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Tariffa R.O.C., Poste Italiane spa - Sped. in abb. postale, D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004, n. 46) art. 1, comma 1,DCB Forlì - Reg. Tribunale Forlì 6/9/2011 n. 410

Anno XXXXIV - N. 1 - ottobre 2011 • Abbonamento annuo euro 19,00 - Sostenitore euro 26,00

IN PRIMO PIANO

Cinquant’anni della collezione Verzocchi.

RICORRENZE

1861-2011. La “vecchia stazione” di Forlì.

DOSSIER

Dal tramway ai bus elettrici.


SOMMARIO

IN PRIMO PIANO

editoriale

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Gli splendidi cinquant’anni della collezione Verzocchi di Rosanna Ricci

TEATRO 08

Nuovi orizzonti per Il Melozzo

Su il sipario al Diego Fabbri

RICORRENZE 12 1861-2011 La “vecchia stazione” di Forlì di Sergio Leoni

dossier 16 Dal tramway ai bus elettrici: 130 anni di trasporto pubblico locale a Forlì di Mario Proli

scuola 22 A Forlì l’unico Istituto Liceale per l’arte e la musica della Regione Emilia-Romagna di Marco Mambelli

ASSOCIAZIONI 24 Un anno di fanzine: bilancio e progetti della Fanzinoteca d’Italia di Gianluca Umiliacchi

PROCESSI DI LETTURA

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Sull’identità italiana di Paolo Rambelli

ANDAR PER MOSTRE

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Tre sguardi d’autore di Rosanna Ricci

ARTIGIANATO 32 La chiesa del Ronco ha un nuovo tabernacolo

Forlì underground 34 Il giorno delle ultranozze di Mario Proli

L’editore c’è, la nuova veste grafica è stata decisa, redazione e collaboratori sono al lavoro. Tutto questo per tranquillizzare i lettori: il Melozzo continuerà, con regolarità, ad uscire. Dopo il numero scorso in cui abbiamo ritenuto doveroso dedicare varie pagine a Publio Marzocchi, nostra guida ed editore, purtroppo scomparso all’inizio dell’anno, e i tempi comprensibilmente un po’ lunghi per mettere a punto i rapporti col tribunale per il cambio di editore, per concordare i temi e per cercare soluzioni per rendere più moderno e invitante l’aspetto grafico di questo ‘nuovo’ Melozzo, siamo più che mai decisi nel portare avanti una rivista la cui storia abbraccia oltre quarant’anni di vita forlivese. E non sono pochi, tenendo presente la crescita culturale, le modifiche strutturali della città, ma anche imprenditoriali e umane con cui la città si è confrontata durante questi ultimi decenni. Il Melozzo ne è stato sempre puntuale testimone. Con un po’ di ambizione, noi vorremmo fare anche di più. Le nostre intenzioni sono rivolte a non dimenticare il passato, non con riflessi nostalgici, ma con la voglia di far emergere ciò che ancora è sconosciuto, ossia studiarlo con onestà e chiarezza e analizzare fatti e personaggi al di fuori di ogni contaminazione ideologica. Ma vogliamo anche andare oltre: partecipare all’oggi, scrutare il presen-

te, accogliere nelle nostre pagine studi, riflessioni, scritti di voi lettori, pagine che possano chiarire, approfondire o riproporre soluzioni e situazioni che riguardano non solo la nostra città ma anche il circondario. Tutto senza presunzione ma con onestà ed equilibrio. Aumenteremo il numero delle pagine e, se ci sarà concesso dalla benevolenza degli abbonati e degli sponsor, si potrebbe pensare ad una eventuale ipotesi futura di ulteriore ampliamento. Quello che oggi potete osservare è il prodotto realizzato con impegno e gratuitamente da chi, come noi, crede nei valori della conoscenza e della crescita culturale e in più cerca, pur coi limiti che ciascuno ha, ma con tanta buona volontà, di dimostrare amore verso la propria terra. Modifiche e proposte saranno sempre ben accette! Rimarrà inalterata la configurazione del titolo nella testata, alla quale i forlivesi non possono non essere affezionati, visto che è stata realizzata da un forlivese doc di grande cuore e di grande espressività come il pittore Ettore Nadiani. Cercheremo anche di aggiungere un numero maggiore di fotografie per rendere più simpatico, fluido e interessante ogni testo. Noi ce la mettiamo tutta, ma confidiamo soprattutto sulla vostra collaborazione ed approvazione.

La redazione

«IL MELOZZO» Già Periodico del Comitato Pro Forlì Storico-Artistica, Forlì Primo numero 14 marzo 1968 Direttore: Rosanna Ricci Edizioni In Magazine srl via Napoleone Bonaparte 50, 47122 Forlì tel. 0543 798463 - fax 0543 774044 Stampa: Grafiche MDM - Forlì Uscita trimestrale. Reg. al Tribunale di Forlì il 6/9/2011 n. 410 Redazione: Rosanna Ricci, Roberta Brunazzi, Mario Proli, Paolo Rambelli, Giorgio Sabatini, Gabriele Zelli. Hanno collaborato a questo numero: Paolo De Lorenzi, Veronica Franco, Sergio Leoni, Marco Mambelli, Ubaldo Marra, Gianluca Umiliacchi.

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in primo PIANO

Gli splendidi cinquant’anni della collezione Verzocchi di Rosanna Ricci È veramente una collezione coi fiocchi quella sul tema del lavoro donata dall’imprenditore forlivese di materiali refrattari, Giuseppe Verzocchi, alla Pinacoteca Civica cinquant’anni fa, esattamente il 1° maggio. La data non fu scelta a caso: era il 1° maggio 1961. Intanto l’anno: nel 1961 si celebrò il centenario dell’unità d’Italia, non con le numerose iniziative che sono state attuate quest’anno in tutti i paesi e le città d’Italia, ma pur sempre festeggiato con cerimonie, conferenze e, addirittura, con la vittoria di un romagnolo, Arnaldo Pambianco, al giro ciclistico d’Italia. E poi il giorno 1° maggio, una festività che si accordava assai bene col tema delle opere della collezione: “Il lavoro”. Quel 1° maggio del 1961 la donazione fu formalizzata, davanti a un notaio, fra Giuseppe Verzocchi e il sindaco forlivese di allora, Icilio Missiroli. Oggi i settanta quadri, unica collezione al mondo di questo genere, ci vengono invidiati per l’unicità e per la qualità delle opere e sono ospitati nella Pinacoteca civica di Corso della Repubblica, a Forlì. Non tutti i forlivesi conoscono l’alto valore della Verzocchi, assai nota invece a studiosi e a vari musei di molte parti del mondo. Anche la storia della collezione è abbastanza inusuale: tutto ha avuto inizio nel 1949 quando Giuseppe Verzocchi, dopo aver utilizzato, in modo avveniristico, opere disegnate per lui da pittori allora sulla breccia per pubblicizzare i suoi mattoni, perché voleva che la sua pubblicità dovesse imporsi “in modo eletto e gradito”, concepì l’idea di esaltare il lavoro umano invitando i settanta artisti italiani allora più noti e qualificati ad eseguire un dipinto, in piena libertà di tecnica e di linguaggio, sul tema del “lavoro”. Il tutto secondo le seguenti condizioni: il compenso per ogni opera sarebbe stato di 100.000 lire, le opere dovevano avere tutte la stessa dimensione 70x90 cm e ciascuna doveva contenere in un angolo (molto in sordina) il marchio del mattone con la sigla V&D (Verzocchi e De Romano). Agli artisti fu lasciata grande libertà interpretativa affinché il tema del lavoro potesse abbracciare, in modo abbastanza completo, aspetti e tecniche secondo la personale espressività di ciascuno. Verzocchi stesso

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Sotto: Fortunato Depero, “Tornio e telaio”


In alto a destra: Renato Guttuso, “Bracciante siciliano”

In basso a destra: Giorgio de Chirico, “Forgia di Vulcano”

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in primo PIANO

Sotto: Carlo Carrà, “Costruttori”

scrisse nella prefazione del catalogo: “Ho evitato di dare speciale risalto al mio lavoro per il rispetto che ho verso il lavoro di tutti. Ho soltanto desiderato che ogni quadro recasse in sé un po’ di me stesso, sotto forma di quella che considero la mia sigla personale e cioè il mattone refrattario che io fab-

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In alto a destra: Felice Casorati, “Mani, oggetti, testa”

brico”. Per capire la difficoltà di un’impresa artistica senza precedenti basta consultare l’ampio carteggio (oltre 1.000 lettere) che si trova nella nostra Pinacoteca e che documenta i rapporti fra Verzocchi e i pittori. “Ogni lettera diventa parte di un enorme mosaico raffigurante la storia di questa raccolta e di

In basso a destra: Emilio Vedova, “Interno di fabbrica”

ciascun quadro che vi compare – scrive Katia Severi –. Il suo committente, figura nitida nei suoi intenti e nel suo carattere, fu capace di ispirare simpatie ed entusiasmo, e questi sono i sentimenti che ancora oggi affiorano di fronte alle sue lettere, testimonianze delle difficoltà incontrate e della tenacia di quest’uomo”.


Giuseppe Verzocchi ritratto nel suo studio nel 1950

La collezione venne poi completata, secondo il volere di Verzocchi, con un autoritratto a matita di ogni autore e una spiegazione del contenuto dell’opera in 120 parole a cui si aggiunse anche una breve biografia. Tutto questo fece parte del volume che Verzocchi volle stampare, in cui comparivano questi elementi accanto alla riproduzione dell’opera. E non fu un’impresa facile perché alcuni autori in un primo momento si rifiutarono di aggiungere questi ulteriori elementi loro richiesti. Poi anche questo aspetto si risolse a favore del committente e il libro venne stampato e distribuito nei musei di tutto il mondo. Nelle opere che compongono la collezione è presente tutto ciò che di meglio in stili, tecniche artistiche e tendenze anche opposte veniva ideato nel dopoguerra; c’era realismo, cubismo, futurismo, surrealismo, metafisica ecc., un panorama vasto che dichiarava la rinascita delle arti dopo il periodo bellico. La raccolta era “l’espressione della tipica pittura italiana”, forse non capita dal grande pubblico, ma sicuramente una pietra miliare della storia dell’arte, perché in essa figuravano artisti di altissimo spessore come Depero, De Pisis, Rosai, Guttuso, Pizzinato, Cassinari, Sironi, Sassu, De Chirico, Birolli, Carena, Mattia Moreni, Morlotti, Migneco, Primo Conti, Rosai, Campigli, Carrà, Casorati, Guidi, Maccari, Prampolini, Soffici ecc. In un primo tempo il numero degli artisti fu limitato a quaranta, poi, grazie a inviti e segnalazioni da parte di studiosi d’arte, di critici o degli stessi pittori, il numero si allargò senza però rinnegare mai l’obiettivo di Verzocchi, il quale, pur essendo consapevole della unicità del suo progetto e dell’importanza che esso assumeva nelle conoscenze dei vari modi di “fare arte”, superava il concetto di semplice manifestazione artistica. Egli stesso dichiarò durante l’esposizione delle opere nell’Ala Napoleonica in piazza San Marco a Venezia nel 1950, in occasione della Biennale d’Arte di Venezia, che il progetto superava il proposito di manifestazione d’arte “per assurgere a quella più ampia ed elevata di manifestazione sociale in quanto esalta il lavoro in tutte le sue forme...”. La collezione di Giuseppe Verzocchi non fu esposta solo a Venezia, ma nei più importanti musei del mondo, compreso il Museum of Modern Art di New Jork, e,

