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VOCE per la COMUNITA’

Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi Gv 20,21

NOTIZIARIO PASTORALE

INIZIO ANNO PASTORALE 2013-2014 UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI“ PARROCCHIE DI BOTTICINO 1


RECAPITO DEI SACERDOTI E ISTITUTI Licini don Raffaele, parroco cell. 3283108944 e-mail parrocchia: info@parrocchiebotticino.it fax segreteria Unità Pastorale: 0302193343 Segreteria Unità Pastorale tel. 0302692094 Loda don Bruno tel. 0302199768 Pietro Oprandi, diacono tel 0302199881 Scuola don Orione tel. 0302691141 sito web: www.parrocchiebotticino.it Suore Operaie abit. villaggio 0302693689 Suore Operaie Casa Madre tel. 0302691138 BATTESIMI BOTTICINO MATTINA BOTTICINO SERA E SAN GALLO sabato 7 e domenica 8 dicembre 2013 sabato 11 e domenica 12 gennaio 2014 sabato 1 e domenica 2 marzo 2014 I genitori che intendono chiedere il Battesimo per i figli sono invitati a contattare, per tempo, per accordarsi sulla preparazione e sulla data della celebrazione, il parroco personalmente o tel.3283108944

PRESENTAZIONE

All’inizio del nuovo anno pastorale il Notiziario per le famiglie delle tre Parrocchie di Botticino. E’ un notiziario-documento perchè non si limita a dare notizie, ma presenta pagine di formazione nei vari ambiti della pastorale, compreso quello sulla conoscenza della Bibbia. Gli argomenti vengono presentati con un linguaggio comprensibile a tutti e servono per essere aggiornati e istruiti nelle cose che riguardano il nostro essere Chiesa. Non va letto tutto d’un fiato, ma gustato e meditato pagina per pagina. Viene pubblicata per intero la Lettera Pastorale del Vescovo per l’anno 2013-2014. Non mancano temi attuali riferiti alla realtà socio-politica e tematiche inerenti ai nostri tempi. Rifuardo alla pastorale familiare numerose sono le pagine: la scoperta della ritualità in famiglia. E poi le pagine rigurdanti la caritas, le missioni, l’oratorio, la scuola don Orione, attività di volontariato, ricreative e sportive. LUNEDI’

UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI” PARROCCHIE DI BOTTICINO

CASA RIPOSO ore 16,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

da ottobre 2013

MATTINA SAN NICOLA ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 17,30

MARTEDI’

ORARI S.MESSE

Festive del sabato e vigilia festivita’

MERCOLEDI’

SERA VILLAGGIO ore 16,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

MATTINA MOLVINA ore 17,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,30

SERA PARROCCHIALE ore 8,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 9,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 10,00 SERA PARROCCHIALE ore 10,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

(fino al 24 ottobre è alle ore 17,30 al cimitero)

GIOVEDI’

Festive della domenica e festivita’

SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 MATTINA S.NICOLA ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

VENERDI’

SAN GALLO TRINITA’ ore 17,30 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 (fino al 25 ottobre è alle ore 18,00 al cimitero)

SERA PARROCCHIALE ore 18,30

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inizio nuovo anno pastorale 2013-2014

ripartire per... una nuova nascita Dopo la pausa estiva, non priva di proposte, tutto riprende. Si ricomincia. Inizia la scuola per i più giovani, inizia qualche attività diversa nelle nostre comunità. Iniziano i servizi pastorali, e in questo ripartire c’è tutto il desiderio di qualche cosa di nuovo. La novità ha dentro di noi una forza d’attrattiva molto grande perché ci proietta verso il futuro; fa sentire in noi quasi la possibilità di una nuova nascita. Ciò che è stato, è ricordo che sostiene il presente, ma rilancia al futuro. Per questo l’invito biblico a “Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche!” (Is 43,18) ci trova all’inizio di ogni nuovo anno disposti a ripartire. Una nuova opportunità È la sensazione che la vita abbia un’altra opportunità da offrirci, una possibilità che è nelle nostre mani e che noi possiamo nuovamente spendere al meglio. Nel ritmo feriale della vita fa bene sostare e poi iniziare ancora. È inevitabile. In noi ci sono alcune delusioni, cose che volevamo fare e non abbiamo realizzato, desideri di incontri, di proposte che non abbiamo potuto portare a termine e qualcosa da rimediare che ormai aspetta un nuovo inizio. Questa è la vita con i suoi cominciamenti che si ripetono ciclicamente e offre a tutti noi nuove opportunità. Si scopre così una parte di noi rimasta per un po’ bloccata, un aspetto della vita ancora disatteso, una dimensione della fede inedita che il nuovo inizio ci fa considerare. Una pagina bianca Iniziare un nuovo anno e un nuovo percorso è come aprire un quaderno e trovarsi davanti quella pagina bianca, che profuma di nuovo, senza nessuna piega e nessun segno: è là davanti a noi, con tutte le possibilità, le attese e i progetti che pian piano la riempiranno. Questo attimo è quasi magico, contiene in sé tutte le attese e tutte le possibilità. In quest’aspettativa umana, che sempre ci attraversa, la Parola s’innesta e dà profondità al nostro vissuto, al nostro cercare; ci viene incontro oltre ogni nostra attesa. “Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’’ (Is 43,19). È nuova la nostra pagina, è nuovo il nuovo anno, è nuova la nostra ricerca, è nuovo il nostro desiderio di servire, è nuovo il percorso che desideriamo compiere. Nuova è anche l’evangelizzazione. Ma tutto ciò non ci appartiene: è ancora e sempre un dono. Ascoltiamo e scrutiamo i segni che si affacciano all’orizzonte! Questo è il tempo di nuovi inizi nella fede e nella ricerca. Non ce ne accorgiamo? È il desiderio di alcuni genitori di capire ciò che vivono i loro figli, è la ricerca di Dio dentro le fragilità della vita, è il ricominciare a credere di tanti adulti che, attraverso strade impensate, si pongono in cammino; è il bisogno di una proposta bella e significativa che alcuni adulti invocano. Per l’evangelizzazione è il tempo dei nuovi inizi, è il tempo in cui l’annuncio ha la possibilità di trovare altre strade, altre condizioni, c’è qualcosa di nuovo che sta germogliando. È piccolo, fragile e non fa rumore, ma se guardiamo attentamente c’è. A noi, che iniziamo un altro anno di dono, di servizio e di annuncio, la possibilità di accompagnare con trepidazione la crescita del germoglio e di avere tutti gli accorgimenti perché possa svilupparsi. Per un servizio di accompagnamento È per questo servizio di cura e di accompagnamento che anche in questo anno pastorale la programmazione parrocchiale - resa chiara anche dai notiziari parrocchiali - sarà con voi per sostenere e avviare l’inizio, per accogliere e proporre pensiero e metodo affinchè ciò che si scorge all’orizzonte possa trovare possibilità di crescita. Per questo con gli articoli, gli strumenti, le proposte, anche in questo nuovo inizio possiamo aiutare a: • Evangelizzare, dire ancora e nuovamente il Vangelo, Gesù, la sua vita e il suo modo di stare al mondo e costruire umanità. • Scorgere i segni di vita, di novità che Dio ha già seminato e ascoltare il bisogno di vita e di salvezza che lo attraversa. • Agire da adulti, con una modalità adulta che rende autonome e libere le persone, che crede nella proposta fatta ad adulti che sono poi responsabili di altri. don Raffaele 3


parrocchie in cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in

Pastorale in cammino Tempo faticoso e complesso il nostro. Come abitarlo sapendo che, tra le mani, abbiamo un Vangelo antico e sempre nuovo?

C

ambiamenti veloci, desiderio di qualcosa di nuovo... e tra le mani il Vangelo antico e sempre nuovo. Può capitare di trovarsi di fronte alla ricerca della novità per la novità, del cambiamento non troppo ragionato. È una situazione umana molto concreta che spesso viviamo: si butta il vecchio per rincorrere l’ultima moda. Anche a livello pastorale ci succede di accogliere entusiasticamente le ultime “trovate”, per lasciarle poi velocemente. L’esperienza millenaria della Chiesa ci insegna a stare, uno stare che è il contrario dell’immobilismo e della facile ricerca emotiva dell’ultimo ritrovato. • Stare in ricerca, per non accontentarsi subito di soluzioni facili e semplicistiche; perché l’evangelizzazione, oggi soprattutto, richiede capacità di capire la storia, di interpretarla alla luce del Vangelo. • Stare nello studio e nella capacità di andare in profondità nei problemi. • Stare nell’acquisizione di una competenza che richiede i tempi necessari di assimilazione e riespressione. Questo stare offre allora possibilità di cammino orientato, perché intravede la conduzione, il fine, il verso dove. Ci pare che questo sia il tempo “faticoso e fruttuoso” del rimanere dentro un percorso per non voltare pagina velocemente, per fermarci, invece, a sottolineare e a ripetere ciò che è essenziale e rielaborarlo. Ci troviamo a confrontarci con proposte diversificate e non sempre capaci di ridare gusto al percorso. Si è preoccupati di trovare formulazioni o idee che siano in grado di resistere o di dare significato alle diverse proposte culturali. In questi casi diventa quasi inevitabile rifugiarsi in soluzioni che non lasciano spazio alla verifica e alla sperimentazione. È necessario il tempo della sintesi, ma diventa sempre più importante, nel veloce mutare delle situazioni, trovare le occasioni per lasciare che alla maturazione si arrivi mediante una ricerca che, assieme alla ricchezza della tradizione, unisca il rinnovamento sollecitato dal contesto che cambia. Un atteggiamento rispettoso della realtà e della proposta evangelica trova lo spazio e il tempo per aggiornare le rappresentazioni teologiche, per ridire la fede Battesimi Botticino Mattina di sem22 settembre 2013 pre con

Anno pastorale 2013-2014

espressioni che sanno essere incisive e comprensibili. Anche tra noi, oggi, ci sono persone che vivono percorsi di fede legati a modi di vivere e pensare che hanno poco da spartire con la proposta di Cristo Gesù. È uno spazio da occupare non solo intellettualmente, ma anche con la pratica pastorale che non ha paura di fermarsi, di dare sapore al pensiero e alla rivisitazione dell’annuncio di fede. Questa rivisitazione delle precomprensioni è un’opera arricchente, perché mette in circolo tante potenzialità e possibilità di rinnovamento. Il contributo condiviso non sfocia nell’acculturazione, ma porta alla ricerca del bello e del ricco che abita la vita di ogni persona. Fermarsi è anche il tempo in cui si riprendono i concetti che abbiamo accolto e messo da parte. È il tempo del confronto e dell’interiorizzazione che avviene con una decantazione graduale di ciò che è stato accolto. L’idea di formazione e di aggiornamento che desideriamo continuare a condividere e sostenere nella programmazione pastorale è proprio questa: avere la possibilità di riprendere insieme i grandi capitoli della fede e poterli gustare di nuovo e assimilare dentro un contesto che cambia. Il tentativo che, come parrocchie, stiamo portando avanti da anni s’innesta proprio in questo spazio. Ci piace tracciare la nostra proposta avendo come punto di riferimento l’azione di Cristo Gesù, capace di essere attento alla realtà senza mai dimenticare la persona. Stare, nel contesto attuale, ci pare possa voler dire investire nella capacità di costruire comunità missionarie; comunità che si fanno carico di continuare le azioni del Gesù prima della Pasqua, capaci di andare in ogni contesto e di valorizzare ogni presenza. In questo modo c’è la possibilità di realizzare luoghi formativi che rispondono all’esigenza del bisogno religioso e possano anche diventare esperienza spirituale. Questo stare esige di avere un’attenzione particolare alla modalità di annuncio, non più centrato solo sulla redenzione, ma capace di stare dentro la realtà per innervare la storia della positività evangelica. Tutto ciò chiede che le persone che annunciano siano capaci di spiritualità che alimenta la speranza e lasci intravedere nuovi cammini di liberazione per quelli che sentono maggiormente il peso della vita. E questo può essere espresso con nuovi linguaggi, ma anche con quel silenzio che è capace di parlare più delle parole. 4


n cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in cammino

Esistenza cristiana

I

nizia un nuovo anno pastorale e rinnoviamo i nostri impegni nella fede nella comunione con la Chiesa di Dio che è rappresentata nella nostra diocesi dal Vescovo Luciano Monari. Più avanti, in questo numero del notiziario per le parrocchie di Botticino, viene pubblicata la sua lettera pastorale che è guida per la diocesi e anche per le nostre comunità; una lettera incentrata sulla missionarietà della comunità cristiana. Siamo cristiani, abbiamo di fronte sfide importanti nelle quali ci confrontiamo con gli uomini del nostro tempo, siamo bersagliati da tante tentazioni che cercano di sminuire l’impronta della fede lasciata in noi dal Battesimo e di trasformarla in una opinione come tante che posso liberamente tenere in me senza pretendere di farne un indirizzo di vita condivisibile e socialmente rilevante. A tal proposito il nostro vescovo, in un suo intervento del 4 settembre scorso diceva: “Abbiamo bisogno di persone per le quali l’adesione di fede a Cristo sia l’espressione di una scelta personale; persone che hanno ricevuto l’annuncio del vangelo, lo hanno riconosciuto con riconoscenza come un annuncio di salvezza rivolto a loro da Dio e hanno deciso di aderire una volta per tutte In genere le nostre co- a Cristo – per sempre, senza riserve, senza compromessi. In genere le nostre munità cristiane sono comunità cristiane sono fatte di persone buone, persone cristiane, ma che non fatte di persone buo- hanno mai avuto l’occasione di interrogarsi seriamente sulla loro fede e quindi decidere per la loro fede: sono cresciute in un ambiente cristiano, sono ne, persone cristiane, di convinte che l’uomo ha bisogno di religione, che il cristianesimo non insegna ma che non hanno mai il male, che aiuta a vivere meglio la propria umanità e quindi si dichiarano avuto l’occasione di in- sinceramente cristiani; si stupirebbero se qualcuno mettesse in dubbio questa consapevolezza. Ma in realtà, non hanno mai deciso di essere cristiani, terrogarsi seriamente loro non conoscono il dramma e la radicalità della conversione. Per questo possono sulla loro fede e quindi trascurare alcuni aspetti della vita di fede senza farsene problema; o possono di decidere per la loro mettere i gesti della fede insieme con alcune convinzioni che proprio cristiane non sono, come la reincarnazione; o con scelte che si oppongono radicalmente fede. alla fede, come l’infedeltà matrimoniale. Se qualcuno mostra loro altre vie utili alla tranquillità dell’animo – lo yoga, il buddismo, la fede negli alieni… non hanno molte remore a inserire queste realtà nel loro vissuto. E non hanno la percezione di stare commettendo un adulterio, perché stanno tradendo un legame personale di fedeltà. Ebbene, la Chiesa ha oggi più che mai bisogno di credenti che siano tali per una decisione personale irrevocabile; di conseguenza, il primo, urgente impegno del nostro ministero è l’annuncio del vangelo.” Quando ho sentito pronunciare queste parole ho sentito in me una domanda: cosa stai facendo tu, cosa stanno facendo le comunità cristiane di Botticino per dare una scossa alla fede, per sfrondare ciò che rimanda solo ad una tradizione stanca e che si va sempre più dissolvendo e per rinverdire invece ciò che ancora attinge alla linfa vitale del Vangelo di Gesù? E pensavo alle tante iniziative fatte nelle parrocchie per i ragazzi e giovani durante l’estate, pensavo all’impegno che tante persone mettono per far funzionare ciò che caratterizza le nostre Parrocchie, dalla liturgia, al catechismo, all’impegno della Caritas a sostegno di molti bisognosi. Ed è proprio qui che il Vescovo coglie nel segno. Se tutto quello che facciamo non è un chiaro indizio del fatto che a guidarci è Gesù risorto, allora potremmo essere assimilati ad una qualche associazione filantropica che generosamente fa del bene al prossimo. Non è che il bene fatto dai cristiani sia migliore di quello fatto da altre persone di buona volontà, ma ciò che fanno i cristiani fa riferimento a Gesù, al suo insegnamento di vita ed è tanto preso dall’amore per Gesù da ritenere che il suo insegnamento sia buono da far conoscere anche agli altri e costituisca un vantaggio per la società. D’altronde l’amore di Dio ha come diretta conseguenza l’amore del prossimo. Ecco quel che c’è da fare. 5


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova -

Le

“conversioni” di un Sinodo

C

he cosa può rendere veramente “nuova” l’evangelizzazione? È questa la questione di fondo. Come dobbiamo diventare nuovi noi (i testimoni) perché l’evangelizzazione diventi nuova? Nel corso del Sinodo sono avvenuti su questo punto tre spostamenti, tre conversioni di prospettiva. a) II superamento di un approccio funzionale: evangelizzazione nuova come ritorno al Vangelo da parte della Chiesa Il risultato più consistente e maggiormente condiviso del Sinodo è stato il superamento di una concezione strumentale: di pensare cioè che il rinnovamento dell’evangelizzazione consista nel cambiamento dei metodi e delle strategie o anche di un semplice rinnovato impegno da parte degli evangelizzatori. Se le parole della Chiesa non passano nell’attuale contesto non è primariamente perché le persone non capiscono o sono più cattive di quelle di altri tempi, né perché i metodi di evangelizzazione sono superati (lo sono, ma è una questione seconda), ma perché le parole del Vangelo non parlano più alla Chiesa stessa. La crisi della comunicazione della fede rinvia la Chiesa ad un rinnovato ascolto. Il problema dell’evangelizzazione non è un problema catechistico, ma ecclesiologico. In questa prospettiva, la crisi dell’evangelizzazione e l’esigenza che torni “nuova” inviano decisamente nella direzione di una verifica della fede della Chiesa stessa. Il Sinodo ha indicato chiaramente questo senso di nuova evangelizzazione attraverso l’appello alla conversione, di tutti e ciascuno dei suoi membri. E ha ricuperato il termine “santità”. La nuova evangelizzazione postula un rinnovamento della Chiesa, un anno della fede per lei. Il mes6

saggio del Sinodo al popolo di Dio è profondamente segnato da questa prospettiva: « Guai però a pensare che la nuova evangelizzazione non ci riguardi in prima persona. In questi giorni più volte tra noi Vescovi si sono levate voci a ricordare che, per poter evangelizzare il mondo, la Chiesa deve anzitutto porsi in ascolto della Parola. L’invito ad evangelizzare si traduce in un appello alla conversione. Sentiamo sinceramente di dover convertire anzitutto noi stessi alla potenza di Cristo, che solo è capace di fare nuove tutte le cose, le nostre povere esistenze anzitutto. Con umiltà dobbiamo riconoscere che le povertà e le debolezze dei discepoli di Gesù, specialmente dei suoi ministri, pesano sulla credibilità della missione» (Messaggio, 5). b) II superamento di una prospettiva soggettiva individuale: evangelizzazione nuova come riforma della Chiesa. Ma ci potrebbe essere un rischio, quello di ridurre la conversione a una questione individuale e di non saperla coraggiosamente estendere alla figura di Chiesa, al modo con il quale essa sta al mondo. All’evangelizzazione come “domanda della Chiesa su se stessa” è stata data una risposta (convinta e sincera, certo) prevalentemente personale e spirituale: l’appello alla conversione dei singoli membri. La richiesta di “riforma” (perché di questo si tratta) si è semplificata in una risposta personale di “conversione” Che questo sia un aspetto decisivo della questione, nessuno lo mette in dubbio. Non va dimenticata, però, l’altra faccia della questione, quella ricordata da Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi e richiamata da alcuni Padri sinodali: la Chiesa ha continuo bisogno di essere evangelizzata ed è evangelizzatrice non solo con quello che dice ma nel suo modo di vivere, di organizzarsi, di esercitare l’autorità, di utilizzare le proprie risorse


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino umane ed economiche, di valorizzare al suo interno i differenti carismi e ministeri, di stabilire le relazioni, di giudicare la cultura e di entrare in dialogo con le donne e gli uomini di oggi, di sentirsi una “Chiesa nel mondo contemporaneo” e non una Chiesa “di fronte” al mondo contemporaneo, ecc... La “conversione” spirituale soggettiva deve anche coraggiosamente diventare “riforma strutturale”, perché il Vangelo sia comunicato dalla Chiesa in maniera coerente sia dalle sue parole sia dalla figura che essa si da nella storia. Ciò che fa ostacolo al Vangelo nella gente, credenti compresi, non è la fragilità delle singole persone, dei preti o dei Vescovi o dei cristiani. L’ostacolo più grosso viene dalle strutture ecclesiali, dai suoi funzionamenti interni. Il nesso rinnovamento - conversione - riforma risulta determinante perché la Chiesa sia “sacramento”, cioè segno e strumento. Nel nostro caso, il rinnovamento dell’evangelizzazione (“nuova”) richiede innanzitutto la conversione dei singoli credenti (auto evangelizzazione) e prende corpo come riforma della figura di Chiesa, affinchè tutto in essa parli del Vangelo, affinchè le parole siano visibili nella forma di vita e il modo di vivere sia esplicitato nelle parole. c) II superamento di una prospettiva unidirezionale: evangelizzazione nuova nel segno della reciprocità. Nel Sinodo è emerso un terzo senso della “novità” dell’evangelizzazione. Potremmo inconsapevolmente pensare che noi abbiamo il Vangelo e il problema sia quello di farlo passare agli altri. Si pone qui la delicata questione del rapporto con le culture: lo sguardo che la Chiesa porta sulla cultura e il processo di inculturazione che mette in atto. Una delle evoluzioni o conversioni avvenute all’interno del Sinodo è stata questa: il passaggio da una Chiesa che sta alla finestra della storia, la giudica e ne stabilisce la terapia, a una Chiesa che sta dentro la storia come compagna di viaggio, pronta a mettere a disposizione il dono del Vangelo, ma altrettanto pronta a ricevere una parola di Vangelo che il Signore riserva per lei nelle donne e negli uomini di oggi, credenti o meno. Questo senso della reciprocità è basato sulla convinzione che Dio agisce attraverso la Chiesa come via canonica, ma non

lascia circoscrivere il suo amore nei confini della Chiesa stessa. Misteriosamente ma potentemente lo Spirito è stato effuso in tutti i cuori. È il ricupero della prospettiva di Gaudium et Spes: la Chiesa ha tanto da dare ma anche da ricevere. Onorare la prospettiva di Gaudium et Spes significa comprendere da parte della Chiesa quanto la cultura sia non solo oggetto di evangelizzazione, ma contenga in se stessa, grazie all’azione dello Spirito che la precede, una parola di Vangelo per lei. Avviene un reale dialogo, nel quale la Chiesa si appoggia alla cultura, ad alcuni suoi elementi e grazie a questi rivede se stessa e ricomprende il Vangelo differentemente e quindi impara a viverlo differentemente, a pensarlo e a proporlo in maniera inedita. Il Vangelo di sempre, ma veramente “nuovo”. Infatti solo se la fede si appoggia su alcuni elementi della propria cultura può ripensarsi, riformularsi, rendersi plausibile e ragionevole, culturalmente vivibile. Appoggiandosi così alla cultura per rendere ragione di se stessa, la fede “salva” la cultura (la integra nel dinamismo della salvezza) e si situa essa stessa come ragionevole, possibile e desiderabile nel proprio contesto. Da questo atteggiamento deriva una lettura che va oltre la consueta lista di aspetti negativi e positivi, e che diventa interrogativo portato su di sé e ricerca (almeno embrionale) di “punti di appoggio” culturali che invitano la Chiesa non solo a operare un giudizio evangelicamente critico su quanto accade, ma a riflettere su una sua ri-

Anniversari Matrimonio 22settembre 2013

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formulazione più evangelica. Questa concezione nel rapporto con la cultura è stata recepita nel messaggio: «Questo sereno coraggio sostiene anche il nostro sguardo sul mondo contemporaneo. Non ci sentiamo intimoriti dalle condizioni dei tempi che viviamo. Il nostro è un mondo colmo di contraddizioni e di sfide, ma resta creazione di Dio, ferita sì dal male, ma pur sempre il mondo che Dio ama, terreno suo, in cui può essere rinnovata la semina della Parola perché torni a fare frutto. Non c’è spazio per il pessimismo nelle menti e nei cuori di coloro che sanno che il loro Signore ha vinto la morte e che il suo Spirito opera con potenza nella storia» (Messaggio, 6). Conclusioni Queste tre conversioni di mentalità (ritorno al Vangelo, riforma della Chiesa, dialogo con la cultura in un atteggiamento di reciprocità) possono rendere veramente nuova l’evangelizzazione. Esse sono più preziose di un ricettario dell’agire pastorale. La domanda seria “che cosa dobbiamo fare per evangelizzare” scava qui nel profondo la sua risposta: chi vogliamo essere? L’evangelizzazione è nuova nella misura in cui parte da un rinnovato ascolto del Vangelo (conversione), “riformula” il volto della Chiesa in modo che diventi icona del Vangelo (riforma), ci porta a stare volentieri e in modo dialogale dentro la nostra storia e la nostra cultura (inculturazione).


parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino -

parrocchie nello stile della nuova evangelizzazione

La nuova evangelizzazione riguarda soprattutto le parrocchie chiamate a impegnarsi per rivedere la propria presenza tra la gente e dentro la società

Sussiste da tempo un radicato lavoro di trasformazione da parte delle parrocchie, sia quelle appartenenti alle Chiese giovani, o nelle grandi metropoli, sia quelle nelle Chiese con radici cristiane di tradizioni più antiche. Così, nelle proposizioni conclusive del Sinodo, i vescovi hanno affermato che la parrocchia continua ad essere la prima presenza della Chiesa, il luogo e lo strumento della vita cristiana, che è capace di offrire delle opportunità per il dialogo tra gli uomini, per ascoltare ed annunciare la Parola di Dio. Per questo la incoraggiano a non adagiarsi sull’esistente, ma ad assumere in pieno lo spirito della nuova evangelizzazione scoprendo nuove vie e trovando altre formule che evidenzino maggiormente l’identità propria missionaria della Chiesa intera. I vescovi invitano le parrocchie ad essere delle cellule viventi, dei luoghi per promuovere l’incontro personale e comunitario con Cristo, per sperimentare la ricchezza della liturgia, per dare una formazione cristiana iniziale e permanente, e per educare tutti i fedeli in fraternità e carità, specialmente verso i poveri. È questo, dunque, un invito forte per tutte le parrocchie, che interpella tutti gli operatori pastorali. Ma come può una parrocchia esprimere concretamente questo nuovo impegno di evangelizzazione nel contesto attuale? 1. Prima di evangelizzare: evangelizzarsi

Di fronte all’uomo di oggi, per poter annunciare il Vangelo in modo credibile, una parrocchia deve prima di tutto lasciarsi essa stessa evangelizzare. Nuova evangelizzazione per una parrocchia significa, dunque, partire dall’interno, per porre poi in discussione tutto il proprio essere ed il proprio vivere. In altri termini, potremmo quasi dire che la nuova evangelizzazione trova la sua espressione più significativa nella domanda che la parrocchia si pone su di sé, dando vita non ad un’operazione esteriore e superficiale, ma ad un profondo ripensamento delle ragioni interiori per cui e secondo cui si è parrocchia in un determinato territorio. Quindi, la nuova evangelizzazione, per una comunità parrocchiale, è prima di tutto una conversione. Essa implica un processo di purificazione e l’impegno ad asBattesimi Botticino Mattina sume21 settembre 2013 re in modo

autentico la logica pasquale come stile di Chiesa. Convertirsi vuol dire abbandonare alcune scelte, abitudini, esperienze, stili, che rendono la parrocchia autoreferenziale e chiusa. Abbandonare quel modo di convocare, dentro a una pastorale strutturata, con una forte programmazione, fatta di iniziative che hanno al centro la parrocchia stessa, le sue strutture, i suoi edifici, le sue iniziative. Abbandonare quel modo di vivere accentrato, uniforme, che molte volte sembra temere le differenze e che porta a scambiare la comunione con l’omogeneità.

2. Prima dell’organizzazione: una sana destrutturazione

Credo che una parrocchia di oggi, che guardi al futuro ponendosi il compito di evangelizzare, debba avere il coraggio di una pastorale un po’ destrutturata, capace di una missione che passa attraverso i luoghi multiformi della vita e le sue imprevedibili occasioni. L’obiettivo è quello di una parrocchia che riesca a trovare la propria unità ed il proprio tessuto strutturante non solo nelle iniziative che propone, ma in alcuni momenti forti della sua vita di fede. Per arrivare a tanto, ogni parrocchia deve lasciarsi evangelizzare dal suo interno, riscoprendo la novità del Vangelo, tornando alla fedeltà di vita evangelica delle prime comunità cristiane, recuperando la relazione spirituale con il suo Signore in modo da configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come azienda. È importante che ogni parrocchia, prima di pianificare progetti di evangelizzazione, si lasci plasmare dall’azione dello Spirito, per non dimenticare che esso è l’artefice principale dell’annuncio. È lo Spirito Santo che apre i cuori e li converte a Dio. Pertanto l’esperienza di incontrare il Signore Gesù, resa possibile dallo Spirito che ci introduce nella vita trinitaria, accolta in uno spirito di adorazione, di supplica e di lode, deve fondare tutte le scelte e le azioni della nuova evangelizzazione. La nuova evangelizzazione deve essere sostenuta da una dimensione contemplativa che viene continuamente nutrita attraverso la preghiera, cominciando con la liturgia, in particolare l’Eucaristia domenicale, fonte e culmine della vita della Chiesa.

3. Prima degli operatori pastorali: i testimoni

Una parrocchia impegnata nella nuova evangelizzazione è una parrocchia che ha bisogno di operatori pastorali, ma che preferisce dei testimoni. Questo non significa che la parrocchia non debba avere i suoi catechisti o i suoi animatori della liturgia o i suoi educatori. Significa semplicemente che tali figure non devono obbedire a una logica utilitaristica che cerca di non essere sguarnita delle persone che possano assolvere a tutte le funzioni di cui la parrocchia ha bisogno, ma devono invece sentirsi corresponsabili della vita della propria comunità, così come accade all’interno di un’ordinaria e normale famiglia. Solo in questo secondo caso, infatti, l’istinto a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede è forte, vivo, ripetuto. Del resto, ritornando all’analogia precedente: ci si preoccupa della vita della famiglia e non dell’efficienza nell’assolvimento delle sue funzioni! È una parrocchia che ha bisogno di operatori pastorali, ma 8


o, una evangelizzazione nuova - parrocchie, Chiesa in cammino, una evangelizzazione nuova preferisce dei laici maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità, dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Una parrocchia che affida il suo annuncio del Vangelo alla maturità di fede dei suoi laici è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è una comunità che può raggiungere le famiglie, gli ambienti di lavoro, gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola, della sanità. Se la parrocchia, nella persona del parroco, si sente capace di evangelizzare solo per le attività che riesce a tenere sotto il suo stretto controllo, allora questa missionarietà dei laici la farà sentire impotente e inefficace. Ma se una comunità parrocchiale ha imparato a credere che ciò che si realizza non è solo quello che passa attraverso la strutturazione delle proprie attività, ma attraverso la maturità della fede dei propri figli, attraverso la loro capacità di condividere il cammino di vita e le inquietudini delle persone di oggi, attraverso la capacità di una parola semplice e quotidiana pronunciata davanti alle situazioni e agli interrogativi della vita, allora questa comunità ha enormemente ampliato le sue possibilità di evangelizzazione, le ha moltiplicate, ha posto accanto alle persone che fanno parte della comunità senza saperlo o senza volerlo la forza di fratelli che sanno camminare a fianco. Questa è la forza di una parrocchia missionaria, di una parrocchia che vive nello spirito della nuova evangelizzazione.

4. Prima dei bambini: gli adulti

II Sinodo sulla nuova evangelizzazione ha messo in maniera molto chiara l’accento sulla catechesi degli adulti senza togliere nulla alla cura e all’educazione dei più piccoli. Evangelizzare è soprattutto una questione che riguarda gli adulti e dunque, una parrocchia che si voglia rinnovare non può che far ricadere su di essi la propria scelta preferenziale. Non può che essere così, e ciò non per ragioni strategiche, come talvolta si sente dire, e cioè perché se gli adulti sono convinti e coinvolti, a loro volta convincono e coinvolgono i figli, lo sanno bene i catechisti dell’iniziazione cristiana, ma perché è degli adulti quella maturità di fede che permette loro di stare in piedi da soli nei luoghi ordinari della vita, che permette loro una più diretta capacità di dialogo con le persone di oggi, con coloro che sono più chiaramente in ricerca, un dialogo aperto e credente sui grandi temi della vita. Credo che oggi una delle principali forme di evangelizzazione sia, oltre quella della testimonianza cristiana della propria personale esistenza e della qualità della propria umanità, quella della capacità di dialogo sui grandi problemi della vita contemporanea. Faccio qualche esempio: con una persona che vive una difficile esperienza familiare, la cosa più importante non è quella di saperle dire quali sono i principi della vita cristiana sulla famiglia, quanto piuttosto quella di fare una riflessione aperta, problematica, sulla famiglia, sulle relazioni di coppia, sull’amore, senza ricorrere al linguaggio codificato della Chiesa, ma piuttosto ragionando in termini umani, attingendo al proprio vissuto, al proprio modo di affrontare, da credenti, le stesse situazioni. E ancora, se una persona lontana dalla vita di fede si trova a dover sostenere la prova di una perdita, di un lutto, non è certo portandola a riflettere sui principi teorici del dolore e della morte, né tanto meno dandole risposte metafisiche o teologiche, che la si aiuterà, quanto piuttosto usando parole semplici, fatte anche di silenzio, che esprimano al meglio la propria vicinanza e riescano ad infondere fiducia e speranza. Questo richiede una competenza umana che solo l’adulto può avere; ri-

Rinnovo promesse Battesimo a S.Gallo 2° anno ICFR 9 giugno 2013

Battesimo a S.Gallo 6 giugno 2013 chiede una persona capace anche di far risuonare le parole di vita buona del Vangelo dentro alle domande sulla vita dell’altro. Per noi, che spesso abbiamo ricevuto le risposte senza esserci posti tante domande, per noi che abbiamo recepito gli insegnamenti del catechismo senza aver sofferto la fatica della ricerca, questo può essere oggi molto difficile, ma può diventare anche rigenerante per la nostra fede, può diventare la grazia di ricominciare a credere con chi si accompagna a credere.

5. Prima delle iniziative: le relazioni

Se oggi una parrocchia vuole essere in comunicazione con le persone di questo tempo e vuole rappresentare un punto diriferimento significativo per le persone, deve avere il senso del valore delle relazioni, curandole con delicatezza, con umanità, con fantasia. In questo senso gli esempi possono essere tanti. Basti pensare a molti adolescenti, che non trovano nell’oratorio un punto valido di incontro, che se ne stanno seduti sul muretto o a girovagare nei giardini della piazza, ma che possono trovare negli educatori, disponibili a fermarsi con loro, a parlare, ad ascoltare, a diventare un po’ amici, i referenti del loro cammino esistenziale, le persone a cui raccontare i propri problemi, con cui sfogarsi, con cui ridere. Oppure si potrebbe pensare a due giovani, che dopo alcuni anni di convivenza si avvicinano alla fede perché desiderano sposarsi, e questo loro desiderio viene accolto e sostenuto da persone che sanno dialogare, che sanno dare le giuste risposte, che sanno stabilire con loro delle relazioni che durano oltre questa circostanza, che sanno accettarli e sanno farli sentire parte della famiglia della parrocchia. E gli esempi si possono moltiplicare. E la cura delle relazioni permette di accogliere e parlare la lingua di chi è diverso, per storie personali, sensibilità, vissuti di fede e cultura, e proprio per questo rende esplicito lo stile della Chiesa che testimonia l’amore infinito di Dio, non riducendo i suoi linguaggi, ma piuttosto facendo coro, cioè impegnandosi a far convergere verso l’unità la molteplicità delle esperienze che sono presenti in essa, e che essa ama coltivare proprio per fedeltà alle esigenze missionarie di oggi. 9


inizia un tempo

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Lo stile e il linguaggio del nuovo vescovo di Roma

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rascorsi i primi cento giorni di pontificato si delinea, attraverso le parole e i gesti di papa Francesco, un primo tratto del suo insegnamento. Il nuovo vescovo di Roma ha un profilo pastorale. Il suo linguaggio è semplice e immediato, eppure risulta udibile ed efficace. Usa parole consuete, ma dette da lui cessano di mostrarsi logore, e ritrovano valore. Compie gesti simbolici, carichi di linguaggio. Il suo è un agire comunicativo. Non c’è distanza tra la sua persona e quel che dice o fa. È credibile in sé prima che come papa. Poi c’è il contesto. Interno ed esterno alla Chiesa. Viviamo e percepiamo situazioni di menzogna, di ipocrisia. Anche dentro la Chiesa. E non è solo questione dell’emergere di alcuni scandali gravi che hanno gettato discredito nell’istituzione ecclesiastica. Il contesto culturale crea un’oggettiva distanza, una contraddizione tra l’annuncio del papa e la

situazione storica concreta. Francesco annuncia convintamente il Vangelo ed è credibile. Quell’annuncio proviene dal profondo della sua vita spirituale e della sua umanità. Il suo è uno stile cristiano. C’è concordanza tra il contenuto e la forma e c’è dissonanza tra il messaggio e il contesto. Per questo parla al profondo di ciascuno e non è percepito come uno dei tanti falsi profeti che agitano la postmodernità. Chi lo intende come «buonista» per i toni, e «semplicista» per i contenuti, in contrasto con la forma drammatica e culturale del cristianesimo di papa Benedetto, più sofisticata, non ha compreso l’uomo, né quel che sta accadendo. Non c’è nulla da togliere all’approccio che fu di Benedetto XVI, e che rimane una forma alta della Tradizione. Benedetto ha percepito la stessa urgenza dell’ora, ha letto lucidamente (forse come pochi altri) la situazione critica del cristianesimo nella radicale crisi dell’Occidente. La percezione della tragedia del postmoderno tuttavia non basta.

