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mensile (fondato nel 1973) Direzione e amministrazione: Via Fratelli Bandiera, 6 - Tel. 06/91.12.113 - 00040 POMEZIA (Roma) - Fondatore e Direttore responsabile: DOMENICO DEFELICE – e-Mail: defelice.d@tiscali.it – Parziale distribuzione gratuita (solo il loco) – Attività editoriale non commerciale (art. 4, D.P.R. 26.10.1972 n. 633 e succ.ve modifiche) - Per abbonamenti (annuo, € 40; sostenitore € 60; benemerito € 100; una copia € 5.00) e per contributi volontari (per avvenuta pubblicazione), versamenti sul c/c p. 43585009 intestato al Direttore - Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 213/93 del 23/5/1993 - La collaborazione, sempre gratuita, in parte è libera, in parte è per invito. Ogni autore si assume la responsabilità dei propri scritti - Manoscritti, fotografie e altro materiale, anche se non pubblicati, non vengono restituiti - É ammessa la riproduzione, purché se ne indichi la fonte. Per ogni controversia, foro competente è quello di Roma.

Poste Italiane S.p.A. Spedizione in Abbonamento Postale 70% - DCB - ROMA Anno 21 (Nuova Serie) – n. 8 - Agosto 2013 € 5,00

Don ELEUTERIO GAZZETTI in un saggio di DOMENIO DEFELICE di Giuseppe Anziano

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L Croco-Maggio 2013, che fa parte dei quaderni letterari di Pomezia Notizie, presenta un saggio di Domenico Defelice su don Eleuterio Gazzetti, cantore della Valpadana, della zona ubertosa,, produttrice di Lambrusco, lungo il fiume Secchia, “ ora grandioso nelle piene, ora rigagnolo ciarliero e veloce, tra macchie di robinie e canne, ora pigro nelle anse, dalle sponde sempre coronate di fiori”. La silloge, che si articola in tre parti -- Il saggista e il pittore — Il poeta e lo scrittore — Le lettere ---, rappresenta uno spaccato della condizione umana, evidenziato con grande efficacia da Defelice, capace di penetrare a fondo nella psiche umana e metterne a nudo gli aspetti più significativi, e si segnala per la connotazione personale che l’autore dà ad essa, per la registrazione di sue esperienze di vita, dei suoi sentimenti in chiave filosofico-letteraria,---offre lo spunto per una riflessione profonda sui valori più autentici dell’esistenza, sulle tematiche di alto contenuto umano e religioso----, per il rilievo con cui viene descritto un mondo circoscritto, un microcosmo, di cui coglie i vari aspetti. Defelice nella prima parte, dopo aver tracciato sinteticamente la vita di don Eleuterio, nato in provincia di Modena nel 1917, par-


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All’interno: Nido primigenio, di Antonia Izzi Rufo, pag. 5 Cagliostro, I misteri di via dell’Amorino, Sua Santità, di Giuseppe Giorgioli, pag. 6 Il Monviso e il fiume Po, di Leonardo Selvaggi, pag. 16 XXXIII Edizione Premio Letterario Internazionale Città di Pomezia 2013 (risultati e materiale di: Nazario Pardini, Innocenza Scerrotta Samà, Antonio Damiano, Antonia Izzi Rufo, Maria Luisa Daniele Toffanin, Andrea Masotti, Edio Felice Schiavone, Francesco Salvador, Anna Maria Bonomi, Enzo Cavaricci, Tito Cauchi, Noemi Lusi, Mariagina Bonciani, Claudio Carbone, Santo Consoli, Monica Fiorentino, Clementina Maddalena Pilla, Carmela Perri, Angela Maria Tiberi, Anna Trombelli Acquaro, Paola Insola, Leda Biggi Graziani, Maria Coreno, Filomena Iovinella, Elisabetta Di Iaconi, Francesco Martillotto, Silvana Andrenacci Maldini, Caterina Margheri, Giuseppina Taddei), pag. 19

Amore e morte nella poesia di Antonia Pozzi, di Luigi De Rosa, pag. 45 Eleonora Cogliati: Anima, di Giuseppe Leone, pag. 48 In viaggio con Pierre Boulez, di Ilia Pedrina, pag. 50 I poeti e la Natura (Carlo Olivari), di Luigi De Rosa, pag. 53 Notizie, pag. 64

RECENSIONI di/per: Elio Andriuoli (Il Regno, di Carmelo Pirrera, pag. 55); Fulvio Castellani (Sotto ogni cielo, di Aurora De Luca, pag. 55); Carmine Chiodo (Nessuno può restare, di Gianni Rescigno, pag. 56); Carmine Chiodo (Carillon, di Salvatore Senna, pag. 57); Salvatore D’Ambrosio (Nel tempo del giorno e della notte, di Brandisio Andolfi, pag. 58); Rossano Onano (Per vivere ancora, di Anna Vincitorio, pag. 59); Laura Pierdicchi (Ubaldo Riva alpino poeta avvocato, di Liana De Luca, pag. 60); Laura Pierdicchi (Eleuterio Gazzetti cantore della Valpadana, di Domenico Defelice, pag. 61); Andrea Pugiotto (L’intermittenza, di Andrea Camilleri, pag. 62).

Lettere in direzione (Ilia Pedrina a Domenico Defelice), pag. 66

Inoltre, poesie di: Mariagina Bonciani, Loretta Bonucci, Lorella Borgiani, Colombo Conti, Mariano Coreno, Domenico Defelice, Luigi De Rosa, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Maria Luisa Spaziani Pomezia-Notizie è disponibile anche su: issuu.com/ domenicoww/docs/p._n._2013_n._8

roco dal 1954 di Sozzigalli di Soliera, dove ha operato con solerzia, restaurando la Scuola Materna Istituto San Giuseppe, la monumentale Chiesa Parrocchiale di stile neoclassico, costruendo la nuova Parrocchia ed organizzando numerose mostre personali — in tale contesto ha dimostrato capacità creativa, estro singolare --, parla della sua attività di saggista, da un lato soffermandosi sull’opera “Cardinali, vescovi e abati nella storia della Diocesi di Modena e Nonantola (sec. IVXX)”, ripartita in quattro parti, in cui traccia

la storia della Diocesi con la citazione dei vescovi, che si sono succeduti in essa, nel corso degli anni, dei vescovi modenesi che hanno esercitato il loro apostolato altrove dal sec. VII al Sec. XX, dei cardinali modenesi ed, infine, di Nonantola e dei suoi abati, dall’altro lamentandosi del fatto che molte opere sono ancora inedite e che si auspica possano essere sollecitamente pubblicate. Per quanto concerne la sua attività di pittore, don Eleuterio deve molto all’ Impressionismo, il cui nome deriva dal paesaggio di Mo-


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net –IMPRESSION-SOLEIL LEVANT— 1872- movimento ispirato ad un’ arte basata essenzialmente sul colore e ad esperienze visive quali si determinavano nel lavoro all’ aria aperta – en plein air-. Don Eleuterio, a mio avviso, esprime il meglio di se stesso nella pittura, dove, senza intrusione dell’intelletto, che renderebbe la creazione artistica fredda ed artificiosa, tale da non suscitare emozioni nell’animo dl fruitore, facendo leva sul suo spiccato spirito d’ osservazione, attraverso i colori della sua tavolozza, ricca di essenzialità cromatiche, di luci ed ombre sfumate, con pennellate morbide e sciolte, trasfonde tutta la ricchezza del suo mondo interiore, tutta la potenza del suo estro creativo. Da tal modo di dipingere risulta un mondo variegato, che, interiorizzato e oggetto di profonda analisi, denota non solo una coerenza di stile di pretto stampo impressionistico, pur nella diversità dei soggetti ora relativi alla natura e al paesaggio -- acqua - fiume - mare alberi - fiori - la fattoria - il casolare — ora all’arte sacra — Il re dei Giudei — la Madonna col bambino ---, ma anche un preciso gusto estetico. Paesaggio e figura sono, quindi, i temi dominanti della sua produzione, il paesaggio dove, in una vasta gamma di colori, con tinte morbide e delicate, è evidenziata una natura semplice, incantata, colta nelle sue forme, nei suoi colori, la figura, invece, riproduce i tratti delicati del viso, in una policromia calda e corposa. Nella seconda parte Defelice, nel rilevare come in Eleuterio la poesia è sentita come sogno d’amore, vagheggiamento supremo di bellezza, come elevazione spirituale ed anelito al divino, sottolinea che essa non ha valore puramente documentario, ma riflette la storia dei suoi sentimenti, dei suoi convincimenti morali –fede - sociale - divino — in un linguaggio di moderna e schietta semplicità, che, rifiutando ogni forma solenne, non disdegna di ricorrere ad espressioni comuni, ma sentite. In fondo, a mio avviso, la poesia non vale

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tanto per quel che dice, quanto per quel che suggerisce nell’animo del fruitore e deve avere come fine non solo il godimento estetico, ma anche la sensibilizzazione dell’individuo nei riguardi dei problemi sociali.. Sono presentate poesie che abbracciano argomenti vari: Affetti familiari (Per un piccino — La nonna ) - La presenza costante del divino nell’uomo (Il tempo del Calvario) - La crisi esistenziale per la solitudine dell’uomo disorientato dal caos della vita quotidiana (E avviene) ed, in ultimo, Pensieri e Sentenze, elencazione di pillole di saggezza ”Quae utilia sunt”. Per quanto concerne la prosa, per Defelice, Eleuterio è uno scrittore moderno, in possesso di una cultura che affonda le sue radici nell’humus di una formazione classica, che non disdegna di volgere il suo sguardo indagatore alla società che lo circonda, piuttosto deludente, tanto da indurlo ad esprimere giudizi talvolta poco lusinghieri sulle virtù femminili, negativi, invece, sul presuntuoso e sui politici, interessati più al tornaconto personale e… alle cene. La terza parte riguarda il carteggio che è intercorso tra il sacerdote e Defelice dal 1964


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al 1998 - lettere per lo più di E. Gazzetti, mentre di Defelice è riportata solo una , di cui conservava la copia — dal quale traspare l’amicizia che ha legato i due, amicizia che si è esplicitata in una simbiosi spirituale evidenziata da scambi culturali, scambi di giudizi sulle opere scritte, dai rapporti con altri esponenti della cultura contemporanea, il tutto in un linguaggio che evidenzia una creatività esente da ogni manierismo e che costituisce una nota particolare dell’autore. Concludendo, bisogna dare atto a Defelice di aver salvato con questo suo saggio dall’ oblio un autore poliedrico quale E. Gazzetti, che ha dato un significato alla sua vita sia con l’esercizio del suo apostolato sia con l’ interesse verso le varie espressioni artistiche. Giuseppe Anziano In prima pagina: Eleuterio Gazzetti - Paesaggio (1969, olio su truciolato 30 x 40) e Cocomeri (1968, olio su faisite 30 x 40). Pag.3: Eleuterio Gazzetti: Nudo (Studio, 1966, olio su tela 30 x 40, proprietà Iscra, Pomezia, RM).

ALI DI LIBERTÀ Ali di libertà agli angoli della strada tra la povera gente cui trema anche lo sguardo dal sapore umano. Un piccolo cielo rischiara il giorno tra impercettibili cose di un pensiero assente ai margini di una vita che ritrova il suo sorriso tra le gote tra i frantumi di un amore che rinviene pian piano il suo paradiso adirato il sentimento

Pag. 4 si accavalla su silenzi stanchi di ascoltare fumose parole di un incerto senso. Lorella Borgiani Ardea

NON FIDARSI Un corpo bagnato pesa di più d’uno asciutto. E quando cammino sotto la pioggia mi sento pesante come se fossi un gigante! Meglio non camminare sotto la pioggia, meglio non bagnarsi e di non troppo fidarsi. Mariano Coreno Melbourne

ALLELUIA ALLA... FANTOMAS La sindrome di Stendhal è uno stato confusionale, una specie di vertigine della bellezza che investe il visitatore alla quinta stanza del Louvre. Il museo parigino è stato chiuso per teppismo. I guardiani hanno indetto uno sciopero per i troppi borseggi che non riescono a controllare. Dalla sindrome di Stendhal alla sindrome di Fantomas. Rossano Onano Non provi tenerezza, caro Onano, di fronte a quei Francesi alla sindrome ancora recettivi? Da noi, stravaccinati, che a tutto siamo avvezzi da millenni, pure il borseggio è metabolizzato; entrato è anzi nella istituzione, custodi praticandolo e... fantasmi: fa parte del pacchetto, del bidone, con guida, cartolina e... pizzardone! Domenico Defelice


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NIDO PRIMIGENIO di Antonia Izzi Rufo

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MMAGINIAMO di essere dei giganti che ad ogni passo che fanno in avanti si lasciano dietro, non venti centimetri così come noi piccoli uomini reali, rispetto ad essi invisibili, ma decine di chilometri. Pochissimo tempo impiegheremmo a percorrere il terzo della parte solida di cui è formata la terra. E se facessimo una corsa ad occhi chiusi, andremmo a cascare, senza accorgercene, nella vastità delle acque che tre parti occupano del nostro pianeta. Quel pezzetto di suolo non ci basterebbe, sarebbe per noi insufficiente, non ci permetterebbe di muoverci a nostro agio e di godere di uno spazio infinito e opteremmo per una bella nuotata nell’illimitata distesa liquida. Il mare esercita un forte magnetismo sull’ uomo, non tanto se infuriato avanza minaccioso con i suoi cavalloni, genera terrore e induce alla fuga, quando, rilassato e in dormiveglia, ci sorride, lambisce i nostri piedi con morbide onde civettuole mentre sostiamo o passeggiamo sulla battigia, ammicca per indurci a scivolare nel suo seno, si compiace ogni volta che, al suo cospetto, siamo sedotti dal suo fascino irresistibile, dal suo manto di seta turchese o azzurro smeraldo o di cobalto o scintillante di miriade di stelle dai raggi prodotte del sole, proiettati nella sua immensità. Nei lunghi giorni dell’autunno piovoso e ventoso, nell’interminabile rigido inverno buio, nel volubile tempo cangiante di primavera pazzerella sogniamo l’arrivo, lento, dell’ estate, nella speranza di poterci concedere una vacanza al mare e rifarci della malinconia e del freddo sofferti per mesi e mesi d’attesa, costretti nel chiuso nella noia e nel grigio. E quando la bella stagione arriva e ci stendiamo finalmente sulla spiaggia bollente indorata dal sole che ci tinge d’ambra la pelle e d’ ottimismo lo spirito, ci sentiamo rinati, leggeri, scissi da problemi e preoccupazioni, animati solo da giubilo e voglia di vivere. Inneggiamo al sole, al mare, alla spensieratezza; accanto-

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niamo il pensiero del lavoro e della parsimonia, appaghiamo desideri rimossi e respiriamo la libertà, infinita, che nell’aria aleggia ad ali spiegate e danza estasiata. Ovunque volgiamo lo sguardo è incanto. Non hanno orizzonte il cielo e il mare: è tutt’ uno l’immenso d’azzurro. Bianche vele, diafane, scivolano eteree sulla superficie, sembra che volino al di sopra delle acque; i gabbiani sostano immobili sugli scogli; i bambini costruiscono e demoliscono castelli di sabbia mentre gorgheggi spensierati lanciano in aria; chi nuota chi passeggia in acqua; chi arriva chi va via; brusio in sottofondo sotto gli ombrelloni; chi riposa all’ombra chi è steso al sole. Appaiono tutti senza pensieri i bagnanti. Che bello! C’è aria di festa, di pace, hanno tutti il viso disteso, amico. Perché tanto amore per il mare? Per caso esso è il padre dell’uomo e nel suo ventre è l’ origine della specie umana? Forse l’uomo nacque da un pesce che, in un momento d’ira, lo lanciò sulla terra? Scacciato dal regno marino, egli si adattò a vivere anche fuori dell’ acqua, come un anfibio. In lui, però, è rimasto il ricordo della vita prima, del sapore e dell’ odore dell’acqua marina e tornare in essa è come immergersi di nuovo nel liquido amniotico del suo caldo e protettivo nido primigenio. Antonia Izzi Rufo

VIAGGIO VERONA-PARIGI ...... Nel treno di Parigi antiche angosce puntualmente ritornano: io arrivo alla Gare de Lyon, gabbione fatiscente, e al di là si spalanca il deserto. Louvre? Bastille? Place Vendôme? Etoile? Ça n’a jamais exixté, ma pauvre dame! C’est la faute di scrittori passatisti: frottole per sognatori, trappole per turisti. ....... Maria Luisa Spaziani da L’anima del viaggio, in La Musa accanto, a cura di Eugenio Rebecchi - Blu di Prussia, 2012.


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CAGLIOSTRO, I MISTERI DI VIA DELL’AMORINO, SUA SANTITÀ di Giuseppe Giorgioli

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I seguito vengono presentati tre libri che a mio parere sono interessanti per il periodo storico e politico in cui le storie di questi tre libri sono ambientati, e precisamente: “Cagliostro” di Roberto Gervaso è ambientato nel periodo precedente la Rivoluzione Francese: Tale storia sembra quasi anticiparne l’evento. “I Misteri di Via dell’Amorino” di Gianantonio Stella è ambientato nel periodo post Risorgimento: durante gli eventi raccontati si possono vedere somiglianze con il periodo sia attuale che di tangentopoli del 1992 per la corruzione che viene descritta e che è presente nella politica degli anni 1860 – 1900. “Sua Santità” di Gianluigi Nuzzi è attuale e descrive la corruzione presente nel Vaticano in questi anni 2000 – 2012. ROBERTO GERVASO CAGLIOSTRO Rizzoli Edizioni, 1992, pagg. 397, € 12,50 Roberto Gervaso sa come scrivere la storia, sa come renderla leggibile senza farla approssimativa, sa fare ottima divulgazione senza perdere mai il fascino del raccontare. Una lettura tutta da godere, ma istruttiva. Un libro affascinante perché tratta della storia di Cagliostro, che diventò famoso perché aveva viaggiato per tutta Europa facendo alchimie, profezie ed era iscritto alla Massoneria. E’ senz’altro una figura importante per la recente storia dell’umanità in quanto nel racconto già si intravedono i germi del cambiamento traumatico della Rivoluzione Francese. Inoltre profetizzò alla Regina Maria Antonietta la sua terribile fine. Un personaggio scomodo senza dubbio, un

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uomo misterioso a cui fece difetto la modestia e a volte l’onestà, aveva un’intelligenza straordinaria, eccellenti poteri occulti. Compì infatti miracolose guarigioni, ebbe il dono della preveggenza, fu profondo conoscitore dell’alchimia. La sua biografia è ancora oggetto di contraddizioni e di difficile interpretazione come in effetti fu la sua avventura su questa terra. In contrapposizione al “Secolo dei Lumi”, epoca in cui visse, Cagliostro propose il mondo dell’occulto e dell’inconoscibile. Quando un uomo travalica gli schemi della normalità, osa quello che i comuni mortali non osano, quando mette in discussione le regole del sociale, del perbenismo, quando sconvolge gli schemi preordinati dalla classe dominante, allora è destinato ad attirarsi l'odio, lo scetticismo, la curiosità malevola e la diffidenza ma spesso anche l'opportunismo di chi lo vuole usare per i propri scopi e la storia è colma di uomini che, andando contro corrente, hanno pagato duramente la loro diversità. Ricercatore della vera saggezza, sostenne che essa risiedeva nei misteri della civiltà egiziana e che l'antico Egitto fosse la culla di tutte le scienze e l'origine di tutte le religioni, fu fondatore altresì e Gran Cofto del rito egiziano (vedasi a tal proposito il Capitolo 5: Il gran Cofto). Tutta la sua vita fu improntata su un unico pensiero: poter dominare la morte, perché, riteneva, tutto si muove in virtù di essa e forse dell'ossessione e della paura che ne deriva. La narrazione tratta della vita del Conte Cagliostro, in realtà Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno1743. Era figlio di Pietro Balsamo, un venditore palermitano di stoffe, e di Felicita Bracconieri, fu battezzato l'8 giugno 1743 con i nomi di Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio e Matteo. Il padre morì poco tempo dopo la sua nascita e Giuseppe fu accolto nell'istituto per orfani di San Rocco dove compì i primi studi, seguito dalla cura degli Scolopi. In seguito venne affidato nel 1756 al convento dei Fatebe-


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nefratelli di Caltagirone. Non è chiaro se scappò anche dal convento o se semplicemente ne fu dimesso; in ogni caso, tornato a Palermo, si rese responsabile di una truffa ai danni di un fabbro sciocco, avido e superstizioso di nome Marano, e per sottrarsi ai rigori della giustizia, sarebbe fuggito a Messina, dove avrebbe conosciuto un certo Altotas, forse un greco-levante, con il quale avrebbe viaggiato in Egitto, a Rodi e a Malta, e che Cagliostro indicò come suo primo maestro, che l'avrebbe introdotto, nel 1766, nell'Ordine dei Cavalieri di Malta; queste notizie furono tuttavia fornite da Cagliostro in un suo Memoriale del 1786, nel quale egli intendeva sostenere la leggenda di una sua eccezionale formazione spirituale e vanno pertanto ritenute altamente improbabili: quello che è certo, è che sulla figura dell'Altotas la storia non ha mai fatto alcuna luce. Nel 1768 il Balsamo è a Roma e vi è arrestato per una rissa nella Locanda del Sole, in piazza del Pantheon: dopo tre giorni, è rilasciato grazie all'intervento del cardinale Orsini, di cui aveva nel frattempo conosciuto il maggiordomo, don Antonio Ovis. È ancora nel 1768, il 21 aprile, che Balsamo si sposa nella chiesa di San Salvatore in Campo con Lorenza Serafina Feliciani, una bella ragazza nata l' 8 aprile 1751, analfabeta, figlia di un fonditore di bronzo. Il certificato di matrimonio è tuttora conservato e attesta che il Nostro si chiama effettivamente Giuseppe Balsamo ed è figlio del fu Pietro, palermitano: non vi è traccia di alcun titolo nobiliare, né in particolare del nome di Cagliostro. Nozze descritte nel Capitolo 2 – “Lorenza”. Cagliostro programma un viaggio a Londra nella magia: a Londra soggiornò nel 1771 in una palazzina di New – Compton – Street, nei dintorni di Soho. Ritornò a Londra nel 1776 a Whitcomb Street. Fu incarcerato a Kings – Bench. Fu iniziato nella Massoneria in una cerimonia presso la Taverna Reale a Gerard Street, a Soho, assumendo il nome di Conte di Cagliostro al posto del suo vero nome Giuseppe Balsamo. Fu iniziato anche al rituale della Massoneria egiziana: nel Capitolo 4 vi è

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una bella e completa storia sulle origini della Massoneria. Non considerando gli atti ufficiali della nascita della moderna Massoneria nel 1717, sono conosciuti come sicuri solo dei rari documenti che precedono il 1717 e comunque non prima della seconda metà del XVII secolo. La vaghezza di questa documentazione è da addebitare alla segretezza che allora i massoni davano ai lavori di loggia. Tale carattere non differisce da quello delle società iniziatiche anche antiche, essendo l' iniziazione un aspetto sostanzialmente comune a tutte le culture umane anche se con diversi scopi e cerimoniali. In ambito massonico le radici ideali della Massoneria vengono fatte risalire alla costruzione del Tempio di Salomone e in termini storici essa viene ritenuta derivante dalle corporazioni o gilde di muratori del Medioevo. Tuttavia non esistono documenti, storicamente accertati, che dimostrino la continuità tra queste corporazioni e le logge massoniche di cui si è accertata l'esistenza nella seconda metà del XVII secolo. A motivo della mancanza di documenti in Massoneria sono sorte molte interpretazioni, mai dimostrate come vere, sulla sua origine. Tali interpretazioni, atte più a suggestionare che a documentare, non hanno valore storico, come quella di essere una discendenza diretta dei Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone in Gerusalemme (più noti come Cavalieri Templari) oppure un ramo delle antiche scuole del segreto, o dei Collegia fabrorum romani, o una conseguenza istituzionale delle corporazioni medievali di muratori, per il tramite di maestranze bizantine o italiche (tra queste, i cosiddetti Magisteri comacini) operanti nell' Alto Medioevo. Le attività amministrative e commerciali delle corporazioni massoniche si svolgevano in sedi urbane, spesso palazzi prestigiosi, non definite logge. Gli affiliati alle logge seicentesche e settecentesche erano in gran maggioranza esponenti della nobiltà, delle libere professioni e del commercio. Non esistono documenti che possano spiegare i motivi per i quali queste persone si raggrup-


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passero e che cosa facessero durante le riunioni. Le cerimonie massoniche erano, per il poco che si sa, prettamente rituali e segrete. La segretezza consisteva nel fatto che il cerimoniale, parole e azioni, era noto ai soli membri della loggia e che tutto ciò che faceva parte del cerimoniale, arredi, oggetti e altro, veniva o distrutto o conservato in modo inaccessibile alla fine delle riunioni. Per questo motivo nessuno, allora e oggi, sa che cosa avvenisse realmente durante le riunioni e ogni supposizione è di pura fantasia. La Massoneria predica la libertà, l’ eguaglianza e la fratellanza:, che costituiranno anche i germi della Rivoluzione Francese. A Roma il Balsamo, discreto disegnatore, vive falsificando documenti in complicità con due conterranei, un sedicente marchese Alliata e un certo Ottavio Nicastro, che morirà impiccato per aver ucciso l'amante. È proprio quest'ultimo, insieme con il suocero di Cagliostro, a denunciarlo come falsario e allora Giuseppe e Lorenza, con il marchese, abbandonano Roma per un lungo viaggio che li porta fino a Bergamo: qui, continuando la prediletta attività di truffatori, vengono entrambi arrestati, mentre l'Alliata riesce ancora a fuggire. Rilasciati, si trasferiscono in Francia – ad Aix-en-Provence conoscono Giacomo Casanova, che definisce Balsamo «un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un'esistenza laboriosa» - e ad Antibes, dove con i proventi della prostituzione di Lorenza, si procurano il denaro per raggiungere, nel 1769, Barcellona. A causa dell’attività di prostituzione di Lorenza, Cagliostro e Lorenza avevano contratto la lue. Cagliostro confida, forse troppo, nelle sue capacità, e, lasciato il passato alle spalle, riparte sempre da zero, si reca in Francia, precisamente a Strasburgo. Attraversando la Germania, compie una sosta a Francoforte sul Meno, una delle roccheforti dell' esoterismo in Europa. I rapporti intessuti con gli adepti delle confraternite del luogo, miranti a sovvertire l'ordine e il potere dei governanti, gli creeranno la fama di cospiratore politico; questo fatto sarà un'arma potente nelle mani

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del Sant'Uffizio, durante il processo, tenuto contro di lui nel 1790 (vedasi a tal proposito il Capitolo 14: “Nelle fauci dell’ Inquisizione”). Cospiratore o no, Cagliostro era colui che andava al di là delle apparenze, oltre la superficialità. La storia interessantissima di questo personaggio vissuto nel XVIII secolo, che affascinò mezza Europa (infatti viaggiò e dimorò nei paesi seguenti: Olanda, Germania, Francia, Inghilterra, Russia, Polonia, Italia) con le sue magie, stregonerie e facoltà profetiche, risulta importante per capire il contesto storico in cui ha vissuto, contesto precedente la Rivoluzione Francese. Ha avuto una certa influenza in essa in quanto coinvolto, pur se scagionato successivamente, nello scandalo dalla Collana della Regina. Nel libro il capitolo 10 (la collana della Regina) è quello più intrigante ed importante di questo libro in quanto descrive un fatto politico che molto probabilmente è stato causa della Rivoluzione Francese: infatti, tale scandalo provocò la rabbia dei francesi verso la Monarchia. Bella ed avvincente la descrizione dell’ intrigo della Collana. Cagliostro ne fu coinvolto in quanto amico del Cardinale Rohan. La contessa De La Motte, ambiziosa ed avida di soldi, fece comprare tale Collana dal Cardinale Rohan, facendo intendere che era su ordine della Regina. Cosa non vera. Da qui lo scandalo. Nella seconda metà di agosto il fattaccio della collana esplode in tutta la sua roboante risonanza, questo meraviglioso monile, composto da 540 diamanti e del valore di 1.600.000 franchi, era stato creato dai gioiellieri Bassange e Boehmer per la favorita di Luigi XV, dieci anni prima; rimasta invenduta, i due gioiellieri cercavano invano un acquirente, che, però, trovarono nella persona del cardinale, tramite la contessa. Dato l'alto costo, de Rohan decide di comprarla a credito e regalarla alla regina, per ingraziarsi il suo favore perduto ma la collana non andrà mai al collo regale di Sua Maestà, bensì nelle mani dei de la Motte e dell'amante della contessa


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che si affrettano a smontarla e a venderne i diamanti separatamente. In seguito ad una rata rimasta insoluta, Bassange e Boehmer all' oscuro di tutto, informano la regina, la quale a sua volta è più ignara di loro. Costei, presa dall'indignazione, racconta tutto al re e lo convince ad istruire un processo contro i presunti colpevoli, vuole che si faccia luce sul misfatto e che il suo nome esca pulito di fronte all'opinione pubblica. Il 23 agosto 1785 De Rohan, la contessa, la d'Oliva e Cagliostro vengono arrestati e condotti nelle segrete della Bastiglia, qualche giorno dopo anche Serafina subirà la stessa sorte del marito ma verrà poi scarcerata nel mese di marzo. Lunghi mesi di detenzione li aspettano, fino all'apertura del processo, tenutosi alla fine di maggio del 1786. Durante lo svolgimento di esso è subito chiaro che non solo il popolo ma anche i giudici parteggiano per il cardinale e sono contro Maria Antonietta. Si avvisano i sentori del malcontento che serpeggia in Francia contro la corona e che porterà, come naturale sbocco, ai fatti del 1789. Lo stesso Goethe ebbe a dire che il "processo della collana " fu il preambolo della Rivoluzione. La sentenza è comunque favorevole sia nei confronti di De Rohan sia nei confronti di Cagliostro, assolti per non aver commesso il fatto ma obbligati a lasciare Parigi, per ordine del re. Il primo sarà costretto a ritirarsi nell'abbazia di La Chaise-Dieu, il secondo ad allontanarsi dal regno. Pene severe vengono invece inflitte alla contessa e a suo marito latitante, mentre l'amante, pur riconosciuto colpevole di falso, viene condannato soltanto all'esilio perpetuo e alla confisca dei beni. Alla notizia della scarcerazione del mago, la folla esulta e applaude compiaciuta i giudici salvatori del loro beniamino; è un doppio trionfo perché la regina austriaca è stata umiliata pubblicamente, il popolo non la ama ed è contento della sua sconfitta. Intanto Cagliostro, ricongiuntosi alla moglie, parte per Dover, salutato da una moltitudine di gente grata e commossa. Dopo il soggiorno inglese Cagliostro arriva

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in Italia. Il 27 maggio del 1789, Cagliostro arriva a Roma e, in un primo momento, non volendo essere ospite dei suoceri, si sistema in un albergo di lusso che le sue finanze non potranno reggere e lungo, la Scalinata, locanda di Piazza di Spagna. Da lì è costretto ad andare ad alloggiare da uno zio di Lorenza, Filippo Conti, ma anche qui sorgono contrasti col padrone di casa. I genitori della moglie, che già lo odiano, fanno del tutto per allontanare la figlia da quell' uomo diabolico. Nel frattempo, Cagliostro è preso soltanto dalla sua idea che è quella di farsi ricevere dal Vaticano, affinché la sua Massoneria diventi cattolica e riconosciuta ufficialmente dal Papa. Sfortunatamente la sua figura non ha più credito agli occhi di tutti e gli viene negata l'udienza. Per tutta risposta, il suo atteggiamento, come al solito diventa provocatorio, aumenta le tenute delle logge, distribuisce copie del suo rituale e fa sfoggio dei suoi poteri occulti, attirando la nobiltà romana come mosche. Sua moglie Serafina, ormai ostile a lui da alcuni anni e decisa a lasciarlo, lo denuncia alle autorità ecclesiastiche, nel mese di settembre. Due mesi circa gli restano ancora di libertà infatti il 27 dicembre, un picchetto di soldati si presenta alla porta di casa Conti e lo arresta, conducendolo poi, in carrozza, alla fortezza di Castel Sant' Angelo. Alla notizia della sua cattura, divulgata il 2 gennaio del 1790, adepti del suo rito e amici fuggono in ogni dove. Anche De Rohan, provato dalle mille vicissitudini e desideroso di rendersi amico di nuovo il Papato, preferisce mantenere un prudente silenzio. Il Capitolo 14: “Nelle fauci dell’ Inquisizione” descrive in modo accurato ed avvincente la prigionia ed il processo di Cagliostro in Vaticano. La cella, dove Cagliostro langue solo e abbandonato da tutti, è buia e angusta, tanto da far scatenare in lui crisi di pazzia e desideri suicidi e, quando diventa ingovernabile, l'ordine è di incatenarlo. Il suo primo interrogatorio ha luogo nel maggio del 1790 e dura sei lunghe estenuanti ore: è il primo di una lunga


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serie che lo annienterà nel corpo e nello spirito fino alla conclusione del processo, il 7 aprile 1791. Le imputazioni a suo carico sono numerose e vanno dalla bestemmia alla magia, dall'affiliazione alla massoneria alla truffa, dal furto al falso, fino all'eresia. Non è difficile immaginare le sofferenze a cui fu sottoposto, se sappiamo dei metodi coercitivi e obnubilanti della SANTA INQUISIZIONE e se conosciamo la sorte di altri personaggi illustri, vittime anch'esse di quella potente e diabolica macchina di terrore. Avvilito, stanco dei maltrattamenti e delle torture, Cagliostro confessa e, in ginocchio e col capo coperto, ascolta la sentenza emessa alla presenza di Sua Santità Pio VI. La sua condanna a morte viene commutata nel carcere a vita ma lo scotto che deve pagare per questa concessione è umiliante, viene costretto infatti a percorrere un tratto di strada, in cui, con indosso un saio di tela grezza e in mano un cero, chiede pubblicamente perdono, alla mercé di un popolo sadico che lo deride e lo mortifica, mentre i suoi scritti e le insegne massoniche vengono gettate nel fuoco a Santa Maria sopra La Minerva. Il Capitolo 15: “La fossa dei serpenti” descrive la prigionia di Cagliostro. Da Roma Cagliostro viene trasferito nella fortezza di San Leo, un'orrida costruzione a picco su un baratro, situata a nord della provincia di Pesaro e Urbino, nel cuore del Montefeltro, il 20 aprile del 1791. A San Leo era Rettore Don Domenico Terenzi. Momentaneamente sistemato in una squallida cella, viene infine collocato nel "pozzetto ", chiamato così perché sovrastato da una botola nel soffitto, munita di una vetrata dalla quale sorvegliare il prigioniero. Cosa accadde in quei pochi anni non è possibile sapere, ma è certo che il suo carattere indomito, nei momenti di lucidità, si manifestava con forti attacchi di furore, che gli costarono ulteriori maltrattamenti e che la sua " purificazione " si realizzò proprio in quel pozzo il quale, in qualsiasi epoca e tradizione, simboleggia metaforicamente la ricerca della Conoscenza e della Verità.