ovviamente, a Forlì, città in cui tutte le opere furono esposte nel 1984 al palazzo Albertini e attualmente nella Pinacoteca della città per essere ammirate dal pubblico. Alla collezione manca un solo quadro: “Pittori in barca” di Guido Cadorin che fu rubato nella notte del 29-30 settembre 1986 assieme ad altri ventidue dipinti della raccolta prestata alla XVII Triennale di Milano. Quattro anni dopo, nel 1990, le opere vennero tutte recuperate, tranne quella di Cadorin di cui non si è saputo più nulla. La donazione delle opere, avvenuta nel 1961, dimostra il vivissimo amore di Giuseppe Verzocchi per la sua città e la Romagna, come

dichiarò il suo grande amico, lo studioso Antonio Stanghellini. Infatti Verzocchi pur vivendo a Milano aveva partecipato ad assemblee, eventi, trebbi, compresa la manifestazione “Una dmenga a ca’ nostra” voluta dal Comitato pro Forlì storico-artistica e durante la quale venne conferita a Verzocchi la medaglia d’oro istituita per “i cittadini lontani che onorano Forlì con l’ingegno e con le opere”. L’amore per Forlì fece sì che Verzocchi, morto nel 1970, venisse tumulato nel Cimitero monumentale della città (costruito nel 1868) e in cui suo nonno, su incarico del Comune di Forlì, aveva costruito le arche attualmente esistenti.

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TEATRO

Su il sipario al Diego Fabbri

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Sotto: un momento dello spettacolo “Blaze” (foto di John Beckers)


In basso a sinistra: i ballerini di “Cantica II”

In basso a destra: una scena del musical “Aladin”

Luca De Filippo, Glauco Mauri, Sebastiano Lo Monaco: grandi protagonisti dei palcoscenici nazionali tornano a Forlì per la nuova stagione del Teatro Diego Fabbri. Con l’opera “Quadri di un’esposizione” Mussorgskij tradusse in musica alcuni dei dipinti di Viktor Hartmann, cercando di riproporre esperienze passate in una chiave innovativa. Lo stesso tipo di percorso caratterizza la Stagione 2011/2012 del teatro “Diego Fabbri” di Forlì, che giocando su una serie di rimandi ad esperienze già avviate nelle stagioni precedenti introducendo nuovi approcci che arricchiscono la percezione del pubblico sul teatro e sul suo affascinante mondo. Un ritorno che è anche un rinnovamento: i primi due spettacoli in cartellone testimoniano questa scelta, portando in scena due personaggi ben noti al pubblico forlivese. Sono Luca De Filippo, che apre la stagione il 9 novembre con la commedia di Eduardo “Le bugie con le gambe lunghe”, e Alessandro Haber, che in dicembre presenta a Forlì “Art”, di Yasina Reza. Gradito ritorno è anche quello di “Sogno di una notte di mezza estate”, classico shakespeariano presentato da un gruppo di attori comici guidati da Gioele Dix in veste di regista. Appuntamento ormai annuale è poi quello con l’istrionico Sebastiano Lo Monaco, che quest’anno porta al Fabbri “Per non morire di mafia”, tratto da un testo del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso. Gabriele Lavia affronta invece le atmosfere dello Sturm und drang con “I masnadieri” di Schiller da lui diretto per la Giovane Compagnia del Teatro di Roma, mentre

Glauco Mari, al fianco di Roberto Sturno, presenta “Quello che prende gli schiaffi”, testo fantasmagorico pieno di divertimento. Chiude la stagione, in marzo, “The history boys”, commedia di Alan Bennet basata sulla comicità inglese, con Elio de Capitani e Ida Martinelli. Sempre a fine stagione troviamo “Aladin, il Musical” con Flavio Montrucchio, Stefano Masciarelli e le celebri musiche dei Pooh. La stessa logica di “nuovi ritorni” guida anche la Stagione di Danza, che propone graditi richiami come “Coppélia”, interpretata da Fabrizio Monteverde con la Compagnia Junior Bdt, e “Cantica II” di Emiliano Pellisari, sino a “Le Sacre du printemps e Les noces” di Mauro Bigonzetti con la Fondazione AterBalletto. Nuove suggestioni arrivano anche con “Blaze”, che raccoglie i migliori street dancer e breakdancer al mondo, e con SpellBounf Dance Company e le sue “Quattro Stagioni”. Chiusura col botto con il Balletto di San Pietroburgo e le atmosfere de “La Bella Addormentata”. Non manca poi l’appuntamento con l’operetta: la Compagnia Corrado Abbati e la Compagnia Italiana di Operetta portano in scena da gennaio tre spettacoli, “Can Can”, “La principessa della Czardas” e “La duchessa del Bal Tabarin”. Chiude la panoramica la stagione di teatro contemporaneo, ancora in corso di definizione.

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TEATRO

Gli interpreti di “Sogno di una notte di mezza estate”

La nuova “Scuola dello spettatore” per un pubblico “professionista” di Veronica Franco Nel centenario della nascita di Diego Fabbri, il Centro di studi, ricerche e formazione sul teatro e i linguaggi dello spettacolo e l’associazione culturale Incontri Internazionali intitolati al drammaturgo forlivese hanno dato vita a una nuova esperienza di carattere formativo e informativo, una vera e propria “Scuola dello spettatore” volta a preparare gli spettatori alla visione degli spettacoli inseriti nel cartellone di prosa del Teatro Comunale. “Il nostro paese – osservano i curatori della nuova rassegna – è pieno di scuole di teatro per diventare attori, ma se è vero che lo spettacolo teatrale (a differenza del testo teatrale) è un evento che si realizza solo in presenza e nel confronto con il pubblico, allora vi dovrebbero essere altrettante scuole per formare gli spettatori. Che invece non ci sono”. “È per questo – proseguono – che abbiamo deciso di dare vita insieme a questa ‘Scuola’, che si articolerà in tanti incontri quanti sono gli spettacoli nel cartello di prosa del Teatro Comunale e che si propone come obiettivo quello di mettere il pubblico in contatto diretto con i diversi aspetti della loro messa-in-scena, ricostruendo le storie che stanno dietro i testi, i personaggi e le letture critiche e registiche che li hanno caratterizzati”. La Scuola prenderà il via lunedì 7 novembre 2011 alle 17.30, presso il Ridotto del teatro Diego Fabbri con la conferenza di Paolo Rambelli (Incontri internazionali “Diego Fabbri”) su Le bugie con le gambe lunghe di Eduardo De Filippo, per proseguire quindi con gli incontri su: • Art di Yasmina Reza a cura di Marie-Line Zucchiatti (SSIT – Università di Bologna), lunedì 12 dicembre 2011 • I Masnadieri di Friedrich Schiller a cura di Giovanni Nadiani (SSIT – Università di Bologna), lunedì 9 gennaio 2012 • Quello che prende gli schiaffi di Leonid Nikolaevič Andreev a cura di Margherita de Michiel

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(SSIT – Università di Bologna), lunedì 23 gennaio 2012 • Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare a cura di Francesco Giardinazzo (SSIT – Università di Bologna), lunedì 6 febbraio 2012 • Per non morire di mafia di Pietro Grasso a cura di Roberto Rossi (giornalista e saggista), martedì 21 febbraio 2012 • Aladin - Il musical di Stefano D’Orazio

a cura di Francesco Giardinazzo (SSIT – Università di Bologna), lunedì 6 marzo 2012. L’ultima lezione del primo anno della “Scuola dello spettatore” è fissata per lunedì 19 marzo 2012, sempre alle 17.30 e sempre al Ridotto del teatro Diego Fabbri, con Salvatore Cabras e Maggie Rose, traduttori di The History Boys di Alan Bennett. La partecipazione agli incontri è libera e gratuita.


Scene dell’allestimento teatrale di “Radice di due”, testo vincitore dell’ultima edizione del Premio Diego Fabbri

L’edizione “centenaria” del Premio Diego Fabbri di Paolo de Lorenzi Il Premio di scrittura teatrale Diego Fabbri, dedicato al noto autore di teatro forlivese, è nato nel 2004 dalla volontà di promuovere la drammaturgia italiana, valorizzando l’emersione di nuovi scrittori per il teatro e favorendo la circuitazione del testo vincitore (grazie al sostegno economico assicurato all’allestimento). Per poter essere ammesso al concorso il testo deve essere originale, inedito e mai rappresentato. I testi inviati al Centro Diego Fabbri a seguito della pubblicazione di un Bando nazionale sono dapprima vagliati da una giuria di studiosi ed esperti che seleziona i migliori elaborati, i quali vengono poi affidati ad attori e registi che li presentano in forma di lettura drammatizzata in tre distinte serate al Teatro Diego Fabbri di Forlì, dove vengono sottoposti al giudizio di un’ampia giuria popolare che ha il compito di “eleggere” il vincitore. Il testo viene quindi affidato per la produzione ad una Compagnia di professionisti che ne cura l’allestimento e la circuitazione (per un numero minimo di 30 repliche) sul territorio nazionale, condizione indispensabile per l’erogazione del premio. Il premio, giunto alla sua terza edizione, rappresenta l’evento ufficiale delle celebrazioni per il centenario dalla nascita di Diego Fabbri (1911-2011). Nelle due precedenti edizioni sono pervenuti più di 400 elaborati da tutto il territorio nazionale, a dimostrazione di una diffusa e fervida attività creativa in ambito drammaturgico. Il testo “Radice di due” di Adriano Bennicelli, vincitore della passata edizione del premio, ha ottenuto un ottimo riscontro di pubblico e critica. Lo spettacolo ha debuttato il 19 febbraio 2008 al Teatro Della Cometa di Roma, con la regia di Enrico Maria Lamanna e gli interpreti Edi Angelillo e Michele La Ginestra. Attualmente ha raggiunto le 114 repliche a livello nazionale. Inoltre “Radice di due” è stato presentato nel settembre 2009 a Santiago del Cile nell’ambito del “Festival di drammaturgia europea contemporanea” in

rappresentanza dell’Italia. Grazie al successo e al riscontro di pubblico e critica, lo spettacolo verrà riproposto anche nella prossima stagione teatrale 2011/2012 nelle città di Firenze, Roma e Latina. Questa terza edizione ha visto la partecipazione di 73 elaborati, vagliati da una giuria tecnica che ha selezionato i testi finalisti.In data da destinarsi verranno giudicati da una giuria popolare cge proclamerà il vincitore di questa “Edizione Speciale” del 2011.

