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tascabili dell’ambiente

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Danilo Bonato

la terza crisi

come sconfiggere la crisi e difendere il futuro di imprese e famiglie realizzazione editoriale Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it coordinamento redazionale: Diego Tavazzi progetto grafico: GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo © 2011, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02 45487277, fax 02 45487333 ISBN 978-88-6627-030-0

Finito di stampare nel mese di novembre 2011 presso Grafiche del Liri – Isola del Liri (FR) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta Oikos

i siti di edizioni ambiente: www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.verdenero.it www.puntosostenibile.it Seguici anche su: Facebook.com/EdizioniAmbiente

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Danilo Bonato

la terza crisi Come sconfiggere la crisi e difendere il futuro di imprese e famiglie

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sommario

introduzione

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1. la vera natura della crisi

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2. alle radici della terza crisi

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3. per fortuna che c’erano loro

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4. la caduta dell’impero

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5. il progetto di rinascita

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6. clima e sfida energetica

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7. risorse ed economia del riciclo

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8. aziende che reagiscono alla crisi

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9. strategie e strumenti per la sostenibilità d’impresa

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10. cultura e cambiamento

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Ai Governi attuali e futuri, perchĂŠ facciano scelte sagge Ai manager e agli imprenditori, perchĂŠ moltiplichino gli sforzi Ai giovani, perchĂŠ non perdano la fiducia nel futuro

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introduzione

la strada maestra per sconfiggere la crisi Le crisi fanno paura perché mettono a repentaglio il benessere delle persone e delle nostre famiglie. Come possiamo evitare che milioni di individui paghino a caro prezzo l’involuzione del nostro sistema politico ed economico, con la disoccupazione, la povertà e il disagio sociale? Una delle strade più efficaci è quella di far funzionare meglio le nostre imprese, favorirne l’affermazione sui mercati internazionali, metterle in condizione di sostenere l’occupazione, in particolare quella giovanile, e far sì che esse contribuiscano ad assicurare un buon tenore di vita alle famiglie italiane. La salute delle imprese è la chiave per superare la crisi ed è quindi necessario che chi le dirige abbia le idee chiare sulle corrette strategie di sviluppo da adottare. La prima cosa che un bravo manager dovrebbe comprendere è dunque la natura delle crisi che stiamo affrontando. La prima crisi, quella conosciuta come crisi finanziaria, ha avuto origine all’inizio del millennio e si è manifestata in tutta la sua forza nella seconda metà del 2008, portando al crollo di numerose banche private. La seconda crisi, la crisi economica, ha già

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la terza crisi

iniziato a colpire e farà sentire i suoi effetti per buona parte del prossimo decennio. Poi, negli anni Trenta del terzo millennio, arriverà la terza crisi. La reazione più comune delle imprese alle difficoltà del momento è quella di adottare strategie da “seconda crisi”, quelle cioè pensate per affrontare la crisi economica. Non c’è nulla di sbagliato o di anormale in tale condotta. C’è una crisi economica e dunque ci pare ovvio rimboccarci le maniche per gestirla al meglio. Taglio dei costi, delocalizzazione, cassa integrazione, razionalizzazione del portafoglio prodotti, innovazioni limitate al breve periodo, politiche commerciali aggressive. Eppure così ovvio non è, perché le strategie da “seconda crisi” in questo caso rappresentano la classica “aspirina” per guarire una bronchite. Difficile capirlo quando ci si trova immersi in una crisi economica (la seconda crisi) e si stenta a intravedere l’arrivo della “terza crisi”. Eppure, la terza crisi rappresenta sia il vero dilemma del secolo sia la fonte di ispirazione per cercare le vere risposte alla soluzione della crisi economica. Ma cosa intendiamo per “terza crisi”? In questo libro usiamo questa formula per definire la grande crisi ecologica, che è alle porte e che ci colpirà nel terzo decennio del terzo millennio. Per i lettori che hanno poca dimestichezza con le questioni legate all’ambiente è bene precisare che non stiamo parlando di tutela delle piante e degli animali, di parchi naturali o di inquinamento nelle città. O almeno, non solo di questo. La crisi ecologica è costituita da un insieme di eventi con dinamiche molto complesse, che trasformerà i bisogni dei consumatori di tutto il pianeta e rivoluzionerà il modo di fare impresa. Si forgeranno nuovi mercati, emergeranno differenti modelli di consumo, nasceranno innovative filiere industriali e le nostre aziende non potranno restare alla finestra a guardare passivamente lo svolgersi di questi eventi epocali.

