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IL LAVORO     Credo che una riflessione vada fatta in modo attento. Una piccola ricostruzione storica, prima di tutto, che veda coinvolte le passate generazioni. Penso di non sbagliare nel definire quella nostra, la prima tra tutte, che osserva, vede, analizza il futuro in modo negativo e preoccupato. Intendo dire che vede il crescere, giorno dopo giorno, dei nostri figli che osserviamo vivere la loro vita convinti dell'incertezza e della precarietà che li sta colpendo e li colpirà, inevitabilmente, nel prossimo futuro. Allora questa riflessione merita di essere fatta partendo da un analisi storica delle generazioni passate. Asserendo che proprio le generazioni passate, in primo luogo quelle contadine, mettevano al mondo tanti figli con la convinzione concreta e determinata che proprio i loro figli, un giorno, avrebbero mantenuto, accudito i loro padri continuando nel lavoro della terra, nel portare avanti l'agricoltura e trovare, cosi, il sostentamento per tante persone, per tutti i familiari. Per cui più erano i figli e più questo futuro era garantito. Oggi, noi siamo una delle prime generazioni a non vedere un futuro per i nostri figli, figuriamoci se roseo. E questa penso sia la netta, enorme differenza con la quale dobbiamo inevitabilmente convivere ma credere in un cambiamento. Anzi dobbiamo necessariamente studiare alternative, cercare strade nuove, percorsi sempre più architettonicamente complessi. Ed i risultati fin ora ottenuti sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Tutto ciò genera stress, stati d'ansia, forti preoccupazioni. Lo vediamo giornalmente. Non vogliamo la sofferenza dei nostri figli, nessuno vorrebbe una strada facile ma nemmeno patire sofferenze indicibili. Al contrario vorremmo una società dove, almeno il lavoro, non fosse un problema. E rimanendo ancorati ad un discorso storico mi piacerebbe sottolineare come la rivoluzione industriale spostò grandi, numerose masse contadine dal sud verso il nord prospettando, proprio a queste, una sorta di Eldorado, di felicità assoluta, di benessere. Sperando in una vita più agiata si trasferirono famiglie, paesi interi abbandonando le campagne per affollare quelle che sarebbero diventate, di li a poco, le città, quegli agglomerati urbani dove ambientarsi risultò difficile ed a volte impossibile.


Vorrei sottolineare: è certo che le masse contadine vengono spostate e convinte alle migrazioni come fa piacere alla politica. Se pensiamo che adesso si vorrebbero, con la forte crisi dell'agricoltura corrispondente ad una crisi sistemica spaventosa, svuotare le città e rimandare la gente bisognosa di lavoro ed affamata di nuovo a riempire le campagne abbiamo chiara l'idea di come la malafede politica raggiunga livelli insopportabili. Continuando vorrei, inoltre, fare una riflessione sulla tecnologia, il progresso tecnologico che ha portato grandi vantaggi agli imprenditori nella velocità, nel compiersi del ciclo industriale dimezzato nella tempistica, nell'impiego di risorse. Ma tutto questo non ha portato benefici sostanziali, economici nei lavoratori. Sicuramente no. Fatto 100 il guadagno da trarre per il progresso tecnologico, cosa, quanto è stato ricollocato a favore dei lavoratori? Poco o nulla. Mentre credo di poter sostenere che la tecnologia che avanza sia una vittoria sociale, sociale davvero non solo appartenente ad una classe. Una sola classe. E' vero, dobbiamo riconoscere di aver passato un momento storico ed economico di benessere che, se da un lato ha migliorato le nostre possibilità ed aspettative di vita, da un altro, probabilmente, ha smorzato, offuscato, annebbiato le nostre iniziative, le nostra idee, la nostra voglia di guardare avanti. Una sorta di periodo dove la vita facile ci ha spento. Accade, storicamente accade. Adesso è difficile, in momenti di crisi economica e sociale, tornare indietro per ricollocarci a ridosso del confine di difficoltà. Sacrificio, dovere, parole che oggi sembrano lontane quando le pronunciamo davanti ai nostri figli. Ma loro, i ragazzi non ne hanno colpa e non gradisco nemmeno che, con superficialità ed approssimazione qualcuno possa etichettarli come “bamboccioni”. Dobbiamo riconoscere che alcuni lavori, anche i più umili, non raccolgono il favore e la disponibilità di ragazzi laureati che hanno, ovviamente, impegnato la propria vita nello studio e nel realizzare qualcosa che li possa collocare nella completezza vera e personale. Adesso gli stessi dovrebbero sentirsi dire: “... vai a coltivare la terra, vai a lavare i piatti, vai a fare un lavoro per il quale non hai studiano e non hai passione...”. Ci vuole, poi, a sostenere... “... vabbè ma in tempi di magra!!!...” per poi sostenere che la colpa è la loro..... E' difficile inutile negarlo. E' molto difficile. E poi come dimenticare l'invasione di genti straniere che credevano di trovare nel nostro paese un paradiso dove riproporre le proprie radici. Mentre al contrario vanno a riempire quella sacca di disoccupazione o sotto occupazione quando non si parla, addirittura, di sfruttamento vero e proprio. E la fuga all'estero dei ragazzi, dei cervelli più meritevoli che non trovano spazio a causa dei tagli continui dei fondi nel settore dello sviluppo sociale che non attua politiche volte ad individuare una spinta forte verso la ricerca tecnologica. Questa cosiddetta fuga dei cervelli all'estero è sintomo di grande sconfitta per il nostro paese che viene privato di quelle potenzialità, oggi più che mai da intercettare, al fine di garantire un percorso tecnologico di alta definizione per tutti noi. Spendere risorse in modo sbagliato penso sia stato un atteggiamento, se non una volontà, dei governi passati e ribadito da quelli attuali.


