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il futuro delle campagne italiane

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Beppe Croce e Sandro Angiolini con la collaborazione di Daniela Sciarra

LA TERRA CHE VOGLIAMO Il futuro delle campagne italiane

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Beppe Croce e Sandro Angiolini con la collaborazione di Daniela Sciarra la terra che vogliamo il futuro dellle campagne italiane

Con il Manifesto di Legambiente per il territorio e l’agricoltura italiana realizzazione editoriale

Edizioni Ambiente srl www.edizioniambiente.it

coordinamento redazionale:  Diego Tavazzi progetto grafico:  GrafCo3 Milano impaginazione: Roberto Gurdo immagine di copertina:  ©Shutterstock – elaborazione GrafCo3 Milano

© 2013, Edizioni Ambiente via Natale Battaglia 10, 20127 Milano tel. 02.45487277, fax 02.45487333 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, comprese fotocopie, registrazioni o qualsiasi supporto senza il permesso scritto dell’Editore. ISBN 978-88-6627-093-5 Finito di stampare nel mese di luglio 2013 presso Grafiche del Liri – Isola del Liri (Fr) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta certificata FSC

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sommario

esperienze e cultura per una nuova agricoltura di Vittorio Cogliati Dezza

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1. agrimondo 2. produrre cibo 3. produrre qualità 4. cibo, energia e chimica verde 5. suolo e fertilità: criteri della nuova agricoltura 6. agricoltura, paesaggio e biodiversità 7. agricoltura e turismo 8. agricoltura sociale e legalità 9. agricoltura in città e suolo urbano 10. la politica agricola europea

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manifesto della nuova agricoltura

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postfazione di Lucio Cavazzoni, Alce Nero e Mielizia

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glossario bibliografia

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“Sotto la tenera membrana di questo fragile fiore c’è insieme un veleno e un potere curativo.” William Shakespeare, Giulietta e Romeo, atto II

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esperienze e cultura per una nuova agricoltura Vittorio Cogliati Dezza Presidente nazionale di Legambiente

L’agricoltura è un fattore di modernizzazione del paese o una nicchia residuale? Questa domanda, che per noi è una domanda retorica, dalla risposta scontata, nel paese e nel mondo rappresenta ancora un fattore di divisione, che spacca non solo i decisori, ma anche l’opinione comune. C’è però da dire che è un fattore di modernizzazione, ma non di modernità. Mi spiego. Di modernizzazione perché ha tutte le potenzialità per essere uno dei principali volani della soluzione delle grandi emergenze globali: fame, sovrapproduzione, identità e cultura locale, innovazione tecnologica e professionale, lotta ai cambiamenti climatici, crisi economica ed emergenza lavoro, salute e qualità della vita... Ma non di modernità, perché non stiamo parlando di una visione acquisita e consolidata. Ci sono ancora molte resistenze. La nuova Pac ne è il risultato più evidente. Privilegi acquisiti, lobby consolidate, approcci corporativi sono ancora all’ordine del giorno e fanno da potente freno al processo di modernizzazione. Sono resistenze che stanno penalizzando quanto di positivo si comincia a vedere nei territori a vantaggio della rinata dimensione della ruralità. Evolve il lavoro dell’agricoltore, nasce e si diffonde l’azienda multifunzionale, in prima fila non solo nel salvaguardare le produzioni locali e il paesaggio, ma anche nella lotta per la riduzione della CO2, sia attraverso le pratiche più efficaci di assorbimento, sia attraverso l’utilizzo delle energie rinnovabili, e nell’eliminazione degli inquinanti e dei pesticidi. Un’agricoltura in cui aumenta il peso specifico delle nuove tecnologie, che ha bisogno di nuove competenze e professionalità, che torna a essere possibile per i giovani. Che respinge le forme di schiavismo o supersfruttamento della manodopera più indifesa, quella fatta di stranieri immigrati. In una parola, un’agricoltura di qualità economica, culturale e civile, che dà il segno al territorio in cui è viva e presente. E che rilancia la dimensione della ruralità contro gli eccessi patologici, oggi evidenti a tutti, delle gigantesche conurbazioni che in tutte le aree del mondo rappresentano il punto di maggior crisi dei sistemi sociali ed ecologici.

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Nella dimensione della ruralità l’agricoltura gioca la grande scommessa di far capire che l’agricoltura è molto di più della sola produzione di cibo (e già questo è enormemente importante): è paesaggio, lavoro, qualità territoriale. È bellezza, di cui l’Italia deve tornare a essere fiera. In questo sta il felice paradosso dell’agricoltura moderna. Dopo aver dato un notevole contributo al dissesto del pianeta, ha tutte le potenzialità per diventare il motore virtuoso di una nuova economia. Un’economia in grado di preservare e in certi casi aumentare la qualità della vita degli uomini e degli altri esseri viventi in Italia e sul pianeta. Potenzialmente, la nuova agricoltura a cui guardiamo, e che è già in atto grazie all’intelligenza e volontà di milioni di nuovi e vecchi agricoltori nel mondo, può infatti rovesciare in positivo molti di quelli che oggi sono effetti negativi. Sono le forme in continua crescita di agricoltura biologica, biodinamica, naturale, di permacoltura. Più in generale, per non usare troppe etichette, guardiamo all’agroecologia, ossia a quella scienza, a quell’approccio conoscitivo che innanzitutto “osserva” gli ecosistemi nella loro complessità. Osserva gli elementi che caratterizzano un ecosistema agricolo, osserva le loro interazioni specifiche per poi proporre i principi e i metodi di lavoro più adeguati. Questi principi e metodi prendono in considerazione non solo l’aspetto produttivo ma la dimensione ecologica, tecnica, socioeconomica e culturale dell’agroecosistema. Anche una grande impresa come Barilla avverte che, per garantire qualità e sicurezza alimentare, occorre un’agricoltura di qualità. E questa non si misura solo in termini di rese, ma anche di consumo di acqua, di resistenza naturale ai patogeni o di efficienza di impiego dell’azoto. Nelle sperimentazioni sul grano duro nei territori italiani, sostenibilità, qualità e produttività non sono più criteri separati, e il dato interessante è che alla fine proprio i sistemi più sostenibili risultano quelli che possono garantire maggiori rendimenti economici e meno rischi di contaminazioni da micotossine. L’agroecologia, come cerchiamo di mostrare in questo libro, è la nuova agricoltura che ci permette di garantire l’autonomia alimentare di ogni paese (e l’autonomia di reddito dell’azienda agricola); di dare un fondamentale contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici; di aumentare la fertilità dei terreni grazie a diversi metodi di ordinamento colturale e di lavorazione del terreno; di fornire, insieme al cibo, altre materie prime rinnovabili, biodegradabili e a bassa tossicità per usi energetici, chimici e manifatturieri; di incrementare la biodiversità specifica dei territori; di contribuire alla tutela dell’acqua, del paesaggio e della bellezza dei luoghi; e, questione fondamentale, di offrire un lavoro professionalmente qualificato e culturalmente stimolante alle nuove generazioni.