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introduzione

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Come fare a non subire le trasformazioni indotte dalla terza crisi, evitando contemporaneamente di collassare subito, sotto i colpi della crisi economica? Occorre il coraggio di entrare nel futuro e di farlo ora, impegnandosi ad attuare le strategie necessarie a sconfiggere la terza crisi. Chi sarà capace di farlo si predisporrà a operare con l’assetto competitivo adatto a sopravvivere nel terzo decennio del terzo millennio, e ne ricaverà un piacevole effetto collaterale, e cioè l’aver costruito gli anticorpi per rispondere subito e con efficacia alla crisi economica. L’enunciato è semplice: affrontare la crisi economica con soluzioni tradizionali, quelle da “seconda crisi”, rischia di non portare lontano. Affrontarla invece con le soluzioni che ci consentiranno di reggere alla crisi ecologica, ci posizionerà per competere con successo nel medio periodo e aumenterà contemporaneamente le possibilità di superare la crisi economica. Il segreto è tutto qui e in fondo non si tratta di niente di particolarmente nuovo: stiamo parlando di studiare il futuro cercando le strategie migliori per affrontare il presente. I bravi manager e imprenditori adotteranno per le proprie aziende strategie da “terza crisi” non necessariamente perché trasformatisi in ambientalisti convinti ma più semplicemente perché hanno compreso che tali strategie sono la risposta più efficace per uscire più forti e vitali anche dall’attuale crisi economica. qualche informazione sull’autore La terza crisi parla della crisi nelle sue diverse forme e delle strategie per sconfiggerla. Non è stato scritto da un economista di professione o da un politologo e neppure da un opinionista, un sociologo o un intellettuale.

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la terza crisi

Lavoro da diversi anni in azienda e se devo indicare una categoria di appartenenza potrei ascrivermi a quella dei manager. È per questo che intendo parlare di questi temi guardandoli dal mio punto di vista, quello di chi ha a che fare con problemi concreti e responsabilità operative. Il mio mestiere mi porta a occuparmi quotidianamente di economia e a capire come essa interagisce con le questioni ambientali e sociali. Sono così arrivato alla conclusione che per affrontare con successo la crisi economica occorre attrezzarsi per combattere con determinazione la crisi ecologica. Tale consapevolezza è stata senza dubbio favorita dal fatto di avere dei figli molto giovani, condizione che incoraggia a comprendere che tipo di mondo consegneremo alle prossime generazioni. La terza crisi è diversa dalle altre, e deve preoccuparci per le sue implicazioni sul futuro dei giovani e delle nostre imprese. Per conoscerla meglio ho discusso con molti esperti sulla sua natura, sulle risposte politiche necessarie a fronteggiarla e su quanto dovrebbero fare le persone influenti e valorose che costituiscono il cardine della nostra società civile. E così ho raccolto le mie riflessioni e suggerimenti in questo libro, che mi permetto di consigliare a chi ha un ruolo di responsabilità in azienda, a chi sta studiando per entrare nel mondo del lavoro e infine a chi si occupa di politica ed è disponibile a condividere alcune idee che potrebbero risultare utili. un modello concettuale per leader e opinion maker Il libro è strutturato in modo da guidare il lettore attraverso un percorso che tocca quattro obiettivi: 1. indagare la vera natura della crisi in atto, analizzarne le caratteristiche, dare uno sguardo a come si sono accumulate le co-