Vorrei chiedere ma come si fa a concepire di costruire della fabbriche al sud?... facciamo un esempio a caso: le fabbriche di automobili per fare un ragionamento semplice ed ordinario. Fare macchine al sud significa: prendere il materiale, comprare la materia prima nel nord Europa, trasportarla a costi elevatissimi nel sud, costruire macchine per poi, alla fine della festa, riportarle al nord dove esiste un mercato, perchè al sud non c'è, perchè non sono vendibili per cui, riportarle al nord dove possano essere vendute. Tutto ciò non mi sembra ne logico ne conveniente. E poi, fatto da non dimenticare: se tutto ciò non funziona, cioè se tutto ciò provoca negatività di bilancio paga lo stato, interviene lo stato con salvataggi economici, con cassa integrazione. Cioè paghiamo noi, solo noi. Ma tutto questo può davvero sembrare conveniente? Pùò davvero sembrare una logica, seguire una logica economica? O, al contrario, diventa un contorsionismo antieconomico e sgradevole, stridente anche sotto l'aspetto umano e filosofico. Ma perchè, al contrario, non si può investire im modo serio, programmatico nell'agricoltura, perchè non investire nelle metodologie moderne, altamente moderne e tecnologiche nel settore dell'agricoltura, sfruttando l'area, il territorio altamente produttivo del nostro paese. Il clima che consente colture diverse ed uniche, invidiate in tutto il mondo. Rilanciare l'export che significherebbe dare nuova linfa, lanciarsi sui mercati emergenti o quelli più tradizionali per ricreare uno spiraglio economico dove inserirsi dopo aver perso troppo tempo ed essere rimasti indietro nel confronto con altri paesi. Per ritentare un coinvolgimento dei giovani in questo settore per creare degli agricoltori – manager in giacca e cravatta come avviene ormai da diversi anni in america. E così far lievitare e rigenerare una cultura ormai sull'orlo del collasso per lo svuotamento fisico delle campagne e il conseguente allontanamento dei valori di una storia contadina che è sempre stata fiore all'occhiello per il nostro paese. Ed ancora il settore del turismo. Organizzare una politica seria che invogli i giovani ad investire su se stessi come sulle proprie risorse al fine di sfruttare in senso buono, ovviamente, tutte le possibilità enormi di un paese che per tre quarti è bagnato dal mare. Come non vedere in questo vantaggio geografico opportunità di sviluppo e di crescita per il mezzogiorno? Come si fa a nascondersi, a celarsi dietro paraventi creati ad arte per non vedere nel nostro mare, nelle nostre coste, nelle nostre bellezze naturali una fonte inesauribile di opportunità. Non lo so. Ma sinceramente tutto questo mi sembra assurdo. Considerando anche che ci sono paesi del mediterraneo come la Grecia, la Tunisia che valorizzano siti archeologici importanti senz'altro ma che non raggiungono mai, mai il livello architettonico e culturale dei nostri. E lo dico per esperienza diretta, personale, aver visitato queste regioni dove si riescono a valorizzare


delle colonne, delle singole colonne o al contrario alcuni ritrovamenti direi insignificanti mentre noi lasciamo marcire posti talmente importanti che sono invidiati da tutto il mondo. Ed anche questo potrebbe fornire posti di lavoro, sinergie, contatti di rilevanza internazionale, rafforzare il turismo, che per antonomasia rappresenta un volano determinante per l'economia di un paese, specialmente il nostro. Ma, infine e concludendo, è triste, sarebbe triste pensare che si possa verificare il contrario di ciò che si è verificato nel secolo scorso dove i figli mantenevano i padri. Chissà saremo noi a mantenere i nostri figli, impossibilitati nel trovare un lavoro e semmai lo trovassero non avere le potenzialità e le caratteristiche economiche per diventare indipendenti. Comprarsi una casa, costituirsi una famiglia, costruirsi un futuro.

 


Il lavoro in una smart economy  

        Uno   dei   temi   maggiormente   dibattuto   è   quello   del   rilancio   dell’economia     anche   attraverso   la   creazione  di  occupazione.       Creare  occupazione  significa  valorizzare  le  competenze  ed  impiegarle  nel  sistema  economico  che  ha   subito   negli   ultimi   decenni   una   mutazione   genetica   importante,   che   divide   e   divarica.   Professioni   iperspecializzate  da  un  lato  e  mansioni  minime  dall’altro  sono  lo  specchio  della    disuguaglianza  sempre  più   radicata  tra  chi  detiene  la  cultura  digitale  e  chi  ne  rimane  ai  margini.     Tutte  le  grandi  innovazioni  hanno  trasformato  le  professioni:  i  ferrovieri  hanno  preso  il  posto  degli   stallieri,  i  contadini  sono  diventati  trasformatori,  la  classe  media  è  stata  incrementata  dai  tecnici,  riducendo   i  lavori  manuali.     L’impostazione  digitale  ,  invece,  elimina  senza  sostituire,  senza  creare  lavori  alternativi  se  non  nei   servizi  alla  persona,  settore,  tra  l’altro,  già  in  crisi.       Fa   riflettere   la   dichiarazione   resa   dal   consigliere   economico   di   Obama,   Larry   Summers   il   quale   sostiene  che  la  piena  occupazione  sarà  raggiunta  con  posti  di  lavoro  la  cui  specializzazione  dipenderà  dalla   profondità  della  piscina  dei  ricchi  che  si  è  chiamati  a  pulire.  L’affermazione  riecheggia  il  tema  della  fine  del   lavoro  di  cui  parlava    Jeremy  Rifkin  già  nel  1995  nel  suo  noto  saggio  La  fine  del  lavoro,  il  declino  della  forza   lavoro  globale  e  l'avvento  dell'era  post-­‐mercato.   Distribuire  il  reddito  prodotto  dall’economia  dei  robot  non  solo  a  poche  persone  rappresenta  un  problema   di  difficile  soluzione.  Mentre  scrivo  il  mio  pensiero  va  ai  140.000  lavoratori  della  Kodak  soppiantati  dai  13   dipendenti  iniziali  della  Istagram  nella  gestione  delle  immagini.     Questo   scenario   dovrebbe   indurre   a   superare   l’autoreferenzialità   dell’università   che   tende   a   riprodurre  le  proprie  cattedre,  i  propri  indirizzi,  i  propri  insegnamenti  per  orientarsi  a  un  futuro  di  grande   divaricazione  professionale  dove,  però,  con  una  nota  di  speranza,  possono  trovare  spazio  nuove  professioni   impiegate  nei  servizi  (culturali,  turistici,  di  assistenza)  in  paio  con  la  ricerca  dell’innovazione.      E’  necessario  ipotizzare  e  tentare  una  nuova  formazione  affinchè  la  fabbrica  dei  disoccupati  non  sia   l’unica  ad  essere  in  attivo  nell’economia  nazionale.  Occorre,  inoltre,  fare  anche  un  salto  culturale  e  rivedere  