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“Confrontata coi fenomeni naturali, l’antropizzazione planetaria induce una diminuzione del numero analoga alla catastrofe.” Gilles Clément, Manifesto del terzo paesaggio A livello planetario, il bilancio ambientale e sociale del modello agricolo che ha dominato sulla scena mondiale per oltre un cinquantennio è a dir poco sconfortante. Ma da qui dobbiamo partire per capire dove la corrente ci sta portando. Il primo e più grave problema si chiama “cambio di clima”. Tutto sembra avvenire letteralmente sopra le nostre teste. Ma molto dipende anche da noi.

maremma amara 18 agosto 2012. La Maremma va in fiamme. Vanno in fiamme Sterpeto e Marina di Grosseto. Cinquanta ettari della storica pineta litoranea sono distrutti. La polizia rintraccia stracci imbevuti di benzina. L’origine quindi è quasi certamente dolosa. Ma se da settimane non ci fossero stati siccità estrema e vento caldo, i danni sarebbero stati assai più lievi. 12 novembre 2012, tre mesi dopo. In trentasei ore sulla Maremma cadono dai 350 ai 400 millimetri d’acqua. Una bomba d’acqua pari alla metà di tutta la pioggia che normalmente cade in un anno su quel territorio. Un ponte crolla sul torrente Albegna provocando tre morti. Altri due morti per esondazione. E poi gli animali di allevamento – vacche, cavalli, polli – morti a centinaia. E ancora i danni incalcolabili a una delle più belle agricolture italiane. Un’agricoltura di qualità, fatta di piccole e medie aziende spesso biologiche, aziende innovative che avevano investito in vitigni e razze autoctone, sviluppando in pochi anni prodotti di eccellenza. Quei prodotti che abbiamo scoperto sotto la guida di Francesco Gentili nelle sere estive di Festambiente a Rispescia, alle porte del parco dell’Uccellina. Oggi molte di queste aziende sono in ginocchio. Qualcuno pensa a trasferirsi altrove, in qualche posto dove l’acqua non porti via tutto

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in una notte. Normalmente in Italia, quando le colline franano e le case vanno sotto, c’è sempre una responsabilità, una cattiva gestione del suolo che gli ambientalisti da decenni denunciano. In fondo anche per i non ambientalisti è rassicurante cercare un colpevole. Dà la sensazione che il mondo si può tenere sotto controllo. Ma chi possiamo veramente incolpare per quella bomba d’acqua dell’Albegna? È stato un errore autorizzare fattorie e case sulla piana di Albinia? La previsione di piena dell’Albegna era calcolata in una ogni 500 anni! Come dire un caso talmente raro che non merita pensarci. La verità è che tutte le statistiche faticosamente costruite nell’arco dei decenni andranno riviste. Perché ciò che fino a oggi “normalmente” non accadeva, d’ora in avanti “normalmente” può accadere.

il grande caldo La chiamano Cella di Hadley. La si può immaginare come una bolla gigantesca nell’atmosfera in cui circola aria calda generata dalla temperatura della superficie del mare all’equatore, per effetto della potente irradiazione solare. L’aria calda sale dal mare fino a un’altezza di 10-15 chilometri, si sposta in direzione nord-est verso i tropici dove poi ridiscende verso la superficie per tornare nuovamente all’equatore. È questa la causa del grande calore che ogni anno d’estate investe le distese desertiche dell’Africa settentrionale. Il problema è che da 11 anni a questa parte la cella di Hadley si sposta dal Nord Africa sul Mediterraneo, modificando le caratteristiche dell’estate nella fascia temperata e portando 40 °C anche nel nord della Russia. “L’anticiclone delle Azzorre, che caratterizzava l’estate negli anni 2000 – spiega il meteorologo Giampiero Maracchi – è stato sostituito dall’anticiclone della Libia”. È per questo che negli ultimi anni assistiamo a eventi climatici sempre più intensi, lunghi periodi di siccità estiva e piogge torrenziali in autunno e primavera. La ragione di questo cambiamento di clima? L’eccesso di gas a effetto serra emessi dalle attività umane. Questa almeno è la diagnosi dell’IPCC, la grande rete di esperti promossa dall’UNEP (United Nations Environment Programme) delle Nazioni unite per valutare lo stato del clima e a cui collaborano, gratuitamente, migliaia di scienziati da tut1 to il mondo. Anno dopo anno la febbre del pianeta aumenta, e nell’ultimo rapporto pubblicato nel 2007 l’IPCC è arrivato alla conclusione che la causa è do1  L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) è stato costituito nel 1988 da UNEP (United Nations Environment Programme) e WMO (World Meteorological Organization) per fornire al mondo intero basi di conoscenza scientifica sui cambiamenti climatici del pianeta e sui loro possibili impatti ambientali e socioeconomici.

