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RIFIUTI

ottobre 2012 mensile

n. 199 (10/12) Euro 14,00

Registrazione Tribunale di Milano n. 451 del 22 agosto 1994. Poste italiane spa – Spedizione in abbonamento postale – Dl 353/2003 (conv. in legge 46/2004) articolo 1, comma 1, DCB Milano

bollettino di informazione normativa L’intervento Spedizioni non conformi di rifiuti “verdi” e ipotesi gestionali

pag. 4

di Benedetta Bracchetti

Pneumatici fuori uso (Pfu), svolta nella giurisprudenza della Cassazione

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di Pasquale Fimiani

Trasporto: non sempre i rifiuti in ADR sono pericolosi (e viceversa)

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di Roberto Montali

Classificazione dei rifiuti: metalli, spunti di riflessione

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di Claudio Rispoli

Legislazione norme nazionali Terremoto: impianti ulteriori per i rifiuti saranno individuati dai governatori delle Regioni colpite

Legge 1° agosto 2012, n. 122

Bonifiche: al via la ricognizione dei Sin

Legge 7 agosto 2012, n. 134

il commento di Alessandro Geremei “Spending review”: il risparmio passa dalla riduzione delle Province

Legge 7 agosto 2012, n. 135 il commento di Lavinia Basso

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Giurisprudenza Servizi pubblici locali: tutto da rifare

Corte Costituzionale – Sentenza 20 luglio 2012, n. 199

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Corte di Cassazione, III Sezione penale – Sentenza 28 febbraio 2012, n. 13361

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il commento di Gabriele Taddia È incontrollato il deposito che non rispetta i requisiti di quello temporaneo

Residui di lavorazione olive: è gestione illecita di rifiuti non rispettare i limiti allo spandimento

Corte di Cassazione, III Sezione penale – Sentenza 24 luglio 2012, n. 30124

Polieco: fino al nuovo Statuto, il mancato conferimento al Consorzio non è condotta antigiuridica

Corte di Cassazione, III Sezione penale – Sentenza 27 luglio 2012, n. 30793

Terre e rocce da scavo, il regime di favore del Dm non retroagirà ai fatti commessi prima della sua vigenza

Corte di Cassazione, III Sezione penale – Sentenza 31 agosto 2012, n. 33577 Digestato per la produzione di biogas: è un sottoprodotto

Corte di Cassazione, III Sezione penale – Sentenza 31 agosto 2012, n. 33588

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Rubriche Quesiti a cura di Paola Ficco e Claudio Rispoli Focus 231 Ambiente a cura di Pasquale Fimiani Focus giurisprudenza a cura di Maurizio De Paolis

Edizioni Ambiente

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Ogni

volta che esportiamo un chilo di rifiuti dimostriamo tutta la incapacità nazionale di porre in essere una seria politica di efficientamento delle risorse. Nel novembre del 2010 a Seoul si svolgeva il G20 e l’esito dei lavori vedeva nell’aumento dell’efficienza delle risorse e nella promozione del riciclaggio uno dei punti cardine delle politiche mondiali per arginare la volatilità dei mercati alimentari e del prezzo del petrolio. La direttiva 2008/98/Ce sui rifiuti è tutta tesa a realizzare la società europea del riciclaggio eppure, a fronte delle tante emergenze rifiuti che l’Italia vive (più o meno dichiarate), la soluzione è sempre e solo una: esportare. Non solo: dinanzi alle tante difficoltà amministrative e interpretative nella gestione dei rifiuti, moltissimi preferiscono esportare. E i nostri impianti che esistono e quelli che, invece, potremmo fare? Perché in Cina sono così lieti di accogliere i nostri “rifiuti”? Eppure le norme (comunitarie e nazionali) per consentire il recupero di materia e di energia da rifiuti in una logica sia di tutela ambientale sia di competitività dei pertinenti settori produttivi, ci sono tutte. Il principio di autosufficienza e di prossimità viene svuotato da più che aggressive politiche di tutela del libero mercato e dinamiche antitrust. Così più che di una società del riciclaggio ormai dovremmo parlare di una società della raccolta. Come spesso avviene nelle umane cose, il problema parte dal lessico che, purtroppo, non sempre è punto di arrivo di un pensiero compiuto: fino a quando gli organi di informazione italiani continueranno a confondere i “rifiuti” con l’“immondizia” (giocando più o meno ingenuamente con il dialettale “munnezza”), non faranno altro che fomentare nell’immaginario collettivo una valenza altamente negativa del rifiuto e non svilupperanno la cultura della risorsa. Una negatività che, come un virus, corrompe gli archetipi ideali del singolo, contamina la P.a. e infetta il decisore politico. Il che è grave perché costoro sono i protagonisti di quello che, invece, deve essere il motore del cambiamento, dove il bene pubblico deve realizzarsi ad opera del singolo, aiutato da una P.a. densa di intelligenze che vanno valorizzate da parte del decisore politico, che deve ritrovare ruolo e dignità. È necessario ricordare sempre che i rifiuti (che non sono immondizia) sono una risorsa messa in un posto sbagliato. Per questo, soprattutto in un momento di gravissima crisi finanziaria ed economica, è necessario che i nostri rifiuti alimentino i nostri impianti, che le pianificazioni regionali ne prevedano altri e che la famosa “rete” impiantistica, vagheggiata sin dalle prime direttive Ue, diventi una realtà anche in Italia, senza “se” e senza “ma”. Le nostre industrie patiscono il più elevato costo energetico a livello europeo e quando si parla di recupero di rifiuti, il solo pensiero che possa essere energetico genera paura, diffidenza, eccetera.

