline. Nel 2015 Reiss Salustro-Pilson e Nigel Van Wassenhoven, entrambi con esperienze nel settore edilizio, pertanto testimoni di quanto materiale riutilizzabile finisce in discarica, hanno deciso di sfruttare le tecnologie digitali per creare Enviromate, un mercato peer-to-peer che connette domanda e offerta e allunga il ciclo di vita di avanzi e materiali riutilizzabili. Si tratta di una piattaforma aperta a tutti, dai costruttori ai patiti del fai da te. Permette di comprare e vendere indipendentemente dalle quantità: possono essere messe in vendita o regalate piccole quantità di vernice oppure interi pallet di mattoni, legname o tegole. Tramite Enviromate, dal 2015 a oggi, oltre 8.000 tonnellate di materiali sono state rimesse sul mercato


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materiarinnovabile 17. 2017 – e tenute fuori dal flusso dei rifiuti – per un valore lordo delle merci scambiate (gross merchandise value) vicino al milione di sterline.

Sfruttando le potenzialità sia della tecnologia digitale sia della sharing economy, Enviromate riesce a tenere i materiali riutilizzabili fuori dal flusso di rifiuti. Il valore non è distrutto, è preservato e, in ultimo, creato condividendo risorse materiali non utilizzate.

A Enviromate ci si può registrare gratuitamente (profilo Free) o a pagamento (profilo Premium a 9,99 sterline all’anno). Il profilo Premium permette di ottenere sconti esclusivi da parte dei partner, caricare un numero illimitato di immagini e inserire tre annunci al mese che vengono promossi gratuitamente. Una volta iscritti, è possibile esplorare gli oggetti disponibili a livello locale o nazionale sul mercato e mettersi in contatto con gli altri membri tramite un sistema di messaggistica. Altrettanto semplice è il meccanismo per vendere: si carica sulla piattaforma una foto dell’oggetto, si inseriscono una descrizione e il prezzo richiesto. Se l’articolo non è venduto subito, la funzione Enviromate Ad Bump riporta l’annuncio in alto nelle ricerche per aumentare le probabilità di vendere l’articolo. Parallelamente si possono anche creare annunci ad hoc rivolti alla comunità nel caso si cerchi un materiale non presente tra quelli elencati sulla piattaforma. Al normale marketplace si affianca Enviromate Donate, un’area separata in cui associazioni a scopo benefico e/o comunità stilano una lista di materiali di cui hanno bisogno per determinati

Info www.enviromate.co.uk

progetti. Dal lancio della piattaforma oltre 20 progetti in tutto il Regno Unito hanno ricevuto donazioni di avanzi da parte di aziende edili britanniche. Enviromate ha aiutato Rebuilt4U, una no profit, a rigenerare strutture abitative dismesse e a fornire alloggi a prezzi accessibili in alcune delle aree più disagiate del Regno Unito. Un’altra associazione ha utilizzato eccedenze di vernici, recuperate grazie a Enviromate, per creare servizi multi-sensoriali rivolti a bambini e giovani con bisogni speciali. Infine, terriccio proveniente da un intervento di edilizia locale è stato utilizzato nell’ambito di coltivazioni agricole di una comunità. Sfruttando le potenzialità sia della tecnologia digitale sia della sharing economy, Enviromate riesce a tenere i materiali riutilizzabili fuori dal flusso di rifiuti. Il valore non è distrutto, è preservato e, in ultimo, creato condividendo risorse materiali non utilizzate. Un modello efficiente che riduce la necessità di estrazione di nuove risorse naturali nel settore edilizio e va incontro anche alla nuova sensibilità di alcuni consumatori che sempre più guardano ai benefici dei mercati secondari come fattori di sostenibilità. Ciò sta portando alla crescita di nuove generazioni di servizi e mercati e alla transizione a un modello più prosperoso, ma meno focalizzato sullo sfruttamento di materie prime.


Case Studies Intervista

di A. I. T.

Perchè Enviromate è una piattaforma rivoluzionaria Reiss Salustro-Pilson, fondatore di Enviromate

Trasformare rifiuti edilizi in risorse. È un modello applicabile ad altri settori industriali? “Assolutamente sì. Il modello del marketplace e i mercati secondari sono fattori chiave della sostenibilità e della circolarità. Possono preservare il valore e mantenere le risorse fuori dalla discarica. Basta guardare cosa eBay ha fatto per molti anni per aumentare il ciclo di vita del prodotto, orizzontalmente tra diversi settori e prodotti. Una piattaforma settoriale specifica, orientata verticalmente al mercato, può esercitare un effetto dirompente su un’industria o un settore, riuscendo a modificare la società e promuovendone la crescita. Credo, per esempio, che questo modello si adatti molto bene anche al settore elettronico e al tessile. Oggi per rispondere alle sfide in corso c’è bisogno di soluzioni dirompenti e rigenerative, ma che siano sostenibili per fronteggiare l’esaurimento delle risorse

naturali, ridurre la povertà, combattere le disparità di reddito, garantire l’accesso ad acqua pulita e proteggere le specie in pericolo. Reinventare le aziende oggi esistenti è normale, un nostro naturale progresso umano. È però necessario cambiare e dirigersi verso un mondo collaborativo che ridefinisca le norme attuali e dove l’economia possa svilupparsi nel rispetto del pianeta e delle persone.” Quali saranno gli elementi fondamentali di questo cambiamento? “Sicuramente la tecnologia sarà di fondamentale importanza. Dobbiamo usarla e inglobarla nelle nostre attività per sfruttare le risorse in modo etico e sostenibile e ispirare gli altri a fare altrettanto. Un altro elemento cardine di questa transizione sarà l’istruzione: servirà a cogliere le opportunità presenti e a formare i futuri agenti del cambiamento e i pionieri di cui questo mondo ha bisogno. Il cambiamento arriverà da noi stessi solo quando ci renderemo conto che questo pianeta può essere un luogo prospero per tutti.” Qual è stato l’ostacolo più grande per la creazione di Enviromate? “Una delle maggiori sfide per qualsiasi start-up è acquisire consapevolezza del proprio target di mercato, tanto più che spesso si lavora con budget ed esperienza limitati. Inoltre, sviluppare un mercato economico come Enviromate ha la sfida aggiuntiva di dover bilanciare offerta e domanda già nei primi stadi, la classica situazione dell’uovo e della gallina. Bilanciare domanda e offerta rende imperativo il bisogno di raggiungere presto una massa critica, assicurando, al tempo stesso, che la piattaforma possa adeguarsi in tempo reale per far fronte a questa fase di crescita. Siamo riusciti a superare questi ostacoli non solo con molto lavoro, ma anche con un’etica positiva, senza lasciare che le avversità deteriorassero il nostro interesse e il desiderio di determinare con la nostra attività un impatto positivo sull’ambiente.” Puntate a espandervi anche fuori dal Regno Unito? “Il nostro obiettivo immediato è puntare sulla scalabilità e raggiungere una massa critica nel Regno Unito. Ma presto Enviromate sarà rilasciato e si espanderà anche in altri paesi, inizialmente negli Stati Uniti e in Europa. In questo modo prenderà consistenza la nostra mission di creare un mercato globale che mantiene le risorse materiali in circolazione.”

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materiarinnovabile 17. 2017

Focus edilizia

EcoTiles Unicam, vetri

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Il caso delle

MATTONELLE ECOLOGICHE di Francesco Ansaloni, Eleonora Paris e Valentino Grandinetti Francesco Ansaloni è professore associato in Economia dell’ambiente presso la Scuola di Scienze e Tecnologie dell’Università di Camerino. Attualmente il tema principale della sua attività di ricerca è la produzione sostenibile. Eleonora Paris è professore associato di Mineralogia presso la Scuola di Scienze e Tecnologie dell’Università di Camerino. Si occupa dello studio e caratterizzazione chimica e strutturale di materiali cristallini (naturali e di sintesi), vetri silicatici, pigmenti, ceramiche e cementi. Valentino Grandinetti è amministratore unico della Grandinetti srl, di San Severino Marche, azienda leader nel settore degli agglomerati cementizi con particolare vocazione alla ricerca e al design.