3 edizioni 73 partecipanti all’edizione del centenario 100 anni dalla nascita di diego fabbri 114 repliche dell’opera vincitrice della passata edizione, “radice di due” di adriano bennicelli 11


ricorrenze

1861-2011 la “VECCHIA STAZIONE” di Forlì di Sergio Leoni

Percorsi ferrati

Gli archeologi hanno rinvenuto “guide metalliche in bronzo” presso le piramidi di Keope, Kefren e Micerinos, probabilmente utilizzate per il trasporto di massi. Altri rinvenimenti metallici sono avvenuti nell’istmo di Suez ad uso del popolo Persiano. Rotaie di legno sono state trovate quattro secoli fa in Alsazia e nelle miniere di Liberthal in Gran Bretagna, per il trasporto di carbone. Le prime rotaie in ghisa furono utilizzate nelle miniere inglesi dal 1789. Nel processo delle scoperte e invenzioni inerenti le rotaie, un elemento essenziale è derivato da qualcosa di nostro, infatti la distanza dei bordi interni delle rotaie di 1.425 mm, misura ancora valida come riferimento internazionale, fu adottata dagli inglesi rilevandola dalla distanza fra i bordi di una strada romana scoperta in Inghilterra. Tale strada era stata progettata per guidare i carriaggi in un percorso fisso.

Dalla diligenza al treno

Prima dell’avvento del treno il trasporto di merci e persone era effettuato con quadrupedi impiegando intere giornate per percorrere pochi chilometri, trainando veicoli spesso caricati all’inverosimile sia nelle torride giornate estive che nelle gelide invernali. L’avvento della ferrovia e del vapore provocò una vera e propria rivoluzione che modificò in tutto il mondo l’attività lavorativa legata al trasporto animale. Cessarono, o comunque si ridussero drasticamente, mestieri tradizionali fra cui i maniscalchi, i tavernieri, i carrettieri per far posto ad altri legati alla manutenzione dei veicoli ferroviari. Dalla staticità e dall’immobilismo millenari, si passò a una velocizzazione degli scambi commerciali, delle conoscenze, dello sviluppo industriale e dei rapporti interpersonali.

Prime linee ferroviarie

La prima linea ferroviaria destinata al trasporto di merci e persone fu realizzata per collegare Liverpool a Manchester; fu inaugurata il 15 settembre 1830 da Sthephenson con locomotiva a vapore Bayard. In Italia la prima ferrovia fu costruita da Napoli

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Nella pagina precedente: la cartolina commemorativa dei 150 anni della “vecchia stazione”

In questa pagina: due immagini d’epoca della “vecchia stazione”

Linea Bologna-Ancona e “Vecchia Stazione”

a Portici e inaugurata il 3 ottobre 1839 dal Re Ferdinando II di Borbone. Seguirono l’Imperial Regia Privilegiata Strada Ferrata, da Milano a Monza nel 1840; la Leopolda Livorno-Pisa inaugurata il 14 marzo 1844 da Leopoldo II che fu sviluppata fino a Firenze il 10 giugno 1848. Contemporaneamente, iniziando dal 1848, lungo le linee ferroviarie (prima fra tutte la Leopolda) vennero realizzate anche le linee telegrafiche, importante contributo per le comunicazioni fra il personale delle stazioni per gestire la circolazione dei treni. Seguirono varie

realizzazioni in tutta la penisola, creando una fitta rete di linee ferroviarie, prevalentemente per soddisfare le esigenze dei regni, dei ducati o, come nel nostro caso, dei possedimenti dello Stato Pontificio. Fu proprio sotto il governo di papa Pio IX che, dopo aver commissionato la costruzione della linea Roma Civitavecchia, fu progettata la linea Roma-Ancona-Bologna; tale tratta avrebbe facilitato i collegamenti e i rapporti commerciali con Bologna, compreso il Lombardo-Veneto, il dominio Austriaco e con i porti dell’Adriatico, quindi con le Indie.

La facoltà, ovvero la concessione, di costruire ed esercitare la ferrovia Ancona-Bologna fu accordata dallo Stato Pontificio con decreto del 21 maggio 1856, affidandola il 16 agosto successivo alla “Società Generale delle Strade Ferrate Romane” che avrebbe costruito e gestito l’intera rete “Pio Centrale”. La realizzazione della linea, a semplice binario, proseguì senza intoppi, anche dopo l’annessione dei territori al Regno d’Italia. Contemporaneamente, nel 1859, iniziò la costruzione del fabbricato viaggiatori della stazione di Forlì. Fu inaugurata con l’apertura del primo tratto di linea da Bologna a Forlì il 1° settembre 1861. Successivamente furono attivate le tratte Forlì-Rimini il 5 ottobre e Rimini-Ancona il 17/12/1861. Da quel giorno la vita dei forlivesi subì una modifica radicale, il tempo per percorrere alcune decine di chilometri, prima calcolato in giorni, da quel momento veniva scandito in ore. Si modificò anche l’assetto del territorio, le abitazioni fino ad allora, eccetto lo sferisterio e i giardini pubblici, erano interamente contenute entro le mura cittadine. La stazione nella sua prima versione fu realizzata con un corpo centrale a due piani e a tre aperture e due ali laterali; la parte superiore dell’edificio era destinata all’abitazione del Capo Stazione, mentre il piano inferiore ospitava i servizi: atrio, biglietteria, deposito bagagli, spedizione merci. In questo contesto, iniziò la trasformazione del tessuto urbano fuori le mura. Gli spazi adiacenti lo scalo ferroviario furono gradualmente occupati da nuovi insediamenti industriali e da strutture connesse con i servizi ferroviari, taverna, posta per cavalli e facchinaggio. Il trasporto delle merci e delle materie prime, dalla stazione alle aziende e viceversa, continuò ad essere effettuato con veicoli a trazione animale; fu questo il motivo per cui gli insediamenti furono effettuati nei terreni vicino alla stazione, per ridurre tempi di percorrenza e costi. Il trasporto ferroviario subì un tale incremento che ben presto le strutture ferroviarie risultarono insufficienti per lo svolgimento dei servizi. In particolare, i pacchi di piccole dimensioni intasarono il magazzino merci provocando la necessità di sopperire con una “Agenzia di Città”. Questa struttura decentrata rispetto alla

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ricorrenze

In alto: la “vecchia stazione” come appariva dopo le modifiche strutturali di inizio ’900

In basso: una foto scattata in occasione di una visita ufficiale di Mussolini (collezione Gilberto Giorgetti)

to viaggiatori della stazione fu realizzata fra il 1908 e il 1912; i lavori comportarono l’eliminazione del porticato esterno, l’ampliamento di tutto il complesso dell’edificio, compreso il piano superiore che passò da 3 a 5 finestre. La linea ferroviaria fu raddoppiata fra il 1908 e il 1912 (tratta Faenza-Forlì il 28 febbraio 1910 e fino a Forlimpopoli il 1 settembre 1910). Fra il 1914 e il 1921 seguirono anni convulsi con l’elaborazione di vari progetti, prevalentemente orientati alla trasformazione dello scalo ferroviario, il primo prevedeva l’aumento dei binari di servizio con rami di binario che consentissero un accesso diretto alle aziende; il secondo prevedeva di mantenere la stazione e i suoi binari nella posizione originaria e lo spostamento dello scalo nell’area ex foro boario ora ex Mangelli. Nessuno fu realizzato.

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La Nuova Stazione

Solo nel 1925 fu completato un progetto definitivo, quello della “nuova stazione”; la prima pietra fu posta il 28 ottobre 1925 alla presenza di S.E. il Ministro Costanzo Ciano. Realizzato in due anni con spostamento del fabbricato viaggiatori di 800 metri verso Rimini, il complesso fu inaugurato il 30 ottobre 1927. Tutti i progetti elaborati da fine ’800 in poi, compreso quello definitivo del 1925, prevedevano la possibilità di effettuare un collegamento diretto con Roma, inerpicandosi lungo le vallate delle colline forlivesi fino a raggiungere i versanti toscani in corrispondenza di Stia o Firenze. Tali soluzioni avrebbero ridotto le distanze di oltre 100 km con notevoli benefici per il nostro territorio, purtroppo, come ben sappiamo, i percorsi scelti sono stati altri.

stazione provvedeva alla consegna delle merci in arrivo. Di fatto iniziò l’attività degli spedizionieri, organizzazione che sopperiva alle criticità della ferrovia, sostituendosi ad essa e favorendo le necessità della clientela. Le merci di piccole dimensioni in partenza, invece, si caricavano alla rinfusa su vagoni ferroviari, per essere smistate negli impianti più importanti di Bologna e Ancona. Col passare degli anni aumentarono le esigenze di nuovi collegamenti ferroviari, furono così attivate tratte minori che consentivano nel loro intreccio di favorire lo scambio di merci. In

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particolare nel nostro territorio fu realizzato un collegamento fra Meldola e Forlì, il tramvai, inaugurato nel 1881 con prolungamento su Ravenna nel 1883. Le due entità convissero per lunghi anni, con binari che si incrociavano nei pressi di Porta San Pietro (ora Porta Mazzini), senza avere alcun rapporto commerciale in comune, con costante rifiuto da parte delle ferrovie di intrattenere rapporti di collaborazione, quasi temendo la concorrenza. Il servizio tramvai cessò nel 1929, sopperito dal trasporto su gomma. L’unica trasformazione importante al fabbrica-

La “Vecchia Stazione” oggi

La storia della “vecchia stazione” non è comunque cessata. Il fabbricato, uno dei pochi in Italia che conserva tutte le caratteristiche architettoniche e costruttive originali, è utilizzato dal dopolavoro ferroviario per lo svolgimento delle attività del sodalizio, serate musicali, mostre, iniziative culturali, scuola di ballo. Auguriamoci che questo contenitore possa continuare a svolgere anche in futuro questo importante compito; i volontari del gruppo continueranno ad impegnarsi per mantenere viva ed efficiente tutta la struttura.

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dossier

Dal tramway ai bus elettrici: 130 anni di trasporto pubblico locale a Forlì di Mario Proli

C’è una data che funge da pietra miliare nella storia del moderno trasporto pubblico nel territorio forlivese. È il 19 novembre 1881, giorno in cui cominciò a macinare i primi movimenti il tramway a vapore che univa il cittadone a Meldola e che, due anni dopo, avrebbe completato il suo assetto raggiungendo anche Ravenna. All’epoca, carrozze, fiacre e diligenze a cavalli, per non parlare dei pesanti plaustri trainati dai buoi, avevano ancora un ruolo predominante negli spostamenti di persone per brevi distanze, mentre la ferrovia (giunta a Forlì nel settembre 1861) aveva conquistato un ruolo leader sui percorsi medio-lunghi e, ovviamente, relativi alle località connesse alla grande rete di binari. Il “fumoso” antenato

Perché riconoscere al tramway il ruolo di antenato? La ragione sta nel fatto che si trattò del primo mezzo di comunicazione che traeva la forza trainante non da animali ma da motore (in questo caso dalla locomotiva a vapore con caldaia alimentata a carbone) e che, a differenza della ferrovia, marciava sempre su binari ma senza massicciata e traversine. Il tram correva su strade ordinarie: via Ravegnana, la pista di circonvallazione accostata alle antiche mura (oggi via Matteotti), il vialone alberato per il Ronco e, per un certo periodo, anche all’interno delle mura con passaggio in piazza provenendo da porta San Pietro e da porta Cotogni. Per quanto concerne il trasporto passeggeri, il limite principale alla capacità di innescare mutamenti radicali stava nella lentezza, condizionata a una velocità media di 18 chilometri all’ora. Nonostante ciò, i quasi cinquant’anni di vita del tramway contribuirono a gettare le fondamenta del servizio moderno e proprio le decisioni collegate alla sua fine scandirono un momento decisivo per l’impostazione di fondo della rete del servizio di trasporto pubblico in Romagna. Ma procediamo per gradi.

