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COLOPHON

Rivista trimestrale anno IX – n.27 maggio 2011 chiuso in redazione aprile 2011 finito di stampare maggio 2011

direttore Guido Incerti

OPERE OPERE piazza Stazione 1 50123 Firenze tel. 055 2608671 fax 055 290525 email opere@architoscana.org rivista toscana di architettura ISBN 978-88-6315-190-9 ISSN 1723-1906 Pubblicazione trimestrale Spedizione in abbonamento postale 45% – art. 1, comma 1, CB Firenze. D.L. 353/2003 (conv. L. 27/02/04 n. 46) -•Registrazione tribunale Firenze n. 5266 del 15 aprile 2003 -•Proprietà Fondazione Professione Architetto dell'Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Firenze e dell'Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Corservatori della Provincia di Prato. -•Prezzo di copertina numero singolo € 10,00 numero monografico € 10,00 arretrati € 15,00

redazione Filippo Boretti Margherita Caldi Inchingolo Fabio Fabbrizzi Michele Londino Cristiano Lucchi Marcello Marchesini Tommaso Rossi Fioravanti Antonella Serra Graziella Sini (segreteria) Davide Virdis direzione artistica D'Apostrophe, Firenze

Abbonamento annuale (Italia) (4+1 numero monografico) € 40,00 Abbonamento annuale (estero) € 70,00 -•Garanzia di riservatezza per gli abbonati. L'editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione. -•Realizzazione editoriale e stampa

Pacini Editore via A. Gherardesca 56121 Ospedaletto (Pisa) www.pacinieditore.it -•Spazi pubblicitari rivista mfinotti@pacinieditore.it -•copyright © 2011 Fondazione Professione Architetto -•Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti.

CONTRIBUTORS

0000Roberto Bottazzi Architetto impe☛

gnato nella pratica, ricerca, ed insegnamento. La sua ricerca sull'impatto delle tecnologie digitali nella progettazione urbana è stata pubblicata a livello internazionale. Dal 2005 insegna al Royal College of Art – Master tutor e cordinatore del programma di dottorato – ed a Westminister University entrambe a Londra. Andrea Branzi Architetto e designer. Dal 1964 al 1974 ha fatto parte del gruppo Archizoom Associati. Co-fondatore di Domus Academy, nel 1987 ha ricevuto il Compasso d'Oro alla carriera. È Professore Ordinario e Presidente del Corso di Laurea alla Facoltà di Interni e Design al Politecnico di Milano. Barbara Camocini Architetto e Dottore di Ricerca, insegna e svolge attività di ricerca presso il Politecnico di Milano. Esercita inoltre la professione di consulente per lo sviluppo di progetti complessi e ricerche anche in ambito internazionale. Alfonso Dodero Laureato in Urbanistica e Pianficazione del Territorio, dell'ambiente e del Paesaggio alla facoltà di Architettura di Firenze (CdL triennale, sede di Empoli). Si occupa di analisi territoriali in particolare attraverso metodologie gesostatistiche e strumenti GIS. David Fanfani Ricercatore in Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Docente presso il Corso di Laurea di Pianificazione e Progettazione della Città e del Territorio della Facoltà di Architettura di Firenze (sede di Empoli). Si occupa prevalentemente di temi legati alla pianificazione e progetto del territorio periurbano. Ezio Manzini Professore presso il DIS Politecnico di Milano – DESIS-Design for Social Innovation towards Sustainability Network (www.desis-network.org) è una rete di laboratori di design (DESIS Lab) collocati nelle scuole di design o in altre università orientate al progetto, finalizzati alla promozione del design per l'innovazione sociale per la sostenibilità (www.desis-network. org). Marcello Marchesini Architetto e dottore di Ricerca presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria (XVI ciclo) con una tesi sul tema della trasgressione in architettura. Nel 2002 è socio fondatore dello studio MDU. Dal 2004 è professore a contratto alla Facoltà di Architettura di Parma dove insegna teorie e tecniche della progettazione architettonica. Angelo Sampieri Architetto e dottore di ricerca in urbanistica, insegna presso la I Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Tra i suoi scritti: Nel Paesaggio. Il progetto per la città negli ultimi venti anni (Donzelli, Roma, 2008), L'abitare collettivo (FrancoAngeli, Milano, 2011), Landscapes of Urbanism (con Viviana Ferrario e Paola Viganò, Officina, Roma 2011).

☛ ☛


☛OAPPC La presentazione del Bilancio consuntivo 2010, è l'occasione per una riflessione sulle attività del primo anno di insediamento dell'attuale Consiglio. Ecco un estratto della Relazione.Si sono avvicendate le cariche di Presidente e Vicepresidente. Sono stati approvati i regolamenti: dell'Ordine, di Contabilità, Rimborso spese, Nomine. Questi strumenti di autogoverno, che il Consiglio in carica e gli iscritti devono rispettare, sono coerenti con il programma elettorale, e si auspica vengano consultati da tutti per l'importanza di rispettare le regole a tutela di tutti. ENTRATE Le entrate derivano dalle quote di iscrizione: non è stato variato l'importo come sostegno agli iscritti, per cui è indispensabile ottimizzare i costi di gestione. All'insediamento del 2009 il credito nei confronti dei colleghi morosi per l'iscrizione era circa di € 249.000, al 31/12/2010 era € 45.246,33: effetto dell'attenzione a questo tema per garantire equità tra gli iscritti. I proventi delle tassazioni notule sono passati da 24.000€ del 2009 a 54.000€ del 2010, pur con un contributo ai colleghi con situazioni economiche deboli, infatti il contributo, per notule fino 10.000€ è stato eliminato, ed è stato ridotto all'1,5% per gli importi superiori. I diritti di segreteria vengono richiesti al deposito della tassazione, per l'istruttoria della pratica, ed è previsto un procedimento disciplinare per il mancato ritiro della notula tassata. USCITE È stata assunta una nuova segretaria, con un concorso pubblico gestito direttamente dal consiglio. Sono stati riconfermati i consulenti legali che assistono il lavoro del consiglio e delle commissioni, per le attività ordinistiche e urbanistiche. È stato inaugurato il nuovo sito WEB, in cui vengono implementati link di altri siti specialistici: una lettera sullo stato della professione è stato linkato sul Corriere della Sera, per la promozione svolta dall'addetto stampa, che cura anche la rassegna stampa e le nostre uscite sui mass-media. Le commissioni, che dispongono di risorse per studio, ricerca, diffusione dei temi che riguardano la professione, sono: Disciplina: 34 pratiche evase nell'anno 2010, attività istituzionale di poca visibilità ma necessaria per la correttezza dell'esercizio

della professione e la concorrenza. I dati verranno diffusi in una informativa per prevenire le problematiche ricorrenti. Osservatorio dell'urbanistica: nell'adozione del Piano Strutturale del Comune di Firenze, sono stati superati forti pregiudizi sull'operato degli Architetti in materia urbanistica, attraverso un lavoro "pubblico" di sollecitazione nei confronti dell'Amministrazione, con 2 documenti di tipo "pre-progettuale" con la Consulta degli Ordini professionali, e con la presentazione di 9 osservazioni al PS, pubblicate sul sito. Vengono analizzati i PS di altri comuni, il PIT e le modifiche alla L.R. n. 1/2005, con la Federazione. Concorsi: l'attività regionale di schedatura dei concorsi, visibile sul sito, utile per valutare se partecipare al concorso, e di monitoraggio dei concorsi già completati per valutarne l'efficacia a posteriori. È in elaborazione un concorso di progettazione internazionale per la riqualificazione architettonica con altre istituzioni. Il 15 luglio si terrà un convegno di rilievo nazionale. Nomine: sarà on-line il curriculum con software per sorteggiare i rappresentanti dell'Ordine nelle commissioni, che avranno partecipato al corso in cui verranno approfonditi gli elementi di valutazione del progetto, per condividere degli standard di valutazione. Verrà garantito il sostegno legale ed istituzionale al collega commissario, che si esprimerà contro l'approvazione dei progetti che non rispettino le competenze degli Architetti. Lavori Pubblici: si è svolto il monitoraggio dell'affidamento di incarichi sottosoglia degli enti locali e un Convegno sul Regolamento D.Lgs. 163/06, con la partecipazione delle istituzioni, rivolto ai Dirigenti degli uffici comunali per sollecitare l'applicazione delle procedure di affidamento degli incarichi di progettazione. Sicurezza: è attivo un confronto con gli organismi di controllo, in cui si studiano le sanzioni già comminate ai Coordinatori e le procedure di controllo, per inserirle nelle lezioni dei corsi. Semplificazione: sono state comparate le modulistiche dei comuni ed è stato avviata una collaborazione tra la Federazione, ANCI e INU per l'unificazione delle definizioni nei RE. È stato sottoscritto un protocollo per invio telematico delle pratiche ex L. 10/91 , con il Comune di Firenze. È stato individuato un software per la presentazione delle

pratiche e si sono svolti numerosi incontri con le amministrazioni locali per sollecitare l'adozione di procedure automatiche via web. Convenzioni: tariffe e prezzi agevolati per gli iscritti con: il Sole 24 Ore (l'Ordine versa un importo annuo e gli iscritti usufruiscono dell'accesso gratuito alle banche dati), Firma digitale PEC, acquisto di 6 Software per progettazione, 7 asili nido, Alitalia, 7 scuole di lingua, servizio visure catastali, Editoria Elettronica con Sole 24 ore, 1 di editoria stampata. Professione: studio competenze e confronti con le esperienze europee. Data la rilevanza nazionale, il risultato verrà illustrato ad altri ordini provinciali per proposte di tipo legislativo. Cultura: inaugurazione di itinerari di architettura, premio di architettura. Comunicazione: realizzazione del sito web e suo comitato di redazione, condivide le informazioni trasversalmente tra le commissioni. Attività di conciliazione: è in corso la costituzione dell'Organismo di conciliazione, quindi verrà chiesta l'iscrizione al Ministero di Giustizia. La Fondazione provvederà alla formazione dei mediatori. Verrà organizzato un convegno per gli iscritti sulla mediazione civile e commerciale, che apre nuove opportunità professionali dopo aver conseguito l'abilitazione. Commissioni territoriali: sono stati eletti i referenti del posto, e chiarite le modalità trasparenti e di interesse pubblico dell'interlocuzione con le Amministrazioni locali. Federazione Ordini Regione Toscana. Sono state ridotte le attività ridondanti rispetto a quelle provinciali e concentrate le energie sui temi urbanistici, concorsuali, di formazione, e di rilevanza nazionale, in seno agli organismi nazionali. Casa dell'Architettura: è necessaria una sede più capiente, anche come centro propulsivo per l'attività istituzionale, professionale e culturale. Con uno studio tecnico economico si sono valutate le dimensioni, gli importi di spesa sostenibili e l'inserimento in una rete delle Case dell'Architettura a scala nazionale. A breve si concluderanno le valutazioni, se si dovesse optare per una diversa collocazione rispetto al precedente concorso si provvederà a pubblicare un bando di pubblico interesse e verrà indetta un'Assemblea Straordinaria. I documenti prodotti, sono disponibili e consultabili presso la segreteria.

☛ ☛


INDICE

1 2 RICERCHE

EPICENTRI

9

Luci e molte ombre del consumo di suolo in Toscana David Fanfani / Alfonso Dodero

14

27

5

10 modesti consigli per una nuova Carta d'Atene Biennale d'Architettura Andrea Branzi

16

Un parco tematico della residenza a Firenze Laboratorio di Innovazione e Ricerca degli Interni Barbara Camocini

18

Reti e fragole L'Urbanistica dell'Infrastrutture Ibride Roberto Bottazzi

PROJECTS

59

59

Euro 0 Tommaso Rossi Fioravanti

Vivere senza volume Margherita Caldi Inchingolo

60

JAKOB + MacFARLANE Centro della moda e del design /// Parigi

63

72

NHDRO Waterhouse /// Shanghai

seARCH The Hole /// Vals

66

76

LOT-EK APAP - Open School /// Anyang

DRUOT+Lacaton&vassal Trasformazione di blocco residenziale /// Parigi

69

78

ONL [Oosterhuis_Lénárd] Barriera acustica /// Utrecht

Stefan Forster Architekten Progetti di riqualificazione /// Leinefelde

21 ---

Volume zero! Il dibattito metropolitano Cristiano Lucchi

---

Dialogo sull'urbanistica a volume zero 5 domande a 4 professionisti Filippo Boretti

---

Volumi zero? Sì, però… Sintesi delle osservazioni dell'OAPPC di FI al Piano Strutturale di Firenze a cura di Roberta Destrero / Antonio Bugatti

6

ALTRE ARCHITETTURE

82

Attraverso il trasversale Marcello Marchesini


3

PROGETTI 34 MASSIMO CARMASSI Restauro della Pelanda Suini /// Roma

38 ARCHEA ASSOCIATI Cantina Antinori /// San Casciano Val di Pesa

42 NIO ARCHITECTEN Ampliamento Centro per l'Arte Contemporanea "Luigi Pecci" /// Prato

4

FOCUS

46

33

Massimo BIANCHI Riccardo BARTOLONI Recupero dell'edificio tra via Pier Capponi e via Francesco Valori /// Firenze

7 8 9 Volumezerozerovolume Contemporanee declinazioni Fabio Fabbrizzi

DESIGN

48

51

Tre direzioni senza volume Radicamenti, evasioni, attese Angelo Sampieri

Norman Foster Elettrodotto /// Casellina-Tavarnuzze

MISCELLANEA

IN VIAGGIO

94

Powers of ten Charles and Ray Eames

89

Come facciamo Essere operativi Antonella Serra

90

Design per una nuova ecologia territoriale Ezio Manzini

91

Le scuole di design per il territorio Antonella Serra

Compendio letterario

96


EDITORIALE

Guido Incerti

Il futuro dell'urbanistica a Firenze sarà a Volumi Zero e senza ulteriore consumo di suolo. Questo è stato lo slogan con cui il Sindaco della città, Matteo Renzi, ha presentato il Piano Strutturale del capoluogo toscano, limitato nei suoi confini amministrativi, il 13 dicembre del 2010. Un bello slogan ed un ottimo intento, che auspichiamo diventi parte del pensiero politico delle realtà urbane circostanti la città nonchè di altre amministrazioni italiane, oltre a quei piccoli comuni virtuosi come Cesano Boscone (Mi), dove il Volume Zero è già realtà da alcuni anni, con ottimi riscontri in termini di qualità dell'ambiente urbano. Ma Volumi Zero è naturalmente anche un ottimo spunto di dibattito. Può infatti

il piano che disegna la politica urbana, da qui ai prossimi trent'anni, di un organismo apparentemente complesso qual è Firenze perseguire realmente tale obiettivo? Probabilmente sì. Soprattutto se l'amministrazione, ed i professionisti cui essa si rivolge, avranno la capacità di capire fino in fondo l'opera di “riconversione” concettuale che costruire a Volumi Zero sottintende. Ed ancor più se gli attori sopracitati avranno la forza, ed il coraggio, per fare comprendere a chi muove nella realtà l'evoluzione urbana, e non, che Volumi Zero significa evolvere metodologie consolidate ormai in crisi, ripensando totalmente alcuni dei punti base di quei business speculativi che, volente o nolente, gestiscono


piedi si muovono, piazze, strade, parchi oppure anche qualcos'altro? Su questo, noi di Opere, ci siamo interrogati, cercando di dare un ventaglio di risposte. Perché spesso le soluzioni sono più d'una. E queste non si focalizzano semplicemente su alcune realizzazioni progettuali ma, piuttosto, in nuovi sviluppi tematici e nuove strategie di intervento. Che danno alla definizione Volume Zero un panorama di crescita estremamente ampio e pieno di intriganti possibilità per il futuro delle nostre città, per chi le amministra, per la ricerca e la pratica degli architetti, ed anche per chi, sull'architettura e la costruzione di questa, veicola i propri interessi, speculativi o meno. Che, ci auguriamo, potrebbero diventare anche gli interessi

della collettività, aiutando così a ricucire il tessuto urbano di un medium di media entità qual è la città, e le relazioni sociali che i suoi spazi fisici se ben pianificati, recuperati, realizzati e pienamente interagenti tra loro, anche virtualmente, permettono. Opere Next è stato il prologo. Da questo numero Opere è totalmente rinnovato, nel formato, pensato per permettere il minore spreco di carta possibile, nella grafica e nell'impostazione stessa della rivista. Che vuole fare del confronto e della ricerca la base dei suoi contenuti. Ma che sopratutto non mira a dare risposte definitive, ma intende stimolare domande. Le cui soluzioni dovete trovarle voi, amministratori, architetti, designer, studenti. E chiunque altro si troverà a leggere questa rivista.

↑ PR+OFF >>> Parco Solare Sud, progetto di concorso, primo premio, Il viadotto giardino pensile.

parte del progetto di architettura e le trasformazioni del disegno urbano. Quindi la vita di tutti i cittadini. Infatti costruire a Volume Zero è, apparentemente, un non-sense architettonico. Il volume o c'è non c'è. E il volume, riprendendo Louis Kahn, è una ponderata costruzione dello spazio, l'elemento basilare dell'architettura. Quindi se non c'è il volume probabilmente non ci può essere l'architettura così come la intendiamo, buona o meno buona che essa sia. Per cui cosa intendiamo quando sentiamo parlare di architettura a Volume Zero? E cosa dovremmo spiegare ai nostri interlocutori qualora volessimo discutere di essa? L'architettura, il progetto, dei differenti piani di calpestio su cui i nostri


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LUCI E [MOLTE] OMBRE consumo di suolo in Toscana

1

Il processo di urbanizzazione in Toscana e il confronto interregionale L'ultimo rapporto Irpet sul Territorio1 riprendeva, ormai circa un anno fa e dopo una prima analisi condotta nel precedente rapporto, il tema del consumo di suolo in Toscana e lo faceva operando una comparazione con altre regioni italiane attraverso una serie di indicatori ed aggiornando al 2007 il quadro della urbanizzazione regionale. Appariva di interesse, in particolare, la notizia – evidenziata nel rapporto stesso – che la Regione Toscana aveva intrapreso il lavoro di adeguamento del proprio quadro conoscitivo in merito ai processi di consumo di suolo anche al fine di contribuire al lavoro dell'Osservatorio

Nazionale sul Consumo di Suolo (ONCS) promosso dall'INU e dal Politecnico di Milano e di consentire, quindi, un'analisi più adeguata rispetto a quella, ampiamente sottostimata, permessa dalla metodologia di rilevamento Corine Land Cover (CLC)2. Dato che però CLC rappresenta l'unica fonte tale da consentire una comparazione effettiva fra le diverse regioni italiane, il Rapporto IRPET doveva ricorrere, almeno in parte, ad essa. Tale comparazione evidenziava, tramite un raffronto sui valori assoluti – presumibilmente al 2000, data della più recente rilevazione CLC disponibile al momento – una caratterizzazione virtuosa della regione toscana che, con urbanizzazioni ed infrastrutture, oc-

David Fanfani / Alfonso Dodero

cupava "solo" il 4,1% del suolo disponibile totale a fronte di una media nazionale del 4,5 e con regioni che, come la Lombardia e il Veneto, consumavano rispettivamente il 10,4% ed il 7,7%. Tale dato appariva coerente con altre successive analisi che evidenziavano per esempio, sempre in termini comparati, una minore occupazione di aree pianeggianti e collinari correlata ad una buona performance del PIL regionale, a una dinamica di crescita dell'urbanizzato nel decennio 1990-2000, o una minore quantità, pro capite, di volumi "concessionati", sempre nel periodo 1990-2000. Si trattava di un insieme di dati certamente significativi che tuttavia, se ulteriormente approfonditi e indagati, sia in riferimento

*

9

alla uscita dell'aggiornamento 2006 dei CLC che ai risultati dell'aggiornamento 2007 dello "stato dell'arte" sul consumo di suolo realizzato dalla Regione, consentono di mettere in evidenza aspetti ulteriori quantomeno critici sulla tutela del suolo in Toscana. Ciò facendo riferimento in particolare al calcolo non tanto del consumo di suolo in valore assoluto ma al più significativo parametro del consumo di suolo pro capite. Rispetto alla prima fonte, provando a fare un semplice confronto – utilizzando dati CLC 20063 – si verifica come (tab.1 + graf.1) la presunta virtuosità della Toscana è quantomeno messa in questione. Ciò che appare in tutta evidenza è che, pur considerando dati certamente

anno 2006 / fonte CLC

anno 2007 / IRPET 2010

599 500

467 400

455 427

427

300

TAB.1. Consumo di suolo pro capite (m2/ab): confronto interregionale (fonte ns. elab. su dati ISTAT, IRPET, CLC 2006-Legambiente 2010)

346

348


* Il presente contributo è esito di una concezione comune da parte degli autori. I paragrafi 1 e 3 sono a cura di David Fanfani mentre il paragrafo 2, così come le elaborazioni grafiche, è a cura di Alfonso Dodero 1. IRPET (2010), Urbanizzazione e reti di città in Toscana. Rapporto sul territorio 2010, Firenze 2. Che, notoriamente, non rileva urbanizzato in aggiunta per aereali inferiori a 25 ha. 3. Come già ricordato, il rilevamento CLC viene effettuato impiegando una griglia minima di 500x500 m e pertanto non apprezza aggiunte di urbanizzato inferiore ai 25 ha né, tantomeno, insediamenti a carattere sparso. Per dare un'idea di quanto sia "sottostimato" il calcolo attraverso CLC basta per esempio ricordare come per CLC 2000 Lombardia ed Emilia Romagna consumano per urbanizzazione rispettivamente il 10,4% ed il 5,7%, mentre dai dati dell'Osservatorio Nazionale sul Consuno di Suolo (ONCS) , per la verità per anni successivi al 2000, tali percentuali salgono al 14% e 8,5%.