Una situazione insostenibile e ingannevole, che restituisce subito il tratto distintivo nazionale: sottrarsi in modo più o meno consapevole al principio di responsabilità, affidandosi ad un fato amico che ha, praticamente sempre, guardato all’Italia con favore. Lo stesso fato che ispira la condotta di chi fa del gioco d’azzardo la sua occupazione quotidiana. L’Italia è tra i primi cinque paesi al mondo per spesa pro-capite per tentare la fortuna, con circa 1.260 euro l’anno (solo le slot machines sono 400.000 e fruttano il 30% degli introiti del gioco d’azzardo legale). Ma sulle ludopatie tutti tacciono e nessuno osa scandalizzarsi se il Governo, entrato nel mirino delle lobby, è stato costretto a ridimensionare (rectius: quasi annullare) il suo disegno di legge per arginare i costi sociali ed economici provocati dalla diffusione incontrollata dei giochi d’azzardo. Tutti, invece, si agitano e invocano la violazione dei principi del libero mercato se si cerca di impedire l’esportazione di rifiuti (dall’Antitrust ai Tribunali amministrativi). Su Repubblica dello scorso 5 settembre, Paolo di Feo (amministratore delegato di Bwin Italia, uno dei giganti del settore delle scommesse sportive e giochi on line) definiva le regole in origine proposte dal Governo (no alle sale giochi, videopoker et similia, entro 500 metri da scuole e parrocchie) come “norme sproporzionate e impossibili da attuare” (sic!). Il 21 settembre, in un lancio Ansa si leggeva che un’indagine a campione dell’Asl Napoli 3 sui giovani tra i 17 e 18 anni, ha evidenziato che la percentuale di ragazzi problematici, che in futuro potrebbero cadere nella rete del gioco patologico, è schizzata al 7%. Come sempre quando si tratta di cose negative, siamo i primi in Europa, dove la percentuale è del 4-5%. Dati che si inseriscono nell’ambito dei 2 milioni di persone a rischio dipendenza (pensionati, casalinghe, precari, disoccupati). Un altro pezzo di futuro che frana ma (vista l’indifferenza che ha circondato il tutto), evidentemente, va bene così. Del resto se sono 76 i miliardi di euro che nel 2011 sono stati fatturati dal gioco d’azzardo legale in Italia, perché fermarsi? È il mercato e mandare all’ammasso il cervello di giovani e meno giovani non sembra poi così grave. Infatti, nessuno si è indignato più di tanto. Anche questa è deresponsabilizzazione e forse il problema è proprio qui, sicché sembra sempre di essere dinanzi ad una verità che sembra una bugia (la ludopatia) e una bugia che sembra la verità (è giusto esportare i rifiuti, anche se le nostre industrie e i nostri impianti languono per carenza di materiali). In una improbabile rete che intrappola realtà solo apparentemente lontane tra loro. L’epilogo si annuncia pieno di incognite. Paola Ficco


Premessa

L’intervento

Gli operatori della gestione dei rifiuti effettuano frequentemente movimentazioni di rifiuti non pericolosi destinati al recupero tra Stati membri dell’Unione europea nonché in entrata ed in uscita dalla stessa. Il regolamento 1013/2006/Ce (1) assoggetta (2) ad una specifica procedura di sorveglianza e controllo le spedizioni (3) superiori a 20 kg dei rifiuti elencati nella lista verde (4) destinati al recupero. Essa consiste, come è noto, nell’assolvimento dei seguenti obblighi previsti all’articolo 18 dello stesso regolamento (5): • documento di accompagnamento dei rifiuti; • contratto per il recupero dei rifiuti. Tali adempimenti possono apparire di semplice ed immediata ap-

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Spedizioni non conformi di rifiuti “verdi” e ipotesi gestionali di Benedetta Bracchetti Direttore Ufficio Tutela dell’ambiente, Sicurezza dei prodotti, Servizio metrico della Camera di Commercio di Bolzano Segretario della Sezione provinciale di Bolzano dell’Albo nazionale gestori ambientali

Link di approfondimento Per un quadro completo sulle procedure e gli strumenti per la gestione delle spedizioni transfrontaliere di rifiuti alla luce degli sviluppi normativi di livello comunitario e nazionale, è disponibile la versione aggiornata del FreeBook gratuito “L’esportazione e l’importazione di rifiuti”. A cura di Paola Ficco con la collaborazione della Provincia di Firenze.

