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MATERIA RINNOVABILE RIVISTA INTERNAZIONALE SULLA BIOECONOMIA E L’ECONOMIA CIRCOLARE 03 | aprile 2015 pubblicazione bimestrale Edizioni Ambiente

Vandana Shiva: quali condizioni per i biocombustibili? •• Michelangelo Pistoletto: riconciliare artificio e natura •• Karl Falkenberg: la bioeconomia ha bisogno di comunicare

Tesoretto? Arriva da campi e foreste •• Europa a caccia di biomassa •• Bioplastiche: testa a testa tra Asia ed Europa •• Si chiama EPR e farà una rivoluzione

Volare con l’olio da cucina •• Una bioraffineria a cielo aperto •• Mille vite per gli pneumatici •• Quando il design diventa circolare

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•• L’altra metà della ricchezza marina


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stakeholder dell’intera catena del valore della bioeconomia  Aiutare a sviluppare mercati per i prodotti e procedimenti biologici e per

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8^ edizione annual

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14/05/12

09:31

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05_2012


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Sommario

materiarinnovabile 03|aprile 2015 Free magazine bimestrale www.materiarinnovabile.it ISSN 2385-2240 Reg. Tribunale di Milano n. 351 del 31/10/2014

Antonio Cianciullo e Roberto Coizet

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L’economia della ripresa ha nuovi attori ora serve un riequilibrio tra regole e mercato

intervista a cura di Roberto Giovannini

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Vandana Shiva: “Niente terra solo per i biocombustibili”

Gianni Silvestrini

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Siamo tutti su una barca a vela

a cura di Matteo Reale

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Un nuovo paradiso tra artificio e natura Intervista a Michelangelo Pistoletto

a cura di Joanna Dupont-Inglis

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Aldo Femìa

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Un tesoretto da campi e foreste, 5,5 miliardi di tonnellate che possono diventare preziose

Mario Bonaccorso

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L’Europa alla ricerca disperata di biomassa

Hasso von Pogrell

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Bioplastiche: l’Europa è in testa ma l’Asia insegue adesso ci vogliono coraggio e innovazione

Marco Moro

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Bioeconomia e sicurezza alimentare: è in gioco il rilancio dell’agricoltura

Carlo Pesso

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Si chiama Epr, rivoluzionerà la produzione

Joachim Quoden

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Uno strumento per l’economia e per l’ambiente

Marco Gisotti

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Italia: la rimonta del compost

Emanuele Bompan

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Biocarburanti, il settore aereo prende il volo

Antonio Cianciullo

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In Sardegna nasce l’alleanza tra coltivatori e chimica verde

Direttore responsabile Antonio Cianciullo

Hanno collaborato a questo numero Emanuele Bompan, Mario Bonaccorso, Piero Caloprisco, Michael Carus, Ignaas Caryn, Massimo Centemero, Stefano Ciafani, Roberto Coizet, Giovanni Corbetta, Paolo Corvo, Joanna Dupont Inglis, Karl Falkenberg, Aldo Femia, Roberto Giovannini, Marco Gisotti, Federico Grati, Marko Janhunen, Giorgio Lonardi, Paola Mariani, Maurizio Montalti, Ilaria Nardello, Christian Patermann, Federico Pedrocchi, Carlo Pesso, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Quaranta, Joachim Quoden, Silvia Rapacioli, Matteo Reale, Roberto Rizzo, Vandana Shiva, Gianni Silvestrini, Roberto Verga, Hasso Von Pogrell, Giuliana Zoppis

Think Tank

Direttore editoriale Marco Moro

Ringraziamenti Florence Aeschelmann, Federica Mastroianni, Margherita Cugini, Tiziana Monterisi Coordinamento di redazione Paola Cristina Fraschini Editing Paola Cristina Fraschini, Diego Tavazzi Design & Art Direction Mauro Panzeri (GrafCo3), Milano Impaginazione Michela Lazzaroni Traduzioni Laura Coppo, Laura Fano, Franco Lombini, Elisabetta Luchetti, Mario Tadiello

Responsabili relazioni esterne Anna Re, Matteo Reale, Federico Manca Responsabile relazioni internazionali Carlo Pesso Ufficio stampa Silverback www.silverback.it info@silverback.it Contatti redazione@materiarinnovabile.it Edizioni Ambiente Via Natale Battaglia 10 20127 Milano, Italia t. +39 02 45487277 f. +39 02 45487333 Pubblicità e promozione marketing@materiarinnovabile.it Abbonamenti per la versione su carta (6 numeri all’anno) Solo on-line su www.materiarinnovabile.it/modulo-abbonamento

Policy

Coordinamento generale Anna Re

In diretta da Berlaymont Bioeconomia europea: comunicare, comunicare e comunicare Intervista a Karl Falkenberg

Questa rivista è composta in Dejavu Pro di Ko Sliggers Prodotto e stampato in Italia presso GECA S.r.l., San Giuliano Milanese (Mi) Copyright © Edizioni Ambiente 2014-2015 Tutti i diritti riservati


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Giorgio Lonardi

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Da semplice combustibile a jolly delle risorse: per i vecchi pneumatici c’è una rinascita in vista

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La generazione distribuita arriva anche nella produzione delle bioplastiche

Roberto Rizzo

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La Pianura Padana: una bioraffineria a cielo aperto

Maurizio Quaranta

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Biomateriali al top

Emanuele Bompan

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Circular design: la materia esce dal purgatorio

Stefano Ciafani

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Bioeconomia e ambiente Per la salute una minaccia che si rinnova

Ilaria Nardello

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Profondo blu L’altra metà della ricchezza marina

Federico Pedrocchi

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Pillole di innovazione Giallo oro

Rubriche

Case Histories

Roberto Rizzo

I N D U S T R I E

G R A F I C H E

Stampato da Geca Industrie Grafiche con inchiostri a base vegetale privi di oli minerali. Il sistema produttivo di Geca non produce scarichi e ogni sfrido delle nostre lavorazioni è immesso in un processo di raccolta e riciclo. www.gecaonline.it

Stampato su Crush, carte ecologiche di Favini realizzate con sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali che sostituiscono fino al 15% della cellulosa proveniente da albero: copertina Crush Mais 250 g/m2, interno Crush Mais 120 g/m2. www.favini.com

In copertina Michelangelo Pistoletto Ingombrando nel Terzo Paradiso a cura di Francesco Saverio Teruzzi Albano Laziale, 2013 (foto di Pierluigi Di Pietro)

Partner

Networking Partner

Media Partner

Sostenitori


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materiarinnovabile 03. 2015

Editoriale

M R L’economia della ripresa ha nuovi attori ora serve un riequilibrio tra regole e mercato di Antonio Cianciullo e Roberto Coizet*

*Presidente di Edizioni Ambiente

Nel campo energetico tutti i riflettori sono accesi: le utilities stanno cambiando pelle. Dovranno fatturare meno con l’elettricità e più con i servizi. Passare da un regime di oligopolio a una rete alimentata da milioni di micro produttori di energia rinnovabile. Trasformare una gerarchia di potere basata sull’hardware di poche grandi centrali in un soft power retto dall’innovazione e dal marketing. Questa transizione, anche se non al centro delle discussioni da bar, è piuttosto nota nei suoi tratti generali. È però in corso un’altra transizione che dal punto di vista economico ed ecologico ha uguale importanza, ma stenta a catturare l’attenzione dei grandi media: il recupero della materia. Nel numero precedente della rivista abbiamo dato conto delle cifre in gioco: ogni anno vengono prelevati tra 50 e 60 miliardi di tonnellate di roccia, pietre, sabbia e ghiaia, per ottenere combustibili fossili si muovono altri 45 miliardi di tonnellate di materia, e per le biomasse 27 miliardi di tonnellate. Sono quantità enormi che producono un gigantesco impatto ambientale. E l’andamento sempre più irregolare del cardiogramma dei prelievi (dopo decenni di declino i prezzi delle commodities hanno iniziato a salire nervosamente) dimostra che questo impatto non è più governabile con i vecchi parametri dell’economia lineare che presuppone un’espansione infinita delle miniere e delle discariche. Il mercato ha registrato l’anomalia, ha intuito l’errore, ma non ha ancora messo a punto gli strumenti per risolvere il problema. Serve un nuovo punto di vista basato sul ritorno all’etimo di risorse (resurgere). E dunque sulla

circolarità dell’energia e della materia che mettiamo in campo. Serve una nuova mappa delle convenienze (economiche, ambientali, spirituali). Servono nuovi protagonisti della scena economica in grado di rispondere alle esigenze che si stanno manifestando. Materia Rinnovabile vuole aprire un dibattito per mettere a fuoco l’identità di questi attori dell’economia nascente, per individuare le loro esigenze e per capire in che modo si possano creare le condizioni di contorno per permettere ai nuovi interessi collettivi di vincere più rapidamente le resistenze del cartello degli oligopoli del ventesimo secolo. Proviamo a trovare le risposte ad alcune domande. Per esempio: quali sono le regole e le opportunità di mercato che consentono lo sviluppo dell’economia circolare? Deve prevalere l’iniziativa pubblica o quella privata? Quale equilibrio va costruito tra mercato libero e mercato “amministrato” (cioè orientato in modo da favorire economicamente i soggetti considerati più “virtuosi”)? E proviamo a individuare alcuni elementi di possibili risposte. Per esempio. L’economia circolare persegue al tempo stesso interessi pubblici (è una strategia intelligente per far crescere il benessere collettivo limitando al massimo l’impatto sugli ecosistemi) e privati (è fatta soprattutto da imprese anche se non mancano le strutture no profit). Ciò significa che deve esistere una convenienza economica, un vantaggio individuale e collettivo, nel far circolare e ricircolare i flussi di materia all’interno dei cicli di produzione. Se parliamo di rifiuti, il vantaggio economico comincia


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in un punto preciso: quando i materiali raccolti valgono di più del costo necessario per raccoglierli. In quel momento i sistemi di raccolta, di selezione e di recupero si trasformano da “costi obbligati” in opportunità di business. Oggi siamo in una fase storica di passaggio: per molte tipologie di rifiuti (soprattutto gli industriali e commerciali) è stata varcata la soglia della convenienza economica: raccoglierli è un buon affare e rivendendoli si guadagna; per altre frazioni (soprattutto gli urbani) il traguardo non è raggiunto ma è in vista. In questo quadro diventa importante la discussione sui modelli di funzionamento. Quali sono le soluzioni che portano ai migliori risultati ambientali ed economici? Negli ultimi 20 anni si sono sviluppati sistemi nazionali di gestione dei rifiuti definiti compliance schemes, cioè “sistemi di conformità alle norme”: sono organizzazioni che assumono in carico gli obblighi di recupero e riciclo attribuiti alle imprese sulla base della “responsabilità del produttore”. Secondo le norme europee (ma ormai il principio si sta diffondendo a livello planetario) chi produce una merce ha infatti la responsabilità dei rifiuti che genera, ma per convenienza può affidarsi a un’organizzazione riconosciuta – un compliance scheme – che, a fronte di un contributo versato dall’azienda, raccoglie in modo documentato le quantità richieste. È una formula che vale ormai per diverse tipologie di rifiuti: gli imballaggi, i rifiuti elettrici ed elettronici, gli pneumatici, gli oli minerali o vegetali, le batterie. Vale a dire per parecchie decine di milioni di tonnellate

di materiali recuperabili che vengono gestiti e reimmessi nei cicli produttivi. I compliance schemes hanno un ruolo molto particolare perché disegnano un nuovo equilibrio tra norme e mercato, tra associazioni di imprese e amministrazioni locali, tra libera concorrenza e mercato amministrato; cioè tra beni comuni e interesse privato. Questo equilibrio è in continua evoluzione e i compliance schemes giocano un ruolo fondamentale in questo processo di innovazione: sono strutture che accompagnano, per gradi, la società verso nuove soluzioni che a poco a poco trovano fluidità di mercato e convenienza economica. Ecco perché questa rivista intende aprire una discussione diretta con i principali compliance schemes internazionali in modo da costruire, attorno agli spunti contenuti in questo articolo, una proposta utile per la collettività e per le aziende. Si tratta di mettere a fuoco sempre meglio il modello: quali sono i dispositivi più efficaci nei diversi contesti socioeconomici? Alcuni modelli appaiono più solidi e duraturi, altri sembrano più adatti in situazione di transizione. Tutti i sistemi rispondono, in modo più o meno accentuato, a esigenze di interesse pubblico e di sostenibilità ambientale, e tutti – poiché sono costituiti essenzialmente da imprese – devono garantire bilanci sani a ciascuno degli interpreti della filiera. I modelli più efficaci potranno essere esportati nei paesi che non ne sono ancora dotati, estendendo ulteriormente l’ampiezza dell’economia circolare.


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Think Tank

Vandana Shiva: “Niente terra solo per i biocombustibili” intervista a cura di Roberto Giovannini

La leader di Navdanya chiede di distinguere tra monocolture agroindustriali mirate a sostituire combustibili di origine fossile e la produzione locale di carburanti da biomassa. Il primo modello è da condannare perché incentiva gli sprechi, il secondo invece offre una possibilità di riuso di prodotti che altrimenti potrebbero trasformarsi in rifiuti.

Vandana Shiva, scienziata, filosofa, attivista e ambientalista indiana. Fondatrice di organismi di ricerca e del movimento Navdanya per la conservazione della biodiversità e la difesa delle comunità locali, delle loro risorse e delle donne in particolare. È una delle voci di maggior prestigio sulle tematiche più controverse della globalizzazione.

Un biocombustibile “buono” derivante da una coltura dedicata all’energia non esiste. Secondo Vandana Shiva, fisico e fondatrice del movimento Navdanya (Nove semi), tutti i biocarburanti che sottraggono alla produzione di alimenti terreno agricolo, o che – ancora peggio – derivano direttamente da cereali o da altri prodotti destinati all’alimentazione umana sono da condannare, perché ripropongono un modello basato sui sussidi, sullo spreco di energia, su una logica agroindustriale nefasta. Diverso, spiega la scienziata indiana, è il caso del riuso e del riciclo locale a fini energetici di sottoprodotti agricoli e non in grado di generare biofuel: “queste – dice a Materia Rinnovabile – al contrario sono pratiche assolutamente utili e necessarie, che vanno estese e diffuse se vogliamo che la gente ritorni a vivere e lavorare la terra, e conquistare una duratura sicurezza alimentare”.

Roberto Giovannini, giornalista, scrive di economia e società, energia, ambiente, green economy e tecnologia.

A suo tempo si affermò che la crisi alimentare del 2008-2009, oltre che da una serie di circostanze climatiche e meteorologiche, esplose anche a causa della sottrazione di terreno alla produzione agricola, destinato alla produzione di biocarburanti. Cos’è cambiato da allora? C’è maggiore consapevolezza? “Innanzitutto bisogna chiarire che non tutti i biocarburanti, i carburanti liquidi che derivano da biomassa, possono essere considerati indistintamente. Bisogna distinguere tra monocolture agroindustriali mirate a produrre carburanti per far andare le automobili o in generale per sostituire combustibili di origine

fossile, e la produzione locale e diffusa di carburanti da biomassa, tipica del Terzo Mondo. Quel che è successo qualche anno fa è stato una combinazione di fattori: primo, la sottrazione di terra alla produzione alimentare, destinata a grano per etanolo, soia, palma e colza per fare biodiesel. Secondo, l’ondata speculativa che dopo la crisi immobiliare e finanziaria del 2008 ha lanciato un attacco sulla terra e sulle materie prime. Infine, il fatto che l’intero fenomeno della sottrazione di terre agricole a favore dei biocarburanti non potrebbe esistere, se non fosse alimentato dai generosi sussidi esistenti negli Stati Uniti e in Europa. Questi tre fattori, purtroppo, continuano a operare. Non sono stati né ridotti né tantomeno eliminati.” In Europa si è cominciato a pensare di riutilizzare le numerose terre marginali che una volta, tanto tempo fa, erano utilizzate dai contadini, ma che ora non è conveniente coltivare e che sono più o meno abbandonate. In alcuni casi ci sono investitori interessati a coltivazioni industriali finalizzate a biocarburanti. Cosa ne pensa? “La terra è ‘abbandonata’ per la semplice ragione che l’agricoltura è stata deliberatamente resa non più redditizia, attraverso i meccanismi dei sussidi e lo spostamento della redditività sulla produzione di mangime per animali e biocarburanti, piuttosto che sull’alimentazione umana. Se si guarda al sistema alimentare nel suo complesso, questa terra e la sua produzione potenziale non è affatto inutile o in surplus; ma viene considerata tale perché si è reso impossibile alle famiglie di contadini di coltivare la terra. Una cosa scandalosa, ancora più grave per voi italiani e per tutti gli europei mediterranei.” Quali sono i motivi che rendono più grave questo fenomeno per i paesi del Mediterraneo? “Sappiamo che la crisi economica in Europa

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Davvero qualcuno pensa che l’attuale sistema basato sui combustibili fossili e su elevati livelli di consumo di energia possa essere conservato semplicemente spostando la pressione dai fossili alle biomasse? È impossibile.

ha colpito soprattutto l’Europa meridionale: in Grecia, Spagna, Italia, Portogallo il problema peggiore è quello della disoccupazione giovanile, ma nessuno ha mai pensato di dare terra ai giovani, e avere insieme lavoro e cibo. Eppure sarebbe una risposta logica: generare occupazione e insieme vera sicurezza alimentare – con cibo biologico, sano, locale – piuttosto che devastare deliberatamente l’agricoltura attraverso i sussidi. Mi pare una cosa atroce. Lo definirei tranquillamente ‘landgrabbing all’europea’.” Non c’è nessuna differenza quindi tra un campo di jatropha in Mozambico, o un campo di arbusti mirati alla produzione di biocarburanti in Europa. “È la stessa cosa dal punto di vista della terra, del suolo, se così si può dire, ed è la stessa cosa dal punto di vista delle persone e della società umana. Certo c’è più povertà in Mozambico; ma c’è una nuova povertà anche in Europa, ed è una povertà decisamente crudele.” Eppure per molti è una scelta giusta, anche dal punto di vista del cambiamento climatico, lasciare sotto terra i combustibili di origine fossile e spostarsi sui biocombustibili... “Davvero qualcuno pensa che l’attuale sistema basato sui combustibili fossili e su elevati livelli di consumo di energia possa essere conservato semplicemente spostando la pressione dai fossili alle biomasse? È impossibile, bisognerebbe sottrarre alla produzione ogni singolo appezzamento di terra. La realtà è che noi sprechiamo troppa energia, e che abbiamo creduto che il consumo di energia sia la misura del progresso della nostra società e della nostra economia. Dobbiamo realizzare un cambiamento globale di modello energetico basato sul powering down, puntare sulle fonti rinnovabili, che non mettono sotto pressione la terra. E renderci conto che la crisi alimentare è già in atto persino in Europa.”

Bisognerebbe uscire dalla logica del cosiddetto libero mercato, che in realtà è libertà per le grandi corporation e assenza di libertà per i contadini e per i consumatori.

Apparentemente non sembrerebbe... “Eppure è così: l’Europa importa soia ogm dall’Argentina, dal Brasile e dagli Usa per dar da mangiare ai suoi animali. Dovreste piuttosto, come ho detto prima, usare la terra per generare lavoro e insieme sicurezza alimentare.” All’inizio parlavamo di biocombustibili “buoni”: in Italia sempre più aziende agricole adoperano la biomassa agricola di scarto per generare calore o energia o biocarburante. Anche queste pratiche sono contestabili e negative? “Assolutamente no: sono invece pratiche giuste e necessarie, valide in paesi a basso tasso di tecnologia come in paesi più avanzati. Alla fine, è una cosa che si fa da secoli, il riuso locale

di scarti della produzione agricola per generare energia in un ciclo chiuso. Io contesto il ricorso a processi su larga scala, monocolturali, finalizzati a produrre biocarburanti liquidi per l’industria, fondati su sussidi pubblici indispensabili per renderli economicamente convenienti. Questo fa male alla terra, al suolo e all’economia agricola, perché mantiene in piedi un sistema che invece va abbandonato a favore di un altro basato sulle rinnovabili e sul riciclaggio.” Lei conosce molto bene l’Italia e il suo paesaggio agricolo. Sappiamo che le piccole aziende agricole familiari fanno fatica a sopravvivere, nonostante i sussidi economici pubblici nazionali o europei che pure esistono. Come si può fare per invertire questa tendenza e far tornare la gente sui campi? “Ancora una volta, io distinguerei nettamente tra i sussidi – che in realtà non vanno ai contadini, se non in piccolissima parte, ma vanno all’agrobusiness – e il modestissimo sostegno poco più che simbolico di cui beneficiano le piccole aziende agricole. Guardiamo al latte: per i piccoli il costo di produzione è superiore al ricavo che se ne può trarre sul mercato, grazie ai sussidi è esattamente l’opposto per i grandi produttori, con un meccanismo che strutturalmente indebolisce i primi e arricchisce i secondi. Bisognerebbe, invece, abolire i sussidi all’agroindustria, e aiutare i piccoli contadini. Bisognerebbe uscire dalla logica del cosiddetto libero mercato, che in realtà è libertà per le grandi corporation e assenza di libertà per i contadini e per i consumatori. Ancora, occorre un rapporto più diretto ed efficace tra chi coltiva il cibo e chi lo consuma. In Italia il movimento ‘Chilometro Zero’ è stato ostacolato dalle regole dell’Unione europea: i tentativi per esempio di adottare per la refezione scolastica cibo prodotto localmente sono stati ostacolati da Bruxelles, secondo cui tutto questo contrasta con la liberalizzazione degli scambi. In altre parole, la logica delle liberalizzazioni si contrappone direttamente all’esigenza delle persone di produrre e consumare cibo localmente. La terra non può essere soltanto una materia prima da accaparrare impunemente, per giunta una delle materie prime più sicure e redditizie. Dobbiamo affrontare con coraggio il tema dell’accesso alla terra, specie per i giovani. Anche di questo si occuperà un Manifesto che come movimento Navdanya presenteremo tra poco all’Expo di Milano.”


Think Tank

SIAMO TUTTI

su una barca a vela di Gianni Silvestrini

1. A. J. Hunt (a cura di), Element Recovery and Sustainability, RSC Green Chemistry Series, Cambridge, 2013. 2. T. Bastein et al., Opportunities for a Circular Economy in The Netherlands, TNO, 2013. 3. tinyurl.com/ps5agsu.

Il 22 dicembre del 2005, Ellen MacArthur annotava nel suo diario di bordo: “I’ve got a real problem. I’ve gone off muesli bars and, unfortunately, I based my diet on eating a lot of them. Worse than that, I’ve gone off porridge as well”. In un giro del mondo senza scalo è fondamentale saper gestire le risorse limitate che si hanno a disposizione. In barca, in mezzo all’oceano, è del tutto improbabile riuscire a procurarsi altre barrette al muesli. E quando il problema non sono le barrette o il porridge? Nella solitudine dell’oceano ha capito l’importanza, per sopravvivere, della gestione di risorse scarse come cibo, acqua e attrezzature. Ellen MacArthur, velista inglese di 28 anni, nel 2005 batte il record della circumnavigazione in solitaria del globo in soli 71 giorni. Negli anni successivi non abbandona la passione per le barche, ma decide di trasferire la filosofia elaborata navigando, al mondo della produzione. Crea quindi una Fondazione, che porta il suo nome, con l’obiettivo di “accelerare la transizione verso un’economia circolare”. Anche l’economia deve infatti fare i conti con risorse finite. Se non si rimette in discussione

Gianni Silvestrini è presidente di Gbc Italia, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, presidente di Exalto. Dal 1978 svolge attività di ricerca nel settore energetico presso il Cnr e il Politecnico Milano, dove è responsabile del Master Ridef. Gianni Silvestrini

Il presente articolo prende spunto ed espande alcuni contenuti del volume Due gradi di Gianni Silvestrini, Edizioni Ambiente, 2015.

il prevalente modello di sviluppo lineare, dove domina la logica dell’usa e getta, nei prossimi decenni la disponibilità di diversi elementi – come oro, argento, indio, iridio e tungsteno – è destinata a scarseggiare.1 L’attenzione sulle positive ricadute di un’economia circolare ha portato ad analisi approfondite su diverse scale. Un interessante studio sulle prospettive dell’economia circolare a livello nazionale è stato elaborato in Olanda.2 Analizzando 17 gruppi di prodotti del settore elettronico e meccanico si è valutato che a fronte di un fatturato di 16,5 miliardi euro/a, l’attuale livello di “circolarità” già consente guadagni per 3,3 miliardi di euro (cioè pari la 20%). Un aumento delle attività di manutenzione, riuso e riciclaggio consentirebbe di incrementare le entrate di 0,5 miliardi di euro. Naturalmente questo comporterebbe una riduzione delle vendite di prodotti nuovi, un fatto privo di ripercussioni interne nel caso olandese, visto che vengono importati. Anzi, il vantaggio legato alle minori importazioni viene stimato in 0,4 miliardi di euro portando così i benefici a 0,9 miliardi euro/a, oltre alla creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro (figura 1). Estendendo i vantaggi dell’economia circolare all’intero comparto produttivo olandese, si è stimata una crescita di 7,3 miliardi euro/a, pari all’1,4% del Pil con un incremento di 54.000 occupati. Quanto tempo occorrerebbe per avviare questa transizione? Una quindicina di anni, ma con la metà dei benefici concentrati già nel primo triennio. E si tratta di un percorso che l’Olanda sta in effetti favorendo. La banca Rabobank, per esempio, nel 2013 ha finanziato con 740 milioni di euro le attività “circolari” delle aziende olandesi, con l’intenzione di aumentare sensibilmente il supporto nei prossimi anni.3 Tale analisi riferita a un piccolo paese chiarisce le grandi potenzialità legate alla diffusione di questa filosofia. Allargando lo sguardo a livello mondiale, i margini di intervento sono evidenti: nel 2010 erano 65 miliardi le tonnellate di materie prime entrate nei cicli produttivi e solo un 20% veniva recuperato. Un ridisegno delle modalità di produzione e il recupero spinto dei materiali potrebbe

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Ellen MacArthur, velista inglese di 28 anni, nel 2005 batte il record della circumnavigazione in solitaria del globo in soli 71 giorni

Figura 1 | Aumento del valore nei settori dei materiali elettrici e meccanici incrementando le attività di riparazione, riuso e riciclaggio in una logica circolare rispetto alla situazione attuale in Olanda

Riciclo 4,5

+15%

4,0 Riutilizzo dei componenti

3,5

+36%

Milioni di euro

3,0 2,5

Riutilizzo dei prodotti

2,0

+31%

incrementare questa percentuale fino al 50%.4 Lo sviluppo delle potenzialità di un’economia circolare consentirebbe quindi di invertire la tendenza attuale e di orientarla decisamente verso un migliore e minore utilizzo di materia ed energia.5 In realtà esistono esempi virtuosi di riuso e recupero dei materiali, in particolare in paesi con poche materie prime: così il Giappone, per esempio, ricicla il 98% dei metalli.6 E sono diversi i paesi che, analogamente al miglioramento dell’intensità energetica, fanno registrare una riduzione dell’intensità di impiego dei materiali. Prendiamo il caso del Regno Unito. Nel 2000 l’economia inglese assorbiva 520 milioni di tonnellate di materie prime e ne recuperava

1,5 1,0

Riparazione +28%

0,5 0 Situazione attuale

Dopo l’implementazione delle misure per incrementare la circolarità

Fonte: “Opportunities for a circular economy in the Netherlands”, TNO, 2013.

4. Towards The Circular Economy. Opportunities for The Consumer Goods Sector, v. 2, Ellen MacArthur Foundation, 2013. 5. Towards The Circular Economy: Accelerating The Scale-Up Across Global Supply Chains, World Economic Forum, gennaio 2014. 6. L. Hao et al., “Analyses of Japanese Circular Economy Mode and its Inspiration Significance for China”, Advances in Asian Social Science, v. 3, n. 4, 2012.

Ellen MacArthur ©OMEGA Ltd

materiarinnovabile 03. 2015


Think Tank 8. Vedi nota 3. 9. The European Environment – State and Outlook 2015, European Environmental Agency, febbraio 2015.

10. “Resource Revolution: Meeting the world’s energy, materials, food, and water needs”, Mc Kinsey Global Institute, novembre 2011.

andrebbe però decisamente accelerato, visti i notevoli benefici e le ricadute occupazionali che ne possono derivare. Nel caso del Regno Unito, in presenza di efficaci politiche che incoraggino l’economia circolare, si avrebbe un incremento di mezzo milione di posti di lavoro al 2030.8 Naturalmente la crescita nei settori del recupero, riuso e riciclo comporta anche la riduzione di posti di lavoro nei comparti tradizionali. È dunque importante valutare gli incrementi occupazionali netti, che nel caso del Regno Unito sono stati stimati pari a centomila occupati alla fine del prossimo decennio. Dunque, una politica intelligente che identifichi obiettivi ambiziosi, rimuova gli ostacoli e accompagni la trasformazione dell’economia, non solo consente un utilizzo più razionale delle risorse ma presenta un bilancio positivo anche dal punto di vista occupazionale.

7. J. Morgan, P. Mitchell, Employment and the circular economy, Green Alliance e WRAP, gennaio 2015.

Se si estende l’analisi all’intera Europa si ha un quadro analogo. I valori del 2012 delle materie prime impiegate, tenendo conto anche di quelle connesse alla produzione dei prodotti esportati e importati (Raw material consumption, Rmc), sono risultati leggermente inferiori rispetto a quelli del 2000, a fronte di una crescita del Pil del 16% (figura 3).9 A livello mondiale l’aumento della produttività delle risorse al 2030 legato all’adozione di politiche “circolari” consentirebbe di ridurre decisamente la domanda di minerali, energia, acqua e territorio (in alcuni settori del 30%) contribuendo ad allentare le tensioni e le instabilità sui prezzi.10

e riusava solo 50 milioni. Dieci anni dopo, a fronte di una crescita economica del 20%, l’impiego di materie prime si era ridotto a 420 milioni di tonnellate e, soprattutto, la quantità riciclata era più che raddoppiata passando a 115 milioni di tonnellate grazie a una serie di attività in grado di occupare 130.000 persone (figura 2).7 Dunque, seppure in maniera non omogenea, si sta registrando un aumento dell’efficienza dell’impiego delle risorse. Questo trend

Figura 2 | Evoluzione dell’utilizzo e recupero delle risorse nell’economia del Regno Unito tra il 2000 e il 2010 (milioni di tonnellate) 520

Fonte: J. Morgan, P. Mitchell, Employment and the circular economy, Green Alliance e WRAP, gennaio 2015.

420

210

160 115 50

2000

2010

Risorse estratte o importate

2000

2010

Risorse non riciclate

2000

2010 Risorse riciclate

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materiarinnovabile 03. 2015 Figura 3 | Consumo di materiale in Europa e valore corretto per tenere conto di importazioni ed esportazioni tra il 2000 e il 2012

Fonte: The European Environment – State and Outlook 2015, European Environmental Agency, febbraio 2015.

Milioni di tonnellate

10.000 8.000 6.000 4.000 2.000

2012

2011

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

2000

0

Consumo di materie prime

Consumo interno di materie prime

Totale importazioni di materie prime equivalenti

Importazioni extra Ue-27

Totale esportazioni di materie prime equivalenti

Esportazioni extra Ue-27

11. tinyurl.com/o7hkd4p.

12. tinyurl.com/p62uq9k.