il   concetto   tradizionale   di   gerarchia   nella   dignità   del   lavoro.   Non   esiste   una   gerarchia   nella   dignità   del   lavoro:   ogni   occupazione   è   nobile,   se   assistita   da   impegno   ,   serietà   e   senso   di   responsabilità.   Non   tutti   debbono/possono  trovare  occupazione  nel  terziario,  avanzato  e  non.     Senza  settore  primario  e  manifattura  non  esiste  benessere  economico.    

    La   smart   economy   non   può   essere   programmata   adottando   misure   assistenziali   che   sembrano   creare   occupazione   solo   per   motivi   elettorali   (la   nostra   storia,   anche   non   recente,   dovrebbe   dimostrare   quanti   disastri  ha  prodotto  tale  politica  di  governo).     Il  buonismo  serve  solo  a  creare  disillusioni  maggiori  delle  aspettative.          

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonella  Giordano  


10 Cose da non perdere a Parigi  

1.Fotografare  la  Tour  Eiffel  dal  Trocadero   E’  sicuramente  questo  il  punto  migliore  per  godersi  la  vista  della  torre  simbolo  di   Parigi.  Tra  una  foto  e  l’altra,  si  può  assistere  alle  performance  degli  artisti  di  strada   che  spesso  scelgono  questo  luogo  come  palcoscenico  per  le  loro  esibizioni.  Dopo  il   tramonto  e  fino  all  1  di  notte,  la  torre  brilla  a  intermittenza  per  5  minuti  ogni  ora:   uno  spettacolo  da  non  perdere.    

         

2.Salire  a  piedi  la  scalinata  del  Sacro  Cuore  

 

  Una  volta  arrivati  a  Montmatre,  è  possibile  prendere  una  funivia  che  porta  in  cima   alla  collina  sulla  quale  sorge  la  basilica  del  Sacro  Cuore.  Il  consiglio,  però,  è  di  salire  a   piedi  la  scalinata:  sarà  un  po’  faticoso,  ma  la  vista  della  città  che  diventa  più  nitida   ad  ogni  gradino  sarà  impagabile.    


3.Assaggiare  la  cucina  francese  

  La  Francia  è  famosa,  tra  le  altre  cose,  per  la  sua  cucina,  amata  e  apprezzata  in  tutto   il  mondo.  Se  si  capita  a  Parigi  non  si  può  non  cenare  in  qualche  ristorante   tipicamente  francese  in  cui  si  può  assaggiare  foie  gras,  escargot,  creme  brulee,   l’anatra  all’arancia  e  tante  altre  pietanze.  Segnalo  due  ristoranti  molto  buoni:  “Le   petit  chatelet”  (si  trova  accanto  alla  famosa  libreria  Shakespeare&Co,  nel  quartiere   Latino)  e  “Ribouldingue”  (consigliato  soprattutto  a  chi  ama  i  piatti  a  base  di  interiora   di  animali,  una  delle  specialità  della  cucina  francese).    

 


4.Fare  shopping     Parigi  è  una  delle  capitali  della  moda:  non  si  può  visitare  Parigi  senza  fare  qualche   compera!  I  luoghi  più  famosi  dove  fare  shopping  sono  gli  Champs  Elysees  e  le   gallerie  La  Fayette.    Se  siete  alla  ricerca  di  affari,  potete  visitare  il  quartiere  di  Saint   Denis,  pieno  di  negozi  che  vendono  all’ingrosso  (e  all’occorrenza  anche  al  dettaglio)   a  prezzi  stracciati.  Se  cercate,  invece,  beni  di  lusso  potete  visitare  Rue  de  la  Paix  (nei   dintorni  de  l’  Operà).      

5.Fare  un  picnic  ai  Giardini  di  Lussemburgo   Questo  è  uno  dei  posti  più  belli  di  Parigi,  soprattutto  in  primavera  e  in  estate,   quando  le  aiuole  del  parco  di  ricoprono  di  fiori  colorati.  E’  l’  ideale  per  fare  una  bella   passeggiata  rilassante,  fare  jogging  oppure  un  bel  picnic.      

 


6.Visitare  il  Louvre   E’  uno  dei  musei  più  famosi  del  mondo.    Contiene  oltre  380.000  opere  d’arte  e  per   visitarlo  bene  il  tempo  minimo  della  visita  deve  essere  di  3  ore.    Sarà  sicuramente   stancante,  ma  l’emozione  di  essere  a  pochi  centimetri  dalle  più  celebri  opere  d’arte   del  mondo  vi  ripagherà  di  tutta  la  fatica.      

