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rapporto annuale di Legambiente a cura dell’Istituto di Ricerche AmbienteItalia

Ambiente Italia 2000

rapporto sullo stato del paese

Edizioni Ambiente


iniziali (1/12)

18-03-2004

17:38

Pagina I

Ambiente Italia 2000

rapporto sullo stato del paese

a cura di Duccio Bianchi Istituto di Ricerche Ambiente Italia

Edizioni Ambiente


Ambiente Italia 2000 rapporto sullo stato del paese

L’impostazione del rapporto è stata curata da Duccio Bianchi e Roberto Della Seta. La redazione del rapporto e degli indicatori è stata curata da Istituto di Ricerche Ambiente Italia. redazione Carlo Modonesi, Simona Molinari progetto grafico Tati Cervetto videoimpaginazione Rossana Franzoni distribuzione PDE, via Tevere 54, loc. Osmannoro – 50019 Sesto Fiorentino (Fi) tel. 055.301371, fax 055.301372 ufficio stampa e promozione Tina Corti, Genio snc, Milano concessionaria di pubblicità Argentovivo, via Bordighera 6, 20124 Milano tel. 02.89515424, fax 02.89515565 <www.argentovivo.it/ambiente>

© copyright 1999 Edizioni Ambiente srl, Milano Edizioni Ambiente srl via Guerrazzi 27 20145 Milano tel. 02.33602977, fax 02.33604241 e-mail: box@reteambiente.it <www.reteambiente.it>

Finito di stampare nell’ottobre 1999 da Tipografia Lucchi via Cialdini 82, 20161 Milano Stampato in Italia-Printed in Italy Questo volume è stato stampato su carta riciclata al 100%


Autori e collaboratori Maria Berrini, Ambiente Italia; Duccio Bianchi, Ambiente Italia; Andrea Binelli, Dip. di Biologia, Università degli Studi di Milano; Luigi Boitani, Dip. Biologia Animale e dell’Uomo, Università “La Sapienza” di Roma; Roberto Caponio, Ambiente Italia; Paola Caputo, Ambiente Italia; Paolo Ciucci, Dip. Biologia Animale e dell’Uomo, Università “La Sapienza” di Roma; Giulio Conte, Ambiente Italia; Susanna D’Antoni, responsabile Settore Fauna Legambiente; Roberto Della Seta, coordinatore comitato scientifico Legambiente; Beatrice Fabbretti, Legambiente, resp. campagna “Salvalarte” Legambiente; Enrico Fontana, Legambiente, direttore La Nuova Ecologia; Silvana Galassi, Dip. Biotecnologie e Bioscienze, Università degli Studi di Milano Bicocca; Domenico Gaudioso, Anpa; Chiara Lazzari, Ambiente Italia; Claudia Agostelli (Liceo scientifico “Galilei” di Voghera); Martin Menard, Ambiente Italia; Mario Miglio, Ambiente Italia; Renata Mirulla, Ecobilancio Italia; Maura Misiti, Istituto di ricerche sulla popolazione, CNR Roma; Rosario Mosello, Istituto di Idrobiologia CNR Pallanza; Antonio Nicoletti, Settore Aree naturali protette e territorio Legambiente; Francesca Pani, responsabile Progetti conservazione della natura Legambiente; Rodolfo Pasinetti, Ambiente Italia; Giulia Pesaro, IEFE, Università Bocconi Milano; Francesco Pinchera, Dip. Biologia Animale e dell’Uomo, Università “La Sapienza” di Roma; Gabriella Reggiani, Istituto di Ecologia Applicata, Roma; Fabio Renzi, responsabile Settore aree naturali protette e territorio Legambiente; Alessandra Salvati, Ambiente Italia; Giuseppe Sansoni, ARPA Toscana; Teresa Santos, Ambiente Italia; Giorgio Schultze, Ambiente Italia; Claudia Semenza, Ambiente Italia; Gianni Silvestrini, Commissione Tecnico-Scientifica Ministero Ambiente; Lucia Venturi, responsabile scientifico Legambiente; Mario Zambrini, Ambiente Italia; Edoardo Zanchini, architetto, direzione nazionale Legambiente.

Hanno inoltre collaborato fornendo dati e informazioni: ARPA Emilia Romagna ARPA Grugliasco (Jacopo Fogola) ARPA Torino (Paolo Natale) ARPAT Regione Toscana Azienda Municipale Igiene Ambientale di Palermo (Laura Cobello) Bioprogram scrl – Provincia di Padova Comune di Bologna (Nadia Mandrioli) Comune di Firenze Comune di Roma (Mirella di Giovine) Istituto Sperimentale Agrario – Provincia di Trento Istituto Superiore di Sanità Provincia di Milano Regione Piemonte


Sommario

Prefazione di Ermete Realacci, p. XI Introduzione di Duccio Bianchi

L’ambiente in Italia alla svolta del secolo, p. 1 Integrare ambiente e mercato, p. 7 Una terza fase delle politiche ambientali, p. 11

Capitolo 1. Le dimensioni della sostenibilità: il quadro d’insieme di Duccio Bianchi

La sostenibilità economica, p. 13 La sostenibilità sociale, p, 17 La crescita della pressione sull’ambiente, p. 21 Risorse immateriali e competitività nella globalizzazione, p. 25 BOX 1: Genuine Saving, un indicatore della sostenibilità dell’accumulazione di ricchezza, p. 14 BOX 2: Pressione fiscale e spesa sociale: l’Italia e l’Europa, p. 16 BOX 3: Human Development Index: un indicatore di sostenibilità sociale, p. 19 BOX 4: Povertà e ricchezza in Italia e nei paesi europei, p. 20 BOX 5: Un indicatore di sostenibilità ambientale: l’Impronta Ecologica, p. 24 BOX 6: L’Indice di Competitività del World Economic Forum, p. 27

Capitolo 2. Le attività produttive L’industria, p. 31 L’agricoltura, p. 36 Il turismo, p. 41 BOX 1:

L’impatto ambientale delle telecomunicazioni: il bilancio di Telecom Italia, p. 34

Capitolo 3. Tendenze demografiche di Maura Misiti (IRP – CNR)

La debole crescita della popolazione europea nel contesto mondiale, p. 45 Le tendenze demografiche nell’Europa dei 15, p. 46 Focus sull’Italia, p. 49


Capitolo 4. L’energia di Rodolfo Pasinetti (coord.), Roberto Caponio, Chiara Lazzari, Martin Menard e Giorgio Schultze

Trend mondiali, p. 53 La situazione italiana, p. 56 Il mercato dell’energia: alcuni nodi da sciogliere, p. 59 Fonti rinnovabili: un nuovo inizio nel paese del sole?, p. 61 L’efficienza energetica, p. 65 BOX 1: Tecnologie e prospettive del solare termico, p. 64 BOX 2: Le classi di efficienza dei frigo-congelatori, p. 67

Capitolo 5. Mobilità e trasporti di Mario Zambrini

La crescita della mobilità e del trasporto su gomma, p. 69 Mobilità e reddito, p. 73 Le politiche, p. 73 BOX 1: Il nuovo Piano Generale dei Trasporti, p. 74

Capitolo 6. Consumi e rifiuti di Duccio Bianchi e Lucia Venturi

Il consumo sostenibile, p. 77 Dalla produzione alla riduzione dei rifiuti, p. 78 La gestione dei rifiuti urbani: raccolta differenziata e riciclo, p. 80 Trattamento e smaltimento finale: tra recupero energetico e discarica, p. 84 La lenta attuazione del decreto Ronchi, p. 85 I rifiuti industriali: la produzione, p. 87 I rifiuti industriali: lo smaltimento, p. 88 BOX 1: I costi delle raccolte differenziate, p. 83 BOX 2: L’incerta contabilità dei rifiuti industriali: il caso toscano, p. 89

Capitolo 7. Effetto serra e danneggiamento dello strato di ozono di Domenico Gaudioso e Gianni Silvestrini con un contributo di Rodolfo Pasinetti

Andamento delle emissioni di CO2, p. 91 Le politiche italiane per l’effetto serra, p. 93 Il danneggiamento dell’ozono stratosferico, p. 97 BOX 1: L’effetto serra, p. 92 Il meccanismo di danneggiamento dell’ozono e il concetto di ODP, p. 98 Gli obblighi di riduzione previsti dal Protocollo di Montreal e successivi emendamenti, p. 99 BOX 2: BOX 3:

Capitolo 8. Risorse idriche e qualità delle acque di Giulio Conte con un contributo di Silvana Galassi e Andrea Binelli

Disponibilità e consumi dell’acqua, p. 104 I fattori di inquinamento, la qualità delle acque e la depurazione, p. 107 Nuova legge e nuovi strumenti per la tutela della qualità dell’acqua, p. 109


Nuovi indirizzi per la politica delle acque, p. 111 BOX 1: La gestione sostenibile delle risorse idriche, p. 104 BOX 2: La nuova direttiva europea e il Piano d’Azione, p. 112 BOX 3:

Contaminazione industriale da DDT nel Lago Maggiore, p. 116

Capitolo 9. L’ambiente urbano di Maria Berrini con contributi di Edoardo Zanchini, Teresa Santos e del Liceo scientifico “G. Galilei” di Voghera

L’evoluzione della struttura urbana e la sua impronta ecologica, p. 119 Il consumo di risorse delle città, p. 120 La città dell’auto: traffico e inquinamento, p. 122 Politiche e impegni in Italia, p. 131 BOX 1: Inquinamento acustico: standard e obiettivi, p. 124 BOX 2: Standard e valori guida per la qualità dell’aria, p. 126 BOX 3: Scuola e ambiente urbano: il progetto didattico del Liceo Galilei di Voghera, BOX 4: Coordinamento Agende 21 locali italiane, p. 132

p. 128

Capitolo 10. Lo “stato dell’arte”: consistenza e gestione dei beni culturali di Beatrice Fabbretti

La dimensione dei beni culturali italiani, p. 133 Un indicatore anomalo: l’arte rubata, p. 135 Il turismo e l’arte. La sfida del Giubileo, p. 136 La spesa pubblica per la cultura, p. 138 BOX 1: La carta del rischio del patrimonio culturale, p. 134

Capitolo 11. Patrimonio naturale e biodiversità di Luigi Boitani, Paolo Ciucci, Giulio Conte, Susanna D'Antoni, Antonio Nicoletti, Francesca Pani, Gabriella Reggiani, Fabio Renzi, Alessandra Salvati e Giuseppe Sansoni

Lo stato della fauna in Italia, p. 141 La flora e la vegetazione a rischio, p. 147 Il sistema nazionale delle aree naturali protette, p. 148 BOX 1: Strategie di conservazione e liste rosse, p. 145 BOX 2: La strategia delle reti ecologiche, p. 152 BOX 3: L’autorità di Bacino del Magra, un esempio da seguire, p. 155

Capitolo 12. Politiche ambientali, spesa e tassazione di Duccio Bianchi con un contributo di Roberto Della Seta

Le politiche ambientali statali, p. 158 Le politiche ambientali locali, p. 160 La spesa pubblica per l’ambiente, p. 161 La tassazione ambientale: nasce la “carbon tax”, ma le tasse ambientali diminuiscono, p. 162 BOX 1: Il soggetto ambientalista delle politiche ambientali, p. 164


Capitolo 13. Nuovi strumenti per l’innovazione ambientale di Renata Mirulla e Giulia Pesaro