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Essa in fondo rimane tutta all’interno del dio necessariamente muto dei filosofi, non fuoriesce dalla dimensione intramondana del mondo. Il problema era ed è la risposta. Di questo era consapevole lo stesso Benedetto, che aveva avviato il suo pontificato con un’enciclica intitolata Deus caritas est. Ma è poi restato come imbozzolato nel groviglio del canone culturale ellenistico, ed è finito provato dalle contraddizioni e dalla crisi d’autorità dell’istituzione ecclesiastica. Francesco ha avviato una risposta che, prima ancora di configurarsi come linea riflessa del suo pontificato, esprime la convinzione spirituale profonda del suo essere pastore. Al centro del suo magistero c’è questo: vivere il Vangelo. Il Vangelo è possibile e tocca il centro della nostra umanità, il centro dell’umanità di Cristo, «la carne di Cristo». L’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre la forma culturale prevalente che sin qui l’ha espressa. Per fare questo occorre uno sguardo fiducioso, secondo il paradigma teologico della speranza, affidato interamente alla grazia di Dio. Grazia e incarnazione sono le due figure teologiche portanti. Le parole di Francesco hanno fede. E la sua è una fede amante, intrisa di umanità. L’annuncio della Scrittura e l’esortazione a essa – pratica prevalente del suo magistero – lasciano interamente aperta nell’interlocutore la decisione riflessa. La parola procede nelle coscienze. Avviene. Uno schema che non solo non è alieno alla riflessione teologica, ma che anzi ne richiede di più e di più libera. Analogamente, non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma


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Lumen fidei

PAPA FRANCESCO - LETTERA ENCICLICA

Può sembrare un paradosso, ma la prima enciclica di Francesco l’ha scritta Benedetto. O, per meglio dire, l’ultimo Ratzinger. La scelta di assumere gran parte del testo dell’enciclica preparata dal papa precedente e di firmarlo come proprio non è nuova. Nuovo è il dichiararlo esplicitamente. Con ciò Francesco ha reso omaggio al suo predecessore, consentendogli di completare, dopo il gesto drammatico della rinuncia, il percorso della sua riflessione teologica come dono alla Chiesa nell’Anno della fede, che egli aveva voluto e che con questa enciclica viene virtualmente concluso. Forse è lo stesso Benedetto che l’ha messa a disposizione di Francesco. E lui ha accettato. Così si esprime papa Francesco in proposito nell’enciclica, datata 29 giugno 2013 e resa pubblica il 5 luglio: «Queste considerazioni sulla fede (…) intendono aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi. Il successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è infatti sempre chiamato a “confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo» (n. 7). Papa Francesco ha un’idea plurale e sinfonica della Tradizione. La vita della Chiesa è più grande dei papi che l’hanno interpretata. A Pietro è chiesto di confermare nella fede, nell’amore e nell’unità, ma tutte queste cose sono grazia, sono un dono di Dio. Per papa Francesco poi non ci sono generi letterari che tengano. Può ritenere di dire cose importanti in un’omelia come in un’enciclica. Scrivendo in anticipo non conosco i commenti e le interpretazioni che usciranno. Ma immagino che alcuni diranno che Francesco non può competere in teologia con Benedetto e che il magistero di riferimento rimane il suo. Non è così. Bisogna capire la parabola di Benedetto e guardare con minor pregiudizio alla traiettoria di Francesco. Nella parte conclusiva del suo pontificato, Benedetto XVI ha consegnato la propria riflessione a tre volumi su Gesù di Nazaret, firmati come papa e come teologo (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI). Da papa ha voluto offrire la propria riflessione di teologo, chiedendo che così fosse accolta. Lo ha fatto sul tema centrale della fede cristiana: Gesù. L’enciclica di Francesco riprende la cristologia di Ratzinger. È l’ultimo Ratzinger: più catechetico, più dialogante e discorsivo, meno dogmatico, meno drastico nei giudizi sulla modernità. Un testo breve: 4 capitoli, 60 numeri. L’architettura è sostanzialmente giovannea. Dopo l’Introduzione, apre col tema della rivelazione; prosegue con: la risposta credente come ermeneutica della fede; il ruolo e l’essenza della Chiesa; la costruzione della città terrena; chiude con l’icona di Maria come immagine del credente . «Abramo (…) esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e fu pieno di gioia». Con queste parole, che Giovanni riferisce a Gesù, l’enciclica fa convergere tutte le linee dell’Antico Testamento in Cristo. «Se Israele ricordava i grandi atti di amore di Dio, che formavano il centro della sua confessione e aprivano lo sguardo della sua fede, adesso la vita di Gesù appare come il luogo dell’intervento definitivo di Dio, la suprema manifestazione del suo amore per noi (…). La fede cristiana è dunque fede nell’amore pieno, nel suo potere efficace, nella sua capacità di trasformare il mondo e di illuminare il tempo. “Abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). La fede coglie nell’amore di Dio manifestato in Gesù il fondamento su cui poggia la realtà e la sua destinazione ultima» (n. 15). Qui è il centro di tutto, legato alla morte di Cristo e alla sua risurrezione, che svela l’affidabilità dell’amore di Dio. La pienezza cui Gesù porta la fede ha un altro aspetto. Nella fede Cristo non è soltanto colui a cui crediamo, ma anche colui al quale ci uniamo per poter credere: «La fede non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù» (n. 18). Sarebbe stato opportuno inserire qui – cosa che Francesco ha fatto all’Angelus del 30 giugno – la riflessione sulla fede di Gesù. Ma l’enciclica la omette. Il papa affronta qui anche il tema della sal-

vezza mediante la fede e lo fa ricorrendo all’interpretazione che Paolo (cfr Rm 10,6-7) fa del Deuteronomio sulla lontananza/vicinanza di Dio (cfr Dt 30,11-14), concludendo che Cristo con la sua incarnazione e risurrezione ha abbracciato l’intero cammino dell’uomo e dimora nei nostri cuori attraverso lo Spirito. Nel secondo capitolo ritorna il tema del rapporto tra la fede e la verità anche in rapporto con le forme della cultura contemporanea (sviluppo scientifico e tecnologico, dimensione puramente individuale). Esse hanno messo in crisi la verità. La «grande verità». Così rimane solo un grande relativismo che separa religione e verità e stende un grande oblio sulla domanda originaria su Dio (cfr n. 25). Il tema del rapporto con la contemporaneità torna al n. 32, dove la verità è ridotta ad autenticità soggettiva, mentre una verità comune ci fa paura perché la «identifichiamo con l’imposizione intransigente dei totalitarismi». In mezzo, il testo affronta il tema del rapporto

tra l’amore e la verità sotto forma di pericoresi tra le due dimensioni, senza supremazia dell’una sull’altra. Anche il tema della fede come «ascolto» e come «visione» cerca lo stesso equilibrio: l’udito attesta nella temporalità la chiamata personale e l’obbedienza; la vista offre la visione sintetica del progetto di Dio. È questa una delle parti più belle del testo, totalmente giovanneo; peccato che non si sia introdotto un riferimento al testo sulla visione per eccellenza: l’Apocalisse. La fede della Chiesa ne garantisce la trasmissione. Essa mantiene uniti tra loro tutti i tempi e ci rende contemporanei a Gesù. È questo il capitolo più tradizionale e meno innovativo, dove si insiste prevalentemente sul rapporto tra sacramenti e trasmissione della fede secondo uno schema classico. La confessione di fede, la celebrazione dei sacramenti, il decalogo e la preghiera sono indicati come strutture portanti attorno a cui ruotano la stessa catechesi della Chiesa e il Catechismo della Chiesa cattolica, definito strumento fondamentale col quale la Chiesa comunica l’intero contenuto della fede. La fede è una per l’unità di Dio, perché si rivolge all’unico Signore, per l’unità della Chiesa. Per questo deve essere confessata in totale purezza e integrità: «Proprio perché tutti gli articoli di fede sono collegati in unità, negare uno di essi, anche di quelli che sembrerebbero meno importanti, equivale a danneggiare il tutto» (n. 48). Infine la costruzione della città dell’uomo. Qui i toni di Francesco sono più evidenti. «La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita» (n. 52). E ancora: «La fede ci insegna a vedere che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello» (n. 54). Queste sottolineature aprono al tema della compassione, della compagnia degli uomini nel dolore. Una condizione nella quale deve essere donata la speranza. «La speranza ci proietta verso il futuro, ci colloca in una prospettiva diversa rispetto alle prospettive illusorie degli idoli del mondo. Non facciamoci rubare la speranza» (n. 57). 11


Chiesa Universale Papa Francesco / Chiesa Universale Papa Francesco / Chiesa Universale Papa Francesco / dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto, «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente di Dio.

La fede cresce con il Signore

Se si seguono in un ideale filo rosso anche solo i suoi ultimi e diversificati interventi se ne ha una qualche conferma. Lo scorso 18 maggio, nell’incontro con i movimenti per la veglia di Pentecoste, Francesco ha ribadito che «la fede cresce col Signore». E che oggi «la comunicazione della fede si può fare soltanto con la testimonianza, e questo è l’amore. Non con le nostre idee, ma con il Vangelo vissuto nella propria esistenza e che lo Spirito Santo fa vivere dentro di noi. È come una sinergia fra noi e lo Spirito Santo, e questo conduce alla testimonianza (…). Il mondo di oggi ha tanto bisogno di testimoni. Non tanto di maestri, ma di testimoni. Non parlare tanto, ma parlare con tutta la vita: la coerenza di vita, proprio la coerenza di vita! Una coerenza di vita che è vivere il cristianesimo come un incontro con Gesù che mi porta agli altri e non come un fatto sociale ». Qui è ricompresa tutta la sua insistenza sulla Chiesa che non è organizzazione ben-

sì amore fraterno. Per questo «deve uscire da sé stessa, verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano». Alla Domus Sanctae Marthae, nell’omelia del giorno 4 giugno, ha stigmatizzato l’ipocrisia, così viva nella cultura contemporanea, ma anche nella Chiesa, come dissimulazione e contraffazione della verità, svuotamento del suo contenuto, anche quando ne salvaguarda l’apparenza. Ancora una sferzata alla mondanità della Chiesa e degli ecclesiastici. Ai nunzi pontifici, radunati il 21 giugno in occasione dell’Anno della fede, in un discorso che non solo non ne sminuisce la figura, ma anzi ne rilancia la funzione, ha ricordato come per gli uomini di Chiesa ci sia sempre il pericolo di «cedere a quella che io chiamo, riprendendo un’espressione di De Lubac, la “mondanità spirituale”: cedere allo spirito del mondo, che conduce ad agire per la propria realizzazione e non per la gloria di Dio (…). Ma noi siamo pastori!». Nel «delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali» ha raccomandato loro: «Siate attenti che i candidati siano pastori vicini alla gente. (…). Che siano padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “principi”. Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato (…). E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costan-

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te ricerca di un’altra. Siano capaci di “sorvegliare” il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per tutto ciò che lo mantiene unito; di “vigilare” su di esso, di avere attenzione per i pericoli che lo minacciano; ma soprattutto siano capaci di “vegliare” per il gregge, di fare la veglia, di curare la speranza, che ci sia sole e luce nei cuori, di sostenere con amore e con pazienza i disegni che Dio attua nel suo popolo». Ha fatto seguito, il 23, lo strappo della sua assenza, all’ultimo minuto, al concerto organizzato in suo onore in occasione dell’Anno della fede. Al suo posto la sedia lasciata visibilmente vuota. Nel chirografo che istituisce la Pontificia commissione referente sullo IOR (il 24 giugno), la motivazione dichiarata è quella di consentire una migliore armonizzazione dell’istituto con la missione della Chiesa universale e della Sede apostolica. Sul tema ecumenico dell’unità della Chiesa, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, ha negato lo stile di un ecumenismo della riconquista cattolica, affermando: «Uniti nelle differenze: non

c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù!».

Il 30 giugno, all’Angelus, ha affrontato il tema della fede di Gesù come paradigma della nostra fede. La ferma decisione di Gesù di andare a Gerusalemme, cioè incontro alla sua passione, resa centrale nel Vangelo di Luca, afferma, ci dice Francesco, «l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla». «Una decisione presa nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo cammino. E Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole noi cristiani liberi come lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio».


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Malattia… stato di grazia

CON INFINITA RICONOSCENZA ALLA NOSTRA COMUNITÀ

Il Concilio avanti a noi

Cinquant’anni dopo il concilio Vaticano II, che avviò «la prima autoattuazione ufficiale della Chiesa in quanto Chiesa mondiale», inaugurando un influsso reciproco tra tutte le parti e le componenti della Chiesa cattolica, un papa venuto dai confini del mondo, riprendendo il tema del primato della pastorale in un contesto non più solo occidentale, può fare compiere alla Chiesa un passaggio decisivo verso una cattolicità reale. Per la prima volta nella storia della Chiesa, il concilio Vaticano II ha utilizzato uno stile che non aveva né semplicemente il carattere della dottrina dogmatica sempre valida, né quello della disposizione canonica, bensì quello di una «direttiva» pastorale. Oggi quell’appello pastorale va necessariamente fondato e precisato teologicamente perché lo stile dell’annuncio non può più essere quello del passato. «Questo compito – ricordava Rahner –, la cui soluzione non è ancora stata trovata, (…) comporterà necessariamente un richiamo alla gerarchia delle verità ricordate dal Vaticano II e un ritorno alla sostanza fondamentale ultima del messaggio cristiano, per poi formulare a partire di qui, in modo nuovo e con una creatività disinvolta, la totalità della fede cristiana in corrispondenza con le diverse situazioni storiche». Il tema della riforma della Chiesa deve essere ricondotto a questa intenzionalità della teologia pastorale e all’espressione di un’ecclesiologia di

comunione, altrimenti non riuscirà a toccare i punti nevralgici, ma sortirà al massimo un effetto di riordino organizzativo, di razionalizzazione funzionale. Che ruolo deve avere oggi la Congregazione per la dottrina della fede? La sua può rimanere solo una teologia difensiva o, persino, punitiva? Che ruolo deve avere il Sinodo dei vescovi? Lo strumento ha finito col rovesciare il proprio significato: più che fare esprimere nel loro significato universale le singole Chiese locali, le anestetizza. Che ruolo devono avere oggi i dicasteri che si occupano del dialogo ecumenico e del dialogo interreligioso? Hanno lo stesso valore e debbono avere lo stesso peso del Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi o della Congregazione per le cause dei santi? Poi c’è certamente la parte politica e istituzionale, che attiene alla definizione della Segreteria di stato. La Chiesa, proprio in ragione della sua cattolicità, si rende conto della propria responsabilità nei confronti della storia presente e futura dell’umanità. La coscienza esplicita del Vaticano II e la storia successiva ci hanno insegnato che la configurazione mondiale della Chiesa e la sua ermeneutica pastorale non possono fare a meno di uno strumento centralizzato di governo che aiuti, rafforzi e difenda le Chiese locali nelle loro difficoltà, ma esso deve svolgere la propria funzione senza presunzione e volontà di sostituirsi a esse né all’autorità del vescovo di Roma. 13

Tutto va per il meglio, all’improvviso la malattia si affaccia alla tua porta e il confine vita/morte diventa così sottile e indefinito che non sai più se sia meglio “partire” prima possibile o con estremo coraggio affrontare giorno per giorno ciò che la vita ti riserva. Sei steso su un letto , non puoi muoverti, né parlare, una macchina respira per te ; sguardi smarriti, preoccupati ti dicono che forse non ce la farai e tu non puoi fare altro che aspettare l’evolversi degli eventi , con estrema pazienza e fiducia. “ Se aveste fede quanto un granello di senape”….. sono le parole che riecheggiano nella mente e stringi tra le dita questo immaginario granello, minuscolo quanto potente. Qualcuno ti dice” non temere!” con te c’è la reliquia del santo Tadini, la tua comunità sta pregando per te, tutti ti aspettano e per intercessione del santo e della vergine Maria capisci di avere più forza che sfiducia, più coraggio che paura….. Non temere, io sono con te! È questa presenza che ti sostiene e… avviene il miracolo non solo perché le tue condizioni migliorano a vista d’occhio e riprendi le forze e tutto quello che avevi perso nei lunghi mesi di terapie devastanti e nei giorni di terapia intensiva, ma anche perché vedi materializzarsi quello che Don Tadini chiamava il “miracolo dell’amore”:L’affetto sincero di tante persone, una comunità solidale unita nella preghiera, vecchie amicizie rinsaldate, l’incontro con persone ammirevoli ricche di umanità e di carità, la gioia di incontrare, la serenità di accettare , di ricevere, senza pretese, quanto la vita ti offre ogni giorno. Grazie! Domi


DAL MONDO

Siria,

una Chiesa tra due fuochi

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Itre settantamila vittime in due anni: questo il bilancio che di recente l'Onu ha tracciato del conflitto siriano, scoppiato nel marzo 2011. In questo scenario, quella dei cristiani è una tragedia nella tragedia. Che va ben al di là del numero dei morti, come ha ricordato il patriarca melchita Gregorio III Laham nel messaggio per la Quaresima: «Molti dei nostri fedeli sono stati rapiti e coloro che sono stati restituiti alle loro famiglie lo sono stati dietro il pagamento di un riscatto enorme. Oltre ai feriti, si stima che oltre mille cristiani siano stati uccisi, tra; cui un centinaio di cattolici greco - melchiti». Una Chiesa nella tempesta Mentre scriviamo, ignoriamo come finirà il rapimento dei due sacerdoti Michel Kayyal (armeno cattolico) e Maher Mahfouz (greco ortodosso), organizzato da un gruppo di ribelli armati il 9 febbraio scorso, sulla strada che da Aleppo conduce a Damasco. Naturalmente ci auguriamo che l'angosciosa vicenda abbia un lieto fine, ma quello su cui vorrei soffermare l'attenzione è il dramma di una Chiesa nella tempesta: questo duplice rapimento non rappresenta che la punta dell'iceberg di un popolo che vive nella precarietà più assoluta. Ogni guerra è terribile, ma quella siriana lo è a modo suo, essendo sempre più difficile stabilire chi combatte chi e perché. In questa situazione, i cristiani rappresentano il classico "vaso di coccio" in mezzo ai vasi di ferro. Ecco perché urge una mobilitazione internazionale, politica ma innanzitutto spirituale, in loro favore. «L'effetto della condizione in cui viviamo da più di un anno è che ormai ci siamo assuefatti all'orrore quotidiano»: così si esprimeva l'arcivescovo di Aleppo degli armeni cattolici, Boutros Marayati, all'indomani del ritrovamento di decine di cadaveri di giovani, vittime di esecuzioni sommarie collettive. E spiegava: «Ci sono sempre notizie di nuove stragi, c'è il rumore continuo dei bombardamenti, si vive in uno stato di tensione e paura giorno e notte, c'è la fatica per sopravvivere in una quotidianità in cui non si trova nemmeno l'acqua da bere e il carburante per ri-

scaldare le case... Siamo al centro di una guerra, ma la viviamo come se fossimo al buio, senza capire davvero cosa sta succedendo. Ci chiediamo solo quando e come tutto questo finirà. E preghiamo il Signore, che ci guardi e ci protegga». In queste parole è racchiuso il doppio dramma che i cristiani stanno vivendo da mesi: il dramma di chi vede il Paese dilaniato da una violenza cieca e totalmente imprevedibile e, al tempo stesso, sa che ancor più confusa è la percezione che la comunità internazionale ha di questo conflitto, definito (e non a torto) «la guerra con meno informazioni dirette sulle due parti in campo». Due figure emblematiche La complessità del contesto siriano e della posizione delle Chiese cristiane - che non possiamo riassumere in queste pagine - si può, tuttavia, almeno far intuire accennando a due figure emblematiche. La prima è padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, 59 anni, espulso dalla Siria nonostante i suoi trent’anni di impegno e servizio per la causa del dialogo e della pace; la seconda è suor Agnese Maria della Croce, carmelitana siriana di 64 anni, superiora del monastero di San Giacomo di Qara (presso Damasco). Ora, per quanto paradossale possa apparire, nel panorama mediatico queste due figure, mosse entrambe da fini assolutamente spirituali, sono finite per diventare, agli occhi di tanti, rappresentanti di due fazioni politiche opposte: gli antiregime, nel caso di Dall’Oglio, i fiancheggiatori del dittatore nel caso di suor Agnese Maria. In entrambi i casi un colossale abbaglio, che non rende giustizia a queste persone e al loro tenace e meritorio lavoro. Vediamo perché. Padre Dall’Oglio, a partire dai primi anni Ottanta ha promosso la rinascita del monastero cattolico siriaco Deir Mar Musa al-Habashi, nel deserto a nord di Damasco, originario dell’XI secolo. Nel 1992 ha fondato a Deir Mar Musa una comunità spirituale ecumenica mista, che promuove il dialogo islamico - cristiano. Negli anni il monastero è cresciuto diventando un crocevia di incontri e un’oasi spirituale per molti. L’attivismo di padre Dall’Oglio, però, e la fitta rete di relazioni internazionali che amplificano in maniera molto significativa le sue prese di posizione contro le atrocità commesse da Assad e dai suoi, gli hanno procurato l’ostracismo del governo siriano, che l’ha espulso dal Paese il 12 giugno 2012. All’indomani 14


della sua fuga precipitosa all’estero, padre Paolo ha rilasciato un’intervista; in essa - dopo aver sottolineato la falsità del decreto di espulsione («riconosce il ruolo positivo che ho svolto, quando dice che, nei trent’anni trascorsi nel Paese sono stato testimone di tutti i successi raggiunti dalla Siria negli ambiti politico, economico e sociale») - ha denunciato «una pressione sistematica sui leader religiosi perché rimangano con il regime fino in fondo». Madre Agnese Maria della Croce fa parte della cerchia dei leader religiosi. Possibile che la suora palleggi per un regime odioso come quello di Assad? Non è così, come ha scritto in un commento su MissiOnLine.org padre Piero Gheddo: «Questa coraggiosa carmelitana non prende posizione fra le due parti in lotta, ma usa parole scomode lamentando che le violenze delle milizie islamiste contro i cristiani hanno dato un volto nuovo agli oppositori di Assad». Minacciata dai ribelli e per questo costretta a fuggire in Francia, la religiosa afferma che «ci sono più di duemila gruppi che operano in Siria, la maggior parte dei quali legati ad Al Qaeda, ai Fratelli Musulmani e ai salafiti. Non sono venuti per instaurare la democrazia, ma la legge coranica in nome di Allah. (...) Conosciamo il regime e il suo aspetto dittatoriale, le sue azioni non ci sorprendono, ma che un’opposizione ufficialmente presentata come promotrice dei diritti umani, della democrazia e della libertà, agisca con violenza ancor più sanguinosa rispetto al regime, è un fatto che sciocca». Il movimento della riconciliazione Ebbene, solo una persona disinformata o in malafede può negare che il regime di Bashar al-Assad è totalitario. Basterà ricordare con quale violenza ha reagito fin da subito alle manifestazioni popolari nel marzo 2011, che sull’onda della “Primavera araba” chiedevano libertà, democrazia, sviluppo. È altrettanto vero che, in due anni di guerra civile, i fanatici islamici hanno preso molto potere fra gli oppositori di Assad. I cristiani, che non sostengono affatto la dittatura, non vogliono, però, nemmeno che in Siria nasca un altro regime estremista islamico. Per questo madre Agnese Maria della Croce ha fondato il “Movimento della Riconciliazione” (Mussa-hala). «Non è un complotto pro-Assad, ma una via per superare la violenza e dare voce al popolo siriano. - Spiega lei - Per scegliere il suo futuro, il nostro popolo ha bisogno di un minimo di sicurezza e stabilità». Intercedere “Stare in mezzo”, inter-cedere - come amava ricordare il cardinale Carlo Maria Martini pensando alla Terrasanta -: questo, oggi più che mai, sembra essere il compito, l’ardua vocazione, cui sono chiamati i cristiani della Siria. Lo conferma una bella testimonianza raccolta, sempre per il sito del Pime MissiOnLine.

org, da Giorgio Bernardelli: protagonista è una comunità di monache trap-piste provenienti dal monastero italiano di Valserena, in provincia di Pisa, che da sette anni ha aperto in Siria una piccola comunità in un villaggio vicino al confine; con il Libano. Suor Marta, la superiora della comunità, spiega la difficile posizione dei cristiani siriani: «Non si tratta di coprire le violenze; semplicemente non vogliono cadere in una situazione come quella dell’Iraq. Spesso sono gli stessi profughi iracheni rifugiatisi negli ultimi anni in questo Paese a dire: “Qui finirà come da noi”. C’è tanta paura che la destabilizzazione possa portare la Siria al caos. E ci sono già segnali preoccupanti in questo senso: noi viviamo in una zona in parte sunnita e in parte alawita (minoranza islamica da taluni considerata “eretica”, ndr). Prima non c’erano mai stati problemi di convivenza; adesso invece gli alawiti hanno iniziato ad aprire i propri negozi, perché hanno paura di passare nei quartieri dei sunniti. E viceversa ci sono sunniti che non vanno più nelle zone degli alawiti. Questa frammentazione è un fatto nuovo. Così la vita sì, va avanti, ma dentro a un’aura di sospensione, di incertezza rispetto al futuro, che tocca in maniera particolare proprio i cristiani. Insieme con la protesta - spiega la religiosa -si intrecciano anche regolamenti di conti tra bande criminali, contrabbando di armi, lotte tra famiglie. Anche per questo motivo la gente semplice, quando parla degli interventi armati dell’esercito, dice: “Finalmente, era ora che facessero pulizia. O ammazzano loro oppure la stessa sorte toccherà a noi”. Noi proviamo a spiegare che non è con il sangue che si risolve una situazione del genere. Ma loro ci ripetono lo slogan che hanno sentito echeggiare nelle manifestazioni ad Homs: “I cristiani in Libano, gli alawiti alla tomba”. E ci chiedono: “Perché l’Occidente non capisce?” - Conclude - I conflitti che stanno e-splodendo probabilmente covavano sotto la superficie; la necessità di un cambiamento è reale. Ma non possono essere i cristiani a pagarne il prezzo».

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Chiesa Universale Anno della fede 11 ottobre 2012 / 24 novembre 2013 - Chiesa Universale Anno della fede 11

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el nostro tempo, in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggior attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Così inizia Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

UN TESTO PROFETICO E FECONDO I padri conciliari approvano il testo il 28 ottobre 1965 a maggioranza, con 2.221 voti favorevoli, 88 contrari e 3 nulli, dopo un cammino tormentato e quattro redazioni. Il punto di partenza non corrisponde con quello di arrivo. In un primo momento, infatti, non è prevista la scrittura di un testo sulle relazioni della Chiesa con le altre religioni, ma una dichiarazione sugli ebrei, che esprima, da un lato, la condanna dell’antisemitismo e, dall’altro, la consapevolezza della Chiesa di non poter mai dimenticare che le sue radici sono in Israele. Le discussioni della fase preparatoria e di quella conciliare, sulle quali certamente incidono i diversi orientamenti teologici dei soggetti ecclesiali che partecipano al Concilio - val la pena ricordare in particolare il pellegrinaggio di Paolo VI in Israele (4-6 gennaio 1964), il contesto del tempo - attestano un progressivo allargamento dell’orizzonte della Dichiarazione. Il mutamento di prospettiva si deve in gran parte a una questione di equilibri. In particolare sono i vescovi arabi che premono per inserire anche riferimenti al dialogo con l’Islam. Il problema si allarga quando ci si rende conto che occorre riflettere più a fondo sulla portata teologica e umana di tutte le religioni. La gestazione non è semplice: le coscienze non sono mature e la “questione ebraica”, a vent’anni dall’infamia della Shoah, è ancora un tema sensibile nella comunità ecclesiale. Entrano per la prima volta nel vocabolario ecclesiale parole come “dialogo” e “rispetto”, ma emergono con drammaticità anche le tensioni teologiche tra il valore da accordare alle altre religioni e il problema della salvezza. Scrive Benedetto XVI nella prefazione all’edizione tedesca dei

suoi scritti sul Concilio: “In un documento preciso e straordinariamente denso, venne inaugurato un tema la cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile. Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidenti.” Dove stanno le novità della Nostra Aetate? Con Nostra Aetate, i padri conciliari promulgano una Dichiarazione che segna una svolta epocale nella storia della Chiesa. Nonostante l’orizzonte teologico entro cui si muove il n.4 sia ancora tendenzialmente quello della sostituzione, che suppone una visione della Chiesa sul modello di Israele, per cui i due sono in concorrenza reciproca, l’affermazione che la Chiesa è il “nuovo e vero Israele” (Lumen Gentium 9) comporta il venir meno dell’elezione d’Israele che è letta soltanto come preparazione e prefigurazione della missione della Chiesa. A dispetto di ciò, i contenuti e il tono sono certamente nuovi rispetto alla precedente tradizione ecclesiale. Mentre si conclude la lunga fase in cui i rapporti fra la Chiesa e le altre religioni erano sostanzialmente considerati insensati alla luce dell’assioma indiscusso “extra ecclesiam nulla salus”, a partire dalla Nostra Aetate, in ogni caso, nel testo e nella vita, nell’esperienza e nella storia, l’ebraismo diventa il paradigma non solo del dialogo interreligioso ma di ogni differenza, sacramento di tutte le alterità e luogo teologico in cui i cristiani possono mostrare che ogni “altro” allude a Colui che è totalmente Altro e totalmente Prossimo a ogni donna e uomo. Quali consegne ed eredità sono ancora da attuare? Sono notevolissimi gli effetti di quel documento a un tempo modesto e profondamente innovatore, nonostante gli aspetti che - stando agli auspici dei padri conciliari più sensibili - apparvero all’epoca ancora ambigui, sfuocati, o disattesi. Va peraltro ammesso che, se volessimo stilare un bilancio degli effetti della dichiarazione in prospettiva, nel nostro caso un cinquantennio è spa16


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Credenti, ma come altri zio di tempo ampio ma anche limitato, e comunque insufficiente a estirpare dalla teologia e dalla mentalità cattolica diffusa i normali e radicati atteggiamenti di antigiudaismo e di chiusura, soprattutto se pensiamo a quale fosse prima del Vaticano II lo standard dei rapporti fra ebrei e cristiani, o con le diverse religioni. È innegabile che il processo sia decisamente in progresso. Ancora parecchia strada si dovrà percorrere per giungere a un livello pienamente accettabile. Secondo vari studiosi sarebbe il tratto più arduo, perché compiuto dopo quasi due millenni di assolute incomprensioni, di sostituzionismo (la Chiesa vero Israele contro il falso Israele storico), quando non di autentiche persecuzioni. Nostra Aetate, del resto, non affronta solo il panorama delle relazioni fra ebrei e cristiani, anzi, si presenta propriamente come una prima legge-quadro dei rapporti con tutte le religioni (al n.2 si scrive che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni”, riferendosi in particolare al buddhismo e all’induismo, ma anche alle altre fedi presenti su scala planetaria). La vicenda della Fraternità lefebvriana sta a indicare che sulla Nostra Aetate si gioca la fedeltà al Concilio Vaticano II. Perché ci sono così tante resistenze e perché anche in campo cattolico si fa fatica ad accettare le intuizioni della dichiarazione? Perché, a dispetto della brevità della dichiarazione e del suo carattere all’apparenza secondario rispetto alle grandi costituzioni conciliari, prendere sul serio Nostra Aetate significa rimettere in discussione nel profondo l’identità della Chiesa stessa. Come aveva colto benissimo il cardinal Martini, che già nel 1985 ebbe a scrivere: La posta in gioco non è semplicemente la maggiore o minore continuazione vitale di un dialogo, bensì l’acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne deriveranno sul piano dottrinale, per la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo d’oggi. E una prospettiva del genere, evidentemente, può generare paura, sconcerto, e persino ripulsa, in nome di una malintesa e fuorviante difesa della cosiddetta tradizione. Cosa che è successa, ad esempio, nel caso della Fraternità di S. Pio X, ma non solo.

Una bella definizione del dialogo è stata offerta da un uomo che di accoglienza e ospitalità visse costantemente, il vescovo Piero Rossano, ausiliare di Roma fino alla morte (1991): relazione interpersonale che avviene nel rispetto dell’alterità dell’interlocutore, sulla base di una comunione già esistente, in vista di un avvicinamento e di un’unione più profonda, per un giovamento reciproco. Esso ha bisogno di rispetto, reciprocità, vicendevole ascolto, pazienza e riflessione; mentre suoi nemici giurati sono la polemica, il monologo, l’imperialismo dottrinale, l’intolleranza, la fretta e l’eccessiva sicurezza di sé. È evidente, accettando tale prospettiva, che dialogare, per la Chiesa postconciliare, rappresenta oggi un’operazione ardua, per motivi più antropologici e sociologici che teologici. L’indifferenza verso l’altro che caratterizza la cultura occidentale, infatti, è il peggior viatico per un incontro autentico. Qui, allora, vanno ricercate le cause principali di quell’inceppamento del dialogo di cui a più riprese si è scritto, oltre che nella chiusura identitaria che ha contrassegnato la vicenda di molte religioni nel tempo della globalizzazione. Sul piano teologico, invece, nonostante le troppe voci sguaiate che negli ultimi anni hanno letto fondamentalisticamente la parola biblica, traendone inviti perentori a rifugiarsi in identitarismi privi di misericordia, la partita non ha storia. Le Scritture e il magistero dell’ultimo mezzo secolo (si pensi, ad esempio, alla pedagogia dei gesti di Giovanni Paolo II, all’incontro di Assisi da lui voluto il 27/10/1986, ma non solo), infatti, considerano il dialogo con l’alterità un punto cruciale della rivelazione cristiana.

Quali limiti e quali segni di speranza si intravedono? Sarebbe ingeneroso se il pesante clima politico-culturale odierno e l’intransigenza eretta a sistema, generalizzata quanto pervasiva, ci facessero trascurare che tra donne e uomini diversamente credenti non si danno solo diffidenze o conflittualità irrisolte, ma pure esperienze d’apertura e fiducia reciproca (in una condizione, si badi, di pluralismo religioso assai aumentato rispetto a mezzo secolo fa). Le buone pratiche in tal senso, soprattutto dal basso e nella vita quotidiana, fortunatamente non mancano, pur limitandoci a uno sguardo sul nostro paese, non di rado operanti nel nascondimento. E se gli ambienti più avvertiti hanno colto da tempo come sia vitale passare finalmente dal dialogo delle buone maniere e dei salamelecchi al dialogo nella verità e nella franchezza, i loro esiti risultano purtroppo In ordine al dialogo interreligioso, si fa fatica a sovente poco notiziabili, per cui non varcano la soglia comprendere qual è il cammino oggi della Chiesa d’attenzione del grande pubblico. cattolica. Come lo si interpreta? 17


i balzi in avanti

Un’ecclesiologia di comunione, l’affermazione della laicità delle realtà terrestri,la pari dignità di tutti i fedeli: questi i passi in avanti compiuti dal Concilio. Ne parliamo con padre Bartolomeo Sorge.

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ra la sera dell’11 ottobre 1962, giornata di apertura del Concilio Vaticano II. Niente era previsto per chiudere la giornata, ma una grande folla restava in piazza San Pietro con le fiaccole accese. «Allora», ricorderà poi monsignor Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, «mi venne l’ispirazione di suggerire al Papa: “Santità, si affacci, dica loro una parola...”» Il Papa era molto stanco e sulle prime non pareva intenzionato ad affacciarsi. “Santità, non si affacci, non parli, ma guardi attraverso le fessure delle persiane che spettacolo, piazza San Pietro è piena di fiaccole, sembra incendiata!”, gli disse mons. Capovilla. Ma Papa Giovanni XXIII non seppe resistere, aprì la finestra e si rivolse alla gente con queste parole: «Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero; qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare a questo spettacolo. Noi chiudiamo una grande giornata di pace, di pace: ‘Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà’. (...) La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di Nostro Signore. (...) Continuiamo, dunque, a volerci bene, (...) a volerci bene così, guardandoci così, nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. (...) Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare; dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza. E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino.» È il famosissimo discorso alla luna di Giovanni XXIII la cui forza rimane intatta anche dopo cinquant’anni. Il mattino di quel giorno, iniziato con la pioggia e concluso con il sole, Papa Giovanni, davanti ai 2540 padri conciliari, pronuncia un discorso di trentasette minuti che segnerà in maniera significativa il percorso del Concilio.