(1) Pubblicato sulla Guue del 12 luglio 2006 n. L 190. (2) Si veda articolo 3, paragrafo 2 del regolamento 1013/2006/Ce che, come successivamente modificato, disciplina differenti tipologie di spedizioni di rifiuti, tra cui quelle che si svolgono all’interno della Comunità e che riguardano il trasporto di rifiuti non pericolosi destinati al recupero appartenenti alla Lista verde. (3) L’articolo 2, paragrafo 1, n. 34 del regolamento 1013/2006/Ce riporta la nozione di spedizione intesa come il trasporto di rifiuti destinati al recupero o allo smaltimento previsto o effettuato: “a) tra un paese ed un altro paese; o b) tra un paese e paesi e territori d’oltremare o altre zone, sotto la protezione di tale paese; o c) tra un paese e un territorio che non faccia parte di alcun paese in virtù del diritto internazionale; o d) tra un paese e l’Antartico; o e) da un paese attraverso una delle zone sopra citate; o f) all’interno di un paese attraverso una delle zone sopra citate e che ha origine e fine nello stesso paese; o g) da una zona geografica non soggetta alla giurisdizione di alcun paese, verso un paese.” (4) Tale lista è riportata all’allegato III del regolamento 1013/2006/ Ce e comprende rifiuti che non presentano caratteristiche di pericolosità né rischi rilevanti per la salute umana e l’ambiente. L’allegato III del regolamento 1013/2006/Ce prevede importanti limiti per l’accesso alla procedura di controllo contenuta all’articolo 18 del regolamento 1013/2006/Ce (obblighi generali di informazione). Indipendentemente dal fatto che figurino o meno nella lista dell’allegato III al regolamento comunitario, i rifiuti non possono essere assoggettati agli obblighi generali di informazione, qualora siano contaminati da altri materiali in misura tale da: a) aumentare i rischi associati a tali rifiuti in misura sufficiente a rendere questi ultimi assoggettabili alla procedura di notifica e autorizzazione preventive scritte, in considerazione delle caratteristiche di pericolosi-

tà di cui all’allegato III della direttiva 91/689/Cee; o b) impedirne il recupero in modo ecologicamente corretto. L’introduzione all’allegato III del regolamento individua pertanto due condizioni di esclusione dal più snello regime di spedizione dei rifiuti previsto nel caso della lista verde: la sussistenza di una o più caratteristiche di pericolo del rifiuto, di cui ai codici H dell’allegato I al Dlgs 152/2006 da ultimo modificato con il Dlgs 205/2010 o, in alternativa,l’impossibilità di effettuare un recupero ecologicamente corretto del rifiuto. Il verificarsi di almeno una di dette condizioni determina l’assoggettamento della spedizione alla procedura di notifica e autorizzazione preventiva scritta anche nel caso in cui il rifiuto sia riportato nella lista verde. (5) Detto articolo stabilisce che: “1. I rifiuti di cui all’articolo 3, paragrafi 2 e 4, destinati ad essere spediti sono soggetti ai seguenti obblighi procedurali: a) per facilitare il monitoraggio delle spedizioni di tali rifiuti, il soggetto posto sotto la giurisdizione del paese di spedizione che organizza la spedizione assicura che i rifiuti siano accompagnati dal documento contenuto nell’allegato VII; b) il documento contenuto nell’allegato VII è firmato dal soggetto che organizza la spedizione prima che questa abbia luogo e dall’impianto di recupero o dal laboratorio e dal destinatario al momento del ricevimento dei rifiuti in questione. 2. Il contratto di cui all’allegato VII tra il soggetto che organizza la spedizione e il destinatario incaricato del recupero dei rifiuti acquista efficacia quando la spedizione ha inizio e comprende l’obbligo, qualora la spedizione dei rifiuti, o il loro recupero, non possa essere completata come previsto o qualora sia stata effettuata come spedizione illegale, per il soggetto che organizza la spedizione o, qualora quest’ultimo non sia in grado di completare la spedizione dei rifiuti o il loro recupero (ad esempio, perché insolvente), per il destinatario, di: a) riprendere i rifiuti o assicurar-


Documento di accompagnamento (allegato VII)

Il soggetto posto sotto la giurisdizione del paese di spedizione, che organizza la movimentazione transfrontaliera, deve garantire che i rifiuti siano accompagnati dal documento riportato all’allegato VII del regolamento (7), che deve essere firmato:

• dal medesimo soggetto che organizza la spedizione prima che questa abbia luogo, • dall’impianto di recupero e dal destinatario al momento del ricevimento dei rifiuti. Il documento di accompagnamento deve essere conservato all’interno della Comunità, ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 2 del regolamento, per almeno tre anni dalla data di inizio della spedizione a cura dei tre soggetti menzionati. Per quanto riguarda la compilazione del documento, il regolamento 1013/2006/Ce non riporta indicazioni specifiche e puntuali. La nota 1 riportata in calce all’allegato VII richiama le istruzioni di cui all’allegato IC del regolamento 1013/2006/Ce (8), che riguardano la predisposizione del documento di notifica e di movimento previsti per le spedizioni soggette a autorizzazione preventiva scritta ma non il documento di accompagnamento dei rifiuti della lista verde. È necessario pertanto applicare queste indicazioni in modo ragionato.

L’intervento Spedizioni di rifiuti

plicazione: tuttavia nella fase operativa di queste spedizioni emergono frequentemente dubbi e, in taluni casi, la percezione di una vera e propria carenza di disciplina (6). Ciò vale in particolar modo se si analizza il caso di una spedizione di rifiuti che non possa svolgersi come previsto, ad esempio nell’ipotesi in cui l’impianto di destinazione non accetti totalmente o parzialmente il carico. In queste situazioni emerge il problema della gestione della spedizione transfrontaliera dei rifiuti e della relativa documentazione conformemente alla disciplina del regolamento 1013/2006/Ce. Ne analizziamo di seguito alcuni aspetti.

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La presente nota viene redatta a commento della sentenza 26 giugno 2012, n. 25207 della terza Sezione penale della Corte di Cassazione (pubblicata sul n. 198 (08-09/12) di questa Rivista e reperibile nel sito reteambiente.it, Settore Rifiuti, Area Giurisprudenza).

L’intervento

Secondo tale sentenza, deve ritenersi ormai superato l’orientamento giurisprudenziale che ha qualificato come rifiuti tutti gli pneumatici usati, compresi quelli ricostruibili, e deve altresì ritenersi che la ricostruzione dei battistrada degli pneumatici (che, pur usurati, conservano integre le loro caratteristiche strutturali) non si configura come operazione di recupero, bensì come trattamento di risanamento di un bene che mal è stato considerato rifiuto.

L’orientamento precedente

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Pneumatici fuori uso (Pfu), svolta nella giurisprudenza della Cassazione di Pasquale Fimiani Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione

Link di approfondimento “Speciale Pneumatici fuori uso”: su reteambiente.it un quadro ragionato delle norme e delle interpretazioni, con chiare e complete indicazioni operative

La sentenza in commento costituisce il superamento dell’orientamento seguito da Cass. pen., Sez. III, 14 dicembre 2007 n. 46643. In quella occasione, la S.C. pur riconoscendo che, secondo un recente pronunciamento “la qualifica di rifiuto va attribuita ai soli pneumatici fuori uso, come confermato dall’all. A, voce 160103 del Dlgs 3 aprile 2006, n. 152 e non anche ai pneumatici usati ma ancora ricostruibili (Cass. pen., sez. III, 23 gennaio 2007, n. 8679)”, aderì all’orientamento all’epoca prevalente, secondo cui “esulano dalla nozione di rifiuto solo i materiali residuali di produzione o di consumo che siano effettivamente riutilizzati senza subire alcun trattamento preventivo, ovvero subendo un trattamento preventivo che non importi un’operazione di recupero, mentre i pneumatici usati, dei quali il detentore si disfa o che vende a terzi perché siano riutilizzati previa rigeneratura o ricopertura, costituiscono rifiuti, stante la loro destinazione ad un’operazione di recupero” (Cass. pen., Sez. III, 6 luglio 2006, n. 23494, a sua volta conforme a Cass. pen., Sez. III, 9 febbraio 2005, n. 4702). Nel caso in oggetto, proseguì la Corte, si era in presenza di “ingenti quantità di cerchi in lega accatastati, molti dei quali arrugginiti anche a causa della loro esposizione alle precipitazione atmosferiche, nonché di un numero imprecisato di pneumatici usati dislocati sul terreno unitamente ad attrezzatura per la separazione del cerchione metallico ed il pneumatico, tutti in quantità certamente idonea a connotare la destinazione del terreno quale luogo di scarico e deposito di rifiuti”, per cui doveva escludersi che si fosse in presenza di materiali di produzione e consumo destinati ad essere riutilizzati senza subire alcun trattamento preventivo. Il precedente richiamato da tale decisione è rappresentato da Cass. pen., Sez. III, 23 gennaio 2007, n. 8679. Tale decisione fu resa sul ricorso avverso la condanna per l’effettuazione del trasporto e dello smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi, nella specie pneumatici usati, in assenza della prescritta autorizzazione.

