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DOMENICO ANTONIO TRIPODI RACCONTA LA SUA PITTURA

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OMENICO Antonio Tripodi è artista di livello mondiale. Lasciamo che sia lui stesso a raccontarci, brevemente, la sua Pittura: “I temi della mia pittura - ci dice in data 15 maggio 2014 si sono sempre svolti tra due poli apparentemente diversi, ma convergenti nella sostanza verso una visione unitaria della natura, piena nella sua interezza. Da un polo ho guardato all'uomo nelle sue problematiche sociali, culturali e religiose: è di questo periodo l'opera "Il filosofo ", esposta a Roma, New York, Tokio e Parigi e poi inserita nella Storia della Filosofia, Enciclopedia "TUTTO SAPERE" delle Edizioni Paoline; dall'altro, ho osservato gli animali, specialmente gli uccelli, cogliendoli nei voli, nei giochi, nel ghiaccio della morte. Le opere sono state esposte a Istanbul,


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All’interno: Luigi Nono, Didone e i versi di Ungaretti, di Ilia Pedrina, pag. 5 La violenza “invisibile”, di Nicola Lo Bianco, pag. 9 Impressionismo, di Giuseppe Anziano, pag. 11 Corrado Calabrò: Mi manca il mare, di Liliana Porro Andriuoli, pag. 13 Nazario Pardini, di Carmelo Consoli, pag. 16 Lambert Schlechter all’opposto di ogni posto, di Salvatore D’Ambrosio, pag. 20 Liceali: colombi dirompenti nel cielo azzurro della vita, di Sandro Angelucci, pag. 23 Un sogno che resta di Gianni Rescigno, di Nazario Pardini, pag. 25 L’insegnamento di Gaetano Salvemini, di Leonardo Selvaggi, pag. 28 Le rose, di Luigi De Rosa, pag. 31 Franco Di Filippo e Maria, icona di un popolo devoto, di Domenico Defelice, pag. 33 Non fare agli altri, di Raffaele Cecconi, pag. 35 Gabriel Garcia Marquez: Cent’anni di solitudine, di Tito Cauchi, pag. 36 Luci della Capitale, di Noemi Lusi, pag. 38 I poeti e la Natura (Luigi Pirandello), di Luigi De Rosa, pag. 40 Notizie, pag. 54 Libri ricevuti, pag. 57 Tra le riviste, pag. 58 RECENSIONI di/per: Elio Andriuoli (La solitudine dei metrò, di Carmelo Consoli, pag. 41); Laura Catini (Resuschitati, di AA. VV., pag. 42); Tito Cauchi (Mi manca il mare, di Corrado Calabrò, pag. 43); Tito Cauchi (12 mesi con la ragazza, di Domenico Defelice, pag. 44); Carmine Chiodo (L’utilità dell’inutile, di Nuccio Ordine, pag. 45); Domenico Defelice (Primizie, di Aurora De Luca, pag. 46); Liana De Luca (Il laccio, il nodo, lo strale, di Loris Maria Marchetti, pag. 46); Maria Antonietta Mòsele (Domenico Defelice Un poeta aperto al mondo e all’amore, di Anna Aita, pag. 47); Maria Antonietta Mòsele (Fuga del tempo, di Luigi De Rosa, pag. 48); Maria Antonietta Mòsele (di Rescigno il racconto infinito, di Sandro Angelucci, pag. 48); Maria Antonietta Mòsele (La lunga notte, di Aldo De Gioia-Anna Aita, pag. 49); Ilia Pedrina (Alla ricerca di luce e chiarezza, a cura di Angela Ida De Benedictis e Ulrich Mosch, pag. 50); Andrea Pugiotto (Un’amicizia speciale, di Angelo Petrosino, pag. 51); Andrea Pugiotto (Io non dormo da sola, di Catherine Townsend, pag. 51); Eugenio Rebecchi (Un sogno che sosta, di Gianni Rescigno, pag. 52); Floriano Romboli (di Rescigno il racconto infinito, di Sandro Angelucci, pag. 52).

L’Italia di Silmàtteo, di Domenico Defelice, pag. 59 Lettere in Direzione (Ilia Pedrina a Domenico Defelice), pag. 61 Inoltre, poesie di: Mariagina Bonciani, Loretta Bonucci, Laura Catini, Georgia Chaidemenopoulou, Mariano Coreno, Elisabetta Di Iaconi, Antonia Izzi Rufo, Themistoklis Katsaounis, Giovanna Li Volti Guzzardi, Teresinka Pereira, Serena Siniscalco, Orazio Tanelli

Atene, Malta, Palma di Maiorca, Siviglia, Madrid, Barcellona, Nizza, Salerno, Tropea, Catanzaro, Scilla e in altre città del Mediterraneo e sono state dibattito ecologico in scuole italiane. Così sostanziata, la mia pittura si è collocata in quella sfera ideale, che ho prospettato in apertura del mio ragionamento. Ecco che Agostino, poeta ancora prima di Francesco, può dire all'uomo: "Interroga gli animali che si muovono nelle acque, che abitano la terra, che riempiono l'aria: in-

terrogali tutti. Essi ti risponderanno: si, si, noi siamo belli! La loro bellezza è il loro canto di lode". La mia pittura è grido di sopravvivenza, dati i tempi drammatici che tutti noi, vittime e/o carnefici, stiamo oggi vivendo. Nel merito, sentiamo cosa dice Rossana Bossaglia, critico milanese: "L'arte deve dire cose grandi, deve essere testimone di valori spirituali, deve misurarsi con le essenze della vita, del dolore, della morte. Tripodi dipinge volentieri


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nature morte e la natura morta, di solito, è un pezzo di bravura pittorica: l'animale è inteso, come la caraffa che c è sul tavolo, un oggetto, un ornamento. Per Tripodi non è così: l'animale rappresenta sé stesso, la propria sofferenza, la propria morte". Avvenire 25/09/87. Echeggiando dal Nord America, il critico Neal Rear continua: “Tripodi mostra i suoi meravigliosi animali, come se fosse un incitamento a difenderli dal pericolo e dall'estinzione. Il lavoro di questo pittore, ecologista, è di capitale importanza in questo nostro tempo ". (Anni 80/90). Chiudo questa serie di testimonianze critiche con Eduardo Ordoñez, madrileno: "La preferenza di Tripodi per gli animali, lo pone in una situazione di privilegio, perché fa di lui un vero studioso della natura. Egli, in questa sua mostra a Palma di Maiorca, ci presenta volatili senza vita, come se questa immagine, in qualche misura, debba essere premonitoria di una catastrofe ecologica vicina o non molto lontana. L'inquinamento atmosferico si sta convertendo in un flagello ecologico man mano che il progresso tecnico e industriale aumenta (e nuovi Stati si af-

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facciano alla ribalta con ingente e urgente necessità di materie prime). Tripodi denuncia questo crimine che l'uomo, nel suo affanno per il progresso, sta commettendo contro sé stesso e contro gli animali e le piante”. In questo pelago di guai, però, vorrei emettere almeno un suono di allegrezza: lo studio degli animali mi ha consentito di affrontare con successo le ineffabili similitudini che costellano la Divina Commedia di Dante, poeta nostro e universale. Ma questa è un'altra mia storia, che, racconterò più avanti con più àggio e maniera. Intanto, un vivo ringraziamento a tutti. Alla prossima!” Ma ecco come il nostro grande artista viene invece presentato da A. Trivellini in una “Bibliografia essenziale”: “Domenico Antonio TRIPODI nasce in terra di Calabria: Sant’ Eufemia d’Aspromonte, in una famiglia dove la musica, la pittura e la scultura sono pane quotidiano per cui il suo giovane animo assimila le più alte forme di espressione, retaggio di quella Magna-Grecia la cui civiltà pulsa ancora nelle vene della sua gente. Lasciata la “bottega” del padre Carmelo, pittore, scultore e musicista, nella quale apprende i primi rudimenti dell’arte, Tripodi, giovanissimo, parte per la Toscana (Certaldo, Firenze e Siena) e, poi, per Torino. Approda a Milano nel ’55, trova lavoro e studia pittura alla Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco e in altri Istituti d’Arte lombardi; con i maestri Archimede Albertazzi e Franco Milani sviluppa la decorazione antica e l’arte del restauro pittorico; Collabora ampiamente con Giulio Fiume e i fratelli Angelo e Mario Zapettini, quest’ultimo: cognato dello scultore Giacomo Manzù. Tripodi opera in Piemonte e in Lombardia principalmente a Corbetta e a Milano ove risiede per ventisette anni. Così, l’artista acquisisce un eccezionale bagaglio di cognizioni teorico- pratiche nei campi della composizione pittorica e del restauro che gli consentono di padroneggiare la forma e le più disparate “materie” al punto da inserirsi presto nel campo dell’insegnamento artistico superiore. Edotto sull’esito dei “grandi” dell’arte, Tripodi decide di non seguire Scuole o Cor-


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renti anche perché sente, dentro di sé, copiosi flussi entelici che gli permettono di respirare il moderno insito nel “creato”, di entrare in sintonia con l’universale e di enucleare lo spazio-tempo dell’eterno. Affascina l’estrema capacità di sintesi con la quale riesce a rappresentare anche eventi di grande coralità e dramma come, per esempio: “La visione di Gioacchino da Fiore”, “La morte di Ettore”. Queste peculiarità e la grande comunicativa fanno di questo artista, a buon diritto, una delle voci più alte dell’arte contemporanea (Giorgio Tellan). “Tripodi, da tempo, si cimenta con Dante. Con la sua pittura, egli è entrato nello spirito del Poeta regalandoci la spiritualità e la materialità della Divina Commedia. Con Tripodi, Dante non è più un ricordo, ma una viva e sanguigna presenza anche nel nostro tempo. Lode quindi all’artista che è entrato in sintonia col “cenere di Dante”, mettendo in debito di gratitudine il mondo dell’arte e della cultura”. (A. Trivellini). “Di Tripodi restano memorabili le mostre di Tokio, di Parigi, di Atene e quella di Mosca con la Dante Alighieri, alla Biblioteca Centrale per celebrare il 740° Anniversario della nascita del sommo poeta” (A. Trivellini). Scrive, da Madrid, il 2 febbraio 1998, l’ arcivescovo Antonio M. a. Rouco Varela: “...El rostro de Cristo, realizado da Domenico Antonio Tripodi, artista de reconocido prestigio, es una hermosa contribucion a la iconografia moderna sobre Jesù Cristo, lejos de todo amanieramento en que, por desgracia, incurre con frecuencia. Factura técnica e trazo decidido del dibujo son muy de mi agrado. Por lo que le reitero mi gratitud”.

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Domenico Antonio Tripodi è un artista profondamente religioso. Numerosi sono i suoi lavori che hanno come tema la fede. Ricordiamo, in particolare, una sua personale che ha riscosso un bel successo alla Rassegna d’Arte Sacra “Insieme verso il Giubileo”, indetta e realizzata dall’U.C.A.I. - Roma 2 a Palazzo Barberini di Roma. In quella occasione, il volto di Cristo, riprodotto in incisione, serigrafica e calcografica, è stato diffuso nel mondo dalla romana Accademia de “i 500”, che ha curato le pubbliche relazioni. A proposito della Fede in Tripodi, scrive, per esempio, il Reverendo John M. Sherlok, D. D. Vescovo di Londra: “...Per molti anni sono andato in Israele. Ho potuto farlo anche recentemente ritornandoci nel mese di dicembre. Le strade di Gerusalemme e il Muro del Pianto ancora vedono molti ebrei che hanno una rassomiglianza impressionante al magnifico ritratto di Cristo, dipinto dal Maestro Tripodi... Sinceramente vostro in Cristo”. Chiudiamo con quanto gli scrive, in data 10 dicembre 2010, Antonio Paolucci, direttore dei Musei della Città del Vaticano: “...L’ indovino Tiresia, bellissimo, mi terrà compagnia con premonizioni che mi auguro benevole. Lei, Tripodi, è un artista vero. Ha passato la vita attraversando l’arte e il servizio dell’ arte in tutte le sue forme e l’Arte le ha restituito cuore caldo e mente serena. Le Sue interpretazioni pittoriche della Commedia sono molto belle. Lei dimostra ispirazione, sensibilità, passione, capacità evocativa e visionaria e, naturalmente, mestiere; una cosa che manca, purtroppo, agli artisti di oggi e che è sempre importante”. Numerose sono le tematiche che ha cercato di trattare e approfondire la sua pittura: la Natura e l’Ecologia, per esempio, il Mito, il Pianeta Dante. (d.d.f.) Immagini: Pag. 1: Domenico Antonio Tripodi: Il filosofo (1984), 50 x 70 - Tematica “Il mito”. Pag. 3: Domenico Antonio Tripodi - Beatrice a nove anni di età (2001), 18 x 26 - Tematica “Pianeta Dante”. Pag. 4: Domenico Antonio Tripodi - Uva e mela (1979), 40 x 50 - Tematica “La Natura e l’Ecologia”.


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IL COMPOSITORE VENEZIANO

LUIGI NONO AFFRONTA IL MITO-REALTÁ DI DIDONE SU VERSI DI

GIUSEPPE UNGARETTI di Ilia Pedrina

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A città tedesca di Darmstadt, nel periodo della ricostruzione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, diventa sede di spicco delle ricerche innovative sull'arte della composizione e della esecuzione di partiture inedite. Si danno appuntamento qui, nel periodo delle ferie estive, i compositori più coinvolti nella ricerca e nella sperimentazione di nuove modalità di approccio alla creazione di moduli ad effetto. C'è, tra tutti gli altri, fin dai suoi esordi, Arnold Schönberg e poi Olivier Messiaen ed i suoi allievi Pierre Boulez e forse anche Jean Barraquè e poi ancora Karlheinz Stockhausen e prima di John Cage anche Bruno Maderna. Luigi Nono vi partecipa fin dal 1949 con un lavoro analitico, interpretativo e compositivo 'Variazioni canoniche sulla serie dell'op. 41 di Arnold Schönberg, per orchestra, pubblicato poi nel 1950 da Ricordi. Sarà proprio la Città di Darmstadt nel 1958 a commissionargli questa che diverrà poi 'Cori di Didone' e pubblicata da Ars Viva. Il testo di Ungaretti 'La terra promessa' porta al suo interno 'Cori descrittivi di stati d'animo di Didone' e risale al 1950. Seguo qui l'importante documento del 2005 a firma del compositore padovano, saggista, critico e

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didatta Carlo De Pirro, messo a mia disposizione dall'Archivio Luigi Nono della Giudecca per gentile concessione di Nuria Schönberg Nono, in forma dattiloscritta e con numerazione da me data in successione dal titolo 'Giuseppe Ungaretti, Luigi Nono e i Cori di Didone', pubblicato poi integralmente sulla rivista 'Italian Poetry Review' nel 2007. Esordisce Carlo De Pirro: “Cronaca di cammini e di silenzi. Di private pulsioni e pubbliche amnesie. Perché nell'intimo del carteggio Luigi Nono e Giuseppe Ungaretti erano prodighi di attenzioni e stima (da una lettera datata 24.6.58: 'Caro Nono, ogni tanto ascolto il Canto sospeso. Straziante e stupendo. Che cosa dire per la musica con la quale ha voluto rendere indimenticabile la voce dei miei Cori? Le sono gratissimo). Ma mentre il compositore veneziano sviscera spesso il segno del loro rapporto, il poeta d'Alessandria d'Egitto non ne dà mai testimonianza pubblica, né lo porta ad esempio per commenti in metafora....” (doc. cit. pag. 1). Del temperamento 'indifferente' e soggetto a pubbliche amnesie del poeta Giuseppe Ungaretti do ragione al De Pirro e già sono stata ben messa al corrente dal Pedrina per quanto è risultato relativo all'amicizia con Ettore Serra, che ha stampato a sue spese a Udine nel 1917 'Il porto sepolto', creando il mito e la fama del Poeta in grigioverde e che mai Ungaretti ha pubblicamente menzionato. E dire che Ettore Serra è stato poeta e poeta di valore. Nel suo lavoro dettagliato e ben documentato, dopo aver rilevato le diverse occasioni nelle quali Ungaretti lega il suo fare poesia al suono ed ai suoi effetti, il De Pirro, allo scopo di 'liberare nuovi cammini subliminali' , procede ad articolare un accurato confronto fatto di precise testimonianze: “... L'incontro fra Luigi Nono e Giuseppe Ungaretti ebbe una lunga gestazione. In una intervista raccolta da Enzo Restagno, Nono racconta di essersi recato a Roma nel 1946, dopo la laurea in giurisprudenza, 'per conoscere Ungaretti. Gli avevo scritto qualche tempo prima chiedendogli il permesso di mettere in musica il suo 'Poema della solitudine'. Così avvenne il primo


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incontro con il poeta che da tanto tempo leggevo ed ammiravo, e fu un incontro molto importante'. Da altri frammenti dalla stessa intervista si evince il successivo, ricco generarsi d'intrecci: 'I Cori di Didone sono dedicati a Wolfgang e a Hella Steineke, in riconoscenza per tutto quanto hanno fatto per la musica nell'Europa del dopoguerra; c'era insieme anche un'altra dedica rivolta a pittori e a poeti suicidi: Maiakovskij, Esenin, Gor'hij, Pollok. Ungaretti: ho ancora nelle orecchie la sua voce, aveva un modo particolare di usare le consonanti, le tirava in lungo, mentre le vocali erano delle scivolate. Ne conseguiva una strana esasperazione degli aspetti fonetici più anticaratteristici dell'italiano e da tutto ciò ne risultava come una tragedia esasperante che ritrovo nella sua poesia e nella lacerazione e nella tragedia di Didone.... Nei Cori di Didone le vibrazioni dei piatti e quelle delle voci si confondono, specialmente con le vibrazioni delle consonanti. La voce di Ungaretti era stata per me una grandissima lezione musicale. Ero già stato negli studi elettronici, quello concreto di Schaeffer a Parigi, quello di Stockhausen a Colonia e naturalmente quello di Milano, ma ancora non sentivo l'urgenza di quei mezzi. Mi pare che i Cori di Didone presagiscano già altre possibilità. Le oscillazioni dei piatti differentemente intonati agiscono praticamente come generatori di frequenze, e con le voci pare talvolta siano modulabili con modulatore ad anello, filtrate, sommate, sottratte.'.... Per concludere il giro, ecco altre riflessioni in una lettera indirizzata a Nono il 23.2.57: 'Ho potuto sentire una cosa sua e rendermi anche conto delle infinite possibilità che può aprire uno strumento come quello elettronico, alle espressioni di sentimenti e alla fantasia. Nell'illimitato il problema dell'espressione è ancora nel limite. Ma mai un

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rapporto così straordinario fra finito e infinito è stato offerto al genio dell'artista, il finito essendo appunto e ancora e meglio lasciato alle capacità di scelta'...” (doc. cit. pag. 4). Il De Pirro, nato nel 1956 e prematuramente scomparso pochi anni fa, è compositore attento e rivoluzionario, ha già alle spalle anni di collaborazione con il Centro di Sonologia computazionale di Padova ma la sua interessante esperienza di saggista e critico gli permette di addentrarsi con vera ed ardita competenza nel contesto che sto analizzando. Delle XVIII stanze o strofe di cui si compone l'opera di Ungaretti 'Cori di Didone', Luigi Nono sceglie di musicarne quattro, concludendo con il Finale. Qui riporto integralmente la selezione operata dal compositore veneziano: I La sera si prolunga Per un sospeso fuoco E un fremito nell'erbe a poco a poco Pare infinito a sorte ricongiunga. Lunare allora inavvertita nacque Eco, e si fuse al brivido dell'acque. Non so chi fu più vivo, Il sussurrio sino all'ebbro rivo O l'attenta che tenera si tacque. II Ora il vento s'è fatto silenzioso E silenzioso il mare; Tutto tace; ma grido Il grido, sola, del mio cuore, Grido d'amore, [grido di vergogna] Del mio cuore che brucia Da quando ti mirai e m'hai guardata [E più non sono che un oggetto debole.] Grido e brucia il mio cuore senza pace Da quando più non sono. III Nella tenebra, muta Cammini in campi vuoti d'ogni grano: Altero al lato tuo più niuno aspetti. IV A bufera s'è aperto, al buio, un porto Che dissero sicuro. Fu golfo constellato e pareva immutabile il suo cielo;


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Ma ora, com'è mutato! Finale Più non muggisce, non sussurra il mare, Il mare. Senza i sogni,incolore campo è il mare, Il mare. Fa pietà anche il mare. Il mare. Muovono nuvole irriflesse il mare. Il mare. A fumi tristi cedé il letto il mare. Il mare. Morto anche lui, vedi, il mare. Il mare. (Fonte: Fondazione Archivio Luigi Nono, Cori di Didone, Testi e scritti, sito multimediale). Nel testo di Ungaretti Luigi Nono trova da un lato un contesto individuale e collettivo che assorbe in sé gli stati d'animo di Didone, all'incrocio tra amore, solitudine d'abbandono, desiderio di morte ed a partire da lei, in cammino verso uomini e donne che nel nostro tempo hanno come lei sofferto e si son date la morte, affrante e soggiogate dalla perdita di senso della vita; dall'altro interiorizza ed elabora sul versante musicale l'eccezionale efficacia della vocalizzazione dei versi ungarettiani, che singolarmente, presi uno per uno, e nel loro complesso, testimoniano una non semplice ma efficacissima ricerca foneticosillabica, come ben ha messo in evidenza Carlo de Pirro. Dai due fronti emerge un contesto che provoca la intensissima capacità creativa del compositore veneziano così, come dicevo all'inizio, lui si mette al lavoro: nel 1958 viene data in prima esecuzione assoluta, nella città di Darmstadt, la sua opera 'Cori di Didone, per Coro misto e percussioni', Giudecca, 4.6.1958 Sostiene Luigi Nono: “il significato storico particolare - rapporto amoroso tra donna e uomo - del mito (o realtà) di Didone è qui inteso ampliato al rapporto tra uomini, anche di tragica contemporaneità: la tensione di una vita che in violenta intensità di sentire umano creativo a un tratto tragicamente scoppia o è portata a scoppiare: suicidio o 'omicidio (da

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parte) della società' per dirla con Camus? In questi cori particolarmente m'accompagna la presenza di Majakovskij di Toller Arshile Gorky di Pavese e De Stael. Dopo 'Il canto sospeso' e 'La terra e la compagna' si sviluppa qui la mia tecnica per una nuova espressività nel canto in relazione simultanea alle due formanti di un testo: fonetica e semantica...” (cfr. sito telematico 'Archivio Luigi Nono, 'Cori di Didone', sezione 'testi e scritti'). Nel programma di sala, alla prima esecuzione assoluta, nel concerto offerto dall'Orchestra del Westdeutscher Rundfunk, in data 7 settembre 1958, si insiste sulla frammentazione delle voci maschili e femminili, suddivise e dislocate onde far pervenire all'orecchio vocalità intense, spezzate, ansimanti quasi a singhiozzo, giocate in sofferta empatia su diverse altezze. De Pirro riporta alcune sezioni della Conferenza che Nono ha tenuto nel 1960 e dal titolo 'Testo-Musica-Canto', che riguardano i 'Cori..'. Sostiene Nono: “... 'L'indissolubilità del materiale fonetico dal significato semantico pur nella loro apparente autonomia di traduzione musicale, è per me una realtà che determina la inclusione compositiva cosciente delle vocali e delle consonanti nel processo creativo. Nella seconda parte de 'La terra e la compagna', in cui il testo di Pavese è dedicato alla lotta partigiana, dalle sillabe cantate sono state estratte delle vocali che sono state composte come semplice materiale fonetico, ma in altra dimensione acustica espressiva in rapporto con le sillabe originarie... L'aspetto semantico riceve così nella composizione nuova dimensione espressiva strutturale proprio con mezzi autonomi e conseguenti. Di questa pratica, il trattamento delle vocali e delle consonanti nei Cori di Didone rappresentano un passo in avanti. Qui il testo e la sua espressività è stato ricreato con il materiale acustico delle sue consonanti e vocali in campi armonici ed è stato musicato nel senso di una assoluta, anche se autonoma, compenetrazione musicale della sua totalità semantica e fonetica'… Da una lettera indirizzata ad Ungaretti (14.3.58: quindi Nono si era già procurato il materiale


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su cui lavorare) possiamo ricostruire i primi abbozzi che come si può rilevare, prevedevano un materiale letterario assai più esteso...” (doc. cit. pag. 5). Il De Pirro riporta ampie sezioni della lettera e contestualizza da esperto la ricerca investigativa portata avanti da Nono, che alla fine sceglierà di essere in grado di operare abile potatura: eviterà gli elementi testuali della rievocazione straniante, delle memorie legate alla seduzione che, rovente prima, si allenta poi e si traduce in scherno, in silenzio d'amore, in notte e morte; trascurerà il contesto del desiderio come delirio che rende ebbri, l'ansia del primo amplesso che, realizzato, non lascia più pace né conosce sosta, condizionando così l'immaginario; non darà nota ai risvolti del rimorso, amari come il fiele, quel rimorso che ha tolto ogni connotazione fascinosa al mistero che lega l'amore alla vita. Confrontare per credere. Ascoltare per capire. È in preparazione ed uscirà quest'anno un testo accurato che renderà noto al grande pubblico il Carteggio intercorso tra Luigi Nono e Giuseppe Ungaretti, oltre alle tracce in lettere che qui sono state riportate, in quanto inserite dallo studioso compositore Carlo De Pirro nel suo lavoro interpretativo. L'impegno della Fondazione Archivio Luigi Nono, a guida di Nuria Schönberg Nono, evidenzia, con questa ulteriore pubblicazione, come situarsi in una contemporaneità all'altezza del futuro, nella difesa dell'arte e delle sue molteplici, complesse contestualità, vera testimonianza della infinita eredità spirituale del compositore veneziano anche sul versante etico. Ilia Pedrina UOMINI D’ALTRI TEMPI In questo eterno cimitero la neve copre cirri e cippi, i cipressi scuotono il nevischio su squallide croci anonime. Manca il respiro della terra,

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gli uomini sono raggrinziti in un ghiaccio metallico: non amano né odiano, non pregano né bestemmiano, non sono atei né credenti perché non hanno un dio. Non sono anarchici perché non hanno un governo. Non pagano le tasse né vanno a votare. Sono autonomi e liberi, cambiali ambulanti in un paesaggio etereo senza la fede e senza la ragione, senza la gioia e senza il dolore. Relitti di antiche civiltà, non sanno più chi sono in un mondo di silenzio e di oblio. Non frugano nel passato né temono il futuro: il tempo si è fermato nell’eternità dello spazio infinito. O voi, anime ambulanti, uomini di altri tempi, accoglietemi nel vostro regno dei sogni. Orazio Tanelli USA

SOPRA LA TOMBA DI JOHN KEATS Al cimitero acattolico di Roma ho pianto sulla tomba di John Keats posandovi una rosa. "Dura quel sonno adesso in seno ai tuoni ? " Improvvisamente poi arrivò una farfalla delicata e bianca e sulla rosa si posò spargendo il profumo in alto, fino ai rami del cipresso amico del poeta inglese che in vita fu sempre triste, gentile e cortese. Mariano Coreno Melbourne


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LA VIOLENZA “INVISIBILE” di Nicola Lo Bianco

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I sono dei momenti, personali o storici, in cui siamo costretti a pensare o a ripensare a certi aspetti della nostra vita o della vita collettiva. Oggi stiamo attraversando un periodo di grande confusione, forse di transizione, sicuramente un periodo di sommovimento e di scompaginamento economico e sociale. I vecchi significati delle parole non sembrano dare compiute spiegazioni dei tanti fenomeni che ci lasciano interdetti. Ad es., la violenza che non è solo quella fisica, diretta, evidente; c’è anche una violenza occulta, diciamo così, anonima, che come tale viene misconosciuta. La violenza, si sa, è sempre esistita. Con le sue tante efferatezze e crudeltà ha segnato la storia dell’umanità fino agli orrori dei campi di concentramento, fino agli eccidi e alle fosse comuni dell’altro ieri, nel bel mezzo della “civilissima” Europa, sulle sponde “civilizzate” del Mediterraneo. Da secoli, tra roghi, torture, esecuzioni, assistiamo a un accanimento concentrato sui corpi, fino allo sfinimento, fino all’abiezione fisica. Tra violenza privata e, diciamo così, politica, siamo immersi in un flusso di brutalità incontrollata: dal linguaggio alla gestualità, dall’aggressione all’eliminazione fisica, dall’ informazione distorta e spesso bugiarda, all’arroganza prepotente del privilegio: oggi la violenza sembra annidarsi ovunque, ha mille volti, mille cause, mille risvolti. E’ come se venisse a mancare quella trama di pensieri e sentimenti che trattiene dalla sopraffazione. Come se il controllo delle proprie azioni fosse demandato unicamente all’ individuo, a ciascuno di noi, alla sua maggiore o minore consapevolezza. Qui, in particolare, vogliamo soffermarci su quella che potremmo definire violenza “invisibile”, quella violenza cioè che è vera, reale e concreta, ma che non viene riconosciuta come tale.