Gli accordi volontari, p. 165 I sistemi di gestione ambientale EMAS e ISO 14001, p. 168 I Marchi di Qualità Ecologica, p. 170 Rapporti e Bilanci Ambientali d’Impresa, p. 172 BOX 1: L’analisi del ciclo di vita dei prodotti, p. 173 BOX 2: Kyotoclub, imprese per l’efficienza ambientale, p. 174

Capitolo 14. L’illegalità ambientale di Enrico Fontana

Stati Uniti e Italia, sistemi a confronto, p. 177 Lotta all’ecomafia ed ecosviluppo, p. 179 Una risposta globale, p. 181

Indicatori, p. 183 Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore Indicatore

1. Crescita economica 2. Condizioni di sopravvivenza 3. Salute, istruzione, servizi 4. Distribuzione della ricchezza 5. Consumi di materie prime 6. Deforestazione e aree protette 7. Emissioni atmosferiche 8. Diffusione dell’innovazione tecnologica 9. Ricerca e sviluppo 10. Informazione e telecomunicazione 11. Indici della produzione industriale 12. Emissioni e consumi dell’industria chimica 13. Bilancio ambientale di Fiat Auto ed ENI 14. Terre coltivate e produzione alimentare 15. Consumo di fertilizzanti 16. Consumo di pesticidi 17. Carico eutrofico di origine zootecnica 18. Rilasci di organismi geneticamente modificati 19. Brevetti di piante e microrganismi 20. Agricoltura biologica 21. Turismo internazionale 22. Pressione turistica in Italia 23. Agriturismo in Italia 24. Dinamiche demografiche nel mondo 25. Alcuni indicatori demografici europei e italiani 26. Presenza straniera in Italia 27. Consumi energetici. Confronti internazionali 28. Intensità energetica. Confronti internazionali 29. Bilancio energetico nazionale 30. Consumo energetico regionale procapite


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31. Consumo elettrico regionale procapite nel settore residenziale 32. Intensità energetica nell’industria manifatturiera 33. Fonti energetiche primarie 34. Produzione termoelettrica nazionale per fonte 35. Produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili 36. Teleriscaldamento urbano in Italia 37. Efficienza energetica: i frigo-congelatori 38. Motorizzazione privata 39. Modalità di trasporto passeggeri 40. Modalità di trasporto merci 41. Spesa pubblica per infrastrutture di trasporto 42. Incidentalità stradale 43. Intensità di trasporto 44. Costo per l’utente del trasporto privato e pubblico 45. Consumo di prodotti chimici 46. Diffusione delle lampade fluorescenti 47. Prodotti tipici locali 48. Produzione di rifiuti urbani e speciali 49. Raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani 50. Raccolta differenziata 51. Recupero e riciclo dei materiali: Italia ed Europa 52. Origine e smaltimento dei rifiuti industriali 53. Emissioni di CO2 equivalente da usi energetici 54. Emissioni di CO2 equivalente da usi energetici. Bilancio energetico nazionale 55. Emissioni specifiche di CO2 da usi energetici. Confronti internazionali 56. Produzione di sostanze che danneggiano lo strato di ozono 57. Consumo di sostanze che danneggiano lo strato di ozono 58. Consumo di bromuro di metile 59. Consumi idrici in Italia 60. Colture irrigue 61. Inquinamento industriale 62. Eutrofizzazione dei laghi 63. Carico di azoto in agricoltura 64. Qualità biologica dei fiumi 65. Qualità delle acque costiere 66. Capacità di depurazione 67. Indicatori di pressione: consumi d’acqua e di energia, motorizzazione e rifiuti 68. Consumi idrici e depurazione 69. Disagio ambientale percepito dai cittadini 70. Inquinamento acustico 71. Inquinamento atmosferico: CO e NOx 72. Inquinamento atmosferico: anidride solforosa e polveri 73. Inquinamento da ozono 74. Emissioni di metalli pesanti e diossine 75. Inquinamento da piombo 76. Monitoraggio della qualità dell’aria


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77. Indicatori di risposta: mobilità e verde pubblico 78. Patrimonio archeologico e museale 79. Visitatori di musei, istituti d’arte e siti archeologici statali 80. Musei più frequentati 81. Fauna minacciata 82. Flora minacciata 83. Pressione di pesca e conservazione delle risorse ittiche marine 84. Pressione venatoria 85. Territorio tutelato 86. Aree protette in Italia 87. Aree umide protette dalla Convenzione di Ramsar 88. Deposizioni acide 89. Danneggiamento delle foreste 90. Incendi forestali 91. Dissesto idrogeologico 92. Valutazione di Impatto Ambientale 93. Spesa ambientale dello Stato 94. Spesa ambientale dei Comuni 95. Tasse ambientali 96. Accordi volontari 97. Certificazioni ISO 14001 e registrazioni EMAS 98. Marchi ecologici 99. Illegalità ambientale 100. Abusivismo edilizio

Note bibliografiche, p. 289


Prefazione

Cambia pelle Ambiente Italia, ma l’anima rimane la stessa. Alla vigilia del Terzo Millennio, il Rapporto annuale di Legambiente – curato dall’Istituto Ambiente Italia e realizzato in collaborazione con il Comitato Scientifico di Legambiente – alza il tiro delle sue ambizioni e passa l’ecosistema del Bel Paese al vaglio di ben cento indicatori statistici, sul modello dei più autorevoli Rapporti internazionali. La “fotografia” prende in esame tutti gli aspetti che hanno a che fare con la qualità ambientale: dalle attività produttive ai trasporti, dai consumi ai rifiuti, dai trend demografici ai grandi rischi planetari (effetto serra, buco nell’ozono), dalle risorse idriche al mare, dai problemi urbani alle aree protette, dalla salute alla legislazione italiana ed europea, dall’illegalità alla spesa pubblica. Si tratta, come capiranno i lettori scorrendo le pagine del Rapporto, di una grande sforzo di ricerca e di analisi, ispirato allo stesso criterio di fondo che muove da sempre l’ambientalismo scientifico di Legambiente: la scelta cioè di fondare ogni iniziativa per la difesa dell’ambiente su una solida base di dati scientifici e di accompagnare tutti i “no” con l’indicazione di alternative concrete, realistiche, praticabili. Con le sue migliaia di dati spesso inediti, “Ambiente Italia 2000” è una bussola indispensabile per conoscere nel dettaglio ritardi e potenzialità del nostro Paese in fatto d’ambiente; ed è la cartina da tornasole per evidenziare, numeri alla mano, che solo affrontando con più slancio ed efficacia i problemi dell’inquinamento, del degrado e dell’arretratezza ambientale potremo diventare a pieno titolo un Paese europeo. Un significativo miglioramento della qualità ambientale porterebbe all’Italia vantaggi enormi, in termini di qualità della vita dei cittadini ma anche di forza economica e competitiva: basti pensare all’immenso patrimonio di arte e di storia custodito nelle nostre città; a quell’intreccio straordinario di natura e cultura che segna quasi ogni angolo del territorio, dalle aree protette alle zone di montagna alle coste; o ancora alle innumerevoli economie territoriali che fondano la loro “ricchezza” sulla produzioni agricole tipiche o sulla creatività del “made in Italy”. Questi che sono gli elementi costitutivi della nostra identità culturale ed economica, possono anche diventare il principale “valore aggiunto” su cui costruire per l’Italia e

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gli italiani un futuro forte e pulito, un futuro che ci veda protagonisti nell’arena globale. Ma per concretizzare tali potenzialità serve una svolta nelle politiche, ambientali e non solo, e nelle direzioni di marcia dell’economia, serve contrastare i troppi “disvalori” che rischiano di vanificare i nostri punti di forza : serve, in particolare, promuovere una grande opera di modernizzazione e di riconversione ecologica dell’economia, contrastare con decisione i tanti fenomeni di illegalità che colpiscono in primo luogo proprio l’ambiente (dalle ecomafie all’abusivismo edilizio), mettere la qualità ambientale tra le priorità di governo del Paese su scala sia nazionale che locale. In questi obiettivi è il cuore del nostro modo d’intendere l’ambientalismo: l’auspicio è che “Ambiente Italia 2000” dia un contributo ad avvicinarli.

Ermete Realacci presidente nazionale Legambiente settembre 1999

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INTRODUZIONE

L’ambiente in Italia alla svolta del secolo Per dieci anni, il rapporto Ambiente Italia ha monitorato lo stato delle risorse naturali e delle politiche ambientali italiane. Anno dopo anno abbiamo cercato di offrire un quadro della situazione e delle tendenze in atto, di focalizzare i problemi emergenti e segnalare i casi di successo e i casi di disastro, mostrando soluzioni e alternative. Quest’anno proviamo a fare il punto, cercando di capire come è cambiata la qualità ambientale negli ultimi 10-15 anni e qual è lo stato del paese alle soglie del nuovo millennio.

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Luci e ombre, in sintesi Negli ultimissimi anni si sono viste alcune luci. Il sistema delle aree protette ha compiuto un balzo (il 75% del territorio protetto è stato istituito nell’ultimo decennio) e comincia a consolidarsi l’idea di una più ampia rete ecologica. Il tema del paesaggio e della salvaguardia vera dei beni culturali e ambientali comincia a tradursi in alcuni primi atti concreti; qualche amministrazione finalmente osa anche demolire, il mostro di Fuenti o l’abusivismo a Eboli o Piombino. Sono state istituite le Autorità di Bacino e in alcuni casi, come nei bacini del Po e del Magra, esse hanno imposto un nuovo approccio di tutela. Nell’amministrazione locale si fa strada l’idea dell’integrazione tra ambiente e politiche di settore: circa 50 tra città, Province e Regioni d’Italia hanno aderito al programma delle Agende 21 locali, dando vita a un coordinamento italiano. Nella gestione dei rifiuti, la raccolta differenziata e il riciclaggio sono stati non solo riconosciuti, ma praticati estesamente; e ora l’Italia può vantare tanti comuni dove si recupera più di un terzo dei rifiuti prodotti, inclusa un’importante frazione di materia organica. L’agricoltura biologica ha conosciuto una crescita forse inattesa anche solo cinque anni fa ed oggi è praticata sul 3,5% della superficie agricola; mentre l’agriturismo, pur restando un fenomeno di nicchia, è uno dei mercati turistici in espansione. Cogenerazione e cicli combinati hanno migliorato ancora l’efficienza del sistema energetico (dopo la Germania, l’Italia è il principale produttore europeo di energia elettrica in cogenerazione), e il metano si è imposto come combustibile. Nel sistema industriale si colgono segni di movimento: un gruppo di imprese – tra le più dinamiche e di successo – ha promosso il Kyoto Club, mentre più di un centinaio di imprese ha deciso di dotarsi di sistemi di gestione ambientale.