Arriva la corriera

Mentre il tram continuava il suo lento andirivieni (l’ingresso nel cuore della città fu presto bloccato a suon di multe, perché gli sbuffi di fumo nero causavano enormi problemi), sulle strade battute e sugli acciottolati urbani comparvero le automobili. La prima vettura forlivese a motore a scoppio fu quella immatricolata dalla famiglia Orsi Mangelli a inizio Novecento. La maggior velocità rispetto ai mezzi trainati da cavalli, i costi d’inve-

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Nella pagina precedente, in alto: la “vecchia stazione” con le vetture a cavalli

Nella pagina precedente, in basso: la corriera dell’autolinea Forlì-Pontassieve

stimento più contenuti di quelli delle strade ferrate e la duttilità nell’affrontare i percorsi convinsero subito del grande vantaggio rappresentato dall’adozione di veicoli su ruote di gomma anche per il trasporto pubblico delle persone. Così si giunse al 3 gennaio 1910, giorno in cui l’attenzione di mezza Italia si concentrò sull’apertura del collegamento del servizio automobilistico postale e passeggeri fra Pontassieve e Forlì. Tempi pionie-

In questa pagina, in alto: le corriere della Sita a Dovia (oggi Predappio)

ristici per i piloti che dovevano fare i conti con strade polverose o infangate, sobbalzi e slittate. L’iniziativa venne realizzata da un comitato guidato dall’editore Licinio Cappelli (in quegli anni anche sindaco di Rocca San Casciano) e si concretizzò con l’acquisto di vetture dalla ditta tedesca Gaggenau. Le cronache restituiscono il racconto del viaggio inaugurale. Dal versante romagnolo partirono due autovetture, una da dieci posti, l’al-

In questa pagina, in basso: il grande parcheggio in piazza Saffi negli anni ’60

tra da sedici. Attraverso ali di folla, i mezzi iniziarono il cammino dalla piazza centrale di Forlì puntando in direzione di Rocca San Casciano dove era fissato l’incontro con la delegazione proveniente dall’altra parte del crinale. In ogni paese il passaggio fu salutato da entusiasmo e musiche. Anche la partenza dalla Toscana venne abbracciata da tantissimi cittadini: a Pontassieve, Dicomano e San Godenzo. Qualcuno saltò sul sedile quando, nei pressi del Cavallino, comparve la neve e proprio sulla strada imbiancata del passo del Muraglione avvenne un brindisi con gli operai dei lavori stradali. La discesa lasciava presagire altri bagni di entusiasmo ma non fu così perché l’accoglienza di Portico registrò un tenore differente. Case e negozi sbarrati, nessuno per strada e cartelli con la scritta “Chiuso per protesta”. La manifestazione di “malvenuto” fu corredata anche da qualche lancio di sassi. Ci volle più di un chilometro per superare lo spavento e più di un ragionamento per capire che il motivo era legato alla temporanea esclusione del paese dalla tratta fra la Romagna e Firenze. In attesa di acquistare altri automezzi, infatti, la società aveva deciso di limitare le corse a due tratte Pontassieve-San Godenzo e Forlì-Rocca San Casciano. Il viaggio inaugurale si concluse a Rocca San Casciano con l’incontro delle delegazioni al suono della Marcia reale.

L’epopea della Sita e una scelta di campo

Oltre all’intero percorso da Forlì a Firenze, nel 1911 furono attivate altre linee: una per Santa Sofia e Mortano e un’altra per Forlimpopoli e Bertinoro. Nel 1920, poi, la Società Italiana Trasporti Automobilistici (la mitica “Sita”) fondò la sede di Forlì, rilevando le linee automobilistiche postali ed estendendo il servizio su altre tratte. Nacquero la Forlì-Dovia (frazione rurale trasformata dal 1925 nel centro principale della vallata, cioè l’attuale Predappio) -Premilcuore e, solo d’estate, Forlì-Cervia-Cesenatico. Il sistema del trasporto pubblico locale su moderni automezzi a motore prese forma sotto la guida di un’azienda privata e cominciò a caratterizzarsi sempre più come elemento fondamentale per un territorio nel quale, proprio in quel pe-

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dossier

A sinistra: nel 1974 il Comune acquisisce la gestione del trasporto pubblico urbano

riodo, venne adottata la scelta di privilegiare il trasporto su gomma. Con la conquista del potere da parte del fascismo e l’attenzione nazionale che ricadde su Forlì, ribattezzata dalla propaganda di regime la “città del duce”, a partire da metà anni Venti vennero valutati differenti sistemi di mobilità pubblica. Lo spunto giunse dalla necessità di sostituire l’ormai vecchio tramway e la prima proposta mirò a convertire e potenziare il servizio con una rete di moderni tram elettrici. Il progetto approdò ai tavoli dell’amministrazione provinciale nel maggio 1926 con tracciati nelle vallate del Montone, Rabbi e Bidente, ai quali si associavano la Forlì-Cesena-Cesenatico e la Forlì-Faenza, oltre a una riqualificazione della tratta con Ravenna. L’idea trovò consenso ma, presagio del futuro, si intrecciò con il dibattito su un’altra questione relativa alla viabilità sollecitata dal “Comitato promotore” per lo studio di un’autostrada. La Provincia approvò sommariamente l’ipotesi delle elettrovie e deliberò uno stanziamento di 25 mila lire per la redazione del progetto di massima di una moderna strada veloce fra Bologna e Rimini (per dovere di cronaca si ricorda che il casello autostradale aprì a Forlì nel 1966). Doppia ap-

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provazione ma, in entrambi i casi, senza effetti immediati. L’orientamento politico non lasciava dubbi e i fatti successivi, cioè la mancata realizzazione di elettrovie e la predisposizione della rete stradale per le esigenze del traffico automobilistico, dimostrarono che ormai l’attenzione era tutta per il trasporto su gomma. A dettare la linea intervenne Benito Mussolini in persona. Nel 1925, dopo una visita in automobile a Forlì, aveva scritto al ministro dei lavori pubblici Giovanni Giuriati: “Bisogna pigliare d’assalto la Via Emilia: adopero un termine guerresco essendo quella strada trasformata in una sequela di trincee”. Il messaggio venne ben compreso anche dal fratello Arnaldo, all’epoca presidente della Deputazione provinciale, che destinò buone risorse ai lavori stradali. In questi anni, la Sita fu la vera protagonista del trasporto pubblico e divenne un simbolo sociale. A metà degli anni Venti, il personale in servizio a Forlì ammontava a 29 unità, in gran parte addetti alla guida dei mezzi. La seconda guerra mondiale e, nel 1944, il passaggio del fronte determinarono un drammatico spartiacque connotato dal ridimensionamento e poi dal blocco delle corse che ripresero, fra mille difficoltà, dopo la liberazione e la fine del conflitto.

A destra: un autobus del Comune in Corso Mazzini

Dal dopoguerra alla “grande trasformazione”

Gli anni della Ricostruzione videro il territorio forlivese risollevarsi dalle macerie e dai lutti. La gestione del trasporto pubblico rimase ancora in mano alla Sita e riguardava in prevalenza collegamenti territoriali, con l’unica linea urbana fissa, a Forlì, rappresentata dal collegamento fra la stazione ferroviaria e la piazza. Fino ai primi anni Cinquanta, a carattere saltuario, apparvero anche corse fra il centro e il sanatorio di Vecchiazzano, il cimitero monumentale e il campo sportivo. Da lì a poco, però, le cose sarebbero cambiate profondamente. Il quadro sociale ed economico stava modificandosi e l’amministrazione comunale venne chiamata ad affrontare una situazione imprevedibile. A spronare la grande trasformazione che culminò con il “miracolo economico” contribuirono l’impennata della popolazione e il fenomeno dell’inurbamento. Da 77 mila abitanti del dopoguerra, gran parte dei quali residente ancora in territorio agricolo o nelle frazioni, si passò a oltre quota 100 mila abitanti (la soglia venne sfondata nel 1966) dei quali la maggior parte era ormai inclusa nel


In basso: Ubaldo Marra davanti ad un moderno autobus e a un vecchio modello

tessuto urbano. La città s’era ampliata ben oltre le antiche mura e spaziava ormai dal Ronco al neonato quartiere popolare della Cava, da Cà Ossi all’Ospedaletto. A questa esplosione demografica si sommò una modifica drastica degli stili di vita che ebbe fra gli elementi caratterizzanti proprio la diffusione di massa dell’automobile e dei motoveicoli. Il ruolo del trasporto pubblico si trovò così stretto fra la necessità dell’amministrazione comunale di assicurare mezzi di mobilità pubblica ai tanti potenziali utenti e le esigenze delle migliaia di automobilisti che rivendicavano il diritto di libertà negli spostamenti, sulla scia di un indirizzo nazionale dettato dalle pubblicità delle grandi case automobilistiche e appoggiato dal governo. Furono anni in cui piazza Saffi scoprì l’inedita vocazione di grande parcheggio. Nell’ottobre del 1954 venne varato il primo “piano di servizi urbani” affidato alla Sita. Da quel momento la rete si estese sempre di più, ramificandosi nei percorsi interni alle nuove urbanizzazioni (viale Spazzoli, via Piancastelli, via Andrea Costa, via Oriani) e raggiungendo nuovi capolinea: Villanova, Pieveacquedotto, Villagrappa. Un altro cambiamento si registrò nei primi anni Settanta con l’istituzione in piazza Saffi del divieto di accesso alle automobili e un potenziamento del trasporto pubblico reso possibile proprio dalla decongestione del traffico. Nel novembre del 1972 le linee di servizio erano assestate a quota dodici con ben 51 corse giornaliere fra stazione e centro. E l’obiettivo era di aumentare ulteriormente. A non reggere il passo rispetto alle esigenze del cambiamento fu invece il sistema organizzativo, con il rapporto fra amministrazione civica e Sita ormai inadeguato alle esigenze del governo locale. Secondo i progetti del Comune, l’ulteriore salto di qualità nelle percorrenze e nelle frequenze poteva essere realizzato solo attraverso una gestione pubblica.

