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A volte mi domando cosa mi spinge dopo tanti anni di impegno nella comunicazione e nel sociale a continuare , a credere, ad impegnarsi nonostante il momento che sta attraversando questo nostro “strano” Paese sia di una gravità e di una complessità estrema . Poi mi dico che, al contrario, è proprio adesso che non dobbiamo mollare, non dobbiamo cedere nemmeno un centimetro, mantenendo sempre alta l'attenzione e l'impegno. Non dobbiamo cedere proprio ora. Dobbiamo farlo per i giovani, i nostri ragazzi. E poi c'è il “sogno” da realizzare a tutti i costi. Costi quel che costi. E proprio quello che vi impegnerete ad sfogliare adesso, queste righe che vi appresterete a leggere è il concretizzarsi di un sogno. Cercato, voluto, quasi preteso. Una rivista che parlasse alla Gente. Che raccontasse in un modo diverso, attento, scrupoloso e sentito la verità della vita, del momento storico che stiamo vivendo. Lo dico con molta fermezza: non mi piace la comunicazione odierna. Assolutamente. La trovo invasa ed invasata, pervasa da indottrinamenti secolari dove le aderenze politiche, le connivenze con le alte sfere dettano le regole, dove la strumentalizzazione dei fatti come dei racconti scelgono percorsi impercorribili. L'immagine che trionfa, l'estetica che sovrasta l'ingegno, l'intelligenza, la cultura. Vorrei sdoganare, o perlomeno, tentare di farlo, queste complesse falsità scoprendo l'esistenza di una strada al centro che sia percorribile da tutti. Una strada centrale e non inquinata, una strada che si allontani dall'asse di equilibrio ma che sia reale e credibile. La critica. Vera. Vorrei dare voce a coloro, quelle persone che sono isolate, emarginate, che non hanno la giusta rappresentanza sociale. Lasciati in disparte proprio dalla comunicazione. Devono essere loro a far parte dei nostri racconti, dei nostri articoli, della nostra voglia di espressione alternativa. Un grazie davvero speciale al Direttore Responsabile, dottor Leone Barozzi che ha consentito che questo sogno si realizzasse credendo immediatamente in questo lavoro, in questo progetto complesso, faticoso ma colmo di voglia di fare e, speriamo, di grande soddisfazione. Infine, un ringraziamento ai collaboratori che mi piace citare uno ad uno: Alessandro Nobili, Alfredo Iannello, Claudio Coen Belinfanti, Daniela De Angelis, Daniele Andreoni, Donatella Ghinassi, Francesca Martinetto, Giovanni Melogli, Marco Polimadei, Massimiliano Zitelli Conti, Max Proietti, Nicolò Gentili, Pamela Di Lodovico, Paolo D'Amanzo. Il loro entusiasmo, le loro idee, la loro scrittura, la loro professionalità, la loro passione sarà quel contributo speciale che caratterizza la riuscita di un prodotto come vorrebbe, vuole essere “Diffidare Dalle Imitazioni”.

Buona lettura a tutti. Pierpaolo Gentili


Proprio m entre mi accing evo a scrivere il redazionale per il nostro num ero Zero e m i interrogavo sull'argom ento da trattare, da poter sviscerare in m odo critico, e proprio quando m i ero convinto che iniziare questa nuova avventura con un' artico lo sulla co m unicazio ne e do ve questa stesse andando, si stesse collocando, fosse la strada giusta, è giunta la notizia della m orte di N elson M andela. La notizia non ci ha preso alla sprovvista per la m alattia che da tem po lo affliggeva.. N elson M andela è andato ad unirsi a tutti quei personaggi di spessore che hanno “costruito” il secolo scorso caratterizzandolo e contribuendo nella stesura di un periodo storico che rim arrà difficile da criticare com e da rivisitare. D efinire M andela un costruttore di rivoluzioni m i sem bra opportuno e doveroso. Aver condotto una vita nel com battere le diversità, averlo fatto in concreto m a anche nell'espressione di una volontà com po rtam entale che lo ha visto G iusto tra i G iusti. Viatico attento e prezioso quello condotto nella sua esistenza dal leader sudafricano m a che purtroppo lascia un continente ed un paese, in particolare, ancora in preda a forti diseguaglianze sociali, rigurgiti razzisti – m a poi m ai sopiti? - ed una incredibile crisi eco no m ica. La dom anda lecita da porci credo sia quale futuro attenda o ra il S udafrica o rfano no n so ltanto del figlio prediletto m a anche del personaggio dal carism a internazio nale, catalizzatore di idee, a volte discordanti, m a percettore di possibilità da cog liere nell'im m ediatezza.