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Il ricorso venne respinto in quanto dalle modalità di smaltimento si poteva legittimamente dedurre che gli pneumatici in questione non solo erano usati, ma, in quanto destinati all’abbandono, andavano oramai a pieno titolo considerati “fuori uso”. Precisò allora la Corte: “la puntualizzazione si rende necessaria continuando a fare in realtà riferimento sia la contestazione che la motivazione a pneumatici usati – evidentemente in conformità alla originaria indicazione contenuta nel Dlgs n. 22 del 1997 – laddove, invece, per effetto di successivi interventi normativi, la nozione di rifiuti è attualmente ristretta ai


La ricostruzione degli pneumatici e la Corte Costituzionale

La valenza dell’attività di ricostruzione degli pneumatici era stata evidenziata dalla Corte costituzionale che, con sentenza 30 dicembre 2003, n. 378 dichiarò non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 52, comma 14, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, sollevata in riferimento all’articolo 117 della Costituzione, commi secondo, terzo, quarto e sesto, 118, comma primo e 119 della Costituzione, ai principi costituzionali attinenti al rapporto tra Stato e Regioni ed al principio di ragionevolezza.

Nel ricorso, la ricorrente Regione Emilia Romagna aveva sostenuto che la norma comprimeva l’autonomia decisionale delle Regioni, degli enti locali e dei gestori di servizi pubblici e dei servizi di pubblica utilità, pubblici e privati, disciplinando una materia che non spettava alla competenza dello Stato, senza che detta limitazione potesse ritenersi giustificata dal richiamo di generiche finalità di tutela ambientale, per di più correlate al potenziamento del settore della ricostruzione dei pneumatici usati, poiché, a suo avviso, non si poteva comprendere come l’uso di pneumatici usati, anziché nuovi, potesse prevenire l’inquinamento ambientale, incidendo inoltre sulla libertà dei soggetti interessati di valutare le proprie esigenze anche in termini di sicurezza. La norma, aveva infine sostenuto la Regione, era altresì irragionevole, in quanto, ponendo un vincolo anche alle attività di soggetti privati gestori di servizi di pubblica utilità, imponeva ai soggetti pubblici che rilasciano le concessioni un’attività di controllo che, in concreto, è assolutamente impossibile esercitare. La Corte costituzionale dichiarò la questione non fondata con la seguente motivazione: “La sussistenza di finalità di tutela ambientale, che costituisce il presupposto per l’applicazione della norma censurata, può essere adeguatamente valutata alla luce del diverso regime giuridico cui sono stati, nel tempo, assoggettati i pneumatici usati nell’ambito della normativa, nazionale e comunitaria, sui rifiuti. In proposito va premesso che l’obiettivo di fondo, che il Dlgs 5 febbraio 1997, n. 22 (Attuazione delle direttive 91/156/Cee sui rifiuti, 91/689/Cee sui rifiuti pericolosi e 94/62/Ce sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio) e successive modificazioni, persegue nella prospettiva di una corretta gestione dei rifiuti, può considerarsi quello del loro recupero e riciclo. In tal senso, del resto, esiste piena sintonia con le direttive comunitarie in materia, le quali, secondo la giurisprudenza

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La norma impugnata stabiliva che “per finalità di tutela ambientale correlate al potenziamento del settore della ricostruzione dei pneumatici usati, le amministrazioni dello Stato, delle regioni, degli enti locali e i gestori di servizi pubblici e dei servizi di pubblica utilità, pubblici e privati, nell’acquisto di pneumatici di ricambio per le loro flotte di autovetture e di autoveicoli commerciali ed industriali, riservano una quota all’acquisto di pneumatici ricostruiti, pari ad almeno il 20 per cento del totale”.