Stupisce quindi, sia in relazione ai risultati già raggiunti sia riferendosi alle evidenze degli studi che la stessa Commissione aveva fatto elaborare, la frenata europea sul pacchetto di politiche e obiettivi legati all’economia circolare. Alla fine di febbraio questo insieme di misure è stato infatti messo da parte: un pessimo segnale, mitigato dalla promessa di riprendere in futuro la discussione su questi temi in maniera “più ambiziosa”. Questa incertezza non rallenterà comunque lo sforzo della parte del sistema industriale più attenta nella chiusura dei cicli dei materiali e nella progettazione di oggetti che possano essere disassemblati, ricostruiti, riciclati. Proprio per accelerare questi processi,

la Fondazione MacArthur ha stretto un’alleanza con il World Economic Forum, puntando a coinvolgere importanti gruppi industriali che coprono il 5-10% del mercato mondiale delle plastiche, della carta, dell’elettronica e degli elettrodomestici, nell’ambito del Progetto Mainstream.11 Si tratta infatti di comparti nei quali esiste un ampio margine di intervento. Il 93% del teraftalato di polietilene (Pet) usato negli imballaggi viene ancora prodotto partendo da materiale vergine. L’obiettivo è di ridurre del 10% la quota non recuperata creando un valore di 4 miliardi dollari/a. Il miglioramento del recupero della carta nei paesi dove quest’attività è ancora debole consentirebbe una valorizzazione per 10 miliardi dollari/a. Ma il comparto dove i risultati possono essere veramente impressionanti è quello dei materiali elettronici e degli elettrodomestici che a fine vita hanno un valore di 390 miliardi dollari/a. In quest’area l’avvio di azioni e politiche concertate potrebbe portare a una valorizzazione pari a 52 miliardi dollari/a. Si tratta, come si vede, di programmi ambiziosi, che possono venire accelerati dall’adozione di norme adeguate. Come nel caso della Francia, che ha visto a marzo l’entrata in vigore di una legge contro l’obsolescenza programmata.12 Ma per essere realmente efficaci occorre alzare il tiro. E l’Europa deve riprendere il suo ruolo di guida.

©Shutterstock

Nei prossimi decenni la disponibilità di elementi come oro, argento, indio, iridio e tungsteno è destinata a scarseggiare.


Think Tank Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967 Courtesy Cittadellarte - Fondazione Pistoletto, Biella Foto: Paolo Pellion

Un nuovo paradiso tra artificio e natura Intervista a Michelangelo Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, Caracalla Paradiso Contemporaneo, 2012 Terme di Caracalla, Roma - Foto: Pierluigi Di Pietro

Michelangelo Pistoletto non è solo uno dei maggiori artisti contemporanei, ma un protagonista della riflessione del rapporto tra natura e cultura e della reinterpretazione dei materiali artificiali nella direzione di una trasformazione sostenibile della società. Ha attraversato da protagonista la stagione dell’Arte Concettuale e il movimento

a cura di dell’Arte Povera degli anni Sessanta, Matteo Reale interpretando una visione critica della società contemporanea. Uno dei suoi capolavori più noti, la Venere degli stracci (1967), riproduce una copia della Venere Callipigia, conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che volge le spalle al pubblico davanti a una montagna di stracci.

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materiarinnovabile 03. 2015 Matteo Reale è impegnato da diversi anni nel settore dello sviluppo sostenibile ed è tra i fondatori di Italian Climate Network, costola italiana del movimento internazionale 350. Si occupa di arte contemporanea, collaborando con alcuni tra i maggiori esponenti italiani.

Michelangelo Pistoletto Année 1 – Le Paradise sur Terre, 2013 Musée du Louvre, Paris - Courtesy Galleria Continua - Foto: Aureliene Molle

“Terzo Paradiso significa il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza.”

Il Terzo Paradiso nel Bosco di Francesco di Assisi, 2010 - Foto: Courtesy FAI

Il Terzo Paradiso, carta da regalo allegata a “Lettura”, Corriere della Sera, 22 dicembre 2013

Michelangelo Pistoletto disegna il Terzo Paradiso sullo specchio, 2010 - Foto: J.E.S.

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Il Manifesto del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, www.terzoparadiso.org/ testi/terzo_paradiso.pdf

Nel 2012, nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia, Pistoletto realizza l’opera Italia riciclata, utilizzando esclusivamente gli scarti prodotti nel corso degli allestimenti della Biennale. Nello stesso anno, si fa promotore di Rebirth-day, prima giornata universale della rinascita, che ha dato vita a oltre un centinaio di eventi in tutto il mondo il 21 dicembre. Nel 2013 il Museo del Louvre di Parigi ospita la sua mostra personale, Année 1 - Le Paradis sur Terre. Ancora nel 2013 riceve a Tokyo il Praemium Imperiale per la pittura. Nel maggio di quest’anno, Milano accoglie in Piazza del Duomo, in contemporanea con Expo 2015, una nuova opera Pistoletto, costituita da una mela, morsa e reintegrata, alta otto metri e posta al centro del “Terzo Paradiso”, nuovo simbolo dell’infinito, materializzato a terra da balle di paglia che formano una seduta, a comunicare l’armonia possibile tra natura e artificio. Secondo le stesse parole dell’artista (Manifesto del Terzo Paradiso, 2003-2015) “il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra, congiuntamente all’impegno di rifondare i comuni principi e comportamenti etici, in quanto da questi dipende l’effettiva riuscita di tale obiettivo. Terzo Paradiso significa il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza”. Come è nata in lei la necessità di immaginare un “nuovo Paradiso terrestre”? Perché la nostra civiltà deve introdurre un nuovo mito, deve puntare a una palingenesi culturale? “Questa necessità nasce passo dopo passo, all’interno della mia ricerca artistica, fin dagli anni Cinquanta, quando ho cominciato a fare i primi ritratti e i primi autoritratti. A un certo punto ho sviluppato dalla tela i primi quadri specchianti (una lastra di acciaio inox lucidato a specchio sulla quale è applicata un’immagine ottenuta mediante una tecnica di riporto fotografico, ndr): in questi che definisco autoritratti del mondo ho iniziato a ricomporre l’immagine di quanto riprendevo dall’ambiente circostante e in questo modo a rispondere a livello sociale, e non più individuale, alle domande che mi ponevo.” Le attività di Cittadellarte-Fondazione Pistoletto e la sua attività culturale degli ultimi anni presuppongono un nuovo rapporto tra arte e territorio. Quali processi di trasformazione attivano nel tessuto sociale e imprenditoriale le attività artistiche di Terzo Paradiso? “Il progetto di Cittadellarte nasce alla fine degli anni Novanta a Biella, in un territorio quindi di non grandi dimensioni. Cittadellarte significa cittadella, intesa come luogo difeso e protetto, circoscritto; ma anche città, intesa come estensione e apertura al mondo. La cultura


Terzo Paradiso - Coltivare la cittĂ , 2014 SuperOrtoPiĂš, Milano - Foto: Lorenzo Daverio

Terzo Paradiso, 2014, Palazzo del Consiglio europeo, Bruxelles - Foto: Nicola Setari

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materiarinnovabile 03. 2015 Rebirth-day, 2012, Zisa Zona Arti Contemporanee, Palermo Foto: Domenico Aronica

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“La mela è stata ricostruita perché il morso che l’uomo ha dato al frutto primordiale, simbolo dell’aggressione alla natura e del mondo artificiale di oggi, ci ha portato molto lontano.”

Il Terzo Paradiso per il Manifesto della Sostenibilità della moda italiana, 2012 Piazza Duomo, Milano - Foto: Studio Biasion

Rebirth-day 2012, Musée du Louvre, Parigi - Foto: Musée du Louvre

In questi ultimi anni, alcuni dei suoi progetti artistici più significativi hanno coinvolto elementi rinnovabili come la paglia di riso, utilizzata come materiale da costruzione, o la lana (Woollen - La mela reintegrata, 2007). Con che funzione? “Tutto il mio lavoro parte dalla valenza simbolica dell’esperienza artistica. L’opera Woollen - La mela reintegrata ha questa funzione: la mela è stata ricostruita perché il morso che l’uomo ha dato al frutto primordiale, simbolo dell’aggressione alla natura e del mondo artificiale di oggi, ci ha portato molto lontano. L’idea che sta alla base della mela reintegrata è quella, fondamentale, della rigenerazione. Per riprendere il titolo di Expo 2015, dobbiamo nutrire il corpo ma anche la mente del pianeta e la funzione dell’arte è proprio quella di ricostruire un tessuto simbolico. La mela reintegrata della Collezione Fondazione Zegna è fatta di lana, materiale per eccellenza della rigenerazione: è la veste della pecora, che viene lavorato senza forzare la natura. In questo modo l’uomo impiega la propria capacità artificiale sviluppando un abito completamente nuovo, ma nella direzione di un’unione con la natura. È il concetto alla base del segno dei tre cerchi

Michelangelo Pistoletto, Il Terzo Paradiso, 2013 Galleria Continua, San Gimignano

artistica svolge quindi una funzione di unione tra locale e globale. In questo senso lavoriamo direttamente sul territorio, come abbiamo fatto con Let Eat Bi. Il Terzo Paradiso in terra biellese. È un progetto che aggrega le risorse e le attività del territorio biellese, legate alla cura della terra, del paesaggio sociale e naturale, con l’obiettivo di favorire la solidarietà e l’inclusione sociale (il progetto valorizza per esempio il territorio coltivato e in disuso o dimenticato, come orti, frutteti, boschi, campi sociali, solidali, urbani, collettivi, di comunità, fino ai terreni degli orticoltori amatori, ndr).”

“Dobbiamo nutrire il corpo ma anche la mente del pianeta e la funzione dell’arte è proprio quella di ricostruire un tessuto simbolico.”


Michelangelo Pistoletto, Terzo Paradiso - La mela reintegrata (rendering), 2015, Palazzo Duomo, Milano

Think Tank che compongono il ‘Terzo Paradiso’: quella che chiamo la trinamica, la dinamica del numero tre, che ricongiunge e fonde elementi diversi tra loro per produrne uno nuovo che non esisteva e che equilibra i due contrari. È questo il metodo che occorrerebbe adottare in ogni processo: cercare prima l’idea opposta alla propria, e costruirne con essa una terza completamente nuova. In questo modo andiamo oltre il riciclo, creiamo qualcosa dalla nuova valenza politica, economica, sociale.” Quale senso assume quindi l’installazione della Mela di Milano in contemporanea con Expo 2015? “Dobbiamo ritornare alla terra. La mela morsicata del Paradiso Terrestre si è trasformata oggi in una mela interamente divorata dal mondo artificiale. La natura è sparita. Non si tratta più soltanto di un simbolo religioso, se pensiamo che anche la mela icona di Apple è una mela morsicata. Come vuole indicare l’opera che verrà realizzata a Milano, la natura dev’essere ricucita. Dev’essere reintegrata.”

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materiarinnovabile 03. 2015

Rubriche In diretta da Berlaymont

Bioeconomia europea: comunicare, comunicare e comunicare Intervista a Karl Falkenberg, Direttore Generale DG Ambiente della Commissione europea, a cura di Joanna Dupont-Inglis Joanna Dupont-Inglis si è specializzata in Scienze ambientali all’Università del Sussex e a quella di Nantes. Nel febbraio del 2009 è entrata a far parte di EuropaBio, l’associazione europea delle bioindustrie, e dall’aprile 2011 dirige il settore delle biotecnologie industriali.

Con il conto alla rovescia della Commissione già incominciato e l’economia circolare dell’Ue pronta al lancio, il Direttore Generale della DG Ambiente Karl Falkenberg parla con Joanna Dupont-Inglis del futuro sostenibile dell’Europa Se dovesse spiegare l’economia circolare a un bambino di 10 anni, come catturerebbe la sua immaginazione su un tema così complesso? “Cercherei di spiegargli che è come se fossimo su una navicella spaziale che viaggia per l’universo con una popolazione che si prevede passerà da 7 a 9 miliardi di abitanti nei prossimi 35 anni, quando a oggi non più di un miliardo di persone gode di standard di vita accettabili. Gli direi che nei prossimi 20 anni il numero di persone con il nostro stile di vita si moltiplicherà, arrivando a 5 miliardi. Se in futuro tutti vivranno consumando secondo i nostri standard attuali, questa navicella spaziale esaurirà le proprie risorse. Quindi, se vogliamo garantire un futuro alla navicella e al suo equipaggio, dobbiamo pensare molto bene a come possiamo essere più efficienti dal punto di vista delle risorse. Essere efficienti dal punto di vista delle risorse significa fare maggiore affidamento sulle risorse naturali. Allo stesso tempo dobbiamo però essere consapevoli del nostro capitale naturale, ossia dobbiamo cercare di capire che la quantità di aria pulita, di acqua, di suolo e di minerali sul pianeta è limitata. Il nostro attuale metodo di produzione lineare, che consiste nell’estrarre materie prime, fabbricare un prodotto e poi gettarlo in una

discarica alla fine del suo ciclo vitale, finirà per uccidere il pianeta. Quindi dobbiamo cercare di mantenere le materie prime all’interno di un ciclo chiuso: questa è la ragione per cui chiamiamo il nostro modello ‘economia circolare’.” Quali pensa siano le sfide principali per l’Europa nel compiere la transizione dall’economia lineare a quella circolare, in un momento in cui per molti è l’incertezza economica e non l’ambiente a essere al primo posto fra i motivi di preoccupazione? “È strano, perché vi sono moltissime prove che è proprio il settore delle tecnologie verdi ad aver aiutato l’Ue ad attraversare l’attuale momento di crisi. I principali settori che hanno continuato a creare posti di lavoro e crescita durante la recente crisi sono i così detti settori ‘verdi’ della nostra economia. Ma dobbiamo essere molto più bravi a comunicarlo. Ricordo per esempio lo stupore di un giornalista al quale ho detto che stiamo esportando più energia pulita e verde che non automobili! Bisogna che le persone comprendano questo fatto, e per molti aspetti abbiamo bisogno che la green economy esca dalla ‘nicchia dell’ambientalismo’. Nel mondo industriale abbiamo ormai compreso che l’economia circolare è il DNA competitivo dell’Europa. Nella green economy siamo competitivi a livello mondiale, e la domanda per la green economy è in crescita. Questo implica lavorare sul piano ingegneristico ma anche della governance, e creare il giusto contesto in cui poter operare. L’interesse da parte del mondo intero è evidente, e da molti paesi vengono a vedere come facciamo le cose qui in Europa. Quindi penso veramente che l’unico problema che abbiamo riguardi la comunicazione e la necessità di far comprendere il nostro messaggio.” È stato detto che la strategia dell’economia circolare si dovrebbe basare su una politica di crescita economica, con misure


Karl Falkenberg - Foto: polytalk2014.blogspot.it

Rubriche

appropriate e strumenti correlati. Lei oggi vede elementi incoraggianti che possono aiutare tutto ciò a diventare realtà? “Stiamo lavorando in stretta collaborazione con i nostri colleghi della DG Crescita (prima nota come DG Industria) e con altre DG che capiscono l’opportunità che abbiamo davanti a noi. Ma come sempre questo implica un cambiamento strutturale e un periodo di transizione. Anche quando si è passati dal muoversi su carri trainati da cavalli alle automobili e ai camion vi è stata molta resistenza nei confronti di questa transizione, e al momento assistiamo ad atteggiamenti simili. Ho incontrato molte realtà industriali che hanno chiaramente iniziato a investire in un nuovo futuro industriale sostenibile, ma d’altra parte vedo molti altri che sperano in altri anni di status quo per continuare a trarre profitto dagli investimenti industriali compiuti in passato. In un periodo di crisi economica globale questa reazione è particolarmente forte. La mia speranza è che chi stabilisce le regole a livello europeo e nazionale si assicuri che, pur tenendo in considerazione queste realtà, si lavori per creare un contesto che favorisca e premi le forze innovative della nostra società e non i ritardatari.” Come lei sa, la bioeconomia e l’industria biobased stanno lavorando e investendo con coraggio per lo sviluppo di un futuro dell’Ue basato sulle risorse rinnovabili, come dimostra l’investimento di 3,7 miliardi di euro del Joint Undertaking delle industrie

biobased lanciato l’anno scorso, e quest’anno il lancio dell’European Bioeconomy Alliance. Quale ruolo vede per la bioeconomia all’interno dell’economia circolare? “Penso che si tratterà di un ruolo molto importante. Vedo grande innovazione e grandi prospettive. Sotto molti punti di vista la bioeconomia è rinnovabile per definizione, perché lavoriamo con materie prime che si rigenerano anno dopo anno. La sfida sarà trovare la giusta ‘dimensione’. In passato abbiamo esagerato con l’economia rinnovabile: un esempio è la pesca eccessiva. Le risorse ittiche si riprenderanno e continueranno a offrirci nutrimento in futuro, ma solo se non le sovrasfrutteremo. La bioeconomia per me si trova di fronte alle stesse sfide. Possiamo utilizzare le nostre risorse forestali e altre biorisorse in molti modi nuovi e innovativi, ma dobbiamo assicurarci che il tutto resti nell’ambito della sostenibilità. Ciò significa non prelevare più di quanto gli ecosistemi siano in grado di rigenerare, e la sfida è riuscire a raggiungere questo equilibrio. Quindi dobbiamo stabilire che la sostenibilità è il nostro approccio di base.” Oltre ai provvedimenti di stimolo dei mercati, quali gli acquisti verdi e innovativi da parte del settore pubblico, quali altre misure potrebbero essere adottate per permettere alle industrie biobased e alle altre industrie di aprire la strada a un’economia circolare di successo nell’Ue? “Abbiamo ancora necessità di attirare

I principali settori che hanno continuato a creare posti di lavoro e crescita durante la recente crisi sono i così detti settori “verdi” della nostra economia.

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materiarinnovabile 03. 2015

Le attività industriali, gli stati membri e le regioni, sarebbero pronti a investire, a condizione di sapere per certo che vi sarà un quadro stabile, di supporto e a lungo termine.

Vi sono alcuni principi di base ai quali dovremmo tutti aderire: per esempio e soprattutto, non prelevare dalla natura più di quanto essa sia in grado di rigenerare.

investimenti, e ciò di cui gli investitori hanno bisogno sono stabilità e un contesto privo di incertezze. Dobbiamo convincere gli investitori che avranno a disposizione un periodo di tempo accettabile, in un contesto di condizioni favorevoli e di supporto, per poter recuperare i propri investimenti e creare nuovo mercato. Dobbiamo introdurre queste forme di sostegno perché noi, come società, pensiamo che l’economia circolare sia qualcosa che va sostenuta e di cui dobbiamo fare maggiormente utilizzo. Ovunque vado nell’Unione europea, dalla Finlandia all’Austria, alla Germania, alla Spagna e altrove, queste sono il tipo di richieste che sento. Le attività industriali, gli stati membri e le regioni, sarebbero pronti a investire, a condizione di sapere per certo che vi sarà un quadro stabile, di supporto e a lungo termine. Al momento comunque manca chiarezza su molte questioni fondamentali negli stati membri riguardo a molti aspetti critici, come l’ILUC (cambiamento indiretto di destinazione d’uso dei terreni, ndR) e come ciò che si intende davvero per gestione ‘sostenibile’ delle risorse. Se vogliamo approfittare di uno dei nostri punti di forza in quanto Unione, ossia il mercato unico, abbiamo bisogno di risoluzioni e accordo su questi aspetti. Esistono già alcuni strumenti per aiutare i prodotti più sostenibili a raggiungere i mercati, ma al momento nell’economia circolare i nostri obiettivi sono troppo a breve termine. Molti investimenti importanti realizzati oggi nell’economia circolare non diventeranno redditizi entro il 2020, ma più probabilmente entro il 2030 o il 2040. Le misure di sostegno che offriamo devono riflettere questo aspetto e dobbiamo essere pronti a rassicurare l’Ue e i leader internazionali della sostenibilità che il quadro di condizioni che abbiamo creato sarà favorevole a chi investe qui.” Vede un possibile ruolo in questo senso del pacchetto di investimenti di 315 miliardi di Juncker e dell’iniziativa Innovfin della European Investment Bank? “Sono convinto che abbiamo bisogno di ogni forma di finanziamento, ma di certo dobbiamo riuscire ad accedere al capitale privato. Il modello Juncker, che prevede finanziamenti privati a sostegno dei finanziamenti pubblici, è il modello che vedo applicato ovunque, dagli Stati Uniti ai paesi in via di sviluppo. Semplicemente oggi non ci sono abbastanza fondi pubblici. Ciò significa che dobbiamo utilizzare con saggezza i nostri soldi pubblici per avere un effetto moltiplicatore e incrementare la quantità di denaro con cui possiamo lavorare.” Un’economia circolare nell’Ue può incoraggiare approcci regionali alla produzione e all’utilizzo sostenibili? “Non penso che dovremmo concentrarci su un modello che funziona per tutti allo stesso modo. D’altra parte vi sono alcuni principi di base ai quali dovremmo tutti aderire: per esempio

e soprattutto, non prelevare dalla natura più di quanto essa sia in grado di rigenerare. Poi possiamo lasciare che le diverse regioni elaborino un proprio modello di economia rinnovabile e circolare, sempre nel rispetto di questo principio. Se sfruttiamo in modo eccessivo creiamo del debito ambientale e, come ho già detto, penso sia necessario essere concordi su cosa sia sostenibile per evitare la frammentazione del nostro mercato unico. Negli stati membri vedo però che queste preoccupazioni vengono condivise, e vi è un approccio concertato per affrontarle in modo responsabile, tenendo conto delle differenze e delle peculiarità locali.” La consultazione pubblica sull’economia circolare inizierà a giugno, e all’orizzonte abbiamo la Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici, la COP 21, a Parigi. Come pensa che l’economia circolare possa tenere conto della grande sfida dei cambiamenti climatici, specialmente in vista della minaccia per il nostro ambiente e per la biodiversità? “Sono convinto che la proposta dell’economia circolare tenga seriamente in considerazione i cambiamenti climatici sotto molti aspetti. I nostri colleghi della DG Clima stanno lavorando a stretto contatto con noi alla proposta dell’economia circolare, concentrandosi con particolare intensità sull’utilizzo di materiali secondari piuttosto che primari ogni qual volta è possibile nel caso di alluminio o vetro. Ma noi crediamo che avere ecosistemi forti e una sana biodiversità sia ancora la migliore politica di adattamento che abbiamo per affrontare la minaccia dei cambiamenti climatici. Siamo tutti consapevoli della connessione tra i tentativi di mitigare i cambiamenti climatici e lo sviluppo dell’economia circolare e, fatto importante, non lavoriamo più a compartimenti stagni. Lavoriamo insieme per vedere le cose nel loro complesso e vedere oltre, proponendo approcci di tipo olistico alle sfide che dobbiamo affrontare in tutti i settori di policy rilevanti.” Che cosa dovrebbero fare le industrie biobased oltre a contribuire alla consultazione della Commissione a giugno, per dare un contributo in direzione dello sviluppo di un’economia circolare e trarne giovamento? “Tre cose: comunicare, comunicare e comunicare. Molte persone si pongono ancora quesiti molto semplici: cosa significa bioeconomia? Come possiamo assicurarci quantità sufficienti di cibo? Come possiamo creare un contesto di sostenibilità? È poi è anche importante comprendere come funziona la fine del ciclo di vita. Che cosa può e dovrebbe essere riciclato e cosa no. In alcuni ambienti si pensa che chi produce combustibili da biomassa non sia un “riciclatore”, e forse questa cosa va approfondita. Nella nostra economia abbiamo bisogno di materiali, ma anche di energia.


Rubriche Naturalmente recuperare i materiali deve essere una priorità, ma dobbiamo anche capire che la peggiore opzione è quella di continuare a buttare rifiuti nelle discariche: a) perché inquinano e b) perché possono avere costi considerevoli per la società, e molto spesso li hanno. Possono volerci da 30 a 40 anni prima che il loro impatto si faccia sentire, ma di solito alla fine accade, che sia attraverso l’inquinamento dell’aria, del suolo o delle acque. Dobbiamo essere consapevoli della nostra reale capacità di produrre materiali riciclati di buona qualità. Con alcuni materiali sarà più facile rispetto ad altri, e perciò sarà necessario mettere in atto sistemi appropriati di separazione e di raccolta. Se non riusciremo ad avere materiali secondari di qualità non saremo in grado di utilizzarli, e dobbiamo evitare una reazione di riflesso che ci porti a credere che l’intero processo di recupero non funzioni. Abbiamo una gerarchia e ci siamo arrivati con cognizione di causa: le discariche sono l’opzione peggiore, il recupero energetico

è meglio, il riciclaggio dei materiali è ancora meglio, ma il modo migliore di gestire i rifiuti è evitare di produrli. Adesso sappiamo come le industrie biobased siano in grado di lavorare con nuove fibre, per esempio alcune di quelle che si trovano nei residui agricoli e forestali, e tutto ciò è emozionante, innovativo e ad alta tecnologia. Possono giocare un ruolo importante nella transizione verso l’economia circolare della Ue, e lo faranno.” Lei è Direttore Generale della DG Ambiente da oltre sei anni, e prima ha giocato un ruolo fondamentale nella Ue in campi molto diversi, dal commercio alla riunificazione della Germania. Che cosa la emoziona ancora quando va al lavoro al mattino? “Credo totalmente nell’Europa. L’Europa è la mia famiglia e assicurarsi che questa famiglia in crescita collabori invece che combattersi è per me una motivazione sufficiente.”

Le discariche sono l’opzione peggiore, il recupero energetico è meglio, il riciclaggio dei materiali è ancora meglio, ma il modo migliore di gestire i rifiuti è evitare di produrli.

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materiarinnovabile 03. 2015

Un tesoretto da campi e foreste 5,5 miliardi di tonnellate che possono diventare preziose di Aldo Femia

Aldo Femia è primo ricercatore presso l’Istituto nazionale di statistica (Istat). Esperto di contabilità satellite, e in particolare di conti ambientali in termini fisici, in passato ha lavorato presso il Wuppertal Insitut Für Klima Umwelt Energie e presso l’Ocse.

La “guerra per la biomassa” – ci avverte Mario Bonaccorso in un articolo nello scorso numero di Materia Rinnovabile – costituisce una prospettiva non troppo irrealistica. Se ne possono anzi già ravvisare le prime scaramucce in alcune politiche commerciali delle imprese e dei governi. La rivalità tra i diversi utilizzi potenziali delle biomasse, in effetti, si innesta ed esacerba altre guerre. Innanzitutto quella per l’acqua, che già sfocia in conflitto aperto in varie parti del mondo. Secondo le stime della Water Footprint Network, per una tonnellata di ortaggi, servono in media 300 metri cubi di acqua (300.000 litri); di frutta, 1.000; di cereali, 1.600; di legumi, 4.000. Coi prodotti derivati, ovviamente, va molto peggio: per 1.000 litri di bioetanolo dal mais servono 2,9 milioni di litri di acqua; per una tonnellata di burro, 5,5 milioni di litri; di bistecche di manzo, 15,5 milioni di litri. Poi c’è la guerra per i suoli, la cui forma commerciale è il land grabbing, che secondo Oxfam dal 2008 è decuplicato. Secondo la Fao, almeno il 55% di tutte le terre abitabili sono utilizzate per agricultura e allevamento. In questa situazione di scarsità globale di biomasse e di loro fattori di produzione, è cruciale dare risposta alla domanda, posta anche nell’articolo sopra citato: gli scarti agricoli e i rifiuti

che nella nostra economia abbondano possono essere sufficienti ad alimentare la bioeconomia e a evitare che la nuova domanda di biomasse che essa genera vada a inasprire i conflitti? Cercheremo qui di seguito di fornire non la risposta – che richiederebbe analisi delle tendenze delle economie e delle prospettive tecnologiche ben al di là delle possibilità di questo articolo – ma alcuni elementi quantitativi essenziali per la ricerca di tale risposta. A livello globale, secondo i dati di www.materialflows.net, l’uomo “governa” circa 27 miliardi di tonnellate annue di biomasse primarie, coltivate o naturali. Si tratta di circa il 22% dell’estrazione globale di materiali, e – secondo le stime di Haberl et al. relative all’anno 2000 – di circa un quarto di tutti i prodotti che la fotosintesi genera sulla terra. Questa cifra dà la cornice del flusso complessivo sul quale ragionare, nell’ambito del quale vanno trovati il cibo, i biomateriali (tradizionali e nuovi) e i biofuels. Nel breve periodo, espandere questa cornice appare possibile solo intensificando o estendendo l’attività di coltivazione, due prospettive che aprono problematiche ampie e finiscono presto per cozzare contro diversi dei planetary boundaries già noti ai lettori di questa rivista. Le attività agricole e forestali attraverso le quali l’uomo si appropria della biomassa,


Policy

e i modi in cui ne stimola la crescita, causano enormi pressioni su aree nelle quali i planetary boundaries sono già stati superati, quali la perdita di biodiversità, le interferenze con i cicli naturali dell’azoto e del fosforo, i cambiamenti climatici. La prospettiva più interessante, quella in cui bioeconomia e sostenibilità si possono forse sposare, è quindi quella di un uso “multiplo” delle biomasse. La grandissima parte dei residui generati nel prelievo, nella trasformazione o nell’uso finale della biomassa primaria sono infatti idonei a successivi utilizzi e trasformazioni. Questi riutilizzi non ampliano la cornice, ma allungano la vita economica della materia, ritardando il momento in cui i materiali tornano alla Natura, oppure ottimizzano il modo in cui essi vi ritornano. Dentro la cornice dei 27 miliardi di tonnellate si dipana un quadro complesso. Il 20% di queste biomasse (5,5 miliardi di tonnellate, di cui 0,7 in Europa) costituisce un sottoprodotto non commercializzabile soprattutto della coltivazione

di prodotti adatti all’alimentazione umana (oltre l’80%). Le altre coltivazioni e l’attività forestale generano, per unità di prodotto principale, una quantità di residui decisamente inferiore. Questi residui però sono tutt’altro che inutili, anche se non sono commercializzabili. Se lasciati sul suolo, essi restituiscono alla terra una parte di ciò che le è stato tolto e che serve per produrre nuove biomasse. Lo stesso avviene se la materia organica è restituita al suolo dopo il compostaggio. Tali forme di smaltimento, che permettono di limitare il ricorso a fertilizzanti artificiali e valorizzano (seppur implicitamente) gli scarti, rientrano a buon diritto nel campo della bioeconomia. Laddove invece si pratica il debbio (bruciatura in loco), che nel lungo periodo impoverisce il suolo privandolo della massa organica, o la biomassa di scarto è raccolta senza essere in qualche modo recuperata, la bioeconomia ha senz’altro un ruolo importante da giocare, sia in termini di diffusione delle pratiche virtuose di restituzione al suolo, sia con altre forme, più esplicite, di valorizzazione,

La prospettiva più interessante, quella in cui bioeconomia e sostenibilità si possono forse sposare, è quindi quella di un uso “multiplo” delle biomasse.

Biomasse movimentate intenzionalmente dalle attività umane nel 2011, per gruppi di paesi e per tipo 12 Fonte: www.materialflows.net

Biomasse utilizzate

Miliardi di tonnellate

10

Flussi ausiliari di biomasse non utilizzate

8 6 4 2 0

Ocse

Non-Ocse, reddito alto

Non-Ocse, reddito medio-alto

Non-Ocse, reddito medio-basso

Non-Ocse, reddito basso

Adatte all’alimentazione umana

Per alimentazione animale

Legname e altro (piante industriali, tabacco, ecc.)

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materiarinnovabile 03. 2015

Come la maggior parte dei paesi europei, l’Italia è un importatore netto di risorse naturali.