Contiene tutto quello che di solito nell’edilizia finisce in discarica: rifiuti della lavorazione del marmo e della pietra, mattoni rotti, frammenti di vetro e di ceramica. Il tutto tenuto insieme da cemento ecologico. Risultato: una ecopiastrella di elevata qualità estetica, esempio di come si può fare circolarità. A prima vista sembra una mattonella di graniglia come tante altre. In realtà è un mix di cemento e rifiuti da costruzione: pezzi di tegole, mattoni rotti, rifiuti ceramici. Per ora EcoTiles – così è stata battezzata l’ecopiastrella – è solo un prototipo frutto di un progetto di ricerca università-impresa, ma l’obiettivo è di portarla presto sul mercato. Rispetto alle graniglie tradizionali e alle piastrelle di ceramica le ecomattonelle utilizzano un’ampia gamma di materie prime secondarie derivate dai rifiuti da costruzione (tra cui frammenti di marmo, materiale ceramico) e vetro. La base della EcoTiles, infatti, è costituita da tutto ciò che – di solito – nell’edilizia finisce in discarica; la parte superiore è composta da frammenti di vetro riciclati. Inoltre, anche il cemento impiegato è ecologico arrivando a contenere fino al 30% di materie prime secondarie riciclate.

Di fatto, le mattonelle ecologiche nascono da quelle tradizionali di graniglia (terrazzo tiles), uno dei primi materiali per pavimentazione nati riutilizzando gli scarti della lavorazione del marmo e delle pietre, legati con cemento e colorati con pigmenti naturali. La ecomattonella di graniglia viene impiegata soprattutto per il rivestimento di pavimenti, ma è anche un materiale moderno e un prodotto ideale per la bioarchitettura, che ha suscitato un forte interesse sul mercato, grazie alle infinite possibilità offerte in termini di creatività. EcoTiles, le piastrelle ecologiche Due i prototipi di EcoTiles progettati: •• Standard – presentato a Cersaie 2016 – nel quale fino al 70% di materiale grezzo è sostituito con materie prime secondarie riciclate e da rifiuti da costruzione e demolizione. È composto da un doppio strato: da un sottofondo e da uno strato di calpestio nobile superiore.


Case Studies EcoTiles, www.ecotiles-lifeproject.eu

•• Design, un prodotto di elevata qualità estetica pensato per rispondere in particolare alla domanda per impieghi in architettura. Grazie all’utilizzo di vetro riciclato e pigmenti aggiunti al cemento, può essere realizzato in una vasta gamma di colori.

Leed, www.usgbc.org/leed

Attualmente le piastrelle EcoTiles sono in fase di verifica della qualità e delle prestazioni per soddisfare la norma UNI EN 13748/1, la marcatura CE delle mattonelle che definisce gli standard per le pavimentazioni da interno in graniglia. Inoltre le EcoTiles partecipano alla soddisfazione dei criteri del sistema volontario di certificazione della sostenibilità ambientale degli edifici Leed standards (Leadership in Energy and Environmental Design) che assegna un punteggio agli edifici sulla base, tra gli altri, dell’uso di green materials. Le ecopiastrelle sono “Leed Compliant”, cioè contribuiscono all’ottenimento di crediti Leed partecipando alla sostenibilità complessiva dell’edificio. E infine, soddisfano le richieste delle pratiche di Green public procurement per ottimizzare e rendere “verde” la spesa degli enti pubblici e stimolare il mercato delle ecoinnovazioni. Come si produce una ecopiastrella Le graniglie nascono come prodotto povero, sia per la tipologia di materie prime usate, sia perché non vengono cotte ad alta temperatura. Pertanto, la loro produzione è già caratterizzata da un basso consumo di energia e da ridotte emissioni

di CO2, molto inferiori rispetto alla produzione di piastrelle di ceramica (tabella 1). Rispetto alle graniglie tradizionali, EcoTiles mostra un processo produttivo ancora più ecosostenibile, pur a parità di prestazioni tecniche. Infatti, non solo l’uso di materiali di scarto riduce ulteriormente l’impatto ambientale della produzione rispetto alla ceramica, ma l’impiego di energia è limitato a operazioni a basso consumo energetico, come: preparazione della miscela di cemento, distribuzione del materiale in stampi, pressatura meccanica, essiccazione, levigatura e confezionamento. La produzione delle EcoTiles segue varie fasi: dalla selezione del rifiuto utilizzato e la caratterizzazione fisico-chimica dei materiali secondari, all’applicabilità delle materie intermedie, fino alla scelta della dimensione/colore/quantità del prodotto da realizzare. Nel processo produttivo è stato brevettato un nuovo tipo di pressa e un innovativo metodo per la stagionatura (essiccamento). Il metodo delle microcamere, così denominato, permette alla piastrella di asciugare nella propria umidità e calore: questa tecnica di produzione, a differenza di quella delle graniglie tradizionali in cui è necessario saturare il locale stagionatura di vapore acqueo, consuma circa il 50% di energia in meno, da 6,46 a 3,23 kWh per mq di piastrella (Report LCA EcoTiles, Dati preliminari, giugno 2017) e anche una inferiore quantità di acqua. Le EcoTiles testimoniano la possibilità di produrre piastrelle prefabbricate con materiale riciclato fino

Tabella 1 | Caratteristiche tecniche e composizionali delle mattonelle Parametri

1

EcoTiles

Graniglia

Piastrelle in grès porcellanato

Temperatura

°C

ambiente

ambiente

1.2001

Energia consumata2

kWh per mq di piastrella

3,23

6,46

Valore elevato

Emissioni C022

kg CO2 eq. per mq di piastrella

9,10

11,49

Valore elevato

Rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), polvere3,4

% del peso totale

max 75

0

0

Vetro, aggregati3

% del peso totale

33

0

0

Vetro, polvere3

% del peso totale

33

0

0

Ceramica, aggregati3

% del peso totale

33

0

Eventuale

Ceramica, polvere3

% del peso totale

max 40

0

Eventuale

Materiali grezzi naturali estratti da cava3

% del peso totale

0

66

100

Cemento3

% del peso totale

20-30

30

0

Pigmento3

% del peso totale

4

4

Eventuale

Temperatura media di cottura. Fonte: Report LCA EcoTiles, Dati preliminari, giugno 2017. I dati si riferiscono a piastrelle mono-strato di 25cm x 25cm e peso finale di 32,5 kg. I dati di partenza delle materie prime e dei consumi dovranno essere verificati e confermati nei prossimi mesi di attività di ricerca. 3 Per mattonelle a doppio strato, come da demo sperimentate nel progetto di ricerca. 4 Fonte: dati del progetto LIFE EcoTiles, Università di Camerino (2017). 2

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materiarinnovabile 17. 2017 Graniglie GrandinettiSrl

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al 70% del peso. Le materie prime secondarie impiegate derivano – come detto – dal riciclo di vetro e rifiuti C&D. Il rifiuto di vetro deve aderire alla miscela di cemento e, pertanto, deve essere libero da impurità (carta, plastica, metallo ecc.) e perfettamente pulito. Di conseguenza, è fondamentale selezionare i fornitori di materie prime in grado di garantire un elevato standard di qualità. Inoltre, occorre identificare la composizione chimica (assenza di piombo e altri metalli potenzialmente tossici), il colore e la dimensione del granulato usato. La capacità di resistenza ad ambienti abrasivi delle EcoTiles è elevata, mentre un disvalore della graniglia consiste invece in un più facile assorbimento di acidi e grassi rispetto alle piastrelle ceramiche, a meno di applicare degli strati isolanti protettivi. Il cemento ecologico Studi sperimentali hanno evidenziato che il cemento da impiegare nelle ecopiastrelle può essere parzialmente sostituito da materiale ceramico di scarto, finemente macinato (Raval et al., 2013; Perugini et al., 2014; Mas et al., 2016) che può contribuire fino al 15% del peso della piastrella. Questa sostituzione consente di ottenere un cemento con proprietà pozzolaniche e con una connotazione ecologica rispetto al tradizionale cemento, grazie alla possibilità di riutilizzare materiali di scarto. L’obiettivo da raggiungere

consiste nel mantenere comunque inalterate le proprietà del cemento e le caratteristiche delle piastrelle. Con questa metodologia innovativa, inoltre, si possono ridurre i costi di produzione dell’impresa, grazie al minore consumo di cemento che rappresenta il componente più costoso delle piastrelle. L’impiego di materie prime secondarie ottenute da rifiuti consente di evitare l’estrazione di nuove materie prime da cava e, pertanto, riduce il consumo di energia e la produzione di nuove emissioni CO2. Dal punto di vista dell’azienda contenere il fabbisogno energetico e la CO2 emessa rappresenta una riduzione dei costi di produzione. Un’interessante applicazione è poi fornita dalla possibilità di arricchire il cemento che compone l’impasto delle graniglie con il principio attivo fotocatalitico TX Active (Italcementi Group) in grado di abbattere gli inquinanti presenti nell’aria. Sinergia università-impresa L’idea della mattonella ecologica ha suscitato l’interesse della Ue che ha finanziato il progetto biennale LIFE14 ENV/IT/000801. Il finanziamento ha permesso di sostenere sia la ricerca, svolta in ambito universitario, sia la produzione innovativa industriale portata avanti in azienda. Due giovani ricercatori e due dottorandi di ricerca hanno partecipato al progetto che ha fornito loro un’ottima esperienza di ricerca industriale e di progettazione europea.