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vuta “very likely” (secondo le linee guida del panel delle Nazioni unite ciò vuol dire con una probabilità superiore al 90%, non esiste la parola “certamente” in un documento scientifico, tantomeno su cose evanescenti come il clima) non a eventi naturali bensì all’attività umana.2 La prova è sepolta negli strati di ghiaccio ai poli. Quegli strati sono la banca dati del pianeta, in cui sono organizzate in ordine di profondità le informazioni su migliaia di anni di storia del clima. Oggi i carotaggi di scienziati e petrolieri sono in grado di portarle alla luce. Ne risulta che le concentrazioni dei tre principali gas responsabili dell’effetto serra – in ordine anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) – sono aumentate notevolmente solo dopo l’avvento della Rivoluzione industriale, verso la metà del Settecento. E i principali responsabili sono i combustibili fossili consumati nella produzione di energia, nei trasporti, nell’industria, in agricoltura e nelle attività forestali.3 Queste attività nel complesso formano il 90% delle emissioni serra di origine antropica sul pianeta (figura 1).

il contributo dell’agricoltura: vittima e complice Un’immagine ricorrente sui media durante il grande caldo del 2012 erano i campi di mais dell’Iowa o della Bassa Padana rinsecchiti per la siccità. In realtà quel mais, in gran parte destinato all’alimentazione degli allevamenti intensivi di bestiame, non è solo una vittima del cambio di clima. È anche uno dei principali corresponsabili. Ovviamente non la povera pannocchia in quanto tale, ma chi la coltiva. Perché per ottenere il massimo di resa da questa pianta, straordinaria per le sue qualità nutritive ed energetiche, si è fatto finora largo uso di pompe di irrigazione, arature profonde, macchinari pesanti che compattano il terreno (come quegli splendidi mietitrebbia, gialli, rossi, verdi e blu come i draghi di Harry Potter, con file di denti larghe fino a dodici metri), fertilizzanti, disinfestanti e fitofarmaci sistematici.4 È il modello di agricoltura intensiva che per cinquant’anni ha prevalso nelle grandi colture mondiali di cereali, ole2. IPCC, Climate Change 2007, Synthesis Report – Summary for Policymakers, par. 2.1. 3.  “L’aumento globale delle concentrazioni di CO2 è dovuto principalmente all’uso di carburanti fossili”, Climate Change 2007, Synthesis Report – Summary for Policymakers, par. 2.2. 4.  Si veda per esempio i neonicotinoidi usati nella concia dei semi per tutelare i germogli di mais da attacchi di insetti nocivi. Il probabile rapporto tra l’uso di questi potenti insetticidi sistemici e la moria delle api negli anni passati ha indotto a più riprese il Ministero della sanità a una sospensione cautelativa dell’autorizzazione di impiego per la concia del mais dei prodotti fitosanitari contenenti le sostanze attive Clothianidin, Thiamethoxam, Imidacloprid e Fioronil.

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figura 1 emissioni serra globali dovute alle attività umane Rifiuti e acque reflue 2,8%

Attività forestali 17,4 %

Produzione di energia 25,9%

Agricoltura 13,5%

Industria 19,4%

Trasporti 13,1%

Edifici commerciali e residenziali 7,9%

Fonte: IPCC, Climate Change 2007.

aginose e piante proteiche e che ha contribuito sensibilmente all’aumento delle emissioni serra (figura 1). L’agricoltura in particolare è la principale fonte di due gas serra piuttosto aggressivi: il metano (CH4), che ha un potenziale di riscaldamento globale 23 volte superiore a quello della CO2, e il protossido d’azoto (N4O), il cui potenziale è 296 volte superiore a quello della CO2.5 Il metano è emesso principalmente dalla digestione dei bovini, ovvero dalle scorregge del miliardo e mezzo di vacche provvisoriamente parcheggiate sul pianeta in attesa di diventare hambur5.  “È molto probabile (very likely) che l’aumento osservato nella concentrazione di CH4 sia dovuto prevalentemente all’agricoltura e all’uso di carburanti fossili... L’aumento nella concentrazione di N2O è dovuto principalmente all’agricoltura”, Climate Change 2007, Synthesis Report cit.

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ger. E poi c’è il contributo delle grandi risaie d’oriente sommerse d’acqua. Il letame utilizzato come concime nelle risaie, per effetto della mancanza di ossigeno, si trasforma in metano proprio come avviene in un impianto di biogas. Con la sola differenza che, invece di essere utilizzato come fonte di energia, il metano viene semplicemente rilasciato in atmosfera. Per quanto riguarda l’aumento del protossido d’azoto nell’aria, il principale responsabile sono i fertilizzanti chimici azotati usati in agricoltura, che da soli contribuirebbero al 38% di tutte le emissioni agricole.

deforestazione: l’assalto ai giacimenti di carbonio e biodiversità L’agricoltura è anche il maggior responsabile – addirittura per l’80%, secondo un recente studio finanziato dai governi di Norvegia e Regno Unito6 – della distruzione delle foreste a livello mondiale. L’agricoltura, secondo un altro studio dell’Università del Minnesota, ha già cancellato o radicalmente trasformato il 70% delle praterie preistoriche, il 50% delle savane, il 45% delle foreste temperate decidue e il 25% delle foreste tropicali.7 Nel Novecento si riteneva che fosse soprattutto la piccola agricoltura di sussistenza nei paesi della fascia equatoriale, combinata con la pressione demografica – un po’ come avveniva da noi sugli Appennini fino agli anni Cinquanta – a causare la distruzione o il degrado delle foreste. In realtà, da almeno due decenni il fattore prevalente della deforestazione è diventato l’agrobusiness con gli investimenti in allevamenti bovini, campi di soia (transgenica) e piantagioni di palma da olio. Il fenomeno è particolarmente intenso nella regione amazzonica e nel Sud Est asiatico, dove ha contribuito per 2/3 alla distruzione delle foreste. La deforestazione implica anche un notevole aumento del rischio di altre catastrofi ambientali, dato che quelle foreste della fascia tropicale sono anche uno dei principali elementi regolatori dello scambio di anidride carbonica in atmosfera e uno dei principali giacimenti di carbonio nel suolo e di biodiversità.

6.  È la stima di un recente studio condotto da un’équipe dell’Università di Wageningen e della canadese Lexeme Consulting e finanziato dai governi di Norvegia e Regno Unito. Si veda Kissinger G., Herold M., De Sy V., Drivers of Deforestation and Forest Degradation, http://www.euredd.efi.int/portal. 7.  Foley J.A., “Can We Feed the World and Sustain the Planet?”, Scientific American, novembre 2011.