Delle 22 miliardi di tonnellate utilizzate – 2,7 miliardi in Europa – 8 sono adatti all’alimentazione umana, 11 sono utilizzati per nutrire gli animali; dalle foreste – vergini e non – vengono prelevati 2,5 miliardi di tonnellate di legname e altri prodotti. Solo una parte di quest’ultimo flusso è ottenuta dall’uomo attingendo ai preziosissimi stock di biomasse naturali (abbattimento delle foreste vergini e pesca eccessiva). Il resto, proviene quasi esclusivamente dalla nuova biomassa che si genera annualmente. Insieme con la bruciatura delle stoppie, quella della legna libera in atmosfera un miliardo di tonnellate di carbonio. Per quanto riguarda gli 8 miliardi di tonnellate di alimenti adatti agli uomini, occorre tenere conto dei “costi” (in termini di sottrazione di materia) della trasformazione, e dello spreco alimentare. Solo quest’ultimo, secondo la Fao, trasforma in rifiuto almeno un terzo delle biomasse adatte all’alimentazione umana. Contando anche quel che residua da trasformazione e consumo senza che ciò costituisca spreco (le parti non edibili degli alimenti), possiamo stimare in almeno 4 miliardi di tonnellate le biomasse che tornano disponibili per eventuali ulteriori utilizzi, dopo il passaggio per la trasformazione industriale e/o il consumo, nella forma di rifiuto. Anche qui, la bioeconomia può intervenire per recuperare questa preziosa materia

e alimentare con essa fertilità dei suoli, processi industriali, reti energetiche. Il resto degli 8 miliardi di tonnellate adatte all’alimentazione umana, una volta ingerito e digerito, condivide con gli 11 miliardi di tonnellate destinati agli animali il destino di diventare in parte emissione in atmosfera (parte del carbonio e dell’idrogeno contenuti negli alimenti viene nel metabolismo animale legata con l’ossigeno respirato o trasformata in metano nella fermentazione enterica), e in parte escremento. Sarebbe utile poter disporre di stime espresse in termini di sostanza secca, o con umidità standardizzata, mentre solo il foraggio (gran parte degli 11 miliardi di tonnellate destinate agli animali) è quantificato normalizzandone il contenuto d’acqua al 15%. Della sostanza secca ingerita, si può comunque dire che il carbonio contenuto nelle emissioni è stimabile intorno al miliardo di tonnellate, e che almeno i quattro quinti di essa tornano disponibili sotto forma di escrementi. Stiamo parlando, in definitiva, di almeno 8 miliardi di tonnellate di sostanza secca. Di nuovo, questa può essere restituita al suolo e/o utilizzata per produrre biogas. La situazione italiana L’Italia, con la sua impronta idrica annuale di 130.000 milioni di metri cubi, della quale il 61% fuori dai confini, con la sua impronta ecologica pari a 3,8 volte la sua biocapacità e numerose imprese che acquisiscono terre oltremare (spesso per produrre biofuels), condivide con buona parte del mondo economicamente forte molte buone ragioni per gestire oculatamente le biomasse che ha a disposizione. Come la maggior parte dei paesi europei, l’Italia è un importatore netto di risorse naturali. Per le risorse rinnovabili, a differenza di quelle non rinnovabili, esiste un possibile trade off fra prelievo interno e importazioni: le biomasse costituiscono nel 2013 il 27,8% dell’estrazione interna di materiali utilizzati e il 13,4% dei flussi dall’estero. Questi coprono circa il 27% del fabbisogno di biomasse del sistema produttivo e dei consumatori del paese. I flussi dall’estero appaiono in regolare crescita,

Movimentazione di biomasse utilizzate, Italia, 1991-2013 Fonte: Istat.

180 160

Prelievo interno

140 120 100 80

Importazioni

60 40 Esportazioni

20 0 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013

Secondo la Fao, lo spreco alimentare trasforma in rifiuto almeno un terzo delle biomasse adatte all’alimentazione umana.

quali la produzione di nuovi materiali e combustibili. Purtroppo non sono disponibili statistiche sulla incidenza delle varie modalità di smaltimento dei residui agricoli a livello globale, né è possibile formulare stime attendibili.

Milioni di tonnellate

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Policy

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Bilancio delle biomasse utilizzate in Italia (provenienza e destinazione), 1997 e 2010, milioni di tonnellate Input

Output

Input Input ausiliari

1997

Prodotti delle foreste Foraggio e residui utilizzati della coltivazione

2010

Prodotti della coltivazione e della pesca Importazioni

200

150

100

50

0

mentre i prelievi interni sono in costante diminuzione almeno da un ventennio: è evidente l’effetto sostituzione. Per tutte le biomasse utilizzate, l’estrazione interna tende alla diminuzione: sia quelle destinate alla zootecnia, nel 2013 pari a 46,5 Mt, sia quelle destinabili all’alimentazione umana (56,5 Mt), sia i prelievi dalle foreste (5,5 Mt). All’estrazione interna si sommano le biomasse importate: si tratta di prodotti dell’agricoltura potenzialmente utilizzabili dall’industria agroalimentare e di prodotti di tale industria. Le biomasse prodotte o lavorate in Italia vengono poi, sempre più, esportate: 40 Mt. nel 2013. È evidente il ruolo che va sempre più assumendo il nostro paese negli ultimi venti anni, di trasformatore di biomasse, mentre si assiste a una progressiva rinuncia a quello di produttore primario. Ciò porta con sé una tendenza alla riduzione dei residui agricoli, sui quali molto punta l’industria energetica. Sarebbe interessante a questo punto seguire le molteplici filiere dell’utilizzo delle biomasse, per cogliere i rifiuti man mano che ne emergono, e analizzarne i modi in cui sono utilizzati o sprecati. Rimandando a successivi approfondimenti l’esercizio, proviamo qui a formulare un quadro complessivo e seguire alcuni flussi importanti quantitativamente e qualitativamente, tra cui quelli che riportano alla terra la materia da essa ceduta alle piante. Mettendo insieme dati forniti da Istat e Ispra, è possibile definire, seppur con molte approssimazioni, un bilancio complessivo della trasformazione delle biomasse utilizzate nel nostro paese, contabilizzando sia il foraggio sia il letame in termini di sostanza secca. Dal raffronto tra il 1997 e il 2010 emerge chiaramente, oltre all’aumento sui flussi complessivi della quota del commercio estero (importazioni dal 24 al 31%, esportazioni dal 13 al 18%), il ridimensionamento della zootecnia. La sostanza secca contenuta nel letame – prezioso concime – prodotto in Italia, comunque, ammonta ancora almeno a una trentina di milioni di tonnellate. I residui della coltivazione e delle foreste generati in Italia, secondo una stima molto prudente, non comprensiva di parecchie coltivazioni ed espressa in termini di sostanza secca, ricavabile da informazioni pubblicate da Ispra, ammontano

0

50

100

150

200

a circa 18 milioni di tonnellate. Un terzo di questi materiali sarebbero già utilizzati in vario modo. Secondo una stima più completa e meno prudente, reperibile su www.materialflows.net, espressa in peso “tal quale”, la produzione di residui colturali ammonterebbe a 76 milioni di tonnellate. Ispra ci informa anche che la raccolta differenziata della frazione umida nel 2012, con 4,8 milioni di tonnellate, ha rappresentato in Italia il 40% della raccolta differenziata (con un rapporto di 13:1 tra le quantità raccolte pro capite nella regione più virtuosa – l’Emilia Romagna – rispetto all’ultima nella gradatoria, la Calabria). Di questi scarti, la parte verde raccolta separatamente, 1,8 milioni di tonnellate circa, è già presente nelle stime dei residui di coltivazione sopra citate. Vengono invece principalmente dai consumi finali delle famiglie e dalle imprese dei serivizi i circa 3 Mt rimanenti (frazione umida dei rifiuti solidi urbani). Nel 2011 3,5 Mt di rifiuti organici sono stati avviati a trattamento. Altri 0,5 Mt sono stati utilizzati nella digestione anaerobica. Secondo uno studio della SDA Bocconi, la quantità di materiale raccolto potrebbe, estendendo la raccolta differenziata della frazione umida a tutti i comuni italiani (nel 2014 la facevano 4.200 comuni), quasi raddoppiare. Ciò peraltro porterebbe fino a 7,7 Mt di emissioni di CO2 in meno e a un migliaio di occupati e 12 milioni di euro di produzione in più. La conclusione che ne traggono i ricercatori della business school, è che la filiera dell’organico dimostra che l’economia circolare può funzionare. E se lo dicono loro...

Bibliografia •• Haberl H. et al., 2007, “Quantifying and mapping the human appropriation of net primary production in earth’s terrestrial ecosystems”, Proceedings of the National Academy of Sciences, v. 104, n. 31, p.12,942-12,947; doi: 10.1073/pnas.0704243104. •• Ispra, Rapporto rifiuti urbani 2013; www. isprambiente.gov.it/it/ pubblicazioni/rapporti/ rapporto-rifiuti-urbaniedizione-2013 •• Istat, Sommario delle

Statistiche Storiche; seriestoriche.istat.it •• Martino R., Montermini A., “Quando si possono bruciare i residui colturali in campo”, www.fitosanitario.re.it/ files/2913/9704/9885/ Articolo_39_2013.pdf •• Mekonnen M.M., Hoekstra A.Y., 2011, “The green, blue and grey water footprint of crops and derived crop products, Hydrology and Earth System Sciences”, Hydrol. Earth Syst.

Output Esportazioni Rifiuti organici delle industrie alimentari Consumi finali Investimenti Letame Emissioni climalteranti Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat e Ispra.

Sci., 15(5): 1577-1600; doi:10.5194/hess-151577-2011. •• SDA Bocconi, Analisi della filiera del compostaggio, giugno 2014; www.slideshare. net/MilanoRecycleCity/ analisi-della-filiera-delcompostaggio •• Vitousek P.M et al., 1986, “Human appropriation of the products of photosynthesis”, BioScience, v. 36, n. 6, p. 368-373


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materiarinnovabile 03. 2015

Nei Paesi Bassi si sta studiando la possibilità di produrre sostanze chimiche da materie prime derivate dalla barbabietola da zucchero

L’Europa alla ricerca disperata di biomassa di Mario Bonaccorso

Mario Bonaccorso è giornalista esperto di finanza ed economia. Lavora per Assobiotec, l’Associazione italiana per lo sviluppo delle biotecnologie.

Volumi adeguati di biomassa, una catena di fornitura affidabile e il libero scambio. Sono questi i tre pilastri per lo sviluppo della bioeconomia, secondo un rapporto del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicato lo scorso febbraio e dedicato interamente all’Unione europea (EU Bio-Based Economy and Its Inputs). La relazione è semplice: se l’offerta di biomassa è limitata, il prezzo delle materie prime aumenterà influendo negativamente sulla fattibilità del settore. Per questo motivo – sostengono gli americani – sebbene sia un beneficio poter convertire la biomassa laddove viene prodotta, diventa fondamentale la disponibilità di poli logistici in grado di garantire una sufficiente disponibilità di materie prime da fonti alternative, la presenza di altri settori di trasformazione e un facile accesso ai mercati finali. Ovviamente, l’interesse di Washington è l’apertura del mercato europeo all’importazione di biomassa proveniente da oltre Atlantico. La disponibilità della biomassa è la linfa vitale della bioeconomia. Essere capaci di prevedere i flussi diventa strategico per i governi e per l’industria. Nell’ultimo periodo si è così assistito

alla proliferazione di analisi che provano a stimare come si modificheranno domanda e offerta negli anni. Uno studio dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) stima che se si sostituisse nel 2020 il 20% dei prodotti chimici e dei materiali a base petrolifera con prodotti chimici e materiali a base biologica ci sarebbe bisogno di 34 MMT (milioni di tonnellate metriche) di biomassa. Nel 2030 per il 30% di almeno 50 MMT. Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, oggi la biomassa utilizzata nell’Unione europea è di circa 1 MMT. Il nova-Institut (Germania) in Bio-based Polymers in the World stima che la produzione di biopolimeri nell’Unione è destinata a crescere dagli attuali 320.000 MT a circa 1,2 MMT nel 2020, grazie al traino esercitato dalle miscele di amido, dal Pet e dal Pla. Una spinta in questa direzione arriva anche dal Plant PET Technology Collaborative (Ptc) siglato nell’ottobre del 2012 da Coca-Cola, Heinz, Ford, Nike e Procter & Gamble con l’obiettivo di arrivare il più rapidamente possibile al 100% di Pet biobased per i loro prodotti. Ma la domanda crescente di biomassa in Europa difficilmente potrà essere soddisfatta dall’offerta locale. Quindi si importa, anche se ciò mette


Policy

L’Unione europea è dipendente dalle importazioni di biomassa dall’estero: nel 2014 sono arrivati dagli Stati Uniti 3,8 MMT di pellet di legno

in discussione la sostenibilità ambientale. A questo proposito, molte polemiche ha scatenato il piano di Versalis per la riconversione della raffineria di Gela, in Sicilia, che prevede l’impiego di olio di palma proveniente dalla Malesia. La problematica della biomassa apre quindi una problematica logistica, che paesi come Belgio e Olanda puntano a risolvere grazie alla presenza dei porti di Ghent e di Rotterdam, collocati in prossimità di un’area industriale a forte vocazione agricola e chimica. L’industria chimica olandese, spinta dall’abolizione delle quote zucchero prevista per il 2017 dalla nuova Politica agricola comune (Pac), ha programmato un investimento di un miliardo di euro in infrastrutture e servizi per la conversione delle barbabietole da zucchero in prodotti chimici biobased. AkzoNobel ha unito le forze con SuikerUnie, Rabobank, Agenzia di investimento e sviluppo dei Paesi Bassi del Nord, Provincia di Groningen e suoi porti marittimi per studiare la possibilità di produrre sostanze chimiche a partire da materie prime derivate dalla barbabietola da zucchero. A Deloitte è stato affidato il compito di eseguire uno studio di fattibilità sulla produzione commerciale di diversi tipi di biochemicals nel cluster chimico di Delfzijl. I risultati dell’analisi di Deloitte saranno pronti prima dell’estate. Sul fronte dei biocarburanti, oggi l’Unione europea è già fortemente dipendente dalle importazioni di biomassa dall’estero, con gli Stati Uniti in una posizione di primo piano: nel 2014 sono arrivati da oltre Atlantico 3,8 MMT di pellet di legno (per un valore di 730 milioni dollari) e circa 170.000 tonnellate di oli usati e grassi (150 milioni dollari). E visti i target fissati per i biocarburanti e l’energia rinnovabile e gli obiettivi di sostituire i materiali e i prodotti chimici a base petrolifera, è assai probabile che l’Unione dovrà fare ancora più affidamento sull’importazione di biomassa da paesi terzi. La Netherlands Enterprise Agency, un’agenzia governativa olandese, stima che il 90% dei 3,5 MMT di pellet necessari al paese dovrà essere

importato dall’estero, in prevalenza da zone extra europee. La stessa agenzia ha perciò avviato un programma – Biologik NL – per determinare quale struttura logistica sia la più efficace per trasportare questa biomassa dai paesi produttori ai trasformatori olandesi. Secondo l’analisi americana, la disponibilità di biomassa in Europa è però minacciata da esigenze di sostenibilità restrittive che non riescono a riconoscere le pratiche di sostenibilità degli altri paesi. L’importazione di mais per la produzione di bioetanolo è limitata dai requisiti di sostenibilità fissati dalla direttiva sulle energie rinnovabili dell’Ue. La stessa direttiva – lamenta il Dipartimento dell’Agricoltura americano – sta anche limitando l’importazione di semi di soia per la produzione di biodiesel. Se questo approccio verrà esteso alla biomassa – sottolinea il Dipartimento dell’Agricoltura Usa – l’Europa potrebbe mettere a repentaglio l’offerta di pellet dal Nord America. È sempre più evidente, dunque, che è a Bruxelles che si gioca la partita decisiva della bioeconomia europea e della sua sostenibilità. Ma è altrettanto evidente che la capacità dei singoli stati membri di influenzare la politica europea e di definire quale modello adottare è direttamente proporzionale alla loro capacità di avere un piano strategico nazionale. In questo senso mentre i paesi del Nord Europa hanno tutti adottato una strategia e giocano di squadra (Belgio, Paesi Bassi e Germania in primis), il Sud Europa – Italia in testa – resta clamorosamente latitante.

È a Bruxelles che si gioca la partita decisiva della bioeconomia europea e della sua sostenibilità.

Previsioni sul bisogno futuro di biomassa Biomassa necessaria 50 MMT

Biomassa necessaria 34 MMT

Biomassa utilizzata dalla Ue OGGI

1 MMT

20

30

%

%

2020

2030

Prodotti chimici e materiali a base petrolifera

Prodotti chimici e materiali a base biologica

2015

29


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materiarinnovabile 03. 2015 Intervista

Verso un nuovo futuro sostenibile

©UPM

Intervista a Marko Janhunen, Vicepresidente UPM Biorefining

La finlandese UPM – il gigante dell’industria forestale di carta e pasta di legno il cui fatturato ha raggiunto i 9,9 miliardi di euro nel 2014 – guida l’integrazione delle industrie biotecnologiche e forestali verso un nuovo futuro sostenibile alimentato dall’innovazione. I business della fibra e della biomassa, delle materie prime e dei prodotti riciclabili sono i pilastri delle attività di UPM. I biocarburanti sono un chiaro esempio delle sue operazioni innovative, con la bioraffineria di diesel rinnovabile a Lappeenranta. Tra le altre nuove attività commerciali figurano i biocompositi, già sul mercato, e biochemicals e biofibrille, in fase di sviluppo. Con Marko Janhunen, Vicepresidente alle relazioni con gli stakeholder presso UPM Biorefining, parliamo del futuro della bioeconomia, della pasta di legno e dell’industria della carta. Qual è la visione che spinge un gigante della pasta di legno e della carta come UPM a investire nell’uso delle risorse biologiche per produrre bioprodotti? UPM opera nell’industria forestale da oltre cento anni. Abbiamo sempre creduto che i prodotti realizzati da materie prime rinnovabili avessero delle credenziali ambientali eccellenti. UPM ha un fatturato di circa 10 miliardi di euro. Quasi tutti i nostri prodotti come la carta, la pasta di legno, il legname, il compensato e le etichette sono ricavate dal legno. Siamo anche grandi produttori di energia rinnovabile da biomassa. La gestione forestale sostenibile e la sostenibilità di vari sistemi della catena di custodia e di certificazione è alla base delle nostre operazioni. Siamo consapevoli che i fattori globali principali, quali cambiamenti climatici e scarsità delle risorse, creeranno nuove opportunità per materie prime rinnovabili. Questo è il motivo per cui abbiamo investito in biocarburanti avanzati di alta qualità che provengono da materie prime fuori della catena alimentare, con notevoli riduzioni di emissioni di gas serra. Siamo alla costante ricerca di nuove opportunità e tecnologie per sviluppare biocarburanti, biochemicals e biocompositi. UPM ha coniato il termine Biofore per descrivere la nuova industria forestale. Ma in cosa

consiste esattamente la vostra strategia Biofore? Biofore fa tesoro del nostro passato come azienda nell’industria forestale e lo combina con innovazioni, opportunità e persino nuovi settori. Oggi stiamo sviluppando sempre più le innovazioni in collaborazione con i settori chimici e petrolchimici di diversi paesi. Al momento, i biocarburanti avanzati rappresentano la punta di diamante dei nostri progetti. Inoltre, UPM sta investendo molto nello sviluppo di nuovi prodotti ricavati dal legno, come biochemicals e biocompositi. A che punto è UPM con lo sviluppo di un biocombustibile liquido ricavato dal legno? Siamo operativi. La bioraffineria UPM a Lappeenranta ha aperto a gennaio di quest’anno. Abbiamo cominciato a sviluppare la piattaforma di biocombustibili da biomassa legnosa nel 2006 e abbiamo deciso di investire nel 2012. A Lappeenranta produciamo 100.000 tonnellate o 120 milioni di litri circa di diesel rinnovabile l’anno. Ciò equivale al consumo annuale medio di 100.000 automobili. Quindi non si tratta di una fase dimostrativa. Si tratta di uno stabilimento su scala commerciale cui è stato appena conferito il riconoscimento di Stabilimento su scala commerciale dell’anno allo WMB Bio Business Awards 2015. Negli ultimi sette mesi, il prezzo del petrolio è più che dimezzato. Se la scorsa estate i prezzi superavano i 110 dollari al barile, ora si stanno avvicinando a 40. Questo calo influisce sulle scelte di investimento di UPM in bioprodotti? Investire secondo il prezzo attuale del petrolio sarebbe troppo poco lungimirante. Sebbene il prezzo del petrolio sia sceso, il prezzo degli oli vegetali, altrettanto importanti per noi, no. E anche se adesso il petrolio costa poco, notiamo che la sicurezza e l’indipendenza energetica sono sempre più importanti. Crediamo che ci siano importanti fattori ambientali, sociali ed economici che promuovono i biocombustibili avanzati nel presente e nel lungo periodo. La disponibilità di biomassa è fondamentale per lo sviluppo della bioeconomia. Lei è d’accordo con il nova-Institut di Colonia secondo cui ci sarebbe una distribuzione inadeguata di biomassa in Europa per promuovere i biocombustibili anziché biochemicals? Ritengo ci siano materie prime e opportunità in entrambi i settori. Secondo un recente rapporto dell’Icct – “Wasted” – ci sono notevoli risorse non sfruttate di rifiuti e scarti cellulosici inutilizzati disponibili in maniera sostenibile in Europa. Ciò potrebbe sostituire fino al 16% dei carburanti per il trasporto su gomma in Europa entro il 2030, facendo diminuire le emissioni di gas serra del 60% e oltre.


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©UPM

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Per quanto mi riguarda, considero la bioraffineria UPM a Lappeenranta un trampolino di lancio per usare i nostri scarti di pasta di legno ma anche molte altre materie prime per poi andare nella direzione dei biochemicals. Questo avviene già in quasi tutti gli stabilimenti di etanolo di seconda generazione. Se si considera il nostro investimento a Lappeenranta, abbiamo sviluppato innovazioni che ci permettono di aumentare il valore aggiunto del tallolio greggio, che è un residuo della nostra produzione di pasta di legno. Produciamo diesel rinnovabile che riduce le emissioni di gas serra fino all’80% rispetto al diesel fossile. Innovazioni simili sono possibili in altre industrie forestali integrate e in altri settori. La bioeconomia richiede grandi e decisi passi avanti. La nostra bioraffineria di Lappeenranta è un ottimo esempio di come coniugare l’industria forestale e quella biologica. Dobbiamo creare un quadro di riferimento per investimenti ingenti. Secondo McKinsey, entro il 2020, la domanda globale di bioprodotti potrebbe crescere fino a 250 miliardi di euro. Come può l’industria europea prepararsi ad affrontare questa sfida? L’Europa è ancora in una posizione di leadership nello sviluppo dell’energia rinnovabile. La comunicazione sull’Unione energetica della Commissione europea indica che l’Ue vuole mantenere tale ruolo. Sono sicuro che l’industria è pronta. Il punto è, abbiamo una visibilità normativa di lungo periodo che permette gli investimenti? Al momento, no. I politici dovrebbero proporre quanto prima misure che vadano oltre il 2020 per agevolare gli investimenti. Qual è il ruolo della bioeconomia per il futuro di una realtà come quella di UPM?

E per la sostenibilità dell’industria? La bioeconomia è una grande opportunità per l’industria europea. Per quanto riguarda i biocombustibili avanzati, noi usiamo materie prime interne, operiamo in zone rurali, utilizziamo tecnologie europee e riduciamo la dipendenza energetica dalle riserve petrolifere extraeuropee. Questo è molto positivo.

La bioraffineria UPM a Lappeenranta è un trampolino di lancio per usare gli scarti di pasta di legno ma anche molte altre materie prime per produrre biochemicals

Dal suo punto di vista, l’industria riuscirà a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità rimanendo competitiva? La sostenibilità è parte integrante dell’intero settore. Nel settore dei biocombustibili, le basi dell’industria poggiano sul bisogno di ridurre le emissioni di gas serra nel settore dei trasporti, in maniera sostenibile. Con lo sviluppo tecnologico, sarà necessario un impiego sempre maggiore di materie prime innovative e sostenibili e sempre più stabilimenti che migliorano la competitività del settore. Gli stakeholder della bioeconomia europea lamentano la mancanza di stabilità normativa in Europa e investono in altri paesi. Dal suo punto di vista, cosa dovrebbe fare l’Ue per creare un ambiente più favorevole agli investimenti industriali nella bioeconomia? La cosa più importante dal punto di vista del settore dei biocarburanti avanzati è di proporre politiche dell’Unione europea sulle riduzioni delle emissioni nel settore dei trasporti e sul ruolo specifico dei biocarburanti avanzati in questo contesto. Un esempio potrebbe essere l’obiettivo vincolante per i biocarburanti avanzati nella direttiva per l’energia rinnovabile e la continuazione di tale mandato dopo il 2020.

La bioeconomia è una grande opportunità per l’industria europea.


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materiarinnovabile 03. 2015 Intervista

La sfida dei biocarburanti

La sostenibilità è vista come un concetto omnicomprensivo: ecologico, economico e sociale.

Sostenibilità e innovazione. Questi sono i pilastri strategici della strategia commerciale di Clariant, una delle imprese leader nel settore della chimica specializzata. Con il Group Biotechnology che ha sede in Germania, Clariant ha sviluppato il procedimento sunliquid® per la produzione sostenibile di etanolo cellulosico e biochemicals da residui agricoli. Gli enzimi specifici delle materie prime e quelli prodotti durante la lavorazione idrolizzano i residui come la paglia, la bagassa o gli stocchi del mais. La successiva fermentazione di tutti gli zuccheri in etanolo combinata alla tecnologia di separazione per il risparmio energetico creano un processo sostenibile e competitivo. In questa intervista con Paolo Corvo, Direttore dello Sviluppo commerciale, biocarburanti e derivati, parleremo della visione che spinge un gigante della chimica a investire nell’uso di risorse biologiche, della disponibilità di biomassa per produrre biochemicals, dell’impatto della volatilità del prezzo del petrolio sulla bioeconomia e più in generale del futuro del settore chimico. Qual è la visione che spinge un gigante del settore chimico come Clariant a investire nell’uso di risorse biologiche per produrre sostanze (bio)chimiche? In qualità di una delle imprese leader nel settore della chimica specializzata, Clariant contribuisce ad attribuire valore alla creazione con soluzioni sostenibili e innovative per clienti di vari settori. La sostenibilità e l’innovazione sono pilastri importanti della nostra strategia commerciale. Dobbiamo cercare innovazioni per aumentare l’efficienza energetica e produttiva e promuovere la sostituzione di risorse fossili con quelle rinnovabili per rimanere competitivi nel lungo periodo. Inoltre il mercato richiede una maggiore sostenibilità. Una quota sempre maggiore di materie prime che utilizziamo è rinnovabile, quindi Clariant è sulla buona strada. Nelle nostre operazioni di ricerca, la sostenibilità è strettamente legata all’innovazione. La biotecnologia industriale è stata riconosciuta come elemento chiave che permette alla tecnologia di affrontare le sfide

odierne. Il Group Biotechnology di Clariant si occupa esclusivamente della biotecnologia industriale, con particolare attenzione allo sviluppo di procedimenti e prodotti da risorse rinnovabili. Si è prefisso l’obiettivo di un uso sporadico ed efficiente di risorse naturali. La sostenibilità è vista come un concetto omnicomprensivo: ecologico, economico e sociale. Un buon esempio è la nostra piattaforma della tecnologia sunliquid®. La nostra tecnologia di produzione usa residui agricoli come la paglia del grano o la bagassa per produrre sostanze biochimiche o etanolo cellulosico che possono essere utilizzati come biocarburanti avanzati, abbassando le emissioni di gas serra e annullando la concorrenza per l’uso del suolo. Qual è il potere innovativo della piattaforma sunliquid® e a che punto di sviluppo si trova la tecnologia di seconda generazione di Clariant? La piattaforma sunliquid® utilizza processi biotecnologici innovativi per accedere agli zuccheri contenuti nella cellulosa ed emicellulosa per la produzione di biocarburanti avanzati e sostanze biochimiche. Materie prime altamente ottimizzate ed enzimi specifici scompongono la struttura stabile del polimero e lo convertono in zuccheri fermentabili con alte rese. Questi enzimi vengono prodotti dal materiale cellulosico stesso, il che riduce i costi per gli enzimi poiché elimina formulazioni aggiuntive e trasporto. Tale combinazione risolve i problemi della fornitura e costi degli enzimi e rende gli operatori dello stabilimento indipendenti da fornitori esterni. Nello stadio successivo, un organismo per la fermentazione ottimizzata simultaneamente converte gli zuccheri C5 e C6 in etanolo cellulosico, aumentando la produzione di etanolo di circa il 50%. L’efficienza energetica della separazione dell’etanolo e la completa integrazione energetica sono presenti in un processo energetico completamente autosufficiente: tutta la domanda energetica può essere generata da flussi non fermentabili, principalmente lignina. Non si utilizza alcuna risorsa energetica fossile. Perciò il procedimento sunliquid® è quasi a zero emissioni, riducendo le emissioni di gas serra di circa il 95%. Nel luglio 2012, Clariant ha aperto uno stabilimento dimostrativo del sunliquid® a Straubing in Germania,

©Clariant

©Clariant

Intervista a Paolo Corvo, Direttore dello Sviluppo commerciale, biocarburanti e derivati presso Clariant


Policy confermando che la tecnologia funziona su scala industriale e con varie materie prime con impianti collaudati e ben strutturati. Un approccio singolare in questo settore che riduce notevolmente gli alti rischi insiti nell’applicazione di questa tecnologia innovativa. Oggi, Clariant è passata dallo sviluppo tecnologico alla commercializzazione del suo processo completamente integrato sunliquid® e ha sviluppato un programma tecnologico per stabilimenti su scala commerciale a costi produttivi competitivi per i suoi clienti in tutto il mondo. Il progetto modulare offre flessibilità, in modo che il procedimento sunliquid® possa adattarsi a diversi progetti, materie prime ed esigenze logistiche specifiche per soddisfare le esigenze dei clienti. La flessibilità della tecnologia non finisce qui: sunliquid® permette di trasformare i residui agricoli in varie sostanze chimiche per svariate industrie e applicazioni. Avete appena terminato un test sulle auto in collaborazione con Mercedes-Benz e Haltermann con un carburante sunliquid®20 di seconda generazione, quali sono stati i risultati? Dal test sulle automobili è risultato che l’etanolo cellulosico non è solo un sogno del futuro, ma può essere utilizzato per l’attuale parco macchine. Gli automobilisti possono già godere dei benefici delle sue prestazioni e sostenibilità. I risultati del test hanno superato di gran lunga le nostre aspettative. Prima di tutto, i veicoli testati, (tutti Mercedes-Benz di serie) non sono stati modificati in alcun modo per questo test e hanno dimostrato un’altissima prestazione del carburante e dei motori. Abbiamo riscontrato che grazie alle sue eccellenti proprietà di combustione, il sunliquid®20 – una benzina super che contiene il 20% di etanolo cellulosico – migliora l’efficienza del motore, quindi il 4% di contenuto energetico in meno rispetto all’E10, è più che compensato. Inoltre, le emissioni di particolato sono ridotte del 50% rispetto al carburante di riferimento dell’Ue, l’EU5. In confronto ai carburanti fossili, l’etanolo cellulosico sunliquid® riduce del 95% le emissioni di gas serra, senza essere in competizione con l’agricoltura alimentare e la produzione di mangimi. Per gli automobilisti ciò significa maggiore sostenibilità e altissime prestazioni tecniche. Senza compromettere l’autonomia, il comfort di guida e senza alterare le infrastrutture delle stazioni di rifornimento in Europa, i consumatori potrebbero già fare il pieno con questo carburante verde. Negli ultimi sette mesi, il prezzo del petrolio al barile è sceso di oltre la metà. Che impatto ha avuto questo sulle vostre attività? Attualmente, il prezzo del petrolio è più volatile rispetto agli ultimi anni, ma siamo convinti che nel medio e lungo termine, i prezzi del petrolio subiranno un’inversione di tendenza. Con il costante sviluppo demografico e la crescita industriale nei paesi in via di sviluppo, la necessità della popolazione di cibo, carburanti, prodotti chimici e materiali è in continuo aumento. La sfida che dobbiamo affrontare è il soddisfacimento di questi bisogni a fronte di risorse limitate e allo stesso tempo proteggere l’ambiente

e migliorare la qualità di vita. Facendo fronte a questi problemi ci siamo resi conto che le risorse rinnovabili dovranno svolgere un ruolo sempre più importante nelle nostre vite quotidiane e molti governi hanno fissato obiettivi ambiziosi per promuovere lo sviluppo e l’applicazione di tecnologie innovative per rendere tali risorse accessibili e pronte a essere utilizzate. Per esempio, la direttiva sull’energia rinnovabile e quella sulla qualità dei carburanti che prevede un aumento dell’uso di biocarburanti stanno destando un crescente interesse nelle compagnie petrolifere e in alcune parti incaricate di prendere in considerazione i biocarburanti avanzati come un valido additivo al loro prodotto principale. Inoltre la domanda di bioprodotti chimici non è alimentata esclusivamente dal prezzo del petrolio; la domanda da parte dei clienti di soluzioni più sostenibili e nuove proprietà innovative sta generando un crescente stimolo di mercato. Alla fine, avremo bisogno di una fonte energetica sicura e stabile, prodotti chimici e materiali che sapranno far fronte all’aumento demografico. A questo scopo, utilizzeremo tutte le risorse nel modo più efficiente. Perciò, le cosiddette bioindustrie svolgeranno un ruolo notevole nel fornire soluzioni sostenibili e piani industriali fondati su tecnologie competitive all’avanguardia come il sunliquid® che garantiranno il ritorno sull’investimento previsto. Quale tipo di biomassa utilizzate per produrre bioprodotti? Il procedimento sunliquid® è interamente basato sulle risorse lignocellulosiche come i residui agricoli. Tali risorse non sono in competizione con cibo o colture per mangimi, ma sono create in vaste quantità a livello globale come sottoprodotti delle attuali pratiche agricole, come nel caso della paglia per la produzione cerealicola. Gran parte di essa è attualmente inutilizzata e pertanto disponibile per la conversione in biocarburanti avanzati e prodotti chimici. Attraverso le nostre materie prime ed enzimi specifici nel processo industriale, siamo in grado di adeguare il procedimento sunliquid® a quasi tutti i tipi di materie prime entro un breve periodo, compresa la paglia dei cereali, stocchi del mais, bagassa e colture energetiche, il miscanto o il panico verga. Abbiamo già sperimentato con successo la validità dei nostri procedimenti su paglia di grano, stocchi di mais e bagassa nei nostri stabilimenti dimostrativi a Staubing, con ottimi risultati. Molti altre materie prime lignocellulosiche hanno dato buoni risultati a livello di laboratorio e sperimentale. Lei è d’accordo con il nova-Institut di Colonia sul fatto che ci sia una distribuzione sbilanciata di biomassa in Europa per promuovere i biocarburanti invece di biochemicals? Non vediamo una relazione antitetica tra i due settori. In una bioraffineria, come nelle attuali raffinerie petrolifere, il livello di produzione varia a seconda dell’energia e dei biocarburanti o delle sostanze

Senza compromettere l’autonomia, il comfort di guida e senza alterare le infrastrutture delle stazioni di rifornimento in Europa, i consumatori potrebbero già fare il pieno con questo carburante verde.