AMBIENTE ITALIA 2000

Il sistema normativo ha conosciuto importanti innovazioni, soprattutto nella legislazione dei rifiuti e delle acque.Si è cominciato a porre mano al problema delle tecnostrutture, avviando la costruzione della rete delle Agenzie Regionali per l’Ambiente e tentando il rinnovamento di un importante ente di ricerca come l’ENEA. Crescono, infine, l’attenzione ambientale dei cittadini, il peso e il ruolo dell’associazionismo ambientalista, la partecipazione attiva al volontariato. Ma, se guardiamo allo stato delle componenti ambientali o se confrontiamo la situazione italiana con quanto si è ormai consolidato in tanta parte d’Europa (anche mediterranea) ne risulta un quadro sconfortante, nel quale le nostre novità appaiono spesso deboli e sfocate. Intanto e soprattutto non si registrano gli attesi miglioramenti della qualità ambientale delle acque, dell’aria, del patrimonio naturale e delle città. Anzi, c’è persino qualche segno di ulteriore aggravamento della situazione rispetto ai primi anni ’90. Mentre in Europa si è ormai avviata una terza generazione di politiche ambientali – la fase della “ricostruzione” della qualità dell’ambiente, di una nuova valorizzazione del paesaggio agrario, delle risorse naturali e delle aree urbane – in Italia le politiche ambientali debbono ancora completare l’inevitabile fase delle infrastrutture difensive (depuratori e impianti di smaltimento) e avviare la seconda fase, quella della prevenzione e dell’integrazione dell’ambiente nelle politiche economiche.

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In questo quadro risalta la debolezza della capacità di innovazione ambientale – insieme alla mancanza di consapevolezza ecologica delle stesse classi dirigenti, politiche ed economiche – che sembra riflettere la più generale perdita di competitività del sistema italiano e il declino della capacità tecnologica e scientifica. Il nodo su cui richiamare l’attenzione ci sembra questo: il nesso tra ritardo ambientale e declino tecnologico, il legame tra sostenibilità ambientale, competitività ed equità sociale. La scommessa dei prossimi anni ci sembra ruotare attorno alla capacità di coalizzare risorse umane e interessi sociali per dare corpo a un progetto originale di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Un progetto nel quale la necessaria innovazione tecnologica, sociale e istituzionale può fondarsi sulla valorizzazione della ricchezza italiana: lo straordinario patrimonio di risorse ambientali e di beni culturali, le economie territoriali, l’eccezionale produttività del lavoro, lo stesso marchio “Italia”.

La qualità dell’ambiente preoccupa ancora Nonostante la proliferazione di leggi e la realizzazione di infrastrutture (almeno promesse), la qualità delle risorse – l’acqua, l’aria, il suolo – non mostra segni univoci o rilevanti di miglioramento (ad eccezione delle emissioni di sostanze dannose per l’ozono e delle emissioni di anidride solforosa); si accentuano anzi alcuni fenomeni di degrado, in particolare nelle aree urbane e nelle aree montane. Le acque. La qualità delle acque continua a non rivelare segni apprezzabili di miglioramento. Nonostante la presunta riduzione dei carichi inquinanti, il tasso di eutrofizzazione nei laghi prealpini si mantiene al di sopra di una soglia di accettabilità e in alcuni casi è addirittura crescente. La qualità biologica dei principali fiumi rimane generalmente costante e, nella maggior parte dei casi, ben lontana da livelli di benessere. Più del 30% degli abitanti, anche nei capoluoghi di provincia, è tuttora privo di un servizio di depurazione; una parte significativa degli impianti, inoltre, ha rendimenti inferiori agli standard.


INTRODUZIONE

Le acque marine sembrano migliorate sotto il profilo della contaminazione biologica, ma sempre in un quadro nel quale regioni come il Lazio e la Campania hanno ancora il 20% delle coste non balneabile per inquinamento. Nel Mediterraneo si registrano gravi problemi connessi alle crescenti concentrazioni di idrocarburi che contaminano acque e spiagge, mentre l’eutrofizzazione rappresenta tuttora un problema significativo, soprattutto – ma non solo – sulle coste adriatiche. Nonostante la riduzione dei consumi, in alcune aree la soddisfazione dei fabbisogni idrici resta critica, anche per il permanere della contaminazione delle falde e per i crescenti fenomeni di intrusione salina. Il riciclo della acque è una pratica marginale e ristretta all’industria, nonostante le sue potenzialità (soprattutto per gli usi agricoli): nel Mezzogiorno il riciclo del 50% delle acque civili equivarrebbe a 1500 milioni di metri cubi, la stessa quantità d’acqua resa disponibile da tutti gli invasi della Puglia e della Basilicata. Rumore e inquinamento atmosferico. Nelle aree urbane la crescente motorizzazione peggiora in maniera sensibile la qualità della vita. L’elemento più rilevante, ancora largamente sottovalutato nelle politiche ambientali, è il rumore. Nelle principali aree urbane, laddove esistono rilevazioni attendibili, emerge che tra l’80% e il 95% della popolazione è esposta a inquinamento acustico superiore alla soglia stabilita per le aree a elevata concentrazione, mentre quasi il 100% della popolazione vive, giorno e notte, in aree nelle quali si supera la soglia per le sole aree residenziali. L’inquinamento atmosferico da anidride solforosa è quasi scomparso e si riduce – per effetto del miglioramento del parco automobilistico – l’inquinamento da monossido di carbonio, ma restano elevati i livelli di biossido di azoto e di ozono. Per l’ozono il livello di protezione sanitaria è sistematicamente superato nel periodo estivo, anche se solo episodicamente (ma con una certa frequenza) viene superato il cosiddetto “livello di informazione”. Ancora preoccupanti infine sono le emissioni di benzene, di aromatici e di polveri (soprattutto di particolato fine). Dispersione di sostanze tossiche. Pur sulla base di soli dati stimati, l’Italia emerge – in Europa – come il paese nel quale è più preoccupante la dispersione nell’ambiente di sostanze tossiche. Secondo le stime riportate da Eurostat e dalla Commissione Europea, l’Italia ha determinato nel 1995 il 27,4% del totale dei rilasci di metalli pesanti in atmosfera (pesati in base alla loro tossicità) di tutta l’Europa, più del doppio di quello stimato per la Germania. Mentre negli altri paesi europei sono diventate tra un terzo e un sesto di quello che erano dieci anni fa, in Italia non si sono neanche dimezzate. Per effetto dell’assenza (o della scarsità) di sistemi adeguati di abbattimento dei fumi, anche la stima di emissioni di diossina rivela per l’Italia (come quantità procapite) un carico superiore alla media europea e pari a più del doppio della Germania, nonostante la bassa presenza di impianti di incenerimento. Gli effetti globali: effetto serra e buco dell’ozono. Negli ultimi anni, nonostante la migliore efficienza dei processi, si è registrato un aumento totale delle emissioni climalteranti simile a quello della seconda metà degli anni ’80. La stima delle emissioni, in termini di CO2 equivalente, indica che nel 1997 c’è stato un incremento del 6% rispetto al 1990 e di circa il 20% rispetto al 1985. La grande penetrazione del gas naturale ha limitato la crescita delle emissioni di CO2. L’attuazione della “Carbon Tax” e del programma nazionale di sviluppo delle fonti rinnovabili dovrebbero assicurare il rispetto degli obiettivi italiani di riduzione.

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AMBIENTE ITALIA 2000

un’occasione per gestire in maniera attiva e non solo vincolistica gli obiettivi di tutela idrogeologica o per creare un mercato alle energie rinnovabili (ad esempio per il solare termico, la cui marginalità è un assurdo economico prima ancora che ambientale, nelle strutture agricole e agrituristiche) o alle tecnologie di riciclo e riuso delle acque.

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Altrettanto cruciale è l’integrazione dell’ambiente nelle politiche urbane. Sembra ovvia, ma non lo è. Le agende 21 locali – che hanno un grande successo in altri paesi, dalla Gran Bretagna, alla Germania, alla Spagna – non sono un nuovo “piano” ambientale o il programma degli assessorati. Sono lo strumento complesso – basato essenzialmente sulla partecipazione della molteplicità di soggetti istituzionali e sociali – per definire comuni obiettivi di sostenibilità a livello locale, individuare le linee di azioni e i progetti comuni, qualificare in senso ambientale l’insieme della programmazione urbana, promuovere autonome azioni dei soggetti economici, creare strumenti (normativi e finanziari) efficienti per promuovere queste azioni, attivare le capacità imprenditoriali. La qualità dell’ambiente urbano ha bisogno di una forte integrazione. Per lanciare programmi di rinnovo e riqualificazione (e anche di demolizione) nei centri e nelle periferie urbane (o nelle aree industriali dismesse) basati su interventi innovativi nell’edilizia e nei servizi infrastrutturali con l’impiego di tecnologie di riduzione dei consumi idrici o di risparmio energetico o di materiali eco-ecompatibili. Per ridurre l’inquinamento acustico e la congestione, connettendo piani del traffico, piani degli orari e di sviluppo delle telecomunicazioni (per ridurre la necessità o l’addensamento degli spostamenti), sviluppo del trasporto pubblico e del trasporto non motorizzato (a piedi, in bicicletta, con bici elettriche). Per promuovere nuovi “distretti industriali verdi” dove si attua l’integrazione funzionale di imprese per ridurre le emissioni e massimizzare l’impiego delle risorse. Per creare un legame tra verde urbano e verde naturale, per tutelare la fauna cittadina e per riacquisire al paesaggio e alla vita urbana i corsi d’acqua o le coste. Gli interventi nei centri urbani possono essere anche una grande occasione di innovazione tecnologica ambientale. Barcellona è un esempio fin troppo citato, ma poco imitato. Eppure, se i progetti avranno un segno ambientale, anche le Olimpiadi Invernali di Torino – una delle aree italiane a maggiore concentrazione tecnologica – potrebbero testimoniare che si può “fare” e, al tempo stesso, “creare” qualità ambientale. Non solo nelle piste da sci, ma anche nella ristrutturazione urbana e delle aree industriali dismesse, nell’uso di nuove tecnologie edilizie, nella valorizzazione del Po, nella conversione ambientale del sistema della mobilità. Città e aree rurali possono dunque essere le due grandi aree di sperimentazione di un progetto originale di sostenibilità e modernizzazione, costruito mettendo assieme i molti soggetti e attori sociali ed economici. Una sostenibilità che è, al tempo stesso, ambientale, sociale ed economica. Perché risanando ecologicamente aree urbane degradate e ricostruendo il verde urbano non si migliora soltanto la qualità ambientale delle città: si migliora anche la sicurezza, si favorisce l’accessibilità ai soggetti deboli, si rafforza l’equità sociale, si crea un mercato a prodotti e tecnologie nazionali. Oppure perché promuovendo la conversione ecologica delle colture agricole e la tipicità dei prodotti non solo si riduce il carico dei pesticidi, ma si creano nuove occasioni di lavoro nelle aree rurali, si diversifica l’offerta turistica e l’offerta di una forte industria agroalimentare, si crea un circuito virtuoso con la storia e con l’immagine dell’Italia e – non ultimo – si vive meglio e meno omologati.