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Nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1795 Cagliostro muore, un anno dopo la morte di Serafina, che aveva terminato i suoi giorni nel convento di Sant' Apollonia. Di lui, in vita e in morte sono stati consumati fiumi di inchiostro; vere o false che siano le storie narrate, una è inconfutabile: nessuna prigione o violenza poté costringere al suo volere uno spirito ribelle e indipendente quale fu quello di Alessandro Cagliostro o, se preferite, di Giuseppe Balsamo. Gervaso nel suo libro afferma che gli archivi Vaticani hanno secretato le carte per cui la figura di Cagliostro a tuttora rimane avvolta con un certo alone di mistero. GIANANTONIO STELLA I MISTERI DI VIA DELL’AMORINO Rizzoli Edizioni, 2012, pagg. 288, € 17,00 Mi trovavo ad Asiago ed in una Conferenza presso la Sala Congressi Millepini ho ascoltato la presentazione di questo libro da parte di Gianantonio Stella. Per questo motivo ho voluto riassumerne la presentazione. Tratta della storia di Cristiano Lobbia, ingegnere ed asiaghese. Come in un feuilleton d’altri tempi, sullo sfondo di Firenze negli anni in cui era capitale, tra le quinte di un mondo politico affaristico e corrotto, si muovono faccendieri e maîtresse, nobildonne prussiane e monaci rinnegati, spadaccini e ricattatori, magistrati integerrimi e giudici servili, patrioti idealisti e viscidi voltagabbana, povere peripatetiche divorate dalla sifilide e giornalisti dalla penna avvelenata. Intrighi, violenze, omicidi. Gian Antonio Stella riapre il giallo della Regìa Tabacchi, «la madre di tutte le tangenti». Un romanzo serrato e incalzante che racconta, attingendo ai documenti originali, una storia così avvincente che pare inventata e invece è drammaticamente vera. Al centro di tutto, la storia di un uomo perbene innamorato pazzo dell’Italia e tradito nelle sue speranze e nei suoi sogni. Un uomo al quale finalmente viene restituito l’onore. Cristiano Lobbia è nato ad Asiago nel 1826 ed è morto il 2 aprile 1876 sempre ad Asiago


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dove è sepolto – sotto la tomba di Giovan Battista Pertile. I familiari di Cristiano Lobbia sono invece sepolti nel cimitero del Verano a Roma. Il libro fa prima un breve excursus (A) per inquadrare il contesto storico in cui è vissuto Cristiano Lobbia, cioè della seconda metà del 1800, dopo il periodo risorgimentale, quindi si passa a descrivere la biografia di Cristiano Lobbia (B). A) Da questa descrizione emerge che gli scandali, di tipo tangentopoli dei tempi moderni, avvenivano anche in questo periodo: - nel 1861 il Regno d’Italia aveva un debito pubblico di circa 2 miliardi e mezzo di lire (solo il Regno di Napoli aveva 568 milioni di lire di debito). - Nel 1863 le Ferrovie erano una società privata, ma il Consiglio di Amministrazione era formato nella maggioranza da politici, anziché da imprenditori. - Nel 1864 viene portata la capitale d’Italia da Torino a Firenze: scoppiò un’insurrezione a Torino, finita nel sangue con 38 morti. - Il 15 luglio 1868 il Parlamento approvò la concessione della privativa di fabbricazione dei tabacchi ad una Regìa cointeressata, costituita da una società di capitalisti privati. Lo Stato, dunque, cedeva per vent'anni la gestione dei Tabacchi ad una società anonima privata, che riconosceva alle Finanze una certa percentuale sulle entrate e anticipava alle pubbliche casse 180 milioni di lire. Una vendita in realtà, visto il lungo periodo della convenzione e il basso costo del privato. Presto scoppiò lo scandalo. La concessione, infatti, sarebbe avvenuta dietro il pagamento di tangenti (chiamati zuccherini all'epoca) ad alcuni parlamentari della destra storica, allora al governo. Inoltre alcuni di essi sarebbero diventati persino proprietari di quote finanziarie della Regia stessa. All'inizio lo scandalo fu denunciato da alcuni giornalisti del "Gazzettino Rosa" di Milano, che per questo furono condannati a 8 mesi di carcere. - Nel 1883 scoppia lo scandalo della Banca Romana: su decisione di Tanlongo e Lazzaroni vengono stampate 68 milioni di lire fal-

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se. - Le acciaierie di Terni nel 1905 hanno fatto costruire le Navi militari con 4 cm. di spessore dell’acciaio anziché 12 cm. come dovevasi. - Il Palazzo di Giustizia di Milano (dove scoppiò tangentopoli nel ’92) negli anni 1930 fu realizzato dall’Architetto Marcello Piacentini, che prese alcune tangenti sulla fornitura dei marmi. B) Cristiano Lobbia diventa ingegnere, diventa garibaldino e partecipa fra l’altro alla battaglia di Milazzo, dove con i suoi suggerimenti tecnici fu di molto ausilio per il Generale Garibaldi. Progetta il costo di Asiago – la strada statale che tuttora viene percorsa dalle auto per poter andare dalla pianura veneta sull’ Altopiano. Precedentemente vi era una lunga scalinata, chiamata Cala del Sasso. Fu eletto deputato a Firenze. e si oppose fermamente all’affare della Regia Tabacchi contro la corruzione dei vari politici dell’ epoca fra i quali anche i Savoia. Il 5 giugno 1869, invece, fu il deputato Cristiano Lobbia, uomo di fiducia di Garibaldi, nonché eroe del Risorgimento, a denunciare la corruzione e chiedere una Commissione di inchiesta, sostenendo di avere le prove per dimostrarlo. La Commissione fu convocata il 16 giugno, ma la sera stessa Lobbia a Firenze a via dell’ Amorino fu seguito da un prete che aveva fama di essere pedofilo. Fu accusato anche lui di pedofilia e fu costretto a dimettersi da deputato. Successivamente ottenne la riabilitazione, ma durante un comizio fu insultato ed interrotto continuamente tanto che dovette andarsene amareggiato da Firenze. Muore il 2 aprile del 1876 e fu sepolto ad Asiago. Gian Antonio Stella sveste i panni del saggista e indossa quelli del romanziere per riportare alla luce un pezzo della nostra storia. Un mistero che intreccia interessi privati e politica. Una vicenda di corruzione che, guardando ai nostri giorni, potremmo consi-


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derare di strettissima attualità. E dunque leggendo le pagine di questo romanzo, appassionante come un giallo, è inevitabile non provare un senso di nostalgia per una fase storica in cui i protagonisti erano ancora capaci di provare sdegno di fronte a certe vicende, che oramai sono entrati a far parte della nostra quotidianità. Un romanzo da leggere, quindi, per scoprire i contorni di uno dei misteri più oscuri e affascinanti della nostra storia, e allo stesso modo per riflettere sulla triste realtà sociale e politica dei nostri tempi. GIANLUIGI NUZZI SUA SANTITÀ Chiare lettere Edizioni 2012, pagg 326, Euro 16 € Attraverso il volume “Sua Santità” (Edizioni Chiare lettere, 2012, pagg. 326), vengono trattati gli intrighi connessi al Vaticano, rivelati da una fonte segreta di nome “Maria”. Non è facile racchiudere in una nota il contenuto di questo libro per la vastità e la riservatezza degli argomenti trattati. Con la sala operativa della gendarmeria, i caveau dello Ior, alcuni settori dell’archivio segreto e l’appartamento di Benedetto XVI, l’ufficio cifra fa parte degli ambienti meno accessibili della Santa Sede. Vi si accede solo se vi si lavora all’interno, se si è dotati di un particolare codice d’ingresso. Ogni cablo svela infatti una storia, racchiude un segreto: per la prima volta nella storia della Chiesa superano le mura leonine e diventano così accessibili. Successivamente verrà identificata questa fonte con Paolo Gabriele, Segretario di Papa Benedetto XVI tramite successive indagini riportate dai mass – media e dai giornali. A sintetizzare egregiamente il libro “Sua Santità” è lo stesso Autore: "IL MIO CORAGGIO È DI FAR CONOSCERE LE VICENDE PIÙ TORMENTATE DELLA CHIESA. RENDERE PUBBLICI CERTI SEGRETI, PICCOLE E GRANDI STORIE CHE NON SUPERANO IL PORTONE DI BRONZO. SOLO COSÌ MI SENTO LIBE-

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RO, AFFRANCATO DALL'INSOPPORTABILE COMPLICITÀ DI CHI, PUR SAPENDO, TACE." Dichiarazione all'autore di "Maria", nome in codice dietro il quale si nasconde la fonte principale anonima e segreta, interna al Vaticano, che ha fornito le centinaia di documenti alla base di questo libro. Il libro è composto da 11 Capitoli. E’ allegata un’Appendice, che riporta alcuni dei principali documenti sui quali è basato il libro e che sono frutto della fuga di notizie riservate, uscite dal Vaticano. Leggendo questo libro, e considerando anche gli eventi emersi sui giornali, ci si chiede circa la figura di Paolo Gabriele: Paolo Gabriele era un maggiordomo un po’ svalvolato affetto da delirio di onnipotenza, oppure era la pedina di un gioco più grande di lui? Insomma, l’opacità con cui sono stati affrontati diversi passaggi di certo non ha aiutato a dare l’immagine di una curia romana dalle fondamenta cristalline e collaborativa con l’esterno (anche con la magistratura). Lo scopo di questo libro non è quello di attaccare la Chiesa Cattolica e la Fede dei credenti. Chi ha Fede continua ad averla, nonostante quello che viene raccontato in questo libro in quanto il male, come è sempre stato e sarà, si annida ovunque su questa terra sia in ciascuno di noi che nella Chiesa stessa, come la storia ci insegna. Rimane però una sensazione sgradevole e cioè, che dietro le Sacre Mura abbiano trovato un habitat ideale i cosiddetti “Corvi”: personaggi spregevoli che in certi tribunali malati di faide e intrighi fanno uscire in modo anonimo notizie riservate e diffamanti, e che in Vaticano hanno agito per danneggiare l’uno o l’altro Cardinale e perfino Benedetto XVI. E’ il paradosso di una Chiesa che rivela un divario sconcertante fra quello che predica e quello che fa. Inoltre, emerge che nella Chiesa vi sono varie fazioni, collegate alle vicende politiche italiane sia di destra che di sinistra. Nel capitolo “Le lettere segrete di Boffo al Papa”, si racconta che Boffo, ex Direttore dell’Avvenire, viene costretto a dimettersi nell’estate 2009, per essere stato fatto a pezzi


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da una campagna mediatica basata in parte su dati falsi con articoli pubblicati senza scrupolo da Vittorio Feltri sul Giornale. Tale campagna mediatica era una specie di vendetta in quanto Boffo aveva criticato alcuni mesi prima il comportamento di Berlusconi, Presidente del Consiglio, per la sua discutibile vita privata. Feltri pubblicò sul Giornale un episodio del 2004 dove Boffo ebbe un comportamento da omosessuale. Nelle lettere segrete e riservate Boffo dimostra tutto il complotto ordito contro di lui scrivendo al Papa tramite il segretario Georg Gaenswein, facendo delle accuse fulminanti a Giovanni Maria Vian ed al segretario di Stato Bertone. Nel capitolo “Corruzione nei sacri palazzi” vengono descritte le lettere di Viganò che, dopo aver fatto risparmiare milioni al Vaticano, è costretto alle dimissioni: l’ appuntamento risolutivo tra il cardinale Tarcisio Bertone e monsignore Carlo Maria Viganò ebbe luogo martedì 22 marzo 2011. Nel luglio 2009 Benedetto XVI aveva scelto Viganò, presule lombardo amante della trasparenza e del rigore, come segretario generale del governatorato (ente che gestisce tutti gli appalti e gli acquisti). In questo capitolo è riportata la lettera di Viganò al Papa con la quale chiede i motivi del suo allontanamento deciso dal Cardinal Bertone, visto che ha riportato l’ente dal passivo all’attivo. Si istituisce un’apposita commissione per valutare le accuse mosse da Viganò. Senza attendere le conclusioni della Commissione, Benedetto XVI il 2 luglio 2011 formalizza la scelta di mandare Viganò negli Stati Uniti all’età di 71 anni: la cosa sembra una punizione per il fatto che Viganò si è messo contro il segretario Bertone. Il nuovo incarico di Nunzio Apostolico negli Stati Uniti fu considerato come una promozione. Carlo Maria Viganò trova negli Stati Uniti una situazione esplosiva, in quanto i conti della Chiesa sono in profondo rosso, dovuti ai pesanti riflessi economici dei processi ai sacerdoti pedofili. Ad esempio dei tanti casi, nel 2002 era esploso il caso nella diocesi di Boston costretta a risarcire 6,2 milioni di dollari

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alle vittime dei preti pedofili, convincendole così ad evitare il tribunale. Nel successivo capitolo “La gioiosa macchina delle offerte” si parla delle donazioni private, fra cui quelle abituali a Natale di Bruno Vespa al fine di ottenere un’udienza privata con il Papa, si parla della scarsa trasparenza di tali donazioni gestite dallo IOR, il cui Presidente è Ettore Gotti Tedeschi. Ettore Gotti Tedeschi si confronta con il ministro Tremonti per discutere circa il nodo delle esenzioni della tassa sugli immobili, la ex ICI. L’Unione Europea potrebbe chiedere all’ Italia di tagliare questo privilegio alla Chiesa. Si parla anche del caso Ruby e Berlusconi come vittima di una “magistratura politicizzata”. Si parla di una cena privata fra i coniugi Napoletano ed il Papa Benedetto XVI e degli argomenti riservati trattati, delle varie raccomandazioni fatte al Papa fra cui quella da parte di Gianni Letta. Nel capitolo “007 vaticani, missione in Italia” si parla degli incredibili pedinamenti degli 007 Vaticani in territorio italiano e del mistero di un’auto targata SCV, Stato Città del Vaticano, trovata crivellata di colpi in una via della capitale. Vengono descritte le pressioni esercitate sul Papa da parte di Monsignor Bertone e Padre Lombardi perché non si faccia riferimento al caso di Emanuela Orlandi nell’Angelus del 18 dicembre 2011, dove era presente un gruppo che sollecitava la verità su questa vicenda. Altro episodio è quello della donazione della bandiera pontificia al Papa da parte del principe Sforza Ruspoli, anche se il momento non è dei più propizi: la questione di Porta Pia riecheggia ancora come una ferita e rischia di suscitare nuove polemiche in quanto in Italia si festeggia l’anniversario dell’Unità e qualcuno potrebbe risentirsi. Il capitolo “Tarcisio Bertone: l’ambizione al potere” descrive principalmente gli intrighi per il cambio di vertice all’Istituto Toniolo di Milano, che, attualmente, è gestito dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, in carica dal 2004 su nomina di Papa Giovanni Paolo II. In precedenza (dal 1986 al 2003) il Toniolo era gestito dal sen. Emilio Colombo, che, per essere


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stato coinvolto nell’inchiesta su droga e prostituzione chiamata operazione “Cleopatra”, da cui è uscito senza nessuna conseguenza, dovette dimettersi. Tarcisio Bertone vuole un ricambio al vertice del Toniolo nella sua ottica di far promuovere ecclesiastici di sua fiducia negli enti di maggior prestigio. Il Capitolo successivo”Cl, Legionari e lefebvriani, atolli dell’impero” tratta principalmente di quattro argomenti: il primo parla della Chiesa Ambrosiana, che viene accusata da Don Julian Carron, leader di Comunione e Liberazione, di simpatie politiche, per Bersani, individuando un certo “collateralismo” con il centrosinistra. Il secondo argomento tratta degli abusi sessuali e psicologici compiuti dal fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel, definito da Benedetto XVI un “falso profeta dalla vita immorale”. Il terzo argomento tratta della questione ancora aperta dei lefebvriani, con lo scisma tradizionalista, dopo la nomina di quattro vescovi nel 1988, che ricevettero la scomunica dal Papa Wojtila. Per una pacificazione Papa Benedetto XVI volle togliere la scomunica ai 4 Vescovi, ma, per una diabolica coincidenza, uno dei 4 Vescovi Monsignor Williamson alla TV svedese fa la seguente affermazione :” Io credo che le prove storiche siano fortemente in contrasto con l’idea che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas, a seguito di un’indicazione di Adolf Hitler.” Ciò crea un vespaio con polemiche che coinvolgono anche Angela Merkel e si discute sulla tempistica fra la remissione della scomunica e le dichiarazioni negazioniste di Williamson. Il quarto argomento riguarda la situazione della Chiesa Cattolica in Australia: Monsignor William M. Morris, Vescovo di una piccola diocesi vicino a Brisbane, aveva indicato nel sacerdozio femminile una valida soluzione alla crisi delle vocazioni. Inoltre Morris dispone le assoluzioni collettive dei fedeli senza la confessione individuale. Nel Capitolo “Scacco a Benedetto XVI” si parla della crisi finanziaria in Occidente e dei problemi della Chiesa Cattolica in Oriente (Cina e Giappone).

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A seguito del processo di globalizzazione e crisi economica, il mondo che deve essere ancora cristianizzato è quello che sta diventando “ricco (ad esempio Paesi come Cina e India) e quello già cristianizzato (l’ Occidente), che era ricco, sta diventando povero. Con conseguenze anche sulle risorse economiche della Chiesa! Nel 2008 il Cardinale Bertone, alla vigilia delle Olimpiadi in Cina, mostrava grande speranza nel futuro di uno dei paesi che più preoccupa Benedetto XVI, con la speranza che l’evento portasse ad un rapporto più sereno. Infatti in Cina la situazione è drammatica: la possibilità di praticare qualsiasi confessione è ostacolata dalle autorità. Tanto che in Cina c’è una Chiesa ufficiale che obbedisce a Pechino: vengono eletti i Vescovi senza interpellare il Vaticano. La Chiesa, sostenuta dal Vaticano, è clandestina ed i religiosi spesso sono perseguitati, imprigionati e sottoposti a tortura. Anche in Giappone la situazione è molto problematica per la Chiesa Cattolica. L’ultimo Capitolo ha per titolo “Vatileaks, terrorismo e omicidi”. Nell’ottobre 2011, dopo 43 anni di azioni in cui sono morte 829 persone, l’organizzazione terroristica basca Eta dichiara ufficialmente “la fine definitiva dell’attività armata”. Per chiudere questa fase e trovare una soluzione vi devono essere tre condizioni: pentimento, perdono e giustizia da rispettare; pertanto, viene richiesta la mediazione del Vaticano. Il polacco Miroslaw Karczewsky di 45 anni, Parroco di Sant’Antonio da Padova a Santo Domingo (Ecuador) viene trovato in un lago di sangue con la gola squarciata: per la sparizione di parecchi oggetti di valore si è pensato ad un omicidio per motivi di rapina. Successive indagini e nella corrispondenza tramite cablo riservati con il Vaticano, emerge che il movente è per un delitto a sfondo sessuale (cena precedente all’omicidio con tre ospiti, tracce di sperma). Si cerca invano di tacitare tutto per non creare scandalo in quanto il Parroco godeva di buona fama, di essere vicino ai giovani, alle famiglie e ai poveri. Il Capitolo si conclude con la pubblicazione


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di alcuni cablo riservati riguardo il trasferimento inspiegabile di un Monsignore siriano dalla Libia al Venezuela, riguardo le pressioni da parte del Governo svedese tramite il Vaticano sul Governo Etiopico per la liberazione di due giornalisti svedesi, imprigionati con l’ accusa di essere terroristi durante un conflitto a fuoco fra forze governative etiopiche e ribelli, riguardo l’appoggio incondizionato da parte del Vaticano al leader carismatico polacco Rydzyk di “Famiglia di Radio Maryja”, che ha nel suo programma tesi antieuropee e antisemite, riguardo la non concessione di un’onorificenza al Governatore dell’Illinois per aver soppresso la pena di morte a causa delle sue idee a favore dell’aborto e di promotore di una legge a favore del matrimonio fra omosessuali. Nuzzi annoda i fili delle storie come fossero capitoli di un thriller. Giuseppe Giorgioli

COME IL VENTO TRA LE RIGHE Lasciai che il corpo andasse via avevo bisogno soltanto dell'anima che con messaggi evidenti m'indicava la strada. Un tragitto ricoperto ormai da sole foglie secche che stancamente volteggiavano nell'aria ed il loro muoversi non era più musica ma una nota stonata nel cuore e come il vento che tra le righe del suo soffio ricercava la sua gioia volevo essere quell'emozione che emozionava volevo avere nelle braccia quella forza in grado di spostare la montagna d'indifferenza di cui si vestiva ogni giorno la pelle di ognuno nelle abitudini della vita

Pag. 15 e gettare nell'orifizio più profondo quell'ipocrisia devastante che si generava ad ogni albore. Volevo credere ancora in qualcosa che avesse un solo nome ed un solo senso purezza di parole e sentimenti volevo veder nascere e spazzar via quelle fitte nebbie che disturbavano il mondo. Lorella Borgiani Ardea

MARGHERITA HACK Per lei ho sempre avuto ammirazione ma con qualche riserva in fondo al cuore. Quale sul volto avrà ora espressione trovandosi davanti il Creatore? Sarà per lei più forte l’emozione d’aver scoperto alfin qual è il motore d’ogni pianeta e costellazione o prevarrà in suo animo il timore del celeste rimprovero, per troppo aver creduto al Nulla e aver negato il divino intervento e il grande intoppo fra scienza e fede avere propugnato? Questo mi chiedo ora, ma purtroppo avere una risposta non mi è dato. Mariagina Bonciani Milano Stampare un giornale ci vuole coraggio, ma è più difficile farlo vivere: composizione, bozze, carta, stampa, buste, francobolli… se non volete che POMEZIA-NOTIZIE muoia, diffondetelo e aiutatelo con versamenti volontari (specialmente chi trova la propria firma, o scritti che lo riguardano, dovrebbe sentirsi moralmente obbligato. L’abbonamento serve solo per ricevere la rivista per un anno). C/c. p. n. 43585009 intestato al Direttore


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IL MONVISO E IL FIUME PO di Leonardo Selvaggi

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L maestoso Monviso, il Mons Vesulus dei Romani. Alle sue pendici piccoli rigagnoli che diventeranno il Po non fanno nessuna impressione, nessuno pensa a quello che saranno dopo un breve tratto montano. Il Po non si fa notare neppure a primavera, quando è più ricco di acqua con lo scioglimento delle nevi. Il Monviso appare fra le Alpi Cozie un’isolata piramide, sicuro punto di riferimento che si riconosce anche dalla pianura a decine e decine di chilometri di distanza. Il paesaggio aspro, percorrendo sentieri e mulattiere, si fa in piena evidenza con la sua grande storia geologica. Non ci sono mai stati grandi ghiacciai, i segni di quando questi si sono ritirati si notano nelle zone moreniche rimaste intatte. Il ghiacciaio che occupò l’alta valle del Po nell’epoca erratico-diluviale non si estese fino nella pianura a detta de geologi. La tanta vegetazione nei secoli presente è scomparsa. Il Monviso, chiamato il “Re di pietra”, domina la catena alpina con la sua possente cuspide di rocce verdi. E’ interessante vederlo da lontano, quando spunta tra la nebbia della pianura. Lo vediamo riflesso nelle acque del Po, d’ inverno, tutto rosa per i primi raggi del sole, o blu al tramonto: attorno alla sua altezza di 3841 metri le Alpi Cozie sembrano messe apposta per fare la grandiosità e la bellezza dello scenario. Il Po comincia a prendere la sua strada, tutte le parti frastagliate al suo primo nascere nel Piano del Re vanno ormai accodandosi fino a raggiungere nelle sembianze di un torrente, attraverso verdeggianti pascoli, il Piano della Regina. Il Monviso è la più bella montagna del Piemonte, la si vede spuntare nella sua cima dai declivi di pascoli, spesso all’ improvviso salendo le valli parallele a quella del Po: specie dalla Val Pellice lo spettacolo è meraviglioso. La mole piramidale domina il Piemonte, lo tiene sotto osservazione in tutte

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le stagioni, col bello e il cattivo tempo. Attira la sua altezza, stimola fremiti interiori, fa venire la voglia di salire sulla sua punta estrema. I primi alpinisti certo furono affascinati e con immediatezza di trasporto, forniti di pochi rudimentali strumenti, si sono arrampicati per le sue pareti estasiati e con ansia irresistibile. Qui il CAI ha avuto il suo primo costituirsi. Il Monviso, vicino al confine francese, è formato di varie cime, la più elevata è il Bric del Monviso, fatto da scisti doritici e quarziferi, costellato lungo i suoi versanti da piccoli ghiacciai e da molti laghetti. Se si vuol sapere da quale parte si hanno i famosi rigagnoli che diventeranno il grande fiume d’Italia, diciamo subito sulle pendici nord-orientali. Al contrario del Cervino, che è altro settecento metri di meno, che è visibile solo quando si è arrivati a pochi passi di distanza, il Monviso giganteggia nella sua prominente altezza, è a disposizione di tutti per decine di chilometri di qua e di là dalla frontiera. Bello il Monviso con le sue pietre verdi, luogo incantevole di escursioni, entro spazi di una Natura che vive l’immensità del Creato. Ha una ricca corona di rifugi, sia in Italia che in Francia, che permettono di sostare in zone alpine selvagge e intatte. Vi si trovano numerose testimonianze di secolari permanenze dell’uomo anche alle alte quote. Alpeggi, piccole casette di pietra per i pastori, minuscole frazioni ormai abbandonate, sentieri, muretti, piloni votivi. In ogni angolo tanta vitalità che vibra come sotterrata in un grande silenzio armonioso, aperto alle più magiche splendidezze. Il Pian del Re, di cui si è fatto cenno, ad oltre 2000 metri di quota è la parte più interessante se si vuole andare ad osservare i primi passi che fa il Po, non si crederebbe, ripercorrendo il suo corso fino alla foce, alla trasformazione raggiunta come portata d’acqua, come ampiezza di alveo, alla sua mole gigantesca che incute paura nei periodi di piena. Sempre caratteristiche la Valle Po e la Val Pellice, vediamo spazi estesi dalle tante sottili sfumature, l’ambiente senza alberi, solo pa-


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scoli di erba corta e pietraie. Una zona ventosa con un’aria tersa per entro un azzurro puro dalle profondità immense. Si trovano qui le piccole cornacchie d’alta quota, dalle penne nere lucenti, le zampette rosse. Tante le pernici sotto le rocce che al minimo rumore scappano strillando in volo rapido. Del Monviso in una giornata serena si osservano i piccoli canali, le creste, i detriti sotto le pareti, le diverse vie di salita dei rocciatori, gli strapiombi, i piccoli nevai pensili. Da lontano non si vede ombra di segni umani, non esistono se non impercettibili. Tutto è intatto. Le sensazioni di una Natura immobile nella sua infinita, pietrificata esistenza che si hanno ancora oggi, l’ebbe nel 1627 in un avventuroso viaggio l’abate Valeriano Castiglione. Nei suoi scritti si parla di orridi luoghi, di strade accidentate al massimo che sembrano fatte solo per caproni silvestri. Gli sperduti abitanti dell’alta valle di Crissolo a quota 1700/1800 metri come uomini primitivi nella loro semplicità e come sprofondati in lontananze inafferrabili uscivano al suo arrivo pieni di curiosità, non meno di quel che facessero i popoli del uovo Mondo all’arrivo di Colombo. Si va per sbalzi spaventevoli nei luoghi del Pian del Re, si osserva la prima cascata del Po con orrendo strepito, si vedono altri salti. Andando più in alto si incontra il fonte Visenda da cui principalmente ha origine il grande fiume, che sgorga piacevolmente fra grandi massi. Un po’ distante si vede il lago Fiorenza dalle acque chiarissime, gelide. Lungo il cammino il territorio si presenta sempre selvatico e pietroso. Certamente attraverso gli anni il Monviso si fa più frequentato e cambia aspetto. Sappiamo che nel 1874 si inaugura l’Albergo Alpino. Siamo sempre al Pian del Re. Il turismo comincia, ci si arriva con più comodità, numerose si fanno le passeggiate in barca sul lago Fiorenza. Cominciano le escursioni guidate con i cavalli per i rapidi sentieri, frequenti le permanenze per godere periodi di vacanza. Interessante la terga in pietra all’ esterno dell’Albergo Alpino che ricorda l’ avventura vissuta diversi anni fa dalla famiglia Turini, che risalì in arcione tutto il Po, dalla

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foce alle sorgenti, l’impresa portata a termine in due estati successive. I turisti sono spinti soprattutto dall’attrattiva che esercita il punto di inizio del cammino dell’antico Eridano con le acque che precipitano per la scarpata sovrastante l’albergo, defluendo dal lago Fiorenza, passando accanto al sentiero che porta ai 2640 metri del rifugio Quintino Sella. Ci si ferma con una sottile emozione davanti alla targa del Club Alpino Italiano che dice con semplice solennità “Qui nasce il Po”. L’unico nome di Eridano, attribuito massimamente al grande fiume d’Italia, in genere localizzato nell’estremo settentrione od occidente dell’Europa, è stato identificato nei tempi passati anche con il Reno o il Rodano. In questi tempi il Monviso come tanti luoghi belli ha perso molto. Specie d’estate e nei giorni festivi i pianori diventano affollati parcheggi, che fanno impressione con un senso di disgusto scendendo dai sentieri che portano in quota, ove incontri poca gente e vivi il silenzio, la salubrità dello spazio. Sopra l’ abitato di Crissolo, nel Pian della Regina, una bella conca, un tempo coperta di grandi lariceti, tagliati nel corso dei secoli per ottenere pascoli e legname da costruzione. L’altopiano erboso attraversato al centro dal Po è ancora frequentato da pastori che portano bovini e pecore all’alpeggio d’ estate. Troviamo all’inizio del piano le grotte di Rio Martino, ricco di concrezioni e di antri. Nel 1828 vi giunse Carlo Alberto e nel 1836 Vittorio Emanuele, allora solo principe di Savoia, accompagnato dal Duca di Genova. Dal Pian del Re con l’Albergo Alino e con la chiesetta della Madonna della Neve parte una mulattiera che arriva al passo delle Traversette. Per questo sentiero, da un paio di millenni molto frequentato da pastori, commercianti, contrabbandieri, si dice che sia passato anche Annibale con elefanti e armati, dopo i ‘400 diventò più affollato con l’ apertura di una modesta galleria lunga 75 m a quota 2882 m, considerata il primo traforo alpino realizzato in Europa per iniziativa di Ludovico II Marchese di Saluzzo. La galleria