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introduzione

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noscenze umane sui sistemi naturali nel corso del tempo (capitoli 1, 2 e 3); 2. identificare i modelli di sviluppo vincenti per la società moderna e ragionare su cosa debba fare la politica per risolvere i problemi (capitoli 4, 5, 6 e 7); 3. avere un’idea di cosa stanno facendo le aziende più “virtuose” e di quali sono le strategie che le aiutano a superare la crisi (capitoli 8 e 9); 4. individuare quale cultura d’impresa può favorire il cambiamento e come la classe dirigente può mettersi in gioco per dare un contributo decisivo (capitolo 10). Vorrei segnalare al lettore che i capitoli 2 e 3 sono propedeutici a una migliore comprensione delle questioni trattate nel libro, ma non sono però indispensabili per la corretta comprensione delle tesi esposte nel volume. Un modo alternativo per leggere il libro è dunque quello di saltare i suddetti capitoli, passando direttamente dal capitolo 1 al capitolo 4, e semmai riprenderli dopo aver letto l’ultimo capitolo. I vari capitoli danno modo al lettore di conoscere e approfondire una serie di idee che danno vita a un modello che ho chiamato “piano per il superamento della crisi”, un piano che si prefigge di assicurare il benessere delle nostre famiglie e delle nostre imprese nel lungo termine e che si articola in tre punti complementari e strettamente connessi tra loro: a) il progetto di rinascita del sistema paese; b) il piano di rilancio industriale; c) le scelte virtuose delle aziende e dei manager. Il progetto di rinascita del sistema paese è guidato dalla politica e ispirato dalle istituzioni. Il piano di rilancio industriale è

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frutto del lavoro congiunto dei governi e delle imprese. Le scelte virtuose sono responsabilità dei manager e delle aziende in cui essi operano. Mi auguro che il libro possa offrire suggerimenti concreti affinché il vostro impegno quotidiano – in azienda e in famiglia – per il superamento della crisi e per la tutela del nostro pianeta possa unirsi a quello di tutte le persone volonterose che stanno lottando per assicurare un futuro migliore ai nostri giovani e alle imprese di domani.

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piano per il superamento della crisi

piano per il superamento della crisi Guidato dalle Guidato dalle istituzioni istituzioni

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Attuato Realizzato da governo da governo sistema imprese ee sistema imprese

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progetto di rinascita del sistema paese

Attuate manager Attuateda da manager e aziende e aziende

piano di rilancio industriale

azioni virtuose delle aziende e del management

Serve con urgenza un piano d’azione per superare la crisi. Esso si compone di tre aree di intervento che coinvolgono le istituzioni, le imprese e la società civile.

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1. la vera natura della crisi

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.” Albert Einstein quello che non ci dicono sulla crisi La macchina della crescita si è fermata e nessuno finora è stato capace di farla ripartire. Fiumi di parole per giustificare il crollo dei mercati finanziari internazionali, valanghe di dichiarazioni tranquillizzanti per convincerci che non dobbiamo temere per il futuro, un’infinità di rassicurazioni per spiegarci come le istituzioni mondiali e nazionali risolveranno la crisi. Ma la ripresa non avrebbe dovuto essere qui da un pezzo? Sono passati più di tre anni da quel fatidico 15 settembre 2008, la giornata emblema del crollo finanziario mondiale quando, annichilita dai debiti, la potentissima Lehman Brothers Holding chiuse i battenti. La crisi è ancora tra noi, più forte e virulenta che mai. Come un raffreddore che si trasforma prima in bronchite e poi in polmonite, la crisi si è allargata a macchia d’olio. Dalla finanza internazionale si è trasferita alle economie nazio-