Duccio Bianchi


LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

I decenni della crescita La grande crescita demografica planetaria ha rallentato il suo corso, ma procede incessante. Nel 1950 il mondo era abitato da circa 2,5 miliardi di individui e ogni anno se ne aggiungevano meno di 40 milioni. Alla fine degli anni Novanta il mondo è popolato da circa 6 miliardi di persone e ogni anno se ne aggiungono circa 80 milioni. Il tasso di crescita, raggiunto il suo picco alla metà degli anni Ottanta, ancorché in declino (sopra l’1,2% annuo, oltre il 2% in Africa) è sufficiente a portare entro 50 anni a un raddoppio della popolazione. Di fatto, l’aumento della popolazione è quasi completamente concentrato nei paesi in via di sviluppo – e in particolare nei più poveri – mentre in alcune nazioni europee (tra cui l’Italia) e in alcuni stati dell’ex area socialista si prevede una futura contrazione della popolazione. Questa esplosione demografica si è accompagnata – e in parte è stata consentita – da una grande crescita delle attività economiche e della ricchezza (vedi Indicatore 1). Se, su scala mondiale, tra il 1965 e il 1997 il reddito procapite è aumentato a un tasso annuo dell’1,4%, in alcune aree del mondo la crescita è stata molto più impetuosa: nei paesi dell’est asiatico (1,7 miliardi di persone) è stata del 5,4% annuo, nei paesi ad “alto reddito” (poco meno di un miliardo di persone) e nei paesi dell’Asia meridionale (1,3 miliardi di persone) la crescita è stata del 2,3% annuo. Per apprezzarne le dimensioni si può ricordare che un tasso di crescita del 2,3% significa un raddoppio nell’arco di 30 anni e un tasso di crescita del 7% significa un raddoppio in 10 anni. Questa crescita, particolarmente accentuata con lo sviluppo della globalizzazione a partire dagli anni Ottanta, ha significato anche un progresso reale nelle condizioni sociali e nelle opportunità di vaste aree del mondo. Ma non ovunque e non per tutti.

Lo sviluppo ineguale La gran parte dei paesi dell’Africa subsahariana, alcuni paesi del Medio Oriente e alcuni paesi caraibici e dell’America latina hanno sperimentato un percorso inverso: negli ultimi 30 anni il loro reddito procapite è diminuito. In queste aree del mondo – e, sia pure in maniera meno accentuata, anche in altri paesi – si sono addirittura registrati un impoverimento reale e una riduzione della ricchezza accumulata, in termini di capitale fisico, umano e naturale (vedi Box 1).

CAPITOLO 1

La sostenibilità economica


AMBIENTE ITALIA 2000

BOX 1

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GENUINE SAVING, UN INDICATORE DELLA SOSTENIBILITÀ DELL’ACCUMULAZIONE DI RICCHEZZA

Il più classico e diffuso indicatore economico è il Prodotto Nazionale (o interno) Lordo, che misura (ai prezzi di mercato) il valore della produzione di beni e servizi, diminuita dei consumi intermedi e aumentata delle imposte indirette sulla produzione. Come indicatore di “benessere”, però, il Pil è contestato, perché misura lo sviluppo economico senza considerare in alcun modo se tale sviluppo impoverisce il paese delle sue risorse naturali e si traduce in un reale miglioramento delle condizioni di vita per i suoi abitanti. Di grande interesse ai fini della valutazione della sostenibilità dello sviluppo è la misura del tasso di accumulazione della ricchezza. Tradizionalmente, questa misura corrisponde al risparmio lordo, cioè al prodotto nazionale lordo meno i consumi pubblici e privati. La World Bank ha proposto un nuovo indicatore, più adatto alla valutazione della sostenibilità sociale e ambientale: il “genuine saving”, cioè il risparmio reale secondo criteri di contabilità ambientale. Tale indicatore è costruito tenendo conto sia degli investimenti in beni immobili che degli investimenti in capitale umano (le spese per l’educazione) e dello sfruttamento o del danneggiamento delle risorse naturali.

Ancora sperimentale, il Genuine Saving è calcolato a partire dal risparmio interno lordo: • diminuito del deprezzamento del capitale fisso (ad es. macchinari industriali) • diminuito del valore dello sfruttamento delle risorse (minerali, energetiche e rinnovabili) • diminuito del valore dello sfruttamento forestale (taglio di legname eccedente il tasso naturale di crescita) • diminuito dei costi sociali provocati dall’inquinamento (per semplicità riportati ad un costo medio pari a 20 dollari per tonnellata di carbonio emesso) • aumentato delle spese per l’educazione (che sono un investimento in capitale umano) Le recenti elaborazioni della World Bank sui dati 1997 mostrano quanto rilevante sia l’effetto della “correzione”, soprattutto nei paesi la cui economia si fonda in gran parte sullo sfruttamento delle proprie risorse naturali. In numerosi paesi (soprattutto in Africa e in Centro e Sud America) il tasso di accumulazione reale è addirittura negativo – o si riduce drasticamente – a indicare la forte dipendenza dal consumo del proprio patrimonio naturale e l’insostenibilità della radice del proprio processo di sviluppo e di accumulazione.

Dal risparmio lordo al risparmio reale nel 1997 RISPARMIO LORDO RISPARMIO REALE (% DEL PIL) (% DEL PIL)

Alto Reddito 21,4 Italia 22,3 centro America Africa subsahariana 16,8 Sud America 20,5 Sud Asia 18,2 Est Asia 38,3 Medio Or. e N. Africa 24,1

13,5 13,9 nd 3,4 12,1 7,1 29,7 -0,3

risparmio reale come % del Pil ANNI

11 13 6 4 8 5 13 -9

’70

ANNI

7 8 -5 -8 0 4 10 -16

’80

’90-’93

9 8 0 -7 3 4 17 -13

Fonte: per gli anni ’70, ’80 e primi anni ’90: elaborazione Ambiente Italia su electronic files della World Bank. Per il 1997, World Bank, World Development Indicators 1999. I paesi compresi nelle aggregazioni non sono del tutto equivalenti tra il 1997 e gli altri anni.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Un percorso simile è stato conosciuto, dopo il 1989, anche da alcune delle economie di transizione – i paesi dell’ex area socialista – e in particolar modo dagli stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Uno sguardo di insieme consente di osser vare che la crescita procapite è stata più accentuata nelle aree del mondo già più avanzate. A fronte di tassi del 2,3% nei paesi ad alto reddito, nei paesi più poveri la crescita è stata mediamente di poco superiore all’1% e nei paesi a medio reddito inferiore al 2%. Lo sviluppo economico è stato uno sviluppo ineguale su scala planetaria. Ha ampliato, anziché ridurre, il gap tra paesi ricchi e paesi poveri, esasperando le dif ferenze sociali al loro interno. Il reddito procapite disponibile nei paesi ricchi è cresciuto, in 30 anni, di circa 9.000 dollari (a moneta costante). In Italia è aumentato di 8.000 dollari. Nei paesi dell’est asiatico, che pur hanno vissuto lo sviluppo più dinamico, è cresciuto mediamente di circa 500 dollari procapite. La ricchezza si è concentrata: negli anni Sessanta il 20% più ricco della popolazione mondiale disponeva di un reddito pari a 30 volte quello del 20% più povero, nella seconda metà degli anni Novanta il rappor to è diventato di 80 a 1. Inoltre il rapido sviluppo economico di alcuni paesi asiatici e dell’America Latina resta fragile e potenzialmente reversibile, come hanno dimostrato a più riprese gli eventi di questi ultimi anni. Il 1997 e il 1998, in particolare, sono stati segnati da una crisi finanziaria internazionale senza precedenti dagli anni ’30, che ha scosso le economie asiatiche con pesanti recessioni sia nei paesi emergenti sia in Giappone, in Russia e in alcuni paesi dell’America Latina – in primo luogo il Brasile – deprimendo lo sviluppo mondiale (il PIL si è dimezzato tra il 1997 e il 1998) e il commercio internazionale, la cui crescita è passata dal 10% del 1997 al 3,3% del 1998.

Lo sviluppo lento dell’Italia In un contesto internazionale di rallentamento della crescita – meno evidente negli Stati Uniti e in gran parte d’Europa – l’Italia ha mostrato solo una debole crescita economica (+0,7% nel 1996, +1,5% nel 1997, +1,4% nel 1998) e si è allargato il divario con i livelli di crescita dei paesi europei e più in generale dei paesi industrializzati. Ormai da almeno un decennio l’economia italiana mostra il passo in confronto alla gran parte delle altre economie europee e industrializzate, nonostante transitorie impennate derivanti essenzialmente da vantaggi competitivi legati alla svalutazione della lira. La crescita media annua del PIL mostra, infatti, una sensibile decelerazione, mettendo in evidenza un tasso di sviluppo pari al 2,4% nel decennio 80-90 (nei “difficili” anni Settanta si era registrato ben il 3,8%), un valore che scende ad appena l’1,3% nella media 1990-98. L’andamento dell’economia reale in questi anni Novanta è stato, in primo luogo, influenzato dalle politiche restrittive avviate per far fronte all’esigenza di riequilibrare i conti pubblici e di abbattere l’inflazione, ma il rallentamento della crescita si configura ormai come potenzialmente strutturale. Le politiche di questi anni hanno conseguito risultati persino inaspettati – sanciti dall’ingresso dell’Italia nell’Euro – ma, seppur socialmente equilibrate, hanno anche innalzato il livello di pressione fiscale e compresso gli investimenti pubblici, con effetti importanti sulla reale qualità della vita. La pressione fiscale – cioè il valore di tasse e contributi sociali in rapporto al PIL – è salita, dal 1990 al 1998, dal 39,6 al 43,6%. Nonostante il permanere di fenomeni di evasione fiscale – che rendono più aspra la pressione sui contribuenti regolari – il livello di introiti fiscali è ormai superiore a quello medio europeo (vedi Box 2).

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AMBIENTE ITALIA 2000

BOX 2

PRESSIONE FISCALE E SPESA SOCIALE: L’ITALIA E L’EUROPA

Il dibattito economico italiano ha tra i suoi cardini il tema del livello di pressione fiscale e dei costi dello stato sociale. La pressione fiscale italiana è ormai superiore ai livelli medi europei, mentre il livello di protezione sociale (oltre che di investimenti e di servizi) offerti si colloca ben al di sotto della media europea. La pressione fiscale è, rispetto ad altri paesi, squilibrata sul fronte dei contributi sociali (più elevati) e della tassazione indiretta (più bassa). In particolare, molto

bassa e declinante è l’incidenza delle tassazioni “energetiche e ambientali”. Gli orientamenti più recenti di politica fiscale sembrano tesi a correggere queste tendenze. La spesa sociale italiana – che come negli altri paesi europei è in riduzione – è invece eccezionalmente squilibrata sul fronte delle pensioni e dell’assistenza (il 65% del totale, contro il 45% europeo), mentre è inferiore alla media il sostegno alle famiglie.

Spesa sociale e fiscalità (tasse e contributi) in Europa 1990

(% PNL) 1993

1996

32,9 30,3 25,5 32,5 27,7 25,4 26,8 26,7 25,4 23,1 24,1 20,4 15,5 19,1

38,6 33,5 35,4 33,7 31,2 29,1 29,0 29,0 29,0 28,8 26,0 24,4 21,0 20,8

34,8 33,6 32,1 30,9 30,8 30,5 30,0 29,5 28,7 27,7 24,8 22,4 21,6 18,9

SPESA SOCIALE

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Svezia Danimarca Finlandia Olanda Francia Germania Belgio Austria EU15 Gran Bret. Italia Spagna Portogallo Irlanda

FISCALITÀ

(%PNL) 1997

54,1 53,1 47,5 46,6 46,3 45,9 44,9 44,5 42,6 41,6 37,9 36,2 35,9 34,1

Fonte: Eurostat Statistics in Focus, Population and Social Conditions, no 5/99, “Social protection in the European Union, Iceland and Norway”. Eurostat Statistics in focus, Economy and finance, n. 30/98, Taxes and social contributions in1997, Stability in the European Union.