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Nell’epoca del cosiddetto neoliberismo, la vita in genere, sembra prendere norma, misura, pregio e dispregio, non più da un sistema di princìpi e valori più o meno condivisi, ma da un cieco meccanismo apparentemente neutrale che chiamiamo economia. Un’economia che è così intrinseca e totalizzante che dalle sue scelte, immediatamente e direttamente, dipende il destino di chi si trova ad abitare il nostro pianeta. Per avere un termine di paragone, per capire l’ampiezza la profondità dello stravolgimento in atto, potremmo ricordare che ancora sotto la dittatura fascista il mondo contadino, nei modi di produzione e nello stile di vita, quasi non risentì, almeno nel Mezzogiorno, i mutamenti sopravvenuti. Ancora qualche decennio fa l’economia era subordinata a un progetto politico complessivo, i cui protagonisti si assumevano la relativa responsabilità. Ai nostri giorni sembra accadere il contrario: la politica non più protagonista, ma ancella di un sistema economico predominante e incontrollabile. La nostra quotidianità è assediata da un linguaggio che non ci appartiene, che contrasta con la nostra esperienza, che ha il timbro della minaccia incombente: debito pubblico, finanza, fiscalità generale, evasione, elusione…, oltre a una terminologia tecnica inglese che sembra fatta apposta per disorientare: spread, rating, spending review, fiscal compact… Dietro queste espressioni che traducono manovre per noi inaccessibili, è difficile raffigurarsi una qualche forma di violenza. Eppure, quello che una volta erano bombe, cannoni, terrore fisico, oggi sembra sostituito dall’economia, anonima, indiretta, spietata, capace di distruggere senza colpo ferire, per cui, giuridicamente, non qualificata come reato, e moralmente misconosciuta come violenza: una violenza per l’appunto “invisibile”. Le conseguenze sono quelle che stiamo vivendo: precarietà, lavoro nero, disoccupazione, ricatti morali, paura, degrado del territorio e dell’ambiente: uno scenario, per certi aspet-


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ti, da dopoguerra. Si ha l’impressione che l’ampiezza e la complessità della vita vengano ridotte a puri calcoli di ragioneria aziendale. Come definire, per fare solo l’esempio più rilevante, la decisione della FIAT di chiudere i suoi stabilimenti in Italia? Senza alcuna ponderazione, se non di calcolo di ricchezza privata, si sconvolge con un atto d’imperio l’esistenza di milioni di persone, si sottrae l’indispensabile, da un giorno all’altro crollano sicurezza e fiducia nel futuro, si costringe ad una vita di precaria sussistenza. Piccole e grandi città vengono private di tutti quei sostegni, economici e relazionali, che ne determinavano valore e prestigio, aggregazione sociale e consuetudini di convivenza. E’ come se venissero spezzate tutte quelle fila che bene o male reggevano la comunità: si viene a diffondere un senso di isolamento e di solitudine, ognuno si arrangia come può, si moltiplicano gli atti illegali e gli episodi di violenza, questa sì, fisica, o contro gli altri o contro se stessi: quanti sono i suicidi indotti? Ché non è solo un fatto di sostentamento, mangiare o non mangiare, ché non mancano certo le organizzazioni caritatevoli pronte al soccorso. Dobbiamo concretamente raffigurarci le persone e la loro trama di vita: panico psicologico, identità sociale, impegni da onorare, dignità personale, abilità e capacità lavorative inerti, giornate che trascorrono senza senso, cura e futuro dei figli sviliti: un’ espropriazione di tutto ciò che rende possibile e degna la vita. Uno sconvolgimento quotidianamente denunciato, una piaga sociale conclamata, considerati tuttavia come eventi ineludibili, necessari, inarrestabili. Mai quasi mai come una forma di violenza vera e propria, come un vero e proprio reato al pari dei tanti reati riconosciuti e perseguiti. Non siamo economisti, ma da buoni cittadini capiamo le parole del fondatore della nonviolenza nel Novecento, il mahatma Gandhi:

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“…ci sarebbe abbastanza per soddisfare i bisogni di ciascuno, ma non abbastanza da saziare l’ingordigia di qualcuno”. Nicola Lo Bianco Primo Maggio, Festa del Lavoro 2014 GIORNO DEI LAVORATORI Alzare il salario minimo non accadrà senza sciopero. Primo Maggio è la Festa del Lavoro in tutto il mondo, tranne negli USA. In altri paesi la gente andrà ad applaudire i lavoratori sfilano per le strade mentre le fabbriche e gli uffici sono chiusi per la festa. Non vi è una domanda di un aumento del salario minimo. Il sindacato fornisce la forza. Lo sciopero insieme con il sostegno pubblico che costringerà le aziende a pagare di più. Lavoratori: Io voto per te il Primo Maggio 2014! Teresinka Pereira USA (Traduzione dell’inglese di Giovanna Li Volti Guzzardi)

UN ABBRACCIO Bevo il vento che narra il racconto di tutte le strade. Sento scorrere il tempo dentro l’acqua di cento fontane. Accarezzo il candore delle statue protese nel sole. E mi sento difesa tra i profili di antichi palazzi. La città che mi accoglie è un abbraccio che mitiga l’ansia. Elisabetta Di Iaconi Roma


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IMPRESSIONISMO di Giuseppe Anziano ELLA seconda metà dell’Ottocento, dopo la guerra franco-prussiana del 1870 e la tragica avventura della Comune, che avevano prostrato le energie francesi, si ha, nonostante la disfatta, come aveva previsto Zola che scrivendo a Cezanne aveva detto “E’ giunto il nostro tempo” una ripresa in ogni settore, dalla meccanica alle scienze, alle arti, con un diffuso senso di gioia che si esplicita soprattutto nel desiderio di viaggiare, di fare scampagnate nelle periferie delle città, di integrarsi nel mondo della natura. Questa nuova visione della vita costituisce la premessa dell’Impressionismo che, nel campo delle arti figurative, si sviluppa, raggiungendo, dopo alterne vicende, un successo notevole. L’inizio ufficiale si ebbe nel 1874, quando nelle sale del fotografo parigino Nadar si aprì una mostra per il pubblico, alla quale parteciparono per la prima volta in gruppo i pittori Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, Burthe Morisot, che si consideravano allievi di Corot, - il primo poeta della luce -, Cezanne, Degas, con l’insuccesso completo, nel 1875, di vendita all’Hotel Drouot. Il giudizio, infatti, non fu positivo, tanto che Leroy, critico della “Charivari” definì ironicamente Impressionismo la nuova espressione artistica. Il termine “Impressionismo”, con cui questo nuovo tipo di pittura fu denominato e che fu suggerito da un quadro di Monet

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— 1872 — Impression Soleil Levant — stette ad indicare non tanto lo stato di abbozzo, di notazione rapida di una realtà multiforme, né quello di passività al cospetto di uno spettacolo naturale, bensì quello più pregnante di “emozione” di fronte a tale spettacolo, in sostanza, cioè, traduzione di tale spettacolo attraverso la sensibilità, la mano, il cuore, il temperamento dell’artista che trasfonde in esso tutto il suo estro creativo. Gli impressionisti rifiutano i vecchi schemi accademici, ispirandosi ad un’arte che, fondata essenzialmente sul colore, riproduca gli aspetti quotidiani della vita e dando importanza, con la sostituzione del museo e dello studio del pittore, prima frequentati, all’ esperienza visiva, al lavoro all’aria aperta - en plein air - soprattutto alle allegre scampagnate nella foresta di Fontainebleau. Essi, avidi di rappresentare la realtà viva ed attuale, si esprimono attraverso una pittura chiara, piena di colore, spontanea, sincera, sentita, in tutte le sue componenti; Pissarro rappresentò soprattutto paesaggi con figure, Cezanne il paesaggio nella sua essenza, puro ed incontaminato, Renoir la vita di città, strade, stazioni, spiagge, fiori e nudi femminili, Sisley il paesaggio nevoso, mirando ad ottenere con colori vivi la profondità degli oggetti e delle scene. Gli impressionisti si preoccuparono di raffigurare un soggetto per i suoi temi, non per se stesso, per cui diedero un colore anche alle ombre, e l’atmosfera che ne deriva nei loro quadri e che avvolge tutto in un pulviscolo luminoso non è altro che una composizione di colori. Per poter dare questa realtà ai loro dipinti gli artisti dovevano lavorare cin rapidità e nello stesso tempo rispettare gli effetti essenziali dell’emozione che essi volevano esaltare sulla tela. Anche per chi non s’intende di pittura le loro tele possono dare l’ impressione - errata - di uno schizzo, ma ad un’ analisi più approfondita da esse traspaiono tutta la mobilità e la nervosità di un tocco libero e fremente, ispirato dall’osservazione dell’ acqua, del cielo, degli alberi. Il gruppo degli impressionisti — da segnalare che prima del-


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la divisione in due gruppi, quello di Argenteuil e quello di Pontoise, rappresentati rispettivamente da Monet e da Pissarro - fu in origine un gruppo unito senza un capo-scuola, come, invece, lo furono Delacroix per i romantici e Coubert per i realisti – si rifiutò di dipingere ciò che non vedesse, che non fosse reale - lavorò intensamente, mettendo in comune le scoperte, discutendo animatamente, segnalandosi reciprocamente i potenziali mecenati, essendo solidali tra loro nei momenti più difficili. Gli studi dei riflessi nell’acqua colpirono particolarmente la sensibilità di questi pittori, attenti a penetrare il segreto della luce, ed evidenziarne le varie sfaccettature. L’acqua viva dei paesaggi fluviali stempera con il suo tremolio i profili delle cose, rifrange la luce e la scompone in colori essenziali – rosso turchino - giallo - e complementari - verde arancione - viola - facendo sì che dalla loro fusione, dalla loro combinazione traspaia il carattere, l’intenzione soggettiva dell’ artista. Gli impressionisti non furono accolti con simpatia dai contemporanei, nonostante la loro difesa da parte si E. Zola, anzi ebbero tutti una vita difficile associata a critiche aspre ai loro lavori. Tra gli altri, Sisley, che morì a 60 anni, contestato in vita, fu rivalutato in pieno un anno dopo la sua morte, Renoir dipinse fino alla vecchiaia, nonostante fosse stato colpito da paralisi agli arti e dovesse dipingere coi pennelli legati alle braccia. Dopo l’insuccesso della prima mostra del 1874, si susseguirono altre sette mostre collettive, quelle del 1876, aspramente criticata, tanto che Zola abbandonò gli amici, del 1877 dovuta alla generosità di G. Caillebotte, intitolata “esposizione degli impressionisti”, che richiamò molto pubblico ed ebbe un lusinghiero successo anche e soprattutto per la pubblicazione di cinque numeri de l’ ”Impressioniste di Riviere”, che reagì agli attacchi astiosi e alle caricature della stampa conformista, del 1879 col successo di Renoir al Salon e la partecipazione di Monet, Degas, Sisley, che si concluse in attivo, del 1880 con le personali di Monet e Manet a La Vie Mo-

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derne, del 1881, quando avviene la scissione nel gruppo con Renoir, Monet, Sisley, Cezanne, che sono per un ritorno al Salon, del 1882, indetta da Durand Ruel, collezionista e mecenate d’arte, cui presero parte Degas, Pissarro, Monet, Gauguin, Morisot, Renoir, Sisley. Monet, Degas, Pissarro, Cèzanne, Manet, Gauguin, Morisot, organizzarono l’ultima mostra parigina nel 1886, con cui si può dire che si concluda il capitolo dell’ Impressionismo. Nello stesso anno Durand Ruel espone “gli impressionisti” a New York, cui partecipò, compatto, il manipolo del 1876, ad eccezione di Sisley, sfiduciato, e di Cezanne, ritiratosi in solitudine ad Aix, riuscendo ad ottenere il primo successo internazionale e dando notevole risonanza al movimento. Accolti con interesse e simpatia, conobbero una rapidissima fortuna anche in Europa, soprattutto in Germania, Svizzera, Paesi Bassi. Nella storia dell’arte moderna la loro importanza è ancora eccezionale non solo per il valore altissimo dei maggiori esponenti, ma soprattutto per il loro stile e per l’ incomparabile esempio di libertà artistica. Giuseppe Anziano A pag. 11, un dipinto di Monet.

DOLCE SARÀ IL RIPOSO Dolce sarà il riposo se con esso verrà la tua visione nei miei sogni a dissetare l’anima che invoca la presenza di te in ogni istante. Dolce sarà la morte se all’incontro sarai presente tu col tuo sorriso per guidarmi lassù nel paradiso. Dolce sarà ascoltare eternamente la musicalità della tua voce e del violino tuo ed eternamente perdermi nei tuoi occhi, a te vicino. Mariagina Bonciani Milano


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CORRADO CALALABRÒ:

MI MANCA IL MARE di Liliana Porro Andriuoli ’AMORE per il mare e quello per la donna sono stati i due filoni tematici più frequentati da Corrado Calabrò, sin dal suo esordio in poesia1: non a caso Rosso d’Alicudi (Mondadori) s’intitolava la raccolta di tutte le sue poesie pubblicate fino al 1992, mentre in Poesie d’amore (Newton & Compton, 2004) erano confluite quelle ispirate alla tematica amorosa. Non ci meraviglia pertanto che il titolo di questa sua nuova silloge, Mi manca il mare (Torino, Genesi Editrice, 2013), alluda esplicitamente al suo amore per il mare e al conseguente senso di privazione e di disagio che egli avverte quando ne è lontano. E certo non può essere altrimenti per chi sulla sua riva è nato ed è vissuto fin da ragazzo: “Nella casa ai bordi della spiaggia/tutta la notte quand’ero ragazzo / mi cullava, supino, la risacca” (Dormiveglia). Ma già ad apertura di libro ci si rende immediatamente conto come anche la seconda tematica, quella dell’amore per la donna, sia qui assiduamente rappresentata, e come sovente alla prima vada intrecciandosi. Un connubio, d’altra parte, quello fra il mare e la donna, che affiora di frequente nelle poesie di questa silloge: si veda ad esempio in Se non sei tu l’amore come alcune qualità fisiche del volto della donna emergano proprio tramite il paragone con quelle dell’acqua del mare: “Specchio d’acqua irridente i tuoi occhi. / … / verde-opaco, come un mare d’alghe, / il tuo sguardo allungato”. E si veda anche come nella descrizione del mare al tramonto, in Entra negli occhi senza farmi male, le immagini dell’elemento marino paiano attribuite a una creatura femminile e tendano in tal modo ad instaurare un conti-

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Giustamente Carlo Di Lieto inizia il suo saggio introduttivo alla raccolta in esame, Mi manca il mare, osservando appunto come “le parole tematiche dei versi di Calabrò la donna e il mare” siano “alla base della sua ispirazione”.

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nuo scambio, quasi una simbiosi, fra l’amore del poeta per il mare e quello per la donna. Si confrontino in particolare i seguenti versi riferiti a un tramonto sul mare: “Solo lunghi rossori / solo lunghi rossori permangono / del falò spudorato del tramonto. // Da Lipari fino ad Alicudi / piano piano si fredda / il mare / ch’è un immenso bacile d’olio grigio” (e ancora: “Lunghi rossori strïano le guance / del cielo, imbasettate di bambagia; / là in fondo, vicino a Filicudi, / una rosa di brace si sfalda”) con questi altri riferiti invece alla donna: “Forse sei altrove o forse sei qui accanto. / Bevono gli occhi il silenzio che scende / nello spento braciere del giorno. / … // Tiepida è la carezza dell’acqua / che ci voltola nella battigia / e soffice come borotalco / è ai corpi nudi la sabbia di pomice / … / Oh, sì, adesso adesso mi sei accanto! / Riaccende ancora il tuo corpo riverso / l’ansito soffocato sulla nuca”. Il mare appare qui come una creatura viva, partecipe dei sentimenti amorosi del poeta nei confronti della donna che gli è vicina, complice addirittura del loro rapporto. E se l’amore per la donna è in Calabrò prevalentemente sensuale (si vedano anche, sempre ambientati in riva al mare, versi quali: “Irreprimibile / con la marea rinviene nuovamente / e fino all’incoscienza ci sormonta / la voglia d’amare”, Accorre improvvisa), ciò non esclude tuttavia la presenza di delicati momenti di tenerezza, come: “Svegliarsi e sapere che mi pensi… / pensarti e non poter dormire…” (Dormiveglia). Caratteristica saliente delle poesie di Corrado Calabrò è l’alternarsi di movimenti schiettamente lirici, tendenti alla nota alta, presenti in molti suoi testi (come ad esempio i seguenti: “Silvia, che troppo grandi / apri alla notte gli occhi. // Silvia che troppo grandi / apri gli occhi al risveglio”, Silvia, che troppo grandi… e “Jessica, che alzandoti / sulle lunghissime gambe / meravigli il mattino…”, Jessica, che alzandoti…) con l’andamento decisamente discorsivo di altri, nei quali egli si serve di espressioni e di vocaboli del nostro parlare quotidiano (si vedano in proposito: “Abbassa le difese immunitarie/contro l’ a-


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more/l’averti consegnato la mia password”, Password; oppure: “Vengo a te come l’acqua in pendio//ma ancora mi fai andare in extrasistole/quando più credo di sentirti mia/e poi mi ritrovo in stand by.//T’amo di due amori//e amo dunque due donne, anche se/non ho altra donna all’infuori di te”, T’amo di due amori). Numerosi inoltre sono i casi in cui il poeta fa propri termini mutuati dalla scienza, in particolare dalla fisica, e se ne serve per costruire immagini di notevole originalità ed efficacia: “Molle specchio d’acque i tuoi occhi. / Rientrando verso costa sottovento / sento l’effetto Doppler del tuo riso, / che perde i toni della sua baldanza / via via che incupisce in lontananza” (Se non sei tu l’amore). Non è raro inoltre incontrare nel nostro poeta svariati termini nautici o più prettamente marinareschi (Particolarmente frequenti, ad esempio, nel poemetto Marelungo). Va poi osservato che lo stile in Calabrò è comunque sempre limpido, piano e direttamente comunicativo; il che rivela in lui la volontà di andare incontro agli altri per manifestare in maniera compiuta le sue interne emozioni. Tra i testi raccolti in questo libro ve ne sono alcuni più ampi, che assumono un andamento

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poematico e uno sviluppo tipicamente narrativo, seppure con numerosi squarci meditativi che conferiscono un maggiore spessore ai concetti, come avviene in Marelungo: “L’ onda avanza sullo scoglio / e l’abbruna / come l’ombra di nuvola che passa. / Così un amore, a volte, / attraversa una vita e se ne adombra. / Se esiste una ragione perch’io t’ ami, / ci sei nella misura in cui mi manchi”. La tematica amorosa in questo poemetto, benché presente, è tuttavia secondaria rispetto a quella marina, prevalente in tutto il contesto, come del resto indica lo stesso titolo della raccolta: “Il tempo s’è voltato allo scirocco; / incombe basso il cielo su Lavezzi”; “Sulle coste spioventi di Giannutri / finalmente i gabbiani hanno pace”; “Fluttua la barca sopra l’acqua cheta: / sarà passata qualche nave al largo”; “Sciangotta l’acqua ai fianchi della barca”; ecc. L’esorcismo dell’Arcilussurgiu è un altro testo, presente in questa silloge, che assume un andamento poematico; tra accenni di greve ironia e scene macabre, viene appunto narrato l’esorcismo compiuto da una fattucchiera per liberare il poeta da un amore che l’ossessiona. Dei poemetti il più lungo è Roaming: vi si racconta un sogno fatto dall’autore; sogno


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che lo porta, tra visioni di un lontano passato e reminiscenze letterarie, allo spettacolo spaventoso del terremoto di Reggio e Messina del 1908, che causò solo a Reggio trentamila morti. Da qui insensibilmente Calabrò passa a raccontare un’altra sconvolgente visione, quella del pericolo per gli abitanti della Terra rappresentato da un asteroide che, avvicinandosi a velocità supersonica, minaccia di far scomparire sul nostro pianeta ogni forma di vita. E’ questo il racconto di un incubo, che dà modo al poeta di spaziare in vari settori del sapere, specie in quello delle leggi fisiche2, per giungere poi ad un finale che sembra riconciliarlo col futuro: “E’ apparsa già da qualche ora Venere / ma non è sorta ancora la Luna. / Il grecale ha spazzato lo scirocco / ed il cielo è più limpido e più grande”. L’andamento del poemetto, pur essendo schiettamente narrativo, non è scevro da momenti profondamente meditativi che impreziosiscono il testo, come: “Noi siamo le nostre abitudini” o danno luogo ad alcune felici immagini, quali: “La luna impietrita contorce / lentamente le ombre degli ulivi / come in un paesaggio di Van Gogh”. Molti altri sarebbero i passi da citare, ma dobbiamo rinunciarvi, volendo qui dedicare qualche parola al lungo saggio che chiude il libro, Il poeta alla griglia, nel quale Calabrò fa il punto sulle sue meditazioni intorno alla poesia. Esso inizia con l’osservare innanzi tutto che “non si può applicare un criterio raziocinante a un fenomeno essenzialmente dionisiaco, qual è l’arte” e che se è pur vero che “la pulsione dionisiaca per comunicare deve passare attraverso i filtri dell’ intelligenza”, è altrettanto vero che “o l’intellezione è universale, solare, apollinea o deve essere un filtro interiore. Non può essere un filtro, una cifra, una griglia imposta aprioristicamente dall’esterno e tanto meno da un gruppo autoreferente. Una grammatica letteraria cerebralmente imposta come griglia fa nascere la

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poesia morta”. In secondo luogo per Calabrò “La singola parola (essendo già usata) è, come tale, un pregiudizio e, se non viene rimpastata, rifusa nel crogiolo della riedizione in un nuovo contesto, / … / se non viene rianimata con la stessa indispensabilità con cui il respiro sostiene il battito cardiaco, si oppone alla nuova significanza che vorremmo attribuirle”. In terzo luogo “la poesia ha o non ha una sua (propria e necessaria) scansione interiore” e pertanto “non può restare confinata in un limbo di incomunicabilità”. Calabrò si sofferma infine sul concetto di intuizione e sul “valore medianico” della parola poetica e sul mistero della sua durata nel tempo. Dall’insieme del saggio emerge un’ indagine di notevole spessore, che getta anche luce sul lavoro poetico che questo autore è andato compiendo negli anni, con tenacia e con novità e che sembra ancora oggi lungi dall’essere concluso. Liliana Porro Andriuoli CORRADO CALALABRO’: MI MANCA IL MARE - (Torino, Genesi Editrice, 2013, € 16,00) A pag. 14: Corrado Calabrò e Giovanna Li Volti Guzzardi a Melbourne, in Australia, nel 2004 (non ci è possibile controllare la data), dove ha tenuto tre stupendi spettacoli, con presentazione dei suoi libri e canzoni (cantanti portati dall’Italia). Uno spettacolo è stato fatto all’Istituto Italiano di Cultura, uno grandioso, nella elegante Recepition dove l’A.L.I. A.S. tiene annualmente la Premiazione, e il terzo a ST. Kilda.

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Fatto che rivela come il retroterra culturale di Calabrò spazi dalla nostra cultura classica a quella delle più moderne scoperte scientifiche, sia in campo fisico che astrofisico.

Domenico Defelice: Sulla spiaggia, un giorno ventoso (olio su tela, 1984).


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NAZARIO PARDINI Opere dal 1997 al 2013 (Alla ricerca di una personale catarsi tra Natura e Classicità) di Carmelo Consoli

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AZARIO Pardini, di cui sono orgogliosamente amico ed entusiasta ammiratore, è uno di quegli artisti che fanno uso in maniera superlativa della parola poetica e sono punti di riferimento luminosi di saggezza e cultura. La sua poesia da molti anni è un fiume in piena di versi con immagini incantevoli e contenuti profondissimi il cui corso non accenna a diminuire col passare del tempo, come pure non diminuisce la sua passione e competenza, che si esprime in maniera eccellente, per la critica letteraria e d'arte. Una punta di diamante quest'ultima di cui ci può subito rendere conto frequentando, ad esempio, il suo animatissimo blog. “Alla Volta di Lèucade.” La “Laurea Apollinaris” recentemente attribuitagli, come alta onorificenza per l'attività letteraria, è l'ennesimo, meritatissimo riconoscimento alla sua arte poetica e narrativa; celebra dunque l'uomo e l'artista giunto ormai ai vertici della popolarità nel mondo della cultura nazionale e internazionale. Con questa premessa, ma con grande cautela e rispetto, mi sono avvicinato al suo mondo poetico leggendone attentamente alcune opere che coprono l'arco del tempo che va dal 1997 al 2013, tentando così di penetrare nelle

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viscere della sua poesia, scrutarne la fonte e il decorso, fino alla scoperta delle motivazioni segrete e degli approdi finali. Tentativo arduo, se volete, già in partenza, conoscendo la mole e la ricchezza della sua produzione, la grande cultura e conoscenza dei classici antichi e moderni che lo contraddistingue facendone un autore di elevata complessità, poliedrico ed eclettico, dai grandi significati umani e letterari. Il lungo percorso poetico di Pardini mostra col passare degli anni sempre una forte coesione di scenari e finalità in cui la sua parola si è tuttavia sempre di più affinata e resa complessa nel dettato lirico e nella ricerca esistenziale. Da L'ultimo respiro dei gerani del 1997 a Dicotomie del 2013 la scrittura di Nazario s'arricchisce di nervature filosofico esistenziali, di articolazioni e approfondimenti verbali, sempre rappresentando l'uomo che cerca attraverso la parola una personale catarsi, immerso nella natura e nel mondo della più alta classicità. Ma egli avverte col procedere del tempo la fragilità in ciò che lo circonda ed un velo di malinconia sembra calare sul suo canto. Più lacerante si fa il suo dolore nel mondo soprattutto per il consumismo imperante, la tecnologia arrembante, il disfacimento dei valori; di conseguenza più avvertiti sono in lui il richiamo e l'interrogazione verso il mistero della vita e l'assoluto che lo circonda. Quando scrisse L'ultimo respiro dei gerani e siano nell'anno 1997 egli era poeta già conosciutissimo sulla scena letteraria italiana come fine ed erudito interlocutore della natura, narratore dello storia dell'uomo, del suo e altrui travaglio, ma già pronto e maturo per spiccare il salto verso quell'isola del sogno che sarà poi la sua Lèucade, terreno fertile per la nuova silloge che vedrà la luce due anni dopo. Alla volta di Leucade sarà poi l'opera poetica che riuscirà forse meglio a rappresentarlo come eminenza poetica, se teniamo conto delle considerazioni critiche profuse su questa opera, da alte personalità, ed in generale degli


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onori e dei riconoscimenti vari ottenuti. Ma già in questo testo del “97”che porta l' abile prefazione di Ninny di Stefano Busà troviamo le tipiche tematiche pardiane ad iniziare dalla complementarietà del suo paesaggio d'anima con quello della natura, riscontro evidente, che colpisce immediatamente chi si immerge nella lettura delle sue liriche. Inoltre già si evidenziano e si consolidano ulteriormente le sue straordinarie qualità lessicali, la sua figura di personaggio erudito attraverso la quale attinge disinvoltamente e brillantemente alle fonti della classicità antica. Dalla terra Pardini coglie fragranze, cromie, visioni estatiche, contenuti vitalistici ma anche povertà, fatica e dolore. È il cantore di una vita tanto dura, quanto laboriosa e armonica, capace di calarsi con realismo, obbiettività e commozione nell'humus dei campi, rivelandosi poeta di usanze e costumi, memoria di bellezze che mai hanno il sapore smielato e lamentoso dei ricordi andati ma che invece sono terreno fertile per alimentare gli spazi aurei della vita che prosegue. Un pianeta terra, il suo, costantemente movimentato e sempre di più ampio respiro in cui si integrano e si mescolano l'analisi minuziosa delle creature viventi, la magnificenza dei paesaggi e la commossa partecipazione della sua anima. I due grandi poli che caratterizzano la sua poesia sono da un lato l'adesione estrema alla realtà semplice e complessa della natura, come riferimento ad un assoluto valore esistenziale ed emblema del vivere umano, costituito da vicissitudini tragiche e proiezioni salvifiche, dall'altro il continuo ricorso al richiamo della cultura classica come valore della bellezza idilliaca rappresentata dai grandi mondi e poeti lirici antichi. Appare subito chiaro però che egli non appartiene a scuole o correnti di poesia, anche se i suoi versi risentono della tradizione novecentesca e antecedente da Leopardi a Pascoli, da D'annunzio a Montale, perché il suo scavo d'anima è moderno e con modernità tutta sua sottolinea il dolore e la naturale de-

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cadenza della vita annunciandone poi la rinascita e la bellezza ideale. Col senno di poi e sulla scorta delle successive letture dei suoi libri se mai una critica, anche pur benevola, si possa fare a questo libro del “97” possiamo parlare di esso come di un contenitore ancora avvolto da una fresca innocenza di immagini, di abbandoni a lecci, pini, querce, vicoli, paesaggi e silenzi, senza quella forte compromissione di cultura e di maturità pensosa ed esistenziale che lo condizionerà successivamente da “Alla volta di Leucade” in poi. L'anno 1999 segna il momento magico della poesia pardiana, il compendio ideale del suo pensiero poetante e filosofico. Nasce la silloge nella quale meglio si amalgamano e si fondono i momenti agresti con quelli aulici della classicità; l'autore con disinvoltura ed eleganza si muove tra esperienze rurali, personali di vita e modelli ideali a cui fare riferimento. Si completa così l'armonia formale tra questi due contenitori e si fa marcata la materia del viaggio come metafora di una trovata eternità nella intensità e nella qualità della vita. Ancora una volta egli si volge alla stagione autunnale come momento di amara e consapevole malinconia della vita, percependo in essa la precarietà e la fragilità umana, ma anche facendone momento prezioso per fare un consuntivo, accettare un giudizio, immergendosi poi in quelle oniriche acque di Leucade e ricorrendo al proprio e altrui sogno per una esistenza tesa ad una fecondità di amore senza limiti. Pardini, come sempre, ricorre al fascino seducente della memoria utilizzando magistralmente l'endecasillabo in una completa fusione tra materiale e spirituale; fa appello alla sua natura, sempre più la sua amante segreta, sottolinea il fatalismo della sua decadenza ma anche ne preannuncia la rinascita e la bellezza salvifica. E la memoria è la protagonista col suo inventario delle stagioni dell'esistenza. Disegna la vita come viaggio perenne, fissandone attimi singoli e stagioni intere nella


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loro realtà di fascino e dolore. La natura primattrice è quindi la sua compagna di viaggio, maestra di vita, madre illuminante, coscienza di sé e della propria umanità. Dunque il viaggio, un ideale itinerario nelle varie fasi di partenza, fuga, ritorno, approdo e ancora ripartenza, ma anche via di fuga, trampolino per proiettarsi in un altrove onirico e catartico, per dimenticare il quotidiano dolore ed esorcizzare la morte. Ed in Ulisse che si appresta a ripartire ed oltrepassare le colonne del mistero egli disegna la metafora della conoscenza e della sfida. Compie dunque il grande salto nell'isola del sogno, della nostalgia e della memoria. Un balzo verso l'eternità, verso Lèucade terra idilliaca di canti, quelli di Alcmane, Ibico, Saffo, Alceo, Stesicoro . Il poeta entra con fermezza e naturalezza nel mondo classico, assunto di bellezza e armonia, in quell'isola dove sarebbe bello chiudere il ciclo della vita e dare un senso alla fuga dal passato nella catartica soluzione degli amori impossibili, riacquistando la serenità come affrancamento dal turbinio delle passioni e dalla sofferenza dell'amore. Siamo dunque ad un mondo di massima purificazione ed elevazione, ad una conquista metafisica di sé. Pardini è ormai padrone di una poesia piena e matura, descrittiva e riflessiva, con assenze e ritorni, scoperte e stupori, ricordi e talora rimpianti nella completata fusione tra i classici e i moderni. Un altissima testimonianza lirica. Sul piano stilistico si riscontra l'assoluta bellezza del lessico, la padronanza perfetta della metrica, l'uso magistrale dell'endecasillabo più armonioso. Quasi subito dopo il nostro poeta dà alle stampe un altro suo volume dal titolo Si aggirava nei boschi una fanciulla e siamo nell'anno 2000, ancora sul suo terreno preferito e cioè quello della natura. Ma andiamo verso un mutamento dei segni e dell'anima. In questo libro domina una vena di malinconia per un mondo che si involve andando