Gaudet Mater Ecclesia, Gioisci madre Chiesa, è il titolo dell’intervento. Il papa, che lo ha scritto di persona, lo pronuncia in latino, dopo ore di liturgia, e, al momento, pochi sono coloro che ne colgono la forza dirompente. I più se ne accorgeranno solo quando lo leggeranno sull’ OsservatoreRomano. È un testo che andrebbe di nuovo meditato, ripreso con attenzione. Riteniamo di dover dissentire da codesti profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti quasi che incombesse la fine del mondo. (...) La buona provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggiore bene della Chiesa. (...) Il nostro dovere nel Concilio non è soltanto di custodire il tesoro prezioso della fede come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera che la nostra età esige proseguendo così il cammino che la Chiesa compie da venti secoli. Il papa, che ha studiato da storico, trae dalla storia la lezione del cambiamento, invitando a non immobilizzare il percorso della Chiesa. È l’ottica dinamica che Giovanni XXIII intende imprimere al Concilio che si apre, confidando in una sua impresa rinnovatrice. Per questo è necessario un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze. Occorre, cioè, proporre l’antica ed autentica dottrina ma studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno. Padre Bartolomeo Sorge, già direttore di La Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, quel giorno - 1’ 11 ottobre 1962 - egli, giovane gesuita, era tra la folla in piazza San Pietro. Ricorda cosi: “Più con il cuore che con lo sguardo seguivo l’incedere ondulante di Giovanni XXIII sulla sedia gestatoria che, uscito dal portone di bronzo e preceduto da una fila interminabile di vescovi, entrava processionalmente in San Pietro per inaugurare il Concilio. Quel giorno lontano non potevo certo immaginare quanto l’evento ecumenico, che iniziava sotto i miei occhi, avrebbe segnato la mia vita”. 18


Il Concilio come ha cambiato la sua vita? I superiori mi avevano chiamato a Roma appena terminati gli studi all’Università di Comillas dei gesuiti spagnoli. La mia formazione teologica era stata rigidamente pre-conciliare, tridentina, perciò vivere il Concilio a Roma, a La Civiltà Cattolica, è stata l’occasione per rinnovare il mio bagaglio teologico e spirituale. Ho respirato a pieni polmoni l’ecclesiologia della Lumen gentium, ho scoperto la Bibbia con la Dei Verbum, ho compreso l’altezza e la responsabilità della missione dei fedeli laici (uomini e donne) nella Chiesa e nella società. È stata come una ventata dello Spirito, che ha spalancato porte e finestre. È aumentata in me la fede, sono diventato un uomo nuovo. Quali sono i ‘balzi in avanti’ della Chiesa compiuti in questi anni? II primo è stato l’aver spostato l’accento dall’ecclesiologia societaria all’ecclesiologia di comunione. Significa concretamente che la Chiesa non si può più considerare, come avveniva prima del Concilio, una ‘società perfetta’, un tempio chiuso, riservato ai fedeli cattolici, ma è una ‘comunità aperta’, ‘popolo di Dio in cammino attraverso la storia’; è lo stesso ‘Corpo mistico di Cristo’, al quale “in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza”. Il Concilio non nega affatto che il divino Fondatore abbia voluto la Chiesa come un’istituzione visibile, ma mette in luce che l’istituzione è subordinata al mistero di comunione degli uomini tra di loro e con Dio: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, secondo l’espressione della Lumen Gentium. Il secondo balzo in avanti del Concilio è stato l’aver messo bene in luce la dimensione storica della salvezza: Cristo è Dio fatto uomo che entra nella storia del mondo, l’assume e la ricapitola in sé. L’Incarnazione, quindi, si compie nella storia dell’umanità, attraverso tutte le epoche e le culture. Ecco perché la Chiesa, che continua l’Incarnazione e la attua, s’incarna nella storia e cammina con il mondo, sentendosi “realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”. Pertanto, la fedel-

tà nella trasmissione delle verità rivelate che compongono il cosiddetto depositum fidei non va intesa in forma statica, quasi si trattasse di conservare la verità in una sorta di scrigno sigillato, da trasmettere ben chiuso e conservato di generazione in generazione; la fedeltà va intesa in forma dinamica: non solo non vieta, ma esige che si tenga conto dell’evoluzione nella conoscenza delle verità rivelate, grazie al divenire delle situazioni storiche e culturali. E qual è il terzo balzo in avanti? Sta nella rivalutazione dell’autonomia e della laicità, sia delle realtà terrestri, sia della missione propria dei fedeli laici. La salvezza evangelica e la promozione umana, pur essendo distinte, non sono estranee una all’altra; tra i due piani non vi è dicotomia o dualismo, ma integrazione e complementarità. Perciò, il Concilio ha ripensato in modo nuovo il rapporto tra fede e storia, tra Chiesa e mondo. Questi tre aggiornamenti teologici sono stati possibili, grazie alla riscoperta della Parola di Dio. Infatti, il Concilio Vaticano II ha restituito alla Sacra Scrittura il valore di fonte primaria da cui promana la teologia, e ha messo in luce l’unione strettissima che c’è tra Sacra Scrittura e Tradizione: “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa”, si legge nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum. Da tutto ciò nasce una nuova comprensione del ruolo dei laici Certamente! Alla luce dell’ecclesiologia di comunione, sono rivalutate pure la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. Essi ormai non sono più minorenni, né ‘preti mancati’ o meri delegati del clero, ma ricevono direttamente da Cristo, nel Battesimo e nella Confermazione, la missione unica, propria di tutto il Popolo di Dio, partecipando, nella loro misura, dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo. Si tratta di una svolta significativa, se si pensa al ruolo meramente passivo che la teologia posttridentina assegnava ai laici. Questi balzi in avanti proposti dal Concilio sono stati effettivamente compiuti oppure ci sono resistenze e ritardi? La sensazione è che ci troviamo di fronte a un rinnovamento pastorale rimasto a metà. In questi decenni l’attenzione della Chiesa si è rivolta soprattutto ai suoi rapporti ad extra, con il mondo: alla nuova evangelizzazione, alle relazioni tra Chiesa e Stato, al dialogo interculturale e interreligioso, ai problemi etici posti dal progresso della tecnica e della medicina, ai problemi della giustizia, della pace, dello sviluppo e della fame. Molto più lento e incerto appare lo sforzo fatto per la riforma interna della Chiesa. Su questo punto, anzi, sembra addirittura prevalere oggi un clima di stallo, se non proprio di riflusso. 19


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on bisogna essere acuti osservatori per comprendere come i nostri ambienti ecclesiali siano attraversati da dinamiche antropologiche - vizi e difetti umani, per dirla in soldoni - che interessano un po’ tutte le istituzioni. Qui ci concentriamo sul problema invidia. La letteratura in materia sorprende parecchio per il grande peso che riserva a questo atteggiamento. Tuttavia il tema non viene affrontato spesso nella vita comunitaria e nei suoi percorsi formativi. Nessuno può negare, però, il fatto che, in molti casi, essa sia la prima causa di animosità, rovina e confusione, come dimostra Shakespeare in molti suoi testi: «L’invidia produce l’animosità. Allora viene la rovina, allora comincia la confusione», sono le parole che Shakespeare mette in bocca a Exeter nel suo Henry VI. La definizione di invidia Prima di considerarne i suoi effetti sulla vita comunitaria, ricordiamo che cosa intendiamo per invidia. Gli studiosi sono concordi nel definirla come un sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede. Essa differisce dalla gelosia in quanto, questa, è determinata dal timore, fondato o infondato, di perdere la persona amata, nel momento in cui si è inseriti in un contesto relazionale di tre o più persone. Dal punto di vista psicologico, l’invidia è un sentimento complesso e per comprenderla, specie nelle sue forme più patologiche e appariscenti, è necessario investigare nell’età evolutiva, dove risiedono le cause più profonde di questo disturbo. Tralasciamo questo aspetto, molto specialistico, e concentriamoci sui danni causati alle comunità da coloro che sono affetti da questo sentimento, che Shakespeare definirebbe concentrati di invidia. Si pensi sia a pastori che a laici che improntano i propri rapporti con gli altri dedicando massima attenzione a quanto gli altri hanno, specie in risorse e potere, ed essi non hanno. Non penso che in questo ci sia differenza tra l’invidia che si vive nei nostri ambienti cattolici e quella degli ambienti laici. La causa scatenante è comunque la stessa: desiderare ciò che non si possiede. Pertanto non c’è niente di nuovo nei nostri ambienti, partendo dalla responsabilità educativa nel non aver insegnato a contenerla e superarla. Le relazioni che vengono falsate II tema non è solo affrontato in letteratura e filosofia, ma anche nella Scrittura e in teologia. Il tutto a iniziare da Caino e Abele, ucciso per invidia (cfr. Gen 4). È interessante, notare come nel diverbio tra Caino e Abele, mosso da una potente invidia, si intersecano relazioni e motivi di diversi tipi: familiare, professionale, religioso. È sempre così per l’invidia: essa interseca diversi piani del nostro vissuto e inquina ogni tipo di rapporto, nessuno escluso, dove più, dove meno. Ammettere l’invidia, comunque, non è assolutamente facile. Essa, per molti aspetti e in molti casi, è un sentimento rimosso a livello personale a causa dell’imbarazzo che ne deriva nell’ammettere di averla; anche in contesti comunitari o istituzionali si tende a nascondeva o camuffarla in diversi modi. È quanto ha posto chiaramente in evidenza Kets De Vries nei suoi studi. Quando, in un gruppo, i soggetti invidiosi diventano socialmente 20


Anche all’interno della Chiesa abita l’invidia. Che cosa provoca? In quali direzioni si muove?

dominanti - ovvero sono capaci di incidere fortemente su motivazioni e prassi altrui - l’intero gruppo viene sottoposto a una forza distruttiva di notevole entità, che si rafforza anche in combinazione con negatività, quali l’aggressività, l’animosità, l’avidità, la sete di potere. Il motivo di questa distruttività sta nel fatto che l’invidioso raramente riesce a controllare questo suo sentimento e, per questo motivo, inizia a falsare un po’ tutte le relazioni. L’invidioso, che non riesce a contenere questa sua pulsione, normalmente colpirà i soggetti invidiati con pettegolezzi, calunnie, maldicenze, diffamazioni, freddezza, vendette, insinuazioni e quant’altro. In sintesi, come dice Aristotele, l’invidia contribuisce all’ingiustizia, dove, ricordiamo, la giustizia è la salute somma di ogni istituzione. I due sensi di marcia È interessante fare cenno all’invidia di chi ricopre posti di responsabilità a ogni livello. Essa ha due sensi di marcia: uno verso l’alto (il responsabile, provando invidia per chi è gerarchicamente superiore a lui, si comporterà con adulazione e ipocrisia al fine di conquistare la sua benevolenza e, magari, acquisire più potere) , l’altro verso il basso (il responsabile invidioso osteggerà con ogni mezzo coloro che hanno meno potere ma più capacità di quante ne ha lui. Questi sono considerati dall’invidioso potenziali concorrenti capaci di sostituirlo nel suo ruolo, in quanto più dotati). * L’antidoto: la sapienza L’invidia consuma e non ha nulla in comune con la sapienza, dice la Scrittura (Sap 6, 23) e ciò è quanto mai vero, sia sul piano personale, sia su quello comunitario. Basterebbe questo preciso criterio a farci comprendere chi è veramente sapiente-intelligente e chi fa finta di esserlo, mentre è solo divorato dall’invidia. Penso a quante volte diciamo di una persona: è intelligente. Molti però non sono realmente intelligenti, sono quello che dice Gesù dei farisei (Mt 23, 23-26): ipocriti, invidiosi, vili, intemperanti, lontani da giustizia, misericordia e fedeltà. Forse dovremmo rivedere un po’ la nostra idea di intelligenza. La Scrittura è molto chiara sul fatto che non si può essere, al tempo stesso, invidiosi e intelligenti: o si è l’uno o si è l’altro. Un’ultima osservazione: Paolo raccomanda di non cercare la vanagloria e di non invidiarsi gli uni gli altri (Gal 5,26). Ci consola sapere che anche nella Chiesa apostolica ci fosse l’invidia. Esistono comunque delle strategie per prevenire la crescita di questo sentimento nelle comunità. Esse vanno incentrate su aspetti fondamentali della vita comunitaria e istituzionale, quali la ripartizione del potere, la partecipazione alla gestione della vita comunitaria, l’abolizione dei privilegi di alcune categorie, l’eliminazione delle enormi discrepanze salariali, gli sprechi eccessivi, l’educazione all’empatia e alla condivisione. Senza dimenticare che chi ci osserva è spesso scandalizzato dal fatto di trovare troppi vizi umani e poca vigilanza su quanto altrove fa da padrone. Invidia in primis. 21


CPME FUNZIONA LA Nessuna voglia di aggiungere una sigla nuova alla ressa frustrante di tutte quelle già in circolazione. Era solo per suscitare un poco la vostra curiosità. Se siete arrivati fin qui a leggere, forse ci sono riuscito. Adesso non fermatevi, però. Allora: 2013-2014 = anno della fede, per cui F sta per… Fede! Bravi! Avete un QI buono. Le altre due, S e C, sono le sue sorelle. Non c’è bisogno di nominarle, essendo già stato verificato il vostro QI. Se in questo articolo uso le tre sorelle, siglate, insieme o da sole, è per risparmiare inchiostro. Ci sta anche che il mio articolo sia un po’ eretico, quindi… usate le molle. Penso che FSC siano talmente unite che potremmo prenderle come esempio per capire un pochino il mistero della Trinità, così come generalmente si porta l’esempio del sole (materia, luce, calore) o di qualche altra realtà in natura. La F, se andiamo all’origine della parola, direbbe fiduciafidarsi-affidamento. Non fermiamoci solo al solito “credere come adesione intellettuale a delle verità che professiamo regolarmente”. Fosse così, sarebbe come sostenere che credono di più (che hanno più fede) quelli che hanno studiato, che la sanno più lunga, che riescono a spiegare bene. Questa sì è proprio un’eresia. Ed ebbe nome e cognome quando saltò fuori la prima volta agli inizi del cristianesimo. Mi pare si chiamasse “gnosi”. Forse senza cognome. La Chiesa vera di Cristo dice invece che mia/tua madre giunta alla quarta elementare e alcuni miei/tuoi antenati analfabeti potevano avere più fede. Bellissimo! E consolante per tutti noi. Tutti uguali. In fondo è la capacità di amare che conta, e qui tutti possiamo gareggiare alla pari. Amo Gesù Figlio di Dio. Credo alla sua parola. Credo Lui come LA PAROLA, quella vera, che vince sempre sulla mia. L’abbraccio, la amo, mi ci affido, ci calo le reti contro il mio punto di vista, a costo di perdere la faccia e di sputare sangue e di buttare la mia vita. Lui sa, Lui conosce, io molto meno, mi inchino, gli voglio bene e obbedisco. A proposito: lo sapevate, no, che obbedire vuol dire sentire e ascoltare, e quindi accettare affidandosi-fidandosidando fiducia, cioè amando? Avere fede quindi è amare. Lapalissiano, direi. E siamo così finiti a parlare di C (carità), terza nella sigla, senza soluzione di continuità, sostenendo in pratica che essa fa un tutt’uno con F. Fidarsi e affidarsi è amare. Voler bene è avere fiducia e credere contro ogni suggestione contraria.

FSC

E come ci sta nel trio la S? Semplicissimo. Quando Gesù Figlio di Dio parla, dice cose che chiamano alla scelta, e quindi proietta la nostra condotta sul futuro, che noi aspettiamo e diciamo che verrà, come è stato annunciato dalla parola. Speriamo, appunto. E questo sperare è fortissimo perché è un tutt’uno con la fiducia a, la fiducia in, l’affidamento a, il fidarsi di… Sarà così, ci credo, lo spero con tutte le mie forze e mi muovo sapendo che avverrà come ha promesso. Non ci piove. Mi vuole bene, lo so, non tradisce, mantiene. Spero con una sicurezza tale che su quella posta ci gioco la vita. Faccio così perché spero, perché sono sicuro che quello che ha detto si realizzerà, o meglio, si scoprirà come vero e reale. Abramo e la sua terra promessa, e quel sacco di discendenti, e l’offerta di suo figlio Isacco, sono un po’ tutto questo, FSC, e noi siamo i suoi figli ed eredi. Più unite di così, come si vedono anche in Abramo, queste tre sorelle non potrebbero essere. Se amo, mi fido; se mi fido so che sarà e ci scommetto che sarà. Se mi ama e lo amo, come posso non fidarmi? Se mi fido, significa che non posso temere che la sua parola - tutta per amore di me - non si avvererà. FSC: talmente unite che posso metterle come scf, sfc, csf, cfs, fcs e non cambia il loro senso e il loro valore e la loro identità. Uguali e distinte. “E il pericolo di eresia dove sta?” , mi potreste ricordare. Innanzitutto la storia di Abramo e l’idea-affermazione risputa e ripetuta che sarebbe nostro padre nella fede. Mi sembra che è padre anche delle altre due, inscindibili da F. Inoltre, secondo me, queste tre sorelle ci saranno anche dopo che siamo morti. Si è sempre detto che è solo la C che durerà in eterno. Obietto: se sono una unità perfetta non può essere così. E se si spacca questa triade mi sembra di capire che il Paradiso sarebbe senza movimento, che i cieli nuovi e la terra nuova non potrebbero sussistere. Cieli nuovi e terra nuova: di chi? per chi? a che fare?... Gesù Figlio di Dio non dirà più niente-noi non lo ascolteremo-non faremonon saremo proiettati a perseguire un suo piano, un suo progetto? Non parlerà più?! Lui che è LA PAROLA?! E noi non daremo espressione al nostro amore facendo con perfezione, eseguendo con gioia e soddisfazione ciò che la sua fantasia escogiterà? Non penso. Se Dio è immenso e infinito, ci sarà eternità e immensità per tutti. E quindi vivremo (vita eterna, no!?) di FSC. Solo che sarà senza ostacoli e senza tentazioni di sorta, in una condivisione totale di cuore e di intenti che solo nell’innamoramento si trova. L’amore è condito così, di F e S. Una volta in Paradiso, vi sfido a togliere a C questa compagnia. E se è eresia, bruciatemi. Isidoro 22


CARITAS L’identità di Caritas:

L’immagine qui accanto dice dell’identità di Caritas: il buio e le stelle - Il buio ovvero la tinta scura della crisi, le stelle ovvero la costellazione dei tanti uomini e donne della carità che hanno provato a fare un pezzo di strada insieme e a “impastare la loro vita” con tutti coloro che hanno bussato alla porta della Caritas; la chiave di volta - La Caritas come organismo pastorale pone al centro l’importanza dell’incontro con l’altro, si impegna a mantenere fisso lo sguardo sull’altro che incontra, segno visibile dell’Altro che cerca: quando incontro il fratello, infatti, incontro Gesù che si nasconde ma, nel contempo, si rivela e cresco in umanità.

Iniziative in atto e prospettive future.

L’ “orto caritas” nato come semplice centro di distribuzione di cibo e altro per le famiglie in stato di bisogno va lentamente trasformandosi e perfezionandosi in una opportunità di comunione dove chi si presenta non trovi solo un aiuto materiale (peraltro limitato date le nostre possibilità), ma trovi soprattutto qualcuno che lo ascolti, e lo faccia sentire meno solo nell’affrontare le proprie difficoltà legate alle situazioni di disagio. Nessuno ha la bacchetta magica e le risposte che si riescono a dare sono spesso insufficienti, ma si è convinti che già la capacità di mettersi in ascolto crei solidarietà. Altre attività in atto sono: doposcuola per minori; la consegna giornaliera di pasti (pranzo e cena) ad alcune famiglie in difficoltà; servizio di trasporto (in collaborazione con Croce Valverde) per situzioni particolari; assistenza pratiche per contributi a famiglie con minori; microcredito; opportunità per sostenere persone (rette scolastiche ecc.).... Raccolta alimentare nel tempo di Quaresima: un po’ di ‘ossigeno’ al magazzino dell’orto, spesso vuoto. Ci sono poi iniziative che vengono proposte ma che necessitano di un cambiamento di mentalità. Si potrebbe dire per le comunità cristiane, necessitano di persone più fedeli al Vangelo e alla fede professata. Sono: “Adozioni a distanza ravvicinata” Sono tante le persone che hanno in essere impegni di adozione nei riguardi di minori ‘stranieri’ ed è certamente buona cosa, ma c’è bisogno anche da noi ... famiglie e minori che vivono nella porta accanto e che hanno bisogno di essere sostenuti , ‘adottati’ per superare periodi economicamente critici. “Casa ospitale” Pensare a una casa nuova... pagare l’ affitto... per tanti è diventato difficile. Eppure ci sono abitazioni con numerose stanze abitate spesso da una o due persone e le altre vuote... La Caritas potrebbe fare da garante perchè quanti hanno difficoltà possano trovare ospitalità per periodi ben definiti. “Posti di lavoro” La crisi tocca certamente tante persone, ma fra queste c’è sempre chi è più nel bisogno. Presso la Caritas è possibile conoscere disponibilità di persone volenterose a impegnarsi anche in lavori che nessuno vuol fare. La speranza è che a poco a poco la Caritas possa diventare un punto di riferimento per tutte le comunità parrocchiali sia per coloro che si trovano nel bisogno di chiedere, sia per coloro che hanno voglia di mettere a disposizione degli altri un po’ del proprio tempo, intelligenza e cuore; ma anche per quanti sono alla ricerca di di disponibilità di persone per attività di occupazione lavorativa.

LABORATORIO DI CUCITO Nell’ambito delle varie iniziative promosse dalla Caritas, è in fase di allestimento un LABORATORIO DI CUCITO. E’ rivolto a tutte le donne di Botticino (italiane e straniere) che hanno la necessità di risolvere piccoli problemi quotidiani, come ad esempio: stringere un abito, riutilizzare un lenzuolo rotto, confezionare una tenda… senza gravare sul bilancio familiare, e ottenendo anzi non solo un risparmio di soldi, ma anche di materiale e di energia come il mondo di oggi ci chiede. Nel LABORATORIO saranno disponibili delle macchine da cucire, il materiale necessario per il lavoro; altre donne che gratuitamente metteranno a disposizione la loro esperienza. Il LABORATORIO può diventare un momento di incontro nel rispetto delle varie culture, tradizioni e scelte individuali; agevolare uno scambio di osservazioni e di conoscenze di economia domestica, di igiene ambientale e della persona per favorire maggiormente l’integrazione sociale. All’interno sarà allestito uno spazio per il gioco e i compiti dei bambini più piccoli. Verrà distribuito un volantino con le indicazioni del luogo e degli orari di apertura. Referente del progetto: Ausilia Casali

doposcuola per bambini in età scolare

BOTT. MATTINA MARTEDI' dalle 17,00 alle 18 ,00 - BOTT. SERA MERCOLEDI' dalle 17,00 alle 18.30 23


MISSIONI L’ottobre missionario Nel 1926, l’Opera della Propagazione della Fede, su suggerimento del Circolo missionario del Seminario di Sassari, propose a papa Pio XI di indire una giornata annuale in favore dell’attività missionaria della Chiesa universale. La richiesta venne accolta con favore e l’anno successivo (1927) fu celebrata la prima “Giornata Missionaria Mondiale per la propagazione della fede”, stabilendo che ciò avvenisse ogni penultima domenica di ottobre, tradizionalmente riconosciuto come mese missionario per eccellenza. In questo giorno i fedeli di tutti i continenti sono chiamati ad aprire il loro cuore alle esigenze spirituali della missione e ad impegnarsi con gesti concreti di solidarietà a sostegno di tutte le giovani Chiese. Vengono così sostenuti con le offerte della Giornata, progetti per consolidare la Chiesa mediante l’aiuto ai catechisti, ai seminari con la formazione del clero locale, e all’assistenza socio-sanitaria dell’infanzia.

Giornata Missionaria Mondiale domenica 20 ottobre 2013 “Sulle strade del mondo” è lo slogan per la prossima Giornata Missionaria Mondiale (Gmm) 2013, scelto da Missio, Organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana. In linea con l’Anno della Fede, indetto da Benedetto XVI, il tema esprime l’esigenza di coniugare lo Spirito missionario con la vita di tutti i giorni, in un mondo bisognoso di redenzione, segnato da profonde trasformazioni sociali, politiche, economiche e culturali. Ecco che allora, l’atto di fede, da parte di ogni singolo battezzato, si deve concretizzare nella metafora del cammino, uscendo dalle nostre comunità, per incontrare uomini e donne che hanno fame e sete di Dio. Dunque, un “andare” sulle strade del mondo, insieme, comunitariamente, fino agli estremi confini. La testimonianza di fede di tanti nostri missionari – religiosi, religiose, fidei donum e laici - disseminati nei cinque continenti - resta il segno tangibile di un impegno costante della Chiesa, per la causa del Regno.

Tre proposte formative “Nuovi stili di viaggio”, “Nuovi stili di animazione” e “Nuovi stili di vita”. Sono tre le proposte formative pensate dal Centro missionario diocesano per quest’anno pastorale.

“Nuovi stili di viaggio” si rivolge ai giovani dai 18 ai 35 anni e si articola in tre passaggi fondamentali: il corso di formazione, il viaggio (Africa, America Latina...), il ritorno e la restituzione. Inizia domenica 4 novembre. “Nuovi stili di animazione” è finalizzato, invece, ad acquisire una maggiore consapevolezza e conoscenza verso i temi della missione a partire dalla Sacra Scrittura. Si rivolge a chi desidera diventare animatore di un gruppo missionario o approfondire il proprio impegno nell’ambito dell’animazione missionaria Il primo appuntamento è fissato per domenica 25 novembre. “Nuovi stili di vita” è l’occasione giusta per interrogarsi su ambiente, generazioni future, popolazioni povere e Parola di Dio. Il primo incontro è sempre domenica 25 novembre.

Informazioni e iscrizioni presso la tua parrocchia o il Centro missionario diocesano di via Tosio I, contattando il numero 0303754560 o consultare il sito www.cmdbresciait. 24


“Missio Meeting”

BRESCIA - 25/26/27 Ottobre 2013

Prosegue con entusiasmo l’equipe che sta preparando il missiomeeting. Entusiasmo che deriva dalla consapevolezza che ci attendono un evento significativo e nuovi scenari nell’ambito dell’animazione missionaria. Le relazioni con tale ambito sono state fortemente rafforzate dagli incontri con le persone impegnate in varie forme sul territorio. Missione e comunione, cooperazione e sviluppo coinvolgono soggetti nelle forme più diverse ma senz’altro complementari. Gli istituti missionari e i fidei donum rappresentano per la nostra diocesi l’emblema della missio ad gentes attraverso una scelta di vita, una vocazione totalmente dedicata agli ultimi qui e ovunque, ora e sempre per l’Annuncio dell’Amore del Padre rivolto a tutti a partire dai più poveri, dai più bisognosi. Una missione questa, dove la dimensione dell’aiuto è un servizio a fianco della condivisine della celebrazione eucaristica, dei sacramenti, del dialogo con culture diverse, dello scambio di esperienze tra chiese sorelle, dell’ascolto e dell’inculturazione in un altro paese. Nascono a seguito delle partenze dei missionari e dei fidei donum i gruppi missionari nelle nostre parrocchie come sostegno ai missionari stessi, ma anche ai progetti di sviluppo da loro promossi. Gruppi che oggi sono in forte trasformazione rispondendo sempre di più sia alle richieste dei missionari sia all’urgenza di promuovere e radicare i valori della missione nelle comunità cristiane locali. Nascono le ONG Organizzazioni non Governative, come quelle d’ispirazione cristiana legate alla FOCSIV, per promuovere progetti di sviluppo nei paesi del sud del mondo dove operano missionari. Altre realtà ancora lavorano sul territorio costituite in movimenti, associazioni, onlus, realizzando le attività più svariate come la raccolta fondi o la promozione di serate culturali. Un ventaglio di realtà impegnate nell’annuncio e testimonianza, in progetti di sviluppo, altre nell’invio di volontari, di offerte e merci; altre ancora promuovono il commercio equo e solidale piuttosto che la finanza etica o i GAS gruppi di acquisto solidale. Fanno da comune denominatore i temi della pace, della giustizia, del rispetto del creato, l’impegno per lo sviluppo delle popolazioni più povere o impoverite ancora oggi sfruttate dal sistema economico-finanziario. Gruppi, istituti religiosi, ong, onlus che avremo l’occasione di incontrare e conoscere meglio in occasione del Missiomeeting. Dal punto di vista del cristiano, senza voler togliere nulla alla cooperazione da parte di realtà aconfessionali, è fondamentale avere sempre ben presente che l’impegno missionario si colloca all’interno della “Missio Dei” cioè della missione che Dio ha nei confronti di tutte le genti. Il nostro essere “servi inutili” ci aiuta a collocare il nostro impegno a servizio del Regno di Dio. La missione di cui parliamo non può essere la mia o del mio gruppo o associazione ma è la Missione di Dio. In quest’ottica emerge sempre più urgente il discernimento partendo dalla Parola di Dio che ci porta a rispondere alle domande: cosa fare? Come? Con chi? Perché? Ora un passo fondamentale attende i soggetti impegnati nella missione ovvero quello della complementarietà e della comunione. Condividere esperienze, forze, progetti ed idee, rappresenta oggi un’urgenza sempre più evidente. E’ vero che ci sono motivazioni e identità diverse nell’impegno missionario e di conseguenza anche modalità operative differenti, ma ciò non significa che non si possa condividere un pezzo dei nostri tragitti. Il Missiomeeting non sarà certamente la soluzione dei problemi ma semplicemente il desiderio condiviso da molti di trovare delle piste comuni, nuove forme di cooperazione, nuovi modi per esprimere la missione o condividere risorse. Questa è la direzione dove ci sta portando il missiomeeting. Per informazioni e iscrizioni: giovaniemissione@cmdbrescia.it cel. 3349612946 - Claudio 25


Relazione di fine lavori di restauro radicale dell’organo Callido Ghidinelli- Facchetti e Bianchetti della Parrocchia di Botticino Mattina in Brescia Ditta “A fabrica di l’organi Romain Legros” di Settimo Pescantina (Vr) Conformemente al progetto presentato alle autorità competenti prima del restauro, il nostro intervento si è svolto secondo le previsioni. Tutte le parti trasportate in laboratorio sono state restaurate in maniera radicale; smontate, aperte, pulite, trattate contro il tarlo, rinforzate e completate nelle mancanze, quindi oggetto di studio con rilievi e misurazioni. Quelle rimaste in loco sono state revisionate scrupolosamente senza rimozione onde evitare rotture e modifiche inutili durante le manipolazioni; catenacciature, e altri componenti di trasmissione meccanica, il somiere di basseria, quello del trombone al pedale e i tubi portavento. L’intera struttura (cassa /cantoria) è stata pulita a secco e lavata per terra, trattata contro il tarlo e coperta con materiale sintetico impermeabile per un periodo di tre mesi consecutivi. Il rimontaggio degli elementi è avvenuto durante il periodo aprile- maggio e giugno 2013. Tutte le pelli dei somieri sono state sostituite con materiale nuovo, conciato naturalmente ed incollato a caldo, con colle di origine animale I borsini di pelle ricostruiti su modello, con riutilizzo delle palline di legno e spilli originali per la maggior parte e sostituzione con materiale identico a quello mancante, o in caso di rotture durante le fasi di ripristino. I fori di tarlo sono stati chiusi con materiale ligneo mediante inserimento di tasselli, o stucco naturale (colla / polvere di legno). Sono state aggiunte delle candele ed altri rinforzi ove possibile per il sostegno del somiere maestro e quello di basseria a causa del pavimento molto irregolare e instabile in alcune zone.. Ricostruita la grancassa e ricollocata sui propri sostegni, di fronte al batocchio ancora in posizione, nonché appeso alla cassa armonica mediante cinghie di canapa. Ripristinato l’impianto meccanico generale come trovato prima dello smontaggio, ad eccezione del meccanismo (modifica successiva alla costruzione) che imponeva l’uso del tremolo con il “Tira tutti”. Ricostruita la campanella rotta ed il battente mancante, come il pedalone ligneo per il commando del “tamburo” mancante. Sostituiti i chiodi piantati “alla traditore” per il sostegno delle canne di legno contro quelle posteriori con legacci di fettuccia e chiusura dei crepi nei corpi. Le quattro pompe di tipo cuneiforme ad unica piega sono state ricostruite ed installate sotto il mantice principale munite di “biella e manovella” per il loro azionamento manuale. Misure e proporzioni sono state definite esaminando il fondo del mantice che presenta fori previsti per il collocamento delle valvole di non ritorno del vento e sagome delle stesse ancora visibili. Pompe e leve sono state realizzate in legno di abete, le parti sporgenti in legno di castagno, la biella forgiata in ferro di 20 millimetri di diametro passante attraverso struttura di abete rinforzata da

legno di castagno nelle parti sollecitate dai movimenti meccanici. L’elettroventilatore è stato revisionato, sostituiti i movimenti a sfera, lubrificato. Ricostruita la scatola a tendina ed i suoi sostegni ed installata una valvola di non ritorno nel mantice per l’uso corretto del funzionamento manuale; senza ritorno del vento al motore. Dopo pulizia, trattamento antitarlo e rimontaggio dei somieri, i tubi portavento sono stati sigillati ai rispettivi fori d’immissione del vento mediante guarnizioni di pelle nuove ed il reinserimento dei propri chiodi. In mancanza di riferimenti in fase di smontaggio, la pressione del vento è stata ridefinita all’esito della messa in suono del materiale fonico dapprima in laboratorio con impianto di alimentazione provvisorio e quindi in loco con quello definitivo, in condizioni originali. Il corista ed il temperamento sono stati rilevati allo stesso modo sulle canne esente di manomissioni, o modifiche eseguite prima del nostro intervento, o in corso di restauro e recupero dei parametri originali (ripristino dell’altezza di bocca, o allungamento del corpo). Riordinato il corpo fonico seguendo la nomenclatura presente sulle canne e/o nel rispetto delle misure e progressioni delle file. L’affondo dei tasti è stata ripristinato come prima dello smontaggio, tenendo conto della correzione dell’assestamento del somiere maestro; circa 9 millimetri nei bassi e 8 nei soprani. DISPOSIZIONE DEGLI ELEMENTI Il somiere maestro è posto al centro dello strumento in appoggio sulla parte superiore della carpenteria del basamento, collegato alla tastiera racchiusa in consolle rientrante sottostante tramite catenacciatura munito di rulli di ferro forgiato montati su tavola di abete mediante strangoli in ottone a doppio anello ribattuto con bracci rivolti verso l’esterno e riporto delle divisioni a secco e a matita . Posti su proprio sostegno, i campanelli sono attrezzati da martelli di ferro forgiato con pallina di ottone collegati ai tasti mediante catenacciatura di ferro forgiato di minore sezione tramite spilli di trasmissione passanti a traverso i tasti. Tra quelli e la catenacciatura del gran organo è ubicata quella relativa alla “terza mano” , azionata mediante manubrio, ed il” Rollante” dal fa#2 della pedaliera solo quando il somiere dei Contrabbassi è alimentato. Su livello inferiore, a circa cinquanta centimetri da terra, a destra nel basamento, il somiere di basseria che ospita le sei canne di Contrabbasso bi-tonale (munite di valvola cromatica) e le dodici canne relative all’Ottava di Contrabbasso. Il somiere è “a vento comandato”, senza registro. A sinistra, nel basamento a circa ottanta centimetri da terra, il somiere del Trombone di otto piedi al Pedale riceve le dodici canne ad ancia di legno, la cui catenacciatura viene azionata da quella dei Contrabbassi e a partire della quale parte la trasmissione meccanica per l’azionamento del somiere dei Timballi (tredici canne) posto nella parte superiore dell’alzata, a ridosso del muro dell’edificio (schienale dello strumento). All’altezza del somiere maestro sulla sinistra sono allineate su doppia fila le canne relative alla seconda ottava del registro di sedici piedi al manuale, e a destra sullo stesso livello sempre contro la cassa armonica e doppia fila, le canne relative al registro di Corno da Caccia. 26


Entrambi i somieri sono alimentati tramite singolo tubo di portavento direttamente dalla manticeria, a vento comandato, collegati alla tastiera tramite catenacciature orizzontale mobili munite da verghette di legno circolare e spilli di ferro semi cotto alle estremità.

BENEDIZIONE ORGANO e

CORPO FONICO In generale, ben conservato. Le alterazioni significativi riguardano le anime alle quali sono state aggiunte dei denti ovunque, anche se con una certa cura e l’innalzamento di molte bocche. Il Flauto in Ottava era in disordine al momento dello smontaggio; la fila nei soprani aveva subito uno scorrimento con inserimento di una canna spuria. I corpi sono stati allungati in fase di recupero del corista di un mezzo tono circa con reinserimento della canna mancante ritrovata con il maestro ENRICO ZANOVELLO nello strumento. Difatti, la nomenclatura delle canne si trovava molto in prossimità della sommità dei corpi, o addirittura sparita mentre sulle altre file, ad una certa distanza, a dimostrazione del taglio successivo. Il terzo “si” della Trigesimaterza è una canna di recupero inserita nello strumento in epoca sconosciuta, conservata da noi poiché in buone condizioni e comunque storica, mentre il quinto “do diesis” della Vigesimanona è stato ricostruito perché totalmente mancante. Le canne ritrovate rotte, o completamente piegate sono state rimesse in forma, ripristinati i parametri e reinseriti nelle proprie file di appartenenza. Sono stati eseguiti tutti i rilievi sull’intero corpo fonico; misure, paternità e tipologia dei materiali utilizzati. Le canne deformate all’occasione delle scosse del terremoto sono state rimesse in tondo su mandrini, e/o riparate mediante saldatura nei casi peggiori. Le canne di legno sono molto ben conservate, dopo pulizia e trattamento antitarlo non è stato difficile ripristinare l’allineamento deENRICO ZANOVELLO vicentino, conseguito il diplogli elementi; le pelli sotto il labbro inferiore sono per la maggior parte in ma d’organo e clavicembalo con Stefano Innocenti e Anbuon stato, quindi la luce leggermente più stretta di quanto non lo fosse in drea Marcon ha seguito gli studi universitari nella facoltà di origine per il sensibile ritiro dei materiali nel tempo. Lettere e Filosofia all'Ateneo di Padova. Svolge come solista Pressione del vento: 52 mm in colonna d’acqua. all'organo e al cembalo ed in varie formazioni strumentali Temperamento: leggermente temperato (quasi equabile) un’intensa attività concertistica in tutta Europa, Stati Uniti Corista: 430 hz a 18 gradi circa. (Washington Cathedtral), America Latina, Egitto. VinciLavori ultimati nel giugno 2013. tore del concorso nazionale per titoli ed esami di Organo Prevista una revisione e messa a punto generale prima del concerto complementare e canto gregoriano. E’ insegnante al Conservatorio di Vicenza. inaugurale del 27 ottobre 2013. Fa parte di giurie di concorsi organistici ed è attualmente direttore artistico del Festival Concertistico Internazionale sugli Come da preventivo il costo dell’intervento di restauro raorgani storici del vicentino. dicale dell’organo della parrocchiale di Mattina è stato di € E' direttore e clavicembalista dal 1990 del complesso d’archi 95.146,00. "Archicembalo Ensemble" con il quale partecipa ad imporGrazie al contributo della CEI (fondi 8X1000) di € 26.430,00, tanti festivals e rassegne di musica antica in campo nazionale della Fondazione Comunità Bresciana di € 15.000,00 e di e internazionale. Propone spesso programmi inediti di autori un privato di €1.000,00, per un totale di € 42.430,00, in veneti o allestendo ex novo opere come ad es. la Pantomima totale alla Parrocchia di Botticino Mattina è venuto a costare di W.A. Mozart “Pantalone e Colombina” presentata nel € 52.716,00. 1997 in prima esecuzione assoluta all’Operahause di Il CaiCome fare per coprire questa spesa? ro. Il Consiglio per gli Affari Economici della Parrocchia propone Nell'anno 2002 è stato conferito al CD "Organi storici del vicentino" il premio "COUP DE COEUR" dalla l’iniziativa “Adottiamo le canne dell’organo”. rivista belga "Magazine de L'orgue" e il giudizio “eccezionaLe canne dell’organo sono 1146. Dividendo la spesa rimale” dalla rivista Musica. nente per il numero di canne, ogni canna può essere adottata Ha inciso vari CD fra cui in prima esecuzione assoluta con € 46,00. (casa discografica Discantica di Milano) i concerti di GiuAlcune persone incaricate si presenteranno ad ogni famiglia seppe Sammartini per organo e orchestra , le sonate per claper illustrare l’iniziativa, con tutta la libertà di potervi aderire, vicembalo/organo e violino di G.B. Grazioli con il violinista adottando una o più canne. Enrico Casazza, i concerti di Giovanni Meneghetti con il Verrà redatta una pergamena con segnato il nome di quanti violinista Giovanni Guglielmo. hanno contribuito, anche ricordando un defunto, un anniversaHa curato la pubblicazione di musica italiana del settecento e rio, una nascita... ha inciso per la case discografiche Ricordi , Discantica e Tactus.