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i confini della vita sul pianeta Purtroppo i danni causati dall’agrochimica non si arrestano ai cambiamenti climatici. Le pratiche agricole del secolo scorso hanno dato un notevole contributo al superamento dei limiti di soglia di altre due condizioni fondamentali per la vita umana sulla Terra: il ciclo dell’azoto e la biodiversità. Questa almeno è la conclusione di un rapporto pubblicato sulla rivista Nature, frutto della collaborazione di 28 scienziati, tra cui il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen.8 Negli ultimi diecimila anni, nel periodo geologico dell’Olocene (era Quaternaria), la vita umana sul pianeta ha potuto svilupparsi grazie a un equilibrio abbastanza stabile dei sistemi naturali. Ma con l’ingresso in un nuovo periodo geologico, battezzato dallo stesso Crutzen “antropocene” e caratterizzato dalla capacità della specie umana di stravolgere i sistemi naturali, si sono aperti nuovi problemi che rischiano di far saltare le condizioni fondamentali per la nostra stessa esistenza.9 Il ciclo dell’azoto “reattivo”, ossia dell’azoto in grado di combinarsi in molecole più complesse, ha un pesante impatto non solo sull’atmosfera e sul clima, ma anche sulla qualità delle acque e sugli ecosistemi marini. L’eccesso di nutrienti azotati nelle acque provoca la crescita spropositata di piante e alghe microscopiche. Decomponendosi, questi microorganismi sottraggono l’ossigeno necessario alle altre forme di vita acquatiche, fino a creare vere e proprie “zone morte”, come è stato sperimentato in molte aree costiere. Ancora una volta, tra le cause principali dell’accumulo di azoto reattivo nelle acque e nell’aria troviamo la produzione di fertilizzanti. E questo vale anche per il fosforo. A differenza dell’azoto, il fosforo è un minerale che si accumula lentamente nelle rocce per processi geologici. Ogni anno circa 20 milioni di tonnellate di fosfati vengono estratti dalle rocce per essere in gran parte trasformati in fertilizzanti o in dentifrici, e dopo l’uso quasi la metà (8,5-9,5 Mton, otto volte il flusso dei processi naturali) finisce dispersa negli oceani provocando ulteriore anossia.

8.  Rockström J. et al., “A safe operating space for humanity”, Nature 461, 472-475 (24 settembre 2009). 9.  Il rapporto Rockström cita nove problematiche: il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione dei cicli biogeochimici dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione di aerosol atmosferici, l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

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erosione genetica: a che servono 3.000 varietà di patate? Più difficile da afferrare è il ruolo della biodiversità. In che senso e in che misura la biodiversità è fondamentale per la nostra sopravvivenza? Su questo, avvertono gli scienziati, non ci sono indicatori precisi. In fondo, da che mondo è mondo specie vegetali e animali si estinguono senza tante storie. È ciò che del resto ha consentito la comparsa dei primi mammiferi e poi dell’uomo. Ma il fatto inusuale nella storia del pianeta è che il tasso di estinzione delle specie viventi risulta oggi da 100 a 1.000 volte superiore rispetto a quello che si può considerare un tasso “naturale” (con la considerevole eccezione dell’estinzione dei dinosauri). Gli esperti ci avvertono che l’impoverimento di specie si sta intensificando grazie anche ai cambiamenti climatici (e all’eccesso di azoto reattivo e di fosforo nei mari), al punto che in questo secolo “oltre il 30% di tutte le specie di mammiferi, uccelli e anfibi è minacciato di estinzione”.10 Non è allora un paradosso la conclusione del paesaggista, ingegnere agronomo, botanico, entomologo e scrittore Gilles Clément, presentata nell’esergo a questo capitolo e riproposta qui: “Confrontata coi fenomeni naturali, l’antropizzazione planetaria induce una diminuzione del numero analoga alla catastrofe”.11 La causa principale di perdita di biodiversità è il cambio d’uso del suolo, ossia la conversione di ecosistemi naturali in terreni agricoli o in aree urbane. Nelle zone equatoriali è l’agricoltura il fattore predominante, con la progressiva sottrazione di suolo alle foreste pluviali. In Italia invece e in genere nei paesi industrializzati (a partire dal Giappone) prevale la cementificazione del suolo – mentre il suolo agricolo, come vedremo, risulta in costante regresso dai primi anni Settanta. L’agricoltura ha concorso alla distruzione di biodiversità anche in un altro modo: con la drastica selezione e riduzione di varietà colturali e di razze, perseguita in particolare con l’avvento dell’agrochimica e con la cosiddetta Rivoluzione verde degli anni Sessanta e Settanta. In Cina, il più grande produttore mondiale di grano, agli esordi della Repubblica popolare nel 1949 si coltivavano circa 10.000 varietà di grano che per l’80% erano varietà locali. Trent’anni dopo, alla morte di Mao, le varietà coltivate erano ridotte a un migliaio e quelle locali contavano meno del 5%. Dopo la Rivoluzione verde, secondo il Worldwatch Institute nel 1983 due terzi della terra coltivata a grano in Bangladesh producevano una sola varietà, la stessa che l’anno successivo occupava il 30% delle colture dell’India. Prima della Rivoluzione verde in India esistevano 30.000 varietà di riso. Oggi se ne coltivano poche decine. 10.  Millenium Ecosystem Assessment Biodiverity Synthesis, UNEP 2005. 11.  Clément G., Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005.

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Non c’è un nesso ineluttabile tra agricoltura e perdita di biodiversità. Anzi. Fino alla Rivoluzione verde degli anni Sessanta le cose andavano in un altro modo. Grazie a un fittissimo reticolo di comunità rurali che avevano lavorato e sperimentato in autonomia, le specie selvatiche locali col tempo erano state incrociate e selezionate per aumentare l’adattamento all’ambiente e la produttività fino a creare migliaia o decine di migliaia di varietà nuove. Tanti prodotti “tradizionali” delle regioni italiane – come in Toscana la patata rossa di Cetica, il pomodoro costoluto o il granturco quarantino – non sono altro che varietà modificate in terra toscana di specie che neppure esistevano sul nostro continente cinque secoli fa! In Perù esistono almeno 3.000 varietà autoctone di patate. Qualcuno potrebbe dire: e che ce ne facciamo? Di certo sappiamo che questa brulicante esuberanza di forme, sapori e colori che chiamiamo biodiversità ha lo stesso ruolo degli anticorpi nel nostro organismo. È la condizione che garantisce la resilienza di un ecosistema, ossia la capacità di reagire a ogni grave perturbazione – per esempio un virus o un fungo patogeno – in modo da ripristinare l’equilibrio. Insomma: un sistema povero di biodiversità è un sistema più vulnerabile alle perturbazioni esterne. Un caso esemplare è quello delle razze “minori”, come le nostre chianine, brune alpine, podoliche o romagnole, abbandonate nei decenni scorsi perché meno produttive rispetto ad altre razze di importazione. Tutelare queste razze, come hanno fatto diversi bravi allevatori italiani, non è un pio esercizio museale. È una garanzia di salute e qualità del nostro cibo. Sono razze che per modalità di allevamento e per capacità di adattamento garantiscono maggior resistenza alle avversità climatiche e alle epidemie. E sono inoltre una parte della nostra storia e cultura. Biodiversità è anche memoria, è la capacità di offrire qualcosa di originale e di distintivo nella melassa della globalità. E biodiversità è bellezza, come i colori di un bosco appenninico in autunno.