Contemporaneamente la riduzione delle spese, oltre che sugli interessi per il debito pubblico, si è concentrata sugli investimenti pubblici, che tra il 1990 e il 1997 sono passati dal 3,3 al 2,4% del prodotto interno. Il ridimensionamento degli investimenti pubblici ha interrotto la fase di recupero nella dotazione di infrastrutture rispetto agli altri paesi europei. Lo svantaggio relativo si è accentuato nel Mezzogiorno, dove l’ammontare di capitale pubblico era più carente. Nel corso degli anni Novanta vi è stata anche una costante riduzione dei posti di lavoro (per poco meno di un milione di unità), per effetto di ulteriori processi di ristrutturazione sia nel settore industriale che dei servizi. Questo processo si è invertito nel 1998 – con la creazione


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

di oltre 100.000 nuovi posti di lavoro – in parte attraverso forme di lavoro più flessibili, parttime, contratti a termine. Tuttavia, la maggior domanda di lavoro che emerge tra le donne e in Meridione ha determinato anche una ulteriore crescita del tasso di disoccupazione, che al Sud ha superato il 23%, mentre nelle regioni del Centro-Nord si colloca a circa l’8%, con punte di pieno impiego.

La sostenibilità sociale Un progresso contraddittorio e reversibile Miliardi di persone hanno conosciuto in questi decenni uno spettacolare miglioramento delle condizioni di vita. Contemporaneamente sono aumentati – in valore assoluto – i poveri e le persone in stato di denutrizione. Un più vasto accesso ai servizi sanitari (anche sostenuto da aiuti e interventi internazionali), il miglioramento delle condizioni igieniche, un forte ricorso alla prevenzione e alle vaccinazioni hanno consentito negli ultimi trent’anni di ottenere una crescita dell’attesa di vita nei paesi in via di sviluppo mediamente di circa 16 anni e di dimezzare la mortalità infantile. La crescita economica non ha però ridotto il numero di persone che vivono in condizioni di povertà e di denutrizione. In un periodo di forte crescita, tra il 1990 e il 1996, la popolazione in stato di denutrizione – cioè al di sotto di standard di sussistenza – è aumentata ancora, in particolare in India e in Africa, superando la soglia degli 820 milioni di persone. E il numero di persone che vivono in condizioni di benessere è quasi uguale a quello delle persone che rischiano la morte per fame (vedi Indicatore 2). Il progresso non è stato omogeneo e si è rivelato reversibile. La diffusione del virus HIV/AIDS ha determinato una drammatica contrazione dell’attesa di vita, soprattutto nei paesi africani. In Zimbabwe si prevede una riduzione dell’attesa di vita di 22 anni a causa dell’AIDS. In Botswana – il paese che ha conosciuto il più alto tasso di crescita economica al mondo tra il 1965 e oggi – l’incidenza dell’AIDS ha riportato la speranza di vita ai livelli degli anni ’50. Le condizioni fondamentali di sopravvivenza hanno conosciuto però arretramenti anche in altre aree del mondo. Per effetto della crisi economica nei paesi dell’ex blocco dell’Europa orientale, dove la speranza di vita si è ridotta dal 1989 ad oggi; per effetto dei conflitti etnici e delle guerre in gran parte del Centro Africa, in Iraq, nell’ex Jugoslavia.

Iniquità nei servizi L’accesso a beni e servizi sociali fondamentali per il benessere umano è distribuito in maniera iniqua a livello planetario, sia tra le classi di reddito sia – soprattutto nei paesi in via di sviluppo – tra la popolazione urbana e la popolazione rurale (vedi Box 3). Fuori della cerchia dei paesi ad alto reddito, la disponibilità di servizi igienici – anche in aree a forte urbanizzazione – è limitata a una minoranza della popolazione: 2,5 miliardi di persone sono prive delle infrastrutture igieniche di base. La loro assenza determina – soprattutto nei paesi asiatici – un notevole inquinamento microbico dei fiumi e delle risorse idriche e un aumento delle malattie correlate, come epatiti e dissenteria.

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AMBIENTE ITALIA 2000

più incisivo Piano dei Trasporti: la proroga affossa definitivamente quella riforma del settore autostradale che il paese aspetta fin dal 1975, e determina una sostanziale ipoteca sulla programmazione degli investimenti stradali e autostradali nei prossimi dieci anni: un banco di prova, insomma, per un Piano Generale dei Trasporti che non voglia limitarsi solo alle parole.

Note 1. OECD, Environmental Data. Compendium 1997, Parigi 1997. 2. Ministero dei Trasporti, DG P.O.C., Conto Nazionale dei Trasporti 1998, Roma 1999. 3. In particolare, il dato relativo alla consistenza della rete stradale comunale extraurbana è quello del 1977. Secondo quanto riferito nel Conto Nazionale dei Trasporti, una stima aggiornata dell’estensione di tale rete dovrebbe più che raddoppiare il dato, portandolo da 141.000 a 300.000 chilometri circa. 4. Cfr. European Conference of Ministers of Transport, CO2 Emissions from Transport, ECMT-OECD, Parigi 1997. 5. Commissione delle Comunità Europee, Comunicazione sui trasporti e sulle emissioni di CO2, Bruxelles, 29 aprile 1994, COM(1998)259 def. 6. Anna Donati, Luigi Rambelli, Mario Zambrini, a cura di, Ambiente e Politica dei Trasporti. Le proposte di WWF e Legambiente per la mobilità sostenibile, Edizioni Ambiente, Milano 1998. 7. Documento Introduttivo alla Conferenza Nazionale Trasporti, Roma, 7-8 luglio 1998 8. Vedi Anna Donati, Matteo Adduci, Patrizia Fantilli, a cura di, Concessioni Autostradali: resiste il grande patto sul cemento, WWF Italia, Roma, marzo 1999.

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CONSUMI E RIFIUTI

Il consumo di materie prime e di prodotti finiti è in crescita. La quantità di materia e di energia consumata dal sistema economico aumenta sia su scala globale che – anche se in modo meno accentuato – negli stessi paesi sviluppati, nonostante una maggiore efficienza nell’impiego delle risorse. La crescita del riciclo dei materiali non compensa, in genere, l’aumento dei consumi totali, per cui crescono i prelievi sia di risorse non rinnovabili – come il ferro o l’alluminio o il rame – sia di risorse (almeno teoricamente) rinnovabili, come il legno per la produzione cartaria. La crescita dei consumi non determina soltanto un impoverimento delle risorse disponibili, ma anche una crescente immissione nell’ambiente di rifiuti, di emissioni legate al ciclo di produzione, di trasporto e di uso dei beni. La globalizzazione economica e il basso costo dei trasporti hanno largamente incrementato la movimentazione di beni finiti e intermedi e reso conveniente la creazione di complessi network produttivi mondiali. La sostenibilità dei consumi è diventata una delle grandi priorità ambientali. Negli anni ’80, la nascita del “consumerismo” verde è stata un fenomeno di nicchia che ha promosso la diffusione di alcuni prodotti “ambientali”, dagli alimenti biologici alla chimica “verde”. Oggi il tema dei consumi sostenibili è diventato una delle grandi priorità ambientali. In primo luogo perché gli stili di vita dei paesi affluenti non sarebbero riproducibili a livello globale. In secondo luogo perché entità dei consumi e qualità dei prodotti determinano una quota sempre più rilevante degli impatti ambientali. La determinano in modo diretto, attraverso la rapida crescita dei consumi energetici residenziali o i rifiuti urbani; ma soprattutto la determinano indirettamente, lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti consumati. L’evoluzione dei consumi è contraddittoria. Crescono (soprattutto come quota della spesa) i consumi immateriali e ricreativi – essi stessi, peraltro, fonte di problemi ambientali, in primo luogo quelli legati al turismo – ma si affermano anche i prodotti dell’agricoltura biologica e si diffondono (anche se ancor poco in Italia) i prodotti industriali con l’eco-label. Ma al tempo stesso aumentano anche i consumi di prodotti chimici (vedi Indicatore 45), dei beni usa e getta, di prodotti pericolosi. La ricerca di consumi più sostenibili passa attraverso una molteplicità di strade: • la capacità di soddisfare i bisogni attraverso un servizio, anziché attraverso un prodotto. È l’approccio dal lato della domanda. In campo energetico sono possibili riduzioni notevoli dei

CAPITOLO 6

Il consumo sostenibile


AMBIENTE ITALIA 2000

consumi agendo sull’isolamento, sulla disposizione delle abitazioni o sul’impiego di prodotti – dagli elettrodomestici alle lampadine – più efficienti (vedi Indicatore 46). Ma questo stesso approccio è riproducibile attraverso l’allargamento del campo dei consumi collettivi – dal car sharing all’uso collettivo di lavatrici – o con la sostituzione della comunicazione cartacea o fisica con la comunicazione elettronica (ad esempio, il potenziale della videoconferenza è ancora poco utilizzato). • la maggior efficienza e compatibilità ambientale dei prodotti con l’eliminazione delle sostanze tossiche durante l’uso, durante lo smaltimento finale o durante la produzione o migliorando le prestazioni ambientali. • l’allungamento della durata di vita dei beni, anche attraverso la possibilità di upgrading e manutenzione o di una migliore riciclabilità. • il ricorso a prodotti locali (vedi Indicatore 47), che al tempo stesso valorizzano e preservano caratteristiche di tipicità (soprattutto per i prodotti alimentari) e chiudono localmente il circuito della produzione e del consumo.

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A sostegno di consumi e prodotti più compatibili cominciano a dispiegarsi nuove politiche, almeno su scala europea. Strumenti volontari come gli eco-label – sia su scala europea che su scala nazionale (in Italia è stato previsto, ma non ancora istituito) – cercano di favorire l’affermazione sul mercato di prodotti industriali (o anche di servizi) a più alta efficienza ambientale. La tassazione di prodotti ad alto impatto o la defiscalizzazione di prodotti o interventi (come, anche in Italia, interventi di risparmio energetico) introducono elementi di incenetivo/disincentivo per modificare la competitività dei prodotti. ll cosiddetto eco-procurement, ovvero la destinazione degli acquisti pubblici verso prodotti ambientalmente compatibili – dai prodotti energetici alla carta riciclata – costituisce sia una leva per stimolare il mercato (gli acquisti pubblici rappresentano una quota non marginale dei consumi) che uno strumento di promozione. L’applicazione del principio di “responsabilità estesa del produttore” che impone la gestione a fine vita dei prodotti – già attivo con la direttiva sui rifiuti di imballaggio (che impone ai produttori determinati obiettivi di recupero e accolla loro i costi di tali operazioni) e in via di attuazione anche su componenti elettronici e autoveicoli – internalizza i costi ambientali e favorisce nel sistema industriale (e più in generale nel ciclo economico) una concezione del prodotto (e del suo uso) inteso come bene riciclabile.