         


7.Prendere  il  sole  a  Les  Tuileries   Il  giardino  de  Les  Tuileries  è  uno  dei  parchi  più  famosi  di  Parigi.  Si  estende  dal  Louvre   fino  a  Place  de  la  Concorde.  All’interno  del  giardino  c’è  uno  stagno  artificiale  nel   quale  i  bambini  si  divertono  a  far  navigare  dei  modellini  di  barche  a  vela.  Tutto   intorno  è  possibile  rilassarsi  e  prendere  il  sole  su  delle  sedie  in  ferro  battuto   sparpagliate  in  tutto  il  parco.    

     

8.Vedere  la  città  dalla  torre  di  Montparnasse   Se  volete  avere  la  vista  migliore  della  città  dall’alto,  salite  sulla  torre  di  Monparnasse   e  non  sulla  torre  Eiffel.  La  vista  da  Montparnasse,  infatti,  sarà  a  360  gradi  e  includerà   anche  la  torre  Eiffel  stessa  che  è  il  simbolo  indiscusso  di  Parigi.  


9.    Visitare  Notre  Dame   E’  una  delle  cattedrali  gotiche  più  celebri  del  mondo.    Da  visitare  anche  l’interno,   con  le  sue  vetrate  e  rosoni  meravigliosi.  E’  possibile  anche  salire  sulla  torre   campanaria  per  avere  una  splendida  vista  della  città  dall’alto  in  compagnia  dei   famosi  gargoiles.    


10.  Passeggiare  sulle  rive  della  Senna  di  sera   Parigi  è  sempre  bellissima,  ma  di  sera,  con  tutte  le  luci  accese,  è  ancora  più   emozionante.  Passeggiare  lungo  la  Senna  quando  è  buio  è  una  delle  cose  più   romantiche  che  esista.    Merita  anche  un  giro  sui  famosi  “bateau  mouche”,  i    battelli   che  portano  i  turisti  lungo  il  fiume:  potrebbe  sembrare  una  trovata  esclusivamente   turistica  e  di  poco  valore,  ma  offrono  una  bellissima  vista  della  città  da  una   prospettiva  diversa.  


La vita in sintesi Il termine “biologia” deriva dal greco e significa “studio della vita”, ovvero si occupa di studiare ciò che riguarda la vita in tutte le sue forme. Oggi nel mondo scientifico inizia a farsi strada la “biologia sintetica”: la prima volta che ne sentii parlare mi chiesi cosa potesse accumunare qualcosa di sintetico con la vita. Eppure questo nuovo ramo della scienza esiste, è in continua espansione e non è così irreale come può sembrare. Il termine fu introdotto per la prima volta nel 1974 dal genetista polacco Waclaw Szybalski ed attualmente è una disciplina che si pone a cavallo tra la scienza e l’ingegneria con l’obiettivo di sfruttare a nostro vantaggio i sistemi biologici, semplificandoli proprio tramite tecniche ingegneristiche. Mario Andrea Marchisio, post-doc presso l’ETH di Basilea, afferma che “la biologia sintetica vuole trasformare la biologia in una scienza ingegneristica […]. Prendiamo spunto dall’ingegneria elettronica e cerchiamo di replicare nelle cellule viventi lo stesso meccanismo di azione dei circuiti elettrici, con l’obiettivo di costruire dispositivi che consentano di ottenere un certo output a partire da un dato segnale di input”. Tutto ciò sembra tanto facile a dirsi, ma è molto complesso da realizzare: ci sono evidenti limitazioni tecniche, ma anche etiche nonché prevedibili polemiche sui possibili rischi cui si potrebbe andare incontro. Prima di mettere il cosiddetto carro davanti ai buoi, però, è opportuno analizzare le potenzialità della disciplina, i “pro” che potrebbe conferire alla società per poi metterli sulla bilancia con gli


svantaggi e trarne le dovute conclusioni. Le potenziali applicazioni della biologia sintetica nel campo medico sono notevoli. Si potrebbe cominciare dalla prevenzione delle malattie infettive: un gruppo di ricerca americano ha modificato il virus della poliomielite rendendolo meno aggressivo, risultato che potrebbe aprire la strada allo sviluppo di vaccini più sicuri (giusto per riallacciarmi al dibattito italiano tra MPR ed autismo del mese scorso). Ci sono moltissimi studi anche in campo oncologico: l’obiettivo è la creazione di sistemi di “Drug Delivery” intelligenti, ovvero sistemi di trasporto di farmaci all’interno dell’organismo in grado di neutralizzare in modo specifico le cellule tumorali, senza danneggiare quelle sane. Questo sarebbe un vero traguardo nel trattamento dei pazienti oncologici che sono attualmente sottoposti a cure debilitanti ed altamente tossiche che spesso devono essere necessariamente rinviate. Questi sistemi prevedono l’utilizzo di batteri modificati che percepiscono la presenza di tumori e tendono naturalmente a spostarsi verso di essi dove rilasciano le molecole che trasportano. Esistono diverse varianti di questa tecnica: alcuni batteri portano farmaci, altri attivano delle molecole rendendole tossiche per il tumore, mentre altri segnalano con marcatori fluorescenti le cellule cancerose per monitorarne l’evoluzione. Le prospettive appaiono quantomeno sono entusiasmanti, ma gli scienziati stessi frenano l’entusiasmo a favore della cautela: “Molti cercano di vendere la biologia sintetica come un mezzo per trovare la cura del cancro o altre malattie, ma ci vorranno ancora molti anni prima di vedere dei risultati in questa direzione”, avverte Marchisio. “Quando c’è di mezzo la salute, è bene non diffondere false speranze”. Teoricamente l’idea appare assolutamente geniale ed i limiti tecnologici potenzialmente superabili nei prossimi anni. Il problema principale sarà l’accettazione sociale: tutto ciò che Madre Natura crea è considerato inviolabile e la sua manipolazione fa insorgere timori e perplessità. Tuttavia, nonostante l’iniziale ostruzionismo, la storia insegna che il progresso scientifico e tecnologico è sempre riuscito ad affermarsi. Non ci resta che stare a vedere.