M adiba andrà ad unirsi a quegli uom ini politici dalle idee vicine, dalle ideologie divergenti, da quelle convergenti, dal pensiero filosoficolo ntano , dal m o do di vedere la vita lo ntanissim o , si unirà, allo ra, a tutti co lo ro che hanno scritto la Storia del 1900. Sostengo questo perché la Storia ci ha insegnato com e g li uo m ini co ndannano ed assolvono altri uo m ini m entre pro prio la Sto ria asso lve e condanna perso nag g i ribaltando certezze ed ovvietà date per scontate. Sarà questo il caso di M andela? N on lo sarà? D ifficile dirlo dopo qualche gio rno dalla sua scom parsa m a il Tem po, dilatatore di spazi, saprà senz'altro essere quel giudice attento e capace che tutti co nosciam o. M a il problem a più urgente, quello che fa trem are i polsi è uno soltanto: chi sarà il successore? C hi saprà racco gliere un' eredità tanto scom oda, pesante? C hi potrà raccogliere il testim one di una sfida lasciata incom pleta in un m om ento dove il m ondo intero – quello occidentale in particolare – è interessato e distratto da problem i enorm i che vedono la crisi del capitale, l'annientam ento del sociale, la crisi del l'alta finanza? N elson M andela troverà sicuram ente posto accanto a M artin Luter K ing anche lui ico na della lo tta al razzism o , della battag lia per sco nfig g ere la diversità, m a entram bi distanti, alm eno secondo m e, dalla figura che è riuscita a ribaltare il concetto del m o ndo, ad effettuare una sorta di irripetibile capovolgim ento del pensiero che si chiam a M ahatm a G andhi. C oncludendo vorrei soltanto ricordare un m om ento, un fotogram m a isolato dall' im m enso tributo funebre che il m ondo intero ha reso a M adiba: la stretta di m ano di O bam a a R aul C astro. Ed, allora, che il sogno continui.

Pierpaolo G entili


GAP ? GAP , GAS, GAI ... "

Gap " viene tradotto in italiano con il

termine " divario ". Esiste un gap di Pil in economia, un gap previdenziale, un gap di crescita tra l'Italia ed i paesi emergenti . Questa rubrica ha tuttavia la presunzione di cominciare a colmare un gap informativo con una pagina economica che non si soffermi sull'andamento dei mercati finanziari ma sui fenomeni, le reazioni e gli antidoti che si stanno sviluppando in una società in tempo di crisi. E' di un altro " gap " quindi che si tratterà ovvero del G.A.P. , Gruppo di Acquisto Popolare e del G.A.S. , Gruppo di Acquisto Solidale. Un gruppo di acquisto e' un insieme di consumatori che si organizzano per fare la spesa in comune rivolgendosi direttamente al produttore ed evitando pertanto i costi dovuti alla distribuzione e spesso al trasporto. Più il gruppo si amplia più cresce il peso contrattuale nei confronti del fornitore , altro fornitore, consente controllo e risparmio e contribuisce all'economia del territorio. Viene , nella più parte dei casi, richiesta una tessera

elemento che contribuisce al risparmio sul prezzo finale delle merci , solitamente generi alimentari e precipuamente di prima necessità quali pasta, olio, riso, pane. Gli aderenti stilano una lista di prodotti che viene utilizzata per i singoli ordini che sommati conducono ad un unico ordine di gruppo da trasmettere ai fornitori. Le merci vengono consegnate e ripartite solitamente con cadenza settimanale . I

Gas , Gruppi di Acquisto Solidale ,

il

primo dei quali fondato a Fidenza (PR) nel 1994, coniugano la finalità del risparmio con quelle del controllo della qualità del prodotto, del rispetto dell'ambiente e del legame con il territorio. Fornendosi da produttori locali, per lo più di piccole dimensioni, i Gas sono in grado non solo di influire sul prezzo ma di selezionare coloro che rispondano ai requisiti suddetti ed in parte di favorire comportamenti virtuosi nell' ambito processo produttivo. Il contatto diretto, attuato anche mediante la nomina di un referente di gruppo per ciascun sociale con contributo contenuto volto a coprire i costi amministrativi.