Dalla produzione alla riduzione dei rifiuti L’effetto più visibile della crescita e della scarsa compatibilità ambientale dei consumi e dei prodotti attuali è dato dalla produzione dei rifiuti. In Italia, la produzione totale di rifiuti urbani e industriali è pari a circa 50 milioni di tonnellate all’anno, poco meno di una tonnellata procapite, senza considerare i rifiuti inerti e minerari (vedi Indicatore 48). Una credibile contabilità è possibile ancor oggi solo per i rifiuti urbani. Per i rifiuti industriali la miglior base disponibile è costituita dalle autodichiarazioni del Modello Unico (MUD),


6. CONSUMI E RIFIUTI

ma questi dati costituiscono solo una approssimazione per difetto. Pur nell’impossibilità di raffronti omogenei con il passato, si può valutare che in Italia prosegue la crescita della produzione di rifiuti urbani, anche se con un ritmo inferiore a quello degli anni ’80, mentre la produzione di rifiuti industriali è probabilmente stabilizzata o in regresso. Senza misure di tipo preventivo, la produzione dei rifiuti è destinata a crescere. In particolare, la crescita riguarderà due tipologie di rifiuti: • i residui di consumo, in particolare prodotti di carta e plastica; • i residui del trattamento ambientale, in particolare fanghi e residui di depurazione delle acque, dei fumi e degli stessi rifiuti. Dalla fine degli anni ’80 – almeno nei paesi europei più avanzati, sotto il profilo delle politiche ambientali – le strategie di gestione dei rifiuti si sono progressivamente intrecciate con le politiche industriali e di prodotto, nella ricerca di forme di produzione e consumo che da un lato minimizzassero la generazione dei rifiuti e dall’altra consentissero di reintegrare i rifiuti nei cicli industriali e agricoli. Conseguito l’obiettivo di uno smaltimento ambientalmente compatibile, in questi paesi il focus delle politiche di gestione dei rifiuti – sia a scala nazionale che locale – si è effettivamente spostato sulla prevenzione e sul recupero. Le potenzialità di riduzione – fattibili economicamente con la tecnologia attuale senza incidere sulla qualità della vita – sono state valutate, dall’Agenzia per l’Ambiente austriaca, nell’ordine di almeno il 10-15% del totale dei rifiuti urbani. In Italia, dove la quota di imballi a perdere è notevolmente superiore, le potenzialità di riduzione possono essere valutate, con gli stessi criteri, nell’ordine di un 15-20%. Le politiche avviate dai primi anni ’90 in alcuni paesi (in par ticolare in Olanda, Danimarca, Germania, Austria, Belgio, paesi scandinavi) hanno mirato a favorire la riduzione dei rifiuti agendo su quattro livelli: • misure di tipo economico dirette (tasse e tariffe) o indirette (incentivi, esenzioni); • misure amministrative che limitano il consumo e la distribuzione di determinati tipi di prodotto o l’impiego di determinate sostanze o la qualità dei rifiuti; • accordi di programma col sistema delle imprese e della distribuzione; • politiche di prodotto, attraverso obblighi derivanti dal principio di responsabilità del produttore (obblighi di recupero e gestione del prodotto a fine vita) o misure di promozione (ecolabel, indirizzi per gli acquisti da parte del sistema pubblico) e attività di formazione sociale finalizzate a incoraggiare stili di vita e prodotti ecologicamente più sostenibili. Le misure di prevenzione sono state implementate, prevalentemente, più ricorrendo a strumenti economici e volontari piuttosto che a disposizioni normative. Tra le misure economiche, il cui obiettivo è quello di internalizzare nel costo dei beni (o dei servizi) le loro esternalità ambientali, le più importanti sono state: 1. imposizioni fiscali dirette (tasse) su particolari categorie di beni (come gli imballaggi a perdere in Finlandia, alcuni oggetti usa e getta in Belgio o con risolute misure a livello locale in alcune aree della Germania) o con la promessa che sarebbero state poste tasse qualora non fossero stati raggiunti determinati obiettivi (ad esempio in Germania tasse sugli imballaggi a perdere per bevande qualora non fosse stato conseguito un livello minimo di presenza di contenitori a rendere, stabilito al 72%). 2. misure di agevolazione fiscale o concessione di benefici ed esenzioni per particolari tipo-

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AMBIENTE ITALIA 2000

logie di prodotti o per processi di produzione più puliti, che minimizzino la formazione dei rifiuti o la loro pericolosità; 3. tariffazione del servizio di raccolta e smaltimento differenziata per il singolo utente o per piccoli gruppi (condomini) in funzione del volume o del peso dei rifiuti conferiti (anche se quest’ultima forma di intervento non discrimina tra “riduzione” e “recupero con raccolta separata”). Una valutazione dell’efficacia delle misure messe in campo nei vari paesi non può essere compiutamente fatta. Ma la combinazione di indirizzi concertati e di strumenti economici può essere indubbiamente efficace, come testimonia la riduzione degli imballaggi registrata in Germania, pari nel periodo 1993-1997 al 10% circa (più o meno 600.000 t/a in meno di soli imballaggi primari). Analogamente, dove si sono imposte tasse sui contenitori a perdere (come in Finlandia) si ha tuttora una netta prevalenza dei contenitori riutilizabili (il 95% nel settore delle bevande). In Italia invece, dove non è stata adottata alcuna misura di questi tipo, gli imballaggi riutilizzabili rappresentano il 6% del totale degli imballaggi e coprono meno del 20% del mercato delle bevande.

80

La gestione dei rifiuti urbani: raccolta differenziata e riciclo Gli ultimi tre anni hanno dimostrato che in Italia è possibile cambiare il sistema di gestione dei rifiuti urbani (vedi Indicatore 49). Oggi raccolte differenziate, riciclaggio e compostaggio trattano oltre un terzo dei rifiuti urbani prodotti in importanti aree del paese. Nel 1998 circa 130 comuni (secondo il censimento di “Comuni Ricicloni”) hanno superato il tasso di raccolta del 50%. Nel corso degli ultimi cinque anni, la raccolta differenziata in Italia è quasi raddoppiata, principalmente per effetto dell’introduzione della raccolta della frazione verde e del rifiuto organico (che oggi corrisponde a circa un quarto del totale dei recuperi) e per la crescita della raccolta della carta (vedi Indicatore 50). Ciò nonostante, nella valorizzazione e nel riciclo dei materiali l’Italia si colloca su valori medio-bassi europei, molto distante (anche nelle regioni di punta) dalle prestazioni del CentroNord europeo (lungo l’asse Svizzera-Scandinavia) (vedi Indicatore 51). La media nazionale di raccolta differenziata era nel 1997 pari al 9,4% del totale dei rifiuti solidi urbani, ma con una fortissima divaricazione regionale: più della metà del totale dei recuperi italiani proveniva da due sole regioni – la Lombardia e il Veneto – mentre da tutte le regioni meridionali proveniva meno del 5% della raccolta differenziata italiana. In nessuna regione, comunque, la raccolta differenziata intercetta e recupera oltre il 30% dei rifiuti. Contemporaneamente, nel 1999 sono finalmente diventati operativi i consorzi di recupero degli imballaggi e il Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi. Il Conai prevede di raggiungere nel 2002 un tasso di recupero del 54% degli imballaggi, composto da un tasso di riciclo del 45% e da un tasso di recupero energetico del 9%. Complessivamente prevede di arrivare a recuperare 5.400.000 t di imballaggi post-consumo, composti


6. CONSUMI E RIFIUTI

da 1 milione t di plastica, 1,7 milioni t di carta e cartone, 1,1 milioni t di vetro, 1,3 milioni t di legno, 200 mila t di acciaio e 28 mila t di alluminio. Lo sviluppo del Conai dovrebbe consentire un salto importante nel sistema di raccolta e di recupero. Per quanto importanti, però, gli obiettivi del Conai sono ancora ben lontani da quelli previsti (e in gran parte raggiunti) in Germania e Olanda. In Germania, per il 1999 vi è l’obbligo (già raggiunto e superato nel 1998) del recupero del 75% del vetro, del 70% dell’acciaio, del 60% dell’alluminio, del 70% del cartone, del 60% dei poliaccoppiati e del 60% della plastica. In Olanda, l’accordo del 1997 prevede di recuperare e riciclare per il 2001 il 90% del vetro (nel 1996 era già l’80%), l’85% della carta, l’80% dei metalli, il 35% della plastica. Lo sviluppo delle politiche di riciclaggio non incontra un limite né nelle potenzialità di raccolta differenziata, né nei costi della stessa raccolta differenziata. Le politiche di valorizzazione e riciclo hanno, invece, un limite nelle potenzialità tecnologiche di impiego e nella domanda di mercato dei materiali di recupero. Se il riciclaggio di alcuni residui industriali è stato essenzialmente guidato dalla domanda di mercato (circa il 50% del commercio europeo di ferro e acciaio riguarda materiali riciclati), il riciclaggio dei rifiuti urbani – come dimostra in maniera eloquente il caso tedesco – è stato in gran parte favorito e mosso da scelte politiche di tutela e valorizzazione ambientale. In questi casi, la sostenibilità del riciclaggio deve essere garantita attraverso un equilibrato sviluppo sia dell’offerta che della domanda di rifiuti recuperabili. Ma, rispetto ai livelli attuali italiani, lo sviluppo delle politiche di valorizzazione e riciclo non ha vincoli tecnologici e di mercato. I conti sono semplici. Per la carta, il tasso di recupero medio in Europa ha raggiunto nel 1996-1997 valori prossimi al 50%, con alcuni paesi (Germania, Olanda, Austria, Svezia, Svizzera) ormai oltre il 70% della carta e del cartone consumato sul mercato nazionale. Il tasso di recupero dell’Italia (circa il 30%) risulta il più basso (ad eccezione dell’Irlanda) tra i paesi dell’Unione Europea. Rispetto alla situazione italiana 1997, con una sostituzione parziale del macero importato (cioè per la sola frazione di bassa qualità) – già pari a 415.000 t – e un incremento dell’impiego di macero nella produzione cartaria fino ai livelli medi europei, si creerebbe una domanda interna aggiuntiva per 784.000 t. Portando la capacità di riciclo ai massimi tecnologici di impiego – compatibili col tipo di produzioni nazionali attuali ��� e con la sostituzione totale delle importazioni, la domanda aggiuntiva sarebbe pari a circa 2,2, milioni di tonnellate. Per il vetro, il recupero in Europa è pari a quasi 8 milioni di tonnellate, corrispondenti a un tasso del 58% circa. Anche in questo caso ci sono significative differenze tra i paesi: in alcuni i tassi di recupero e riciclo sono superiori al 70% del vetro consumato sul mercato nazionale (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Norvegia, Olanda, Svezia, Svizzera), mentre in altri paesi – tra cui l’Italia – restano ancora inferiori al 50%. Anche per il vetro esistono, in Italia, ulteriori possibilità di espansione dei livelli di riciclaggio. Se la produzione vetraria italiana impiegasse una quantità di rottame in linea con la media europea, assumendo invariato il contributo del vetro piano e sostituendo completamente le importazioni, la possibilità di riciclo interno di rottame di vetro cavo salirebbe a circa 1.300.000 t, equivalente a un tasso di recupero del 58,5% degli imballaggi di vetro presenti nei rifiuti. Il potenziale massimo di riciclo attuale, sulla base dei limiti tecnologici e considerando le produzioni sensibili, è invece pari a 1.925.000 t, corrispondenti all’88% del consumato. Più complessa la situazione per la plastica. Secondo dati APME (1998), la plastica post-con-

81


INDICATORI

Indicatori relativi al Capitolo 1.

Le dimensioni della sostenibilità: il quadro d’insieme, p. 183

Indicatori relativi al Capitolo 2.

Le attività produttive, p. 194

Indicatori relativi al Capitolo 3.

Tendenze demografiche, p. 207

Indicatori relativi al Capitolo 4.

L’energia, p. 210

Indicatori relativi al Capitolo 5.

Mobilità e trasporti, p. 221

Indicatori relativi al Capitolo 6.

Consumi e rifiuti, p. 228

Indicatori relativi al Capitolo 7.