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I residui agricoli di queste materie prime possono essere utilizzati per la priduzione di biochemicals: 1. miscanto 2. stocchi del mais 3. riso 4. grano 5. canna da zucchero

biochimiche o persino dai prodotti specifici. Se prendiamo la nostra tecnologia sunliquid®, abbiamo creato una piattaforma tecnologica in grado di fornire sia carburanti sia prodotti chimici: etanolo cellulosico e bioprodotti chimici come acidi organici o prodotti specifici, per esempio gli enzimi dai residui agricoli come materia prima, fornendo allo stesso tempo l’energia necessaria per i sottoprodotti non fermentabili. Siamo convinti che prodotti chimici e carburanti vadano di pari passo e il loro sviluppo è intimamente collegato. Sunliquid® è un ottimo esempio che illustra l’enorme potenziale dei processi biologici e della bioeconomia. Tuttavia, ravvisiamo un conflitto nell’uso delle biomasse per la produzione energetica ampiamente sovvenzionata. In primo luogo, è tecnicamente inefficiente bruciare zuccheri sotto forma di cellulosa per produrre elettricità, che può essere ottenuta con l’eolico o il solare, sprecando zuccheri come risorsa naturale per carburanti liquidi ad alta densità energetica e altri prodotti chimici. In secondo luogo, le altissime tariffe di riacquisto nel mercato dell’energia elettrica possono distorcere enormemente il mercato a livello economico, rallentando così la transizione verso le rinnovabili. Secondo McKinsey, entro il 2020, la domanda globale di bioprodotti potrebbe salire a 250 miliardi di euro. L’industria europea è pronta ad affrontare questa sfida? Stati Uniti, Asia e Unione europea sono i produttori principali di sottoprodotti agricoli, come paglia da riso, stocchi del mais e delle colture cerealicole. Inoltre, l’Europa è tradizionalmente forte nell’innovazione, con ottime basi per le infrastrutture di ricerca e sviluppo. La sfida è portare tali innovazioni sul mercato

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e qui l’industria europea deve coinvolgere tutti gli stakeholder chiedendo un quadro politico a favore di bioprodotti sostenibili. Abbiamo già la base delle materie prime in Europa: le eccedenze di paglia offrono una materia prima ideale per la produzione di etanolo cellulosico e altri bioprodotti chimici, senza essere in competizione con la produzione alimentare o di mangimi per animali. Non è nemmeno necessario utilizzare altra terra per produrre bioprodotti con questi tipi di materie prime, poiché sono automaticamente create come sottoprodotti nell’attuale produzione di riso, mais e cereali. Di conseguenza, solo nella Ue, ogni anno si producono circa 240 milioni di tonnellate di paglia dai cereali come sottoprodotto agricolo di cui solo una piccola parte viene attualmente utilizzata. Da molti studi condotti sul lungo periodo emerge che fino al 60% potrebbe essere ricavata dai campi, rendendola disponibile per altri usi. Grazie al procedimento sunliquid®, 27 milioni di tonnellate di etanolo cellulosico potrebbero essere prodotte da questo volume di paglia, equivalente a un contenuto energetico di circa 18 milioni di tonnellate di petrolio fossile. Quindi, circa il 25% della domanda di petrolio dell’Ue prevista per il 2020 potrebbe essere sostituita dall’etanolo cellulosico utilizzando esclusivamente materiale residuo. Uno studio condotto dalla Bloomberg New Energy Finance comprende altri tipi di residui e scenari nei propri calcoli, prevedendo un potenziale sostitutivo del petrolio di circa il 62%. Combinando una tecnologia di conversione avanzata e le risorse rinnovabili, riconvertendo a pascolo i terreni agricoli e adottando il maggese, sembrerebbe possibile sostituire il combustibile fossile con l’etanolo cellulosico nel medio e lungo periodo. Questo suggerisce che i prodotti chimici cellulosici e i biocarburanti possono giocare un ruolo fondamentale nel percorso dell’Europa verso un’economia sostenibile e attenta alle questioni climatiche e contribuire alla rapida crescita di bioprodotti.


Policy Quindi per Clariant, e in generale per un’industria chimica sostenibile, l’impiego delle risorse biologiche giocherà in futuro un ruolo sempre più importante. L’uso della biotecnologia industriale per la produzione di sostanze chimiche è già ben consolidato nel settore farmaceutico e adesso si sta spostando lungo la catena di valore verso i prodotti chimici di base. Per altri settori, il motore è rappresentato dalla necessità di sostituire le risorse fossili e con il tempo passare ai materiali rinnovabili. Una maggior consapevolezza che le materie prime fossili sono limitate crea una nuova ondata di biotecnologia e processi basati sull’utilizzo dello zucchero. Allo stesso tempo tali procedimenti e relative tecnologie dovranno diventare estremamente efficienti, sostenibili e rispettose dell’ambiente. Alla fine, la biotecnologia diventerà sempre più importante per la produzione di energia e materiali più puliti. Come si diceva poc’anzi, la sostenibilità è un elemento chiave della strategia operativa globale di Clariant ed è strettamente collegata all’innovazione. Per la creazione dell’innovazione sostenibile, tre aspetti sono essenziali: prevedere i bisogni futuri, basarsi su solide prove tangibili di sostenibilità e infine la creazione di soluzioni in stretta collaborazione con gli stakeholder principali. Ciò, a sua volta, amplierà lo spettro di soluzioni che offriremo nel campo della “bioeconomia”.

ed economicamente vantaggioso di convertire i residui agricoli in carburanti verdi e biochemicals. Utilizzando enzimi nel processo produttivo, enzimi ottimizzati e la conversione simultanea di cellulosa ed emicellulosa in etanolo e una progettazione di un processo produttivo efficiente, è stato possibile far fronte alle sfide tecnologiche e ridurre i costi di produzione fino a raggiungere la fattibilità commerciale. Gli stakeholder della bioeconomia europea lamentano la mancanza di stabilità normativa in Europa, investendo quindi in altri paesi. Dal suo punto di vista, cosa dovrebbe fare l’Ue per creare un ambiente più favorevole agli investimenti industriali nella bioeconomia? Come si è visto con i biocarburanti, il sostegno del governo può favorire un ingresso nel mercato e il consolidamento di una nuova tecnologia finché non diventa competitiva nel giro di qualche anno. Un forte aumento produttivo sarà alimentato da una combinazione di politiche di biocarburanti, domanda da parte dei clienti, riduzione dei costi di produzione e aumento dei prezzi del petrolio. Per garantire una transizione da un’economia fossile alla bioeconomia dobbiamo colmare il divario tra ricerca e mercato. Oltre al sostegno per l’applicazione di processi produttivi sostenibili e innovativi e stabilimenti di riferimento per dimostrare la competitività, occorre un quadro politico stabile e favorevole agli investimenti. Per esempio nel campo dei biocarburanti, dai legislatori ci aspettiamo un impegno chiaro verso i biocarburanti di seconda generazione. Nello specifico, vorremmo un sotto mandato vincolante per i biocarburanti avanzati inserito nella legislazione europea e la conseguente attuazione della proposta della Commissione europea per evitare il cambio indiretto di uso del suolo (iLUC) attraverso il supporto di biocarburanti prodotti con biomassa lignocellulosica e la sua differenziazione da biocarburanti ricavati da colture alimentari. Inoltre il tetto massimo per le miscele di etanolo è il 10% e le specifiche dell’E20 devono ancora essere definite. Occorre adattare la direttiva sulla qualità del carburante e bisogna promuovere l’applicazione tecnica dell’ente europeo di normazione. L’affidabilità di una pianificazione di lungo periodo e la sicurezza degli investitori sono essenziali per portare la tecnologia innovativa sul mercato e per favorire la transizione a un’economia più sostenibile e biologica in Europa.

Sarà possibile per l’industria chimica raggiungere gli obiettivi di sostenibilità rimanendo competitiva? La domanda crescente, la sicurezza nazionale, le risorse scarseggianti e il riscaldamento globale nonché i grandi obiettivi energetici e climatici dei governi possono essere raggiunti solo se anche noi cerchiamo soluzioni nel campo della biotecnologia. Per un cambiamento reale occorrono procedimenti biotecnologici sofisticati come sunliquid® con le relative capacità produttive. Queste devono ancora essere sviluppate, per tale motivo nuovi bioprodotti innovativi avanzati come l’etanolo cellulosico sono ancora più costosi dei metodi di produzione convenzionali durante la fase di lancio. Le tecnologie pioniere devono sempre competere con le industrie consolidate. Assistiamo già a molti prodotti chimici verdi che entrano sul mercato. Le nuove tecnologie avranno molto da imparare, ma come abbiamo già avuto modo di constatare in passato con altre tecnologie altamente competitive, si affermeranno sul mercato. La tecnologia sunliquid® sviluppata da Clariant soddisfa tutti i requisiti di un processo innovativo,

©Clariant Foto Rîtzer

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La disponibilità della biomassa è la linfa vitale della bioeconomia.

Nel luglio 2012, Clariant ha aperto uno stabilimento dimostrativo del sunliquid® a Straubing in Germania, che ha confermato il funzionamento della tecnologia su scala industriale

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BIOPLASTICHE:

l’Europa è in testa ma l’Asia insegue adesso ci vogliono coraggio e innovazione di Hasso von Pogrell

Hasso von Pogrell, Direttore di European Bioplastics, l’associazione europea che rappresenta gli interessi del settore industriale delle bioplastiche lungo tutta la catena del valore.

Al giorno d’oggi esiste un’alternativa in bioplastica a praticamente qualsiasi tipo di plastica convenzionale e al suo corrispondente impiego. Le bioplastiche, ossia plastiche che sono biobased, biodegradabili o entrambe le cose, hanno le stesse proprietà di quelle convenzionali e offrono più vantaggi, quali minori emissioni di CO2 o più opzioni nella gestione dei rifiuti, come per esempio il compostaggio. Le bioplastiche costituiscono una parte essenziale della bioeconomia e sono un settore industriale innovativo e in rapida crescita che ha il potenziale di “disaccoppiare” la crescita economica dall’impoverimento delle risorse e dagli impatti negativi sull’ambiente. È necessario che in Europa si crei un quadro politico ed economico integrato per sfruttare appieno il potenziale delle bioplastiche sul mercato europeo. Potenziale dinamico di crescita Attualmente le bioplastiche rappresentano molto meno dell’1% dei circa 300 milioni di tonnellate di plastica prodotti annualmente. Ma con l’aumento della domanda e con materiali, prodotti e impieghi più sofisticati il mercato è già in crescita, con percentuali che vanno dal 20 al 100% annuo. Secondo gli ultimi dati sui mercati ricavati da European Bioplastics, si prevede che la capacità globale di produzione delle bioplastiche si quadruplicherà nel medio termine, passando da circa 1,6 milioni

di tonnellate nel 2013 ad approssimativamente 6,7 milioni di tonnellate entro il 2018. Mentre si prevede che l’Asia rafforzerà ulteriormente il proprio ruolo di importante centro di produzione di bioplastiche per arrivare a circa il 75% della produzione entro il 2018, all’Europa, all’avanguardia nel campo della ricerca e dello sviluppo, resterà un mero 8% delle capacità produttive. L’Asia e gli Stati Uniti stanno già fortemente investendo in misure che si avvicinano alla “introduzione sul mercato” per promuovere uno sviluppo più rapido del mercato. Nell’Unione europea invece i legislatori hanno di recente ritirato il tanto atteso “Pacchetto sull’economia circolare”, che includeva anche una proposta per rivedere gli obiettivi sui rifiuti dell’Unione, di cui vi è urgente bisogno per poter accedere all’immenso potenziale di utilizzo efficiente delle risorse, di crescita economica e di creazione di posti di lavoro. Per far sì che la visione di un’economia competitiva, dinamica e sostenibile diventi realtà in Europa, l’Ue dovrà introdurre un pacchetto di leggi più coraggioso e lungimirante, che permetta alla nascente industria delle bioplastiche di mettere radici e prosperare, divenendo uno dei pilastri fondamentali di un’economia circolare sostenibile. Il nuovo Pacchetto sull’economia circolare è perciò di cruciale importanza per il successo delle bioplastiche e della bioeconomia europea nel suo insieme.


Policy Un aiuto a raggiungere gli obiettivi dell’Unione europea per il 2020

Le materie prime attualmente utilizzate per la produzione di bioplastica provengono dallo 0,01% circa della superficie destinata all’agricoltura a livello globale. L’approvvigionamento sostenibile delle materie prime rinnovabili e buone pratiche e tecnologie nel campo dell’agricoltura sono continuamente implementate e assicurate attraverso l’emergere di sistemi di certificazione di sostenibilità affidabili e indipendenti, come l’Iscc, l’Rsb o il BonSucro.

Utilizzare biomassa proveniente da fonti sostenibili e a ricrescita annuale è un importante beneficio ambientale dei prodotti plastici biobased. Rispetto alle plastiche convenzionali, le plastiche biobased hanno l’esclusivo vantaggio di ridurre la dipendenza da risorse fossili limitate e di ridurre le emissioni di gas a effetto serra, o addirittura azzerare le emissioni di CO2. Di conseguenza le plastiche biobased possono aiutare l’Unione europea a raggiungere i propri obiettivi per il 2020 di riduzione dei gas a effetto serra.

Aumentare l’efficienza nella gestione dei rifiuti: fare dei rifiuti una risorsa preziosa Le bioplastiche offrono un’ampia gamma di possibilità alla fine del loro ciclo vitale, tra cui il riutilizzo, il riciclaggio meccanico od organico e il recupero energetico. La gran parte del volume di bioplastica prodotto oggi può essere facilmente riciclato insieme alle sue controparti convenzionali, laddove esistono flussi di riciclo separati per alcuni tipi di plastica/bioplastica (per esempio il PE biobased nel flusso del PE

In più le bioplastiche possono contribuire notevolmente all’incremento dell’efficienza delle risorse attraverso un ciclo di risorse chiuso e il loro utilizzo “a cascata”, specialmente se i materiali biobased e i prodotti sono riutilizzati o riciclati ed eventualmente utilizzati per il recupero di energia (per esempio nel caso delle energie rinnovabili).

Fonte: ©European Bioplastics 2015.

Secondo gli ultimi dati sui mercati ricavati da European Bioplastics, si prevede che la capacità globale di produzione delle bioplastiche si quadruplicherà nel medio termine.

Il ciclo di vita chiuso delle bioplastiche Riutilizzo

Le bioplastiche possono contribuire notevolmente all’incremento dell’efficienza delle risorse attraverso un ciclo di risorse chiuso e il loro utilizzo “a cascata”.

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Energia e recupero organico

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Biotecnologia e chimica

Cellulosa, amido, zucchero, oli

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o il Pet biobased nel flusso del Pet). In questo modo le bioplastiche possono contribuire ad aumentare le quote di materiali riciclati nell’Unione europea e a incrementare l’economia circolare.

Stabilire regole comuni per tutte le bioindustrie sull’approvvigionamento di materie prime è cruciale per sviluppare una bioeconomia praticabile e sostenibile.

Inoltre l’utilizzo di prodotti plastici biodegradabili e compostabili come i sacchetti (per la raccolta dell’umido), gli imballaggi dei prodotti alimentari e le posate, rafforzano il compostaggio industriale (il riciclo dell’organico) come opzione nella gestione dei rifiuti e aiutano ad aumentarne l’efficienza. La compostabilità è un chiaro beneficio quando gli oggetti di plastica vengono mescolati ai rifiuti organici. L’utilizzo di plastica compostabile rende infatti i rifiuti misti adatti al riciclo dell’organico, permette il passaggio dal recupero al riciclo, che nella gerarchia dei rifiuti dell’Unione europea si colloca su un gradino più alto. Inoltre la raccolta differenziata dei rifiuti organici permette di separare i rifiuti organici dal flusso del riciclo o dalle discariche, e favorisce la produzione di maggiori quantità di prezioso compost. Per sfruttare il potenziale delle bioplastiche aumentando l’efficienza nella gestione dei rifiuti, è fondamentale che gli obiettivi dell’Unione europea sui rifiuti siano realistici, e che tengano in considerazione le infrastrutture per la raccolta e la capacità di riciclaggio dei vari stati membri. Inoltre un’efficiente raccolta differenziata è necessaria per aiutare a incrementare il riciclaggio meccanico e organico e per favorire il processo di eliminazione delle discariche nell’Unione europea.

Trasformare il potenziale in legge La direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggi recentemente emendata conferma il forte impegno da parte dell’Unione europea nella promozione dell’efficienza delle risorse, obbligando gli stati membri a ridurre il consumo delle convenzionali sporte monouso in plastica e aprendo così la strada alle borse per la spesa compostabili. Ma per realizzare a pieno il potenziale di mercato delle bioplastiche sono necessarie nuove misure legislative che riflettano i vantaggi sopra citati e il potenziale delle bioplastiche, e in particolare il Pacchetto sull’economia circolare già proposto. L’European Bioplastics (Eubp) raccomanda i seguenti emendamenti che, seppure semplici da mettere in pratica, avrebbero un effetto decisivo sull’efficienza delle risorse in Europa.


Policy Secondo la Waste Framework Directive (Wfd), la direttiva europea sui rifiuti, gli stati membri dell’Ue dovrebbero per esempio intraprendere iniziative volte a incoraggiare una progettazione dei prodotti che possa ridurre il loro impatto sull’ambiente e minimizzare la creazione di rifiuti. Raccomandiamo di sostenere con forza che tali misure dovrebbero incoraggiare lo sviluppo, la produzione e la promozione di prodotti fatti con materie prime rinnovabili provenienti da fonti affidabili, oltre alle altre caratteristiche delineate nel Wfd. Un altro nuovo elemento significativo per il Wfd consisterebbe nel chiedere agli stati membri di considerare l’impatto sulla bioeconomia nel suo insieme quando introducono strumenti legislativi o economici. Stabilire regole comuni per tutte le bioindustrie sull’approvvigionamento di materie prime è cruciale per sviluppare una bioeconomia praticabile e sostenibile. In linea con la Resource Efficiency Roadmap e la sua “pietra miliare” politica, secondo cui entro il 2020 nell’Unione europea i rifiuti devono arrivare a essere trattati come una risorsa preziosa, l’Eubp raccomanda anche l’introduzione dell’obbligatorietà della raccolta differenziata dei rifiuti organici entro il 2020, e la modifica in questo senso il Wfd. Ciò non solo minimizzerebbe la contaminazione dei materiali di scarto, ma favorirebbe anche il processo di chiusura delle discariche in Europa. L’industria delle bioplastiche offre soluzioni alla sfida globale dei cambiamenti climatici e dell’aumento del consumo di risorse offrendo i mezzi per il passaggio a risorse rinnovabili e all’efficienza delle risorse. Per realizzare il pieno potenziale delle bioplastiche in Europa, è urgentemente necessario lo sviluppo di un quadro economico e politico integrato. L’European Bioplastics (Eubp) rappresenta gli interessi delle circa 70 aziende in tutta l’Unione europea. Con membri che provengono dall’intera

L’uso di sacchetti, imballaggi di prodotti alimentari e posate biodegradabili al posto di quelli di plastica rafforzano il riciclo dell’organico come opzione nella gestione dei rifiuti e aiutano ad aumentarne l’efficienza

catena del valore, l’Eubp serve sia come piattaforma di contatto sia come catalizzatore per portare avanti e mettere in risalto gli obiettivi della crescente industria delle bioplastiche, confrontandosi con le istituzioni europee nel lavorare in direzione di una politica integrata e di un framework economico che supporti l’utilizzo di materie prime rinnovabili. Il 5-6 novembre 2015 l’Eubp ospiterà a Berlino la decima conferenza annuale di European Bioplastics, il principale evento europeo sulle bioplastiche. Si discuterà di questioni politiche ed economiche di attualità e si esploreranno le ultime tendenze e innovazioni nel campo delle bioplastiche. Arricchita da una grande esposizione di prodotti e da numerose opportunità di fare rete e con la presenza di oltre 350 delegati da tutta Europa e non solo, l’European Bioplastics Conference è d’obbligo tanto per i player affermati che per gli aspiranti attori nella bioeconomia.

Per ulteriori informazioni: en.european-bioplastics.org

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Bioeconomia e sicurezza alimentare: è in gioco il rilancio dell’agricoltura di Marco Moro

Marco Moro, Direttore editoriale di Edizioni Ambiente.

Il 17 gennaio scorso si è tenuto, a Berlino, il settimo Summit dei Ministri dell’Agricoltura, Global Forum for Food and Agriculture 2015. I rischi connessi alla competizione nell’uso delle risorse biologiche sono ancora al primo posto tra le preoccupazioni dei 62 responsabili delle politiche agricole nazionali che hanno preso parte ai lavori. Di cosa è nutrita questa preoccupazione? E come si stanno invece configurando le politiche delle maggiori potenze in materia di bioeconomia?

scenario affrontato lo scorso gennaio a Berlino (Global Forum for Food and Agriculture, Gffa) dai ministri dell’agricoltura di 62 paesi. Uno scenario che include pressoché tutte le questioni chiave che pongono l’agricoltura al centro del dibattito su temi etici, sociali, economici e ambientali. Con risvolti geopolitici la cui rilevanza è oggi di totale evidenza, basti pensare al fenomeno del land grabbing, le cui reali dimensioni e distribuzione geografica sono ancora poco documentate. Prima di analizzare i risultati del vertice merita un cenno la composizione del campione di nazioni presenti, fortemente sbilanciato sull’Europa (rappresentata anche da paesi che sono autentici

Una crescente domanda di cibo, materie prime ed energia, a fronte di un consumo di suolo che ha ampiamente oltrepassato il livello di sicurezza ed è ormai giunto al limite fisico: questo è lo

Politica bioeconomica internazionale Fonte: Bioökonomierat. Groenlandia Norvegia

Islanda Gran Bretagna

Canada

Russia

Finlandia

Paesi Bassi

Danimarca

Irlanda

Germania

Cina

Austria

Belgio Stati Uniti

Svezia

Giappone

Francia Spagna

Italia

Turchia

Corea del Sud Malesia

Strategia bioeconomica specifica

Mauritius

Ghana

Strategia bioeconomica parziale (p. es. bioenergia, bioindustria, strategie regionali) Strategia bioeconomica in via di sviluppo

Indonesia

India

Mali

Australia Brasile Uruguay Argentina

Mozambico Sudafrica Nuova Zelanda


Policy Per un aggiornamento sul tema delle rese dei raccolti e della fame nel mondo: videointervista a Lester Brown, “Crop yields can’t be increased anymore: world hunger imminent” tinyurl.com/lwas8ud

estrazione e uso sono sempre più insostenibili e utile a espandere il benessere e l’economia delle aree rurali, in particolare, per le parti più vulnerabili della popolazione. Obiettivo da raggiungere rispondendo a tre sfide fondamentali individuate in: •• uso delle opportunità derivanti dalla crescita della bioeconomia; •• garanzia di sostenibilità delle produzioni e degli impieghi delle materie prime rinnovabili; •• garanzia della supremazia del cibo.

Global Forum for Food and Agriculture 2015, comunicato finale The Growing Demand For Food, Raw Materials and Energy: Opportunities for Agriculture, Challenges for Food Security: tinyurl.com/omsv4t4 The Future We Want, tinyurl.com/czenz9g

Millennium Development Goals: 2014 Progress Chart, tinyurl.com/mn9nzqd

“pesi piuma” nello scenario internazionale) e, per contro, con assenze di enorme rilevanza, come Brasile, Canada o Stati Uniti o alcuni paesi del Sud-Est asiatico. L’importanza dei temi oggetto dei lavori è però indiscutibile. La sicurezza alimentare è citata in apertura tra le righe della dichiarazione finale, come obiettivo principale da perseguire in accordo con la dichiarazione The Future We Want, sottoscritta alla chiusura del summit Rio+20. Sicurezza alimentare che significa anche lotta alla fame e alla malnutrizione e, quindi, contrasto alla povertà. Inutile ribadire i numeri di cui sono titolari queste diverse emergenze globali, nonostante i progressi compiuti a partire dal 1990 proprio sulla riduzione del numero di persone che non hanno abbastanza da mangiare (quasi un’eccezione tra i Millennium Development Goals che proprio nell’anno in corso vedono la propria deadline). Se per il settore agroalimentare la dichiarazione finale del Gffa se la cava piuttosto sbrigativamente, con l’affermazione che solo un sistema agroalimentare resiliente, diversificato e sostenibile può, in definitiva, garantire il diritto degli esseri umani non solo a un livello di nutrizione adeguato, ma alla capacità di provvedervi da soli; il punto di maggior interesse arriva subito dopo, quando si afferma che l’agricoltura non è solo “food & feed”. Come non lo è stata per tutti i secoli in cui sulle biorisorse era fondata quasi l’intera cultura materiale della specie umana. Lo sviluppo della bioeconomia viene, infatti, individuato come un obiettivo necessario per rimpiazzare risorse non rinnovabili la cui

L’orizzonte è quello di una bioeconomia (un termine che a questo punto appare più ampio e inclusivo della stessa definizione di attività agricola) sostenibile, caratterizzata da numerose e diverse catene del valore e in grado di giocare un ruolo cruciale nel determinare il benessere dell’umanità: assicurando un’adeguata disponibilità di cibo, contribuendo ai processi di mitigazione e adattamento rispetto ai cambiamenti climatici e gestendo in modo sostenibile le risorse naturali. Si tratta, senza mezzi termini, di una visione che ricolloca l’agricoltura (ma va ricordato che nell’idea di bioeconomia sono ricomprese anche le risorse rinnovabili dei mari e degli oceani) come settore cruciale rispetto ai grandi scenari globali, la cui realizzazione passa necessariamente da una convergenza di obiettivi e strategie tra sostenibilità economica, sociale e ambientale. Ovviamente, il punto è come arrivarci. Le raccomandazioni che a questo proposito sono contenute nel documento riflettono il fatto che quando si parla di uso di risorse agricole c’è

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Per info sulla Carta di Milano: tinyurl.com/ndergsl

Studio Bioökonomierat, Synopsis and Analysis of Strategies in the G7: tinyurl.com/nk7lx8v

una narrazione che si “mangia” tutte le altre, ed è, per l’appunto, quella della fame, della scarsità o mancanza di cibo. Situazione in parte paradossale, dal momento che non esiste una fonte autorevole che sostenga che l’attuale capacità produttiva del sistema agroalimentare sia insufficiente a sfamare la popolazione del pianeta. E che il problema non abbia altri nomi: povertà, accessibilità e distribuzione, dumping, protezionismo... Questa prevalenza porta spesso ad “avvolgere” il discorso sulla bioeconomia tra molte precauzioni, attenuazioni e precisazioni. Ma le opportunità potenzialmente offerte dallo sviluppo di una economia sempre più fortemente basata sulle risorse rinnovabili emergono comunque con chiarezza. Le catene del valore che con la bioeconomia vengono poste in essere producono nuova occupazione mentre consolidano quella già esistente, generano reddito aggiuntivo, consentono l’accesso a mercati promettenti, e ciò riguarda tutte le economie, quelle più avanzate quanto quelle emergenti o in via di sviluppo. In particolare, si sottolinea come per le nazioni dotate di scarse risorse fossili, ma dotate di ampie risorse forestali o agricole, lo sviluppo di una biobased industry possa rappresentare una opportunità di incrementare il valore aggiunto delle proprie produzioni agricole. Promozione di sistemi integrati che combinino la produzione di risorse per i settori food e non-food, al fine di diversificare le fonti di reddito e rafforzare la resilienza, sviluppare mercati sostenibili per i prodotti biobased, sviluppare la ricerca in particolare sui possibili effetti di sinergia o di trade off tra produzione di risorse rinnovabili per i settori food e non-food, rispondere ai problemi socioeconomici, inclusi quelli dei piccoli proprietari e dei giovani coltivatori. Il tutto

implementando soluzioni e strategie adattate alle diverse condizioni locali. E questo è un altro passaggio senza dubbio significativo, che pur senza evocarla direttamente mette in questione non solo la pratica del land grabbing ma, più in generale, le dinamiche dei mercati globali dei prodotti agricoli e forestali. Oltre alla caratterizzazione locale dei modelli di bioeconomia, l’altro cardine è la loro sostenibilità, da garantire attraverso la diffusione di modi di produzione adeguati, che puntino alla gestione sostenibile delle risorse e alla maggiore tutela rispetto ai rischi connessi al cambiamento climatico, con il trasferimento di tecnologie e l’implementazione di standard volontari e certificazioni su basi condivise. Non ultimo, promuovendo la consapevolezza dei consumatori rispetto ai prodotti sostenibili di derivazione biologica. Il richiamo alla “supremazia del cibo” torna in chiusura del documento, con una serie di prevedibili raccomandazioni che ribadiscono i concetti espressi in precedenza e con rimando a quanto verrà discusso in Expo 2015. Vedremo se e come la Carta di Milano, il documento che dovrebbe essere sottoscritto dai paesi partecipanti in chiusura della manifestazione, riserverà attenzione alle prospettive messe in luce dal Gffa. Intanto, a misurare in termini di concretezza la visione proposta dalla dichiarazione finale del Gffa arriva un recente studio, sempre di origine “berlinese”, elaborato dal Bioökonomierat (Consiglio per la bioeconomia presso il Governo federale tedesco), che analizza le strategie per la bioeconomia nei paesi che formano il gruppo dei G7.

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Policy Politiche bioeconomiche nei paesi del G7: principali aree di finanziamento

Canada •• R&S in risorse rinnovabili e materiali biologici •• Bioenergia

Gran Bretagna •• Bioenergia •• Scienze e tecnologie agrarie

Germania •• R&S in sicurezza alimentare •• Agricoltura sostenibile •• Alimentazione salutare •• Processi industriali •• Bioenergia

Fonte: elaborazione su dati Bioökonomierat, gennaio 2015.