I

Gap , Gruppi di Acquisto Popolare ,

sigla mutuata dalle organizzazioni partigiane, nascono per iniziativa va dei circoli del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) . Il fine in questo caso si arricchisce di contenuti politici, primo fra i quali il contrasto della diminuzione del potere di acquisto di salari e pensioni. L' organizzazione prevede la presenza za di un organo provinciale che contratta i prezzi con i produttori, previa verifica della qualità delle merci e del rispetto della dignità della forza lavoro nel processo produttivo. All'organo provinciale fanno riferimento i singoli gruppi per l'acquisto sto dei beni richiesti dagli associati. La tessera sociale prevede il costo simbolico di un euro. Esempio recente di applicazione del gruppo di acquisto e' l'iniziativa dell'associazione Altroconsumo che sulla base delle precedenti esperienze di Olanda e Portogallo, ha promosso la campagna " Abbassa la bolletta " ovvero un' asta per la fornitura di energia elettrica e gas che ha consentito ai consumatori aderenti (circa 191.000 ) di "tagliare " i costi energetici. Gruppi spontanei di acquisto anche di dimensioni imensioni estremamente ridotte, continuano a costituirsi per le più svariate esigenze. Una curiosità: si stanno formando gruppi anche per l'acquisto di automobili. E' quanto e' avvenuto con il

GAI

l'accento: 'accento: legame col territorio, finalità sociale, acquisto mono-prodotto, mono risparmio energetico. A noi interessa, come premesso, preme segnalare un fenomeno o se si vuole uno strumento che grazie all'associazione di individui esprime una forza collettiva che prova a fronteggiare momenti di difficoltà. Del resto non è questa “ ab origine “ la principale arma di difesa dell'uomo?

, Gruppo di

Acquisto Ibrido , dedicato a chi sia intenzionato to ad acquistare un' auto con alimentazione ibrida. Sembra un boom ! Gas, Gap, Gai : al consumatore la scelta su dove mettere

Massimiliano Zitelli Conti


SANITA’ IN ITALIA? “ Dottò ma come io so esente !! ”

Frase tipica del tipico Italiano esente (apparente) dal pagamento del ticket del Sistema Sanitario. Lo stato sociale, cardine della nostra Costituzione, prevede il sostegno delle fasce deboli del nostro Paese, di conseguenza gli indigenti sono esentati in parte o in toto dal contributo alla spesa sanitaria. Lo status di indigenza si ottiene con autocertificazione, sissignore con autocertificazione. Lapalissiano e stomachevole l’abuso che se ne fa. Da anni abbiamo una tesserina magnetica azzurrina, fornita ad ogni italiano e costata l’ira di Dio. Tale tesserina doveva contenere tutta la nostra storia clinica, utile alla valutazione sanitaria del paziente. Chiaramente non funzionante, potrebbe però essere usata per caricare annualmente i redditi reali e non autocertificati disponibile all’Agenzia delle Entrate. Si avrebbe un risparmio fenomenale e immediato, che colmerebbe in parte il pozzo di S. Patrizio che è la nostra Sanità. Meditate.

Alfredo Iannello


Il Lavoro ... I nostri padri costituenti ebbero la grande idea di mettere al primo posto della Costituzione l’articolo che sancisce al LAVORO il ruolo cardine su cui fondare una Repubblica. Nel corso degli anni abbiamo assistito ad un lento ed inesorabile declassamento di tutto ciò, e chi vi scrive proverà a raccontare la propria esperienza per cercare di migliorare questa galassia chiamata LAVORO, con l’obiettivo di dare il proprio contributo affinché possano essere eliminate nel tempo situazioni ni come amministrazioni fraudolente, lavoro nero, sfruttamento del lavoro minorile, immigrazione, morti bianche e tutte quelle tragedie che il disagio di non avere un LAVORO dignitoso e regolare provoca. E’ troppo semplice dire “NON C’E’ LAVORO PER COLPA DELLA CRISI”. Molte situazioni di perdita di LAVORO sono frutto di speculazioni atroci e spietate portate avanti da personaggi etichettati come imprenditori ma che in realtà, con le loro azioni scellerate, hanno prodotto disoccupazione con conseguenti danni dann morali e fisici degni di una vera guerra. Credetemi, non sto esagerando. Senza un LAVORO non si può progettare un futuro di vita tranquilla per Noi ed i nostri Figli.