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nali, e da queste alla quotidianità della vita delle famiglie. Ironia del destino, la parola crisi deriva da un vocabolo appartenente all’antica lingua del paese europeo più duramente colpito dalla speculazione internazionale nel 2011. “Crisi” è sinonimo di mutamento improvviso, di rottura, di separazione. Anche se per gli antichi greci krisis non era di per sé un evento negativo, oggi esso ha un significato infausto, implica un qualcosa che si spezza, che crea una discontinuità il più delle volte foriera di conseguenze disastrose. La vita di una persona dura meno di un secolo, una frazione molto piccola rispetto ai millenni in cui si colloca lo sviluppo del genere umano. Nonostante ciò, nel minuscolo spazio di un’esistenza, ogni individuo sperimenta sulla propria pelle un certo numero di crisi e di molte altre ancora può leggere sui libri o sentir parlare. Chi è nato nel 1921 e oggi ha 90 anni ha visto succedersi almeno cinque gravi crisi internazionali, a cominciare dalla Grande Depressione del 1929 per finire con il terremoto globale che stiamo attraversando in questi anni. Cosa ci insegna tutto questo? Sicuramente ci porta a comprendere che la storia dell’umanità è inframmezzata da crisi cicliche che nessuno è mai riuscito a scongiurare, nonostante gli sforzi di politici ed economisti per prevederne l’arrivo. Dunque la crisi era difficilmente evitabile, anche se forse questa volta si sarebbero potuti contenere i suoi effetti negativi, se solo i governi occidentali avessero gestito con rigore e tempestività il problema del debito pubblico fuori misura. Per capire come stanno le cose facciamo un passo indietro. La prima crisi, quella finanziaria, scoppiò quando il debito dei privati e delle banche raggiunse livelli così esorbitanti da portare il sistema al collasso. In pochi anni, complice l’assenza di controlli da parte delle istituzioni di vigilanza, l’intricato apparato speculativo della finanza privata si è completamente distaccato dal

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1. la vera natura della crisi

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funzionamento dell’economia reale e, come un moderno Icaro in volo verso il Sole, si è bruciato le ali. Sappiamo anche che per evitare la bancarotta gli stati occidentali non hanno avuto altra possibilità se non quella di salvare il sistema bancario, mettendoci però un sacco di soldi, soldi pubblici ovviamente. Ecco perché la seconda crisi, quella economica, non era difficile da prevedere. Se tieni a bada una crisi finanziaria con interventi straordinari che fanno esplodere il debito pubblico puoi essere certo che presto o tardi la seconda crisi, quella economica, presenterà il conto. Questo però non è ancora nulla rispetto alla terza crisi che, latente ma inesorabile, attende il suo turno per colpirci. e adesso cosa succederà? Anche se nel corso degli ultimi due secoli si sono succedute decine di crisi più o meno gravi, possiamo trovare conforto nel fatto che in qualche modo il nostro paese ne è sempre venuto a capo, a volte un po’ malconcio, altre rafforzato. Può tale constatazione farci dormire sonni tranquilli anche per quanto riguarda l’attuale crisi? Non più di tanto e per due buone ragioni. La prima: è plausibile ritenere che nel prossimo quinquennio i governi alla guida del paese e le sue forze sane troveranno il modo di tirarci fuori dai guai, ma fino ad allora saremo destinati a soffrire, e parecchio. L’Italia è come un guscio di noce che naviga in acque in tempesta, colpita duramente da una crisi globale di cui nessuno riesce a prevedere né la durata né quali forme potrà assumere in futuro, complici anche le turbolenze del sistema monetario e di un dollaro sempre più debole e che sta inesorabilmente perdendo il suo ruolo storico di valuta di riserva mondiale. Certo il nostro avanzo primario non è male, l’export in qual-

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che maniera regge e la ricchezza delle famiglie ancora tiene, ma è meglio non illudersi; per la maggior parte della popolazione le conseguenze della crisi saranno pesanti e faranno scivolare sotto la soglia di povertà molte famiglie. Ci saranno meno soldi da spendere, si ridurranno i consumi, le tensioni sociali si inaspriranno e subiremo la fuga all’estero dei nostri talenti. Giovani, pensionati, lavoratori dipendenti e piccoli commercianti saranno i più penalizzati, e non potranno fare altro che assistere inermi all’acutizzarsi della recessione. Per dare una risposta alla crisi chi può o chi deve agire sono le classi dirigenti del paese e la media borghesia produttiva. Non aspettiamoci più di tanto dai notabili delle caste e delle potenti corporazioni né tantomeno dai ricchi extralarge, i cui patrimoni non sono neanche lontanamente messi a rischio. Dobbiamo gioco forza fare appello al senso di responsabilità delle decine di migliaia di cittadini onesti e determinati a lottare per tirare fuori dalle secche il paese, cittadini che, sia pure a diversi livelli, ricoprono ruoli di responsabilità nelle imprese e nelle istituzioni. Solo se queste persone si rimboccheranno le maniche e se compiranno i passi giusti avremo discrete possibilità di uscire dignitosamente da questa crisi economica, magari con qualche cicatrice in più ma ancora vitali e combattivi. E allora, se questa è la prospettiva, perché essere pessimisti? Soprattutto per l’altra ragione, di cui pochissimi hanno interesse o voglia di parlare: la terza crisi. La crisi economica che stiamo attraversando è in realtà un episodio marginale inserito in una crisi più grande di cui stentiamo a riconoscere i contorni. Ma come, la sofferenza del nostro sistema economico è già in sé e per sé un incubo che ci toglie il sonno. Che altro dovremmo temere? In realtà, strisciante e inosservata, sotto la crisi economica cova, come un vulcano pronto a esplodere, la grande crisi del XXI secolo, quella ecologica.