Ue •• Ricerca e Innovazione (Horizon, 2020) •• Partnership tra pubblico e privato

Stati Uniti •• Scienze della vita (Biomedicina) •• Agricoltura (zone multiple)

Francia •• Bioenergia •• Sostanze chimiche verdi •• Cluster •• Economia circolare

Esiste una specifica politica per la bioeconomia? Sì

Giappone •• Ricerca e innovazione •• Economia circolare •• Sviluppo regionale

Italia •• Partecipazione a programmi della Ue

No

Oltre a confermare il consolidarsi di una visione in cui agricoltura non significa solo food, feed o biofuel, ma dove l’idea dell’uso “a cascata” delle risorse rinnovabili ha acquisito un consenso ampio, la situazione si presenta piuttosto diversificata, in un mix di strategie “top down” e “bottom up” che non appare omogenea nemmeno in ragione della dotazione di biorisorse delle diverse nazioni. Paesi che sono vere Grandi Potenze delle biorisorse, come Usa e Canada, adottano strade diverse che non sembra azzardato far risalire ai diversi orientamenti politici dei rispettivi governi federali, e mentre all’interno dell’Unione europea vi sono tuttora diversità significative (c’è chi punta sulla capacità di innovare della propria industria e chi punta a fare sistema, a organizzarsi e a coordinare le proprie politiche con altri paesi) una nazione povera di materia prima biologica come il Giappone sente la necessità di dotarsi di una strategia nazionale in materia. In generale, la considerazione della bioeconomia non più come un promettente settore della ricerca, ma come una componente importante nelle strategie di innovazione e sviluppo industriale, con forti elementi di crescita e di sostenibilità, appare acquisita. L’identità di ciò che è e sarà la bioeconomia va dunque precisandosi: elemento chiave di un’economia che guarda all’uso sostenibile delle risorse con sempre maggiore attenzione. Un potenziale che si estende dai prodotti chimici di base ai materiali innovativi come biopolimeri o fibre di derivazione biologica, utilizzabili anche

per beni di consumo caratterizzati da una spiccata sostenibilità del ciclo di vita. Inoltre, lo sviluppo dei prodotti biobased risponde a una crescente domanda per prodotti che siano naturali, sani e sostenibili. Lo studio del Bioökonomierat si chiude con la considerazione di come oggi non sia ancora possibile stabilire se sia più produttivo adottare una forte azione coordinata dall’alto o lasciare che l’iniziativa dei settori industriali si sviluppi liberamente. Certamente, sono proprio le risorse su cui questi nuovi settori basano il loro sviluppo a costituire il fattore che sta restringendo il vantaggio tecnologico dei paesi industrializzati rispetto alle economie emergenti maggiormente dotate di biorisorse. Le distanze si riducono e ridisegnano la geografia economica globale. Nazioni che oggi offrono soprattutto materie prime, come Malesia, Brasile, Cina, India, Sudafrica e Russia, possono diventare fornitori di prodotti finiti. “Ancora una volta” si afferma “la bioeconomia sta agendo come strategia di crescita o di rigenerazione industriale”. E l’Italia? Noi siamo tra quelli che si affidano totalmente alla capacità di innovare delle proprie imprese. Con significative resistenze da parte di quei settori che dallo sviluppo di una economia biobased avanzata si vedono maggiormente messi in discussione. Ma questo, lo studio del Bioökonomierat naturalmente non lo dice.

L’identità di ciò che è e sarà la bioeconomia va dunque precisandosi: elemento chiave di un’economia che guarda all’uso sostenibile delle risorse con sempre maggiore attenzione.

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materiarinnovabile 03. 2015

Focus Epr

Si chiama Epr, rivoluzionerà la produzione di Carlo Pesso

Carlo Pesso, Centro Studi Edizioni Ambiente.

I produttori incorporano nel prezzo dei loro prodotti i costi di raccolta, differenziazione, riciclo e smaltimento; in questo modo, i consumatori ne condividono i costi in proporzione alla quantità e alla qualità del proprio consumo. Il concetto è ben espresso con il termine “responsabilità estesa del produttore” (Epr).

Tutto ha inizio nell’agosto del 1986, con l’adozione della legge Abfallgesetz per la riduzione e la gestione dei rifiuti, che conferì al governo federale tedesco il potere di regolare il flusso di prodotti e imballaggi per avviarli verso un trattamento “ambientalmente amichevole”. Il governo tedesco dapprima adottò un approccio volontario. Tuttavia, già il 7 maggio del 1987, quando Klaus Töpfer – membro dell’Unione Cristiano-Democratica del Cancelliere Helmut Kohl – diventò Ministro per l’ambiente, la salvaguardia della natura e la sicurezza nucleare, l’approccio volontario si era rivelato un enorme fallimento. Giungere a una conclusione del genere è, specialmente in Germania, un fatto grave. Töpfer – economista di formazione – assunse l’incarico determinato ad applicare il principio “chi inquina paga”, ovvero il principio secondo il quale i costi dell’inquinamento devono essere sostenuti da chi l’ha causato. Molto presto l’applicazione di quel principio avrebbe portato al concetto di responsabilità condivisa, o estesa, del produttore che oggi è diffuso in tutto il mondo (Extended Producer Responsibility, Epr). L’obiettivo di Töpfer è stato raggiunto il 12 giugno del 1991, quando è entrata in vigore l’ordinanza sugli imballaggi e fu istituito il primo sistema Epr. Ma, nel raggiungere quest’obiettivo, cosa esattamente è riuscito a fare Klaus Töpfer? Gli economisti definiscono “esternalità” qualsiasi attività i cui benefici o conseguenze (siano essi positivi o negativi) non ricadono interamente su chi li ha causati. Infatti, parte degli effetti delle attività si ripercuotono sulla società e sull’ambiente (esterno). Alcuni possono essere positivi: per esempio, la guida di un veicolo elettrico riduce l’inquinamento urbano (beneficio esterno). Se poi si consuma energia elettrica di origine solare, si evita anche la produzione di CO2 (idem). In pratica, poiché la società nel suo insieme trae vantaggi da questi investimenti, si parla di esternalità positive. In linea generale, con nostro gran rammarico, le esternalità negative appaiono più comuni di quelle positive. Un esempio lampante è quello degli imballaggi: gli effetti visivi dell’inquinamento da imballaggi sono tra i più evidenti e costituiscono soltanto la punta dell’iceberg dei problemi che possono nascondere.

In genere, i costi di raccolta e recupero degli imballaggi ricadono sulla comunità territoriale. Nella maggior parte dei casi si tratta di municipalità locali che, poi, ri-attribuiscono i costi ai cittadini. In un sistema del genere è molto difficile stabilire un legame diretto tra la quantità di rifiuti prodotti, i costi del loro recupero, e i cittadini che debbono finanziare questi costi. Oltre tutto, in un sistema come questo non si riesce a incentivare la minor produzione di rifiuti. Ciò rimane vero finché tutti gli attori della filiera di consumo (produttori, distributori e consumatori) sono costretti ad assumersi la responsabilità di ciò a cui contribuiscono. Ed è qui che Klaus Töpfer ha compiuto il primo importante passo verso un’economia circolare: le norme che ha introdotto hanno attribuito ai produttori la responsabilità dei propri imballaggi, responsabilità che viene mantenuta anche quando i consumatori se ne sbarazzano. In pratica, avviene che i produttori incorporano nel prezzo dei loro prodotti i costi di raccolta, differenziazione, riciclo e smaltimento; in questo modo, i consumatori ne condividono i costi in proporzione alla quantità e alla qualità del proprio consumo. Il concetto è ben espresso con il termine “responsabilità estesa del produttore” (Epr). Come ciò possa accadere è descritto in dettaglio nell’articolo di Joachim Quoden in questo stesso numero di Materia Rinnovabile. Oggi, a livello mondiale, operano circa 400 sistemi Epr; circa il 70% di questi sono stati avviati dopo la pubblicazione, nel 2001, delle linee guida a cura dell’Ocse per i governi desiderosi di estendere la responsabilità del produttore (“Guidance Manual for Governments on Extended Producer Responsibility”). In seguito, i programmi adottati nei vari paesi hanno via via interessato un ventaglio sempre più ampio di prodotti, tra cui: i rifiuti elettrici ed elettronici, le batterie al piombo, gli pneumatici, gli olii esausti, le vernici, le sostanze chimiche, i grandi elettrodomestici, le lampadine a incandescenza e i prodotti farmaceutici. Il numero e l’ambito dei programmi varia da paese a paese: in Francia, per esempio, è attivo un unico sistema per gli imballaggi mentre nel Regno Unito operano 29 diverse organizzazioni. Descriverne i dettagli non rientra nel nostro scopo, ma è interessante notarne alcune caratteristiche: in particolare, i programmi possono essere volontari oppure obbligatori, mentre la responsabilità nella gestione dei rifiuti


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©Shutterstock

Policy

può essere meramente operativa o unicamente gestionale, oppure mista. In conseguenza, i sistemi attuali differiscono gli uni dagli altri nelle modalità di attribuzione e distribuzione della responsabilità, mentre sono profondamente influenzati dalle pre-esistenti strutture organizzative per il recupero dei rifiuti e, talvolta, possono essere concepiti su misura delle specifiche condizioni territoriali, come nel caso delle isole più piccole o delle destinazioni turistiche. Sono ormai 25 anni che i sistemi Epr hanno dimostrato la propria efficacia nel diffondere la nozione di economia circolare e la loro capacità, partendo spesso da zero, di raggiungere notevoli livelli di riciclo. Inoltre, lo strumento è particolarmente importante se si considera che, nel 2007, il volume totale delle risorse materiali sfruttate a livello planetario ha raggiunto quasi 60 miliardi di tonnellate, come si legge nell’articolo “La tabella delle mancanze” di James Clark nel numero 2 di Materia Rinnovabile. Infine, i sistemi offrono un’ulteriore serie di vantaggi diretti che non possono essere trascurati: contribuiscono alla riduzione della spesa pubblica riducendo i costi di gestione dei rifiuti; promuovono l’innovazione delle tecnologie di riciclo; favoriscono una progettazione di prodotto che integra la questione ambientale. Vi sono poi una serie di altri benefici, tra i quali: la creazione di nuove opportunità di impiego, la diversificazione della filiera

di approvvigionamento dei materiali, l’innovazione di materiali e, soprattutto, la diffusione di un approccio culturale nuovo. Quest’ultimo è particolarmente degno di nota: oggi la maggioranza dei consumatori sa di essere responsabile dei rifiuti che produce e, soprattutto, è consapevole di poter agire immediatamente ed efficacemente per ridurre lo spreco e incentivare il recupero dei materiali. Ovviamente queste evoluzioni sollevano tante domande ancora in cerca di risposte. Molte di queste sono state messe a fuoco durante il “Forum globale sull’ambiente: promozione di una gestione sostenibile dei materiali tramite la responsabilità estesa del produttore (Epr)” organizzato dall’Ocse e tenutosi a Tokyo dal 17 al 19 giugno 2014. Proprio l’Ocse è stata incaricata di dare alcune risposte alle tante questioni in sospeso, tra cui: valutare quali siano le misure in grado di promuovere il “Design per l’ambiente” e di come debbano essere attribuite le responsabilità per i rifiuti di imballaggio prodotti dal commercio internazionale via internet. Materia Rinnovabile continuerà ad aggiornarvi circa i progressi compiuti sulla responsabilità estesa del produttore, componente fondamentale dell’economia circolare.

“The State of Play on Extended Producer Responsibility (EPR): Opportunities and Challenges, Global Forum on Environment: Promoting Sustainable Materials Management through Extended Producer Responsibility (EPR)” 17-19 giugno 2014, Tokyo, Giappone. Il documento è disponibile online: tinyurl.com/m7562pb


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Focus Epr

Uno strumento per l’economia e per l’ambiente di Joachim Quoden

Joachim Quoden, Direttore generale di Expra, lavora da oltre 22 anni nel settore dell’Epr per l’imballaggio.

L’Ocse definisce l’Epr un “approccio di politica ambientale secondo il quale la responsabilità di un produttore rispetto al proprio prodotto si estende anche alla fase post-consumo, coprendone perciò tutto il ciclo di vita”.

Se applicato correttamente, il principio della responsabilità estesa del produttore (Extended Producer Responsibility, Epr) può rivelarsi uno strumento potente in ambito di gestione delle risorse. L’Ocse definisce l’Epr un “approccio di politica ambientale secondo il quale la responsabilità di un produttore rispetto al proprio prodotto si estende anche alla fase post-consumo, coprendone perciò tutto il ciclo di vita”. Ciò significa che le aziende che immettono prodotti sul mercato, una volta raggiunta la fine del ciclo di vita, sono obbligate a raccoglierli, differenziarli e riciclarli, insieme ai relativi imballaggi. Queste aziende sono inoltre tenute a considerare il trattamento a fine vita del prodotto e dell’imballaggio già nella fase di progettazione. Nel corso degli anni, l’Epr è stato adottato dall’Unione europea e da diversi paesi a vari livelli del flusso dei rifiuti, inclusi quelli di imballaggio a livello comunale. Ciò ha indubbiamente migliorato le prestazioni degli imballi a livello ambientale, per esempio incrementando il riciclo dei rifiuti. Spostare la responsabilità dei rifiuti di imballaggio dai contribuenti ai produttori e infine ai consumatori, fa sì che il prezzo finale del prodotto includa l’internalizzazione dei costi di gestione dei rifiuti. In un sistema Epr, la responsabilità del produttore può essere tangibile, finanziaria e/o informativa. L’Ocse considera l’internalizzazione dei costi ambientali esterni un aspetto fondamentale della progettazione delle politiche ambientali e specificamente dell’Epr. L’Unione europea ha formalmente incluso tali principi nella direttiva quadro sui rifiuti.

membri hanno adottato un proprio sistema di imballaggio basato sull’Epr. In alcuni di questi paesi il successo è stato notevole, in particolare laddove la messa in opera è stata abbinata a una legislazione chiara e a un’autentica cooperazione tra governi, autorità locali, produttori e organizzazioni per la gestione dei rifiuti. L’Epr non ha dato invece gli stessi risultati dove è mancata un’attribuzione esplicita di responsabilità e obblighi a ognuno degli attori coinvolti. L’importanza di un solido contesto normativo Uno dei principali compiti dei legislatori in ambito di gestione dei rifiuti è quello di definire e attribuire chiaramente ruoli e responsabilità. I diversi attori coinvolti nel sistema hanno interessi divergenti, ma collaborano per garantire il buon funzionamento dell’Epr. Il legislatori devono verificare che i ruoli dei diversi attori non si sovrappongano né generino conflitti di interesse. Un’altra questione chiave è l’assegnazione di risorse adeguate a soddisfare pienamente gli obiettivi definiti da un sistema Epr. Il contesto legislativo dovrebbe pertanto definire la missione di servizio pubblico di un’organizzazione Epr e prevedere regolari controlli da parte di terzi, nonché verifiche sull’organizzazione svolte da autorità competenti. Cruciale si rivela la trasparenza dei dati relativi ai volumi riferiti dall’organizzazione Epr. Il legislatore nazionale deve inoltre definire criteri chiari e rigorosi per l’assegnazione di certificazioni o licenze all’organizzazione Epr.

In ambito Epr, sui produttori ricade un’ampia responsabilità. Tuttavia, viene attribuita una responsabilità anche a tutti gli attori della filiera di imballaggio, dal produttore a chi ricicla (produttori di materiali, produttori di imballaggi, confezionatori, importatori, rivenditori al dettaglio, consumatori, autorità locali, società di gestione dei rifiuti, riciclatori e legislatori).

Un quadro legislativo completo deve essere accompagnato da una messa in opera rigorosa. Nel suo ruolo di auditor, la pubblica autorità deve garantire un’adozione di qualità dell’Epr, anche mediante procedure esecutive capaci di eliminare le scappatoie e di individuare i cosiddetti free-riders (comportamenti opportunistici). Il legislatore dovrebbe creare meccanismi che consentano di far rispettare l’Epr e incentivare la giusta concorrenza tra le aziende obbligate. Può, per esempio, nominare un’autorità responsabile del monitoraggio e dell’applicazione della legge.

Una strategia Epr può essere attuata in molti modi diversi. Nella sola Unione europea, 25 stati

A seconda dei quadri normativi nazionali, altri strumenti economici paralleli possono


Policy incentivare la raccolta differenziata influendo sul comportamento dei cittadini, per esempio vincolando il prezzo del servizio alla quantità di rifiuti domestici residuali prodotti. Alcuni regolamenti o misure, come le imposte sugli imballaggi e gli schemi basati sui depositi cauzionali, possono essere invece controproducenti poiché impediscono la piena attuazione dell’Epr. Aspetti operativi di un sistema Epr Le aziende che si assumono la propria responsabilità in ambito Epr devono garantire che i prodotti e i relativi imballaggi possano essere adeguatamente trattati una volta trasformati in rifiuti. Devono perciò definire programmi di conformità all’Epr per finanziare, organizzare e coordinare la raccolta, la differenziazione e il riciclo dei rifiuti di imballaggio. Per convertire la loro responsabilità da individuale a collettiva, devono dare mandato a un’organizzazione Epr di settore che si assume la responsabilità di assolvere agli obblighi di ritiro delle aziende obbligate. Il mandato verrà conferito dalle autorità competenti in forma di licenza o certificazione. Ciò garantisce alla società e alle aziende obbligate i costi minori, nonché la più alta conformità in termini legislativi,

di sostenibilità e di ambiente. Finanziando i programmi di conformità Epr e tramite il proprio coinvolgimento attivo nella stessa organizzazione Epr, le aziende obbligate possono coordinare e controllare i costi operativi per il recupero degli imballaggi, garantendo di conseguenza che tali costi si mantengano entro le previsioni. Le aziende obbligate possono poi concordare di destinare i finanziamenti necessari a progetti di lungo termine, quali campagne informative ed educative. I sistemi Epr devono garantire il rispetto degli interessi dei consumatori e il raggiungimento di alcuni obiettivi rilevanti, come quelli di educazione e comunicazione. Questo aspetto è importante soprattutto nel caso degli imballaggi domestici. I finanziamenti possono essere poi destinati a migliorare le prestazioni a lungo termine del programma di conformità Epr. Prerequisiti per la riuscita dei sistemi Epr Una partnership collaborativa e fondata sulla fiducia reciproca tra autorità locali e organizzazione Epr di settore è una conditio sine qua non per il successo e la sostenibilità economica e ambientale del programma di conformità Epr. I comuni e le autorità locali giocano dei ruoli chiave, basati sul flusso stesso dei prodotti

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Uno dei principali compiti dei legislatori in ambito di gestione dei rifiuti è quello di definire e attribuire chiaramente ruoli e responsabilità.

o rifiuti. Per esempio, nel caso del flusso di imballaggi domestici derivanti da generi di consumo ad alto volume o in rapido transito, ai comuni spetta il compito di organizzare e gestire la raccolta porta a porta e/o i punti di raccolta centralizzati. In questo ambito, comuni, autorità locali e organizzazione Epr devono accordarsi sul sistema di raccolta più idoneo, tenendo conto delle peculiarità locali e del rispetto dei requisiti legislativi nazionali ed europei. Devono anche cooperare attivamente nei programmi locali di comunicazione e promozione della consapevolezza pubblica, nella raccolta e nel monitoraggio dei dati, nel controllo degli operatori che gestiscono i rifiuti e degli appalti per i servizi di raccolta. Le aziende che gestiscono e riciclano i rifiuti sono il fulcro operativo di ogni sistema di gestione dei rifiuti: sono loro che operano e forniscono i risultati. Se efficienti e innovative, hanno un impatto positivo sulle performance economiche e ambientali del sistema Epr. Per ottenere risultati ottimali devono disporre di finanziamenti sostenibili e incentivi adeguati.

Va però sottolineato che, quando si gestisce un sistema Epr con un approccio di libero mercato, gli operatori e gli investitori del settore dei rifiuti possono naturalmente tendere a ottimizzare i profitti e a far crescere la propria quota di mercato, in altre parole ad ambire al prezzo più alto possibile per tonnellata di materiale raccolto, differenziato e riciclato. Potrebbero perciò avere interesse a far aumentare la quantità di imballaggi immessi nel mercato. Essendo ciò totalmente contrario agli obiettivi legislativi della gerarchia dei rifiuti, e in conflitto assoluto con l’interesse pubblico, non dovrebbero sussistere interferenze di coordinamento tra gli operatori dei rifiuti e l’organizzazione Epr, e quest’ultima non può operare né come raccoglitore, né come differenziatore né come riciclatore. Per garantire il pieno rispetto della concorrenza e delle normative antitrust, ogni attore deve giocare un suo ruolo distinto. La responsabilità finanziaria in un sistema Epr Un programma di conformità Epr pilotato dalle aziende industriali deve operare senza scopo di lucro. Questa condizione legale garantisce la conformità alla normativa sulla concorrenza, perché impone la cooperazione tra diverse aziende, sia dello stesso settore sia esterne a esso. Per finanziare la raccolta, la differenziazione e il recupero dei rifiuti di imballaggio previsti dal sistema, i programmi di conformità raccolgono i contribuiti finanziari necessari dai propri membri. Per un’azienda obbligata, questo finanziamento rappresenta in genere una parte importante del costo del prodotto imballato e pertanto influisce sulla sua posizione concorrenziale rispetto ad altre aziende obbligate. Il calcolo e la raccolta delle quote dovute deve pertanto essere equo e trasparente. Inoltre, in linea con gli obiettivi dell’Epr, le quote devono tener conto degli effetti sull’ambiente di ogni particolare imballaggio. Le quote che i membri del programma di conformità, nello specifico le aziende obbligate, devono versare dovrebbero essere differenziate a seconda del costo dei materiali di imballaggio. Questa struttura di finanziamento riflette il principio dei “costi reali”, cioè si basa sul costo di uno specifico imballaggio tenendo conto delle relative attività di raccolta, differenziazione e recupero. Il riconoscimento delle procedure di Epr garantisce l’assenza di discriminazione tra aziende nazionali e importatori, assicurando al contempo che le principali aziende e le pmi abbiano pari garanzie. Uno tra i tanti obiettivi dell’Epr è quello di trasferire la responsabilità dei materiali di imballaggio non riutilizzati dai contribuenti ai produttori e, infine, ai consumatori


Policy dei beni imballati. Pertanto, il compito di organizzare (in genere in stretta collaborazione con i comuni) la raccolta separata dei rifiuti da imballaggio viene conferito all’azienda obbligata e al relativo programma di conformità. Ovviamente, i costi che qualsiasi azienda obbligata deve sostenere da una parte, devono essere definiti in linea con i costi che comuni e contribuenti devono versare dall’altra parte. A tal fine deve essere applicato il principio base secondo il quale “tutte le parti interessate devono essere responsabili solo dei costi che possono influenzare”. Le aziende obbligate dovrebbero coprire i costi di raccolta e trattamento dell’imballaggio nell’ambito del sistema di raccolta dedicato, che punta a raggiungere gli obiettivi definiti dai singoli governi. In genere, tali costi sono determinati con procedure che riflettono le esigenze ottimali dei distretti per adempiere agli obiettivi previsti dal governo. Se i comuni decidono di organizzare la raccolta e lo smaltimento internamente, la copertura del costo deve essere rapportata a costi di riferimento stabiliti a livello nazionale.

Expra: Extended producer responsibility alliance Fondata nel 2013, è un’alleanza che opera senza scopo di lucro per il recupero e il riciclo di imballaggi e rifiuti di imballaggio di proprietà delle aziende obbligate. Expra opera come voce autorevole e come piattaforma politica comune, rappresenta gli interessi di tutte le organizzazioni per il recupero e il riciclo degli imballaggi che ne fanno parte, ed è fondata e amministrata da o per conto delle aziende obbligate. Per ulteriori informazioni: www.expra.eu.

Va inoltre valutato qualsiasi profitto derivante dalla vendita dei rifiuti di imballaggio raccolti e smistati, qualora tale vendita non venga effettuata nell’ambito del programma di conformità. Le aziende obbligate possono inoltre coprire i costi di comunicazione sostenuti dai cittadini e necessari per raggiungere gli obiettivi governativi. Nel far ciò devono tener conto della responsabilità dei comuni di informare i propri abitanti su come trattare e differenziare i rifiuti prodotti. Le iniziative atte a prevenire l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente e le attività di bonifica non rientrano nella responsabilità (o copertura dei costi) dell’azienda obbligata; abbandonare i rifiuti è un atto deprecabile e deve essere evitato con campagne informative e misure che ne impongano l’osservanza.

di conformità devono avere una solida base finanziaria.

Come accade con i rifiuti di imballaggio prodotti nei comuni, i programmi di conformità, in stretta collaborazione con i comuni, devono stabilire e gestire l’infrastruttura necessaria per la raccolta e la differenziazione dei rifiuti di imballaggio. Non si può pensare di ottenere un livello accettabile di raccolta dei rifiuti domestici se i consumatori/cittadini non hanno facilità di accesso alle infrastrutture che permettono loro di smaltire quotidianamente i rifiuti. Lo confermano tutti i membri di Expra, che considera la raccolta differenziata dei rifiuti domestici come il principale contributo al recupero dei rifiuti di imballaggio. Infine, il rifiuto di imballaggio raccolto va trattato nel modo appropriato, anche e soprattutto quando esso ha un valore negativo, ovvero quando i riciclatori devono essere pagati per riciclarlo. Possiamo pertanto concludere che i programmi

Va inoltre garantita la trasparenza sul tipo di imballaggio stabilito nei contratti dal programma di conformità e sul tipo di imballaggio che verrà raccolto nell’ambito di tale programma. Vanno previsti rapporti annuali che illustrino come sono stati raggiunti gli obiettivi stabiliti dai rispettivi governi, e che dovranno poi essere approvati da un’autorità terza, indipendente e competente. In caso di mancato ottemperamento delle condizioni stabilite vanno previste adeguate sanzioni, che andranno dalle multe alla revoca della licenza.

I governi devono perciò stabilire procedure rigorose di autorizzazione dei programmi di conformità, assicurando che le licenze per operare siano assegnate soltanto a organizzazioni affidabili anche dal punto di vista finanziario. La stabilità del sistema, nel caso in cui un programma smetta di operare per qualsiasi ragione, può essere assicurata fissando una garanzia finanziaria minima che consenta di proseguire le operazioni per almeno sei mesi. Una totale trasparenza del programma di conformità evita infine conflitti di interesse imprevisti o non noti. In quanto tale, il programma di conformità deve definire una barriera di separazione tra l’attività di conformità e quella di gestione dei rifiuti.

L’attuazione di un sistema Epr è un processo complesso. Ciononostante, se utilizzato in modo corretto, offre risultati eccellenti nella progettazione e nel trattamento complessivo di prodotti quali gli imballaggi, e giustifica lo sforzo necessario all’applicazione del principio medesimo.

Deve essere applicato il principio base secondo il quale “tutte le parti interessate devono essere responsabili solo dei costi che possono influenzare”.

L’attuazione di un sistema Epr è un processo complesso. Ciononostante, se utilizzato in modo corretto, offre risultati eccellenti.

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ITALIA: la rimonta del compost di Marco Gisotti

L’aumento della parte umida della raccolta differenziata è stato da manuale: 10% in più all’anno per 10 anni. Ma l’altra faccia della medaglia è che sono stati costruiti pochi impianti di trattamento. Rischia di essere la storia di un’occasione persa Marco Gisotti è giornalista professionista e divulgatore, dirige l’agenzia di studi e comunicazione ambientale Green Factor.

In Italia continua a crescere la raccolta dell’organico e questo ci pone in una situazione virtuosa e di eccellenza rispetto al resto d’Europa e, in alcuni casi, come quello di Milano, anche rispetto al resto del mondo. Ma si potrebbe fare di più. Molto scarto ancora non riesce a diventare compost o biogas: non chiude quel cerchio come vorrebbero i principi, e i vantaggi conseguenti, dell’economia circolare. Perché? Ritardi della politica ma anche ostacoli da comitati che non vogliono l’ennesimo impianto vicino a casa propria. Adesso che l’Unione europea sembra aver trovato l’andamento giusto, dopo i passi falsi della Commissione Juncker dei mesi scorsi, e che il nostro paese con lo “Sblocca Italia” ha dato uno strumento in più per il mercato dello scarto organico, le cose potrebbero cambiare. Per capire il quadro nel quale ci stiamo muovendo dobbiamo partire proprio dai numeri di questa crescita, per alcuni prodigiosa, della raccolta dell’organico in Italia. Nell’ultimo decennio, l’aumento medio è stato di quasi il 10% l’anno: oggi lo scarto organico è la principale componente dei rifiuti urbani raccolti nel nostro paese. Secondo i dati più recenti del Cic, il Consorzio italiano compostatori, nel 2013 si è arrivati al 42% del totale, rispetto al 37% dell’anno precedente. A metterli sulla bilancia, si tratta di 5,2 milioni di tonnellate di scarto organico (umido e verde) su un totale di 12,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani differenziati (di cui 3 milioni di tonnellate di carta e 1,6 di vetro). Un risultato significativo non solo in termini numerici ma anche come modello da esportare. “Se guardiamo i dati europei sul biowaste – spiega Massimo Centemero, direttore del Cic – noi siamo solo al terzo o quarto posto ma è un dato falsato perché occorre poi distinguere i diversi flussi fra verde e umido. In Germania,


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Impianti di compostaggio operativi in Italia nel 2013 Totale Nord 21 58

10

10

950.708

82.555 17

2

4

11

1

338.996

742.490

22

2 13.150

534.078

7

29.925

4

321.673

7

7

5

2

Totale Italia

453.550

147.500

13

Impianti a marchio qualità Cic

742.490

4

Capacità autorizzata impianti (quantità rifiuti in t/a)

0

697.542

Totale Sud

3

87.000

7 1 17

23

Totale impianti operativi

148.650

1 14.400

Totale Centro

1.508.740

146

6

662.913

5

42

Fonte: elaborazione Cic su dati Ispra e Cic.

2

342.025

5 1

240

37

130.500 52

7 1

14 1.481.550

277.150

per esempio, la raccolta è di prossimità e considera le due frazioni come una sola. Tant’è che se si va a vedere bene la sezione umida tedesca è molto bassa. Noi, in Italia, invece, abbiamo separato i flussi, da una parte il verde e dall’altra, appunto, l’umido”. “Un altro esempio? Guardiamo l’analisi del rifiuto secco” continua Centemero. “Nel secco italiano abbiamo un residuo di organico non superiore al 15%, in Germania questa percentuale è addirittura del 30%. La raccolta pro capite italiana arriva fra gli 80 e i 100 chilogrammi all’anno di questa sezione, molto più alta di quella tedesca”. Il dato medio nazionale è 86 kg pro capite di rifiuto organico, con punte che al Nord arrivano ai 108 kg pro capite, al Centro scendono a 77 kg e al Sud toccano i 62 kg. Anche se poi il quadro al Sud non è così negativo, anzi: se si considera solo la quota di popolazione effettivamente servita da circuiti di raccolta differenziata i valori medi di rifiuto organico recuperato sono tra i 110 e i 130 kg pro capite. Vuol dire, dunque, che gli italiani sono ugualmente virtuosi? Differenze in realtà ci sono ma riguardano gli impianti più che la risposta dei cittadini. Prendiamo il trend degli impianti di compostaggio: “La crescita delle raccolte differenziate del rifiuto organico è strettamente correlata allo sviluppo dell’impiantistica di recupero” si legge nell’ultimo rapporto Cic presentato lo scorso novembre. “Nel giro di 20 anni (i primi circuiti di raccolta del rifiuto organico sono datati 1993) si è sviluppato e consolidato un sistema industriale dedicato alla trasformazione

14 370.300

6.345.105

dello scarto organico che, nel 2013, conta 240 impianti di compostaggio, 130 dei quali di rilevanza industriale. Continua anche la crescita del numero di impianti di digestione anaerobica, che nel triennio 2011/2013 aumenta di quasi il 60% con un totale di 43 impianti operativi”. “Oggi abbiamo circa 4,6 milioni di tonnellate di umido trattato – spiega Centemero – ma potremmo con facilità arrivare a 6 o 7 milioni anche in poco tempo. Se le istituzioni si imponessero davvero e si applicassero le sanzioni, potremmo raggiungere l’obiettivo in un anno. Servono più impianti soprattutto al Sud, ma non solo. Tutte le regioni hanno ormai una pianificazione per i nuovi impianti, ma quanti rimangono ancora solo sulla carta?”. In termini numerici, si legge nel Rapporto che analizza i dati Ispra, il 61% degli impianti è collocato nelle regioni del Nord Italia, che hanno avviato da tempo la raccolta differenziata delle frazioni organiche dei rifiuti urbani, mentre gli impianti restanti sono equamente distribuiti tra Centro (18%) e Sud-Italia (21%). Le capacità operative sono suddivise con il 23% delle quantità autorizzate nel Sud, il 24% nel Centro e il restante 53% al Nord. Il modello che immagina Centemero come Cic è quello di partnership miste dove gli impianti, di proprietà pubblica, siano poi affidati in gestione al privato. “Ci sono città come Roma – incalza il direttore del Cic – dove servirebbero da tempo almeno due impianti da 100-150.000 tonnellate ma non accade nulla”. Evidentemente qualcosa, qui come altrove, non è andato. Ma cosa?