CONCERTO

di INAUGURAZIONE DOMENICA 27 OTTOBRE ore 20,30

CHIESA PARROCCHIALE DI BOTTICINO MATTINA

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Capitalismo tecno-nichilista

Un regime economico capitalistico, sempre più, nel nostro contesto determina tutto. Promuove una concezione assoluta di libertà

S

e tolgo la parola “Dio” dal mondo contemporaneo, comprendo ancora il mondo contemporaneo? La risposta è “sì”. Mentre se tolgo la parola “denaro”, o la parola “tecnica” non capisco più niente del mondo contemporaneo. Una tale considerazione del filosofo Umberto Galimberti ovviamente urta il nostro sentimento di fede, tuttavia non possiamo negarle un po’ di verità. È “denaro”, infatti, una delle parole che più di altre ci permettono di toccare le midolla dell’attuale contesto culturale.

Un nuovo regime

Lo viviamo già sulla nostra pelle, a causa della crisi economica recente, nata proprio dall’idea che “i soldi facciano soldi”, sfruttando biecamente la disponibilità di tanti ad accumulare debiti. Nessuno può perciò negare che a fondamento della nostra società non stanno più la politica o la religione, quanto piuttosto un regime economico forte e sempre più determinante. Si tratta del regime capitalistico, che del denaro, del suo accumulo, in particolare, fa il centro della sua identità. Certo, il capitalismo attuale è ben diverso da quello che sorge alla fine del XVII secolo come teoria politico-economica che difende la proprietà privata e il suo sfruttamento per fini di guadagno, nella libera concorrenza del mercato. La versione attuale del capitalismo è più sottile e penetrante. Il suo è, infatti, un vero e proprio orizzonte e dominio culturale, oltre che economico. È del sociologo Mauro Magarti un’analisi accurata di questa recente versione “tecnonichilista” del capitalismo. L’odierna disposizione dell’economia capitalistica intende, in verità, allargare lo spazio «all’azione dei sistemi tecnici preoccupati di occupare l’intero orizzonte della nostra vita e di intervenire direttamente sulla vita umana. Non più, dunque, semplicemente tramite artefatti [...], ma agendo sulla realtà, sui desideri e sull’essere umano in quanto tale, le cui componenti sociali, psichiche e biologiche vengono progressivamente “messe in produzione”».

Una nuova concezione di libertà

II punto di forza di questo dominio è la promozione di una concezione assoluta di libertà dell’individuo, sganciata da ogni legame e da ogni valore etico o veritativo. In questo modo il mercato espande e diversifica la sua presa a piacimento, presentando i suoi prodotti come strumenti perché l’individuo continui ad allargare e rimodellare gli spazi della sua libertà, che per essere tale, secondo questa concezione, deve poter essere messa sempre in stato di negoziazione. Il capitalismo tecno-nichilista, dunque, «può essere visto come tentativo di trasformare in organizzazione sociale questa idea ab-soluta di libertà: il che, concretamente, significa la disponibilità a non tenere niente di fermo, di stabile, proprio in nome della libertà». Per dirla in breve, ciò che di volta in volta acquistiamo sul mercato è esattamente la nostra libertà; una libertà “immaginaria”, tuttavia, non solo perché vuota, ma anche perché è comprata al prezzo della nostra schiavitù al sistema capitalistico. La maggiore specializzazione tecnica e la propaganda di una versione nichilistica della libertà individuale hanno reso il capitalismo la forza culturale di base del mondo occidentale. Per questo, poi, tutti desiderano avere denaro, accumularne sino all’inverosimile. È la garanzia della libertà: una libertà vuota, certo, ma che il capitalismo sa rendere appetibile grazie alle strategie pubblicitarie e all’invenzione costante di nuovi formidabili prodotti. La posta in gioco per il cristianesimo è qui molto forte. Non a caso Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in veritate, ha affermato che, per sortire dall’attuale crisi economica, ciò che serve non è un mero aggiustamento delle regole del mercato. Ci serve piuttosto una nuova sintesi umanistica, capace di offrire un controcanto efficace all’idea di libertà individualistica, nichilistica e vuota che l’attuale capitalismo non smette di suggerire quale ideale compimento dell’umano. 28


LUCIANO MONARI VESCOVO DI BRESCIA

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi

Gv 20,21

LETTERA PASTORALE PER L’ANNO 2013 - 2014 PROLOGO Era il giorno di Pasqua, il primo giorno della settimana; era “il giorno che ha fatto il Signore”, il giorno della potenza di Dio, della vittoria sulla morte, della comunione divina immessa definitivamente nella storia degli uomini: “Ecco, faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia! “. Ma i discepoli di Gesù non lo sapevano ancora; si erano raccolti insieme, in una sala, con le porte sprangate per paura dei Giudei: Gesù, il maestro, era stato condannato e crocifisso ed essi temevano che il destino di lui diventasse anche il loro destino, che l’ombra inquietante della croce giungesse a toccare anche la loro esistenza. All’improvviso, Gesù è presente in mezzo a loro e dice: “Pace a voi! “ Allora, nota l’evangelista, “i discepoli gioirono al vedere il Signore”; passano, così, dalla paura alla gioia; la loro attenzione non è più rivolta al mondo esterno con le sue minacce (da qui la paura), ma al Signore con la sua consolazione (da qui la gioia). Il ricordo della croce è ben presente perché il Signore appare con i segni delle ferite nelle mani e nel fianco; ma

questo ricordo è assorbito nella figura vivente del Risorto, nella sua gloria, nella sua vittoria sopra la morte: quanto più profonda era stata la delusione e l’angoscia, tanto più gloriosa appare ora la presenza. Gesù ripete il saluto: “Pace a voi” e aggiunge: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. La frase è brevissima, ma il suo messaggio è immensamente ricco; lo possiamo analizzare così: 1. Gesù è stato ‘mandato’ dal Padre nel mondo per manifestare al mondo il volto invisibile del Padre. 2. Il ministero di Gesù nel mondo si è compiuto con la sua passione e morte, ma non è ancora compiuta (completata) la sua missione; per questo egli (Gesù) manda i discepoli perché continuino la sua missione. 3. Tra la missione di Gesù da parte del Padre e quella dei discepoli da parte di Gesù non c’è solo un rapporto di somiglianza (la missione dei discepoli è simile a quella di Gesù), ma una vera continuità: la missione di Gesù continua in quella dei suoi discepoli. La missione è una sola in due fasi successive. 29


CAPITOLO PRIMO GESU’ E’ MANDATO DAL PADRE 1. La missione di Gesù Dunque Gesù è 'mandato' nel mondo dal Padre; anzi, si può dire che la 'missione' esprime il mistero più profondo della persona e dell'opera di Gesù. Se vogliamo comprendere chi sia Gesù, lo dobbiamo pensare nel mondo ma in una relazione continua col Padre, come mandato da Lui. Il mondo, per quanto grande e bello e potente, non basta a spiegare Gesù: non è abbastanza grande per contenere la sua vita e la sua opera, non è abbastanza bello per giustificare la sua gloria, non è abbastanza potente per spiegare la sua risurrezione. La vita e l'opera di Gesù hanno la loro origine e quindi la loro spiegazione solo in Dio, nel Padre. Il senso poi della missione di Gesù è espresso perfettamente nel dialogo con Nicodemo quando Gesù dice: "Dio ha tanto amato il mondo da dare (= donare) il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,1617). All'origine della missione di Gesù, dunque, sta l'amore di Dio per il mondo. Il mondo è stato creato da Dio; è vero che col peccato dell'uomo (con quello di Adamo e con tutti gli innumerevoli peccati degli uomini) si è prodotta una frattura tragica e dolorosa; il mondo ha cercato un'impossibile autosufficienza,

ha ritenuto che il legame con Dio fosse una forma di schiavitù e ha cercato di impostare un progetto di vita senza Dio (a volte, addirittura, contro Dio). Di fatto l'allontanamento da Dio è fatale perché il mondo non ha da sé la sua esistenza; può anche appropriarsi dell'esistenza che ha ricevuto e immaginare di vivere senza riconoscere e ringraziare il Creatore; questa strategia può anche dare, in prima battuta, alcuni frutti di creatività perché comporta un distacco da abitudini, schemi consolidati, pigre ripetizioni. Ma non occorre molto tempo per accorgersi dell'errore: il mondo si ripiega su se stesso, si consuma nell'impegno di consumare tutto il consumabile e, poco alla volta, intristisce nel deserto dei sentimenti e dei desideri. Non c'è salvezza se non nella relazione con l'altro; e per il mondo non c'è salvezza se non nella relazione con Colui che è altro dal mondo con Dio. Dio lo sa, e siccome continua ad amare questo mondo contorto e ferito, narcisista e ribelle, ha mandato il suo Figlio perché in lui il mondo possa vedere il volto invisibile del Creatore e, accogliendo il servizio (l'amore) di Gesù di Nazaret, possa aprirsi all'amore eterno di Dio. Gesù vive nel mondo mosso dallo Spirito; per questo il suo comportamento nel mondo, il suo stile di vita non è 'mondano', ma 'spirituale'. Chiamo 'mondano' uno stile di vita che è spiegabile tutto con la ricerca di un successo mondano (diventare ricco, famoso, forte, gaudente... nel mondo; conformarsi agli stili di vita prevalenti nell'ambiente per sentirsi perfettamente a proprio agio nel mondo); chiamo 'spirituale' uno stile di vita che è conforme allo Spirito e quindi è spiegabile solo con un impulso che spinge a farsi carico del bene (proprio e degli altri) anche quando questo non produce vantaggi mondani (non fa diventare ricco, famoso, forte, gaudente... nel mondo). Ebbene, Gesù “è passato beneficando e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo (e quindi schiavi del male), perché Dio era con lui” (At 10,38). L’esito di questo stile di vita è stato, dal punto di vista del mondo, fallimentare perché gli uomini “lo uccisero appendendolo a una croce” (v. 39). Considerata all’interno del ‘sistema-mondo’, la vita di Gesù appare misera. “Ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e ha voluto che si manifestasse a testimoni” (vv. 40-41). Considerata all’interno del “sistema mondo-Dio.”, la vita di Gesù appare un successo folgorante perché è diventata una vita immune da qualsiasi germe di morte; è diventata vita potente e luminosa in Dio; ha aperto nel mondo una strada (quella dell’amore che cerca il bene sempre e in ogni modo) che, partendo da questo mondo, sostenuta dallo Spirito di Dio, giunge fino a Dio nella risurrezione. In questo modo, attraverso Gesù, l’amore di Dio per il mondo ha aperto il mondo a Dio, ha liberato il mondo da un destino inevitabile di morte e ha fatto risplendere la vittoria della vita e dell’amore. Quando parliamo di Gesù come ‘mandato’ dal Padre, della sua vita come attuazione di una ‘missione’ intendiamo tutto questo: Gesù che vive nel mondo, ma in continua relazione col Padre; che riconosce di avere dal Padre tutto quello che è, tutto quello che possiede e tutto quello che fa; che guarda al Padre come orizzonte e meta della sua vita; che tenendo fisso lo sguardo verso il 30


Padre fa della sua vita una scelta di amore e di servizio; che si sottomette alla sofferenza, all’umiliazione e alla morte. Un uomo così vive nel mondo, ma ha gli occhi aperti su un mistero che va oltre il mondo; ha sentimenti aperti a un amore che va oltre il proprio interesse; ha una speranza che va oltre ciò che il mondo può promettere e dare. Siccome un uomo così vive nel mondo, è, con tutta la sua vita, un testimone. Il testimone ha visto (udito, sperimentato) qualcosa che gli altri non hanno visto (udito, sperimentato); può parlare quindi di quanto sa, facendone partecipi gli altri; e il suo modo di vivere dice che ciò di cui egli parla non è solo una parola vuota ma è realtà effettiva, tanto reale che produce effetti concreti nella sua vita. A Filippo Gesù può dire: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Non perché Gesù sia il Padre; ma perché la vita visibile di Gesù è così profondamente orientata verso il Padre, che chi la osserva attentamente e con amore vi riconosce i lineamenti del volto invisibile del Padre. Dunque Gesù è testimone con quello che dice, ma anche e soprattutto con quello che egli è, fa e soffre; egli compie la sua missione vivendo nell’amore del Padre, narrando l’amore del Padre, operando con la forza e la bontà che gli vengono dall’amore del Padre. 2. Dalla missione di Gesù alla missione dei discepoli A questo punto possiamo capire meglio il senso delle parole del Risorto ai discepoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Il Padre ama il mondo e, perché il mondo possa vivere, ha mandato il suo Figlio che, vivendo nel mondo, rende testimonianza all’amore del Padre e mostra al mondo uno stile di vita umana aperto all’amore del Padre e quindi all’amore di tutto ciò che il Padre ama (il mondo e, nel mondo, gli uomini). Ebbene, come il Padre ama il mondo, anche Gesù ama il mondo; lo ama fino al punto di dare la sua vita per la vita del mondo. Questo il mondo, nella sua totalità, non l’ha compreso. Ma i discepoli di Gesù, sì. Essi hanno conosciuto Gesù da vicino, hanno ascoltato tutte le sue parole e visto le sue opere; hanno percepito l’amore appassionato che stava all’origine di queste parole e opere; hanno creduto che Gesù veniva da Dio e che l’amore umano di Gesù era la traduzione dell’amore eterno e infinito di Dio in gesti e parole umane. Per questo la vita dei discepoli è ormai segnata dall’incontro con Gesù e trova nel rapporto con Gesù un modo di essere e di agire nuovo. I discepoli vivono nel mondo, ma sono legati a Gesù da un vincolo che trasforma tutta la loro esistenza; a motivo di questa trasformazione ben visibile essi, con la loro vita, rendono testimonianza a Gesù e nello stesso tempo rendono testimonianza al Padre da cui Gesù viene e a cui Gesù conduce. La missione di Gesù nel mondo, proprio perché era pienamente umana, si è svolta in un piccolo territorio (la

Palestina), nell’arco breve di un’esistenza umana. Ma l’amore di Dio che Gesù testimonia è eterno e universale. Perciò la testimonianza deve andare ben oltre i limiti del ministero storico di Gesù, deve raggiungere tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Per questo Gesù ha bisogno di discepoli che condividano il suo rapporto con Dio e vivano nel mondo seguendo il suo stile di vita; ha bisogno di loro per mandarli nel mondo intero e, attraverso di loro, dilatare la propria testimonianza perché raggiunga tutti gli uomini e li apra all’amore di Dio. In tutti i vangeli il Signore risorto che appare ai discepoli trasmette loro il compito della missione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra: andate, dunque, e fate discepole tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quello che vi ho detto” (Mt 28,1820). “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura” (MC 16,15). “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (LC 24,47-48). Si può dire che i vangeli non sono opere davvero concluse; essi, infatti, terminano annunciando l’inizio di un tempo nuovo che sarà riempito dalla testimonianza al vangelo: andate... predicate... fate discepoli... battezzate... insegnate... 3. La missione dei discepoli Nello stesso modo in cui Gesù viveva nel mondo come mandato da Dio, anche i discepoli debbono vivere nel mondo come mandati da Gesù. Come Gesù, vivendo nel mondo, era però ‘rivolto’ al Padre dal quale e per il quale viveva, anche i discepoli, vivendo nel mondo, sono però rivolti a Gesù dal quale e per il quale vivono. Come Gesù, vivendo per il Padre, rendeva testimonianza all’amore del Padre, così i discepoli, vivendo per Gesù, rendono testimonianza all’amore di Gesù e quin31


di all’amore del Padre attraverso Gesù... Le espressioni potrebbero moltiplicarsi, ma l’essenziale è detto: la missione dei discepoli è la continuazione coerente della missione di Gesù; quello che la missione di Gesù ha immesso nelle vene del mondo (l’amore di Dio), la missione dei discepoli deve continuare a immetterlo nelle vene del mondo. La missione di Gesù e quella dei discepoli è un’unica identica missione; la differenza è che la missione dei discepoli dipende in modo strutturale dalla missione di Gesù che la precede, la fonda, la motiva, le da forma. Se questo è vero, si capisce anche come i discepoli rendano effettivamente testimonianza a Gesù. Lo fanno con la parola, parlando di Gesù e del vangelo; lo fanno con le opere, nella misura in cui sono opere di bene come quelle compiute da Gesù. Ma lo fanno con tutta la vita, nella misura in cui la loro vita è vissuta ‘in’ Gesù, ‘con’ Gesù, ‘per’ Gesù; e quindi nella misura in cui la loro vita è animata dall’amore di Gesù e ha una forma simile alla vita di Gesù. Parole, opere e vita vanno necessariamente insieme: la parola perché interpreta e spiega le opere che altrimenti rimarrebbero oscure e incomprensibili; le opere perché danno un contenuto alla parola che altrimenti rimarrebbe vuota; la vita perché si capisca che parole e opere esprimono l’identità di una vita nuova, trasformata. Non è possibile un’esistenza cristiana che non si esprima in parole e quindi in forme di comunicazione; reciprocamente non è possibile un annuncio cristiano che non interpreti una vita, un’esperienza reale (e non solo immaginata o sognata). La missione cristiana deve superare da una parte il rischio della mutezza e dall’altra il rischio della vacuità. Una piccola sottolineatura. Gesù rende testimonianza al Padre scrivendo sulle righe della storia l’amore del Padre. Ma,naturaLmente, Egli può scrivere questo amore perché ne vive. Gesù è amato dal Padre, sa di essere amato, accetta liberamente di essere amato; tutto questo fa sì che l’amore del Padre non rimanga fuori di lui, come un valore che si ammira da lontano; piuttosto l’amore del Padre è operante nei suoi pensieri, nei suoi desideri, nelle sue scelte e quindi nelle sue azioni. La testimonianza di Gesù nel mondo è davvero ‘sua’ nel senso che scaturisce dalla sua coscienza e dalla sua

libertà umana; ma nello stesso tempo - senza contraddizioni - la testimonianza di Gesù è una forma di vita che il Padre suscita e rende operante dentro di lui attraverso il suo amore. Lo stesso dobbiamo dire della testimonianza dei discepoli (cioè della nostra testimonianza). Si tratta davvero di una testimonianza che il discepolo produce liberamente e consapevolmente; ma nello stesso tempo questa testimonianza è resa possibile, anzi è plasmata pienamente dall’amore di Gesù nel suo cuore. Possiamo rendere testimonianza all’amore perché siamo stati preceduti dall’amore del Signore che ci ha cercati, raggiunti, perdonati, consolati, rigenerati. L’amore di Gesù suscita in noi sentimenti e desideri nuovi; sono sentimenti realmente nostri, ma dei quali siamo debitori a Lui, al Signore. Se ad Auschwitz Massimiliano Maria Kolbe può letteralmente “dare la vita” scegliendo liberamente di morire al posto di un altro, perché UN padre di famiglia possa vivere, è perché Massimiliano Kolbe è amato da Gesù, sa di essere amato da Gesù, ha dentro di sé l’amore di Gesù che ha dato la sua vita per lui e questo medesimo amore prolunga dentro di lui il dinamismo che ha dominato la vita di Gesù. Così, come Gesù ha dato la vita per Massimiliano, Massimiliano può dare la vita per un’altra persona. A sua volta, se Gesù può dare la sua vita per gli uomini, è perché è amato dal Padre, sa di essere amato, porta dentro di sé l’amore con cui il Padre lo ama e questo amore lo spinge a scelte di amore oblativo, generoso, gratuito. Ne viene allora che l’amore di padre Kolbe, l’amore di Gesù, l’amore del Padre costituiscono insieme una grande catena di amore; questa catena tende a coinvolgere tutte le persone che, raggiunte dall’amore, scelgono liberamente di credere nell’amore, si lasciano riempire dall’amore, accettano che questo amore dia forma e forza alle loro scelte. Dall’amore trinitario eterno ai piccoli, concreti gesti di amore che illuminano la vita quotidiana di una persona c’è una distanza immensa, ma c’è anche una reale continuità. Non si può forse dire che i nostri gesti di amore sono ‘divini’, ma si deve dire che i grandi gesti divini di amore (la creazione, la redenzione) generano, danno forma e sostengono i nostri piccoli gesti di amore.

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CAPITOLO SECONDO LA CHIESA E’ MANDATA DA GESU’ La missione è il compito di testimoniare l’amore di Dio al mondo perché “per l’annuncio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami” (DV, Prol.). La testimonianza si compie con parole e opere strettamente collegate tra di loro in modo che le parole rivelino il significato delle opere mostrandone l’origine da Dio e le opere diano un corpo alle parole manifestando la loro forza di cambiare il mondo. Ma quali parole e quali opere sono davvero capaci di rivelare, incarnare l’amore che viene da Dio, testimoniandolo in modo efficace? 1. L’annuncio della risurrezione Quando la Chiesa delle origini ha cercato di annunciare il vangelo, si è trovata davanti due uditóri ben diversi: il mondo ebraico con la sua storia, la sua fede, le sue Scritture; il mondo pagano con la sua molteplicità di divinità e la sua sofisticata riflessione filosofica. L’annuncio doveva per forza assumere due forme diverse. Agli ebrei poteva bastare un’affermazione del tipo: “Gesù è il Messia; quel Gesù che gli uomini hanno messo a morte e crocifisso, Dio lo ha risuscitato e lo ha costituito Signore del mondo e della storia”. Questa affermazione di fondo può essere spiegata in molti modi: raccontando la vita di Gesù; ricordando le sue parole; interpretando la sua morte; fondando l’annuncio della risurrezione sulle Scritture, enumerando le diverse apparizioni del risorto.... Rivolgendosi al mondo pagano, gli apostoli non potevano presupporre un’idea corretta di Dio e dovevano quindi iniziare ‘contestando’ il politeismo pagano (gli dei sono espressioni delle forze della natura e quindi sono molti e diversi e in conflitto tra di loro) e l’idolatria (l’essenza della divinità può essere raccolta in un suo simulacro); poi annunciando un Dio unico, creatore del mondo e prvvidente, eterno: così Paolo ha fatto a Listra (At 14,15-17) e ad Atene (At 17,22-31). Una volta posta questa premessa, diventa possibile annunciare la centralità del mistero di Gesù e della sua risurrezione: se Gesù è risorto, se dunque con la risurrezione egli è entrato in una condizione permanente e definitiva di vita, allora la sua esistenza umana - pur vissuta in uno spazio ristretto e in un piccolo arco di tempo - mantiene un significato che supera il tempo e lo spazio e diventa capace di interpellare, illuminare, orientare ogni uomo. Per questo Gesù può dire: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). L’annuncio della risurrezione si presenta in ogni modo come decisivo. Ma qui bisogna essere attenti a un possibile, frequentissimo equivoco. Si può pensare alla risurrezione come a un ‘ritorno’ di Gesù alla forma di vita precedente, la sua vita nel mon-

do; l’unica differenza sarebbe allora che questo Gesù, nel suo corpo, non è più presente in un luogo del mondo, ma è presente in un luogo ultramondano. Non è così: il Nuovo Testamento parla della risurrezione di Gesù come un passaggio da questo mondo al Padre (Gv 13,1); come una ascensione (At 1,9) e quindi come ingresso in una condizione di gloria (contrapposta alla condizione di debolezza che è propria dell’esistenza umana nel mondo); come un insediamento alla destra di Dio con pieno potere in cielo e sulla terra (Mt 28,18). Insomma, la risurrezione di Gesù non è un ritorno al passato nel mondo, ma un decisivo passo in avanti, verso il futuro in Dio. È fondamentale affermare che la risurrezione riguarda Gesù nel suo corpo; ma del corpo del risorto bisogna affermare, in modo unico e originario, quello che Paolo afferma del corpo dei risorti: “è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale” (1Cor 15,42-44). Paolo può arrivare a dire che Gesù risorto è “Spirito datore di vita” (ib., v. 45). Tutto questo non significa una diminuzione di vita, quasi che il Risorto fosse una specie di fantasma; al contrario, significa un arricchimento di vita, tanto che il Risorto opera nella storia con la potenza stessa di Dio, con la forza dello Spirito di Dio. Questo si deve annunciare: che Gesù è vivo, che vive in Dio e partecipa della sua forza, che intercede efficacemente per noi, che ci guida e ci sostiene con il suo Spirito, che parla attraver33


so la Scritture, che opera attraverso i sacramenti, che comunica agli uomini il perdono di Dio, che edifica nella storia il suo ‘corpo’ nella Chiesa, che ‘sottomette’ a sé il mondo per poi sottomettersi, insieme col mondo, a Dio, finché “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).

2. Il vangelo e la vita della comunità Ma come è possibile rendere credibile questo annuncio? Quando Paolo, parlando ad Atene, introdusse nel suo discorso il tema della risurrezione, gli ascoltatori gli voltarono le spalle come fossero di fronte a una favola incredibile: “ Su questo - dissero -ti ascolteremo un’altra volta” (At 17,32). Non è facile annunciare nel modo corretto la risurrezione di Gesù; e tuttavia non possiamo tacerla se non vogliamo adulterare il vangelo. Riprendiamo allora la domanda: come parlarne in modo che l’annuncio appaia credibile? Gli Atti degli Apostoli danno una risposta semplice in un breve sommario: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,32-35). Da dove viene questa ‘grande forza’ con cui gli apostoli rendono testimonianza della risurrezione del Signore? Evidentemente dal modo di vivere della comunità. La prima comunità cristiana ha uno stile di vita che la contraddistingue dallo stile di vita dell’ambiente circostante: il distacco dai beni materiali, l’amore fraterno, la condivisione sono tutti comportamenti che suppongono la vittoria sul bisogno di affermare se stessi e sull’avidità istintiva dell’uomo. La evidente diversità richiede quindi una spiegazione del tipo: “Noi siamo un

cuore solo e un’anima sola perché il Signore risorto ci unisce; condividiamo i nostri beni perché il Signore risorto ci libera dall’avidità e mette nei nostri cuori uno spirito di fraternità... “ e così via. L’annuncio del vangelo si presenta perciò come la spiegazione del vissuto originale e sorprendente della comunità. Naturalmente, la spiegazione non è apodittica; qualcuno potrà dare altre spiegazioni (psicologiche, sociologiche, culturali...). La comunità cristiana dice: è la parola del Signore risorto che dirige il nostro comportamento ed è il suo Spirito che ci da l’energia spirituale necessaria; è la presenza in mezzo a noi di Gesù risorto (cfr Mt 18,20) che spiega esaurientemente ciò che accade. Se vuoi convincertene, vieni con noi e prova anche tu questo modo di sentire e di agire. Uno dei significati della vita religiosa e consacrata sta esattamente in questa testimonianza: la scelta di povertà, castità e obbedienza dice una vita che non si risolve nel mondo, ma trova la sua giustificazione in qualcosa che va oltre il mondo; la scelta della vita comune esprime il dinamismo della carità che tende a unire persone diverse, con diversi interessi, nell’obbedienza al Signore risorto. Per questo non può esistere una Chiesa senza la presenza di questa testimonianza; o meglio: se la testimonianza della vita consacrata viene meno, diventa meno forte, meno credibile la testimonianza di tutta la Chiesa. Non è un caso che Pio XI abbia proclamato santa Teresa di Gesù Bambino patrona delle missioni. Santa Teresa non si è mai mossa dal suo monastero e però il suo amore per il Signore e il suo amore per gli uomini, la sua sensibilità verso i peccatori e verso le persone lontane dalla fede hanno fatto di lei un’immagine luminosa di chi sia un missionario autentico. 3. L’amore come segno di credibilità A sua volta, il vangelo di Giovanni ci aiuta con due espressioni illuminanti. Durante l’ultima cena Gesù dice ai suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Poco dopo, durante la medesima cena, Gesù si rivolge al Padre con una preghiera che riassume tutto il senso della sua missione e chiede che tutti coloro che crederanno in lui “ siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Ci sono dunque due tipi di comportamento che rendono esplicitamente testimonianza a Gesù e dimostrano al mondo che Gesù viene da Dio: l’amore fraterno tra i discepoli e l’unità che fa di loro una cosa sola. Sembra si possa dire, allora, che la testimonianza dei discepoli dipende assolutamente da questi due atteggiamenti: se i discepoli si ameranno con amore fraterno 34


e diventeranno una cosa sola, manifesteranno l’origine divina della loro vita; se non si ameranno e se terranno in piedi conflitti insanabili gli uni contro gli altri non potranno che mostrare al mondo l’abisso del loro peccato, la lontananza da Dio. Ma che cosa intende Gesù quando parla di amore fraterno e di unità? Interrogato da un dottore della legge su quale fosse il comandamento più grande, Gesù ha richiamato anzitutto il primato dell’amore verso Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze; ma ha aggiunto subito un secondo comandamento che, ha detto, è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,34-40). Amare se stesso è impulso naturale all’uomo come a tutti gli esseri viventi: difendere la propria vita, cercare di mantenerla in una condizione di benessere, renderla ricca di valori... tutto questo ci viene spontaneo. Si tratta di allargare l’attenzione del cuore e assumere questo medesimo atteggiamento positivo di amore anche verso gli altri. Ora, l’amore chiede anzitutto di amare noi stessi nel modo corretto, sapendo distinguere i beni reali (cioè quelli che ci rendono uomini migliori) dai beni solo apparenti che possono sì attirarci, ma, anziché renderci migliori, ci danneggiano: o perché danneggiano la salute fisica (ad esempio, l’abuso di alcool), o perché distruggono l’equilibrio psichico (ad esempio, le incoerenze sistematiche, le razionalizzazioni), o perché avvelenano i rapporti sociali (ad esempio, l’insincerità, l’infedeltà...), o perché ci rendono disumani (ad esempio, l’odio), o perché allontanano da Dio (il peccato in tutte le sue forme) e così via. Chiarito in che cosa consista l’amore sano di se stessi, abbiamo anche un criterio per riuscire ad amare gli altri; si tratta, infatti, di dilatare l’impegno a favore della nostra vita e fare entrare in questo impegno anche la vita e il bene degli altri. Mt 7,12 ci dà una regola semplicissima quando dice: “Fa’ agli altri quello che vuoi sia fatto a te “. Se sai amare te stesso nel modo giusto, sai anche in che modo tu debba amare gli altri; basta, infatti, che tu usi verso di loro lo stesso metro che desideri sia usato nei tuoi riguardi. Tu non vuoi danneggiare la tua vita fisica e psichica - ebbene, non devi danneggiare la vita fisica e psichica degli altri; non vuoi che gli altri ti sfruttino per il loro interesse - dunque non devi sfruttare gli altri per il tuo interesse... Questa regola è preziosissima perché apre il cuore e l’intelligenza a interpretazioni sempre nuove e più profonde. Più una persona diventa saggia e buona, meglio sa amare se stesso; e più una perso-

na impara ad amare se stesso nel modo giusto, più gli diventa facile comprendere come si debbono amare gli altri. Inizia allora un cammino che non ha limiti o traguardi definitivi, che si sviluppa da una meta all’altra, all’infinito, verso Dio. Non basta: chi impara ad amare non solo si fa carico del bene degli altri così come del proprio, ma sa allargare lo sguardo e prendere in considerazione anche le generazioni future e il loro benessere. Ci si rende conto, allora, che alcuni comportamenti ledono il patrimonio che siamo chiamati a lasciare alle generazioni future. Penso a quei comportamenti che possono alterare il patrimonio genetico o a quelli che inquinano in modo permanente l’ambiente, o a quelli che impoveriscono il contesto sociale e culturale. Assumersi una effettiva responsabilità verso quelli che verranno dopo di noi è un atto squisito di amore; non facile, perché si tratta di amare persone che non vediamo e non esistono ancora; e si tratta di negare a noi stessi qualche soddisfazione che sarebbe gradevole e immediata; ma è solo così che si può contribuire a edificare un mondo migliore per un’umanità nuova (la ‘Civiltà dell’amore’ di cui parlava Paolo VI). Quando Gesù chiede di amare il prossimo come noi stessi, ci chiede di fare dei gesti concreti di bontà verso chi è bisognoso (di ogni bisogno materiale e spirituale); ci chiede di progettare la vita tenendo presente il bene nostro e degli altri (materiale e spirituale); ci chiede di esercitarci nel fare il bene fin da bambini; ci chiede di studiare per acquistare le competenze utili a produrre il bene di tutti; ci chiede di assumerci la nostra quota-parte di responsabilità nel bene degli altri attraverso il lavoro onesto, le scelte politiche utili, l’impegno culturale autentico, la vita religiosa coerente; ci chiede di controllare gli istinti di orgoglio e di autoaffermazione; ci chiede di contribuire a far funzionare bene le istituzioni, ma

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anche di modificarle e migliorarle in modo che raggiungano più efficacemente il loro scopo.... Ora, tutto questo suppone una persona ‘buona’: se una persona è cresciuta egoista, si comporterà in modo egoistico anche nei rapporti interpersonali e nei rapporti sociali; se una persona si è proposta come valore supremo l’affermazione di sé, cercherà questa affermazione in ogni tipo di rapporto, valuterà tutte le cose con il filtro della sua riuscita. Se invece una persona ha educato il suo cuore all’amore saprà scegliere il vero bene tra le diverse possibilità che le si presentano davanti. Ma come si presenta un cuore ‘buono’? San Paolo lo descrive nell’inno all’amore che occupa il cap. 13 della prima lettera ai Corinzi: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,6-9). Possiamo allora tornare al comandamento di Gesù: “...che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. La comunità cristiana deve diventare un luogo concreto nel quale s’impara ad amare, nel quale i rapporti tra le persone e i gruppi sono motivati dall’amore, nel quale ci si aiuta per imparare ad amare. È ancora san Giovanni che scrive: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Non c’è dubbio: un amore di questo genere non sale naturalmente dal mondo e dai rapporti esistenti nel mondo; è un amore che viene dall’alto, da Dio; che abbiamo incontrato nella vita di Gesù. Quando nel mondo si incontra un amore di questa qualità, ci si trova di fronte a qualcosa che viene da Dio. È la prima dimensione della missione cristiana. 4. La comunione come segno di credibilità Accanto all’amore, Gesù ha parlato di unità dei credenti nella sua grande preghiera al Padre: “che tutti (i discepoli) siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato “ (Gv 17,21). Questa unità non va considerata come una delle tante caratteristiche che può avere la comunità dei discepoli, ma piuttosto come lo

scopo stesso della missione di Gesù. Il quarto vangelo lo dice esplicitamente quando ricorda la decisione del Sinedrio di eliminare Gesù; in quella occasione Caifa, sommo sacerdote “profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,5152). C’è una forma di unità che nasce dall’isolamento: se sono solo, sono uno; se non c’è nessun altro accanto a me, sono uno. Da questo modo di pensare l’unità viene la tendenza a cancellare la differenza degli altri e a ricondurre gli altri a noi, al nostro interesse (gli altri ci servono, esistono in funzione del nostro successo), alle nostre idee (gli altri la pensano come noi, confermano le nostre ragioni), al nostro potere (gli altri sono sottomessi a noi, ci rendono più forti). È l’unità prefigurata dalla torre di Babele e da qualsiasi progetto ‘imperialistico’ di governo del mondo. Ma non è certo questa l’unità di cui Gesù sta parlando. Si tratta, invece, di rispecchiare all’interno dei rapporti umani quella forma di unità che unisce il Padre e il Figlio e li fa essere una cosa sola; non perché il Padre rinuncia alla sua forma paterna per identificarsi col Figlio o il Figlio rinuncia alla sua forma filiale per identificarsi col Padre; ma piuttosto perché “il Padre ama il Figlio e gli manifesta tutto quello che fa” (Gv 5,20); e reciprocamente il Figlio “ama il Padre e, come il Padre gli ha comandato così agisce (per amore) “ (cfr Gv 14,31). Insomma, c’è un’unità che deriva dall’eliminazione di tutto ciò che è ‘altro’; e c’è un’unità che si costruisce e si manifesta nel dono reciproco tra ciò che è ‘altro’. È questa seconda forma di unità che costituisce il mistero della Trinità; ed è questa forma di unità che i discepoli sono chiamati a vivere e a immettere nel mondo. Una comunità che viva nel mondo l’unità ‘trinitaria’ rende testimonianza a Dio con la sua stessa esistenza, con lo stile dei rapporti che la costituiscono. Si capisce, allora, che quanto abbiamo detto in precedenza sull’amore sta nel cuore del mistero di unità cui siamo chiamati, ne costituisce la vera sorgente. Si legge nella lettera agli Efesini: “Vi esorto, dunque io, prigioniero a motivo del Signore: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la sperarrza