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1. la vera natura della crisi

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crisi economica e crisi ecologica Sono in pochi a prendere seriamente in considerazione la terza crisi. Pare futile o addirittura di cattivo gusto mettersi a dissertare su temi vaghi e controversi come l’ecologia, l’ambiente, i sistemi naturali, proprio mentre il nostro paese è scosso da una concreta e profonda crisi economica che si traduce in meno soldi, meno lavoro, meno prospettive di raggiungere o mantenere un tenore di vita decente. Queste sono le cose che ci preoccupano perché ci toccano direttamente e ci fanno soffrire. E la crisi ecologica invece? Certo, può anche darsi che la nostra società stia danneggiando i sistemi naturali, inquinando l’aria, divorando l’acqua, distruggendo la biodiversità, ma in fondo si tratta di problemi che non ci toccano da vicino e che, male che vada, si manifesteranno tra parecchi anni. La nostra cultura e le nostre tendenze individuali ci portano a concentrare l’attenzione su un arco di tempo limitato. Dunque perché aumentare il livello d’ansia con preoccupazioni così remote? Molto meglio pensare alla crisi economica e trovare il modo per sconfiggerla, anche se in realtà qui non c’è molto da inventare, perché fortunatamente possiamo contare sulle ricette di economisti affermati, sui consigli di famosi premi Nobel e sulle strategie di politici di notevole esperienza. Se poi dovessero sorgere delle perplessità, i governi sapranno gestire brillantemente la situazione. L’incertezza spaventa le masse e di tensioni con cui convivere ce ne sono già fin troppe. I politici non mancano di ribadire che la crisi attuale non è un fenomeno limitato a una nazione e che di conseguenza la risposta di un singolo Stato non è sufficiente a sconfiggerla. Sacrosanto, ma ciò non giustifica atteggiamenti fatalisti, perché ciascuna nazione è comunque tenuta a fare la sua parte. L’Italia,

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così come la maggioranza dei paesi dell’Occidente, ha da tempo identificato una priorità condivisa da tutti gli schieramenti e quasi fin troppo ovvia: ridurre il debito pubblico. Una nazione con un rapporto debito su Pil che nel 2011 risulta essere pari al 120% non può non correre ai ripari e fare di tutto per abbassare il premio di rischio, cioè quella parte degli interessi di mercato legata alla percezione della possibilità che i prestiti non vengano rimborsati. Un debito elevato fa sì che il rischio paese agisca come un boomerang sul costo del credito alle imprese e deprima gli investimenti che esse sono in grado di effettuare. Per ridimensionare il debito pubblico esistono però solo due strade: ridurre la spesa pubblica o inasprire il prelievo fiscale. In Italia siamo messi piuttosto male su entrambi i fronti. La spesa pubblica è elevatissima e negli ultimi anni i governi spesso e volentieri l’hanno utilizzata per costruire il proprio consenso elettorale, offrendo ai più variegati gruppi di interesse concessioni e benefici che una volta accordati sono praticamente impossibili da revocare. Per spendere però occorre tassare ed ecco che in Italia, sempre nel 2011, il prelievo fiscale supera abbondantemente la soglia del 40%. È evidente come questo meccanismo sia alla lunga insostenibile, soprattutto in un momento in cui l’economia rallenta e il sistema produttivo fatica a creare ricchezza sufficiente per tutti. Quali sono le ricette a cui si fa ricorso in casi come questo? In un paese come il nostro ridurre la spesa sarebbe la via maestra, la soluzione più giusta sia sul piano etico sia su quello del risultato finale. Ci sono tanti modi per farlo. Privatizzare e liberalizzare con vigore, ridurre drasticamente il costo della burocrazia e della politica, rendere più flessibile il mercato del lavoro, riformare il sistema previdenziale. Riuscire a liberare risorse grazie alla drastica riduzione della spesa pubblica e degli sprechi,