10

sottostimati4 (Bianchi, Zanchini 2011), la Toscana, già al 2006, impiegava il proprio territorio ed "allocava" tale risorsa non riproducibile in maniera non molto dissimile da altre regioni italiane, apparentemente meno virtuose da questo punto di vista. Il consumo di suolo procapite infatti, considerando la copertura del 5,6 % derivata dalla fonte CLC 2006, si attesta a 348 mq/abitante, non molto distante da regioni che, come Lombardia e Piemonte appaiono, considerando i valori assoluti, molto più land consuming5. Ma il dato veramente "nuovo" – e significativo – rispetto alla osservazione del consumo di suolo in Toscana emerge dall'aggiornamento dei dati 2007 condotto dalla Regione stessa. Infatti tale

aggiornamento, effettuato con una metodologia di maggior dettaglio rispetto a CLC 20066, evidenzia che in realtà le "aree artificiali" in Toscana al 2007 occupano ben il 7,4% della superficie regionale (l'8,7% di quelle effettivamente disponibili) con un preoccupante indice di urbanizzazione pro capite che raggiunge i 467 mq/abitante (graf.2). Andando poi a verificare quali siano le principali componenti di tale crescita urbanizzativa – che nel periodo 1996-2007 tocca il +10,7%7 – si osserva come buona parte della espansione, il 23%, sia dovuta a nuovi insediamenti di tipo commerciale e produttivo, mentre la componente residenziale incide per l'8,4%. A tale proposito vale la pena osservare come

7,40

8.00%

l'espansione residenziale non trovi sostanziale giustificazione nell'incremento demografico, in quanto nel periodo considerato la popolazione cresce solo di un modesto 3,2% a fronte di un incremento dell'8,4% delle aree residenziali stesse8.

2

Gli aspetti locali e qualitativi del fenomeno Il dato aggregato quantitativo, inoltre, come evidenziato anche dal rapporto IRPET, non dice tutto sull'impatto del fenomeno, visto che esso si manifesta con modalità e distribuzione geografica del tutto peculiari nelle diverse parti del territorio regionale toscano. Nell'insieme la parte di territorio maggiormente sottoposta alla espansione insediativa è rappresentata dalla pianura

su cui si distribuisce il 79,8% della nuova edificazione. Ma anche le aree collinari sono interessate da un consistente 18% di nuovi tessuti urbanizzati. Tuttavia la situazione aggregata appena descritta a livello regionale appare ancora più evidente se proviamo a restringere il campo di indagine alle aree più intensamente urbanizzate della Toscana, cioè l' "ellisse urbano" della Toscana centrale – che partendo dall'area fiorentina si articola lungo la bassa Val d'Arno e la Val di Nievole – e l'area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia. (FIG.2 + graf.3). Infatti se per la prima la percentuale di suolo urbanizzato raggiunge nel 2007 quota 12.4% (più della Lombardia secondo le fonti Corine Land Cover), per l'ambito metropo-

500

4,68

6,60 6.00%

5,40

436

450

4.00%

400

349 2.00%

350

1976

1996

2007

GRAF.1 + 2 Andamento del consumo di suolo in Toscana 1978-2007: valori percentuali e pro capite. (fonte: Ns elab. su dati CLC e Lamma-Regione Toscana)

1976

1996

2007


11 BASSA/NULLA

MEDIO/BASSA

MEDIA

MEDIO/ALTA

ALTA

MONTALE VAIANO PISTOIA

MONTEMURLO

CALENZANO AGLIANA

SERRAVALLE PISTOIESE

PRATO

QUARRATA

SESTO FIORENTINO

CAMPI BISENZIO POGGIO A CAIANO

CARMIGNANO

FIRENZE

FIG.1. La frammentazione urbana nell'area metropolitana fiorentina (fonte. Ns elaborazione su dati LAMMA_Regione Toscana 2007) Consumo di suolo pro capite (m2/ab): confronto interregionale (fonte ns. elab. su dati ISTAT, IRPET, CLC 2006-Legambiente 2010)


12

Corine LC 1990

Corine LC 2000

4. La rilevazione infatti ha un livello di maggiore dettaglio e completezza per le altre regioni in quanto per esse i dati CORINE sono stati incrociati, nelle elaborazioni di Legambiente cui si fa riferimento, anche con quelli dell'Osservatorio Nazionale sul Consumo di Suolo cui la Toscana, come il Veneto, non aveva preso parte. 5. La considerazione del consumo di suolo pro-capite ha peraltro un valore ancora pi첫 significativo nel caso della Emilia Romagna e del Friuli Venezia Giulia, che, pur evidenziando valori assoluti inferiori ad altre regioni, appaiono assai meno virtuose dal punto di vista del consumo di suolo pro-capite. 6. Per la descrizione della metodologia adottata si rimanda al citato rapporto, pag. 15. La percentuale di consumo citata tiene conto anche delle aree verdi urbane. Se queste non vengono computate essa raggiunge il 6,8%. 7. A tale percentuale corrisponde un tasso di incremento annuo dell'1% , pari a 1.500 ha/anno (circa 4 ettari/giorno)

Corine LC 2006

PISTOIA

VIAREGGIO LUCCA

EMPOLI

LIVORNO FIG.2. Periodizzazione del consumo di suolo nell'"ellisse urbano della Toscana centrale" e nell'area metropolitana fiorentina: 1978-2007 (fonte : Ns elab. su dati CLC e LAMMA-Regione Toscana)


8. La popolazione Toscana passa dai 3.524.670 abitanti del 1996 ai 3.638.211 del 2007. (fonte annuario statistico della Regione Toscana) 9. L'indice di frammentazione urbana rileva, tramite una metodologia GIS e per "celle" territoriali, quanto la forma reale dell'urbanizzato si allontana dalla figura piana della circonferenza, intesa come forma ideale nel ridurre al massimo il perimetro a parità di superficie. Per questo ed altri indicatori "qualitativi", veda Romano.Paolinelli (2007) 10. Il rilevamento evidenzia infatti che ben l'8,8% dell'incremento dell'urbanizzazione nel periodo 19962007 avviene tramite case sparse e tessuti residenziali discontinui.

litano fiorentino raggiunge nel 2007 il 21.8%. Sul piano più strettamente qualitativo è necessario inoltre ricordare come la forte dispersione delle modalità insediative con elevati livelli di frammentazione urbana9 (GRAF.2) amplifichi gli impatti generati dal consumo di suolo, soprattutto in termini di costi ed esternalità legate alla mobilità, impatto sulla connettività ambientale, destrutturazione degli agro eco mosaici e del paesaggio e, in molti casi, degli stessi assetti aziendali agrari10.

PRATO

SESTO FIORENTINO

SCANDICCI

3

Una nuova domanda di governance e conoscenza del consumo di suolo Gli elementi sinteticamente evidenziati, in qualche modo contro intuitivi rispetto a pas-

FIRENZE

Regione Toscana

sate ed un po' ottimistiche letture del fenomeno, inducono a sottoporre ad un più attento vaglio critico la spesso richiamata sensibilità da parte delle amministrazioni locali toscane alla tutela dei propri territori. Ciò sollecita anche a valutare più attentamente la efficacia degli indirizzi e strumenti normativi regionali per il governo del territorio attualmente vigenti e ad individuare, eventualmente, adeguate politiche ed operabili strumenti di contenimento del consumo di suolo e delle forme di espansione urbana ed insediativa. Dal quadro descritto emerge inoltre la necessità di un adeguato approfondimento ed aggiornamento dei dati conoscitivi, sviluppando, fra le altre "ellisse Toscana centrale"

13

cose, uno stretto confronto fra dinamiche demografiche, socio economiche ed insediative, un accurato rilevamento delle trasformazioni di uso del suolo nonché la elaborazione di criteri qualitativi e "di forma" relativi agli effetti "amplificatori" della urbanizzazione, con particolare riferimento agli indicatori di frammentazione insediativa e a quelli, correlati, di connettività ambientale. I più recenti approfondimenti conoscitivi avviati dalla Regione Toscana, gli annunciati intendimenti di rivedere alcuni aspetti della vigente legge 1/2005 insieme con la revisione del PIT soprattutto per quanto attiene agli aspetti paesaggistici, sembrano rispondere in via prelimianre, fra le altre cose, anche alle esigenze appena richiamate. area metropolitana fiorentina

30.00% 25.00% 20.00% 15.00% 10.00%

20,30

21,80

11,40

12,50

6,60

7,40

1976

1996

16,20 9,20 5,49

5.00% 0

5

10 km

0.00%

1996

GRAF.3. Confronto consumo di suolo in Toscana, Ellisse centrale ed area metropolitana fiorentina 1978-2007: valori percentuali sul totale. (fonte:Ns elaborazione su dati CLC, LAMMA-Regione Toscana)


MODESTI CONSIGLI PER UNA

NUOVA CARTA D´ATENE 14

Questi progetti non sono destinati a essere realizzati. Non sono utopie per la città del futuro ma riflessioni sulla città del presente. Il mondo è cambiato ma la cultura del progetto non è ancora cambiata. La città attuale non è più un insieme di scatole architettoniche ma un territorio di uomini, servizi, oggetti, informazioni, relazioni immateriali. I modelli di urbanizzazione de-

B I E NNAL E A R C H I T E T T U R A 2 0 1 0

bole cercano di fare convivere architettura e agricoltura, tecnologia e meteorologia, le merceologie con le vacche sacre. Noi oggi viviano in un mondo che non ha più un esterno, né politico né geografico; un mondo globalizzato costituito dalla somma di tante crisi locali economiche e ambientali. Un mondo infinito ma non definitivo: illimitato ma con limiti di sviluppo; monologico ma in-

governabile; senza confini ma privo di una immagine globale. Un mondo costituito da tanti mondi; opaco, inquinato, dove tutto si fonde e si espande; per sopravvivere esso deve riformarsi quotidianamente con nuove leggi, nuovi statuti, nuovi progetti, per gestire il proprio indotto fuori controllo. Ogni intervento deve essere reversibile, incompleto, elastico, perché tutto ciò che è definitivo è pericoloso.

Andrea Branzi

Un mondo infinito il cui spazio è riempito dai corpi di sette miliardi di persone, da flussi di informazioni e da un numero incalcolabile di merci, che formano cerchi, aggregati e vibrazioni che riempiono totalmente la scena urbana. L'unica riforma possibile della città è da cercare all'interno degli spazi interstiziali, nelle economie domestiche, nelle relazioni umane; all'interno della nostra mente.

1 La città come una favelas a alta tecnologia 2 La città come un computer ogni 20mq 3 La città come luogo di ospitalità cosmica 4 La città come un tutto-pieno microclimatizzato 5 La città come un laboratorio genetico 6 La città come un plancton vivente 7 Ricercare modelli di urbanizzazione debole 8 Realizzare confini sfumati e attraversabili 9 Realizzare infrastrutture reversibili e leggere 10 Realizzare grandi trasformazioni attraverso micro-progetti


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1. Agricoltura / Architettura 2. Cielo / Terra 3. CittĂ / Oggetti 4. Cattedrale sensoriale '92 5. Eindhoven '04 6. Agricoltura residenziale '07 7. Pineta di Architettura '07

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L a b o r a t o r i o d i I n n o v a z i o n e e R i c er c a d e g l i I n ter n i

I Dieci Consigli per una Nuova Carta di Atene elaborati da Andrea Branzi mostrano una città contemporanea caratterizzata da confini permeabili, attraversata da flussi di informazione e culture in movimento. Queste energie tendono a fermarsi nel territorio urbano e qui acquisire materialità, contribuendo a portare la globalità nella realtà locale. Esse generano stimoli al cambiamento che tendono a innescare diffusi processi di dismissione, dovuti principalmente alla scarsa attitudine delle strutture materiali della città a rinnovarsi. È importante, quindi, definire nuove strategie di attivazione urbana che possano favorire l'adeguamento continuo e la conversione d'uso degli edifici e degli interni esistenti. Una proposta per l'elaborazione e l'affinamento di questi obiettivi programmatici è stata avanzata dal Comune di Firenze – nel 2009 – in seguito all'aggravarsi dell'abbandono del centro storico da parte dei residenti a favore del terziario, dei servizi al turismo e degli esercizi commerciali a esso collegati. Questo svuotamento, che interessa anche molte altre città d'arte, è stato fortemente mitigato dalla fascia di popolazione immigrata e dai numerosi microimprenditori, studiosi, ricercatori e creativi che attualmente frequentano la città lasciando raramente tracce registrabili a livello anagrafico. Sulla base di queste osservazioni l'amministrazione ha proposto una nuova strategia di

riqualificazione urbana impostata intorno ad un'ampia idea di "accoglienza" che può essere oggi accostata al concetto di "ospitalità cosmica" espresso da Branzi nei suoi Consigli. Il team che ha elaborato il progetto intitolato "Un Parco tematico della residenza a Firenze" è costituito dal Laboratorio di Innovazione e Ricerca degli Interni (Lab.I.R.Int., Dip. INDACO) del Politecnico di Milano, coordinato da Andrea Branzi, e da Alberto Breschi (Dipartimento di Progettazione) della Facoltà di Architettura di Firenze. In fase preliminare, è stata svolta un'indagine di approfondimento sul dibattito culturale dedicato ai sistemi evolutivi della città contemporanea; in seguito, con l'obiettivo di elaborare un programma ben radicato nel contesto locale, è stata esaminata la condizione particolare di Firenze nell'ambito disciplinare analizzato. Sono stati così individuati alcuni valori emergenti nelle modificazioni urbane attualmente in corso e sono state di conseguenza proposte alcune strategie di rigenerazione che si basano sulla conversione d'uso degli edifici e sulla valorizzazione della creatività urbana. Con la collaborazione della stessa amministrazione, è stata poi effettuata una selezione di cinque edifici dismessi o sotto utilizzati esistenti in città, caratterizzati da tipologie edilizie, epoche di costruzione e vocazioni funzionali eterogenee, che offrissero diverse possibilità

di interpretazione funzionale. Contestualmente alla valutazione degli spazi, sono state quindi identificate le nuove categorie insediative da applicare; categorie ibride e variegate, spesso derivanti dall'obiettivo di condividere alcune necessità e di fare comunità, ma sempre selezionate in risposta ad una domanda effettiva rilevata. Per ciascuna di queste categorie sono state sviluppate molteplici proposte esemplificative di progetto degli interni. Gli interventi proposti spesso sono complementari tra loro, a volte si sovrappongono e altre volte prevedono un complesso ordine di priorità o di interazioni sinergiche; possono essere però messe in relazione tra loro attraverso un modello organizzativo e fruitivo legato al territorio. Il programma di ricerca prevede, infatti, la collocazione degli interventi così concepiti in un parco tematico che faccia emergere l'omogeneità di intenti sottesa al progetto. Il parco costituisce un sistema unitario facilmente comunicabile che permette di narrare il funzionamento dell'insieme di interventi, come una storia, diventando il punto di partenza per una riqualificazione urbana diffusa. I cinque ambiti di intervento formano una sorta di catalogo di strategie progettuali di rifunzionalizzazione. Una residenza per l'arte contemporanea. Il complesso conventuale di Sant'Orsola è trasformato in polo artistico in grado di offrire, accanto all'attività espositiva

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Barbara Camocini

tradizionale, un tipo di residenza temporanea per gli artisti coinvolti nelle attività del centro, strutturandosi come museo residenziale. Una piattaforma tecnologica per studiare e lavorare. Nell'edificio industriale Squadra di Rialzo, presso la stazione di Santa Maria Novella, è stata individuata la possibilità di ospitare giovani imprenditori e studiosi che generalmente soggiornano in città per un periodo limitato ma richiedono servizi ad alto contenuto tecnologico e funzioni integrate, quali spazi per lavorare, servizi didattici, aree a connessione veloce e strutture di orientamento. Un Co-housing di alto profilo. Per l'edificio ex-Telecom di Via Masaccio è stata proposta la sperimentazione di un nuovo tipo di co-housing che offra integrazioni funzionali e condivisione di servizi avanzati. La dismissione degli edifici del terziario, infatti, offre interessanti stimoli per la definizione di nuovi spazi per l'abitare contemporaneo altamente qualificati. Una residenza popolare per comunità evolute. Un rinnovamento dei parametri di qualità è stato definito anche per l'abitare sociale delle Case Minime di via Rossellini: il progetto si fonda sulla creazione di sinergie interne, servizi e spazi di mutuo supporto con l'obiettivo di generare un senso di appartenenza alla comunità e di innescare relazioni anche ai livelli informali della microeconomia che vantano già un proprio ruolo nella città. Un portale per l'integrazione. Nel

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Russia Europa

Asia Cina

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India Africa

Sudafrica

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CASE MINIME

residenza

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EX TELECOM lusso

SQUADRA DI RIALZO tecnologia

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SANT’ORSOLA arte contemporanea S. PAOLINO accoglienza

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Centro di Accoglienza presso il complesso esistente di San Paolino, in Zona Santa Maria Novella, è stato previsto invece un intervento di rinnovamento elaborato intorno ad una proposta di organizzazione di laboratori di supporto alla nascita di attività microimprenditoriali, auspicando una collaborazione con operatori esterni ed un'apertura alla città. Il parco tematico della residenza così definito si comporta come un organismo dinamico, che

7 può essere implementato e modificato attraverso una regia amministrativa aperta e attenta ai cambiamenti che si manifestano nella città. Il processo di ri-funzionalizzazione degli interni è basato, infatti, sulla capacità di elaborare nuove tecniche di monitoraggio e sistemi di comunicazione per identificare e valorizzare l'attitudine creativa degli abitanti, cogliendo identità, necessità e tendenze provenienti dal territorio, in grado di gene-

rare processi di ri-funzionalizzazione spontanea. A Firenze inoltre è attivo da alcuni secoli un altro parco tematico, formatosi grazie alla presenza di testimonianze di arte e architettura che vantano un'importanza riconosciuta in tutto il mondo. Questo circuito preesistente canalizza energie e definisce itinerari all'interno dei quali sono messi a disposizione numerosi servizi specifici per turisti. Il nuovo parco tematico della residenza

dovrebbe dunque interfacciarsi con quello turistico facendo emergere l'identità della città contemporanea e mettendo in evidenza le offerte generate in risposta ai nuovi stimoli del quotidiano. Una rinnovata forma di cultura urbana potrebbe dunque combinare la domanda dell'abitante con quella del turista, introducendo una figura unificante positiva di city user che possa sperimentare una città dinamica e sempre nuova.