START ROMAGNA:

RIPARTIRE SENZA CONFINI La capacità di vedere scenari futuri non ci è mai mancata e quindi si può dire – a ragione – che spesso nella nostra realtà territoriale abbiamo anticipato eventi, che, puntualmente, negli ultimi anni sono stati elementi guida del trasporto pubblico nazionale. Possiamo, infatti, rivendicare i primi esempi di società miste pubblico-privato, che, ormai oltre 12 anni fa, negli anni ’90, sono stati un esempio di perfetta integrazione tra efficienza e sviluppo dei servizi. Così come le prime esperienze di gare nel settore del Tpl, con la conseguenza, forse non sempre positiva, di mettere a nudo da un lato le contraddizioni del settore, sempre diviso tra volontà di sviluppo e difesa corporativa a tutti i livelli, e dall’altro lato l’assenza di certezze economico-finanziarie, in grado di rilanciare il ruolo delle aziende, nel contesto più generale di politiche alternative nella mobilità. Anche guardando le prospettive future, va detto che siamo stati tra i primi ad ipotizzare percorsi di aggregazione per bacini contigui, in grado di realizzare progetti industriali che puntino allo sviluppo dei servizi, unitamente al contenimento dei costi. Per questo, dal primo gennaio 2012, nasce la holding romagnola, insieme alle consorelle di Ravenna e Rimini, con l’obiettivo di ricercare sinergie utili per offrire un servizio migliore sul territorio, ma anche con l’obiettivo di guardare al mercato futuro, non solo della nostra Regione o del nostro paese. Quella romagnola, infatti, è una realtà territoriale estremamente interessante con grandi prospettive, anche nel campo turistico; un mercato tutto da scoprire e rilanciare perché può vantare infrastrutture importanti, come gli aeroporti di Rimini e Forlì, nonché il porto di Ravenna, pronto a rilanciarsi nel settore delle crociere: una forte sinergia, quindi, tra le diverse modalità di trasporto, che, unitamente alle infrastrutture ferroviarie già esistenti e a quelle che potrebbero (per non dire dovrebbero) essere realizzate, possono contribuire al grande rilancio economico per l’intero bacino romagnolo. START ROMAGNA Spa – questo il nome della nuova società di trasporti romagnola – si pone, quindi, quale interlocutrice protagonista delle grandi sfide che, necessariamente, il prossimo decennio porrà a chi saprà trasformare gli attuali momenti di crisi economica internazionale in una opportunità di sviluppo locale.

di Ubaldo Marra membro del CdA di Start

Il Comune al volante

La scelta dell’amministrazione comunale di gestire il trasporto pubblico urbano in modo diretto prese corpo attraverso discussioni e atti formali. Archiviato ufficialmente il rapporto con la Sita (che rimaneva però operativa nelle linee extraurbane), il 1° giugno 1974 iniziò il nuovo corso, forte di un incremento del

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dossier

In basso: gli autobus in piazza Saffi negli anni ’70

parco mezzi e degli organici. Il potenziale contava 21 autobus, 42 autisti, 4 meccanici e 3 impiegati. Il deposito e l’officina erano ubicati in via Pelacano, in un’area dove stava sorgendo l’autorimessa comunale. La gestione diretta da parte del Comune proseguì per circa 12 anni. In questo periodo maturò anche un approccio fondato sulla programmazione che portò al “Piano del traffico e dei trasporti”. Lo studio ebbe inizio nel 1984 e giunse ad approvazione nell’aprile 1987. Il trasporto pubblico veniva considerato all’interno di un quadro complessivo, interfacciato con le direttive del Piano regolatore e affiancato da altre misure: qualificazione della viabilità attraverso maggior sicurezza e fluidità del traffico; realizzazione di piste ciclabili; attenzione alle necessità di sosta e accesso al centro storico. Nel frattempo un’altra sostanziale novità connotò il panorama territoriale. Nel marzo 1975 nacque il Consorzio Trasporti Romagnoli per volontà di 68 Comuni e delle amministrazioni provinciali di Forlì e Ravenna. Il Ctr rilevò il servizio di trasporto extraurbano della società Sita e il 1°ottobre di quell’anno entrò in funzione l’azienda di erogazione del

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servizio: l’Azienda Trasporti Romagnoli (Atr). Fu proprio a Consorzio e Atr che, dall’inizio dell’anno 1987, il Comune di Forlì affidò il servizio di trasporto urbano, uniformando l’organizzazione del servizio sotto un unico gestore. Nel dicembre del 1993 Ctr e Atr modificarono le proprie ragioni sociali assumendo la denominazione di Consorzio Atr.

Ieri e oggi

Il racconto delle vicende del trasporto pubblico locale, a Forlì, approda quindi all’attualità, consegnando il testimone alla cronaca delle ultime trasformazioni. Il 1° gennaio 2001 divenne operativa “E-Bus Spa”, nuova società per azioni nata da Atr. Tale iniziativa rispondeva alle direttive della legislazione nazionale e regionale che regolava la liberalizzazione del sistema di affidamento dei servizi, passando da una modalità di gestione diretta da parte delle amministrazioni locali o dei propri consorzi ad un sistema regolato attraverso gare pubbliche. Parallelamente, sempre nel 2001, il Consorzio Atr ridefinì il proprio ruolo diventando “Agenzia della mo-

bilità” per la provincia di Forlì-Cesena con impegno nella pianificazione e nel controllo. Nell’ultimo decennio particolare attenzione è stata riservata al dato ambientale del parco veicoli con l’immatricolazione di numerosi autobus a metano, il consolidamento di una consistente flotta di autobus a trazione elettrica e l’adozione su oltre cento autobus di filtri antiparticolato. Ultimo tassello nella definizione del quadro organizzativo attuale è rappresentato dalla nascita, nell’aprile del 2009, di “Avm - Area Vasta Mobilità spa” costituita dalla fusione di E-bus spa con altre due società di gestione locali (Setram srl e Saces srl). Avm è attualmente il punto di riferimento unico nella gestione dei servizi delle linee. Il percorso, però, pare non essere ancora giunto al capolinea. L’attualità è infatti caratterizzata dal progetto di unione, al momento al vaglio delle amministrazioni comunali, fra le principali aziende romagnole di gestione dei servizi di trasporto pubblico Avm (Forlì e Cesena), Atm (Ravenna) e Tram (Rimini). Un matrimonio su larga scala che porterà in dote un nuovo soggetto denominato “Start Romagna”.


Il secondo volume delle “52 domenIche In Romagna” Un nuovo viaggio in un territorio che non smette di stupire

le cIttà e I boRghI, la natuRa e la stoRIa, la costa e l’entRoteRRa Le “52 domeniche in Romagna” tornano con un secondo volume che narra il “sapore” dei luoghi e accompagna il lettore verso le mete più insolite e affascinanti per il week-end.

Una guida, organizzata come sempre in 52 itinerari, arricchita dalla segnalazione di curiosità, luoghi nascosti e esperienze suggestive, perché ogni domenica diventi indimenticabile.

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scuola

A Forlì l’unico istituto Liceale per l’arte e la musica della Regione Emilia-Romagna di Marco Mambelli C’è voluta tutta la buona volontà di un gruppo inedito e, in qualche modo straordinario, di istituzioni pubbliche e private dell’intera provincia, ma alla fine Forlì ce l’ha fatta e da quest’anno può finalmente annoverare tra gli istituti di formazione musicale anche una scuola secondaria statale. A settembre ha infatti aperto le porte presso la sede dell’Istituto Liceale d’Arte di Forlì un Liceo Musicale Statale secondo i principi della cosiddetta “Riforma Gelmini”. Da settembre, cioè, oltre allo storico Istituto Musicale intitolato ad Angelo Masini, i cui programmi ricalcano sostanzialmente quelli dei conservatori, i giovani forlivesi (ma non solo) potranno frequentare una scuola statale a indirizzo musicale che rilascia, al termine dei cinque anni di studio, un diploma di pari valore a quello rilasciato dalle altre scuole secondarie (dai licei agli istituti tecnici) e che dà quindi accesso a tutte le facoltà universitarie. La “Riforma Gelmini” ha infatti previsto che anche per la formazione musicale non debba esistere solamente un percorso “extra-scolastico”, come quello assicurato dai conservatori, la cui frequenza (di norma in orario pomeridiano) si va ad affiancare, per la maggior parte degli studenti, alla frequenza di un’altra scuola secondaria al mattino, duplicando così i carichi di lavoro, ma ha previsto che anche per chi vuole fare della musica la propria professione ci sia la possibilità di frequentare una scuola secondaria statale capace di dare una solida formazione di base (in materie come lingua e letteratura italiana, filosofia, matematica, storia dell’arte, etc., cioè sostanzialmente il curriculum formativo dei licei) riservando, per l’appunto, alle diverse discipline musicali la parte delle materie caratterizzanti. Accanto alle suddette materie di base gli allievi sono quindi chiamati a studiare “esecuzione e interpretazione” (ovvero due diversi strumenti musicali, uno a propria scelta e uno assegnato dai docenti), “teoria, analisi e composizione”, “storia della musica” e “laboratorio di musica d’insieme e tecnologie musicali”. Insegnamenti che richiedono, evidentemente, delle aule ad hoc e una ricca dotazione di strumenti (in particolare di quelli che gli stu-

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Nella pagina precedente, in alto: la facciata dell’Istituto Liceale d’Arte

denti non possono portare da casa, come il pianoforte o le percussioni) per le quali sono intervenuti in soccorso del nascente Liceo Musicale Statale l’Amministrazione comunale di Forlì e l’Istituto Musicale “Angelo Masini”, mettendo rispettivamente a disposizione Palazzo Sangiorgi (già sede del “Masini”) e gli strumenti di proprietà dell’Istituto Musicale. Palazzo Sangiorgi ospita così ora di mattina le lezioni delle materie caratterizzanti del Liceo Musicale Statale (che, come detto, ha la sua sede principale all’Istituto Liceale d’Arte in viale Salinatore) e di pomeriggio le lezioni del “Masini”, che prosegue la sua attività didattica, con la più che motivata speranza che gli allievi delle due scuole possano dare vita ad esperienze comuni (attraverso, ad esempio, formazioni da camera e orchestrali). Oltre all’Istituto Liceale d’Arte, all’Amministrazione comunale e all’Istituto Musicale “Masini” hanno assicurato gli strumenti e le risorse necessarie per avviare fin da quest’anno un liceo musicale statale a Forlì l’Amministrazione provinciale (che è competente per l’istruzione secondaria), il conservatorio “B. Maderna” di Cesena (che ha la responsabilità scientifica sui contenuti degli insegnamenti), la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì (che si è impegnata a sostenere economicamente l’avvio dei corsi) e, ovviamente, l’Ufficio Scolastico Provinciale: una partnership ampia e articolata della cui unicità e complessità è testimonianza anche il fatto che in Emilia-Romagna solo due città si sono viste riconoscere dal Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca la possibilità di attivare un liceo musicale statale per l’anno scolastico 2011-2012: dapprima Forlì e, in un secondo momento, Modena. L’obiettivo ora è quello di promuovere una sempre più stretta collaborazione tra Liceo Musicale Statale (ovvero Istituto Liceale d’Arte), Istituto Musicale “A. Masini” e Conservatorio “B. Maderna”, così da dare vita a un network formativo capace di valorizzare pienamente i diversi talenti e le diverse vocazioni artistiche dei rispettivi allievi, con la speranza che la crescita di questo polo musicale possa essere accompagnato anche dal potenziamento della sperimentazione musicale all’interno delle scuole secondarie di primo grado.