LA PROTEZIONE CIVILE

QUESTA SCONOSCIUTA

 

Sul   bollettino   ufficiale   della   Regione     Lazio   n.   17   del   27.2.   2014     è   stata   pubblicata  la  legge  regionale  n.  2  del  26  febbraio  2014  “Sistema  Integrato  regionale   di  Protezione  Civile,  istituzione  dell’Agenzia  Regionale  di  Protezione  Civile”    

  Prendendo   spunto   da   questo   importante   atto   amministrativo,   che   aggiorna   una   legislazione   regionale   vecchia   di   trenta   anni   e   che   illustreremo   più   avanti,   vogliamo  parlare  della  Protezione  Civile,  vitale  organo  istituzionale  dell’emergenza  e   dei  soccorsi.       Credo  che  per  molti  il  termine  Protezione  Civile  evochi  solamente    immagini  di   uomini  e  donne  in  divisa  blu  o  gialla  o  arancione  impegnati  in  attività  durante  eventi   sismici  o  alluvioni  o  nevicate.  Ma  cosa  c’è  dietro  questo  vero  e  proprio  “esercito  “,   quale   sia   il   colossale   sforzo   organizzativo,   quale   sia   la   struttura   preposta   ,   sono   convinto  che  sfugga  ai  più.  E’  opportuno  quindi  iniziare  con  un  po’  di  storia.     Possiamo   definire   la   Protezione   Civile   come   quel   complesso   delle   attività   svolte   per   preservare   vita,   beni,   insediamenti   ed   ambienti   dagli   effetti   nocivi   delle   calamità,  sia  naturali  che  di  altra  origine.    


La  prima  cosa  da  sapere  è  che    non  è  una  struttura  verticistica,  espressione  di  una   struttura  governativa  come  potrebbe  essere  un  qualunque  Ministero  bensì  fu  ideata   come   una     organizzazione   dipartimentale,   il   che   ha   permesso   che   ad   essa   accedessero   una   pluralità   di   soggetti,   che   nel   tempo   hanno   poi   creato   la   rete   del   volontariato  associativo.     Norme   sulla   Protezione   Civile   sono   indicate   genericamente   già   in   Costituzione:     gli   articoli   117   e   118   citano   la   Protezione   Civile   e   il   “Principio   di   sussidarietà”  con  cui  deve  operare.     Ma   solo   la   legge   nazionale     n.225   del   1992   creava   il   servizio   di   Protezione   Civile  e  ne  affidava  il  coordinamento  al  “  Dipartimento  della  Protezione  Civile”,  alla   cui   guida   è   attualmente  il  prefetto  Gabrielli  (  sicuramente  conosciuto  da  molti  per  il   recente     intervento   sulla   nave   “Concordia”   ).   Ne   stabiliva   i   compiti   di   Previsione,   Prevenzione,   Soccorso   ed   Assistenza   nelle   emergenze   e   superamento   delle   emergenze  .     Nel   2001   la   modifica   al   titolo   V   della   Costituzione   attuava   il   decentramento   amministrativo   e   stabiliva   che   la   Protezione   civile   era   materia   di   legislazione   concorrente   ove   la   competenza   è   delle   regioni   (   da   cui   le   leggi   regionali   sulla   materia)  fatti  salvi  i  principi  generali  dello  Stato.    

 


La  legge  100/2002  classificava  gli  eventi  in  circoscritti,  intensi,  straordinari  e  stabiliva     le   relative   competenze   degli   enti   locali,   delle   Province   e   dello   Stato   nonché   introduceva  un  importante  adempimento  affidato  ai  Comuni,  il  “Piano  Comunale  di   Protezione   Civile”,   atto   indispensabile   per   regolamentare   l’emergenza   nei   territori   comunali.  Su  questo  dobbiamo  constatare  che  in  molti  comuni  ancora  oggi  questo   piano   è   rimasto   sulla   carta,   vuoi   per   una   certa   indifferenza   delle   amministrazioni   sulle   attività   di   prevenzione,   vuoi   per   la   complessità   di   redazione   del   piano   che   comporta   anche   impegni   di   spesa   rilevanti   per   le   esigue   casse   comunali.   Per   la   popolazione,   rilevanti   in   questo   “Piano”   sono   le   cosiddette   “Aree   di   emergenza”   dove   devono   essere   raccolti   non   solo   gli   abitanti   ma   anche   i   mezzi   di   soccorso   e   i   soccorritori.       La   stessa   legge   stabiliva   inoltre   che,   a   livello   locale,   il   responsabile   della   protezione  civile  fosse  il  Sindaco.  Si  elencavano  anche    tutte  le  forze  che  avrebbero   dovuto   concorrere   alla   Protezione   Civile   -­‐   ben   24   -­‐     tra   le   quali   la   Croce   Rossa,     Vigili   del  fuoco  e  il  Volontariato  organizzato.  Quest’ultimo  è  la  vera  risorsa  aggiuntiva  del   Dipartimento.   E’   appunto   un   volontariato   organizzato,   quindi   non   lasciato   alla   libera   iniziativa  del  singolo.  Il  volontario  deve  essere  formato,  per  essere  veramente  utile   in   emergenza   e   per   farlo   bisogna   che   sia   associato   ad   una   delle   innumerevoli   Associazioni  del  territorio  nazionale.       Si  pensi  che  solo  nel  Lazio  sono  attive  più  di  700  associazioni  di  volontariato.   Con   la   direttiva   PCM   del   2013   viene   steso   il   Regolamento   di   partecipazione   delle   associazioni   di   volontariato.   Una   cosa   da   sottolineare   -­‐     che   è   bene   sia   di   dominio   pubblico  -­‐  è  la  assoluta  gratuità  degli  interventi  dei  volontari,  che  sacrificano  ore,  a   volte  giorni  o  mesi  della  loro  tempo,  spesso  consumando  ferie  se  soggetti  lavorativi,     nel  principio  della  solidarietà  e  della  mutua  assistenza.    