Reti e Fragole 18

L ' Urb a n i s t i c a d e l l e I n f r a s tr u tt u re Ibr i d e

Che cosa può fare la tecnologia digitale per l'architettura a volume zero? A prima vista si direbbe ben poco. Infatti l'applicazione del computer all'architettura è stata negli ultimi venti anni spesso incentrata sull'innovazione formale; sulla possibilita di controllare complesse geometrie che di volume ne avrebbero consumato fin troppo. Proviamo quindi a fare un esperimento. Invece di focalizzare la nostra attenzione sulla "facciata" del computer – cioè lo schermo – ruotiamolo di 180 gradi per osservarlo dal retro. Da qui la vista è ben diversa: la superficie liscia e tecnologica del monitor è sostituita dal logo reppresentante la marca del computer e da un più o meno fitto groviglio di cavi che connettono la macchina ad altre reti. Ecco, forse è proprio l'immagine delle connessioni che legano il nostro computer al resto della rete il punto di partenza da cui iniziare a capire come le tecnologie digitali possano influenzare il dibattitto sull'architettura a zero volume. Non si tratta quindi di concepire nuove forme, quanto piuttosto di ripensare ai sistemi che collegano il mondo reale a quello virtuale. In altre parole, si tratta di speculare su quali saranno le infrastrutture ibride (reale/virtuale) che contradistingueranno l'urbanistica del XXI secolo. Da un punto di vista storico le infrastrutture hanno sempre rappresentato lo scheletro delle nostre città defininendo

gli spazi di connessione, scambio, e movimento all'interno dei quali si svolge la nostra esistenza quotidiana. Tuttavia l'immagine idealizzata delle infrastrutture illustrate nei disegni di Sant'Elia o Garnier è definitivamente cosegnata alla storia e sostituita da quella di opere onerose, di forte impatto ambientale, di cui troppe istituzioni si devono accollare la manutenzione. Per tali motivi, per esempio, i piani di Barach Obama di rilanciare l'economia attraverso una sorta di "New Deal" basato sulla costruzione di grandi opere infrastrutturali quali linee ferroviarie o reti elettriche sta incontrando parecchi ostacoli. Parafrasando Marx, i problemi delle infrastrutture nel mondo reale evaporano quando trasportati in quello virtuale della rete. La rete, con la sua promessa di flessibilita ed instantaneita', permette vantaggi economici tangibili. Ad esempio, una azienda di abbigliamento inglese che volesse aumentare il suo fatturato annuo di un miliardo di euro dovrebbe investire circa 250 milioni in opere fisiche quali negozi o una migliore rete di distibuzione. Se la stessa ditta decidessse di operare solo tramite Internet – per esempio vendendo online – l'investimento crollerebbe a soli 10 milioni. Anche se il problema è stato fin qui analizzato soltanto da un punto di vista politico ed economico, le potenzialita per ripensare un nuovo tipo di infrastruttura ed urbanistica sono

enormi. Per esempio, la catena di supermercati inglesi Tesco utilizza sensori RFID, bollettini metereologici, e tradizioni culturali locali per determinare l'esatta quantità di prodotti da disporre sugli scaffali dei propri supermercati. Così per un weekend in cui è previsto sole, la quantita di fragole (tipico alimento per il popolare picnic al parco) viene incrementata indipendentemente dal fatto che le fragole siano di stagione o meno. La possibilità di correlare in tempo reale siti tra loro lontani, comportamenti e culture indica che la prima sfida da affrontare è quella della ridefinizione degli stumenti progettuali. Dal 2003 attraverso la ricerca teorica, installazioni, e progetti mi occupo di come il disegno e l'uso delle città possano sfruttare al meglio le possibilità fornite dalle tecnologie digitali. Tra le numerose esperienze internazionali spiccano due progetti recenti in cui queste tematiche sono state esposte. Il primo, concepito in collaborazione con l'ufficio Chora, è uno studio commissionato della città di Xiamen in Cina per gettare le basi per il primo piano urbanistico della citta'. Invece di proporre il tipico masterplan abbiamo presentato agli urbanisti locali un modello di 4x4 metri di tutta l'area metropolitana cablato con luci LED azionabili a distanza. La staticità tipica del masterplan tradizionale è sostituita da un'idea di città come un sistema dinamico che può essere ridefinito

Roberto Bottazzi

nel tempo dagli abitanti stessi. Ispirato ai principi di cibernetica avanzati da Stafford Beer, l'immagine di Xiamen è il frutto della interazione tra cittadini e spazio urbano, interazione sostenuta da un robusto sistema tecnologico. Il secondo progetto è – "Molecular City" progettato con Tobias Klein – un'installazione presentata al Festival Future Places di Porto nel 2010. Durante il corso del Festival i visitatori della mostra potevano modificare o addirittura construire una loro versione della citta di Porto combinando architetture esistenti e virtuali attaverso l'uso della tecnologia "Augmented Reality" (AR). Lo spazio fisico di Porto è cosi collegato a quello illimitato di Internet. Il ruolo dell'architetto diventa così quello di un curatore, e la città si tranforma in un gioco in cui necessità e desideri venivano constantemente negoziati. I concetti di sito, scala, storia si intersecano per dare vita ad una condiziona urbana ibrida a metà fra reale e virtuale. L'enorme potenziale rivelato da questi progetti indica con chiarezza che una delle sfide principali dell'urbanistica del XXI secolo sarà quella dell'integrazione fra le ristrettezze degli spazi fisici e l'abbondanza di quelli virtuali. Nonostante un certo ritardo rispetto alle altre professioni, gli architetti possono guardare a queste sfide con ottimismo. L'importante è continuare ad osservare il computer dalla parte giusta.


19 1. La CittĂ come sistema dinamico: masterplan interattivo per Xiamen. 2. Particolare della tecnologia AR nell'installazione Molecular City.

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EPICENTRO Cristiano Lucchi - • -

Volume zero! ↑ ©Davide Virdis >>> Ex Macelli di Firenze da RELITTI un progetto a cura di M. De Leonardis e P. Chiozzi, pubblicato da Edifir nel 2008. Gli scatti originali sono a colori.

- • IL DI B ATTITO M ETRO P OLITANO

Filippo Boretti - • -

Dialogo sull´urbanistica a volume zero. - • 5 d o m a n d e a 4 p r o f e ss i o n i s t i *

a cura di Roberta Destrero / Antonio Bugatti - • -

Volumi zero? Sì, però… - • S i n t e s i d e l l e o ss e r v a z i o n i d e l l ' OA P P C di FI al Piano Strutturale di Firenze

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sociale, politico che coinvolge le città? Qual è la capacità di adattamento del sistema urbano fiorentino? L'occasione di riflessione è offerta dall'elaborazione del Piano strutturale della città che vede misurarsi l'attuale amministrazione comunale là dove ha fallito la precedente, come ben sanno i lettori del nuovo corso di Opere.

È sotto gli occhi di tutti come le città italiane siano ormai dei sistemi urbani in crisi in cui la stessa idea di città si è dissolta. E la questione urbana si lega strettamente al declino che il nostro paese sta vivendo ormai da troppo tempo. La crisi si palesa, anche a Firenze, con l'incapacità della città nel generare innovazione, nuova occupazione, una maggiore qualità di vita e una riduzione dei costi sociali e ambientali.

chezza misurato dal Pil è chiaramente anacronistico e insufficiente – ma anche e forse soprattutto ricercando una qualità del vivere misurata da indicatori alternativi, capaci di dare una fotografia più esauriente della situazione economica, sociale e ambientale, un'immagine utile ad indirizzare nuove politiche di spesa pubblica e non solo. Un processo culturale, evidentemente, e non una mera questione di metodo.

Ripensare la città dal punto di vista urbanistico può offrire opportunità di crescita per chi vive la città e non solo dal punto di vista economico – ormai il valore della ric-

A che punto è il dibattito pubblico a Firenze su questi temi? Dove indirizzano le loro energie i decisori pubblici? Qual è la reazione al cambiamento epocale economico,

Adottato nel dicembre scorso il nuovo Piano strutturale viene così definito dal sindaco Matteo Renzi. "È tra i più innovativi della storia del nostro Paese, il primo in Italia a Volumi zero. Diciamo stop al consumo del suolo", puntando su uno "sviluppo non in

* Il testo integrale dell'intervista è consultabile e scaricabile dal sito della Fondazione all'indirizzo http://www.architoscana.org/ sezione 'approfondimenti'. Filippo Boretti "Sembra esserci un orientamento condiviso fra Regione Toscana e Comune di Firenze verso un 'congelamento del territorio'. Il caso specifico è rintracciabile nella Variante al PIT, relativa al Parco della Piana. È prevedibile, dopo l'adozione, un aumento del contenzioso amministrativo fra Comuni della piana e Regione stessa; forse, il pri-

mo ricorso al TAR da parte dei comuni contro una regione. Resta irrisolto come la Regione Toscana possa perseguire il suo obiettivo senza ledere i diritti in capo ai Comuni". Enrico Amante "[…] Nel Parco della piana la Giunta regionale ha proposto al Consiglio l'adozione ed approvazione di una prossima salvaguardia su un'ampia porzione di territorio: la salvaguardia, per propria essenza, non costituisce una disciplina urbanistica 'propositiva', ma è misura necessariamente transeunte, di tutela provvisoria, in attesa che gli Enti pianificatori provvedano a disciplinare i

futuri assetti. […] Solo gli Enti locali potranno quindi individuare la disciplina urbanistica del loro territorio: nell'esercizio di questo potere sono liberi decisori e la Regione può – al più – orientare, con il PIT, le future scelte degli altri soggetti, nonché – come nella proposta della Giunta di questi giorni – imporre salvaguardie di efficacia triennale, destinate comunque a decadere con il decorso del tempo o con l'approvazione della disciplina di piano a tutela della quale era stata imposta la salvaguardia. […] Qualora, poi, gli Enti non concordino sulla disciplina urbanistica da definire, e

Per l'Ordine degli Architetti presentare le osservazioni al nuovo strumento urbanistico di Firenze ha significato cercarne con obiettività i limiti e verificare la sua concreta attuazione in tempi controllabili, per valutarne la correttezza dei procedimenti di approvazione e la sua coerenza rispetto alle intenzionalità; ciò al fine di essere presente ai processi partecipativi del governo del territorio, eliminando interpretazioni soggettive e mediando, con professionalità, il linguaggio specialistico rispetto ai vari soggetti sociali. Il contributo critico dell'Ordine al Piano Strutturale di Firenze, adottato

recentemente dal Consiglio Comunale di Firenze e presentato enfaticamente "a volumi zero", avrebbe la finalità di contribuire alla migliore definizione di un progetto di città futura, caratterizzato dalla qualità urbana ed architettonica, ed il compito di facilitare coloro che si troveranno ad operare le trasformazioni possibili. Pur condividendo le finalità enunciate nel complesso documento di Piano, si sono ravvisate diverse criticità, anche di grande portata, che potrebbero impedire il raggiungimento degli obbiettivi stessi nella attuazione futura. Gli Architetti di Firenze, non hanno tro-

vato corrispondenza tra il risalto dato al principale quanto ovvio assunto di non consumare suolo per nuove edificazioni ed i contenuti del Piano. Nelle osservazioni si è chiesta maggiore chiarezza nell'indicare quali siano gli interventi ammessi nel lungo periodo di salvaguardia fino alla definitiva approvazione del Piano e nel descrivere meglio le correlazioni tra le varie parti del territorio comunale, nel disciplinare tutele e prescrizioni relative agli interventi edilizi ammessi su tutto il patrimonio edilizio esistente. Si è proposto di costituire una rete ecologica territoriale diffusa, estesa


23 contrasto con la sostenibilità" attraverso "il recupero e il riuso". Per il sindaco "un piano deve avere la lungimiranza su come può essere la Firenze del 2030". Renzi dichiara "massimo rigore sul risparmio energetico" e "un parco, giardino o piazza a dieci minuti a piedi dalla casa di ciascun fiorentino e in prospettiva un ecopass ambientale". A votarlo è una maggioranza che oltre a Pd, Idv, Sel si allarga a Valdo Spini (il suo gruppo si spacca con il voto contrario di Tommaso Grassi). Si astengono Fli, Lega Nord Toscana e Udc mentre Pdl e la lista di cittadinanza perUnaltracittà di Ornella De Zordo votano contro.

Dichiarazioni condivisibili quelle del sindaco, che Renzi ripeterà nei mesi successivi usando il Piano strutturale fiorentino per posizionarsi all'interno del dibattito politico nazionale come il rottamatore per eccellenza di un vecchio modo di fare politica. Ma davvero il Piano è a Volumi zero? E cosa si intende con questa accezione? I primi a capire che qualcosa non va sono gli urbanisti che lavorano con perUnaltracittà. Alla base del voto contrario del gruppo stanno proprio i dati del dimensionamento del Piano che secondo i loro calcoli prevede: (a) l'inserimento di aree per servizi

privati destinate a parcheggi, aree residenziali e produttive di completamento/integrazione su nuovo suolo non quantificate (residuo vecchio PRG); ( b) l'incremento del 10% delle superfici da recuperare (+67.000 mq.) e di quelle dei trasferimenti (+15.000 mq.); (c) la trasformazione dei sottotetti in superfici residenziali, con il conseguente aumento del carico urbanistico e relativa riduzione delle dotazioni territoriali; (d) un nuovo carico urbanistico derivante da ben 800.000 mq. di superfici da recupero, oltre i 261.400 mq. di superficie dei contenitori di particolare valore; (e) la conferma di Piani urbanistici già approvati e non realizzati

le 'camere di compensazione' istituzionale non funzionino, o comunque si rivelino insufficienti, il conflitto è destinato a sfociare – in uno stato democratico nel quale le Amministrazioni sono soggetti di diritto al pari degli altri – in controversia giudiziale. […]". Guido Giovannelli "[…] Rilevo che ciò, sotto un profilo squisitamente giuridico, mi pare non solo di discutibile compatibilità con i principi della equiordinazione fra enti territoriali e della sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, sanciti rispettivamente dall'art. 114 e dall'art. 118 della Costituzione, a seguito

della riforma del 2001, ma anche e più specificamente con le procedure e con il riparto delle competenze, sancite dalla LR 1/2005 per la formazione degli strumenti della pianificazione territoriale, nel cui novero rientra anche il PIT regionale. Con ciò non si intende affatto negare che tra i possibili contenuti del PIT rientrino, tra gli altri, ai sensi dell'art. 48 della LR 1/2005, anche quelli di individuare e definire le invarianti strutturali e i principi per l'utilizzazione delle risorse essenziali, […], ma semplicemente ribadire come ciò non possa che avvenire attraverso le forme concertate specificamente previste

dalla legislazione regionale. […] Diversamente, l'ipotesi di un contenzioso amministrativo di fronte al TAR Toscana fra Regione, Province e Comuni interessati appare tutt'altro che remota […]. Ma ciò rappresenterebbe certamente un fallimento, oltre che delle politiche urbanistiche regionali, anche delle procedure contemplate a livello normativo dalla nostra LR 1/2005 proprio per superare queste situazioni di impasse". FB "Sempre ammettendo che si possa – non solo concepire ma – avere un 'governo del territorio a volumetria zero', si tratta di capire quali potrebbero essere le

a tutta la città, in modo da creare collegamenti tra i parchi e le fasce di ambientazione relative a tutti gli elementi pubblici e privati riconosciuti di valore ambientale, storico e paesaggistico. Si è sottolineata la poca chiarezza di strategia per le energie rinnovabili, in generale, e per il miglioramento dell'efficienza energetica nel recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, con particolare attenzione alle punte maggiori di inefficienza energetica e al delicato patrimonio storico. Per la mobilità si è proposta, tra l'altro, la realizzazione di parcheggi correttamente

distribuiti, l'accessibilità ciclabile diffusa e linee dirette di collegamento tra le aree periferiche e il centro storico. Si è sottolineata l'opportunità di correlare la nuova rete tramviaria e le nuove infrastrutture alla riqualificazione degli spazi urbani da esse attraversati e di tornare a prevedere il sotto-attraversamento della ferrovia lungo Via Vittorio Emanuele, come viabilità alternativa verso Careggi. Si è osservato che non si individuano le strategie delle trasformazioni, ritenute necessarie per perseguire gli obiettivi di riqualificazione in termini di sostenibilità, con particolare riferimento alla

città pubblica: gli elementi progettuali risultano frammentati, scoordinati tra loro, le singole parti sono rimandate indistintamente ai piani di settore, senza alcuna scala gerarchica. Si è rilevata soprattutto l'assenza del disegno della città, rimandandolo alla fase attuativa del piano o al singolo progetto architettonico, dove la riorganizzazione infrastrutturale e delle connessioni pedonali e ciclabili siano colte come occasione per ripensare in modo organico nella città i nuovi spazi pubblici, risarcimento delle trasformazioni. è stata suggerita l'utilità di una rappresentazione grafica di tutti

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Giovanni Galli, capogruppo Pdl, giustifica il suo no così: "La realtà è diversa. Attraverso il concetto di perequazione inserito nel Piano i volumi da costruire, fuori dai contenitori dismessi, ci saranno eccome" afferma. Tommaso Grassi critica il Piano contro la volontà del suo capogruppo Valdo Spini: "Non c'è niente in questo Piano strutturale che meriti un voto favorevole: premi, regalie e aumenti di superfici edificabili per i privati. Ma non era il Piano a impatto zero?". A fare infuriare il sindaco arriva però Il

