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Rosario Antonio Mollace, Il “camper” volante, di Giuseppe Leone, pag

ROSARIO ANTONIO MOLLACE

Il “CAMPER” VOLANTE

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di Giuseppe Leone

QUANDO il mio caro amico, Rosario Antonio Mollace, autore della fiaba Lello e Lella e il camper magico, edita da L’Impronta Sant’Olcese nel luglio 2022, mi spedì il testo per leggerlo, nella lettera di accompagnamento chiariva anche le ragioni di questa sua composizione.

“Indubbiamente - annotava - la mia è un’età piuttosto insolita per scrivere delle fiabe, ma l’ho scritta perché chiacchierando con Manuela mi ha rimproverato che da bambina non le avevo mai letto una fiaba e ripensandoci bene aveva ragione. Così per farmi perdonare, a distanza di molti anni, ho pensato di scriverne una che è stato il mio regalo di Natale dell'anno scorso. Manuela insegna in una scuola elementare di Genova ed è piaciuta molto ai suoi alunni”.

Sono parole che non dimentico facilmente, ma che ritrovo, prima, in un aforisma di Manuela rivolto al padre, posto a mo’ di esergo già nelle primissime pagine: Se non sei mai riuscito a leggere una fiaba, devi riuscire a scriverla; e poi - andando avanti nella lettura del testo - in un rimando al sistema logico di Ludwig Wittgenstein: Quanto può dirsi, si può dir chiaro.

Persino intorno a ciò che più fa soffrire, come può essere la perdita di un figlio in età ancora giovanissima. Inutile dire che lo scrittore non sia stato male consigliato, né da Manuela, quando lo sprona verso questa prova di scrittura; né, su di un piano più puramente astratto, dalla logica del linguaggio del filosofo austriaco.

E così l’autore, come per magia, che non aveva mai letto una fiaba a sua figlia, eccolo incominciare a scriverla, ambientandola tra prati, laghetti e fiori di un pianeta al di là del nostro sistema solare.

E vi riesce pure, finendo, non solo per saldare un debito che mai sperava di poter restituire, ma anche per muoversi disinvoltamente in un ambito mai conosciuto prima. Vi rivela qualità e virtù narrative insospettate, rigore logico e gusto letterario, linguaggio semplice ed essenziale a un tempo, stile elegante e sobrio.

Ne guadagna la fiaba, rigenerandosi, questa volta, senza il suo abituale C’era una volta, un incipit che invitava a distinguere il tempo della civiltà dal caos primitivo, in uso ancora per tutto l’ottocento, poi in qualche modo eluso nel novecento da Gozzano, Calvino, Rodari e da pochi altri. Di contro, ora, questa messa a punto del tempo unico di Mollace, che scorre tutt’intorno alla sua realtà, a partire da Manuela (Lella nel testo), a Lello, che, da grande, avrebbe voluto fare l’ingegnere; alla cagnetta Miki, alla maestra Ebe, a nonno Ciccio, nonno Massimiliano e nonna Giovanna. Il tutto relativo all’universo famigliare dello scrittore.

Quello che più sorprende, allora, sfogliando le sue 76 pagine, con prefazione di

Rina Leone e puntualmente corredate di sfavillanti illustrazioni ad acquerello o pochi tratti di matita di Chiara Navone, è che questa esperienza letteraria di Mollace è l’opera prima di un autore da sempre votato a interessi verso il mondo tecnico-scientifico.

Tuttavia una tale provenienza non gli impedisce di cimentarsi con stati d’animo e riflessioni che oscilleranno d’ora in poi fra “anelito d’infinito e impellente necessità spirituale”.

Il tutto per comporre una fiaba - si badi non una favola. Una favola non sarebbe certo servita al loro caso, il suo senso morale non avrebbe per nulla giovato né agli obiettivi dell’autore, né a quelli di sua figlia. Come i sogni e le immagini, anche le fiabe, si sa, incrementano la ricerca di contenuti simbolici e di significati inconsci.

Come avviene ora in questa sua prima creazione artistica dove lo scrittore si muove con passo leggero tra mondi lontani, col desiderio sempre vivo di cogliere profumati fiori di campo. Non per caso ama perdersi nei dolci ricordi, intenerirsi ai colori e sapori che lo riportano all’infanzia lontana. Sente come pochi l’accorato rimpianto del mondo perduto, le mutevoli sensazioni che si accompagnano al succedersi delle stagioni e il ritmico pulsare della natura: dalle piccole gemme che si gonfiano sui rami, al prodigioso trascolorare delle albe e dei tramonti, allo sfavillio della luce meridiana, agli spazi sconfinati del cosmo, al fascino misterioso delle stelle. Nel tutto che ci circonda, con l’antenna sottilissima della sua sensibilità, percepisce bagliori d’infinito, che se non bastano ancora per recuperare la serenità perduta, sono almeno un motivo per bene sperare contro le interminabili insidie del dolore.

E non solo, anche per conferire spirito poetico e ricerca filosofica alla fiaba di uno scrittore che scopre la propria vocazione letteraria solo in età matura, a seguito di vicende dolorose che hanno sconvolto la sua vita, condannandola all’angoscia più desolante.

E in effetti, il lettore non troverà in questo libro né il romanzo, né la storia, e i ricordi personali, se ci sono, sono trasfigurati nell’economia della fiaba stessa, ma scoprirà, con sua grande sorpresa, che l’autore nel frattempo si è liberato anche della sua esperienza successiva al tragico evento, che ha rivissuto con le idee e i sentimenti di allora.

Dunque, un testo elegiaco e lirico a un tempo, questa fatica letteraria di Rosario Antonio Mollace, che esibisce nella fantasmagorica cornice della fiaba; e, non certo, per sua istintiva e innata vocazione, quanto per aver accettato, dietro consiglio della figlia, la sfida di trasformare il mondo in fondamentalmente buono, cosa che l’autore ha puntualmente fatto riscrivendo la pagina più triste della sua vita in un componimento da cui emana riscatto e salvazione, fino a – per dirla con Montale –“cangiare in inno l'elegia; rifarsi; non mancar più. Potere simili a questi rami ieri scarniti e nudi ed oggi pieni di fremiti e di linfe, sentire noi pur domani tra i profumi e i venti un riaffluir di sogni, un urger folle di voci verso un esito; e nel sole che v'investe, riviere, rifiorire!”

Giuseppe Leone

Rosario Antonio Mollace: Lello e Lella e il camper magico, Fiaba con Illustrazioni di Chiara Navone, Edizioni L’Impronta Sant’Olcese, 2022, Euro 24.00. Pp. 76

In sala-bar strimpella un’orchestrina ritornelli antichi, natali cronache suggella e infanzie e gioventù divelte; dentro rose palpebre un’iride s’annuvola, è d’un vecchio franto d’attese e d’anni. Tra il cordame si rimescolano sonnambuli amori poliglotta.

Rocco Cambareri

Da: Versi scelti, Guido Miano Editore, 1983

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