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incontro ad una sponda di inquinamento e distruzione. Le tematiche affrontate dall'autore, principalmente nella prima parte del volume, attingono ad una terra di disuguaglianze sociali e di orrori prodotti dall'uomo. Le poesie si allungano, i periodi dialogati si ripetono con una voglia incontenibile di narrare e la prosa diventa strumento di tragicità della realtà. Una natura soprattutto violata quella che canta, e quindi tale è anche la tematica della lirica più rappresentativa Una ninfa di nome natura. La poesia di Pardini, sempre racchiusa nell' endecasillabo, cambia adesso la quiete aulica del paesaggio, con tonalità che si fanno a tratti tragicamente analitiche e fantastiche. Il poeta insiste sui temi trattati, rendendo sempre più evidenti i problemi laceranti che emergono dalle sue prese di posizione, anche se poi la natura riemerge prepotentemente con la sua genuinità di presenze. In Tramonti su itenerari laici appare l'uomo distrutto da un progresso sbagliato. Seguono gli Undici canti, alcuni con tratti brevi, altri più lunghi e profondi all'interno di un ambiente in cui egli ritrova la classicità tra boschi e ninfe. Undici canti di terra in cui ritornano le voci dei padri, le rinascite e gli abbandoni. Nell'ultima silloge Canzoniere pagano il poeta ritorna ad una maggiore intimità, tenerezza e complicità e la sua natura assume toni di melanconia immersa nell'equilibrio tra violenza e morte. L'evidenza maggiore del mutamento della poesia di Pardini ci appare nel suo modo nuovo di relazionarsi con la realtà, attraverso la sua partecipazione diversa al dolore dell' uomo. Alle memorie idilliache si affianca la realtà con le lacerazioni insanabili; persino l' utilizzo della metrica ne risente. Una sezione dell'opera, dal titolo Sul fiume è dedicata al mitico “Pesceraro”, apparentato in pittura con il pesce d'oro di Paul Klee. Qua i toni della sua poesia si fanno evangelici e pagani al tempo stesso di fronte alla ri-


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coperta della vitalità del Cristo a cui il simbolo del pesce corrisponde. Cristo parla al poeta ed egli vi si identifica seguendo la propria linea cristologica. Passano cinque anni ed il nostro poeta si cimenta in un piccolo poemetto con parti dialogate e monologhi nel suo nuovo volume Dal Lago al fiume che appunto porta la data del 2005. Un volume in cui domina il paesaggio lacustre che prelude al fiume, visto nella sua luce settembrina; un ambiente animato da animali acquatici, soprattutto uccelli e dove la presenza dell'uomo è rara anche se ovunque si avverte, rappresentata da personaggi a turno chiamati Anchise, Nonno Felice, l'io narratore. Riappare il suo tipico mondo palpitante di vita in cui si fondono passato, presente, futuro e dove l'autore, il paesaggio, gli animali vivono in perfetta armonia. La povertà, il dolore assumono un valore positivo dalla contemporanea presenza di vibrazioni positive ed elementi vitali. La parte centrale del poemetto è riservata alla poesia Apparizione che esprime in maniera più tangibile ed incisiva il suo universo poetico. Natura ed umanità si completano, la luce più viva e la gioia non escludono la tenebra, il crepuscolo, il dolore; una terra dove il poeta ritiene di poter recuperare i valori ancestrali della vita nonostante l'età del consumismo e della tecnologia. Il suo linguaggio si fa semplice, piano senza però rinunziare a ricorrere a preziosismi lessicali e neo formazioni classiche attraverso tecniche espressive e stilistiche originali e ardite. E tutto questo per sottolineare il suo sensibilissimo ascolto della natura. Straordinaria poi è la ricchezza dei termini utilizzati per elencare la vegetazione e gli animali, cosa che rende deliziosa e intrigante la lettura. E siamo nel 2013 quando vede la luce la silloge dal titolo Dicotomie. Pardini è un poeta ormai affermatissimo

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che non deve più nulla dimostrare circa le sue qualità poetiche se non riaffermare una straordinaria e consolidata parola lirica e qua si cimenta ancora più profondamente nella interiorità di se stesso e nella ricerca della espressione creativa del suo verbo.Uno scavo intenso il suo adesso dell'anima e della parola teso a svelare dispute e incongruenze, ma che in realtà rimane sempre essenzialmente canto d'amore a tutto tondo per ciò che lo circonda e per la bellezza in assoluto del creato. Non a caso una delle più appariscenti dicotomie riguarda l'uomo e la presenza di Dio. L' umano si disperde nel divino ed il divino si raccoglie nell'umano. Tre le sezioni. La prima: Dicotomie tra ricordi, considerazioni, visioni e domande esistenziali in cui appare la poesia più rappresentativa a mio giudizio dal titolo Esisto? Poi Racconti in versi, una sequenza di episodi in cui si evidenzia una narrazione poetica contrassegnata da un alto timbro morale e ad indirizzo formativo. Infine la terza ed ultima sezione: D'amore di terra e di mare dove ancora una volta egli si fa protagonista appassionato di una storia infinita di stati d'animo, di nature, tra vita e morte. Dunque dicotomie ma sempre in presenza di una loro coerenza ed armonia. Giunto al termine di questo lungo excursus poetico, preso in esame, mi pare di scorgere nella parola di Nazario Pardini, prima di ogni altra considerazione, un pluriennale canto alla vita sempre coeso, lucidissimo, raffinatissimo dove costantemente si fanno protagoniste la vita, la morte e la rinascita ed in cui il linguaggio utilizzato è talmente prezioso ed i messaggi contenuti talmente alti da fare di lui una delle voci più affermate della poesia contemporanea; un canto che certamente non si spegnerà fino a quando l'amico ed illustre poeta avrà l'onore e l'onere di appartenere a questa terra e anche dopo quando resterà nel vivo ricordo che gli altri avranno di lui e della sua inimitabile poesia. Carmelo Consoli


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LAMBERT SCHLECHTER ALL’OPPOSTO DI OGNI POSTO INTERLINEA-NOVARA-2013 di Salvatore D’Ambrosio

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ERATA interessante ed effervescente il 6 maggio a Caserta presso la libreria Feltrinelli, dove si è tenuta la presentazione - reading della raccolta poetica “All’ opposto di ogni posto” del poeta e scrittore lussemburghese Lambert Schlechter. Sono tradotte dal testo originale a fronte in tedesco e francese, lingue che l’autore normalmente parla e scrive, dallo scrittore e giornalista Clemente Condello. Questi ne ha fatta una bella e fine traduzione, che non fa perdere la musicalità del verso quando, notoriamente, si passa ad un’altra lingua. Apprezzata per l’alta qualità l’introduzione della proff. Vanna Corvese, di casa alla Feltrinelli per i molteplici incontri letterari da lei curati negli anni. Sapiente e convincente la presentazione della poetessa casertana Anna Ruotolo, che conoscendo molto bene Lambert ha saputo evidenziare i tratti più significativi della sua poetica. La pubblicazione è della casa editrice Interlinea ed è la prima opera del Lambert che viene tradotta in italiano. Infatti non ostante il poeta-filosofo abbia pubblicato una ventina di opere tra poesie e prosa, non era stato mai tradotto fino ad oggi nella nostra lingua. Lambert Schlechter nasce a Lussemburgo nel 1941, insegna filosofia e francese nei licei. Autore molto seguito e apprezzato nei paesi di lingua francese, ha ricevuto numerosi riconoscimenti soprattutto in Francia. Conoscitore della cultura italiana ne parla la lingua e gode del suo clima passando vari mesi estivi in Toscana. Ama i classici italiani da Dante a Montale al quale ha dedicato delle poesie scritte nei primi anni ottanta. La sua poesia forse influenzata inizialmente dagli autori a lui cari è stata, come egli stesso ha detto, poi abbandonata, esattamente “gettata”, per farla

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diventare qualcosa di originalmente suo. La sua è assolutamente una poesia non lirica, seguendo un poco i dettami della moderna linea sulla quale si incammina oggi questa arte. Usa per questo Lambert, parole che diciamo fanno parte della vita. Per cui è facile trovare lemmi di spessore, ma anche quelli semplici o addirittura classificati volgari, che poi in effetti non lo sono in quanto adoperati nell’uso corrente come: culo, cazzo, vagina, pisciare. Il magma eruttivo della sua poesia viene fuori non solo dagli eventi di cui è stato testimone, ma anche dall’ancestrale di una cultura che è stratificata in lui e che gli permette, con parole semplici, di esprimere significati e significanti anche complessi. In alcune composizioni la brevità dei versi è funzionale al concetto stesso che in essa viene espresso: La conta dei giorni contati brilla il sole passano le nuvole circola il sangue batte il cuore freme il cazzo spunta un sorriso scorrono le lacrime se ne va la vita viene la morte e brilla il sole Il poeta concretizza, visualizza, cromatizza l’astratto della poesia liberandola da illusioni suppositive. Materializza i pensieri, ne fa immagini palpabili e tangibili, portandone in superficie le dinamiche dell’inconscio senza artifici mimetici o criptici, sfruttando il suo mestiere di filosofo, ma non artatamente: la mia camera preferita è la tua camera fiorita e poco m’ importa se il tuo bel lenzuolo è il mio sudario L’OPPOSTO DI OGNI POSTO è una raccolta divisa in quattro sezioni ognuna di ventisette componimenti alcuni dei quali sviluppano uno stesso argomento, che poi altro non è se non la quotidianietà delle preoccupazioni che ci riguardano: dallo sbirciare il cielo per capire cosa ci riserverà quel mattino, al godere del silenzio del mattino medesimo. Per


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passare magari poi alle esigenze giornaliere che sono quelle di appagare un desiderio qualsiasi, tra i quali c’è indissolubilmente quello del sesso o in mancanza di appagare almeno la vista con un viaggio virtuale tra i vari siti dedicati e sentirsi pieno dello” squisito rosone rossastro”. E il riferimento è esplicito senza essere volgare. È ateo Lambert, come egli stesso confessa, ma nei suoi versi vi è una presenza costante della vita e della morte. Il desiderio di amare, si sa, è il più forte segno di volere vivere e di amare soprattutto la vita. Il fatto stesso di celebrare, anche con termini che potremmo definire volgari, ma come già detto prima non esiste volgarità in quanto sono parole fedeli alla vita, l’amore sessuale e tutte le emozioni che da esso ne possono derivare ne fanno, per quanto lui s’impegni a dimostrare il contrario, un religioso non tradizionale però. Ad una richiesta, durante il dibattito che è scaturito dopo il reading, del perché di una celebrazione del sesso così continua ed incessante, la sua risposta è stata che il sesso per lui è una mistica, confermando la sacralità di questo atto così importante della vita. Nell’adorazione della donna c’è un riconoscimento da parte sua, lo voglia o no, di una sacralità che deve pure venire da qualcuno. La ricerca del piacere, ma soprattutto l’entrare con il proprio corpo in un altro e sentire la linfa passare da corpo a corpo, è un atto che non è stato inventato da uno qualsiasi di noi, ma ci è stato lasciato, come un germoglio sempre pronto a fruttificare, da una mano sapiente. Gesti semplici ha l’amore, ripetuti milioni di volte da milioni di persone in milioni di anni, ma sfido chiunque a negare la bellezza, la profondità e l’apertura d’animo che anche il banale profumo di una mutandina di donna può procurare: dopo la tua partenza piango calde lacrime di gratitudine per la gioia che mi dai per asciugarle trovo le tue mutandine nella tasca dell’accappatoio

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te le bagno e sorrido Non dimentichiamoci che la divinità o chi per essa (come vuole Lambert), ha eletto la donna a guscio dell’umanità. È da lei che veniamo al mondo, sia che siamo donne o uomini. E non dimentichiamo che quel guscio spetta agli uomini riempirlo. Ciò è realtà estremamente poetica e religiosa. Lo Schlechter, nell’ultima sezione del libro, rende tutto palpabile e tangibile pur nella ribellione della sua scrittura che perde, dove qualcuno ben pensante volesse trovarcene, qualsiasi audacia o volgarità facendosi, non ostante egli la detesti, poesia lirica: poi pensi che ho troppo desiderio di te ho paura, dici, che ami solo il mio corpo cosa risponderti, se non prenderti tra le mie braccia fino a farti vibrare l’amina Definirei Lambert e la sua ribellione al conformismo, che lo porta all’uso di una rappresentazione poetica cruda, vicina al reale, anzi realtà non da trivio ma da colto esteta, non come un’inclinazione al pervertimento vicino ai parametri devianti di un Dorian Gray, ma come l’artista che sfata, smitizza le suggestioni iconografiche popolari specie nel trattare argomenti vicini alla sfera femminile e soprattutto al suo sesso. Per Schlechter la donna non è il vampiro di Baudelaire o la strega dei secentisti. Insomma la donna, che è il tramite, l’anello di congiunzione tra la nascita e la morte, è per Lambert il “fiore-stella” più bello e non la preda della sua lussuria. Tutte le poesie della raccolta non sono, leggendole non distrattamente, bassa letteratura frutto di una stortura mentale che lo pone novello vampiro pronto a succhiare il sangue della sua vittima, oggi in forte ripresa, non ostante le apparenze diverse, tra i giovani e non solo delle classi così dette “bene”. La lettura ci porta, anche, a considerare la forte profondità dell’autore, il quale non si rassegna o meglio non si adagia al “nihil novi sub sole”; è per questo cerca filosoficamente di darsi delle risposte che tarderanno a venire o che non arriveranno mai, se non nel mo-


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mento in cui si troverà, forse, in quel luogo che è l’opposto di ogni posto: la dimensione in cui egli non crede perché rifiuta il concetto di immortalità. E chiude con la seguente quartina: la ventisettesima non verrà scritta qui la scriverò non so quando né dove forse nel mio ultimo mattino con le mie ultime parole in silenzio Salvatore D’Ambrosio

ALL'IMPERATRICE MARIA KAPPES Devo di nuovo richiamarti alla mia memoria, e tu viaggerai immaginariamente tra le città, attraverserai mari, deserti e boschi, stanotte, questa notte precisa, devi di nuovo stare con me, perché per ancora una volta il mio letto su cui mi sono coricato questa notte, avvolto alle mie coperte, assomiglia a un letto funebre. Mi ha accettato e mi ha immobilizzato, durante una notte eterna, durante una notte in cui non finiscono gli incubi. Proprio questa notte, bisbiglierò e urlerò dicendo il tuo nome, ma aggiungerò anche altre due parole, finché non si trasformeranno in inno, ancora e ancora, quando le mie lacrime scorreranno cocenti, vane, sprecate, sul mio viso: ti adoro...!!! ti adoro...!!! ti adoro...!!! Anche stanotte di nuovo sognerò le tue splendide membra, i tuoi piedi, il tuo seno, la pettinatura dei tuoi capelli, i polsi delle tue mani, pieni di braccialetti, le tue mani grandi, che, nel momento dell'amore abbracciano con passione il tuo amante... il tuo amante...! quando diventi la sua amante... la sua...! la sua...! e non la mia! Quando sospirerai profondamente e quando lo guarderai con i tuoi meravigliosi occhi, pieni di lascivia, quando il tuo corpo sentirà i brividi dell'amore, allora dovrò nuovamente invitarti a stare accanto a me, anche per un attimo solo, per un solo ed eterno momento, per sempre. Persino se tu non verrai e non vorrai mai venire da me! Ho detto che ti aspetterò e ricordo che nel

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momento in cui te l'ho detto, tu hai riso mostrando i tuoi dubbi, ma se un giorno dovrai sapere qualcosa d'importante per me, quello che dovrai sapere è che penso a te ogni giorno, penso al tuo riso, alla tua pelle, alle tue labbra e all'aura che emanano tutti questi aspetti che mi accompagnano ogni notte e soprattutto questa notte ti adoro ancora, senza provare invidia per nessun uomo, di tutti quelli con cui hai accettato di godere l'uno il corpo dell'altro. Non proverò invidia neanche per l'uomo a cui presterai giuramento di amore eterno e con cui sceglierai di dividere il pane e il vino della vita, la successione del sole e della luna, del giorno e della notte. Nel momento in cui lui ti sussurrerà all'orecchio con amore: ''ti adoro e adoro il fatto che tu sei il mio Angelo'', facendoti sorridere dalla felicità, persino in quel momento, per quell'uomo non proverò gelosia... mai! Parlerò soltanto di quelle notti durante le quali, mi sentivo che c'era nel mio petto una colomba, intrappolata in reti, che si sforzava di liberarsi, solo di quelle notti parlerò! Attraverso gli occhi della colomba cercavo soltanto il tuo sguardo che le avrebbe dato la forza di volare. Solo il tuo sguardo Maria, in quelle notti, in quel locale notturno economico, in cui i tuoi occhi non hanno vagato allo scopo di fronteggiare i miei occhi, una cosa che desideravo così tanto, e sono sicuro che tu lo sapevi, ma non volevi dare a quella colomba la gioia di volare e così io non mi sarei più sentito che nessuna cosa tua mi possedeva, solo per quei giorni mi sento addolorato! Maria....mi sbaglio per ancora una volta, pochi secondi prima che il sonno profondo addormenti i miei sogni, mentre, per ancora una volta, per l'ultima volta, sussurro urlando: Maria Kappes1 ti adoro!!! e i miei sogni mi regalano un sorriso anche per questa notte!!! Themistoklis Katsaounis Traduzione dal Greco di: Giorgia Chaidemenopoulou 1 - La persona e i fatti che si riferiscono in questa poesia sono fantastici.


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LICEALI: COLOMBI DIROMPENTI NEL CIELO AZZURRO DELLA VITA di Sandro Angelucci N’opera scritta con amore e per amore, per i giovani e con i giovani, l’interessante proposta letteraria di Francesca Luzzio; un libro che più che appartenere ad un genere (e, dunque, a se stesso ed all’autrice) è offerto alla totalità, ad una generazione nella quale si specchia la coscienza di un’intera comunità, la responsabilità dell’ uomo e della donna adulti e moderni, che hanno frettolosamente apparecchiato una tavola sfarzosa ma povera di materie prime. Ed è dal titolo, meglio, dal sottotitolo che intendo partire perché sempre più chiaro appaia lo spirito che sostiene la necessità di dare vita ad un lavoro di questa natura. La Nostra professoressa, ora a riposo, di italiano e latino nei licei - intesta così la sua fatica letteraria: Liceali - L’insegnante va a scuola: bene come detto - trovo molto significativo quell’ andare a scuola; un’azione che presuppone qualcosa di diverso e si presta ad una duplice chiave interpretativa. Il recarsi a scuola viene comunemente ascritto a chi la stessa frequenta per apprendere, allo studente; nel caso in questione, però, anche e non meno, al docente, che la raggiunge in quanto, ovviamente, sede del proprio impiego ma, altresì, luogo dove egli stesso impara. È questa particolare sorta di conoscenza, che senza imporsi diviene indicativa di un ammaestramento, a costituire la base solida e sicura dalla quale si origina sia la scrittura in prosa che in versi di cui si sta disquisendo: “La bellezza della letteratura, dunque - sostiene Gros-Pietro - non sta nel fatto della pienezza declamatoria ma risiede invece nella potenza solutiva della comunicazione destinata a travalicare tutte le barriere…”. E gli impedimenti ci sono, sono imponenti come catene di montagne insormontabili, tanto invalicabili da smorzare, il più delle volte, persino la più decisa determinazione a scovare il passo o a scavare il tun-

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nel per raggiungere l’altro versante: è nella vallata contigua che si trovano i nostri giovani; gridano, si ribellano, si rifiutano di vivere nel pantano scegliendo paludi che nascondono sabbie mobili ancora più pericolose. La loro richiesta d’aiuto, però - perché di questo in definitiva si tratta - resta inascoltata; lo scontro generazionale, che sta nella naturalità delle cose, rischia di trasformarsi in mèra assenza di confronto, in incomunicabilità. Ben venga, allora, chi va a scuola per imparare ad insegnare, perché per tentare di sanare la frattura bisogna, prima, immedesimarsi nel dolore che prova chi ha le ossa spezzate, comprenderne le cause e, poi, insieme, farsi forza per riprendere il cammino. Inizia, perciò, col raccontare l’autrice: sono storie vere, drammaticamente vere, e occorre prenderne atto subito (mi ripeto: è il primo passo, il primo colpo di piccone nella roccia). C’è grande coinvolgimento ma la discrezione, il tenersi in qualche modo volutamente ai margini è - a mio parere - la nota dominante: intendo dire che la Luzzio non interferisce, non prevarica intromettendosi nel narrato; lascia la parola agli alunni, concede loro la massima libertà di espressione per carpire ogni tenue raggio di luce che filtra da un cielo plumbeo, troppo spesso uggioso e soffocato. Per ribadire il concetto, voglio fare un sensibile balzo in avanti ed arrivare alle ultime pagine, per l’esattezza alla 125, riservate alla poesia: vi si trovano i versi de Il senso della vita, dedicati - come la scrittrice stessa dichiara - “agli allievi che l’hanno compreso”. Li riporto quasi integralmente: “Ogni giorno buio o banale che sia/contiene luce di verità. // Lo sa Maria che indora i sentieri/e vive inverni di primavera. // Lo sa Marco che annusa profumi intensi/di amore che sillaba preghiere.// Lo sa Teresa che guarda cieli di bellezza /e sazia la mente che sorbisce / granite di sole irradianti serenità. . .” cosicché non si renda necessaria qualsiasi ulteriore spiegazione. Dopo la digressione, tuttavia, prendo di nuovo in mano i racconti e ascolto quelle voci: sono macigni che cadono, mi feriscono ma non esistono altri modi per instaurare una


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comunicazione. Già dalla lettura dei primi testi si entra nel vivo delle problematiche esistenziali del mondo giovanile, ed è come fare un bagno in un mare agitato da tempeste che a volte si scatenano in tutta la loro irruenza, altre agitano la superficie, altre ancora sembrano togliere qualsiasi speranza di placamento. Ma è un mare in cui dobbiamo immergerci se non vogliamo rischiare di annegare veramente: penso a Buttiamocela, una storia d’amore nella quale s’intrecciano sentimenti contrastanti; il marinare la scuola (“buttarsela”, appunto, nel linguaggio loro congeniale) è l’occasione giusta per una coppietta d’innamorati per vivere intensamente una travolgente passione. La descrizione del luogo scelto “in silenzioso accordo” dai due prospetta una natura armoniosa, che cattura e protegge, che gode di quelle carezze (“Alice e Giovanni si sentono come nubi vaganti nel cielo che forte vento spinge a unirsi, ad amalgamarsi…”), un vento che “soffia leggero tra i rami che (anche loro) sussurrano parole d’ amore (mente) pudico, lo scroscio delle fontane sorride.”. Fin qui, nulla di nuovo sotto il Sole: sono momenti pervasi da afflati “mistico-carnali” che molti di noi hanno dimenticato ma tutti abbiamo vissuto; neri nuvoloni, però, si affacciano all’orizzonte (“Sai Giovanni, io, io aspetto un bambino, le precauzioni prese non sono… - confida la ragazza al ragazzo, il quale “con arroganza, dandole… uno spintone” replica: “Che dici? Ma chissà con chi l’hai fatto…, sei una puttana chi sa con quanti ti sei messa! - e scappa via come un toro infuriato.”. Dov’è finito il Sole di quella giornata straordinaria? Perché, adesso, il canto della natura è sovrastato da rumori assordanti? Perché la bellezza è coperta da cumuli di nefandezze, di sudici detriti? Ecco, allora, che iniziano a bruciare le ferite: la signora Maria (la madre di Alice) si rende conto che per proteggerla ha finito col perseguitarla, giungendo a farsi ingannare; non le resta che rimediare accogliendo “con comprensione amara” non soltanto sua figlia ma il nuovo germoglio di lei. Sono problemi, oggi, all’ordine del giorno

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e, quello citato, non è che uno dei tanti. Ovviamente non posso soffermarmi (anche per non togliere il gusto della lettura) sui singoli episodi ma ciò che li accomuna e su cui è doveroso e importante riflettere, per assumerci le nostre responsabilità, è l’errore della nostra generazione. Non dico certo nulla di nuovo asserendo che le colpe dei genitori ricadono sui figli ma è indispensabile fare autocritica (basta leggere le parole del padre di Mario, durante il Consiglio di classe della IV F, a pagina 27). Se proprio si vogliono ricercare le cause per risalire all’origine del disagio giovanile, queste non vanno (lo dico con assoluta convinzione) rintracciate nei loro comportamenti, nella loro ribellione; occorre, invece, ‘andare in pensione’ con l’emozione di essere - come la Nostra limpidamente scrive nella poesia riportata in quarta di copertina - “Esaminatrice esaminanda”, di “chiedere e soffrire”, di “gioire in voi per voi, / colombi dirompenti / nel cielo azzurro della vita”. Sandro Angelucci TRANSFERT PSICOLOGICO Nell'eden giaccio primordiale. Il respiro non s'ode delle piante, immobili pendono dai rami i frutti. Dorme il silenzio, sogna natura, statica la tavola serica del mare. Il sole involge di luce e calore il Tutto. Adamo ed Eva vagano felici nel rigoglio di verde e fiori: non ancora il serpente dagli inferi è sbucato per insidiarli e l'ira provocare del Signore. Antonia Izzi Rufo


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UN SOGNO CHE RESTA DI

GIANNI RESCIGNO di Nazario Pardini

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OLGERE lo sguardo al passato per renderlo presente ed al futuro per farlo immortale

Da dove venimmo là torneremo: questa vita un sogno che sosta tra acqua e vento caduta di foglie e festa di fiori È qui la poetica di Rescigno, il suo pensiero filosofico, il filo conduttore del suo poema. In questa poesia eponima, in questo messaggio incipitario. Qui sta tutta la plurivocità di un dire vicino e contaminante, perché ciascuno di noi vive con intensità i patemi esistenziali di questa nostra causale, misteriosa e problematica permanenza terrena. Un sogno che sosta. Ed è proprio il sogno che ci eleva al di sopra delle contingenze, sostando in attesa non tanto del ritorno di una realtà cruda e dolorosa, quanto di spazi più ampi e generosi, più luminosi ed epifanici ai quali il poeta affida tutto se stesso. E lo fa col corpo a corpo con una parola qui esperito di una autoptica e generosa frequentazione dell’interiorità. Con la sonorità eufonica di un verso essenzializzato dove la memorialità, la stupefazione, la meraviglia, e la sorpresa di fronte a un mondo sempre nuovo e vitale per le sue potenzialità cromatiche creano in lui la consapevolezza di essere attore/fruitore di tale bellezza: quella di vivere hic et nunc sentimenti, passioni, dolori, cadute e risalite che nel loro insieme determinano un percorso irripetibile; un percorso che ci è toccato e che ci zuppa della sua essenza da poter essere tradotto in quelle magiche soluzioni che tanto sanno di elevazione. Già ebbi a scrivere a proposito di Rescigno: “… Un incipit poeticamente saturo di vita e di morte. Di quella morte che ingombra di sé ogni minuto del nostro esserci. E di una

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vita di cui il poeta per primo riconosce l’ inaffidabilità, avendone provato in prima persona il dolore per sottrazioni e per delusioni. Anche se queste defaillances esistenziali vengono ripagate, in queste poesie, da un saldo ancoraggio a valori etico-civili e religiosi che si fanno fondamentali nella storia di Rescigno. Questa è la sua poesia, che, pregna di perché, di abbandoni, e di ritorni aggrappati all’ azzurro, si distende su un tracciato fatto di pièces brevi e concise, in cui l’articolazione di una metrica essenziale sa lasciare spazi ad endecasillabi dalla bellezza eufonica per uscite dal sapore sinfonico…”. C’è la vita nella sua poesia, proprio così, piena, zeppa delle sue vicissitudini amare, dolorose, misteriose, anche, gioiose, e inquietanti; c’è il polemos tra gli opposti: Eros e Thanatos; è cosciente il poeta della brevità di questa vicenda, della sua precarietà; e lo spettro della morte è frequente nei suoi versi. Ed è allora che si arrampica su scalate oniriche che lo rigenerino spiritualmente, perché il sogno fa parte di questa nostra avventura e Rescigno si crea mondi che lo possano ospitare ed estraniare anche dalle aporie di un tempo emotivamente deprimente, di un mondo che egli sa di dovere prima o poi abbandonare. Da qui quella inquietudine di un terreno che vive a pieno la dicotomica permanenza dalla double face del nostro esistere: la terrenità che ci tiene vincolati ai suoi spazi e la spiritualità che vorrebbe volare alto, verso azzurri svincolanti, con slanci oltre limina al di qua dei quali c’è un vivere che ci turba e ci priva. Per questo il sogno ha un effetto affrancatore nella poetica rescignana, proprio perché la vecchiaia si aggira fra le stanze e i sogni, portati via da un vento che non s’ode, vanno a rifiorire in altri prati: In un angolo gli anni il silenzio le canzoni. Lì il cuore la fatica dei pensieri. Lì le parole l’odore secco della vita. La vecchiaia


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si aggira tra le stanze. Ha la lanterna della giovinezza nello sguardo. I sogni portati via da un vento che non s’ode vanno a rifiorire in altri prati (In un angolo gli anni). Qui la positività del messaggio di Rescigno: i dolori della vita, il ricordo struggente della giovinezza, la malinconia di una vecchiaia che circola con la lanterna per le stanze, tutto viene lenito da una speranza indistruttibile e solida che sempre più si fa vigile sugli slanci escatologici del Nostro. E le sottrazioni vengono così assorbite in queste iconiche parvenze che sanno tanto di trascendenza, di serenità ri-trovata: … Se vuoi sentire Dio svegliati al mattino alla stessa ora mettiti una mano sul cuore incomincia a camminare non per un mattino ma per tutti i mattini della vita (Se vuoi vedere Dio). Serenità e amore. Tanto amore in questa silloge in cui l’anima cerca di trovare nel verso la sua residenza spirituale, la sua casa comoda per poter riposare dopo una vita cosparsa di avvilenti quadri: … Ci dicesti andate tutti oltre il cielo che vedete dietro le montagne e fate che grano e papaveri vi siano tenere radici di ricordi nel pensiero. E vi siano viatico in ogni orale mie parole, sul ciglio di ogni baratro sostegno soprattutto amore se avrete scordato che significa l’amore (Di te nell’aria che s’oscura).