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abbrevia il viaggio fra Grenoble, Saluzzo e la Lombardia. Si evitavano anche valanghe e frane. Il colle delle Traversette e dintorni costituiscono una tappa importante per avere una visione di insieme di tutto il Monviso. Una piccola parte dell’ampio giro escursionistico attorno alla grande montagna che si può compiere in tre quattro giorni. Al tramonto dal treno rivedo la piramide del Monviso, in una luce violacea: intorno una diffusione di mare celeste, bagliore tenue e domestico come se una grande casa avesse preso dentro tutto l’etere, i paesaggi dei monti e delle campagne paiono illuminati da inesistente rete di lampioni. Il chiarore tra pareti aeree ha sparso per ogni dove la grande sera, ammantata da vesti che si ripiegano e si allargano; una dilatazione nella pianura che raggiunge tutti i luoghi fino all’orizzonte più lontano. Il volto della sera ha acceso una interminabile fascia tutta sfumata che corre in lunghezza e fino alle vette orlate delle Alpi con la velocità del treno. Il Monviso ti segue dovunque, lo vedo inquadrato con uno sguardo perenne dentro il vetro della finestra. Al tramonto si staglia nella sua presenza chiara, sa di lontananze psicologiche represse, di quelle indecifrabili che ha il destino umano nelle sue varie accidentalità: senso di fatale e di mistero. Immobilità che sovrasta sui pensieri. Il Monviso alza il suo volto inconfondibile al di sopra della stratificazione di foschie: una meta, una significazione che riempie la sera puntualmente. Cerco sempre il Monviso nei momenti di meditazione, sempre all’ imbrunire. La striscia di luce frastagliata che fascia la montagna di pietra ha il simbolo della nostalgia per chi vive a Torino da immigrato. I sentimenti incatenati nell’animo. La luce del lontano orizzonte è una riflessione del pensiero, un richiamo mentre dietro alla persona le cose si ritirano nelle tenebre: il giorno scivola ruotando sulla curva inerte della terra disseminata di corpi e spoglie. L’aria sommerge la superficie che perde la consistenza e diventa assente. Leonardo Selvaggi

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BOMBA ATOMICA, NUNCA MAS! 68 anos despues. Llamas, fuego y un gran hongo de humo en el espacio, en la tierra y en el agua. Fue como el fin del mundo para 220 mil japoneses muertos y millones de heridos de por vida por la radiacion. Como una estrella sangrienta la bomba explotó sobre la gente inocente, por falta de sentimiento de humanidad de un presidente* elegido para llevar su pais al mayor poder del mundo. Ahora esperamos que el remordimiento y la memoria nunca mas deje prender fuego a las raices del odio de un pueblo contra otro y que los deseos de paz hagan eliminar del planeta todas las bombas existentes así como todas por existir. *El Presidente Harry Truman, de los Estados Unidos autorizó el lanzamiento de la bomba atomica sobre Hiroshima el 6 de agosto, 1945 y sobre Nagasaki el 9 de agosto del mismo ano. Teresinka Pereira USA

AALLELUIA! AALLELUIA! ALLELUUIAAA! 25 giugno 2013 Nel processo Ruby, dopo la condanna di Berlusconi - non durante i singoli interrogatori in alula, allorché, se dimostrato il falso, sarebbe stato più che legittimo -, sono stati messi sotto accusa tutti i testimoni a favore del Cavaliere. Alleluia! Alleluia! Andiamo in contro a processi senza difesa, avendo paura, ogni teste, di finire - dopo - in galera! Domenico Defelice


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XXIII EDIZIONE

PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE CITTÀ DI POMEZIA 2013 Comunicato Stampa

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el ringraziare, per la pubblicità accordata, le Testate che hanno pubblicato in tutto o in parte il Regolamento del Premio, si comunica che la Commissione di Lettura del nostro Periodico, dopo un primo esame delle opere pervenute, tra il 15 e il 28 giugno 2013 ha selezionato, per le diverse sezioni, i lavori dei seguenti autori e ricorda, altresì, che, in base al regolamento, “Per ogni sezione, qualora i lavori risultassero scadenti, può decidere anche la non assegnazione del premio”: Sezione A (Raccolta inedita, max 500 versi): I colori della luce, di Antonio Damiano (Latina); Florilegio femminile, di Maria Luisa Daniele Toffanin (Selvazzano, PD); Paese, di Antonia Izzi Rufo (Castelnuovo al Volturno, IS); Per un metro o due al prezzo di un uomo, di Andrea Masotti (Bologna); Simboli del mito (1990 - 1994), di Nazario Pardini

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(Arena Matato, PI); Finestre illuminate, di Innocenza Scerrotta Samà (Catanzaro); Schegge (Io e il mio tempo) - Parte terza, di Edio Felice Schiavone (Santo Spirito, BA). Sezione B (Poesia singola, in lingua, max 35 vv.): “Tre madri”, di Mariagina Bonciani (Milano); “Mano vuota”, di Anna Maria Bonomi (Roma); “Ad un Papa”, di Claudio Carbone (Formia, LT); “Teresa la tua vita”, di Tito Cauchi (Anzio, RM); “Prima del troppo tardi”, di Enzo Cavaricci (Pontinia, LT); “Accovacciato mi ritrovo”, di Santo Consoli (Catania); “L’uomo con la chitarra Haiku”, di Monica Fiorentino (Sorrento, NA); “Ricordo”, di Noemi Lusi (Roma); “Adesso io ci sono”, di Carmela Perri (Melbourne, Australia); “La danza del mio cuore”, di Clementina Maddalena Pilla (Melbourne, Australia); “Una mano sulle pietre”, di Francesco Salvador (Padova); “Siamo noi stessi”, di Angela Maria Tiberi (Pontinia, LT); “Silenzio”, di Anna Trombelli Acquaro (Melbourne, Australia). Sezione C (Poesia singola, in vernacolo, max 35 vv.): “’Ël vagabond”, di Paola Insola (Torino). Sezione D (Racconto, novella): “Alienazione”, di Leda Biggi-Graziani (Arezzo); “I miei angeli”, di Maria Coreno (Melbourne, Australia). Sezione E (Fiaba): “Segui me”, di Filomena Iovinella (Torino). Sezione F (Saggio critico): “Dialettica tra culture”, di Silvana Andrenacci Maldini (Roma); “Il drammatico destino della Contessa Lara, raffinata scrittrice di fine Ottocento”, di Elisabetta Di Iaconi (Roma); “Filemone e Bauci”, di Caterina Margheri (Ladispoli, RM); “<Il sublime e ‘l peregrino> di alcuni latinismi nelle <Lettere> del Tasso”, di Francesco Martillotto (Lago, CS); “L’inascoltata voce del deserto”, di Giuseppina Taddei (Ladispoli, RM). In un successivo esame, la Commissione di Lettura, a suo insindacabile giudizio, ha compilato la seguente graduatoria delle opere di: Sezione A: 1) Nazario Pardini - opera che


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verrà pubblicata, gratuitamente, nei Quaderni Letterari Il Croco (presumibilmente sul supplemento al n. 10 - ottobre 2013 - di Pomezia-Notizie) -; 2) Innocenza Scerrotta Samà; 3, ex aequo): Antonio Damiano, Antonia Izzi Rufo, Maria Luisa Daniele Toffanin; 4) Andrea Masotti; 5) Edio Felice Schiavone. Tutti riceveranno proposta per eventuale pubblicazione nei Quaderni Letterari. Sez. B: 1) Francesco Salvador; 2) Anna Maria Bonomi; 3, ex aequo): Enzo Cavaricci, Tito Cauchi; 4) Noemi Lusi. Sez. C: Paola Insola. Sez. D: Nessun premio assegnato. Sez. E: Filomena Iovinella. Sez. F: 1) Elisabetta Di Iaconi; 2) Francesco Martillotto. Pomezia, 6 luglio 2013 Domenico Defelice Organizzatore del Premio e direttore di Pomezia-Notizie Vincitori della SEZIONE A delle precedenti edizioni: Pasquale Maffeo: La melagrana aperta; Ettore Alvaro:Hiuricedhi; Viviana Petruzzi Marabelli:Frammento d’estate; Vittorio Smera: Menabò; Giuseppe Nalli: A Giada; Orazio Tanelli: Canti del ritorno; Solange De Bressieux: Pioggia di rose sul cuore spento; Walter Nesti: Itinerario a Calu; Maria Grazia Lenisa: La ragazza di Arthur; Sabina Iarussi: Limen; Leonardo Selvaggi: I tempi felici; Anna Maria Salanitri: Dove si perde la memoria; Giuseppe Vetromile: Mesinversi; Giovanna Bono Marchetti: Camelot; Elena Mancusi Anziano: Anima pura; Sandra Cirani: Io che ho scelto te; Veniero Scarselli: Molti millenni d’amore; Sandro Angelucci: Controluce; Giorgina Busca Gernetrti: L’ anima e il lago; Rossano Onano: Mascara; Fulvio Castellani: Quaderno sgualcito.

Soles occidere e redire possunt Ti puoi immaginare Edipo mentre muto, gli occhi forati, conserva lacrime indisciolte nell’animo impietrito. Lo puoi immaginare su una natura acerba o su una dolce, o su acque silenziose a terminare mete.

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Ti puoi immaginare Saffo ispida in volto quale natura in crini attorcigliati. Saffo con animo esile che cerca morte ovunque sia un effetto contrario al suo sentire. La puoi pensare mentre sul vasto mare attende tempeste e creste d’onde giungere ai suoi piedi sprezzante di vita sui lidi abbandonati dagli dèi. Ti puoi immaginare dolori grandi, smisurati che la Storia ripete su spazi che si perdono nel tempo. Ti prende il desiderio di sfidare il destino, su coste selvagge, su spiagge ostili, su pendii che franano in dirupi. Ma che gli amori ripudino i pudori! Soles occidere et redire possunt nobis cum semel occidit brevis lux nox est perpetua una dormienda. Nazario Pardini Arena Metato (PI) da: I simboli del mito (1990 - 1994), Primo Premio (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Nazario PARDINI è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa è inserito in Antologie di un certo rilievo; per citarne alcune: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura


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di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. Molti e importanti i Premi Letterari vinti, fra cui nella terna Mussapi, Pardini, Baudino, al Premio “Pisa”, 2000; e il Premio “Libero De Libero”, Fondi, 2012. È critico e prefatore. È fondatore, curatore, e animatore di Alla volta di Leucade (nazariopardini.blogspot.com), importante blog culturale, punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e non solo.

Una folata di vento ha spalancato le finestre al sole e rotto il polveroso silenzio della casa bambina. E’ l’ora di pranzo. Fra volti amati e teneri sorrisi, la fragranza del pane, la freschezza dell’acqua nella brocca antica, il crepitio dell’arrosto sul carbone acceso. Avevo perso le chiavi, piccola casa dei pensieri azzurri e camminavo sulle foglie ingiallite. Innocenza Scerrotta Samà Catanzaro da: Finestre illuminate, 2° Premio (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Innocenza SCERROTTA SAMÀ è nata a Catanzaro, dove vive, ma da moti anni partecipa alla vita culturale fiorentina. Ha pubblicato molti volumi, tra cui “Come sorella” (1992), “Luce e buio 314”, “Perché non gli somiglio? 353”, “Il colore del gelo” (1995), “La mano e la prua” (2010), “Nel taciuto la gioia” (2013). Inserita in prestigiose antologie, tra le quali “Poesia del Novecento in Toscana”.

A VOLTE A volte mi rattristo pensando A quel che avevo e più non mi ritrovo. E mi affanno a cercarlo nel chiuso D’una stanza col cuore in subbuglio, In un’onda di tristezza risvegliando i ricordi. E s’offusca la mente ad un volto che ritorna, A una voce che mi chiama, come se fosse Sulla soglia ferma ad aspettare.

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A volte il giorno mi scivola dinanzi Senza lasciare traccia, come pioggia Che rotola sui vetri tra raffiche di vento, Disegnando arabeschi che rivedo Nella notte tra nuvole di sogni. E più non mi dispero per le insulse cose, Per i labili pensieri; se la vita all’alba Mi promette e al meriggio non mantiene, Dispensando inganni e vacui miraggi. Ed a notte mi ravvivo e m’immergo Tra le stelle navigando nell’ignoto, Dove l’anima s’acquieta, sazia d’immenso. E mi rapisce il canto, la voce modulata Di chi sorride al giorno e non dispera Dell’ora che avanza, ondeggiando Su stagioni diseguali, dove alterna Il tempo la sua gamma di colori. Antonio Damiano Latina Da: I colori della luce, 3° Premio ex aequo (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Antonio DAMIANO è nato a Montesarchio (BN), ma risiede a Latina. Laureato in Lettere e Filosofia. Dirigente d’Azienda, in pensione. Sposato, ha due figlie. Ha conseguito 6 Primi Premi, 6 volte il secondo premio, 7 volte il terzo premio, 2 volte il quarto premio, 7 volte il quinto premio, 3 volte il sesto premio, 3 volte il Premio Speciale. E poi Menzioni d’onore, Diploma d’onore, Diploma di merito e varie segnalazioni. E’ stato 4 volte finalista. Le sue poesie sono inserite in numerose antologie di prestigiosi premi letterari.

PARLANO LE MAINARDE Mandrie di camosci vedrete brucare nei miei pianori, mucche e cavalli ancora, gli scalatori solcare le mie chine e i miei boschi e toccare le vette per buona parte dell’anno innevate. Erbe medicinali, orabi e cicorie ancora qualcuno verrà a cercare. Più non verranno montanari in ciocie a caricare sugli asini legna secca dei miei faggi


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per andare nei paesi vicini a barattarla con farina. Sosteranno come sempre, presso le mie fonti, i pellegrini di Canneto. Antonia Izzi Rufo Castelnuovo al Volturno, IS da: Paese, 3° Premio ex aequo (sezione A) al Città di Pomezia 2013. Antonia IZZI RUFO è nata a Scapoli (Is), ma risiede a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta (Is). Ha scritto opere di narrativa, poesia, saggistica. Oltre cinquanta i libri finora pubblicati. Noti critici e personalità della cultura nazionale e internazionale hanno scritto di lei.

SILENZIO DI GIOIA Invano cerco il verso alla sorgente dell’anima per dire la poesia dell’ora. Invano la parola è immobile in un’alba di gioia. Con la mente tento a chiosa una prosa: è la tua presenza, infanzia tutta questa gioia che mi riverbera dentro e non si fa parola. Dal silenzio si schiude una rosa. Maria Luisa Daniele Toffanin Selvazzano, PD da: Florilegio femminile, 3° Premio ex aequo (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Maria Luisa DANIELE TOFFANIN, nata a Padova, già docente di italiano e storia negli Istituti superiori, si dedica ora alla poesia e ad attività culturali. Nell’ambito dell’Associazione Levi- Montalcini promuove nelle scuole incontri letterari, momenti di poesia, laboratori di scrittura. Partecipa a convegni realizzati dall’Università di Udine e iniziative promosse dal CILM della stessa Università. Sue poesie figurano in antologie e riviste nazionali ed internazionali. E’ socia del Pen Club Italiano. Ha ottenuto numerosi premi e lusinghieri consensi. No-

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ta è anche la sua produzione critica. Ha pubblicato i seguenti volumi: “Dell’azzurro ed altro” (1998, 2000), “A Tindari” (2000, 2001 - Premio Sorrentinum), “Iter ligure” (2006 - Premio Il Portone), “Fragmenta” (2006 - opera ampiamente premiata), “E ci sono angeli (2011), “Appunti di mare” (2012).

UNA MACCHIA Figlio precario il tuo cavallo raglia il mantello è di iuta perché ascolti le favole? Puoi cambiare molte suole senza scrivere il tuo nome sull’asfalto perché ascolti le favole? Ora l’ira è un destriero che scalpita il silenzio è un coltello di ghiaccio tra i sassi rimane una macchia una macchia si dilata tra i sassi. Andrea Masotti Bologna da: Per un metro o due al prezzo di un uomo, 4° Premio (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Andrea MASOTTI, di professione medico, appassionato di storia, è tra i premiati o segnalati in alcuni premi letterari di poesia e narrativa. Racconti e poesie sono stati editi da rubriche culturali cartacee e sul web, oltre che dagli editori Giulio Perrone, Nottetempo, Giraldi. La silloge “Sotto un cielo troppo azzurro” è stata pubblicata su i quaderni letterari “Il Croco” nel marzo 2010. Nello stesso anno ha pubblicato il romanzo “Intrigo sulla Moskova”. Nel 2011 ha ricevuto il primo premio Città di Pomezia con la poesia singola “Monte Bianco”.

...ANCHE LA TERRA, È STANCA... (Variante) ...basta, basta!! Da lungi di millenni, dall’inimmaginabile... ...anche la Terra, è stanca... del malfatto e selvaggio, del malvagio di vita miserabile, di morte... quanto il perenne impulso categorico, istintivo, burlone, capriccioso,


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atavico del fato. Stanca la Terra, come fuggisse oltre, lungi dal Mare, il gemello siamese, per fessure, passaggi di salvezza... varchi tra tormentose tempeste, terremoti, nominali uragani... orribili tsunami... Persino il Padreterno - stanco, svilito d’aspettare... - volge l’occhio altrove, lontano... oltre l’edenica pazienza... del perdono-carità, il sacro amore biblico, disperso... Imperterrito l’Uomo scrive, legge, promette e grida... decide ed uccide... Da sovrano assoluto - magico, indifferente - trionfa ed ordina, distrugge e costruisce al ritmo capriccioso, ineludibile, continuo, folle d’Eolo. Edio Felice Schiavone Santo Spirito, BA da:Schegge (Io e il mio tempo) Parte terza, 5° Premio (Sezione A) al Città di Pomezia 2013. Edio Felice SCHIAVONE è nato il 30 agosto 1927 a Torremaggiore (Foggia). Già primario pediatra ospedaliero. Attualmente risiede a Santo Spirito Bari. Ha pubblicato: “La morte non ha la smorfia del teschio” (1961), “Io e il mio Sud” (parte prima, 1987), “Io e il mio Sud” (parte seconda, 1990), “L’ uomo questo mistero” (1993), “L’ultima sera di carnevale” (poesie tradotte in serbo-croato da Dragan Mraovic, 1996), “Senza l’uomo” (1997), “Quasi un diario” parte prima, 2000), “Poesia dove” (2002), “Io, gli uomini e gli amici... (2007), “Schegge (io e il mio tempo)”, 2006, “A sbalzi...” (2008), “Schegge - Io e il mio tempo” (parte seconda, 2011).

Come chi sente la vita andare e stringe il braccio dell’ospite nella fredda casa e non vuole lasciarlo uscire cercando così di truffare il tempo Così anch’io tento d’allungare la mia ombra e i suoi passi e m’illudo di restare più del previsto in questo luogo Perché l’ignoto fa tremare e non oso congelare il sangue prima del giorno scritto nel palmo della mano. Francesco Salvador Padova Primo Premio (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Francesco SALVADOR è nato a Vittorio Veneto il 10 marzo 1957, abita a Padova dove svolge l’attività di insegnante. Ha esordito nel campo della Poesia nel 1984; da allora ha pubblicato venti raccolte di poesie, ha vinto diversi premi nazionali, è stato recensito anche da alcuni autorevoli esponenti della letteratura italiana, è presente con i suoi elaborati in antologie accanto a nomi illustri (Alda Merini, Giorgio Caproni, Mario Luzi ed altri). Collabora e ha collaborato a vari periodici di poesia. Membro dell’Accademia il Rombo ha ottenuto le nomine di Accademico di merito e di Senatore Accademico, nel 2009 ha festeggiato i venticinque anni di convivenza ufficiale con la poesia con il libro “Liriche Scelte”.

MANO VUOTA UNA MANO SULLE PIETRE Mi rassicura Posare una mano sulle pietre di una città visitata nei giorni di festa più degli occhi ora è forte l’istinto di trattenere quelle forme nella mente

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Depredata la casa avita niente resta dell'antico ricordo. Con crudele disprezzo, dispersa è la fiamma di una finta famiglia. La vittima sacrificale, esclusa dagli intrigati affetti, vaga perduta e dilaniata.


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Senza più riferimenti, smarrita è la luce della mente e resta per sempre vuota la mano tesa da tempo. Anna Maria Bonomi Roma 2° Premio (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Anna Maria BONOMI è nata a Roma, dove risiede. Ha vissuto anche ad Artena e a Pisa. Laureata in Pedagogia e specializzata come Consigliere pedagogico. Ha insegnato fino al 2003. Si è interessata di poesia in vari periodi della sua vita. Negli ultimi anni ha partecipato agli incontri dei “Poeti al Caffè”, Centro letterario romano. Ha pubblicato alcuni saggi critici e poesie su riviste, come PomeziaNotizie. Suoi elaborati figurano nelle belle antologie curate annualmente da “Poeti al Caffè”.

PRIMA DEL TROPPO TARDI Lo sbadiglio dell’alba - mia Principessa temporeggia in preliminari assenti e vivi. L’estro d’un tempo vagabondo slaccia scuce l’intimo sfila con mani di servo sognatore. La caccia al tesoro dei sensori. E polpastrelli suonano la pelle; ha voce l’arpa dei capelli. Labbra sfiorano le labbra: andirivieni di felicità. S’invertono sovente inizio e fine; silenzi di velluto regalati. Amplesso illimitato alla moviola. Ma si paga lo scotto desolante nell’ordito dei giorni dispettosi nel passarsi tra loro il testimone. S’impigliano menzogne mascherate passate e presenti edulcorate, contrapposte. Il sole s’impone prepotente e restano soltanto - ahimè - rimpianti. Il brindisi ruffiano da Margot... Il semiserio baciamano... La camicetta a rose mozzafiato... la passeg-

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giata verso l’infinito... la mansarda sospesa tra le stelle... E tante occasioni da mordersi le mani. Intanto motu proprio da qualche tempo sogno disertore bandiera bianca agita al vento. Enzo Cavaricci Pontinia, LT 3° Premio ex aequo (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Enzo CAVARICCI è nato a Pontinia (LT) nel 1947 e qui vive. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: “Risacca” (1988), “Passo” (1991), “Otto poesie laziali e una capanna” (1999), “La luna nella pozzanghera” (1999), “Se questo è amore” (2000), “Se avremo modo” (2008). Primo premio ai concorsi: Città di Bolzano, Città di Alanno, Un atto d’amore (Latina), Poeta e Poesia (Porto Recanati), Primavera Strianese (due volte), Biennale del Monti Lepini (Segni), Premio Aeclanum - giuria studenti (Mirabella Eclano), Marino e la Cultura - Città di Formia. Hanno scritto di lui: Elio Filippo Accrocca, Elio Andriuoli, Giorgio Bárberi Squarotti, Giorgio Caproni, Solange De Bressieux, Francesco De Napoli, Ninnj Di Stefano Busà, Elena Milesi, Luigi Pumpo, Gianni Rescigno, Vittorio Vettori. Presidente dell’Associazione culturale Edizioni E-etCì, è stato organizzatore e segretario dei premi letterari “Città di Pontinia” e “Gaetano Viggiani”.

TERESA LA TUA VITA Sei e non sei, sei e non sei te stessa sei e non sei qui, sei dove sei: altrove. Bacio le tue mani ruvide che sanno di cipolla, varecchina, di ferro da stiro. Mi dolgo per le tue notti di veglia. Le ultime stelle ti rimboccano le coperte e mentre sonnecchi l’albore ti sveglia, ti fa eco la poesia. Tu colori il cielo e il mare profumi il giardino di fiori richiami il garrire delle rondini rendi più luminosa la giornata tutt’intorno diventa più felice


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come il canto degli usignoli il cielo si rallegra degli stormi il mare si popola dei pesci ed io mi illumino di te. Perdonami se non ti amo come vorresti come meriti, accogli la mia dedizione più d’ogni cosa e prenditi un po’ di te. Un grande amore non esige parole: ti amo, ma non chiedermi perché. A te resa è l’eco della tua poesia. Tito Cauchi Anzio, RM 3° Premio ex aequo (sezione B) al Città di Pomezia 2013. Tito CAUCHI, nato l’11 agosto 1944 a Gela (Sicilia), vive a Lavinio, Anzio (Roma); ha svolto varie attività professionali, l’ultima delle quali è stata quella di Docente. Ha pubblicato le seguenti sillogi poetiche: “Prime emozioni” (1993), “Conchiglia di mare” (2001), “Amante di sabbia” (2003), “Isola di cielo” (2005), “Francesco mio figlio” (2008), “Arcobaleno” (florilegio 2009), “Crepuscolo” (florilegio 2011), “Veranima” (2012); saggi critici: “Logos in Prime emozioni” (1998), “Giudizi critici su Antonio Angelone” (2010), “Mario Landolfi saggio su Antonio Angelone” (2010). Inoltre ha contribuito ad alcune opere curandone la pubblicazione o con note critiche. E’ incluso in alcune antologie poetiche, in raccolte critiche, in volumi di storia della letteratura, nel “Dizionario biobibliografico degli autori siciliani” (2010), ed in altri ancora; collabora ad alcune riviste, egli stesso è oggetto di svariate analisi critiche.

RICORDO Se fosse un canto a ridestarmi inquieto, vorrei poterlo udire all’infinito. Se fosse un sibilo a condurmi fuori da questo stadio di profonda tema, vorrei che penetrasse le mie membra assetate d’acqua di longevità. Se fosse un grido a risvegliare in me, il dolce fremito dell’innocenza,

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posta, forse, sarebbe gentil fine al dubbio che affligge una coscienza. Noemi Lusi Roma 4° Premio (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. La formazione di Noemi LUSI si riflette su tutta la sua produzione letteraria che si situa nel contesto internazionale ed in particolare quello europeo, in cui ha a lungo vissuto e da cui ha voluto enucleare alcune delle sue significative permanenze in particolare in Inghilterra, Francia, Svezia e Spagna. La vocazione all’espressione di sentimenti, opinioni, convinzioni, principi, pensieri, insomma alla condivisione del proprio animo con un ‘esterno’ che, anche quando indistinto o mutevole, pure rappresenta la vita nel suo incomprensibile svolgersi, risale ai tempi del liceo e l’accompagna trasformandosi con lei.

TRE MADRI Nella mia mente spesso due care immagini si sovrappongono: quella materna e quella della materna madre. Si confonde l’immagine della nonna con l’altra che nel tempo sempre più a lei si andava assomigliando. Così il mio affetto in un unico abbraccio le avvolge e allora corre il pensiero in alto, dove spero che potrò un giorno rivederle entrambe. E quindi prego che in questo mi aiuti, e aiuti loro, tenendosele appresso, la terza madre mia, che sta nel cielo: Maria. Mariagina Bonciani Milano Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Mariagina Bonciani vive a Milano dove è nata nell’aprile 1934 e si è diplomata in Ragioneria nel 1953 presso l’Istituto Tecnico Carlo Cattaneo, ma ha sempre prediletto le materie letterarie e le lingue. Conoscendo il francese e lo spagnolo ed avendo perfezionato soprattutto lo studio dell’inglese, Mariagina BONCIANI ha lavorato dal 1953 al 1989 come segretaria di direzione, capo ufficio e corrispondente presso tre diverse ditte nel settore import-export. Ama la lettura, i viaggi e la musica classica. In pensione dal 1989, per alcuni anni si è dedicata alla madre inferma, smettendo di


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viaggiare ma senza abbandonare la poesia e gli studi (pianoforte, russo e greco antico). Non si è mai sposata. Dal 2008 partecipa ai concorsi di poesia nazionali e internazionali, ottenendo quasi sempre premi, menzioni e segnalazioni. Molte sue poesie sono state pubblicate in antologie e riviste. Nei quaderni “Il Croco” della rivista “Pomezia-Notizie” sono comparse le sue sillogi “Campane fiorentine” (2010) e “Canti per una mamma” (2011). Sue poesie vengono regolarmente pubblicate nella suddetta rivista, diretta e stampata in proprio del Dott. Domenico Defelice in Pomezia. Nel 2012 le Edizioni Helicon hanno pubblicato il suo libro “POESIE” , che ha ottenuto premi e riconoscimenti in diversi concorsi, fra cui Città di Pontremoli, Via Francigena, Pegasus-Montefiore. E’ socia dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”.

AD UN PAPA Vorrebbe il terreno applaudire il passo del tuo rallentare penitente concimare di stanchezza il sollievo. Strade deturpate attendono filari di alberi e ostelli per la grazia o condanna dei diversi. Quante volte è stata l’acqua ad avvicinarsi alla bocca del pellegrino inginocchiato sulla paglia! Lasci non certo per ascoltare la prassi delle evocazioni in questo tuo stemperare egoismo in umiltà assai più pretenziosa della fede. Claudio Carbone Formia, LT Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Claudio CARBONE nasce nel 1958 a Gaeta. Laureato in Architettura, è insegnante di Disegno e Storia dell’Arte al Liceo Scientifico “E. Fermi” di Gaeta. Risiede a Formia (LT). Ha pubblicato cinque libri di poesia “O laureat”, “Passo di cicogna”, “Quotidiane colonne”, “Sagome e specchi”, “Al posto delle rose”. E’ vincitore di numerosi concorsi di ambito nazionale.

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ACCOVACCIATO MI RITROVO Quella volta vedevo nei tuoi occhi tutti i bagliori delle mie stagioni. Riflessi di una vita trafitta dai miei silenzi, immemori di lampi nel cuore. Mi ritrovavo accovacciato accanto al mio dolore, sul mio tempo sfumato, vestito di addio nell’imbrunire della sera. Ma alla fine del Tempo mi ritrovai a percorrere la strada che mi riconduceva alla vita, valicando montagne spaccate dal fulmine della mia mente, sciogliendo nevi col sale delle mie lacrime. Avevo rischiato di rimanere orfano di Poesia, rimasta prigioniera dentro i miei ultimi recessi vuoti. Essenza d’ambra si stava sfaldando tra le foglie delle mie spine, mentre i granelli dei miei palpiti aprivano virgole nella mia memoria irreversibile. Lì mi riapparvero i tuoi occhi, come gemme indolori dei miei smeraldi. E sull’albero della vita i rami rifiorirono di parole d’amore. Santo Consoli Catania Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013. Santo CONSOLI nasce a Misterbianco (CT) nel 1946. Dopo la Laurea si trasferisce nel Veneto, ove ha inizio la sua carriera di docente. Rientra in Sicilia e nel 2005 inizia a scrivere poesie e a partecipare a Concorsi, ottenendo ambiti riconoscimenti. Ha pubblicato numerose sillogi: “L’Arcobaleno dell’ Amore”, “Lucidi Orizzonti”, “HeyMan- Risollèvati”, “La Strada sull’Acqua”, “Pensieri Innamorati”, “Verso la Luce”, “Animi”, “I tuoi silenzi”, “La tua anima affiorava”, “Il nostro incontro”, Tu, mia Strada”, “Le nostre pagine”, “Nel tuo Firmamento”, “Mi addormentavo nei tuoi sogni”, “Non è l’ultima stagione”, “Il Sentiero della Vita”, “Il Cuore Canta”, “Ti ho cercato”, “I colori del silenzio”, “Il tuo riflesso”, “Accovacciato sulle tue ginocchia”, “Spazio Infinito”, “Il tuo risveglio”, “La tua presenza”, “Sfumature”, “Memorie d’oggi”, “Voliamo


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nel tempo”, “Nel mio margine”, “Nei giorni della tua vita”, “Nel mare dei tuoi occhi”, “Spazio Vitale”, “Longevo”.

L’UOMO CON LA CHITARRA HAIKU Rami di luna. Guardami attraverso. Il peso del tempo. Elastico. L’accelerarsi del tuo cuore. Piume a cadere. Una gardenia. La festa dei tuoi occhi. Neve d’aprile. Lunascarlatta. La tua bocca indecente. Magnifica il cielo. Lezione 21. Nel ventre della mia chitarra. S’apre la luna. - Ps. Cercami Scorrono fra le tue righe le margherite Una farfalla sul bianco marmo. E’ colore Monica Fiorentino Sorrento, NA Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013.

LA DANZA DEL MIO CUORE La danza che vive nel mio cuor, pur sovente sembra non volermi lasciare neanche per un istante, che sia gioiosa , dolorosa o evanescente non mi inebria e non mi avvilisce così tanto,

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perché la medito profondamente. Tutto è bello e buono conoscere nella vita, gli affanni, le gioie, pur le cose evanescenti per poter capir gli altri, aiutare i tuoi cari e i tuoi fratelli nei loro affanni, nei loro idilli, nel dolor di qualunque sorta esso sia, nella gioia profonda che nel cuor si sente e non si può spiegare perché l’altro non può capirlo, specie se non lo sente e se ci provi a spiegarlo resti sconsolato e non vale a niente. Ma la forza di quel che provi o hai provato, resta in te e non sarà mai eliminata. Il tuo credere sarà la tua forza. Il tuo credere sarà la tua armonia, allora io lascio che il mio cuor danzi in ogni evento, perché dolce e soave è la danza che vive nel mio cuor che m’ispira tante cose buone e belle. Clementina Maddalena Pilla Melbourne – Victoria - Australia Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013.