della Corte di giustizia, impongono agli Stati obblighi di recupero dei rifiuti, in modo che gli stessi possano svolgere una funzione utile, sostituendosi all’uso di altri materiali che avrebbero dovuto essere utilizzati per svolgere tale funzione. E così va ricordato, con specifico riferimento alla questione in esame, che mentre il Dm 5 febbraio 1998 ha classificato il pneumatico ricostruibile come rifiuto non pericoloso, che poteva essere sottoposto a procedure semplificate per il suo recupero, viceversa l’articolo 23, comma 1, lettera l), della legge 31 luglio 2002, n. 179 (Disposizioni in materia ambientale) ha disposto, in attuazione della normativa comunitaria, la sostituzione nel nuovo Catalogo europeo dei rifiuti della voce “pneumatici usati” con quella di “pneumatici fuori uso”, e conseguentemente il Dm 9 gennaio 2003 non include più, evidentemente in ragione delle possibilità di riutilizzo, i pneumatici ricostruibili nell’elenco, di cui al predetto Dm 5 febbraio 1998. Se dunque una corretta gestione dei rifiuti comporta, innanzi tutto, la riduzione dello smaltimento finale attraverso varie forme di recupero, è evidente la valenza ecologica dell’attività di ricostruzione dei pneumatici, in quanto, secondo talune stime, tende a ridurre di circa la metà i pneumatici usati da avviare allo smaltimento, consentendo, nello stesso tempo, di valorizzare un’utile risorsa con conseguente risparmio energetico ed economico. Inoltre i processi di ricostruzione delle gomme usate sono presi in considerazione dalla normativa comunitaria, anche sotto il profilo della sicurezza del prodotto, come si può desumere dalle decisioni del Consiglio 2001/507/Ce e 2001/509/Ce del 26 giugno 2001 concernenti l’adesione della Comunità europea ai regolamenti nn. 108 e 109 della commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite relativi all’omologazione della produzione di pneumatici ricostruiti per i veicoli a motore ed i loro rimorchi. Sotto tutti questi aspetti risulta quindi evidente la finalità ecologica delle operazioni di ricostruzione, che appunto mirano a prevenire e, nello stesso tempo, a ridurre l’inquinamento ambientale derivante dal deposito, dall’accumulo e dallo smaltimento dei pneumatici usati e proprio in ragione di ciò, il censurato articolo 52, comma 14, della legge n. 448 del 2001, deve considerarsi esplicazione della potestà legislativa esclusiva statale, prevista dall’articolo 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione. Affinché questo obiettivo possa divenire effettivamente realizzabile riguardando un numero significativo di pneumatici, il citato articolo 52, comma 14, adotta una non irragionevole forma d’incentivazione alla ricostruzione dei pneumatici usati e alla loro conseguente diffusione commerciale, che si concretizza nell’obbligo di acquisto, gravante sui soggetti indicati, di una quota di tali prodotti, la quale peraltro per non essere simbolica deve logicamente avere una certa consistenza. La limitata compressione dell’autonomia organizzativa delle regioni e degli altri soggetti derivante da tale obbligo di acquisto si giustifica pertanto – contrariamente all’opinione della Regione ricorrente – proprio in riferimento alle prospettate esigenze di tutela ambientale”.

L’intervento Pneumatici fuori uso

soli pneumatici fuori uso (rimanendone invece esclusi, come noto, i cd. pneumatici ricostruibili). Ed, invero, la legge 31 luglio 2002, n. 179, articolo 23 ha disposto che all’allegato A (del Dlgs n. 22 del 1997) le parole: – 16.01.03 pneumatici usati – sono sostituite dalle seguenti: – 16.01.03 pneumatici fuori uso – ed, attualmente, sia l’articolo 228 che l’allegato A) – voce 16.01.03 – del Dlgs n. 152 del 2006, contemplano anch’essi nella categoria dei rifiuti unicamente i pneumatici fuori uso”.

Il “Codice ambientale” La rilevanza della ricostruzione degli pneumatici e la distinzione rispetto al concetto di pneumatico fuori uso, fu poi ribadita dalla normativa successivamente intervenuta. In particolare, l’articolo 228, Dlgs 152/2006, come modificato dal Dlgs 3 dicembre 2010, n. 205, recita:

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Premessa

L’intervento

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Trasporto: non sempre i rifiuti in ADR sono pericolosi (e viceversa) di Roberto Montali Chimico – Esperto ADR

Link di approfondimento Formazione di Reteambiente sui rifiuti: “Classificazione, Caratterizzazione, Analisi dei rifiuti. H14 e ADR. Significato, aspetti tecnici e  giuridici,  ruoli e responsabilità dei diversi soggetti coinvolti”. Milano, lunedì 29 ottobre 2012 Formazione di Reteambiente sui rifiuti: “Il trasporto dei rifiuti tra formulario e autorizzazioni. Rapporto tra la normativa che regola il trasporto di merci su strada e la specifica disciplina relativa al trasporto dei rifiuti”. Milano, martedì 30 ottobre 2012 Per un quadro completo sugli adempimenti per la gestione dei rifiuti speciali è disponibile la versione aggiornata del FreeBook gratuito “Produttori, come gestire i rifiuti speciali – Vademecum per le imprese” – di Paola Ficco e Claudio Rispoli