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Dopo un cammino percorso e cosparso di tappe da Via Crucis: … Minuto dopo minuto in ogni ora c’è dolore, c’è la faccia della vita: qua la guancia della sera là il versante illuminato (Stanze e corsie). Ma il tutto si stempera in questo poema, ed il domani si fa sempre luminoso e zeppo di speranza in braccio ad una natura che è disposta a brillare e a dare corpo ai venti che sfioreranno la luna per tramandare la voce del poeta: Tu sopravviverai se il mio nome lo ripeteranno i venti che sfioreranno la luna e il respiro, la voce, lasciati nei fiori e nelle parole di carta si rianimeranno quando le illuminerà l’alba di domani (Tu sopravviverai). Ed è proprio in questa speranza di sopravvivenza che sta il focus della poesia di Rescigno. Dacché il Nostro ama la poesia, ed è ad essa che affida tutte le sue occasioni, tutto il suo bagaglio mnemonico-vicissitudinale per vincere l’oblio, il nulla contro cui lotta con tutte le sue forze; perché sa, e ne è cosciente, che il tempo ci inganna. Ci fa posare gli occhi sulle cose più belle, sui tramonti iridescenti, o sulle albe nascenti, per nasconderci però la sua insaziabilità, la sua voracità di ore e di giorni: Spesso dura una notte la vita. Accendere tempo nel buio non è fatica: il silenzio aiuta a tornare là dove iniziammo il cammino. (…) Che la vita duri una notte ce lo dice l’alba mentre ci apre


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le palpebre con tenui bagliori… (Una notte la vita). E quando si affida alle memorie lo fa per mantenerle vive, per rigenerarle in continuazione, per dare loro corpo; ed è in esse che sprofonda con tutto il suo sentire, in quella alcòva rigenerante dove: Cercavo il tuo braccio perché vi appoggiassi la stanchezza delle corse sui sentieri. E quando: Era agosto innamorato delle stelle. (…) Erano giorni quelli che cadevano nel buio senza farsi male sorgevano sempre uguali ogni mattino (L’ora della luna). Ecco! Questo è Rescigno; questa la complessità del suo viaggio; questa la liricità del suo canto; un canto che dà sfogo ad ogni palpito della nostra caducità, elevandosi al di sopra delle cose; volgendo lo sguardo al passato per renderlo presente ed al futuro per farlo immortale; perché i sogni sostano e non c’è brina che li possa gelare e non c’è vento che li possa spazzare; trovano sempre un prato dove poter rifiorire:

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i gerani ha irrorato sul balcone. Io ceno presto. E la tovaglia ho scosso per i merli e i fringuelli del querulo mattino. Ed è già sera. Dalla finestra al retro della casa, oltre il giardino dal sontuoso cedro, vedo il palazzo che mi sta di fronte, dalla facciata con cento finestre, in parte accese a rischiarar ritorni dall’opra usata, la famiglia unita e fumante la cena sopra al desco. E poi parole, i soldi per la spesa, con l’ansie ed i timori, i pianti, i drammi che pure sempre questa vita impone. Poi s’annera la sera e si fa notte; a poco a poco rabbuian le finestre, la quiete cala nel giardino, mentre il lume dei lampioni leva spettri d’alberi e cespugli. S’alluna il nero. Le luci spengo delle mie finestre: con l’ombre par s’aggravino i pensieri. Su quattro note l’usignolo amico, fido compagno della tetra insonnia, sul ramo di magnolia, mi rinnovella il canto suo notturno che in parte m’asserena e mi consola. Serena Siniscalco Milano, settembre 2013

I sogni portati via da un vento che non s’ode vanno a rifiorire in altri prati.

POESIA Nazario Pardini

30/04/2014 Gianni Rescigno: Un sogno che sosta - Genesi Editrice. Torino. 2014. Pagg. 160. €. 16,00

FINESTRE ACCESE Da quattro fili tesi ha ritirato Liliana i panni stesi ormai asciutti. Ceci, l’altra vicina appresso,

La poesia parla attraverso le mie mani. Si rivolge a te e cammina con le mie parole. Esse raccontano il mio vissuto, nei momenti liberi, sono vertigini nel labirinto di questa vita. Teresinka Pereira Traduzione di Tito Cauchi


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L’INSEGNAMENTO DI

GAETANO SALVEMINI A 50 ANNI DALLA MORTE di Leonardo Selvaggi I AETANO Salvemini, nato a Molfetta nel 1873. Giunge, privo di mezzi, con una borsa di studio all’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Animo acceso, infaticabile, ama l’ordine e la chiarezza, studioso di Euclide, legato ai principi morali e letterari di De Sanctis. Fra i maestri avuti all’ Ateneo fiorentino in primo piano per onestà e coerenza Pasquale Villari, dalla parola splendida, segno di probità e di immediatezza operativa. Altri maestri Coen, Vitelli, Paoli. Con religiosità si avvicina al socialismo, è amico di Cesare Battisti. Professore di storia moderna a Messina, Pisa e Firenze. In polemica con Filippo Turati combatte sui temi del meridionalismo, del federalismo e del suffragio universale. Nel 1899 pubblica “Magnati e popolani a Firenze dal 1280 al 1295”, “Le origini della reazione”. Carico di forza espansiva, di entusiasmo: Firenze con la presenza di Gaetano Salvemini diventa un centro di vita etico-politica. Ai suoi principi storici e morali devoti Federico Chabod, Piero Pieri, Ernesto Sestan. Nel 1910 fonda l’Unità con De Viti De Marco. Esce dal P.S.I. nel 1911, in occasione della guerra libica. Con furibonda audacia scrive articoli contro il fascismo. Deputato dal 1919 al 1921. In un corteo, poco dopo l’uccisione di Matteotti grida con tutta

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la rabbia contro le nefandezze di Mussolini. Nei confronti della dittatura è inflessibile. I fascisti gli danno la caccia all’Università e fuori. Subisce un processo, sfuggito per miracolo alla morte, si rifugia nel 1925 all’estero. Si reca in Francia, in Inghilterra e poi negli Stati Uniti d’America, ove insegna all’ Università di Harvard. II Altre opere: “L’Italia politica nel secolo XIX” (1925), “Mussolini diplomatico” (1932 ), “Historian and scientist” (1939), in edizione italiana “Storia e Scienza” (1948). Ancora, “Stato e Chiesa in Italia da Pio IX a Pio XI”, in seguito molti scritti sulla questione meridionale, sul Cattaneo e sul Mazzini. Illuminato da una eterna fede, non ottimista, ma sempre combattivo intorno ai problemi concreti. Quando è in America la sua attività è inesauribile, durante gli anni dell’ultima guerra sostiene con alta dignità il proprio paese, affermando che l’Italia e il fascismo non sono un’unica cosa. Collabora al movimento “Giustizia e Libertà”, fondato a Parigi nel 1929. Dall’America è in contatto con i suoi amici che resistono con un certo eroismo ed estremo coraggio. Enorme il dolore per la morte dei Rosselli. L’insegnamento di Gaetano Salvemini esprime severità, generosa onestà. Gli sono vicini Ernesto Rossi, Piero Calamandrei. Occorre essere lontani dalle miserabili contraddizioni parlamentari: rieducare anzitutto la gioventù, avere di mira azioni che hanno un loro sicuro obbiettivo quando si va al governo. Entusiastico fervore, riso aperto, ostinazione nel ribadire delle idee basilari. Un vulcano vero Salvemini con le sue proposte, perorate con un impegno sempre più deciso nel controbattere e perseverare. L’Italia dopo la Resistenza vive un periodo di incertezze, viene a trovarsi in un ginepraio di compromessi. La parola di Salvemini è una lama tagliente di incitamento che rimane nel tempo impronta incancellabile. Calamandrei nell’ ottobre 1944 scrive che Salvemini è per tutti una guida, mentre Ernesto Rossi vede in lui per lealtà e nobiltà di pensieri un uomo degno


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di tenere viva l’aspirazione alla Giustizia e alla Libertà. III Non ammette adattamenti, l’esilio lo rende rigoroso e inasprito. Il camino delle idee procede secondo una traiettoria che guarda verso punti fermi. E’ contrario alla cooperazione con gli Alleati durante la lotta contro i Tedeschi, ogni accordo gli pare un cedimento. Arriva a delle assurdità e ad avere modi ingenui, per la schietta, pura moralità delle mete che si propone di raggiungere. Il futuro va affrontato con metodica serietà, studiando i problemi concreti del paese. Contro la retorica e la megalomania, con indipendenza di carattere, spassionato, senza riguardi per nessuno. Gaetano Salvemini sdegnoso verso le eccessive teorie nelle discussioni al congresso del Partito d’Azione. Le astrazioni non si vogliono, ma immediatezza e azioni spregiudicate. Gaetano Salvemini dovrebbe essere presente oggi per averlo fermamente oppositore, certezza operativa in tempi di politica inetta, insulsa, mafiosa, fragile, confusionaria, con personaggi senza onorabilità egoisti, ipocriti, nemici del bene pubblico. Il Partito d’Azione infonde forza nuova ai repubblicani e ai socialisti, indica maggiore risolutezza davanti ai vecchi errori. Occorre tempestività nei programmi. La federazione europea non può essere promossa ai suoi tempi, bisogna prima rinsaldare strutture e rapporti di governo per ottenere le auspicate realizzazioni. Salvemini ritorna al Risorgimento, convinto che il presente non può prescindere dagli eventi passati. Gli errori come i motivi di speranza si ripetono da un secolo all’altro. La saggezza e l’esperienza fanno capire che nella storia ci sono sempre dei fatti che si verificano inavvertitamente, occorre avere uomini che si dedicano ai propri doveri con coraggio e prontezza risolutiva, con spirito collaborativo e volontà di operare. Dell’ottimismo Gaetano Salvemini rivela pensando ai Partigiani di Firenze e dell’Italia del Nord. La resistenza ha creato fiducia negli Italiani e infiammato il suo ritorno dall’ America. I suoi scritti sono

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espressione di verità. Ama i puri di cuore, i credenti di ogni fede. Accetta gli insegnamenti di Gesù Cristo e li pratica come meglio può, non gli importano i dogmi che si sono sovrapposti ai principi morali. Problemi veri, uomini validi con fierezza e senso di Patria. Sempre difficile possedere le virtù che fanno l’uomo autentico di governo. IV Vuole una Costituzione breve, senza la parte relativa ai diritti sociali, quasi una specie di Statuto Albertino, rivisto alla luce dei tempi nuovi. Vanno messi in risalto le responsabilità dei funzionari di fronte ai politici, la distinzione precisa dei compiti, le incompatibilità parlamentari. Severo nei confronti della classe dirigente. Dei politici suole dire che il male lo fanno bene e il bene lo fanno male. Bisogna stare sul campo di battaglia, mai tacere, dire quello che si pensa senza timore. Anche il cittadino deve cooperare, deve seguire da vicino la cosa pubblica, tenerci le mani sopra, come diceva Cattaneo. Gaetano Salvemini ritorna in Italia, collabora con “Il Mondo” di Pannunzio e altre riviste come il “Ponte” di ispirazione laica e radicale. Il 16 novembre 1949 risale sulla cattedra di storia moderna all’Università di Firenze, abbandonata nel 1925. Ricorda i suoi maestri con nostalgia e gratitudine, tutti di grande esempio per probità scientifica, oltre a quelli già citati, Trezza, Tocco. La verità soprattutto senza finzioni. Maestro di vita Pasquale Villari, lo storico, l’ insegnante che sa infondere il meglio di sé, generoso, di grande bontà e semplicità. Villari, non l’uomo di partito, il politico. Un nobile scrittore, le pagine di grande attrazione per Salvemini sono quelle sulla questione meridionale e sui problemi sociali, la sua è la voce della coscienza morale, sincera, severa. Le parole di Villari stimolano gli uomini di fede socialista. Gaetano Salvemini rimane fedele al maestro, anche se i dissensi politici esistono. Maestro e nel contempo compagno Antonio De Viti De Marco, pugliese come lui, uomo di passione, di carattere, ardenti tutti e due nel campo della questione meridionale,


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antifascisti imperterriti. Il lavoro dello storico, imparato dal Villari, consiste nel condurre la ricerca scientifica seguendo le fonti e con obbiettività, nel tenere stretto il rapporto fra storia, sociologia e scienze naturali secondo i principi del positivismo. Salvemini, al contrario del maestro, non è vicino ai dettami del positivismo, è uno storico, non un filosofo. V Gaetano Salvemini da storico onesto mira alla ricostruzione integrale dei fatti, alla concretezza degli avvenimenti, al di sotto delle parole generali come Classe, Riforma, Rivoluzione, vede gli uomini vivi. Non la fredda ricerca, ma la passione per il tema prescelto, l’indifferenza offusca la visione critica. Il rifiuto della pura erudizione, i fatti minuti ravvivati dalla sintesi. L’utilità pratica della storia per la società. La ricerca come un evolversi attraverso successive tappe per arrivare alla esplicazione della verità. L’umiltà è della Democrazia, l’infallibilità, della dittatura, della intolleranza. I doveri dello storico non possono essere indifferenti all’errore, al male. Il suo ardore e il senso nazionalistico che sorreggono l’indomabile coerenza sono di stimolo ai vaneggiamenti, alle perversità, al malcostume del nostro tempo. Gaetano Salvemini conduce un lavoro serio senza illusioni e senza farsi dominare dalle altisonanti ideologie. L’impegno di interpretare la realtà attraverso l’informazione non adulterata. Dal 1949 al ’51, dedito all’insegnamento con tutta la sua abnegazione, aperto sempre ai nuovi orientamenti storiografici. VI Assillato dai problemi della politica italiana nei momenti di incertezze e di contrapposizioni di interessi, che suscitano la sua reazione, la sua partecipazione appassionata e ribollente, la inesauribile capacità di indignarsi, prendendo d’assalto con la parola furiosa e polemica gli avversari. Convinto che proteste e l’accanito martellamento giungono sempre a qualcosa di fattivo. Alla ricca produzione si aggiungono “Preludio alla seconda guerra

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mondiale” (1953), “Scritti sul fascismo”, postumi. “Italia scombinata”, titolo amaro e ironico di una raccolta di pagine d’occasione. Semplicità e incontrollabile alterezza per tutta la sua lunga milizia politica. Le sue maggiori speranze sono rivolte all’attività dei democratici di sinistra, ai partiti laici. La determinatezza negli interventi senza reticenze significa non essere complici e conformisti, vili. Al bene comune mirano la dirittura morale, il pessimismo che è volontà di fare, fiducia nei principi di alta umanità. A Firenze rimane fino a quando tormentato dalle bronchiti non si rifugia a Sorrento. Una vita di battaglie fino alla morte. Non è sentimentale, è antiretorico, quando muore nel settembre del 1957 a Capo di Sorrento è sepolto nella nuda terra. Con socratica essenzialità non vede i problemi di secondaria importanza. La sua salma trasportata poi a Firenze, sepolto accanto a Nello e Carlo Rosselli. Nel cimitero di Trespiano, tutti insieme si trovano i fautori dei principi conclamati da “Giustizia e Libertà”. Leonardo Selvaggi SULLA LUNA ...FORSE (ricordando Maria Luisa) Tutte le belle musiche ascoltate e riascoltate insieme ed i balletti classici visti e registrati, i libri letti e discussi fra di noi, tutto l’amore comune per la lingua e per le cose d’Inghilterra, la nostra comune passione per il bello e la dizione perfetta in ogni lingua ed il rispetto sacro per grammatica e sintassi, tutti i paesaggi ammirati e commentati e tutte le nostre discussioni … tutto hai portato su con te nel Cielo. E forse un giorno li ritroverò nascosti in un remoto pianeta se, come già Astolfo alla ricerca del senno dell’innamorato Orlando, salirò anch’io a cercarli e ritrovarli. Mariagina Bonciani Milano


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LE ROSE DI

sopra una corda tesa.

LUIGI DE ROSA

Rosa rossa nell'arsura di luglio

Rosa rosa nel vento di gennaio Rosa rosa che penzola nel vento nevoso di gennaio sospesa a picco sullo sciabordìo dell'onda. Fuggevole promessa di bellezza nella fredda illusione che tutti ci circonda. Rosa bianca sul ciglio del fossato Rosa bianca sul ciglio del fossato: solitudine splendida sospesa sul futuro e sul passato. Quanto al nostro presente è come un funambolo che èsita

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Rosa rossa a raggiungere il cielo sul suo tremulo gambo irto di spine nella sfida al destino. Con i suoi baci dolci di velluto offre la sua bellezza sperando di sopravvivere in altre rose rosse. Al tramonto il sollievo dell'acqua. La vita è lunga, ancora qualche goccia. Domani si potrà anche iniziare ad appassire. Cos'è una rosa ? (a Giorgio Caproni, 1912-1990) Caproni, Poeta amico, anch'io, nel mio piccolo, in una o l'altra sera mi addormenterò deluso, per sempre, dopo avere scritto in versi e in prosa per una vita intera, senza essere mai “ riuscito a dire cos'è, nella sua essenza, una rosa”. E se l'uomo non può conoscere e capire l'essenza di una piccola cosa vivente, precaria, come può capire la Vita, o, addirittura, il Dio che sembra assente ? Tecnologia del poeta Affondare la bocca in una rosa gonfia di pioggia e di profumo lontano dai telecomandi della pubblicità televisiva. Ma benedetto sia il telefono cellulare se con un'allegra suoneria ti raggiunge in ogni luogo dell'anima per sussurrarti parole affettuose ! Luigi De Rosa Luigi De Rosa, che vive a Rapallo (Genova), in pensione come ex insegnante ed ex provveditore agli studi di Trieste, Alessandria, Torino, Bergamo, svolge attività letteraria e pubblicistica fin da quan-


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do era uno studente di liceo classico.. Ha collaborato e collabora a numerose riviste letterarie e a giornali. Inserito in numerose antologie, ha pubblicato libri di poesia con prefazioni di Giorgio Bàrberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Sandro Gros Pietro, Graziella Corsinovi. Fra i suoi articoli e saggi più recenti quelli sulla poesia di Umberto Saba, Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro, Giorgio Caproni, Giovanni Giudici, Giovanni Descalzo, Leonardo Sinisgalli, Antonia Pozzi, Giovanni Pascoli, William Shakespeare ( I Sonetti) ; sul narratore cinese Mo Yan, premio Nobel per la Letteratura 2012 e sulla narratrice canadese Alice Munro, Nobel 2013. Ha vinto numerosi Premi letterari. Tra i più recenti, il “Terre di Liguria”, La Spezia 2012, il “Portus Lunae” , ibidem 2012 e “I Murazzi- Torino 2013”.

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da solo nel bosco, abbandonato. Foglie cadute, speranze appassite, rami svestiti, riflessioni insipide. Non e' ancora fiorito l'amore, chiusi i petali del cuore. Ma sei venuta TU, RAGGIO del Sole, gli hai dato gioia e splendore. Con il tuo vestito soleggiato, la sua anima hai conquistato, con la tua bellezza singolare e l' aspetto particolare. Figlia del sole, bocciolo profumato, dallo stelo, tu, fiore, sei balzato! Bei pensieri, colori nella tua mente, la Primavera, ornata di fiori, sorridente. Nel bosco, immagini impressionanti, odori, sapori, magici, abbondanti! I petali sono aperti per ricevere l'abbraccio, lo sguardo erotico, il suo dolce bacio. Per te, Sole eterno, cielo illuminato, Natura fiorita, mondo rosato. Finite le lacrime, finita la pioggia... sei venuta TU, RAGGIO del Sole, gli hai tolto l'afflizione, il dolore, gli hai dato respiro, VITA, AMORE. Giorgia Chaidemenopoulou Traduzione dal greco della stessa Autrice

L’ARIA DEL MATTINO Qui sopra e a pag. 31, due lavori di Domenico Defelice: “Ragazza con rosa” (olio su cartone) e “Rose” (matite colorate).

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RAGGIO DEL SOLE Cielo grigio, nebbia spaventosa, solitudine amara, Natura spaventosa. Tu, silenzioso, aggrondato,

L’aria fresca del mattino mi purifica, mi esalta e mi inebria quasi come un bicchiere di buon vino. L’aria leggera, fresca e frizzante del mattino. Mariagina Bonciani Milano


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FRANCO DI FILIPPO E MARIA, ICONA DI UN POPOLO DEVOTO di Domenico Defelice

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N libro enciclopedico, di grande formato (30 x 21), in carta patinata; più di 280 nitidissime riproduzioni tra fotografie in bianco e nero e a colori e numerosi documenti, avallato da una Presentazione di Umberto D’Annuntiis - Sindaco di Corropoli -, da una Prefazione del Prof. Adelmo Marino - Università degli Studi di Teramo - e da una testimonianza del Sac. Ivo Di Ottavio - Rettore parroco di Santa Agnese, Santuario della Madonna del Sabato Santo -. Un affascinante affresco che si sviluppa in 22 capitoli e una vasta bibliografia. Dopo essersi soffermato sull’origine del culto mariano nella terra di Corropoli, partendo dall’Era Farnese e dai monaci benedettini, Franco Di Filippo entra nel vivo del tema, trattando della Madonna del Sabato Santo e di come la sua effige sia giunta nella cittadina abruzzese; del ruolo che ebbero gli Acquaviva e Celestino V; delle feste - come quella di Pentecoste -, del fervore del popolo sempre crescente nel corso dei secoli. Ecco, poi, la Chiesa abbaziale mariana; gli avvenimenti del XIX secolo con la soppressione degli Ordini Monastici; la traslazione dell’immagine della Madonna in Santa Agnese; la prima Incoronazione; il primo miracolo del movimento degli occhi - in concomitanza con lo scoppio della prima guerra mondiale (21 maggio 1915) - e il travaglio della stessa

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Chiesa nel riconoscere l’avvenimento come soprannaturale. Infine, dopo aver trattato dell’ incoronazione della Madonna, l’Autore passa a investigare il secondo miracolo (24 maggio - 21 settembre 1942), il restauro della statua, il Santuario mariano, la Peregrinatio Mariae ed altro ancora, non tralasciando, insomma, alcun aspetto del tema, i numerosissimi soggetti e i tanti luoghi interessati, concludendo con l’ultimo capitolo dedicato ai Prevosti di Corropoli. Una narrazione leggera e per gradi e che per gradi si irrobustisce, popolandosi, via via, di personaggi (per esempio, i già citati Acquaviva e Celestino V) e avvenimenti vari che la rendono affascinante; un ghiotto racconto con al centro la Madonna, ma impastato di terrestrità perché calato nella storia di un territorio e di un popolo.

Vogliamo dire che Franco Di Filippo non svolge solo l’argomento strettamente inerente la Madonna del Sabato Santo, ma scava in tutto ciò che ha convissuto e convive al margine di esso, come fiere e sagre (per esempio, il “Ludo de le botte” (p. 79). Vengono coinvolti altri santi - San Rocco, Sant’ Agnese - e relative storie, chiese, conventi, sicché, canonici, prevosti, abati, dirigenti, amministratori, hanno, ciascuno, il loro momento agonico in una narrazione circolare, con richiami e rimandi, che tocca un territorio vasto e non soltanto Corropoli. Un approfondimento sempre più capillare anche per la statua della Madonna, della quale son descritti le vesti e i gioielli, le traslazioni, i restauri, con il contorno di fatti e personaggi. Un vero e proprio affresco, ripetiamo. Una vicenda af-


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fascinante. Un romanzo sapientemente scansionato in 22 capitoli, ognuno dei quali ha vita propria, ma che suggerisce e sospende, sicché l’avido lettore ha voglia di proseguire in una sempre più crescente tensione. Una città e un territorio - Corropoli e dintorni - dove la storia e le tradizioni hanno ancora valore, come le varie istituzioni. Una foto ci presenta, per esempio, i membri dell’attuale Confraternita di San Giuseppe: ebbene, davanti ai maturi personaggi, è confortante vedere due bambini, segno di costante interesse, di continuità e di rinnovo nel tempo. I corropolesi e la loro Madonna è almeno dal 1300 che vivono in perfetta osmosi. La Madonna è sempre vigilante. “Alquanto significativo - scrive Franco Di Filippo -, quel rivolgere lo sguardo materno verso la cappellina del Santissimo Sacramento dove nelle sembianze dell’Ostia Santa è riposto il suo figlio prediletto Gesù, salvatore dell’umanità, quasi a supplicarlo ad evitare lutti e tragedie”. In quanto a Celestino V, Di Filippo sembra privilegiare la tesi che a fare il famoso “gran rifiuto”, trattato da Dante nella Divina Commedia, non fosse stato lui, bensì Ponzio Pilato. Qua e là, non mancano i richiami letterari. Un solo esempio, che riguarda il documento del 14 maggio 1916 a firma Gaetano Prev. Salutanzi, il quale, tra l’altro, scrive: “alma

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cattolica fede ai trionfi avvezza”, parafrasando il grande Manzoni del Cinque Maggio: “Bella Immortal, benefica/fede ai trionfi avvezza!” Particolarmente interessante, per la sua carica sociale e la grande generosità, l’intero capitolo XIII, nel quale si narra dell’ accoglienza, in Corropoli, dell’intera cittadina Telve di Sopra, del Trentino Alto Adige, sgomberata in fretta e furia perché nel cuore del teatro della prima guerra mondiale. Belle e nitide tutte le immagini, riprodotte con assoluta perizia, sicché è giusto definire l’ intero lavoro opera di storia e di devozione, ma anche libro d’arte. Buona l’idea di inserire, di tanto in tanto, la voce dei poeti moderni, come quelle di Osvaldo Santoro, Gaetano D’Aristotile, Tito Rubini. Un libro di miracoli: il prodigio della Nube, il Movimento degli occhi della Madonna del Sabato Santo... Ma non è pure un miracolo il fatto che Franco Di Filippo si sia impegnato per lunghissimi anni, a viaggiare, a cercar documenti e testimonianze, a incontrare personaggi, a visitare chiese ed archivi, assoggettandosi, insomma, a una fatica che avrebbe sfiancato chiunque? Un lavoro egregio, al quale non potrà non ricorrere chiunque, in futuro, vorrà interessarsi ancora di Corropoli e della sua devotamente amata Madonna del Sabato Santo. Domenico Defelice FRANCO DI FILIPPO - MARIA, ICONA DI UN POPOLO DEVOTO. La Madonna del Sabato Santo, l’Abbazia di Mejulano e il Santuario Mariano di Corropoli - Marte Editrice, 2014 - Pagg. 366, s. i. p..

Immagini: Pag. 33, in basso: Franco Di Filippo, la scrittrice e poetessa Ada Capuana (pronipote di Luigi Capuana) e l’ex sindaco di Pomezia, Attilio Bello; al centro, a destra, Paolo Diffidenti - Presidente del Centro Letterario del Lazio di Roma -, Franco Di Filippo e l’on. Raffaele Cutolo, Aula Magna Istituto Statale d’Arte di Pomezia, 1984. Qui a fianco: Domenico Defelice consegna un riconoscimento - per la sua attività giornalistica sul quotidiano Il Tempo di Roma - a Franco Di Filippo, Pomezia, Palestra Istituto Statale d’Arte, 1987.


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NON FARE AGLI ALTRI di Raffaele Cecconi

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I tratta di essere chiari senza il timore di passare per “moralisti”. Non basta essere bianchi o neri, occidentali od orientali, cristiani o musulmani, buddisti o appartenenti a qualsiasi altro credo. Non basta per accorgersi che restiamo uomini pronti a sbagliare, guidati spesso dall’odio o dai pregiudizi, da desideri di rivalsa o spirito di vendetta. E proprio in quanto uomini, ben consapevoli della nostra limitatezza, dovremmo sempre comprendere e agire sulla base di un’ unica regola fondamentale: “Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te”. Si chiami questa regola come si vuole. Diciamo pure che qui l’amore non c’entra. Si tratta di un concetto che fa appello a un senso di reciprocità, diciamo pure di utilità e convenienza che si pone al di sopra di qualsiasi altro principio ideologico o religioso. La nostra vita, spesso, è fin troppo turbata da scontri e assediata da slogans. Ma non fare agli altri e ciò che segue non è un semplice slogan. E’ una vera e propria necessità per chi vuole il benessere del mondo, e del proprio spazio personale, nel rispetto dei suoi simili e prima ancora di se stesso. Come mi scriveva Tullio Crali, amico e pittore di scuola futurista, che resti o non resti “bisogna sempre fare qualcosa nella speranza che sia valido”. Un’opinione da me fortemente condivisa. Non perché suggestionato da slogans, da letture edificanti, e magari dal Vangelo con la parabola del seminatore. Ma perché semplicemente questa convinzione la sento, mi corrisponde in pieno, appartiene al mio istinto e alla mia natura più intima e profonda.

LA SCIENZA E IL MARE Ogni scienza, anche la più esperta, precisa e progredita, alla fine si è sempre rivelata insufficiente, frutto di calcoli e conoscenze sempre

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provvisorie, soggetta ad errori o a ipotesi a volte giuste, ma a volte totalmente sbagliate. Ogni storia è storia di qualcosa che non riesce mai a compiersi del tutto, a fissarsi in un risultato chiaro e definitivo, ultimo ed esauriente. E’ quindi la storia del mare che lambisce la spiaggia, a tratti la sommerge, ma poi si ritrae per ricominciare daccapo nel suo moto continuo ed instancabile soggetto al volubile mutare dei dati, dei venti e degli eventi.

IL PENSIERO Un pensiero può essere piccolo o grande, può fare bene o fare male, può entrare nell’ anima o scivolare sulla pelle. Ma in ogni caso un pensiero non lascia mai indifferente chi lo esercita o lo riceve. Il pensiero, da sempre, ha segnato lo sviluppo o la crescita dell’intera umanità oltre alle cause dovute a fenomeni naturali legati a cambiamenti climatici e atmosferici, fisici e geologici. Auguriamoci che il pensiero, nel suo processo evolutivo, trovi sempre il modo di resistere e affermarsi quale fonte equilibrata di progresso e di benessere per tutti: anche per coloro che non pensano perché non sanno o non vogliono pensare. Fingono di credere che il pensiero non esista. Oppure pensano che esiste soltanto il proprio pensiero, ma non quello degli altri. C’è tuttora chi dice ogni tanto: “Più parole, più idee”. Ma le idee nascono nel cervello, non dal vocabolario. Un vocabolario, quando le idee ci sono, può soltanto aiutare ad esprimerle e a definirle. Raffaele Cecconi Stampare un giornale ci vuole coraggio, ma è più difficile farlo vivere: composizione, bozze, carta, stampa, buste, francobolli… se non volete che POMEZIA-NOTIZIE muoia, diffondetelo e aiutatelo con versamenti volontari (specialmente chi trova la propria firma, o scritti che lo riguardano, dovrebbe sentirsi moralmente obbligato. L’abbonamento serve solo per ricevere la rivista per un anno). C/c. p. n. 43585009 intestato al Direttore


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(Aracataca, Colombia, 6 marzo 1928 – Messico 17 aprile 2014)

GABRIEL GARCÌA MÁRQUEZ CENT’ANNI DI SOLITUDINE di Tito Cauchi

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LLA scomparsa di Gabriel García Márquez, premio Nobel per la Letteratura 1982, avvenuta il 17 aprile 2014, per tutta una settimana, gli organi d’ informazione hanno dato ampia diffusione: fiumi di parole, tanto da permettere di riscrivere la sua opera narrativa più famosa e citata. Il romanzo Cent’anni di solitudine, nelle edizioni Utet (1986), è di 450 pagine nette, tradotto da Enrico Cicogna; si sviluppa intorno a un paese, Macondo, invenzione letteraria, che ricalca la sua città nativa, in Colombia, per tutta la durata di un secolo che vede la sua fondazione con le prime baracche, ad opera del progenitore della stirpe dei Buendía e di altre venti famiglie, fino allo sviluppo di città moderna e quindi di declino e abbandono. Il libro si connota come denuncia contro il regime dittatoriale conservatore colombiano, contro il colonialismo, lo sfruttamento del lavoro, che hanno portato alla guerra civile. Nel caso specifico lo Stato della Colombia ha ottenuto l’indipendenza, insieme ad altri Stati d’America, nel 1810; ma di fatto le rivoluzioni interne l’hanno attraversata per l’intero sec. XIX. Si spiega così la tecnica del preannuncio o della sintesi all’inizio dei capitoli e il motivo ricorrente di raccontare alcuni episodi

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durante il romanzo, che fanno da chiave di lettura. L’Autore compone pagine descrittive e dialogiche belle, che mettono in risalto aspetti di varia natura tutti interessanti; tuttavia ritengo che la lettura proceda con difficoltà, per l’ abbondanza dei personaggi denominati per pagina, specialmente di quelli omonimi, per l’ avvicendarsi continuo di episodi in tempi cronologici, attuali, remoti e trapassati, e per i pochi capoversi per staccare tempi ed eventi diversi. Ciò si supera dopo alcuni dei venti capitoli, tutti della medesima ampiezza e si comprende essere frutto di un flusso ininterrotto e incalzante, comunque compensato dal discorso che si mantiene sempre appassionante. Bisogna comunque prendere buona nota della genealogia dei personaggi per non disorientarsi. Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez, contiene una varietà umana che rappresenta un campionario esemplare, sia pure all’eccesso, per essere maggiormente incisivo. Dagli episodi si possono trarre analogie o confronti fra i personaggi: alcuni per profondità di pensiero (lo zingaro Melquíades); o l’uomo ultracentenario giramondo che portava le notizie di familiari a chi non si riusciva di raggiungere (il cantastorie Francisco el Hombre). Il tutto con estrema naturalezza, quasi che l’Autore fosse assente, come se l’ opera si fosse scritta da sé. Nonostante le apparenze, si rivelano donne eroine (la matriarca Ursula); spregiudicate e senza cattiveria (la cartomante Pilar); generose (la concubina Petra Cotes); patriottiche (Vicitación la serva, muore di vecchiaia e desidera che tutto ciò che ha risparmiato nel corso di venti anni, vada a beneficio del col. Aureliano Buendía per continuare la sollevazione); depravate o semplicemente assatanate di sesso e così via. E anche da parte degli uomini, disponiamo di un ventaglio altrettanto variegato. Abbiamo uno sguardo ammirato verso la cultura italiana e qualche riferimento alla cultura spagnola, mentre si percepisce la mal disposizione verso il capitalismo nordamericano. Descrizioni incisive che vanno dal leggero


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(le scoperte pseudo-scientifiche del capostipite o le burla dei due gemelli che si scambiano il ruolo), al tragico (il suicidio di Pietro Crespi, la fine miserevole del primogenito e di altri personaggi), al ridicolo (l’amante che muore scambiato per un rubagalline); l’orrore della strage di oltre tremilaquattrocento persone che si vuole taciuta o del bambino squartato a colpi di machete senza motivo; e tante altre situazioni sentimentali dal tenero di chi scrive poesie all’uso più disinvolto del sesso. Nella lunga narrazione si inseriscono eventi favolosi, soprannaturali, credenze popolari e superstizioni; eventi sindacali, politici e, infine, una guerra civile che si rivela il fine ultimo del romanzo. Ma pure si rinnovano alcuni miti dell’antichità, come la pietà per dare sepoltura a un suicida o l’incesto, e, in chiusura, la confusione allusa dal cognome che accompagna l’ultimo della stirpe: Babilonia. Tito Cauchi

UN BEL CANGURO Lontani rumori arrivano alle mie orecchie e, come battiti di tamburi si fermano sul cuore. Mi tremano le gambe e mi si ferma il respiro, sento che qualcuno mi prende in giro, perché ora il rumore è qui vicino. Non sono tamburi, sono passi strani che arrivano come battiti d’ali. Sono confusa, non so cosa fare, meglio nascondermi o scappare? Non ho il tempo, mi sento svenire, ho davanti a me un bel canguro e la sorpresa mi fa sorridere. Mi sfiora il viso, mi abbraccia e m’invita a seguirlo saltando. Insieme saltiamo, tra i fiori balliamo, spuntano altri canguri, sono stupendi, profumano di sole, regalano amore, sono giocattoli da ammirare, fanno tenerezza, con gioia si fanno accarezzare, ma all’improvviso, con quelle loro manine ti buttano giù, questo è il loro gioco, sorridendo ti tiri su.