Vediamo  ora  le  innovazioni  della  nuova  legge  regionale  del  Lazio.  

  Dopo  aver  dettagliato  le  attività,  le  funzioni  e  i  compiti  del  sistema  integrato  di   protezione  civile  si  prosegue  con  l’organizzazione  delle  associazioni  di  volontariato  e   si   istituisce   la   Consulta   del   Volontariato,   organo   importante   che   introduce   il   volontariato  nella  cabina  di  regia  della  organizzazione  delle  emergenze.       Di   enorme   rilevanza   l’istituzione   della   Agenzia   Regionale   di   Protezione   Civile   a   cui   sono   affidati   i   compiti   di   adottare   gli   atti   amministrativi,   predisporre   il  


Programma   regionale,   dichiarare   lo   stato   di   calamità,   emanare   avvisi   di   allarme,   gestire   le   attività   del   volontariato,     istituire   il   Centro   Funzionale   Multirischio   con   annessa  Sala  Operativa,  impostare  studi  del  territorio  ed  organizzare  la  formazione   permanente.  Vengono  inoltre  istituiti  altri  Centri  Regionali  come  il  COR  e  il  COREM  a   cui  sono  affidati  specifici  compiti.      

      In   definitiva   una   ottima   legge   bipartisan   che,   speriamo   non   rimanga,   come   purtroppo   accaduto   in     altre   occasioni,   una   cornice   vuota   e   che   le   forse   eccessive   strutture   di   nuova   istituzione   non   siano   di   impaccio   ad  interventi  di  emergenza  che,   come  tali,  devono  essere  i  più  snelli  e  d  efficaci  possibili.       Con   la   speranza   che   queste   poche   righe   contribuiscano   ad   una   novellata     percezione,  da  parte  del  cittadino,  del  volontario  di  protezione  civile  a  cui  rivolgersi   in  caso  di  richiesta  di  aiuto      nelle  calamità  o  eventi  avversi.                                                                                                                                                                                  Giovanni  Melogli  


“Dietro il Sipario”

  GIANLUCA  SERRATORE:     IL  FUMETTISTA  CLANDESTINO   NELLA  TERRA  DEI  NARRANTI      

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Ho sempre creduto che ogni uomo, ogni essere vivente abbia una diversa percezione del mondo, delle persone e della vita. Così come abbiamo una diversa percezione dell’arte. Proprio quest’ultima può avere diverse collocazioni, diverse espressioni, diverse sfaccettature che non sempre sono omologate da chi dovrebbe occuparsene. Personalmente reputo arte qualsiasi espressione che riesca a darmi emozione. L’emozione è data da impulsi che corrono sottopelle e un impulso emotivo non è classificabile. L’arte è l’emozione che si proietta e si concretizza nelle piccole cose di ogni giorno, nei gesti quotidiani, nel lavoro e anche nelle grandi passioni. Quindi il fumetto, per me, è un’arte. L’uomo che Vi presento oggi, è un uomo che vive di passioni. Un uomo, un artista che con i suoi disegni, con il suo tratto profondo ci racconta storie romantiche, nostalgiche e di un amore antico. Gianluca Serratore. Gianluca è un talento puro. I suoi disegni e le sue storie posseggono un carattere distintivo. Sono pieni di sfumature e dettagli che si fondono dando un taglio profondo ai suoi lavori. Le immagini che illustra, si intersecano magicamente fino a fondersi in storie personali che affascinano il lettore. Il fumetto spesso è considerato un surrogato dell'arte. Molta gente storce il naso quanto si accosta un fumetto ad un quadro. Alcuni critici vorrebbero catechizzarci col classico refrain che etichetta il mondo delle nuvole come uno svago per bambini. Credo invece che stiamo parlando di arte in entrambi i casi. Gianluca Serratore è proprio l’eccezione che conferma la regola. Nasce a Roma dove vive e lavora. Ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti e ha partecipato al corso di illustrazione del maestro Svjetlan Junakovic. Ha all’attivo diversi lavori tra cui ha sceneggiato e disegnato la vita a fumetti di San Francesco d’Assisi per la rivista “San Francesco Patrono d’Italia”. È il papà fumettistico di Zeto, pagliaccio di strada antieroe, pubblicato dalla Creazioni Printamente Edizioni. A gennaio del 2014 ha partecipato al cortometraggio “Raccontami una favola”, di Ettore Farrauto e Victor Daniel, disegnando le illustrazioni che danno corpo al racconto di una fiaba da parte di un padre alla figlia. Personalmente lo conosco da quando eravamo bambini, da quando le nostre famiglie si frequentavano e noi giocavamo a pallone nella cameretta mentre nel salone si cenava. Lo conosco da quando si scherzava in modo spensierato e da quando incominciava a disegnare sulla carta i primi fumetti che parlavano di calcio. All’epoca avevamo due caratteri sensibili, eravamo due ragazzini che sognavamo un mondo diverso che implodeva per troppa fantasia. Ora che siamo diventati uomini e padri, ho potuto constatare che siamo diventati più sognatori di quando lo eravamo allora. Il caso ha voluto che quando ci siamo rivisti, abbiamo scoperto di lavorare per la stessa azienda. È stato quindi inevitabile riallacciare i contatti e provare ad incastrare i nostri concetti artistici. Lui disegnatore, Illustratore e ritrattista, io narratore e poeta. Abbiamo creato qualche fumetto assieme e collaborato ad un progetto che ancora sta andando avanti. L’amicizia che ho con Gianluca è una di quelle poche cose di cui vado fiero.