Nell’ultimo decennio, l’aumento medio è stato di quasi il 10% l’anno: oggi lo scarto organico è la principale componente dei rifiuti urbani raccolti nel nostro paese.

“Oggi abbiamo circa 4,6 milioni di tonnellate di umido trattato ma potremmo con facilità arrivare a 6 o 7 milioni anche in poco tempo. Se le istituzioni si imponessero davvero e si applicassero le sanzioni, potremmo raggiungere l’obiettivo in un anno.”


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L’impianto di biotrattamento di Etra a Camposampiero (PD)

“Tecnologie e casi di eccellenza già realizzati ce ne sono in Italia da più di vent’anni. Basterebbe rifarsi a queste. Il problema è certamente la politica ma anche i tanti ricorsi dei comitati locali”. Per avere un’idea di quello che si perde in attesa di una politica più efficiente si può dare uno sguardo ai dati raccolti dall’Osservatorio sui costi del non fare, struttura partecipata da Trenitalia, Acea, Enel, Gruppo Hera, Assolombarda, FederUtility e Terna. Secondo l’Osservatorio, la mancata realizzazione di infrastrutture per il compostaggio, in un arco temporale 2009-2024, comporterebbe un costo per la collettività di circa 3,3 miliardi di euro. Un decisivo passo in avanti probabilmente potrà venire per effetto dell’articolo 35 del cosiddetto “Sblocca Italia”. Mentre al primo comma ci si riferisce al tema dei termovalorizzatori, che ha fatto tanto discutere, il secondo si occupa specificatamente della frazione organica

dei rifiuti urbani, andando nella direzione che il Cic auspicava. E in ambito europeo cosa succede? Riuscirà l’Italia a dimostrare che il proprio modello è quello vincente, soprattutto dopo lo stop della Commissione Juncker al pacchetto di interventi a favore della circular economy? La domanda non è peregrina perché – dopo che nel luglio dello scorso anno era stato presentato il pacchetto che prevedeva un riordino dell’intero settore dei rifiuti tale da ridurre drasticamente le discariche, portare la quota di riciclo/riutilizzo al 70% e tagliare di un terzo la produzione di rifiuti alimentari entro i prossimi dieci anni – la Commissione ha di fatto bocciato tutto il lavoro fatto. Inclusi quei 100.000 nuovi posti di lavoro di cui l’Europa avrebbe urgente bisogno e che il pacchetto contava di creare. Il brusco quanto inatteso cambio di marcia della Commissione Juncker è stata una doccia fredda, suscitando

La chiusura del cerchio: automezzi alimentati con biometano da “umido” Tecnologia e necessità hanno reso non solo possibile ma opportuno recuperare dallo scarto organico anche il biogas. Se la raccolta dell’umido fosse diffusa su tutto il territorio nazionale, spiega il rapporto del Cic, si potrebbero ottenere circa 8-9 milioni di tonnellate di scarto da cucina. Se poi si procedesse alla trasformazione di questi scarti in biogas si potrebbero ottenere oltre 450 milioni di metri cubi. Al di là della possibilità futura di accedere a

incentivi, già oggi, se tutta la quota di umido della raccolta differenziata si trasformasse in biometano attraverso impianti di digestione anaerobica, si potrebbe alimentare l’80% della flotta dei mezzi dedicati alla raccolta dei rifiuti. In quelle parti d’Italia dove la raccolta dell’organico è o potrebbe essere particolarmente alta, come la Campania o la Sardegna, si potrebbe arrivare al 100% degli automezzi.


Policy Milano prima al mondo per la raccolta dell’umido Il caso di Milano ha stupito persino il Direttore Generale DG Ambiente della Commissione Ue. Nel capoluogo lombardo fra il 2012 e il 2013 è stata estesa la raccolta differenziata della frazione organica a tutte le famiglie del territorio cittadino. In pratica dal giugno del 2013 ben 1,3 milioni di persone separano regolarmente lo scarto di cucina. La conseguenza è che Milano si è guadagnata il primato mondiale di metropoli con il maggior numero di abitanti serviti dalla raccolta dell’umido, battendo persino San Francisco che conta circa 830.000 persone. A Milano il sistema di raccolta si è attestato intorno ai 90 kg di rifiuto raccolto pro capite all’anno, riuscendo ad avviare a recupero quasi 120.000 tonnellate l’anno. Secondo le analisi del Cic la qualità media della frazione organica si attesta nell’ordine del 4-5% di impurità.

la sollevazione delle organizzazioni attive sui temi ambientali, compreso l’Ecn, l’European Compost Network a cui il Cic aderisce. “Da allora la situazione si è alleggerita”, spiega Centemero. “Lo stop di Juncker si è rivelato puramente strategico, probabilmente dettato dal fatto che si tratta della scrittura di norme molto complesse e vincolanti, difficili da far rispettare

in molti paesi. L’assicurazione che ci è arrivata è che comunque si va avanti sulla politica dell’economia circolare solo che occorre dare tempo agli stati per adattarsi.” Lo scorso marzo il commissario all’Ambiente Karmenu Vella ha dichiarato pubblicamente che “la Commissione ha deciso di compiere un’accurata riflessione su come raggiungere l’obiettivo di un’economia circolare nel modo più efficiente in totale compatibilità con l’agenda politica in tema di lavoro e crescita. Un avanzamento continuo per quanto riguarda la gestione dei rifiuti naturalmente rimane una priorità da raggiungersi attraverso politiche di incentivo e sostegno per la riduzione dei rifiuti, la separazione e la raccolta di alta qualità. Manterremo le politiche sul riciclaggio secondo gli obiettivi della Ue”. E come ulteriore testimonianza che si intenda davvero perseguire questi obiettivi, ai primi di febbraio, la Commissione ha scritto all’European Compost Network: “La Commissione – si legge nella lettera – è pienamente consapevole dell’importanza delle sfide ambientali ed economiche connesse all’economia circolare e affronterà il tema dell’economia circolare in maniera più ambiziosa ed efficace”. La firma in calce al documento è quella del Karl Falkenberg Direttore Generale della DG Ambiente della Commissione Ue, quello stesso Falkenberg che recentemente si è detto stupito di quanto realizzato nel nostro paese e in particolare nella città di Milano che nel 2013 ha battuto persino San Francisco in fatto di raccolta dell’organico. Altra prova che il modello italiano è vincente e, quindi, esportabile.

Il dato medio nazionale è 86 kg pro capite di rifiuto organico, con punte che al Nord arrivano ai 108 kg pro capite, al Centro scendono a 77 kg e al Sud toccano i 62 kg.

Raccolta pro capite di scarto organico (umido e verde) per regione, 2013 Umido 100

Fonte: elaborazione Cic su dati Ispra.

Verde

60 40 20

Nord-ovest

Nord-est

Centro

Sud

Isole

Italia

Sardegna

Sicilia

Calabria

Basilicata

Puglia

Campania

Molise

Abruzzo

Lazio

Umbria

Marche

Toscana

Emilia Romagna

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Trentino Alto Adige

Lombardia

Liguria

Piemonte

0 Valle d’Aosta

kg/ab/a

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di Emanuele Bompan, da Detroit

PRENDE IL VOLO In fibrillazione il mondo dell’aviazione che non vede l’ora di tagliare le emissioni e dipingersi di verde. Ma serve una maggiore regolamentazione per evitare la competizione con risorse alimentari. Impiegando olio da jatropha, olio da cucina usato, alghe, scarti e residui agricoli si possono tagliare 35 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Emanuele Bompan, geografo urbano e giornalista, si occupa di giornalismo ambientale dal 2008.

KLM Group

Biocarburanti, il settore aereo

Secondo la Iata, l’associazione internazionale dell’aviazione civile, il trasporto aereo nel 2014 ha emesso oltre 715 milioni di tonnellate di anidride carbonica (erano 689 nel 2012), circa il 2% del totale dei gas climalteranti. Una fetta non trascurabile. Ora, di fronte alle crescenti pressioni per ridurre le emissioni, le compagnie aeree stanno correndo ai ripari. Al punto che la Iata ha fissato come obiettivo un aumento delle emissioni pari a zero per il 2020 e una riduzione del 50% (rispetto al 2005) entro il 2050. Sebbene numerose modifiche nelle rotte e nelle strategie di decollo e atterraggio possano contribuire a diminuire 1

i consumi, così come l’uso di motori più efficienti, l’apporto principale dovrebbe avvenire attraverso l’impiego di carburanti meno inquinanti. Soprattutto biocarburanti, e in particolare quelli di nuova generazione. Gli esempi non mancano. Già nel 2008 Virgin impiegò del biofuel (blend al 20%) derivato da olio di cocco e di babassu su un Boeing 747 da Londra ad Asterdam. Oggi sono numerose le compagnie che usano biofuel prodotti impiegando jatropha, olio da cucina usato, alghe, camelina. Sempre secondo la Iata entro il 2020 il 4% dei carburanti sarà costituito da biocarburanti di seconda generazione derivati da scarti, residui agricoli e altre fonti non-food. Secondo lo studio di E4Tech dal titolo Sustainable Aviation Fuels – Fuelling the Future si dovrebbero arrivare a produrre oltre 13 milioni di tonnellate di carburante sostenibile per il settore aereo entro 2030, con un risparmio equivalente di 35 milioni di tonnellate di CO2 non emesse nell’atmosfera. Le speranze sono di avere una riduzione del 18% delle emissioni entro il 2050. Sarà davvero così? Secondo i sostenitori del biofuel-business il settore aereo è solo all’inizio dello sviluppo di questo 2


Case Histories Materiali da cui è possibile ricavare biocombustibile 1. cocco 2. scarti forestali 3. olio da cucina 4. alghe 5. tabacco 4 5

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mercato. “Il nostro comparto deve affrontare due questioni principali”, spiega Jessica Kowal, responsabile del programma sostenibilità del colosso dell’aerospace Boeing. “Non esiste un’offerta sufficiente per soddisfare la domanda delle compagnie aeree e i costi sono ancora troppo elevati: bisogna parificare il costo a quello del cherosene.” Attualmente il prezzo dei biocarburanti è attorno a un dollaro al litro. Secondo vari intervistati ciò che manca è un supporto finanziario (incentivi, finanziamenti ad hoc per R&D ecc.) decisivo per lo sviluppo del settore. “Non ci sono avanzamenti sostanziali. È sempre la stessa questione: prima l’uovo o la gallina?”, afferma Saija Stenbacka, VP Quality, Safety and Environmental Management di Finnair, la compagnia di bandiera finlandese che ha testato il primo biofuel-powered da Helsinki a New York durante il Climate Summit delle Nazioni Unite di settembre 2014. “C’è necessità d’infrastrutture per la creazione di un’industria sostenibile dei biocarburanti. Ma senza investimenti non ci sono infrastrutture.” E allo stesso tempo: senza infrastrutture tangibili e testate poche imprese vogliono lanciarsi in investimenti sostanziali. “Ci sono troppi rischi associati”, continua Stenbacka. “E non è facile convincere gli investitori.” Secondo Boeing “serve una strategia ‘all of the above’”, aggiunge Kowal “che sviluppi diversi tipi di carburanti da un numero elevato di materie. Crediamo che nel breve termine il green diesel sia un percorso interessante e per questo stiamo cercando l’approvazione per il suo uso nell’aviazione commerciale”. Un combustibile dunque che sfrutta principalmente non solo il dannoso olio di palma ma grassi animali, oli esausti, oli derivanti da alghe e varie tipologie di scarti di origine biologica. In Italia Eni ha convertito una vecchia raffineria nella prima green-refinery proprio per produrre green diesel. Ma al momento l’uso di olio di palma non sembra una soluzione esattamente ecofriendly. Ragione per cui le compagnie guardano con più interesse ai biocarburanti advanced, di nuova generazione. In Europa intanto, per favorire uno sviluppo sostenibile del settore, la Commissione Ambiente ha votato recentemente (24 febbraio) contro la produzione di biocarburanti “dannosi per le culture alimentari o per altre importanti risorse

come l’acqua”. Qualora la direttiva venisse approvata in via definitiva modificherebbe la controversa Fuel Quality Directive, riducendo a meno del 6% il mix con biocarburanti nel settore trasporti. Per i player di settore servono invece regolamenti che favoriscano gli investimenti. “La tecnologia è assolutamente pronta e continua a fare progressi rapidissimi”, spiega Antonio De Palmas, presidente di Boeing Italy. “Ma c’è bisogno di un impegno governativo affinché le politiche e i regolamenti esistenti, specialmente in Europa, vengano ridisegnati per sostenere l’unica fonte di energia rinnovabile disponibile per l’industria aeronautica.” Sebbene il settore sia ancora agli albori, non sono poche le compagnie che stanno investendo in ricerca e sviluppo. Gli esempi non mancano. Lo scorso dicembre South African Airways (Saa) ha annunciato una partnership per produrre su larga scala un tipo di tabacco, ad alto contenuto energetico, per raffinare biofuel. Insieme a Boeing, Saa e i partner del settore biochimico, SkyNRG e Sunchem SA, hanno dato avvio Project Solaris con una sperimentazione di 123 ettari nella provincia del Limpopo. L’americana Southwest Airlines ha siglato un accordo con Red Rock Biofuels per impiegare un biocarburante derivato dagli scarti forestali “con un significativa riduzione degli incendi di larga scala negli Stati Uniti occidentali. L’accordo prevede la consegna di oltre 10 milioni di litri di carburante entro il 2016. Il Brasile sembra essere il più interessato a fare il primo della classe. Presso il Joint Research Center del brasiliano São José dos Campos Technology Park, due colossi dell’aviazione, Boeing e Embraer, stanno coordinando ricerche a tutto campo sul tema: feedstock production, analisi economiche sull’evoluzione delle tecnologie, studi di viabilità economica, innovazione nelle tecnologie di processing. Difficile non intuire i legami con le potenti firme di agribusiness del Sud America. Secondo think-tank come Transport & Environment (vedi intervista) il settore sta vendendo gli advanced biofuels come una panacea per le emissioni del settore. Una nuova lotta per le biomasse si prospetta all’orizzonte.

Si dovrebbero arrivare a produrre oltre 13 milioni di tonnellate di carburante sostenibile per il settore aereo entro 2030, con un risparmio equivalente di 35 milioni di tonnellate di CO2 non emesse nell’atmosfera.

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materiarinnovabile 03. 2015 Intervista

“Ecco le trappole del biofuel” Intervista a Piero Caloprisco, responsabile biofuel di Transport & Environment

Transport & Environment si occupa da sempre d’inquinamento e sostenibilità nel settore trasporti: rappresenta un nodo importante della rete di associazioni che monitora l’uso dei biocarburanti. Facciamo il punto con il policy analyst Pietro Caloprisco.

©T&E

A che punto siamo in Europa con i biofuel nel settore aereo? Finora sono state operazioni di singole compagnie aeree che, in collaborazione con qualche produttore, hanno testato biofuel innovativi. Parliamo sempre di un prodotto che viene mischiato con carburanti normali. Oggi al massimo raggiunge il 50% di purezza.

Per approfondimenti sull’impianto di Cresentino (Vercelli) vedi tinyurl.com/mx8vzal

Quanto pesano i biocarburanti sul totale dei consumi del settore aereo? A partire dal 2011 ci sono stati circa 1.500 voli alimentati da biofuel: una quota irrisoria se pensiamo che ogni giorno nel mondo ci sono 100.000 voli. Ci sono più dichiarazioni che fatti: in qualche caso si tratta di greenwashing, in altri compagnie come la British Airways stanno facendo investimenti che potrebbero avere ricadute interessanti. Ma se l’industria vuole raggiungere il target volontario (50% delle emissioni entro il 2050) è necessario che i biocarburanti per aerei abbiano una maggiore penetrazione nel settore dell’aviazione (figura 1). Possono ridurle anche rendendo più efficienti i motori e modificando le rotte. Però la parte del leone, secondo l’industria, la farà il biofuel. Ed è qui che iniziamo a preoccuparci perché

Figura 1 | Percorso per la riduzione delle emissioni Nessun intervento

Emissioni di CO2

Tecnologie Interventi Infrastrutture Biocarburanti + altre tecnologie

-50% entro il 2050 Schematico

2005

2010

2020

2030

2040

c’è un grosso problema di sostenibilità per la maggior parte dei biofuel di prima generazione disponibili sul mercato. L’industria dell’aviazione dice che vorrebbe stare lontana da tutti i tipi di biocarburanti che entrano in competizione con il cibo. Ma nei fatti bisogna vedere se faranno seguito a queste promesse: se rinunci al biofuel di prima generazione, che almeno in Europa è al momento l’unica realtà, vuol dire che stai guardando esclusivamente agli advanced biofuel. Però ci sono realtà che vanno in questa direzione. In Italia si può citare la Biochemtex, che è stata la prima compagnia al mondo a produrre biofuel da residui di produzione agricola. La politica può aiutare? Sbloccando gli investimenti. Allora potremmo iniziare a vedere un po’ più di impianti che producono advanced biofuel o da residui agricoli oppure da rifiuti o dai residui del legno. Però per realizzare una realtà industriale importante, con i volumi che ci vorranno per fare la differenza, serviranno molti anni. Pare un po’ prematuro fare scenari basati su questi biofuel. Quale obiettivo si potrebbe raggiungere? Valutando il potenziale degli advanced biofuel abbiamo scoperto che nel miglior scenario possibile, in Europa potranno al massimo coprire il 13% del fabbisogno energetico europeo nel trasporto di terra. Non è così male, no? Non sarebbe male ma lo studio ha come assunto che tutta la biomassa che produciamo da residui agricoli, agroforestali e dai rifiuti venga interamente impiegata per produrre biocarburanti per il settore di terra. Quindi non viene preso in considerazione il fatto che altri settori della bioenergia sono interessati a quella biomassa. Si profila una competizione tra industrie che puntano a decarbonizzarsi. Insomma il 13% potrebbe essere non realistico? Se arriviamo al 5% di uso di biocarburanti nell’aviazione sarà già tanto. È difficile fare una stima precisa. Quindi è una falsa speranza? Il nostro scenario è basato soltanto sull’Europa: ci sono altre aree a livello globale che hanno potenziali importanti. Ma l’impatto ambientale potrebbe essere elevato, specie in Sud America e Indonesia.

2050

Emissioni senza nessun intervento

Tecnologie, interventi e infrastrutture disponibili

Traiettoria delle emissioni lorde

Biocarburanti e tecnologie aggiuntive

Crescita a zero emissioni 2020

Misure economiche

Info www.transportenvironment.org


Case Histories Produrrebbero carburanti da palma d’olio. Esatto, con conseguente deforestazione. Non è un invito allo scetticismo ma alla prudenza perché è difficile fermare le emissioni. Il settore a livello globale ha una crescita del 4,5% all’anno che in teoria dovrebbe portarci a un accrescimento delle emissioni per il 2050 del 250%. Ultima considerazione: i costi. I prezzi sono esagerati. Il biofuel costa 2 o 4 volte più del cherosene normale (parliamo di biofuel di prima generazione che è il meno caro). Chi pagherà? Vogliono avere ulteriori sussidi per l’utilizzo di biofuel? Magari un metodo per assicurare gli investimenti potrebbe essere avere un carbon pricing molto alto per il settore dell’aviazione. Ma i biocarburanti avanzati sono i più cari: c’è il timore che si possa ricorrere a biocarburanti tradizionali, prodotti chissà dove senza regolamenti.

Intervista

KLM: “Noi voliamo con olio da cucina” Intervista a Ignaas Caryn, Direttore del programma biocarburanti di KLM

KLM-AirFrance è stata una delle prime compagnie europee a impiegare biocarburanti per i serbatoi dei suoi velivoli. “Materia Rinnovabile” ha incontrato Ignaas Caryn, direttore responsabile per il programma carburanti.

Per maggiori informazioni vedi i video “How cooking oil could power your plane” tinyurl.com/leyz74d e “Biofuel because...” tinyurl.com/qecrkro

Voi siete leader in questo settore: quali biocarburanti impiegate? KLM usa un tipo di combustibile raffinato dall’olio da cucina usato. Questa è un’alternativa sostenibile per garantire una riduzione di emissioni di CO2 sostanziale e non richiede l’uso di terreno agricolo addizionale. KLM usa solo feedstock (materia grezza) di seconda generazione, per non produrre impatti sulla biodiversità o sulla disponibilità di cibo. Questo è un prerequisito per la nostra compagnia. Per essere sicuri di acquistare biocarburanti sostenibili ci avvaliamo dei consigli del Sustainability Board del nostro fornitore SkyNRG, che include il WWF olandese, il Copernicus Institute dell’Università di Utrecht e l’associazione Solidaridad. Facciamo in modo che il processo sia certificato dal Roundtable on Sustainable Biofuels (Rsb), un’organizzazione che garantisce gli standard più alti per le condizioni di lavoro e la tutela dell’ambiente nella catena di produzione di biocarburanti. Quante emissioni ridurrete entro il 2020 con l’utilizzo di biofuel? Il nostro obiettivo è una riduzione del 20% complessiva entro il 2020 usando anche motori a basso consumo e aeroplani più leggeri ed efficienti, come il nuovo B787, atteso per l’ottobre di quest’anno.

Info www.klm.com

Le compagnie che producono biocarburanti per il settore aereo sono in aumento. Da dove vi rifornite e quali difficoltà avete

nell’approvvigionamento? Il nostro fornitore è SkyNRG (skynrg.com), una compagnia olandese, fondata da KLM stessa insieme alla compagnia petrolifera Argos, (North Sea Petroleum) e Spring Associates. Attualmente SkyNRG è il leader mondiale per il cherosene sostenibile: rifornisce oltre quindici compagnie aeree in tutto il mondo. Il problema è la logistica: le forniture sono limitate, devono essere consegnate con autocarri e pompate nei serbatoi separatamente dal cherosene. Quali tratte sono coperte da velivoli alimentati da biofuel? Abbiamo iniziato con una singola rotta, l’AmsterdamParigi. Nel giugno 2012 abbiamo coperto la tratta più lunga per un volo alimentato da biocarburanti, l’Amsterdam-Rio de Janeiro. Da marzo 2013 ci sono voli settimanali: ogni giovedì da Amsterdam Schiphol a NYC John F. Kennedy Airport con un Boeing 777-200. Nel maggio 2014 abbiamo effettuato alcuni voli per Aruba e Bonaire operati con Airbus 330-200. I passeggeri sanno che stanno volando a biocarburante? Sì, vengono informati dal capitano. Inoltre ci sono articoli sul magazine on-board e banner ai gate d’imbarco. Che ruolo può giocare la Iata, l’associazione internazionale dei trasporti aerei? Temiamo che il settore dei trasporti aerei non abbia sufficiente determinazione nel ridurre le emissioni con misure globali e regionali. Inoltre per raggiungere l’obiettivo ci deve essere un meccanismo di equilibro, in modo che non si crei competizione a svantaggio di chi cerca di ridurre le emissioni.

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In Sardegna nasce l’alleanza tra coltivatori e chimica verde Firmato l’accordo tra Coldiretti e Novamont. Verranno recuperati terreni marginali abbandonati per coltivare cardo. Con i semi e la biomassa di questa coltura a basso impatto si alimenterà la prima bioraffineria integrata nel territorio rilanciando l’occupazione. Il progetto è già partito di Antonio Cianciullo

“La diffusione di tecnologie rispettose del territorio è la strada maestra da seguire per garantire uno sviluppo sostenibile capace di farci uscire dalla crisi.”

È un patto tra l’agricoltura e la chimica, tra il territorio e i mercati globali, tra le ragioni dell’ambiente e quelle della produzione. Un patto, non un compromesso perché la sfida di Matrìca, la joint venture tra Versalis (gruppo Eni) e Novamont (leader nel mercato delle bioplastiche) rovescia la prospettiva di buona parte dell’industrializzazione del dopoguerra (più lavoro, meno tutela del paesaggio e dell’ambiente) proponendo una logica

opposta: l’individuazione di una filiera pensata in una logica ecosistemica, cioè in una logica in cui – come in natura – ogni parte trae un vantaggio dall’interazione. In termini economici si chiama prospettiva win-win.


Case Histories Silybum marianum, Prof. Dr. Otto Wilhelm Thomé Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz 1885, Gera, Germania

A Porto Torres l’idea si è tradotta nella nascita della prima bioraffineria integrata nel territorio attraverso il coinvolgimento di agricoltori, università, centri di ricerca e comunità locali: un’alleanza che sta contribuendo a rafforzare la capacità competitiva e di innovazione del territorio e a massimizzare su più fronti le sue potenzialità di crescita. Con vantaggi per il settore primario (agricoltura e allevamento), secondario (mezzi e attrezzi agricoli, logistica, trasformazione a valle), terziario (collaborazioni con le università ed enti di ricerca locali). Il progetto Matrìca prevede l’uso di varie risorse da fonte vegetale come materia di alimentazione della bioraffineria. Tra queste il cardo, una pianta rustica che cresce anche su terreni marginali e non irrigui e richiede pochi input. Si tratta dunque di una coltivazione a ridotto impatto, che non sottrae risorse idriche o zone fertili che potrebbero essere destinate all’agricoltura. Inoltre è molto versatile: è fonte di proteine per i mangimi; fornisce, grazie alla bioraffineria, olio, cellulosa e lignina.

Matrìca guarda al futuro e alla capacità della nuova chimica italiana di inserirsi nei mercati globali con prodotti ad alto valore aggiunto, ma nello stesso tempo fa i conti con il passato, in un’ottica di riconversione e di rigenerazione territoriale.

L’intesa è stata rafforzata dall’accordo tra Coldiretti, Consorzi agrari d’Italia e Novamont che ha definito i benefici per tutti gli attori della filiera. Al produttore viene garantito un prezzo sicuro del seme di cardo e della biomassa per i primi 3 anni (con meccanismi di ridefinizione della cifra a partire dal quarto anno). Questo modello permette sia agli agricoltori di pianificare a lungo termine i propri investimenti, sia a Matrìca di offrire intermedi chimici a prezzi stabili nel tempo, e quindi non soggetti alle variazioni speculative che l’industria legata a prodotti petrolchimici ha dovuto subire negli ultimi 40 anni. E c’è l’impegno a raggiungere obiettivi che portano vantaggi per tutto il territorio: recupero dei terreni abbandonati; sviluppo di nuove filiere agroindustriali capaci di garantire redditi anche nelle aree marginali; tutela della biodiversità e del paesaggio; valorizzazione della qualità dei prodotti; utilizzo di materie prime rinnovabili a basso impatto ambientale. “Questa collaborazione offre una nuova opportunità di reddito per gli agricoltori che operano anche nei terreni più difficili con l’introduzione di una coltura che consente

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materiarinnovabile 03. 2015 di ridurre la dipendenza dall’estero delle proteine vegetali destinate all’alimentazione animale e nello stesso tempo di ottenere prodotti innovativi a basso impatto ambientale, che confermano le grandi potenzialità creative del nostro paese”, commenta il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo. “La diffusione di tecnologie rispettose del territorio è la strada maestra da seguire per garantire uno sviluppo sostenibile capace di farci uscire dalla crisi.” Alla base della nuova filiera c’è, come abbiamo visto, una pianta che cresce su terreni aridi e poco adatti a colture tradizionali. Del cardo (Cynara cardunculus L. var. Altilis) si utilizza sia il seme, che fornisce un olio simile a quello del girasole, sia la biomassa, da cui si ricavano cellulosa ed emicellulosa. Dall’estrazione dell’olio si ottiene poi una farina altamente proteica che può sostituire la soia utilizzata per alimentare gli animali da latte. E con gli scarti vegetali derivanti dalla trasformazione si fa fronte al fabbisogno energetico dell’intero processo industriale, rendendolo autosufficiente. Non è una prospettiva da declinare al futuro. Sono già attivi tre impianti. Il primo trasforma gli oli vegetali in biomonomeri e biointermedi chimici (come l’acido azelaico e l’acido pelargonico). Il secondo produce oli estensori per il mercato degli pneumatici e plastificanti “La sfida per l’Italia è uscire dalla crisi facendo leva sui tanti casi virtuosi di economia circolare già presenti nel paese, promuovendo un nuovo modello di produzione e consumo orientato all’efficienza delle risorse, alla resilienza degli ecosistemi e al benessere delle persone.”

possibili sostituti degli ftalati. Il terzo è dedicato alla produzione di specialties per diversi settori applicativi, tutte di matrice rinnovabile. L’investimento totale prevede anche un Centro di ricerca (avviato nel 2012) con laboratorio di analisi e sette impianti pilota che si sviluppano su un’area di oltre 3.500 metri quadrati. I primi effetti dell’iniziativa cominciano già a misurarsi. Per esempio è nato il marchio Matrilox che identifica la nuova famiglia di bioprodotti per vari segmenti di mercato: bioplastiche, biolubrificanti, prodotti per la cura della casa e della persona, fitosanitari, additivi per l’industria della gomma e della plastica. Il marchio offre una serie di garanzie: origine vegetale (“feedstock da fonti rinnovabili nella direzione della non competizione con le colture alimentari, compatibilità con il territorio e coltivazione su terreni marginali senza incidere sulla catena

Dai lubrificanti alla cosmesi ecco le mille vite del cardo Acido azelaico Si presenta come un solido cristallino bianco, è utilizzato in processi di polimerizzazione, nella produzione di lubrificanti e nell’utilizzo in prodotti di farmacosmesi (per esempio per il trattamento dell’acne). È tra i costituenti di base delle bioplastiche. Acido pelargonico È utilizzato nel settore cosmetico, nella produzione di biolubrificanti, in quella di candeggianti e fragranze per alimenti. È anche un erbicida di origine naturale a spettro totale e come tale è utilizzato nella formulazione di fitosanitari. Glicerina Si presenta come liquido inodore e incolore ed è caratterizzata da un’elevata purezza. Viene utilizzata nella cosmesi (per esempio per saponi, oli essenziali e creme), in campo farmaceutico, nella preparazione di liquidi antigelo. Miscela acidi C5-C9 Può essere utilizzata nella sintesi degli esteri, permettendo di ottenere basi per la formulazione di lubrificanti a elevatissime prestazioni, indispensabili per l’utilizzo in applicazioni aeronautiche. Miscela di acidi grassi saturi È una miscela di acidi grassi saturi che si presenta come un materiale ceroso, solido a temperatura ambiente. Tra le applicazioni: detergenza, cosmesi, produzione di candele, accelerante nella vulcanizzazione della gomma.