Fatto Quotidiano che con uno scoop annuncia in anteprima l'Osservazione al Piano della Regione Toscana. Ventotto pagine in cui si scopre che "di cemento a Firenze (nonostante i buoni propositi) ne arriverà più di mezzo milione di metri cubi, l'equivalente di un nuovo quartiere". La Regione storce il naso anche sui centri commerciali: "Il Piano prevede l'esclusione di nuovi insediamenti, ma fa salva la possibilità di rilocalizzare quelli esistenti". Negli uffici dell'assessore regionale all'urbanistica Anna Marson sintetizzano: "Il Piano non ha rivisto i dimensionamenti previsti dal vecchio piano regolatore, dove si ipotizzava

una crescita degli abitanti che non c'è stata. Così, compresi cambi di destinazione d'uso che si contano come nuovi volumi, il Piano prevede tra cinquecentomila e un milione di metri cubi". Palazzo Vecchio ha replicato che la Regione non ha nessun potere di veto e che comunque in teoria, proprio in nome dei Volumi zero, non si potrà costruire se non recuperando, fermo restando che il sindaco ha come obiettivo quello di aumentare di 30.000 unità gli abitanti di Firenze, portandoli a 400.000. Un Piano "furbo" per l'urbanista Giorgio Pizziolo, che mette a disposizione della cittadinanza attiva le sue competenze: "Non

ricadute in ambito giuridico e amministrativo relative alle norme e agli interventi sul tessuto urbanistico-edilizio esistente in ambito comunale". EA "[…] Oramai, poi, gli istituti giuridici e le prassi degli enti pianificatori consentono operazioni assai ardite di perequazione discontinua e compensazione che possono, in concreto, sostenere trasformazioni dei tessuti anche assai articolate, un tempo inimmaginabili: si pensi all'ipotesi – oggi assai attuale e frequentata – degli strumenti urbanistici che favoriscono la demolizione di un manufatto o complesso e la ricostruzione, previo

accordo tra le proprietà, in altra localizzazione, già interessata da preesistenze dismesse da recuperare, anche attraverso il ricorso ai c.d. crediti edilizi. […] È quindi irrealistico, in concreto, un piano effettivamente 'a volume zero'. […]". GG "[…] Essa [la perequazione] ad oggi risulta solo genericamente contemplata dall'art. 60 della LR 1/2005 (che si limita ad indicarne gli obiettivi ed alcuni tratti di larga massima), rimettendo così alla pianificazione comunale la modulazione concreta della perequazione, tradottasi, in questi primi anni di vigenza della anzidetta disposizione, in soluzioni molto

diverse fra le varie realtà locali. Di alcune di esse, il legislatore regionale potrebbe – a mio avviso – fare tesoro per chiarire, implementare, indirizzare la disciplina della perequazione urbanistica, specie nella prospettata ottica della pianificazione a volumetria zero. […]". FB "Come conciliare, tramite i Piani Strutturali di nuova generazione toscani e i susseguenti Regolamenti Urbanistici, le giuste esigenze di 'sviluppo del territorio' e le altrettanto giuste richieste – dell'opinione pubblica – di 'non consumo del territorio'; può essere risolutiva l'ipotesi di volumetria a

i "vuoti urbani", pubblici e privati, che potrebbero costituire il tessuto connettivo delle grandi trasformazioni urbane previste. Si è data grande evidenza alla necessità di chiarire i principi fondanti del dispositivo della perequazione urbanistica per finalità pubbliche, e gli obbiettivi principali che con essa si vogliono perseguire come l'ampliamento delle dotazioni di standard, con particolare riguardo al il verde pubblico, al fine di implementare il verde ecologico urbano e l'introduzione della premialità o compensazione urbanistica, legata alla sostenibilità, ecologia urbana, qualità

edilizia, architettonica ed ambientale. Si è richiesta la individuazione dei criteri di classificazione delle aree di trasformazione urbanistica, con la necessità di stabilire una chiara definizione della categoria di edifici "incongrui" riferita agli edifici degradati e inutilizzabili allo stato attuale e attribuire per ogni zona un indice perequativo di edificabilità. Si sono proposte procedure finalizzate alla formazione e corretta gestione di perequazione urbanistico-ambientale, prima di identificare le proprietà immobiliari coinvolte dai comparti interessati ed evidenziare i vari parametri relativi ai dirit-

ti edificatori. Si è evidenziata la necessità di determinare il fabbisogno di edilizia residenziale sociale da individuare come dotazione di standard aggiuntivo e di inserire norme tecniche specifiche, in termini perequativi, per individuare le aree e immobili da reperire come standard pubblico aggiuntivo. Si è proposto inoltre di far scegliere alla città i progetti per le proprie trasformazioni con il sistema del Project Financing, che dovrà prevedere l'utilizzo del Concorso di Idee come componente essenziale dello studio di fattibilità dell'opera pubblica ai fini della qualità architettonica.

di notevole peso tra cui Castello e Novoli. Dunque non a Volumi zero.

↓ ©Davide Virdis >>> Inceneritore di Firenze

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26 ci convince. Facendo i conti solo delle aree confermate come previsioni urbanistiche, e di quelle ex industriali in trasformazione, si va un pezzo avanti coi volumi. Senza contare che poi si saturano piccole aree strategiche ora libere. Diciamo che la formula "volumi zero" suona bene, fa parte della capacità esibizionista del sindaco. Questo è un piano che fa mere affermazioni di principio. Come l'attacco alle colline, ad esempio: si mettono vincoli per tutelarle ma con postille che aprono alla costruzione di ospedali, posteggi, scuole. Visti i precedenti, tutto ciò è pericolosissimo". Il professor Alberto Asor Rosa, coordina-

tore della Rete dei Comitati per la difesa del territorio, definisce il Piano renziano un'occasione persa: "Il Piano Strutturale di Firenze poteva essere una grande opportunità per applicare quei principi che la nuova urbanistica ha ormai ben delineato e che si basano sull'uso attento delle risorse ambientali, culturali e territoriali. La gestione del territorio fiorentino avrebbe potuto avvicinarsi ad altre grandi esperienze europee se le proposte per rendere più rigoroso il Piano fossero state accolte e applicate dalla presente amministrazione." Marco Boschini, coordinatore dell'Asso-

ciazione dei Comuni virtuosi, assessore all'urbanista a Colorno (PR) e anima della Campagna nazionale "Stop al consumo di territorio" sottolinea lo slittamento semantico di cui si rende responsabile il sindaco Renzi: "Volumi zero significa interrompere la cementificazione e aggredire i diritti acquisiti per rimetterli in discussione, né più né meno. Matteo Renzi è famoso in Italia perché dice che il Piano strutturale di Firenze è a Volumi zero, ma dalle carte del Piano emerge un'altra realtà. E il danno è doppio, perché proviene da un esponente della mia parte politica e perché il termine Volumi zero è usato da anni e con fatica

zero metri cubi posta dal Comune di Firenze o in altro modo dalla Regione Toscana con il congelamento di ampie aree comprese nel Parco della Piana?" Lorenzo Paoli " […] Per riuscire davvero a utilizzare responsabilmente – non a consumare – suolo bisognerebbe che tutte le istituzioni pubbliche, nessuna esclusa, si ricordassero in ogni momento della necessità ineludibile di fare sistema, avendo come riferimento comune una strategia progettuale di fondo per il territorio (che è uno e uno soltanto, anche se amministrato da più soggetti), una visione coerente e coordinata degli assetti territoriali a scala vasta, una sorta di 'grande piano pubblicò declinato alle varie scale territoriali al quale riferire per coerenza ogni scelta locale. Purtroppo in questi ultimi anni – paradossalmente – la conflittualità pubblico/pubblico è cresciuta in modo incontrollato, mettendo addirittura in secondo piano la naturale dialettica pubblico/privato. […]". Maurizio Silvetti "[…] Seguendo un approccio scientifico, i due indicatori quali il metro cubo edificato vuoto per pieno e la superficie di territorio vincolata ad usi agricoli, non sono sufficienti ad indirizzare verso la sostenibilità la crescita e trasformazione della metropoli, mentre rischiano di incidere pesan-

temente sul processo industriale di produzione di nuovi edifici; viceversa, nella programmazione strategica del futuro di una piccola metropoli europea, suggerirei altri indicatori che possano invece stimolare nuove capacità progettuali e l'uso di migliori tecnologie, come ad esempio l'obiettivo di avere nel 2020 una città con più abitanti, più dinamica e con maggiori aree verdi senza aumentare il consumo di acqua (in questo caso la formula H2o=Mczero non sarebbe un nuovo standard urbanistico), senza aumentare i consumi energetici (e2020=e2010) o il numero di automezzi a motore. […]". FB "Ammettiamo di poter pianificare oggi a 'volumetria zero'; quale potrebbe essere la leva urbanistica che non farà aumentare la rendita fondiaria nei territori già edificati, applicando questo 'nuovo vincolo'? Pensiamo al dibattito cinquantennale sulla 'zonizzazione', rispettatanon-rispettata fino ai giorni nostri; quali potranno essere le 'strategie urbanistiche' che porteranno alla 'densificazione' del territorio (per 'bilanciare' l'aumento della rendita) 'liberando' risorse socioeconomiche per avere un territorio 'modernamente' infrastrutturato, 'razionale' nell'uso delle energia, e ambientalmente e paesaggisticamente di 'qualità' migliore?"

LP "[…]Occorre cambiare metodologia: oltre a garantire le urbanizzazioni indispensabili bisognerebbe sistematicamente riuscire a calcolare il plus-valore generato dalle singole previsioni urbanistiche riconvertendone una quota significativa in benefici pubblici. Per certi aspetti le tecniche perequative e compensative che molte amministrazioni stanno sperimentando vanno in questo senso, anche se non bisogna sottovalutare il fatto che si tratta di meccanismi assai complicati da gestire e come tali da utilizzare con parsimonia ed in modo mirato. […] È la qualità del 'progetto di città e di territorio' che conta, non il poco o tanto volume. Tanto per capirci: certe "città diffuse" del nord-america – poco volume su tanto suolo – sono quanto di peggio si possa immaginare in termini di qualità urbana e di coesione sociale; viceversa i centri antichi – tanto volume su poco suolo – continuano ancor oggi a rivelarsi la forma urbana più qualitativa e vivibile. Comunque, tra due cattivi piani urbanistici, fa di certo meno danni quello a 'volumi zero' di quello a 'volumi cento'. […]". MS "[…] Non sottovaluterei però il fatto che nell'attuale contesto economico occorrerebbe interessarci maggiormente alla ricerca dei fattori di sviluppo economico delle città nel loro complesso,


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La domanda a cui deve rispondere un organo di informazione professionale come Opere è però questa: c'è spazio per progettare e lavorare in una città che tende a realizzare l'obiettivo Volumi zero? La nostra risposta è sì, c'è spazio ed è uno spazio di rilievo per accompagnare Firenze nel suo cammino verso il futuro. "In un'epoca storica dominata dalla globalizzazione le economie si sono messe in cerca di città ed è quindi naturale che le città si propon-

gano come luoghi di attrazione di economie" dice il prof. Antonio G. Calafati nel suo "Economie in cerca di città" edito da Donzelli nel 2009. è così che Firenze può trovare finalmente una dimensione capace di definire un proprio spazio nel sistema di relazioni territoriali a partire dai Comuni vicini (basti pensare alle opportunità offerte dal Parco della Piana previsto dal Pit che invece il Piano strutturale fiorentino sembra ignorare) per arrivare a pieno titolo ad essere considerata una città europea di primo livello, al passo con quella modernità tanto invocata. Una ricerca di modernità troppo spesso tradita dalla rendita (l'ana-

rispetto ad un'attenzione eccessiva al solo comparto edilizio che, comunque per le sue caratteristiche, non potrà mai funzionare in un sistema di mercato perfetto. […]" FB "Nel caso della piana compresa fra Firenze, Prato e Pistoia sussiste tutt'ora il problema mai risolto del rapporto tra pianificazione locale e 'area vasta'. Pensiamo alle potenzialità espresse da un'area europea confrontabile come quella di Lille-Roubaix. Quali dinamiche amministrative possono adottare i Comuni per uscire da questa contrapposizione locale, da questa empasse? Il primo tentativo è forse rintracciabile nel Piano Intercomunale Fiorentino degli anni '60". LP "[…] Il nodo non risiede in un presunto deficit di tipologie di piani disponibili – nella legge regionale vigente c'è già tutto quanto serve per fare buoni piani e per coordinarli efficacemente tra loro – quanto nell'architettura istituzionale e nell'equilibrio dei poteri locali. […] In termini più propriamente tecnici, la struttura dei piani di nuova generazione (in particolare la duplice componente statutaria e strategica del piano strutturale) offre opportunità interessantissime di coordinamento intercomunale e sovracomunale. Una volta condiviso l'approccio metodologico si potrebbe lavorare in

modo sinergico alla creazione di uno statuto del territorio unico per l'area vasta, con gradi di dettaglio articolati alle varie scale, per poi definire strategie di sviluppo di diverso livello coordinando tra loro quelle di rango intercomunale, sovracomunale, provinciale e regionale. […]". MS "Aprire un confronto tra la metropoli fiorentina e quella di Lille nel nord della Francia, attualmente con una popolazione di poco superiore a un milione di abitanti, ci può aiutare a recuperare i decenni di ritardo rispetto all'esperienza francese, […]. Il principale elemento in comune, oltre alla dimensione demografica, è il recente inserimento delle due aree all'interno della nuova rete europea di trasporti ferroviari veloci; Firenze e la sua gemella d'oltre Appennino, Bologna, sono al centro della rete italiana, in posizione baricentrica tra Roma e Milano mentre Lille è posta nel crocevia dei collegamenti tra Parigi, Londra, Bruxelles e Amsterdam. In entrambi i casi i nuovi trasporti veloci potranno portare centralità o marginalità: Lille-metropole, sta cercando di diventare il vero crocevia del nord-ovest continentale; Firenze-PratoBologna, potenziale terza metropoli italiana, rischia di diventare il limite nord dell'area di influenza di Roma o quello sud della metropoli lombarda. […]".

da tanti Comuni in Italia che organizzano il loro territorio senza realmente costruire nessun volume in più."

lisi del Cresme afferma che nel decennio 1995-2006 i valori immobiliari sono aumentati del 63% nel nostro paese) e dalla incapacità di guardare oltre lo stretto periodo di una legislatura o di una semestrale di borsa. In questa ricerca del futuro della città è utile partire dalla Legge urbanistica regionale del 2005 dove si legge che "nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti". "Tradotto vuol dire che si costruisce solo ed esclusivamente dove non è possibile recuperare" dice l'architetto Ilaria Agostini, autrice del "La casa rurale in Toscana. Guida al recupero" uscito per Hoepli nel gennaio di quest'anno, che aggiunge: "un percorso di recupero dell'esistente è possibile ed auspicabile, in maniera massiccia viste le condizioni di Firenze. E che una politica attenta permetterà agli urbanisti e agli architetti di lavorare, rimodellando e riplasmando la città esistente a tutto vantaggio chi ci abita, anche temporaneamente, e chi ci lavora. A questo obiettivo si aggiunge quello non meno ambizioso di ridurre l'impronta ecologica della città, di ridefinirla al servizio dell'ecosistema e non come una divoratrice di risorse che la Terra non è più in grado di offrire." E infatti l'impronta ecologica di un fiorentino è addirittura di 4,12 ettari, il 7,3% in più rispetto ai 3.84 ettari di quella italiana. Se tutti gli abitanti della Terra avessero questo stile di vita ci vorrebbero oltre due pianeti per sostenere i consumi complessivi. Un deficit ecologico che però può essere sanato, a partire dalla costruzione di quella che oggi urbanisti, architetti e ingegneri chiamano la "città ecologica", dopo decenni passati a sostenere lo sviluppo di modelli di urbanizzazione come se cemento e combustibili fossero risorse illimitate. Andrea Masullo, professore di Sostenibilità am-


↓ ©Davide Virdis >>> Ex saponificio Ausonia, San Donnino

bientale all'Università di Camerino, racconta come "le città vanno riorganizzate, va accorciata la filiera economica, produttiva, energetica e sociale. Dove si è tentato il successo è arrivato: penso in Europa a città come Copenhagen o Monaco di Baviera". Pensare diversamente le città significa anche riflettere su una diversa concezione degli edifici che la compongono. Il loro ciclo vitale, dalla scelta dei materiali ai bisogni

energetici, deve essere autonomo e a costo zero per l'ambiente. "È l'ora di costruire città pronte ad affrontare ogni aspetto economico, sociale e ambientale della crisi derivante dal picco della produzione di petrolio e dal peggioramento del riscaldamento globale", dice Daniel Lerch, autore del saggio "Post-carbon cities" (tradotto nel 2010 da Transition Italia con licenza Creative Commons ). "Bisogna da subito

pensare come fare quando il petrolio non ci sarà più e come le città muteranno in seguito ai cambiamenti climatici". "Curare" la città di Firenze è quindi sempre più urgente per soddisfare i reali bisogni dei cittadini, in primo luogo quello della tutela della loro salute; gli appetiti di chi vuole guadagnare tanto e subito con il mattone vanno differiti e se possibile


elusi. E "curare" la città apre degli spazi incredibili per i professionisti, perché ripensare le funzioni non significa ridurre l'attività di pianificatori e progettisti, anzi. Basti pensare che affare economico può rappresentare il recupero delle periferie degradate e dei tanti edifici dismessi, anche con radicali ristrutturazioni cancellando abusi e speculazioni, ristrutturando con vincoli di antisismicità e di risparmio

energetico. Oppure puntare sulla mobilità sostenibile incentivando il trasporto pubblico anche grazie a progetti innovativi e a stazioni multifunzione come nuove centralità. "Esistono in tutte le città d'Italia grandi spazi vuoti, già urbanizzati, occupati da attività dismesse (come i grandi complessi militari e molte installazioni industriali obsolete), oppure da edilizia degradata spesso abusiva, che meritano

di essere profondamente ristrutturate e rese più vivibili, oppure aree di sviluppo industriale asfaltate e inutilizzate", ci dice l'urbanista Edoardo Salzano. "Sono aree in attesa di speculazione che potrebbero essere utilizzate invece per l'edilizia a basso costo, per i servizi e il verde, aree essenziali per rendere le città migliori e più facile la vita, per ospitare le nuove attività economiche necessarie. Basterebbe quella


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A consolidare l'idea che una conversione ecologica delle città convenga al portafoglio è anche il professor Francesco Ferrini del dipartimento di Ortoflorofrutticoltura dell'Università di Firenze che in uno dei suoi studi descrive il valore economico del verde urbano. "I benefici economici apportati dalla presenza delle piante sono collegati al risparmio energetico in termini di minori spese di condizionamento e di riscaldamento. Gli alberi rappresentano, inoltre, un notevole investimento: il valore di case con giardino è infatti superiore a quello di case che ne sono prive. Una ricerca statunitense ha dimostrato come la sola aggiunta di una copertura erbosa

ha prodotto un aumento di valore delle abitazioni di circa il 10%. Senza contare i benefici economici che interessano intere comunità: le spese per l'energia elettrica sono inferiori, il consumo di combustibili fossili è inferiore e così anche le emissioni inquinanti risultano ridotte". Posizioni del genere non arrivano solo da chi sta innovando l'urbanistica, ma anche da chi nel passato i soldi con il mattone ne ha fatti e tanti, prendiamo ad esempio le recenti dichiarazioni di Giuseppe Pattarini, presidente degli edili di Assindustria in quel di Mantova. "Anziché pensare a una nuova espansione edilizia è ora di immaginare come recuperare il patrimonio esistente. La nostra filosofia deve cambiare. Per anni abbiamo considerato il metro quadrato e il metro cubo come delle divinità, come degli obiettivi sacri da perseguire a ogni costo. Ora serve una prospettiva diversa. Soprattutto in città

dobbiamo guardare al recupero e alla valorizzazione del costruito con uno sforzo di creatività e innovazione". Il mondo va in questa direzione. Chi prima lo capisce prima potrà coglierne i frutti. Basta fuggire dalla sindrome di Honecker, il capo di stato della Germania Orientale che nel 1989 non capì in tempo che il muro stava crollando (a proposito di volumi da abbattere...). Gorbaciov lo gelò così: "Chi arriva tardi all'appuntamento con la Storia sarà punito". Si dovrebbe partire con la ridefinizione della Firenze del futuro, ecologica, sostenibile e attenta ai bisogni delle persone. Di lavoro per urbanisti e architetti ce ne sarebbe in quantità. La parola però passa ora alla politica e a Palazzo Vecchio, se dovesse approvare il Piano nell'attuale redazione perderebbe un'occasione importante per indirizzare la città verso un futuro diverso, migliore di quello che conosciamo.