Nella pagina precedente, in basso: un concerto della Giovane Orchestra dell’Istituto Musicale “Masini” in piazza della Misura a Forlì

In questa pagina: Flute Quartet” dell’Istituto Musicale “Masini”; in basso il cortile del “Masini” in occasione di una mostra curata dal Museo Interreligioso di Bertinoro

Le novità formative

dell’istituto musicale “masini” Oltre ad aver promosso l’apertura del Liceo Musicale Statale nell’Istituto Liceale d’Arte, l’Istituto “A. Masini” ha ampliato quest’anno la propria offerta formativa, affiancando ai 18 corsi principali tradizionali nuovi corsi di formazione permanente, intensivi e di perfezionamento. Per quel che concerne la formazione permanente, ovvero lo studio per gli adulti, da quest’anno sono stati attivati corsi per tutti gli strumenti insegnati nell’Istituto (canto, chitarra, clarinetto, contrabbasso, corno fagotto, flauto, oboe, organo, pianoforte, sassofono, tromba, trombone, basso tuba, violino, violoncello e percussioni), mentre si annunciano novità sul fronte della musica jazz e di una nuova serie di percorsi di approfondimento a cura dei docenti dell’Istituto stesso. Ha trovato, nel frattempo, conferma il corso sulla musica elettronica e sull’arrangiamento a cura di Andrea Benzoni e sono stati attivati per la prima volta due corsi d’alto perfezionamento con il primo clarinetto dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano, Fabrizio Meloni, e del clarinetto basso del Teatro dell’Opera di Roma, Sauro Berti. (P.R.)

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ASSOCIAZIONI

Un anno di fanzine: bilancio e progetti della Fanzinoteca d’Italia di Gianluca Umiliacchi Inaugurata il 25 settembre 2010, il 25 settembre 2011 ha festeggiato l’anniversario la prima, e ancora unica, Fanzinoteca d’Italia. Un anno di attività fatta di eventi e iniziative promosse sia a livello territoriale, sia a livello nazionale ed oltre. Ma andiamo per gradi, che cos’è una Fanzinoteca? Nell’ambito didattico la definizione è la seguente: “Fanzinoteca [Fan-zi-no-tè-ca] s.f. (pl. -Che) Comp. di Fanzine (rivista degli appassionati) e Theke (ripostiglio v. Teca), luogo dove sono raccolte le fanzine a scopo di conservazione e di studio”. Passando a una definizione meno complicata, la Fanzinoteca è una “biblioteca delle fanzine” che prende corpo per merito di Fanzine Italiane, Associazione di Promozione Sociale, riconosciuta e unica nel suo genere a livello nazionale, col supporto della Provincia di Forlì-Cesena, del Comune di Forlì e della Regione Emilia-Romagna e che vive grazie alla passione e al lavoro volontario di vari soci dell’associazione. La promozione del progetto per l’attivazione di una Fanzinoteca pubblica trova le sue radici nell’intento specifico di poter illustrare ed approfondire i principi fondamentali dello sviluppo di questa atipica produzione, l’editoria fanzinara italiana, allo scopo di rendere effettivamente funzionante una realtà totalmente assente sul territorio italiano. Da qui al progetto della Fanzinoteca il passo è breve, anche per merito dell’impegno che è stato profuso da persone come Milena Bonucci Amadori, Liviana Zanetti e Giulio Marabini che, con visione lungimirante, hanno permesso di concretizzare questa “più unica che rara” realtà. Il progetto persegue varie finalità, tra le quali rispondere alle differenziate esigenze culturali e di informazione attraverso la promozione alla consultazione e lettura di fanzine, conservare la documentazione storica e contemporanea dell’editoria fanzinara e curarne la valorizzazione a livello nazionale. Tutti buoni intenti che, con volontà e costanza da parte dello staff, hanno permesso in questo primo anno di promuovere e realizzare una infinità di progetti, piccoli e grandi. Ma che cos’è una fanzine? Le fanzine, pubblicazioni periodiche amatoriali prodotte da appasssionati su argomenti specifici, sono una realtà poco cono-

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sciuta, pur essendo un fenomeno che affonda le sue radici nei lontani anni ‘50, e, sebbene così vicine alla gente, sono ignote ai più, sia per una disinformazione di fondo da parte della società, sia per l’ostentata indifferenza da parte dello stesso ambito fanzinaro nel presentarsi e proporsi a livello ufficiale. Ciò non evita di prendere atto che da oltre sessant’anni in Italia, generazione dopo generazione, il mondo fanzinaro non ha visto tregua, la passione non ha subito crisi e, una dietro l’altra, le migliaia di testate hanno lasciato il loro, seppur labile, segno nella realtà italiana. Quindi, non essendoci storia senza gli storici, da decenni l’esperto Gianluca Umiliacchi, filologo e storico delle fanzine italiane, nonché artefice della costituzione e realizzazione della Fanzinoteca d’Italia e fanzinotecario della stessa, è al lavoro per la realizzazione di un libro sulla prima storia dell’editoria fanzinara italiana. Un tassello in più verso la conoscenza di questa realtà, che permette l’incontro fra persone con esperienze diverse ma con interessi in comune, aiuta il confronto con se stessi e con gli altri, spinge al dialogo e alla condivisione sociale. Più che convinti dell’importanza di tale struttura, l’associazione prosegue lungo la linea del percorso intrapreso, per offrire un orizzonte socio-culturale diverso da quello che predomina attualmente: orizzonte nel quale si situa

l’esperienza della “stampa libera”, veramente libera come solo quella dell’editoria fanzinara sa essere. L’attenzione è dedicata a fornire un’oggettiva fonte del sapere e a non sottostare ad alcun tipo di censura, consapevoli che ogni sintesi di pratica sociale, ogni prodotto del pensiero ha diritto di stare negli scaffali. La Fanzinoteca si propone di essere un adeguato ambiente per la lettura e la gestione dei documenti posseduti, di avere la valenza di un centro di documentazione e risorse per il reperimento e la catalogazione del materiale fanzinaro prodotto in Italia e, in parte, anche all’estero, di ampliare le occasioni di collaborazione con altre realtà internazionali e attivare anche proposte come incontri, esposizioni, corsi e altro, tutti aspetti legati sia alla produzione e al prodotto, sia all’operato stesso dell’editoria fanzinara. Questo primo anno ha visto tra le iniziative promosse anche mostre espositive di ampio respiro, eventi lunghi un mese, progetti itineranti, trasferte dietro invito di amministrazioni in tutta Italia, incontri e dibattiti, un impegno che ha portato alla realizzazione di oltre venticinque iniziative socio-culturali. La Fanzinoteca d’Italia è una realtà giovane e, al momento, le energie come le idee non mancano, purtroppo i soldi sì e questo non è cosa positiva per chi ha desiderio e voglia di fare e mettersi in gioco.


filosoficamente mUsicali

Le nuove agende 2012 targate Edizioni IN Magazine

agenda filosofica

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I massimi pensatori dell’Occidente, selezionati e commentati dal filosofo Rocco Ronchi, raccontano il mondo. Un successo editoriale, alla quarta edizione, per vivere un anno... con filosofia.

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PROCESSI DI LETTURA

Sull’identità italiana di Paolo Rambelli Senza con questo voler stabilire paralleli oggettivamente inverosimili, ci fa piacere che questa nostra rubrica esordisca negli stessi giorni in cui approda in libreria la raccolta di scritti giornalistici di Anna Maria Ortese “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”. Tra questi ve n’è uno, infatti, dedicato alla vera e propria mania degli italiani per la scrittura, un’ostinazione paragonabile solamente a quella che oppongono alla lettura delle pagine altrui. “Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore agli altri”, osserva l’Ortese, mentre chi scrive dovrebbe mirare a “farsi uomo, uomo che esprime gli altri, che riveli in sé gli altri, che sia un’aggiunta al patrimonio degli altri”. Contro questa scrittura di puro autocompiacimento, che trova facile sfogo nelle pseudo-case editrici che pubblicano (qualsiasi cosa) a pagamento, abbiamo deciso di dare spazio in questa rubrica a quelle pagine – fresche di stampa ma non solo, perché i libri si possono incontrare nei tempi e nei modi più imprevedibili – che più ci hanno colpito nei mesi che intercorrono tra un numero e l’altro della nostra rivista.

Una scrittura non fine a sé stessa è certamente quella di Andrej Longo, tornato in libreria per Adelphi a due anni di distanza all’originale giallo “Chi ha ucciso Sarah?”, con la spietata favola contemporanea “Lu campo

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Libri ricevuti L’identità italiana, di Ernesto Galli della Loggia (Bologna, 2011); Niente da dire, di Alessandro Gnani (Firenze, 2010); L’identità italiana in cucina, di Massimo Montanari (Bari 2010); Prima lezione sulla televisione, di Aldo Grasso (Bari, 2011); La più umana delle passioni, di Alessandro Rondoni (Milano, 2011); Sangue romagnolo. I compagni del duce, di Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta (Bologna, 2011)

Libri letti Niente da dire, di Alessandro Gnani (Firenze, 2010); L’identità italiana in cucina, di Massimo Montanari (Bari 2010); Se dico radici dico storie, di Gian Luca Favetto (Bari, 2011); Le bugie con le gambe lunghe, di Eduardo De Filippo (Torino, 1987); L’identità italiana, di Ernesto Galli della Loggia (Bologna, 2011); A colloquio. Tutte le mattine al Centro di Salute Mentale, di Massimo Cirri (Milano, 2011);

Lu campo di girasoli, di Andrej Longo (Milano, 2011); Quattro taxi verso nord, di Elizabeth Walcott-Jackshaw (Forlì, 2011)

di girasoli”, ambientata in una cittadina del Sud Italia corrosa dal sole, dalla crisi, dalla corruzione e dalla violenza. Ancor più dell’urgenza del tema, a convincerci sono state la lingua e l’atmosfera del romanzo: una lingua

aggredita così in profondità dai mille dialetti del nostro Meridione da divenire uno strumento del tutto nuovo ed originale, lontano dai facili ammiccamenti lessicali di tanta narrativa contemporanea in cerca di colore locale, pur senza giungere alla densità espressiva – per intenderci – del magma linguistico gaddiano, e un’atmosfera capace di cogliere nella contemporaneità più immediata (e, in fondo, ordinaria, come ordinari sono ormai i soprusi di chiunque possa vantare un minimo di potere politico od economico) ciò che resta di un tempo e di una dimensione epica, la possibile risorgenza di un mondo mitico capace di sanare ancora, in qualche misura e nei poveri modi che la realtà concede, le ingiustizie più patenti. Restiamo nel napoletano per segnalare che a novembre la stagione di prosa del “Diego Fabbri” aprirà con un’opera tra le meno note di Eduardo de Filippo, “Le bugie con le gambe lunghe”, ma non per questo meno