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alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,1-7). Non si potrebbe esprimere più fortemente l’esigenza di unità che opera nella comunità cristiana. La comunità cristiana è un solo corpo, il corpo di Cristo; non è concepibile che il corpo di Cristo sia diviso in parti (cfr 1Cor 1,13). Il corpo di Cristo è animato da un solo spirito, lo Spirito Santo: non ci sono più Spiriti che si possano opporre gli uni agli altri. Il dinamismo della vita cristiana è diretto verso un traguardo che è lo stesso per tutti i credenti: la comunione con Dio; quindi: una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati. Possiamo avere obiettivi immediati diversi, ma la meta ultima è la stessa e questo ci unisce al di là delle preferenze individuali. Abbiamo un solo Signore perché è Gesù Risorto che esercita una sovranità effettiva sulla Chiesa attraverso la sua parola e la sua grazia; a lui tutti noi abbiamo consegnato nella fede la nostra sicurezza (una sola fede) e da lui abbiamo ricevuto nel battesimo il sigillo della nostra identità di discepoli (un solo battesimo). Tutti questi straordinari motivi di unità culminano nell’unicità di Dio Padre dal quale viene tutto quello che siamo: un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A questo punto il ragionamento di Paolo è chiarissimo: le realtà della fede che viviamo (lo Spirito, Gesù Cristo, il Padre) fondano e producono nella Chiesa un movimento di amore e di unità; dunque l’unità effettiva della Chiesa dimostra che le realtà della fede sono ‘reali’ e non solo pensate o desiderate. Il mondo può credere che il Padre ha mandato Gesù nel mondo proprio perché vede nel mondo una forma di unità che ha la sua origine e il suo modello in Dio, nell’unità del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. Ne viene, come conseguenza, un’esortazione etica: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,1-3). L’unità concreta della comunità cristiana è resa possibile attraverso comportamenti di umiltà, di dolcezza e di magnanimità. L’umiltà, lo si vede chiaramente dal contesto, è una virtù eminentemente sociale, quella che ci spinge a considerare gli altri superiori a noi stessi (cfr Fil 2,3), degni della nostra stima e del nostro servizio; si tratta, dice la lettera ai Filippesi, di imparare da Gesù che non ha impostato la sua missione sulla rivendicazione dei diritti che gli spettavano come Figlio di Dio; al contrario, si è fatto servo fino alla morte e alla morte di croce. Dove fiorisce un atteggiamento simile di umiltà, la comunione diventa possibile. La dolcezza (cioè la

‘mitezza’) viene dalla scelta di rinunciare a qualsiasi espressione di prepotenza nei confronti degli altri; la magnanimità è la capacità di portare con fortezza (con serenità) il peso della vita vissuta accanto agli altri e quindi il peso delle nevrosi, dei comportamenti irritanti, dei risentimenti, delle parole indelicate, degli egoismi che facilmente emergono nella vita con gli altri e che rischiano di provocare aggressività e contrapposizione. D’altra parte, san Paolo è attento a non assimilare l’unità all’uniformità (alla cancellazione delle differenze) perché aggiunge: “A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo “(Ef 4,7). La comunità cristiana conosce l’esistenza di carismi (cioè di doni dello Spirito) diversi, di ministeri diversi, di attività diverse (cfr 1Cor 12,4-6); ma questa diversità, lungi dal compromettere l’unità, la rende più salda e compatta. Nessuno, infatti, può sentirsi autosufficiente (“io non ho bisogno degli altri”) e nessuno deve sentirsi inutile (“gli altri non hanno bisogno di me”); ciascuno, invece, deve considerare la sua esistenza insieme con l’esistenza degli altri, il suo bene insieme con il bene degli altri, la sua felicità insieme con quella degli altri. “ Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo” (1Cor 12,12). La vita ecclesiale esige necessariamente la collaborazione di tutti e la corresponsabilità di tutti; anzi, essa consiste esattamente nella comunione che collaborazione e corresponsabilità esprimono,. L’unità della Chiesa non è solo un’unità strumentale (una forma di unità che serve a qualche altro scopo), ma un’unità valoriale (un’unità ha in se stessa il suo valore) perché immette nel mondo il valore della vita (unità) divina. 5. Nella famiglia e nella società Dunque l’amore fraterno e l’unità ecclesiale sono entrambi segni che mostrano un’origine da Dio e quindi rendono testimonianza a Dio e alla missione di Gesù 37


da parte di Dio. Il vero problema è immaginare e cercare di realizzare forme diverse e molteplici di comunità che incarnino l’amore e l’unità. Probabilmente bisogna partire dal matrimonio; nel matrimonio, infatti, uomo e donna diventano ‘una carne sola’. Non nel senso che la diversità sessuale (maschio e femmina) scompaia o diventi meno significativa; al contrario, questa differenza fonda e rende possibile l’unione sessuale; ma, nello stesso tempo, proprio l’unione sessuale, che distingue i partners, li unisce in un vincolo di unità che è insieme fisico, psicologico, spirituale, capace di esprimere amore, dedizione, fedeltà, progetto comune, accoglienza, dialogo... L’unione di uomo e donna nel matrimonio è in qualche modo il modello cui cercano di conformarsi le molteplici forme di incontro dei ‘diversi’. Il figlio, che nasce come frutto dell’unione sessuale, dice con chiarezza che il dono di sé nell’amore non produce la perdita della propria identità, ma, al contrario, crea un futuro nel quale l’identità personale si apre e genera identità nuove che hanno una vera continuità col passato (il codice genetico del figlio risulta dai codici genetici de genitori) e, nello stesso tempo, sono creazione di autentica novità. Potremmo procedere enumerando altre forme di unità che nascono dall’amore: l’unità di genitori e figli nella famiglia; l’unità degli amici che realizzano l’ideale di “un’anima sola in due corpi”; l’unità della società nella quale ciascuno contribuisce con le sue conoscenze e il suo lavoro al bene di tutti; l’unità dei popoli nella creazione di relazioni di collaborazione e di pace... La comunità cristiana, nella misura in cui vive realmente del dono di Cristo (dell’amore di Dio), crea tra le persone relazioni che prefigurano e anticipano l’unione di tutti gli uomini nella giustizia e nella pace. La comunità cristiana può fare questo perché, formata come è di persone umane, ha in sé la vocazione profonda all’unità che è presente in ogni uomo; e, nello stesso tempo, la fede nell’amore di Dio in Cristo fa sì che questo amore realizzi fin d’ora qualche legame di fraternità e di amore oblativo. Naturalmente, tutto questo non può essere

dato per scontato, come se bastasse un’appartenenza formale alla comunità per garantire la comunione: si tratta invece di un dono che deve essere accolto con fiducia (nella fede) e vissuto con impegno e perseveranza (nell’amore). 6. L’amore della Trinità vive in noi Possiamo allora riassumere quello che siamo andati dicendo così: Dio, per il grande amore con cui ama il mondo, vuole che il mondo partecipi della sua stessa vita; per questo ha mandato il suo Figlio per rivelare e donare al mondo il suo amore e per sollecitare dal mondo una risposta di amore. Gesù ha adempiuto la sua missione con la parola e con le opere annunciando e donando l’amore paterno di Dio. La missione di Gesù, che sembrava interrotta tragicamente dalla sua passione e morte, continua invece in modo ancora più efficace a motivo della risurrezione per la quale Gesù è un vivente. Questa missione, ora Gesù la compie attraverso i discepoli che egli manda nel mondo trasformati dalla sua parola e dal suo Spirito. I discepoli debbono quindi continuare la missione di Gesù con le loro parole e le loro opere. Le parole si riassumono nel kerygma, cioè nell’annuncio dell’amore di Dio attraverso Gesù, nella proclamazione della morte e risurrezione di Gesù. Ma le parole ricevono la loro credibilità e la loro forza dalla manifestazione del cambiamento che esse hanno operato e continuano a operare nel mondo. Questo cambiamento si può riassumere nell’appartenenza alla comunità ‘cristiana’, nell’amore fraterno e nell’unità; attraverso questo stile di vita, viene immesso nei rapporti umani l’amore che unisce il Padre e il Figlio nello Spirito Santo.

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CAPITOLO TERZO LA MISSIONE DELLA CHIESA BRESCIANA 1. Testimoni dell’amore di Dio A questo punto ci possiamo chiedere in quali modi le comunità cristiane della nostra diocesi, rispondendo al comando di missione, possono diventare testimoni autentiche dell’amore di Dio nel mondo contemporaneo. Non basta che la Chiesa bresciana sia stata testimone fedele del vangelo nel passato; la scelta missionaria ha bisogno di essere rinnovata sempre daccapo se non vuole inaridire e perdersi. Si è fatto giustamente notare che la scelta di fede viene interiorizzata proprio nel momento in cui la si propone agli altri. Quando invitiamo gli altri a conoscere e accettare l’amore di Dio, infatti, ci ‘compromettiamo’ ai loro occhi; siamo costretti a rendere ragione di quello che diciamo (cfr 1Pt 3,15); non possiamo più nasconderei nell’anonimato, vivendo nella Chiesa come spettatori e non come protagonisti. Gli occhi degli altri chiariscono noi a noi stessi, ci spingono a interrogarci su ciò che Gesù Cristo e il vangelo rappresentano per noi, a decidere quanto della nostra vita vogliamo impegnare nell’esperienza di fede. In modo particolare il tempo che viviamo chiede una rigenerazione della consapevolezza missionaria della Chiesa. Lo esige anzitutto il profondo cambiamento culturale di cui siamo testimoni e anche, in diversi modi, attori. Il vangelo, che è parola eterna, esiste però nel mondo sempre incarnato in gesti e parole concrete, quindi in una cultura umana; il cambiamento della cultura non muta il vangelo (che è eterno), ma muta il modo in cui il vangelo si esprime in gesti e in parole concrete. La nostra Chiesa deve quindi fare uno sforzo che unisca fede e vita nella situazione particolare del nostro tempo: la globalizzazione, l’incontro delle diverse culture e delle diverse religioni, il primato dell’approccio scientifico alla realtà, la presenza invasiva della tecnologia, le forme nuove della comunicazione, il protagonismo del mondo femminile e tanti altri fenomeni che sarebbe impossibile ricordare contribuiscono a creare un modo nuovo di vivere il mondo e quindi, inevitabilmente, modi nuovi di esprimere la fede. Gli effetti di questo cambiamento profondo si riconoscono in un duplice atteggiamento: da una parte, la paura di chi vede scomparire le forme di vita cui era abituato e qerca di aggrapparsi al passato come se la sicurezza si trovasse nella ripetizione di gesti collaudati; dall’altra parte, la volontà di affrancarsi da ogni forma di regola e di rispetto per la tradizione, come se si dovesse (e come se fosse possibile!) inventare la vita da zero. Ne viene una frammentazione che sembra promuovere tutto e il contrario di tutto creando confusione, incertezza, incoerenza, incapacità di dialogo autentico. Ma, in ogni modo, è in questa società che la comunità cristiana deve trovare il modo di incarnare la sua fede in Dio: tenendo saldi i valori fondamentali che il vangelo e la tradizione ci trasmettono; attenta a capire con intelligenza, a valutare con saggezza, ad agire con responsabilità, in modo da orientare tutte le trasformazioni in atto verso il bene integrale dell’uomo. Un problema particolare pone l’incontro tra culture

(e religioni) diverse che i flussi migratori hanno prodotto. Le nostre città sono ricche di persone che parlano lingue diverse, pensano secondo moduli diversi, s’incontrano, dialogano, entrano in conflitto... Anche qui gli atteggiamenti si dividono tra chi nega che ci sia un problema (dal momento che siamo tutti persone umane) e chi ritiene il problema insolubile (perché siamo diversi e non ci intenderemo mai). Dal punto di vista religioso, il confronto con l’Islam, il Buddismo, l’Induismo, le mille forme nuove della religiosità ci pone inevitabilmente davanti a interrogativi difficili sulla nostra stessa fede: Gesù Cristo è unico salvatore di tutti? E in che modo? Come va pensata la molteplicità delle religioni? Le diverse forme religiose vanno apprezzate per ciò che hanno di buono o condannate per ciò che manca loro? Possiamo annunciare esplicitamente il vangelo o dobbiamo limitarci a dialogare con tutti? Tutto questo ci chiede di rinnovare l’annuncio della fede in modo che la fede possa davvero incarnarsi nel vissuto delle persone e trasformarlo. Già il Concilio aveva notato - e Paolo VI lo ha sottolineato con forza nella Evangelii Nuntiandi - che il dramma più preoccupante oggi è la frattura che si è venuta formando tra fede e vita. Il Signore ci chiede anzitutto di ritrovare (ricreare) la comunicazione, la coerenza tra il vangelo e la vita effettiva che viviamo: la nostra vita deve misurarsi più costantemente con la fede; e reciprocamente, l’annuncio della fede deve riferirsi più efficacemente al vissuto delle persone. Si vede bene l’ampiezza e la complessità dei problemi. Prima ancora, però, di avere risposto in modo soddisfacente a tutti questi interrogativi, rimane l’imperativo della missione. Le parole del risorto: “Andate e fate discepole (genti di) tutte le nazioni” mantengono valore sempre, in ogni circostanza favorevole o sfavorevole. Perciò il compito di annunciare l’amore di Dio per tutti gli uomini ci riguarda in ogni situazione di vita. Abbiamo già ricordato la condizione previa che permette alle comunità cristiane di essere missionarie: l’amore fraterno, la comunione, l’unità, la corresponsabilità. Ma tutto questo non basta: i gesti debbono essere accompagnati da parole che ne dicano.il significato e diventino appelli agli ascoltatori perché rispondano con la fede. 2. La tradizióne bresciana La Chiesa bresciana ha alle spalle una lunga storia nella quale la sensibilità missionaria è ampiamente presente. Vengono in mente in particolare tutti i bresciani che, appartenenti a una qualche famiglia religiosa, hanno fatto della missione la loro scelta fondamentale di vita; l’esempio di dedizione a Gesù e al vangelo, di fedeltà alla Chiesa, di rispetto verso le diverse culture, di carità concreta e generosa che queste persone hanno lasciato rimane come sorgente generosa di sensibilità missionaria. Si pensi alle innumerevoli associazioni di volontariato che accompagnano l’azione dei missionari non solo con un sostegno economico, ma con una partecipazione diretta all’azione pastorale e caritativa. Brescia vanta un numero incredibile di fondazioni, associazioni, onlus, gruppi che accompagnano l’attività dei missionari con diverse forme di collaborazione e di aiuto. È importante che questa ampia galassia di gruppi non perda il legame con la radice di vangelo da cui sono nati; le persone, infatti, hanno certo bisogno di beni materiali, ma hanno anche bisogno di motivazioni 39


e di stimoli per vivere, imparare, agire, sperare, amare. Altrimenti i sentimenti inaridiscono e i comportamenti finiscono per esaurirsi nella scelta sterile del puro consumo. Da alcuni decenni anche il presbiterio diocesano ha assunto un impegno missionario diretto attraverso i sacerdoti fidei donum che vivono diversi anni (a volte la vita intera) in missione (America Latina e Africa). Questa esperienza ha permesso di accompagnare alcune diocesi verso una certa maturità istituzionale e, nello stesso tempo, ha tenuto viva l’attenzione di tutta la Chiesa diocesana nei confronti della grande impresa missionaria. Nello stesso tempo i missionari rientrati in diocesi hanno potuto arricchire la pastorale con esperienze di comunità e di evangelizzazione che ci erano estranee. Nella lunga storia delle missioni bresciane sono state scritte pagine importanti di testimonianza al vangelo, di amore per tutti i popoli, di impegno per la solidarietà tra le nazioni. Il sacrificio dei missionari non ha avuto misura ed è giunto fino alla forma piena di testimonianza che è il martirio. Custodire questa memoria, renderla

sempre viva rinnovando l’impegno della missione ad gentes, accompagnando i missionari con l’affetto e con l’aiuto è un dovere imprescindibile della nostra Chiesa. Ci aiuterà a mantenere viva la sensibilità e a suscitare vocazioni generose di impegno. 3. Le Missioni al popolo Ma non basta. Una comunità cristiana non può mai rinunciare ad annunciare in modo esplicito a tutti gli uomini il vangelo dell’amore di Dio, della riconciliazione degli uomini, della vita eterna. Nella tradizione della nostra Chiesa c’è un’azione pastorale indirizzata direttamente a questo scopo ed è la celebrazione delle Missioni popolari. Il can. 770 del CIC prescrive: “In determinati periodi, secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, i parroci organizzino quelle predicazioni dette esercizi spirituali e sacre missioni, o altre forme adatte alle necessità”. Il canone successivo precisa che l’annuncio della Parola deve raggiungere anche “i non credenti che sono nel territorio, poiché la cura delle anime deve comprendere anche loro, non diversamente che i fedeli”.

Chiedo perciò che almeno ogni dieci anni (ma anche più frequentemente) ciascuna Unità pastorale programmi accuratamente una Missione popolare. Sarà compito dei Consigli diocesani presbitera le e pastorale dare indicazioni concrete sui modi di svolgerla. L’essenziale è che nel corso della missione l’annuncio del vangelo giunga a tutti coloro che abitano nel territorio: sarà un annuncio positivo, centrato sull’amore e la misericordia di Dio; un annuncio gioioso, un vero ‘vangelo’ cioè un annuncio di bene, che non cerca di spaventare ma di attrarre con la prospettiva di una vita buona; un annuncio centrato su Gesù e sul suo vangelo; un annuncio che diventi appello a partecipare alla vita della comunità cristiana nella quale la fede trova il suo ambiente di maturazione. Ci sono famiglie religiose che si dedicano tradizionalmente a questo ministero (i Francescani, i Lazzaristi, gli Oblati di Maria Immacolata, i Passionisti...). È saggio ricorrere all’aiuto e all’esperienza di queste famiglie religiose. Bisogna, però, che anche il presbiterio diocesano sappia collaborare in prima persona a questo ministero. Si dovrà quindi definire un elenco di sacerdoti che siano qualificati per questo servizio e che costituiscano un collegio di presbiteri che si preparano e si aggiornano. Non solo: non sarà possibile incontrare davvero tutti gli abitanti del territorio senza un impegno massiccio di diaconi e di laici che girino casa per casa e, dove sono accolti, lascino con delicatezza la notizia di Gesù. Dovranno essere persone ‘convertite’ cioè persone che aderiscono alla fede per una scelta consapevole e personale; persone preparate a incontrare le singole famiglie e le singole persone con rispetto, affabilità, gioia. Non basta: l’esperienza delle missioni non può chiudersi senza offrire a chi lo desidera l’opportunità di continuare il cammino di fede in modo comunitario. Bisogna perciò che le UP, quando programmano la Missione popolare, prevedano e preparino l’attivazione di gruppi di fedeli nei quali sia possibile continuare concretamente, regolarmente, con gioia, l’esperienza di ascoltare insieme la parola, di volersi bene come fratelli, di partecipare insieme all’eucaristia, di pregare insieme con la preghiera della Chiesa. Questi gruppi dovranno tendere a diventare piccole comunità territoriali, che gravitano sul centro della parrocchia, ma che hanno una loro vita autonoma, fatta di rapporti concreti, di un senso forte di identità e di appartenenza, di una presenza esemplare nel territorio. 4. Gli itinerari di tipo catecumenale Tutti gli anni la liturgia ci chiede di fare un cammino di riscoperta della fede attraverso l’itinerario quaresimale e pasquale. È un cammino per tutti i credenti, naturalmente; ma può diventare un vero cammino di conversione per alcuni credenti che scelgono liberamente e consapevolmente di fare diventare il cammino quaresimale-pasquale un cammino personale di conversione per giungere a una decisione ‘definitiva’ di fede. La dimensione catecumenale della quaresima è particolarmente evidente nel ciclo delle letture dell’anno A. Ed 40


è significativo che, secondo le rubriche, questo ciclo di letture possa essere usato tutti gli anni, proprio perché tutti gli anni possa essere offerta a chi lo desidera la possibilità di percorrere un itinerario di risveglio della fede. Desidero che questa dimensione della liturgia quaresimale e pasquale sia evidenziata e vissuta col massimo di consapevolezza. Chiedo perciò a ogni UP di attivare ogni anno un itinerario di tipo catecumenale legato alla liturgia. Se ci sono persone disposte a percorrere questo itinerario, debbono essere presi i loro nomi in modo che la prima domenica di quaresima l’elenco sia completo. In concreto bisognerà proporre con largo anticipo alle diverse parrocchie dell’UP questa possibilità di esperienza di fede (cominciando a parlarne fin dall’avvento). Bisognerà definire una celebrazione eucaristica nella quale il cammino di fede sarà proposto in modo esplicito, anche con un annuncio prolungato e articolato della Parola; con esercizi di fede e di carità da fare durante la settimana. A questa celebrazione possono partecipare naturalmente tutti, ma in ogni modo debbono partecipare coloro che hanno scelto di fare il cammino e hanno iscritto il loro nome. Le diverse domeniche della quaresima diventeranno per loro altrettante tappe di avvicinamento alla Pasqua e alla professione di fede. La Veglia pasquale sarà un momento particolarmente intenso, il culmine del cammino: il momento in cui i singoli fanno propria la professione di fede della Chiesa e si impegnano in modo irrevocabile ad appartenere a Gesù Cristo e a vivere l’esperienza di Chiesa. Vale per questa esperienza quanto ho detto per la Missione popolare: chi ha percorso consapevolmente il cammino deve potere continuarlo in una esperienza concreta di comunità, attraverso la partecipazione a un piccolo gruppo. Il tempo tra la Pasqua e la Pentecoste sarà la prova della vita ecclesiale sulla base della fede. Quelli che hanno fatto la professione di fede nella Veglia pasquale cercheranno di vivere insieme questa esperienza: ascoltando insieme la parola di Dio, cercando di vivere la comunione e la fraternità. Da questa esperienza dovrebbero nascere delle piccole comunità disperse sul territorio, fatte da persone che condividono la fede e la carità, che si amano e si sopportano, che partecipano alla vita della parrocchia ma, nello stesso tempo, mantengono un ritmo di vita ecclesiale più intenso attraverso legami fraterni di fede. Anche su questo impegno chiedo ai Consigli pastorale e presbiterale di riflettere e di giungere a una proposta articolata da offrire alla diocesi intera. 5. La testimonianza della vita Naturalmente l’annuncio del vangelo (la missione) non si realizza soltanto in forme istituzionalizzate. Da sempre la conoscenza del vangelo passa attraverso la testimonianza di vita delle persone, dei laici in particolare. Nei primi tempi della Chiesa ciò che suscitava attenzione e rispetto era il modo in cui i cristiani vivevano l’amore fraterno, la f edeltà coniugale, la famiglia, l’uso dei beni materiali, la fede nella vita eterna; erano alcuni comportamenti ‘alternativi’ che spingevano i pagani a interrogarsi sul significato e sul valore della fede cristiana. È ancora così; e sarà così sempre. Il vangelo diventa interessante quando mostra di avere una capacità di ‘umanizzazione’, cioè di rendere più ‘umane’ le persone, migliorando la qualità ‘umana’ della loro vita. Siccome i cristiani vivono gomito a gomito con tutti, il loro modo di vivere viene osservato e valutato quo-

tidianamente. Se l’esistenza cristiana appare meschina o ambigua o incoerente o fanatica, il vangelo sarà poco interessante e sembrerà una delle tante invenzioni dell’uomo per nascondere la sua debolezza; ma se l’esistenza cristiana apparirà libera, gioiosa, ricca di amore e di speranza, allora potrà nascere l’interrogativo che porta alla fede: da dove vengono questa libertà e questa gioia? Un’esistenza di fede appare desiderabile proprio perché rende più umana la vita. A scanso di equivoci: quando parlo di rendere ‘umana’ l’esistenza, intendo questo termine nel senso più pieno: un’esistenza è umana quando realizza al massimo tutte le dimensioni del desiderio umano, dalle più semplici fino alle dimensioni più alte: il desiderio di verità, di bontà, di bellezza... di Dio. Come dice san Tommaso, c’è nel cuore dell’uomo un desiderio naturale di Dio; l’impulso che spinge l’uomo alla vita lo spinge da un desiderio all’altro fino a desiderare la comunione con Dio. Nella realizzazione piena di questo impulso sta la perfetta umanizzazione, un traguardo che l’uomo raggiunge solo con la sua morte e con il dono divino della risurrezione in Lui. 6. Con lo spirito delle beatitudini Da qui l’importanza di testimoniare un’esistenza cristiana integrale, che sia mossa dallo Spirito Santo e sappia perciò parlare di Dio e di Gesù Cristo. La qualità di questa esistenza cristiana può essere descritta con le beatitudini del vangelo di Matteo (Mt 5,1-11); oppure con l’inno alla carità di Paolo (1Cor 13); oppure con la storia della fede secondo la lettera agli Ebrei (Eb 11). Scrivendo ai Galati, Paolo ricorda loro che il frutto dello Spirito è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gai 5,22). Dell’amore fraterno abbiamo già parlato sopra. Bisogna ora aggiungere due brevi riflessioni sulla gioia e sulla libertà che debbono caratterizzare uno stile di vita cristiano. 7. Con gioia L’esigenza della gioia è evidente. All’origine della vita cristiana sta il vangelo e il vangelo è un annuncio di salvezza, di bene, di perdono - quindi è sorgente di gioia. L’esistenza cristiana è tutta edificata dalla grazia di Dio - e quindi è fatta di riconoscenza gioiosa. La speranza cristiana si apre alla risurrezione oltre la morte e quindi rimane salda in qualsiasi situazione. Uno dei segni più evidenti del degrado del tessuto sociale è la litigiosità diffusa che tradisce una tristezza di fondo. Chi è triste tende a risentirsi per ogni cosa, reagisce aspramente a ogni minimo disagio. Chi è gioioso, invece, passa sopra facilmente alle cose da poco e integra in un contesto di speranza anche le esperienze più gravose. Il cristianesimo, se è vero, deve dimostrare di essere una sorgente di gioia; ma naturalmente perché la gioia possa nascere bisogna che il cristianesimo sia autentico. Non basta essere cristiani di nome, bisogna essere cristiani di cuore. Se il cuore è davvero aperto alla grazia di Dio, questa grazia deve diventare sorgente di consolazione e di speranza. Paolo VI ha scritto una bellissima lettera sulla gioia cristiana (Gaudete in Domino) che rimane un punto di riferimento per tutti i credenti; dobbiamo imparare a dire con Paolo: “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2Cor 7,4). 8. Con libertà Accanto alla gioia, il segno di un’esistenza vissuta nella fede autentica è la libertà. È sempre Paolo che lo nota scrivendo ai Romani: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio... Se Dio è per noi, chi sarà contro 41


di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?... Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,28-39, passim). In che cosa consiste questa libertà? Nel saper vivere in questo mondo senza essere condizionati dalle paure o dalle seduzioni che l’esistenza nel mondo comporta; nel saper cercare il bene vero senza confonderlo coi beni apparenti che finiscono per irretire il cuore e renderlo orgoglioso e cinico; nel saper vivere con poco senza diventare avido o invidioso o risentito... e così via. E tutto questo non per una eroica forza di carattere come quella che cercavano di ottenere gli stoici, ma per la forza e la ricchezza dell’amore di Dio per noi. 9. Nella sofferenza L’obiezione più forte che può essere opposta all’annuncio dell’amore di Dio per il mondo e per l’uomo è quella che proviene dall’esistenza del male. Se Dio è un Dio onnipotente e nello stesso tempo è un Dio buono, da dove viene il male? E perché il male sembra essere invincibile? Il problema è filosofico e chiede l’impegno di riflessione di filosofi e teologi per raggiungere una risposta che sia accettabile dall’intelligenza dell’uomo. Ma il problema è anche esistenziale e chiede prima di tutto la testimonianza dei credenti, quella testimonianza che ogni credente può dare quando si trova nella condizione di malattia o di debolezza. La fede nell’amore di Dio non garantisce nessuno di fronte alle tempeste che la sofferenza scatena nel cuore umano; il libro di Giobbe ce lo ricorda con chiarezza. Ma la fede in Dio vuole dare all’uomo la capacità di vivere ‘positivamente’ il dolore. Voglio dire: vivere il dolore in modo che questa esperienza non distrugga l’umanità dell’uomo ma, paradossalmente, la renda più profonda e integra. Tutti noi abbiamo esperienza di persone che, colpite da sofferenze gravi, hanno risposto con un ‘più’ di amore, di umiltà, di pazienza, di generosità; hanno superato la tentazione dell’invidia e del risentimento e sono diventate centri di serenità per le persone loro vicine. Naturalmente, nessuno può giudicare in questo campo i sentimenti e le reazioni degli altri. Ma ciascuno può cercare di trasformare la sua sofferenza in amore e bontà e fiducia in Dio. Quando questo avviene, siamo di fronte a un autentico miracolo, un segno che vivere la sofferenza con Dio è una sfida che può aprire a orizzonti più alti. Se vogliamo che la Chiesa sia missionaria, debbono diventare missionari tutti i credenti. Non nel senso che debbano necessariamente diventare predicatori del vangelo, ma nel senso che debbono diventare testimoni viventi della trasformazione che il vangelo (cioè: l’amore di Dio attra-

verso il vangelo) opera nell’esistenza dell’uomo. Viviamo nel mondo insieme a tutti; condividiamo con tutti l’impegno a rendere il mondo più umano; con semplicità vogliamo dire a tutti che il vangelo ci ha resi migliori. Non diciamo di essere migliori degli altri; diciamo di essere migliori di quello che saremmo senza Gesù Cristo e senza il vangelo. Per questo offriamo agli altri la nostra testimonianza: forse Dio vuole chiamare altri a seguirlo insieme con noi. Ne gioiamo; ma non perché in questo modo ci sentiamo più forti, ma perché in questo modo si leva all’amore di Dio un inno di grazie più ampio e più armonioso. Siamo convinti che la salute del mondo sta nel suo essere effettivamente aperto all’amore che sta oltre il mondo e che la pienezza della gioia e dell’umanità sarà quando saranno sconfitte le forze di egoismo e di orgoglio che operano nel mondo, quando sarà sconfitta l’ultima potenza che è la morte e Dio potrà essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Questo speriamo e per questo desideriamo vivere.

CONCLUSIONE

Forse l’icona più significativa della missione è il racconto di Lc 1,39-45. Il viaggio di Maria e il suo incontro con Elisabetta non è un evento privato che riguardi loro sole; al contrario, quando il saluto di Maria giunge agli orecchi di Elisabetta incinta, il bambino sussulta di gioia nel suo grembo. È la gioia messianica espressa da colui che dovrà diventare profeta, il precursore di Gesù. Attraverso Giovanni è il popolo di Israele che riconosce e accoglie il Messia venuto per visitarlo e per chiamarlo alla gioia della salvezza in Dio. Ebbene, ogni atto di evangelizzazione mantiene la struttura di questo evento. Anzitutto avviene attraverso l’incontro semplice di due persone; da una parte sta Maria che ha concepito il Verbo di Dio accogliendo la parola dell’angelo nella fede; dall’altra parte sta Elisabetta che porta nel seno un profeta, ricco del desiderio e dell’attesa di tutto il popolo. In secondo luogo il protagonista dell’evento è lo Spirito Santo. È lo Spirito che fa percepire a Giovanni la presenza del Messia; che rende Elisabetta capace di interpretare il movimento di gioia del figlio; che trasforma un semplice incontro in un evento di rivelazione e di fede. La Chiesa è chiamata a operare come Maria. Prima di tutto essa ascolta la parola di Dio, cerca di comprenderla nella fede, di aderire ad essa senza esitazione, di lasciare che la parola di Dio dia una forma nuova ai suoi desideri e alle sue speranze. Portando dentro di sé la Parola di Dio, la Chiesa incontra le persone là dove esse vivono e questo incontro permette allo Spirito Santo di operare nel cuore umano, di suscitare desideri profondi di vita e di bene, di far riconoscere Gesù come compimento di questi desideri, di generare la gioia della fede. Per questo la nostra Chiesa vuole guardare Maria e desidera imparare da lei la legge autentica della missione: eviteremo così il rischio di un attivismo inquieto e troveremo la via autentica dell’incarnazione. Brescia, 15 agosto 2013 Solennità di S. Maria Assunta, Patrona della Cattedrale + Luciano Monari Vescovo

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INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

La formazione dell’Antico Testamento

Come crescere nella fede? Come nutrire la fede? Conosciamo la Parola di Dio. Continuiamo la conoscenza del testo sacro per cogliere meglio i tesori contenuti in esso

Dio Creatore miniatura della Bibbia,1220 circa Biblioteca nazionale di Vienna

L

a lettura che della Bibbia si faceva fino all’epoca dell’Illuminismo (XVIII secolo) seguiva la lunga tradizione originata dai Padri della Chiesa, testimoniata dalle loro opere di commento e d’interpretazione dei singoli libri biblici. Il loro accostamento al testo della Bibbia s’ispirava all’allegoria, mediante la quale essi intendevano trasporre, nella vita di fede del credente, ciò che la Bibbia e il Vangelo racchiudevano nella descrizione delle vicende dei vari personaggi e negli eventi narrati. Il loro impegno era soprattutto rivolto alla ricerca di un «altro» significato che potesse essere applicato alla vita del credente e alla sua crescita nella fede (il termine «allegoria» infatti deriva dal greco allos, «altro»). Dal loro orizzonte era lontano uno studio del testo sacro che non fosse esclusivamente radicato nella spiritualità, come invece avverrà all’epoca dell’Illuminismo, quando anche ai libri della Bibbia verrà estesa la critica storica e letteraria con la quale si era iniziato ad affrontare lo studio delle opere degli autori f della letteratura greca e latina, favorito dalla riscoperta delle lingue classiche e anche dell’ebraico, lingue che ormai non si conoscevano più. La critica storica e letteraria si proponeva di individuare gli autori e le fonti dei vari testi, di ricostruir-

ne l’origine e il processo di trasmissione, di esplorare l’ambiente storico e culturale da cui erano stati originati. Nasceva così il metodo storico-critico, che tanta influenza ebbe sullo studio e sull’interpretazione della Bibbia, contribuendo a farne conoscere non solo l’ambiente originario e la storia, ma anche le varie tecniche di composizione dei testi (pensiamo ai «generi letterari»), l’intreccio delle fonti, il confronto con le altre religioni e la dipendenza dalle antiche civiltà e dalle loro opere letterarie, la trasmissione dei testi e la loro recezione nelle diverse comunità. L’ipotesi documentaria La Bibbia che abbiamo tra le nostre mani si apre con un’ampia raccolta di libri, conosciuta con il nome di Pentateuco (dal greco pente, «cinque» e teuchos, «astuccio per libri»). Con questo nome si indicano i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Sono, questi, i testi che contengono i racconti, gli eventi, i personaggi e le tradizioni delle epoche più antiche della Bibbia. Fino al secolo XVIII, l’intera raccolta del Pentateuco era attribuita a Mosè. Ma quando iniziò lo studio dei testi antichi utilizzando il metodo storico-critico, anche alla Bibbia venne applicata la critica letteraria con l’intento di risalire alle fonti e agli autori e di individuare il processo di trasmissione dei testi che da un’originaria fase caratterizzata dalla narrazione a viva voce giungeva a quella successiva della fissazione nello scritto, fino all’attuale testo biblico. Fu proprio accostando il Pentateuco che gli studiosi si trovarono di fronte a differenze di stile e di vocabolario, a doppioni, a ripetizioni e a contraddizioni, così da mettersi all’opera per offrire le risposte più appropriate. Tramontò definitivamente anche la stessa convinzione di vedere in Mosè l’unico autore del Pentateuco, un’opera che ormai appariva complessa e frutto di un lavorio protrattosi lungamente nel tempo. Esemplificando, le differenze di vocabolario erano testimoniate tra l’altro dal diverso modo di chiamare Dio ora con il nome Jhwh (= Jahwèh, che viene tradotto «il Signore»), ora con il nome Elohìm (= «Dio», dal

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nome generico El con cui venivano chiamate le divinità orientali). I doppioni venivano individuati nei due racconti della creazione (Gen 1,1-2,4a e Gen 2,4b-23), come pure nelle due versioni dei dieci comandamenti (Es 20,1-21 e Dt 5,1-33). Nella narrazione di Gen 37 balzavano, poi, agli occhi del lettore alcune contraddizioni riguardanti sia la «vendita» di Giuseppe (ai mercanti «madianiti» o agli «ismaeliti»?) sia la sua salvezza dall’uccisione (da parte di Ruben o da parte di Giuda?). ‘’ Esempio ancor più significativo di contraddizioni e di’ doppioni sono le leggi riguardanti argomenti simili, che subiscono correzioni e mutamenti, come le leggi sugli schiavi, nella loro triplice versione (Es 21,2-11; Lv 25.39-55; Dt 15,12-18). Lo studio del Pentateuco, condotto alla luce del nuovo metodo storico-critico, condusse alla formulazione della cosiddetta ipotesi documentaria, che ebbe in Julius WelIhausen (1844-1918) uno dei suoi più importanti teorizzatori. Secondo questa ipotesi, i cinque libri del Pentateuco sarebbero il risultato della compilazione e della fusione di «documenti» risalenti a periodi e ad ambienti diversi e in un primo tempo circolanti sotto forma di tradizioni orali. Tra questi, quattro erano i «documenti» che si imponevano: il documento (o fonte) Jahwista (= sigla J), il documento (o fonte) Elohista (= sigla E), il documento (o fonte) Deuteronomista (= sigla D), il documento (o fonte) Sacerdotale (= sigla P). L’ipotesi documentaria ebbe grande successo e sviluppo e rimase alla base dello studio e dell’interpretazione del Pentateuco per molto tempo, fino agli inizi degli anni 70 del secolo scorso, quando comincia-

rono ad affacciarsi nuovi metodi di accostamento alla Bibbia. Questi si prefiggevano di superare i limiti che l’ipotesi documentaria ormai lasciava trasparire e, al tempo stesso, aprivano nuovi orizzonti a una sua migliore comprensione. È però importante ora cogliere, anche se sinteticamente, le caratteristiche di ciascuno di questi quattro documenti (fonti), perché gli studi biblici e la stessa lettura della Bibbia ne sono stati particolarmente influenzati. Ancora oggi infatti, i vari commenti e introduzioni alla Bibbia non esitano a rievocare il contributo che questi documenti hanno dato nello scavare più in profondità il testo biblico e portarne in superficie le incalcolabili ricchezze (cfr al riguardo l’introduzione alla Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2009, pp 5-13). Il documento (o fonte) Jahwista Questo primo documento si caratterizza per l’uso del nome Jhwh («Signore») dato a Dio. Gli ebrei lo sostituivano leggendo Adonài(«mio Signore»), perché il nome Jhwh, rivelato da Dio, non va mai pronunciato, come prescrive il secondo comandamento del decalogo (cf Es 20,7: «Non pronuncerai invano il nome del Signore»). La fonte Jahwista è molto antica. Viene fatta risalire al X/IX secolo a.C, agli inizi dell’epoca monarchica e ha come luogo di composizione la corte di Gerusalemme, nel Regno del Sud o di Giuda. È la fonte che ama presentare Dio nel suo volto «umano» (ciò che viene chiamato antropomorfismo, dal greco ànthropos, «uomo»). Dio appare nella familiarità del dialogo con i personaggi che animano la storia del popolo biblico (come Abramo e i patriarchi, cfr Gen 12-25), interviene direttamente nelle vicende degli uomini (come con Abramo e Sara in Gen 18) e tutto avvolge di luce e di serenità. Il documento Jahwista evidenzia i grandi temi biblici dell’elezione, della promessa, della benedizione, del dono della terra e della discendenza. I testi che, nella Bibbia, ad esso si ispirano comprendono il racconto delle origini (racchiuso in Gen 1-11) e si estendono fino alle porte della terra santa, dove il popolo di Israele entrerà e vedrà realizzarsi le promesse fatte da jhwh ai patriarchii. Il documento (o fonte) Elohista È il nome Elohìm con cui viene chiamato Dio a caratterizzare questa fonte. Essa è più recente della Jahwista e viene fatta risalire ai secoli VIII/VII a.C. negli ambienti di corte del Regno del Nord o di Samaria. Esprime, perciò, una particolare preferenza per tutto ciò che riguarda questo Regno, come se volesse equilibrare il contenuto della fonte Jahwista, simpatizzante per il Regno del Sud. Il documento Elohista è sobrio, attento a purificare il rapporto tra l’uomo e Dio e ad evitare ogni antropomorfismo. Dio è esigente e la fede in lui è presentata come una realtà assoluta, che richiede la totale ade44


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sione dell’uomo (come nel racconto di Gen 22, dove Dio mette alla prova la fede di Abramo, chiedendogli in sacrificio il figlio Isacco). In questo documento è anche frequente, nella rivelazione che Dio fa di se stesso, il ricorso al sogno, al sonno e alla visione, per evitare di coinvolgere direttamente Dio nelle vicende umane e salvaguardarne la trascendenza e l’assoluta purezza. La morale viene maggiormente messa in rilievo dall’Elohista, per cui in alcuni testi scabrosi appare l’intervento di Dio che richiama all’osservanza della legge e della sua volontà (cf Gen 12,10-20 e Gen 20,1-18 dove Abramo dichiara Sara sua sorella e Dio interviene per evitare l’adulterio da parte di chi li ha ospitati). Il documento (o fonte) Elohista presenta una storia che, dalle vicende di Abramo (l’alleanza stretta con lui in Gen 15), giunge fino alle porte della Palestina, sotto la guida del Dio dell’alleanza. Il documento (o fonte) Deuteronomista II nome di questo documento si spiega perché esso coincide con il contenuto del libro del Deuteronomio. Risale all’epoca della riforma religiosa del re Giosia, sotto il cui regno, durante i lavori di restauro del tempio di Gerusalemme, venne scoperto nel 622 a.C «il libro della legge» (2 Re 22,1-20), comunemente identificato con le parti più antiche del libro del Deuteronomio. All’epoca dell’esilio babilonese a questo documento furono fatte aggiunte, ritocchi e adattamenti. I temi principali che si possono cogliere in questo documento (o fonte) sono il richiamo all’ascolto/obbedienza alla Parola di Dio e alla fedeltà all’alleanza che egli ha stretto con il suo popolo, il primato dell’amore e della fede nell’unico Dio liberatore dalla schiavitù e donatore della terra, come appare nel testo dello Shemà Israèl («Ascolta Israele») in Dt 6,4-9: «Ascolta, Israele: il Signore (=Jhwh) è il nostro Dio (= Elohènu, da «Elohìm»), unico è il Signore (= Jhwh). Tu amerai il Signore (= Jhwh) tuo Dio (= Elohèka, da «Elohìm») con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Se il popolo di Israele si mantiene fedele e ascolta il suo Dio, ha la certezza di rimanere nella terra promessa che Dio stesso gli ha donato dopo averlo liberato dall’Egitto. Se, invece, è infedele e segue gli idoli pagani, il popolo verrà sradicato dalla terra promessa e verrà condotto in esilio. Infatti, nei libri che si ispirano alla fonte deuteronomista, cioè quelli compresi da Giosuè fino a 1-2 Re e che formano la cosiddetta storia deuteronomistica (= dtr), si profila in ogni pagina la minaccia dell’esilio, come intervento punitivo di Dio, che sradica il popolo infedele dalla terra donatagli dal Dio fedele. Ciò si verificherà nel 587 a.C. con la distruzione della città di Gerusalemme e del suo tempio e con la deportazione dei suoi abitanti a Babilonia.