Bioraffineria, Porto Torres

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alimentare né depauperare altre risorse”); filiera integrata europea (un modello locale, sistemico e circolare, facilmente trasferibile anche ad altri stati dell’Ue); processi produttivi sostenibili (non utilizza ozono nella reazione di scissione ossidativa dell’olio vegetale e permette di produrre attraverso un processo sicuro a basso impatto ambientale). Matrìca guarda al futuro e alla capacità della nuova chimica italiana di inserirsi nei mercati globali con prodotti ad alto valore aggiunto, ma nello stesso tempo fa i conti con il passato, in un’ottica di riconversione e di rigenerazione territoriale: “Un caso di capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione e ne fa il motore di un nuovo ciclo”, ha scritto Aldo Bonomi in un recente libro. Un ciclo basato su una pluralità di usi. Biolubrificanti per il settore agricolo, l’industria automobilistica e aeronavale, nonché per la produzione di oli idraulici e fluidi speciali per l’industria: si possono ideare “su misura” ed essendo biodegradabili possono essere utilizzati in contesti in cui avvengono micro dispersioni in ambienti naturali delicati. Plastificanti per polimeri: sono un’alternativa atossica, ecosostenibile e performante ai plastificanti tradizionali, gli ftalati, oggetto di molte critiche per il loro impatto ambientale

e sanitario. Oli bioestensori per l’industria degli pneumatici in sostituzione di quelli di origine fossile: hanno una maggiore resistenza al rotolamento, contribuendo a ridurre i consumi di carburante, e una migliore aderenza sul bagnato. “Matrìca ha costruito impianti primi al mondo, a partire da una tecnologia proprietaria sviluppata da Novamont, che utilizzano materie prime rinnovabili a basso impatto per ottenere bioprodotti ad alto valore aggiunto, in grado di trasformare problemi ambientali in opportunità di sviluppo sostenibile. Questi impianti creano ponti tra molti settori e catalizzano tecnologie integrate a crescente grado di innovatività. L’opportunità sta nel far diventare iniziative come questa progetti condivisi di rigenerazione territoriale, massimizzando il livello di integrazione e le ricadute”, spiega Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont. “La sfida per l’Italia è uscire dalla crisi facendo leva sui tanti casi virtuosi di economia circolare già presenti nel paese, promuovendo un nuovo modello di produzione e consumo orientato all’efficienza delle risorse, alla resilienza degli ecosistemi e al benessere delle persone. Il 2015, l’anno di Expo, del Green Act e della conferenza Onu di Parigi sul clima, è il momento giusto per lanciare questa sfida basata sulla saggia e proattiva valorizzazione delle risorse dei territori.”

Info www.matrica.it

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Da semplice combustibile a jolly delle risorse: per i vecchi pneumatici c’è una rinascita in vista

di Giorgio Lonardi

Armando Testa, L’elefante Pirelli, 1954 ©Pirelli

La battaglia di Ecopneus per superare il muro delle difficoltà burocratiche che rendono il riciclo più difficile dell’incenerimento. Oggi meno di un terzo dei Pfu raccolti va al recupero di materia e due terzi al recupero energetico, entro il 2020 queste percentuali andranno ribaltate

Giorgio Lonardi, giornalista di economia e finanza.

Ne ha fatta di strada in meno di tre anni Ecopneus, la società consortile senza scopo di lucro costituita da produttori e importatori di pneumatici allo scopo di garantire la raccolta, il recupero e il tracciamento degli pneumatici fuori uso (Pfu). Entrata in attività nel settembre del 2011, già nel 2013 – l’ultimo esercizio di cui sono disponibili i dati ufficiali – Ecopneus ha recuperato 247.000 tonnellate di Pfu, pari a circa il 70% del mercato nazionale degli pneumatici fuori uso immessi. “Eppure si potrebbe fare meglio”, sostiene Giovanni Corbetta, direttore


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generale di Ecopneus, “per esempio sarebbe auspicabile la crescita percentuale di Pfu destinati al recupero di materia rispetto a quelli indirizzati al recupero energetico. A chiedercelo con insistenza è l’Unione europea, convinta com’è che prolungare l’uso produttivo dei materiali, riutilizzandoli, serva a rafforzare la competitività dell’Ue sulla scena mondiale. Purtroppo in Italia ci sono una serie di ostacoli burocratici, normativi e culturali che rallentano la crescita del mercato della gomma recuperata”.

più ambiziosa di quella precedentemente allo studio: le anticipazioni sul nuovo testo promettono obiettivi sfidanti lasciando intendere che potrebbe esserci un target di riciclo del 50% dei Pfu a partire dal 2020. Che riflessi può avere questa vicenda nel settore degli pneumatici?

Per cercare di capire cosa sta accadendo bisogna fare un passo indietro. E ricordare con l’aiuto di Corbetta che Bruxelles sta spingendo con forza per lo sviluppo dell’economia circolare che propone un modello economico diverso dal passato, un modello in cui le materie prime non sono più estratte, utilizzate una sola volta e gettate via. Nel nuovo paradigma i rifiuti spariscono e il riutilizzo, la riparazione e il riciclaggio diventano la norma. Certo, la nuova Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker ha rinviato l’esame di tutta la partita all’estate di quest’anno fermando la proposta della nuova direttiva rifiuti (che contiene il tema dell’economia circolare) voluta da José Manuel Barroso. E questo ha creato un certo allarme, anche se Juncker ha annunciato che alla fine dell’anno sarà presentata una direttiva

Intanto va precisato che i vantaggi ambientali già ottenuti grazie all’impegno di Ecopneus sono sensibili. Lo conferma il Rapporto di Sostenibilità 2013 della stessa società consortile che evidenzia come il recupero complessivo abbia evitato, grazie all’utilizzo di gomma riciclata invece che di gomma vergine, l’immissione nell’atmosfera di 347 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti. Ma non basta. Perché, come ricorda sempre il Rapporto, l’impegno di Ecopneus ha consentito di risparmiare energia per 3,2 miliardi di kWh, senza dimenticare gli 1,3 milioni di metri cubi d’acqua economizzati riducendo il ricorso al ciclo produttivo della gomma vergine. Tutto bene, dunque? Sì, ma fino a un certo punto. Spiega Corbetta: “Basta esaminare attentamente la composizione delle 247.000 tonnellate di Pfu recuperate nel 2013

“Sarebbe auspicabile la crescita percentuale di Pfu destinati al recupero di materia rispetto a quelli indirizzati al recupero energetico. A chiedercelo con insistenza è l’Unione europea, convinta com’è che prolungare l’uso produttivo dei materiali, riutilizzandoli, serva a rafforzare la competitività dell’Ue sulla scena mondiale.”

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“Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti.”

per scoprire che, di queste, 152.000 sono andate al recupero energetico nei cementifici e solo 62.000 al mercato del riciclo. Ecopneus non si oppone all’utilizzo da parte dei cementifici delle cosiddette ‘ciabatte’, le pezzature grandi da frantumazione di pneumatici: il combustibile ottenuto dai Pfu ha un valore energetico superiore a quello del pet coke o di un carbone di ottima qualità. Senza contare che le emissioni di CO2 sono inferiori a quelle delle fonti fossili perché una quota rilevante dei Pfu proviene da fonti rinnovabili come la gomma naturale e una parte del rinforzo tessile deriva dalla cellulosa. Ma oggi l’Ue ci chiede qualcosa di diverso. E spinge per preferire il riciclo rispetto all’utilizzo come fonte energetica. Si tratta di un obiettivo condiviso anche da Ecopneus che opera con convinzione a favore dell’uso della gomma riciclata nei settori più diversi: dai manti stradali ‘silenziosi’ ai campi di calcio artificiali, dalle pavimentazioni sportive alle aree da gioco per bambini”. Insomma, la partita da giocare sarà dura. Se nel 2014 possiamo stimare che poco meno di un terzo dei Pfu raccolti sia andato al recupero di materia e due terzi al recupero energetico, entro il 2020 queste percentuali andranno ribaltate. È dunque in questa cornice che vanno valutati gli “ostacoli burocratici” evidenziati da Corbetta. Una caratteristica del nostro paese, infatti, è la discrasia fra le enunciazioni di principio e la loro applicazione. Tutti d’accordo – politici, sindacalisti, alti burocrati ministeriali – con Janez Potočnik, l’ex commissario Ue per l’Ambiente quando proponeva “obiettivi di riciclaggio più ambiziosi per passare a un’economia circolare con più occupazione

e crescita sostenibile”. Oppure quando dichiarava che “se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti”. Passare dalle parole ai fatti, però, richiede tempo, anche quando di tempo disponibile ce n’è poco. All’interno di questo scenario l’esempio offerto dal riciclo dei Pfu appare significativo. Il direttore generale di Ecopneus indica tre interventi da parte della pubblica amministrazione che potrebbero favorire il riutilizzo dei materiali derivati dal trattamento degli pneumatici fuori uso innescando un percorso virtuoso a vantaggio della comunità. E per cominciare cita l’istituzione di una corsia privilegiata da riservare ai materiali riciclati all’interno degli appalti della pubblica amministrazione. “Una scelta”, osserva Corbetta, “che avrebbe almeno tre ricadute positive.


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Le prime due sono quelle ecologiche e ambientali che si tradurrebbero nella riduzione delle emissioni di CO2 legata al mancato utilizzo di gomma vergine e al consolidamento della filiera di corretto trattamento dei rifiuti. La terza è economica: diminuirebbe l’import di materia prima con un vantaggio sensibile per la bilancia commerciale del nostro paese e si ridurrebbe la spesa energetica. Senza contare che l’Europa ci chiede giustamente di mantenere al suo interno le materie prime seconde considerate strategiche per lo sviluppo dell’Ue”. Non c’è dubbio che la creazione di un robusto mercato interno della gomma riciclata avrebbe un impatto positivo anche per quanto riguarda l’occupazione schiudendo alle imprese nuove occasioni di mercato. “Inoltre una domanda più vivace”, sostiene il direttore generale di Ecopneus, “darebbe valore al riutilizzo dei granuli e del polverino da Pfu che oggi hanno un prezzo troppo basso che rischia di svilire il prodotto rendendo il business meno profittevole e attraente”. In questa cornice ogni intralcio allo sviluppo potrebbe essere negativo. Ecco perché il fatto che a livello ministeriale la gomma riciclata non sia ancora stata definita ufficialmente “materia prima seconda” o anche semplicemente “gomma” costituisce un problema. Una vicenda che al ministero dell’Ambiente è ben conosciuta: verrà affrontata con un provvedimento che verosimilmente comprenderà anche altri materiali. Apparentemente la questione dell’inquadramento normativo potrebbe apparire secondaria. E invece no. Se la gomma riciclata non è esplicitamente una “materia prima seconda” rimane ufficialmente un rifiuto. “Si tratta di una questione importante”, afferma Corbetta, “che di fatto blocca lo sviluppo del mercato generando timori e incertezze. Pensiamo a un amministratore pubblico che voglia realizzare una strada utilizzando un asfalto con polverino di gomma: una soluzione che assicura un significativo abbattimento del rumore, una maggiore durata e ottime prestazioni per la sicurezza in caso di frenata

improvvisa e migliore visibilità in caso di pioggia, con un forte abbattimento dei costi di manutenzione. Ebbene, quell’amministratore se la sentirà di approvare un’operazione del genere? Oppure per il timore che domani la sua decisione possa essere contestata da una qualche autorità a causa dell’impiego di materiale derivante da rifiuto preferirà utilizzare altri materiali più tradizionali e meno efficienti? Certo, la probabilità di un intervento di questo tipo è molto bassa, quasi inesistente. Tuttavia si tratta di una remora potente in grado di bloccare il mercato. Perché non dare una chance in più al nostro settore?”.

Apparentemente la questione dell’inquadramento normativo potrebbe apparire secondaria. E invece no. Se la gomma riciclata non è esplicitamente una “materia prima seconda” rimane ufficialmente un rifiuto.

Info www.ecopneus.it

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66 Immagini ©Officina Corpuscoli, Maurizio Montalti

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La generazione distribuita arriva anche nella produzione delle bioplastiche di Roberto Rizzo

Sviluppare un nuovo processo produttivo di bioplastiche biodegradabili adottabile su piccola scala. Questo il modello di business della start-up italiana Mycoplast, sviluppato in collaborazione con i ricercatori del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Utrecht

Blue Economy. 10 anni. 100 innovazioni. 100 milioni di posti di lavoro di Gunter Pauli, nuova edizione, Edizioni Ambiente 2014; tinyurl.com/pth8ydv

Pensate alla generazione distribuita e locale di energia elettrica. Questo è il caso di una famiglia che installa sul tetto della propria abitazione un impianto solare fotovoltaico e che quindi diventa prosumer di elettricità: produce (producer) l’energia che consuma (consumer). Portiamo ora lo stesso discorso al livello di una cantina vinicola o di un produttore di olio di oliva e consideriamo gli scarti della filiera produttiva. Se l’azienda in questione fosse in grado di riutilizzarli per generare nuovi prodotti, diventerebbe un prosumer dei suoi stessi scarti produttivi. E chiuderebbe quindi in un senso sostenibile la filiera. È questo il modello di business su cui sta lavorando Mycoplast, start-up fondata lo scorso febbraio dopo oltre un anno di scouting di nuove tecnologie e analisi di mercato da due imprenditori italiani già attivi nell’ambito della bioeconomia, Federico Grati e Stefano Babbini. L’obiettivo di Mycoplast è sviluppare un processo produttivo di bioplastiche biodegradabili adottabile addirittura a livello di singola azienda agroalimentare, quindi su piccola e piccolissima scala. “Da qualche anno mi sto occupando di bioeconomia, in passato come start-upper con Agroils e Treedom e oggi

in Mossi Ghisolfi” spiega Federico Grati “e approfondendo questo tema mi sono reso conto delle grosse potenzialità del settore. La fonte d’ispirazione è stato il testo Blue Economy. 10 anni. 100 innovazioni. 100 milioni di posti di lavoro di Gunter Pauli. Uno dei 100 casi riguarda lo sviluppo di proteine alimentari a partire dagli scarti di caffè grazie all’azione di funghi shiitake. “Dopo varie ricerche, siamo entrati in contatto con il designer italiano Maurizio Montalti che lavora da oltre cinque anni nei Paesi Bassi con la sua realtà Officina Corpuscoli e produce materie prime per prodotti di biopackaging a basso impatto ambientale.” Montalti fa crescere la parte radicale dei funghi, il cosiddetto micelio, su residui agricoli. Il micelio è costituito principalmente di chitina, un biopolimero naturale (come la cellulosa) che si trova anche nelle unghie umane, nelle chele dei granchi o nei gusci dei gamberetti. I veri inventori della tecnologia di crescita sono però i ricercatori del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Utrecht, in particolare il direttore Han Wösten, con il quale collaborano Maurizio Montalti e il team di Mycoplast. “Sono loro i nostri partner scientifici di riferimento. In Italia stiamo iniziando ad affacciarci nel panorama delle start-up, ottenendo riscontri positivi. Abbiamo anche ricevuto un riconoscimento dalla Global Social Venture Competition di Altis, da cui abbiamo avuto una menzione speciale per l’economia circolare. Siamo anche in contatto con il mondo della ricerca italiana, in particolare l’Università di Pisa e i Politecnici di Milano e Torino.”


Case Histories Il confronto con la plastica convenzionale Sono diverse le famiglie di funghi che potrebbero essere usate per lo sviluppo di questo nuovo bioprocesso, che oltre a essere completamente naturale ha il vantaggio di richiedere una quantità assai limitata di energia: la crescita dei funghi avviene a temperatura e pressione ambiente. I funghi per svilupparsi si nutrono di zuccheri complessi, come la cellulosa presente nel legno e nei residui dell’industria agroalimentare, e hanno bisogno di un ambiente umido con una temperatura fra 20 e 25 gradi centigradi. Non hanno invece bisogno di un irraggiamento solare elevato ma, anzi, prediligono il buio. Non ci sono quindi vincoli particolari su dove sarà possibile realizzare eventuali siti produttivi. Anche per tenere saldo il concetto di economia circolare, Mycoplast si sta focalizzando sui sottoprodotti e gli scarti dell’agroindustria: paglie, segatura, bucce di pomodoro, fondi di caffè ecc. Non è facile confrontare le performance delle bioplastiche che verranno realizzate da Mycoplast con le performance delle plastiche tradizionali perché la composizione a livello di polimeri è diversa. Un confronto è invece possibile nelle modalità produttive, che come si diceva in precedenza è assai meno impattante nel caso di Mycoplast. L’altro lato della medaglia è che, a differenza della plastica convenzionale, servono più spazio e tempo. Un ipotetico stabilimento produttivo di tipo commerciale dovrebbe avere una superficie da 3.000 a 5.000 metri quadrati (in questo caso non ci stiamo riferendo alla produzione di una piccola azienda dell’agroalimentare) e affinché i funghi colonizzino un singolo sacco di paglia serve almeno una settimana. “Sono due le sfide tecnologiche che abbiamo di fronte”, spiega Federico Grati. “La prima è riuscire a ingegnerizzare il processo mantenendo dei costi di produzione sostenibili. In altre parole: abbiamo dimostrato che è facile produrre della bioplastica a partire da un singolo sacco di paglia, ma adesso dobbiamo riuscire a lavorare su quantitativi commerciali. La sfida successiva è la più avvincente: oltre a realizzare del packaging verde, vorremmo sviluppare delle chitine pure (i polimeri stessi) che possano essere usate

in applicazioni medicali, come la realizzazione dei fili per le suture, o nella cosmesi. Tanto per avere un ordine di grandezza, un chilo di bioplastica per il packaging costa circa un euro, mentre un chilo di nanochitine con un grado di purezza sufficiente per la cosmesi costa tipicamente intorno ai 600 euro. Si tratta quindi di prodotti con un altissimo valore aggiunto e un elevato grado di tecnologia. Ma per superare questa seconda sfida avremo bisogno dell’aiuto di un grosso player industriale, leader nel settore.”

Officina Corpuscoli, www.corpuscoli.com

La strategia industriale L’azienda detiene già le licenze per utilizzare un fungo che produce bioplastica di qualità e negli scorsi mesi ha realizzato dei prototipi presentati in alcuni eventi internazionali e che hanno riscosso un notevole successo. In questi mesi Grati e Babbini stanno cercando di ampliare il laboratorio a Inarzo, in provincia di Varese, dove attualmente lavorano alcuni ricercatori e dove si porranno le basi per passare alla produzione su scala pilota. Ciò significa raggiungere una produzione di almeno 100.000 pezzi l’anno per un investimento di circa mezzo milione di euro, con una quindicina di persone impiegate a tempo pieno (vedi il box per la descrizione dei prodotti che l’azienda intende realizzare). La sperimentazione su scala pilota servirà per dimostrare che la bioplastica può essere realmente competitiva con la plastica tradizionale. Il passaggio successivo sarà la realizzazione di un primo stabilimento produttivo vero e proprio in Italia da un milione di pezzi l’anno, per un investimento compreso fra un milione e un milione e mezzo di euro e 35 persone assunte a tempo pieno. “La nostra idea è di vendere i processi produttivi, che proteggeremo tramite brevetti, a player agroindustriali che producono dei residui e, allo stesso tempo, devono realizzare del packaging. Pensiamo alle cantine vinicole o ai produttori di olio che potrebbero realizzare del packaging verde usando il loro stesso rifiuto di coltivazione. Non intendiamo quindi brevettare il biomateriale in sé: sarebbe come pensare di brevettare il pane.”

Info www.mycoplast.com

Le linee di prodotto di Mycoplast A oggi Mycoplast sta lavorando allo sviluppo di tre linee di prodotto. •• MOGU Box. È una linea di packaging verde che andrà a sostituire il polistirolo nelle confezioni di oggettistica fragile, come lettori dvd, computer, mobili montabili ecc. •• MOGU Home. È la linea dei pannelli isolanti e biomattoni. Il grosso vantaggio consiste nella resistenza al fuoco. Una volta che il fungo ha preso possesso

della cellulosa, è assai difficile che si crei una fiamma perché il materiale presenta le stesse caratteristiche di un’unghia o un guscio di gamberetto. •• MOGU Garden. È la linea dedicata al settore agricolo, in particolare per scatole da vivaio e l’industria dei fiori. Questo prodotto è totalmente compostabile (è stato verificato in diversi contesti e verrà certificato a breve) e quindi una volta utilizzato può essere sbriciolato in campo o gettato nell’umido.

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La Pianura Padana:

una bioraffineria a cielo aperto Sicurezza alimentare, salute e bioeconomia sono i tre filoni di ricerca del Parco Tecnologico Padano. La sfida è tenere assieme il mondo aziendale, la ricerca e il sistema pubblico per creare imprese innovative di Roberto Rizzo

Roberto Rizzo è un giornalista scientifico esperto di tematiche energetiche e ambientali e dal 2010 insegna al Master di Giornalismo Scientifico della Sissa di Trieste.

Una enorme bioraffineria a cielo aperto tutta italiana, in cui si coltivano (e si raffinano) grano, riso, mais, sorgo, pomodori e si allevano vacche da latte, suini, vitelli e ovini. E in cui gli scarti dei processi di lavorazione agricoli possono rappresentare una risorsa preziosissima in termini di recupero energetico e di materiali. È la Pianura Padana, culla delle tecnologie più avanzate nei settori della zootecnia e dell’agroalimentare. Ma anche un grande concentrato di questioni ambientali aperte da risolvere. È per questo motivo che nel 2000 gli enti locali del territorio lodigiano con la forte spinta della Regione Lombardia promossero la costituzione del Parco Tecnologico Padano (Ptp), un centro di eccellenza per le biotecnologie agroalimentari, dotato di completa autonomia sul piano strategico, operativo e patrimoniale e che potesse competere con i grandi parchi tecnologici internazionali. “A Lodi venne così creato un polo universitario e della ricerca dedicato principalmente ai settori zootecnico e agroalimentare, oggi è il primo parco scientifico italiano nel settore della bioeconomia” spiega Gianluca Carenzo, direttore generale del Parco. “Ptp dispone di un centro interno per la ricerca che ha focalizzato le sue attività in tre ambiti: bioeconomia, sicurezza alimentare e salute” prosegue Paola Mariani, responsabile di tutta l’area di ricerca in bioeconomia. “Oggi siamo

Le collaborazioni del Parco Il Ptp è socio di: •• Assobiotec – Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie; •• Apsti – Associazione parchi scientifici e tecnologici italiani; •• Iasp – International Association of Science Parks. All’interno del Ptp ha sede il Cib (Consorzio italiano biogas e gassificazione), che riunisce aziende produttrici di biogas e syngas da fonti rinnovabili (biomassa prevalentemente agricola), le aziende o società industriali fornitrici di impianti e tecnologie. In tutto i consorziati del Cib sono 635 per 390 MW installati.


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una settantina di ricercatori, il 20% dei quali di provenienza internazionale. La tripla elica costituita dal mondo accademico, dalle istituzioni e dai partner privati ha avuto risultati più che positivi” continua Gianluca Carenzo. “Ritengo che la differenza maggiore rispetto ad altri parchi tecnologici sia la nostra propensione a collaborare fortemente con il mondo aziendale e a creare imprese innovative nel nostro incubatore. Non siamo solamente un ufficio di trasferimento tecnologico: vogliamo essere proattivi rispetto alle evoluzioni dei mercati. Oggi, per esempio, abbiamo a che fare con l’esigenza del territorio lombardo, italiano ed europeo di ottimizzare le materie prime e nobilitare gli scarti. Questo è un filone che anche a livello di nuove imprese è molto sentito.” Per svolgere le sue attività Ptp opera sul mercato della ricerca e dei servizi. Una grossa fetta dei fondi deriva dal finanziamento di progetti di ricerca, soprattutto europei ma anche locali o privati. Questa è stata una delle principali ragioni che ha condotto alla creazione, all’interno

del Parco, di un grant office. “Per noi l’Europa è un elemento cruciale: sia per quanto riguarda l’entità dei finanziamenti ottenibili sia per le potenzialità di collaborazione offerte” afferma Paola Mariani. L’incubatore Nel 2007 il Parco ha deciso di creare al proprio interno l’incubatore d’impresa “Alimenta”, che si rivolge a quattro tipologie di utenti: imprese di medie e grandi dimensioni; start-up; imprenditori potenziali; investitori. Dal 2007, l’incubatore ha consentito la creazione di trenta pmi e di oltre 100 nuovi posti di lavoro altamente qualificati, grazie alla raccolta di circa 21 milioni di euro di finanziamenti pubblici/privati. “Offriamo expertise a livello manageriale e competenze tecnologiche che provengono dal nostro centro ricerche e dal network di partner, così come dagli ospiti del Parco e dai mentor dell’Incubatore” spiega Gianluca Carenzo. “‘Alimenta’ segue un preciso processo di accelerazione tecnologica. Per un progetto d’impresa è fondamentale lavorare sulla sostenibilità dell’idea di business, sia dal punto

“La differenza maggiore rispetto ad altri parchi tecnologici è la nostra propensione a collaborare fortemente con il mondo aziendale e a creare imprese innovative nel nostro incubatore. Non siamo solamente un ufficio di trasferimento tecnologico: vogliamo essere proattivi rispetto alle evoluzioni dei mercati.”

Rendering del sito dimostrativo di tecnologie e soluzioni per l’agricoltura del futuro realizzato presso il Parco Tecnologico Padano in occasione di Expo 2015, su una superficie complessiva di 12.000 metri quadrati

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materiarinnovabile 03. 2015 di vista tecnologico sia economico; sulla base di questi presupposti sviluppiamo il business plan e concentriamo i nostri sforzi sulla ricerca di fondi. Per le pmi offriamo un supporto tecnologico per lo sviluppo di nuove tecnologie e/o nuovi prodotti; a livello manageriale, lavoriamo nello sviluppo di sistemi di controllo di gestione, budgeting e di controllo costi utili per ottimizzare l’implementazione della nuova tecnologia e/o del nuovo prodotto. Grazie alla potenza del network, di livello internazionale possiamo fornire un supporto di altissimo livello alle imprese.” Una storia di successo Una delle storie di maggior successo legata alle attività del Parco è quella di BiCT, azienda innovativa totalmente privata nata nel 2002.

Per diversi anni l’azienda ha sviluppato attività di trading nel settore alimentare, per poi trasferirsi nel Parco nel 2009, quando ottenne il suo primo finanziamento europeo. In quella circostanza i responsabili dell’azienda hanno deciso che era arrivato il momento di orientarsi definitivamente verso lo sviluppo di processi industriali competitivi e sostenibili per la produzione di enzimi e altre biomolecole di interesse applicativo, conseguendo dei risultati più che lusinghieri proprio negli anni della crisi: se nel 2009 in azienda lavoravano solo tre persone, oggi sono in tredici e il fatturato sfiora i 700.000 euro. “Il nostro successo nasce dall’essere partiti da persone con background diversi” spiega Roberto Verga, Chief Executive Officer di BiCT. “Ognuno ha portato la propria esperienza e siamo riusciti a unire la biodiversità anche nelle competenze. Un altro fattore importante è stato non basarsi su una singola idea ma partire dal mercato e dalle esigenze dei clienti per trovare soluzioni e prodotti alternativi e innovativi. Infine, ciò che fa evolvere la società è avere sempre il desiderio di crescere, essere orientati al risultato

In campo per l’Expo Il Ptp è coinvolto in numerose iniziative con il concetto del “Fuori Expo”, iniziative tecnologiche ed eventi per i professionisti della bioeconomia. Tra le iniziative, di rilievo è l’allestimento di un sito dimostrativo di tecnologie e soluzioni per l’agricoltura del futuro. In un terreno di 12.000 metri quadrati sono state organizzate parcelle di cereali, orticole e frutta, per accompagnare il visitatore a conoscere alcune delle principali questioni agronomiche, ambientali ed energetiche che l’agricoltura è chiamata ad affrontare per aumentare quantità, qualità e sostenibilità delle produzioni. “L’idea è nata dalla collaborazione con l’israeliana Netafim” afferma Gianluca Carenzo “con cui abbiamo deciso di costruire in occasione dell’Expo 2015 un terrapieno artificiale alto 4 metri e largo 40 per illustrare il funzionamento di impianti di irrigazione a goccia, che riproducono un contesto di terreni

marginali con risorse scarse in termini di acqua e input agricoli. Qui saranno coltivate alcune tra le principali fonti proteiche di ciclo estivo alla base della sicurezza alimentare del pianeta: mais, sorgo, soia e riso in asciutta”. Il percorso didattico proseguirà poi verso parcelle di pomodori da industria, un meleto, una parcella di lupini funzionale a spiegare l’azione dei rizobi, una serra con fragole e pomodori fuori suolo, un biodigestore portatile che usa reflui zootecnici o scarti alimentari per produrre biogas come combustibile per cucinare e fertilizzante organico, riducendo la domanda di legna e carbone in paesi emergenti. Il sito sarà visitabile durante l’intero semestre, con un ciclo di tredici giornate tematiche di approfondimento, dove insieme ai partner privati sono stati invitati rappresentanti di governi, aziende, associazioni di agricoltori, mondo della ricerca.

Info www.tecnoparco.org


Case Histories e alla sinergia con altre realtà; specialmente in momenti di crisi occorre rinnovarsi, essere flessibili e investire. L’immobilismo, spesso, può rivelarsi letale.” “I vantaggi nel lavorare al Parco consistono nel risiedere in una struttura organizzata che offre laboratori con facilities condivise e avere la possibilità di instaurare molteplici collaborazioni: il grant office del Parco è molto efficiente” spiega Silvia Rapacioli, Chief Operative Officer di BiCT. “Stiamo anche per creare una joint-venture con il Parco in quanto abbiamo interessi e attività complementari. Noi siamo una realtà industriale molto più orientata allo sviluppo dei risultati ottenuti dalla ricerca, mentre il Parco ha una grossa competenza in ricerca con rilevanti investimenti in laboratori avanzati, come la piattaforma genomica che presenta un elevato grado di automazione e una notevole potenzialità di utilizzo e multi-purpose. Mettendoci insieme potremo creare un tipo d’impresa che è già realtà all’estero ed è vincente con mentalità fortemente orientata al servizio e al business.” Le attività in bioeconomia Uno dei progetti coordinati dal Parco e che è un fiore all’occhiello nell’ambito della bioeconomia è “Biorefill”, finanziato da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, in cui le attività integrate dei singoli partner consentono di rendere gli scarti delle materie prime per la creazione

Fragole, mele, mais, pomodori, riso e soia sono alcune delle colture che si troveranno al “Fuori Expo” di Ptp

di bioprodotti. Partecipano al progetto quattro Università (Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Politecnico di Milano e Università degli Studi-Insubria) e imprese impegnate nello sviluppo di biomateriali, enzimi e bioprocessi. “Le aziende coinvolte sono piccole e grandi” spiega Silvia Rapacioli. “Per esempio Resindion è parte di una grande multinazionale come Mitsubishi Chemical, mentre Actygea e noi di BiCT siamo piccole realtà. Le attività di queste tre aziende sono interconnesse fra loro: Actygea si occupa della fermentazione per produrre enzimi in grado di biodegradare la biomassa e facilitare la digestione dei digestori o anche di valorizzare a valle ciò che esce dal digestore. BiCT lavora sulle applicazioni di questi enzimi mentre Resindion produce resine (con interesse a partire anche da materie prime rinnovabili), utilizzate sia per processi di purificazione sia come supporti per immobilizzazione enzimatica. In BiCT immobilizziamo gli enzimi utilizzando supporti solidi, come quelli prodotti da Resindion, permettendone il riutilizzo per molti cicli operativi. Nella bioeconomia di un processo questo può essere un vantaggio perché la possibilità di riutilizzo degli enzimi permette spesso di rendere economicamente sostenibile il processo stesso.” Un secondo esempio nell’ambito della bioeconomia è il progetto “Dance”, finanziato dalla Fondazione Cariplo per la realizzazione di una bioraffineria che utilizza gli scarti dell’industria agro-zootecnica (es. caseifici) per la crescita di microalghe da cui ottenere molecole di elevato valore aggiunto. In un altro progetto il Parco, in collaborazione con Cirad, usa le proprie competenze in genetica per la selezione di un sorgo multi-purpose. “Siamo molto interessati allo sviluppo di coltivazioni multi-purpose e riteniamo che la ricerca scientifica debba contribuire a evitare la competizione fra biocombustibili e produzione alimentazione” spiega Paola Mariani.

Ognuno ha portato la propria esperienza e siamo riusciti a unire la biodiversità anche nelle competenze.

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FibriRock

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Biomateriali al top di Maurizio Quaranta

Maurizio Quaranta è giornalista e giurista esperto in tematiche ambientali.