↑ ©Davide Virdis >>> Area Ex Banci, Prato

determinata volontà politica che in altri paesi si è manifestata, e le leggi necessarie per privilegiare, nella gestione delle città, l'interesse della maggioranza dei cittadini su quello di chi vuole arricchirsi a spese della collettività."


↓ ©Davide Virdis >>> Ex Centrale termica di Novoli


INNESTI

RECUPERO SENSIBILE

TOPOGRAFIA

INFRASTRUTTURA

RIDEFINIZIONE


PROGETTI Fabio Fabbrizzi - • -

Volumezerozerovolume - • CONTEMPORANEE DECLINAZIONI

Parlare di volume zero nella dimensione contemporanea della progettualità, oltre alla facciata dello slogan seducente e modaiolo, significa individuare delle modalità che contengono l'idea della cura e della preservazione della città e del paesaggio. Si parla infatti di zero volume perché si riconosce lo stato devastato del territorio, il perseverare scomposto dei suoi meccanismi formali, l'imperante insostenibilità dei suoi molti processi di trasformazione. Ma appurato che questa trasformazione non può essere fermata, quello che oggi una sensibile cultura del progetto può fare è mettere fra le sue intenzioni, proprio la gestione attutita e condivisa dell'impatto – quasi sempre brutale – che ogni trasformazione apporta in termini di forma e relazioni. Nella radice del significato di cura, esiste la doppia valenza dell'angoscia e della protezione. Quindi la cura contiene al contempo il riconoscimento di un disagio, ma anche la potenzialità, se non di una soluzione, almeno di un tentativo di soluzione. Per questo, tutto quanto si riconduce a volume zero, può essere considerato come una sospensione in attesa di una più generale e auspicabile ridefinizione dei sistemi di pensiero progettuale, individuando un passo intermedio verso una sua totale sistematizzazione. La narrazione unitaria veicolata dal Moderno, ha ceduto inevitabilmente il passo ad una frammentarietà all'interno della quale ogni ragionamento sull'architettura non si muove più dentro le categorie del metodo e del sistema, ma in quella ben più incerta del fenomeno. In questa contemporanea fenomenologia, volume zero assume quindi molteplici sfaccettature capaci di declinare una comune volontà di cura, ai molti casi che vengono offerti dalla condizione contemporanea nella città e nel territorio, individuando figure e approcci differenti che si susseguono nel comune tentativo di trasformare la crisi in valore. Su queste premesse, l'itinerario percorso all'interno delle diversità degli esempi di seguito recensiti, tenta di tratteggiare nelle loro emblematicità, la complessità linguistica, tematica e figurale contenuta in questo approccio al progetto, cercando in particolare di indagarne le diverse alterazioni istituite con il luogo, senza addentrarsi in riflessioni che ne stabilirebbero ragioni e legittimità.

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MASSIMO CARMASSI Restauro della Pelanda Suini via dell Conciliazione 24, Roma

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Una possibile declinazione di volume zero è quella ottenuta del recupero sensibile della preesistenza, una cui felice applicazione la si trova nel riutilizzo della Pelanda al Testaccio a Roma, di Massimo Carmassi. I 5000 mq disposti in corpi tardo ottocenteschi a sviluppo longitudinale che formano i locali dell'ex Mattatoio nei quali venivano lavorati i suini, sono stati recuperati a fini espositivi, all'interno dei quali, oltre alle sale mostre, sono stati concepiti spazi per teatro, sale di registrazione e di regia, aule per la formazione, definendo cosÏ un polo dedicato alle arti figurative e performative. L'esterno viene filologicamente recuperato, mentre la spazia-


lità interna viene unita in un percorso fluido che mette insieme i diversi episodi dell'insieme, raccordati da un'asse di distribuzione principale ottenuta dal padiglione centrale che è caratterizzato da una copertura a capanna con sottili capriate Polanceau. Tutti i frammenti appartenenti al recente passato industriale, vengono mantenuti e reinseriti come memoria nella nuova composizione, che esalta la dimensione di compenetrazione tra le parti attraverso l'inserimento di ampie superfici vetrate che ne modulano gli spazi, nonchÊ dall'inserimento di nuove funzioni raccolte all'interno di volumi autonomi rivestiti in doghe di larice o in ferro e vetro, a ribadire la loro autonomia figurativa da quella dalla preesistenza che rimane intatta nel-

la propria identitĂ primitiva, caratterizzata dalle vasche, dalle caldaie, dalla ciminiera e soprattutto dal correre dei binari metallici ancorati ai soffitti dove un tempo venivano agganciate le carcasse degli animali. L'energia del ricordo si modula alla fluiditĂ  di un nuovo spazio di relazioni, nell'appropriatezza di un disegno che nel tenere insieme il vecchio e il nuovo, dona equilibrio alle parti. Un disegno dove tutto appare minimale e volutamente sottovoce, come se l'intervento che non aggiunge volumi ai volumi esistenti, preferisse far parlare il luogo piuttosto che il progettista. Un opera dunque di grande raffinatezza, capace di mettere davanti all'autobiografia tanto praticata nel nostro tempo, il

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Alcune delle nuove funzioni vengono configurate entro semplici volumi puri in ferro e vetro o rivestiti in doghe di larice.

rispetto per le strutture identitarie dello spazio e capace di mostrarsi in tutta la propria complessitĂ fatta di sovrapposizione e di frammenti diversi che legano in un unico divenire passato, presente e futuro. Si assiste con sempre maggiore consuetudine all'inserimento all'interno delle dinamiche del progetto contemporaneo, dei molti temi legati al rapporto tra la dimensione artificiale e quella naturale. Tra questi se ne registra uno di seducente forza espressiva capace di catalizzare molte delle nuove acquisizioni, ovvero il tema della topografia, in grado di condurre la composizione verso una dimensione inedita che ribalta il consueto rapporto di figura/sfondo tra l'architettura e il luogo che la ospita.

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ARCHEA ASSOCIATI Cantina Antinori Bargino, San Casciano Val di Pesa (FI)

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Anche la topografia è una delle declinazioni della poetica del volume zero, individuando una possibilità grazie alla quale architettura e paesaggio non sono più categorie isolate, ma riunificate in una nuova reciproca entità, come se di fatto l'architettura si facesse paesaggio e il paesaggio architettura. Su questi presupposti, la Cantina Antinori, in costruzione a Bargino, San Casciano Val di Pesa in provincia di Firenze di Archea Associati, ben sintetizza questa filosofia, capace cioè di "costruire senza costruire" una grande volumetria nella canonicità del paesaggio toscano. Intervenire oggi in un contesto con una così forte identità, riporta all'annosa idea di lasciare il segno senza snaturare le preziose com-


ponenti dei luoghi. Per questo il progetto della cantina sottolinea la naturalità del sito, non sforzandosi di elaborare un linguaggio di adesione, ma mostrando una sensibilità di matrice Land, con la quale il nuovo edificio si rivela attraverso un legame radicale e profondo con il territorio, fino ad appropriarsene e a confondersi con esso. Pochi segni sul piano verde della vigna in declivio, annunciano la vivacità di un interno che si inserisce nella pendenza naturale del terreno con tutte le funzioni necessarie alla conduzione di una funzione così specialistica. Due lunghe asole orizzontali, forti del fatto che l'unico modo per costruire il fronte dell'edificio sia quello di non costruirlo affatto,

ma lasciare alla loro evocazione simbolica, il ruolo di un immenso diorama aperto sul paesaggio. Il cuore della cantina è basato sulla flessuosa ma compatta continuità di una superficie in cotto che caratterizzerà i vari ambiti, definendo una struttura voltata dalla forte espressività che anche se non apparirà all'esterno, si mostrerà nella sua monumentalità a caratterizzare lo spazio. Appare chiaro come in un contesto come questo, la scelta dell'approccio topografico a volume zero nasce dalla volontà di salvaguardare la struttura identitaria del luogo. Ma questo dato di partenza presta il fianco a tutta una serie di ragionamenti che entrano in merito all'essenza della sosteni-

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Il gioco delle bucature circolari che trapassano necessariamente la copertura per portare luce naturale negli spazi ipogei.

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bilitĂ di un intervento del genere. Ovvero lasciano aperta la riflessione sul fatto che il ricorso ad un approccio di matrice topografica, risolve i soli aspetti legati alla percezione estetica del paesaggio, andando a compromettere di fatto, forse anche in maniera piĂš irreversibile di un approccio consueto, la struttura profonda di quello stesso territorio.

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N I O architecten Ampliamento Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci viale della Repubblica 277, Prato

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Nelle dinamiche progettuali legate all'ampliamento, si può alternativamente ricercare affinità con l'esistente oppure denunciarne l'estraneità. Questa estraneità, anche se l'organismo dopo l'intervento diviene di fatto un'entità unica, può affermarsi attraverso le più svariate motivazioni, ma molto raramente attraverso una sorta di precaria reversibilità formale. Questo anche quando la forma dell'ampliamento è straordinariamente squillante, come quella che Maurice Nio, progettista cino-olandese ha concepito per il Centro d'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. L'edificio realizzato alla fine degli anni '80 da Italo Gamberini, verrà abbracciato da una forma toroidale fluida e avvol-

gente, sospesa lateralmente su piloni e collegata all'esistente da raccordi a soffietto, mentre dalla superficie metallica brunita svetterà un elemento verticale, quasi un'antenna disposta simbolicamente a captare nuovi fermenti artistici. Sul piano funzionale, la superfetazione cerca di superare l'attuale fruizione delle sale in andata e ritorno, proponendo un circuito di visita ad anello. Interno ed esterno vengono fondati su una fluidità che nulla ha che vedere con quella del Moderno, casomai, metafora di una odierna condizione decategorizzata che avvolge di indefinitezza il carattere interpretativo della città-fabbrica voluto da Gamberini nel suo edificio. Stessa sorte per la costruttività tecnologica della

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preesistenza, che sarà solo intuita -come nella percezione di una contemporanea città murata- dietro la plasticità accomunante del carapace metallico. Anche se la forza di questo ampliamento appare espressivamente fortissima, risponde ad una possibile declinazione di zero volume per tutte le ragioni opposte deducibili dal progetto della Cantina Antinori di Archea Associati. Ovvero, non si cerca in questo caso nessuna mimesi, nessuna assonanza, nessuna interpretazione nei confronti del luogo e della sua identità, anzi si forzano tutte le caratteristiche dell'autoreferenzialità, ma si lascia però aperta la possibilità della reversibilità dell'intervento. In realtà, se si prescinde

↑ ©NIO ARCHITEKTEN

I grandi alberi pilotis sostengono l'anello museale minimizzando l'appoggio su terreno.


↓ ©NIO ARCHITEKTEN

dall'impatto estetico-visivo, l'ampliamento rispetta l'integrità della preesistenza, isolandone il valore e accostandosi ad essa con la stessa logica di un battello o di un aereo, poggiandosi poi a terra grazie solo ad alcuni piloni e ad un leggero diaframma vetrato. La forma a ciambella in realtà altro non è che la solidificazione del preesistente segno che disegna il giardino delle sculture e tutte le sistemazioni esterne. Per questo l'autore dice che non è stato disegnato nulla, proponendo di fatto un'architettura che allora non è solo a volume 0 ma anche a disegno 0. Non so se questi in realtà possono essere presupposti per

una architettura, credendo nella forte responsabilità reciproca che vincola progettista e luogo, tuttavia, constatando che non è più per l'eternità che si costruisce, ma per un segmento di tempo che non supererà di sicuro i 50 anni, e auspicandosi che la cultura del progetto possa entrare in merito ancora all'identità e al carattere dei luoghi -proponendo opere che non solo riescono a stupire ma che al contrario cerchino una profonda appropriatezza con i contesti- forse questo atteggiamento potrebbe indicare allora, la strada di una più vera –anche se dissonante- sostenibilità.

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Recupero dell'edificio tra via Pier Capponi e via Francesco Valori Firenze

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↑ ©Davide Virdis

BIANCHI / BARTOLONI

Il recupero ai fini residenziali e commerciali che Massimo Bianchi e Riccardo Bartoloni hanno eseguito dell'edificio costruito a Firenze nei primi anni '60 e destinato a Centro Meccanografico Enel, ci interessa sia per la sua conversione residenziale e commerciale, ma soprattutto per la ridefinizione della propria immagine esterna. I fronti sono stati infatti ridisegnati affiancando alle murature esistenti un rivestimento di pannelli di fenolico con finitura superficiale a legno, ottenendo così una parete ventilata che oltre a permettere elevati livelli di efficienza energetica, regolarizza i preesistenti volumi in una composizione basata oltre che sulla scansione d'angolo, sulla casualità delle diverse aperture.


↓ ©Davide Virdis

L'idea della nuova pelle consente all'edificio di rinnovarsi completamente. La pelle è confine tra organismo e ambiente, luogo di mediazione fra interno ed esterno, principale elemento di comunicazione. Ma nel suo rinnovamento vengono alterate anche le relazioni che l'edificio innesca con l'intorno. Quindi buona regola sarebbe l'esercizio di una progettualità che affida alla comunicazione di questa pelle, una qualche volontà di inserimento nei molti caratteri dei luoghi. Difficile dunque pensare a Firenze il legno come rivestimento, il cui uso viene qui però riscattato da un generale effetto-massa che sicuramente allude ad una delle caratteristiche privilegiate dell'identità della città. Quindi la ridefinizione degli edifici

poterebbe essere un'occasione che se riesce a fuggire da ogni tentazione di autoreferenzialità -oltre a non costruire nuovo volume- consenta di innescare operazioni di interpretazione dei principali sensi identitari dei luoghi, ottenute come in questo caso, rinunciando alla letteralità di principi e forme, che come purtroppo succede spesso, fraintendono solo il senso autentico di ogni memoria.

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Elettrodotto Casellina-Tavarnuzze

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↑ ©RICCARDO BONFIGLI

N orman F oster

Infine la declinazione più scontata, ma contemporaneamente più ambigua dello zero volume, ovvero l'infrastruttura. Affidare un valore architettonico all'infrastruttura ed ai suoi elementi è infatti una conquista relativamente recente che nasce dal superamento di quella fallacia che ha perdurato a lungo e grazie alla quale si poteva parlare di architettura solo se essa ammetteva la presenza di uno spazio interno. Ovvero alla limitazione della sola internità come condizione necessaria per poter parlare d'architettura -con le stridenti contraddizioni che ciò ovviamente comportava- è subentrato nella cultura del progetto il concetto di uno spazio architettonico non più involucrante ma strutturante, ovvero capace di creare relazioni.


Sicuramente molte relazioni estetiche e visive vengono innescate da un elettrodotto come quello che si va sostituendo tra i Comuni di Scandicci e Impruneta vicino a Firenze. Per questo, in seguito ad un accordo tra l'Enel e i Comuni, sollecitato anche da anni di lavoro di comitati cittadini, il nuovo tracciato non seguirà più la linea di crinale e sarà caratterizzato dall'impiego dei piloni progettati da Norman Foster, nel tratto tra le centrali di Casellina e Tavarnuzze. Il traliccio di Foster, molto più basso dei consueti impiegati fino a questo momento, è il vincitore ex aequo insieme a quello progettato da Michele De Lucchi di un concorso ad inviti indetto da Enel per la progettazione di un pilone a basso impatto ambien-

tale. La sua struttura triangolare non rinuncia nella propria essenzialità a dichiararne la valenza funzionale, aggiungendo però il manifesto valore di nuovo elemento di relazione paesaggistica. Lo studio sul colore che si integra con il verde dominante, insieme alla possibilità di far nidificare gli uccelli, aggiungono relazioni che possono superare la sola visione del design dell'oggetto, diventando potenziali segni calligrafici del territorio. Per questo si può parlare di architettura a zero volume, in quanto si può intendere il progetto del nuovo traliccio come una sorta di primo passo verso la condivisibile possibilità di pensare le infrastrutture non solo come elementi capaci di assonarsi al paesaggio, ma come elementi che con le loro relazioni, riescono a disegnarlo.

Prospetto

Tutti i progetti presentati propongono nei loro ragionamenti, una variegata capacità di pensare lo spazio. Ognuno di questi percorsi contiene infatti l'idea della cura, ma dimostra come dentro ad essa, possa comunque persistere indenne la radice dell'innovazione. Sono progetti e realizzazioni che riescono a trasformare una condizione di stallo in risorsa, un'impossibilità in vantaggio, ricordandoci nella loro apparente inconciliabilità, che solo attraverso la presenza dei vincoli si riesce ad orientare e a dare struttura alla forma. In questa ottica, volume zero, può essere inteso allora, oltre che come modalità di cura, anche come auspicabile regimentazione di quella scomposizione che ormai tende a separare il senso del progetto da quello dei luoghi, l'istinto dalla ragione, il presente dalla sua storia.

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F O C U S Angelo Sampieri - • -

Tre direzioni senza volume - • RADICAMENTI / EVASIONI / ATTESE

Il rilievo acquisito dal volume zero nelle culture del progetto contemporaneo potremmo dire essere, se non fosse un ossimoro, enorme. Sia questo dovuto all'autonomia, figurativa e funzionale, conferita al progetto dello spazio aperto quale tema specifico del progetto architettonico e urbanistico1 sia, al contrario, all'evidenza di un sistema complesso e articolato di dipendenze che nello spazio aperto trova origine, senso e funzionamento. La letteratura sul tema è vasta, poco aggiornata dai nuovi slogan che tornano a celebrare la praticabilità di un progetto a volume zero nelle scelte di piano e di governo del territorio. Eppure è importante che oggi si torni a parlare di volume zero nel piano. O meglio, del piano in funzione di un progetto che ha la pretesa di dare forma a ciò che ha volume zero. È importante perché oggi, al cospetto di una flessione economica che sembra portare con sé anche un arresto del consumo di suolo, l'ipotesi potrebbe assumere più forza rispetto a quando adottata entro piani esemplari degli anni ottanta e novanta2. È importante purché oggi, come ieri, sia accolta nella consapevolezza che il volume zero non è, di per sé, un progetto, che manca di cubatura come di contenuti, e che per contare qualcosa di più di un banale vincolo di non edificabilità necessita di un orizzonte capace di orientare le singole azioni e di negoziare così, attraverso una prospettiva non ambigua, con le culture tecniche, politiche e di mercato che operano sul territorio. Si tratta allora di articolare un progetto per il volume zero. Un progetto per la città e il territorio che trovi nello spazio aperto la massima espressione delle scelte adottate. Palesando il fatto che un volume zero può essere esito di molti progetti diversi. Quanto segue prova a evidenziare tre direzioni, tra pulsioni più o meno moderate alla conservazione, e riformismi più o meno radicali e innovativi. Tre orientamenti attraverso i quali il volume zero riscrive la propria praticabilità, quale progetto per la città, nella ricerca di più adeguate forme di radicamento e comunanza, più versatili e poliedrici modi di abitare il territorio, più intense sintonie con la natura. Tre quadri, tesi a operare distinzioni e ribadire una tensione tra ipotesi di lavoro tra loro differenti. Senza la pretesa di esaurirle o contrarle entro traiettorie rigide, impermeabili, non cumulabili. Eppure nella convinzione che sia necessario un posizionamento chiaro e consapevole dei molti progetti a volume zero possibili entro prospettive robuste e non semplificate, capaci di conferire senso ed efficacia a programmi e azioni.