Anche la predicazione dei profeti (pensiamo a Osea e soprattutto a Geremia) ha questo taglio particolare che caratterizza la storia deuteronomistica. Il documento (o fonte) Sacerdotale La sigla P con cui viene convenzionalmente abbreviato questo documento, ha origine dal nome tedesco Priestercodex («Codice sacerdotale»), come lo chiamarono gli studiosi di quella lingua. La tradizione Sacerdotale si deve all’opera dei sacer-

I bambini cominciano in famiglia a conoscere i personaggi della Bibbia: una generazione narra all’altra le opere di Dio.

doti che si trovavano in esilio con i loro connazionali a Babilonia (587 a.C. - 538 a.C.) e si adoperavano a mantenere viva la fede nel vero Dio e ad osservare la sua legge. È caratterizzata da testi storico-legislativi (come nel libro del Levitico, il «libro dei sacerdoti»), ma anche da materiale più antico. Come dice il nome, essa si interessa in modo particolare a tutto ciò che riguarda il culto, il sacerdozio, i sacrifici, il sabato (come nel primo racconto della creazione, che converge nel sabato e ne inculca la fedele osservanza, cf Gen 1,1-2,4a) e la circoncisione (cf Gen 17, dove questa pratica, comune nell’antico mondo orientale, viene presentata come il segno di appartenenza al popolo eletto da Dio in Abramo). Il documento Sacerdotale è presente già nel racconto della creazione, ma il suo contenuto si coglie fino alla conclusione del libro di Giosuè, con l’ingresso «sacerdotale» nella terra della promessa (come si legge nell’episodio della caduta di Gerico, a sfondo tipicamente «liturgico-cultuale», caratterizzato dalla processione, dalla presenza dell’arca, dal suono degli strumenti del culto e dalla regia liturgica dei sacerdoti, cfr Gs 6,1-27). Anche l’opera del profeta Ezechiele (sacerdote ed esule egli pure in Babilonia) si ispira a questo documento, accogliendone i tratti caratteristici: linguaggio, immagini, teologia e simbologia.

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Il Pentateuco Il Pentateuco nell'attuale ricerca biblica Mentre l'ipotesi documentaria era interessata a cogliere l'origine dei testi e le modalità della loro trasmissione e del loro sviluppo, oggi la ricerca biblica privilegia soprattutto la redazione finale del Pentateuco, cioè del testo così come lo abbiamo tra le nostre mani. Questo testo viene considerato come un'opera unitaria, la cui composizione finale va collocata nell'epoca dell'esilio babilonese e del dopo esilio (anche se molto materiale risale ad epoche precedenti e più antiche), allo scopo di «ricostruire» l'identità religiosa e sociale del popolo di Israele, sconvolto dalla profonda crisi originata dalla caduta di Gerusalemme e dall’esilio (interpretato alla luce della fede come intervento punitivo di Dio, dovuto alle infedeltà del suo popolo). Tutta la storia biblica riceve, così, una particolare pista di lettura: da una parte essa viene letta come storia della fedeltà di Dio, dall’altra come storia dell’infedeltà del popolo. La centralità del Deuteronomio Questa pista di lettura è individuata dagli studiosi soprattutto nella corrente deuteronomistica, dal nome del libro del Deuteronomio, il libro che più di tutti ad essa si ispira e che più di tutti ha influito sulla composizione finale del Pentateuco. Il suo nome, che appare nella Bibbia greca dei Settanta, significa «seconda» (in greco deuteros) «legge» (in greco nomos] e si ispira al testo di Dt 17,18-19 dove al re viene chiesto di tenere presso di sé come guida nel governo del popolo «una copia della legge», o una «seconda legge» (in greco deuteronòmiorì): «Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge... essa sarà con lui ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore suo Dio, e a osservare tutte le parole di questa legge e di questi statuti...». Questa corrente s’impone e si sviluppa proprio nel periodo dell’esilio babilonese e del dopo esilio, riflettendo sul perché Israele è stato sradicato dalla terra dei padri e deportato a Babilonia. I suoi esponenti (soprattutto di area sacerdotale) allora ripercorrono tutta la storia del popolo amato da Dio e ne scoprono le molte infedeltà e le molte scelte contrarie all’alleanza. È a queste che essi guardano come alla causa principale dell’attuale situazione di esilio e del «silenzio» di Dio (Sal 8,1), «che ha ritirato la sua mano e la sua destra» (Sal 74,11), ha lasciato cadere Israele nelle mani dei nemici e ha cambiato la benedizione (come era inteso il dono della terra) in maledizione (come era inteso lo sradicamento dalla terra). «Ricostruito» nella sua identità di popolo, Israele vedeva in questi testi (il Pentateuco) il suo «statuto», che lo distingueva tra tutti i popoli dell’impero persiano, di cui la Giudea dopo l’esilio e il ritorno a Gerusalemme (dal 538 a.C), era diventata provincia. «Se ascoltaste oggi la sua voce!» (Sal 95,7) In questa ricostruzione e in questa interpretazione

«religiosa» del castigo dell’esilio, il libro del Deuteronomio con la sua visione teologica del passato di Israele (caratterizzato dall’«ascolto» della Parola di Dio «oggi») ne illumina ora il presente (che diviene il nuovo «oggi» di Israele in esilio) ricomponendone il fondamento religioso e il legame dell’alleanza che lo stringe al suo Dio, dopo essere stata infranta dall’infedeltà e dal peccato. «Ascolta Israele» (Dt 6,4) è l’esortazione vibrante del Deuteronomio che, come nel passato aveva guidato Israele nel cammino del deserto verso la terra della promessa, così ora guida nuovamente il cammino del popolo che ritorna dall’esilio nella stessa terra. Questo libro motiva l’ascolto della Parola di Dio (ma anche di Mosè) già dal suo titolo, che nella Bibbia ebraica è «Le parole». La rievocazione dell’«oggi» (termine temporale più importante del Deuteronomio e dello stesso Antico Testamento) ha la capacità di riscattare il presente doloroso dell’esilio saldandolo con il ricordo del passato glorioso del popolo che «oggi» ascolta il suo Dio, «oggi» obbedisce alla sua legge, «oggi» entra nella terra della promessa, «oggi» celebra la liturgia nello splendore del tempio. È la forza che sprigiona dal «memoriale»/«ricordo» biblico, che ha nel libro del Deuteronomio la più ricca testimonianza (il verbo «ricordare» ne scandisce quasi ogni pagina e ne trasmette il messaggio all’«oggi» di ogni generazione, così che «oggi» diventa teologicamente «sempre»). L’aver saputo compiere questa «sintesi» tra passato e presente di Israele è ciò che gli studiosi amano chiamare «lettura sincronica» (cioè lettura unitaria della Bibbia, oggi privilegiata), mentre la lettura scaturita dall’ipotesi documentaria viene definita «lettura diacronica» della Bibbia, cioè una lettura frammentaria (quasi una vivisezione dei singoli testi e dei singoli momenti della storia biblica), frutto di un metodo di accostamento alla Bibbia oggi da molti non più seguito.

Una conclusione per noi A chi nelle nostre assemblee liturgiche legge o proclama o spiega la Bibbia (i lettori istituiti o di fatto, i catechisti) non può sfuggire quanto sia importante e doveroso interiorizzare e fare propria questa «sintesi», che nasce dalla quotidiana frequentazione del testo biblico, dove tra le sue righe si nasconde l’incalcolabile tesoro della Parola di Dio, che dev’essere scoperto, portato alla

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INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

gono legittimati nella loro autorità sulla scia di Es 24,9luce, annunciato e distribuito. Queste persone, proprio perché, prima della pro- 11 (la «visione di Dio» e «il pasto» alla presenza della clamazione della Parola, si sono formate all’«ascolto» divinità). Il Pentateuco si presenta come un insieme narrativo alla scuola di quel libro che gli ebrei dell’esilio hanno chiamato significativamente «Le parole» (e noi cristia- che unisce la creazione (Gen 1) con la «tenda» del deni «Deuteronomio»), hanno nell’assemblea liturgica il serto, dove Jhwh ha preso dimora (secondo il racconto compito di far «ricordare» ai presenti la Parola di Dio di Es 40). Questo insieme narrativo costituisce la prima grane la sua storia di salvezza e, dalle righe silenziose del Lezionario che tengono «incatenata» questa Parola di de tappa della storia dell’universo: il Creatore ha trovita (2 Tm 2,9), farla rimbalzare nell’«oggi» dell’assem- vato una «dimora» nella creazione. blea che celebra, come hanno fatto per il popolo di Israele i compilatori del Pentateuco all’epoca dell’esilio. Una conclusione sulla formazione del Pentateuco Alla luce di quanto abbiamo fin qui esposto, oggi sembrano prevalere due orientamenti tra i diversi che gli studiosi hanno proposto sull’origine e la formazione del Pentateuco nell’epoca dell’Israele postesilico. • II primo orientamento è quello tracciato dagli studiosi che vedono nel Pentateuco da una parte il documento fondante l’identità del popolo di Israele ricomposto dopo l’esilio; dall’altra il suo corpo legislativo, accolto e ratificato dal sovrano persiano con la sua «autorizzazione imperiale». Il Pentateuco risultava dalla fusione di due tradizioni. La prima era quella che legittimava le prerogative della classe sacerdotale (la tradizione Dalle righe silenziose del Lezionario rimbalza, nell’oggi sacerdotale, in sigla P). La seconda era quella che sal- dell’assemblea che celebra, la Parola di Dio. vaguardava il potere laico degli anziani, cioè i grandi Nei libri della Genesi e dell’Esodo vengono fissaproprietari terrieri (la tradizione deuteronomistica, in te le varie tappe che conducono a questa meta: la sigla D). Queste due tradizioni all’epoca del dopo esilio creazione, la scelta di un popolo che Jhwh libera e in furono raccolte in un unico documento, che divenne mezzo al quale pone la sua dimora, la «tenda», che è l’attuale Pentateuco. il prototipo del tempio della comunità postesilica (Es • II secondo orientamento, indicato già dagli anni 40,34-35). Da questa «dimora» Dio parla al suo popo70 del secolo scorso è racchiuso nella formula con la lo (Lv 1,1; Nm 1,1) e lo accompagna lungo il cammino quale si vuole indicare la comunità postesilica dei cittache lo introduce nella terra della promessa (Es 40,36dini di Gerusalemme, organizzata attorno al suo tem38; Nm 9,15-23; Dt 31,14-18). pio e soggetta alla dominazione persiana. La formazio«Il Pentateuco - scrive J.L. Ska - aveva anche due ne del Pentateuco avviene in questa comunità, che ha funzioni all’interno della comunità postesilica. Primo, le sue fondamenta nel tempio e nella legge, approvadoveva fornire dei criteri per decidere chi appartenesta dall’autorità se o meno alla comunità. Secondo, doveva stabilire imperiale percon una certa chiarezza il funzionamento degli orgasiana. È questa ni di potere e la posizione rispettiva dei vari gruppi comunità che che coesistevano in questo periodo. I racconti della viene definiGenesi e le genealogie definiscono l’appartenenza al ta «proprietà popolo, I “libri legislativi” (Es Dt) forniscono la base particolare» di giuridica della comunità. Un israelita sarà dunque un Jhwh (Es 9,5), discendente di Abramo, Isacco e Giacobbe che ascolta «regno di sacerdoti» e «na- e osserva la legge di Mosè affidata ai sacerdoti e agli zione santa» (Es anziani. Solo questo è il cittadino della “comunità del tempio” che può usufruire dei privilegi concessi dal re 9,6). In questa di Persia al tempio di Gerusalemme e alla provincia stessa comuni- dell’Oltrefiume (comprendente la Giudea). Tutto ciò tà i sacerdoti e fa ritenere che il Pentateuco attuale nascesse durante La Bibbia è fatta gli anziani- le il periodo postesilico nella comunità che si era riorgadi più rotoli, più libri, due istituzioni nizzata attorno al tempio di Gerusalemme» (J.L. SKA, perciò l’insieme si chiama sopravvissute Introduzione alla lettura del Pentateuco, p.300). in greco Ta Biblia = i libri. (continua) all’esilio - ven47


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UNITA’ PASTORALE -PARROCCHIE BOTTICINO

Commissione pastorale familiare e coppia Associazione PUNTO FAMIGLIA E DINTORNI

pagine per la famiglia e... dintorni

La casa sulla roccia: estate 2013 Così nascosto, ma così prezioso! È uno spazio che di rado rientra nei progetti di case e di appartamenti, per poi correre ai ripari una volta che si comincia ad abitare, leggendo ogni anfratto libero come possibile collocazione dell’amato ripostiglio. Non importa se piccolo o difficilmente accessibile; la cosa che veramente conta è che abbia una porta capace di separare il bello dall’utile, l’ordine dal disordine, quello che vogliamo lasciare in mostra da quello che è meglio celare. Tutti sappiamo quanto è prezioso uno sgabuzzino, eppure non stupisce nessuno che non se ne parli mai, non si mettano in evidenza agli altri le sue molte virtù. Anzi, al contrario, proprio se questo avvenisse storceremmo il naso come davanti ad un caso bizzarro o ad un fenomeno da baraccone. Forse, invece, potrebbe davvero diventare una buona occasione per rompere delle ingessature di vana formalità e svelare quello che tutti comunque vedono, ma ovviamente di

il ripostiglio

cui è vietato parlare: le relazioni che veramente sostanziano la nostra vita familiare. Certo, a ben guardare è uno spazio della casa abitato soprattutto dalle cose più che dalle persone, ma ugualmente una parte di noi, del nostro modo di essere, vive in questo affollato locale. Mi immagino il ripostiglio come uno spazio disponibile ad essere riempito, colmato a dismisura senza troppi complimenti e remore: con una mano pigiando il tutto, mentre l’altra afferra con fulminea arguzia la maniglia della porta per chiuderla, così da non far uscire neanche uno spillo. Ovviamente, nell’immediato non ci si preoccupa del giorno in cui la stessa porta dovrà essere riaperta; per adesso basta aver affrontato un problema e, il non pensarci troppo, quasi quasi permette di sognare di aver risolto proprio tutto... Ma proviamo ad interrogarci: che cosa davvero mettiamo nel ripostiglio delle nostre relazioni familiari? E quali sono le cose non del tutto sistemate? E quali avrebbero bisogno invece di essere rispolverate, rimesse in gioco? Qualcuno nel ripostiglio ripone cose utili, ma non così carine da essere lasciate in vista; altri preferiscono accatastare un qualche arnese che magari un giorno “tornerà buono”; taluni, invece, sono dei collezionisti di memorie, cianfrusaglie ricoperte di un alto valore simbolico. Anche i delicati profumi che abbiamo indossato, come per esempio un paio di scarpe all’ultima moda, qui diventano pesanti odori; gli stessi colori variegati e sfavillanti contano poco, vista la penombra reverenziale che connota lo spazio del ripostiglio. Si mette una 48

luce fioca dove non si vuole vedere proprio tutto, dove forse le sfumature sono ritenute inutili o magari un po’ dolorose. Infatti, non sempre le relazioni nelle nostre famiglie sono facili e piacevoli, eppure non per questo perdono del loro valore e della loro forte consistenza. Ci sono giornate in cui le ombre sembrano preponderanti rispetto alle luci, in cui cioè ci sembra di vedere tutto nero e con poca speranza. A volte, i coniugi stessi non si riconoscono più così piacevolmente come un tempo, mettendo in rilievo reciprocamente i rispettivi difetti (gli odori più che i profumi!); oppure, nel rapporto genitori-figli ci si sente schiacciati da attese-disattese, da rapporti educativi logoranti e da relazioni troppo invischiate, invadenti. Con un po’ di buon umore, si potrebbe imparare dal caro, vecchio ripostiglio: non si può risolvere tutto e subito, qualcosa non sarà mai al cento per cento, spesso è solo questione di sguardi, di punti di vista. Anche la nostra memoria gioca brutti scherzi quando ci fa dimenticare alcune cose che abbiamo da tempo lasciato da parte, obbligandoci ad una frenetica caccia al tesoro altrove, senza una reale possibilità di buona riuscita: sembra che cali la nebbia sui ricordi di persone e di situazioni, quasi come se venissero rimossi, eliminati. La voglia di gettar via la chiave e non pensarci più è spesso così forte, così tenace, che a fatica si può resistere; ma la vista lunga sulla vita e la misericordia che trasforma l’amore in perdono, ci aiutano a “rimboccarci le maniche” con passione e tenerezza nell’affascinante mondo delle relazioni familiari.


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Il Matrimonio Sacramento: missione speciale dell’Amore di Cristo settembre 2013 Nell’esperienza dell’incontro personale con Cristo nella Chiesa, credere vuol dire affidarsi all’amore incondizionato di Dio, espresso al sommo grado nella morte e risurrezione di Gesù. Per ogni cristiano, allora, credere e amare, pur distinguendosi logicamente, vanno praticamente a coincidere: mi fido e mi affido completamente alla Parola di Dio perché ho sperimentato il suo amore donato senza misura, l’affi dabilità delle sue promesse e la potenza della sua misericordia! Anche Papa Francesco, con l’Enciclica per l’anno della fede: “Lumen fidei”, prende l’occasione, tra le altre cose, per far risuonare lo stupendo messaggio evangelico, espresso mirabilmente e con incisiva sintesi nella Prima Lettera di San Giovanni Apostolo: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. (Cfr. 1 Gv 4,7-8a.16). Ora, il matrimonio sacramento esprime la sua piena originalità proprio nell’essere segno e strumento di questo amore divino, luogo stabile del suo manifestarsi a beneficio non solo della famiglia, ma dell’intera Chiesa e, attraverso di essa, per tutta l’umanità. Dentro le dinamiche e le storie dell’amore tra un uomo e una donna viene a prendere stabile dimora l’amore salvifico che Cristo ci ha donato con la sua morte e risurrezione. Così, di conseguenza, solo fondandosi sull’amore di Dio trova ragionevolezza, possibilità e desiderabilità il promettersi per tutta la vita degli sposi cristiani, in maniera fedele ed indissolubile, completa e feconda. Il sacramento del matrimonio riceve il suo autentico significato all’interno della fede della Chiesa e dentro l’amore specifico che gli sposi possono esprimere, soprattutto nelle due direttrici della piena comunione e della generazione. Allora, in questo contesto coniugale e familiare, che cosa potrebbe significare vivere e testimoniare lo scritto giovanneo qui sopra accennato? Come conoscere e credere l’amore di Dio in noi, quando questo “in noi” è la relazione tra due sposi, tra genitori e fi gli, tra fratelli? Eppure, tutta la storia della Salvezza presentata a noi attraverso la Sacra Scrittura non finisce mai di mostrare le vicende di famiglie, di generazioni, dentro cui si mescola e si impasta il rapporto con Dio. Emblematico è il caso del profeta Osea, chiamato ad esprimere il dolore e il disappunto di Dio verso il suo popolo, infedele ed ingrato, prendendo in moglie una prostituta e accogliendo figli frutto di prostituzione. Qui perdere la fede ha significato trascurare l’amore di Dio, incarnato e concretizzato nell’amore verso il prossimo. Ancora una volta, allora, fede e amore vanno insieme! Gli sposi cristiani non sono dei conviventi a cui si elargisce generosamente una benedizione, come neppure sono dei coniugati civilmente per i quali si prepara una bella cerimonia. Chi chiede e riceve il sacramento dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, chiede e riceve la possibilità di vivere in maniera trasformata ogni respiro dell’esperienza familiare e insieme il dovere di testimoniare questa novità. E’ un amore esigente, anzi il più esigente; ma è l’unica strada di

pienezza di vita e di ponte con l’eternità. Non ci si sposa perché si è innamorati e ci si vuole bene (e basta!); da cristiani ci si sposa perché si crede all’amore di Cristo dentro l’affascinante relazione tra un uomo e una donna. Ecco perché il sacramento del matrimonio dovrebbe far dire: “La nostra missione nella Chiesa e nel mondo è amarci come Cristo ci ha amato, con il linguaggio specifico che solo noi possiamo vivere in pienezza e nella verità: lui ama in noi e noi crediamo nel suo amore!”. Sono cosciente che queste affermazioni potranno suscitare diverse reazioni, come quelle di pensare ad un’utopia o di chiudere il tutto nel soffocante scrigno dell’emozionalità. Questa però è la nostra fede, è la fede della Chiesa. Semmai il problema è che probabilmente neanche tantissimi sposi ne sono consapevoli e che l’intero corpo ecclesiale forse non osa credere (cioè vivere e testimoniare) ad un amore così grande, così esagerato, così … cristiano.

una casa per la missione ottobre 2013 La famiglia cristiana è come una chiesa domestica (cfr. LG 11), ha riconfermato solennemente il Concilio Vaticano II, e noi ci siamo premurati di riprendere e rilanciare il discorso nell’anno della fede, riscoprendo in modo particolare l’identità di questa intima comunità di vita e di amore (cfr. FC...) voluta dal Creatore e risignificata da Cristo Redentore. La metafora che ci ha accompagnato come filo rosso è stata quella di parlare delle relazioni familiari come delle stanze di una casa, appunto come luoghi originali e quotidiani di vita cristiana. Ora, invitati anche dal nostro vescovo Luciano con la Lettera pastorale 2013-2014, dal titolo evangelico “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”, verremo ad approfondire l’aspetto conseguente all’identità, cioè la missione. Al termine della Lettera pastorale sentiamo dire: “Forse l’icona più significativa della missione è il racconto di Lc 1,39-45. Il viaggio di Maria e il suo incontro con Elisabetta non è un evento privato che riguardi loro sole; al contrario, quando il saluto di Maria giunge agli orecchi di Elisabetta incinta, il bambino sussulta di gioia nel suo grembo...Attraverso Giovanni è il popolo di Israele che riconosce e accoglie il Messia...Ogni atto di evangelizzazione mantiene la struttura di questo evento” (L.P. 2013-2014, pag. 58). Mi è parso molto significativo che per dire la missione intera della Chiesa il nostro vescovo ricorra all’incontro di Maria ed Elisabetta, dei loro figli in grembo e dei due casati, con Giuseppe e Zaccaria presenti sullo sfondo. Una carità casalinga, una sollecitudine di compartecipazione tra parenti, una finezza d’animo tra donne semplici e benedette diventa l’icona più splendente per mostrare ancora oggi a noi che cosa significa essere missionari. Incarnato 49


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia nella vita, nel grembo delle nostre relazioni più grandi, Gesù Cristo viene portato a chi sta chiuso nel proprio guscio, incapace di muoversi e immobilizzato da condizioni sociali, culturali e religiose. Il rischio è grande, ma la passione che si porta dentro e il dono da offrire sono così incommensurabili che fanno affrontare ogni cosa, liberi di volare sulle ali della speranza certa sussurata dagli Angeli ai due sposi di Nazareth: “Non temere... “ (Mt 1,20). Però, sarebbe fin troppo facile fermarsi a gioire e adagiarsi nello stupore del mistico incontro; di più, invece, bisogna accogliere questo Vangelo per noi oggi, qui e ora! Allora, diventa evidente che dall’immagine biblica è possibile far riemergere con maggiore forza la ricchezza, la grandezza del segno efficace di salvezza, donato nel sacramento del matrimonio e fondamento della famiglia cristiana. Da qui viene la missione speciale e specifica degli sposi, da qui dovrebbe prendere ispirazione anche l’intera missione della Chiesa universale. Quindi, se secondo il vescovo Luciano, tra le pareti di una casa viene spesa l’immagine viva ed efficace (cioè sacramento) della missione, che cosa dovrebbe dire oggi per le famiglie della nostra diocesi? Servono case missionarie, con porte aperte e vialetti capaci di ospitare semplici, quotidiani pellegrinaggi di carità, come sull’esempio di Maria. Il dono della vita e della fede vanno insieme: case aride di apertura alla vita, rischiano di essere povere anche di fede! Per approfondire l’argomento, ci vengono in aiuto due documenti forse un po’ dimenticati anche dagli “addetti ai lavori”, ma sicuramente sconosciuti ai diretti interessati, gli sposi cristiani. Al n. 4 della spiegazione del Nuovo Rito del matrimonio (2004) si legge: “Gesù Cristo da parte sua ha elevato il matrimonio a sacramento, ne ha fatto il simbolo reale che contiene e manifesta la sua unione con la Chiesa, la nuova alleanza...un riflesso del suo sacrificio pasquale e della comunione trinitaria”. Le parole sono misurate e pesanti allo stesso tempo, senza lasciare spazio a svianti interpretazioni. Gli sposi consacrati nel sacramento contengono come “particola” di comunione tutta l’unione salvifica di Cristo con la sua Chiesa: possono manifestarla come “ostensorio esistenziale”, possono nutrirla come “pane eucaristico”. Guardando alla loro comunione, si dovrebbe poter vedere come riflesso vivente il dono d’amore di Gesù sulla croce, misericordia vittoriosa contro il male, e l’essenza stessa di Dio Trinità. E tutto questo, in maniera particolare, specifica e originale, tanto da leggere in Evangelizzazione e Sacramento del matrimonio (1975) :”Nell’incontro sacramentale il Signore affida ai coniugi anche una missione per la Chiesa e per il mondo, arricchendoli di doni e di ministeri particolari” (n. 44). L’augurio in questo nuovo anno pastorale a tutti gli sposi e alle loro famiglie è proprio quello di riscoprire i grandi doni dati dal Signore e generosamente portarli agli altri.

don Giorgio Comini segretariato diocesano pastorale familiare

Dalla Lettera alle famiglie

Diamo spazio alla Lettera alle famiglie offerta nel 1994 dal beato Giovanni Paolo II. L’anno prossimo cade il suo ventesimo anniversario. Lui scelse come anno il 1994 proprio perché l’ONU lo aveva dichiarato l’Anno Internazionale della famiglia. E’ una Lettera poco conosciuta dai destinatari ed è un vero peccato. È composta da due grandi capitoli: La civiltà dell’amore e Lo sposo è con voi. Il primo offre agli sposi le chiavi di lettura per gioire della loro vocazione che si iscrive dentro la loro genealogia, come persone, come maschi e femmine. Anche la paternità e la maternità e il quarto comandamento ne sono illuminati. La parte dedicata al senso dell’educazione è stata ripresa anche negli Orientamenti CEI per il decennio 2010-2020 proprio per la sua profondità. Il secondo capitolo invece è dedicato al “grande mistero” dell’amore sponsale di Cristo per la sua Chiesa che la famiglia rende manifesto e del quale partecipa, comunicandolo dentro le relazioni familiari ma anche fuori. Nello spazio “Dalla Lettera alle famiglie”, offriremo una breve citazione della stessa. Vi verrà voglia di leggerla o rileggerla perché ogni volta induce a nuove ri flessioni!

Viene proposto questo brano dell’Introduzione, al n.5, che non ha perso d’attualità: “Alla disgregazione delle famiglie sembrano purtroppo puntare ai nostri giorni vari programmi sostenuti da mezzi molto potenti. A volte sembra proprio che si cerchi in ogni modo di presentare come «regolari » ed attraenti, conferendo loro esterne apparenze di fascino, situazioni che di fatto sono « irregolari ». Esse infatti contraddicono « la verità e l’amore » che devono ispirare e guidare il reciproco rapporto tra uomini e donne e, pertanto, sono causa di tensioni e divisioni nelle famiglie, con gravi conseguenze specialmente sui figli. Viene ottenebrata la coscienza morale, viene deformato ciò che è vero, buono e bello, e la libertà viene soppiantata da una vera e propria schiavitù. Di fronte a tutto questo, quanto attuali e stimolanti risuonano le parole dell’apostolo Paolo sulla libertà con cui Cristo ci ha liberati, e sulla schiavitù causata dal peccato ( Gal 5, 1)! Ci si rende conto pertanto di quanto sia opportuno e persino necessario nella Chiesa un Anno della Famiglia; di quanto sia indispensabile la testimonianza di tutte le famiglie che vivono ogni giorno la loro vocazione; di quanto sia urgente una grande preghiera delle famiglie, che cresca e attraversi il mondo intero, e nella quale si esprima il rendimento di grazie per l’amore nella verità, per l’« effusione della grazia dello Spirito Santo », per la presenza di Cristo tra i genitori e i figli: Cristo Redentore e Sposo, che « ci ha amati fi no alla fine » ( Gv 13, 1). Siamo intimamente persuasi che questo amore è più grande di tutto (1 Cor 13, 13) e crediamo che esso è capace di superare vittoriosamente tutto ciò che non è amore. Si elevi incessante quest’anno la preghiera della Chiesa, la preghiera delle famiglie, « chiese domestiche »! E si faccia sentire prima da Dio e poi anche dagli uomini, e questi non cadano nel dubbio, e quanti vacillano a causa della fragilità umana non cedano al fascino tentatore dei beni solo apparenti, come sono quelli proposti in ogni tentazione”. 50


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia Ospitiamo racconti di sposi che vivono la missione della famiglia nell’ordinario della vita. Saranno uno stimolo a riscoprire anche per noi la bellezza e la necessità dell’essere in missione vivendo la vocazione del matrimonio – sacramento. Saranno come dei frammenti di speranza. Saremo aiutati ad interrogarci sull’oggi , saremo confortati nelle scelte che già facciamo. Sarà l’occasione per conoscere le infinite possibilità che abbiamo di trasformare la storia a partire dalle nostre, di gettare un seme i cui frutti altri possano raccogliere, di rendere visibile l’amore di Dio per l’uomo.

Diocesano di Pastorale Familiare.

MISSIONE POSSIBILE Siamo Elena e Antonio, sposi da 24 anni. Siamo cresciuti in famiglie e comunità parrocchiali ordinarie. Fin dal tempo del fidanzamento ci siamo accorti che stavamo vivendo una realtà grande e delicata, un dono prezioso ed unico che andava protetto ed aiutato a crescere. Consapevoli dei nostri limiti ci siamo affidati a Cristo e alla Sua Chiesa, convinti che la Sua persona doveva entrare a far parte della nostra relazione e, a Lui, abbiamo affidato le nostre preoccupazioni e i nostri progetti. Avevamo tanti sogni e aspirazioni da realizzare nella nostra vita di coppia. Pensavamo ad esempio di avere una famiglia numerosa nostra; dopo i primi anni ci siamo resi conto che non sarebbe stato così. La famiglia che noi immaginavamo era diversa da quella reale. Nel percorso, per capire la nostra missione di sposi è stato utile partecipare ad incontri di formazione e di preghiera per coppie ogni volta che ci “Retrouvaille” propone weekend era data la possibilità, per coniugi che vivono un momendiocesi di come il “Corso base per to di difficoltà, di grave crisi, che brescia coppie di sposi” ospita- pensano alla separazione o sono già separati ma desiderano ritrovare to a Pisogne, organizzase stessi e una relazione di coppia to dall’Ufficio Famiglia chiara e stabile. della Diocesi e concluso Per info: info@retrouvaille.it e www. in aprile. retrouvaille.it. Non è più sufficiente Accompagnare essere nati e cresciuti in e testimoniare un contesto cristiano per riuscire oggi a diventare discepoli di Crila vocazione sto, a pensare come penserebbe Lui, ad agire come farebbe Lui. Per all’amore noi è stato necessario scegliere da che parte stare. Questo non una volta per tutte, ma confermandolo ogni giorno concretamente. Pensiamo di realizzare la nostra missione di coppia: “essere ad novembre immagine e somiglianza di Dio”, “essere segno dell’amore di Cristo Accoglienza e preghiera per la sua Chiesa” nelle espressioni quotidiane della vita coniugale: intervengono: attraverso la cura della nostra relazione, il volersi bene, la tenerezdon Giorgio Comini “I Percorsi verso il matrimonio” za, l’accettazione delle fragilità dell’altro, il sostegno reciproco, la don Paolo Gentili “La Chiesa italiana accompagna nella vita matrimoniale” Convegno preghiera insieme in casa e nella comunità e attraverso l’attenzione, Bruno Vedovati Sposarsi oggi dott. “Le strutture del familiare a Brescia oggi” l’ascolto e la cura dei famigliari e delle persone che ci sono affidate, prof. Domenico simeone Presentazione degli consapevoli che è Cristo il vero protagonista, è Lui che ci dona quel Orientamenti pastorali “Educare e curare le relazioni verso il matrimonio” sulla preparazione Vescovo luciano monari al matrimonio supplemento di amore che ci rende capaci di amarci “da Dio”. “Saluto conclusivo” e alla famiglia della Commissione Elena e Antonio Laboratori Episcopale per

numero verde da numero fisso 800-123958 da cellulare 3462225896

Ufficio per la Famiglia

09 DOCUMENTI ECCLESIALI

he definisce linee rinnovate orsi verso il matrimonio, punti delicati ma il valore del fidanzamento po necessario e privilegiato cersi tra innamorati.

trazione

Il Gruppo Galilea è un cammino di fede per persone che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari (es. divorziati-risposati). Gli incontri sono mensili, al centro la Parola di Dio, con ampi spazi di ascolto, riflessione e condivisione. Ogni primo sabato del mese. Gli incontri si tengono da calendario annuale, presso il Centro Pastorale “Paolo VI”, (situato in via Gezio Calini, 30 - Brescia) un sabato al mese, dalle ore 17.00 alle ore 19.00. Guida e accompagnatore del Gruppo è don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio

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Conferenza Episcopale Italiana

COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA FAMIGLIA E LA VITA

ORIENTAMENTI PASTORALI SULLA PREPARAZIONE AL MATRIMONIO E ALLA FAMIGLIA

ore 9,00 ore 9,30

DirEttorE UffiCio PEr la famiGlia DioCEsano

€ 1,50 (IVA compresa)

DirEttorE UffiCio nazionalE PEr la PastoralE DElla famiGlia

soCioloGo, riCErCatorE

DoCEntE Di PEDaGoGia – UniVErsità CattoliCa DEl saCro CUorE

la famiglia e la vita

dalle ore 15,00 alle ore 18,00: :

“Amori da accompagnare”, dai preadolescenti ai giovani sposi

Centro pAstorALe pAoLo vI

vIA gezIo CALInI 30

bresCIA

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le domande dei bambini

I bambini:

la voce dei “perché”

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n questo notiziario e nel prossimo, proviamo a rispondere a due domande: che cosa è cambiato e che cosa è invece rimasto invariato nelle domande dei bambini? I bambini, lo sappiamo, sono per natura curiosi e hanno bisogno di noi adulti per orientarsi, per capire il mondo che si sono trovati ad abitare, un mondo sempre più complesso, e anche per chiarire a se stessi il marasma di sentimenti e di emozioni che provano. Ebbene, per alcuni aspetti potremmo dire che "non c'è niente di nuovo sotto il sole", le domande dei bambini sono sempre le stesse e, soprattutto, è sempre lo stesso il profondo bisogno che le anima. Ma per altri aspetti, le domande dei bambini di oggi possono anche essere molto diverse da quelle che noi stessi, solo qualche decennio fa, ponevamo ai nostri genitori, e questo perché il mondo di oggi è profondamente mutato rispetto al mondo di qualche decennio fa.