Effetto serra e danneggiamento dello strato di ozono, p. 236

Indicatori relativi al Capitolo 8.

Risorse idriche e qualità delle acque, p. 242

Indicatori relativi al Capitolo 9.

L’ambiente urbano, p. 253

Indicatori relativi al Capitolo 10.

Lo “stato dell’arte”: consistenza e gestione dei beni culturali, p. 265

Indicatori relativi al Capitolo 11.

Patrimonio naturale e biodiversità, p. 268

Indicatori relativi al Capitolo 12.

Politiche ambientali, spesa e tassazione, p. 279

Indicatori relativi al Capitolo 13.

Nuovi strumenti per l’innovazione ambientale, p. 283

Indicatori relativi al Capitolo 14.

L’illegalità ambientale, p. 286


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 1

CRESCITA ECONOMICA

La crescita economica è segnata da profonde diseguaglianze. Nel corso degli ultimi 30 anni si è ampliata, in termini assoluti, la distanza tra aree sviluppate e aree povere del mondo. Anche espresso in termini di parità di potere d’acquisto (PPP), nelle regioni meno sviluppate (come l’Africa subsahariana o la penisola indiana) il prodotto lordo procapite è inferiore al 10% di quello delle economie ricche, come i paesi ad alto reddito OCSE. Se nell’est asiatico e in America Latina si è registrata un’effettiva crescita – pur segnata da periodi di drammatica recessione – l’Africa subsahariana ha sperimentato, dalla decolonizzazione ad oggi, una sostanziale stagnazione e un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita. Una drammatica contrazione della ricchezza è stata vissuta anche dai paesi dell’ex Unione Sovietica e da molti stati appartenenti al blocco sovietico.

Indice di evoluzione del GNP procapite (1987=100)

200

East Asia e Pacifico

150

Indice di evoluzione del Prodotto Nazionale Lordo (GNP) procapite (1987=100)

Italia

183

100

Africa Subsahariana

50

0 1966

1971

1976

1981

1986

1991

1996

Prodotto Nazionale Lordo procapite (dollari 1987) ANNO

1966 1976 1986 1996

PAESI AD ALTO REDDITO

ITALIA

8.842 11.924 14.501 17.466

6.994 10.172 12.901 15.185

EST ASIA PACIFICO

E

127 175 307 636

AMERICA LATINA E CARAIBI

SUD ASIA

1.243 1.699 1.730 1.877

205 236 299 419

AFRICA SUBSAHARIANA

466 559 498 475

Fonte: elaborazione Ambiente Italia su World Bank, World Development Indicators Database 1998.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 2

CONDIZIONI DI SOPRAVVIVENZA

Nel corso degli ultimi decenni, in tutto il mondo si è verificato un progresso nelle condizioni di sopravvivenza. Anche se non in tutti i paesi, è cresciuta la speranza di vita, si è ridotta la mortalità infantile, è diminuito il tasso di analfabetismo ed è aumentata la disponibilità alimentare. Ma le differenze tra Nord e Sud restano ancora notevoli. Nelle aree del mondo segnate da una continua crescita demografica (dal 1970 ad oggi nei paesi in via di sviluppo la popolazione è quasi raddoppiata), il miglioramento relativo delle condizioni di sopravvivenza nasconde l’aumento assoluto delle persone – e spesso dei bambini – in condizioni di sofferenza, denutrizione, miseria.

Tabella 1. Evoluzione delle condizioni di sopravvivenza AFRICA SUBSAHAR.

ASIA DEL SUD

EST ASIA E PACIFICO

AMERICA LATINA E CARAIBI

PAESI INDUSTRIALIZZ.

ATTESA DI VITA ALLA NASCITA (anni)

1960 1996

184

40 48,9

44 63

48 69

55 69

69 78

69 42

68 49

47 16

26 13

nd <5

2.225 2.205

2.094 2.402

2.033 2.862

2.491 2.812

2.986 3.377

166 105

163 72

146 37

107 33

39 6

ANALFABETISMO

(% popolazione)

1970 1997 CALORIE GIORNALIERE

1970 1996 MOR TALITÀ INFANT.

(entro 1 anno, su 1000 nati)

1960 1997

Fonte: UNDP, Rapporto 1999 sullo sviluppo umano; World Bank, WDI 1999.

Tabella 2. Persone in stato di denutrizione MILIONI DI PERSONE

Africa subsahariana Medio Oriente e N. Africa Est Asia Sud Asia Am. Latina e Caraibi totale

1990-1992

1994-1996

196 34 289 237 64 820

210 42 258 254 63 827

% POPOLAZIONE 1990-1992 1994-1996

Fonte: Fao, State of Food and Agriculture 1998.

40 11 17 21 15 20

39 12 15 15 13 19


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 3

SALUTE, ISTRUZIONE, SERVIZI

Questi sintetici indicatori mostrano ancora una volta le diseguaglianze che esistono a livello planetario. L’accesso a beni e servizi fondamentali per il progresso sociale è tuttora gravemente limitato in importanti aree del mondo. Circa un quarto della popolazione mondiale è privo dell’accesso all’acqua potabile e più della metà della popolazione del pianeta è privo di servizi igienici. La spesa sanitaria procapite, ancorché misurata in termini di parità di potere d’acquisto, in gran parte del pianeta è pari al 5% di quella italiana. La condizione di vita dei bambini è particolarmente svantaggiata. Nell’Africa subsahariana il 15% dei nati muore prima dei 5 anni (in Italia la percentuale è dello 0,7%), il 30% lavora prima dei 14 anni e solo l’1% ha accesso a forme di istruzione superiore.

Bambini che studiano e che lavorano (metà anni ’90)

70 60 50 40

185 30 20 10 0 Tanzania

Zaire Turchia

Brasile Nicaragua India Indonesia Cuba

■ ACCESSO A ISTRUZIONE SECONDARIA (% GRUPPI DI ETÀ) ■ LAVORO MINORILE (% DEI BAMBINI TRA I 10 E I 14 ANNI)

Est Asia e Pacif. Amer. Latina e Car. M. Or. e N. Africa Sud Asia Africa subsahar. paesi alto reddito Italia

SPESA SANITARIA

SERVIZI IGIENICI

ACQUA POTABILE

LAVORO MINORILE

dollari procapite

% pop. servita

% pop. servita

% bambini tra 10 e 14 anni

1990-95

1995

1995

1995

106 425 211 64 87 2.227 1.605

29 57 … 30 37 92 100

84 73 … 78 45 … 100

11 9 5 17 30 0 0

Fonte: elaborazione Ambiente Italia su World Bank, World Development Indicators Database 1998.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 4

DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

L’ineguaglianza nella distribuzione del reddito si riflette nella quota di reddito percepito oppure di consumo effettuato da ciascun segmento della popolazione (per livello di reddito). In molti paesi, al 20% più povero della popolazione appartiene meno del 5% del reddito nazionale. Nei paesi in cui vi sono forti squilibri nella distribuzione del reddito, la crescita dell’economia e della ricchezza può non tradursi (o tradursi molto parzialmente) in un miglioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione. Un efficace indicatore della distribuzione del reddito è l’indice di Gini. L’indice di Gini misura la deviazione della distribuzione reale del reddito (o delle spese di consumo) da una distribuzione perfettamente eguale, su una scala che va da zero per una società perfettamente egualitaria, a 100 per una società in cui un solo individuo possiede tutta la ricchezza. Reddito percepito dal 20% più ricco e dal 20% più povero

Brasile Sud Africa Cina Stati Uniti Italia

186

Russia India Svezia quota del reddito nazionale posseduta

0,0%

10,0%

20,0%

30,0%

40,0%

50,0%

60,0%

70,0%

■ 20% PIÙ POVERO ■ 20% PIÙ RICCO Distribuzione della ricchezza 20%

PIÙ RICCO

20%

PIÙ POVERO

QUOTA DEL REDDITO NAZIONALE

Svezia Repubblica Ceca Germania India Russia Italia Indonesia Stati Uniti Cina Kenia Sud Africa Guatemala Brasile

34,5 37,4 37,1 39,3 38,2 38,9 43,1 45,2 47,5 62,1 63,3 63,0 64,2

INDICE

GINI

ANNO

(%)

9,6 10,5 9,0 9,2 7,4 7,6 8,4 4,8 5,5 3,4 3,3 2,1 2,5 Fonte: World Bank, WDI 1999.

25,0 26,6 28,1 29,7 31,0 31,2 34,2 40,1 41,5 57,5 58,4 59,6 60,1

1992 1993 1989 1994 1993 1991 1995 1994 1995 1992 1993 1989 1995


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 5

CONSUMI DI MATERIE PRIME

L’estrazione e il consumo di materie prime, nonostante la crescita del riciclo (che è significativo per materiali come l’alluminio, il ferro e – in misura minore – il piombo), prosegue incessante su scala mondiale. Pur con una minore intensità d’uso, il consumo di risorse globale è in crescita. Attenuano il ritmo di crescita o si stabilizzano i consumi dei materiali classici delle infrastrutture (come il ferro o il cemento). Si riduce il consumo di pochi materiali sottoposti a severe restrizioni e limitazioni per ragioni ambientali, come il mercurio e il piombo. Per altri materiali potenzialmente pericolosi, come il cadmio, gli effetti delle normative ambientali sono stati soverchiati dalla crescente domanda di elettronica: il 60% del cadmio è utilizzato per batterie. I dati sono tratti dalle annuali rassegne condotte dall’Ufficio Minerario degli Stati Uniti. Indice della produzione di materie prime

175

Nichel

Indice produzione (base=1980=100)

150

Bauxite 125

Ferro Cadmio

100

Piombo

187

75

50

Mercurio 25 1980

1985

1990

1995

1998

2000

Produzione mondiale di materie prime (migliaia di tonnellate)

minerale di ferro bauxite rame zinco piombo nichel stagno cadmio mercurio

1980

1985

1990

1994

890.924 89.220 7.739 6.064 3.448 780 247 18 7

860.640 84.189 8.088 6.125 3.431 813 181 19 7

984.048 114.851 8.814 7.158 3.150 880 211 20 4

988.797 111.024 9.523 6.895 2.765 803 169 18 3

1998

1.020.000 125.000 11.900 7.800 3.080 1.170 216 20 3

estrazione estrazione estrazione estrazione estrazione estrazione estrazione raffinazione estrazione

Fonte: US Bureau of Mines, “World Bureau of Metals Statistics and international. Iron and Steel Institute” (1980/85/90/94) in World Resources 1996/97, US Geological Survey – Minerals information (1997 e stima 1998), 1999.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 6

DEFORESTAZIONE E AREE PROTETTE

Per quanto i dati sul patrimonio forestale siano incompleti e le rilevazioni non sempre omogenee, prosegue un rapido processo di deforestazione. Negli anni ’90, nel mondo sono scomparsi ogni anno circa 100.000 km2 di foreste, un’area pari a un terzo dell’Italia. I dati sulla deforestazione, inoltre, nascondono un concomitante processo di conversione di foreste naturali in foreste produttive. Le foreste originarie sono oggi dimezzate. Gran parte di queste foreste è frammentata o destinata a usi produttivi. Gli ecosistemi forestali integri e non frammentati (la “frontier forest”) si sono drasticamente ridotti (circa il 20% delle foreste originarie) e sono ormai costituiti quasi solo da foreste boreali o tropicali. Canada, Russia e Brasile concentrano il 70% delle foreste naturali integre. In Italia – e in gran parte d’Europa – questi ecosistemi sono virtualmente scomparsi. La rilevante quota di aree protette nei paesi ricchi e in Europa salvaguarda gli ultimi residui di aree naturali. 200.000