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Arresto del consumo di suolo, recupero del patrimonio edilizio consolidato, cura del progetto dello spazio aperto sono, entro una prospettiva territorialista, i presupposti di un progetto che è innanzi tutto radicamento, espressione di una discendenza ancor prima che di un orizzonte, recupero e rivalutazione dell'esistente in virtù di una ricostruzione di legami ritenuti disarticolati tra spazio e società, economie e culture, politiche e tradizioni. Il progetto urbano si adopera come può per tentarne una ritessitura. Enfatizzando una relazione privilegiata, protetta e sicura, con sedimentazioni e stratificazioni, iscrizioni e codici. Nell'obiettivo di rendere lo spazio più denso, più consistente e ricco di specificità e beni da capitalizzare. Nessun radicamento. Il contrario: il luogo conta nella misura in cui costringe e limita. Non è tempo di filiazioni e rivendicazioni di tradizioni ed eredità. Mosse regressive agli occhi di chi si impegna a rappresentare il presente quale groviglio di esperienze, interpretazioni, sguardi, linguaggi e tempi non riconducibili a sintesi. Il progetto a volume zero è progetto di comunicazione ancor prima che sedimento e inerzia. Territorialismi e passioni per il locale non sono che uscite premoderne e consolatorie, veicolate da teorie della decrescita e della fine dello sviluppo. Nessuna fine. Piuttosto, un venire post che non consente ritorni all'ordine, equilibri e congruenze. Ma accettazione non compiaciuta della complessità del presente. Le posizioni in gioco sono accomunate da Volume zero in ragione di un progetto ambientale, capace di combinare naturale e artificiale entro forme dell'abitare nuove, tagliate su sfondi economici, sociali e culturali non semplificati, convenzionali, prevedibili. Teso piuttosto a ritrattare i processi in corso in nome di razionalità molteplici, ove al centro c'è la natura e il tempo, il confronto con una trasformazione mai statica, la costruzione lenta e progressiva di ciò verso cui si mira. Nel tentativo di stare il più possibile aderenti agli eventi naturali e ai loro tempi e nella fiducia di poterli orientare dall'interno, dal corso stesso delle trasformazioni, attraverso forme di azione che si naturalizzano e si modellano entro le evoluzioni e i mutamenti. Sono molte le esperienze ascrivibili a que-


Le matrici di un atteggiamento di questo tipo sono numerose. Per l'influenza che alcuni contributi riverberano lungo il corso degli ultimi trent'anni, possiamo considerare posizioni volte a riconoscere nel territorio qualcosa che assomiglia a un testo. Un palinsesto a supporto del progetto3, un archivio di scritture e di segni, di forme proprie di un codice e di alcune logiche. Al contempo, documento fitto di lacune e cancellazioni. E come tale, supporto non impiegabile in modo acritico e dogmatico. Esito piuttosto di una dimostrazione, di natura morfologica ancor prima che storica, capace di rendere manifesto un funzionamento, una profondità storica, un giacimento di pratiche, usi, abitudini, che è riserva e capitale.

Così avveniva a Ginevra, agli inizi degli anni novanta, nell'Atlas du territoire genevois4. Sovrapposizione di catasti storici a evidenziare permanenze, modificazioni e sparizioni di beni immobili determinanti la forma del territorio ginevrino. Che tornava ad assumerne di nuove, nel rispetto dell'accumulo, attraverso i progetti di Georges Descombes e Rodolphe Lusher. In Francia nel lavoro di Michel Corajoud a Murs-à-Pêches di Montreuil, in quello di Michel Desvigne e Christine Dalnoky a Issoudun, nei tentativi di ritessitura agraria presso le stazioni del TGV di Avignon, Aix En Provence, Valence. In Spagna, nel recupero della città alta di Tarragona. E così in molta architettura del paesaggio che negli ultimi venti anni si è confrontata con temi

di progettazione urbana cercando di decifrare il modo in cui una stratificazione di forme fa del territorio un fenomeno di accumulo e un oggetto di costruzione. Una sovrapposizione di strati mobili, dinamici, capaci di dare luogo a una commistione di pratiche nuove e inattese comunioni. Come nel progetto dello Studio 11 per il parco Spoor Noord di Anversa, dove l'attenzione conferita alla presenza di una stratificazione, sociale, storica, topografica, infrastrutturale, consente di immaginare uno spessore importante entro il quale i differenti strati possano ricomporsi attraverso grammatiche nuove, nuove relazioni topografiche, nuovi usi e nuove temporalità. Qualcosa di analogo sulla High Line di Manhattan, dove i vec-

uno sguardo non orientato, sorpreso, sensibile al disordine e all'alterità. Attento a differenze, discontinuità e irregolarità. Teso a rilevare il carattere variegato, confuso, ibrido dei territori contemporanei5. Per lo più ostinato a non ricondurlo entro coordinate note. Enfatico nei confronti di ciò che è cangiante, screziato, eclettico. Così come nel progetto di tanti spazi aperti realizzati in Europa negli anni novanta. Dallo Schouwburgplein di Rotterdam del 1991, e alle tante esplorazioni di giardinieri d'avanguardia6, fino al progetto di strade, aree produttive, centri commerciali, distretti ludici e celebrati non luoghi di ogni sorta. Tutti gli strumenti e i saperi sono in campo, con evidente predilezione per avanguardie non canonizzate e competenze non discipli-

nari. Frequenti le incursioni nel mondo delle arti visive, della comunicazione e della pubblicità cui si attinge senza imbarazzi e senza cinismo. Ciò che preme è emozionare, alludere, incuriosire, sedurre, provocare. Attraverso la ricerca di esotismi, stravaganze, capricci. Messa in funzione di macchine ludiche per la partecipazione e l'interazione. Produzione di atmosfere, invenzione di scorci, giochi di luci e colori. È a questa logica che rispondono le incursioni di Marta Schwartz nel Financial District di Manhattan, i progetti più estetizzanti di Peter Walker, la breve ricerca di Yves Brunier, l'idea che dà origine e successo al Forum Esplanade di Barcellona e al Millennium Park di Chicago: attraverso il Pedestrian Bridge di Frank O. Gehry (e il suo artificioso organicismo metallico), il Lurie Garden di Kathryn

Gustafson (quasi un'apparizione nella sua dimensione di hortus conclusus metropolitano), la Crown Fountain di Jaume Plensa, dove i giganteschi video proiettanti volti degli abitanti alternati a immagini di natura incontaminata, tornano a ribadire le due retoriche centrali di questa stagione progettuale, partecipazione e ambiente. Nelle migliori esperienze non si tratta di un oltraggio continuo alla sobrietà, di un abbandono sconsiderato alla provocazione. Quanto ricerca di una sempre maggiore aderenza ai fatti e ai fenomeni che attraversano la città contemporanea, necessità di parlare al mondo, fuggire codici e inclinazioni locali. Nella consapevolezza di una incompletezza costitutiva della ricerca stessa: l'impossibilità di esaurirsi ridipingendo strade e pa-

sta traiettoria. Ovunque il progetto si è declinato entro una narrazione. Dove si è detto implicito7, descrittivo8. Esercizio di ascolto educato ai fenomeni. Attento a tenere il loro tempo e a emularne i caratteri. In luogo dell'agire, un fluire: "assecondare il più possibile, e ostacolare, il meno possibile9". Entro un'economia di mezzi e attraverso mosse allusive, per lo più mimetiche. Com'è nell'arte dei giardini, nell'architettura del paesaggio, nell'ecologia del paesaggio e nelle nuove teorizzazioni che fanno capo alle teorie del Landscape: Landscape Urbanism, Ecological Urbanism, Infrastructural Urbanism, neologismi in cui il soccorso che il paesaggio propone alle tradizionali pratiche di progettazione urbana riguarda un più efficace confronto con i tempi delle

trasformazioni, dove i tempi sono lunghi e gli esiti aperti. In questa direzione, ormai esemplari i lavori di Field Operations almeno a partire dal progetto per Fresh Kills a Staten Island. Per la capacità di sistematizzazione di un metodo: ricerca di ecologie, naturali e sociali, capaci di orientare le trasformazioni; studio del loro funzionamento e dei modi attraverso cui assecondarlo; simulazione dell'evoluzione e riproduzione dei materiali, dei tempi, dei flussi, mai specchiati entro configurazioni stabili, continuamente colti entro posture plastiche, infrastrutture, interazioni, co-dipendenze. Così anche negli esercizi di programmazione di OMA, dalla Villette a Melun-Senart, fino a Yokohama e Downsview Park, nelle macchinazioni di

FOA e MVRDV. Ma è attraverso le regole delle scienze della natura che un atteggiamento di questo tipo dispone di una varietà maggiore di strumenti, come dimostrano le realizzazioni di George Hargreaves, Peter Latz, Michel Desvigne, Agence Ter. Il riferimento alla natura legittima e apre nuovi campi di possibilità. Articolando in modo sorprendente mosse e strategie del progetto, evocando spazi che invitano a nuove forme di esperienza e di condivisione. Lo stare assieme assume un carattere naturale, una comunione di particolarismi che non rifiuta e non esclude, entro uno spazio tanto libero, accessibile e aperto, quanto inclusivo e sedato. Organico, disteso, quieto, fluido. Come nelle forme allegoriche che Kathryn Gustafson restituisce

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chi binari che compaiono a ricordare il trascorso funzionamento hanno ben poco di nostalgico. Così come poco selvatica la scelta delle graminacee che caratterizza la selezione vegetale. Tutto confluisce in una dimensione esotica e straniante dove i residui ferroviari e la vegetazione nativa si confondono tra le ricercatezze tecnologiche e il fasto di pavimentazioni, arredi, illuminazione. Dando luogo a un paesaggio che è al contempo infrastruttura tecnologica e oasi protetta, orto botanico e rovina romantica, spazio pubblico ordinato e silenzioso per perlustrazioni scientifiche, passeggiate rurali, safari metropolitani. Non sempre è così. Entro un simile atteggiamento, il valore dell'eredità e della trasmissione vince spesso su quello della

dimostrazione. E con esso prevale il richiamo a memorie, culture, tradizioni di cui ciò che preme enfatizzare è da un lato la perdita dall'altro i lasciti. Che si patrimonializzano, attraverso operazioni di tutela, rispetto e salvaguardia che poco spazio concedono all'innovazione. Tanto che non basta il talento occasionale del singolo progettista ad arginare le retoriche che affollano il rimando al locale e ai suoi particolarismi. Occorre l'assunzione consapevole di un progetto teso a contrastare rapide filiazioni e localismi identitari. Volume zero, allora, in virtù di un radicamento snello e derivazioni morbide, nessi mobili e legami quasi impalpabili, pronti a farsi e disfarsi a partire dal luogo in cui trovano radici.

lazzi con colori sgargianti (come nella città olandese degli anni novanta), nell'oltraggio a certo razionalismo novecentesco (come nelle provocatorie riqualificazioni della città moderna di Bernard Lassus a Batigère), o ancora, avvolgendo strade e piazze in vapori e luci irridescenti (come in tanta architettura del paesaggio che trasmuta in convenzionale arte urbana). Tutto questo, oggi, ancor più del tentativo di parlare in nome di qualcosa di autentico e di sincronico con ciò che accade, dice della difficoltà di farlo, di un'insufficienza che merita di essere accolta come tale: fondativa del progetto e persistente. È forse questa la lezione migliore che possiamo trarre dalla ricerca dei tanti progetti tesi a dare carattere alla città, fare spettacolo. Oggi, entro condizioni che pretendono sobrietà,

serietà e rigore, dichiarando sovente lo spettacolo finito, un atteggiamento di questo tipo non merita di essere accantonato troppo in fretta perché leggero, effimero, ingenuo nell'immaginare libertà senza costrizioni. Nulla vi rimane di compiaciuto, perché non più praticabile nell'ingenuità di esperienze che si appellavano al postmoderno e di posture falsamente evasive (iconoclasti redenti o fasulli, poeti e ricercatori del meraviglioso, inseguitori del marketing). Quel che resta, oltre alla forza immaginativa, è un carattere di finitezza, quasi una modestia inconsapevole (al di là delle forme poco misurate delle espressioni): l'assunzione di obiettivi tanto immediati quanto contenuti, poco pretenziosi, che non intendono durare a lungo, dire qualcosa del presente e farsi da parte.

in importanti occasioni progettuali. Spazi ospitali, inclusivi, tesi a descrivere un equilibrio, infondere serenità e armonia, coltivare accordi e consonanze in una città che trasmuta in giardino, orto, parco. Placide e ben monitorate sintonie tra uomo, natura e artificio ovunque vi è stata contaminazione e degrado. Come per le altre traiettorie indicate, sono anche qui evidenti derive e insidie. Semplificato risulta il riferimento a immaginari collaudati e consensuali: ecoismi planetari10, dove ecologico diviene ciò che è mondo vissuto, e naturale l'insieme di saperi intuitivi, le pratiche vernacolari, le abitudini e le norme di condotta spontanee. Parziale appare talvolta il rapporto con le tecniche, in particolar modo quando depurate

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di un confronto sostantivo con questioni di natura economica, politica, sociale. Non mancano infine esercizi simulativi e giochi programmatori che si risolvono in formalismi autoreferenziali. Eppure, tutto questo assieme, bene restituisce un livello del dibattito contemporaneo attorno al progetto urbano. Certo, in prima istanza le difficoltà che lo stanno attraversando, il suo essere in balia di valori e retoriche che in ragione di crisi ed emergenze rallentano più risolute innovazioni e trasformazioni. Una stasi che però, entro questa traiettoria, appare carica di aspettative e ricca di nuovi movimenti possibili. Volume zero, in tal caso, quale strategia di rallentamento, nell'attesa di una riconfigurazione complessiva di pratiche e saperi collaudati.

NOTE --1 - A. Aymonino, V.P. Mosco, Spazi pubblici contemporanei. Architettura a volume zero, Skira, Milano 2006. 2 - Il riferimento è principalmente ai piani di Bernardo Secchi (a partire da quello di Jesi e di Siena) ed alle sue posizioni attorno alla locuzione progetto di suolo. B. Secchi, Progetto di suolo, in “Casabella”, n. 520, 1986. 3 - A. Corboz, Il territorio come palinsesto, in “Casabella”, n.516, 1985. Ora in Id., Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo, la città e il territorio, Franco Angeli, Milano 1998. 4 - Atlas du territoire genevois – Permanences et modifications cadastrales aux XIXe et XXe Siecles. Georg Ed., Ginevra 1993. 5 - M. Zardini (a cura di), Paesaggi ibridi, Skira, Milano 1996. 6 - T. Richardson (a cura di), Avant Gardeners, 22publishing, Milano 2009. 7 - G. Dematteis, Progetto implicito, Franco Angeli, Milano 1995. 8 - B. Secchi, Urbanistica descrittiva, in “Casabella”, 588, 1992, pp. 22-3. 9 - A. Roger, Dal giardino in movimento al giardino planetario, in “Lotus Navigator”, n.2, 2001, p. 72. 10 - S. Veca, Alcune osservazioni su etica e ambiente, in Aa. Vv., La dimensione etica nelle società contemporanee, Edizione della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1990, p. 129.


↓ ©Rob Feenstra

Amsterdam Cultuurpark Westergasfabriek progetto di GustafsonPorter

Sfruttando un vecchio sito industriale lo studio GustafsonPorter ha progettato un parco ispirato dal desiderio che la rivoluzione paesaggistica urbana del XXI° sec. possa sovrapporsi ai segni della rivoluzione industriale del XIX Secolo.


⇆ ŠIwan Baan

NEW YORK High Line progetto di Diller Scofidio+Renfro con Piet Oudolf

Realizzato con i fondi privati della Fondazione "Friends of High Line" l'High Line, la sopraelevata realizzata negli anni Trenta, tra la W11th street e la W30th street a Manhattan, diventa un parco urbano lineare, a disposizione di tutti gli abitanti, rivitalizzante l'intera area urbana circostante, in una perfetta interazione tra i desideri dei filantropi privati e le esigenze dei cittadini.


INFRASTRUTTURA

INVENTIVA INNESTI recupero sensibile

RIDEFINIZIONE

TOPOGRAFIA

METAMORFOSI URBANE


P ro j ects Tommaso Rossi Fioravanti

Margherita Caldi Inchingolo

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Vivere senza volume

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Analizzare alcuni progetti al di fuori del nostro paese inerenti il tema zero volumetria risulta particolarmente interessante in quanto l'approccio, metodologico e progettuale, appare sostanzialmente antitetico rispetto a quello che si venuto delineando per quelli italiani. Anche la decisione di mostrare progetti ubicati in diversi continenti e di escludere interessanti esempi spagnoli o portoghesi è stata una scelta ponderata tale da mettere in risalto e sottolineare le differenze con gli esempi proposti nell'articolo Volumezerozerovolume, Contemporanee declinazioni. Fin da una prima analisi sommaria dei progetti qui presi in esame appare evidente come un comune orientamento progettuale condivide di fatto dei sistemi di riferimenti culturali per cui il tema zero volumetria viene declinato in modo spesso complementare rispetto a quello che è emerso dai progetti presi in esame nel "Bel Paese". Non a caso richiamo quest'appellativo, perché proprio partendo da una fondamentale divergenza di interpretazione di cosa è "bello" i colleghi europei giungono a conclusioni tanto differenti nelle loro realizzazioni. Se la matrice razionalista, insita nel modo di progettare di paesi come l'Italia o la penisola iberica, prevede una sistematicità di approccio che non può prescindere dal ridisegnare lo spazio sul quale va a intervenire per renderlo coerente e quindi "bello", l'assenza di un solido ancoraggio alla "servitù" dello spazio che caratterizza invece l'attitudine più brutalista e informale dei paesi nordici permette loro di delineare i contorni di un architettura dotata di una libertà espressiva che si svincola da ogni approccio disciplinare, in cui il "bello" non scaturisce necessariamente dalla completezza sintattica quanto piuttosto dal gesto progettuale che in se fa continua a pagina 60 convergere molteplici identità.

La definizione " Volume zero" è sfumata e paradossale. Ma questo non può impedire di individuare in essa una serie di potenzialità da comprendere, e possibilmente da attuare, quali parti di una possibile soluzione al periodo critico che l'architettura dei nostri paesaggi e delle nostre città sta vivendo. Un presente in cui gli interventi architettonici, di qualità, sembrano essere ridotti al minimo e le giovani generazioni di professionisti devono fronteggiare limiti legislativi, economici, etici ed estetici che necessitano di nuove risposte. Le quali possono giungere solo con nuove energie economiche ed intellettuali dirette alla ricerca, non solo di diversi materiali e tecnologie, ma anche di differenti gestioni politiche, economiche e sociali delle risorse di tutti. Specialmente quando parliamo di un tema centrale per l'architettura qual è la residenza. La funzione che accomuna, a diverse scale, i tre esempi che andremo a trattare. continua a pagina 71

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JAKOB + MacFARLANE Centro della moda e del design Parigi

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↑ ©Icade Borel

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↓ ©Icade Borel

Esemplare a tale proposito è il progetto di riabilitazione di un vecchio molo lungo la Senna ad opera dello studio parigino Jakob+MacFarlane inaugurato nel 2008 come Institut Francais de la Mode che in cui convergono il tema della topografia e quello dell'innesto . Nato da un concorso di idee con l'intento di rivitalizzare, dal punto di vista economico e sociale, il 13° Arrondissement, il progetto vincitore si impose per la spettacolare soluzione di utilizzare la struttura come base di progetto andando a intervenire solo "sopra", con un intervento che fu definito Plug-Over. Una nuova pelle riveste la costruzione esistente intervenendo sia sull'aspetto formale che su quello spaziale dell'edificio senza però

snaturarne il carattere originario. Tale nuova pelle, di colore verde, punta ad entrare in consonanza con il fluire dell'acqua del fiume e con quello delle passeggiate lungo le sue sponde rimodellando la topografia della sponda attraverso un gesto fluido e accattivante. I nuovi orientamenti che tendono ad indirizzare, in maniera sempre più diffusa, la produzione architettonica verso la trasformazione e la rigenerazione dell'esistente trovano in questo progetto un esempio paradigmatico: la pratica dell'addizione o dell'innesto di un corpo su un altro corpo è qui perseguita in maniera sapiente e coraggiosa senza la pretesa di rivedere la sintassi dell'intero complesso.