Info Bayer MaterialScience, www.materialscience. bayer.com/en EcoTechnilin, www.eco-technilin.com Evonik, corporate.evonik.com/en/ Pages/default.aspx HIB Trim Part Solutions, www.hib-solutions.com/ de/index.php Invista, www.invista.com TwoBEars, www.two-bears.eu

Il titolo di “Bio-based Material of the Year” per il 2015 è andato a Desmodur® eco N, materiale di rivestimento prodotto da Bayer MaterialScience, l’area del colosso chimico tedesco dedicata allo sviluppo di materiali innovativi. A sceglierlo tra un campione di 24 materiali “candidati” sono stati gli oltre duecento partecipanti alla recente conferenza sui biomateriali svoltasi a Colonia tra il 13 e il 15 aprile scorsi e organizzata da nova-Institut. Se l’istituzione di un premio può essere presa a indicatore della maturità di un settore, considerando che “Bio-based Material of the Year” è giunto quest’anno all’ottava edizione, quello dei materiali derivati da materie prime di origine biologica ne esce ben rappresentato. La competizione promossa dall’istituto di ricerca tedesco è finalizzata a segnalare i nuovi prodotti che la ancora giovane industria dei biomateriali rende disponibili, individuati tra quelli che sono stati lanciati sul mercato o hanno trovato un’applicazione industriale nel corso degli ultimi 12 mesi. La selezione avviene con una prima fase di esame delle candidature da parte del comitato scientifico del premio, che porta a restringere il numero dei concorrenti a sei. Quest’anno a entrare nella selezione finale per l’assegnazione del premio è stato un campione di aziende molto “tedescocentrico”, con la Germania rappresentata da ben quattro aziende. Bayer MaterialScience (Germania) ha candidato Desmodur® eco N, un nuovo poliisocianato alifatico privo di solventi e il primo agente reticolante poliuretanico a base biologica a essere immesso sul mercato. Trova utilizzo nel settore dei rivestimenti per auto ad alte prestazioni, dove le vernici poliuretaniche stabiliscono lo standard più elevato in termini di qualità, efficienza e durata. Questo agente reticolante si basa su un nuovo isocianato, il pentametilene diisocianato, il cui contenuto di carbonio proviene per il 70% da biomassa.

La EcoTechnilin è un’azienda leader nell’impiego di fibre vegetali per la produzione di tessuti-non tessuti tecnici, con stabilimenti in Francia e Gran Bretagna. I campi d’applicazione dei suoi prodotti vanno dall’allestimento interno dei veicoli all’edilizia (sottofondi per pavimentazioni, rivestimenti murali e altro), ai pannelli compositi per varie applicazioni ecc. Il materiale innovativo proposto nel quadro del “Bio-based Material of the Year” è FibriRock, un pannello sandwich con struttura a nido d’ape che combina le prestazioni ignifughe del tessuto preimpregnato lino/bioresina a quelle di rigidità offerte dalla fibra di basalto (un sostitutivo dell’amianto privo però delle caratteristiche di pericolosità per la salute). L’utilizzo del prodotto avviene nell’industria aeronautica e nel trasporto su ferro. Evonik (Germania, uno dei maggiori gruppi chimici al mondo) ha presentato poliammide 12 “bio”, un materiale plastico ad alte prestazioni ottenuto al 100% da risorse rinnovabili (olio di palmisti, semi della palma da olio Elaeis guineensis). Si tratta ancora, come nel caso del Desmodur, di un materiale che si propone come alternativa agli analoghi prodotti di derivazione petrolchimica. Grazie alle sue proprietà il poliammide 12 è il materiale più indicato per una vasta gamma di prodotti ad alte prestazioni in numerose applicazioni: rivestimenti per il settore degli autoveicoli, tubature di grande volume nel settore petrolifero e del gas, prodotti medicali (cateteri) e componenti stampate a iniezione, come giranti

Desmodur® eco N

bioFila

Un premio all’innovazione per i “biomateriali dell’anno”


L’istituto di ricerca tedesco nova-Institut

Nature 50

Case Histories

LYCRA T 162R Fibre

Poliammide 12

Nova-Institut è un istituto indipendente di ricerca, fondato nel 1994 e situato all’interno del Parco industriale chimico Knapsack, a Huerth, nei pressi di Colonia. In questi vent’anni l’istituto ha sviluppato la propria attività sui temi della bioeconomia principalmente in tre ambiti: ricerca e sviluppo; attività congressuali e di diffusione della conoscenza; consulenza all’industria e alla politica. I temi oggetto delle iniziative di nova-Institut riguardano le materie prime, la valutazioni tecnico-economiche, gli studi di mercato, il project management, le policy per lo sviluppo di una economia biobased e sostenibile. I servizi di comunicazione includono un portale di news di settore per la bioeconomia, una newsletter e la business directory IBIB. Maggiori informazioni sul sito www.bio-based.eu.

I prodotti della chimica verde si dimostrano in grado di competere con i materiali convenzionali anche nei settori dove sono richieste le performance più elevate.

per pompe o alloggiamenti per valvole di controllo. L’impiego dell’olio di palma consente inoltre una semplificazione del processo di produzione del monomero (acido laurico) precursore della poliammide 12, rispetto all’analogo processo petrolchimico basato sul butadiene. HIB Trim Part Solutions (Germania) è un’azienda attiva nel campo della componentistica per il settore dell’auto, e fornitore di pressoché tutte le case automobilistiche tedesche. Ha partecipato al premio con Nature 50, materiale plastico ottenuto da polipropilene mescolato con fibra lunga di canapa (in proporzione maggiore del 50%) e additivi. Il materiale in granuli può essere estruso e stampato a iniezione in strumenti di stampaggio seriali, il che lo rende particolarmente adatto per parti automobilistiche con ottime prestazioni al test di resilienza. La composizione di Nature 50 permette inoltre di ottenere una grande varietà di soluzioni estetiche. La statunitense Invista, uno dei maggiori produttori al mondo di polimeri e fibre (e detentore del marchio Lycra), ha presentato LYCRA T 162R Fibre, l’unico filato di questo genere prodotto

dal butandiolo, materiale biobased ottenuto da destrosio derivato dal mais. L’uso della materia prima rinnovabile nella realizzazione di questa nuova fibra determina minori emissioni di CO2 e minore utilizzo di combustibili fossili rispetto all’analoga fibra prodotta utilizzando polimeri convenzionali (poliuretano). Gli impieghi della Lycra biobased sono quelli tipici del settore tessile. La candidatura di twoBEars, ancora un’azienda tedesca, questa volta nel settore delle plastiche per stampa in 3D, riguardava bioFila, un filamento biodegradabile in PLA biopolimero ottenuto da materie prime rinnovabili, in cui le alte prestazioni si fondono con una resa visiva e tattile eccezionali. Nel 2009 il brevetto di Stratasys per la stampa 3D è scaduto, aprendo la strada a tutti; il mercato dei filamenti di stampa 3D ha oggi un valore stimato di 800 milioni di dollari ed è destinato a crescere di dieci volte nei prossimi 10 anni. Il materiale standard in questo settore è l’ABS e la possibilità di sostituirlo con una plastica biodegradabile fornisce una soluzione a un problema di produzione di scarti e residui che andrà ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni. Inoltre, l’uso del PLA permette di stampare a temperature più basse rispetto a quelle necessarie per l’ABS con un evidente vantaggio in termini di risparmio energetico. A eleggere i primi tre classificati è stato poi il pubblico di addetti ai lavori che ha preso parte al congresso di Colonia, oltre 200 rappresentanti di aziende (dai grandi gruppi alle startup) provenienti da quattro continenti. A spuntarla, come accennato, è stato il Desmodur® eco N, prodotto da Bayer MaterialScience. Il nuovo prodotto messo in commercio dal colosso chimico tedesco apre infatti all’industria biobased un importante ambito nel settore automotive, finora riservato a prodotti di derivazione petrolchimica. Le vernici poliuretaniche sono a oggi infatti prodotte utilizzando prevalentemente resine sintetiche e lo sviluppo di soluzioni alternative aveva il proprio limite esattamente nell’assenza di agenti reticolanti prodotti da risorse rinnovabili. Inoltre, quello del coating per i veicoli è un settore dove gli standard qualitativi richiesti sono estremamente elevati e dove le prestazioni dei prodotti sono decisive per conservare il valore di beni complessi (e costosi) come i mezzi di trasporto. I prodotti della chimica verde si dimostrano in grado di competere con i materiali convenzionali anche nei settori dove sono richieste le performance più elevate. Il premio attribuito a Desmodur si può leggere anche così. Al secondo e al terzo posto, per la cronaca, si sono piazzati rispettivamente i prodotti di HIB Trim e di EcoTechnilin: ancora prodotti particolarmente destinati ai settori automotive, aeronautica e trasporto su ferro. Una implicita conferma di un orientamento volto a promuovere l’innovazione “bio” più spinta.

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Liu Hsuantzu, The Mold

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CIRCULAR DESIGN:

la materia esce dal purgatorio di Emanuele Bompan

Dalla culla alla culla. Anche il mondo del design sposa la circular economy, sperimentando realizzazioni complesse, di grande valore estetico, con un’attenzione crescente ai materiali, alla loro provenienza e alla loro destinazione finale. Anzi, inziale

“La natura e il suo design sono un’infinita fonte d’ispirazione per la scienza e per i designer.”

“La natura e il suo design sono un’infinita fonte d’ispirazione per la scienza e per i designer.” Così parlava nel 2006 Janine Benyus fondatrice del Biomimicry Institute, il primo istituto di ricerca sulla biomimesi. Un design che imiti la natura e allo stesso tempo ne sia rispettoso, attento a usare materiali che ne imitino le funzioni e che riproducano la complessa interrelazione tra materia e ambiente. Un design che come ogni elemento naturale sia sempre in costante trasformazione circolare. Così “funzionano”

Biomimicry Institute, biomimicry.org

Bernotat&Co - Credit: Marleen Sleeuwits

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gli elementi chimici alla base della vita: non cessano di vivere ma si trasformano in nuova vita. Dalla culla alla culla. Questi sono gli assiomi di un design compiutamente contemporaneo. Una visione del lavoro progettuale che trova tra le sue radici il concetto di cradle-to-cradle (dalla culla alla culla) elaborato da William McDonough e Michael Braungart. Lo dimostra uno degli eventi design italiani più hip di quest’anno “GoodDesign - The Natural Circle”. L’evento, organizzato dal collettivo per l’abitare sostenibile Best-Up si è tenuto dal 14 aprile al 3 maggio a Milano, nel quadro della Design Week. Arrivato alla sesta edizione presso la Cascina Cuccagna, GoodDesign quest’anno si è concentrato proprio sul tema del circular design o cradle to cradle design. “Abbiamo creato questo evento per dare spazio al design per il sociale”, spiega Giuliana Zoppis, una delle organizzatrici, “un design dove al centro del prodotto deve esistere una riflessione sul ciclo di vita del prodotto per ridurne gli impatti ambientali”. Un’edizione che sottolinea due temi forti e centrali con cui il design oggi si deve confrontare. Da un lato la centralità dell’economia circolare, affermata anche dalle normative Ue passate durante il semestre italiano, dove ci sia una riduzione


L’esposizione è stata caratterizzata dal tentativo di ricreare un’atmosfera naturale, con scenari dove l’ambiente è protagonista e ne suggerisce le forme. Lo dimostrano il bosco di alberi a luci led di Foscarini o le decorazioni certosine di Giulia Berra. Lo stato di salute del “design circolare” appare dunque più che positivo. In Italia come in Europa, grazie anche alla presenza nutrita di progettisti olandesi. “Il design italiano è cresciuto più di quanto comunemente si pensi”, spiega Zoppis. “Il mondo dei distretti dei prodotti italiani di eccellenza si è sempre sforzato di risparmiare materiali ed energie, di fare pezzi che possano essere smembrati o smontati facilmente. Chi produce è legato al suo terreno, lo rispetta. E quindi esiste una vocazione innata nel prodotto italiano a questa filosofia.” Chi ancora non ha sposato questa visione lo dovrà fare per ragioni economiche: il mercato lo richiede sempre di più. “Il buon progetto da sempre prevede il dis-assemblamento per permettere la manutenzione e la sostituzione con i pezzi di ricambio. Molte aziende lo fanno come tradizione ma non lo vestono del contenuto. Non dicono: ‘Siamo ecocompatibili’”, continua ancora la responsabile di GoodDesign. “Va detto: la parte più carente del design italiano è comunicare i valori e saperli vendere insieme al prodotto.” Per il resto: good design is here!

Info www.goodesignevent.it www.bestup.it

Michael Schoner, The A3 Animals

dei rifiuti e ci sia una seconda vita del prodotto. Dall’altro la messa in atto di un ciclo di vita cradle to cradle, dove si producono cose utili e durevoli. “Siamo passati dall’Lca al Life cycle design (Lcd) fino ad arrivare alla visione più completa, ovvero dalla culla alla culla, sia nel ciclo biologico sia nelle tecnologie di re-immissione nel ciclo produttivo dei componenti”, continua Giuliana Zoppis. Una visione in cui tutto si trasforma, riusa, ripensa.

Tuomas Markunpoika, Engineering Temporality

Soojin Kang, Seating, 2012-2013

“Il buon progetto da sempre prevede il dis-assemblamento per permettere la manutenzione e la sostituzione con i pezzi di ricambio.”

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Seletti, Woodland - Credits: Antonio di Canito

Case Histories


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Eric Klarenbeek, Mycelium Chair

Un viaggio nel progetto Il cerchio della vita Artista e creatrice di grandi installazioni e sculture eco-compatibili, Giulia Berra realizza le sue opere “assemblando” insetti e altre parti animali, come penne o piume. Niente violenza naturalmente: tutti i piccoli animali sono stati raccolti da Giulia a fine vita da terra, dai parabrezza delle automobili o sono stati forniti da strutture che li allevano (inclusa l’oasi delle farfalle di Milano che le ha messo a disposizione lepidotteri e crisalidi). Ne risulta un lavoro ispirato alla tassidermia, ma squisitamente leggero ed etereo, oggetti poetici da ammirare e maneggiare con cura perché estremamente delicati. Un esempio puramente concettuale del concetto di end of life della materia.

The Mycelium Project

Florian Hauswirth, Celltables - Credit: Stefan Hofmann

Info www.ericklarenbeek.com

Florian Hauswirth, Democratic Chess

Info giuliaberra.blogspot.it

Giulia Berra, Città di crisalidi

Può la stampa 3D, informatica e digitale per definizione, essere “naturale”? Una sfida che ha da sempre intrigato il designer Eric Klarenbeek. Che dopo anni di tentativi, con Mycelium Project ha messo a punto un modo innovativo di applicare la tecnologia della stampa 3D sfruttando il micelio (ossia l’apparato vegetativo dei funghi) al posto dei classici polimeri sintetici. Il micelio viene combinato insieme a materie prime diverse e disponibili in un dato luogo per dar vita a oggetti con un “impatto ambientale negativo”. Parliamo di scarti, che triturati e mescolati con il micelio, possono essere prodotti ovunque per diventare “inchiostro” 3D. Pronto per essere usato per stampare oggetti di arredamento. “Ho cercato di realizzare mobili poetici e interessanti, poiché vivi, fatti di materia organica quindi anche interamente compostabili”, spiega Klarenbeek. “I funghi che fanno capolino hanno una doppia funzione estetica e dimostrativo-concettuale, che sottolinea la struttura profonda che unisce il progetto.” Un elemento interessante del progetto è il suo essere assolutamente local: si può stampare ovunque, usando materia prima locale. Sia per piccoli oggetti sia per oggetti di grande scala, annuncia Klarenbeek, che sta già lavorando sul prototipo di una nuova stampante 3D.

Celltable Collection Florian Hauswirth è un grande amante della sofisticazione della forma. Lo dimostrano opere come la sua sedia a tre gambe con schienale regolabile del 2010 o la curiosa scacchiera a pezzi combinabili presentata a Milano nel 2011. Meno si sa della sua passione per i materiali, nata dal lavoro come modellista e ricercatore materiali per Vitra e per lo studio design di Barber Osgerby. Fondatore del collettivo svizzero Postfossil (2007) negli ultimi anni ha lavorato sempre di più sulla sostenibilità come dimostra l’ultima serie Celltable Collection, una serie di tavoli realizzati con tubi di cartone, MDF e assemblati con colla a base d’acqua. Il dettaglio più importante è la loro irregolarità: il piano d’appoggio non perfettamente rotondo, un omaggio alla perfetta imperfezione della natura. Info www.florianhauswirth.ch


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De+Craft “Dare alla materia una seconda vita” La fusione di design e artigianato. Il nome del collettivo, composto da architetti e artigiani con sede a Roma e Milano, definisce l’anima del progetto, a metà strada tra design – De – e artigianalità – Craft, appunto. Un progetto che nasce all’interno dei cantieri edili, dove per costruire nuovi edifici, spesso, si scarta una quantità di materiali rilevante. Piantane, cemento, attrezzature, impalcature. La lista è lunga. De+Craft riutilizza e recupera la materia del luogo-cantiere per creare oggetti originali, installazioni e pezzi d’arredo unici. “Esistono numerosi materiali di fascino da ripensare in modo creativo”, spiega la curatrice della mostra GoodDesign. “Lamiere arrugginite, pezzi di ferro, attrezzi da lavoro. Tutto può essere rigenerato e convertito in qualcosa di funzionale con una nuova forma, un’identità estetica... una seconda vita. Al punto da creare una collezione di pezzi unici e di grande pregio.” Info www.decraft.it

Moca Group

De+craft

Case Histories

Moca “Architetture semplici, eppur geniali” In Africa (e non solo) è ancora così: le case si fanno tutte con materiali disponibili in loco. Fango, terra, paglia, acqua. Similmente il gruppo Moca studia e sperimenta la realizzazione di un kit per l’assemblaggio di case a basso costo realizzate con materiali locali. Si tratta di abitazioni semplici ed ecologiche, che ognuno può costruire con le proprie mani. La struttura è semplice ed essenziale, il costo è contenuto, e la qualità del risultato e la sua efficienza energetica sono di tutto rispetto. Il progetto è concepito per sostenere le zone più povere del Sud del Mondo, ma è anche un appello fattivo in favore del “diritto alla casa”. Il gruppo Moca è composto da Raffaele Bettoni, Matteo Tommasini, Massimo Fioretta, Carlotta Fabbri, Michele Buizza.

“Guardando le materie organiche con gli occhi del designer emergono potenzialità inedite rispetto agli ordinari sistemi di produzione dell’industria.” Per questo Simone Benvenuto di Uovodesign realizza oggetti utilizzando ogni tipo di materia organica disponibile in natura. Come egli stesso afferma “Un modello progettuale tiene conto di ogni fase della vita organica: i sistemi di crescita, il ph, le temperature, il peso specifico, le stesse diversità degli stati della materia possono rappresentare un’occasione progettuale. L’approccio tradizionale del design prenderebbe in considerazione il solo stato solido. Tralasciando altri stati, altrettanto importanti.” Nel caso di Superorganism, Benvenuto ha lasciato che fossero le api stesse – considerate un superorganismo in virtù delle loro modalità di vita all’interno dell’alveare – a creare degli oggetti di design. La loro operosità (miele, cera, propoli) è stata sfruttata per creare cucchiai e ampolle di miele sigillate. “Create e sigillate dalle api stesse, in equilibrio tra esigenze pratiche ed estetica del lavoro di questi straordinari insetti”, spiega Benvenuto. Info www.uovodesign.com

Moca Group

Uovodesign Superorganism

Uovodesign

Uovodesign, Superorganism

Info www.mocagroup.com


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Rubriche Bieconomia e ambiente

Per la salute una minaccia che si rinnova Stefano Ciafani, ingegnere ambientale, è Vicepresidente nazionale di Legambiente. È stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIV legislatura e membro del Comitato di indirizzo sulla gestione dei Raee.

Il dossier “Liberi dall’amianto” è consultabile online: tinyurl.com/na6p8nf

Non si tratta di una materia rinnovabile, ma di una minaccia seria per la salute umana che si rinnova nel tempo. È la fibra killer dell’amianto, che molti continuano a chiamare erroneamente Eternit dal nome del brevetto dell’azienda killer di Casale Monferrato: le bonifiche procedono con lentezza e il rischio non diminuisce. Il tema è stato al centro del nuovo rapporto di denuncia di Legambiente presentato in occasione della Giornata mondiale delle vittime dell’amianto (28 aprile): occorre fermare questa drammatica emergenza per cui, ogni anno, in Italia muoiono ancora 4.000 persone per le malattie correlate all’asbesto, con oltre 15.000 casi di mesotelioma maligno diagnosticato dal 1993 al 2008 (Registro nazionale mesotelioma di Inail). A 23 anni dalla sua messa al bando, l’amianto è ancora diffusissimo, in diverse forme, sul nostro territorio: le stime, per difetto, di Cnr e Inail parlano di ben 32 milioni di tonnellate. Nonostante la legge 257 del 1992 prevedesse Piani regionali amianto da redigere entro 180 giorni dalla sua pubblicazione, a oggi sei Regioni non li hanno ancora approvati. Intanto il censimento, fondamentale per calcolare le quantità da recuperare e realizzato in modo disomogeneo solo in dieci Regioni, ha contato oltre 230.000 strutture interessate. L’altro strumento fondamentale, la mappatura dell’amianto presente sul territorio, è stata conclusa solo da metà delle Regioni, mentre è in fase di ultimazione nelle province autonome di Bolzano e Trento. La Banca dati amianto coordinata dal ministero dell’Ambiente riporta notizie di almeno 38.000 siti su tutto il territorio nazionale, con oltre 300 siti in classe di priorità 1, ovvero a maggior rischio, su cui avviare subito le azioni di risanamento. Ma sono pochi gli interventi di bonifica realizzati a oggi (27.020 edifici tra pubblici e privati), lenti quelli in corso (26.868), molti quelli ancora da iniziare: di questo passo si stimano 85 anni per completare le bonifiche. Inoltre sarà difficile risolvere il problema amianto se la rete impiantistica per il suo smaltimento resta quella attuale: le regioni dotate di almeno un impianto specifico sono 11, per un totale di 24 impianti (5 in Sardegna, 4 in Piemonte e Toscana, 2 in Emilia, Lombardia

e Basilicata, 1 in Abruzzo, Friuli, Liguria, Puglia e la provincia autonoma di Bolzano), con volumetrie residue insufficienti a garantire un corretto smaltimento dei materiali che ancora oggi finiscono al 75% in discariche fuori dai nostri confini. Il risanamento ambientale, la bonifica e il corretto smaltimento dei materiali contenenti amianto devono essere le priorità per portare a zero il rischio connesso con l’esposizione alla fibra. Per questo però occorre un serio impegno da parte innanzitutto delle Regioni e degli altri enti locali e nazionali competenti. Fino a oggi, purtroppo, i risultati ottenuti sono molto scarsi. È urgente intervenire tanto sui grandi siti industriali quanto sugli edifici pubblici e privati; bisogna completare il censimento e gestire con attenzione i sistemi e gli impianti per il trattamento e lo smaltimento dei materiali contenenti amianto. È poi necessario promuovere una corretta informazione sul problema amianto, su come comportarsi per eseguire interventi corretti e sui rischi derivanti dall’esposizione alle fibre dovuta al deterioramento delle strutture ma anche allo smaltimento illegale dei materiali. Per affrontare efficacemente il problema, nel marzo del 2013, i ministeri della Salute, del Lavoro e dell’Ambiente hanno approvato il Piano nazionale amianto: un documento complesso che tratta la problematica dal punto di vista sanitario, dell’assistenza e dei risarcimenti ai lavoratori e agli esposti e dal punto di vista ambientale, con misure che, se fossero messe in campo, darebbero una svolta vera alla situazione. Questo Piano purtroppo è ancora oggi fermo in Conferenza Stato Regioni, dove, per mancanza di fondi, continua a essere rimandata la sua discussione. Il Governo si deve impegnare concretamente nel dare risposte e giustizia alle vittime dell’amianto, come promesso all’indomani dell’assurda sentenza di assoluzione che ha messo la parola fine al processo Eternit nel novembre scorso. Per far questo occorre consentire al più presto l’avvio delle bonifiche dei siti industriali e la rimozione dell’amianto dagli edifici ancora contaminati, attraverso


Rubriche

l’attuazione di quanto previsto nel Piano nazionale. Un primo passo utile sarebbe lo stanziamento di circa 20 milioni di euro, da attuare con il sistema degli incentivi per la sostituzione eternit/fotovoltaico, che porterebbe alla bonifica di oltre 10 milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto. È fondamentale anche la rapida approvazione del

disegno di legge sugli ecoreati in discussione in questi giorni alla Camera, senza variazioni del testo uscito dal Senato, per consentire la sua immediata applicazione. Solo così si potrà evitare che si consumino altri crimini com’è successo a Casale Monferrato, nella Terra dei Fuochi, nella Valle del Sacco, a Taranto, a Porto Marghera, a Bussi e in tantissime altre realtà.

Profondo blu

L’altra metà della ricchezza marina Ilaria Nardello è specialista della ricerca industriale presso la National University of Ireland, Galway. Oceanografa con tredici anni di esperienza tra Usa and Ue, oggi sostiene l’interazione tra industria e università per creare innovazione e sostenibilità, con un interesse particolare per le applicazioni provenienti dall’uso delle risorse marine.

Forse perché il mare copre poco meno dei tre quarti della superficie del nostro pianeta, e i suoi abissi rimangono un mondo largamente inesplorato, ci eravamo immaginati che le risorse che contiene avessero un carattere di infinito. Per decenni, abbiamo lasciato ingigantire la capacità di pesca dell’industria ittica e lasciato che si ributtassero a mare enormi quantità di scarti della lavorazione del pesce e dei frutti di mare: circa la metà del materiale biologico pescato si elimina durante il processo di lavorazione (eviscerazione, filettatura, spellatura, sgusciatura, lavaggio, sbrinamento e cottura). Tuttavia, la capacità degli oceani è tutt’altro che infinita. Ricerche hanno mostrato il grande impatto dell’alterazione, spesso per mano dell’uomo, delle condizioni ambientali: inquinamento, riscaldamento globale e pesca eccessiva hanno lasciato il segno. Le conseguenze di questi fattori possono essere estremamente negative, e in alcuni casi irreversibili, per le varietà commercialmente più rilevanti di pesce, come merluzzo e salmone, per esempio; oppure, come osservato in questi ultimissimi mesi, sardine. Considerando che, invece, la popolazione mondiale sta crescendo (per raggiungere il traguardo di nove miliardi di persone nel 2050) la risorsa “biomassa” è diventata un lucroso prodotto di investimento. Ciò è evidente da recenti manovre commerciali dell’industria e degli investitori; così come dagli sforzi dell’Europa per comprendere le opportunità di crescita blu associate alla bioeconomia. Un modo semplice per rilevare questo cambiamento è osservare la rapida trasformazione della terminologia associata ai prodotti di questa filiera. Appena dieci anni fa, il materiale biologico scartato durante il processo di lavorazione del pescato veniva indicato come un “flusso di

rifiuti del cibo” o, nella migliore delle ipotesi, un “sotto prodotto”. Il suo utilizzo era principalmente legato alla produzione di prodotti a basso costo: farine, oli, idrolizzati e mangimi. Ma l’industria ha dovuto adattarsi a grandi cambiamenti che hanno influenzato le pratiche di utilizzo di tutti i pesci raccolti: il sistema delle quote di pesca, per esempio; o le enormi fluttuazioni delle popolazioni di pesce; e infine l’impossibilità di scaricare i sottoprodotti in mare e la conseguenza di dover sostenere i costi della gestione dei rifiuti. Sotto queste pressioni, sia i pescatori sia l’industria della lavorazione hanno maturato un improvviso interesse per l’innovativo utilizzo di queste materie fino a quel momento scartate. Negli ultimissimi anni, questa necessità si è infine fortemente coniugata con le più avanzate conoscenze biologiche e capacità tecnologiche. Si è così scoperto che questi materiali biologici contengono una serie interminabile di nuovi composti, come lecitine marine, acidi grassi, enzimi e peptidi; i quali hanno già dimostrato una valenza importantissima in vari settori di applicazione, dalla medicina, alla nutrizione e ai processi industriali. La percezione del valore di queste risorse è, quindi, oggi, finalmente cresciuto; tanto da aver recuperato dignità anche in termini semantici: ora si parla di “materie prime inutilizzate”. Il loro potenziale è fornire un servizio ancora più elevato di quello della preziosa carne sfilettata di pesce. Una politica dedicata alla gestione di queste materie prime inutilizzate potrebbe dunque essere necessaria per gestire la nuova ricchezza del mare che stiamo appena iniziando a scoprire.

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Pillole di innovazione

Giallo oro Federico Pedrocchi, giornalista di scienza. Dirige e conduce la trasmissione settimanale Moebius in onda su Radio 24 – Il Sole 24 Ore. Coordina Triwù, web tv dedicata alla cultura dell’innovazione in Italia. Insegna New Media al Master in Comunicazione scientifica e Innovazione sostenibile dell’Università Milano Bicocca.

Si ha la sensazione che questo 21° sarà un grande secolo per l’urina. Naturalmente il suo ruolo centrale nell’esistenza dei viventi non deve essere riscoperto, ovvero non è che nel 21° dobbiamo rivalutarla e impegnarci quindi a “praticarla” di più. Quel che si fa è infatti ineludibile. Ma è proprio una grande progettualità quella che si sta sviluppando, in più modi, per non buttarla via. Ciò si inserisce in una cornice culturale che trovo di grande fascino: le tecnologie più avanzate ci consentono di individuare comportamenti virtuosi che sono connessi ai nostri fondamentali di esseri viventi che abitano un pianeta. Tuttavia, poiché fra i fondamentali ci sta pure il desiderio di essere ricchi, non sorprende che un passaggio cruciale verso la valorizzazione del liquido organico sia stato quello di considerarla come una sostanza trasformabile in oro. Avvenne intorno al 1670, quando la chimica era una tecnica tanto approssimata da considerare il colore giallo come una efficace premessa verso il prezioso metallo. Hennig Brand, alchimista tedesco, raccolse nella cantina della sua abitazione 50 secchi di urina e lì li tenne per un certo numero di mesi smanettandoli con diverse sostanze fino a ottenere un pastone giallo, una specie di cera, che risultò non essere vendibile ai gioiellieri del tempo ma in compenso si scoprì che reagiva al contatto con l’aria, prendendo fuoco. Il pastone fu chiamato fosforo, se ne capirono immediatamente le potenzialità e subito ci si ingegnò a ricavarlo con metodi meno sgradevoli delle secchiate di urina. Fu una scelta giusta, per quei tempi e per quelli che seguirono. Oggi invece non è possibile ignorare il fatto che il nostro corpo produce fosforo e quindi estrarlo dalle miniere di rocce fosfatiche è un po’ una sciocchezza. Il fosforo è un elemento base per fertilizzare i campi, insieme al potassio e all’azoto, tutta roba contenuta abbondantemente nel liquido giallo. In Olanda la vicenda è partita, con spettacolari eventi, ad Amsterdam: una piazza densamente popolata di orinatoi appositamente studiati per raccogliere l’urina. Allo studio – variante fondamentale – una versione al femminile dei metodi di raccolta. In realtà quello a cui si sta pensando, ovviamente, non è l’occupazione delle piazze – format tecnologico che andrebbe però mantenuto per la raccolta in occasione

di grandi concerti, per esempio (anche per i raduni politici? Meglio rifletterci sopra) – ma la messa a punto di strategie a monte, ovvero nelle abitazioni. È cosa che si può fare, evitando di inviare tutto nel sistema fognario. Una cifra: da un milione di persone si potrebbero produrre 1.000 tonnellate di fertilizzanti in un anno. Attenzione: è tanto. E non stiamo prendendo in considerazione gli animali, quelli che abbiamo negli allevamenti, per esempio. Anche elettricità. Con un litro di urina si può far funzionare un cellulare per sei ore. No, non si tratta ora di pensare a impresentabili smartphone a forma di pappagallo ospedaliero. Il tema è più generale: ci sono vari approcci tecnologici per estrarre elettricità dall’urina. Essa, per esempio, si presta molto bene – è per loro un graditissimo “alimento” – a sfamare orde di batteri che, spezzando i legami chimici della materia organica (perché se la mangiano), producono un flusso di elettroni. La tecnologia si basa, in questo caso, sulle cosiddette celle a combustibile microbiche, il cui funzionamento, andando al sodo, si basa sul servire ai batteri un pasto all’interno di uno strumento provvisto di anodo e catodo. La buona vecchia e sempre efficiente elettrolisi, insomma. C’è chi ha calcolato che l’urina, fra umani e animali da allevamento, disponibile giornalmente, si collochi intorno ai 38 miliardi di litri. Se con un litro si telefona per 6 ore, siamo a 228 miliardi di ore al giorno. Coprono il fabbisogno telefonico di questa nostra umanità ovunque connessa? O si dovrà ricorrere a dei diuretici?


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