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senza trascurare la lotta all’evasione fiscale, consente di fare cose importanti, come sostenere la crescita, finanziare i contratti di primo impiego per i giovani, attrarre investimenti dall’estero, aiutare le imprese in difficoltà. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente urgente. Dalle nostre parti le imprese sono sottodimensionate, in media del 40% più piccole rispetto a quelle degli altri paesi dell’area euro, e se non appartengono a imprenditori già affermati (o se non hanno le relazioni giuste), il credito e i capitali di rischio stentano ad arrivare. Se poi si tratta di imprese guidate da giovani, le richieste di garanzie reali da parte delle banche sono talmente elevate da scoraggiare ogni iniziativa. Per sapere dove e come tagliare le spese improduttive dello Stato basterebbe rivolgersi alla Banca d’Italia (ma anche alla Bce), che conoscono a fondo la situazione. Sussidi, impiego pubblico, sanità, pensioni, enti inutili sono solo alcune delle aree sulle quali intervenire. Tagliare in modo drastico la spesa significa però sconfiggere gli interessi clientelari e le resistenze delle potenti corporazioni che si oppongono al cambiamento. Difficile riuscirci perché come ricordano bene gli inglesi nei loro libri di storia “nel momento di massimo declino del sistema coloniale britannico la burocrazia degli uffici imperiali continuava costantemente ad ampliarsi”. Come nel vecchio impero d’Oltremanica, anche nella pubblica amministrazione italiana l’apparato burocratico è refrattario a qualsiasi tentativo di riforma e le caste non accetteranno ridimensionamenti senza combattere a difesa dei propri interessi. Ecco che allora la strada più giusta, quella della riduzione della spesa, rischia di diventare peggio della salita dello Stelvio, con il risultato che si potrebbe decidere di percorrere molto più agevolmente l’altra via, quella dell’introduzione di nuove tasse.

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Ma come, nel bel mezzo di una crisi economica si aumenta il prelievo fiscale? Perché no! Anche se gli effetti recessivi dell’inasprimento delle imposte sono più dannosi rispetto a quelli dovuti ai tagli alla spesa, le riforme per la riduzione strutturale della spesa pubblica richiedono tempi lunghi, vanno preparate bene, hanno bisogno di ampio consenso e serve parecchio coraggio politico per farle accettare alle lobbies e all’intero corpo elettorale. Se i soldi servono subito è molto meglio prenderli dove si trovano più facilmente, in genere dai lavoratori dipendenti della middle class, che non possono rifiutarsi di pagare e neppure possono trasferire lo stipendio in una cassetta di sicurezza in Svizzera. Finisce dunque che in genere i governi si barcamenino tra riforme strutturali e aumento delle tasse, un misto di riduzione di spesa e di nuove imposte per far ripartire l’economia. Capita a volte che le cose siano fatte bene e prevalga il coraggio di un vero cambiamento. La speranza è che in Italia, anche sulla spinta decisiva delle principali istituzioni e partner europei, almeno il 70% delle riforme strutturali necessarie al paese venga portato a compimento entro il 2014. È lo scenario in cui, nonostante le difficoltà e le resistenze di chi si oppone al cambiamento, il governo e le parti sociali più responsabili riusciranno ad attuare un programma rigoroso di riforme da realizzare in tempi rapidi e a eseguirlo con coesione. Ciò farà sì che i sacrifici richiesti ai cittadini e alle imprese siano accettati con disciplina e senso del dovere, in cambio ovviamente di prospettive meno incerte per il futuro e di un miglioramento della situazione economica complessiva. L’Italia uscirà così con una buona progressione dalla crisi e difenderà il suo ruolo di media potenza economica nello scacchiere mondiale. In una seconda ipotesi più pessimistica possiamo immaginare invece che meno del 30% delle riforme indispensabili al paese riesca a vedere la luce, soffocato