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Gli vai vicino, gli regali un abbraccio, ti buttano giù e poi saltano, scappano e poi tornano e gioiosi ti abbracciano. Sono il grande tesoro australiano e noi con loro dalla gioia saltiamo. Giovanna Li Volti Guzzardi 22 – 4 – 2014, Melbourne, Australia

QUANDO IL VASO TRABOCCA Ci sono, come sempre, il giorno e la notte per me, le ore del buio e quelle della luce e sono tutte senza stelle e senza luna, senza sole; non c'è la gioia e non c'è il sorriso e nemmeno la speranza; non c'è l'emozione, non c'è lo stupore e neppure l'amore, ma neanche l'odio e il rancore e la nostalgia, c'è soltanto l'indifferenza, il disinteresse, l'apatia, l'insensibilità, la mancanza d'attesa: c'è il vuoto, assoluto, e c'è l'insonnia che a volte si assenta per lasciare il posto ad un'ombra di sonno che non differisce dalla veglia. Antonia Izzi Rufo Castelnuovo al Volturno, Is

L’AMICIZIA È tanto fragile quanto una foglia secca, è tanto sottile quanto un filo di seta, è tanto calda quanto il calore che emana il sole, è tanto gelida quanto la neve, è tanto splendente quanto un diamante, è una mano che ti si avvicina, che ti sostiene sia nel bene che nel male che ti lascia solo nel momento in cui le [labbra del Fato e quelle Moire con l’aiuto del Dio Eolo soffiano verso una candela con sopra inciso [ il tuo nome …è l’Amicizia. Laura Catini Roma


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Luci della Capitale

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Sarà toccante ripercorrere le tappe della sua ricca carriera e l’incontro con le sue espressioni tipiche, ora perdute, ora sofferenti, ora rassegnate, ma mai anonime. Un’italianità divenuta ormai patrimonio mondiale… Un percorso che per quanto sfaccettato non riuscirà comunque a rendercelo in tutta la sua completezza. A presto, ‘Nino!’

di Noemi Lusi

Roma ricorda...

N

on è lontano il giorno in cui ci ha lasciato un personaggio molto caro a Roma. Nino Manfredi non c’è più ormai da dieci anni ed è con orgoglio che è stata presentata ufficialmente in Campidoglio una manifestazione che prende proprio il suo nome di battesimo. ‘Nino!’ è, infatti, il titolo assegnato alla programmazione di una serie di eventi che avranno luogo da maggio, con inizio negli Stati Uniti e si protrarrà fino a novembre con chiusura a Parigi. E’ la celebrazione di un attore e regista che tutta l’Italia e la capitale in particolare sentono oltremodo vicino. ‘Nino!’, non Manfredi … perché è così che lo viveva la gente, come uno di loro, una persona semplice, allegra e nel contempo schiva che tutti sentivano un po’ proprio, come se facesse parte della famiglia. L’iniziativa avrà luogo anche in Italia. A giugno all’Auditorium della Conciliazione di Roma si terrà un concerto in cui verranno interpretate in chiave jazz le più celebri colonne sonore dei film che hanno visto Nino protagonista, da ‘C’eravamo tanto amati’ a ‘ Le avventure di Pinocchio’, temi che più volte abbiamo canticchiato e tuttora accompagnano la nostra vita sottolineandone le sfaccettature più personali, più intime. Ancora appuntamenti a Bologna con una retrospettiva a giugno e luglio dedicata a lui, poi a Venezia nel contesto della mostra del cinema dove sarà presentato l’episodio ‘L’ avventura di un soldato’, regia di Nino Manfredi da un testo di Italo Calvino.

Auguri per i tuoi 2767 anni, Roma! Veramente ben portati gli anni della nostra bella capitale, malgrado la grande folla che ne riempie sempre le piazze, le strade ed i vicoli. Anche oggi sono stati molti i turisti che hanno transitato per le vie del centro, spesso con il naso all’insù, in ammirazione per le incredibili bellezze che caratterizzano questo grande museo gratuito, aperto 365 giorni l’ anno. Questo 21 aprile 2014, poi, è stato un compleanno speciale, vista la coincidenza con il Lunedì dell’Angelo e la scelta anche di molti italiani di affiancarsi ai numerosi stranieri che hanno passeggiato e goduto dello splendido sole che fin da stamattina ha voluto, un po’ come di consuetudine, omaggiare la nostra città. Una novità quest’anno ha visto il Colosseo primeggiare nel focus dei festeggiamenti. Un corteo di gladiatori ha stamattina sfilato dal Circo Massimo all’Anfiteatro Flavio ed una folla di ancelle, servi e centurioni hanno atteso il Sindaco per un solenne saluto. Innumerevoli ancora le sorprese oggi a Roma, dall’apertura straordinaria del roseto dell’Aventino, con le sue infinite varietà che permettono di documentare la storia di questo fiore dalle origini ai giorni nostri, aperti i Musei Capitolini e gratuito il loro ingresso, chiusa alle autovetture Via dei Fori Imperiali, per la gioia di coloro che della capitale hanno voluto godere passeggiando a piedi per il vasto centro storico e ancora rappresentazioni attese per la serata. Volge così alla fine la giornata di rievoca-


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zione della posa della prima pietra della città ad opera di Romolo il 21 aprile del 753 a.C. e stasera stessa ci sarà l’inaugurazione della narrazione multimediale di Piero Angela e Paco Lanciano: "Foro di Augusto. 2000 anni dopo" che avrà luogo fino al 21 ottobre 2014 tutte le sere. Buon compleanno, dunque, Roma e che questo 2767mo compleanno ti sia propizio e perpetui ancora a lungo la tua magnificenza, sobria ed elegante ad un tempo, piena di chiaroscuro, luce e fantasia. Noemi Lusi

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è un canto gregoriano che si diffonde sulle acque azzurre dell’Occhito. Quasi non penso che tu mi sei lontana. Raccolto il grano i nostri contadini bruciano le stoppie con fiamme che dilatano il firmamento. Pochi acini d’uva diventano rossi come le tue labbra prima della mia partenza.

LO DICE LA FOGLIA Tu non sai, amore, che il sole del mio pensiero non va oltre la siepe del mio paese.

Tu, passante, mi calpesti con i tuoi piedi pesanti e non cerchi di evitarmi!

Orazio Tanelli USA

Eppure, ieri, sull'albero ero verde e bella, felice come una stella!

TRISTEZZE Tristezze, tristezze per le domande che mi pongo e non trovo risposte. Tristezze, per la mia solitudine.

Poi, l'autunno, m'ha fatto appassir e cascare col vento senza pietà... Ma tu, camminandomi sulla schiena non sai quanto ancor mi fai mal...

Loretta Bonucci Mariano Coreno Melbourne

LA CANZONE DEL SOLE Il sole disperde i miei sogni ruba il tepore della prima alba respira il calice di cristallo nel grembo della madre terra. La canzone del sole sparge note di musica solenne

Triginto di Mediglia, Mi

LA MADRE Mai la madre si preoccupa di sé stessa. È infinito il suo tempo e ogni istante di sonno è uno scampolo di cielo. Teresinka Pereira (Trad. in italiano A. Iannacone)


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I POETI E LA NATURA – 32 di Luigi De Rosa

Domenico Defelice - Metamorfosi (1991)

L'ALBERO DI LUIGI PIRANDELLO

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nche Luigi Pirandello, il famoso drammaturgo e novelliere (nato a Girgenti, Agrigento, il 28 giugno 1867) scriveva e pubblicava poesie. La sua produzione poetica può essere datata dal 1889 al 1912. Secondo alcuni, sarebbe iniziata nel 1883 (a sedici anni) e, secondo altri ancora, nella sua prima raccolta di versi, “Mal giocondo”, sarebbe contenuta anche una poesia scritta a tredici anni, nel 1880. Resta il fatto che Mal giocondo fu pubblicata a Palermo nel 1889, a cura della Libreria Internazionale Pedone Lauriel. A Mal giocondo fecero seguito altre sei raccolte: “Pasqua di Gea”, Libreria editrice Galli, Milano 1891 Pier Gudrò, Voghera, Roma 1894 Elegie renane, Unione Cooperativa Editrice,

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Roma 1895. Zampogna, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 1901 Scamandro, Tipografia Roma, Roma 1909 Fuori di chiave, Formiggini, Genova 1912. A queste si aggiunge un'altra pubblicazione, che in verità è una traduzione delle Elegie romane del grande Goethe ( Giusti, Livorno 1896). Com'è noto, Pirandello conosceva il tedesco, si era laureato a Bonn nel 1891 con una tesi... sul dialetto di Girgenti. Appare evidente che le pubblicazioni in versi di Pirandello venivano stampate, per lo più, presso semplici tipografie, a cura e spese dell'autore, o per conto di Librerie, così com'è evidente che, alla lettura di quei versi ( risuonanti, qua e là, di chiare reminiscenze carducciane e pascoliane) non si sarebbe certo immaginato che sarebbe esploso il fenomeno Pirandello scrittore di Teatro, quello scrittore, cioè, che introdotto nell'ambiente letterario romano da Luigi Capuana, sarebbe diventato famoso in tutto il mondo. Fino a vedersi assegnare l'ambito e prestigioso Premio Nobel per la Letteratura nel 1934, due anni prima della sua morte, avvenuta a Roma il 10 dicembre 1936. Se in drammaturgia Pirandello è acclamato come profondo rinnovatore dei contenuti e della scrittura teatrale, in poesia egli non introduce novità sul piano metrico e stilistico, affidandosi alla tradizionale lirica classica. Forse nei contenuti possiamo trovare una nota di distinzione: il poeta siciliano già da giovane antepone all'ipocrisia della società contemporanea, alla vita esteriore fatta di calcolo, nevrosi e frustrazioni, la serenità classica del Mito o della vita della Natura. Anche se, in un certo senso, l'angoscia degli uomini contemporanei attanaglia anche la Natura, imprigionata e conculcata nella sua originale purezza e spontaneità. Ma in ogni caso la Natura, in Pirandello, riesce a vincere ogni costrizione soffocante e a liberarsi, con sforzo ma con gioia, dei lacci e legacci impostile dall'Uomo. Si distingue, ad esempio, la poesia L'albero nel cortile, che rivela la sintonia dell'ani-


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mo del poeta con la vicenda dell'albero prigioniero: “ Un albero era nato, non si sa come, in un angusto cortile presso una brutta via affollata di vecchie case. Quel povero albero s'era levato dritto dritto sul magro stelo cinereo, con evidente sforzo, con evidente pena, quasi angosciato, nel desiderio di vedere il sole e l'aria libera, dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio e arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. E c'era arrivato !”. Pirandello era convinto che la vita sociale del Novecento fosse intrisa di ipocrisie e di formalismi, a differenza di quella del Mito classico. Forse, a parte un felice periodo negli anni giovanili, non si sentiva più nell'animo, nonostante i successi mondani e le soddisfazioni personali, lo scatto generoso e fiducioso per abbandonarsi al sogno, alla lirica pura. Luigi De Rosa

Domenico Defelice - Albero spoglio in cortile (china, 1965).

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(Disegno di Serena Cavallini)

Recensioni CARMELO CONSOLI LA SOLITUDINE DEI METRÒ Biblioteca dei Leoni, Treviso, 2014, € 11,00 Ciò che subito colpisce del titolo del nuovo libro di poesie di Carmelo Consoli, La solitudine dei metrò, è la parola “solitudine”, che sta a indicare appunto il sentimento dell’isolamento in cui, anche se sovente ne siamo inconsapevoli, noi tutti viviamo. Dalle tre parti di cui la raccolta si compone, Nel grigio dei palazzi, Armonie e dissonanze – la vita in concreto, L’amore strepitoso, ciò che maggiormente emerge è infatti la condizione dell’uomo moderno, perso nelle grandi città e privo di validi rapporti umani che valgano a rendere più lieve e sopportabile la sua esistenza. “Quasi non è lei questa città all’ alba / prima che i viali siano asfalti fumanti, / resse urlanti le metropolitane, / miraggi i grandi magazzini” (All’alba); “Sei nella solitudine dei metrò / quando invece pensavi di abitare / nel grembo caldo della terra / … / E cerchi un sorriso, una carezza / che ti sfiori…” (La solitudine dei metrò). Persino l’amore, in questo contesto, diventa un miraggio, un sogno irrealizzabile e remoto: “Innamorarsi di lei / al bar della stazione / che dal tavolo accanto ti guarda / e si sfiora i capelli. / … / Innamorarsi di lei / prima di morire ancora / nel rosso della sera…” (Al bar della stazione). In questo difficile contesto in cui trascorriamo i nostri anni anche le quotidiane notizie dal mondo costituiscono fonte di turbamento e di sofferenza: “Telegiornale


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primo / nel mezzo del giorno, / stazione prima di dolore” (Telegiornale primo). C’è poi la città nascosta, quella dei vicoli, con le sue “stanze alveari” (L’altra città), dove la vita trascorre monotona e grigia, e ci sono i paesi privi di futuro e di speranza: “A Rosarno i camion sbucano / da contrade abbandonate, / vanno per strade di cose bruciate, / miasmi, esultanze di aromi e cromie / nella loro danza segreta di andate e ritorni. / Portano un carico amaro di vite…” (Rosarno). Ma soprattutto ci sono i treni, con il loro andare senza fine; treni che “se partono / hanno la lentezza delle controre assolate / ed è come se si perdessero / in un tempo smemorato di ulivi neri…” (I treni siciliani). Su tutto poi aleggia la malasorte, com’è il caso di Cavezzo, paese terremotato dell’Emilia, che Consoli ricorda con toccanti parole: “Ho ritrovato la foto di Maria, / quella del mare, un bordo appena / tra ferri contorti, travi aggrovigliate / nello spasimo della terra / … / Ci siamo tutti in questo campo / tra papaveri e margherite…” (Cavezzo 3 Maggio). In questa perenne fuga verso “latitudini di purgatorio e paradiso”ma sempre verso “direzioni mancate” (Verso sud), “un po’ si pensa alla vita, / un po’ alla morte”, “persa la meraviglia del domani” (Abbiamo sognato di fermare i treni). Eppure, tra le “strade anonime da percorrere / metropolitane, scale mobili, periferie”, talora pare quasi compiersi il miracolo. Dice infatti Consoli: “Ma stasera ho il celo in tasca, / sulla faccia tramonti a ricami oro arancio / e questa città poi che s’incendia all’improvviso / sui muri, negli occhi grigi e marroni della gente” (Il cielo in tasca). E qualcosa di questo miracolo compare anche nella poesia successiva, da cui emergono i “treni della notte” che “ seguono la rotta delle stelle” e “a volte sostano nel’incanto / di un concerto di cicale” (I treni della notte). Vero è che si tratta di un miracolo dalla vita assai breve, se poco dopo il poeta annota: “Gran giro di fari, sinfonie di motori / la tangenziale dell’est” e prosegue osservando che “Si muore di malinconia / nei caldi fumi delle code, / la cassa integrazione nella testa, / il futuro dei figli che non c’è…” (Tangenziale Milano est). Né poteva mancare in un poeta sensibile ai problemi sociali come Carmelo Consoli, un accenno al dramma degli emigranti, che s’affaccia ne La barca dei sogni. Il libro che nella sua seconda parte, Armonie e dissonanze – la vita in concerto, è andato attenuando la sua atmosfera purgatoriale, trova toni più lievi nella terza, L’amore strepitoso, dove s’incontrano poesie maggiormente distese e rasserenanti, quali

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Elisa e la rosa e Cinema paradiso, che ha questo incipit: “Chiare erano le notti d’agosto, / dolci le attese tra i pioppi discreti / sfiorati da lucciole accese / e vapori d’arcobaleni”. E tuttavia il tono resta ancora pensoso e nostalgico, specie in poesie come Se tu tornassi, Un canto gregoriano, Quell’estate, Zafferana dei tornanti, che appaiono altamente evocative e nelle quali il nostro autore si esprime in maniera schiettamente lirica e inventa versi compiuti ed intensi, che a lungo restano impressi nella memoria: segno che la sua è vera poesia. Elio Andriuoli

AA.VV. RESUSCHITATI Il Foglio Letterario, Piombino 2013 - Pagg. 94, € 10 Resuschitati è un libro del collettivo letterario Cardiopoetica degli autori Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale, a cura di Paolo Rigo. Il collettivo nasce nel 2010, a Cori (LT), con l’ obiettivo di riportare la poesia, tramite una rilettura in chiave contemporanea dei testi della tradizione montaliana, nerudiana e della Beat Generation americana, nel contesto quotidiano urbano. Ha ottenuto premi di poesia nei concorsi di “Latina in Versi” e “MondoLibro”. La loro poesia è espressione lirica e spesso elegante di un vissuto individuale che si riflette su una sfera sociale, è impegno civile. La voce dei poeti è un alium dicere penitente di chi si è accorto, come un vecchio profeta, che qualcosa non va, ha scelto di “Resuschitare” e non di svincolarsi dai problemi, isolandosi dal mondo o con la tipica espressione: «stasera si va a mangiare suschi». Il titolo può esser frammentato in Re-suschi-tati, evidenziando così la presenza del termine suschi. Gli autori hanno voluto introdurla poiché il sushi è, nell’immaginario collettivo, parte del mondo “takeaway”, di quel mondo in cui gli oggetti sono impacchettati e portati via, mettendo in evidenza che, questa volta, ad esser portati via non sono gli oggetti ma l’uomo. Viene proposta, a tal proposito, una poesia take-away: la poesia che viene e ti porta via, lontano, a risorgere per l’alto mare aperto. Il titolo presenta inoltre un interessante gioco dualistico, a seconda di dove si faccia cadere l’accento. Se si sceglie di far cadere l’accento sulla “a” finale o sulla cupa “u”, così da leggerne un ordine, un imperativo di ritorno alla vita e alle origini, un richiamo alla resurrezione. Le città sono piene di zombie, di morti viventi, di vite apparenti basate sul consumismo, sull’alienazione, sull’invasione degli “ultracorpi”, ossia di uomini pervasi dall’esaltazione


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del fisico a discapito dell’anima. Domina l’apatia e la passività di chi subisce e di chi si lascia vivere, giorno dopo giorno, dagli eventi. La poesia di Macale è ricca di enjemlement, di un gusto pavesiano nei titoli, di un’ironia pura e coscienziosa di chi ha gettato gli occhi sul mondo e lo vuol cambiare. La poetica di De Cave, tematicamente parlando, è la più camaleontica degli autori del libro, oltre a configurarsi come un atto penitenziale, un rimprovero dolente e addolorato. Appetito si distingue per la volontà di far, della poesia, memoria e un memento mori con un ragguaglio foscoliano, in cui è la parola l’unica a dar speranza all’immortalità. Una poesia d’impegno civile ma che non manca di forti emozioni. Mi chiedi: «cerchi ancora una risposta?» Ti dico: « Resta qui un attimo o un millennio, non fa la differenza se sai cosa vuol dire vivere.» (tratto da Canto del Vento di Mariano Macale) Laura Catini

CORRADO CALABRÒ MI MANCA IL MARE Genesi Editrice, Torino2013, Pagg. 240, € 16,00 Corrado Calabrò, poeta e letterato calabrese ben noto, da oltre mezzo secolo vive a Roma, portandosi dentro il mare della sua costa reggina che gli fa ammettere “Mi manca il mare”, da cui il titolo del libro di cui ci occupiamo. Il volume è diviso in due parti, la prima è quella che dà il titolo all’intero libro, Mi manca il mare, e comprende poesie per due terzi del volume; la seconda parte si intitola Il poeta alla griglia, ed è una lunga riflessione su cosa intendere per poesia. In apertura Carlo Di Lieto fa una lunga e dotta esposizione, avverte che le parole chiavi del Calabrò sono “la donna e il mare”. E l’Autore, nella sua nota che intitola “L’oltre da sé”, spiega le ragioni del suo sentire il mare “perché l’amore è sempre accompagnato da un senso di mancanza. I componimenti hanno un respiro diversificato, vanno da un solo verso, come il bellissimo “La penuria di te mi affonda l’anima.” (pag. 29), a piccoli poemi come “Marelungo” (di sei pagine) e “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu” (pure di sei pagine), o al poema “Roaming” (di venti pagine). Il lessico forbito e appropriato naviga con il canto di una sirena, segue la scia disegnata dalla prua, lancia la

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rete, porta lampare, attracca al pontile e nella notte è illuminato dalla luna. Le strade di Roma, o vari altri luoghi, come tutti gli oggetti incontrati, diventano metafora dell’ambiente marinaresco, non di qualsiasi mare, ma del mare della sua Reggio Calabria. In effetti la lettura ne dà ampia prova, in tutte le possibili varianti e direi che nel Nostro, mare e donna si equivalgano, per la loro morbidezza, per l’ ondulazione della superficie, per la dolcezza, ma anche per le mutevoli forme che attraggono e respingono il Poeta, o forse nel desiderio che si dispongano come liquido amniotico per farlo rinascere o per accoglierlo come ospite desiderato. Il fiume di versi si congiunge al suo mare; nel mare Corrado Calabrò affonda le sue braccia, ma sempre con la dolcezza del nuoto in bello stile, ben sapendo che le sue acque sono insidiose. I versi seguono le bracciate del nuotatore, che prende respiro, scandendo il ritmo. Corrado Calabrò fa una sorta di rivisitazione della storia, aggiornandola ai nostri tempi, con un linguaggio che risente di antico, in cui la donna transita con il pudore che richiama l’immagine di una Beatrice, “Ma tu t’en vai/ come se quella lode/ non fosse a te rivolta” (pag. 97); oppure che si comporta come una Messalina (pag. 110), con una punta di satira verso un marito, la cui moglie rende padri molti uomini. Nel lessico adopera ora qualche preziosismo (es. transflüenza), fino al linguaggio moderno dei computer con i suoi bit, password, i-Pod e l’uso disinvolto di termini e frasi in altre lingue. Con sottile sfumatura spoglia la donna, senza cadere nella volgarità; per chiudere con l’eponima che spiega “Se non sognassi non avrei un passato” (pag. 163). Trovo interessante il saggio “Il poeta alla griglia”, che mi suggerisce l’idea del “poeta sotto esame” (mie virgolette), secondo una “griglia” di valutazione che ne fissa i parametri. Criterio che Corrado Calabrò respinge. L’argomento meriterebbe una disamina molto puntuale e precisa, non questa mia approssimazione. Egli parte dai grandi scienziati e dalle scoperte che hanno rivoluzionato il mondo e con il pensiero dei grandi filosofi: dal principio di causa-effetto, a quello deterministico e a quello stocastico. La poesia, al pari delle grandi scoperte, fa scoperte anche essa, ma senza saperlo; la poesia non fa affermazioni, non vuole essere irreggimentata, vuole il suo alone di mistero; non va giudicata con il rigore scientifico essendo impregnata di magia; ha una energia propria, poggia sul principio di indeterminazione e sulle ombre della caverna platonica. Oggi abbiamo una moltitudine di poeti, di varie


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mode (diciamo così), ma tutte le mode tendono ad essere superate. La poesia è bene che lasci qualcosa di indeterminato: il taciuto, spesso esprime più cose di quanto viene urlato. L’argomento certamente non può esaurirsi in questo modo, tanto è vero che Corrado Calabrò, rivolgendosi al lettore, ammette: “Dio mio! Per contrastare teorie altrui ve ne ho inflitta una mia. Avrei dovuto, invece, per tener fede al mio assunto, farvi – semmai - un esempio.” (pag. 218) e poco più avanti si affida a un giudizio di W. B. Yeats: “I migliori non hanno convinzioni, mentre i peggiori traboccano di intense passioni.”. Tito Cauchi

DOMENICO DEFELICE 12 MESI CON LA RAGAZZA La Procellaria, Reggio Calabria 1964, Pagg. 90 Sono trascorsi cinquant’anni dalla pubblicazione della raccolta 12 mesi con la ragazza, dell’allora giovane Domenico Defelice agli esordi. Le illustrazioni sono dello stesso autore; in copertina raffigura, un uomo in giacca inginocchiato ai piedi di una donna, su un prato fiorito. Si evincono notizie biografiche del Poeta, attraverso questo canzoniere d’amore, suddiviso in tre sezioni: le prime due dedicate a Marcella e precedute da citazioni di Fryda Ciletti, e la terza è un Epigramma, per un totale di 24 componimenti. L’andamento si presenta narrativo e descrittivo, dai versi liberi e aulici, raccolti in strofe, scritti tra l’autoironia e lo spregiativo, probabilmente composti qualche anno dopo le prime esperienze sentimentali. La sezione eponima cita in esergo “Con ciottoli, sterpi e sole formare una armonia: ecco l’ artista.” Sono 12 poesie, quanto il numero dei me-

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si di un anno; in apertura il Poeta canta in ‘Biondo aprile’: “gli anni son passati/ e la sua bocca odora/ del tabacco di mille drudi/ …// Pure vivo ancora di ricordi,/ vivo di sogni.”, nell’altalenarsi di sentimenti tipici di una delusione. La voce del Poeta è una “ballata triste” che “la calda estate disperde”, anche perché la giovane ribattezzata Guanciadipesca, trascorre le vacanze al Nord. Diceva il titolo di una famosa canzone di quegli anni “Come nasce un amore” (di Nico Fidenco), ed io qui, seguo le tracce di come l’amore evolve nelle sue fasi. Sono gli anni in cui si susseguono titoli cinematografici in cui si richiama il numero dodici. Con la fine dell’estate “Settembre ti ghermì con le sue piogge/ ed un languore mortale…/…// O cara, cara! S’io m’abbandono/ al flusso dei ricordi/ questa teoria d’anni e di pene/ evapora d’incanto/ nel mischio settembrino dei tuoi occhi.” (pag. 12). E a ottobre dichiara le sue pene e il desiderio di vedersi insieme con lei, loro due “soli e nudi/ senza infingimenti e ipocrisie.” (13). L’autunno antropomorfico attraverso i rami spogli di un pesco lo conforta dandogli speranza, ma forse lui la giustifica pensando a un intimo dolore. “Tu lenisci/ il mio cuore e se mi stai vicina/ ride il sole, nel dicembre mesto/ m’inebria il tuo profumo di viole.” (15). Ma anche a “gennaio canuto” lui la tiene nei pensieri cullandola e scaldandosi con il corpo di lei e beandosi “di baci e di sole”. Il mese successivo lei si rivela carnevalesca, e maggiormente tiene in scacco l’ innamorato voglioso che si torce dentro. Ma in primavera la bellezza della natura si risveglia: “Domani marzo/ sorriderà dal colle e tu ripigli/ il tuo principio astrale” (19). ‘Sole d’estate’ in esergo cita: “Il bocciolo che vede sfiorire la rosa non pensa che avrà la stessa sorte.” Il disegno ‘In villa’ raffigura una donna seduta su panca, vista di spalle che mi suggerisce l’ incorporeità della donna amata, la mancata realizzazione di un amore, un po’ alla maniera dei trovatori, che sicuramente sanno di sogno sublime in un paesaggio fiabesco. Ivi lei si trasforma in una fata eternamente contemplata come una meraviglia della natura. Avviene che il Poeta si culla e si illude d’essere lui l’amato e non semplicemente l’ innamorato. Pur nella tristezza, per un sogno che rimane solo tale, vengono rivisitate le stagioni in cui la vita si risveglia e l’amore torna a sorridere con le sue illusioni e i suoi sogni incantevoli. I luoghi si animano e si armonizzano con la natura umana. “Tu ascolti senza un battere di ciglia/ ciò che chiede risposta;/ …// Solo l’amore è fatto di silenzî,/ di divini silenzî,” (82). Infine in un ‘Epigramma per un denigratore’, mi immagino quanto possa essere doloroso un ab-