In alto: un momento della presentazione del saggio di Galli della Loggia a Forlì

degna d’attenzione. Composta alla fine del 1946 immediatamente dopo “Filumena Marturano” (tanto è vero che il suo debutto fu a lungo rinviato per il successo riscosso da quest’ultima), “Le bugie con le gambe lunghe” appartiene al filone delle commedie del “mondo alla rovescia”, ovvero di quei drammi in cui il protagonista si rende conto di non poter avere la meglio sull’ipocrisia e sulla falsità delle relazioni umane e decide quindi, scientemente, di vestire anche lui quella maschera che più gli conviene, prendendosi possibilmente gioco in questo “teatro della realtà” delle maschere altrui. Libero Incoronato, il protagonista della vicenda, potrà quindi sposare la prostituta di cui è innamorato – presentandola come una ricca ereditiera – senza compromettere il buon nome della sorella, impegnata (ovvero, rassegnata) a concludere un matrimonio di convenienza. L’unico barlume di speranza sembra splendere – come accadrà dieci anni più tardi con “Il figlio di Pulcinella” – sui giovani, le cui bugie hanno le gambe corte, ma si tratta davvero di un solo barlume. Poche speranze, passando alla saggistica, sembra lasciare anche Ernesto Galli della Loggia nella sua riflessione su “L’identità

In basso: una foto di scena da “Le bugie con le gambe lunghe” per la regia di Luca de Filippo

italiana” (pubblicata nel 1998 e ristampata quest’anno per la rassegna di “Incontri con l’Autore” promossa dalla Fondazione CarispFo) per quanto attiene la possibilità che gli italiani sappiano trasferire nella modernità quelle che sono le proprie radici comuni. Radici comuni che – a dispetto delle ragioni geografiche e storico politiche che agiscono in maniera centrifuga – non mancano e che hanno, ad esempio, due punti fermi estremamente saldi nel patrimonio culturale del mondo classico romano e nel retaggio cattolico. Così come un aspetto costitutivo dell’identità italiana è quello stesso sincretismo culturale che potrebbe essere interpretato come un elemento di divisione, visto che la posizione della penisola al centro del Mediterraneo e la facilità d’accesso alle sue coste ne hanno fatto da sempre un luogo di migrazioni e quindi di incontri e di contaminazioni culturali. Ed il sincretismo culturale è, in qualche modo, il protagonista anche de “L’identità italiana in cucina”, l’ultimo saggio di Massimo Montanari, presidente del Comitato Scientifico di Casa Artusi, visto che la cultura gastronomica italiana ha certamente un’identità forte e ben riconoscibile (soprattutto all’estero), ma è un’identità composta da mille tratti culturali autonomi e distinti. Furono i barbari, ad esempio, a diffondere l’uso del lardo tra gli antichi romani, mentre fu merito degli arabi affiancare alla paste larghe dei romani (come le lasagne) quelle di forma allungata (come i vermicelli e le fettuccine). Agli apporti stranieri vanno poi aggiunte le tipicità delle diverse aree geografiche italiane (capaci, talora, di identificarsi completamente con un proprio prodotto, come nel caso del “parmigiano”) e le evoluzioni sperimentate nel tempo (come è avvenuto con il passaggio dalla pasta dura delle torte salate medievali a quella ammorbidita dal burro delle torte sale del Rinascimento). Montanari ci conferma cioè che anche la nostra identità gastronomica, analogamente a quella sociale di cui è parte così rilevante, non è altro che il frutto di una miscela di identità distinte e che anzi questa identità consiste proprio, in ultima analisi, nell’originalità dell’incrocio tra fattori che sono presenti anche altrove, ma che solo nella nostra penisola hanno saputo dare un esito tanto articolato e ricco (e, nel caso specifico, pure gustoso).

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ANDAR PER MOSTRE

TRE SGUARDI D’AUTORE di Rosanna Ricci In questo autunno hanno aperto i battenti quasi tutti i luoghi espositivi con mostre personali, collettive, addirittura realizzate a sei mani come è avvenuto per le opere dei Grovignani (Grota, ossia Franco Gianelli, Paolo Vignali e Vanni Perpignani). In questi dipinti ogni pittore è intervenuto secondo il proprio stile, in ciascuna opera, realizzando un “gioco” ricco di significati. Mostre retrospettive o personali di alto interesse, hanno avuto come protagonisti Carmen Silvestroni, Giovanni Cappelli e Miria Malandri. CARMEN SILVESTRONI (1939-1997) “Carmen guarda Carmen” è una rassegna tutta dedicata a lei, la scultrice Carmen Silvestroni, con autoritratti e immagini fotografiche. Queste ultime sono state realizzate dal fotografo Ferdinando Cimatti e ritraggono Carmen in vari atteggiamenti e momenti della sua vita: mentre scolpisce, mentre parla, mentre gioca col suo cane o si trova fra i colori e i materiali del suo studio in via Pellegrino Laziosi. Gli autoritratti, invece, sono opere realizzate da Carmen col suo linguaggio estetico inconfondibile, sintetico, intelligente e anche ironico. Diplomata all’Istituto per la ceramica di Faenza e, successivamente, all’Accademia di Belle Arti di Bologna in cui ha insegnato fino al 1995, Carmen è stata soprattutto una scultrice di grande talento, creativa e innovatrice. Le sue opere sono la testimonianza di una continua ricerca e della precisa volontà di trasmettere messaggi. Generosa e amica degli altri artisti, Carmen ha realizzato varie opere pubbliche, in chiese, parchi e cimiteri e ha avuto il pregio di interrogare e di interrogarsi, come dimostrano gli autoritratti, in cui il segno preciso, e a volte tagliente, ha messo a fuoco la sua intima essenza nei momenti belli e in quelli difficili della sua vita. Una Carmen, quella che guarda il visitatore attraverso gli autoritratti, che non lascia indifferenti. Sono opere che scrutano e dalle quali ci si sente scrutati, non solo dallo sguardo, ma da ogni piega o atteggiamento del viso. Un viso, quello di Carmen, che sprigionava franchezza ed umanità. Per questo resta indimenticabile. La mostra è stata allestita a cura di Gabriele Zelli, dal 15 al 27 settembre 2011, nella Sala a pianterreno di palazzo Albertini in Piazza Saffi, 50.

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Carmen Silvestroni, “Autoritratto” a carboncino, 1992


Giovanni Cappelli, “Autoritratto”, 1976, disegno, cm. 100x70

GIOVANNI CAPPELLI (1923-1994) La mostra “Quadri dell’esistenza” del cesenate Giovanni Cappelli, scelta per inaugurare il nuovo spazio espositivo, ampliato, della Galleria d’arte Farneti (via degli Orgogliosi, 7), si è tenuta dal 1° ottobre al 5 novembre 2011. Cappelli è stato uno straordinario pittore, di grande cultura e di altrettanto profonda sensibilità, un uomo che ha saputo mantenere la fedeltà a quel “realismo esistenziale” che ha connotato sempre la sua opera. Nella mostra in questione sono stati presentati dipinti relativi agli anni ’50-’70, quando l’artista, dopo un inizio in cui il segno aveva un ruolo predominante rispetto al colore, pian piano ritrovò in quest’ultimo il mezzo per esprimere meglio la sua intimità. Molte opere riproducono stanze dagli interni spogli: in esse su un letto disfatto è seduta o sdraiata una figura femminile. Queste immagini, avvolte in atmosfere indefinite, trasmettono un senso di dolore, di dramma e di incomunicabilità. Cappelli, in questo modo, intende denunciare una società sempre più intenta a guardare ai propri interessi, ignorando gli altri e creando, di conseguenza, effetti di grande solitudine. Il pittore, grande amico dei cesenati Alberto Sughi e Luciano Caldari, ha percorso con loro periodi di vita (ad esempio a Roma), ma la sua vocazione artistica si è spostata sempre verso l’indagine interiore: una poesia pittorica tanto vasta, quanto può essere un animo la cui scelta espressiva è stata - come scrive Orlando Piraccini nella presentazione sul catalogo - “una inevitabile presa d’atto circa la necessità di un contatto umile e diretto con la realtà «per arrivare ad esprimere ciò che urge nell’anima mia» come dichiara, in queste ultime parole, l’artista”. Nella mostra sono esposte non solo figure umane, ma anche alcuni paesaggi (o interni), realizzati in forma sintetica dove il colore crea una misteriosa atmosfera, senza tempo, ma carica di infinite suggestioni che allargano l’immaginazione a riflettere sulle situazioni e a coglierne anche le eventuali sfumature simboliche. Nulla è lasciato al caso: ogni elemento trova una immediata corrispondenza col resto dell’opera. Un grande artista, Giovanni Cappelli, che supera, come dimensione estetica, i confini di un luogo o di un tema, per raggiungere i vertici dell’universalità.

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ANDAR PER MOSTRE

Miria Malandri, “Ceramiche azzurre”, 2010, olio su tela cm. 100x70

MIRIA MALANDRI Un sortilegio. I quadri della pittrice forlivese Miria Malandri, qualunque sia il tema preso in esame, aggiungono sempre una nuova luce su un’espressività artistica che già da sola non ha bisogno di commenti. La mostra che l’artista forlivese ha allestito nel palazzo della Residenza Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, a cura di Silvia Arfelli, è riferita ad un unico tema: le ceramiche dipinte. Due caratteri emergono con maggior forza dalle opere della Malandri: la straordinaria perfezione tecnica delle immagini e la capacità di comunicare all’osservatore la bellezza di oggetti quotidiani che il ritmo concitato della vita di oggi ci fa sottovalutare. In queste composizioni si legge la storia della ceramica, il significato delle decorazioni, il faticoso esercizio dei maiolicari. Non mancano poi le ceramiche antiche che ancor oggi ornano alcune case: oggetti conservati come ricordi del passato o come cimeli da collezione. Ogni oggetto ha un percorso e offre motivo di riflessione, non solo per le ceramiche con decorazioni tipiche del territorio ma anche per quelle provenienti da altri paesi. La pittrice propone il connubio fra ceramiche cinesi e un braciere coreano con l’aggiunta semmai di frutta o di un bricco con biscotti e cioccolato. Ma ciò che stupisce è la scelta degli oggetti che l’artista fa “parlare” attraverso le sue tele: un boccale tedesco con ravanelli, per non parlare di ceramiche di Ginori e ciotole di Vietri. Dopo la perfezione e la cura con cui sono realizzate le immagini, altri aspetti significativi delle opere riguardano l’assetto compositivo e la scelta dei colori. Nel primo caso, ogni oggetto non è collocato a caso: l’immagine “parla”, racconta di presenze umane (che non compaiono in alcun quadro, pur essendo, la Malandri, abilissima nel rappresentare la figura umana) come libri, frutta, verdura appoggiati sui tavoli con apparente casualità. E poi gli spazi, il respiro per gli oggetti collocati su tovaglie ricamate a mano e con pizzi, o gli accordi di grande effetto fra oggetti d’arte e oggetti quotidiani, come lo strofinaccio che unisce gli elementi dell’opera: un cesto di carciofi, un piatto in argento, la terraglia pugliese, un pezzo di pane, un volto in un portaritratti. Presenze/assenze che si compensano e non pongono dubbi sulla qualità artistica e sul filtro umano che avvolge, con partecipazione, tutte le opere.