Cosa può fare la politica Il primo passo per favorire l’impiego di prodotti ecosostenibili consiste nell’aumentarne l’accettazione da parte dei consumatori, diffondendo la conoscenza sui benefici conseguenti l’adozione di metodi di produzione con minori impatti ambientali. Per far questo, si potrebbe rafforzare la proposta dell’etichetta verde, in particolare per i pavimenti. Si ricorda, al riguardo, il Sistema Ecolabel europeo EU Eco-Label “Flower” a carattere volontario istituito con Regolamento (CEE) 880/92 del 23 marzo 1992 e rivisto dal Regolamento CE 1980/2000 del 17 luglio 2000 (Ceramica Italiana 2016). L’etichetta ecologica attesta che il prodotto ha un ridotto impatto ambientale lungo il suo intero ciclo di vita (LCA, Life-CycleAssessment). Anche l’ulteriore diffusione della certificazione Leed potrebbe consentire ai consumatori di riconoscere più facilmente i prodotti ecosostenibili. Ci sono varie possibilità per incentivare l’attività di riciclo e riuso di materie prime secondarie nel settore edilizio: •• finanziamenti per l’adozione di tecniche per la demolizione selettiva; •• riduzione delle tasse e semplificazioni burocratiche per l’acquisto di materie prime secondarie (trasporti); •• uso del Building information modeling (Bim)

per controllare l’intero ciclo di vita delle costruzioni. Fondamentale per realizzare un mercato delle materie prime secondarie è creare una rete di operatori per la raccolta, lo smaltimento e la trasformazione dei rifiuti C&D. Per rafforzare questa politica occorre favorire l’offerta delle materie prime secondarie pure e di qualità. In assenza di standard europei è difficoltoso favorire la convenienza per il riciclo. Anche la semplificazione delle norme ambientali da un lato, e dall’altro la loro applicazione più severa, favoriscono l’aumento dell’impiego delle materie prime secondarie. In contrasto, il settore edile ha goduto e gode di prezzi bassissimi per l’accesso alle materie prime vergini, con royalties irrisorie pagate alle Regioni e, di conseguenza, appare poco interessante investire sul riciclo degli scarti (Pergolizzi 2016). Inoltre, i bassi costi per i conferimenti in discarica a livello Ue hanno compromesso usi alternativi. È auspicabile che l’uso di materiali con elevati standard ambientali venga preso in considerazione sia a livello nazionale sia Ue. Ciò può essere raggiunto favorendo per esempio l’adozione di limiti minimi fissi di quantità di materie riciclate da impiegare nelle nuove costruzioni.


Case Studies

I principali fattori che possono influenzare la domanda di mercato delle piastrelle ecologiche sono rappresentati dal prezzo (spesso superiore a quello dei prodotti tradizionali), dalle prestazioni

tecniche, dal valore estetico, dal carattere di artigianalità delle mattonelle e da quello della sostenibilità ambientale del processo produttivo. Per quanto riguarda i costi va precisato che se il costo di trasporto delle graniglie è maggiore di quello della piastrella in ceramica, quello di installazione risulta inferiore grazie al minore impiego di tempo di lavoro. Inoltre, le ecopiastrelle possono caratterizzarsi come un prodotto su misura e personalizzato, soddisfacendo le richieste individuali della clientela. La differenziazione originata dal carattere di artigianalità e manualità della produzione influenza positivamente la scelta del consumatore: ogni lavorazione, anche se frutto di innovazioni industriali, è per alcuni aspetti manuale e, pertanto, i prodotti nel loro genere sono unici. Un ulteriore fattore di differenziazione consiste nel riconoscimento da parte del consumatore del carattere di sostenibilità ambientale del metodo di produzione. Infine, la potenzialità di diffusione delle piastrelle ecologiche e del proceso di produzione è elevata perché la tecnologia è diffusa e le imprese sono affamate di innovazione.

Bibliografia •• Ceramica Italiana 2016 tinyurl.com/mfwoepr •• EcoTiles, www.ecotileslifeproject.eu •• Grandinetti Srl 2017 www.grandinetti.it, partner del progetto di ricerca EU Life EcoTiles •• Mas M.A., Monzó J., Payá

Materia Rinnovabile, n.11, luglio-agosto, www.materiarinnovabile. it/art/233/Figli_di_un_dio_ minore •• Perugini V., Paris E., Giuli G., Carroll M.R. (2014), “The Use of Urban Ceramic Wastes

J., Reig L., Borrachero M.V. (2016) “Ceramic tiles waste as replacement material in Portland cement”, Advances in Cement Research, 28 (4), 221-232 •• Pergolizzi A. 2016, “Figli di un dio minore”,

in Eco-Sustainable Durable Cement”, Proc. International Conference 34th Cement and Concrete Science 14-16 settembre 2014, Sheffield UK •• Raval, A.D., Patel I.N., Pitroda J (2013), “Ceramic Waste:

Tecnica GrandinettiSrl, dettaglio lavorazione

Le principali tipologie di clienti potenzialmente interessati alle piastrelle EcoTiles sono: •• utenti del settore residenziale; •• fornitori di materie prime intermedie (cemento); •• fornitori di servizi del settore edilizio (imprese di costruzione, architetti, ingegneri ecc.).

Graniglie GrandinettiSrl

La domanda di mercato

Graniglie GrandinettiSrl

L’attività di ricerca è stata svolta dai ricercatori del gruppo di mineralogia dell’Università di Camerino, che si occupano della caratterizzazione chimica e strutturale di minerali e rocce, vetri, pigmenti, ceramica e cementi. Partner industriale nel progetto è l’azienda Grandinetti, impresa leader nella produzione di graniglie. L’esperienza e la propensione all’innovazione hanno consentito all’impresa di affermarsi sul mercato nazionale ed estero dei conglomerati e rivestimenti.

Info www.ecotiles-lifeproject.eu

Effective Replacement Of Cement For Establishing Sustainable Concrete”, International Journal of Engineering Trends and Technology (IJETT), 4, 6, 2324-2329

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GLI ANELLI

di una nuova economia per l’Italia e per l’Europa

6.000 nuovi posti di lavoro, 400 milioni di euro di valore aggiunto, riduzione delle emissioni pari a quelle prodotte da 300.000 auto, risparmio di risorse naturali. Le ragioni per cui il riciclo degli pneumatici fuori uso è vincente rispetto al loro recupero energetico. di Marco Gisotti

Ecopneus, Rapporto di sostenibilità 2016, tinyurl.com/ycr92me9 Fondazione per lo sviluppo sostenibile, www.fondazionesviluppo sostenibile.org

Dov’è che l’economia circolare si salda con l’economia etica? La domanda può sembrare peregrina a un osservatore distratto. A chi interpreta il recupero e il riciclo dei materiali esclusivamente dal punto di vista del saldo delle materie prime risparmiate. Ma si tratterebbe di un’interpretazione inesatta, incompleta. Sarebbe un bilancio che dimentica di calcolare tutti i dividendi possibili, le conseguenze dirette e indirette, sociali e ambientali. Come per molti anni ha cercato di spiegare uno dei padri dell’ecologia, Edward Goldsmith, non è possibile approcciarsi a qualunque evento o problema senza considerare la catena degli eventi e dei soggetti che sono a esso collegati. La riduzione e quindi la scomparsa del rifiuto o, meglio, dello scarto ha implicazioni di gran lunga più durature e ampie che non il solo recupero della materia. I dati e gli esempi che ci offre l’ultimo – in ordine di tempo – rapporto di Ecopneus ci aiutano a rispondere alla domanda iniziale, cioè dove l’economia circolare e quella etica coincidono.