Prima esigenza: essere accolti

Concentriamoci per ora sulla prima di queste domande: che cosa è rimasto invariato nelle domande dei bambini? Potremmo rispondere con due affermazioni: non è cambiato il bisogno profondo per cui i bambini - specie nella fascia di età che va dai 3/4 agli 11/12 anni - pongono insistentemente domande agli adulti. Ciò che essi chiedono, anzitutto, è di essere rispecchiati, riconosciuti, accolti nei loro bisogni, incertezze e insicurezze. E qual è il loro primo e fondamentale bisogno? Quello di essere amati. Noi adulti dobbiamo essere anzitutto consapevoli di questo ‘sfondo’ che avvolge come un’atmosfera sottile tutte le domande dei bambini. Essi, più che una risposta scientificamente corretta, si aspettano semplicemente di essere ascoltati, presi in considerazipne, visti. Già il volgere il nostro sguardo verso di loro, magari accompagnandolo con un sorriso, è il modo fondamentale di rispondere alle loro esigenze. Da questo punto di vista, importa meno cosa rispondiamo, se sappiamo o meno rispondere adeguatamente alle loro domande, quanto piuttosto la nostra disponibilità ad ascoltarli e ad accoglierli nelle loro paure, anzitutto nella paura che è la matrice di tutte le paure: la paura di essere abbandonati, di non valere nulla e di non essere amati. Questo dovrebbe anzitutto tranquillizzarci e rasserenarci: non dobbiamo temere di essere inadeguati o incompetenti nel ripondere in modo ineccepibile alle domande dei bambini, perché, comunque, tutti siamo perfettamente adeguati e competenti ad amare!

Domande esigenti

In secondo luogo, le domande dei bambini, e questo vale oggi come valeva ieri, sono nella loro essenza domande filosofiche. Essi non chiedono tanto il ‘come’ quanto il ‘perché, vogliono sapere il significato profondo delle cose e, in ultima analisi, della vita. Qual è il senso ultimo delle cose? Perché esistiamo? Perché moriamo? Con la loro freschezza e innocenza ci riportano alle domande veramente essenziali, quelle che non ci dicono “come è fatto il cielo, ma come si va in cielo”. Quelle domande che noi adulti, generalmente, rimuoviamo, impegnati come siamo nella gestione senza sosta di tutte le incombenze del vivere quotidiano. Domande che, inevitabilmente e fatalmente però, prima o poi, generalmente nella seconda metà della vita, tornano a far sentire con urgenza la loro voce. Sono domande squisitamente filosofiche o, se vogliamo, religiose, se teniamo presente che dal punto di vista delle domande non c’è alcuna differenza tra questioni filosofiche e questioni religiose; la differenza infatti sta nella risposta che a queste domande diamo. Le domande dei bambini sono dunque domande esigenti, che interpellano anche noi adulti e questo, al di là delle effettive competenze scientifiche che possiamo o meno avere. 52


Perchè ci sono tante religioni?

C’è un unico Dio, ma tante sono le religioni. Come mai? Questo ci chiedono i bambini.

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atteo abita in uno dei quartieri multietnici della sua città. Nella sua classe ci sono bambini cattolici, musulmani, indiani e anche qualche cinese che segue la religione buddista. Per Mattia, naturalmente, sono tutti amici, magari qualcuno più simpatico di un altro. Quando, però, si accorge che durante l'ora di religione, alcuni escono dalla classe, si chiede perché ci sono tante religioni e qual è la migliore.

Una leggenda per comprendere

La maestra decide di raccontare una storia: "C'era una volta un paese i cui abitanti erano tutti ciechi. Un giorno venne condotto in città un elefante. Tutti gli abitanti si radunarono, pieni di curiosità, intorno all'animale. Tutti volevano sapere come fosse fatto. Tutti volevano conoscerlo. Finalmente, un gruppetto di coraggiosi si avvicinò all'elefante e cominciò a toccarlo. E gli altri, intorno, che erano rimasti più lontani, chiedevano: «Diteci com'è! Raccontateci ciò che sentite!» Un uomo si rivolse alla folla e disse: «L'elefante è una cosa grande, ruvida, larga come un gigantesco tappeto». Aveva toccato le orecchie. Un altro replicò: «Non ascoltate queste sciocchezze! L'elefante è un tubo forte e flessibile». Aveva toccato la proboscide. Un altro, che aveva toccato le zampe, affermò: «L'elefante è diritto e possente come una colonna». Così ognuno raccontava ciò che aveva toccato. Ma poiché nessuno aveva visto l'elefante né aveva toccato tutto il suo corpo, nessuno potè dire come fosse veramente... “ (Leggenda induista)

Alcuni passi per educare alla fede e alla pace

Questa piccola leggenda può servire come punto di partenza per parlare con i barmbini delle diverse religioni. Con il suo linguaggio per immagini comunica un aspetto fondamentale: Dio è più grande di ciò che possiamo conoscere e dire di lui. Tutti gli uomini, quando cercano di capire chi è Dio, sono come i ciechi della storia che riescono a toccare solo una piccola parte dell’elefante e se pensano di conoscerlo completamente cadono in un grave errore. Ciascuno, però, ne può conoscere una piccola parte e la sua esperienza, unita a quella degli altri, può dare un’idea più precisa di questo essere misterioso. La stessa cosa avviene per ciò che non vediamo, ma è veramente importante per la nostra vita, come l’amore, la bellezza, la bontà. Ciascuno di noi può portare la sua esperienza che, messa vicino a quella degli altri, forma come un grande quadro che mostra in modo più chiaro che cosa significa amare veramente una persona, essere felici, essere buoni. Anche con Dio accade la stessa cosa. Le religioni sono come tante “mani” che toccano Dio per poterlo conoscere: qualcuna ne vede un aspetto, qualcuna un altro. Tutte le religioni che vogliono incontrare Dio e unire le persone tra di loro aiutano a crescere e a diventare uomini migliori. Solo però se dialogano tra di loro con rispetto e amore.

Chi sono i cristiani?

Tra tutte queste persone che credono in Dio ci siamo anche noi cristiani. Anche noi vogliamo conoscere Dio e amarlo e per fare questo seguiamo Gesù. Noi crediamo infatti che quest’uomo vissuto in Palestina più di duemila anni fa è il Figlio di Dio che con le sue parole e le sue azioni ci ha mostrato chi è Dio per noi: un Padre buono che ha creato gli uomini perché vivano come fratelli e si curino del mondo che è la casa di tutti. Con la sua Resurrezione Gesù ci fa capire che anche la morte non è l’ultima tappa della nostra vita, ma che siamo nati per vivere per sempre vicino a Dio. Quando i cristiani fanno risuonare queste parole di gioia e di speranza nei luoghi dove vivono, quando cercano di fare il bene, di agire con giustizia e di costruire la pace, ricordando di essere figli dello stesso Padre, allora portano il loro contributo perché tutti gli uomini incontrino l’amore dell’unico Dio e il mondo diventi la casa di tutti in cui è bello vivere. 53


- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia -

Ritualità e famiglia

Pace e comunione

fonte e culmine Il segno della pace non è precisamente un rito di saluto, ma un gesto di comunione per rendere visibile la riconciliazione dei fratelli che Gesù pone come condizione per ottenere il suo perdono. Implorata fin dall’inizio della celebrazione, la riconciliazione divina, che diventa perdono condiviso, è la più chiara indicazione dell’umanità nuova che nasce dalla comunione eucaristica. L’Eucaristia è, infatti, la possibilità estrema (culmine) della comunione con Cristo: si partecipa al suo sacrificio! Il Signore si dona nel modo più pieno: ci si nutre di Lui! Non ci si potrebbe spingere oltre la possibilità del dono. Inserito nei riti di comunione, il segno della pace è l’esperienza più concreta e universale dell’accoglienza reciproca e della pace. Dove aspettarci altrove di essere pienamente accettati e considerati? Non esiste altro luogo, né assemblea, né incontro personale in cui sia dato di sperimentare un’accoglienza indiscriminata e scambiarci un dono incondizionato come quello che scaturisce dall’altare del sacrificio.Tensioni, antipatie, avversioni le viviamo ovunque attorno a noi e dentro di noi. Anche nei gruppi parrocchiali, alla riunione dei catechisti, al consiglio pastorale sono esperienze frequenti il conflitto, l’intolleranza, persino l’ostilità. Solo nella fede, che ci pone davanti all’invisibile presenza del Dio nascosto e donato nell’ostia, si sta in pace. Alla Messa domenicale ci si scambia la pace perché il Signore ci indica che l’utopia cristiana è lì, attuata, nell’Eucaristia. Fuori di quella parentesi è ancora sempre incompiuta. L’Eucaristia, dunque, non è solo il culmine, ma anche la fonte della vita cristiana. Non è facile accogliere questo paradosso, comporre in unità due movimenti opposti. Non lo è stato neppure nella storia della liturgia. Sciogliere questa tensione condurrebbe però la pratica della fede a evidenti contraddizioni: l’Eucaristia dei «puri» o la «svendita» dei sacramenti. La Messa è «culmine» di tutta la vita cristiana Si può accedere con frutto all’Eucaristia solo attraverso un cammino di fede, alimentato dalla Parola di Dio e sostenuto dalla frequentazione

comunitaria. Senza «sapere e pensare chi si va a ricevere» diventa difficile apprezzare il rito, sentirsi coinvolti senza fraintendimenti. Nei primi tempi della Chiesa l’Eucaristia era l’espressione del cristianesimo più protetta dalla disciplina dell’arcano. Si richiedeva un percorso esigente d’iniziazione per non dare «ciò che è santo ai cani e non gettare le perle davanti ai porci» (Mt 7,6). La Messa è «fonte» L’Eucaristia domenicale oggi è lo spazio più aperto e accogliente che offra la comunità cristiana. Lo indica lo scambio della pace: la comunione è offerta a tutti, senza soglie d’ingresso, senza richiedere nulla, senza alcun controllo. Ciò che i cristiani hanno di più prezioso, di più intimo e anche di più difficile da capire nell’essenza e nel valore è esposto all’estraneo. È sicuramente un problema che il lato più accessibile del cristianesimo non sia la Parola di Dio e la fraternità comunitaria, ma il rito eucaristico: non si «dovrebbe» cominciare di lì.Tuttavia questo paradosso, perturbante e inquietante, ha qualcosa di essenziale da indicare: senza la gratuità del dono, ricevuto e scambiato, senza la grazia, non sono possibili né l’accoglienza della Parola né la fraternità comunitaria. La comunità non è il luogo dei «pochi ma buoni» ma dei «tanti e peccatori». L’immagine del cristianesimo più coerente con la condizione di oggi non è forse quella dell’accoglienza e della misericordia? Il cammino ascendente (Eucaristia come fonte) non ha altro scopo che aprire alla grazia che viene dall’alto, e come tale è sempre dono e mai conquista. Il dono di Dio, tuttavia, è riconosciuto come

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pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia cramentale del pane e del vino. La conclusione del pasto familiare comporta una ritualità particolare. Si finisce di mangiare, ma non si va subito via. Rimane ancora la cosa più importante da fare: per un momento almeno, «non fare nulla», sospendere ogni azione. Godere senza altra distrazione la presenza di coloro che si amano e che nel pasto condiviso si sono conosciuti un po’ di più, apprezzando la loro persona e sopportando i loro limiti, pregi e difetti che a tavola diventano più evidenti. Il grado di comunità che il pasto realizza è tanto più esplicito quanto più condivisi sono i simboli che il cibo incorpora e produce. Solo i simboli, infatti, possono trasformare un atto fisiologico in un momento di comunione, possono riempire di senso condiviso il «non senso» del mangiare insieme, quando il cibo fosse solo necessità o piacere individuale. Scopo del simbolo è «mettere insieme»: le persone si uniscono attraverso il cibo preparato, consumato, interpretato. Le ritualità familiari sono prodigiose.Trasformano la materia in simbolo, il cibo in intermediario dell’amore: un vero cambiamento della sostanza alimentare! Infinitamente più radicale (ma simile nel processo) è il miracolo eucaristico del pane che diventa Cristo. Potenza del rito sacramentale! Quale altro modo, più semplice e affascinante delle metafore del pasto rituale familiare, per spiegare ai bambini (e agli adulti) concetti «impossibili» come transustanziazione o presenza reale nel tabernacolo?

tale (fonte) solo nella misura in cui è ricevuto (culmine). La liturgia è il luogo in cui i due movimenti s’incontrano e s’intrecciano. La conversione della vita è necessaria per riconoscere il corpo del Signore. Perché non avvenga di mangiare e bere la propria condanna (1 Cor 11,29), occorrono la coerenza di vita e la riconciliazione con i fratelli (Mt 5,23). Lo scambio della pace è un povero gesto umano che fa segno al mistero della grazia. L’assemblea intera è trasfigurata dal rito liturgico: dall’altare scaturiscono una comunione e una fraternità che «non sono di questo mondo». Prefigurano, infatti, «ciò che sarà», l’orizzonte escatologico. E poiché già realizza ciò che simbolizza (culmine), l’Eucaristia da forza al tentativo di portare quel dono nella vita (fonte). La celebrazione eucaristica è tutta contenuta e articolata in uno scambio ineguale di ritualità umana e di dono divino, un doppio movimento di salita e di discesa. La sua natura paradossale impone il silenzio e invita all’adorazione. Il grande silenzio dopo la comunione è un tempo di emozionante intensità. L’assenza di ogni voce e di ogni suono esprime, in quel momento, la massima comunicazione con Dio e tra i fratelli. In quel silenzio l’assemblea vive come un solo corpo, Corpo di Cristo. Poste davanti a Lui, infatti, tutte le diversità sono ricondotte a unità. Le differenze uomo-donna, bambino-adulto, povero-ricco, servopadrone non hanno alcun valore. C’è un tempo forte della vita familiare che sembra come prefigurare l’intensità della comunione con il Signore, nel segno sa-

A ndate in pace

La celebrazione eucaristica è tutta contenuta e articolata in uno scambio ineguale di ritualità umana e di dono divino, in un doppio movimento ascendente e discendente. Il modello estetico mondano cerca l’emozione dell’attimo. La metodologia eucaristica della «sorpresa» («essere presi dall’alto») propone un’altra strada. I sensi del corpo e le emozioni della psiche, attraverso un cammino ascendente diventano sensi spirituali, in virtù della loro disponibilità ad accogliere la grazia. La sorpresa parte dal corpo e dai sensi trasformati, che vedono, sentono, gustano diversamente. Il culto spirituale offre il corpo «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1). La celebrazione eucaristica apre il «cuore» (la sintesi di corpo e anima) per comprendere, pieno di stupore, di essere «stato comprato a caro prezzo». Ne scaturisce il compito di «glorificare Dio nel proprio corpo» (1 Cor 6,20). Questo corpo è per il Signore, come il Signore è per il corpo (1 Cor 6,13). La sorpresa si accresce e diventa adorazione, perché nella liturgia i corpi dei battezzati di-

ventano «corpo di Cristo e sue membra» (1 Cor 12,27). La comunione con Gesù è totale! Questo doppio movimento, ascendente e discendente, è detto esplicitamente nel rito finale della benedizione: Dio è il benedetto e il benedicente. I credenti benedicono Dio, proclamando le sue lodi e rendendogli l’omaggio della loro devozione. Dio benedice comunicando la sua bontà e misericordia. Il riconoscimento umano è essenziale: dove il Padre non è benedetto (e il suo nome santificato), non può rendersi presente. Alla trasformazione per opera della Grazia, che agisce attraverso i sensi spirituali, corrisponde anche il lavoro della mente, sostenuta dal sacramento, «per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Il cammino della fede (come anche l’educazione cristiana in ogni età e condizione) è quello che conduce ad avere in se stessi i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5). Le ultime parole del rito contengono, così, un invio e una mis-

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- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia sione: «Andate, la Messa è finita». Il tempo successivo alla cele- riconoscente, mamma e papa quando educano i figli. brazione si snoda a immagine del ritorno a Gerusalemme dei La gratuità del primo passo diventa poi reciprocità. In quediscepoli di Emmaus: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a sto modo nella famiglia si forma il senso fondamentale dell’esiGerusalemme» (Lc 24,33). È lì che «Gesù in persona apparve in mez- stenza per ciascun essere umano, L’imprinting delle nuove genezo a loro» (Lc 24,36), come prima era stato riconosciuto «nello razioni avviene nella famiglia. Dalla famiglia proviene quindi il spezzare il pane». La presenza cristiana nel mondo è il luogo capitale umano, spirituale e sociale primario della società, per della manifestazione del Signore, incontrato nella presenza eu- analogia (e non solo per metafora) a come l’Eucaristia genera e caristica. Nella vita quotidiana la trascendenza si unisce all’im- costruisce la Chiesa. manenza, la Grazia si fa corpo, senza separazione e senza confuGratuità, reciprocità e generatività costituiscono un mondo sione. vitale che rende possibile l’esperienza di «vivere per l’altro» e L’assemblea liturgica diventa di conseguenza il luogo sorgivo di «far vivere l’altro». La sociologia identifica in questo specifidella speranza. co amore un codice simbolico essenziale per l’intera società. La In ogni celebrazione eucaristica si ascolta una Parola che toc- medesima esperienza raggiunge la sua misteriosa pienezza anche ca il cuore (Lc 24,32) la quale non permette ancora ai fedeli nell’Eucaristia, il dono più prezioso che la Chiesa riceve e che, a di riconoscere il Verbo in persona, finché il Cristo non dona la sua volta, può offrire all’umanità. Capita spesso di sentire ricoSua presenza (la comunione eucaristica: «Allora si aprirono loro nosciuti alla comunità cattolica i «meriti» della sua presenza in gli occhi e lo riconobbero», Lc 24,31). Poi il Signore, «sparisce» Italia: il volontariato, l’impegno nel sociale, la capacità aggregae si fa trovare nella comunità inviata a rendere testimonianza al tiva. Queste sono dimensioni «marginali» della sua missione. Il mondo. Si rivela «nel tempio» ma s’incontra «fuori dal tempio». vero servizio della Chiesa al paese consiste nella «sana» ritualità Benedizione e missione, movimento ascendente e discen- con la quale contribuisce a fondare la possibilità della solidarietà dente, dono, riconoscimento e restituzione, tutto si compone in sociale (diventare in Cristo un corpo solo, come indica la preun’indissolubile unità. ghiera eucaristica) da cui derivano, poi, il volontariato, l’impeQuesto intreccio di grazia e di reciprocità si vive originaria- gno nel sociale... mente nei legami familiari. Come dunque la famiglia è un’istituzione sociale originale e In famiglia l’amore trasfigura i sensi e li rende spirituali. Gli originaria, anche la celebrazione liturgica è un atto sociale fonocchi hanno bisogno di vedere l’altro («quanto mi sei manca- damentale, poiché le Verità di Dio, proclamate e santificate, conto!») eppure quello che si vede non sono i lineamenti fisici. tribuiscono a fondare, attraverso la fede, la legittimità e la vita Quando ci si ama, si è sempre sociale. Acuti osservatori degli belli. L’udito ascolta: ma in scenari mondiali dell’economia famiglia «ascoltare» vuol dire e della politica hanno così potuobbedire. Una mano stretta, to affermare che «i movimenti soquando si sta male, è più pociali a carattere religioso sfidano in L’andate in pace del rito tente di un analgesico; uno nome della religione la legittimità e domenicale avvia un sguardo fa ritornare le forze, l’autonomia delle due primarie sfeprocesso di rigenerazione un bacio fa battere il cuore. re secolari, in particolare gli Stati e anche della sfera politica L’amore rende ogni persona i Mercati». Tiranni, dominatori, e della società. unica, inconfondibile, come faccendieri tremano davanti al il suo profumo. E che dire del potere dei riti della fede, cercagusto? «...Uhm, che buono!» no in ogni modo di metterli in non è forse un esclamativo ridicolo oppure di accusarli di affettivo? Il piacere di uno diideologia, di fanatismo, di dogventa la sensazione di tutti. matismo. Ciascuno partecipa al gusto L’«Andate in pace» che condell’altro: il sapore si fissa nelclude l’Eucaristia, avvia un prola memoria e diventa il gusto cesso di rigenerazione anche di casa propria. della sfera politica della società. In famiglia (come avviene Lo dimostra abbondantemente da parte di Cristo sull’altare) la resistenza delle prime comuc’è sempre qualcuno che ama nità cristiane contro la «Bestia» per primo: i genitori quando e «Babilonia» testimoniata nel generano la vita e la fanno crelibro dell’Apocalisse e cambiascere, gli sposi quando si permenti sociali e culturali operati donano, il figlio quando internella storia cristiana antica e rompe il capriccio e diventa contemporanea. 56


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VIAGGIO ATTRAVERSO LA BIBBIA

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Davide e Golia

ti a duello: la posta in gioco è alta, bisogna decidere chi dovrà essere servo dell'altro (v 9). L’atteggiamento sbeffeggiante di Golia, non solo nei confronti di Saul in quanto simbolo della monarchia d’Israele, assume espressioni ancora più boriose - come vedremo nei versetti successivi - dal momento in cui Davide entra in scena. A differenza di quella degli altri suoi tre fratelli maggiori, partiti dietro Saul (v 12), quella di Davide, poiché «ancora giovane pastore» (v 14), è una missione del tutto differente: Iesse lo manda in campo di battaglia dai suoi fratelli con delle provviste e per avere notizie sull’andamento della guerra (vv 17-19). Qui Davide incontra i suoi fratelli e, contemporaneamente, il Filisteo che sfida Israele. I fratelli considerano Davide un intruso, un curioso inesperto ed irresponsabile, incapace di stare al proprio posto (v 28). Non mancano poi gli elementi leggendari che si aggiungono alla vicenda, allorquando il re offre una ricompensa al vincitore, la propria figlia in moglie, nonché l’esonero dalle tasse (vv 25-30) e il giovane Davide viene portato da Saul - secondo la versione del capitolo 17 solo ora s’incontrano - che gli promette di combattere contro il Filisteo. La risposta del re, «tu sei troppo giovane», prima di accondiscendere, schiude un narrare insistente sull’assoluta sproporzione tra i duellanti: Saul vuole rivestire Davide della propria armatura, ma il giovane non è in grado di portarla, per cui se la toglie (v 39), comparendo così dinanzi al Filisteo: con il suo bastone da pastore, cinque ciottoli ed una fionda in mano (v 40). «Il Filisteo avanzava passo passo, avvicinandosi a Davide, mentre il suo scudiere lo precedeva. Il Filisteo scrutava Davide, e quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto. Il Filisteo gridò verso Davide: Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone? E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi» (1 Sam 17,41-43). Golia lo fissa e lo scruta (v 42). Ai suoi occhi Davide appare esattamente come appariva agli occhi di Samuele e dei suoi fratelli il giorno della sua consacrazione (16,12): quell’unzione regale diviene operativa. Ma questo intrecciarsi di sguardi insinua dell’altro: un’ambigua identificazione fra lo sguardo dei fratelli e quello di Golia. Nessuno di loro vede in questo giovane «fulvo e di bell’aspetto» un re. Anzi, tanto gli uni quanto l’altro lo disprezzano! Nuovi Davide avversari sembrano aggiungersi a quello fisico, visibile ed esterno sconfigge quale Golia. Davide dovrà sconfiggere anche i nemici spirituali, ini Filistei visibili, interiori per liberare e unire Israele. e trasporta Il giovane pastore, ottavo figlio di lesse, il più piccolo, sta ristal’Arca dell’Alleanza bilendo le giuste dimensioni dell’avversario, non si lascia impressionare da quelle apparenti: Golia è solo un uomo, un incirconciso da Obed che nulla può contro la potenza di Dio. Davide è uno sfidante inatEdom Miniatura teso, il Filisteo lo maledice nel nome dei suoi dèi, preannunciandel 1250 circa dogli che renderà le sue carni pasto per gli uccelli e per le bestie (vv 44). Davide non tarda a rispondere agli insulti: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta, li vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani, io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché il Signore è arbitro della lotta e vi metterà certo nelle nostre mani»(1 Sam 17,45-47).

a Bibbia mostra come l'essere leader e protagonisti della storia prescinda dal fattore anagrafico. Un esempio emblematico di ciò lo troviamo nell'episodio che narra del duello tra Davide e Golia: la loro lotta, benché individuale, esprime le sorti della guerra in atto tra due acerrimi nemici, gli Israeliti e i Filistei, popoli eternamente in lotta tra loro. Lo scenario è quello della regione collinare della Giudea occidentale, sul confine tra la Filistea e Israele, a circa 25 km da Betlemme: da un lato i Filistei, radunati ad Efes-Dammim, dall'altro gli Israeliti, accampati nella valle del Terebinto (1 Sam 17,1-2). Già da questi versetti introduttivi possiamo notare un sottile gioco di parole per metatesi che preannuncia il dramma: il verbo «radunare/ riunire» è riferito ai Filistei che si sono radunati ('asaf, in ebraico) mentre il loro accampamento è situato ad 'efes dammim, termine, questo, composto dal verbo sostantivato 'efes («annullarsi», «esaurirsi», «cessare», «ciononostante», «senza») a cui va aggiunto il sostantivo plurale dammim, cioè «sangui»; i Filistei si sono «radunati» in un luogo che adombra una cosa finita nel sangue, nella violenza o, stando al secondo significato, in un luogo reso nudo, inesistente, cancellato. Ma andiamo con ordine. Dalle truppe dei Filistei emerge un singolo, un 'ish habbenayim, cioè un uomo «duellante», posto in mezzo ai due eserciti per sfidare gli avversari. Egli - leggiamo al v 4 - è «alto sei cubiti e un palmo» - circa tre metri. Segue poi la descrizione dettagliata del suo aspetto marziale, dal l'elmo di bronzo e la corazza del tipo a scaglie, che pesava oltre mezzo quintale, agli schinieri di bronzo: armatura e personaggio coincidono. Lo scudo, abbastanza grande da proteggere anche un uomo di simile stazza, è portato da uno scudiere particolare. Il Filisteo è così protetto ed armato da apparire invincibile agli occhi dell'avversario, sì da scoraggiarne ogni pretesa di sopravvento. Egli non prende per nulla in considerazione l'eventualità che possa esservi un solo Israelita che osi affrontarlo (v 8). Armato in questa maniera da far paura, il Filisteo sfida gli Israeli-

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- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia La sua è una replica concisa, che riassume in sé una vera e propria confessione di fede (vv 46b e 47a): quelli che vediamo contrapporsi sono anche i valori diversi. Davide si era «tolto» di dosso (wayyiserem) le armature del re Saul (v 39): è lo stesso verbo che compare al v 26 («togliere la vergogna da Israele») e al v 46 (decapitazione di Golia). La forza delle armi - spada, lancia e giavellotto - contro la forza della fede, contro il nome di Dio, Signore degli eserciti, «supremo generale del cosmo». Davide di questo è cosciente e lo evidenzia bene (v 45), ma le sorti della battaglia appartengono al Signore (v 47). Le parole di Davide, «oggi stesso ti consegnerà il Signore nelle mie mani», rendono il senso: l’esito programmato da Golia è capovolto, Davide si spoglia dell’armatura di Saul e va incontro al Filisteo, non con le armi della regalità ma con quelle del pastore-re secondo il cuore di Dio, icona del Salvatore. Qui risuona chiaramente un principio fondamentale del regno di Dio. Il significato del nome di Davide (dwd) è «amato, prescelto, prediletto, reso famigliare», mentre Golia (Golyat) evoca, per assonanza, la parola ebraica galùt, «esilio, deportazione». Davide,

Daniele e i suoi compagni

l’amato, non si è imposto a suon di parole, ma nei fatti, mentre Golia, che minacciava schiavitù, estinzione ed esilio, si è dissolto nell’umiliazione della sconfitta. Come gli Israeliti di allora, i lettori di ogni tempo sono invitati a non lasciarsi dominare dalla paura del nemico, anche se appare più potente, confidando nelle uniche armi del credente (Ef 6,13-17): è Dio che libera e salva, senza spada e senza lancia, noi dobbiamo solo ascoltare la sua Parola ed aver fede (Sal 43,47; 19,7-9, 32,16-17).

N

el libro di Daniele ogni riferimento ai fatti storici è di carattere generico, carente di precisa cronologia. Più che un vero nome, il titolo dello scritto è tematico: Dany’el, cioè «mio giudice (è) Dio». È un forte richiamo all’autorità del Signore, per cui, taluni lo traducono con «mio giudizio (sia) Dio» nel senso che «il criterio», la «misura» di ogni azione e di ogni cosa è Dio. Il titolo-nome conferisce, così, autorità a questo libro che non è né prettamente storico, né del tutto profetico, né esclusivamente sapienziale: è la reinterpretazione di una storia già conosciuta. Il messaggio teologico degli eventi concernenti il protagonista e i suoi compagni lo si può sintetizzare con l’assioma: «Dio redimerà gli oppressi e confonderà gli oppressori». Il libro presenta due racconti paralleli: il primo affronta il rapporto tra politeismo-ellenista e monoteismo israelitico; il secondo, la prassi religiosa degli ebrei che riguarda la preghiera quotidiana, vietata e resa quindi illecita, da un decreto irrevocabile. Ambedue le storie hanno per protagonisti giovani ebrei, esempi luminosi le cui azioni sono da ricordare tra gli «atti dei martiri»; entrambi esaltano il contegno retto e intrepido di quattro giovani ebrei che non si piegano al modello ellenistico. Messi alla prova: Dn 1 A prescindere dalle inesattezze cronologiche o dall’ambìentazione fittizia, il racconto del primo capitolo, concernente l’avventura dei giovani protagonisti, è indispensabile per lo sviluppo e per la comprensione dell’intero libro. Stando al testo, Daniele e i suoi compagni si trovano in Babilonia, alla corte di Nabucodonosor, in attesa di essere arruolati ai lavori di corte. Il sovrano vincitore sceglie, tra la nobiltà israelitica, dei giovani perché diventino impiegati di corte, così da legarli maggiormente alla sua sovranità, sulla base di un antico diritto dei popoli vincitori che imponevano la loro cultura ai popoli vinti. Il reclutamento inizia con il cambiamento dei nomi: Daniele sarà chiamato Baltazzàr, Anania Sadrac, Misaele Mesach, Azaria Abdenego (v 7). Ciò priva i giovani della loro identità giudaica come segno della loro soggezione al vincitore. I cibi della tavola del re sono di natura e provenienza incerta; Daniele decide di mantenersi fedele al suo Dio e alle proprie tradizioni nazionali, concretamente alla legge del kasherut, l’insieme di prescrizioni che riguardano il cibo conforme alla legge (Dt 12,13-24; Lv 11). Dio concesse a Daniele benevolenza e simpatia presso il capo degli eunuchi (vv 8-9). Il capitolo si chiude sull’immagine della straordinaria sapienza di Daniele; essa supera dieci volte quella dei saggi di Babilonia. La prova dei tre fanciulli: Dn 3 In Daniele, capitolo tre, vediamo che la prova religiosa continua. Sono protagonisti ora i compagni di Daniele. Il racconto è ambientato nel regno di Nabucodonosor, quando il re «aveva fatto costruire una statua d’oro, alta sessanta cubiti e larga sei, l’aveva fatta erigere nella pianura di Dura, nella provincia di Babilonia» (v 1). Ai popoli, nazioni e lingue viene rivolto un proclama che esige l’adorazione I tre giovani nella fornace di fuoco. della statua: «Chiunque non si prostrerà e non Catacombe di Priscilla, secónda metà del III secolo (Roma). adorerà, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente» (v 6). 58


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia Mossi dall’invidia, i funzionari di Nabucodonosor accusano i compagni di Daniele di un triplice delitto: nonostante l’esplicito comando di adorare la statua-idolo eretta dal re (vv 4-6) «... alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadrach, Mesach e Abdenego... non ti obbediscono, non servono i tuoi dei e non adorano la statua» (v 12). Sdegnato, il re li interroga, offrendo loro una seconda chance. «... se sarete pronti a prostrarvi e adorare la statua che io ho fatto, bene, altrimenti...» (v 15b). Tra sofferenza-morte o apostasia i giovani restano risoluti: essi rinunciano ad una difesa (umana): «Non abbiamo bisogno di darti nessuna risposta» (v 16) e dichiarano di affidarsi alla potenza del loro Dio; che li salvi o meno essi gli restano fedeli (v 17). Il fuoco viene aumentato «sette volte di più del solito» (v 19), i compagni di Daniele vengono gettati «legati» nella fornace e, mentre gli esecutori della sentenza vengono arsi (v 22), essi «passeggiano e lodano Dio in mezzo al fuoco» (v 25), «vengono sciolti» e sono in compagnia di un angelo (v 92); infine, ne escono illesi. Davanti all’inaudito il re esclama: «Benedetto il Dio di Sadrach, Mesach e Abdenego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio» (v 95a). L’ironia è palese: il re pagano, colui che poco prima ha domandato: «Quale dio può liberarvi dalla mia mano?»(v 15) ora, costatando i fatti, è costretto a riconoscere: «non c’è nessun altro dio che possa liberare allo stesso modo» (v 96). Il messaggio teologico è chiaro: nessuno affronta la persecuzione a motivo della sua fedeltà a Dio senza essere da Lui stesso difeso e consolato. Non è forse questa la realtà che i tre giovani portano incisi nei loro nomi: Hananyah significa «Yah è misericordioso»; Misha’el «Chi appartiene a Dio?»; ‘Azaryah «mio aiuto è Yah» (= il Signore?!). La prova di Daniele: nella fossa dei leoni: Dn 6 L’Amico andò in una terra straniera e pensava di trovare anche là il suo Amato. Nel cammino l’assalirono due leoni. L’Amico ebbe paura di morire, giacché voleva vivere per servire il suo Amato; e a lui volse il ricordo perché l’amore fosse presente nel momento della morte, e con l’amore potesse sostenerla meglio. Mentre l’Amico ricordava l’Amato, i leoni gli s’avvicinarono mansueti, lambirono le lacrime che cadevano dai suoi occhi e gli baciarono le mani e i piedi. E l’Amico se ne andò tranquillo a cercare il suo Amato (R. Lullo, Libro dell’Amico e l’Amato, 55). Il racconto è ambientato sotto il regno di Dario; il re nomina centoventi satrapi e tre funzionari tra i quali Daniele nuovamente protagonista, questa volta come il «giusto perseguitato». Gelosia e invidia non risparmiano i dignitari della corte: non potendo scagliare nessuna accusa contro il modo di operare di Daniele nel suo ufficio, essi inducono il re a firmare un editto insensato, secondo cui «chiunque, da ora a trenta giorni, rivolga supplica alcuna a qualsiasi dio o uomo all’infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni» (v 8b). Una volta promulgato, il decreto diventa irrevocabile. Il tentato genocidio religioso colma ogni misura: al capitolo primo, con l’imposizione dei nomi stranieri il

regno vincitore cercava, attraverso il cambiamento dei nomi, di privare i giovani dalla loro identità nazionale e culturale; proibire la preghiera (indirizzata al Dio d’Israele) è un attentato contro la fede monoteistica. Daniele sa che l’editto è diretto contro la sua persona; nonostante ciò continua la sua giornaliera triplice preghiera. I suoi rivali lo spiano attraverso la finestra aperta (v 11) e, una volta accertato il «reato», lo denunciano dinanzi al re che ne rimane turbato e addolorato. Egli vorrebbe prosciogliere Daniele ma, inchiodato dal proprio decreto, nulla può fare. Come già i suoi compagni, anche Daniele affronta fiero la morte. Viene gettato nella fossa dei leoni, i quali assumono una doppia simbologia: la ferocia umana, la gelosia incarnata che può arrivare fino ad estorcere un editto regale, fatto apposta per eliminare l’innocente e, parimenti, essi diventano strumenti di Dio sino a distinguere l’innocente dal colpevole. Il re, per non venir meno alla sua stessa dignità, si trova costretto a condannare Daniele. Non passa inosservato l’augurio, fatto dal re a Daniele, mentre lo calano nella fossa: «Quel Dio che tu servi con perseveranza, ti possa salvare» (v 17). Dopo una notte insonne, il re si reca alla fossa e, sperando in un miracolo, chiama: «Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dìo ti ha potuto salvare dai leoni?» (v 21). Daniele può rispondere che Dio è intervenuto, ha mandato a chiudere le fauci dei leoni, a testimoniare la sua innocenza. Come al capitolo 3 (i tre fanciulli nella fornace) anche qui si assiste ad un lieto fine, velato di sottile ironia: secondo il proverbio «chi scava una fossa vi cadrà dentro», e secondo la legge di rendere male per male (Es 21,23; Lv 24,18), gli accusatori di Daniele, assieme ai loro familiari, per ordine del re sono gettati nella fossa (v 25). Il re compie una professione di fede pubblica nel Dio di Daniele (v 27) ed ora, nei regni a lui soggetti, dal culto del re si passa al culto al Dio di Daniele, Dio d’Israele, Dio vivente. Questo trittico è stato scritto per noi, affinchè crediamo e attingiamo coraggio dalle testimonianze di coloro che hanno sfidato il potere, affrontando risolutamente fuoco e leoni: «Anania, Azaria e Misaele per la loro fede furono salvati dalla fiamma; Daniele nella sua innocenza fu sottratto alle fauci dei leoni: di generazione in generazione quanti hanno fiducia in Dio non soccombono» (1 Mac 2,59-61).