ADESSO IO CI SONO Non c’ero Adesso sì! ci sono Con l’anima e il corpo, Adesso son qui Son certa anche Dio c’è. E’ grande, da sempre Si prende cura di me, di noi, Fin da quando Ero ancora niente E poi c’ero, Dio mio, io ti ringrazio per i doni che mi hai donato, La pazienza, il mio buon’umore, Il cuore, La bocca, Gli occhi, Le mani, Le gambe, La salute,


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La pace, L’amore infinito, Grazie Padre Per le tue offerte, Per farmi sentire Uguale agl’altri, Io apprezzo la tua volontà E’ grandissima! Accetto tutto di te grazie per avermi dato la vita. Non c’ero con gli affanni della vita, Adesso ci sono, Sono arrivata fin qua E resterò finché non sarò Prossima alla fine. Carmela Perri Melbourne, Victoria, Australia Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 2013.

SIAMO NOI STESSI Amore mio, siamo noi stessi, come la pioggia che scende dal cielo, bagnando i prati assetati dal caldo. Siamo noi stessi, in questo spazio infinito che opprime il nostro io, non compreso dal muro dell’incomprensione e dall’odio. Amore mio, ti amo come sei, ti prego non cambiare nel tempo perché la tua anima è racchiusa nella mia identità anche se siamo diversi. Siamo due stelle che illuminano il nostro cammino del destino racchiuso nelle nostre mani. Gente senza volto, capaci di emettere sentenze, non mi violate, resto come sono. Angela Maria Tiberi Pontinia, LT Selezionata (Sezione B) al Città di Pomezia 3013. La poetessa Angela Maria TIBERI è conosciuta ed apprezzata da notevoli associazioni culturali nazio-

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nali ed internazionali. Ha vinto numerosi premi tra cui: 2° Premio Internazionale Amico Rom 2008 e 2009, 1° Premio Verità poetiche 2012 Associazione teatrale Beniamino Joppolo - Patti (ME), Oscar della poesia 2009 e 2010, iscritta all’Albo d’Oro dell’Associazione Internazionale Arte e Cultura.

SILENZIO Nel tuo grembo ho conservato le mie speranze, ho affinato i miei pensieri, ho gioito i momenti più belli e quando l’ombra della sera calava, gentile la mano tua accarezzava il capo mio ricciuto e biondo, finché il sonno mi rapiva portandomi in magici paesi di fiaba ed illusione. Oggi adulta, amo la vita e il chiaro mio intelletto, perché lontana sono, ho preso il volo, mamma nella lettera mi dice: il tuo sorriso colorava i miei grigi giorni, rischiarava le membra stanche del mio volto, l’abbraccio tuo come sole mi colorava del tuo amore, respiravo il profumo dei tuoi giovani anni mi sembrava di trovarmi in un prato in fiore. Adesso ho paura del silenzio e soffro nel non poter accarezzare il tuo capo biondo, avvolta in un manto di silenzio, rassegnata aspetto il suono della voce tua attraverso un filo, ed io rammento quel grande amore che in ogni bimbo o fanciullo rimane il luogo più caro al mondo il grembo della madre, è il posto più sicuro. Anna Trombelli Acquaro Melbourne – VIC. Australia

ËL VAGABOND Lìber ëd fité un seugn


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acomoda ’d promësse che ‘l temp a dëscolora. Peui a ven anans tra crosière dë stra a man veuide armisciand malinconie tra le carte anfiàpie. Ch’a sia sabia o tèra soa contrà ëd nassensa drinta ‘d chiel a fermenta l’arnonsia. Ma ancheuj a condana nen la mala sòrt a veul nen foé l’ànima al feu dël bivach. Tra le pere a dëstìla ore sensa fama e a bèiv l’ùltima golà a l’anvers dël mond. Paola Insola Torino Primo Premio (Sezione C) al Città di Pomezia 2013. (IL VAGABONDO - Libero di affittare un sogno/concilia promesse/che il tempo scolora./Poi avanza tra crocevie/ di strade a mani vuote/frugando malinconie/ tra carte appassite./Che sia sabbia o terra/Il luogo di nascita/ dentro di lui/fermenta la rinuncia./Ma oggi non condanna/Il destino/ non vuole arroventare l’anima/ al fuoco del bivacco/tra le pietre distilla/ ore senza gloria/e beve l’ultimo sorso/al rovescio del mondo. Paola Insola)

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il mio piccolo mondo, il silenzio era rotto da un grido prolungato, atteso, riconosciuto. Era arrivato lo spazzacamino. E come me lo ricordo! un chicco di caffè in un mare di panna! E mio padre lo teneva a tavola con noi; il sorriso e l’imbarazzo: chiaro-scuri bagliori indimenticabili. Poi il suo strascicato grido, mentre da un casolare all’altro, un “orso” con fardello in spalla sfalcava, sostava e... svaniva. Era un pazzo? E il pescivendolo del Lago Trasimeno, che il venerdì, tra le nebbie mandava il suo richiamo: - “Pesciaiolo... Pesce fresco...” - mentre in una piccola cassetta guizzavano lattarina, laschine, reginette... Pesava e gridava... Scherzava, altro grido alto e, pedalando, si allontanava, mentre l’eco rimandava le ultime note... di “Pesciaiolo...olo”.Era un pazzo? Alienazione Leda Biggi Graziani Arezzo Racconto selezionato (Sezione D) al Città di Pomezia 2013.

I MIEI ANGELI di Maria Coreno

ALIENAZIONE di Leda Biggi Graziani

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ridare... - “Non parlare a voce alta, non è educazione... Non gridare, è da paz-

zi...” E sotto la mia finestra, aperta alle voci di primavera, gridava l’arrotino, pedalando e sostando: - “Muleta... Muleta...” - e “Arrotino” (con tre, quattro “r”), mentre la “mola” girava, affilando e arrotando coltelli. Era un pazzo? Quando d’inverno il bianco mantello ovattava

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a bambina, come tutti i bambini, amavo gli angeli e desideravo sempre di averne uno per accudirlo, per fargli da mammina. Ricordo una particolare visita al Santuaro della Madonna Maria SS. Del Piano, quando, accompagnata da mia madre, assieme, partecipammo alla festa in Suo onore. La festa si faceva e si fa ancora, ogni tre anni, della durata di cinque giorni, come di tradizione. Era il 1946 e ancora si riparavano le case non lontane dalla chiesa semidistrutte dalla violenza dell’ultima guerra mondiale. Attaccato alla chiesa vi era pure il convento


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con le suore che accudivano i numerosi orfanelli. La chiesa mi piaceva perché, pur essendo antica aveva una bellezza accogliente, riposante. Ricordo che la domenica si andava a messa e la sera ad imparare la dottrina per le preparazioni della comunione o della cresima. Un giorno, mentre camminavo nei pressi della chiesa, notai le porte aperte ed entrai per osservare, da sola, le sue bellezze, come i disegni e le varie decorazioni nelle cappelle, ai bordi delle finestre, nel soffitto e naturalmente sull’altare, attorno alla nicchia della Madonna. Ne ero entusiasta di tutto quello che vedevo e mi sembrava proprio di trovarmi in un posto molto speciale! Quello che mi impressionava di più, però, erano le statuette degli angeli, i quali reggevano il Mondo con la forza delle mani. A questa visione seguirono poi tanti pensieri ed idee, come di solito si fa da piccoli, quando la conoscenza del creato è scarsa e si lascia camminare la fantasia velata dall’innocenza. Fatto sta che iniziai a pensare come impossessarmi di un angelo! Allora ero convinta che gli angeli vivessero ed abitassero sotto terra e quindi situati in una posizione adatta per reggere il peso del Pianeta Terra. Quindi, cosa fare per trovarli? Bisognava solamente scavare un bel fosso profondo onde esaudire la mia volontà, se volevo avere l’angelo tutto per me! Mentre scavavo, facendo una grande fatica, pensavo (o sognavo con gli occhi aperti?) ai capelli biondi e ricci del’angelo, alla sua bocca piccolina, alle sue labbra rosse, ai suoi occhi celesti, al suo viso roseo e paffutello, al suo corpo morbido e nudo, alle sue preziose ali... Sicuramente potevo procurarmi anche una coperta per avvolgerlo e mantenerlo caldo e comodo! Ma, dopo alcuni giorni di scavo, mi rendevo conto che le possibilità di riuscire all’ impresa stavano riducendosi a poca cosa. A furia di scavare mi sentivo stanca e delusa, poiché dalla terra non usciva nessun ange-

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lo! Ma allora dove saranno messi per reggere il mondo?, domandavo a me stessa! Alla fine accettai il fallimento della ricerca, ma con grande delusione! Di questo episodio non dissi mai niente a nessuno, per due motivi. Il primo, per non passare l’idea agli altri! Cosa sarebbe mai successo se qualche altra persona avesse provato a scavare e trovare gli angeli? Il secondo motivo, la paura che, confessando il mio operato, si prendessero gioco di me! E dopo tanti anni ancora amo gli angeli, anche se non sono sottoterra! Essi per me rappresentano la purezza e la dolcezza, quello che tutti noi abbiamo bisogno. Maria Coreno Melbourne, Victoria Australia Racconto selezionato (Sezione D) al Città di Pomezia 2013.

SEGUI ME di Filomena Iovinella fiaba Inizio CASCATA DEL NIAVARA

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ally gioca con i suoi amici ogni mattina, si tuffa giù dalla cascata e ride e salta, scivolano tutti insieme infine sulla schiuma di nonno e nonna, di papà e mamma. Sally è di colore blu trasparente, è la più piccola della sua razza e quando la chiamano lei si nasconde sempre. Sally Era la goccia d’acqua più piccola di tutta l’ acqua del villaggio. Un giorno il cielo si tinse di nero e venne giù un fulmine, la raccolse sulle sue ali di fuoco e


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la portò via. “ Cattivo! Perché mi porti via, cosa vuoi da me? Ci hai portato la pioggia a mischiarsi a noi, ma non importa, per me va bene lo stesso, mi piace chi viene dal cielo, ma tu non mi piaci!” “ Tu invece mi piaci davvero tanto e anche se tante volte ho buttata acqua dalle mie nuvole per non vederti, tu emergevi sempre più gioviale e vivace di prima e questa cosa mi ha sempre irritato” “ E sentiamo, che ne vuoi fare di me?” “ Voglio metterti alla prova, ti sto portando dove acqua non c’è, per vedere se ridi ancora” “ Non sono mai uscita dal mio villaggio conosco sola la cascata, dove si trova questo luogo?” “ E’ distante da qui, non c’è vegetazione, non c’è cascata, non ci sono alberi” “ Stai bleffando, non esiste un posto così sulla terra” “ Esiste, io non ci vado mai, lì c’è il mio amico vento e la mia amica sabbia” “ Vento e sabbia? E io cosa ci faccio con il vento e la sabbia?”

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“ Ci devi sopravvivere, penso, che ti asciugherai presto e scomparirai!” “ Brutto ceffo, sei proprio un brutto ceffo” “ Stai zitta adesso, quando sono in viaggio non voglio sentire frignare!” Il viaggio è violento, corre lungo il cielo con una rabbia bruta, solca le nuvole come se fosse una spada, forse è davvero una spada, le nuvole più piccole si scansano quando lo vedono arrivare, Sally tieni gli occhi chiusi li apre di tanto in tanto e cerca di guardare di sotto, stanno attraversando una fitta vegetazione e c’è un corso d’acqua, ma va troppo veloce il fulmine. Lei lo guarda dalla parte posteriore e cerca di darle un nome e si ripete: “ Se ti do un nome brutto ceffo diventi meno orribile” E’ difficile dargli un nome, cerca, cerca nella testa e ripete, lingua di fuoco, rosso rabbia, luce nel nero, ecco! Luce-nero è perfetto, difatti lui arriva quando le nuvole sono nere e le dà la sua luce. “ Cosa stai facendo?” chiede il fulmine “ Ti sto dando un nome luce-nero” Lui ferma la sua corsa, si blocca nel cielo, la sua coda si arrotola e ripete : “ Luce-nero, io luce-nero? E per quale bizzarra idea ?” “ Ho pensato alla sensazione che dai a quelle povere nuvole che quando ti vedono diventano nere e tu le dai la luce, per sgonfiarsi della loro acqua” La risata è sonora e replica: “ Mi piace goccina, mi piace, chiamami come vuoi a me non importa!” Sally guarda ancora giù e chiede : “ Dove siamo?” “ Questo è l’oceano goccina, a proposito non so di che origine sei, se ti assaggio sei dolce o salata? Lì giù ci sono le tue origini al gusto salato” “ Io sono dolce, provengo dal villaggio delle acque dolci di natura verde” “ Eppure sei azzurrina!” “ E’ vero non ci ho mai pensato!” “ Forse la tua mamma o il tuo papà erano salati venivano dal mare” “ Chissà!” Mentre luce-nero continuava il suo viaggio in


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quel posto che goccina pensava non ci fosse, la stessa rifletteva sulla cascata salata, ma non era una cascata quello che vedeva perché era tutta adagiata in un letto unico, e mentre lo riguardava esclamava piano piano : “ Che bello! Siamo un po’ diversi, ma anche uguale, chissà cosa fanno i bambini al mattino quando si svegliano?” Ancora guardava e pensava che era grandissimo e che anche il signor luce-nero faceva fatica a attraversarlo dal cielo, lui si volta sentendosi osservato e chiede: “ Cosa altro c’è goccina?” “ Scusi! Lei che sa tutto, mi può dire che cos’è quella cosa bianca che sta sul questa tavola di acqua salata?” Lui continua a ridere : “ Sei una curiosa goccina, quella tavola di acqua salata si chiama mare e quella cosa bianca è una nave” “ Mi sta facendo bene viaggiare con te, sto conoscendo il mondo” “ Tra un po’ non la penserai più così” “ Io non penso che tu sia cattivo” “ Sei solo una goccina stupida che si asciugherà nel deserto!” “ Ma in questo deserto senza le goccine d’ acqua, come me, come fanno a vivere?” “ Bella domanda goccina….ci sono poche persone e i villaggi raccolgono l’acqua, come te, in una tinozza perché è preziosa e non va sprecata” “ Anche nella mia cascata siamo tutte preziose” “ Ma nel deserto di più!” Il signor fulmine si è distratto parlando con goccina e sbatte violentemente contro una grossa nuvola nera, Sally non riesce a restare attaccata alla coda di luce – nero e precipita proprio sulla nuvola nera. “ Ohhhhhhhhhi!” E puff cade tra altre gocce : “ Ehi Tu! stai attenta!” “ Ciao, dove sono?” “ Non è il momento di parlare carina vai a mettere le ali” “ Le ali?” “ Certo, è arrivato il fulmine” “ Questo lo so, ero con lui quando vi ha urtate!”

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“ Ehi ascoltate questa! Dice che era con il fulmine!” Tutte ridono : “ E’ matta e poi chi l’ha mai vista a questa, la vedi com’è buffa” “ Non c’è niente da ridere, sto dicendo la verità! Io ero al mio villaggio e lui mi ha presa dalla cascata” “ Non c’è tempo “cascata” metti queste, che si vola, siamo sul villaggio “ Shosho” “ Ma io non capisco niente di quello che dite” “ Girati che ti metto le aluccie d’aria” Sally si guarda e sorride : “ Sono comode queste cosette!” “ E certo senza di queste non tocchi terra in modo giusto, anzi, noi scivoleremo su foglie di rabarbaro e di fiore del deserto” “ Bella invenzione!” “ I bambini del villaggio ci stanno aspettando” Le gocce si spostano e sembra che ci sia il terremoto : “ Cosa succede?” “ E’ il fulmine!” “ E’ luce-nero che ci attraversò vero?” “ Si! È sempre lui, tieniti forte adesso ci colpisce!” Il colpo è molto forte e tutte le gocce urlano nel momento in cui si apre la nuvola e cadono giù, Sally guarda in basso e vede un mare secco tutto giallo, lei scivolava dall’alto ma sempre nell’acqua con le sue amiche gocce, adesso invece scende attraverso l’aria ed atterra su qualcosa che non conosce, è quasi arrivata e vede del verde, sono foglie, queste le sono familiari anche se non sono uguali alle sue, tocca la foglia e le ali spariscono come bolle, scivola lentamente….., scivolare quello si che sa, come si fa e precipita in una cascata piccola e stretta, tutte riprendono a parlare come se niente fosse accaduto, d’altronde loro fanno questo da sempre, ma non Sally. Arrivano tante voci, sono le voci del villaggio che girano intorno alla tanica e danzano e ridono e pregano. Poco dopo arriva una ragazza che ha atteso la fine delle danze e della preghiera, si guarda intorno, tutti sono rientrati e lei finalmente si mette nella tanica dell’acqua, entra con i piedi


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scalzi e con le mani raccoglie l’acqua e se la butta sulla faccia, Sally si ritrova sul suo naso e scivola ricordando la sua cascata, sentendo addosso il senso di casa ed urla : “ Che bello! Mi ricorda la sensazione di casa mia” e chiede : “ Fallo ancora dai! Fammi scivolare ancora” Sally precipita dal naso e vola di nuovo nella tanica. I piedi marroni sbattono e l’acqua della tanica si agita, si agitano anche tutte le altre gocce d’acqua intorno a Sally e protestano. Sally difende la ragazzina e si rivolge alle altre gocce d’acqua : “Come siete seriose, sta semplicemente giocando con noi è felice che siamo arrivate, mi ha fatto scivolare sulla sua faccia e ne aveva proprio bisogno, era tutta accaldata!” Loro in coro le rispondono : “ Non ti sopportiamo, parli come se conoscessi il mondo, come se fossi venuta qui per imparare qualcosa, ma chi ti vuole? E smettila di parlarci!” “ Io non volevo lasciare la mia cascata ma visto che mi ritrovo qui, tanto vale divertirsi” Vengono interrotte, arrivano due mani marroni e Sally enfatizza : “ Eccola! Adesso si vola di nuovo, è bellissimo” Quando sale si ferma nel palmo della mano sinistra approda su un qualcosa che si muove a ritmo costante e non capisce cos’è, fa anche il solletico, altre goccine antipatiche arrivano a parlarle con ironia : “ Ti sei incastrata nella sua ciglia, stupida! Vieni via di lì!” la spostano e Sally balzella sulla guancia e giù di nuovo a cadere nella tanica. L’acqua si ferma al fermarsi dei piedi battere, ci sono voci e gente intorno alla tanica , si sente dire a voce alta : “ Himalaya cosa stai facendo?Esci da lì” La replica : “ Non voglio, ho aspettato tanto quest’acqua!” “ Quest’acqua è per tutto il villaggio non puoi usarla solo tu” I piedi di Himalaya lentamente escono dalla tanica, ma le sue mani capricciose, si abbassano di nuovo a prendere altra acqua che vola sulla faccia e Sally è di nuovo incastrata nella ciglia e cammina con lei mentre attraversa il terreno arido e sabbioso del villaggio.

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La mano della ragazzina la raccoglie da sopra la ciglia e la porta davanti a sé chiedendo a Sally: “Tu chi sei?” “ Stai chiedendo a me ?” la domanda di Sally come risposta “ Si! Dico a te” “ Sono una goccina d’acqua del Niavara che si ritrova qui per un sopruso, il signor fulmine mi ha rapito e portata su una nuvola da dove sono precipitata con le altre” “ Mi spiace tanto che ti sia successo questo penso che la tua famiglia ti manchi?” “ Si! Tanto, però ho scoperto che voi avete tanto bisogno di noi!” “ Noi abbiamo sete di acqua da sempre, io un giorno quando sarò grande lascerò questo villaggio, voglio andare a parlare ai potenti del mondo per fargli capire come stanno le cose qui” “ Sei forte e loro ti dovranno ascoltare, dove vuoi andare?” “ In Canada credo” “ Quando ti recherai in quel posto, puoi andare prima a fare un bagno nella mia cascata, per favore?” “ Lo farò prima di recarmi dai potenti, te lo prometto!” “ E quando sarai li, salutami tutti “ “ Sarà fatto!” Himalaya ritorna indietro e lancia Sally nella tanica con le altre. Si ritrova ferma li alla tanica circondata da tutto il villaggio che le urla contro, prendono mucchietti di sabbia e la lanciano addosso a Himalaya, lei è ancora bagnata e molta sabbia del deserto le resta addosso, in breve tempo è interamente ricoperta. Himalaya resta zitta e controlla con gli occhi il suo piccolo popolo in ribellione contro di lei, tutto, per un pugno d’acqua rubato ad un bagno e che adesso genera pelle umida su cui attaccarsi la ribellione di tutti contro di lei. Himalaya, resta in silenzio, così, in breve tempo, le parole di tutti si calmano e la lasciano ricoperta di giallo sulla pelle a portare i rimproveri di tutti. Lei si specchia nell’acqua della tanica con la


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faccia e Sally la saluta e commenta : “ Non è giusto quello che ti hanno fatto!” “ Si! Che è giusto amica mia, questa immagine mi ricorderà che quando dovrò far comprendere cosa siamo, dovrò dire loro che siamo acqua raccolta in una tanica e ribellione di granelli di sabbia e il mondo intero non potrà dimenticare chi siamo e dove viviamo”. E la notte del compleanno di Himalaya. Mettono una corona di fossili sul capo di Himalaya e festeggiano per l’intera notte, circondati dalle luci delle torce. Siamo giunti al suo sedicesimo compleanno. Le bimbe piccole del villaggio le circondano le gambe e ballano al suono dei tamburi, l’aria è addolcita dal sapore di spezie che diffondono nelle narici uno stato di inebriante mistero. Le dune si muovono dalla leggera aria di vento caldo che solleva gli strati superiori di sabbia e più in la, quello che potrebbe apparire ad uno spettatore solitario intento a guardare da lontano il villaggio, scintille di pioggia di fuoco che escono dalle torce di legno, mentre balli a piedi nudi scandiscono il tempo della nascita di Himalaya. Colei che è nata in una notte di luna piena, durante una tempesta di vento e sabbia, che dondolava la tenda blu della sua capanna, come una melodia di nascita. Fuori ad attendere, pure allora, tante torce di legno ed infine la luce della capanna e la tanica d’acqua piovana riscaldata a tuffarcela dentro, allora come ora, al compimento dei suoi sedici anni. Una tanica d’acqua è stata conservata per lei come regalo e sul finire della musica dei tamburi un tuffo a sedersi nel legno circolare della tanica a farla sentire rinata. L’alba della partenza giunge e Himalaya saluta tutti e non si volta più indietro, ha allenato i suoi piedi per mesi nelle notti di duna desertica per riuscire a sentire tutta la strada nelle piante dei suoi piedi. Il tempo del viaggio non si conta, si registra solo l’arrivo.

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“ Ecco l’archè!” sono arrivata Sally. Sono arrivata a casa tua, adesso mi laverò e conoscerò il tuo mondo, questa non è una tanica d’acqua, e quindi mi chiedo : “Sarò abbastanza forte per nuotarci dentro?” La risposta me l’hai data tu qualche anno fa, sei giunta dalla cascata al deserto e io ho fatto l’inverso, tu ti sei asciugata al mio sole, io mi bagnerò nella tua acqua. I pochi vestiti di Himalaya vengono raccolti su una roccia di fianco alla base della cascata. Himalaya resta ancora qualche momento da sola nuda e con gli occhi chiusi a respirare il vapore dell’acqua che sale nelle sue narici, quando è al termine della sua caduta libera. Himalaya inizia a bagnarsi i piedi si spinge lentamente nell’acqua. L’ansia la prende alla gola - tanta acqua non l’aveva mai vista in vita sua - resta ferma mentre la voce della paura le parla, le urla di uscire. - esci da questa massa d’acqua, tu non sei pronta - , quest’ acqua pensa ingombra e annebbia la mente : come può esserci tanta acqua in un luogo solo e dove non c’è nessuno?La mente ricorda Sally e tutto cambia e le viene da sorridere, allarga le braccia ed inizia a nuotare, i piedi si muovono e danno la spinta al corpo nell’azione di muoversi. Qualche bolla d’acqua le arriva alla bocca e lei la ingoia, tutto inizia a diventare più facile e anche più accogliente. Il suo corpo si solleva a galleggiare ed è naturale come la devastante ed immensa natura che galleggia nei suoi occhi, mentre osserva in giro, libera finalmente della sua paura – quanta acqua! È troppa acqua!Sulla riva di quella cascata giungono voci indistinte di giovani, tutti in fila per la loro escursione nella natura, notano i vestiti di Himalaya e si chiedono chi sarà mai quella pelle nera che nuota nella cascata. Himalaya li osserva ed attende che la fila di giovani in escursione la lasci di nuovo sola e quando di nuovo si ritrova sola, prende i suoi abiti e si riveste. E’ giunta l’ora, è arrivata a destinazione, tutti


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la osservano, lei si pone all’inizio della grande sala e parla : Discorso al mondo Sono io Himalaya vengo a parlare di vita vengo a parlare di sabbia vengo a parlare d’acqua

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Primo Premio (Sezione E) al Città di Pomezia 2013. Filomena IOVINELLA, nata a Frattaminore in provincia di Napoli, vive a Torino. Scrive da qualche anno. Racconto pubblicato Traccia di vita 2012; prossima pubblicazione, racconto Il ritorno di Stefano 2013. Si interessa di filosofia e di sociologia da autodidatta, legge classici e contemporanei, segue da quasi due anni un blog dal titolo “gli indistinti confini” da lei creato.

Sono io Himalaya

Il drammatico destino de sono cresciuta per venire qui da voi sono cresciuta per arrivare qui oggi sono cresciuta per dirvi che l’acqua è la vostra tanta vita che l’acqua è la nostra poca vita

LA CONTESSA LARA, raffinata scrittrice di fine Ottocento di Elisabetta Di Iaconi

Sono io Himalaya ringrazio tutti i galantuomini presenti che hanno sentito il bisogno di parlare di noi e poi tacere il giorno susseguente Io sono Himalaya ringrazio e dissento da tutti questi galantuomini che parlano con me e poi dimenticano chi sono Io sono Himalaya e sono acqua nel deserto Io sono Himalaya e ho la faccia scura colorata dal sole e ho il cuore di ghiaccio cristallizzato sento la goccia d’acqua che scivola dentro questo ghiaccio spacca il silenzio del mondo questo mondo fatto di tutto che non possiede niente guarda il nero della mia faccia guarda il giallo sulla mia pelle di deserto vedi Io sono finalmente la Tua condanna “Mondo Potere”! Filomena Iovinella Torino

L

A sterminata produzione letteraria di questa valente poetessa, scrittrice e giornalista, molto apprezzata ai suoi tempi (ma quasi dimenticata nello scorso secolo), ci riserva ancora sorprese. Il recente rinvenimento di un folto epistolario dell’ estate 1896, scritto dalla Liguria a colui che, di lì a poco, sarebbe divenuto il suo assassino, rivela aspetti di una personalità emancipata e libera, confermando le sue doti di narratrice, nonché di giornalista affermata. Scrisse per il “Capitan Fracassa”, per il “Corriere di Roma”, per il “Fanfulla della Domenica”, per “Roma letteraria” e per “La vita italiana”. Conobbe tutti i grandi scrittori dell’epoca: Capuana, D’Annunzio, Scarfoglio, Matilde Serao. Fa parte di diritto della narrativa italiana tra Ottocento e Novecento, anche per la consacrazione di Benedetto Croce (in “Letteratura della Nuova Italia”). A mezzo secolo dalla sua morte, fu definita da Luigi Baldacci “la massima poetessa italiana dell’ Ottocento”. A più riprese le si dedicarono studi critici ( e persino una fiction televisiva in due puntate su RAI 1 nel 1975). Un recente articolo di Renato Minore su “Il Messaggero” reca il titolo “La poesia insanguinata”. Infatti non si può prescindere della biografia di questa “femme fatale”, per comprendere, non solo la sua tragica esistenza, ma anche la sua eccezionale carriera letteraria. Il suo nome d’ arte derivava dal poemetto “Lara” di George


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Byron, ma il suo vero nome era Evelina Cattermole, figlia di Guglielmo, uno stravagante artista di origini scozzesi, ex-console a Cannes, e della sua terza moglie, Elisa Sanduch, pianista precocemente scomparsa. Questo grande dolore la accompagnò dall’ adolescenza per tutta la vita. Evelina nacque a Firenze nel 1849. Crebbe tra musica e poesia nei salotti della buona società. Nei ricevimenti di Laura Beatrice Oliva, moglie di Pasquale Stanislao Mancini, s’innamorò del figlio di Stanislao, il tenente Eugenio. Quando quest’ ultimo tornò dalla campagna di Roma, nel 1871, fu celebrato il matrimonio; ma, dopo il trasferimento degli sposi a Milano (ove Evelina frequentò gli ambienti della scapigliatura) l’unione naufragò, perché la giovane donna (una bionda “bambola di Norimberga” secondo la definizione di Matilde Serao) tradì il marito con Giuseppe Bennati di Baylon. Il Mancini lo sfidò a duello il 17 maggio 1875 e lo colpì mortalmente. Seguì il processo e Mancini fu assolto. I coniugi si separarono e ben presto Evelina si trasferì a Roma, ove le si aprirono le porte dell’ambiente giornalistico e dove iniziò la serie dei suoi amori (col catanese Mario Rapisardi, col giornalista Cesareo). Era già nota per le sue sillogi di poesia. A soli 18 anni aveva composto la raccolta “Canti e ghirlande” (forse riveduta dal poeta Francesco Dall’Ongaro). Ebbe immediato successo la sua seconda opera di poesia (“Versi” del 1883), cui seguirono “E ancora versi” 1886 e “Nuovi versi” 1897 postuma. L’elenco di novelle e articoli giornalistici è lunghissimo. La buona società del tempo attendeva ansiosamente i suoi “pezzi” mondani, di moda e di galateo. Si leggevano con interesse anche i suoi romanzi (“Una famiglia di topi”, 1891;”L’innamorata”, 1892; “Compagni di sventura”, 1892;”Storie d’amore e di dolore”, 1893; “Il romanzo della bambola”, 1895). Proprio per una serie di illustrazioni, Evelina conobbe il pittore Giuseppe Pierantoni e iniziò una relazione che andò avanti tra gelosie e scenate, finché nell’agosto 1896 la scrittrice si recò in Liguria. Nel frattempo il Pierantoni restò a Roma, per affrontare un

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concorso e per governare il nutrito zoo della sua amante (uccelli, cani, gatti, conigli) nell’ elegante mezzanino di Via Sistina, 27. Solo in ottobre la scrittrice tornò a casa. Le ragioni dell’assassinio (il 30 novembre 1896) non sono del tutto chiarite, ma Evelina fece in tempo a dire:”Assassino, l’ha fatto per interesse, soltanto per interesse”. Il colpo di pistola all’ addome provocò una grave ferita e un’agonia di 24 ore. Pierantoni fu condannato a 11 anni e 8 mesi. La sostanziosa eredità della Contessa Lara fu dispersa dai disonesti amministratori del suo patrimonio e nessuno pensò di darle una tomba decorosa. Fu sepolta nel campo dei poveri e finì nella fossa comune. Le ultime lettere di questa donna infelice sono “un torrentizio flusso che trasmette un insopprimibile flusso vitale” scrive Bianca Maria Frabotta nel documentato saggio che introduce l‘epistolario dall’agosto all’ottobre 1896, intitolato “L’ultima estate di Contessa Lara”. Figura discussa, letterata famosa, di tanto in tanto Evelina Cattermole riaffiora dall’oblio. Chi scrive possiede il prezioso libretto di versi della Contessa Lara (edizioni Sommaruga,1883), che ha costituito uno stimolo per più approfonditi studi presso la Biblioteca Nazionale. Spesso nelle sue liriche e nelle lettere si trova il presentimento della fine, la sofferenza per la morte della madre, lo sconforto per la mancanza di una famiglia affettuosa. E’ commovente questo suo autoritratto:”Ella era una fantastica/ donna vestita bruno/ che adorò i fiori/ i dolci canti e i vergini/ sorrisi dell’infanzia./Ha pianto molto/ e non la pianse alcuno”. Elisabetta Di Iaconi Roma Primo Premio (Sezione F) al Città di Pomezia 2013. Elisabetta DI IACONI (coniugata Salati), romana del quartiere Flaminio.Ha conseguito la laurea in Lettere presso l’Università “La Sapienza”. Il primo nucleo dei suoi studi sul poeta romanesco del Seicento Giovanni Camillo Peresio nasce come esercitazione sui pre-belliani, assegnatale dal compianto professor Carlo Muscetta. Tale studio è diventato poi un saggio (pubblicato dall’editore Rendina di Roma nel 1997), soltanto dopo il suo collocamento in pensione dall’insegnamento delle materie lettera-


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rie presso la Scuola Media Statale (dal 1964 al 1995). Fin dal 1970, collabora alla prestigiosa rivista letteraria “Sìlarus”, fondata dal poeta Italo Rocco. Scrive anche per “Pomezia-Notizie”, “Voce Romana”, “Romanità”. Ha pubblicato, oltre al lavoro su Peresio, “Quel fremito antico…” (Raccolta di poesie in lingua; Nuova Impronta, Roma,2002); il romanzo per la gioventù “Un enigma di quartiere” (Nuova Impronta, Roma, 2003); una grammatica essenziale della lingua italiana (in collaborazione con Laura Pedone; Editoriale Scientifica, Napoli, 2003). Le sue poesie in romanesco sono comparse su “Voce Romana”, “Voci dialettali” “Romanità” e “Pomezia-Notizie”; sono state pubblicate nel volume “Er celo s’arischiara”, con l’editrice L’aura di Roma, infine ha pubblicato il quaderno letterario “La chiave ignota”. Per la sua attività letteraria ha ottenuto numerosi premi (a Pompei, a Pomezia, a Mattinata, a S. Felice sul Panaro, a Nocera Superiore, a Nola, a Salerno, ecc.). E’ socia del Centro Romanesco Trilussa, frequenta il caffè dei poeti e il gruppo di poeti diretto da Sandro Bari. E’ iscritta all’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori dialettali e al Centro Studi Belli. Partecipa con entusiasmo, sia ai convegni del Centro Belli (che si tengono a Roma), che a quelli dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori dialettali (nei vari luoghi italiani ove vengono organizzati).