Coincidono, appunto, quando parliamo di occupazione. La creazione di occupazione, sia che si tratti di occupazione ex-novo o di miglioramento qualitativo di una parte dell’occupazione esistente, è già un risultato sociale non indifferente. Ecopneus ci dice, a questo proposito, che se il 100% degli pneumatici fuori uso venisse avviato a recupero di materia oggi in Italia si creerebbero le condizioni per avere 6.000 nuovi occupati. Oppure la storia di Scampia e della cosiddetta Terra dei fuochi. In questi luoghi devastati dalla criminalità e assunti nell’immaginario popolare a esempio di terre di confine dove legge e salute hanno abdicato di fronte alla violenza e all’inquinamento, proprio qui economia circolare e sociale si saldano come anelli di una stessa catena. In questi luoghi Ecopneus ha raccolto oltre 16.000 tonnellate nell’ambito del “Protocollo col ministero Ambiente per interventi di prelievo straordinari dei pfu” e proprio nel quartiere di Scampia, a chiusura del cerchio del recupero dei pneumatici abbandonati nelle province di Napoli e Caserta, sta sorgendo un campo di calcio regolamentare, realizzato con i granuli di gomma riciclata dagli pneumatici fuori uso (pfu). “Segno della volontà di


Case Studies combattere il degrado dell’abbandono e dei roghi illegali, dando un nuovo futuro a materiali che erano rifiuti, e nuove opportunità ai giovani che di quella Terra sono il futuro” spiega il direttore generale di Ecopneus Giovanni Corbetta. “Ecopneus si è impegnata moltissimo in questi anni per massimizzare il recupero di materia, seguendo le indicazioni Ue e i principi dell’economia circolare” racconta Corbetta. “Il pieno riconoscimento della qualifica di non-rifiuto, a granuli e polverini di gomma, consentirebbe di fare un salto di qualità nel rapporto riciclo/ energia, e ottenere maggiori benefici ambientali, occupazionali ed economici”. Anche perché, entrando più nel dettaglio, oltre i 6.000 occupati, da questa risorsa si potrebbero ricavare 400 milioni di valore aggiunto, oltre a un risparmio di CO2 pari alle emissioni di 300.000 auto, di risorse naturali pari a 106 Torri Eiffel e di acqua pari a 500 piscine olimpioniche. Nell’ultimo anno, Ecopneus ha raccolto oltre 245.000 tonnellate di pneumatici fuori uso, un milione e 400.000 dall’inizio dell’attività. Gestisce mediamente 250.000 tonnellate di pfu ogni anno, per il 56% indirizzati al recupero di materia. Il valore complessivo di questo sistema è di 63 milioni di euro di valore economico distribuito ogni anno a una filiera industriale in crescita e che già occupa circa 700 persone.

Immesso al consumo dai soci

Target di legge

226.225 t

264.891 t

Obbligo di legge per la raccolta, pari al 100% dei pneumatici immessi nel mercato al netto del consumo di battistrada (-10% del peso totale di pneumatici nuovi) e della quotaparte di pneumatici usati esportati

Quantità di pneumatici immessi al consumo dai soci Ecopneus nel 2015

Raccolta straordinaria

Ecopneus con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha inoltre realizzato uno studio per misurare il vantaggio potenziale del recupero dei pfu in termini ambientali, economici e occupazionali. Quella saldatura fra circolarità ed etica di cui parlavamo. “Lo studio – spiega Andrea Barbabella, della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e responsabile dello studio – rivela come il principale beneficio in termini economici e occupazionali del recupero dei pfu risieda in primo luogo nel risparmio sulla spesa corrente associato alle importazioni di materie prime evitate, che renderebbe disponibili risorse economiche per nuovi investimenti a scala nazionale e, a seguire, aumenterebbe redditi e consumi interni consentendo un ingente vantaggio ‘di sistema’ per il paese”. La gestione degli pneumatici fuori uso in tutta l’Unione europea, Italia inclusa perciò, avviene attraverso due modalità di recupero: la prima riguarda il riciclo dei materiali, e in particolare del polimero di gomma, che può essere utilizzato come materia prima seconda in sostituzione di gomma vergine per la produzione di nuovi beni; la seconda indirizzata al recupero come combustibili derivati per la produzione di energia, in virtù dell’elevato potere calorifico della gomma.

Raccolta PFU

+ 6.662 t Raccolta di PFU nel quadro del progetto Terra dei Fuochi e altri progetti di carattere istituzionale

Totale raccolta ordinaria

245.722 t Raccolta effettuata presso tutti i punti di generazione dei pneumatici fuori uso sul territorio nazionale (es: gommisti, officine meccaniche, ecc)

TOTALE RACCOLTA PFU

252.384 t

Quantitativo di PFU provenienti dalla raccolta ordinaria eccedenti il target di legge

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materiarinnovabile 17. 2017 6.000 posti di lavoro dal riciclo degli pneumatici Lo studio, realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile per conto di Ecopneus, anche sui temi del lavoro si è confrontato coi due scenari, Full Energy Recovery e Full Recycling, per cercare di capire quale dei due è capace di generare maggiore occupazione. Non si spoilera nulla dicendo che anche in questo caso il confronto ha dimostrato che il riciclo offre un numero maggiore di posti di lavoro, ma certo si tratta di una transizione che necessita di un salto concettuale. Di comprendere, non su base ideologica ma scientifica, che la conservazione dell’ambiente è più vantaggiosa anche in termini sociali. Per quanto riguarda il bilancio occupazionale ed economico lo studio ha analizzato gli effetti diretti, indiretti e indotti della spesa associata alla gestione delle filiere, ossia considerando sia gli effetti diretti di gestione sia gli effetti indiretti e indotti che questa spesa esercita a catena sul sistema economico attraverso l’acquisto di beni intermedi, semilavorati e servizi, e degli effetti prodotti dall’incremento del reddito dei soggetti coinvolti dalle attività sui consumi. Lo studio ha anche considerato il tempo (alcuni anni) che sarà necessario per lo sviluppo delle infrastrutture e delle filiere per un completo riciclo o per un completo recupero energetico di 400.000 tonnellate di pfu. Una volta a regime, dicono le analisi, il nuovo valore aggiunto prodotto nello scenario Full Energy Recovery ammonterebbe a 91 milioni di euro, a fronte dei 110 milioni dello scenario Full Recycling. Allo stesso modo,

Fra riciclo e recupero energetico non c’è paragone: vince il primo con 19 milioni di euro di valore aggiunto e quasi 300 posti di lavoro in più.

l’occupazione aggiuntiva (calcolata in unità di lavoro standard) passerebbe da 1.433 unità con l’avvio degli pneumatici fuori uso a cementificio alle 1.727 con le stesse 400.000 tonnellate di pfu avviate a riciclo. Fra riciclo e recupero energetico, come si diceva, non c’è paragone: vince il primo con 19 milioni di euro di valore aggiunto e quasi 300 posti di lavoro in più. Scendendo sul piano degli effetti diretti, indiretti e indotti derivanti dal risparmio per il paese associato alla riduzione delle importazioni di materie prime sostituite dal recupero dei pfu nei due scenari, i numeri si fanno più evidenti. La mancata spesa per materie prime di importazione, per gomma, acciaio, carbon coke ecc., consente, spiega lo studio, di rendere disponibili risorse economiche per liberare nuovi investimenti a scala nazionale e, a seguire, aumentare redditi disponibili e i consumi interni. Il reale beneficio in termini economici e occupazionali del riciclo risiederebbe, quindi, proprio qui. La differenza di valore aggiunto e nuova occupazione prodotta nei due scenari è di oltre un ordine di grandezza, con 30 milioni di euro per il Full Energy Recovery contro i 392 milioni del Full Recycling e 494 nuove unità lavorative contro oltre 6.000. Realizzare il pieno riciclo degli pneumatici fuori uso rispetto al solo recupero energetico consentirebbe di generare oltre 360 milioni di euro di ulteriore valore aggiunto ogni anno e quasi 6.000 nuovi posti di lavoro. Una vera e propria rivoluzione.