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braccio con il ficodindia raffigurato in apertura. Si intitola Calabria, regione della quale il Nostro si dichiara figlio e che egli eleva a suo più grande amore. Perciò Domenico Defelice ne difende la gente che “ha mani ruvide,/ viso solcato da profonde rughe,/ fiera onestà e casto amore.”, contro il dileggio che ripaga con la stessa moneta, fatto da “un certo Pier Paolo,/ quaggiù venuto a ‘pasolineggiare’,/ madre ti vide e ti descrisse/ di ladri, d’assassini e sensuali.” Domenico Defelice s’è portato per tutti i mesi dell’anno la sua passione amorosa con espressioni romantiche e di sano sensualismo; ma con buon gusto. Scomodando Dante, diciamo che è l’amore che muove la vita. Tito Cauchi

NUCCIO ORDINE L’UTILITÀ DELL’INUTILE Con un saggio di Abraham Flexner Milano,Bompiani, 2013, pp.262, € 9,00. L'autore dell'interessante libro è Professore ordinario di Letteratura Italiana nell'Università della Calabria: Nuccio Ordine (Diamante, Cs, 1958) è un notissimo e apprezzato italianista. E Inoltre è uno dei maggiori studiosi dell'opera di Giordano Bruno. A questo pensatore ha dedicato tre libri, tradotti in undici lingue, tra cui cinese, giapponese e russo: La cabala dell'asino (1996 seconda edizione), La soglia dell'ombra (2009) e Contro il Vangelo armato (2009 seconda edizione). A Nuccio Ordine si devono pure altre pregevoli pubblicazioni tra le quali mi limito a ricordare Teoria della novella e teoria del riso nel Cinquecento (2009 seconda edizione), le rende-vous des savoirs (2009 seconda edizione), e infine Les portais de gabriel Garcia Màrquez (2012). Orbene questo libro "è necessario" e si configura come una "guida, in questa vita azzannata dalla crisi, dall'ansia d'efficienza, dai fallimenti", come ha scritto Roberto Saviano. Questo libro di Ordine è stato molto apprezzato in Italia e all'estero: un successo subito ristampato in Francia, e per settimane nella classifica dei libri più venduti. Tra i molti apprezzamenti della stampa estera mi limito a segnalare solo quelli di Jean Birnbaum di "Le Monde des livres” del 4.1. 2013: "Nuccio Ordine ha scritto un libro ideale per incominciare il nuovo anno: auguriamoci un po' d'inutilità". Insomma viene qui provato e dimostrato che non è vero neppure in tempo di crisi - che è utile soltanto ciò che crea profitto. Esistono, nelle democrazie mercantili, saperi ritenuti "inutili" che invece si mostrano di una grande e straordinaria utilità. In questo li-

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bro molto brillante e originalissimo, lo studioso calabrese attira la nostra attenzione sull'utilità dell'inutile e sull'inutilità dell'utile. Mediante diverse e varie meditazioni e riflessioni di grandi autori e filosofi: Platone, Aristotele, Zhuang-zi, Pico della Mirandola, Tommaso Campanella, Bruno, Montaigne, Bacone, Kant, Tocqueville, Newman, Poincarè, Heiodegger, Bataille e non mancano i grandi scrittori e poeti: Ovidio, Dante, Petrarca, Boccaccio, Alberti, Ariosto, Moro, Shakespeare, Cervantes, Milton, Lessing, Leopardi, Hugo, Gautier, Dickens, Herzen, Baudelaire, Stevenson, Kakyuzo Okakura, Garcìa Lorca, Garcìa Marquez, Ionesco, Calvino, Fosyter Wallace. L'A. mostra come quella che è l'ossessione del possesso e il culto dell'utilità "finiscano per inaridire lo spirito, mettendo in pericolo non solo le scuole e le università, l'arte e la creatività, ma anche alcuni valori fondamentali come la dignitas hominis, l'amore e la verità". Abraham Flexner -nel suo bellissimo saggio tradotto per la prima volta in lingua italiana - ricorda che anche le scienze ci insegnano l'utilità dell'inutile. Eliminando la gratuità e l'inutile, uccidendo quei lussi ritenuti superflui, difficilmente l'homo sapiens potrà rendere più umana l'umanità. Il titolo ossimorico del libro merita - come dice lo stesso Ordine - nella Introduzione un chiarimento. La paradossale utilità di cui parla lo studioso non è la stessa in nome della quale i saperi "umanistici e, più in generale, tutti i saperi che non producono profitto vengono considerati inutili. In un'accezione molto più universale, ho voluto mettere al centro delle mie riflessioni l'idea di utilità di quei saperi il cui valore essenziale è completamente libero da qualsiasi finalità utilitaristica" (p. 7). Orbene il libro si fa molto apprezzare anche per chiarezza espressiva e per i messaggi che veicola: si tratta di un libro che i politici, e soprattutto quelli che si interessano di vera cultura dovrebbero leggere e meditare. Già il grande Rousseau aveva notato che gli antichi politici parlavano senza posa di costume e di virtù. I nostri non parlano che di commercio e di denaro". Come succede adesso nel nostro tempo; e Diderot osserva ancora che ciò che non è utile viene disdegnato perché il tempo è troppo prezioso per perderlo in speculazioni oziose. La prima parte del libro è dedicata al tema dell'utile inutilità della letteratura; la seconda consacrata agli effetti disastrosi prodotti dalla logica del profitto nel campo dell'insegnamento, della ricerca e delle attività culturali in generale; nella terza parte, utilizzando qualche brillante esempio, Nucco Ordine rilegge alcuni classici che, nel corso dei secoli, hanno mostrato la carica illusoria del possedere e i suoi effetti devastanti sulla dignitas hominis, sull'


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amore e sulla verità. Nel libro inoltre figura il già citato saggio di Flexner del 1937, poi ripubblicato nel 1939 con parecchie e nuove aggiunte. Il punto di vista di questo autore è molto efficace per sgombrare il campo da ogni equivoco; creare contrapposizioni tra saperi umanistici e saperi scientifici come è più volte accaduto a partire dagli anni cinquanta, dopo il famoso saggio di Charles Percy snow - avrebbe inevitabilmente fatto scivolare il dibattito nelle sabbie mobili di una sterile polemica. Insomma Flexner ci mostra egregiamente che la scienza ha molto da insegnarci sull'utilità dell'inutile. E che, assieme "agli umanisti, anche gli scienziati hanno giocato e giocano un ruolo importantissimo nella battaglia contro la dittatura del profitto, per difendere la libertà e la gratuità della conoscenza e della ricerca" (p.15). Per concludere questo libro di Nuccio Ordine è un vero e proprio "schiaffo all'intera classe politica", come ha scritto Jordi Llovet in "El Pais". Bisogna essere grati a Ordine per questo manifesto "L'utilità dell'inutile". Carmine Chiodo

AURORA DE LUCA PRIMIZIE Leonida Edizioni, 2014 - Pagg. 56, € 12,00 Una poesia pregna di umori, impastata di carne ed ossa, ma anche di spirito, ordinata e disordinata, piena di soste e scatti. Un fluido in continua corsa, che muta tragitto, modificandosi col cambio degli umori della poetessa, reagendo in sincronia ai movimenti delle sue mani, della bocca, dell’intera sua persona, sostanziandosi ogni volta degli umori cangianti, in un caleidoscopio sempre più veloce nel suo rutilare, quasi a sfiorare la follia. Versi d’amore e non solo. Per Aurora De Luca, la poesia è veramente esaltazione fino alla spossatezza. L’amore, o il tu al quale l’autrice si rivolge, è e non è persona reale: “Siamo il tutto e il niente - ella confessa -,/insieme e distanti.//Ci guardiamo senza poterci vedere./Ci sentiamo senza stare a toccarci.//Abbiamo nelle mani/l’uno la mezza tinta dell’altro”. Ma l’esaltazione non è mai astratta perché ancorata alla natura: alla primavera e alle foglie, come all’autunno e alle sue foglie; al mattino e all’aurora; alla “spiga di grano”; al tulipano che assorbe “il cattivo tempo”; al “bosco vibrante”; alle “apparizioni” sulle quali si affacciano le finestre della casa della poetessa; al sole, al vento e all’onda e alla spuma di mare con la quale si identifica il suo corpo nudo, vestito solo della vista dell’amato!

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Un canto libero. Non per nulla “La prima cosa bella” è pure il verso di una moderna e celebre canzone di Mogol, arrangiata, cantata e fatta propria da decine e decine di cantanti. Quello che è un bel corpo di donna, quello che suscita - o può suscitare - in chi lo possiede e in chi lo ammira, è sinteticamente compendiato in “Humus”: fianchi procaci, “collina boscosa,/valle di humus”, occhi, labbra, petto, mani, spalle, piedi: un quadro stupendo e misterioso, insondabile, di una “struttura sicura e indecifrata essenza”; insomma, una “donna di sfumature e melodie”. Siamo orgogliosi del successo di questa giovane poetessa. Maria Grazia Lenisa soleva dire - un po’ compiacendoci - che siamo uno scopritore di talenti. Se ciò è vero, Aurora De Luca rappresenta il nostro orgoglio. In “Primizie”, le definizioni di se stessa sono infinite, ma, al termine della lettura, la figura della donna, anziché sciogliersi, diviene sempre più intangibile. Perché ogni battuta è una gemma, una scoperta, ma anche un nuovo introiettarsi nel mistero. Domenico Defelice

LORIS MARIA MARCHETTI IL LACCIO, IL NODO, LO STRALE Ed. Achille e La Tartaruga – pagg. 56 - € 8,00 Tutta dedicata all’eterno femminino l’ultima silloge poetica di Loris Maria Marchetti, Il laccio, il nodo, lo strale, raccoglie, secondo la nota dello stesso autore, testi composti nel passato remoto e nel passato prossimo, e nel presente e, forse, anche in un imprevedibile fantasioso futuro. Nomi, volti atteggiamenti, circostanze, occasioni, si susseguono in una rapida carrellata, in cui è difficile trovare spazi di sosta, ma facile completare le situazioni attraverso gli scarsi cenni emblematici offerti dall’ autore. “Una, nessuna, centomila” potrebbe essere il sottotitolo della raccolta, perché, pur sfaccettata in numerosi profili, l’immagine della donna si compone in una “sezione aurea”, numero irrazionale che tende all’infinito, modello di armonia e di perfezione, quale è appunto reputata l’indole femminile. I dettagli forniti possono fondere e confondere i personaggi. Ed ecco che Virginia, “eco difficile / rara voce possibile / un profumo immacolato di robinia”, si potrebbe incontrare ad Assisi, ma “il miracolo non avvenne”. E con Amanda, di cui “il nome / dice tutto. / Non resta /che amarla.”, in realtà “amarsi fu davvero una scommessa”. Perfino Margherita, “melodia infinita /al di là della vita”, è sfo-


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gliata “per conoscere / se davvero devi essere tu / la stabile compagna del suo viaggio”. Tutte d’amore sono sì queste poesie, ma il sentimento è solo la componente di un discorso più complesso e variegato, in cui rientrano i vari aspetti del vivere comune che pesano e delimitano o esaltano e mitizzano i processi amilici del divenire. Tanto che spesso un avvio disteso si introverte in una conclusione ipotetica a volte fino a ritorcersi contro la malia delle matrici compiacenti. E con un flash di involontaria (o voluta?) sincerità l’autore fonde e confonde l’amore terreno con l’amore divino, ipotizzando quest’ultimo essere la causale della impossibile umana compartecipazione. Un ringraziamento particolare Marchetti rivolge a Francesco Petrarca “per avergli fornito la materia verbale per il titolo complessivo del libro”. Nella enunciazione è sotteso quel filo di sottile ironia precipuo dell’autore e in lui forse tanto congenito da non permettergli di avvisarne la sagacia. E’ sempre possibile una seconda lettura dei suoi testi che, dietro l’adamantina apparente ingenuità, celano l’occhieggiare furbescamente burlone di una disamina parodica: “Ora quasi sorrido all’idea che noi due stiamo pensando a questo: ora che i giochi sono fatti (più o meno bene e più o meno tutti) e la testina keniana giace in mezzo agli schedari e le barbe vichinghe illustrano i libri dei bambini, con troppi anni dati al vento e all’inerzia (la vita!) che ci hanno levato di tasca anche l’ultimo sogno.” Ma qualche volta l’ironia si fa più scoperta e convincente: “Io non avrò altra Dea fuori di te, quando mi apparirai” (Alla Dea sconosciuta ) oppure: “O crudele Dio dell’amore, in questi giorni che l’amore va male dammi tu la forza di non scrivere poesie d’amore” (Al Dio dell’ amore) Succede anche che, dopo un inizio pacato, in cui la rievocazione si tinge di soffusa malinconia, brusca sia la catarsi conclusiva: “ il mare dolce, le Apuane in piena luce tutto disse il silenzio senza freni, ma più ancora le mani che si cercarono, si strinsero sconfitte con le tue lacrime sui gamberoni squisiti.” La intelligente e sapiente vena poetica di Marchetti offre insomma al lettore occasione di dilettevoli ma non tranquille evasioni, quando il suo topos amoroso venga scandagliato oltre la superficie. Ancora è da dire della musicalità dei versi di Loris, forgiata probabilmente sull’onda delle sue ama-

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te sinfonie, che a volte possono rievocare i ritmi delle canzoni petrarchesche ma anche le melodie dei madrigali secenteschi. Liana De Luca

ANNA AITA DOMENICO DEFELICE Un poeta aperto al mondo e all’amore Ed. Il Conviviio, 2013 Interessante è il volume di Anna Aita “Domenico Defelice – Un poeta aperto al mondo e all’ amore” (Il Convivio Editore, 2013, pagg. 94, € 12,00): una dettagliata monografia sulla vita e una vasta analisi critica sulle opere di questo Autore poliedrico che ben conosciamo e di cui Angelo Manitta – in Prefazione - esalta l’ispirazione e l’impegno culturale, sociale, etico, morale. Dall’opera autobiografica “Diario di anni torbidi”, la Scrittrice viene a conoscenza dell’infanzia di Defelice in Calabria e del successivo suo spostamento a Roma dove si attiva moltissimo in campo culturale, giornalistico e letterario, pur con tante difficoltà di sistemazione e di lavoro. Superate però queste ultime, e stabilitosi a Pomezia, lo vediamo via via operare a 360 gradi in lavori di grafica, di poesia, di prosa, di critica letteraria e artistica, di saggistica, organizzando conferenze, incontri, interviste, corrispondenze con i maggiori Letterati del momento, sia italiani che stranieri. Promuove, altresì, il Premio Letterario “Città di Pomezia”, fonda e redige (ormai sono 40 anni!) la Rivista letteraria “Pomezia-Notizie” . E tutto ciò, oltre l’impegno dell’insegnamento, di una famiglia con tre figli, ed ora anche di un nipotino! L’Autrice qui esamina accuratamente tutte le copiose opere di Defelice, rilevandone lo spirito ispiratore. Ad esempio, di “Arturo dei Colori” ne esalta il candore, l’armonia dei sogni, nonché la validità pedagogica; “Tu erase, please?” lo definisce poemetto delizioso, come di “Alpomo” apprezza l’ originalità, e di “Resurrectio” l’intelligenza, l’ironia e l’umanità; mentre in “Alberi?” prevalgono il profondo senso della natura, dell’ecologia, ma anche la sensualità e l’eros. Tra le opere teatrali di Defelice, l’Autrice sottolinea come egli riesca ad affrontare lucidamente temi scottanti, quali l’eutanasia e il testamento biologico. In questo lavoro, Anna Aita prende in esame anche i molteplici saggi critici delineati su di lui da molti autori, fra i quali Sandro Allegrini e Carmine Manzi che lo definiscono “Scrittore onesto”; Leonardo Selvaggi e Orazio Tanelli che ne apprezzano la perspicacia, la lucidità espressiva, l’aver dato


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importanza agli affetti famigliari e l’aver trattato la questione meridionale; Eva Barzaghi che, nella propria tesi di laurea, ne rileva la sensibilità d’ animo, l’umanità, la coinvolgente introspezione, nonché la ferma denuncia contro la corruzione e contro la violenza dell’attuale società. L’Autrice chiude questo suo lavoro con una scheda bio-bibliografica su Defelice, naturalmente aperta ai prossimi lavori di questo prolifico Scrittore. Ad Anna Aita rimane una piccola curiosità su di lui, che potrete scoprire solo leggendo questo libro. Maria Antonietta Mòsele

LUIGI DE ROSA FUGA DEL TEMPO Genesi, 2013 La silloge poetica “Fuga del tempo” (Genesi Editrice, 2013, pagg. 64, € 11,00) è scritta da Luigi De Rosa e viene presentata da Sandro Gros-Pietro il quale sottolinea come l’Autore riconosca l’ inadeguatezza del linguaggio ad esprimere l’essenza così enigmatica della vita, con i suoi valori, i sentimenti e le emozioni del cuore, i pensieri e i ricordi della mente. L’opera è composta di due parti: la prima un po’ autobiografica, la seconda riguarda argomenti più generali. Poiché il tempo fugge ed andiamo tutti verso la foce, l’Autore ci invita a “valorizzare quei piccoli brillanti”, quali i buoni sentimenti, i ricordi, l’arte, la solidarietà. Rimasto troppo presto senza madre, il Poeta, dalla “determinazione d’acciaio”, decide di emigrare al Nord-Italia che all’inizio trova “ostile”, ma dove riesce a realizzarsi e, successivamente anche ad apprezzare il “caleidoscopio infinito/ della Natura”. E proprio di fronte alla Natura, egli si chiede: se non si riesce a capire cos’è nella sua essenza una rosa, come si può capire “la Vita,/ o, addirittura il Dio che sembra assente?” Ma, se egli ammira la natura, altrettanto ammira il progresso buono (il cellulare, ad esempio). Dei suoi diari giovanili – speranze e amori – ha fatto un “doloroso falò”; ricorderà il passato, sì, ma ”continuando a sognare/ un futuro di armonia e di pace./ (??)” Dopo la morte di suo padre, si rammarica “col cuore angosciato” dell’incomprensione reciproca che c’era stata. Nella seconda Sezione, egli parla della guerra (“Spariscono intere civiltà”), della fame, del degrado (“Lasceremo pezzi di ferro/ e di plastica/ a rotolare nello Spazio infinito”), di calamità naturali spesso prevedibili ma trascurate, di corruzione dif-

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fusa, per cui ci esorta a lavorare per estirpare l’odio tra i popoli e riproporre i veri valori, ed anche a “godere sanamente/ della bellezza, dell’arte e dei sogni” . Nonostante nella sua vita ci siano stati “qualche gioia/ e tanti dolori”, egli dice “fino a quando le rondini sfrecceranno/…senza andare a sbattere/ contro i piloni di cemento/…ci sarà ancora speranza/ per questo piccolo mondo/ ingannevole/ ma stupefacente.” Non è d’accordo con la concezione antica per cui “Dio per compiacere il giusto/ sterminerà i suoi avversari”, bensì, come dice Gesù, dobbiamo amare e perdonare tutti, anche i nemici. Altamente positivi risultano i suoi messaggi, come alti sono i suoi pensieri e la sua poetica. Maria Antonietta Mòsele

SANDRO ANGELUCCI “DI RESCIGNO IL RACCONTO INFINITO” Blu di Prussia, 2014 Sandro Angelucci ci propone la monografia “di Rescigno il racconto infinito” (Blu di Prussia Editrice, 2014, pagg. 94, € 12,00), opera pionieristica della nuova collana di saggi letterari “Argomenti” che l’Editore Eugenio Ribecchi ha, con sua grande sorpresa e con entusiasmo, inaugurato. E’ prefata da Giorgio Bàrberi Squarotti che vede il valore di questo lavoro nella capacità attentiva e passionale dell’Autore di interpretare l’idea e la parola di Rescigno, cogliendo l’aspetto unitario del suo mondo spirituale, temporale, umano e divino. Angelucci - che qui esamina approfonditamente la vasta produzione poetica e di narrativa di Rescigno - vede nella sua più recente opera “Nessuno può restare”, il compendio del pensiero dello Scrittore il quale, immergendosi e scrutando il tempo, medita sui grandi interrogativi esistenziali: il nostro essere, la vita, la realtà, l’eternità: è un dire che tenta l’indicibile; ma, dall’onestà e dall’umiltà del dubbio (dal “forse”), si rivela la speranza che ci incoraggia a vivere per poi ricongiungerci con l’ eterno. Il Tempo, forza misteriosa, va e ritorna per portarci verso l’infinito, per cui “siamo/ e non siamo”, “ci consuma/ mentre ci conserva”, ci spinge verso la fine e verso il principio, in un itinerario creativo dal presente al passato per volgere al futuro: da ciò risulta che Rescigno si spinge entro e oltre il tempo, nel cammino di questa vita che è “un’eternità,/ a volte un’eternità/ raccolta in un minuto”: di qui il dinamismo e la capacità di catturare l’unità di finito e di infinito dell’istante che viviamo, in piena armonia fra assoluto e relativo: sentirsi un nulla per


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riconsegnarsi al Tutto. E la morte è un passo che aspetti dall’inizio, tra la nascita e il punto di contatto con l’origine: ecco la ciclicità universale dell’ esistenza. Ancora: la sostanza di tutto il nostro essere non è solo materia, ma spiritualità, per cui possiamo aprire l’animo al mistero e al sogno, per non morire prima di morire. Con la vita incomincia l’eternità. E la morte è la sofferenza che ci porta alla beatitudine, come ci ricorda anche il messaggio cristiano. Pure la Natura, eterna genitrice, è mistero, come l’ispirazione poetica di Rescigno, la quale, da quando nasce e diventa parola, diviene immortale sulla carta: una parola che è canto innamorato, concerto, preghiera. Attraverso la parola di Rescigno, che in tutte le opere assume la dignità dell’arte, Angelucci ci svela l’animo e il pensiero – così segreti e riservati - di questo Scrittore che presenta molte affinità con altri Autori italiani e stranieri, ma in lui prevalgono il senso della rinascita e il sentimento religioso. Angelucci, oltre a ciò, propone continui commenti, spiegazioni e riflessioni (perfino sulle illustrazioni delle copertine), sempre in forma colloquiale con il lettore, citando anche i giudizi di altri critici: davvero esauriente ed “infinito” anche il lavoro dell’Autore. Maria Antonietta Mòsele

ALDO DE GIOIA - ANNA AITA LA LUNGA NOTTE Le quattro giornate di Napoli Rognosi, 2012 Aldo De Gioia e Anna Aita hanno scritto il volume “La lunga notte – le quattro giornate di Napoli” ( Rognosi Editore, 2012, pagg. 80, € 12,50). De Gioia ci tiene a precisare che gli avvenimenti storici qui narrati sono accaduti proprio durante la sua infanzia, e ne conserva varie foto. Anna Aita ci dice che ha voluto rievocare la tragedia che ha colpito Napoli settant’anni fa, per far sapere alle nuove generazioni cosa significa la guerra. Segue una toccante poesia sulla pace, di Igor Man. Vincenzo Rossi aggiunge che aveva diciassette anni, allora; e i fatti raccontati costituiscono l’inizio della Resistenza della popolazione di Napoli per liberarsi dai Tedeschi tramutatisi in feroci oppositori dopo l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio fra l’Italia e gli Anglo-Americani. Si augura che questo prezioso libro storico di alta intelligenza, abbia grande diffusione. Voglio mettere in evidenza la costruzione di

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quest’opera che parte dal presente – una (forse immaginaria) conferenza sul tema - per ricordare il passato, intrecciando ai fatti storici una verosimile appassionata storia d’amore (con finale drammatico), e si chiude ritornando al presente, ugualmente in modo triste. A Napoli, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, c’era un’insofferenza generale, in quanto la gente, aiutata dagli Anglo/Americani, voleva liberarsi dai Tedeschi. Ad inasprire ulteriormente gli animi, fu lo scoppio della nave “Caterina Costa” il 28 marzo ’43, costato la perdita di novecento dei Nostri (i superstiti erano riusciti a salvarsi riparandosi fortunosamente nelle grandi, fredde e buie cave sotterranee della città). Ma fu soprattutto dopo l’armistizio, che si scatenò la feroce reazione germanica, infatti Hitler aveva ordinato di ridurre tutta Napoli a “fuoco e cenere”. E qui, tramite il protagonista, un certo Mario Barzini (nome probabilmente fittizio), ingegnere e giornalista, membro del Comitato di Liberazione, veniamo a sapere gli eccidi di adulti e bambini, le distruzioni (della Stazione Centrale, dell’ Università, del Museo Nazionale, dei tram, di interi palazzi e vie), i furti, i soprusi, le torture, le migliaia di feriti (viene ricordato anche il santo medico Giuseppe Moscati che di notte li andava a curare), e i tanti atti eroici e di coraggio dei nostri: tutti compiuti durante quelle fatidiche “Quattro giornate” di sangue, dal 27 al 30 settembre ‘43. Per non parlare della mancanza di corrente elettrica, di acqua, di cibo. La popolazione di Napoli, tutta compatta perché guidata dalla forza della disperazione - compresi feriti, donne, bambini e “scugnizzi” - al grido di “Fuori i Tedeschi, fuori i Fascisti!”, riesce infine a sopraffare l’organizzatissimo esercito dei nemici (fornito persino di carri armati Tigre) i quali, avendo sottovalutato la pericolosità di quella gente così unita e agguerrita, ed essendo stati presi così alla sprovvista da tale furore di popolo, si vedono costretti ad arrendersi e a fuggire. Grande è la gioia dei cittadini di Napoli, prima città italiana che si è resa libera dai Nazifascisti. Durante questi eventi bellici - e qui si inserisce la parte romanzata - nasce una bellissima storia d’ amore fra Mario e l’affascinante Marilù, i quali si giurano amore eterno, in quegli attimi di respiro che Mario si concede fra un combattimento e l’altro. Non racconto, però, il finale di Mario e di Marilù, che lascio alla vostra lettura. Si parla poi dell’immediata rinascita della città e dell’inizio delle trasmissioni radiofoniche EIAR. Per ritornare, come detto, ai giorni nostri e al ricordo. Mai più guerre! Maria Antonietta Mòsele


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Fondazione Giorgio Cini, Venezia - Studi di Musica Veneta IV Archivio Luigi Nono ALLA RICERCA DI LUCE E CHIAREZZA L'Epistolario HELMUT LACHENMANN - LUIGI NONO (1957-1990) A cura di Angela Ida De Benedictis e Ulrich Mosch Leo S. Olschki Editore - 2012 Sotto l'egida della Fondazione Giorgio Cini, La Collana di Studi di Musica Veneta, a partire dal 1968, pubblica materiale assai importante su Tartini, Malipiero, Gabrieli, su Metastasio e il mondo musicale, sull'Opera Italiana a Vienna prima di Metastasio, su Casella e tanto altro, come ad esempio '60 Db. La scuola veneziana di musica elettronica: omaggio ad Alvise Vidolin', a cura di P. Zavagna, tanto per restare nella nostra accesa contemporaneità. In tutto 30 lavori esegetici che si associano alla Serie 'Quaderni vivaldiani', già arrivata, fino al 2012 a ben 16 opere di investigazione criticoestetica su Vivaldi. Tanti anche gli studi monografici intorno a compositori contemporanei che hanno messo a disposizione dei ricercatori i loro Archivi: Nino Rota, Camillo Togni, Alfredo Casella, G. F. Malipiero, Egida Sartori. Sto frequentando con una certa assiduità l'Archivio Luigi Nono, grazie anche alla grande disponibilità della Signora Nuria Schönberg Nono e delle sue collaboratrici ed ho trovato in questo testo la possibilità di conoscere aspetti ed intrecci e tensioni e sviluppi di una relazione d'amicizia tra il compositore veneziano Luigi Nono ed il giovane musicista tedesco Helmut Lachenmann, legame che ha preso l'avvio epistolare appunto nel 1957, quando Lachenmann si è recato a Darmstadt per saperne 'musicalmente' di più, per andare oltre l'armonia e la melodia, ed è durato fino alla fine. Dice di lui la signora Nuria, nella presentazione del testo: 'Ricordo Helmut in tutte le fasi tracciate nel carteggio: dal timido rigoroso allievo che Gigi prendeva tanto seriamente da trattarlo con una severità che un altro, meno forte, meno convinto, avrebbe fatto allontanare da sé; al caro amico che ha scattato le prime foto di Silvia appena nata, ancora in ospedale; e poi, dopo la morte di Gigi, il più caro e affettuoso amico col quale parlare di tante cose, non solo di musica. Il più importante musicista per me, dopo Gigi.' (Nuria Schönberg Nono, marzo 2012 in 'Alla ricerca di luce e chiarezza. L' epistolario Helmut Lachenmann - Luigi Nono, (1957-1990), ed. cit. pag. VI). I curatori si riservano quasi 30 pagine di Introduzione, che vanno ad analizzare in dettaglio il clima relazionale che emerge dal Carteggio tra i due e le ragioni, serie, di questa

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iniziativa culturale, per testimoniare quanto sia necessario ampliare la pubblicistica legata ai carteggi tra e di compositori, in particolare per la musica del secondo Novecento, sezione finora ancora poco esplorata. Le lettere tra i due, che sono 124 e tutte in tedesco ma con coraggiose e spiritose incursioni di Helmut nella lingua italiana, sono corredate di note che precisano condizioni di vita e di stesura e la prima della lista, lunga ed assai particolare, è proprio sua, a ridosso del loro primo incontro all' Internationale Ferienkurse für die Neue Musik di Darmstadt: è del 10 settembre 1957 e Lachenmann gli scrive da Leonberg, a Stoccarda: i curatori riportano la dedica che Nono ha tracciato a mano sul frontespizio della composizione 'Il Canto Sospeso', da lui presentata quell'anno a Darmstadt: 'für Helmut Lachenmann/ mit vielen Wünschen/ für die Arbeit/ und das Leben - Luigi Nono – Darmstadt 227-57' (op. cit. pag 1). L'opera di Nono per soprano, contralto, tenore, coro misto e orchestra, riporta i testi di condannati a morte della Resistenza europea, raccolti da Giovanni Pirelli e certo questi della dedica sono auguri legati alle aspettative del giovane, per il suo lavoro e per la sua vita, ma denotano anche, in prospettiva, la qualità di un'offerta, quella di Nono, unica ed irripetibile, impegnativa e diretta, coinvolgente e senza mezzi termini. E vita e lavoro saranno i temi di tante missive, sullo sfondo di eventi, come la costruzione del Muro di Berlino, che testimoniano dure situazioni di provocato antagonismo internazionale, non ancora sopite in Europa. E Nono lo aiuterà ospitandolo alla Giudecca più e più volte e presentando suoi lavori giovanili per esecuzioni e pubblicazioni: nel 1957 Helmut ha 21 anni, Nono 33. Ma a Darmstadt ci sono anche Stockhausen e Boulez, poi arriverà da oltre Atlantico John Cage con la sua passione per il caso, che deve intervenire dappertutto. Olivier Messiaen ed Edgard Varèse avevano dato testimonianza di come portare avanti una rivoluzione nella composizione e nella percezione della musica come fenomeno acustico e Arnold Schönberg è come se continuasse in spirito e verità a rimanere tra loro. Scelgo una lettera a caso, la n. 39, da Nuria Schönberg Nono a Lachenmann, da Venezia, datata 3 Gennaio 1961: lei gli spiega che Gigi lavora giorno e notte ( 'Gigi arbeitet Tag und Nacht...) per preparare 'Intolleranza '60', opera che dovrà essere pronta per Aprile, per la Biennale di Venezia ed è stato proprio lui, Gigi, a chiederle di scrivergli e di dargli sue notizie e tanto, tanto ancora. Sono solo agli inizi e devo spesso ricorrere al vocabolario, ma mi riprometto un'analisi accurata di tutto il testo, per capire, per ringraziare, per andare oltre. Questo Epistolario riporta altre testimonianze