“IL SUBLIME E ‘L PEREGRINO” Di alcuni latinismi nelle «Lettere» del Tasso di Francesco Martillotto

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razio Lombardelli, nel Discorso intorno ai contrasti che si fanno sopra la Gerusalemme liberata, sintetizzando in 16 punti le accuse rivolte al Tasso epico dall’Accademia della Crusca, rappresentata da Lionardo Salviati, alla settima obiezione annotava che il linguaggio tassiano «è mistura di voci e guise latine, pedantesche, straniere, lombarde, nuove, composte, improprie, appiastricciate e rendenti suoni da far ridere».1 E, nei Discorsi dell’arte poetica, il Tasso, per ribadire la peculiarità del latino all’interno del suo stile ispirato alla gravitas e sorretto da un «sostenuto aulicismo»,2 affermava che il «sublime e ’l peregrino» nascono dalle parole straniere, «da le traslate e da tutte

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quelle che proprie non saranno», e tra le straniere quelle prese dalla lingua «latina, pure che a loro si dia la terminazione della favella toscana».3 Nella prosa delle Lettere i latinismi, certamente non così eccessivi come nella Liberata, hanno comunque una funzione determinante: la lingua classica è sentita, infatti, come uno strumento di elevazione, di eleganza, di solennità, di maestà a cui il Tasso tendeva per il suo epistolario, anche se l’uso del latino, dopo l’esaltazione umanistica del primo Quattrocento, appare più misurato e si stabilisce quasi un programma di collaborazione tra lingua classica e quella volgare. Bisogna però distinguere, nelle Lettere, i latinismi grafici e fonetici sui quali agiscono anche fenomeni dialettali (ad esempio la consueta degeminazione settentrionale fa sì che legitimo 414 [si cita il numero della lettera dall’edizione Guasti, Firenze, Le Monnier 1852-55] e maritimi 28, sotto la protezione dell’archetipo latino, abbiano molto consenso), quelli semantici (un lemma conserva il significato che aveva nella lingua classica), e poi quelli che osservano la totale conservazione dell’originale quando si tratta di una formula o enunciato ormai cristallizzatosi. Anche sul piano specificatamente strutturale alcuni schemi grammaticali propri della lingua latina vengono inseriti nella prosa epistolare. Il caso, conservato però in molti prosatori del Cinquecento, più esemplare, oltre la complessità e il dipanarsi dei periodi che hanno chiara ascendenza latina, riguarda le proposizioni introdotte dai verbi di temere che si costruiscono col «non» pleonastico. Eccone qualche esempio: «E perché sospetto che la cagion della tardanza non sia stata curiosità...» 21; «e temo non forse ch’io abbia...» 24; «Dubito ancora di non essere alquanto licenzioso ne le voci latine...» 24. Anche qualche eccezione come in «ne’ quali temo che vi siano» 35. Pure il verbo persuadere è costruito alla latina: «a me non sarà persuaso ch’io ci viva con minor sodisfazione» 770. E il Tasso in una lettera del 1576 a Scipione Gonzaga insiste sulle qualità ornamentali e


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retoriche, proprie solo delle lingue classiche, che non sono patrimonio della lingua volgare: «Molte de le figure del parlare, ch’essi [Demetrio e altri che parlan de lo stile] attribuiscono come proprie a la forma magnifica di dire non sono state ricevute da la lingua vulgare [...]. Non ha ricevuto, oltra ciò, questa lingua la composizion de le parole ch’è ne la latina e più ne la greca, non la trasposizion tanto lodata da Aristotele, se non in poca parte» (77). Il Tasso non fa solo uso delle citazioni latine e greche (quest’ultime in realtà brevissime e in numero alquanto ridotto; e poi gli autori greci sono citati preferibilmente da versioni latine) ma, talune volte, modella le sue lettere su esemplari classici, tanto che, nel caso della lunghissima lettera consolatoria (questo è certo l’esempio più macroscopico) a Dorotea Geremia negli Albizi (la 749) si è parlato di «plagio» per il ricalco della Consolatio ad Apollonium, tramandata nel corpus delle opere di Plutarco4. Ricordiamo ancora la letteradissertazione (la 414) ad Ercole Tasso sul matrimonio, nella quale la prosa diviene più fluida, idillica e musicale, arricchita da derivazioni, esempi, citazioni e parafrasi classiche (tra i greci, Euripide, Plutarco, Senofonte, Antipatro di Tarso, Aristotele, Platone e, tra i latini, Lucrezio, Stazio, Valerio Massimo, Tacito), ma anche sul piano sintattico le ripetute anafore (tu... tu; per te... per te; tu sei... tu sei) sembrano richiamare il celebre inno a Venere lucreziano (te... te; tibi... tibi)5, in un crescendo che ribadisce la straordinarietà dell’unione matrimoniale. Più spesso nella prosa si inseriscono brevi parafrasi di passi di autori classici, quasi dei motti sentenziosi, che alzano il livello di letterarietà, ma soprattutto tendono a configurarsi come detti autoritari, come esemplificazioni totalizzanti e definitive. Per lo più sono parafrasi dal latino, vista la sua incertezza linguistica circa il greco, ed emergono quando il poeta parla di se stesso, quando il rapporto con l’interlocutore diventa colloquio estroverso. Ora è la propria infermità che lo porta a lamentarsi: «in altro tempo ed in altra fortu-

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na avrei numerato questo giorno tra’ felici, e segnatolo, come si dice con pietra bianca»6, ora la confessione a Scipione Gonzaga gli fa scrivere «niuna cosa umana stimo aliena da me» precisando che sono parole dette da Cremete7, oppure quando deve replicare alle obiezioni del Lombardelli (Lettere, II, p. 451, lett. 434) contro il suo poema confessa di essere stato «audace per la gioventù» parafrasando Virgilio («carmina qui lusi pastorum audaxque iuventa, / Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi», Georg., IV, vv. 565-66). Un esempio più cospicuo lo offre la lettera a Ercole Tasso nella quale la fama viene tratteggiata secondo gli esempi degli antichi: «la fama istessa, c’ha tanti occhi e tante lingue» (Lett., II, p. 414, lett. 414) trae la sua origine dalla descrizione di Virgilio, Aen., IV, vv. 181-83. Da Lucrezio proviene la similitudine, assai sfruttata, di ungere con il miele gli orli del bicchiere contente l’assenzio: «la mia [intenzione] non fu cattiva, né dissimile a quella di quei medici che ungevano di mele la bocca del vaso nel quale si dava la medicina»8. Non solo «imitazioni» di luoghi latini, ma, per i paragoni, le opinioni, la citazione conserva spesso l’originale con il chiaro intento di elevare il tono del discorso. La sua insoddisfazione gli fa scrivere: «Di questa corte almeno potessi dire ‘nobis Deus haec otia fecit’9; scrivendo ad Orazio Ariosto ( lettera 94) non negherà che «le corone semper florentis Homeri (parlo del vostro Omero ferrarese) non m’abbiano fatto assai spesso noctes vigilare serenas », trasferendo su Ludovico Ariosto (è infatti lui l’Omero ferrarese) i versi lucreziani impiegati per descrivere Omero (cfr. De rerum natura, I, vv. 124 e 142)10. In sintesi, il sostrato culturale della letteratura classica è una delle tessere di un ampio mosaico linguistico che coniuga la tradizione medievale con l’età rinascimentale. Gli auctores conferiscono al volgare letterario una dignità e un prestigio pari a quelli delle lingue classiche. Vediamo ora il quadro, non certo in maniera esaustiva, degli autori latini e greci che influiscono sul lessico o quelli da cui il Tasso


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attinge per le Lettere: naturalmente Virgilio, il «divino poeta», con particolare rilevanza per l’Eneide ( poema molto caro viste le moltissime estra-polazioni nei Discorsi) e per le Georgiche; dall’altro lato hanno una parte preponderante Aristotele e Platone, e non poteva essere altrimenti avendo il Tasso studiato a Padova con Carlo Sigonio e conoscendo lo Speroni. La concezione filosofica dei due pensatori greci ebbe un ruolo determinante nel Cinquecento (il Tasso discute nelle lettere delle traduzioni volgari della Poetica aristotelica procurate da Ludovico Castelvetro e da Alessandro Piccolomini), ma soprattutto influenzò profondamente la poetica tassiana. Parimenti importante è Omero con l’Odissea; Cicerone citato spesso per le opere retoriche e filosofiche ; Orazio, Ovidio, Properzio, Stazio e Lucrezio sono i poeti dai quali maggiori sono le derivazioni; notevole è anche la conoscenza di Euripide e di Sofocle. Tra i prosatori Plinio e Plutarco hanno il posto d’onore, ma suggerimenti arrivano da Seneca, Livio, Sant’Agostino (la lettera a Scipione Gonzaga del mercoledì santo del 1579 è modellata, nella sua parte religiosa, sulle Confessioni) e Quintiliano. Non sorprende la sottile conoscenza delle opere di Ippocrate e dei medicamenti antichi, soprattutto del veratro «ossia l’elleboro, che da Teofrasto a Plinio, da Discoride a Celso, era per gli antichi il rimedio per le crisi d’umor farnetico». Un altro topos derivante dal mondo classico è quello del controllo della memoria, che il Tasso diceva d’aver molto debole («con la frenesia è congiunta una debolezza di memoria grandissima», Lettere, III, p. 74, lett. 676), specialmente per i malati di melanconia. Passeremo ora, brevemente, in rassegna i latinismi grafici e fonetici sui quali bisogna nutrire delle riserve, non essendo quella del Guasti un’edizione critica e perciò talune forme non rispecchieranno la corretta grafia tassiana in quanto possono essere state alterate dagli stampatori o risentire dello scempiamento di tipo padano. Fatta questa premessa eccone una serie esemplificativa: legitimo 414, parasito 1101, fabro 651, republica 129,

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machina 824, consequenza 60, 94; imagine 45 per le consonanti scempie; per i gruppi consonantici: absenza 1202, 1324; subdivisione 434, conscienza 1345, instrumenti 1526, rapto 94; per il dittongo au: laude 1037, fraude 27, audienza 1307, tauro 94; per lo scambio o/u: vulgo 40, suggetto 1139 e subietto 211, ridutto 54, periculo 765, spelunche 414; per il consonantismo: giudicio 970, indicio 14, secreto 1355, lassare 27, arbore 37, 80. Per completare l’elenco va detto però che, tranne per le consonanti scempie, le altre categorie presentano più volentieri delle oscillazioni con forme graficamente corrispondenti a quelle correnti. Prendiamo ora in esame la serie più cospicua e più interessante, cioè i latinismi semantici e lessicali: adusto 88 adoperato nel Quattro-Cinquecento col significato di ‘arso’, ‘bruciato’ [il Tasso lo aveva impiegato dapprima nel verso «e i duo che manda il nero adusto suolo» e poi mutatolo in « e i duo che manda il più fervente suolo» (GL, XX, 23, v. 6)]; amaritudine 665, 716, 749, 770 è consueta per i testi antichi (nel Decameron); appo 109, 1560 è usato qui col significato di ‘presso’ come in latino (cfr. Dante, Inf., XVIII, v. 135), ma nella Liberata compare anche col significato meno corrente di ‘in confronto a’ («Rispose l’indo fero: - Io mi son uno / ch’appo l’opre il parlare ho scarso e scemo», XVII, 51, vv. 1-2); augumento 52, già del Guicciardini (cfr.Ricordi, p. CXXXIX, ed. Spongano); caligine 123, 471, già di Dante, Purg., XI, v. 30, e Ariosto, OF., XXXIV, 7, v. 2; XXXIV, 44, v. 3, ricorre sei volte pure nella GL; contenzione 25; curule 1561 nel senso comune di ‘sedia curule’; cupido 144, 521 ‘bramoso’, spesso usato nella Liberata («Or tien pudica il guardo in sé raccolto, / or lo rivolge cupido e vagante», IV, 87, vv. 5-6 che è calco dantesco, cfr. Purg., XXII, vv. 154-55); egro 123 ‘infermo’ che ebbe una favorevole fortuna nel Rinascimento grazie proprio al Tasso che lo adoperò sovente nella Liberata11, ma aveva già la forte spinta esercitata dal modello petrarchesco; latèbra 124 ‘nascondiglio’; mancipio 295 qui


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nel significato meno comune di ‘schiavo’, mentre solitamente significa ‘proprietà’ o ‘possesso’ (cfr., «vitaque mancipio nulli datur, omnibus usu», Lucrezio, De rerum natura, III, v. 971); oblivione 634, 770, 806, 809, 88, forma usata dal Tasso solo in prosa, ma cfr. pure OF., I, 21, v. 4; obumbrazione 1139 ‘tenebra’ o ‘oscuramento’, anche in Boccaccio (cfr. Dec., V, 1, 22) per cui il Branca lo definisce un «latinismo più biblico che classico»; ossidioni 14 ‘assedi’; oste 32, 37 ‘esercito’, spesso nella Liberata (cfr. XIII, 12, v. 5 e XIV, 2, v. 8), così come è largamente adoperato nei testi antichi; prodotto 1005 ‘generato’ («nel cui Regno io mi gloriava d’essere stato prodotto»); propinquità e procerità ‘grandezza del corpo’ 14; propulsare 988 ‘respingere’ («a me non sarebbe lecito di propulsarla»); pugna 32, 299 che ha attecchito anche come voce poetica (« Ed or ch’arde la pugna ...», GL, IX, 25, v. 7); pèlago 320, palma 94 ‘vittoria’; repulsa 691, 767, 1148, 1162 (ripulsa 351); sospizione 2, 102, 1027 ampiamente documentata anche nella Liberata, ma pure nel Boccaccio e nel Guicciardini la forma latina incontra un certo favore; salùbre 124, temenza 123, molto comune in Dante e Petrarca, cfr. pure la ballata del Decameron, X, 7, 21, ma soprattutto nella poesia del Tasso, con nove occorrenze nella GL, una nel Rinaldo e nell’Aminta, tre nel Torrismondo; vestigio 1015 (cfr. GL, XII, 82, v. 6). Non segnaliamo i tanti vocaboli che hanno prefisso o suffisso latino in quanto erano patrimonio lessicale già della tradizione letteraria alla quale Tasso ha attinto, ma solo alcune forme che il volgare ha fatto proprie in special modo per la poesia rinvenibili nella prosa epistolare: cuna 133, invitto 1010, ruina 991, 1362 (parola così cara al Tasso), reo 2, aere 749, copia 327 ‘abbondanza’, imperio 14, reina 124, canuto 962. Francesco Martillotto Lago, CS

NOTE: 1 Le sedici accuse rivolte al Tasso epico si leggono integralmente in Controversie sulla Gerusalemme liberata in T. TASSO, Opere, a cura di G. Rosini, Pisa, Capurro 1821-1832, vol. XIX, p. 14 [le Con-

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troversie occupano i voll. XVIII-XXIV (1827-28) delle Opere]. Cfr. anche R . M. RUGGIERI, Aspetti linguistici della polemica tassesca, «Lingua nostra», VI, 1944-45, pp. 44-51; Tasso contro Salviati, in B. T. SOZZI, Studi sul Tasso, Pisa, NistriLischi 1954, pp. 217-256; M. SANSONE, Le polemiche antitassesche della Crusca, in AA. VV., Torquato Tasso, Milano, Marzorati 1957, pp. 527574. 2 Cfr. F. ROMBOLI, Aspetti del linguaggio poetico del Tasso, «Critica letteraria», VII, 1979, pp. 631651: 636. Per citare qualche esempio richiamato dal Romboli sull’uso dei latinismi, il Tasso dirà «instrutte» per schierate a battaglia (GL,VII, 83, v. 3), «palma» per vittoria (GL, VII, 119, v. 8), «pugna» per battaglia (GL, VI, 54, v.1), «atro» per nero (GL, XVI, 68, v. 3). 3 T. TASSO, Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico, a cura di Luigi Poma, Bari, Laterza 1964, p. 45. Lo stesso Tasso temeva però di aver ecceduto nell’uso delle voci latine nella Liberata (cfr. Lettere, cit., I, p. 63, lett. 24) e, a tal proposito, nel dialogo Il Carrafa (1584) di Camillo Pellegrino si legge: «Car. Che direm delle voci latine che il Tasso ha sparso in tutto il suo poema? Att. Che altro, se non quel che ne dice Aristotile, che all’epico poeta è solo concesso di usar voci straniere, intendendosi più che agli altri?» (in Trattati di poetica e retorica del Cinquecento, a cura di B. Weinberg, Bari, Laterza 1970, III, pp. 307-344: 333). 4 Cfr. E. PROTO, Un curioso plagio di Torquato Tasso, « Studi di letteratura italiana», IV, Napoli, 1901, pp. 167-185. La stessa consolatoria tassiana è integrata con fitte derivazioni dal primo libro (de contemnenda morte) delle Tusculanae disputationes di Cicerone e prestiti dal Canzoniere di Petrarca. 5 Cfr. De rerum natura, vv. 1-43. Questi procedimenti retorici trovano ampio spazio nella Liberata, come in: «Te perseguii, te presi, e te lontano / da l’armi trassi» (XVI, 45, vv. 7-8). 6 T. TASSO, Lettere, cit., IV, p. 111, lett. 1032. Questo topos è del modo latino, cfr. almeno CATULLO (Carmi, LVIII, v. 150: «Quem lapide illa diem candidiore notat»). 7 T. TASSO, Lettere, cit., II, p. 37, lett. 123. Il Cremete di cui parla il Tasso è il personaggio dell’ Heautontimoroumenos (Il punitore di se stesso) di Terenzio ed è lui che pronuncia «Homo sum; humani nihil a me alienum puto» (atto I, scena I, v. 77). 8 T. TASSO, Lettere, cit., II, pp. 248-49, lett. 259. Il concetto lucreziano (cfr. De rerum natura, I, vv. 936-42) è reiterato nella protasi della Liberata


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(«Cosí a l’egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso: / succhi amaro ingannato intanto ei beve, / e da l’inganno suo vita riceve», I, vv. 5-8). 9 In questa affermazione anticortigiana (Lettere, V, p. 105, lett. 1400) riprende VIRGILIO, Bucoliche, I, v. 6. Nell’Aminta il medesimo verso servirà per lodare il duca Alfonso II d’Este: «O Dafne, a me ques’ozii ha fatto Dio: / colui che Dio qui può stimarsi» (T. TASSO, Aminta, a cura di B. T. SOZZI, Padova , Liviana 1957 [poi in T. TASSO, Opere, Torino, UTET 19743], atto II, scena II, vv. 994-95). La stessa citazione, sempre in latino, ricorre nella lettera a Clemente Langieri (Lettere, III, p. 55). 10 La citazione lucreziana (il semper florentis Homeri) è ancora presente nel Cataneo overo de gli idoli («I fiori de la poesia sogliono essere perpetui; però qualunque si fosse quel poeta de’ vostri il qual chiamò Omero sempre fiorito, usò bella e convenevole traslazione», Dialoghi, a cura di E. Raimondi, Firenze, Sansoni 1958, 3 voll., 4 tomi, II, p. 689). Il Tasso, d’altronde, fu attento lettore di Lucrezio come testimoniano le fitte postille ad un’edizione del De rerum natura. Per i testi chiosati dal Tasso, cfr. A. M. CARINI, I postillati «barberiniani» del Tasso, «Studi tassiani», XII, 1962, pp. 97-110; sulle riprese lucreziane in Tasso, cfr. M. T. FAVERO, Echi lucreziani nel Tasso, «Studi tassiani», VII, 1957, pp. 75-83 e in generale B. BASILE, Follia e ragione: Tasso lettore di Lucrezio, in ID., Poëta melancholicus. Tradizione classica e follia nell’ultimo Tasso, Pisa, Pacini 1984, pp. 65-101. 11 Cfr. R. M. RUGGIERI, Latinismi, forme etimologiche e forme «significanti» nella Gerusalemme liberata, «Lingua nostra», VII, 1946, p. 79. F. Martillotto 2° Premio (Sezione F) al Città di Pomezia 2013. Francesco MARTILLOTTO (1972) è laureato in Lettere Moderne presso l’Università della Calabria dove ha conseguito anche il dottorato di ricerca in “Scienze letterarie, retorica e tecniche dell’ interpretazione” (XVI ciclo). Nella stessa università, ha prima collaborato con la cattedra di Letteratura italiana come cultore della materia tenendo vari seminari, poi è stato docente a contratto presso Scienze della Formazione Primaria. Docente di ruolo, ha pubblicato una monografia ed alcuni articoli sul Tasso (specialmente su Studi tassiani); altri articoli su Severino Ferrari, l’umanista Flavio Biondo, Montale ed Hesse. Ha partecipato a vari convegni e seminari su autori ed opere della letteratura italiana.

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DIALETTICA TRA CULTURE di Silvana Andrenacci Maldini

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L periodico Dialettica tra culture - IX° Anno N° 2 - 2012 - è più interessante del solito. Il 1° articolo della scrittrice Silvana Folliero: “S. Agostino populista?” fa riflettere sulla necessità di quel rigore ormai perduto di civiltà e di costumi. Di S. Agostino - irresistibile polemista - n. Tagaste 13/XI/354 m. 28/8/430 Ippona - quivi Vescovo dal 396, Silvana conosce la meravigliosa potenza del suo intelletto. Quella della N. non è una biografia ma un accenno alla Confessioni e ad altri volumi del Santo. Da manicheo a cristiano, da dissoluto a penitente, l’umiltà fu per Agostino fondamento della perfezione cristiana: con il Timore, la Pietà, la Scienza, la Fortezza, il Consiglio,la Purificazione del cuore, la Sapienza. Riscontriamo nelle parole di Silvana: “la conoscenza della “centralità di filosofia” oggi diremmo cosmica, di Agostino, è l’unitarietà del Creato della Storia Universale - in particolare dello storico cammino umano... Fenomenologia di una civiltà millenaria che muore, l’Impero Romano... Ed un altro impero che fiorisce e crescerà sulle sue rovine, la Chiesa Cattolica-Romana...” “Il volume La città di Dio è un’opera grandiosa... il linguaggio agostiniano penetra nel nostro essere - una volta conosciuto non ci lascia più.” Il Vescovo di Ippona, dopo l’Editto di Costantino il Grande, poté redimere liberamente le anime assetate di verità. Doloroso fu per Lui l’arrivo dei barbari di Alarico, distruttori di Fede, Civiltà, Arte. Il Santo rimpianse amaramente le cure straordinarie di Roma per lo strategico porto di Cartagine e della Regione, tutta. Sul volume Le Confessioni di S. Agostino, notiamo una preghiera: “Tu, Dio mio, sei nel cuore di coloro che ti confessano e si abbandonano a te e piangono nel tuo seno e tu tergi le loro lacrime - perché sei Tu o Signore, che pur non essendo un uomo fatto di carne e sangue, TU li ristori e li consoli!” Dalla Vita cristiana le preziose similitudini: “L’uva è attaccata alla vite e l’oliva all’ albe-


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ro, e finché rimangono attaccate ai loro rami, godendosi l’aria libera, l’uva non è vino, e l’oliva non è olio, e ciò fino alla pigiatura e alla spremitura. Così sono gli uomini che Dio - da tutta l’ eternità - ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio Suo, il quale specialmente nella sua Passione, fu il grande grappolo spremuto.” Con il 2° articolo Un frate sul ring, Silvana Folliero ci comunica l’esegesi di Giovanni Jasi, monaco conventuale definendolo “un polemista ferrato socio-politico”, “polemica che vale quanto una preghiera”. Per capire di più parlerò del suo libro che, inatteso, mi ha donato. E’ un libro dialettico, facile, modernissimo nel linguaggio, difficile per chi non ha orecchi d’anima, per chi non è abituato a parlottare con se stesso... Comunque sia il lavoro di G. J. è pubblico e noi lo abbiamo letto e ne parliamo. E’ un esempio di come la Chiesa cristiana cattolica potrebbe - volendo ricominciare la sua civiltà millenaria, entrare interiormente nel - e - sul Ring e lottare per la nostra Società in preda ad una crisi profonda. Il Comitato di Redazione del periodico “Dialettica tra culture”, è formato da insigni letterati, ma è a Silvana Folliero che dobbiamo l’originalità dei temi prescelti. Silvana Andrenacci Maldini Roma Selezionato (Sezione F) al Città di Pomezia 2013. Nata a Roma il 28 novembre 1924, Silvana ANDRENACCI MALDINI ha lavorato come Segretaria d’Azienda, coltivando sempre, però, la poesia in particolare, sia in lingua che in dialetto -, la saggistica, la narrativa e la ricerca storica; ed è proprio quest’ultima che le ha suggerito opere come Enea e Didone (1994), La raggion de Stato (2002), Filemone e Bauci (ed altri elaborati) del 2004. E membro di alcune Accademie, collabora a periodici e riviste, ha vinto premi e ricevuto tantissimi riconoscimenti. Sue poesie - anche in lingua francese - e suoi scritti figurano in importanti antologie. Tra le opere pubblicate si ricordano, ancora: Itinerari (1991), La luce della speranza (2004), Incontri d’amore... (2006), Il flauto dell’anima (2005), Disegnati cammei d’arte e mestieri (2008, insieme col

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marito Ennio Maldini), Favolisti romani (2012, assieme al marito Ennio Maldini).

FILEMONE E BAUCI di Caterina Margheri

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ELLA prima di copertina si legge il titolo “Filemone e Bauci” (ed altri elaborati). Così pure la poesia in dialetto romanesco dedicata dalla N. al coniuge poeta artista Ennio Maldini in arte Maldén titolata “Tu diggita pe me parole sante”. Filemone e Bauci è uno dei più conosciuti racconti mitologici di Ovidio - tutti composti in esametri -, inserito nell’VIII Libro delle Metamorfosi. Il Prof. Giorgio Carpaneto, nel suo giudizio critico su Voce Romana Febbraio 2003 relativo ai poemi dell’Andrenacci, ha definito l’arte della poetessa: scaltrita. In effetti la N. sa coniugare brevità fluida e incisiva con espressioni ricche di sentimento e cromatismo. Altra sua pregevole dote è quella di saper indagare nel significato di un testo letterario. Gli anziani coniugi del piccolo villaggio della Frigia, grandi nella loro umiltà e generosità, ospitano senza alcun sospetto Giove ed Ermete facendo sfoggio di incredibile buon cuore. E come Ovidio narra delle tre metamorfosi operate dagli Dei a favore degli accoglienti sposi è anche indiscutibile la caratteristica personalizzazione del famoso testo classico con vocaboli e detti eminentemente romaneschi. “E Bauci e Filemone vecini/in morte nati come cerqua e tijo/ciavrorno fiori, gemme, cardillini.” Noi ben sappiamo che nell’opera totale (15 Libri) di Ovidio tema precipuo è la teoria della trasmigrazione delle anime elaborata dal filosofo e matematico Pitagora. L’unità di azione nelle opere immortali di Omero e Virgilio è, in Ovidio, magico flusso ininterrotto e armonioso di episodi e immagini. Le modeste creature della Frigia esprimono il desiderio di morire insieme salutandosi sorridenti, desiderio esente di avidità di denaro od altro, mirando solo all’unione in morte


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senza sofferenze. Per opera degli Dei la coppia si trasforma addirittura in due alberi ricchi di nidi e fiori. “Prima all’una, poi all’artro co le fronne/sur grugno jé crescetteno le chiome/de l’arberi e le rame da diffonne.” Ovidio, dal doloroso esilio di Tomi sul Mar Nero, non poteva prevedere il conforto e il diletto che attraverso i secoli, avrebbe procurato il più innocente dei suoi racconti ellenistici. Negli “Altri elaborati” di ottima ispirazione troviamo odi in quartine oppure in settenari ed endecasillabi, inoltre vari sonetti di splendida fluidità. A prescindere dagli argomenti storicodrammatici (Attilio Regolo e Io... Annibale) giocoso-ironici (Er tranello - Giuochi ar mare co la penitenza) sono proprio i contenuti ecologici di varie poesie ad avvicinarci alle Metamorfosi! Nel Miele divino e L’ impollinazzione notiamo, ad esempio, messaggi di trasformazioni naturali ancestrali!” Il miele, effluvio di fiori, argomento di Virgilio, Plinio, nutrimento di Giove infante, non può non ispirare poesia. Il sonetto elegiaco Verso la perfezzione dedicato a Maldén ancora in vita, è anch’esso simbolo di metamorfosi... Stima, rispetto, scambio d’amore, sono base sicura della convivenza della coppia le cui affinità elettive guidano il rapporto alla compiutezza. La Prof.ssa Stefania Porrino, Autrice drammatico-musicista-drammaturgo in merito ai poemi di Silvana scrive: “Saggezza, distacco, ironia, e una vena di malinconica tenerezza, ecco dunque gli ingredienti della poesia di Silvana che sa narrare in modo schietto di Storia, Mito, leggenda come si parla di vita, di gioie, di dolori, di quel che accade ogni giorno intorno a noi.” Girovagare il Peloponneso stanca i viandanti Giove ed Ermete; la trasformazione dell’ acqua nel vino suggerisce alla N. logici accostamenti. La semplicità dei due anziani nell’ offrire agli Dei una ochetta è riferita e personalizzata dalla poetessa. “Ma vorzeno propone: “Mo, ‘stavorta/portatevela via ‘sta bella ochetta”/Giove je fa: “Qui resterà ma sciorta.” - Dice - “A noi spetta gastigà l’ odio-

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si/che ce negorno l’ospitalità/Voi venitece appresso pe scalà er monte/E queli stracchi ma curiosi/”Pe Sammucchione!” disseno li sposi/... Come dire perdindirindina. I coniugi dopo il miracolo del vino assistono alla sparizione della loro casa e l’ergersi del Tempio di cui saranno custodi. Passa ancora del tempo ma giunge l’ora attesa. La 3a metamorfosi conclude una esistenza d’amore e di assistenza reciproca. “E sulla scorza che cropì le facce/c’è ancora inciso er core assieme ar nome/ricordo dorce ch’ha lassato tracce.” L’incisione del nome sul tronco è invenzione di Silvana che rende sua l’elegia coniugale di Ovidio - in onore e in ricordo di una felicità perduta che le procura profonda emozione tanto da creare opere d’arte! Caterina Margheri Ladispoli, RM Selezionato (Sezione F) al Città di Pomezia 2013.