Daniele nella fossa dei leoni 59


DON ORIONE: UNA SCUOLA

Scuola don Orione

SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

paritarie

via Don Orione 1 Botticino Sera

ACCOGLIENTE

Accogliente. Che bell’aggettivo! E che bello sentirsi accolti! Anche quest’anno la scuola “don Orione” ha dato il via alle lezioni puntando molto sul progetto accoglienza, non solo per i nuovi iscritti, ma per tutti gli alunni frequentanti l’istituto. La scuola è fatta di persone ed è luogo di relazione, di crescita e apprendimento; non si limita a formare la mente, ma tutta la persona. Per Parrocchie i più piccoli il progetto ha come slogan “le mie mani, le nostre mani” ed è incentrato sul tema delle mani, una di Botticino parte preziosa di noi che ci mette in contatto con il mondo. Si possono dimenticare a casa tante cose: lo zaino, l’astuccio, i quaderni, a volte anche la testa, ma le mani si portano sempre. Da qui è partita il 13 settembre l’avventura della primaria del Don Orione con una serie di attività pratiche che valorizzeranno l’attività del gioco come spazio culturale e personale non per valutare gli alunni su obiettivi didattici, ma per aiutarli a conoscere e fare proprie le regole della convivenza civile, dell’aiuto reciproco e del rispetto. La modalità del gioco è stata usata anche alle medie con la finalità di comprendere meglio la complessità di certe situazioni. Accolti dalla preside Domenica Busi e don Francesco, curato di Rezzato e nuovo insegnante di religione alle medie, i ragazzi sono stati poi impegnati in un grande puzzle che li ha portati a riflettere sul tema della diversità e dell’uguaglianza. Come pezzi di un puzzle gli studenti hanno sperimentato quanta attenzione, pazienza e determinazione serva per costruire un puzzle. Anche la nostra scuola, come un puzzle, ha bisogno che tutti i suoi pezzi si prendano responsabilmente cura l’uno dell’altro, superino le difficoltà e si uniscano in un solo progetto dove c’è spazio per tutti, dove tutti hanno un valore e i problemi diventano occasioni di confronto per cercare insieme la soluzione. Unica scuola cattolica della nostra zona, il don Orione, nonostante la crisi economica e nonostante le resistenze e i pregiudizi sulla chiesa che si fa scuola, anche quest’anno afferma con orgoglio la sua presenza umile, discreta, libera, di qualità e soprattutto…accogliente!

“Le PARITARIE utili allo Stato ma rischiano il COLLASSO”

“Il tema viaggia sulle scrivanie del ministero: sarà impopolare e foriero di steccati ideologici, ma il sistema delle scuole paritarie italiane rischia il collasso. Il motivo? L’on.le Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’Istruzione, delinea il quadro con l’inchiesta”. Colgo l’occasione per condividere alcune riflessioni. Un Percorso di Diritto: un percorso tanto noto quanto semplice eppure così inapplicato: la scuola paritaria si inserisce di diritto e di fatto in un sistema scolastico di istruzione e formazione integrati, 60


come unica possibilità per rendere possibile attraverso il pluralismo educativo il libero esercizio della famiglia italiana del diritto conseguente alla responsabilità educativa.La nostra legislazione ha in sé tutte le componenti giuridiche (dal 1948 alla Legge 62/2000) affinché questo diritto tanto “antico” quanto “naturale” possa essere esercitato in Italia come già avviene in tutti i paesi Europei. La tradizione storico - sociale mentre assegna la responsabilità educativa alla famiglia ne consegna il conseguente diritto. I macro principi economici e le micro analisi supportano e individuano nella tutela dell’esercizio di questo diritto una scelta non solo sostenibile da un punto di vista economico ma addirittura auspicabile in una logica di spending review. Fiumi di parole autorevoli e di pagine documentate sono state scritte in merito, eppure ad oggi continuiamo ad assistere al perpetuarsi di una grave ingiustizia sociale: alla Famiglia Italiana (unica eccezione in Europa accanto a quella Greca) viene impedito il libero esercizio del diritto di scelta educativa. Ingiustizia che mentre colpisce la famiglia, lede il sistema scolastico di istruzione e formazione sempre meno pluralista (il collasso delle scuole paritarie), fiacca il corpo docenti sempre meno valorizzato, disperde risorse positive che dovrebbero essere investite a favore di un sistema scolastico di istruzione e formazione di qualità, appesantisce i conti pubblici che vedono aumentare in modo tanto rilevante quanto ingiustificato la spesa pubblica per l’istruzione ”Anche per questo chiudere i rubinetti al sistema delle paritarie rischia di diventare un boomerang per le casse dello Stato: in caso di chiusura delle 13.807 scuole bisognerebbe ricollocare oltre 1.000.000 di studenti, con conseguenti esborsi per la predisposizione di nuovi locali e insegnanti.” Eppure come i buoni educatori continuiamo a credere che sia possibile imboccare un percorso di diritto. Un auspicio finale: come evidenziava Aldo Moro nella seduta pomeridiana del 22 aprile 1947 “….. si è trascurato un problema che dovrebbe trovarci tutti egualmente concordi, il problema della scuola senza qualificazioni, della scuola nella quale rioffriamo veramente ogni nostra speranza, perché quando siamo di fronte alla scuola, veramente si accende o si riaccende la speranza. Pensiamo in questo momento, al di là delle necessità contingenti del dibattito, alla sorte della scuola in Italia; pensiamo a quello che essa può rappresentare per la ricostruzione spirituale del nostro paese, ai mezzi più opportuni, nella maggior concordia possibile degli spiriti, perché la scuola sia quella che deve essere, quella che vogliamo, con ferma volontà, che sia”. Auguriamoci di non perdere mai la speranza e il coraggio di restare cittadini al servizio di una Società civile capaci di gettare il cuore oltre l’orizzonte che lo sguardo umano può solo intravedere. 61


Ritiro Ponte di Legno 5-8 Settembre 2013

USO BOTTICINO

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ella stagione 2012-2013 appena conclusa l’USO Botticino ha partecipato con una squadra, l’USO Botticino Dumper nella categoria OPEN a 7 iscritta al campionato ANSPI vincendo il proprio girone, classificandosi al 2°posto nelle finali provinciali e al 2°posto nelle finali nazionali; una squadra iscritta al campionato CSI categoria Open a 7 nel girone di Promozione; una squadra di bambini nati nel 2003 ha partecipato al campionato ANSPI nella categoria Scarabocchio giungendo 4^ nel proprio girone e qualificandosi per le finali provinciali; una squadra di bambini nati nel 2004 ha partecipato al campionato ANSPI nella categoria Miniscarabocchio vincendo il proprio girone e classificatasi al 3°posto nelle finali provinciali e al 4° posto alle finali regionali. La stagione 2013-2014 ci vede al via con una squadra Open a 7 (i Dumper) all’oratorio di Botticino Mattina, una Squadra Open a 7 all’oratorio di Botticino Sera, due squadre di bambini nati nel 2004 una e nel 2005 l’altra all’oratorio di Botticino Sera. E’partito il corso di mini calcio per i bambini dell’asilo il venerdì dalle 16,15 alle 17,15. USO BOTTICINO

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ccompagnati dai mister Erica Lonati e Alberto Prati, e con l’aiuto di Domenico Temponi, i ragazzi del 2004 hanno passato tre giorni insieme a Ponte di Legno per prepararsi al prossimo campionato. E’ stata una esperienza positiva. Tutti hanno contribuito alla buona riuscita del ritiro, abbiamo lavorato sodo sul campo, ci siamo divertiti in albergo, ed il comportamento in generale è stato buono. Per i ragazzi è stata una prova di vita lontana dai genitori, senza cellulari e giochi elettronici. Nelle pause lontane dal campo di calcio, erano i giochi tradizionali di carte e dama a tenerli impegnati. Un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito a rendere fattibile questa esperienza. Alberto Prati

Dumper Botticino Vice-campione d’Italia

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er il secondo anno consecutivo la Dumper Botticino ha partecipato alle finali nazionali ANSPI di calcio a 7 categoria amatori , manifestazione disputata come da tradizione a Bellaria-Igea marina nei giorni 6 ,7 e 8 Settembre 2013. Se alla prima esperienza la corsa al tricolore si era fermata alle semifinali , quest’anno solo la finale ha purtroppo negato il gradino più alto del podio ; come e’ giusto che sia in questi casi i sentimenti di amarezza per la sconfitta e di soddisfazione per il risultato raggiunto sono mischiati , generando in tutti la voglia di tornare il prossimo anno con c sisquadra dei 2003 rinnovata determinazione e maggiore maturità per vincere finalmente lo scudetto ! Quest’ anno la squadra ha festeggiato il decimo anno di attività (fondata infatti nel 2003 dai soliti “4 amici al bar” fa ora parte dell’ U.S.O. Botticino). Per l’occasione e’ stato organizzato in concomitanza con la festa dell’oratorio di Mattina un seguitissimo torneo notturno . La nuova stagione e’ già ripartita con un’unica novità in un gruppo di giocatori e dirigenti ormai consolidato. Restando in “famiglia” la guida tecnica e’ infatti passata di mano da “Mister Marco Gorni” a “Mister Luca Moreschi”: al primo vanno i più sentiti ringraziamenti per quanto fatto, al secondo i più sinceri auguri di buon lavoro per il prossimo futuro ! 62


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GREST

BALLA IL BURATTINO

Voglio costruirmi un burattino, ma che sia speciale, che cammini e sappia parlare. Voglio che assomigli ad un bambino, ci penso su un pochino, perché non so come fare Penk penk penk! Lo picchio col martello Penk penk! – col martello Penk! – guarda com’è bello… Mani, piedi, gambe, braccia, occhi, naso e bocca sulla faccia Guarda che carino balla il burattino - balla insieme a lui! Pancia, schiena, collo, testa, canta e balla e sembra sempre festa Muove il sederino, balla il burattino - balla insieme a lui! Ma che naso lungo ha il burattino! Ora che lo guardo, mi sa che è molto bugiardo! Si, va beh, lo so, non è perfetto, ma, se mi ci metto, forse riuscirò a migliorarlo… Gnika gnika gnika! Lo assottiglio con la pialla Gnika gnika! – con la pialla Gnika! – guarda come balla… Mani, piedi, gambe…Ma com’è monello il burattino! È disobbediente e non mi ascolta per niente! Certo che è simpatico e scattante, molto divertente, ma fa un rumore assordante… Gratt gratt gratt! Lo liscio con la raspa Gratt gratt! – con la raspa Gratt! – guarda come casca…

A UN PASSO

Io non c’ero ancora ma già Tu mi pensavi Coi raggi del tuo amore mi intessevi. Spirito e vita Tu mi hai dato Un corpo mi hai donato per fare la tua volontà. A un passo Signore ti voglio trovare Nell’uomo al tramonto fra sposi all’altare Nel bimbo che ancora non c’è! Fra abbracci e sorrisi e mani offerte a te. A un passo Signore con gesti e parole Con sguardi sinceri con tutti i miei pensieri Col corpo che Tu mi hai dato io mi dono E in tutti amo te. Tutto mi conosci Per te non c’è mistero Tu sai quando mi alzo e quando siedo. Scruti nel profondo del mio cuore Vedi se c’è l’amore Che tu hai messo dentro me. A un passo Signore… A un passo Signore ti voglio ascoltare Perché tu respiri perché hai un cuore Perché Tu hai un corpo, come me! 63


Campo “Ragazzi 1” Valdorizzo

Casa Fontana Mora ha accolto per una settimana (dal 14 al 21 luglio) i ragazzi di prima media di Botticino Mattina, Sera e San Gallo insieme a 6 animatori e 2 cuochi. Il campo scuola aveva come titolo “Quanti pani avete? Andate a vedere” e si ispirava al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci operata da Gesù (Marco 6,34-44).

altri e della comunità). Abbiamo svolto 2 escursioni nei dintorni della Valdorizzo (lago di Bruffione e Sanguinera) e una passeggiata meno impegnativa a Bagolino (parco Pineta, chiesa parrocchiale e centro storico). I ragazzi sono stati divisi in 4 gruppi (Acqua, Fuoco, Terra, Aria) e si sono sfidati e confrontati con le varie attività proposte mostrando entusiasmo, partecipazione e spirito di sacrificio. Da segnalare la nascita artistica, creativa e musicale della “Patacca Band” che ha animato e intrattenuto le serate con cori, motivetti, canzoncine spensierate e divertenti.

Ogni giorno i ragazzi hanno approfondito ogni elemento/ingrediente (acqua, farina, sale, fuoco-vento, fino ad arrivare all’unità cioè il pane) dal punto di vista fisico, ludico e spirituale. Parallelamente al pane alimento abbiamo riflettuto sul fatto che ognuno è un ingrediente, cioè ha dei doni e delle capacità da sviluppare e far crescere, ma è chiamato ad Don Raffaele e il diacono Pietro hanessere pane (Gesù eucarestia) condividen- no fatto sentire la vicinanza al gruppo con do con gli altri i carismi che ha ricevuto da la loro presenza alle messe d’inizio-fine Dio. campo e durante la settimana vivendo moLe giornate erano scandite da varie menti di fraternità e condivisione insieme attività: ludiche (giochi di abilità, orien- a tutti noi. Il campo è terminato domenica 21 tamento, sportivi come Generale, Filo di luglio, con la messa insieme ai genitori e Arianna, Lucciole, Olimpiadi di Valdorizzo), formative (lavori di gruppo, riflessione dopo il pranzo comunitario. E’ stata un’avventura e un’esperienza e condivisione sul brano del vangelo proposto dal libretto guida) e spirituali (cele- coinvolgente, arricchente che ha fatto crebrazione del rinnovo delle promesse batte- scere tutti i partecipanti (ragazzi, animatosimali, la veglia sullo Spirito Santo vento ri) e non solo (genitori). e fuoco, lettura comunitaria dell’impegno “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. Andrea Quarenghi personale nei confronti di se stesso, degli

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LETTERA DEL CAPOCAMPO AI SUOI RAGAZZI Cari ragazzi e care ragazze, è mezzanotte e mezza...sono stanchissimo ma non riesco ad addormentarmi perchè provo una GIOIA IMMENSA unita ad una PROFONDA NOSTALGIA. Mi verebbe da dire...”il campo sta finendo”, ma in realtà questa esperienza significativa continuerà nella vita quotidiana a Botticino Sera, Botticino Mattina ed a San Gallo. A fianco a me ci sono ragazzi/e con gli occhi gonfi e rossi... la settimana trascorsa li ha segnati, cambiati..SONO COMMOSSI, il loro cuore si è allargato. Nessuno tornerà a casa come prima...7 giorni di vita in comune permettono di guardare dentro di te e di conoscere in profondità chi ti sta accanto..non si possono dimenticare facilmente... Quante volte li ho chiamati per nome e quante volte ho sbagliato i loro nomi... ognuno di loro MI HA LASCIATO QUALCOSA che tengo dentro di me. Questi ventidue ragazzi vivaci, fragili e pieni di vita hanno riacceso e rivitalizzato la mia fede a volte incerta, debole e zoppicante.. Dio si fa conoscere alle sue creature gradualmente, aspetta, non ha fretta, le ha create A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA: voi siete lo SPECCHIO DEL CREATORE.. e lo Spirito Santo che Lui vi ha donato gratuitamente vi ha trasformato facendovi diventare CREATURE NUOVE. Ho scoperto il significato dei vosrti nomi, ho capito che noi adulti dobbiamo fermarci, dimenticare le nostre preoccupazioni, i nostri egoismi e sederci. Ascoltare, sdraiarsi su un bel prato, contemplare le stelle, guardare i monti, pescare, fare il risveglio muscolare la mattina, buttarsi vestiti in un torrente, raccogliere i funghi, cantare canzoni strampalate. Tutto questo me l’ero dimenticato... E’anche grazie grazie a voi che ho riscoperto il gusto delle cose semplici: essere felici anche se non si fa niente di particolare. Anche il momento della spiritualità e della riflessione è stato sentito da tutti voi. Mi avete insegnato che il gioco unisce, la preghiera con il battito di mani prima di mangiare ha consolidato il gruppo, ha creato “comunione” e “comunità”. Ho riscoperto il vangelo vissuto nel concreto, nelle singole giornate, insieme a voi : “Coraggio ragazzi e ragazze, se voi diverrete dei veri testimoni, l’amore non avrà maine” fi GRAZIE DI CUORE vi voglio bene Con affetto, Andrea Valdorizzo, 21/07/2013


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Campo “Ragazzi 2” Valdorizzo

E’ stata la prima esperienza di campeggio per 17 ragazzi di seconda media. Eravamo a casa “Fontana Mora” in mezzo al prato al limitare di una pineta sotto il centro abitato di Valdorizzo. Sette giorni dall’8 al 14 luglio all’insegna del condividere il tempo, il divertimento, lo svago e anche la mancanza di alcuni servizi o optional a cui siamo abituati (televisione, pc, telefonini, ecc) a favore di qualche parola, qualche contatto umano in più con i compagni, che ci ha fatto gustare in maniera particolare quei giorni. Non è mancata qualche passeggiata e nemmeno sono mancati alcuni momenti formativi. La mattina era solitamente dedicata alla riflessione, spesso sotto forma di gioco, a cui i ragazzi hanno sempre partecipato con interesse. Il filo conduttore era il pane. Acqua, farina, sale, fuoco ci hanno aiutato a riscoprire il significato dei sacramenti. Solo l’unione di tutti fa sì che non siano più singoli elementi, ma nutrimento per il corpo. Un particolare ringraziamento a Giulietta e Romano (ormai diventati Giulietta e Romeo), i cuochi del campo, che non si sono limitati a fare i cuochi, ma veri e propri compagni di viaggio, guide, infermieri e consiglieri. Grazie a tutti gli animatori e a tutti coloro che si sono messi in gioco permettendo la riuscita della settimana.

CAMPO CRESIMANDI BONIPRATI

Lo scorso luglio alcuni ragazzi di 3^ media con i catechisti e un educatore hanno vissuto una settimana in campeggio in una località trentina, Boniprati. Il gruppo, circa 40 persone, ha vissuto insieme condividendo gli stessi spazi, modificando le abitudini personali; un esperienza positiva sia per la crescita conoscitiva del gruppo in amicizia sia per gli aspetti spirituali che si sono vissuti. I ragazzi, pur con caratteri diversi hanno mostrato un grande spirito di gruppo, collaborazione, sostegno e disponibilità senza voler prevalere sugli altri. Le giornate si sono alternate con varie attività, quali: escursioni nelle vicine località montano/boschive, giochi e tornei all'aperto e serate all'interno della casa ogni volta diverse. Non sono mancati momenti di riflessione e preghiera dove i ragazzi hanno dato tanto lasciandoci messaggi profondi e sinceri, motivo di grande speranza per un futuro costruttivo del gruppo. Siamo rimasti positivamente colpiti da come i ragazzi, fino a ieri poco più che bambini, ci hanno aperto i loro cuori, mostrato i loro sentimenti riflettendo da adulti sui temi proposti. A questo vivere serio e riflessivo non si è tolto lo spazio per attimi di divertimento anche nelle serate in casa, dove si è dato spazio alle danze, alla recitazione e alla ... magia, il tutto "condito" dalle mani esperte delle nostre cuoche che ci hanno deliziato con i loro piatti e la loro simpatia. Il campo estivo si è concluso la domenica successiva con la celebrazione della S. Messa all'aperto insieme alle famiglie. Il nostro parroco, don Raffaele, ha vissuto momenti spirituali con noi, dando spunti di riflessione per la vita e ricevendo attenzione e interesse da parte dei ragazzi e animatori. Cosa aggiungere ancora? Un grazie sincero a tutti per l'esperienza che ci hanno fatto vivere, ci siamo divertiti tanto e vi aspettiamo l'estate prossima carichi di entusiasmo per vivere altri momenti simili insieme... Ancora una cosa ... ora la bella esperienza vissuta va continuata in oratorio e nella comunità!! 65


CAMPO ADOLESCENTI MALGA BISSINA Il campo estivo parrocchiale rivolto ai ragazzi di età adolescenziale rappresenta ormai una tradizione per le Parrocchie di Botticino e quest’anno la località scelta per l’esperienza è stata Malga Bissina, in Val Daone, nelle baracche di Padre Marcolini a circa 1800 mt di altitudine. Un luogo umile dove ogni cosa superflua stona in un contesto di semplicità e riflessione alternato a svago e socializzazione. La montagna da sempre aiuta la riflessione, l’apertura mentale e spirituale e ci ha posto di fronte a nuove esperienze, ragionamenti e esigenze a cui un adolescente difficilmente fa caso nella routine dell’odierna società e proprio su questo si sono basate le attività proposte durante il campo: tra passeggiate nella Val di Fumo, attività di gruppo e di riflessione individuale, “deserti” e momenti di tempo libero, si è cercato di far sedimentare qualcosa nei nostri ragazzi con l’obbiettivo di essere aria fresca per la comunità di Botticino.

Giovedì 17 ottobre 2013 dalle 14.00 accoglienza presso il seminario minore in via musei 58 e ritiro del pass per i giochi in piazza Tebaldo: “Raccoglitori di acini d’uva” Ore 16.00 Camminata verso il Duomo Ore 16.30 preghiera con il vescovo Luciano, consegna del mandato e della tessera del chierichetto. A seguire merenda e conclusione presso il seminario minore

RACCOLTA FERRO E TAPPI Le parrocchie di Botticino, attraverso i volontari, riprendono la raccolta di materiali ferrosi. Le famiglie o ditte che hanno ferro, alluminio, ottone...ecc. che vogliono eliminare, possono contattare i seguenti numeri telefonici 3338498643 oppure 3283108944, o presso la segreteria dell’Unità Pastorale 030 2692094 per accordarsi sulla modalità del ritiro che può avvenire tramite le persone incaricate o indicare il luogo della raccolta. Si raccolgono anche tappi di plastica che possono essere direttamente consegnati presso gli oratori di Botticino Il ricavato della vendita servirà per le necessità delle tre parrocchie. 66


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INCONTRI DI CATECHESI PRESSO LE TRE PARROCCHIE

CAMMINO DI FEDE - ICFR - 2013-2014

PREADOLESCENTI - ADOLESCENTI - GIOVANI

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proposte di qualità per adolescenti e giovani

NELLE PARROCCHIE DI BOTTICINO durante la settimana varie opportunità di incontro di formazione per adolescenti e giovani nelle rispettive parrocchie presso i locali dell’oratorio

x credere x cercare x condividere

DIOCESI ZONA PASTORALE

Incontro ...al limite

itinerario di spiritualità per giovani

Ogni chiamata spinge ad uscire da se stessi, ogni vocazione è per un dono da offrire. La Chiesa è convocazione di chiamati per andare verso l’altro e verso l’Altro… che si incontra sempre in periferia. E poiché nessuno è lontano dal Cuore di Dio, ogni volta che l’incontro avviene, ritorniamo al Centro della Vita: esistere per Amore.

martedì 25 ottobre ore 20.30 in Cattedrale Andate anche voi nella vigna (Mt 20,1-16) Apertura degli itinerari, presieduta dal Vescovo.

Giornate di spiritualità per giovani presso l’Eremo di Bienno

VERSO TE

meditazioni del Vescovo Luciano 25-27 aprile 2014 68


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Emmaus

gruppo vocazionale diocesano per giovani dai 18 anni che non escludono la vocazione sacerdotale presso il Seminario diocesano – una domenica al mese dalle ore 12.30 alle 18.00

gruppo vocazionale diocesano per le giovani e i giovani dai 18 anni aperto al discernimento di tutte le vocazioni (vita matrimoniale, consacrata, missionaria, diaconale, presbiterale… ) una domenica al mese - dalle 9 alle 17.00 il percorso è condiviso con l’Ufficio Missionario

il PANE che rimane e la PAROLA che invia

Sichar ESTRO-VERSI

10 novembre 2013 TOCCARE LA CARNE DEI POVERI Missionari Comboniani – Brescia 15 dicembre 2013 AL CENTRO IL PICCOLO Canossiane – Mompiano 12 gennaio 2014 MANDATI IN PERIFERIA Francescani Conventuali - Brescia 2 febbraio 2014 SUI PASSI DEI SANTI Salesiani - Nave Esperienze 18 maggio 2014 di carità UN DONO DA CONDIVIDERE Comboniani – Limone sul Garda di festa

27 ottobre 2013 CONVOCATI 24 novembre 2013 PERDONATI 22 dicembre 2013 SALVATI 12 gennaio 2014 MANDATI IN PERIFERIA 23 febbraio 2014 PER AMORE 23 marzo 2014 CONTROCORRENTE 25-27 aprile 2014 VERSO TE giornate di spiritualità - Bienno 25 maggio 2014 IN ARMONIA 22 giugno 2014 PER TUTTA LA VITA

Celebrazioni penitenziali 13 dicembre 2013 ore 20.30 presso la Chiesa di Manerbio presieduta dal Vescovo Luciano sabato 12 aprile 2014 ore 18.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI segue Veglia delle Palme

di fraternità di divertimento

Scuola di Preghiera in Cattedrale

Seguendo il Maestro... oltre il limite presieduta dal Vescovo

quattro giovedì di Quaresima - ore 20.30 13 marzo 2014 - 20 marzo2014 27 marzo 2014 - 3 aprile 2014

Raccolta di S.Martino e campi di raccolta

Ti seguo… a ruota

27-30 giugno 2014 Ti seguo… a ruota (VI edizione) Pellegrinaggio in bicicletta con soste di riflessione, preghiera e testimonianze ORA et… “pedala”

Corsi per animatori oratorio,

per chi vuole fare esperienza in missione, per chi vuole specializzarsi in teatro, animazione e tecniche della comunicazione.... informazioni presso le parrocchie

Pellegrinaggi

agosto 2014 sui Tuoi passi (IV edizione) Pellegrinaggio a piedi con soste di riflessione, preghiera, condivisione, testimonianze e servizio ORA et… “cammina”

Progetto Giovani & Comunità quattro mesi di esperienza per i giovani e le giovani di età compresa tra i 18 e i 28 anni che, attraverso la vita comunitaria e il servizio, si confrontano sulle proprie scelte di vita ispirate ai valori cristiani info: Ufficio Caritas 030.3757746 Ufficio Vocazioni 030.3722245 69


Nel cuore dell’Europa Città, cattedrali storia e paesaggi

di Giulio e Graziella

Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in un’altra realtà inesplorata che sembra un sogno. Dotatevi pure di carte geografiche, guide, - così si esprime Guy de Maupassant – ma non potrete mai sapere che cosa vi riserverà il sogno. Accanto alle cose che si devono mettere in valigia, bisogna disporsi ad una grande disponibilità verso usi e costumi degli altri, non giudicare la superficie. Penetrare nel cuore d’Europa, visitare città cariche di storia come Budapest, Praga, Berlino, Ratisbona è immergersi in quella realtà “inesplorata” che porta a ripensare a quel groviglio di avvenimenti che hanno fatto la storia non solo d’Europa nel secolo scorso. E’ bello ritrovare il gruppo dell’Unità Pastorale delle parrocchie di Botticino, cementato da amicizie consolidate in tanti viaggi. I saluti, qualche presentazione di volti nuovi e si parte veloci verso le pianure venete e friulane. L’Impareggiabile organizzatore Battista Benetti, narratore inesauribile di storie esilaranti e barzellette e l’improvvisato coro di bordo trascinato dalle coriste Irma, Graziella, Marinella, Cesarina, Santina, Eugenio Battista e Bepi rallegrano la comitiva nei lunghi trasferimenti sulle strade d’Ungheria, Repubblica Ceca e Germania. Corrono i chilometri, in un clima di grande empatia coinvolgente. Don Raffaele ed il diacono Pietro ci raggiungeranno a Praga. Il Passaggio sul ponte del fiume Piave (…che mormorava calmo e placido…) e la visione sfumata delle aspre colline del Carso e del Monte Canino (…dopo tre giorni di strada ferrata…) risvegliano il ricordo dei tanti nomi scritti sui monumenti ai caduti dei nostri paesi. Si passa Tarvisio e si entra nella Carinzia e nella Stiria austriache, a ragione denominate “I Caraibi d’Europa”: paesaggi incantevoli, boschi profondi, prati pettinati, laghi incastonati come perle nelle vallate alpine. Un verde intenso copre la regione come un tappeto. Ci accoglie l’ordinata Graz con il suo centro storico rinascimentale e barocco in una incredibile varietà di stili architettonici. L’arteria centrale della città ricalca l’antico decumano disegnato dai romani. Il Duomo gotico, il mausoleo dell’imperatore Ferdinando II, il magnifico Palazzo del Governo ed in lontananza il castello – Lo Schossberg – che resistette ai Turchi e a Napoleone, meritano una pur veloce visita conoscenza delle loro vicende storiche. Si corre verso l’Ungheria e si attraversa quella che in un tempo terribile per l’Europa era “la cortina di ferro”. Ora si respira libertà, nessun controllo al confine; ci sentiamo tutti un po’ più europei. Si affaccia alla memoria l’invito di Papa Giovanni Paolo II del lontano 21 ottobre 1978: “ aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo”. Parole profetiche che hanno cambiato il mondo.

utile feste d’estate nelle parrocchie FESTA ORATORIO DI BOTT. MATTINA € 8.572,00 FESTA PATRONALE SAN GALLO € 11.700,00 FESTA SAN FAUSTINO AL MONTE € 4000,00 BANCARELLA S.FAUSTINO AL MONTE € 393,00 PESCA SAN NICOLA € 1.085,00 FESTA ASSUNTA BOTT.SERA € 1.343,00 70


Muta il paesaggio: piccole casette con orti cintati, distese di girasole e tabacco. Si sfiora la sterminata pianura ungherese, la Puszta, terra di zigani, ove corrono in libertà cavalli selvaggi. Terra del famoso Tokai e del prelibato gulash. Da qui vennero Teodorico e Attila, qui vissero personaggi noti a noi bresciani, come Kossuth ed il feroce Haynau, la “iena di Brescia”, che ordinò il saccheggio della città nelle Dieci Giornate. I sobborghi di Budapest ci introducono all’incontro con un Danubio gonfio e solenne nel suo scorrere. Non è certamente il “Bel Danubio blu” di un tempo. La sua acqua è color ocra. La città è metropoli moderna, pulsante di vita. Otto ponti uniscono Buda a Pest: il più rinomato il Ponte delle Catene, simbolo della città. Visitiamo la basilica di S. Stefano, fondatore del regno, la Cittadella, la Fortezza, Palazzo Reale nel cui cortile è collocato la scultura del Turul, fantastico uccello della mitologia ungherese. Bella S. Mattia, chiesa di estremo fascino. Dai bastioni la visione spazia sull’enorme edificio del Parlamento con le sue forme frastagliate ricche di pinnacoli. Uno spettacolo che riempie di stupore. Si punta a nord, si entra in Slovacchia, si sfiora Brno, la città “prigione” dei patrioti italiani che qui languirono nel 1800: Silvio Pellico, Maroncelli e altri. Ed eccoci a Praga, città dal fascino struggente. Scrive il torinese Angelo Ripellino: “Praga è città libro, dai fogli di pietra nelle cui pagine resta sempre tanto da leggere , da sognare: città di tre popoli, il ceko, il tedesco, l’israelitico”. Città ove si svolsero anche i terribili avvenimenti delle lotte religiose tra protestanti e cattolici nel 1600. Il grande monumento a Jan Hus, il riformatore mandato al rogo, è una severa testimonianza di quel periodo. Nella chiesa di San Nicola, ove è conservata la miracolosa statua del Bambino Gesù, Don Raffaele celebra la Messa, accompagnata dal nostro bel coro. La visita alla città è un susseguirsi di emozioni: cattedrale di San Vito, basilica di San Giorgio, la Torre dell’Orologio astronomico, il castello Hradcany, il celebre ponte Carlo, costruito con blocchi arenaria rinforzati impastando la malta con le uova. (Così dicono gli abitanti della città). Nella tiepida sera della “città d’oro” si percorre a piccoli gruppi, quasi in religioso silenzio, l’enorme piazza San Venceslao, cuore della vita politica e sociale di Praga, ove si svolsero i drammatici avvenimenti del 1968. Davanti al cippo che ricorda la morte di Jan Palack, che si sacrificò per protesta contro l’invasore straniero, ognuno sosta in personale raccoglimento. Il sottile profilo della Torre della televisione, 365 metri, simbolo della Berlino moderna ci preannuncia una città in grande espansione, attraente, vera “ capitale d’Europa”, oggi. Le incredibili strutture architettoniche del nostro Renzo Piano e dell’americano Helmut Jahn lasciano veramente a bocca aperta. Scorrono davanti agli occhi monumenti che raccontano la storia della città: il lunghissimo viale Unter den Linden (viale dei tigli), la porta di Brandeburgo, il quartiere Kreusberg, l’immenso Parlamento – Reichstag, la reggia di Potsdam, Berlino Est … Due i più significativi momenti: la visione dei resti del Muro, testimonianza del fallimento di una illusione e del memoriale dell’Olocausto, espresso in blocchi di pietra, in forme irregolari, per ricordare gli ebrei sterminati nei campi di concentramento. Memoriale collocato sul bunker, ora sigillato, dove si suicidò Adolf Hitler. E’ il momento più intenso dell’intero viaggio. Si corre veloci nelle belle pianure del Brandeburgo e della Baviera; una breve sosta a Norimberga e Ratisbona: si celebra messa nella chiesa del parroco George Ratzinger, fratello di Benedetto XVI. Don Raffaele, nell’omelia, tocca le corde del sentimento di ognuno ricordando come anche i viaggi possano rinsaldare amicizie e crearne di nuove: è la conclusione morale del lungo tour di nove giorni. Si torna a casa : affiora un sottile filo di nostalgia, di paesaggi, di parlate nostrane, anche della nostra buona cucina. Ecco il Brennero, il cartello Italia: spontaneo ed emozionante l’inno nazionale in tutte le sue strofe: un brivido percorre l’animo. Botticino, i saluti, gli abbracci, un impegno a ritrovarci, perché un viaggio non inizia quando si esce dalla propria casa, né finisce quando si fa ritorno. In realtà inizia molto prima e non finisce mai davvero.

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PENITENZIALI CON CONFESSIONI

a S.Gallo lunedì 4 novembre ore 20,30 a Botticino Mattina martedì 5 novembre ore 20,30 a Botticino Sera giovedì 7 novembre ore 20,30

DOMENICA 13 OTTOBRE INIZIO ANNO PASTORALE 2013/2014

SS.Messe come da orario festivo Pranzo comunitario in oratorio; alle 16,30 presso la chiesa di Botticino Sera incontro bambini e genitori delle tre parrocchie di Botticino per inizio anno di catechesi segue castagnata

DOMENICA 20 OTTOBRE GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE DOMENICA 10 NOVEMBRE SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE ORE 10,30 A BOTT. SERA

DOMENICA 24 NOVEMBRE

CELEBRAZIONI 1 NOVEMBRE

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI S.GALLO ore 17,00 S.MESSA in chiesa parr. segue processione al cimitero BOTT.SERA in Basilica ore 8,00 - 18,45 al cimitero ore 15,45 BOTT.MATTINA in chiesa parr. ore 9,30 al cimitero ore 14,30

CONCLUSIONE ANNO DELLA FEDE GIORNATA DIOCESANA DEL SEMINARIO

VENERDI’ 22 NOVEMBRE S.CECILIA PATRONA DELLA MUSICA MERCOLEDI’27 NOVEMBRE INIZIOCENTRIDIASCOLTO DOMENICA 1 DICEMBRE

GIORNATA DELLA CARITAS

2 NOVEMBRE COMMEMORAZIONE DEFUNTI S.GALLO al cimitero ore 10,00 e ore 17,30 BOTT.SERA al cimitero ore 11,00 - 15,00 BOTT. MATTINA al cimitero ore 10,00 - 16,00

visita il sito web delle parrocchie di Botticino:

www.parrocchiebotticino.it

Anno pastorale 2013 2014  
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