Gianluca, ti conosco da tantissimo tempo e so che persona sei sia a livello artistico che personale. Tu non sei solo un disegnatore di fumetti sei qualcosa di più. Come ti definiresti? Non è facile dare una risposta ma credo che la definizione più giusta è che io mi vedo come un “Cantastoriedisegnate”. Forse la sensazione che ti do, di non essere solo un fumettista, dipende dal fatto che per me, il motore di tutto è il racconto delle emozioni. Il fumetto è solo un mezzo che ho a disposizione per farlo.

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Quando hai scoperto di avere l’ispirazione giusta che ha fatto di te oggi un artista completo e di livello? Ammesso che si possa parlare di arte, la scoperta dell’ispirazione, nel mio caso è avvenuta in maniera progressiva. Ho cominciato a disegnare da piccolo, seguendo l’impronta di mia madre molto brava nel disegno artistico, e ampliando successivamente il mio campo con la passione per la scrittura. Ho fatto un passo dopo l’altro fino a quando è stato inevitabile ammettere che quella intrapresa, era la mia strada. La strada giusta! Che importanza ha avuto frequentare la Scuola Romana dei Fumetti? Fondamentale. È stato un percorso di tre anni. È stato come entrare in una bottega d’arte e imparare dai grandi maestri del fumetto italiano e confrontandomi costantemente con gli altri allievi del corso. Ho scoperto un mondo sconosciuto. Ho imparato le tecniche di disegno, l’inchiostrazione e la narrazione. In pratica tutti i trucchi del mestiere. Un apprendistato favoloso a stretto contatto con i professionisti un po’ come succede quando devi imparare un mestiere.

Qual è il significato profondo che tu dai all’arte del fumetto? Per me arte significa introspezione. È il luogo dove tento di arrivare in ogni mia storia. Il fumetto mi da la possibilità di arrivarci facendo leva sull’ascolto e sulla vista del lettore. Questi due modi di interloquire con chi legge, fanno sì che nel momento della narrazione posso scegliere se far passare un concetto con un’immagine o con il testo.

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Quali sono le tecniche che prediligi e come si è evoluto il tuo tratto nel tempo? Le tecniche principali sono due: la matita e l’acquerello. La prima è malleabile, si adatta molto alla mia ricerca di dettagli ed è molto gestibile davanti ad errori o ripensamenti. La seconda è molto pittorica e mi affascina per la sua freschezza. L’evoluzione del tratto è passata attraverso molti cambiamenti (e molti ne attraverserà ancora) cominciando dall’inchiostrazione classica con i pennelli e i pennarelli. È una tecnica imparata alla scuola del fumetto, ma che in verità non ho mai sentito mia. È troppo rigida per il mio carattere, tanto che con il tempo sono passato alla mezzatinta (inchiostro diluito) e poi all’acquerello.

Come ti collochi all’interno del mondo dell’arte? Che importanza dai a ciò che produci? La sensazione che provo è strana, è una sensazione che devo mettere ancora ben a fuoco. È come entrare con il biglietto pagato in un teatro e scoprire che sulla mia poltrona qualcuno ha messo già il suo cappello per occupare il posto. Sto studiando questa sensazione per capire se effettivamente quello è il mio posto e nel frattempo tutto il mio impegno è speso a migliorare la mia tecnica sia nel disegno che nella narrazione. Tutto quello che disegno, che racconto, ha per me un’importanza totale, perché tra quei segni a matita e in quelle parole metto tutto me stesso. E così proseguo una ricerca interiore iniziata molti anni fa e che non è ancora terminata. Le tue storie sono spesso improntate sul tema sociale e religioso. Quanto pensi sia importante veicolare questi messaggi nella società attuale che appare sempre più lontana da queste tematiche? Più che sociale e religioso, direi che nelle mie storie racconto il rapporto che ho con gli altri. In particolare quel rapporto speciale che mi lega agli indifesi. Ma soprattutto il rapporto che ho con me stesso, la parte più profonda, quella che sto imparando a conoscere vivendo la mia vita. Due mondi, quello esteriore e quello interiore, che provo a capire e a proteggere. Diciamo che certi messaggi, più che veicolarli nella società attuale, li racconto a me. Se riesco a strappare una riflessione o un sorriso non posso che esserne orgoglioso. Come disse un personaggio famoso duemila anni fa, sono i malati che hanno più bisogno di un medico (sorride).