Va da sé che la politica europea in fatto di economia circolare spinge verso la prima soluzione e, come dimostrano i numeri dello studio della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e di Ecopneus, è anche giusto che sia così, in termini di risultati ambientali ed economici ottenuti od ottenibili. Se poi si analizza l’impatto sulla salute umana, il recupero delle 400.000 tonnellate di pfu tramite utilizzo in cementificio presenta un bilancio favorevole ma assai modesto, con circa 30 anni di vita preservati. Con lo scenario Full Recycling, invece, grazie alle emissioni evitate, salgono ad oltre 749 gli anni preservati, confermando – si legge nello studio – come il riciclo sia l’opzione di gran lunga preferibile, in ciclo di vita, anche dal punto di vista sanitario. È vero che la richiesta del cosiddetto ciabattato è alta e che 250.000 tonnellate di penumatici fuori uso fanno gola al mercato del recupero energetico dei cementifici. Si tratta di un mercato che, sebbene in Italia non abbia una capacità di assorbimento limitata, potrebbe invece guardare con grande interesse altre aree del mondo, come

Info www.ecopneus.it

il nord Africa, la Corea, l’est Europa, paesi dai quali arrivano continuamente richieste. Non solo sarebbe facile, perché la domanda di pfu esiste già, ma anche efficiente dal punto di vista dei costi perché consentirebbe un risparmio sul fronte delle attività legate alla ricerca e alla promozione sui settori applicativi e sul fronte di tutto ciò che è connesso alla granulazione, dal personale alle certificazioni per fare un esempio. Ma la convenienza immediata di questo processo si oppone ai vantaggi, economici, ambientali e sanitari di gran lunga maggiori e duraturi del modello proposto dall’economia circolare, come dimostra con molti esempi lo studio di Ecopneus,. Numeri e analisi, che sono stati realizzati sul campione italiano ma validi per tutto il resto dell’Unione, confermano la direzione assunta dalla politica europea, la cui accettazione da alcuni Stati membri, incluso il nostro, incontra spesso difficoltà e ostacoli di carattere – il più delle volte – burocratico. “Scegliere la strada del recupero di materia anziché quella apparentemente più facile del recupero energetico è la ragione fondante


Case Studies dell’attività del la nostra società consortile: ovvero il garantire, attraverso la raccolta e il recupero dei pfu, la massimizzazione del beneficio ambientale e sociale per la collettività, accanto alla minimizzazione del costo economico, per la collettività stessa, con una piena applicazione dei principi di etica, responsabilità e legalità e in risposta agli indirizzi istituzionali, europei e nazionali” spiega il direttore generale di Ecopneus Giovanni Corbetta. “L’economia circolare è possibile i vantaggi sono tangibili. Per attuarla – ammonisce, perciò, Corbetta – serve un cambio culturale che riguarda tutti, cittadini, imprese e Istituzioni. E serve una leadership, una leadership culturale, che oggi non c’è”.

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dai nostri partner ©Andre Klaassen

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Dalla biotecnologia 400 milioni di sterline in 4 anni di Roger Kilburn

Nominato CEO dell’IbioIC nel gennaio 2014, Roger Kilburn ha costruito il suo background nei settori della chimica e dei prodotti chimici ad alto contenuto tecnologico in cui ha speso oltre vent’anni lavorando per giganti dell’industria come l’ICI e la Johnson Matthey in Gran Bretagna, Australia, Germania e Stati Uniti.

In alto a sinistra: La sperimentazione di Xanthella per la produzione di microalghe In alto a destra: Un impianto di bioraffinazione

In pochi anni anni la biotecnologia industriale farà crescere l’economia scozzese di 400 milioni di sterline. Un settore che Edimburgo considera prioritario potendo contare su 27 miliardi di tonnellate di biorisorse. La biotecnologia Industriale (IB) è il processo dell’impiego di risorse naturali per creare nuove sostanze e componenti chimici; prende microorganismi ed enzimi per generare prodotti utili a livello industriale in uno spettro sempre più ampio di ambiti nella produzione di sostanze chimiche, cibi e bevande, tessuti e biocarburanti. Sebbene i processi che comprendono la fermentazione (la birrificazione) siano in uso da millenni, essa offre uno dei nuovi approcci più promettenti alla conservazione delle risorse industriali. La biotecnologia industriale, infatti, crea opportunità per sviluppare nuovi mercati e vivacizzare quelli esistenti proteggendo al contempo l’ambiente. Nell’ambito dei medicinali, per esempio, i prodotti sviluppati da questo settore hanno rivoluzionato la capacità di trattare l’artrite reumatoide, il cancro e il diabete e oggi comprendono sette dei dieci farmaci più venduti al mondo. Nei processi della biotecnologia industriale, inoltre, si possono persino riutilizzare gli stessi materiali di scarto creando sottoprodotti e generando – al tempo stesso – energia. La biotecnologia ci fa abbandonare l’impiego di prodotti petrolchimici, usando invece materie prime rinnovabili per creare prodotti uguali o simili.

Si prevede che il mercato globale del settore avrà un valore di 365 miliardi di sterline, con un aumento stimato in 400 milioni di sterline in vendite di prodotti IB per la sola economia scozzese nei prossimi quattro anni. Motivo per cui non sorprende che questo settore rappresenti una priorità per il governo scozzese. Da quando nel 2013 è stato lanciato il National Plan for Biotechnology si sono registrati diversi importanti successi. Tra questi l’inaugurazione dell’Industrial Biotechnology Innovation Centre (IbioIC) che punta a facilitare l’accesso ad attrezzature, istruzione e competenza per far crescere l’ industria biotecnologica rendendola il motore dell’economia scozzese, portando entro il 2030 più di un miliardo di sterline all’anno in termini di nuovo valore aggiunto. Inoltre IbioIC mette in contatto più di cento aziende con 200 team accademici, risolvendo problemi a livello industriale per creare un impatto economico in Scozia e non solo, giocando quindi un ruolo chiave nella realizzazione del piano nazionale. I risultati sono già evidenti nell’aumento del 18% del volume di affari della biotecnologia scozzese arrivando a 230 milioni di sterline, 30 milioni in più rispetto all’obiettivo del piano nazionale. Sin dall’inizio la missione di IbioIc è stata quella di accelerare e liberare dai rischi lo sviluppo


dai nostri partner National Plan for Biotechnology, www.ibioic.com/file/ Scottish%20IB%20 Progress%20Report%20 2015.pdf Network Tecnico, tinyurl.com/ycb3ol6z Centri attrezzati ad accesso libero, tinyurl.com/yazhmsez Cellucomp, cellucomp.com Xanthella, www.xanthella.co.uk Zero Waste Scotland, www.zerowastescotland. org.uk Making Things Last – A Circular Economy Strategy for Scotland, www.gov.scot/ Publications/2016/02/1761 European Circular Economy Stakeholder Platform, ec.europa.eu/ environment/circulareconomy/index_en.htm