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↑ ©Icade Borel

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NHDRO Waterhouse Shanghai

↓ ©Pedro Pegenaute

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Anche nel recupero sensibile del Waterhouse di Shangai, un piccolo Boutique Hotel realizzato da Neri & Hu Design and Research Office (NHDRO) tra il 2008 e il 2010 sono evidenti le dissonanze tra il corpo di fabbrica degli anni Trenta e la nuova addizione. Gli autori hanno rinforzato l'originario scheletro di cemento con armature in acciaio lasciandolo però bene in vista a ricordo del passato industriale dell'area; allo stesso modo le pareti scrostate della hall e delle scale giocano sull'intangibile sfocatura tra spazio pubblico e spazio domestico che secondo Lyndon Neri è l'anima intrinseca di Shangai che emerge con forza da questo progetto.

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↑ ŠPedro Pegenaute

Sezioni longitudinale e trasversale


↓ ©Pedro Pegenaute

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APAP Open School Anyang

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↑ ©Kim Myoung

LOT-EK

Una declinazione assolutamente personale di zero volumetria la ricaviamo dal progetto dello studio newyorkese, ma in realtà italianissimo dei LOT-EK che si inserisce nel filone di progetti iniziato già qualche anno fa, nel 2006 per la precisione, con il negozio della Freitag di Zurigo degli architetti Spillmann Echsle interamente ricavato da 17 container arrugginiti e riciclati. "Qual è la linea tra imparare da un oggetto, capire un oggetto e sfruttare un oggetto – giocarci, romperlo e fargli fare cose che non vuole fare?" si chiede Giuseppe Lignano dei LOT-EK introducendo il progetto APAP Open School nella Corea del Sud.


↓ ©Kim Myoung

Otto container tagliati, assemblati e sospesi dal suolo ospitano uno spazio espositivo, degli uffici e due case-studio per artisti, lasciando al di sotto uno spazio libero che sfrutta il naturale declivio del terreno per formare un anfiteatro per manifestazioni all'aperto. Se per un verso l'unione tra elementi industriali e funzione culturale sembra uno sfortunato ossimoro, la sapiente reinterpretazione di forme primarie stereometriche composte con delicata sapienza quasi a formare un evanescente origami dimostrano che "lavorare con oggetti di riuso è un modo di capire la nostra cultura – dopo tutto, la cultura si crea a tutti i livelli"

Ho lasciato volutamente questo progetto tra gli ultimi perché lo ritengo paradigmatico di come si possa coniugare un'architettura responsabile con un linguaggio contemporaneo e non convenzionale. Se da un lato infatti il progetto è esemplare di cosa voglia dire costruire a zero volumetria – riuso responsabile, minimo consumo di suolo, totale reversibilità – dall'altro reinterpreta queste categorie di responsabilità in modo talmente inventivo che si perde ogni traccia di necessarietà mentre emerge incondizionato lo spirito che ha saputo creare tale entusiasmante architettura partendo da primari componenti industriali.

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↑ ©Kim Myoung

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ONL [oosterhuis_lénárd] Barriera acustica Utrecht

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A concludere una infrastruttura molto sui generis, un esempio ibrido e per niente scontato di come si possa coniugare necessità e opportunità in un unica struttura. Lo studio olandese ONL propone lungo l'autostrada A2 in prossimità di Utrecht una barriera acustica che nella sua parte centrale ospita il Cockpit Building per un rivenditore Bentley e Rolls Royce. L'obiettivo è quello di separare il distretto industriale da quello residenziale per attenuare il rumore, ma anche di creare una complesso architettonico di cui le persone possano godere. Alla fine del 2005 viene così ultimato una barriera che riflette il suono lunga un chilometro e mezzo con all'interno incastonato un edificio industriale di

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circa 5.000mq. L'idea alla base dell'intera operazione è stata quella di progettare il complesso considerando la velocità del traffico veicolare come invariante progettuale visto che il complesso è percepito primariamente dalla prospettiva del guidatore. L'altezza dell'edifico, per risultare perfettamente incorporato con la barriera, fu prescritta dieci volte minore rispetto alla sua lunghezza in modo che la percezione per gli automobilisti al momento che lo superavano guidando fosse "liscia e delicata alla vista", tale che non ci fossero distrazioni dovute a improvvisi cambi di geometria. La barriera può essere definita come un serpente strisciante lungo il percorso autostradale; la sua pelle grigio chia-

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ro composta da migliaia di triangoli traslucidi riflette e al contempo e lascia intravedere l'ambiente retrostante. Il profilo della sezione del corpo allungato varia dolcemente da forme concave a forme convesse e crea, in alcuni punti, delle pieghe longitudinale dall'aspetto tagliente. Tali pieghe lungo il corpo allungato sono essenzialmente elementi stilistici che si sincronizzano con i percorsi veloci generati dal movimento stesso delle macchine. Gli autori sviluppano in questo progetto la differenza relativa tra chi guarda e chi è guardato concetto prioritario e già familiare a chi disegna autovetture, ma che oggi si inizia a tenere in considerazione anche per gli edifici lungo le autostrade. Ciò viene realizzato


attraverso un insieme relativamente semplice di curve relative che descrivono una relazione parametrica tra altezza, larghezza e profondità che generano approssimativamente 7000 punti-oggetto; tutti i punti e le relazione tra questi sono amministrati tramite un database e comunicano con le macchine a controllo numerico del costruttore. Il progetto quindi risulta una felice espressione del connubio tra architettura, scultura, tecnologia e arti digitali e rispecchia a pieno l'identità dello studio i cui direttori sono un architetto, Kas Oosterhuis, e un'artista visuale, Ilona Lénárd, formatasi alla Accademia di de Kooning di Rotterdam. Un altro aspetto che vale la pena sottolineare è come,

anche in questo caso, si ripeta la fortunata capacità, tutta olandese, di associare funzioni che, a rigor di logica, sembrerebbero dissonanti, all'interno di un unico contenitore. Dal basketbar degli NL Architects ad Utrecht, al McCormick Tribune Campus Center di Rem Koolhaas a Chicago pare che l'architettura olandese avversi il prodotto standardizzato dell'economia globale per dare risposte anticonvenzionali e alternative basate sulla molteplicità espressiva della "contaminazione". Ferma restando la felice impronta "antidogmatica" con cui viene affrontato il progetto e la bellezza dell'oggetto in quanto tale, nutro però delle riserve sulla possibilità di riscontra-

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se A R C H The Hole Vals

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↓ ŠIwan Baan

re quei caratteri etici che fino a qui ci hanno fatto definire un progetto degno di essere classificato a "zero volumetria". Se l'idea di fondere un aspetto di pura necessità come una barriera architettonica con un elemento funzionale in esso integrato è assolutamente nell'ottica di un architettura sensibile e rispettosa, il gesto architettonico in se risulta, a mio parere, per certi aspetti troppo autoreferenziale, forse e soprattutto rispetto al ruolo che deve compiere. L'ipertrofia strutturale mi fa chiedere quanta di quella materia fosse realmente necessaria alla primaria funzione dell'opera, quella acustica, ma soprattutto quella forma sinuosa e suadente quanto segna inesorabilmente il territorio?


Niente sfugge alla legge della conservazione della massa, nemmeno la montagna di Vals. La cittadina svizzera, nota per la presenza delle Terme progettate da Peter Zumthor, nel 2009 si arricchisce di un altro “pezzo" architettonico: “the hole” una villa progettata dallo studio olandese SeARCH. Il quale, utilizzando quale ingresso un vecchio fienile, ha sviluppato un'abitazione ipogea che sfocia su un patio aperto scavato nel fianco della montagna. Un duplice motivo ha spinto i progettisti a prediligere l'architettura sotterranea, da una parte la volontà di non interferire nella visuale da e verso le Terme di Zumthor,

dall'altra la volontà di astrarre gli abitanti dal contesto urbano circostante immergendoli tra natura e cielo, in un effetto dramatizzato dall'inclinazione della facciata della villa. Se poi possiamo parlare di sostenibilità per quel che concerne la climatizzazione, l'architettura sotterranea, infatti, permette di mantenere una temperatura calda di inverno e fredda d'estate, possiamo realmente definire etica la scelta di scavare nel fianco della montagna per non ostruire la vista da e verso un oggetto creato dall'uomo, laddove per etica architettonica si intenda uno dei valori cardine del “volume zero”?

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↑ ©Iwan Baan

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Villa Vals Floorplans.pdf

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D R U O T + L acaton & vassal Trasformazione di blocco residenziale Parigi

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Di contro un esempio paradigmatico è il recupero della Tour Bois le Prêtre, un edificio costruito nei primi anni '60, che sorge lungo il raccordo anulare di Parigi nel XVII° arrondissement. Essa comprende 96 appartamenti, distribuiti su 16 piani, per la quale si è rinunciato alla demolizione, inizialmente contemplata, a favore di un ulteriore processo di riqualificazione, il primo dei quali era già avvenuto negli anni '80. L'operazione, in seguito ad un concorso indetto dall'OPAC proprietario dell'edificio, è stata affidata allo studio Lacaton & Vassal, che da anni conduce ricerche verso questa tendenza del costruire. “Lavorare con l'architettura significa – spiegano i progettisti – lavorare con l'esistente sempre, in questo caso si


tratta di lavorare e pensare gli spazi dall'interno non dall'esterno”. Gli architetti si preoccupano di rispondere alla domanda: come riutilizzare questi edifici, traendone vantaggio, sfruttando tutto il loro potenziale per creare spazi abitativi migliori e a costi contenuti? Il progetto analizzato, secondo questi principi, prevede un ampliamento degli appartamenti ed una migliore esposizione alla luce, senza mutare la disposizione interna esistente, grazie ad una nuova superficie, “agganciata” senza soluzione di continuità, lungo il perimetro della torre. Una fascia di tre metri di larghezza, due metri di giardino d'inverno e un metro di balcone, realizzata tramite l'impiego di moduli prefabbricati (dim.7 x 3,20 m) in ac-

ciaio comprendenti, il pavimento, il soffitto e la doppia facciata che separa il giardino d'inverno dal balcone. Grandi finestrature sono previste al posto della vecchia facciata opaca, che verrà via via smantellata, permettendo agli inquilini di continuare a vivere nelle proprie abitazioni anche durante i lavori. Riguardo gli spazi comuni, sono stati aggiunti due nuovi ascensori, le scale sono state vetrate così da permettere l'illuminazione naturale ed il piano terra è stato riprogettato, permettendo il passaggio diretto dalla hall di ingresso al giardino sul retro, con la creazione di nuovi luoghi di socializzazione per gli abitanti. Il progetto è stato esposto al MOMA in occasione della mostra Small scale big change: New Architectures of Social Engagement.

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Progetti di riqualificazione Leinefelde

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↑ ©Jean Luc Valentin

S tefan F orster

Gli stessi concetti progettuali hanno guidato anche il progetto dello studio di Stefan Forster a Leinenfeld, che costituisce un vero e proprio manuale di strategie per il recupero. Leinefelde a Nord Ovest della Thuringia, è una tipica cittadina della Germania dell'est, che sviluppatasi grazie, e intorno all'industria, vedeva il 90% dei propri abitanti vivere nei “Plattenbauten”; edifici residenziali collettivi prefabbricati in calcestruzzo. Questi edifici, anch'essi risparmiati dalla demolizione, hanno subito una metamorfosi grazie allo studio Forster, che ispirandosi alle Garden City, ha convertito i blocchi residenziali disabilitati in moderne residenze familiari. I problemi principali che spesso si incontrano in questo genere di


↓ ©Jean Luc Valentin

intervento sono principalmente legati alla inadeguatezza rispetto alle odierne normative, soprattutto quelle inerenti la sostenibilità energetica.Tutti e quattro gli interventi sono caratterizzati dalla volontà di rompere la monotonia delle piante legata ad un'architettura di stampo socialista e di riqualificare l'involucro tramite un nuovo cappotto e nuovi serramenti. In ordine cronologico vengono brevemente analizzati quattro tra gli interventi eseguiti: Lessingstrasse (1999), ha visto la demolizione di 40 appartamenti e la riorganizzazione di 120, per un costo di costruzione di 521 euro al mq. Qui si è scelto di demolire un blocco, e utilizzare elementi prefabbricati. Gli abitanti sono rimasti nell'edificio an-

che durante i lavori. Negli appartamenti sfitti si sono create delle maisonettes (appartamenti su due piani). Buchnerstrasse (2001), demolizione di 32 appartamenti, riorganizzazione di 64 appartamenti, per un costo di costruzione di 628 euro al mq. Per questo blocco è stato possibile intervenire sulle altezze in quanto risultava sfitto, è così passato da sei a quattro piani e gli elementi non portanti sono stati eliminati. Questo ha permesso una più agile disposizione della pianta interna. Goethestraße, (2003), demolizione di 12 appartamenti e riorganizzazione di 120, per un costo di costruzione di 757 euro al mq. Il blocco ha subito un drastico ridimensionamento passando da 5 a 3 piani, grazie allo smantellamento dei panneli prafabbri-

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↑ ©Jean Luc Valentin

cati dell'ultimo livello. Ciò ha permesso di creare appartamenti di differenti e più ampi tagli. Buechnerstraße 3, (2006), demolizione di 39 appartamenti, riorganizzazione di 80 per un costo di costruzione di 704 euro al mq. La decostruzione di due piani ha ampliato le possibilità di giocare con la composizione degli spazi sia interni che esterni. Sulla scorta di questi esempi si può quindi vedere come ragionare in termini di Volume zero è sicuramente una realtà architettonica. E nonostante la semplicità dello slogan, qualcosa che mostra differenti gradi di complessità. Volume zero non si basa infatti su un linguaggio ma su differenti strategie, che come tali, possono essere interpretate da differenti angolazioni.


ALTRE ARCHITETTURE


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A T T R AV E R SO IL T R ASV E R SAL E Marcello Marchesini

Un'altra architettura, non vuole certo identificare un'architettura alternativa a quella esistente, un'architettura dell'utopia legata al libero arbitrio, un'architettura irrealizzabile, visionaria o delirante. Un'altra architettura vuole semplicemente sottolineare che fare architettura può anche voler dire confrontarsi con il contesto in modo assolutamente trasgressivo e trasversale. Ciò comporta il seguire e il rintracciare traiettorie apparentemente astratte che permettono di scardinare con maggior convinzione e precisione molti dei luoghi comuni e dei pensieri convenzionali che purtroppo contribuiscono ad impoverire l'idea di città contemporanea. Allora, forse, se esiste la possibilità di un'altra architettura esiste anche un'altra città: allora, forse, i problemi delle città stesse, sono altri. Non sono quelli dei grandi temi, delle grandi progettualità, delle grandi operazioni di manegement urbanistico, delle grandi pianificazioni territoriali, quelli insomma, dei grandi numeri. Allora, forse, lavorare negli interstizi, nei riflussi, negli intervalli, nelle pause, nelle pieghe della città, acquista un valore singolare, quello di poter pensare in modo diverso e nuovo la città: città intesa come paesaggio, come territorio antropologico dove l'uomo si muove da sempre. Un'altra architettura, appunto. Curitiba, nel sud del Brasile ne è un esempio convincente e concreto. Qui l'altra architettura diventa protagonista e grazie ad una politica del buon senso e alla creatività del sindaco Jaime Lerner, la città, una metropoli di circa 3 milioni di abitanti, riprende vita attraverso un capillare processo di agopuntura urbana1. Piccoli, intelligenti interventi che rianimano un corpo, quello urbano, spesso in debito di ossigeno. Di esempi, noti e meno noti, ce ne sono svariati: Barcellona, Tirana e Medellin sono la dimostrazione tangibile di come sia possibile applicare una filosofia di intervento puntuale e discreta in totale contrapposizione a quella adottata per le cosiddette smart cities, le faraoniche green-city del terzo millennio di Masdar City, Caofeidian e Hanoi. La città offre molto. E l'architettura? La risposta non è facile perché piena di insidie: intorno al quesito infatti c'è molta confusione, versi striduli e tanti cori stonati, dissonanti, afoni! Nella città contemporanea dalle grandi trasformazioni ci sono però anche voci che parlano e diffondono suoni diversi. Voci che fluttuano e rimbalzano attraverso melodie in sintonia con le occasioni uniche, nel senso di speciali, che la città offre. La città allora diventa un territorio da esplorare, un laboratorio di idee dove sperimentare nuovi modi di organizzare, percepire lo spazio pubblico esterno. Plastique Fantastique si inserisce perfettamente all'interno di questo vuoto, questa "zero cubatura" che non si capisce bene cosa sia veramente: come molte cose dipende sempre da che punto di vista la si osserva, la cosa; come nel film "L'attimo fuggente", dove il professor John Keating esorta i suoi studenti a guardare le cose da un'altra prospettiva, per educarli all'anticonformismo2. Visitando il sito del gruppo berlinese è possibile leggere la definizione che danno loro stessi, del proprio lavoro. Lo paragonano ad una bolla di sapone che influenza lo spazio circostante, allo straniero che, ingombrante e scomodo per definizione, occupa e muta le relazioni abituali, i punti di vista: il paesaggio allora si mescola, diventa ibrido e le tradizioni e le sicurezze vengono messe in discussione, così come la identità di quel luogo che, dopo la contaminazione del forestiero, non è più la stessa, si prepara al cambiamento, alla trasformazione.