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Come sicuramente noto agli operatori di settore, uno dei maggiori problemi che gravano sulla gestione dei rifiuti è sicuramente costituito dalla fase del trasporto dei rifiuti costituiti da chemicals, e ciò non solo a causa dei non indifferenti oneri economici che gravano soprattutto su quelli pericolosi ai sensi dell’ADR, ma anche a causa delle frequenti difficoltà che si incontrano nella corretta classificazione di questi secondo i criteri dell’Accordo ADR o anche, nel caso di trasporto intermodale, conformemente agli altri Regolamenti o Codici internazionali (RID, IMDG, ICAO/ATA) che regolamentano le altre modalità di trasporto. In un tale scenario le prime informazioni utili alla classificazione del rischio possono sicuramente essere desunte dalle etichette di pericolo affisse sui contenitori ma, ancor di più, dalle Schede di sicurezza (Sds), documenti che devono obbligatoriamente essere forniti agli utilizzatori di agenti chimici e che devono essere presenti lungo tutto il ciclo di vita del chemical e quindi anche durante tutte le operazioni di manipolazione, comprese quelle di carico e scarico; tali documenti, con l’emanazione del regolamento (Ue) 1907/2006 (noto come Reach) hanno giocoforza dovuto migliorare di molto i loro contenuti, onde consentire a tutti gli attori presenti lungo la supply chain di operare in sicurezza lungo tutto il ciclo di vita del chemical, dalla sua immissione sul mercato al trasporto, all’utilizzo, fino allo smaltimento finale. Tralasciando gli ostacoli che nella realtà di tutti i giorni e nella pratica comune tutti gli operatori di cui trattasi incontrano di fronte a Sds spesso non conformi al nuovo dettato comunitario, carenti o prive di informazioni complete, con dati a volte discordanti o non aggiornati, o addirittura alle difficoltà di reperire tale documento nonostante l’obbligo di fornitura, scopo del presente articolo è di illustrare come a volte, a causa dei criteri classificatori comunitari e di quelli dell’ADR (criteri non ancora perfettamente armonizzati tra loro) alcuni rifiuti possano risultare pericolosi senza (ma non sempre) essere tali ai fini del trasporto e viceversa. Ciò anche in considerazione del fatto che, pur in presenza di Sds conformi, a volte, la lettura ed interpretazione dei dati in esse contenuti non risulta facile per tutti, mentre in caso di non reperibilità di tale documento (a volte perché non fornito, a volte ben custodito negli uffici amministrativi o del servizio acquisti invece che sul campo, a disposizione degli operatori) spesso ci si affida a consulenze, più o meno rapide ed affrettate, dei trasportatori stessi i quali peraltro hanno in genere “fretta di ripartire”. Le ancora esistenti difformità di alcuni dei criteri classificatori previsti dai due filoni normativi sono da attribuirsi essenzialmente al fatto che, mentre l’accordo ADR e l’Imdg hanno da tempo adottato il sistema classificatorio armonizzato noto come Ghs – Globally Harmonized System, la norma comunitaria in materia di classificazione ed etichettatura non si è ancora completamente allineata a detto sistema e non lo sarà fino alla definitiva abrogazione delle due direttive quadro in materia di classificazione delle sostanze e dei preparati pericolosi prevista dal recente regolamento (Ue) 1272/2008/Ce noto come Clp. Per la precisione, il Ghs costituisce un “sistema di classificazione del rischio globalmente armonizzato” che risulta: • compatibile dal punto di vista della classificazione e dell’etichettatura • dotato di simbologie facilmente comprensibile a tutti (operatori del settore e consumatori)


stessa stregua della direttiva 1999/45/Ce (relativa alla classificazione ed etichettatura dei preparati pericolosi) un rifiuto che contenga > 25% di una sostanza classificata come pericolosa. Tale tipologia di rischio non è contemplata nell’ADR e pertanto, laddove il rifiuto non presenti altre caratteristiche di pericolo, non dovrebbe ricadere nel campo di applicazione della norma. Purtroppo, a nostro modesto avviso, non sempre è così e così non sarà fintantoche le direttive 67/548/Cee e 99/45/Ce saranno ancora vigenti, nel rispetto del regime transitorio previsto dal regolamento (Ce) 1272/2008 (articoli 60 e 61) (2), regime all’interno del quale è obbligatorio riportare in Sds la doppia classificazione (Clp e direttive 67/548 o 1999/45).

e per la realizzazione del quale il Legislatore si è avvalso delle più autorevoli fonti disponibili in materia di agenti pericolosi, quali: • UN Transport Documentation • European Union (Eu) Directives on Substances and preparations • Canadian requirements for Work Place, Consumers and Pesticides • US Requirements for Work Place, Consumers and Pesticides. In tal modo i più importanti regolamenti per il trasporto di merci pericolose e per la gestione dei chemicals in condizioni di sicurezza, vengono ad essere, e lo saranno ancor più in futuro, caratterizzati da un denominatore comune in grado di facilitare le mansioni dei vari operatori lungo la supply chain, in modo particolare di quelli addetti al trasporto stradale o intermodale.

IMO

L’intervento Trasporto in Adr

• in grado di prevedere, elaborare e fornire Sds di contenuti uniformi e coerenti

ADR

GHS

In tale sistema sono infatti da tempo confluiti tutti i dati (armonizzati) ed i criteri adottati dai più autorevoli organismi mondiali quali ad esempio l’ADR, l’Imo, l’Icao, lo Iata, l’Ilo. Ciò consente ad oggi di poter fruire di un dettato omogeneo che eliminando confusioni ed incertezze fornisce allo stesso tempo maggiori garanzie in termini di sicurezza e tutela dell’ambiente come peraltro già a suo tempo previsto dall’Ue nel suo “Libro Bianco” (1) e nei relativi programmi d’azione discussi a suo tempo in seno al Parlamento europeo.