Info www.ibioic.com

di soluzioni commercialmente realizzabili e sostenibili per produzioni ad alto valore nei settori che si servono della chimica e in quello delle scienze biologiche. A questo scopo IbioIC offre anche un Network Tecnico: un servizio di consulenza on-demand che sta trasformando il modo in cui i nostri membri qualificano le opportunità della biotecnologia industriale, dimensionano i progetti e, cosa più importante, riescono a ridurre i tempi di ricerca e sviluppo. I consulenti del Network Tecnico collaborano al raggiungimento di una serie di obiettivi, che vanno dal contribuire a eliminare i rischi dai programmi di sviluppo fornendo consigli tecnici e commerciali diretti, informando sui precedenti, allo stato della competizione e al piazzamento nel panorama complessivo dell’IB. Il Network Tecnico dell’IbioIC è molto ben preparato in quelle che sono le sfide attuali che le aziende consociate, che vanno da start-up di IB su piccola scala a multinazionali della chimica, devono affrontare. Il Network Tecnico è un complemento logico alle strutture attrezzate che offriamo ai membri. IbioIC ha investito 2,7 milioni di sterline in centri attrezzati ad accesso libero. Il Rapid Bioprocess Prototyping Centre (Rbpc) e il Flexible Downstream Bioprocessing Centre (FlexBio) sosterranno il programma di ricerca da 30 milioni di sterline pianificato da IbioIC per i prossimi cinque anni, fornendo importanti opportunità alla Scozia per far crescere la sua competitività nel mercato globale delle biotecnologie industriali. Il successo dell’IB si basa sulla bio-raffinazione per convertire risorse naturali e materiali di scarto non pienamente sfruttati in prodotti di valore – realizzando gli obiettivi del piano nazionale riguardo allo sviluppo di un network di bioraffinerie. L’apertura della prima bioraffineria scozzese è stata in realtà condotta da una azienda associata all’IbioIC, la CelluComp, che produce materiali sostenibili dai materiali di scarto di verdure che crescono sotto terra come carote e barbabietole. Il loro prodotto Curran ha proprietà adatte a una serie di applicazioni che vanno da pitture e rivestimenti a carta, packaging e cura della persona. Un’altra azienda di progettazione industriale, Xanthella, sta sperimentando un metodo nuovo e altamente efficiente per produrre microalghe, richieste dalle industrie scozzesi dell’acquacoltura per essere utilizzate come ambiente di incubazione delle uova e come additivo al cibo per i pesci, ma possono anche essere usate per una vasta gamma di prodotti (integratori alimentari, pigmenti e biocarburanti.) Il progetto Aslee (Algal Solutions for Local Energy Economy) della Xanthella sta studiando come i suoi fotobioreagenti – che sottraggono le emissioni di CO2 per far crescere le microalghe – possano essere alimentati dall’elettricità in eccesso generata da fonti rinnovabili locali, come centrali eoliche.

Idee e prodotti rivoluzionari che evidenziano come la biotecnologia industriale sia ben attrezzata per affrontare una delle maggiori sfide globali che ci troviamo di fronte: quella della massimizzazione dell’utilizzo dei rifiuti. Un immenso potenziale Invece di un singolo prodotto, il concetto di bioraffinazione ci permette di fare un uso ottimale delle materie prime che impieghiamo e di conseguenza il mix di composti generati nei nostri processi conterrà un flusso minore di materiali di alto valore e un flusso maggiore di materiali di basso valore. Ma siamo già a questo punto? La dislocazione geografica compatta della Scozia è una forza che fornisce una concentrazione centralizzata di popolazione e industrie. La lunghezza delle coste scozzesi, che determina una elevata produzione della silvicoltura e favorisce l’accesso a biorisorse fornisce una serie di materie prime per la bioraffinazione. In Scozia gli ambiti in cui vengono sviluppate nuove catene di rifornimento comprendono la gestione dei rifiuti, le energie rinnovabili, la silvicoltura e persino cibi e bevande. E molte aziende di questi settori sono già entrate in contatto con i settori delle bioenergie e della chimica sostenibile. La sfida nello sfruttamento di questi punti di forza consiste nel delineare l’ordine di grandezza e la forma delle opportunità per il settore della bioeconomia per unirsi al desiderio del governo scozzese di un’economia più circolare. Come struttura unica per la promozione di sostanze di origine biologica, sistemi e processi – e grazie alla partecipazione di cento aziende – l’IbioIC è ben posizionata per realizzare la visione del governo. Zero Waste Scotland è un’organizzazione che sostiene la diffusione della strategia del governo scozzese sull’economia circolare e la European Circular Economy Stakeholder Platform, considerato che molti dei nostri obiettivi sono allineati. Attualmente stiamo lavorando con loro sulla mappatura delle biorisorse, analizzando i flussi di materiali di scarto – per esempio i rifiuti commerciali e industriali, residui agricoli, sottoprodotti di cibi e bevande, acque reflue – per mappare il potenziale delle biorisorse non utilizzate in Scozia. E si stima che il flusso materiale di rifiuti superi i 27 milioni di tonnellate. Si tratta della prima volta che le biorisorse di una nazione vengono stimate in maniera così accurata; molto probabilmente la stima del loro volume confermerà che ci sono abbastanza materie prime per rendere la Scozia fiduciosa nelle opportunità di sviluppo della bioraffinazione. Sviluppare un nuovo concetto, nuove infrastrutture e nuovi prodotti al mercato richiederà tempo, ma siamo già avanti nel percorso per posizionare la Scozia tra i paesi con un ruolo primario in questo – sempre più importante – settore industriale.

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dai nostri partner

World Efficiency a sostegno dell’economia a basse emissioni e ad alta efficienza Siete attori economici convinti che dobbiamo agire ora per garantire il successo della transizione ecologica ed energetica? Allora unitevi alla comunità WE e aiutateci a creare un mercato per le soluzioni a basse emissioni di carbonio e alta efficienza energetica!

Alla Cop 21, Reed Expositions France lanciò World Efficiency Solutions, la prima comunità internazionale dedicata all’economia a basse emissioni di carbonio e ad alta efficienza nell’uso delle risorse. Quest’anno World Efficiency Solutions sta assumendo una dimensione completamente nuova, offrendo a professionisti di tutti i paesi e i settori coinvolti nella lotta ai cambiamenti climatici e nella conservazione delle risorse l’opportunità di unirsi per contribuire a far decollare i loro progetti e per accelerare l’implementazione delle soluzioni. In questo modo World Efficiency Solutions sta dando il suo supporto agli impegni presi nell’Agenda 2030 (Sustainable Development Goals) e nell’Accordo di Parigi.

alle World Climate Solutions 2017 (dal 14 al 16 novembre), in collaborazione con World Climate Ltd. Questo ci permetterà di identificare altri progetti e fornitori di soluzioni tra le delegazioni internazionali presenti; •• un forum di tre giorni con meeting e discussioni dal 12 al 14 dicembre a Parigi. World Efficiency Paris 2017 combinerà un summit di decisori con discussioni e conferenze, una mostra di soluzioni e una piattaforma per esporre le innovazioni e la formazione professionale per i nuovi metodi di utilizzo e pratiche relativi alla transizione ecologica ed energetica.

World Efficiency Solutions si basa su un approccio “ONLINE – On LIFE”, che comprende sia lo sviluppo di soluzioni digitali che la partecipazione ad eventi della vita reale. Tra cui: •• una piattaforma comunitaria internazionale, WEConnect, uno strumento molto efficace per instaurare rapporti. Mette insieme tutti i progetti cercando le risorse adatte a farli decollare e abbinandoli a soluzioni proposte da aziende e altri soggetti che offrono innovazioni e conoscenza; •• la presenza alla Cop23 di Bonn, in relazione

Da alcuni mesi il team di World Efficiency Solutions spiega il suo approccio e ricerca in diversi paesi del mondo – tra cui Giappone, Costa d’Avorio, Stati Uniti, Germania, Danimarca, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Gran Bretagna – promotori di progetti che condividono i suoi obiettivi. In Italia, ha messo insieme importanti attori economici di Milano e della Lombardia e vari esperti da cluster e aziende specializzate che contribuiscono a identificare gli argomenti più importanti che andranno discussi al WE Paris di dicembre. Gli argomenti selezionati comprendono mobilità e logistica, efficienza energetica degli edifici, pianificazione urbana e sviluppo del territorio.

Parteciperanno a World Efficiency Paris 2017 Paul Simpson, Ceo di CDP – André Schneider, Ceo dell’Aeroporto di Ginevra – Per Boersgaard, coordinatore di partnership e innovazione per la città di Copenaghen – SAR Principessa AbzeDjigma, Ceo di Abze Solar – Simon Upton, direttore per l’Ambiente dell’Ocse – Graciela Chichilnisky, Ceo e co-fondatrice di Global Thermostat. Avete dei progetti da proporre? Unitevi alla comunità a basse emissioni di carbonio e alta efficienza energetica sul sito WEConnect www.world-efficiency.com/WE-Connect Per informazioni: + 33 (0) 147 56 51 92 | participant@world-efficiency.com

Una connessione inedita di progetti e soluzioni a livello globale

In aggiunta, all’interno della sua partnership con l’Iclei, World Efficiency Solutions ha organizzato diversi workshop sull’economia circolare. Le differenti sessioni si focalizzeranno principalmente sulle strategie relative all’economia circolare di varie città e regioni europee e su come una serie di attori economici francesi e italiani le stanno mettendo in pratica. Si prevede che anche una delegazione di eco-start-up italiane che parteciperà a World Efficiency Paris 2017.