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suddivise in tre Appendici, la prima 'Lettere non spedite e/o abbozzi di lettere di Lachenmann a Nono; la seconda 'Lettere a/di altri', la terza 'Testi inediti ed editi di Helmut Lachenmann'. Tutto questo prezioso lavoro di ricerca e di documentazione si conclude con una 'Cronologia delle opere di Luigi Nono e Helmut Lachenmann'. Ilia Pedrina

ANGELO PETROSINO UN’AMICIZIA SPECIALE PIEMME Junior Il battello a vapore, 2005 - 155 pagg. Nella classe di Valentina capita un nuovo alunno, Samuel, che però, a parte i capelli rossi e le molte lentiggini sul viso, si esprime solo a gesti e, soprattutto, non si muove mai dalla sua carrozzina, perché è un povero paralitico e ha bisogno di assistenza continua. Il suo mutismo fa parte del suo male: o è fisico o di origine psicologica (l’Autore non lo spiega) e Samuel si esprime soprattutto a cenni, anche col viso, e le sue domande sono tutte fatte con lo sguardo. Uno sguardo che, per lo più, chiede sempre la stessa cosa: toccami. Baciami. Dammi una carezza. Valentina ed il suo amico Tazio sono i primi, fra i nuovi condiscepoli di Samuel, ad occuparsi sinceramente e attivamente di lui, standogli sempre accanto, col corpo e con l’anima, e portandolo a fare veloci corse in carrozzella, per compensarlo del fatto che, ahimè!, non può unirsi agli altri allievi per una bella corsa o, almeno, una partita di calcio senza troppo impegno… Il maestro (siamo alle elementari) è contentissimo dell’aiuto che riceve da Tazio e Valentina, che però desiderano anche entrare nel privato di Samuel e conoscere la sua vita in casa. E scoprono che ha una sorella maggiore, che ha 14 anni, che gli sta sempre accanto e l’aiuta come meglio può, con tutto l’amore di cui è capace… ma a volte è davvero difficilissimo scordarsi di avere 14 anni, un ragazzo coetaneo che le piace e desiderare di dare un calcio a tutto e uscire col suo lui per andare in gelateria o in un dancing e ricordarsi solo di avere 14 anni ed un’adolescenza da godere! Ma non si può. Samuel, 8 anni e 2 gambe di meno, la tiene segregata in casa con i suoi problemi. In realtà, come storia non è neanche male, ma purtroppo i suoi difetti superano i suoi pregi. Almeno, a mio modesto avviso. Innanzitutto, questo libro fa parte di un’intera, lunga saga inerente Valentina e l’Autore, come ogni scrittore che si rispetti, cerca di valutare le si-

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tuazioni più diverse e vedere la sua piccola protagonista dalle prospettive più diverse. Chiaramente, una situazione simile a quella di Heidi- Klara Sesemann non poteva certo mancare, tanto più che i disabili, oggi, sono in primo piano sui giornali, direttamente o indirettamente (modo ipocrita per fingere di notare questi esseri inutili che non hanno avuto il buon gusto di morire subito, giacché la società delle persone brave ed oneste, e sane!, non gradisce i diversi), e non si poteva certo ignorare questa seccatura (scusate: questo problema così imbarazzante … ma facilmente risolvibile se si riaprisse Auschwirtz!). In secondo luogo, letteratura a parte, questa storia, pubblicata nel 2005 per i tipi della PIEMME editori, è stata superata dalla realtà. Somiglia troppo al film francese, ricavato da una storia vera, uscito al cinema pochi anni fa: Quasi amici. Il che prova che non bisogna MAI dar per scontato che le storie che si trovano nei libri non accadranno mai (grazioso spunto per una favola, Sire, ma nella vita reale no! Sono sogni destinati a svanire! – disse il Granduca Monocolo al vecchio Re – dal film di Disney Cenerentola). In terzo luogo, ed è l’aspetto più importante di tutta la questione!, questa storia è solo… acqua fresca! Il tema rimanda alle storie strappalacrime tipiche dell’Ottocento (Oliver Twist, Senza famiglia, Il piccolo Lord, Cuore… eccetera), ma non ha certo la forza di quelli! Lo stile è scorrevole e spumeggiante, come un torrente in corsa, ma, come un torrente in corsa, non offre nulla al lettore. Voglio dire che è un’azione rapida, da cartone animato, non un testo che induce a fermarsi a riflettere, che inumidisce gli occhi per la commozione, eccetera. Fare un anime come Heidi è un conto, ma scrivere un’altra Heidi è ben altra faccenda e Petrosino, che pure non manca di arte, non è certo la signora Spyri. Ma, ripeto, è solo la mia modesta opinione. Fatevi la vostra idea e buona lettura! Andrea Pugiotto

CATHERINE TOWNSEND IO NON DORMO DA SOLA Einaudi editore, 2008 - 268 pagg. Catherine è una ragazza americana, ma vive a Londra, ove conosce gli uomini più diversi (più o meno suoi coetanei), con ciascuno dei quali va a letto, scaricando poi definitivamente la maggior parte di essi e restando poi amicissima solo di pochi (e Mark è fra questi). Cat non cerca il Principe Azzurro per sposarlo, mettere su casa, avere figli e vivere felice, come si


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potrebbe pensare, né è una donna sessualmente insoddisfatta che cerca di rifarsi (o di vendicarsi?) con gli altri maschi, cercando la perfezione assoluta quanto a compagno di letto. Cat è una normalissima, nevrastenica, egocentrica… ninfomane! Una che vive per il sesso per sé stesso. Punto e basta. Nessun interesse che possa essere qualificato culturale, sotto nessunissimo riguardo. La storia che qui è raccontata in prima persona (più un diario che un romanzo, anche se la forma è quella tipica delle Soap Opera USA e getta, squallide e a puntate) è una sequenza infinita di rapporti sessuali più o meno riusciti, più o meno felici (non sempre a letto), inframmezzato da considerazioni di economia politica (liste complete di cosa ha comprato per conquistare il lui del momento, complete del prezzo per ogni singolo articolo) e di interessanti statistiche sullo spread sessuale finora constatato con la massima serietà (Mark fotte da Dio; Andrew lo fa benissimo; Martin…). Insomma, un libro adattissimo per le generazioni del XXI secolo, così interessate ai misteri della vita e all’evoluzione della propria anima. Soprattutto, un libro dal titolo italiano totalmente originale (vi prego di notarlo!), così diverso dai volgari Sex & City (due lungometraggi da cui ricavare una serie di telefilms), Tempesta d’amore (la soap opera di moda attualmente) e, soprattutto!, La ninfomane nuda (titolo del pornofilm, proibito nel Nebraska, citato nel film Una notte con Vs Onore, con W. Matthau, 1981). Lo stile è spedito e le scene piuttosto accattivanti. L’unico difetto è che il testo è privo di illustrazioni. Però, per una seduta al cesso (quello di casa o di un bar) è proprio l’ideale. E’ perfino superiore ai rimpianti film sexy (!) con Carmen Villani e Lory Del Santo che rallegrarono l’Italia negli anni Settanta/Ottanta. Leggere per credere. Buon divertimento! Andrea Pugiotto

GIANNI RESCIGNO UN SOGNO CHE SOSTA Genesi Editrice, 2014 Trovo che Un sogno che sosta possa essere avvicinato ad un'opera pittorica. Un quadro di quelli dove la pennellata è fortemente materica, corposa, piena nel gesto e densa nel segno/colore. E tali risultano i versi, le immagini, i riferimenti spaziotemporali che compongono la silloge: un sostanzioso insieme di tracce volte a sottolineare sentimenti, pulsioni, ricordi e sfaccettature della natura. Come in un caleidoscopio, gli elementi del vive-

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re, dell'amare, del credere e del possedere vibrazioni, vanno congiungendosi in un disegno geometrico preziosamente colorato. Ed anche il richiamo allo scorrere del tempo e ad un'età che va facendosi tarda non sconfina nel disperato cedere all'idea della morte, ma è lucida consapevolezza del credente, un determinato procedere lungo il proprio binario esistenziale. Sono poesie, quelle contenute in Un sogno che sosta, da affrontare con animo sgombro da ideologismi e da gustare con la piacevolezza che il canto lirico procura. In esse si palesa la storia di un uomo che ha cercato poesia e che da questa è stato cercato: si sono incontrati e quasi non importa dove. Umanissimo grido, dunque, mai schiamazzo, dove gioia e dolore, stupore e presa di coscienza, fede e concretezza si alternano e si sovrappongono nella continua dinamica che disegna il profilo del proprio vissuto. Eugenio Rebecchi

SANDRO ANGELUCCI “DI RESCIGNO IL RACCONTO INFINITO” Blu di Prussia, 2014 Gentilissimo e caro Sandro, ti ringrazio per aver pensato anche a me nell’inviare agli amici il tuo lavoro critico sull’opera poetica di Gianni Rescigno stampato proprio all’inizio di questo anno. Non conosco come te i testi del poeta campano, ma ho letto il libro con attenzione e mi complimento per il rigore dell’indagine e per la chiarezza dell’ interpretazione. Quest’ultima nasce da una forte sintonia con l’ autore, si configura come respiro unito a respiro, e il critico diviene pertanto artifex additus artifici. Tale formula nel mio discorso è lontanissima da ogni imprecisa e disinvolta valenza retorica, giacché descrive piuttosto l’occasione preziosa per una convincente lettura critica, della quale ho apprezzato l’energia centripeta, l’intento di cogliere con penetrante lucidità gli spunti germinali, i fondamentali nuclei problematico-culturali di una ricerca poetica suggestiva e coinvolgente; hai espresso d’altronde in termini inequivoci l’angolatura visuale che sottende la tua analisi: Assistere al parto non per sostituirsi a chi l’ha concepita [ la parola poetica] ma per cogliere ( o almeno tentare di farlo) il suo primitivo vagito: è questa la mèta del saggio, un traguardo da raggiungere attraversando le oasi e i deserti della vita con la certezza che non esistono sentieri migliori e la speranza, sempre accesa, di contemplarlo, l’attimo infinito, lo scambio luminoso tra il pensiero e il


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cuore (p.22) Penso che il traguardo sia stato pienamente raggiunto attraverso la sottolineatura dell’importanza, nella poesia di Rescigno, dell’idea della vita come viaggio e soprattutto della centralità del tempo, dimensione essenziale, “realtà sensibile, ma sovrarazionale”(p.71) percepibile nella vicenda storica e nel ritmo della vitalità naturale eppur aperta – in forza di un divenire che è “ un trascendere piuttosto che …un trascorrere”(p.80) – all’incontro con l’ Essere. A questo livello il tuo intervento critico-esegetico mi è parso davvero felice, poiché considero intellettualmente feconda la nozione di “attimo infinito”, che mi ricorda il concetto di eternità come plenitudo vitae caro a un pensatore del primo Medioevo cristiano come Severino Boezio. Questi ne La consolazione della filosofia attribuiva tale condizione solo a Dio, vita senza fine, a cui “nulla del futuro può essere assente, nulla del passato potrà essere svanito ( cui neque futuri quicquam absit nec praeteriti fluxerit)”; riconosceva però anche alla sensibilità delle creature viventi nel tempo storico la facoltà di avvertire il bisogno di eternità, di certo inappagabile nel corso dell’ esistenza terrena ma altresì fruibile per emulazione, “ove ci si attacchi alla presenza, quale che sia, dell’ attimo fuggitivo, che…contiene una qualche immagine di quella immutabile presenza (alligans se ad qualemcunque praesentiam huius exigui volucris momenti, quae…manentis illius praesentiae quamdan gestat imaginem)”(libro V, cap.6, corsivo mio). Infatti l’ “attimo fuggitivo”, se vissuto con intensità spirituale e attentamente investigato, rivela in sé una scintilla non transeunte, un “momento di eternità” da scoprire e consegnare a coloro che verranno dopo di noi. Individuare e custodire ciò che, nato dal tempo, col tempo non perisce è una sfida entusiasmante per ognuno di noi, sia egli o no credente in Dio. Floriano Romboli Già pubblicata sul blog Alla volta di Leucade di Nazario Pardini

ANDARE ALL'ESTERO Sono andato all'estero (su raccomandazione di mio padre) per mettere qualcosa nelle tasche vuote della mia unica giacca, per trovare fortuna.

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Ma dopo aver camminato lungo ignote strade mi trovo soltanto con delle pietruzze nelle scarpe consumate ed una poesia composta dopo una delusione d'amore piena di dolore. Mariano Coreno Melbourne

SILENZIOSA Silenziosa scende la sera; nessun canto di uccelli si sente dintorno in questo giorno che, pian piano, si chiude. Loretta Bonucci

SENTIERI Ci son onde che bagnano la riva, poi si confondon con le altre, ci son onde che bagnano la riva, poi continuan ad attraversare l'oceano nella [ sua infinità, sperando di non dover mai perder di vista ‘l placido [ Orizzonte. Laura Catini

AALLELUIA! AALLELUIA! ALLELUUIAAA! 21/5/2014 Fabio Fucci, Sindaco di Pomezia a 5Stelle, vuol differenziar le mense. Solo agli studenti ricchi verrà dato il dolce. Alleluia! Alleluia! E’ il nuovo che avanza, con la rivoluzione del brodino e del budino! Domenico Defelice


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D. Defelice: Il microfono (1960)

NOTIZIE CONVEGNO all'ITIS sul Sito Archeologico "La Pineta" d'Isernia - Importante conferenza all'ITIS, nella mattinata del 22 aprile, sul Sito Archeologico "La Pineta" d'Isernia. Sono intervenuti tutti gli studenti del Liceo Classico con i professori e il Preside Prof. Franco Capone, professionisti e giornalisti. Relatori: la Professoressa Antonella Minelli, il Professore Ettore Rufo, il Professore Fabio Cefalogli. Questi hanno ripercorso la storia del Sito dalla sua scoperta (1978) ai giorni nostri. Hanno messo in risalto la sua importanza non solo in Italia, ma in tutta Europa e nel resto del mondo essendo il sito più ricco di reperti. Si tratta, in maggioranza, di resti di animali non solo domestici, anche di fauna africana. Pochi i resti umani, ma molte le testimonianze che ne attestano la presenza. I resti rinvenuti nella "Pineta", in un'area confinante con i corsi d'acqua della zona, il Carpino e il Sordo, risalgono a circa settecento anni fa. Parte di essi è conservata nel Museo Archeologico di S. Maria delle Grazie, parte nel nuovo Museo in via Ramiera Vecchia. Gli scavi continuano, anche in diversi Comuni della Provincia. Gli ultimi sono quelli effettuati a Rocchetta al Volturno, nella "Grotta Reali". I lavori sono stati interrotti per mancanza di fondi. Alla "Grotta Reali" non si può accedere perché non sono state ancora poste misure di sicurezza. Continua l'affluenza dei visitatori: archeologi, gruppi di turisti, comitive di studenti, in ogni stagione dell'anno. Nel 1910 vi è stata la visita, con servizio fotografico e interviste, di Piero Angela. Antonia Izzi Rufo ***

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POMEZIA-NOTIZIE 40 DOPO - POMEZIANOTIZIE 40 anni dopo, è straordinaria più di prima, carissimo Direttore Domenico Defelice, la tua splendida creatura è diventata ancora più interessante, più bella, più attraente, più affascinante, più ammaliante, come una bella donna fa battere i cuori dei suoi ammiratori e li colma di profonde emozioni, li lega ancora di più ad ogni sua pubblicazione, con l’ansia che li divora per scoprire ciò che contiene alla prossima, immergendo tutti nella lettura pagina dopo pagina e gioire di tutte le meraviglie di avvincenti notizie, di cui è portatrice sicura e efficiente. Nuovi collaboratori, nuovi miti, nuovi poeti, nuovi articoli, una miscellanea di avventure letterarie, che fanno di questa magnifica, semplice Rivista, un prezioso scrigno da tenere stretto al cuore. Un cocktail per tutti i gusti di cui non si può fare a meno. L’Italia di Silmàtteo, la bella e ridondante novità, creata dalla tua prolifica mente, caro Direttore, è il culmine del divertimento, un talismano porta fortuna, con la speranza che Silmàtteo aggiusti i guai. Il lettore non sa se piangere o ridere, ma di sicuro gode ed esulta a sentire l’eco della pura verità, narrata sorprendentemente come sai fare tu; rabbia, preoccupazione, delusione, buon umore e tanta attenzione, per ciò che racconti nel tuo Poema a puntate, e il lettore, a bocca asciutta, deve aspettare la prossima baraonda di versi a sorpresa, che tanto lo divertono e lo catturano. La nostra preziosa Rivista Pomezia-Notizie, arriva in Australia in cinque-sei giorni, ma dopo un mese ed oltre in diverse città d’Italia, ma Silmàtteo adesso aggiusterà questo grave problema e allora, almeno la posta funzionerà e non si perderanno più lettere e bustone, ed anche raccomandate, che noi spediamo con tanta gioia e poi subire il dispiacere di non arrivare mai. Carissimo Direttore, sei un genio, la tua stupenda creatura dopo 40 anni, è ancora una fiaccola vibrante, la stella del successo è ancora più splendente, noi l’aspettiamo con tanta ansia ogni mese, perché ci abbaglia con la sua luce naturale, di cui è colma dal principio alla fine. Grazie per aver creato Pomezia-Notizie che ci regala un po’ della nostra Italia tra le sue fertili pagine, che ci nutrono di sorprese, di sorrisi, abbondanza di versi e lettere dolcissime, di stupore e tanto amore e tante recensioni che fanno bene al cuore. Che Dio ti benedica e ti dia la forza di farla vivere per altri 40 anni e oltre. Con sincero affetto Giovanna Li Volti Guzzardi Melbourne, Australia ***


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Premio Internazionale di Poesia “DANILO MASINI” - L’Accademia Collegio de’ Nobili e Il Circolo “Stanze Ulivieri” in collaborazione con il Comune di Montevarchi e l’A.C.S.I. di Arezzo promuovono la 10a Edizione del PREMIO INTERNAZIONALE di POESIA “Danilo Masini”, fondato da Marcello Falletti di Villafalletto, che avrà per tema: “POESIA E VITA”. Commissione giudicatrice: Presidente Onorario Ottavio Matteini, già Consigliere nazionale Ordine dei Giornalisti; Presidente Marcello Falletti di Villafalletto, Preside dell’Accademia Collegio de’ Nobili; Segretario Generale Claudio Falletti di Villafalletto; Componenti: Dom Stanislao M. Avanzo O.S.B. Oliv., Libera Bernini, Luigi Ottavio Borzone de Signorio Sabelli, Lucia Lavacchi Burzi, Antonio Lombardi, Giorgio Masini, Lea Pesucci, Alberto Vesentini. REGOLAMENTO - Il concorso letterario si articola in due sezioni: a) Sezione Poesia inedita: Il concorrente dovrà inviare da 1 a 3 liriche in lingua italiana, in 8 copie dattiloscritte o al computer, di cui una sola debitamente firmata e recante in calce nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e indirizzo e-mail. Le copie al computer dovranno essere in Times New Roman, dimensione 12. b) Sezione Libro edito di poesia: Occorre inviare 6 copie del libro riguardanti opere edite nel periodo gennaio 2004 – luglio 2014, di cui una recante all’interno firma, indirizzo, telefono e indirizzo e-mail dell’autore. POESIA A TEMA LIBERO. Per le sezioni: Poesia inedita e Libro edito si partecipa con le stesse modalità della poesia a tema. I testi in lingua straniera dovranno recare la traduzione in italiano. Non vi sono limiti di età. Gli elaborati dovranno essere inviati entro e non oltre il 04 ottobre 2014 alla Segreteria Generale del Premio presso Accademia Collegio de’ Nobili, Casella Postale 39 - via G. da Verrazzano, 7 - 50018 SCANDICCI (Firenze). Fa fede il timbro postale. Il contributo di partecipazione è fissato in € 20,00 per ogni sezione alla quale s’intende partecipare da inviare, unitamente agli elaborati, in contanti. Per i giovani, che non hanno compiuto il 18° anno di età, alla data di scadenza del bando, non è prevista alcuna quota di partecipazione (indicare la data di nascita). Gli elaborati dovranno giungere alla Segreteria a mezzo posta prioritaria o raccomandata, e corredati di quanto richiesto dal Regolamento. L’Organizzazione non risponde d’eventuali disguidi o ritardi postali. La Cerimonia di Premiazione si svolgerà a MONTEVARCHI (Arezzo), città natale del Poeta Danilo Masini, DOMENICA 07 DICEMBRE 2014 - ore 17.00 presso il Circolo Culturale “STANZE ULIVIERI”, Piazza Garibaldi, 1. I Premi saranno consegnati durante la

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suddetta cerimonia di premiazione personalmente ai vincitori o ai loro delegati (delega scritta). I premi, non ritirati personalmente o per delega, andranno ad arricchire il montepremi delle successive edizioni. I vincitori che, per causa di forza maggiore, non potessero partecipare alla cerimonia di premiazione, potranno richiedere il premio, previo pagamento delle spese di spedizione. PRIMO PREMIO Sezione Poesia inedita: € 250,00.= Stanze Ulivieri. PRIMO PREMIO Sezione Libro edito di poesia: € 250,00.= Accademia Collegio de’ Nobili. Ai vincitori d’ogni sezione saranno assegnati trofei, coppe, targhe, medaglie, opere d’arte e libri. Ai vincitori d’ogni sezione sarà pubblicata l’opera nel mensile “L’Eracliano”. La Segreteria si riserva di procedere alla pubblicazione di un volume antologico delle opere meritevoli, come per le precedenti edizioni, edito dalla Casa editrice ANSCARICHAE DOMUS. L’invio degli elaborati al Premio costituisce per ogni concorrente dichiarazione di conoscenza e accettazione totale del suo Regolamento. Gli elaborati inviati non si restituiscono. L’invito alla Cerimonia di Premiazione non impegna l’ Organizzazione a rimborsi di spese, né produce obblighi di qualsiasi genere o natura nei confronti dei concorrenti. Per informazioni telefonare o inviare emails ai seguenti numeri: Cell. 3391604400 Claudio Falletti - Cell. 3297235669 Claudio Falletti Indirizzo e-mail: accademia_de_nobili@libero.it *** VALERIO PALMIERI A GENZANO DI ROMA - Giovedì 8 maggio 2014, presso Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma, è stata inaugurata la mostra Valerio Palmieri < La coda dell’occhio, a cura di Daniela De Angelis. Si tratta di una personale dell’artista romano che ha la sua parte centrale in una serie di splendidi acquarelli appositamente realizzati per questa occasione espositiva e che hanno come soggetti paesaggi, fiori, alberi, elementi costruttivi e naturali che Palmieri reinterpreta con l’ausilio della fantasia, in una pratica pittorica modernissima, memore di realismi ed astrazioni, uso espressionistico del colore e divaricazioni tra segno e significato. Si colgono, tra le opere, tributi a De Stael, Verna, Guccione, Montessori. L’autore è, infatti, un artefice colto, profondo conoscitore dei percorsi artistici dell’arte in tutte le sue stagioni. *** PREMIO NAZIONALE 2014 - POESIA EDITA - Leandro Polverini Possono partecipare libri editi di poesia in lingua italiana. Tema libero. Spedire una sola opera in 2 copie – di cui una firmata dall’ autore – con posta normale non raccomandata entro il 30 settembre 2014 a: PRE-


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MIO POLVERINI – via Acqua Marina 3 – 00042 Lavinio – Roma. Tel. 06/90286930 – 389/5468825 – indirizzo mail: editotem@ mclink.it Sulla busta di spedizione va scritto PIEGO DI LIBRI (tariffa postale euro 1,28) I PLICHI RACCOMANDATI NON SARANNO RITIRATI. Le opere dovranno essere accompagnate da una lettera su cui sono chiaramente indicati: nome – cognome – indirizzo – recapito telefonico dell’autore e mail. Opere ammesse: libri di poesia – di autori viventi – editi in Italia da gennaio 2000 a settembre 2014. Sono ammesse anche opere stampate in proprio o presso tipografie, che contengano almeno 30 liriche. Nessuna quota di adesione. I premiati verranno avvisati tramite lettera cartacea. Per il Bando completo e le informazioni, rivolgersi all’indirizzo su riportato con relativo telefono ed e-mail. *** LUIGI NONO all'HOLLAND FESTIVAL - Dal 19 al 22 Giugno 2014 si svolgerà l'HOLLAND FESTIVAL, all'interno dell'INTERNATIONAL PERFORMANCE ARTS ad Amsterdam. “THE NETHERLAND” ha posto quest'anno un' attenzione speciale sulle opere del compositore veneziano LUIGI NONO: il programma includerà quattro concerti, due giornate di Convegno, il 20 ed il 21 Giugno, in collaborazione con l'Università di Amsterdam ed una rappresentazione integrale. Saranno eseguite le opere 'IL CANTO SOSPESO', 'LA LONTANANZA NOSTALGICA UTOPICA FUTURA' e il 'PROMETEO', considerato unanimemente come la più importante composizione del ventesimo secolo. Sarà messo in atto anche il Ciclo dei 'CAMINANTES' allo scopo di evidenziare come Luigi Nono curasse gli effetti delle composizioni musicali in relazione agli spazi, come il suo antico ispiratore Gabrieli, del quale sarà eseguita anche un'opera vocale. Tutto il complesso del Gashouder verrà trasformato come in una 'cattedrale industriale' per le sue composizioni 'spaziali', con strutture costruite ed architettate specificamente come spazi per i gruppi orchestrali, i cori ed i direttori d'orchestra, onde produrre il materiale sonoro nel suo complesso su diverse altezze tutt'intorno all' Auditorium, creando così atmosfere insolite e coinvolgenti. L'Università di Amsterdam ospiterà il 20 e il 21 giugno studiosi e ricercatori che illustreranno i molteplici aspetti della vita e dell'opera di Luigi Nono, includendo anche il ruolo svolto dalla sua prospettiva etico-politica nell'elaborazione delle composizioni musicali, oltre all'investigazione sull'impiego di nuove tecniche espressive, dei supporti elettronici, del ruolo ineffabile ed indispensabile del silenzio, i suoi viaggi in Olanda. L'area

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pubblica del Gashouder ospiterà la mostra 'LUIGI NONO 1924-1990, MAESTRO DI SUONI E SILENZI', curata da Nuria Schönberg Nono. Nei giorni 5, 12, 19 Giugno studenti del Royal Conservatory in the Hague rifletteranno sull'Opera di Luigi Nono, utilizzando gli spazi acustici delle strutture annesse al Rijksmuseum. (Ilia Pedrina) *** COMUNICATO per poeti scrittori ed artisti - Da alcune settimane è pubblicata su LA RECHERCHE http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella =Proposta_Articolo&Id=396 la lunga (ma necessaria) lettera che prevede un’antologia poetica d’impegno civile. Invito a prendere visione e, se volete, potete lasciare un vostro commento. Per il momento registro solo le adesioni di quanti si propongono di voler fare parte di questa antologia, ma posso anticipare che si può partecipare anche con testi poetici editi (purché liberi da obblighi editoriali) o inediti, ovviamente attinenti al tema, e si può partecipare anche con una prosa poetica. Inoltre è possibile inserire testi di autori scomparsi i cui eredi o associazioni o amici abbiano documentazione e disponibilità. Pertanto questa antologia poetica d’impegno civile contro la crisi è da intendersi come un documento-manifesto-denuncia, che nasce dalla libera adesione ed espressione di ogni autore partecipante. Lo scopo dell’antologia non è commerciale, ma culturale e nello specifico d’Impegno Civile. La proposta di partecipare a un lavoro collettaneo è rivolto alle voci più significative e stimolanti della nostra Italia attenendosi alle norme di partecipazione che seguiranno. Fino ad ora hanno aderito all'antologia poco più di 100 poeti di livello le voci più significative della poesia nazionale, fra i quali Daniele Giancane, Guido Oldani, Anna Maria Curci, Alessandro Ramberti, Roberto Maggiani, Antonio De Marchi Gherini, Antonio Spagnuolo, Ninnj Di Stefano Busà, Ciro Vitiello, Antonella Barina, Augusto Cavadi, Domenico Cara, don Santino Spartà, Diego Guadagnino, Elio Giunta, Guglielmo Peralta, Francesca Luzzio, Franco Romanò, Gabriella Maleti, Franco Campegiani, Gina Guarasci, Giorgia Pollastri, Maria Giusi Reale, Maria Cristina Pianta, Stefania La Via, Marco Scalabrino, Rosa Elisa Giangoia, Anita Menegozzo, Antonio Nesci, Ottavio Rossani, Domenico Cara, Mariella Bettarini, Sandro Angelucci, Gianni Rescigno, Davide Puccini, Aldino Leoni, Anna Santoliquido, Lucio Zinna, Elio Giunta, Marzia Alunni, Angela Donna, Tommaso Romano, Licia Cardillo Di Prima, Enza Giurdanella, Gero Miceli, Laura Pierdicchi, Mario Rondi, Domenico Pisana, Anna Maria


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Bonfiglio, Gio Ferri, Anna Maria Farabbi, Viviane Campi, Loredana Savelli, Maria Gisella Catuogno, Fernanda Ferraresso, Flora Restivo, Eugenio Giannone, Enrico M. Lazzari, Lina Riccobene, Lia Bronzi, Zaccaria Gallo, Marco Scalabrino, Paolo Ragni, Rosaria Di Donato, Giovanni Fighera, Sergio Notario, Senzio Mazza, Nicola Romano, Ester Monachino, Vito Moretti, Annalisa Macchia, Emilio Diedo, Adam Vaccaro, Gianmario Lucini, Angela Passarello, Angelo Manitta, Maurizio Barracano, Nazario Pardini Anna Maria Manzi, Anna Ventura, e tanti altri. Per ulteriori informazione: giovannidino@alice.it o cell. 3409378202. Giovanni Dino *** PRESENTATA GRADIVA - Col patrocinio della Città di Cava de’ Tirreni e dell’Associazione “Lectura Dantis - Metelliana”, venerdì 23 maggio 2014, nel Salone di Rappresentanza del Comune Cava de’ Tirreni - Piazza Abbro -, il prof. Carlo Di Lieto - Università Suor Orsola Benincasa - e il prof. Sebastiano Martelli - Università di Salerno -, hanno presentato GRADIVA, rivista diretta dal prof. Luigi Fontanella - Stony Brook University of New York -, Olschki Editore. A porgere i saluti è stato il prof. avv. Marco Galdi, Sindaco di Cava de’ Tirreni; coordinatore, prof. Fabio Dainotti; presenti, tra gli altri, il direttore della rivista Luigi Fontanella e i redattori Mario Fresa, Carlangelo Mauro e Enzo Rega.