Plastique Fantastique KÜCHENMONUMENT

Premiere: 29. Duisburger Akzente, Publicity, Duisburg, maggio 2006


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www.raumlabor-berlin.de

www.

plastique-fantastique.de

↑ ©MARCO CANEVACCI

Das Küchenmonument


84 Ha ragione Rem Koolhaas quando sostiene che l'identità è una trappola3? Junkspace è forse il frutto futuro di quella modernità debole e diffusa di Andrea Branzi4 capace di modificare il mondo? In ogni caso il cambiamento non è vero che apre a brutali prospettive di trapianto5. Plastique Fantastique catturano lo spazio inesplorato, dimenticato o emarginato della città, attraverso delle architetture leggere e temporanee che interagiscono con le persone: sotto un cavalcavia (Küchenmonument), in una casa vuota (Space Invaders, progetto realizzato insieme ai fiorentini Architettura Sonora), ai bordi di un fiume (Odyspree), accanto a un museo (Gallerinatten). Sono questi alcuni dei luoghi dove Plastique Fantastique interviene, senza per questo rinunciare all'architettura. Luoghi abbandonati, ripudiati, orfani: luoghi che incoraggiano un'altra architettura. Luoghi che Alterazioni Video hanno reso manifesti, attraverso "L'incompiuto siciliano", un dettagliato osservatorio partecipato sul fenomeno delle opere incompiute: "[...]. Attribuire all'"incompiuto" un significato artistico e architettonico significa escogitare un altro modo di leggere questi luoghi, utile per una comprensione più ampia e problematizzata dei rapporti tra il territorio e coloro che lo abitano."6 Il progetto in questo caso parte da una denuncia reale sulla responsabilità della politica e della crisi dell'architettura pubblica in Italia, ma la sua finalità è quella di interrogarsi come sia possibile una riabilitazione di questi mastodontici dinosauri di cemento, pensati non più come detrattori del paesaggio, bensì come parte integrante della sua storia e quindi potenzialmente recuperabili attraverso una strategia "intelligente". Il panorama contemporaneo offre, fortunatamente, esempi molto incoraggianti a tale proposito. Basta pensare ai progetti promossi da Esterni, l'impresa culturale milanese, che dal 1995 si dedica alla ricerca in ambito urbano di nuove soluzioni per migliorare la qualità di vita nelle città contemporanee: è il caso, ad esempio, della Cascina della Cuccagna ed Officina Creativa dove tutto è finalizzato al recupero e alla rigenerazione di spazi privati in spazi ad uso pubblico. Così facendo pubblico e privato, due sfere dai poli opposti che però si respingono da sempre, riscoprono la loro capacità congenita di attrarsi l'un l'altro e di generare così nuove scintille urbane alimentate dalla relazione tra le persone e dalla loro personale esperienza. Ma le relazioni, lo stare insieme e la condivisione si possono anche accendere attraverso la convivialità: tipica ed intrigante è quella proposta dal collettivo al femminile Arabeschi di Latte dove il cibo per l'uomo, diventa quello che l'architettura è per la città. Un modo affascinante per raccontare quanto sia importante creare quella condizione necessaria di grande complicità per agevolare l'iniziativa, l'azione, per propiziare quel cambiamento tanto auspicato da Jame Lerner attraverso una misurata operazione di agopuntura urbana7, per garantirsi almeno l'indispensabile. Ma quali sono le cose di cui non possiamo fare a meno, le cose indispensabili? All we need8: tutti noi abbiamo bisogno. Così esortano Barbara Holzer e Tristan Kobler di Holzer Kobler Architekturen, studio svizzero fondato a Zurigo dai due architetti nel 2004, difronte alle domande esistenziali sui bisogni fondamentali dell'uomo. Una grande mostra dove viene data vita, immagine, ai dieci bisogni umani fondamentali individuati da Manfred Max-Neef9: Relax, Survive, Choose, Protect, Love, Belong, Create, Understand, Dream, Stand Up. La città offre molto, lo abbiamo già detto. Ma cosa possiamo fare noi per la città? Una risposta possibile è quella proposta attraverso CriticalCity, un pervasive game che, attraverso una piattaforma web, porta i giocatori ad uscire di casa e chiede loro di realizzare "missioni" nella città. Le missioni sono azioni ideate per far interagire i giocatori con lo spazio urbano in modo nuovo, divertente, spesso provocatorio, sempre inaspettato."10 Un vero e proprio gioco di trasformazione urbana che offre la possibilità di conoscere ed esplorare la città, di osservarla attraverso uno sguardo nuovo, più critico e allo stesso tempo più consapevole. Il "giocatore" infatti deve intervenire attivamente sul contesto, modificandolo: visitare una fabbrica, piantare fiori, coinvolgere passanti, aiutare un animale randagio, parlare con le persone, fotografare, pulire in terra, etc... Una collaborazione urbana collettiva, partecipativa, dinamica, curiosa, interessante, che individua i punti sensibili della città per migliorarli: decisamente un'altra architettura!

Plastique Fantastique SPACE INVADERS

Torstrasse 166, Haus der Vorstellung. Berlin, ottobre 2008


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www.architetturasonora.com

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↑ ©MARCO CANEVACCI / MAX MERZ / MARZUS WÜSTE

Space Invaders


86 NOTE 1. Jame Lerner, Acupuntura Urbana, Editora Record 2003. Nell'introduzione l'autore del libro afferma: "Ho sempre avuto l'illusione e la speranza che, con una puntura di ago, sia possibile curare i mali. Il principio di recuperare l'energia di un punto dolente o affaticato per mezzo di un semplice tocco ha a che vedere con la rivitalizzazione di questo punto e dell'area che lo circonda. Credo che alcune "magie" della medicina possano, e debbano, essere applicate alle città, poiché molte di esse sono ammalate, ed alcune quasi all'ultimo stadio. Proprio come la medicina necessita dell'interazione tra il medico ed il paziente, anche in urbanistica è necessario far reagire le città. Trattare un'area in modo che la si possa curare, migliorare, creando reazioni positive e a catena. È indispensabile intervenire per rivitalizzare, per far lavorare l'organismo in un altro modo". 2. Dal film L'attimo fuggente di Peter Weir, 1989. [La scena: dialogo tra il professore e gli studenti, all'interno dell'aula del liceo]. Il professore sale sulla cattedra. Professore: "Perché sono salito qua su? Chi indovina?" Studente: "Per sentirsi alto!" Professore: "No! Ding! Grazie per aver partecipato! Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare. Ecco, quando leggete non considerate soltanto l'autore, considerate quello che voi pensate. Figliuoli dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Trou dice: molti uomini hanno vita di quieta disperazione. Non vi rassegnate a questo: ribellatevi! Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno! Ecco così! Osate cambiare, cercate nuove strade!" 3. Rem Koolhaas, Junkspace, (a cura di) Gabriele Mastrigli, Quodlibet, Macerata 2006. "[…] L'identità è una trappola in cui un numero sempre maggiore di topi deve dividersi l'esca originaria e che, osservata da vicino, forse è vuota da secoli. Più forte è l'identità, più è vincolante, più recalcitra di fronte all'espansione, all'interpretazione, al rinnovamento, alla contraddizione. L'identità diventa un faro, fisso, inflessibile: può cambiare la sua posizione o il segnale che emette solo al prezzo di destabilizzare la navigazione." 4. Andrea Branzi, Modernità debole e diffusa. Il mondo del progetto all'inizio del XXI secolo, Skira, Milano 2006 5. Paolo Zermani, Identità dell'architettura, Officina Edizioni, Roma 1995, pg. XV. "[...]. Ma è bene non dimenticare che la trasformazione appare sempre e comunque attraverso un evento traumatico rispetto alla condizione d'origine: una prospettiva di trapianto." 6. Cfr. in Alterazioni Video, http://www.incompiutosiciliano.org/incompiuto-siciliano 7. J. Lerner, op. cit., pg. 6. "Cosa si potrebbe citare come esempi di una buona agopuntura urbana? La riconversione di Cannery, a San Francisco. Il Parco Güell, a Barcellona. A volte, è un'opera a propiziare un cambiamento culturale, come è stato il caso del Centro Pompidou, a Parigi, del Museo di Bilbao, di Frank Gehry, o anche il restauro della Grand Central Station, a New York. Altre volte, l'agopuntura urbana avviene grazie ad un tocco di genialità, come la piramide del Louvre, il recupero di Porto Madero, a Buenos Aires, e il complesso di Pampulha, di Oscar Niemeyer, a Belo Horizonte. Cose piccole, come il Paley Park, a New York. O grandi opere, come l'Istituto del Mondo Arabo di Jean Novel, a Parigi, ed il Museo dell'Olocausto di Libeskind, a Berlino. In alcuni casi, gli interventi accadono più per caso che per disegno, per sanare ferite che l'uomo stesso ha inferto alla natura, come le cave. Con il tempo, queste ferite creeranno un altro paesaggio. Il saper trar profitto da questi paesaggi e dalle correzioni degli errori umani è un'agopuntura che dà risultati eccellenti. Un esempio chiaro, ottimo, è l'Opera di Arame, a Curitiba. O ancora la demolizione della freeway a San Francisco." 8. Holzer Kobler Architekturen (Ed), All we need, Edizioni Lars Muller Publishers, Zürich 2007 9. Economista cileno vincitore del Right Livelihood Award, conosciuto come il premio Nobel alternativo, per il suo lavoro nelle zone povere e nei paesi in via di sviluppo. 10. http://www.criticalcity.org/

Plastique Fantastique Gallerinatten

Moderna Museet Malmö, 26 settembre 2009


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plastique-fantastique.de

↑ ©MARCO CANEVACCI / MARZUS WÜSTE

Gallerinatten Moderna Museet Malmö


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COM E FACCIAMO Essere operativi 1. Autoritratto, mappa 2. San Pietro, immagini scattate durante i Click day 3. Homepage

Antonella Serra

Attraverso un sito web dedicato alla ricostruzione de L'Aquila l'architetto inglese Barnaby Gunning incentiva una ricostruzione open source tra reale e virtuale. A due anni dal sisma L'Aquila è ancora una città fantasma. Si entra nella zona rossa solo previa autorizzazione ed accompagnati. La città è pervasa da un silenzio irreale ed il tempo continua a scorrere creando spazi per l'abbandono ed allontanando dalle macerie le voci e le storie che hanno animato questi luoghi. "Come facciamo?" è la domanda pronunciata a mezza voce dagli Aquilani già all'indomani del sisma e colta da Barnaby Gunning - architetto inglese ma Aquilano d'adozione – che, cercando strumenti per mantenere viva l'attenzione sulla città e sull'urgenza della ricostruzione, lavora per creare una maglia di relazioni e sinergie che passano attraverso i canali della rete. Nasce così questo progetto tra reale e virtuale, tra locale e globale, figlio autentico di una comunità a maglie larghe che proprio negli ultimi mesi ha acquisito la consapevolezza che dal web è possibile far partire rivoluzioni. Prima tappa: produrre un "Autoritratto". Una raccolta di immagini de L'Aquila prima e dopo il terremoto dedicata prima di tutto gli Aquilani e comunque a chi ha visitato la città. Un modo per tenere vivo il legame affettivo con il luogo ed alimentare il senso di condivisione e cooperazione, oltre che tecnicamente tracciare un quadro complessivo dell'evento a costo zero. È possibile collegarsi al sito web www.comefacciamo.com e caricare le proprie immagini segnalando su un foto aerea della città il punto in cui sono state scattate. Nella seconda fase il progetto si rafforza e trova in Google un forte alleato per lanciare una campagna di sensibilizzazione sulla rete per la ricostruzione virtuale de L'Aquila, puntando a coinvolgere centinaia di migliaia di utenti Google schetchUp in tutto il mondo. L'operazione viene sviluppata a partire dai Click day, 7 week end tra settembre e novembre 2010 in cui 400 volontari entrano nella zona rossa immortalando lo stato della città e producendo oltre 60.000 scatti da utilizzare per la modellazione. A questi fanno seguito apposite lezioni tenute da esperti google venuti a L'Aquila appositamente dall'America per permettere ai cittadini o a nuovi utenti di servirsi del programma e dare il proprio contributo. Gli ultimi incontri si sono tenuti il 22 e 23 gennaio 2011. "L'Aquila 3D" ha una forte valenza simbolica e guarda al futuro. Lo fa mettendo a disposizione uno strumento che contribuisca ad accelerare il processo di ricostruzione ed a renderlo più consapevole e ponderato. Il progetto è inserito nella selezione ADI Design Index 2010, dedicata al Design dei Servizi.

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De s i g n p er u n a nuova ecologia terr i t o r i a l e Ezio Manzini

La società contemporanea, pur con le sue contraddittorietà, mostra un ritorno di attenzione sia per la dimensione locale che per il territorio nel suo complesso. In tutte le regioni del mondo gruppi di persone attive e collaborative hanno inventato e messo in pratica iniziative capaci di generare, o rigenerare, luoghi e comunità, basate su un inedito intreccio di reti sociali e tecnologiche. Il campo di attività in cui oggi tutto ciò è facilmente riconoscibile è prima di tutto quello agricolo e alimentare. Qui la nascita di un modo di fare e di pensare che si riferisca ad un nuovo intreccio di luoghi e comunità è quanto mai evidente e di materializza in una varietà di iniziative quali mercati dei contadini, gruppi di acquisto solidale, agricoltura urbana, community-supported agricolture. Ma il fenomeno può essere rilevato anche in molti altri campi di attività: la ricostruzione delle città a partire dallo spazio pubblico e dalle comunità che lo abitano – contro la città dei non-luoghi, degli spazi commerciali e delle degli individui isolati che li frequentano; la ridefinizione di modelli abitativi che generano anche spazi intermedi tra privato e pubblico e che, quindi, rivalutano il ruolo del vicinato e le potenzialità della collaborazione e della condivisione degli spazi di servizio – contro l'idea e la pratica della casa bunker di nuclei famigliari isolati dal loro contesto sociale; la ridefinizione della mobilità a partire dalla valorizzazione della multimodalità nei trasporti – contro la monocultura dell'auto; la proposta di welfare attivo, dove tutti gli attori sociali coinvolti sono co-produttori

dei risultati da raggiungere, inclusi gli utenti finali – contro la visione di servizi sociali passivizzanti e tendenzialmente privatizzati. Potremmo continuare ma fermiamoci qui. Come si è anticipato, ognuno di questi casi offre delle nuove opportunità alla vita quotidiana basandole sulla ri-valorizzazione delle relazioni tra le persone e tra di esse e gli ambienti in cui agiscono. Tutto questo è anche un nuovo ed esteso terreno di applicazione del design. Un design per l'innovazione sociale che sia anche un design per una nuova ecologia territoriale, che collabori alla convergenza tra gli attori sociali attorno ad una visione condivisa (design degli scenari) e delinei le diverse iniziative da mettere in atto per renderla concreta (design strategico). Inoltre sappia progettare le interfacce dei servizi che ne derivano (design dei servizi) e realizzare un'efficace comunicazione dell'intero processo (design della comunicazione). Per operare in questo modo il design sta consolidando le sue competenze nelle discipline ora indicate. Ma non solo. Lavora per operare un cambiamento di prospettiva, che metta al centro il confronto con una varietà di altri attori sociali che, pur non essendo professionisti del progetto, sono anch'essi a loro modo dei progettisti. In altre parole, deve riconoscere che quello che si intende promuovere è un processo progettuale complesso e collaborativo. E che il ruolo dei designers in questo processo è di usare le loro specifiche capacità progettuali per mettere in grado un gruppo ben più ampio di attori sociali di sviluppare le loro capacità progettuali.


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L E SCUOL E DI D E SIGN P E R IL T E R R I T O R IO Antonella Serra

Tre progetti dedicati al territorio fiorentino tratti dalle esperienze didattiche più recenti delle Scuole di Disegno Industriale ed ISIA di Firenze. Ricerca e sperimentazione sul campo, dialogo e confronto con i propri interlocutori sul territorio al fine di mettere a punto un progetto condiviso e capacità di promuovere ed attivare un cambiamento nel contesto di inserimento accomunano i progetti di questa piccola selezione.

esposti (Terra Futura, Manifesta, Green day, Biblioteca Oblate), premiando la creatività e confermando l'interesse e la sensibilità del pubblico su questo tema. Docenti: Giuseppe Lotti, con la collaborazione di Ilaria Serpente. Facoltà di Architettura, Corso di Laurea in Disegno Industriale.

Pr o g ett o di Mani te s e

Pr o g ett o p er santissima annunziata

Progettare e sensibilizzare al riuso. Trenta prodotti ottenuti da materiali 100% di riuso sono il risultato del workshop che una ventina di studenti del Corso di Laurea in Disegno Industriale ha realizzato a Scandicci insieme all'Associazione Mani Tese e con la collaborazione degli operatori della Cooperativa “Riciclaggio e Solidarietà” di Firenze. Partner l'Assessorato all'Ambiente del Comune di Scandicci. Per gli studenti un'esperienza di autoproduzione in cui si sono misurati con materiali eterogenei ed occasionali dando vita a complementi d'arredo ed accessori di vario tipo ma anche allo sviluppo di strategie di produzione e di comunicazione. I risultati hanno ricevuto un forte interesse da parte del Comune di Scandicci che ha proposto di proseguire l'esperienza con un progetto di Green Public Procurement (GPP). Non sono mancate le richieste di acquisto dei prodotti nelle varie iniziative in cui sono stati

Riappropriarsi dello spazio pubblico e creare nuove occasioni di utilizzo e di partecipazione. Gli studenti del II corso ISIA 2009-2010 nella scorsa primavera, hanno presentato al Museo degli Innocenti, all'interno dell'iniziativa Mariotti a Firenze, una serie di progetti per Piazza SS Annunziata. Alla base c'è una riflessione sulla necessità che le dinamiche urbane siano rese protagoniste del progetto dello spazio pubblico, quale ingrediente imprescindibile ed ispiratore del progetto stesso, sviluppato in questo caso attraverso “situazioni di gioco, partecipazione, coinvolgimento, in maniera discreta ed in sinergia con il contesto”. Gli oggetti semplici e gli allestimenti temporanei partono da riflessioni su esigenze concrete o desideri e sono pensati per creare l'opportunità di vivere esperienze di convivialità urbana sperimentando le potenzialità del design quale strumento facilitatore per attivare o

favorire dinamiche sociali. Docenti: Raffaella Fagnoni e Mario Lovergine con la collaborazione di Silvia Masetti. ISIA, Firenze

Pr o g ett o p er s a n casciano Orientarsi, esplorare e conoscere. Entro l'anno prossimo il Parco Sportivo La Botte di San Casciano Val di Pesa (FI) vedrà realizzato un progetto di segnaletica direzionale pensato per migliorare l'utilizzo e la fruizione del parco. La definizione della sua identità e la creazione di riferimenti che permettano di muoversi con consapevolezza ed in maniera stimolante all'interno di questo spazio, permetterà di rafforzare il rapporto con l'utenza. Il progetto è la tesi di laurea di Elsa Cresti, giovane designer di San Casciano, che punta a rafforzare un luogo sensibile del proprio territorio di appartenenza. La consulenza per il dimensionamento e la produzione dei pannelli è dell'azienda 3form Italia, leader nella produzione di ecoresine per l'architettura e il design. Positivo il rapporto con l'Amministrazione Comunale, che ha apprezzato e recepito la proposta inserendola in un progetto di valorizzazione più ampio, per il quale ha appena ottenuto finanziamenti GAL START. Docenti: Giuseppe Lotti e Antonella Serra. Corso di Laurea in Disegno Industriale della Facoltà di Architettura di Firenze.


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MT progetto di riuso materiali di scarto con ManiTese

MC progetto per piazza SS Annunziata

1 >>> Stefania Guerri, Wooden legs 2 >>> Angela Hernandez, Mesh 3 >>> Marco Azzolini, Lid

4-6 >>> Andrea Lascialfari Cecce, seduta ecologica da asporto

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SC valorizzazione Parco La Botte di San Casciano Val di Pesa (FI) 7-8 >>> Elsa Cresti, Segnaletica Parco La Botte

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www.powersof10.com ---

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Powers of Ten C+R Eames

--Nel 1968 C+R Eames realizzarono per la IBM questo documentario. Basato sul libro Cosmic View, di Kees Boeke, racconta un viaggio dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo, attraverso il potere della scala in base 10. Dal 1998 “Powers of Ten� fa parte del patrimonio da preservare del National Film Registery.

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Italian Architecture Magazine - Issue aboute "Volume Zero Zero Volume"