Stato delle foreste nel mondo

scomparsa frammentata o produttiva integra

188

migliaia di Kmq

150.000

100.000

50.000

0

Europa

Asia

Nord America

Centro e SudAmereica

Africa

Deforestazione e aree protette AREA FORESTATA

(1995) TERRITORIO

DEFORESTAZIONE ANNUA (MEDIA ’90-95) Kmq ANNO

%

paesi ad alto reddito Italia Europa (Unione monetaria) est Asia e Pacifico Europa e Asia centrale America Latina e Caraibi Medio oriente e nord Africa Asia meridionale Africa subsahariana

21 22 30 24 36 45 1 16 17

FORESTA

%

–11.564 –58 –1.880 28.926 –5.798 57.766 800 1.316 29.378

–0,2 –0,1 –0,3 0,8 –0,1 0,6 0,9 0,2 0,7

AREE PROTETTE

1996 MIGLIAIA % DI Kmq TERRITORIO

3.301 22 268 1.095 768 1.456 242 213 1.468

10,8 7,3 11,7 6,9 3,2 7,3 2,2 4,5 6,2

Fonte: FAO, State of the World Forest 1997;World Bank, WDI 1999. Nota: valori e tassi negativi di deforestazione significano un incremento della superficie forestata.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

EMISSIONI ATMOSFERICHE

Indicatore 7

Le emissioni atmosferiche si stanno riducendo – o almeno stabilizzando – in tutti i paesi industrializzati. Notevole è stata la riduzione delle emissioni di SO2, per effetto del miglioramento dei combustibili e della sostituzione con il gas naturale. Il livello odierno è confrontabile con quello dei primi anni Settanta. In riduzione sono anche le emissioni di ossidi di azoto, ma solo rispetto al 1990 e con margini di miglioramento che appaiono più modesti rispetto all’anidride solforosa. Limitata, nonostante gli effetti della “catalizzazione”, anche la riduzione delle emissioni di monossido di carbonio. I dati sulle emissioni derivano da stime nazionali, in gran parte basate sui modelli parametrici Corinair.

Tabella 1. Emissioni di monossido di carbonio (migliaia di tonnellate di CO)

Francia Germania Italia Olanda Spagna Regno Unito

1980

1985

1990

1995

2000

9.216 14.046 – – – 6.923

8.399 12.134 8.960 1.356 – 7.015

10.736 10.743 8.905 1.059 4.752 7.377

9.469 6.748(c) 7.786 873 4.519(c) 5.478

– – – – – 3.324

Tabella 2. Emissioni di composti organici volatili non metanici (migliaia di tonnellate di NMVOC) 1980

Francia Germania Italia Olanda Spagna Regno Unito

3.224 – – – 2.414

1985

1990

1995

2000

3.190 2.282 487 1.265 2.519

2.404 3.155 2.498 444 1.134 2.703

2.770 2.153 (c) 2.375 364 1.171 (c) 2.252

– – – 196 – 1.519

Tabella 3. Emissioni di ammoniaca (migliaia di tonnellate di NH3)

Francia Germania Italia Olanda Spagna Regno Unito

1980

1985

1990

– 572 – 234 – –

– 588 436 256 – –

700 759 416 236 353 320

1995

668 622 (c) 394 (a) 155 345 (b) –

2000

– – – 82 – 320

Note: (a) dati ’92; (b) dati ’93; (c) dati ’94. Le proiezioni per il 2000 derivano dai Piani di riduzione. Fonte: EMEP, Convention Long-range Transboundary Air Pollution, integrato per il 1995 con report presentati alla Convenzione di Buenos Aires sul Cambiamento Climatico, 1998.

189


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Emissioni di NOX e SO2 in Italia

4.000

3.500

SO2

(migliaia t.)

3.000

2.500

2.000

1994

1995

1993

1992

1991

1990

1989

1987

1988

1985

1986

1984

1981

1982

1980

1.000

1983

NOX

1.500

Tabella 4. Emissioni di ossidi di azoto (migliaia di tonnellate di NOx)

190 Francia Germania Italia Olanda Spagna Regno Unito

1980

1985

1990

1995

2000

1.823 3.334 1.480 583 950 2.416

1.615 3.276 1.589 576 839 2.454

1.585 2.640 2.047 575 1.164 2.897

1.666 2.210 (c) 1.849 518 1.178 2.259

– – 2.098 249 892 1.530

Tabella 5. Emissioni di anidride solforosa (migliaia di tonnellate di SO2)

Francia Germania Italia Olanda Spagna Regno Unito

1980

1985

1990

1995

2000

3.338 7.514 3.800 490 3.319 4.913

1.470 7.732 1.733 261 2.190 3.766

1.298 5.326 1.678 205 2.266 3.756

1.048 2.995 (c) 1.322 147 2.071 (b) 2.630

868 990 1.209 92 2.143 1.500

Note: (a) dati ’92; (b) dati ’93; (c)dati ’94. Le proiezioni per il 2000 derivano dai Piani di riduzione. Fonte: EMEP, Convention Long-range Transboundary Air Pollution, integrato per il 1995 con report presentati alla Convenzione di Buenos Aires sul Cambiamento Climatico, 1998.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

DIFFUSIONE DELL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA

Indicatore 8

L’innovazione tecnologica – che è solo una delle componenti dell’innovazione industriale – si può misurare attraverso alcuni indicatori. Il numero di brevetti applicato in ciascun paese mostra la diffusione di tecnologie brevettate, mentre il numero di brevetti esteri è un segnale di dipendenza tecnologica. Analoghe indicazioni sono fornite dalla bilancia dei pagamenti tecnologici: significativo sia il volume complessivo degli scambi (come segnale della diffusione di tecnologie), sia il rapporto tra incassi e pagamenti (come indice di dipendenza). Tutti gli indicatori confermano la strutturale debolezza tecnologica dell’Italia; in particolare si deve osservare il basso volume (e il forte deficit) di interscambio tecnologico e l’assoluta marginalità degli incassi da vendita di tecnologia. Incassi da royalty e licenze tecnologiche

8.000

Regno Unito

Milioni di dollari (valore corrente)

7.000 6.000 5.000 4.000

Germania 3.000

191

Olanda 2.000

Francia 1.000

Italia 1997

1995

1993

1991

1989

1987

1985

1983

1981

1979

1977

1975

1973

- 1.000

1971

0

Bilancia tecnologica BREVETTI APPLICATI

totale 1997

Italia Germania Francia Olanda Regno Unito Stati Uniti Giappone

di cui dall’estero

91.410 97% 175.595 65% 112.631 83% 90.629 94% 148.209 82% 236.692 47% 417.974 16% WIPO 1999

BILANCIO SETTORE TECNOLOGICO

incassi

pagamenti

( in milioni $ 1997)

490 3.168 2.046 2.085 6.901 33.676 7.303

1.004 4.694 2.476 2.455 6.332 9.411 9.620 WDI 1999

EXPOR T INDUSTRIALE IN ALTA TECNOLOGIA

% export manifattur. 1996

15 25 31 42 40 44 39 OECD 1998

Fonte: World Intellectual Property Organization, Patent Statistics, 1999; World Bank/WDI 1999; OECD, Statistics 1998.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 9

RICERCA E SVILUPPO

Le spese per attività di ricerca e sviluppo sono definite, su scala internazionale, come le spese correnti e in conto capitale finalizzate ad accrescere le conoscenze e le relative applicazioni. Essenzialmente, sono costituite dalle spese di personale tecnico e scientifico delle imprese, delle istituzioni pubbliche di ricerca (come – in Italia – l’Enea, il CNR, l’Istituto di Fisica Nucleare, l’Istat…) e delle Università. La spesa reale per ricerca e sviluppo in Italia è ai livelli più bassi dell’area OCSE, anche se mostra leggeri segnali di ripresa dopo una ulteriore depressione agli inizi degli anni ’90. La spesa si concentra in Lombardia, Lazio e Piemonte (circa il 60% del totale); ma solo Lazio e Piemonte hanno un’incidenza della R&S sul Pil superiore a 1,5%. Spesa per ricerca e sviluppo, % PIL (1996)

Svezia Giappone Corea Stati Uniti Francia Germania

192

Paesi Bassi Regno Unito Italia centro/nord

Spagna Italia Sud 0,00

% sul Pil, a parità potere d'acquisto 0,50

1,00

1,50

2,00

2,50

3,00

3,50

4,00

Spesa per R&S pubblica e privata in Italia (miliardi di lire, prezzi 1990) ANNO

% PIL

TOTALE

IMPRESE

UNIVERSITÀ

ENTI PUBBLICI DI RICERCA E ALTRE ISTITUZ.

1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998

1,24 1,20 1,14 1,06 1,01 1,02 1,08 1,11

16.396 15.933 14.971 14.286 13.969 14.270 15.355 15.911

9.150 8.892 8.033 7.563 7.461 7.633 8.254 8.543

3.517 3.540 3.738 3.686 3.557 3.786 3.967 4.040

3.729 3.501 3.200 3.037 2.952 2.851 3.134 3.328

Fonte: Istat, 1999 Dati provvisori per 1997 e 1998.


1. LE DIMENSIONI DELLA SOSTENIBILITÀ: IL QUADRO D’INSIEME

Indicatore 10

INFORMAZIONE E TELECOMUNICAZIONE

Connessioni a Internet, disponibilità di personal computer e diffusione di linee telefoniche sono gli indicatori chiave della penetrazione delle nuove tecnologie dell’informazione. L’Italia mostra una grave sottodotazione sia di PC che di accessi a Internet rispetto agli altri paesi europei. La diffusione di Internet (rilevamento di Network Wizard) è misurata dal numero di host connessi direttamente (con un indirizzo IP); ogni host può supportare l’accesso di molti utilizzatori di PC. Per gli USA – potenzialmente sovrastimati – sono stati considerati gli identificativi com, edu, us, mil, gov; gli identificativi net e org non sono assegnati a singoli paesi. Altre indagini, sempre basate sul rilevamento degli host, sono svolte da Ripe Net e non mostrano valori discordanti. Presenza di PC e numero di linee telefoniche derivano da indagini dell’ITU (International Telecommunication Union). Evoluzione delle connessioni internet (indirizzi IP) – Italia

Evoluzione delle connessioni internet (indirizzi IP) – mondo

400000

50000000

mondo 40000000

Italia

193

30000000 200000 20000000

10000000

0 1990

1991

1992 1993

1994

1995 1996

1997

1998 1999

0 1981

1983

1985 1987

1989

1991 1993

1995

1997 1999

Tecnologie dell’informazione INTERNET PAESE

Italia Germania Olanda Regno Unito Francia USA mondo

IP INTERNET PER 1000 AB.

6 16 36 24 8 77 7

TOTALE HOST

DENSITÀ TELEFONICA PC PER AB.

1000

338.822 1.316.893 564.129 1.423.804 488.043 20.887.593 43.229.694

113 256 280 242 174 407 64

LINEE FISSE PER 100 AB.

81 74 68 79 76 90 29

CELLULARI PER 100 AB.

36 17 11 25 19 26 15

Fonte: Network Wizard, 1999; World Bank 1999; ITU Telecommunication Database 1999.


Ambiente Italia 2000