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BIBLIOTECA
from Investire Marzo 2022
by Economy
COS’È OGGI L’“ITALIA DELLE BANCHE” NELLO SCONTRO TRA MODELLI DI FINANZA
ultima Biblioteca ha presentato una L’raccolta di scritti di Luigi Arcuti - uno dei banchieri-guida nell’Italia del secondo dopoguerra - centrata sugli anni 70. Fu allora che l’emergente direttore generale dell’Istituto Bancario San Paolo di Torino si ritrovò a pungolare il governatore della Banca d’Italia - Paolo Baff, diretto successore di Guido Carli - ed Enrico Cuccia. In un memorandum inedito fno a oggi, Arcuti s’interrogava sul futuro di un sistema bancario nazionale in fondo poco dissimile da quello disegnato dalla riforma di 40 anni prima. Era stato allora - a valle di una grave crisi fnanziaria internazionale e comunque prima dell’ultimo confitto mondiale - che le banche italiane erano diventate in larga misura pubbliche: a cominciare dalle tre “di interesse nazionale” controllate dall’Iri (Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banco di Roma) per proseguire con gli istituti “di diritto pubblico” (fra cui lo stesso San Paolo, il secolare Monte dei Paschi di Siena e i due antichi “Banchi meridionali” a Napoli e in Sicilia) “Enti morali” parastatali erano divenuti anche i campanili municipali delle Casse di risparmio piu’ o meno antiche: fossero quelle del Nord ex asburgico o quelle del Centrosud ex papalino. Attorno, certo, non mancava un comparto privato non trascurabile: ma lo reggeva per la maggior parte il mondo cooperativo, tra Banche Popolari e Casse rurali e artigiane, per lo più frutto dell’associazionismo sociale cattolico. Era comunque un pezzo di economia italiana che non avrebbe potuto restare pietrifcato a lungo: e Arcuti decise di porre la questione in termini aperti ai suoi pari. Ma anche altri vollero farlo nello stesso periodo: il responsabile economico del Pci, Luciano Barca, e Gianni Manghetti, economista più tardi impegnato anche come presidente dell’Isvap. I due pubblicarono nel 1975 un libro, “L’Italia delle banche”, per Editori Riuniti, la casa editrice del partito comunista. Val forse la pena più ricordare un volume che segnò la “scoperta” obbligata del sistema bancario italiano una parte di una forza politica che stava uscendo allora anche da una tradizionale opposizione a ogni “capitalismo fnanziario”. Il bancocentrismo pubblico di quella fnanza italiana era d’altronde assai poco “capitalista” nella sua fsionomia: è più di un aneddoto che Raffaele Mattioli, a lungo “dominus” della Comit, fosse sospettato da Alcide De Gasperi di essere letteralmente “un comunista”. Come il manager Arcuti, anche gli economisti “comunisti” Barca e Manghetti trovavano comunque quel sistema bancario statico, poco consapevole di se stesso A trent’anni dal varo della Seconda Direttiva Bancaria Ue può essere utile riaprire il volume con cui due economisti del Pci, Barca e Manghetti, già negli anni 70 leggevano il nostro sistema
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Antonio Quaglio
e poco utile a un sistema-Paese che navigava già nell’iperinfazione, era appesantito dal debito pubblico e doveva sostenere la sua industria. Eppure quella fnanza bancocentrica era imprescindibile: quella di mercato - allora strettamente anglosassone - era destinata a svilupparsi anche nel Vecchio Continente, sulla scia di un’integrazione monetaria appena solo concepita. Né Arcuti né gli autori di “l’Italia delle banche” - da posizioni e con accenti diversi - erano tuttavia convinti che nel futuro della fnanza italiana vi fosse l’omologazione obbligata al modello di mercato, imperniato su investitori istituzionali e broker, con le “banche commerciali” ridotte al ruolo di reti di vendita e di gestori di sistemi di pagamento (allora non ancora insidiati dalle piattaforme digitali). Quasi mezzo secolo dopo il bancocentrismo fnanziario europeo (italiano, francese, tedesco, spagnolo eccetera) è ancora vivo anche se non certo vegeto. Nel 2022 cade tra l’altro il trentennale dell’adozione della Seconda Direttiva Bancaria Ue da parte di tutti i Paesi-membri. Fu il primo atto realizzativo dei Trattati di Maastrischt, frmati appena l’anno prima. Fu la messa in cantiere operativa dell’euro, che sette anni dopo sarebbe divenuto la moneta unica di uno spazio fnanziario ancora popolato di banche (circa 7mila). La nuova “legge bancaria” dell’Unione era chiara nell’archiviare tutte le categorie precedenti, a parte la signifcativa conferma di una riserva indiana per il credito cooperativo. Il modello unico di banca diventava l’impresa capitalistica proft-oriented, tendenzialmente quotata in Borsa. Ma restava “banca”, cioé veicolo centrale nell’intermediazione fnanziaria. Gli storici devono ancora affrontare a fondo ciò che è accaduto da allora nel sistema bancario europeo. Ma gli uomini di governo e i regulator farebbero bene a rifetterci da subito.
Laureato in Economia aziendale all’Università di Venezia, è stato inviato e caporedattore a Il Sole 24Ore. Collabora a www.ilsussidiario.net