Rubriche

Rubriche Circular by law

Cambiano le regole su Reach e rifiuti Francesco Petrucci*, giurista ambientale, membro della Redazione normativa di Edizioni Ambiente.

*In collaborazione con Rivista “Rifiuti – Bollettino di informazione normativa” e Osservatorio di normativa ambientale su www.reteambiente.it

La via per una autentica economia circolare che promuova azioni per reimmettere nel ciclo economico i materiali giunti a fine vita passa attraverso regole europee certe e chiare nel difficile equilibrio tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente. Le norme europee, i documenti interpretativi e le linee guida operative sono indispensabili strumenti per decisori nazionali, imprese e cittadini che non possono prescindere dalla conoscenza delle “regole del gioco” per operare efficacemente nel Mercato Unico. In questa nuova Rubrica aggiorneremo i Lettori sulle novità europee che possono essere di interesse per gli operatori dell’economia circolare. Mentre l’Estonia dal 1° luglio 2017 si è insediata alla presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea (formato dai vari Ministri competenti per materia) e il ministro dell’Ambiente estone ha annunciato che la sua sarà una presidenza che spingerà su eco-innovazione e finanza sostenibile, i rappresentanti delle istituzioni europee (Parlamento, Consiglio e Commissione) discutono per trovare un accordo sulla bozza del “pacchetto economia circolare” che contiene le modifiche alle direttive europee sui rifiuti, già approvato il 14 marzo 2017 dal Parlamento. Il documento rappresenta la vera sfida da portare a termine entro fine anno, anche se le posizioni dei vari Stati membri sono ancora piuttosto distanti, almeno da quanto è emerso dall’indagine dell’European Environment Bureau diffusa il 16 maggio 2017. Sulla economia circolare il Parlamento Ue pare più sensibile del Consiglio come da ultimo mostrato nel documento del 4 luglio 2017 diretto a Consiglio e Commissione “Una vita utile più lunga per i prodotti: vantaggi per consumatori e imprese”. Per il Parlamento Ue occorrono azioni concrete per sostenere prodotti riparabili e incoraggiare una progettazione che ne aumenti la durata. Il miglioramento della progettazione dei prodotti passa anche attraverso sistemi di certificazione europea, ma le aziende si mostrano poco sensibili in tal senso come dimostra lo scarso uso del marchio di qualità ecologica Ecolabel Ue che secondo un documento della Commissione del 30 giugno 2017 risulta poco diffuso in Europa. Intanto i consumatori europei dal 2019 avranno elettrodomestici con etichette sul consumo energetico più efficaci e facili da capire con l’approvazione del regolamento 4 luglio 2017, n. 2017/1369/Ue, in vigore dal 1° agosto 2017 ma pienamente operativo dal 1° gennaio 2019 che sostituisce la storica direttiva 2010/30/Ue,

mentre le imprese che producono o commerciano sostanze e miscele pericolose sono gravati da nuovi obblighi a tutela dell’ambiente. Dal 1° giugno 2017 infatti tutte le sostanze e miscele immesse sul mercato europeo devono avere l’etichettatura conforme a quella stabilita dal regolamento 1272/2008/Ce, il quale inoltre “cambierà faccia” dal 1° dicembre 2018 per effetto delle novità apportate dal regolamento 2017/776/Ue. In questi ultimi mesi inoltre le aziende produttrici o importatrici di sostanze chimiche soggette alle regole del cosiddetto regolamento 1907/2006/Ce “Reach” (acronimo di Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) si trovano ad affrontare nuovi obblighi. Dal 18 maggio 2017 sono scattati venti nuovi metodi di prova per determinare le proprietà fisico-chimiche, la tossicità e l’ecotossicità delle sostanze chimiche (regolamento 2017/735/Ue), mentre 12 ulteriori sostanze chimiche sono state incluse negli obblighi di autorizzazione previsti dalla disciplina (regolamento 2017/999/Ue). Classificare correttamente un rifiuto è molto importante al fine di una gestione in regola da parte delle imprese. Per questo è di grande rilevanza la novità recente sulle caratteristiche di pericolo dei rifiuti. Il regolamento del Consiglio Ue 2017/997/Ue ha sostituito la classificazione “HP 14 Ecotossico” contenuta nella direttiva rifiuti 2008/98/Ce. Per dare modo alle imprese e Autorità di adeguarsi alla importante novità la nuova caratteristica sarà applicabile dal 5 luglio 2018. Il mercurio è una delle sostanze chimiche più pericolose per l’ambiente e la salute umana. Fa dunque piacere l’arrivo del regolamento 2017/852/Ue del 17 maggio sulle condizioni per l’uso, lo stoccaggio e il commercio del mercurio che dal 1° gennaio 2018 manderà in pensione lo “storico” regolamento del 2008. Sempre a proposito di “lotta al mercurio” l’Unione europea ha ratificato il 18 maggio 2017 la Convenzione Onu di Minamata sul mercurio che ha l’obiettivo di eliminare le emissioni globali di mercurio di origine antropica. La prima riunione dei firmatari della Convenzione si terrà a Ginevra dal 24 al 29 settembre 2017. Chiudiamo col passo indietro sull’efficienza energetica. Il Consiglio Ue del 26 giugno 2017 nell’approvare la proposta di modifica della direttiva 2012/27/Ue ha bocciato il target obbligatorio del 30% al 2030 proposto dalla Commissione europea, l’obiettivo resta facoltativo per i 28 Stati membri. Vedremo se il Parlamento europeo che dovrà discutere e approvare il testo sarà d’accordo.

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materiarinnovabile 17. 2017

Il circolo mediatico

La lezione del supermaiale Roberto Giovannini, giornalista, scrive di economia e società, energia, ambiente, green economy e tecnologia.

Non sappiamo se andrà mai nelle sale cinematografiche, e la cosa ha già scatenato molte polemiche al Festival di Cannes, dove il film prodotto espressamente per essere trasmesso via streaming è stato ufficialmente presentato. Okja, l’ultima opera del visionario regista sudcoreano Bong Joon-ho, la potremo vedere su Netflix, che peraltro l’ha prodotto e finanziato. Un film fantastico, che si posiziona in uno spazio intermedio tra la fiaba e l’horror, tra la fantascienza e la denuncia degli eccessi di una scienza asservita al turbocapitalismo, che perde di vista completamente la vita e l’ambiente. La storia è quella di Okja, il nome assegnato a una specie di supermaiale ingegnerizzato geneticamente, creato nei laboratori di una società (fittizia, ma fino a un certo punto, visto che si tratta di una evidente parodia del gigante Monsanto) chiamata “Mirando”. La Mirando/Monsanto ha creato questa bestia specialissima perché deve rifarsi una sua verginità “ambientalista” dopo i disastri compiuti dalle gestioni precedenti. E contemporaneamente mettere sul mercato un killer product che moltiplicherà i profitti aziendali. La nuova amministratrice delegata, una terribile e bravissima Tilda Swinton, afferma di voler mettere a disposizione dell’umanità un animale da allevamento che consumi meno risorse e che produca meno inquinamento rispetto alle “normali” vacche o porcelli. Una mossa davvero green, visto che – come noto – gli animali da carne utilizzano moltissima acqua, terreno, cereali e generano attraverso i loro rifiuti importanti quantità di gas serra. Già che ci sono gli scienziati della Mirando creano un supermaiale facile da “lavorare” quando si tratta di processarlo industrialmente, con un sacco di carne poco grassa, buona per tutte le religioni e culture, e soprattutto, “con un sapore buonissimo”. Insomma, quello che si può a buon diritto definire un greenwashing di proporzioni planetarie. Non vogliamo qui “spoilerare” troppo la trama del film, che si sviluppa attraverso l’incontro tra il supermaiale Okja e una ragazzina coreana, Mija, che vive con un nonno contadino in montagna e a cui viene inizialmente affidata Okja, e con cui sviluppa un rapporto di amicizia. Ben presto, come ovvio, la Mirando ha bisogno di recuperare il suo prototipo per concludere la sperimentazione