L’INASCOLTATA VOCE DEL DESERTO di Giuseppina Taddei

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LLA vigilia della Festa di San Giovanni Battista, noi Romani mangiamo le lumache con il sughetto piccante. Ci siamo, è notte corta!! Allontaniamo le streghe dalla vita!! Domani, sulla Piazza, godiamoci il sole che il sangue prigioniero, lo sentiremo bollire nelle vene. Il Solstizio pagano e cristiano ci ricorda un passato corrotto - ma la Voce del deserto vicina al Signore, ci sta preparando la dignità desiderata. E come noi non scordiamo usi, tradizioni, costumi, del popolo romano, così non possiamo accantonare la potente prosa Erodiade di Gustav Flaubert risalente al 1877. Anche Oscar Wilde si distacca dal racconto evangelico di S. Marco Cap. VI, con l’unico atto intitolato Salomè. La fanciulla innamorata di Giovanni, insiste nell’offrirsi al Santo che invece la respinge con fermezza. Dunque non è la mamma di lei a suggerirle


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di chiedere a Erode la testa del Precursore di Gesù, ma è la vendetta morbosa della danzatrice che vuole il martirio del Battista. Nel dramma si respira il veleno e le voglie smodate che contrastano con il linguaggio ingenuo di O. W. Egli aveva studiato da ragazzo la lingua francese, una volta famoso per i testi teatrali, racconti, romanzi etc., visitò anche l’Italia. Essendo nato a Dublino, simpatizzava per il Cattolicesimo, pertanto non trascurò di salutare il Papa. Wilde scrisse la tragedia Salomè in lingua francese per onorare l’Italia e gli Italiani con una lingua d’oltr’Alpe altrettanto latina. Fra gli Autori abbiamo rammentato un genio del teatro classico a cui non dispiacquero i colpi di scena plautina. Chi sfruttò a suo modo il tema evangelico, fu Jules Massenet affermatosi con la sua Erodiade nel 1881 a Bruxelles. Giovanni Testori, nel 2010, presentò al Teatro Olimpico di Vicenza, il Monologo (Erodiade) interpretato dall’attrice Maria Pariato. Non sappiamo fino a che punto sia stato accettato il monologo della nuda Erodiade: martire del sesso, figura contaminata dalla Santità di Giovanni. In definitiva, la pazzia di Erode e delle sue donne non ci commuove. Noi vediamo scorrere il fiume Giordano mentre il Precursore di Gesù loda e battezza il Divin Salvatore. Giuseppina Taddei Ladispoli, RM Selezionato (Sezione F) al Città di Pomezia 2013. Giuseppina TADDEI è una ragioniera che si interessa anche di critica, più volte premiata anche da Pomezia-Notizie.

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ANTICA TORRE Antica torre, vedetta, castello, sferzato dal vento arso dal sole, lavato dalla pioggia corroso dal mare, che ne assorbe il profumo, con la sua melodia di quiete e tempesta. Tra i miei sensi inebriati dalla tua presenza, si libera la passione, non appena il tuo sguardo s’incontra col mio, lungo quel ripido tratturo che non ha principio né fine, lungo i crinali delle correnti che corrono parallele alla spiaggia ignorando il punto in cui s’abbracciano. Si formano così onde irruenti, spumeggianti, candide, come nuvole che s’aprono al sole in attesa che venga il sereno. Colombo Conti

NON SIATE Non siate avari di donare amore. Non siate avari di dare la mano a chi ve la chiede come gesto di suggellare un’amicizia. Non siate avari di sorridere alle persone che nel loro viso è disegnato il dolore. Loretta Bonucci


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AMORE E MORTE NELLA POESIA DI ANTONIA POZZI (1912-1938) di Luigi De Rosa

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ENZA voler trinciare gratuiti giudizi su niente e su nessuno, specialmente in materia di comportamenti umani nel campo personale e familiare, resta il fatto che se Antonia Pozzi si tolse la vita a soli ventisei anni, con un intero flacone di barbiturici, è perché le era stato impedito con tutti i mezzi di vivere appieno l’ autentico, grande amore che la legava al suo docente di latino e greco, Antonio Maria Cervi, quando frequentava il Liceo classico Manzoni, a Milano. Anche se, a ben approfondire, si potrebbe sostenere che anche altre concause potrebbero aver contribuito a provocare quel “ crollo di personalità” che portò alla tragedia. Antonia era nata il 13 febbraio 1912, a Milano, da una famiglia alto-borghese che, oltre a vivere in una lussuosa casa di via Mascheroni, possedeva, come residenza estiva, una bella casa a Pasturo, in Valsassina. Padre avvocato affermato e potente, madre contessa e colta, con una lontana parentela col famoso romanziere storico Tommaso Grossi. Antonia, bambina delicata e sensibilissima, poi adolescente intelligente e studiosa, fino al Liceo non ebbe problemi particolari. Di ottima educazione, cresciuta in un ambiente raffinato, conosceva bene non solo i classici ma anche il francese, l’inglese e il tedesco, e suonava il pianoforte. Inoltre praticava vari sport ( equitazione, sci, nuoto, escursioni in montagna). Al liceo accadde un fatto che le sconvolse la vita. S’innamorò profondamente del prof. Antonio Cervi, non tanto per le sue doti di bellezza fisica, piuttosto normali, quanto per quelle psicologiche e per le sue qualità morali e intellettuali, per la passione e il disinteresse con cui insegnava ed aiutava i suoi allievi uno per uno, anche procurando loro i libri ritenuti migliori, per l’intensità con cui amava la letteratura, soprattutto la poesia. La stessa An-

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tonia, in una lettera alla nonna Nena, confessa: “ Ho imparato che cosa sia il dolore. Tu non immagini che cosa fosse lui per me. (Il prof. Cervi era stato trasferito da Milano a Roma su intervento del padre di Antonia, che voleva troncare a tutti i costi la relazione di sua figlia col docente). Io avevo avuto la fortuna di incontrarlo nell’età inquieta in cui tutto il nostro essere sboccia e anela alla vita, in cui ogni influenza esterna lascia nell’ anima un’influenza indelebile, in cui ci torturiamo ricercando l’inizio della nostra via e l’ indirizzo del nostro cammino nel mondo. Con la parola e con l’esempio egli mi ha dato uno scopo e una fede: mi ha insegnato a guardare più in alto e più lontano, mi ha additato la via per diventare più buona...”. Sembra un miracolo che questa lettera sia sopravvissuta alla fermissima volontà del padre di correggere, o addirittura di distruggere, tutte le lettere della figlia in cui si parla del prof. Cervi. Anzi, esiste anche una lettera di Antonia allo stesso Cervi, del maggio 1929, nella quale lei scrive: “ Le voglio bene, sì: che importa ? Lei è la mia vita. Il pensiero di lei mi accarezza l’ anima, continuamente. Ma che cosa vuol dire, questo, se io non conosco nemmeno il suo Dio; se non so nemmeno pregare per il suo fratello caduto? E’ meglio che lei mi lasci andare per la mia strada, con la mia incoscienza. Io galleggio come un pezzo di sughero: non posso scendere alla minima profondità. Io = sonno più effervescenza. Mi lasci andare. Non so nemmeno chiederle perdono di quel che faccio. Non piango neanche: non sono neanche triste. Me ne vado pian pianino, come un pezzo di carne insensibile. Mi lasci andare, e non sia triste, perché non val la pena”. Queste due lettere, come tutte le lettere di Antonia, andrebbero studiate analiticamente, al microscopio, alternando le analisi alle sintesi, poiché aiutano a scoprire i segreti più misteriosi del “sottosuolo” psicologico di una donna-poetessa. Certamente il libro “Le lettere di Antonia Pozzi 1927-1938”, edito da Rosellina Archinto, rappresenta un’ opera preziosa per la conoscenza non solo della poe-


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tessa milanese, ma anche dell’ ambiente e dei personaggi che l’hanno circondata dai quindici anni fino agli anni di Lettere e Filosofia all’Università statale di Milano, fino alla laurea ( su Flaubert) con Antonio Banfi, senza dimenticare gli amici e compagni Luciano Anceschi, Giancarlo Vigorelli, Remo Cantoni, Vittorio Sereni, i fratelli Treves. Ma tutto quello che farà dopo gli anni del Liceo, all’ Università, la laurea, l’insegnamento presso l’ Istituto tecnico Schiaparelli, i febbrili viaggi in Sicilia, in Grecia, (era già stata in Inghilterra, mandatavi dal padre per allontanarla da Cervi), in Germania e in Austria, non riuscirà a scalfire la sua dolorosa depressione, non riuscirà a farle dimenticare le sue atroci pene per la fine della storia d’amore col prof. Cervi. Nel tempo sembrerà fiorire una nuova “storia”, stavolta con Remo Cantoni, ma sarà un fuoco di paglia spento subito dalla stessa Antonia. Quanto al rapporto di Antonia Pozzi con la Poesia, ritengo utile ricordare qui una lettera della stessa Pozzi al poeta Tullio Gadenz, nonché un articolo scritto da Eugenio Montale e un giudizio formulato dal noto critico Giorgio Bàrberi Squarotti. Nella lettera a Gadenz, conosciuto a San Martino di Castrozza, Antonia scrive, tra l’ altro: “...la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’ arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita...” Trasfigurazione... calma dell’arte... catarsi. Concetti chiave, che segnano il passaggio dal sentimentalismo e dallo psicologismo al mondo dell’arte, della poesia. Quanto a Eugenio Montale, già nel 1945, a soli sette anni dalla scomparsa della poetessa, scriveva, con la sua solita, tagliente, lucidità di sguardo, su Mondo, di Firenze ( 1 dicembre 1945) : “ Antonia Pozzi ci ha lasciati nel

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’38. Aveva appena ventisei anni. Nel ’39 era uscita una prima scelta delle sue poesie.. .Anima musicale e facile a perdersi nell’onda sonora delle sensazioni, la Pozzi stava già superando lo scoglio della poesia femminile...e alludiamo ai rischi della cosiddetta “spontaneità”...aiutiamo il felice-infelice destino di Antonia dicendo che neppure in lei si attua vera poesia senza lavoro di penetrazione e di stile, e che se il libro si legge con una agevolezza che non è di tanti altri, ciò avviene perché le fratture e le resistenze sono dissimulate...Ci sono due modi per capire questo libro: si può leggerlo come il diario di un’anima e si può leggerlo come un libro di poesia. Nel secondo caso cessa di essere facile e ovvia. Si avverte in lei il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, dalla generica gratuità femminile che è il sogno di tanti critici maschi. Tecnicamente la sua lirica deriva dal versiliberisme del principio del secolo (Ungaretti). Un’area di uniformità era il suo limite più evidente: la purezza del suono e la nettezza dell’immagine il suo dono nativo...” Sono passati quasi settant’anni dalla analisi critica di Montale, abbastanza corrosiva e un po’ prevenuta nei confronti delle donne- poeta, anche se è svolta all’insegna della generosità. Forse un giudizio più “equilibrato”, che può tener conto dell’esperienza poetica dell’intero Ventesimo Secolo, e non solo della prima metà dello stesso, è quello recentemente espresso dal critico torinese Giorgio Bàrberi Squarotti, già successore di Giovanni Getto sulla cattedra di Letteratura Italiana all’ Università di Torino: “ Nata al centro dell’ esperienza dell’ Ermetismo, la poesia di Antonia Pozzi ne accentua il carattere esistenziale: l’effusione del sentimento viene costretta in un discorso essenziale e rigoroso, fondato su oggetti-simboli. Un’atmosfera di rovina e di morte circola intorno alla sua dizione poetica ( e il suicidio vi inciderà il segno di una disperata autenticità): in essa si accampano paesaggi desolati d’anima specchiati in autunni e inverni. Nella poesia della Pozzi la crisi contemporanea diventa incon-


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tro della tragedia personale con il tentativo dell’ oggettivazione in natura e in simbolo.” Luigi De Rosa Canto della mia nudità Guardami: sono nuda. Dall’inquieto languore della mia capigliatura alla tensione snella del mio piede, io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color avorio. Guarda: pallida è la carne mia. Si direbbe che il sangue non vi scorra. Rosso non ne traspare. Solo un languido palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto. Vedi come incavato ho il ventre. Incerta è la curva dei fianchi, ma i ginocchi e le caviglie e tutte le giunture ho scarne e salde come un purosangue. Oggi, m’inarco nuda, nel nitore del bagno bianco e m’inarcherò nuda domani sopra un letto, se qualcuno mi prenderà. E un giorno nuda, sola, stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato. Antonia Pozzi L’UCCELLO ED IL TRAMONTO Soffia senza soste il vento e la colombella non si ferma sulla grondaia; ma vola sui rami bassi dell’albero accanto alla casetta di Annina che dalla finestra la osserva gettandogli briciole di pane per farla restare, per ammirarla del suo misurato fare del ritmo del beccare, di saltare, di volare per poi al solito posto ritornare con le penne accarezzate dal sole che volge lentamente al tramonto dietro il monte, dove finisce il mare, dove l’imminente notte va a sostare con la bella luna appesa al cielo, con le stelle accese

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pronte a partecipare allo spettacolo della colombella e della incantevole natura la quale più dell’uomo dura essendo anch’essa creata dal Signore per dare a noi un posto sicuro nella corsa del tempo veloce compagno d’ogni futuro. Mariano Coreno Melbourne, Australia

POMEZIA-NOTIZIE 2013: 40 ANNI El lapiz va dibujando el tiempo y un retrato vivo aparece con cuarenta anos: la revista POMEZIA-NOTIZIE, un arbol gigante dando frutos literarios. Nosotros, companero Domenico Defelice, caminamos juntos y en su sombra nos sentamos a escribir versos en sus hojas verdes, celebrando el camino andado por inviernos y veranes de trabajo editorial. Hoy que este arbol pensante llega a la edad adulta, deseamos que viva otras tantas primaveras! Teresinka Pereira USA

AALLELUIA! AALLELUIA! ALLELUUIAAA! 14 luglio 2013 Calderoli: “Amo gli animali, orsi e lupi, ma quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango”. Alleluia! Alleluia! Non c’entra la democrazia o il fascismo, non la stupidità o l’intelligenza, non il razzismo. E’ che gli animali tutti si vergognano nell’avere un tale estimatore. Domenico Defelice


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ELEONORA COGLIATI ANIMA di Giuseppe Leone

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ON è voler fare della retorica se dico che attendevo l’uscita di questa seconda raccolta di poesie di Eleonora Cogliati. L’attendevo perché Gocce di emozioni – la sua prima pubblicazione - oltre che instillarmi sensazioni di freschezza lirica, credo per la concisione di una scrittura decantata da ogni sovrabbondanza di linguaggio e di contenuti, aveva fatto nascere in me anche delle aspettative. Aspettative che riguardavano certo suo modo di far poesia e che non esitai a esporre in un mia recensione sulla rivista Pomezia-Notizie (marzo 2012), dove, tra le altre cose, scrissi che, più che poesie, quelle sue composizioni potevano considerarsi parole istruite alla causa della poesia. Così, almeno, le avevo giudicate per la maniera della poetessa di avvolgere spesso singole parole, ma anche parole riunite in versi, tra puntini di sospensione, quasi incartandole, come si fa per le posate pregiate che si vogliono conservare in vista di nuove mense. E non solo, avevo anche scritto che era l’anima il luogo che la poetessa aveva scelto per i soggiorni della sua poesia. E Anima compare ora come titolo di questa nuova raccolta, edita nel maggio 2013 sempre da Aletti nella Collana Gli Emersi-Poesia. Un titolo che mi permette di dire che quelle mie aspettative non erano poi così dissimili e distanti dagli esiti poetici che raggiunge ora la poetessa in questa pubblicazione, già a partire dalla poesia che lei pone a esergo dell’intera raccolta: “Vorrei poter guardare al di là… / oltre il riflesso del mio viso… / Oltre la sofferenza che mi incatena alla vita… / vorrei saper guardare / con gli occhi dell’anima” (5). Io non so se la poetessa abbia tenuto conto delle mie riflessioni, oppure, come sembrerebbe più probabile, abbia seguito, con fedeltà e rigore, quanto già aveva sperimentato nella precedente silloge. Fatto sta che quelle sue caratteristiche - i puntini di sospensione o

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l’anima eletta a luogo dove la sofferenza maggiormente punge a guaio - sono ancora elementi portanti e fondativi della sua poesia. Anche il sentimento dell’amore resiste, mentre l’anima è sempre colei che canta. A lei la poetessa affida ancora il compito di cantare la sua solitudine, la sua malinconia. Attraverso lei, Eleonora contempla. Non si può dire che agisca, perché numerose sono ancora le ellissi tra i suoi versi, quasi che in lei ancora esista e resista l’estasi. Sembrerebbe anche compiacersene, per dirla con Tito Cauchi, davanti allo stupore che prova ascoltando la sua voce: “Fissando lo scorrere dei miei pensieri / l’ inchiostro / scivola sulle pagine bianche / e / ne intacca il candore. / Risuona la mia voce / nelle mute parole. / tuona nel silenzio dei versi / quel grido che erompe dal cuore.” (7). Contempla, pascolianamente, le sensazioni e le voci di dentro, ma anche le stelle, quelle fisse e quelle cadenti, soprattutto queste ultime, che lei insegue nella trepidante duplice attesa di legare, da una parte, il proprio destino al desiderio espresso; dall’altra, il suo stile poetico alle loro istantanee ed intermittenti illuminazioni notturne. E sembrerebbe anche non avere fretta, la poetessa, perché così tanto manifesta la sua voglia di indugiare sopra le emozioni. Ma intuisce che può permettersi questa magia anche regredendo alla fanciullezza, a quel bimbo, per esempio, che lei ora invita a farle da guida: Guida i miei passi incerti… insegnami a stupirmi… a meravigliarmi… a entusiasmarmi, a ritornare consapevolmente bambina (54); o, più esplicitamente, alla bimba innocente, spensierata e ingenua di un tempo che lei cerca nei propri occhi, guardandosi allo specchio (55). Una situazione che non è sfuggita a Germana Marini se nella sua acuta e attenta prefazione al testo, scrive che, in questa raccolta, ci si trova davanti a una poesia “autobiografica e accorata”, da cui traspare più che mai la sincerità della poetessa, “che non esita a spogliarsi di ogni schermante orpello, per mostrare con provocatoria sfida le proprie sanguinanti ferite” (7). Le stesse, per cui la Marini – lo scrive e lo ribadisce anche ora - aveva paragonato,


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in una sua precedente recensione a Gocce di emozioni, l’ispirazione della poetessa a quella di Antonia Pozzi, come lei - a causa della difficoltà di relazionarsi con gli altri - spinta a caricare tutte le sue aspettative sulla ricerca dell’amore, l’amore della sua vita, quello vero per redimersi. Proprio così com’era accaduto alla Pozzi, “di cercare l’amore per ottenere l’altrove; un immediato rilascio di quelle passioni che albergavano sin dall’infanzia nella poetessa.” Ma non è tanto l’amore che la Cogliati cerca di fermare, quanto soprattutto la sua condizione di poetessa per continuare a illuminare il mondo quale le appariva da bambina. E tutto questo relativamente al volumetto Anima che conferma e rafforza quanto ancora era in fase di sperimentazione nella precedente raccolta Gocce di Emozioni. Se poi si vuole aggiungere anche una nota a una monografia a cura di Gianfranco Cotronei dal titolo Il volo infinito di Eleonora Cogliati, edita dalla Totem di Lavinio Lido (Roma), uscita nel marzo scorso, dove l’autore cerca di sciogliere “il nodo critico” della sua poesia, anche alla luce di recensioni di altri autori e di motivazioni di alcune giurie di premi letterari, allora si scopre che Eleonora è anche un’autrice che riscuote discreti e lusinghieri consensi grazie a diplomi, segnalazioni di merito, menzioni d’onore; e che, sul suo conto, esiste già un’apprezzabile antologia critica che contiene significativi e autorevoli giudizi: da quello ben noto dello stesso Cotronei, per il quale la poetessa è “un’ autrice…portata a travalicare i chiusi limiti dell’esperienza individuale e quotidiana per indagare ben oltre” (22); a quello di Germana Marini che attribuisce al suo canto poetico un potere salvifico “che vigila a captare ogni interna voce, la ridda di conflitti, angosce, di rimpianti che dentro le irrompe” (19); di Tito Cauchi, che individua nelle sue liriche “una sorta di auto contemplazione, di pudica soddisfazione” (20); e di Angela Giassi che vede nei versi di questa poetessa già “una compiuta arte poetica”, in grado “di dire all’infinito”, grazie “alla semplicità e la generosità attraverso cui riesce a

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coinvolgere il lettore con immagini e parole piegate una sola volta, ansia di inespresso” (35). Giuseppe Leone Eleonora Cogliati - Anima - Aletti Editore, Roma 2013. € 12,00. pp. 72 Gianfranco Cotronei - Il volo infinito di Eleonora Cogliati - (monografia) - Editrice Totem Lavinio Lido, Roma 2013. € 10,00. pp. 48

IL PASSERO Seduta in casa, chiudo gli occhi e …. quando li riapro vedo oltre la mia finestra, appoggiato sul ramo della magnolia, un passero. Piumoso, grigio assorto è lì e non si muove... Il mio pensiero attraversa il suo e lo vedo già volare altrove distante da me! Ecco vola via, adesso, vai passero libero da ogni schiavitù, libero di volare verso l'azzurro cielo, da noi sognato, vola tu che sei creatura perfetta del cosmo, vola anche per me, conquista la tua libertà, sarà così anche la mia. Adriana Mondo Reano, TO

ROSA ROSSA DEL MIO GIARDINO Rosa rossa nell'arsura di luglio protesa a raggiungere il cielo sul suo tremulo altissimo stelo nella sfida al destino. Con i suoi baci dolci di velluto offre la sua bellezza (occhio alle spine !) sperando di sopravvivere in altre rose rosse senza fine. Al tramonto il sollievo dell'acqua... La vita è lunga ancora qualche goccia... Domani si potrà anche iniziare ad appassire... Luigi De Rosa (Rapallo, Genova)


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Agosto 2013

IN VIAGGIO CON PIERRE BOULEZ PER CAPIRE E VIVERE LA MUSICA CLASSICA E CONTEMPORANEA, SENZA PORRE CONFINI di Ilia Pedrina

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oi volevamo fare la musica della nostra generazione. Ci fu senza dubbio un'avanguardia, non era possibile fare altrimenti, era quello che il periodo esigeva. La mia generazione ha dovuto confrontarsi con la fine della guerra mondiale, naturalmente prima con la guerra e poi con la fine della guerra mondiale e quindi ha dovuto fare un periodo di completa rivoluzione rispetto a ciò che era successo prima. Abbiamo cominciato con una revisione radicale di tutti i valori; come in tutte le rivoluzioni, certamente ci sono stati degli eccessi e delle demolizioni inutili, ma ci sono state anche delle demolizioni utili. Ci rendemmo conto che c'era soprattutto un problema di 'percezione': eravamo andati molto più lontano del sentire comune e c'era uno iato tra ciò che noi concepivamo e quello che il pubblico percepiva. Noi eravamo sempre più interessati a come influenzare la percezione e a tenere conto della percezione della musica, ossia tenere conto del suo significato, del suo senso, non solo di quello che si poteva trascrivere in maniera astratta, m in maniera concreta, nel modo di suonare degli interpreti durante l'esecuzione stessa e questo ci obbligava a ripensare il problema dell'esecuzione, perché credo che senza un'esecuzione veramente interessante, importante, minuziosa, ogni musica sparisca. Poi c'è stato il problema della tecnologia nel senso che la tecnologia non era al livello del pensiero musicale e quindi i primi tentativi tecnologici sono stati difficili da integrare nella ricerca musicale e poi ad un certo punto l'apparecchio è arrivato e si è perfezionato molto rapidamente e così sono stato spinto a

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creare l'IRCAM, che si è affermato con forza perché disponeva di una tecnologia del tutto nuova per l'epoca. Non deve essere solo ricerca, ma anche produzione e 'produzione' significa un gruppo di strumentisti che si riunisce regolarmente e crea uno stile interpretativo. E' così che ho fondato l'Ensemble Intercontemporain, per connettersi definitivamente alla ricerca musicale e alle novità che si producevano. Per me è stato molto importante che ci fosse qualità e soprattutto persistenza della qualità, perché spesso i gruppi faticano a sopravvivere, sono mal pagati e si incontrano qualche volta troppo raramente e per sessioni troppo corte e quindi l'esecuzione rischia di risultare poco convincente. Quello che conta è che nella musica contemporanea ci siano gruppi più o meno grandi che siano come un'orchestra, cioè un repertorio, cioè uno stile interpretativo e che si pongano i problemi sollevati dalle invenzioni del compositore. Per questo ho tratto molto vantaggio dalla mia carriera di direttore d'orchestra, perché ho potuto riflettere molto sulla trasmissione: non solo nel periodo dei concerti, ma anche durante le prove, ho molto riflettuto su ciò che sentivo io stesso mentre provavo. Ho creato una specie di elemento organizzatore della mia carriera musicale, attaccandomi sempre alla modernità delle opere, sia che siano opere recenti sia rispetto alla modernità che è passata, che è stata una modernità modello, ma che conservo come stile per tutta l'evoluzione della mia musica.... Apprezzo i giovani musicisti che hanno la voglia di rinnovare il mondo con un'attenzione forte che guarda molto lontano....” (Pierre Boulez, Incontro con il pubblico, 5 Ottobre 2012, Teatro alle Tese, Arsenale, Venezia, fonte Internet). Poi il giorno 7 Ottobre è Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia ad affiancare Pierre Boulez ed a far leggere a Ivan Fedele, Direttore Artistico, la motivazione dell'assegnazione del Leone d'Oro alla Carriera, nel contesto della 56esima Biennale della Musica Contemporanea: “Il Leone d'Oro alla carriera a Pierre Boulez è il riconoscimento al valore assoluto di un artista, che ha attraversato la


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storia della musica contemporanea, offrendo al mondo intero composizioni considerate unanimemente veri e propri capolavori della modernità” e lui, il Maestro, scherza con il pubblico, dichiarando apertamente la sua gioia a fronte di un ben 'pesante' regalo: troppo lungo sarebbe spiegare che cos'è la modernità; troppo importante dire solo in due parole che cos'è la saggezza, ma, sostiene chiaramente, dal leone, da questo leone coglierà la forza per andare oltre e lo metterà tra altre cose dei suoi amici, quei compositori italiani che lavoravano con lui a Darmstadt, d'estate, negli anni '60: “Darmstadt era un fenomeno mondiale, internazionale, con la cultura che non doveva scomparire ma espandersi e che avesse un'influenza sugli altri. Berio e Stockhausen, per esempio, con il desiderio di comunicare. Berio l'ho conosciuto dopo Maderna e Nono perché è venuto a Darmstadt un poco più tardi ed ha portato un'attitudine differente, che è stata molto salutare nel momento in cui l'atmosfera a Darmstadt era diventata un poco più accademica. Ho sempre favorito i cambiamenti controcorrente e controversi...” (ibidem). A fare gli onori di casa, oltre al prof. Ivan Fedele, ed a porre domande al compositore gli studiosi e musicologi Claude Samuel e Robert Piercinikowski, seduti su poltrone rosse e di fronte ad un pubblico molto coinvolto. Claude Samuel gli chiede: “Per lei ci sono barriere tra l'esecuzione e il pubblico?” Pierre Boulez risponde: “No, non ci sono barriere, ma delle illusioni sulla capacità d'intendere del pubblico, quasi incapace di lavorare di percezione. Bisogna continuare a ripetere con insistenza le opere provocatorie. I giovani sono via via persuasi di aspettarsi qualcosa, osare e seguire ciò per cui si osa. I fenomeni da prendere in considerazione sono: la totale novità del pezzo, per nulla o poco conosciuto e raccordare questo con dei pezzi già noti, per lavorare d'interpretazione”. E Claude Samuel incalza: “Avete scritto un articolo 'Schönberg è morto', nel doppio senso che è morto realmente e che la sua musica appartiene al passato. Pensate lo stesso anche oggi?”

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E Pierre Boulez, con accesa ironia, ma impeccabile nello stile: “Si, certo, è la stessa cosa, così come in Francia si dice 'Le roi est mort. Vive le roi!', così io dico per Schönberg. Il testo di quell'articolo è ambiguo perché era una reazione che io ho avuto a chi diceva che Schönberg non è più lontano, perché, se non è più lontano, allora è più comprensibile. No! Non è così. Lui non può più produrre ma la musica va più lontano...”. Pierre Boulez guida con direttive originali ma sempre ponderatissime il pensiero del nostro tempo ed è coerente con se stesso, i propri successi di compositore e di direttore d'orchestra, mettendo tutto il suo sapere a disposizione dei giovani. Si, perché l'ho visto al lavoro a Luzern, per quei giovani che si iscrivono al Master in Conducting e lui li segue senza posa e non è mai stanco: ci sono delle documentazioni importantissime che colgono questi studenti nel loro modo di approcciare il maestro e di lavorare dentro di loro per rispondere alle esigenti richieste che lui mette in campo in relazione all'opera da dirigere e da interpretare: la cittadina svizzera lo ha fatto membro onorario della comunità e lo si vede passeggiare per le strade o in dialogo sul battello che solca le acque del bellissimo Lago. Ed una sera del Settembre 2010, dopo l'esecuzione del Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg, io sono seduta fuori e scatto la foto della luna che azzurra si riflette sul bicchiere di cristallo, mentre lui, all'interno, pranza e conversa amabilmente con i coniugi Pollini! Ma prima ancora, nell'Agosto dello stesso anno era stato guida ed organizzatore e protagonista principale del Festival Olivier Messiaen 2010, con titolo 'Olivier MessiaenPierre Boulez . Une filiation fertile'. Si, perché egli è stato allievo di questo grande compositore francese, che non mi stanco mai di approfondire ed in quell'occasione, a La Grave, sotto il massiccio-ghiacciaio di La Meije, si sono susseguiti i concerti con le opere dell' uno e dell'altro a confronto. Dal vivo, con questa tensione addosso che stimola all'avventura, mi sono messa in cammino e sono passata ai suoi lavori, non solo


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musicali allora, così ho scoperto uno scrittore vivido, trasparente, energico e tagliente, che sfronda di netto i rami secchi di una cultura che trascina con sé pregiudizi e si fa intollerante e chiusa nei confronti dei processi ideativi e creativi, che considera certo dote unica dei geni incompresi, romanticamente isolati. Così, da Bianca, Amica carissima della Librerie Française de Florence, mi sono arrivati i suoi lavori: Pierre Boulez/André Schaeffne: Corrispondence, 1954-1970, présentée et annotée par Rosângela Periera de Tugny, ed Fayard, 1998, opera che traccia il profilo di un periodo della vita musicale francese, quello degli anni nei quali i compositori sono ansiosi di trovare nuovi percorsi ed Olivier Messiaen è citato tantissimo, perché punto di riferimento di un nuovo linguaggio musicale al quale Boulez stesso pone interrogativi, aprendo investigazioni su un proprio percorso originale: nel retro di copertina la curatrice sottolinea che questo scambio di lettere rappresenta un'ampia fonte molto attendibile e diretta per conoscere la gestazione del suo pensiero musicale. 'Pli selon pli' de Pierre Boulez' Entretien et etudes, Contrechamps Editions, 2003, un'opera che tutta ruota intorno a questa composizione che Boulez organizza ed elabora stimolato dal poeta Stephane Mallarmé, perchè questo è proprio il titolo di una sua opera poetica d'avanguardia. Sostiene Boulez: “Ho scoperto Mallarmé nel 1946... Ciò che mi ha attirato è stata subito la personalizzazione del linguaggio, perché nessun altro letterato ha scritto in quel modo ed ha trasformato il francese fino a quel punto. Tanto nei testi in prosa che nelle poesie in versi o nei saggi. La formulazione è tale che bisogna frantumare la pietra, prima di comprendere il senso. Per me Mallarmé e Proust rappresentano i due estremi: con l'uno, si è di fronte ad un blocco minerale; con l'altro ci si perde come in un labirinto ed all'inizio della pagina si deve ricominciare il riorientamento...” (op. cit. pag. 7, trad. di Ilia Pedrina). Pierre Boulez: 'Regards sur autrui – Points de repère II', Christian Bourgois Editeur,

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2005, un testo incredibile, per la vastità dei temi trattati e per il risvolto interpretativo dei protagonisti della cultura musicale occidentale presi in considerazione, da Wagner a Berlioz, e poi Mahler e Schönberg e Berg e tanto tanto altro, tutto filtrato dalla sua appassionata ed instancabile forza di andare a scavare i limiti della tradizione, quando si erge a fissità da museo e quindi non lascia più spazio all'innovazione. Nella versione italiana, che mi sono tutta fotocopiata, ho sottolineato parti importantissime che danno testimonianza del rigore con il quale l'Autore motiva le sue scelte ed i suoi approfondimenti. Per Wagner ad esempio coglie la dimensione del compositore tedesco che vuole finalmente liberarsi dell'opera da teatro, che gli è diventata stretta, per dedicarsi solo e soltanto alla sinfonia, ma non avrà più tempo, non risparmiando certo quel profilo netto che ce lo trasmette egoista, irritabile, arrogante ed insoddisfatto, mito di se stesso in disfacimento. E prende il cuore il paragrafo nel quale fa parlare Cosima Liszt, che traccia nel suo Diario anche i particolari più superficiali che riguardano il Maestro e Boulez sottolinea che in quel 'Richard lavora...' dobbiamo scoprire tutto un risvolto di vita e di produzione compositiva che non è stato ancora bene messo in luce. Ma su questo torneremo ancora, con più ampi dettagli. Ilia Pedrina STANZA VUOTA Cosa fa il sole nella mia stanza? Oggi vado in vacanza: chiudo la finestra ed il sole, poveretto, tramonta dietro il tetto e poi si mette a letto. Io vado in vacanza: lascio vuota la mia stanza senza sole e senza speranza. Mariano Coreno Melbourne