desert storm: il consumo di suolo fertile E poi c’è il suolo. Il suolo fertile che si riduce di anno in anno. Il degrado avanza su scala planetaria al ritmo di 10-12 milioni di ettari ogni anno (una Bulgaria) e investe ormai quasi un sesto di tutte le terre emerse e un quarto di quelle arabili.12 Da queste terre degradate dipende la vita di oltre un miliardo e mezzo di persone. Lo stato del suolo in Italia e in Europa è attualmente in condizioni precarie a causa di tre tipi di minacce: 12.  Lal R., “Challenges and opportunities in soil organic matter research”, European Journal of Soil Science, 2009. Si veda anche il manualetto Desertification dell’UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification).

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• il consumo di suolo, ricoperto per altri usi, e il suo compattamento; • la perdita di qualità a causa di erosione, salinizzazione e acidificazione, desertificazione e riduzione del suo contenuto di sostanza organica, vitale per la crescita delle piante; • l’inquinamento da parte di sostanze chimiche. Il fattore di degrado di gran lunga più importante è l’erosione, provocata dal vento e dall’acqua che portano via humus e sostanza organica. L’erosione non ha solo cause naturali, è notevolmente accelerata dalle pratiche agricole e dai cambi d’uso del suolo. Lo si sa bene fin dagli anni Trenta del secolo scorso, quando il Dust Bowl, una serie di tempeste di polvere, si abbatté per anni su Stati Uniti Centrali e Canada, distruggendo i raccolti e la vita di migliaia di famiglie contadine. “Nel cielo grigio apparve un sole rosso, un fioco cerchio rosso che emanava una scialba luce crepuscolare, e col progredire delle ore il crepuscolo ripiombò nella tenebra e il vento fischiò ed urlò sul granturco abbattuto”: così John Steinbeck nel suo romanzo Furore ci immerge in questa catastrofe per niente naturale, ma causata da decenni di tecniche agricole inappropriate, come la mancanza di rotazione delle colture (grano su grano, mais su mais ogni anno), l’abuso di prodotti chimici, di lavorazioni meccaniche pesanti e di sistemi di irrigazione scorretti. Anche nel 2001 gli Stati Uniti occidentali sono stati colpiti da una tempesta di polvere. Solo che questa volta proveniva dall’altra parte del Pacifico, dalla Cina. In questo paese il deserto si mangia qualcosa come 3.600 chilometri quadrati ogni anno, come ricorda Lester Brown citando Wang Tao, uno dei maggiori esperti mondiali di deserti. La Cina è oggi il caso più grave: oltre un terzo del suolo, per stessa ammissione del governo, è seriamente compromesso. Negli ultimi anni l’erosione dei suoli è stata ulteriormente aggravata dai cambiamenti climatici. Estati sempre più siccitose e piogge sempre più concentrate. “Naturalmente” il degrado colpisce soprattutto i paesi più poveri: l’Africa sub sahariana e il Sud Est asiatico. E anche a livello europeo, il fenomeno è più accentuato al sud, nell’area Mediterranea. Se osserviamo la carta dei suoli redatta dal Joint Research Center (JRC) dell’Unione europea, l’interno della Sicilia, come della Spagna e della Grecia, presenta ormai ampie zone grigie (figura 2). Il grigio significa che la sostanza organica in quei suoli è ormai ridotta a meno dell’1%. Significa che quelle terre si stanno desertificando. Più i suoli perdono humus, più l’erosione accelera. Se guardiamo la seconda carta (figura 3), frutto di un altro recente studio del JRC, quei suoli siciliani che adesso appaiono in rosso-viola continuano a perdere ogni anno 30-40 tonnellate di terriccio per ettaro. Non molto meglio vanno diversi territori sardi e della dorsale Adriatica, tra Marche e Abruzzo. In Italia è a serio rischio il 4,3% del territorio, con un

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figura 2 contenuto di sostanza organica nei suoli europei Percentuale di sostanza organica (%) 0.o – 0.01 0.01 – 1.0 1.0 – 2.0 2.0 – 6.0 6.0 – 12.5 12.5 – 25.0 25.0 – 35.0 > 35.0 lakes

Fonte: JRC, Soil organic matter management across the EU – best practices, constraints and trade-offs (si veda il sito http://eusoils.jrc.ec.europa.eu).

altro 12,7% definito “vulnerabile”. L’erosione ha raggiunto in diversi casi uno stadio di irreversibilità. Per ricostituire un solo centimetro di suolo fertile occorrono almeno 50-100 anni! Persino in alcune parti nord-orientali della fertile Pianura Padana “anche se il suolo risulta ancora morbido, la mappa mostra

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figura 3 attuale rischio di erosione dei suoli in italia Perdita di suoli approssimativa (t/ha/anno) 0–1 1–3 3–5 5 – 10 10 – 20 20 – 40 > 40 Suoli rocciosi

0

50 100 150 200 250 km

Fonte: JRC, Soil organic matter management across the EU – best practices, constraints and trade-offs (si veda il sito http://eusoils.jrc.ec.europa.eu).

alti tassi di erosione – ammonisce lo studio JRC – Sembra che la causa sia l’uso delle terre arabili.”13 In generale la bellezza del 45% del totale dei suoli eu13.  “Erosion in Italy (USLE)”, si veda il sito http://eusoils.jrc.ec.europa.eu/ESDB_Archive/serae/grimm/italia/start.htm.