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dalla litigiosità degli schieramenti politici e dalle resistenze dei compositi e molteplici interessi corporativi. Con una prospettiva di questo tipo, purtroppo non del tutto improbabile, l’Italia rischierà di vivacchiare per anni in una situazione di mediocrità, impotente di fronte ai capricci della finanza globalizzata, succube della concorrenza internazionale e subalterna alle decisioni strategiche in campo economico di Germania, Francia e Regno Unito. In questo scenario inerziale domineranno i provvedimenti di facile attuazione ma di scarso impatto strutturale e saranno davvero poche le riforme profonde e coraggiose. Comunque andrà a finire, più o meno trasformati e più o meno indeboliti, prima o poi ci persuaderemo di aver superato la i percorsi per superare la crisi economica

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SCENARIO INERZIALE

Manovra per uscire dalla crisi: quasi 100 miliardi in 3 anni grazie a riduzione della spesa e prelievo fiscale

Riforme realizzate inferiori al 30%. Misure parziali, limitate e incentrate sul prelievo fiscale 2014 Usciamo male dalla Italia in declino, mediocrità, seconda fuga dei talenti. Problemi crisi strutturali irrisolti. Si tira avanti senza infamia e senza lode

SCENARIO RIFORMISTA

Riforme realizzate superiori al 70%. Misure incisive, radicali e incentrate su modifiche strutturali della spesa 2014 Usciamo bene dalla L’Italia recupera il proprio prestigio e ruolo internazionale. seconda crisi Le riforme portano il paese in carreggiata. Prospettive di sviluppo positive

Per uscire bene dalla crisi occorre che sia realizzato almeno il 70% delle riforme necessarie, includendo tra queste la sanità, l’università e ricerca, il welfare e la pubblica amministrazione.

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crisi economica, accarezzando l’idea che il peggio sia finalmente alle spalle. Potrebbe non essere così. Quello potrebbe essere il momento in cui verremo colpiti dalla terza crisi, e se non ci prepareremo per tempo, se non inizieremo a preoccuparcene al più presto, gli effetti negativi della crisi economica al confronto ci sembreranno una carezza. Affrontare immediatamente la terza crisi non è una scelta alternativa rispetto all’impegno che occorre mettere in campo da subito per superare la crisi economica. Le due cose si possono fare insieme e, anzi, si devono fare contemporaneamente, in quanto le buone soluzioni alla crisi ecologica sono le risposte migliori per uscire dalla crisi economica. È questa la lezione che ci viene per esempio dalla Germania e dai paesi scandinavi, dove dagli inizi del 2000 si sono avviate e realizzate importanti riforme dell’industria e dell’economia per espandere la produzione delle energie pulite, far crescere il settore della gestione dei rifiuti, riconvertire le produzioni con le tecnologie “verdi”. In Italia ciò non è avvenuto, o comunque non è avvenuto con la stessa determinazione dimostrata dai paesi più virtuosi. Oggi purtroppo la crisi economica non solo danneggia le famiglie e le imprese ma distoglie l’attenzione della politica dalla gestione della crisi ecologica, che rischia così di finire in fondo alla lista delle priorità. Peccato, perché le nazioni che hanno investito seriamente sulle soluzioni per mettere un freno alla crisi ecologica hanno trovato le risposte giuste per affrontare meglio degli altri la recessione provocata dalla crisi economica. Ma come si presenta in concreto questa crisi ecologica? Quali sono i fattori che la determinano, e in che modo muterà la nostra realtà economica e sociale? Nel prossimi due capitoli tentiamo di tracciare uno scenario realistico di ciò che ci aspetta.

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