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I POETI E LA NATURA - 22 di Luigi De Rosa

Domenico Defelice - Metamorfosi (1991)

L'ESTATE BRUCIANTE (E IL MARE) DI CARLO OLIVARI

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arlo Olivari, genovese del 1940, già docente di filosofia e storia al Liceo “M.L.King” della sua città, ha pubblicato molte poesie su riviste, oltre a una quindicina di libri di versi nei circa trent'anni dal 1981 ad oggi. E' arrivato poi alla narrativa pubblicando un romanzo-fiume di 514 pagine (“ Gennaio 1991 forse un sogno”, UFO – Idiomi alieni) particolarmente apprezzato da Giorgio Bàrberi Squarotti, che lo ha presentato alla Biblioteca Universitaria di Genova. Confesso che a me sono piaciuti in modo particolare i suoi libri di poesie. E, come ho già scritto a suo tempo, ho trovato fuori del comune, originali, Luce tenebra lampi, del 2010, (Ed. UFO), e Momenti vari nel temp ( Ed. Cronache italiane, Salerno 2011). Molte delle sue poesie si fanno apprezzare non solo per i contenuti e le tematiche (universali ed

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eterne) ma anche per alcune caratteristiche formali insolite, e soprattutto per il loro tono affannato, concitato, spesso triste e “spaventato”. Ciò che mi ha colpito nella versificazione di Olivari è la singolarità del linguaggio e della scrittura: una interpunzione in cui abbondano le virgole; la trasposizione di preposizioni semplici o articolate, nell'ambito del discorso; un'inflorescenza di modi verbali insoliti come il participio e il gerundio ( presente e passato); una costruzione insolita della frase italiana ( che richiama vagamente il latino o il tedesco). Aggiungo, per mio conto, che tutto ciò può rendere più attraente e suasiva la composizione poetica, anche se potrebbe nascondere il rischio, nei casi di minore riuscita, di una sensazione di artificiosità. Brillantemente superata, nel complesso, da una tematica- sostanza di pensiero poetante profondo. Pessimista e tragica. Come minimo, accorata preghiera di affetto e di conforto ad una solitudine che senza il sollievo della Poesia e della fede in un Dio Supremo potrebbe apparire ( ed essere) immedicabile. L'angoscia della Morte, nella poesia di Olivari, è dominante. Di una Morte con la M maiuscola, quasi come Entità a se stante, che produce solo tristi, dolenti Ombre onnipresenti. L'unico sollievo a tale angoscia, intenso anche se ritenuto palliativo, è rappresentato dai ricordi degli affetti familiari e dalla dolce bellezza della Natura, ritenuta un' anteprima, anche se vaga e sfocata, del luminosissimo e pacificante abbraccio finale con Dio. Per la poetessa e critico Rosa Elisa Giangoia, la poesia di Olivari “ formalmente legata alla tradizione... ha essenzialmente due punti di interesse, la vita e la morte, ma sempre pronta ad aprirsi ad un dialogo sereno ed imperturbabile con un interlocutore trascendente”. Per fortuna Olivari mi ha spedito a Rapallo, appena uscita, la sua ultima produzione poetica, una deliziosa plaquette intitolata Estate. (U.F.O. Idiomialieni). Un libriccino tanto piccolo (una trentina di paginette) quanto prezioso, con una suggestiva copertina (uccelli bianchi in volo sul mare). Venti liriche ispirate alla stagione estiva, alla Natura, che


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non può non porsi come fresca e divina consolazione per un cuore di poeta afflitto dal “male di vivere”. E questo, nonostante il poeta sia costretto a misurarsi col soffocamento della città anche in agosto, anche a Genova, città di mare ma pur sempre città. “In calda estiva notte Folla, folla, frenetica a me / intorno, a nebuloso mare presso, con nebbia densa d'orizzonte / laggiù; immerso, io, nel bruciore dell'estate” Alcune poesie sono brevissime, quasi “ungarettiane”. Ne riporto alcune, per rimarcare il rapporto della poesia di Olivari “anche” con la Natura ( soprattutto col Mar Ligure) : Silvana Geranio, fulgente, d'estiva sera. Musica e luce A Silvana Parola tu non sillababile, nota altissima, instellata. Notare l'originalità di quella parola (“instellata”) in cui Creatura Umana e Natura sembrano perfettamente fuse. Universale ritmo Cadenza mattutina del mare, tu, fragore indefinibile del vento. Mar Ligure Padre certo inestinguibile, mare dei miei antenati, dei miei / vecchi, delle familiari, incise, tue rocce, degli amici, e cari, ora dispersi delle mie ombre, tutte, forme / disfatte, di me, piccolo, alle prime parole lume infantile di mia madre / presso - , di comunicabilità spezzata, per onde, per onde, per onde e / onde, di comunicazione eterna, certo, in tuoi scrosci ripetuti, tuttavia ; mare esteso, infinito, del mio sangue” Luigi De Rosa

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(Le prime ventuno “puntate” di questa rubrica sono state dedicate da Luigi De Rosa, mese per mese a partire dal novembre 2011, a Camillo Sbarbaro, Domenico Defelice, Mario Rondi, Eugenio Montale, Francesco d'Assisi, Francesco Petrarca, Giovanni Pascoli, Giovanni Descalzo, Mariangela De Togni, Lucrezio-De rerum natura, Rafael Alberti, Antonia Pozzi, Imperia Tognacci, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Giacomo Leopardi, Gabriele D'Annunzio, Sandro Gros Pietro, Diego Valeri, Franca Pissinis, Salvatore Quasimodo. Questa ventiduesima è dedicata a Carlo Olivari, mentre la ventitreesima sarà dedicata a Charles Baudelaire ).

GRANDE SILA Interrotto da verdi canne d’organo la Calabria è un vasto pecorino. Il libeccio lo sbatte e rimpasta, e Pitagora medita e conta su un pallottoliere di pecore. Grano bruno, tesoro sempre colto in ritardo. Un perdifiato di orizzonti d’agavi, il fantoccio grottesco di un cactus, e un macilento rudere di torre con due gugliate di rondini nella cruna della bifora. Maria Luisa Spaziani da L’anima del viaggio, in La Musa accanto, a cura di Eugenio Rebecchi - Blu di Prussia, 2012.

Eleuterio Gazzetti: Nudo (studio, olio su tela 40 x 60) →


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(Disegno di Serena Cavallini)

Recensioni CARMELO PIRRERA IL REGNO Genesi Editrice, Torino, 2013, € 11,50 Oltre che poeta, saggista e valido direttore di riviste (larga diffusione ha avuto per suo merito “Issimo – i segni della poesia”, attiva da lunghi anni), Carmelo Pirrera è anche un narratore abilissimo, come dimostrano i suoi romanzi Con la banda in testa e Quartiere degli angeli, oltre i racconti lunghi Buio come la notte e Il regno. Ed è proprio di quest’ultimo che qui vogliamo parlare, dato che è da poco riapparso, riveduto e corretto, nelle Edizioni della Genesi di Torino (aprile 2013). La vicenda è narrata con leggerezza, sotto il segno di una sorridente ironia ed è ambientata in una Corte rinascimentale, quella di “Guglielmo in Nano, il quale aveva sposato Costanza, una principessa normanna d’alta statura che l’aveva reso padre felice di ragazzi belli, alti e biondi, tanto somiglianti – vergognosamente somiglianti – a messer Lodovico delle Piane e di Ginossa, maestro d’armi di Sua Maestà…”. Lodovico, forse perché il re aveva subodorato qualcosa, viene inviato a combattere nelle Fiandre, durante la Guerra dei Cent’anni, nel corso della quale attraversa numerose peripezie e trova pure la morte, anzi varie morti, come Pirrera racconta col suo stile surreale e fantastico, continuamente oscillante tra il dato storico e la pura immaginazione, che qui ha largo spazio e nel cui labirinto disinvoltamente s’avventura.

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Alla morte di Lodovico segue quella di re Guglielmo, il quale precipita non si sa come da una torre della reggia. Al sovrano vengono riservate esequie solenni, cui si accompagna il pianto della regina, che assume un valore liberatorio: “E intanto piangeva come se dentro le si stesse sciogliendo qualcosa, un grumo duro formatosi in anni di menzogne e silenzio. E piangeva – le sembrò di capirlo – non per il re che era morto (si trova sempre un altro pronto a sostituirlo), né per il modo crudele come era morto (si muore sempre di qualcosa), ma perché nel mondo c’era anche la morte…”. Della morte del re viene accusato Faroaldo, con la connivenza dell’alfiere Michelozzo, il quale è giustiziato in seguito in maniera sommaria. Faroaldo invece verrà accecato e invano chiederà il “Giudizio di Dio” che lo discolpi. Re Guglielmo ricomparirà quale fantasma aggiratesi nel castello e qualcosa sarà rivelato della sua morte, avvenuta pare in seguito a un intrigo di Palazzo, cui non era estraneo però il movente amoroso: “… un’ombra avvolta in un mantello nero, più nero della notte, venne fuori dalla notte stessa e lo aggredì e lo spinse oltre i bastioni della torre, nel vuoto più vuoto”. Scritto in maniera abilissima, questo racconto di Carmelo Pirrera si rivela come un alto gioco intellettuale, col quale l’autore dà libero sfogo alla sua fantasia. Ma, al di là di tutto ciò, s’intravede quasi in ogni pagina una profonda pensosità sulle sorti dell’uomo e sul suo travagliato cammino terreno. Molti i richiami storici e le notazioni culturali Frequenti anche le citazioni di versi di autori insigni della nostra letteratura, da Dante a Foscolo a Carducci, ecc. Il regno risulta pertanto un’opera di notevole rilievo, che si pone tra quelle più riuscite di Pirrera e certamente tra quelle che meglio valgono a definire la sua personalità di scrittore. Elio Andriuoli

AURORA DE LUCA SOTTO OGNI CIELO Genesi Editrice, 2012 Non tradisca la giovane età di Aurora De Luca! La sua poesia, infatti, si presenta sempre con una freschezza espressiva che da sola avvalora la sincerità del suo dire, del suo naufragare in braccio all’ amore, un amore senza tempo e che si tonifica, anzi, ad ogni stagione grazie alla capacità della poetessa di affermare a piana voce: “Può fermarsi il tempo,/può farsi di vetro, può tirare vento, può esplodere il cielo,/ma io vedrò solo i tuoi occhi”. E’ un canto continuo, il suo: un girotondo di dolci


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parole, di armoniosa intimità colloquiale, di subitanee accelerazioni in direzione della luce e di quelle braccia che tendono ad abbracciarla mentre, di riflesso, “le mie braccia si fanno casa”... Non ci sono cali di ispirazione a frenare l’espandersi dei versi. Non si registrano vuoti di tensione, di suoni intimi, di passaggi in punta di piedi oppure consistenti come il marmo anche allorquando veste a festa paesaggi ed atmosfere, vendemmie e terremoti, spiagge ed aquiloni... Aurora De Luca sembra possedere innata l’ elegante altalenarsi di fioriture e di profumi, cosicché ogni composizione poetica diventa un quadro dall’ intimità coinvolgente, non invasiva comunque e mai fine a se stessa. Ha detto Rosa Elisa Giangoia che la poesia, tra l’ altro, “è una gara tra le emozioni e le parole, nel tentativo di saggiare qual è la tenuta di una parola, la sua potenzialità e capacità espressiva, la sua efficacia funzionale, soprattutto la sua relazione con l’ emozione”. A nostro avviso, Aurora De Luca sta vincendo questa “gara” e lo stanno a testimoniare i commenti favorevoli fin qui ricevuti da critici e addetti a lavori di consolidato livello; tra questi anche Domenico Defelice e Sandro Gros-Pietro che hanno scritto rispettivamente la prefazione e la postfazione a “Sotto ogni cielo”, una silloge di oltre novanta poesie e suddivisa in quattro sezioni tra loro intersecanti: “Autunno”, “Inverno”, “Primavera” e “Estate”. Il quadro della copertina (“Paesaggio con farfalle” di Salvador Dalì), del resto, anticipa, con la sua pienezza coloristica e prospettica, la colorazione calda e pregnante delle poesie di Aurora De Luca, che, ne siamo convinti, e non da ora, dovrebbe riservarci altre e positive sorprese. Ovvero la conferma che è sulla giusta strada per guardare lontano perché (sono parole sue) “non albergo che in stanze sospese,/dove trovarvi non si può piccoli segni,/ma cose grandi,/che non sono né singoli silenzi né mai distanze,/ma piuttosto luoghi d’eterno:/assenza, partenza, ritorno, essenza”. Fulvio Castellani

GIANNI RESCIGNO NESSUNO PUÒ RESTARE Prefazione di Giannino Balbis, Interventi critici di Franca Alaimo e Fulvio Castellani - Genesi editrice, Tornino 2003, pp.117 € 15,00. Comincio col dire che Giannino Balbis, Franca Alaimo e Fulvio Castellani ci offrono una lettura e interpretazione puntuale e centrata di quest'altra silloge poetica di Gianni Rescigno, il quale con il

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passare del tempo si riconferma un poeta ben dotato, sensibile, profondo, originale per temi e lingua. Nel sempre più affollato Parnaso contemporaneo la poesia del poeta salernitano spicca per tematiche e stile. Rescigno ha un modo tutto suo di costruire e di modulare la poesia. Una poesia che appartiene solo a lui e con la quale dice il suo esistere, la sua vita, i suoi pensieri, e lo fa, anche in questa silloge, attraverso un mezzo linguistico essenziale, efficace, breve, denso di significati. Questa nuova raccolta che mi provo ad indagare e analizzare presenta una struttura omogenea, compatta, nella quale sono trattati vari momenti esistenziali, emozioni, ricordi, temi. Il titolo è svelante: "Nessuno può restare sempre/ tra terra e mare ad aspettare ./Bisogna lavare l'anima con le lacrime ed asciugarla / alla tramontana di febbraio" ( Nessuno può restare, p. 15). Come dire che se nessuno può restare in carne ed ossa sulla terra, la poesia invece no, resta, rimane sempre. Una poesia, questa di Gianni Rescigno nitida e sostanziosa che mostra pure la fede che il poeta ripone in essa. Difatti Rescigno crede fortemente nella poesia, e anzi come ci è dato leggere in Saremo ancora uomini "verrà tempo in cui / di nuovo parleranno le parole /e i poeti passeranno / a cantarlo per le strade./ Cosi il cuore imparerà ad amare. / Sorriderà la gioia, piangerà il dolore,/ saremo ancora uomini./una mano sull'anima dell'altro/e a Dio col pensiero" (p. 239). Dio, amore, morte, paesaggio, ricordi, elementi biografici sono in questa nuova silloge poetica in cui si ammira essenzialità ed efficacia espressiva, pronta come nei versi che cito: "Anche se del vento in fuga /sono foglia secca / a giorni visti in sogno /spero d'arrivare" (p.27), e ancora: "voli e riposi di mente la vita:/uccello che sogna traversate /e ritorna" (Voli e riposi, p.31). Rescigno si fa apprezzare come poeta in quanto ha un modo tutto suo di dire la vita, le sue sofferenze, i suoi dolori: "Di giorno di notte/per le vie del sangue /camminano i dolori./ Non sentirli è come non vedere /il cielo per la prima volta:/gioia e pace d'infinito" (p.86). Una poesia ricca di immagini, piena di fluidità linguistica. I versi si susseguono snelli e leggeri in una narrazione lirica (e penso a testi quali Aprile portò la tua morte, Si va avanti, Cosi camminava Cristo stamattina, ad esempio). La poesia di Rescigno è di una nitidezza, chiarezza lampanti: “Se a un vecchio dici ciao /gli hai regalato un giorno di felicità. Se fai finta /di non vederlo gli hai oscurato /il sole fino all'ora degli angeli" (p.59: Se a un vecchio ). Rescigno vive di poesia e per la poesia, e ciò lo rende sempre attraente e piacevole. La sua poesia nasce dal proposito di narrare liricamente la vita e perciò procede sempre con immagini chiare e toc-


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canti mai astruse o cervellotiche. Insomma Gianni Rescigno vive di poesia e per la poesia:Rescigno o meglio la sua poesia è il suo stile di vita, il suo modo di sentirla e autoascultarla, di avvicinarsi alle cose e a Dio. C'è nella sua poesia il respiro e il battito della sua vita: “ non passa giorno /che non ho per te/ pensieri d'amore ./Devo tutto al tuo albero /che non si stancò di fruttificare /pazienza e ore d'attesa,/E le primavere da cui /presi odori e profumi / furono abbondanti di fiori" ( Non passa giorno, p. 799). Ci troviamo davanti a un bel viaggio poetico tutto all'insegna della poesia: "Si resta soltanto con le ore./ E non le conti./ Cosi comincia l'eternità" (Soltanto con le ore, p.95). Carmine Chiodo

SALVATORE SANNA CARILLON edizioni Edicampus,Roma 2013 Il volumetto, che ha visto la luce nella collana "Poesia" (diretta da R. Caputo) è formato da sonetti"naif" e da altri versi, da un dialogo teatrale e da un "monologo della sera" e infine da Note critiche. L'autore è il sardo Salvatore Sanna (lasse 1951). Sanna è di Colangius (Gallura) ma da parecchio tempo vive a Genova. Ora trascrivo altre notizie biografiche contenute nel quarto di copertina del volumetto: "è un illustre sconosciuto (ovviamente Sanna); vive da 60 anni a Genova, dove si è laureato in Lettere classiche superando mille contestazioni da parte dei suoi professori, allarmati dal suo spirito carillonesco, che già da allora dava vistosissime prove di sé". Inoltre si apprende che ha vinto qualche premio letterario nei primi anni del Duemila e per vari anni i suoi scritti sono stati respinti dagli editori e direttori di riviste ma da un paio d'anni "finalmente” collabora alla rivista "il Bandolo" di Palermo, per gentile concessione del direttore Prof. Gianfranco Consiglio, al quale invia, da suo, sonetti, sonetti caudati e sonettesse". Ogni estate fa ritorno in Sardegna per rinfrescare la sua vena all'aria lieve e marina della sua isola. Tutto qui. Orbene la stessa Prefazione di Sanna al suo libretto ci permette di capirlo nelle sue parti poetiche, teatrali e critiche di cui risulta composto. Perché Carillon? Ed ecco che il poeta risponde. “Per la sua piccolezza, innanzitutto. E poi per il vivo, estremistico gusto dell'antico, dell'arcaico, del grazioso, del retrò, dell'orecchiabile, diciamo anche dell'ingenuo, che vi si dispiega, tanto nei versi quanto nelle prose". Certo in questo volumetto c'è tutto quanto il gusto, le predilezioni letterarie, il suo amore per il classico, il suo spirito, quello di Sanna,

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munito di spirito "carillonesco" che emerge qui in tutta la sua portata e pienezza. Sanna è un poeta, un prosatore, un critico che segue la sua vena, che mostra i suoi gusti classici come dicevo prima e come è ampiamente testimoniato da ciò che scrive. Sanna non è certamente uno sprovveduto anzi dimostra una vasta cultura classica e letteraria. Insomma l' Autore sa il fatto suo e poi si fa leggere e lo si legge con piacere perché ci coinvolge con i suoi versi ricchi di profumo poetico, di quella lingua, di quelle immagini che non si trovano quasi più in tanti poeti odierni che affollano il Parnaso contemporaneo, autori più che di versi di esercitazioni letterarie oppure di versi senza testa e neppure cosa. Sanna si differenzia nettamente da costoro e nei suoi sonetti perfetti per contenuto e metrica, lingua, ci fa assaporare l'autentica, genuina poesia presentata con un linguaggio classico che rende molto bene gli stati d' animo del poeta, i suoi pensieri, il suo modo di sentire sé e la vita, il suo modo di descrivere la natura e il paesaggio. Dai sonetti si sprigiona nettezza e nitidezza lirica, una melodia che rende belli e godibili questi testi, di cui voglio citare alcuni versi: "Qualche solinga nuvola leggera /s'impiglia all'aspra cima di quel monte ./ E' nuovo oggi il mormorio del fonte,/ fervida canzon di primavera" (Sonetti naif, I, p. 9); "Con le tue burrascose sinfonie,/ immortale creatura, tu deridi/ lo so, l'umana futilità" (p. 10), e infine: "E l' arbor polveroso al ciel protende / i rami adusti; siede il viatore;/ e una quiete in aria si distende / solenne, immensa di muto torpore” (Afa, p. 12). Dai sonetti si passa poi ad altri componimenti poetici ricchi di pensiero, essenziali: " Le membra giacciono / esauste ed inerti / ma l'anima non è sazia." ( Postea, p. 15) oppure: "Nulla più resta /dello strazio del tempo /ma sparge il suo oblio / nell’anima/l'ardente sapore dei giorni perduti," (Le memorie, p. 16). Nulla in questa limpida poesia è cervellotico e artefatto ma è tutto sentito e provato e poi la lingua è fluida, chiara come ci è dato constare in La vita: "E' un ideale di profili voluttuosi / da inseguire" (p. 16). Nella parte o sezione poetica del volumetto si ritrovano infine anche altri versi scorrevoli, fluidi, sciolti, balzanti e guizzanti, scattanti che animano il dialogo tra Lia e Biagio, una ninfa e un Satiro, voglioso, quest’ultimo di far sua la sfuggente Lia. I versi si snodano facilmente e con disinvoltura: "Egli è Biagio Satirello/ ed all’erta sempre sta;/delicato, smilzo e bello,/ riccio bruno e crespo ha/- La mia ninfa, che celata /nella selva sempre sta,/ or non so dov'è celata,/ quella cara mia beltà." (p. 19) e poi il finale, l'incontro tra il satiro e la ninfa: "-Cara, dolce, cara Lia./- Biagio, fermati costà./No, ti piglio; ed or sei mia./- Inseguita e presa m' ha" (p. 23). Comunque negli scritti raccolti nel vo-


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lumetto si mostra chiaramente la cultura di Sanna, il suo modo semplice, naturale di dire le cose con una evidenza. La stessa cosa si nota nel dialogo teatrale tra Sereno e Niccolò, due amici e scolari che sono seduti su un panchetto ai margini "di un bosco, in una notte del secolo scorso" e parlano di varie cose: di stelle, di desideri, di vita, di morte, ma pure di donne, e anche di pensatori e di arte. Insomma si sente e si avverte come Sanna si serve della sua cultura letteraria e classica, di cui ampiamente si serve per dire i suoi pensieri, le sue emozioni, o per specificare certe situazioni esistenziali o naturali. Apparentemente semplici questi scritti di Samma ma che hanno un complesso significato esistenziale e poi mostrano una scrittura che è leggera, naturale, comunicativa e ciò ci invoglia a leggerlo. Insomma un carillon, questo di Sanna, che ha una musica piacevole, garbata e che si ascolta ben volentieri. Cosi si leggono pensieri notazioni che tutto sommato dicono il mondo interiore dell’autore, con un linguaggio che non è ermetico ma molto comunicativo, come dicevo poc'anzi, che alcune volte diventa ironico, sarcastico, ammiccante, attagliandosi bene alle varie situazioni che di volta in volta sono specificate. Cosi pure nel Monologo della sera si ammira geometria stilistica e densità di pensieri e di metafore, la capacità che l'Autore ha di usare la letteratura e la poesia nell'esprimere certi sentimenti e momenti esistenziali. Tutto vien detto con estrema naturalezza e garbo. Questa naturalezza, misura, stringatezza che si apprezza pure nelle note critiche che riguardano autori come Dante, Leopardi, Manzoni, Palazzeschi, Moretti, Corazzini, Saba, la Deledda ("dignitosa scrittrice"), e poi Pavese, Verga, che secondo Sanna , per "valore poetico "è superiore alla triade costituita dal Pascoli, dal Carducci e dal D'Annunzio e quindi lo scrittore siciliano merita di essere "annoverato come l’ultima grande voce dell’Italia antica" (p. 63). Questo libretto di Salvatore Sanna si legge tutto d'un fiato e con piacere e si assapora - lo ribadisco - la bella poesia e la scrittura non letterariamente fine a se stessa. Salvatore Sanna ha molta sensibilità e cultura e ciò gli permette di descrivere a fondo la vita, la natura e lo fa attraverso un'arte onesta e sincera. Certamente questo carillon di Salvatore Sanna emette una musica ricca di semplicità e di buona melodia. Non c'è posto per la banalità. Fa bene Sanna a seguire la sua vena, una vena fatta di semplicità e di profondità . Sanna ha qualcosa da dire e la dice con molta chiarezza e poi sa scrivere sonetti come le prose e pure nella critica mostra chiarezza e buon gusto e preparazione culturale. In Carillon c'è tutto l'uomo Salvatore Sanna. Carmine Chiodo

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BRANDISIO ANDOLFI NEL TEMPO DEL GIORNO E DELLA NOTTE Bastogi - Aprile 2013 È uscito in questi giorni l’ultima fatica poetica di Brandisio Andolfi. Poeta prolifico tanto che questa è la 17^ raccolta. Di chiara e comprensibile forma letteraria, il volumetto di circa 70 pagine si contraddistingue per due cose. La prima è di carattere editoriale. Con questo volume la casa editrice inaugura una nuova collana dal titolo: la ricerca poetica. Per cui il volume del Brandisio ne porta il numero uno. La seconda particolarità è la copertina la cui illustrazione è tratta da una tempera su cartoncino realizzata dalla figlia del poeta, che è ottima disegnatrice. La prefazione è stata curata da Massimiliano Mirto. Nel leggere la raccolta abbiamo notato che è sempre presente il forte legame che esiste tra il poeta e la natura. Per questo già definii la sua come una poesia bucolica. Osservazione che riprende anche il Mirto nella prefazione. Messa da parte questa ormai chiara connotazione,ci piace osservare che in questa raccolta il bucolico è affiancato alla riflessione profonda, alla ricerca del senso delle cose, all’ accettazione – più che la comprensione - dell’ ancestrale. Qui è la memoria che detta i versi, la quale è però solo il magazzino dove sono riposte tutte le cose che hanno non solo segnato la sua vita, ma che l’hanno costruita giorno a giorno secondo il disegno dell’Eterno divenire. La raccolta allora prende questa volta: una piega filosofica. Il Poeta in ottima salute ma avanti negli anni, riflette sulla stanchezza, il caos, l’eccesso di questa vita fin troppo tecnologizzata. La stanchezza è sotterranea ma c’è, tanto che dice : Se lo portavano, i naviganti celesti, lontano,/ in un luogo dove si vive una vita diversa … Avanti nella lettura il pensiero del Poeta, con le sue considerazioni, si snoda e fluisce attraverso le cinquanta liriche in un apparente caos. Non è così perché, se si riflette, nella narrazione poetica si passa dalla prima poesia RUMORI a STAMATTINA NEL CIELO, e poi a seguire FIGLIA DELL’AMORE e così fino all’ultima lirica, al racconto delle varie ore del giorno partendo dal mattino e arrivando fino a sera. Il Nostro,quindi, mette in versi tutte le fasi del suo ciclo giornaliero di vita,che non è però solo vivacità,speranze,ricordi. Vi è come accade ad ogni poeta, e direi ad ogni uomo,anche un momento panico che porta sconforto, gelo, rassegnazione. Il nulla e il bene marciranno raccolti/dal vento celeste in umidi fossi bui. Parte tutta una riflessione sulla vita,sul bene,il male,su quello che si è fatto o che si poteva fare,ma che non è stato possibile fare.


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Spunta improvvisa una punta di dolore che il Poeta definisce personale se è fisico, universale quando invece, senza procurare ferite apparenti,lacera più di una lama di coltello rigirata nelle carni. È la mancanza dell’umana comprensione che lo fa soffrire. Basta leggere i versi della poesia IL DOLORE È PERSONALE. Serpeggia qui, come in tutte le sue raccolte,il sottile dispiacere dell’umana gente che non sa essere felice in quanto non si accontenta del poco o meglio non sa ricercare nel poco quella grandezza che l’Eterno vi ripone. Emblematico di questo pensare è la confessione di non essere mai stato in giro per il mondo,eppure esso non gli è sconosciuto. L’avidità del conoscere gli ha permesso, soprattutto da giovane, di viaggiare attraverso lo studio sui libri,avendo come compagna l’ immaginazione. Oggi, ed è l’unico caso in cui esalta la tecnologia, la sua voglia di conoscenza è soddisfatta dalla televisione e dall’uso di internet. Viaggi potremo dire virtuali, ma che a lui bastano per ampliare gli orizzonti delle conoscenze, che sono l’unico cruccio a cui l’uomo,per la sua caducità,deve rinunciare nella morte. Anche in questa raccolta, anche se di forte essenza filosofica, in fondo il suo è un canto alla bellezza: in qualsiasi modo e sotto qualsiasi forma essa si presenti. Perfino la morte è apprezzata e ritenuta caldo conforto nella quale avvilupparsi come fa il seme con la terra. Bellissimo paragone che fa dire al Poeta quanto, senza accorgersene, l’uomo sia frutto e seme. Procedendo nella lettura delle liriche, c’è una continua altalena sulla quale si dondola la bellezza: l’afa cenerina; i monti lontani; gocce di gelida grandine; brillava di gioia l’anima; carezza tenera; protezione amorosa; l’ alba rosea come le labbra di mia madre. Tutti geniali e spontanei moti dell’animo. E si potrebbe continuare facendo una estrapolazione verso per verso. È incessante e continuo in tutta la raccolta, consapevolmente e forse a volte anche inconsapevolmente, l’inno alla bellezza che poi altro non è che la glorificazione della vita. L’Andolfi non si distacca mai da questo concetto di semplicità-bellezza ,e considera la semplicità dell’umile e umiliato quotidiano ,come l’unica cosa che può resistere e sovrastare la ferocia e la vanità dei piaceri terreni. Per cui un gesto, un evento, una notizia, una delicata intima osservazione acquisiscono valore di mito proiettandola in metafora poetica. Ci vengono in mente i versi del poeta americano Ferlinghetti, che inneggiando alla bellezza dice: … con la bellezza ho dormito / a modo mio … e così ho versato un altro paio di poesie/ su un mondo alla Bosch. Il pittore fiammingo che nelle sue opere dà una rappresentazione plastica del demoniaco. Basta guardare i volti dei personaggi che affollano le sue tavole. Però le sue pitture

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sono anche contemplative mettendo in risalto il paesaggio con il suo acuto senso del colore. Torna, in questo raffronto, ancora una volta l’Andolfi bucolico, che dipinge la sua poesia con gli sgargianti colori della natura. C’è ancora in questa raccolta,come nelle altre, la voglia e più ancora la necessità di cantare l’umile, il tempo umano. Quel tempo in cui Pasolini si strugge e gli fa dire …. all’arso tempo,al tempo vano,/ assordato dalle vane feste/ dell’umile gente, al tempo umano,/ al tempo allegramente terrestre,/ al tempo che vive il suo incanto. Coglie il suggerimento l’Andolfi, anche se non né ha bisogno, in quanto l’incanto per il Nostro poeta ed amico è presente vive e si realizza sempre in qualsiasi momento,senza soluzione di continuità “nel tempo del giorno e della notte”. Ci spiega nella poesia che dà anche il titolo alla silloge, che l’uomo vive questa continua veglia giorno-notte perché è il seme prediletto dell’Eterno e il suo fruttificare e crescere è solo un attimo di quel finito che diverrà infinito. Il poeta ci costringe alla considerazione che altro non siamo che piccolo punto vagante nella immensità celestiale. Salvatore D’Ambrosio

ANNA VINCITORIO PER VIVERE ANCORA Guida, 2012 Anna Vincitorio ha temperamento agonistico. Napoletana, trasferita a Firenze da bambina per fuggire alle bombe della guerra, realizza per prima cosa che Firenze non ha il mare. Mai conosciuta una persona che, nata in un posto di mare, quando si allontani per tutta la vita non lo rimpianga. Il mare è l'acqua materna, non si dimentica. Ma è questione di temperamento, Anna ricorda senza eccessi di nostalgia, osserva la realtà con animo oggettivante e insieme introspettivo. Per vivere ancora (Guida, 2012) è la rappresentazione che Anna fa a se stessa del nuovo mondo che l'ha accolta. Firenze, di tutto ricca fuorché di mare, richiede alla bambina uno sforzo adattativo all'operosa borghesia impiegatizia che la famiglia si trova a frequentare. Firenze è la commedia della vita, routinaria e in fondo tragica, come tutte le cose che richiedono impegno e adattamento. Napoli vive nel ricordo della bambina, città sghemba e rumorosa, prorompente di vitalità. Napoli introiettata, città immaginifica dell'ottimismo e del sogno, unico luogo ove tuttora si compie “il miracolo del sole che vince le tenebre”. Anna bambina fugge da Napoli, dalle bombe, dai tedeschi “cattivi che volevano uccidere il suo pa-