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Come fumettista hai firmato diversi lavori. Sbaglio se dico che quello su San Francesco ha rappresentato un’esperienza diversa, importante? È proprio così. La biografia di San Francesco a fumetti ha segnato un momento importante per la mia vita, sia come disegnatore che come uomo. In campo professionale è stato il mio primo serio impegno nei confronti di un “cliente” che ha deciso di pubblicare il mio lavoro. Puoi immaginare la responsabilità e la soddisfazione che ho vissuto in quei mesi anche perché la rivista che lo ha pubblicato è di Assisi. Tutto questo è successo in un periodo buio della mia vita e, con la realizzazione di questa storia, ho mosso i primi passi verso una luce nuova. In quel lavoro ho messo quanto appreso fino allora su quel mondo interiore di cui ti ho parlato poco fa. Come nasce una storia a fumetti? Nasce dall’osservazione di ciò che mi circonda. Dall’esigenza di raccontare qualcosa che mi ha colpito, che mi ha emozionato, che mi ha fatto stare male o che mi ha fatto ridere. Nasce dal bisogno di condividere qualche mia piccola vittoria e di dare libero sfogo al mio umore. Tecnicamente succede che, dopo l’input primitivo del tutto mentale, spesso onirico, metto nero su bianco l’idea dando una forma logica al sogno che ho in testa. Infine, dopo aver definito con la sceneggiatura ogni tavola che comporrà il fumetto, comincio a disegnare. Prima si esegue lo studio dei personaggi e poi passo alle tavole vere e proprie. “Zeto” è la tua splendida creatura e non rappresenta solo un Alter Ego artistico ma è qualcosa di più. È un progetto che in passato ha visto anche a me coinvolto nelle vesti di sceneggiatore. E’ un progetto che lentamente si sta sviluppando e che mi ha appassionato sin dall’inizio. Ti va di parlarcene in maniera più approfondita? Zeto è un personaggio nato nel 2005, dopo una lunga gestazione mentale della quale non sono stato subito cosciente. Ha preso corpo nel 2007 quando l’attuale editore ha letto una mia storia a fumetti e mi ha proposto di creare un progetto insieme che raccontasse storie a un pubblico adulto. Abbiamo così iniziato a buttare le basi, io quelle grafiche, lui quelle burocratiche e di redazione. Il personaggio è un pagliaccio di strada. Ho scelto lui per il suo aspetto, perché proprio quando cade, quando sembra stupido, quando è smarrito, proprio in quel momento lui è presente a se stesso è dietro quell’irrazionalità, progetta il modo di far ridere gli altri, spostandogli più in là i pensieri di ogni giorno. L’ho scelto perché la sua è una fragilità che nasconde il coraggio di essere se stesso. A lui ho affidato la pazzia di essere leggero, di voltarsi e andarsene, di affrontare quello che a me spaventa. L’ho scelto perché lui, come me, sa piangere davanti alla bellezza, davanti a quei momenti in cui per un istante intuiamo la verità. Zeto vuole raccontare un mondo-uomo sotto ogni punto di vista, per questo viene raccontato da diversi sceneggiatori e disegnato da vari fumettisti, per dirci che nella vita possiamo fare cose belle e cose di cui ci vergogniamo un po’, che ci sono giorni in cui arretriamo davanti ad una responsabilità e giorni in cui siamo pronti a tutto pur di difendere qualcuno che ne ha bisogno. Nei 13 numeri finora pubblicati e nel 14° in uscita a giugno, abbiamo fatto raccontare al nostro personaggio storie su Birkenau, sulle morti bianche, sull’amore per una prostituta, sulla violenza sui minori, sul rapporto difficile tra uomini e donne e sull’amore sacro di una coppia, su un romanzo famosissimo, sulla guerra e sul cinema. Abbiamo raccontato sempre con serietà e ironia, divertendoci come in “Guantanamera”, storia di sogni e di tradimenti di coppia, realizzata assieme, te lo ricordi? Io e te, dove alla passione abbiamo mescolato la nostra amicizia.

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So che sei impegnato su vari fronti artistici. Quali sono i progetti futuri più importanti in scadenza? Il 12 e il 13 maggio, alla presenza del sindaco di Roma, Ignazio Marino, sarà presentato e proiettato il mio cortometraggio IL PAESE DELLE BETULLE (primo numero di Zeto del quale ho curato la sceneggiatura e i disegni) e della mostra delle tavole originali alla Sala Santa Rita vicino il Tetro di Marcello. L’evento è promosso da Roma Capitale in collaborazione con la Comunità Ebraica di Roma, Aned Roma e Progetto Dreyfus. Sempre a maggio comincerò a lavorare allo storyboard del film IO ESCO della stARTup. Mentre a giugno uscirà il numero 14 di Zeto, scritto da Fabio Bogliotti e il sottoscritto. Ho disegnato insieme a due bravissimi fumettisti, Biagio Leone e Giuseppe Latanza. Una storia che racconta l’epopea del cinema mondiale girato nella città di Ladispoli, dal 1937 ad oggi. Capolavori come IL SORPASSO di Dino Risi, LA BIBBIA di John Houston, LA GRANDE GUERRA di Mario Monicelli, UMBERTO D. di Vittorio De Sica e molti altri. Alla pubblicazione del fumetto seguiranno la presentazione del numero 14 alla mostra del fumetto e del cinema di Ladispoli e alcuni incontri con le scuole della cittadina balneare. E…Nel frattempo continua con la mia attività di ritrattista. Ti aspetti ancora che, un giorno, questa passione possa diventare una professione? Sì, certo! Non so se mai ci riuscirò, non dipende solo da me. Ma sono convinto che farò tutto il possibile perché questo sogno si realizzi.

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Io non posso che farti il mio in bocca al lupo. Tu sai quanto ti stimo e quanto creda che la tua passione si trasformi in arte ogni volta che poggi la tua matita sul foglio. Grazie Gianluca! Grazie a te per l’opportunità e in un saluto a tutti i lettori di Diffidare Dalle Imitazioni.

Tutto quello che riguarda i fumetti, i ritratti, le curiosità e le nuove iniziative in cui sarà coinvolto Gianluca Serratore, le potete trovare cliccando i link riportati qui sotto.

A cura di Alessandro Nobili Gianluca Serratore Email: gianlucaserratore@yahoo.it Web: www.giallogianluca.it COME NASCE UN BACIO… http://youtu.be/fz8zTt6owpQ

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Rivista Diffidare dalle Imitazioni nr.4