macellando il povero animale. E svelando il destino programmato sin dall’inizio dall’azienda: farlo finire dentro un mostruoso mattatoio/lager, dove le povere bestie vengono torturate, umiliate e poi uccise per diventare una braciola o una fettina nei piatti dei consumatori. In alcuni passaggi il film coraggiosamente mette tutti gli umani sul piatto della bilancia dei cattivi: multinazionali del cibo, ambientalisti travolti dalla propria cieca vanità, persino la piccola Mija. Bisogna dire che non è la prima volta che Bong Joon-ho affronta con mano sicura e approccio davvero creativo il confronto/scontro tra umanità e ambiente. Tutti ricordiamo il meraviglioso Snowpiercer, ambientato in un futuro in cui, dopo una disastrosa glaciazione prodotta per cercare di bloccare il riscaldamento globale, la minuscola fetta di umanità che si è “salvata” vive a bordo di un lungo treno che non si ferma mai, governato da un’élite di ricchi che occupano le carrozze di testa e che sfrutta i proletari schiavizzati dei vagoni di coda.   Stavolta Bong Joon-ho invece affronta un altro fondamentale nodo politico ed etico della nostra epoca: è giusto desiderare di rispondere alle sfide ambientali di oggi cercando di non modificare i nostri comportamenti quotidiani, puntando a continuare a vivere come stiamo vivendo adesso? Si può parlare davvero di “sostenibilità”, limitandosi a definirla sulla base di meri aspetti tecnici, senza affrontare una profonda riflessione etica sull’azione dell’uomo, che sta producendo simultaneamente una catastrofe climatica, una estinzione di massa, una scarsità di risorse e (incidentalmente) una distruzione scientifica e industrializzata del mondo animale? Si può parlare di “scelte sostenibili” quando in realtà si stanno compiendo semplicemente scelte ciniche e basate su calcoli? Interrogativi giganteschi, a cui per adesso non stiamo dando risposta. Basti pensare al nuovo paradosso che emerge quando appoggiamo le cosiddette “buone pratiche di pesca sostenibile” per evitare di svuotare gli oceani dai pesci. In realtà non stiamo facendo altro che cercare di salvare alcune specie marine dall’estinzione al solo scopo di ucciderle “meglio”, per mangiarcele in un futuro più o meno prossimo. Interrogativi che Okja invece ci mette davanti in modo esplosivo. Costringendoci a pensare.


Rubriche

Pillole di innovazione

Cosa hanno in comune una ruota e una giacca Federico Pedrocchi, giornalista di scienza. Dirige e conduce la trasmissione settimanale Moebius in onda su Radio 24 – Il Sole 24 Ore.

Radici Group, www.radicigroup.com/it

Ho intervistato Filippo Servalli, di Radici Group, azienda che opera con innovazioni di frontiera nel campo dei tessuti. Mi ha raccontato di un nuovo prodotto, una giacca sportiva che è fatta di un solo materiale. Questo significa che, una volta dismessa, è completamente riciclabile nel senso che con semplici operazioni restituisce il materiale grezzo iniziale. E non è una giacca orrenda: questo è un passaggio fondamentale perché non possiamo avere circolarità che produca sofferenze. La riflessione che si può fare su questo prodotto è anche di tipo epistemologico, ovvero il ragionare su come si producono le idee in campo scientifico e tecnologico. Detta così sembra una riflessione tostissima, ma la si può tradurre in modo più semplice. Nello sviluppo di innovazione c’è un percorso mentale – non sempre, direi tipicamente in casi importanti – che si può definire come un rovesciamento di prospettiva. Prendiamo la ruota. Qualcuno deve aver capito, magari osservando un masso che rotolava giù da una collina, che se un oggetto, un peso sarebbe meglio dire, poggia poco sul terreno, allora l’attrito è minimo e il peso si trasforma in un motore. Un masso cubico non scende dalle scarpate. La ruota funziona perché la rotondità si propone al terreno con una superficie minima. Così come ai tempi delle pompe che estraevano l’acqua dalle miniere di carbone britanniche – accadde ai primi del 19° secolo quando, per costruire le navi dell’immensa flotta, gli alberi più alti rimasti in Gran Bretagna erano le margherite e la gente moriva di freddo – si capì che uno stantuffo a vapore che faceva il vuoto in un cilindro poteva diventare un marchingegno per muovere delle ruote. Servalli mi ha detto che in una giacca, mediamente, ci sono oggi 25 materiali diversi. Pensare di utilizzarne uno vuol dire che si guarda a tutte le tecnologie esistenti come strumenti per produrre variazioni sullo stesso tema, come una fuga di Bach, e il tema è un singolo materiale. Questo approccio apre a un territorio di enormi proporzioni per la Ricerca e Sviluppo. Però qui emerge una vicenda particolare, molto culturale, molto psicologica. Con la giacca monomateriale credo non vi siano problemi di accettazione. Prendiamo invece un’auto

di fascia alta. Contiene pelle, tessuti pregiati, legno di radica, metalli vari, e così via. Sto parlando degli interni. Domanda: ma se si potesse lavorare un polimero in modo da trasformarlo in radica, nel suo aspetto? Oppure pensiamo agli yacht – e non necessariamente quelli dei magnati russi – nei quali troviamo orecchie di cammello, irrigidite e utilizzate come maniglie delle porte. Come andrebbero le cose? È un tema non nuovo, che qualche decennio fa si presentò anche nel campo della produzione d’arte. È ovvio che il messaggio artistico di una scultura di Donatello è perfettamente conservato in una sua bella copia. A maggior ragione in molte produzioni di arte moderna, nelle quali una fotografia ad alta definizione ci consegna una visione perfetta, per quale ragione dovrebbe evaporare il messaggio creativo solo perché osserviamo una copia? Invece, come si dice da tempo, una copia del pianeta non l’abbiamo, e quindi sarebbe bene trovare tutti i percorsi innovativi che possano preservare l’originale. Allora penso che si potrebbe sviluppare una ricerca di base indirizzata, senza valutare immediatamente le applicazioni, alla individuazione delle variazioni sul tema di uno stesso materiale, come dicevo prima. Molto libera e trasversale, che vada a esplorare tutte le gradazioni dal morbido al rigido – questa è la sostanza della giacca – dal ruvido al liscio, da temperature -X a +X, e così per tutte le alchimie possibili. È la scienza dei materiali che dovrebbe impegnarsi in questa direzione. Però senza lasciar perdere tutte le altre nelle quali sta producendo risultati notevoli.

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Largest bioc om conference in posites 2017

© Coperion, Faurecia, Tecnaro, Elastopoli

Biocomposites Conference Cologne

7th Conference on Wood and Natural Fibre Composites 6 – 7 December 2017, Maternushaus, Germany

Your contacts

Dr. Asta Partanen Programme, Sponsors, Biocomposite Award Mobile: +49 (0) 151 – 1113 0128 asta.partanen@nova-institut.de

Dominik Vogt Conference Manager, Exhibition Phone: +49 (0) 22 33 – 48 14 49 dominik.vogt@nova-institut.de

Following the recent trends of the wood and natural fibre composites market we have changed the name of the conference from 7th Conference on Wood and Natural Fibre Composites into Biocomposite Conference Cologne. It will be the largest conference on biocomposites worldwide this year. More than 250 participants and 30 exhibitors mainly from industries are expected!

Market opportunities through intersectoral innovation in biocomposites ■ The world’s most comprehensive biocomposite exhibition ■ Vote for “Biocomposite of the Year 2017” ■ Gala dinner and other excellent networking opportunities ■ Wood-Plastic Composites ■ Biocomposites in Automotive ■ Injection Moulding: Granulates and Applications ■ Biocomposites in 3D Printing

Organiser

■ Structural Applications ■ Raw Materials for Biocomposites – Wood and Natural Fibres and Polymers

www.nova-institut.eu

biocompositescc.com

nova-Institut GmbH | Chemiepark Knapsack | Industriestraße 300 | 50354 Hürth | Germany


Versalis il volto della chimica Versalis è al vostro fianco nelle sfide di un settore in costante evoluzione per sviluppare soluzioni innovative e tempestive da proporre al mercato. In Versalis lâ&#x20AC;&#x2122;eccellenza va oltre la semplice fornitura e si estende fino allâ&#x20AC;&#x2122;assistenza post-vendita.

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Materia Rinnovabile #17  

Bioeconomia, Economia Circolare, Green e Blue Economy, Sharing Economy: Materia Rinnovabile è il magazine internazionale che racconta i camb...

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