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pà”. Napoli luogo della scoperta lirica del mondo, dove tale Renata Masella canta di sera “scetate Carulì che ll'aria è doce”. Luogo, anche, delle scoperte emozionali (la casa degli ebrei) e paniche (la stanza “proibita” dove la bambina va di nascosto, ricettacolo di oggetti dismessi, un pianoforte scordato, un bambolotto). Ricordo, da bambino, un solaio a me ugualmente proibito, a Cavriago della mia infanzia: la mia coraggiosa incursione di nascosto, la visione di un manichino da sarta, ovvero una donna nera mutilata di testa braccia e gambe, la mia fuga precipitosa. Anna raggiunge Firenze nell'età in cui la mente fatica a riconoscere il corpo che sta cambiando: “Lei (Anna) camminava un po' curva per non vedere il seno che sbocciava sotto la blusa di colore azzurro”. La bambina fatica a riconoscere se stessa in un ambiente (Firenze) che non conosce. Si sente osservata, senza essere padrona di sé né padrona del luogo. E' possibile che da questa esperienza derivi l'acuta sensibilità percettiva della Vincitorio: un forzato addestramento all'osservazione (altrui) dal momento che, acutamente, si è sentita osservata. E' altrettanto possibile che l'esperienza percettiva di quel periodo abbia condizionato le qualità espressive della Vincitorio. Segue infatti nel libro la rappresentazione di una galleria di personaggi, tutti ugualmente provvisti della stessa inquietudine percettiva di Anna. Come la bambina non è padrona della nuova città, così i personaggi rappresentati non sembrano padroni del mondo, né sembrano padroni della propria consistenza relazionale. Così troviamo Ermanno, per traslazione proiettiva concentrato come Anna sulle poppe, però non sulle proprie ma su quelle della mamma. Ermanno, da grande, sarà pericoloso. Così Adua, scombiccherata pittrice impura, traslazione proiettiva dell'artista (Anna, poeta) nell'artista (Adua, pittrice). Così gli ospiti della casa di riposo, gente in carrozzella che, come Anna bambina a Firenze, non riconosce il luogo oppure lo definisce “di transito”, nell' attesa di ritornare a casa per le cure (materne, succedanee) della badante. Su tutti i personaggi grava l' imprinting dello spaesamento della bambina traslata a Napoli, tutti descritti come sospesi, provvisoriamente e faticosamente, nel mondo. Personaggi come soldati ungarettiani, foglie d'autunno. Fino a che spazio e tempo diventano luogo metafisico, dal Qui-ed ora all'Altrove-per sempre. Vodù, il portoricano, esegue riti magici per trovare il filo di conduzione fra il regno dei vivi e il regno dei morti. Con qualche illusione caleidoscopica, ma inutilmente: “come una lucciola” è la sua luce. Quando invece, al termine della galleria di personaggi, compare l'unico totalmente in sintonia con la

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vita: è “l'ultimo clochard” della costa labronica, che vive “senza ore”, ancorato alla percezione oggettiva del mondo, alla terra, al Qui-ed ora dell'esistenza. Nell'ultima traslazione proiettiva, Anna è l'ultimo clochard: si affranca dalla magia dell'ineffabile e guarda, oggettivamente, il mondo. Così osservando, non è tanto la realtà che informa il sentire di Anna. E' Anna che informa la realtà oggettiva del proprio sentimento. Fossimo in pittura, si chiamerebbe Espressionismo. Rossano Onano

LIANA DE LUCA UBALDO RIVA alpino poeta avvocato Genesi Editrice 2013 – Pagg. 160 € 16,00 In occasione del cinquantenario della morte di Ubaldo Riva, Liana De Luca ha svolto un’analisi approfondita sul suo percorso umano e letterario, come si evidenzia dallo stesso titolo di quest’ultimo volume “Ubaldo Riva – alpino poeta avvocato”. L’arma degli alpini è sempre stata nel cuore di Riva, tanto da indurlo ad arruolarsi volontario nella prima guerra mondiale per partecipare attivamente ai tragici avvenimenti del conflitto. Già da allora inizia il connubio con l’attività poetica, e nel volume Di guerra e di pace sono raccolte le liriche inerenti a quel periodo. Inoltre, nel giornale “Vittoria” che aveva fondato, erano pubblicati i fatti salienti di trincea. In un altro suo libro importante, Scarponate, racconta ciò che gli è accaduto assieme ai compagni di ventura (molti dei quali deceduti) e le tante sensazioni provate; tutto ciò in contrasto con la bellezza del paesaggio in cui si trovavano. Ma riguardo alla guerra e agli alpini Riva ci ha lasciato ancora altri volumi di poesia e testi in prosa; un coinvolgimento che continuerà con la seconda guerra mondiale, alla quale fu richiamato solo per poco tempo, ma per la quale si attiverà privatamente nel campo della resistenza aprendo nel suo studio un centro di attività clandestina, venendo poi arrestato e imprigionato. Un personaggio quindi di primo piano che si distingue per coraggio, integrità morale e abilità di scrittura, tanto da essere sempre convocato per le celebrazioni pubbliche del dopo guerra. Il suo impegno era rivolto anche ad altri ambiti, ed ebbe molti incarichi. Fu Presidente del Gruppo italiano scrittori di montagna per il suo grande amore per la montagna, consigliere del Cenacolo Orobico, socio dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti, ecc. Liana De Luca continua l’analisi entrando ancor


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più nel merito del mondo letterario e poetico di Riva per evidenziare, oltre all’abilità di scrittura, i vari contatti con i personaggi del tempo, e rendere noti alcuni momenti della sua vita privata. Dalle liriche che ha scelto di proporci possiamo comprendere meglio il sentire di Riva ed ammirare la sua limpida voce di poeta. Non solo, poiché De Luca considera pure lo scrittore e saggista, rivelando l’ accostamento di Riva verso altri noti personaggi, come Baudelaire, Poe, d’ Annunzio, ecc. L’ultima parte del volume è dedicata a “L’ avvocato”, dove emerge la figura professionale di Riva, ma inizia con l’ originale processo da lui intrapreso verso Carducci, Verdi, San Francesco, nella sezione “Trittico italiano” del libretto “Due saggi”. La vita professionale evidenzia un uomo ligio al dovere, onesto e generoso, tanto che non chiede compenso ai bisognosi, e riguardo all’esperienza acquisita troviamo molteplici considerazioni che nell’insieme ampliano la sua visione sull’ambiente giuridico e svelano ulteriormente il suo pensiero. L’instancabile Liana De Luca ha svolto quindi un’ulteriore ricerca, molto approfondita, per darci la possibilità di conoscere meglio ed apprezzare un altro personaggio importante, un uomo che fa parte della nostra storia e che merita di non essere dimenticato. Laura Pierdicchi

DOMENICO DEFELICE ELEUTERIO GAZZETTI Cantore della Valpadana Il Croco - I quaderni letterari di Pomezia-Notizie – Maggio 2013 L’instancabile Domenico Defelice ci dona una nuova opera di saggistica per farci conoscere un altro personaggio italiano molto importante, che merita di non essere dimenticato: Eleuterio Gazzetti. In tanti anni di professione letteraria Defelice ha incontrato noti scritto-

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ri e artisti, con i quali ha poi intrecciato rapporti di sincera amicizia, potendo in questo modo conoscer-

li più approfonditamente. Tra questi appunto Gazzetti, pittore e scrittore modenese di talento e parroco della parrocchia di Sozzigalli di Soliera, che pur avendo al suo attivo un’ importante carriera letteraria e oltre duemila opere pittoriche, non si è mai ritenuto un personaggio, anzi, voleva essere considerato solo un parroco. Per ben trent’anni Defelice ha seguito e approfondito l’opera gazzettiana e al riguardo ha pubblicato con Pomezia-Notizie una raccolta di liriche, diversi articoli e due monografie. In quest’ultimo saggio, pur soffermandosi sia sul considerevole volume Cardinali, vescovi e abati nella storia delle diocesi di Modena e Nonantola (sec. IV – sec. XX), nel quale è trattata analiticamente la storia della Chiesa modenese con le rispettive successioni di vescovi e cardinali (e perciò di una rilevanza asso-


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luta), sia sulle tante opere inedite che meriterebbero di essere pubblicate (e per questo si rivolge agli eredi sperando di sensibilizzarli in proposito), Defelice concentra la sua attenzione sulla vasta opera pittorica di Gazzetti. Possiamo in tal modo immergerci nelle pennellate e nei colori dell’artista (dallo stile impressionista) che creano paesaggi quasi fiabeschi. Tele che rispecchiano il suo animo poetico mediante l’uso di tutti i colori della tavolozza. Defelice considera diverse opere descrivendone il contenuto in modo capillare, tanto da renderle vive, reali all’occhio del lettore. Nella seconda parte della raccolta Defelice considera “Il poeta e lo scrittore” indicando le sillogi pubblicate da Gazzetti, ma ricordando pure le opere rimaste nel cassetto per mancanza di denaro. Nel proporci per ogni volume una scelta di liriche, approfondisce sia l’analisi strutturale del verso sia le motivazioni sensibili e psicologiche del poeta. Scopriamo in questo modo l’io profondo di Gazzetti, i suoi ricordi, la semplicità del vivere e soprattutto il grande amore verso Dio. La silloge La voce dell’ uomo è tutta rivolta al dialogo di Gazzetti con Cristo, ma contemporaneamente è una grande lezione di fede che illumina il lettore alla ricerca della verità e gli fa comprendere il senso dell’esistenza. Come accennato all’inizio, Defelice evidenzia l’ opera rimasta inedita Proverbi miei e passatempi tuoi, nella quale Gazzetti descrive tutti i vizi dell’ uomo moderno con toni che rasentano anche la satira (più di 500 testi). Per questo importante volume, che meriterebbe senz’altro di essere pubblicato, Defelice si rivolge ai parenti di Gazzetti, ai quali a suo tempo ha dovuto restituire tutto il materiale in suo possesso, già prefato e pronto per l’edizione. La terza parte di questo interessante saggio è de-

dicata alle “Lettere”. Qui è raccolta la corrispondenza intercorsa in tutto l’arco del loro rapporto, o

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meglio, le lettere che Defelice ha ricevuto poiché di quelle spedite a Gazzetti non ha tenuto copia, tranne una. Vi troviamo la voce diretta del personaggio, il suo modo di confrontarsi, la sua riconoscenza verso il critico Defelice e nello stesso tempo l’ ammirazione per Defelice poeta e scrittore. Uno spaccato di vita dal quale emergono le problematiche quotidiane, le relative emozioni, le prospettive di scrittura e di pittura, e così via. Come sempre, con questa esauriente analisi Defelice è riuscito a presentarci in toto il personaggio Eleuterio Gazzetti; un uomo di Dio ma anche un grande artista, poeta e scrittore. Un personaggio che senza dubbio non merita l’oblio, anzi, si spera che la sua voce possa rinascere con la pubblicazione del volume rimasto inedito. Laura Pierdicchi Immagini Pag. 61: Eleuterio Gazzetti: Paesaggio (olio su truciolato, 30 x 40, proprietà famiglia Mario Rezza, Roma); Eleuterio Gazzetti: “Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi” (Dante Alighieri: Inferno, canto XIII, verso 37)”, olio su tela 40 x 60. In questa pagina: Eleuterio Gazzetti: Paesaggio toscano, 1969 (olio su tela 30 x 50, proprietà famiglia Mario Iannitto, Pomezia, RM).

ANDREA CAMILLERI L’INTERMITTENZA Mondolibri S. p. A., 2011 - Pagg. 172 Il Presidente Mannelli, capo dell’omonima azienda, sta per fagocitare l’azienda Birolli, oramai sull’ orlo del fallimento, e provvede a che Mauro De Blasi, Direttore del personale, e Guido Marsili, vicedirettore (la Volpe e il Cane, come astuzia e mentalità), provvedano a forzare la mano al vecchio Birolli affinché accetti le condizioni capestro da lui escogitate affinché il fallimento di quello divenga un successo personale (specie sul piano fiscale) dell’ azienda da lui fondata e gestita. A sua volta, Marsili è l’amante in carica di Marisa, moglie di Mauro. Marisa è una puttana fatta e finita, ma mentre il marito è uno scopatore


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za fantasia, Guido è ANCHE un uomo di cultura. Legge poesie (e per questo, è considerato un cretino, nell’azienda). Mauro a sua volta concupisce Licia Birolli, seducente nipote del vecchio Birolli… e segretaria molto privata di Ravazzi, detto Buco Nero (un Sindona odierno, esperto in crack finanziari ovunque capiti). Ci sarebbe poi anche il sottosegretario Pennacchi, nato a Gallarate e cognato del sindaco di un paesino di provincia, che, come tutti i politici italiani, è onorevole solo di nome… essendo un Giano Bifronte, amante di mazzette e scambi di favori… Il resto… sono azioni più che prevedibili e parolacce gratuite ad ogni piè sospinto! Un libro del genere, da parte di Camilleri, scrittore raffinato e incomparabile giallista, fa davvero meraviglia che sia uscito dalla penna di un Autore simile! Finora, aveva stupito (in senso positivo) tutti noi per le belle storie narrate (perfino quelle al di fuori della saga di Montalbano). Ma ora è davvero scaduto! A meno che questo prodotto di basso costo, buono per la massa mediocre ed allineata alla qulturra di regime, non sia stato un suo esperimento personale per dimostrare di essere uno scrittore versatile. Tutto è possibile. Io personalmente sono rimasto deluso di questo testo. Una volgare storia di corruzione tipica dell’ Italietta del III Millennio… che può essere ascoltata ad ogni TG, di non importa quale rete TV, ogni sera che Dio manda in Terra! Ma è solo il mio modesto parere. Ai posteriori l’ardua sentenza (come disse un calciatore, raffinato cultur… ista!). Andrea Pugiotto

LA DIFFERENZA Una volta sul tram si leggeva il giornale. Oggi invece sul tram si leggono i messaggi al telefonino. Il mondo cambia:

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non occorre più sedersi al tavolino! Mariano Coreno Melbourne

IPPOCAMPO Ippocampo ti incontrai per caso mentre passeggiavo nelle basse acque. Ti presi tra le mani così esile, miniaturizzato, sembravi sorridere con quel musetto simile a quello dei cavalli arabi, veloci creature del deserto. Ti immaginai grande come loro, un destriero del mare sul quale montare, per correre e scoprire i segreti della nostra esistenza. Colombo Conti Albano Laziale

DIRUTA DAL VENTO Diruta dal vento, misera dimora che domini la costa, tra giunchi e fichi d’india, molti ricordi celi. Vita di pescatori velata di tristezza, rispettosa del mare, che dona a caro prezzo il pane quotidiano, farina mista a segala che riscalda i cuori innanzi al focolare, nelle ore di attesa, nei momenti del ritorno. Colombo Conti

STORIE Quando noi guardiamo dall'alto


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pendio della collina, vediamo uomini che a mani giunte, a denti stretti raccontano storie di vita e di ogni cosa, chi erano allora, com'erano le città nelle quali vivevano. Rivivendo con i loro occhi la gioia della terra, ora noi qui fissiamo il cielo e fra i suoi pannelli di nuvole scivoliamo via verso il silenzio dei fiori. Ogni cosa che accade è sempre perfetta, tutto ritorna nei luoghi che riaffiorano, cullandosi nella malinconia. Ecco le piccole stelle appaiono fra gli alberi ed i cipressi, poi all'alba ci benedice il nuovo volgere del giorno, il sole nascente. Nessuna traccia purtroppo di noi; il mondo ci dimenticherà come soffio di vento che passa. Adriana Mondo

SENZA LOTTA Alla gallina è morto il gallo. Intontita dal bisogno di sesso s’accovaccia se la sfiora un merlo, il gatto randagio, se le passa accanto un bambino. Senza lottare si darà alla volpe se giungerà stanotte. Domenico Defelice STA ARRIVANDO L’ESTATE Sta arrivando l’estate: stanno arrivando le lunghe e calde giornate, sta arrivando il futuro e porta novità e nuove speranze che ognuno di noi

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si attacca essendo amici della vita. Loretta Bonucci Triginto di Mediglia, MI

D. Defelice: Il microfono (1960)

NOTIZIE DIVAGAZIONI SU GIORDANO BRUNO (GUERRI) - Gli oroscopi, come le previsioni del tempo, godono di una certezza di previsione del 50%. Succede non solo alle cartomanti, ai maghi, agli astrologi, ma anche a importanti rappresentanti della intellighenzia. Premetto che io soffro di insonnia. Spesso di notte mi sveglio e mi posturo davanti al televisore con in genere buoni risultati. Così, poco prima dell’ ultimo conclave per l’elezione del nuovo papa, a metà di una nottata in bianco (purtroppo non ho segnato la data esatta) assistetti alla conclusione di una tavola rotonda. Il coordinatore pose una domanda finale ai tre intervistati: “Che nome pensa assumerà il nuovo papa?”. Il primo interlocutore rispose: “Ma, non saprei!”. Il secondo: “Bah!, staremo a vedere!”. Il terzo, Giordano Bruno Guerri, in piena sicurezza affermò: “Non so che nome sceglierà, ma certo non si chiamerà Francesco!”. Qualche tempo dopo Giordano Bruno Guerri, Presidente del Vittoriale, partecipò (si fa per dire, poiché la sua fu come un’apparizione fra un aereo e l’altro e pertanto per la sua “disponibilità” ricevete


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molti ringraziamenti e manifestazioni di giubilo) nella città dove vivo a un convegno dedicato a d’ Anunzio, anzi ne era il luminare. Nei dieci minuti concessi a pubblico divulgò il suo ultimo libro sugli “amori carnali” di Gabriele, quelli noti e quelli segreti dell’ultimo periodo di vita trascorso al Vittoriale, elencò nomi e fatti, costrizioni da parte del Vate perché donne del passato assistessero a incontri con donne del presente, pettegolezzi da portineria (con tutto il rispetto per le colf) che aveva scoperto in diari inediti delle clarisse del suo harem. L’intervento si concluse con l’assicurazione che lui mai aveva tradito sua moglie e i suoi due figli. Insomma se il rogo era la giusta punizione per Giordano Bruno, non poteva costituire l’apoteosi di Giordano Bruno GUERRI. Liana De Luca *** COMUNICATO - Carissimi Accademici Cavalieri e Dame e Amici, nell'augurarvi di trascorrere una serena e rilassante estate, ho il piacere d'informarVi che è uscito il nuovo libro del nostro Preside, di cui allego copertina in Pdf. Il titolo è "La chiesa di San Michele Arcangelo di Ponte Buggianese. Un paese, la sua storia" pp. 368 + 32 pagine di foto a colori, Euro 20,00, Edizioni Anscarichae Domus. Presentazioni di S.Em.za il Sig. Cardinale Paul Poupard, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio della Cultura; Rev.mo Padre Bernard Ardura, Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche; Dott. Pier Luigi Galligani, Sindaco di Ponte Buggianese e Prefazione del M.to Rev. Don Franco Turchi, Arciprete e Rettore della ChiesaSantuario di Ponte. Il volume sarà presentato ufficialmente a Ponte Buggianese sabato 26 ottobre 2013 dal Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche che verrà dalla Città del Vaticano. La vostra presenza sarà particolarmente gradita. Fraternamente Claudio Falletti di Villafalletto Gran Cancelliere Accademia Collegio de' Nobili *** PREMIO NAZIONALE PAESTUM - CINQUANTAQUATTRESIMA EDIZIONE 2013 per la poesia, la narrativa e la saggistica . Si può concorrere con uno o più elaborati (poesie in lingua ed in vernacolo, novelle, racconti e saggi) ma i componimenti partecipanti (da inviare in 5 copie chiaramente dattiloscritte, di cui una sola firmata e con l’indirizzo dell’autore) devono essere accompagnati dalla quota di euro 20 (per concorso alle spese di segreteria e di organizza-

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zione). Si consiglia l’invio a mezzo raccomandata. Ogni poesia non deve superare i 40 versi ed ogni elaborato in prosa deve essere contenuto entro le 4 cartelle dattiloscritte a spazio due. Il tema è libero. Sono in palio medaglie del Presidente della Repubblica e di altri organi istituzionali, targhe e trofei eccetera. Chiedere regolamento completo. Inviare i componimenti entro il 10 settembre 2013 all’indirizzo: Anna Manzi Accademia di Paestum – Segreteria Concorsi Letterari – Via Trieste 9 – 84085 Mercato S. Severino (SA) Per informazioni: 347.6214259 manzi.annamaria@tiscali.it *** ANCORA AUGURI AL NOSTRO MENSILE Da Rieti, Sandro Angelucci, e-mail del 16.07.2013: Domenico carissimo,/ quarant'anni di passione come quella che tu hai profuso nella pubblicazione della tua creatura dimostrano - qualora ce ne fosse ancora bisogno - che l'impegno, se non è sorretto dal vero e incondizionato amore per la bellezza e la cultura, è destinato miseramente a fallire. PomeziaNotizie, da quando ho avuto la fortuna di conoscerla e di collaborarvi, non ha mai tradito questi intendimenti. E' per questo che si è sempre distinta e si è ritagliato un posto di assoluta rilevanza, e non solo tra le riviste italiane. E' per questo che la sua longevità, oltre a rappresentare un valore, è segno di stima da parte di tutti quegli scrittori che ne hanno colto l'autenticità. Ti giungano, dunque, anche da parte mia, gli auguri più belli e sinceri per il traguardo raggiunto, insieme all'assicurazione che mai ti farò mancare il mio apporto per darle ancora vita. Con affetto, Sandro Telegramma da Roma del 13/07/2013: Felice e commossa del suo successo meritatissimo invio gli auguri più fervidi e tutta la mia soddisfazione per quello che merita per il suo importante lavoro. Adriana Nobile Civirani

MATRIMONIO Giuseppe IANNITTO (nipote del nostro direttore) e Mirella PATRASCU annunciano il loro Matrimonio che sarà celebrato nell’Episcopia Ortodossa Rumena, di Via Ardeatina 1741, Roma, il 31 agosto 2013, alle ore 17. Giuseppe e Mirella dopo la cerimonia saluteranno parenti e amici al Ristorante “Mediterranea”, in via Litoranea km 8 Capocotta, Roma. Agli sposi e ai parenti tutti, gli Auguri più affettuosi della grande famiglia di Pomezia-Notizie.


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LETTERE IN DIREZIONE E-mail del 15.07.2013, da Vicenza: Caro, carissimo Poeta, si, perché è al Poeta ed al suo cuore in palpito sempre, che voglio parlare di lei, di Sonig Tchakerian, violinista d'eccezione e guida d'orchestra, quando si tratta di Vivaldi, delle sue Quattro stagioni ed anche delle Mezze Stagioni, un andirivieni da Vivaldi al sax Pietro Tonolo, che ha improvvisato le Mezze stagioni, in variazione, con i suoi due sax. All'interno di questo ampio evento, la XXII edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, con tema 'Mozart e la Spagna', lei appare sciolta, sorridente e disponibile ad intrattenere il pubblico delle conferenze, se si è di pomeriggio, o quello del Teatro, quando si fa prima protagonista nelle esecuzioni dal vivo, nella storia e nella didattica dell'acustica, nell'orchestrare eventi e novità senza sforzo. Curiosa, imprevedibile, preparatissima, introduce e spiega Bach e le partiture che andrà a presentare con il suo violino, capelli neri, lisci, sciolti sulle spalle, in maniera intima e diretta, attraverso la quale ha scandagliato ogni minima traccia che il musicista ha inteso mettere in rilievo nella partitura. Ecco perché Sonig dice il vero quando afferma l'intento di 'liberare Bach' e portarlo così, vivo, a tutti. Ti regalerò per Na-

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tale il suo doppio CD 'Johann Sebastian Bach: Sonatas and Partitas', per la Decca Records, registrato in diretta nella Chiesa di Santa Croce degli Armeni, a Venezia, nel Luglio 2012 e lei, Sonig Tchakerian è colta in una posa smemorante, piedi nudi ed accoccolata a terra, con il suo violino adeso al ventre ed ai seni, occhi chiusi in sogno, sorriso consapevole di una gioia, della quale al pubblico arriva tanto, direttamente e senza intermediazioni di sorta: è suo intento far respirare Bach anche a chi la ascolta e così spiega la partitura, tutte le voci e gli andamenti del pezzo, le sue svolte significative, i temi ed i fugati sulle diverse corde, ripresi via via che la creazione si sviluppa, con rimandi, richiami, variazioni ed interrogativi poi conclusi nelle tappe successive e consequenziali. Questo strumento che per me è mitico la sua parte, dato che in casa ho quello del mio nonno materno, che per anni ha suonato come primo violino di spalla nell'orchestra di Arturo Toscanini -, tra le sue mani produce sonorità uniche ed irripetibili, perché lei, appunto, si libera e ci mette il respiro come elemento fisico, che lascia aderire alla partitura senza sforzo, provando e provocando rivoluzione. Abilità tecnica e profonda competenza interpretativa vengono offerte al pubblico a piene mani, con una sincerità d'intenti che contamina. In quella sua immagine sul CD ho ravvisato la tua 'Metamorfosi', disegno bellissimo, silenzioso ed in movimento in vortice: si, quella fanciulla, seduta a terra, nudi i piedi per aderire meglio alla matrice, piena d'una gioia quasi ignota ai più, con altre forme intorno che si stanno trans-formando grazie a lei, sembra proprio metafora di quanto ci accade, se andiamo senza riserve nei messaggi in musica che lei, che Sonig Tchakerian ci presenta in dono. Il mondo tutt'intorno, persone e cose, e quello musicale in particolare, lei li sceglie come supporto e sfida e sorgente della sua curiosità: questa è una forma di intelligenza vera, che le consente di fare esperienza piena della realtà che la circonda e da lì poi prende le mosse, per divertirsi ed investigare nelle zone tutte aperte al suo sguardo ed al suo ap-


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proccio di musicista, si, anche quelle che non hanno confini. E senza confini è il suo rapporto con la musica, di Bach, di Vivaldi, di Paganini, di Beethoven e fino ai temi più spericolati dell'improvvisazione, che l'hanno legata al concerto del 14 giugno, 'Mozart e la follia', a fianco di Pietro Tonolo, sax, e di Paolo Birro, pianoforte, un trio, questo, in formazione nuovissima che ha sperimentato temi noti e partiture nuovissime, perché, proprio Tonolo ha eseguito una sua composizione, 'Follia'! E la Spagna entra, andalusa e gitana, con sonorità jazz: quella sera anche Miles Davis ed i suoi 'Flamenco Sketches'. Questo concerto era stato presentato in anteprima all'Odeo del Teatro Olimpico dal grande musicologo Lorenzo Arruga, saggio, entusiasta, segreto la sua parte ed aperto alla gentilezza, sensibilissimo. I due, fianco a fianco, sono legati dalla curiosità acuta che tratta con confidenza le cose della musica contemporanea e dell'improvvisazione, nella quale Sonig Tchakerian sta muovendo i primi passi, con il suo violino e gli altri due, Pietro e Paolo, la incoraggiano e ne seducono la tensione d'intelligenza. Brava anche in questo nuovo mondo non facile, perché libero, perché libera e propone catarsi, perché arriva ad esplorare sonorità timbriche imprevedibili, in a solo e in dialogo con gli altri due strumenti. E poi c'è lui, Giovanni Battista Rigon, per tutti 'Titta': dopo le esecuzioni, lei e lui, mai insieme sul palcoscenico, si fondono e si confondo tra gli altri, disponibili e complici, al tempo stesso: si sfuggono, si rincorrono, si appropriano l'uno dell'altra per poi riprendere la corsa in fuga sulle piste differenziate delle partiture, vivacissimi ed accesi alla Bellezza che è Armonia, in quell'unità che placa Poros e Penìa, l'intelligenza d'amore e l'ansia dell'attesa di appagamento, perché, finalmente, si scopre che sono insieme l'uno il risvolto dell' altra, in una realtà doppia che supera ogni ambiguità, quasi identificazione con quell'essere primitivo, il tutt'uno prima dei due che nel 'Convivio' di Platone è in grado di sfidare gli dei, proponendo una dimensione di felicità che li rende, loro divinità eterne, profonda-

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mente gelosi, a tal punto gelosi da dover imporre una punizione sovrana e quanto mai ingiusta. L'unitutto, essere amanteamato in gioia ed in rotolante rotondità, verrà tagliato a metà così i mortali passeranno la loro vita in tristezza per le due differenti sessualità che hanno snaturato l'unità originaria, alla ricerca della metà giusta alla quale erano appartenuti nel tempo archetipale. Non così per questi due, che amano e si amano e lo danno a vedere, trasmettendo nelle loro esecuzioni la loro dimensione professionale che si intride di questa esperienza a due, indipendente e raffinata, semplice e sconvolgente, senza parametri d'attracco e pure così in ansia di perfezione nello stile. Entrambi, differentemente, ne traggono sfumature interpretative ed esecutive rigorose, appassionate, divertite, personalissime. Nel libretto associato al CD Lorenzo Arruga firma 'Sonig suona Bach: appunti per un diario' e sostiene, quasi in bisbiglio: “Sonig appoggia il violino sulla spalla, l'archetto sul violino, e uno sciame rapidissimo di note irrompe fuori come ne fosse stato prigioniero. Nitidissime, riconoscibili per nome ai musicisti, escono dal profondo dello strumento, s'aggirano qualche secondo nei vortici luminescenti di Sol minore, poi fuggono ad esplorare e conquistare lo spazio. Qui nella piccola chiesa veneziana degli Armeni, benché vuota, di spazio non ce n'è molto ed anche l'aria non dà respiro: siamo alla fine di uno sfiancante luglio... Ma Sonig non ha scelto questa sede per giocare con i prodigi dell'acustica. In un momento magico della sua professione, dopo tanta musica da camera, le incisioni dei Capricci di Paganini e delle Sonate per violino e piano di Beethoven, il prestigioso insegnamento a Santa Cecilia, per incontrare Bach si vuole ritirare in un sacro luogo che risponde alle sue origini, immersa nell'intensa storia della sua vita e nelle ansiose attese del suo pensiero....C'è chi ha scritto: per eseguire Bach bisogna liberarsi, ed è molto vero. Ma una volta, quasi per caso, parlando insieme a me, a Sonig è sfuggito: 'Bisogna liberare Bach'. Non solo dalle mode, dalla voglia di farne uscire effetti, o del cupo matematico


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culto della sua autorità e perfezione. Ma da tutto quello che limita la sua sconfinata verità. Un incontro che non abbia timore dell'ardimento nella fantasia, dell'azzardo nelle contraddizioni, nella grazia che può rendere tutto, ma proprio tutto, messaggio di colori e grande canto. Forse se avesse avuto delle ore in più per la registrazione, malgrado tutto il suo perfezionismo, Sonig le avrebbe passate un giorno prima, sola, nella chiesetta degli Ar-

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tocco delle loro note e che al loro alto canto osa mescolarsi quello umilissimo della mia poesia. Domenico AI COLLABORATORI Si invitano i collaboratori ad inviare i testi (prodotti con i più comuni programmi di scrittura e NON sottoposti ad impaginazione) composti con sistemi DOS o Windows su CD, indicando il sistema, il programma ed il nome del file. E’ necessaria anche una copia cartacea del testo. Mantenersi, al massimo, entro le tre cartelle (per cartella si intende un foglio battuto a macchina da 30 righe per 60 battute per riga, per un totale di 1.800 battute. Per ogni materiale così pubblicato è necessario un contributo volontario). Per quelli più lunghi, prendere accordi con la direzione. I testi inviati come sopra AVRANNO LA PRECEDENZA. I libri, possibilmente, vanno inviati in duplice copia. Per chi usa E-Mail: defelice.d@tiscali.it Il mensile è disponibile anche sul sito www.issuu.com al link http://issuu.com/ domenicoww/docs/p._n._2013_n._8

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meni, ad aspettare....” (Lorenzo Arruga, ottobre 2012). E tu, poeta e cantore della donna, delle rime e dei ritmi di natura e di vita, quando avrai questo CD tra le mani, ascolterai le sue magie, ne vedrai il volto, dolce, pensoso o in sorriso e la scoprirai bambina, con il violino in spalla ed il tutù bianco, mentre il suo Papà la guarda divertito. Sotto, una dedica: 'Al mio babbo, come parole di riconoscenza e nostalgia. Sonig'. Ilia Carissima Ilia, noterai come questo numero sia pieno all’ inverosimile, sì da non permettermi una risposta adeguata alla tua lettera. Ho dovuto annullare anche le rubriche dei Libri ricevuti e delle Riviste! Ti porgo solo una preghiera: abbracciami i tuoi grandi amici, assicurandoli che il mio cuore freme come il

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Periodico d'arte, cultura e scienza a cura di Domenico Defelice