UE ILO

IATA ICAO

Esempi della non ancora completa armonizzazione dei criteri classificatori possono rinvenirsi nei rifiuti liquidi potenzialmente infiammabili e nelle materie classificate “nocive” secondo le norme comunitarie in materia di classificazione ed etichettatura. Nel primo caso va ricordato che mentre la norma comunitaria classifica un rifiuto liquido come “infiammabile” laddove presenti un punto di infiammabilità in vaso chiuso (p.i.v.c.) <55°C, l’ADR prevede tale classificazione (classe 3) laddove tale p.i.v.c. sia <60°C. E se tale ostacolo è facilmente superabile consultando la sezione 9 della Sds ove, tra le proprietà chimico-fisiche, deve comparire anche il valore di detto p.i.v.c. o, in assenza, lo si può ottenenere eseguendo un rapido e non oneroso test, più complesso appare il problema relativo alla decisione di classificare o meno come pericoloso ai sensi dell’ADR (classe 6.1 gr. di imb. III) un rifiuto classificato come nocivo (categoria di pericolo H5) dalla normativa rifiuti, alla stessa stregua di quella in materia di sostanze pericolose. Nello specifico, la decisione 2000/532/Ce classifica infatti alla

RIFIUTI bollettino di informazione normativa n. 199 (10/12)

Vediamo perché. Mettendo a confronto i criteri classificatori relativi alla tossicità di un chemical con quelli dell’ADR quali desunti dalla direttiva 67/548/Cee e dall’ADR medesimo, criteri riassunti per comodità di consultazione nelle tabelle che seguono è possibile osservare, nello specifico, che: • rifiuti costituiti da sostanze o miscele che presentino un valore di LD50 orale acuta compreso tra 200 e 300 mg/kg pur essendo, in accordo ai criteri dell’Ue classificati come nocivi (Xn con frase di rischio R22 – Nocivo per ingestione), rientrano a tutti gli effetti tra le materie tossiche della classe 6.1 con gr. di imb. III. • analogamente rifiuti (sostanze o miscele) con un valore di LD50 cutanea >400 e <1000, pur essendo classificati come nocivi (Xn con frase di rischio R21 – Nocivo a contatto con la pelle), rientrano anch’essi nelle materie tossiche dell’ADR (classe 6.1 grado di imballaggio III), • viceversa rifiuti costituiti da polveri (o aerosols/nebbie) con valori di LC50 a 4hr >1 e <5 mg/l e che sono quindi, in accordo ai criteri dell’Ue classificati come nocivi (Xn con R20 – Nocivo per inalazione) non rientrano nel campo di applicazione della classe 6.1 dell’ADR, classe assegnata solo laddove il valore della LC50 a 1 a1hr è >2 e <4 corrispondenti, per estrapolazione, a valori di LC50 ad 1hr rispettivamente di 0.5 e 1 mg/l circa.

Tabella 1 – Criteri di tossicità secondo la direttiva 67/548/Cee LD50 orale (ratto) mg/Kg

LD50 cutaneo (ratto o coniglio) mg/Kg

LC50 inalatoria (ratto) mg/l/4hr

Molto tossico

< 25

< 50

< 0.25

Tossico

25-200

50-400

0.25 - 1

Nocivo

>200 < 2000

> 400 < 2000

>1<5

(1) Libro bianco della Commissione, del 27 febbraio 2001, sulla strategia per una politica futura in materia di sostanze chimiche [Com(2001) 88 def. – Non pubblicato in Gazzetta ufficiale]. (2) Articolo 60 – Abrogazione – Le direttive 67/548/Cee e 1999/45/Ce sono

abrogate con effetto dal 1° giugno 2015. Articolo 61 – Disposizioni transitorie 1. Fino al 1° dicembre 2010 le sostanze sono classificate, etichettate e imballate in conformità della direttiva 67/548/Cee. Fino al 1° giugno 2015 le miscele sono classificate, etichettate e imballate in

conformità della direttiva 1999/45/Ce. 2. In deroga al secondo comma dell’articolo 62 del presente regolamento e oltre ai requisiti del paragrafo 1 del presente articolo, le sostanze e le miscele possono, rispettivamente prima del 1° dicembre 2010 e del 1° giugno 2015, essere classifi-

cate, etichettate e imballate in conformità del presente regolamento. In tal caso non si applicano le disposizioni in materia di etichettatura e imballaggio delle direttive 67/548/Cee e 1999/45/Ce. 3. A decorrere dal 1° dicembre 2010 e fino al 1° giugno 2015 le sostanze sono

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