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tabella 1 consumo di suolo in italia Tema Perdita/giorno di suolo Perdita Sau (Superficie agricola utilizzabile) Perdita suolo dal 1990 al 2005 Trend popolazione/consumo suolo dal 1950 Copertura delle superfici edificate Rilascio permessi di costruzione 1995/2009 Trend cementificazione tra 2001/2011 % di superficie edificata in It/Ue

ha = ettari mc = metri cubi 100 ha/g (Ispra) – 75 ha (WWF) – 45 ha (Istat) – 250 (EEA) 5,1 milioni ha, soprattutto prati permanenti (-34%) 3 milioni ha, di cui 1 mil ha Sau Popolazione + 28%, suolo + 166% 6,7%, di cui 16,4% in Val Padana (Istat 2012) Per 3,8 miliardi mc + 8,77% 7,3% (4° posto in Ue)

Fonti: Mipaaf 2012, Ispra, Istat.

ropei presenta tenori di sostanza organica bassi o molto bassi. Senza dimenticare l’estrema conseguenza dei fenomeni erosivi: le frane. In Italia circa il 70% del territorio è stato classificato a rischio in tal senso, e tra il 1950 e il 2009 oltre 6.000 persone sono morte a causa di esse. Veniamo alla cementificazione o più in generale al consumo di suolo agricolo per altri usi. La tabella 1 evidenzia alcuni dati. In quarant’anni sono stati abbandonati cinque milioni di ettari di suolo agricolo, di cui 1,5 milioni cementificati o comunque impermeabilizzati. Non siamo arrivati ai livelli del Giappone che si è mangiato metà delle sue risaie per sviluppare città e industrie, ma è emblematico il caso dell’Emilia Romagna. In 50 anni, tra il 1945 e il 1994, la superficie edificata – tra aree residenziali, industriali, strade, parcheggi – è aumentata di venti volte. Ma il fatto più sconcertante è avvenuto in seguito. Fino ad allora infatti il consumo di suolo procedeva con la crescita della popolazione e dell’industrializzazione. A metà degli anni Novanta, come nel resto del paese, la crescita demografica si arresta e lo sviluppo economico inizia a incepparsi. Eppure l’occupazione dei suoli agrari ha una prepotente accelerazione. Grazie ai piani edilizi dei comuni emiliani altri 38.000 ettari vengono inghiottiti dal cemento nel decennio successivo.14 Ma al di là del fatto che la cifra reale per l’Italia sia di 50 o 100 ettari consumati ogni giorno, il punto chiave è: come fa un paese che rappresenta solo il 6% della superficie dell’Ue attuale a permettersi tassi così alti di impermeabilizzazione del suolo rispetto alla stragrande maggioranza degli altri stati? Non si può che indicare un tipo di sviluppo economico “drogato”, appiattito sulla speculazione edilizia, dove i valori del suolo agricolo non contano qua14.  Saltini A., “Politica del territorio in Emilia-Romagna. La chimera dello sviluppo ‘sostenibile’”, Spazio rurale, n. 8-9, agosto-settembre 2006.

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si niente. Anche se è vero che, complice la crisi economica iniziata nel 2008, la tendenza prevalente è verso il ridimensionamento di questi tassi di consumo, non è scontato che, per il 2050, l’Europa riesca a raggiungere l’ambizioso obiettivo del Consumo zero di suolo. Non basta. In Italia ci siamo specializzati anche in un’altra disciplina che concorre al consumo di suolo: l’abusivismo. I dati contenuti nel rapporto Fai-WWF del 2012 sono assai eloquenti: dal dopoguerra a oggi sono stati registrati 4,8 milioni di abusi edilizi, in buona parte tamponati con tre grandi condoni (1985, 1994 e 2003), che ovviamente hanno alimentato la fiducia in un prossimo condono. E poi ci sono le attività estrattive, sostenute dall’enorme attività edilizia che ha contraddistinto il nostro paese soprattutto dagli anni Settanta in poi: tra argilla e inerti sono state estratte finora circa 600 milioni di tonnellate di suolo.

rinnovabile ma sempre più scarsa L’acqua è una risorsa a tutti gli effetti rinnovabile e abbondante sul pianeta. Ma l’acqua utile alla nostra sopravvivenza – l’acqua dolce da bere o per irrigare – è meno dell’1% di tutte le acque della Terra. È poca, mal distribuita e soprattutto la sua riproducibilità sempre meno si concilia con le frequenze e le ampiezze dei prelievi umani. Suolo e acqua sono legati da un destino comune. Dove manca l’uno, manca o scarseggia l’altra. Le terre più produttive sono quelle irrigue. Rappresentano un 20% di tutte le terre arabili ma producono il 40% di tutto il cibo sul pianeta. Per l’irrigazione spesso si pompano le acque di superficie di fiumi e invasi, ma i giacimenti d’acqua dolce più grandi sono contenuti in falda. L’acqua è fondamentale per la produzione agricola, a partire dai cereali. Per produrre una tonnellata di grano occorrono mediamente 1.000 tonnellate d’acqua! Non a caso, l’agricoltura è responsabile del 70% degli utilizzi idrici mondiali. Spesso e un po’ stupidamente si riporta questo dato come un’accusa agli agricoltori. Non c’è dubbio che i metodi agricoli tradizionali sprechino molta acqua. Ma finché non troveremo altri sistemi per produrre cibo, l’agricoltura continuerà a utilizzare molta più acqua di qualsiasi altra attività umana. Attenzione però: utilizzo e consumo sono due concetti che vanno tenuti ben distinti. Se viene gestita correttamente e senza aggiungere inquinanti, buona parte dell’acqua utilizzata in agricoltura non va persa, è semplicemente acqua che ritorna nel ciclo di scambi suolo/falda e suolo/atmosfera. I problemi iniziano quando per irrigare attingiamo più acqua di quella assicurata dai flussi idrici naturali. Allora le portate dei fiumi si riducono e le falde acquifere calano. Questo è il drammatico problema odierno. Il più drammatico insieme ai cambiamenti di clima.