*** PRESENTAZIONE LIBRO CAVA - Venerdì, 23 maggio, alle ore 18, nel Salone di Rappresentanza del Comune di Cava de’ Tirreni, in P.zza Abbro, Sebastiano Martelli, Direttore del DIPSUM dell’Università di Salerno, e Carlo Di Lieto, dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, presenteranno la rivista internazionale di poesia e poetologia “Gradiva”, edita da quest’anno da Olschki, e diretta da Luigi Fontanella, ordinario di lingua e letteratura italiana presso la State University di New York,. Dopo i saluti del sindaco di Cava de’ Tirreni, prof. avv. Marco Galdi, declameranno le loro poesie i redattori della redazione di Napoli-Salerno: Carandente, Colucci, Fresa, Galluccio, Lucrezi, Marasco, Mauro, Papa, Piemontese, Piscopo, Rega, Urraro, Violante, Vitiello. Coordinerà i lavori Fabio Dainotti. Fontanella, che è anche critico, narratore e drammaturgo, è autore di numerosi libri di poesia, tra cui ricordiamo L’ angelo della neve, apparso nel mondadoriano Specchio nel 2009.

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Domenico Defelice - Scaffale (1964)

LIBRI RICEVUTI ANTONIO IADEMARCO - Il Ronzio delle Mosche - Racconto a brani. Dall’infanzia, all’ adolescenza, alla giovinezza - PRIMA Comunicazione Sociale, 2013 - Pagg. 88, € 12,00. L’Autore è di Mirabello Sannitico (CB). E’ la biografia di un uomo nato in un paese molisano sullo sfondo drammatico della seconda guerra mondiale. I danni causati dal conflitto lo portano a vivere una fanciullezza misera in un periodo di fame e distruzione. La sua giovinezza vissuta nella povertà lo convinse a preparare i bagagli per l’avventura in “Oltreconfine”. ** TOMMASO ROMANO - Tempo dorato. Raccontare è raccontarsi - Prefazione di Matteo Collura; foto, all’interno, in bianco e nero; in copertina a colori, “Une fenetre, le soir” (2001), di Sergio Ceccotti - Qanat, Editoria & Arti visive, 2014 Pagg. 108, € 15,00. Tommaso Romano (Palermo, 1955) è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. Saggista e poeta, autore di numerose ricerche e raccolte di testi in volumi, dirige le riviste “Spiritualità & Letteratura” e “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura”. Cultore di Storia siciliana e in particolare palermitana, ha curato, per altro, “Romagnolo e dintorni” (due edizioni, 1997 e 2007) la prima


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raccolta organica di quel territorio dalla storia negata. ELEONORA COGLIATI - All Poems - Drops of Emotions Soul Critical lump by Gianfranco Cotronei - BubliBook 2014 - Pagg. 130, € 8,00. Eleonora Cogliati was born in Lecco (Italy) the 24th of March of 1969. She graduated from high school from the scientific section. Sje os a member of the family business in charge of administrative and commercial duties. The job gives her the change to travel around the world, from which point she becomes interested in nature, art and history. Other two big passions that have always been with her are literature and classical music. She married in 1998 and gave birth of her first son Riccardo the 6th of July of 2001. Her second son, Edoardo was born the 5th of February of 2005. Soon after marital problems arose and in 2007 she separated. Her hopes and aspirations for the future collapsed dedicating herself to her fullest to hers children and discovering interior suffering and solitude. A summer night in 2009, a sudden awake leads her to compose her first poem. From here, through writing, she will find comfort and partly removes from her mind the pain that torments her. Today Eleonora lives in Olginate (Lecco) together with her sons and Davide, partner in life and in her poems. In 2011 her first collection, Drops of emotions is published, Aletti publishing house, obtaining various national recognitions and in 2013 the anthology Soul comes out (Aletti publishing house), which gains first place classification among 133 participant poets at the Leandro Polverini Prize 2013. ** ANTONIO VANNI - Diario di una nuvola bassa - Presentazione di Vincenzo Rossi, Postfazione di Maria Grazia Lenisa - Edizioni EVA, 2014 - Pagg. 56, € 8,00. Si tratta di una ristampa, la silloge essendo già apparsa nel 1994. Antonio Vanni è nato a Isernia, dove vive. E’ autore delle seguenti sillogi di poesia: “La nube” (1984), “Alcadi” (1986), “Viale dei persi” (1987), “L’albero senza rami e la luna” (1992), “Diario di una nuvola bassa” (1994), “L’Ariel” (1997), “Rosa Carsica” (1999), “Il porto vecchio delle farfalle” (2000), “Le artemie” (2004), “La passeggiata” (racconti, 2007).

TRA LE RIVISTE IL CONVIVIO - Trimestrale fondato da Angelo Manitta e di retto da Enza Conti - via Pietramarina-Verzella 66 - 95012 Castiglione di Sicilia (CT).

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Riceviamo il n. 56 (gennaio-marzo 2014), dal quale segnaliamo: “Eri De Luca Bizzarrie della provvidenza”, di Giuseppe Manitta; “Giuseppe Manitta una nuova raccolta di poesie: Il giullare del tempo”, di Pietro Civitareale; “Fulvio Arrigoni e la sua ricchezza narrativa”, di Norma Malacrida; eccetera. Ma son da citare pure Piera Bruno, Corrado Calabrò, Leonardo Selvaggi, Franco Dino Lalli, Loretta Bonucci, Tito Cauchi, Vittorio “Nino” Martin, Orazio Tanelli, Angelo Manitta, Enza Conti, Aurora De Luca, Andrea Pugiotto, Antonia Izzi Rufo, Giovanna Li Volti Guzzardi eccetera. Allegato, il supplemento CULTURA E PROSPETTIVE, n. 22, di pagg. 192, al quale hanno preso parte Oxana Pachlovka (intervista a Corrado Calabrò), Ugo Piscopo, Emilia Cavallaro, Angelo Manitta, Giuseppe Cappello, Pietro Russo, Antonio Crecchia, Angelo Ruggeri, Franco Pignotti, Luigi De Rosa, Leonardo Selvaggi, Salvatore Agati, Ivan Tavčar, Aldo Marzi, Armando Dittongo, Adalgisa Licastro, Sabato Laudato, Silvana Del Carretto, Carmine Chiodo, Giuseppe Manitta, Enrico Fichera, Francesca Luzzio, Elisabetta Cerigioni. * BRONTOLO - Mensile satirico umoristico culturale fondato e diretto da Nello e Donatella Tortora via Margotta 18 - 84127 Salerno. Riceviamo il n. 220-221 (aprile-maggio 2014), sul quale rileviamo, tra le altre, le firme di Nello Tortora e Andrea Pugiotto. * FIORISCE UN CENACOLO - Mensile internazionale di lettere e arti fondato nel 1940 da Carmine Manzi, diretto da Anna Manzi - 84085 Mercato S. Severino, SA. Riceviamo il n. 1-3 (gennaio/marzo 2014), nel quale, tra le altre, troviamo le firme dei nostri collaboratori Antonia Izzi Rufo, Leonardo Selvaggi, Orazio Tanelli, Anna Aita, Gabriella Frenna, Giovanni Dino. Anna Manzi, nella rubrica “I libri in vetrina”, stila una breve nota sul volume di Anna Aita: Domenico Defelice - Un poeta aperto al mondo e all’amore. In prima e in quarta di copertina, due opere del mosaicista e indimenticabile amico Michele Frenna. * PENNA SOTTILE - Mensile indipendente di approfondimento politico, culturale, sociale, artistico, sportivo, diretto da Giuseppe Crapanzano - via Verona 5 - 92026 Favara (AG). Riceviamo il n. 4 (maggio 2014), del quale segnaliamo le firme del direttore Crapanzano, Giovanna Li Volti Guzzardi, Salvatore Pirrera, Diego D’Agostino, Giovanni Lattuca. *


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Giugno 2014

IL CENTRO STORICO - Periodico dell’ Associazione Progetto Mistretta; Presidente Nino Testagrossa, dir. responsabile Massimiliano Cannata via Libertà 185 - 98073 Mistretta (Me). Riceviamo il n. 3-4 (marzo-aprile 2014), del quale segnaliamo gli interventi di Massimiliano Cannata, Lucio Bartolotta, Santina Rondine, Gaetano Di Bernardo Amato. * MAIL ART SERVICE - Dir. Andrea Bonanno Via Friuli 10 - 33077 Sacile (PN). Riceviamo il n. 85 (marzo 2014), del quale segnaliamo “Una duplice esistenza in ritardo per accedere all’amore e all’unitarietà della nostra identità”, del direttore Andrea Bonanno.

L’ITALIA DI SILMÀTTEO di Domenico Defelice

Quarta puntata* Ma se la sta giocando alla roulette questa sua “libertà”. Gli avevan proibito ogni rimbrotto dei gran togati alla sovranità e lui li sfida ad ogni pie’ sospinto; vuole in galera andare per mettere in subbuglio i suoi elettori, spingendoli per dentro un labirinto; la bestemmia innalzare, alte le grida. Senza alcun rossore, incorreggibile, si affaccia ognora alla televisione - dai Floris, dai Vespa, dai Santoro (maschera petulante) - e ripropone di chi ce l’ha con lui tutto lo scibile. E’ blando con gli amici che han tradito, nessuna porta chiude, ribadendo di certo che s’illude chi stare vuole fuor dal suo partito. Alle riforme non stacca la spina: FI rispetterà i patti purché in PD si dia la caccia ai ratti che avallano la solita manfrina.

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Silmàtteo non demorde. Conosce nel profondo Berlusconi e le scontrosità egli non cale; essendo ormai vicine le elezioni, per lui sono sparata elettorale. Ma la gente è basita. Nulla viene deciso e niente fatto, bene o male che sia; tutto è stravolto, tutto contraffatto; un modo di pensare ed operare che rasenta il grottesco e la pazzia. Mentre il Governo annaspa, l’istrione nasconde il vuoto e cambia strategia, spostando ogni minuto l’attenzione: fa innervosire ancora Martin Schulz 1 - col quale già c’è stato del fermento dicendo che, a parere dei tedeschi, sono stati inventati gli orrendi campi di concentramento! Le spara grosse perché sa che abbocca il mondo intero a queste sue panzane, sì ch’egli può seguire indisturbato i pifferi a suonare e le campane. Roma è ridotta, intanto, ad uno straccio. Tra cortei, occupanti e tute nere in guerra è trasformato pure il calcio: bottiglie molotov, pistolettate2, petardi e vandalismi seriali dai tanti delinquenti con bandiere che non sappiamo prendere a pedate. L’Italia intera - e nell’intero mondo viene messa alla gogna, impaurita, inginocchiata, prona davanti a quel Gennaro3, ‘a La Carogna. Sul palco, se la ride Piero Grasso - lui ride sempre e senza alcun motivo! -; Silmàtteo si passeggia e fa il gradasso; la polizia non pensa a intervenire per evitare il peggio e per non attirarsi lo sconquasso: ché un forcaiolo steso fa notizia, mentre un tutore morto è una sporcizia. Siamo il Paese delle buffonate.


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Giugno 2014

Di serio, c’è soltanto delinquenza e una super stellare corruzione. Scajola4 hanno arrestato e quel Frigerio5 che sempre s’è distinto superuomo delle mazzette, un vero trafficone. E rispunta Greganti6, forse per suggerirci un altro Alpomo7! Sui Media va il romanzo a pranzo e a cena di Cosentino8 e Grillo9 e di Catozzo10, mischiati a Berlusconi e a Matacena11 sì che il boccone ci rimane a strozzo. E si riparla ancora del complotto dell’Angela che gioca con lo spread per rifar dell’Italia un Quarantotto. Stavolta è un Ministro del Tesoro12 della grande nazione a stelle e strisce, che, in un recente libro, ribadisce d’esser stati invitati pure loro a capeggiar l’insolita partita. Obama rifiutò. Ma la culona - che cercava vendetta di più s’irrigidì trovando nella Francia quella prona alleata disinvolta guidata dall’ilare Sarkozy. Giunge, intanto, e finalmente al termine, in un crescendo assai demenziale d’offerte fantasiose e gravi accuse, l’europea campagna elettorale: pensioni da innalzar, dentiere in dono, vita degli animali sempre al top, salario al cittadino e tasse in calo. Berlusca e Grillo sono a lampo e al tuono: “Sei Stalin redivivo!”, “Hitler pazzo!” “Sei più del sanguinario Pol Pot!”... “Buffone, gnocco fritto, psiconano”... Rimbombano le piazze e le tv. La gente freme. “Avete rotto il cazzo! Merdacce siete! Non ne possiamo più!” In giro ne succedono di belle. A Pomezia, a chi studia, Fabio Fucci - Sindaco grillino a 5Stelle -

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le mense vuole differenziare, dare, ai ricchi, anche il dolce, agli altri, un più che semplice brodino. Si grida, a tutto spiano, Non è serio! non già a livello solo cittadino, ma in tutto il mondo. Un vero putiferio. Ma questo non è tutto e non il peggio. L’acqua dovranno ber di rubinetto, poveri e ricchi senza distinzione; l’acqua di tutti, pubblica, voluta sia da Grillo e Casaleggio13, per tre volte pagandola a cassetta: il Comune all’Acea, la ditta che si aggiudica l’appalto14, coloro che s’accollano la retta 15. Domenico Defelice (4 - continua) * Riassunto delle precedenti Puntate - In una serena notte d’estate, in Sardegna, avviene una specie di teremoto. Tra fulmini e tuoni e lo spavento generale, Berlusca, nella sua villa, erutta attraverso i suoi attributi. E’ imbufalito perché, a Milano, i Giudici l’hanno condannato definitivamente. In Germania, intanto, Angela Merkel è in sofferenza per una perdurante stitichezza (in senso economico e specialmente nei nostri confronti). Le giunge la notizia che, nella colonia italiana, Silmàtteo Renzusconi è stato nominato Segretario del PD., il quale, tra l’altro, vuol combattere contro l’austerità dell’ Europa a direzione teutonica. Ai primi di febbraio, un altro terremoto scuote la politica italiana: Alan Friedman rivela, in un suo libro, che, sei mesi prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio, Giorgio Napolitano e Mario Monti avevano tramato per defenestrarlo. A febbraio, cade il Governo di Enrico Letta sostituito da quello a guida Renzi, formato da giovani di belle speranze, per la metà donne. L’inizio sembra travolgente, ma è tutta una manfrina in attesa delle elezioni europee. Anche nei confronti dell’Europa a guida Merkel, Renzi appare fin troppo ...conciliante: l’Italia ingoierà ogni medicina che le verrà proposta! Intanto, Berlusconi è condannato ai servizi sociali per sole 4 ore a settimana. Roma, sim-


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bolo della Nazione, è nel caos. Anche per una partita di calcio ci son pistolettate. Note: 1 - Candidato alla guida della Commissione Europea. In passato, ai ferri corti con Berlusconi, per averlo questi definito un Kapò. 2 - Da parte, si dice, di Daniele De Santis, tifoso romanista, politicamente di destra. Viene accusato di aver ferito gravemente, in concorso con alteri, il tifoso del Napoli Ciro Esposito, a Roma, sul viale di Tor di Quinto. 3 - Gennaro De Tommaso, capo della tifoseria napoletana. 4 - Claudio Scajola, nato il 15 gennaio 1948 a Imperia, ove è stato anche sindaco, Ministro dell’ Interno, dell’Attuazione del Programma e dello Sviluppo Economico nei Governi Berlusconi. Diventato famoso in tutto il mondo per la storia della casa in faccia al Colosseo, acquistatagli da altri a sua insaputa! 5 - Gianstefano Frigerio, ex segretario della DC milanese, in passato condannato per tangenti sulle discariche in Lombardia. 6 - Primo Greganti, il famoso Compagno G, indagato nelle inchieste di Di Pietro per tangenti a favore dell’allora Partito Comunista, legato alle Cooperative di Sinistra. 7 - Alpomo, poemetto satirico, edito nel 2000 da Pomezia-Notizie (prima edizione: canti I e II, 1996; canti III e IV, 1998; seconda edizione, 1999). 8 - Nicola Cosentino, ex Sottosegretario di FI, arrestato per presunti rapporti con la famiglia camorrista dei Casalesi. 9 - Luigi Grillo, intermediario negli appalti di Infrastrutture Lombarde. 10 - Sergio Catozzo, ex segretario regionale UDC della Liguria, imputato (con Grillo, Frigeri, Greganti ed altri) in irregolarità negli appalti per l’ExPo milanese. 11 - Amedeo Matacena, imprenditore di Reggio Calabria, parlamentare del Pdl, condannato a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. 12 - Timothy Geithner rivela che la Merkel aveva invitato anche Obama a scaricare Berlusconi, ma l’America si rifiutò di complottare contro un paese alleato come l’Italia guidata, in quel momento, dal Presidente del Consiglio Berlusconi. 13 - Il Movimento 5Stelle si è battuto, nel referendum, perché l’acqua rimanesse pubblica. 14 - Che ripaga l’acqua come bene compreso nei due menù. 15 - Cioè, le famiglie, l’acqua essendo compresa nella retta.

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LETTERE IN DIREZIONE (Ilia Pedrina a Domenico Defelice) Mio carissimo Direttore ed Amico, oggi è il 16 Maggio e le emozioni che la tua creatura di carta mi dà sono intersecate in vincolo ad attraversare tutta la mia vita. È arrivato il numero di questo mese ed alla pagina 8 trovo una bella foto di Papà, quando era studente di Lettere a Firenze ed aveva vent' anni, inserita nell'importante analisi di Giuseppe Anziano su 'Domenico Defelice: Francesco Pedrina', quel tuo singolare lavoro che provvede egregiamente a rendere note linee d' amicizia, di professionalità culturale e di rispetto intenso tra il Professor Pedrina ed il giovane poeta e scrittore Domenico Defelice, che sa di humanae italicae litterae quanto basta per rimanerne affascinato e condizionato per tutta la vita. E poi ancora i lavori tuoi e di Marina Caracciolo ed ancora il Fiumi in Lapponia e la bravissima Liliana Porro Andriuoli, che firma un'ottima interpretazione di Elena Bono, e poi Rossano Onano, che con te accende d'ironia e sarcasmo lecitissimi gli aspetti più gretti ed ipocriti del nostro tempo e poi ancora il tuo mirabile 'L'Italia di Silmattèo', arrivato alla terza sezione ed ancora la tua risposta alla mia lettera e tanto, tanto altro. Hai ragione quando scrivi “...provo nostalgia di tanti personaggi famosi conosciuti in passato, dimostratisi gentili e alla mano. Dico del tuo Papà, per esempio, di Serra, di Boneschi, di Delcroix, di Carlo Levi, di Montanelli... Grandi e senza boria..” (ma se io arriverò a Chiavari, Elena Bono mi aprirà la porta? La mia Mamma, vera 'Erinni', vera 'barbara meridionale', come la chiamava Papà per la sua gelosia, ha distrutto tutte le lettere che lei inviava a lui, mentre credo che lei, Elena Bono, quelle del Pedrina le abbia care...). Tornando alle tue riflessioni, sostengo che Luigi Nono era uno di questi che tu apprezzi, grande e senza boria ed ora la signora Nuria,


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che parla tante lingue, lo affianca sempre con un entusiasmo senza pari. Anche se lui non c'è più. In questo periodo, come tu sai, mi trovo a passare ore ed ore nel grande salone della Fondazione Archivio Luigi Nono, qui alla Giudecca, in Venezia, isola rossa, isola comunista e lui, il GiGi del quale mi sono innamorata perdutamente ed 'eticamente', era dalla parte degli operai, del petrolchimico di Marghera, come dell'Ansaldo di Genova, della Fiat e della Pirelli, come tu, del resto, dalla parte dei tuoi lavoratori del Sud. La Giudecca è al di fuori del circuito 'ricco' della ' Serenissima' e qui si sta svolgendo una lotta veramente accanita per l'acquisto dell'Isola di Poveglia, grande e senza costruzione alcuna, èienamente dentro la Laguna, che è stata messa all'asta e che i sottoscrittori dell'iniziativa, per 100 euro, vogliono strappare alla cementificazione. Tutto si trova 'on line' e bisogna lottare senza sosta perché sembra che venga ceduta a questo maggior offerente, con 500 e passa mila euro, mentre i 'Povegliani' ne hanno raccolto 440 mila. Loro non si daranno per vinti, ne sono sicura. Qui alla Giudecca c'è ancora la Trattoria Altanella a Calle delle Erbe e GiGi la frequentava assiduamente con il giovane compositore tedesco Helmut Lachenmann, quando si trovava a Venezia, arrivando spesso da Monaco proprio per stare a fianco del Maestro ed imparare da lui rimanendo se stesso. Dice Helmut in una lettera a Nono: “...Grüsse Meine Freunde und -innen und allen Idioten bei Piero von mir. Viele Grüsse a Va remengo i debiti/ E chi che no genna,/ In Gaiera non si va./Auguri e buonanno/di Elmo allemannno./”. Si, caro Amico, perché all'epoca il gestore era Piero Stradella ed ora c'è suo figlio Gianni ed io ci devo ancora andare in questa trattoria... Traggo queste informazioni belle alla pag. 50 del libro 'Alla ricerca di luce e chiarezza - L'Epistolario Helmut Lachenmann – Luigi Nono (1957-1990), edito nel 2012 da Leo S. Olschki e curato da Angela Ida De Benedictis e Ulrich Mosch, quarta pubblicazione di Studi portata a compimento dalla Fondazione. Tornando al destino dell'Isola di Poveglia, dove

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si arriva solo in barca a remi perché non è nella rotta degli imbarcaderi, i soldi servono per creare altri soldi e con il termine 'indotto' si passa letteralmente sopra ogni diritto degli individui come della natura, che, una volta cementificata, scoppia.... Lavorando sugli oggetti ben cari a Virgilio, in modo accuratissimo, sono andata a visitare a Rimini, con i suoi Amici più cari, Gigi Casarotto e Bepi Gonzo l'Officina del Maestro d'Arte Cortesi, figlio e nipote di una grande famiglia di Armaioli: quanto ho insistito perché si apra la strada a giovani apprendisti che imparino l'arte e non la mettano da parte! È un mondo che non conoscevo e che ora approccio con un fascino che è carico di devozione per il lavoro delle mani, dell'uomo come della donna, non dei bambini però, quelli che vengono usati perché hanno le manine piccole a fabbricare tappeti e tessuti ricamati, pagati con una ciotola di misero mangime (si, mangime, dico, perché il cibo, quello vero, si dà sulla tavola, con altri piccoli e grandi, in compagnia, e per mangiare si sospende ogni lavoro). Mi dice Virgilio che il mangiare è evento sacro e ci si deve concentrare in sintonia, gustando ogni sapore, frutto di un'attenta e sapiente devozione agli ingredienti ed al loro intreccio nelle 'pignatte'! Ed anche il fuoco, il focolare deve essere amato, dosandone l'intensità ed i suoi 'carismatici' effetti, sui cibi e poi, in contemplazione, sulle persone. Amo il suo mondo, adesso, sempre di più, senza sforzo, perché tutto era già in quella Villa di Brazzacco a Colmalisio in provincia di Udine, assai vicina al castello di Colloredo di Montalbano, perché c'era il focolare friulano a piena stanza, nel suo centro, stupendo! In quel Parco, sotto un platano secolare, ha visto la luce 'Musa Greca' ed è iniziata la mia collaborazione con lui, ricopiandogli a macchina tutti i suoi manoscritti, materiale sui Lirici Greci, Saffo, Alceo, Anacreonte e poi i tragediografi Eschilo, Sofocle, Euripide e poi ancora gli storici ed i filosofi, da inviare volta per volta all'Editore Trevisini di Milano ed era il 1958.... Gli chiederò le lettere di Papà che credo abbia conservato in Archivio, per tracciare un profilo


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sincero di tutte quelle vicessitudini, d'assiduo lavoro e d'ansie e di tensioni non senza lotte concrete, per difendere il suo diuturno lavoro di scrittore e di critico della Letteratura Italiana e Greca e la sua inossidabile libertà ed indipendenza di giudizio. Lavoro puro delle mani e dell'intelletto creativo ed esegetico quello di Papà, come lavoro puro delle mani e dell'intelligenza creativa musicale è quello di Luigi Nono. Ecco perché il tuo lavoro sul Pedrina ieri ed il tuo consenso aperto oggi nel far conoscere attraverso Pomezia-Notizie questo grande compositore veneziano testimoniano una scelta precisa di campo, così come proprio sei tu, quando scrivi di letteratura o quando ti fai poeta, o quando curi frutti e fiori ed altre erbe del tuo hortus conclusus, o quando infiammi la penna accendendo invettive contro il Potere che va scritto maiuscolo per capire bene che bisogna prenderne le distanze, senza mezzi termini. Leale ed inflessibile, accorto e magnanimo, saggio e competente artefice di Opere che segnano una svolta intensa ed originalissima nel campo della creatività letteraria e della corrente del Realismo lirico. Questo sei tu. E ti abbraccio, in piena sintonia. Ilia P. S. Il giovane Leonardo Bordin si lascia infiammare dalla tua creatura di carta, si associa a me in tante riflessioni dando il suo contributo e ti scriverà presto, mentre mi raccomanda di dirti che ha rinnovato l'abbonamento, anche se in ritardo. Gli piaci. Ilia Carissima, il Prof. Giuseppe Anziano ha particolarmente apprezzato il mio Francesco Pedrina anche perché è stato uno degli innumerevoli studenti che si sono formati sulla Letteratura Italiana e sulle Antologie per i Licei curate dal tuo Papà. Elena Bono non potrà più aprirti la porta perché passata a miglior vita. Uno dopo l’ altro, se ne stanno andando tutti gli amici e i conoscenti di Francesco Pedrina e, con loro, se ne va la possibilità di rintracciare molte sue lettere da pubblicare unitamente alla loro

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preziosa testimonianza. Perché son certo che tanti le conservavano e tanti ancora le conservano. Sarebbe necessaria una tua capillare ricerca. E’ un vero peccato che tua madre abbia distrutto quelle che Lui riceveva (e, a quanto pare, non soltanto quelle scritte da donne). Ma non possiedi neppure l’elenco, gli indirizzi di coloro con i quali Egli ha avuto le maggiori frequentazioni? Una che ne potrebbe possedere è certamente la Battigalli, dal tuo Papà battezzata Nerina la Maremmana, brava pittrice di Grosseto. Insomma, si tratta di mettersi d’impegno, scovare quanti ancora sono in vita e farli collaborare, perché, con la loro morte, non è certo che tutto quel che possiedono verrà conservato. Le discariche sono giornalmente alimentate attraverso la pulitura di biblioteche e cantine di letterati o di semplici autenticamente innamorati della cultura. Un musicista, così come un poeta, non può non essere “dalla parte degli operai”, di chi soffre nell’inferno della FIAT (oggi FCA), della Pirelli, dell’Ansaldo o del Petrolchimico (in quest’ultimo, vi ha lavorato un poeta battagliero, che ha saputo raccogliere e cantare patimenti e lotte: Ferruccio Brugnaro). In Italia, cara Amica, oggi è tutto in (s)vendita e non soltanto l’Isola di Poveglia. Infinito è, per esempio, l’elenco delle aziende già passate in mano a capitalisti d’oltralpe. Siamo in vendita tutti noi e specialmente i nostri figli, i giovani che vanno mendicando un lavoro anche al di sotto delle mille euro, mentre un pugno di caimani continua a ingozzarsi spudoratamente, riscuotendo stipendi stratosferici, che oltrepassano, a volte, i sei milioni l’ anno! Fino a quando, fino a quando ci faremo calpestare da politici incapaci e disonesti e succhiare il sangue dalle tante sanguisughe? L’isola in vendita, per un misero obolo, non è che la metafora di una intera Nazione allo sbando e immiserita. Anche lo sfruttamento dei bambini è ritornato in auge da noi. Non sono soltanto i Cinesi e gli immigrati in genere a praticarlo; ci sono molti italiani e non è raro vedere fanciulli rovistare nei cassonetti della spazzatura.


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“Mi dice Virgilio...”. Tu parli di tuo fratello come se fosse ancora in vita. E fai bene. Era uno dei pochi che aveva capito l’esistenza e cercava di tirarla “senza sforzo”, “in quella Villa di Brazzano” dove tu hai aiutato il tuo Papà nel dar la luce a capolavori come “Musa Greca”. Forse non è la prima volta che mi permetto di suggerirti di riprendere la sua “Letteratura Italiana”, aggiornarla con aggiunte nel capitolo dei moderni (non ti manca né la capacità, né la conoscenza degli Autori) e rimetterla in commercio. Essa è talmente rilevante “non solo per l’informazione sotto il profilo critico - come afferma Giuseppe Anziano -, ma anche e soprattutto per la scorrevolezza del linguaggio”, che meriterebbe di formare e commuovere ancora generazioni di giovani. Deciditi, dunque, prendi il coraggio e rimetti in circolo il bel nome del tuo Papà! Spingi Bordin a collaborare. La rivista è con i giovani che si rinnova,loro sono il nostro futuro. Domenico

D. Defelice - “ ...continua a ingozzarsi...”

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AI COLLABORATORI Si invitano i collaboratori ad inviare i testi (prodotti con i più comuni programmi di scrittura e NON sottoposti ad impaginazione) composti con sistemi DOS o Windows su CD, indicando il sistema, il programma ed il nome del file. E’ necessaria anche una copia cartacea del testo. Mantenersi, al massimo, entro le tre cartelle (per cartella si intende un foglio battuto a macchina da 30 righe per 60 battute per riga, per un totale di 1.800 battute. Per ogni materiale così pubblicato è necessario un contributo volontario). Per quelli più lunghi, prendere accordi con la direzione. I testi inviati come sopra AVRANNO LA PRECEDENZA. I libri, per recensione, vanno inviati in duplice copia. Per chi usa E-Mail: defelice.d@tiscali.it Il mensile è disponibile anche sul sito www.issuu.com al link http://issuu.com/ domenicoww/docs/ ___________________________________ ABBONAMENTI Per il solo ricevimento della Rivista: Annuo... € 40.00 Sostenitore....€ 60.00 Benemerito....€ 100.00 ESTERO...€ 100,00 1 Copia....€ 5,00 e contributi volontari (per avvenuta pubblicazione): c. c. p. N° 43585009 intestato a Domenico Defelice. Codice IBAN: IT37 NO76 0103 2000 0004 3585 009 Codice BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX Specificare con chiarezza la causale ___________________________________ POMEZIA-NOTIZIE Direttore responsabile: Domenico Defelice Redattore Capo e impaginatore: Luca Defelice Segretaria di redazione: Gabriella Defelice Responsabile Posta Elettronica: Stefano Defelice ________________________________________ Per gli U.S.A.: IWA - Teresinka Pereira - 2204 Talmadge Rd. - Ottawa Hills - Toledo, OH 43606 - 2529 USA Per l’AUSTRALIA: A.L.I.A.S. - Giovanna Li Volti Guzzardi - 29 Ridley Ave - Avondale Heights VIC 3034 - Melbourne - AUSTRALIA ________________________________________ Stampato in proprio

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Pomezia notizie 2014 6  

Periodico d'arte, cultura e scienza a cura di Domenico Defelice

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