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LA CHIESA DEL RONCO ha un nuovo tabernacolo L’ultima opera d’arte sacra, appena finita, è quella che è stata collocata domenica 18 settembre, con una cerimonia pubblica, nella chiesa del Ronco. Ne parliamo perché è un lavoro che ha impegnato (gratuitamente) per oltre un anno il suo artefice. E veniamo all’opera: si tratta di un tabernacolo in legno pregiato alto 150 cm e di dimensioni alla base 75x75 cm, commissionato da Don Quinto Fabbri all’artigiano-artista del legno Roberto Battistini. Dopo un pellegrinaggio del sacerdote, nel 2002, a Gerusalemme, Don Quinto Fabbri rimase colpito dall’icona della Risurrezione del Santo Sepolcro. In seguito, visto che nella chiesa del Ronco non c’era il tabernacolo, ha chiesto a Battistini se era in grado di farne una copia esatta. Trovati i documenti, le fotografie, la storia, i progetti, l’artigiano vi si è dedicato anima e corpo creando un’opera più vicina all’arte che all’artigianato, se si pensa che gli elementi che compongono l’oggetto sono circa 1.250, realizzati con vari tipi di legno come pioppo, cedro, cirmolo, faggio, cipresso, ulivo, noce. La profondità, gli ornati, le arcate sembrano blocchi di marmo, ma in realtà sono legni sezionati in modo da dare questo effetto. “Quello che è stato un progetto, ora è diventato realtà” ha detto Don Quinto, “perché il tabernacolo resterà nel tempo come un piccolo e vero miracolo di capacità artigianale di Roberto Battistini”. La perizia dell’artista era già nota al sacerdote, fin da quando Don Quinto era stato parroco nella chiesa di San Benedetto, per la quale Roberto Battistini aveva già effettuato altri lavori. Sulle qualità artistiche e umane di Battistini non ci sono dubbi: è sempre pronto ad aiutare gli altri con abnegazione e umiltà. Grazie alla sua manualità e professionalità nel trattare il legno è riuscito a realizzare colonne e colonnine a tortiglione, ma soprattutto a rendere attraverso i vari tipi di legno gli effetti prospettici, le sagomature della cupola e soprattutto l’armonia e l’eleganza della costruzione. Non sono mancati poi interventi per le luci con led per illuminare la cella e la cupola. “Un capolavoro” aggiunge Don Quinto “che solo un intenditore ebanista può adeguatamente giudicare, ma che può essere catalogato come un’opera d’arte eccezionale, capace di segnare un traguardo non facilmente eguagliabile nell’ambito degli arredi sacri e in specie nella serie di tabernacoli in legno pregiato”.

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L’artigiano-artista del legno Roberto Battistini accanto al suo tabernacolo

Libro Madonna, manoscritto restaurato dal Ce.pa.c. Con il sostegno del Lions Club Forlì Host, UGF, CIA, Idrotermica sono stati realizzati dalla cooperativa Ce.pa.c. di Forlì interventi conservativi e di restauro sul manoscritto noto come “Libro Madonna”, inventariato all’Archivio di Stato come “Numero generale 1 - Comune di Forlì, Consigli generali e segreti, dal 1491 al 1505”, carte 231, misure mm. 400x280. La coperta era in pessimo stato di conservazione, con numerose lacerazioni e lacune, così come le cinque corregge in cuoio. Le carte si presentavano con margini sporchi ed impolverati ed i dorsetti lacerati e lacunosi. “Abbiamo iniziato con un’accurata spolveratura con pennello a setole morbide - spiega Maria Roberta Stanzani della cooperativa Ce.Pa.C. - per eliminare sporco e polvere e con la pulizia a secco, con gomma idonea, su tutte le carte. Il volume è stato scucito tagliando i fili dall’interno dei fascicoli. Sulle carte sono stati eseguiti diversi saggi di solubilità sulle mediazioni grafiche e la misurazione di pH”. Dopo aver eseguito un’accurata opera di pulitura e recupero, le carte sono state ricollate con pennello e colla neutra, le lacerazioni sono state rinsaldate e le lacune risarcite con carta giapponese di adeguato spessore e colore con scarnitura a mano. Le carte più fragili sono state velate interamente. Dopo aver terminato il restauro le carte sono state poste sotto peso leggero tra adeguata interfogliazione e dopo avere formato di nuovo i fascicoli il volume è stato ricucito con filo di spago su tre nuovi nervi simili agli originali. “La pelle della coperta – prosegue Maria Roberta Stanzani - è stata pulita con bastoncini cotonati imbevuti in acqua distillata; durante questo intervento abbiamo portato alla luce una nota manoscritta presente sul piatto anteriore. Per un’idonea conservazione del volume abbiamo inoltre confezionato una scatola in cartone da 4 millimetri rivestito in tela Buckram, 100% cotone, e foderato in cartoncino a pH neutro con un cassetto idoneo a contenere tutti i lacerti fissati su cartoncini e inseriti in carpette”.


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Forlì underground

Il giorno delle ultranozze di Mario Proli Entrarono di fretta in Municipio. Una ventina di persone in tutto, compresi gli sposi. “è vero che stanno insieme da tanto tempo?” chiese l’usciera alla signora che chiudeva il gruppo degli invitati, una cinquantenne coi capelli biondi mesciati ruggine. “Certo - fu la risposta - hanno due figli già adulti, una femmina e un maschio”. L’usciera domandò di nuovo: “è vero che hanno chiesto al loro ex professore di ginnastica, il famigerato Bernardo Piombi detto “Cerchio di fuoco”, di celebrare le nozze?” La conferma giunse a piccole ondate di parole sommesse: “Proprio così, anche se è vecchio e fuori di testa (sogghigno). è consigliere comunale e può farlo… In fondo un voto non si nega a nessuno… (risatina)”. Il protocollo andò avanti e finalmente le note della “Marcia di Radetzky” aprirono la strada all’altare civile. “Che emozione, sembra il concerto di Capodanno” esclamò una signora dal vestito a fiori mentre in molti si chiedevano il perché di quella scelta musicale. Si seppe poi che il tecnico dell’audio aveva selezionato il brano 6 del cd anziché il 7 “Marcia nuziale”. “Sarà un matrimonio patetico” disse la sorella al fratello, riferendosi alle nozze dei loro genitori. Il ragazzo annuì a prescindere, impegnato com’era nell’inviare sms a qualcuno. Carnefice di mille imposizioni ginniche, il professor Piombi apparve davanti agli sposi fasciato col tricolore e propose sorprendentemente un’omelia. “Mi ricordo di voi sulle spalliere e al cospetto del quadro svedese, giovani spensierati e dagli sguardi vacui. E’ andato oltre le attese il mio auspicio di allora, quando cullavo l’unica speranza di limitare i danni. Siete diventati adulti e avete messo al mondo figli che, all’apparenza, non sembrano stupidi. Ne deduco che la teoria dell’evoluzione è valida, che esiste sempre una possibilità di emancipazione. (Pausa) Sono onorato abbiate scelto me…” Non riuscì a chiudere la frase e scoppiò in un pianto dirotto, scandito da singulti e sospiri. Tanto che mentre l’ufficiale di stato civile completò la pratiche del matrimonio, con la lettura degli articoli della Costituzione e quant’altro, gli invitati si avvicinarono uno ad uno al

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Sul Melozzo nuove storie, reali e surreali, ambientate nella Forlì contemporanea

cerimoniere per dimostrargli affetto. Gli sposi rimasero immobili in quel piccolo caos, perplessi per la situazione e ancorati all’unica certezza degli anelli luccicanti. I flash ruppero lo stallo. Poi furono baci e abbracci per tutti. Uscirono dalla sala della cerimonia. Al lancio del bouquet la sposa risultò ancora un po’ rigida per la tensione, tanto che anziché catapultare il mazzo fra le amiche sbagliò la balistica del tiro e sparò i fiori sulla testa del busto di Garibaldi nella parete dello Scalone d’accesso al Municipio. Qualcuno disse che portava bene e che nel volto marmoreo dell’Eroe s’era acceso un cenno di sorriso. Scesi in piazza il rito del riso normalizzò definitivamente la situazione. Il matrimonio fu benedetto da una pioggia di chicchi di differente varietà, dal Vialone nano a quelle profumate dell’Asia, e da qualche cestino di tagliolini gettato dall’eccentrica Alice, un tempo insopportabile secchiona ora psicoterapeuta dalla chioma ossigenata. Anche il banchetto andò oltre le aspettative. Prima dell’antipasto il professor Piombi presentò ufficialmente agli ex allievi la sua ultima compagna, una energica badante rumena dalla scollatura imbarazzante. Disse che si

amavano. Poi, al taglio della torta, proprio un istante prima di affondare il coltello nella panna, i novelli sposi fecero “outing”. Dopo tanti anni di convivenza, spiegarono, il loro rapporto appariva logorato e un reciproco tradimento aveva imposto la svolta. Lui s’era innamorato della sua racchetta, lei dell’istruttore di tennis. Così avevano deciso di resettare, di ripartire da capo: dal liceo, dagli amici, dal professore. “Che nozze romantiche” disse euforica la figlia rivolgendosi sempre al fratello che, intanto, continuava a smessaggiare. Il vecchio prof. fu costretto ad abbandonare la festa anticipatamente, causa uno strappo alla schiena rimediato mentre scandiva il ritornello “Brigitte Bardot” nel trenino brasiliano fra i tavoli. Appoggiò un braccio sulle spalle della badante-fidanzata e lasciò il locale salutato da un brindisi collettivo. “Oggi hai parlato alle nostre coscienze - commentò Vincenzo, un tempo leader studentesco ora insegnante di religione - perché nel richiamo all’evoluzione hai posto un messaggio di speranza. Grazie di esistere, per noi e con noi forever, professor Piombi”. Bevvero. Nessuno dei presenti potrà dimenticare quel matrimonio che nei salotti forlivesi viene ancora oggi ricordato come il “giorno delle ultranozze”.


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WILDT L’anima e le forme

FORLÌ

Informazioni e prenotazioni mostra

Musei San Domenico

tel. 199.75.75.15 - www.mostrawildt.it Riservato gruppi e scuole tel. 02.43.35.35.20 - servizi@civita.it

28 gennaio 17 giugno 2012

Orario di visita

Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì

in collaborazione con

Comune di Forlì

da martedì a venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00. Lunedì chiuso. 9 e 30 aprile apertura straordinaria.

Alberghi e ospitalità tel. 0543.378075 - cell. 389.5824286 turismo@romagnafulltime.it www.romagnafulltime.it


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