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La soglia minima di acqua per soddisfare tutte le esigenze di un paese – bere, lavarsi, produrre cibo, energia, manufatti e, non ultimo, preservare gli ecosistemi – è fissata per convenzione a 1.700 metri cubi pro capite per anno. Sotto questa soglia un paese o un territorio entrano in “stress idrico”. Sotto i 1.000 lo stress diventa “carenza” vera e propria. Una situazione di stress idrico tende a verificarsi in quelle regioni che dipendono fortemente da agricolture irrigue, come la pianura tra l’Indo e il Gange nell’Asia meridionale, la pianura della Cina settentrionale e le Grandi Pianure dell’America settentrionale.15 Se l’acqua si riduce e la popolazione aumenta, traete voi le conseguenze. Piano B 4.0, opera dell’economista e ambientalista americano Lester Brown dal sottotitolo significativo (Mobilitarsi per salvare la civiltà), presenta un elenco impressionante di paesi e aree del mondo in cui le falde rischiano di esaurirsi.16 Ancora una volta è il subcontinente Cina a suscitare le più forti preoccupazioni, seguito a ruota dall’India. Le pianure della Cina nordorientale sono le maggiori produttrici al mondo di cereali. Dopo aver esaurito la portata di parecchi corsi d’acqua col pompaggio superficiale, da tempo in molte zone si attinge alle acque di falda. Col risultato che sotto la provincia di Hebei, nel cuore della Pianura della Cina settentrionale, come testimonia una ricerca pubblicata a Pechino nel 2001, il livello medio degli acquiferi si sta abbassando di quasi tre metri l’anno. Una volta esaurito l’acquifero di profondità, la regione avrà perso la sua ultima riserva idrica. A loro volta, sempre alla prese con la sopravvivenza, gli agricoltori indiani hanno realizzato in questi decenni più di 21 milioni di pozzi, spesso scavandoli a mano. Nell’agosto del 2004, il New Scientist riportava la notizia che “metà dei pozzi tradizionali scavati a mano e milioni dei più superficiali pozzi a colonna si sono già prosciugati, provocando un’ondata di suicidi tra coloro che ne sono dipendenti”. Da una crisi ambientale nascono altre disuguaglianze. In alcune aree dello stato del Gujarat, in seguito al grave abbassamento delle falde superficiali, i grandi proprietari terrieri hanno finanziato la costruzione di pozzi profondi, privando i villaggi vicini dell’acqua. “I ‘signori dell’acqua’ oggi dominano l’enorme mercato dell’acqua potabile e di quella destinata all’irrigazione, spesso rivendendo l’acqua agli stessi villaggi vicini i cui pozzi hanno a tutti gli effetti svuotato. Migliaia di villaggi sprovvisti di acqua dipendono ora

15.  “L’acqua tra potere e povertà”, Rapporto sullo sviluppo umano 2006, UNDP. Si veda il capitolo 4, “L’acqua: carenza, rischio e vulnerabilità”, scaricabile da http://hdr. undp.org/en/reports/global/hdr2006/chapters/italian. 16.  Brown L.R., Piano B 4.0 – Mobilitarsi per salvare la civiltà, Edizioni Ambiente, Milano 2010. Si veda in particolare il capitolo 2. Tutto il libro è scaricabile da internet.

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dalle consegne effettuate tramite le autocisterne.”17 Non migliore risulta lo stato delle falde idriche in paesi come Pakistan, Iran, Yemen, Messico o la stessa Israele. La situazione paradossale è quella dell’Arabia Saudita, dove dagli anni Settanta, per garantirsi una produzione autonoma di cereali, si è ricorso al pompaggio di una profonda falda fossile. Nel 2008 i sauditi hanno annunciato che la falda è prossima all’esaurimento e che avrebbero ridotto le loro coltivazioni di un ottavo ogni anno. Secondo il Rapporto sullo sviluppo umano 2006 delle Nazioni unite, entro il 2025 più di tre miliardi di persone potrebbero vivere in paesi sotto stress idrico, mentre 14 paesi potrebbero passare dalla condizione di stress idrico a quella di carenza idrica. In Europa e in Italia la disponibilità complessiva di acqua è decisamente più favorevole. In particolare, il nostro è uno dei paesi con maggiore abbondanza di risorse idriche (2.800 metri cubi a testa). Ma con disparità marcate. Se il Nord è il maggiore consumatore ma con disponibilità d’acqua molto forti, il Sud e le isole utilizzano il 96% dei 10 miliardi di metri cubi d’acqua disponibili, in buona parte (56%) a uso irriguo.18 Siamo cioè ai limiti di sfruttamento della risorsa.

land grabbing: fame di terra o appetiti finanziari? Non solo il suolo fertile e le fonti d’acqua si riducono, ma come si è visto si riduce anche la superficie coltivabile di molti paesi ricchi, Italia compresa. Che fare allora? Qualcuno si è già dato la risposta. Si va alla conquista di nuove terre da coltivare in qualche paese povero. Ma non più con baionette e cannoniere come ai tempi della guerra di Abissinia. Con metodi più pacifici e civili, usando un termine inglese dal dolce suono: land grabbing (la miglior traduzione italiana credo sia “accaparramento” di terra). In sostanza si acquistano o si affittano a lunga scadenza terre arabili, possibilmente irrigue, con regolari contratti. Fossero solo investitori privati, non sarebbe una gran novità. Ma il land grabbing presenta due aspetti nuovi e inquietanti: primo, spesso sono stati stranieri, o multinazionali in accordo con stati stranieri (come l’armatore Rubattino ai tempi di Eritrea), a trattare direttamente coi governi locali; secondo, in ogni caso, pubblico o privato che sia, i singoli contratti riguardano enormi estensioni di campi o foreste, talvolta di centinaia di migliaia o addirittura di milioni di ettari. I paesi target, come sottolinea un rapporto della World Bank, sono “quelli con abbondanza di 17.  Rapporto sullo sviluppo umano 2006, cit. 18.  Zampetti G., Mancini M., Rapporto Ambiente Italia 2012, “Acqua: bene comune, responsabilità di tutti”, Edizioni Ambiente, Milano 2012.

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terra e con debole (per non dire corrotta, ndA) governance della terra”.19 Si tratta dell’Africa sub sahariana innanzitutto, ma anche di Caraibi, America Latina, Sud Est asiatico, Asia centrale ex sovietica. Attenzione: non è una nuova versione del colonialismo Nord/Sud o lo è solo in parte. Gli investitori sono spesso governi del cosiddetto sud del mondo come i paesi del Golfo (Qatar, Bahrain ecc.) o anche Egitto e Libia, ossia paesi con grandi disponibilità di capitali ma con scarsità di terra e acqua. Oppure grandi e popolose potenze, come Cina e India, preoccupate per i loro fabbisogni futuri. Difficile cogliere la vera portata e dimensione di questo fenomeno perché spesso mancano le informazioni di base su questi accordi, in genere poco trasparenti. La prima indagine è stata svolta qualche anno fa da due ricercatori dell’IFPRI (International Food Policy Research Institute) raccogliendo e analizzando notizie sparse sui media di mezzo mondo: dopo soli quattro anni di accordi risultavano interessati 4 milioni di ettari in Sudan, 2,7 in Mozambico, 1,6 nella piccola Liberia.20 Ma dove i diritti delle comunità di villaggio sulla terra sono ancora forti, come in Tanzania, il fenomeno è stato limitato (meno di 50.000 ettari). A livello mondiale, secondo il rapporto 2010 della World Bank, il land grabbing interessava qualcosa come 56 milioni di ettari (oltre quattro volte la superficie agricola italiana) di cui 2/3 nell’Africa sub sahariana. In molti casi le trattative non vanno a buon fine. Il più clamoroso è stato quello della colossale trattativa tra il governo del Madagascar e la coreana Daewoo Logistics Corporation, interessata a coltivare 1,3 milioni di ettari a mais e olio di palma, che si è concluso col rovesciamento del governo in carica. Anche in Mozambico la popolazione si è ribellata all’arrivo di migliaia di cinesi venuti a coltivare le terre acquisite in affitto, malgrado le promesse di nuove opportunità di lavoro per i locali. Ma buona parte del fenomeno del land grabbing sembra aver poco a che fare con ansie sulla scarsità di cibo, acqua o di altre risorse naturali. Non è un caso infatti che il fenomeno si sia accelerato soprattutto dopo la fiammata dei prezzi agricoli mondiali del 2007-2008 (che ovviamente si è ripercossa sui prezzi delle terre agricole) e che circa il 50% delle terre acquisite risulti inutilizzato. È forte il sospetto che il land grabbing sia in vari casi orientato più alla speculazione finanziaria che allo sfruttamento di risorse naturali: acquisto di terra coltivabile come acquisto di futures che al momento buono si potranno rivendere con ottimi differenziali di prezzo. E soprattutto senza necessità di investimenti, di assunzioni e con molte meno “grane” con le popolazioni locali. 19.  Deininger K., Byerlee D. et al., “Rising Global Interest in Farmland: can it yeld Sustainable and Equitable Benefits?”, The World Bank, 2010. 20.  Von Braun J., Meinzen-Dick R., “Land Grabbing” by Foreign Investors in Developing Countries: Risks and Opportunities, IFPRI Policy Brief 13 – April 2009.

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Persino la World Bank, che ha cercato di edulcorare il fenomeno del land grabbing dipingendolo come una potenzialità di sviluppo per i piccoli contadini africani e asiatici, è costretta a definire “preoccupanti” queste forme di accaparramento di terre altrui per interessi spesso del tutto estranei allo sviluppo locale (o peggio per speculazioni finanziarie). Ma sarebbe un errore generalizzare e identificare ogni tipo di investimento straniero sui suoli d’Africa come sottrazione di terra altrui. L’afflusso di capitali e know how stranieri nell’Africa sub sahariana, come nel Sud Est asiatico o anche nell’Est europeo, è una condizione importante per lo sviluppo delle grandi potenzialità ancora inesplorate dell’agricoltura in questi paesi. È il ruolo che non svolge l’Europa e che bene o male sta svolgendo soprattutto la Cina, che affitta terreni a lungo termine, più che acquistarli, che non ha bisogno di speculazioni finanziarie sulla terra (comunque ha già in pugno, come prestatore di denaro, gran parte della finanza africana) ma che si presenta come solido partner commerciale e tecnologico, che guarda ai suoi interessi ma investe anche in infrastrutture e progetti di sviluppo agricolo ed energetico. In quindici anni la Cina ha centuplicato il volume degli scambi col continente africano, passando da un miliardo di dollari nel 1992 a 106,8 miliardi di dollari nel 2008. Oggi in Africa sono presenti duemila aziende cinesi e il numero dei progetti di cooperazione con partnership cinese è salito a ottomila.

dalla vecchia alla nuova agricoltura L’elenco dei misfatti ambientali e sociali provocati dall’agricoltura, o meglio in agricoltura, potrebbe proseguire. C’è tutto il capitolo sull’uso di pesticidi e antiparassitari (capitolo 6) e sui danni alla salute, come denuncia da anni il rapporto di Legambiente Pesticidi nel piatto. C’è poi il capitolo delle interferenze del crimine organizzato sulla produzione, sulla filiera di distribuzione e formazione dei prezzi, sulla sofisticazione alimentare. Un tema in cui non siamo secondi a nessuno e che investe purtroppo tutta la penisola, dai trasporti in Sicilia al porto di Salerno, ai campi grigio cenere del Casertano ai mercati di Formia, ai mercati generali di Milano (capitolo 8). Ma il punto che ci interessa non è presentare l’elenco dei misfatti e additare il colpevole. È piuttosto evidenziare i rischi di non ritorno, il degrado quasi irreversibile a cui stanno giungendo molti ecosistemi legati alle pratiche agricole, per porci la domanda fondamentale: è inevitabile che sia così? È inevitabile che l’agricoltura, per garantire cibo a tutti – e magari anche nuove fonti energetiche e materie prime – continui a inquinare o a distruggere risorse naturali, scavandosi letteralmente il terreno sotto i piedi? E soprattutto, c’è ancora rimedio? Noi pensiamo che proprio l’agricoltura presenti un felice paradosso. Dopo aver

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dato un notevole contributo al dissesto del pianeta, ha tutte le potenzialità per diventare il motore virtuoso di una nuova economia. Di un’economia in grado di preservare e in certi casi migliorare la qualità della vita degli uomini e degli altri esseri viventi in Italia e sul pianeta. Potenzialmente, la nuova agricoltura a cui guardiamo, e che è già in atto grazie all’intelligenza e volontà di milioni di nuovi e vecchi agricoltori nel mondo, può infatti rovesciare in positivo molti di quelli che oggi sono effetti negativi. Guardiamo all’agricoltura biologica o biodinamica e guardiamo più in generale all’agricoltura sostenibile, ossia a tutte quelle pratiche agricole in grado di produrre cibo e materie prime preservando le risorse ambientali nel breve e nel lungo periodo. Ma prima di tutto dobbiamo rispondere all’obiezione degli scettici e dei tecnocrati: stiamo facendo poesia o sarà in grado questo tipo di agricoltura di sfamare nove miliardi di persone? Magari senza chimica di sintesi e senza Ogm?

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La terra che vogliamo. Il futuro delle campagne italiane. A cura di Beppe Croce e Sandro Angiolini con la collaborazione di Daniela Sciarra.

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