Tutto questo è accaduto a circa 2000 lavoratori della Olivetti (di cui io ero alle dipendenze ndenze dal 1985) e Bull confluiti in una società chiamata Eutelia per poi essere messi in mezzo ad una strada con una Cessione di ramo d’azienda ad una fantomatica ed inesistente società in mano a dei truffatori professionisti, e tutto ciò si sarebbe dovuto dovut e potuto evitare. I primi a giocare con questa situazione sono state le famose istituzioni, Governo e ministeri vari, che hanno avallato questi processi e messo alla berlina di questi delinquenti il meglio dell’informatica in Italia. Tutto cominciò con ill protrarsi del mancato pagamento degli stipendi (5 mesi) che portò noi lavoratori (la maggior parte oltre i 50 anni) a prendere una decisione alquanto drastica e dolorosa: entrare in uno stato di assemblea permanente in azienda e bloccare le attività ttività lavorative tranne quelle che prevedevano penali pesanti in caso di inadempimento dei servizi. E tutto questo per poter in qualche modo dar voce al nostro enorme disagio. Da qui iniziò un periodo che rimarrà scolpito nel tempo e che nessun politico o uomo di potere potrà mai cancellare.


I rapporti tra colleghi che fino a quel momento erano prettamente di lavoro e non di amicizia, si sono trasformati in legami di acciaio che durano ancora oggi nella maggior parte dei casi. Condividere un piatto di pasta, sta, dormire nello stessa stanza, manifestare continuamente contro quella situazione, ha portato tutti noi a vedere non più solamente l’aspetto triste della perdita del lavoro, ma ad essere disposti ad andare oltre l’ostacolo qualora ce ne fosse stato bisogno. E così fu anche alle ore 5 del mattino del 10 novembre 2009, quando l’allora amministratore delegato dell’Eutelia, Samuele Landi insieme a 15 guardie private armate di piedi di porco e manganelli fecero irruzione forzando le porte della sede di Roma e spacciandosi per Polizia di stato ci intimarono di lasciare immediatamente la sede. http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/0 9_novembre_10/eutelia_blitz1601987708058.shtml http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/eco nomia/crisi-43/blitz-agile-exeutelia/blitz exeutelia/blitzagile-exeutelia.html http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/ Economia%20e%20Lavoro/2009/11/irruzione -agile-ex-eutelia-guardieroma.shtml?uuid=3a725070-cdfd cdfd-11de-b9f03e218276b82d http://mariannamadia.ilcannocchiale.it/2010/0 //mariannamadia.ilcannocchiale.it/2010/0 2/04/la_denuncia_di_landi.html http://www.romatoday.it/cronaca/video http://www.romatoday.it/cronaca/video-

irruzione-landi-e-vigilantes vigilantes-eutelia-roma.html Daa quel giorno in poi la vicenda venne finalmente messa in luce come meritava, e tutti Noi cominciammo a coltivare l’idea che dinanzi ad una azione così scellerata quanto violenta, si potesse riuscire a scardinare il muro tra la politica e le decisioni che questa deve prendere in questi casi. Era tutto molto chiaro: 1)) Acquisisco due società in difficoltà economica conomica con tutti i loro contratti (anche prestigiosi) e il personale che ci lavora; 2) Faccio una “scrematura” di contratti in perdita e persone che danno anno fastidio; 3) Faccio una cessione di ramo d’azienda ad una società inesistente gestita da professionisti del settore che deve solo pensare a come far “sparire” i lavoratori che a quel punto non servono più perché mi sono tenuto i contratti in essere che c portano ricavi. ED IL GIOCO E’ FATTO!!!!! Tutto questo con il silente benestare dei vari governi (Prodi prima e Berlusconi poi) che hanno sempre ritenuto questi passaggi regolari e che avrebbero garantito sempre lavoro. TUTTE MENZOGNE!!!! Ci hanno per anni nni illusi di poter trovare una soluzione, ma guarda caso gli incontri nei vari ministeri venivano sempre dopo le mosse di questi delinquenti. Ora c’è una magistratura apparentemente non corrotta e pulita che sta cominciando a dare sentenze favorevoli ai lavoratori, avoratori, con


condanne di primo grado agli autori di questa mattanza, ma ancora oggi circa 800 lavoratori sono ancora senza un impiego e fanno miracoli per sopravvivere con la cassa integrazione pagata con i soldi di altri lavoratori che a loro volta lottano per mantenersi un lavoro ed uno stipendio sempre piÚ misero. Nei prossimi articoli cercherò di entrare nel racconto di quei cinque mesi di lotta in cui padri e madri di famiglia hanno tentato di difendere il proprio posto di lavoro.

Marco Polimadei


“I forconi e gli interrogativi”

I movimenti spontanei sono di difficile interpretazione. Lasciano interrogativi durante il loro percorso e varie interpretazioni. E questo accade specialmente nell'immediatezza degli eventi, quando si tenta di comprendere, analizzare, capire le spinte interne, quelle diagonali, quelle divergenti. E quelle traversali. Cosa c'è di più affascinante, di positivo come la nascita di un movimento che chiami a raccolta la gente, i giovani, gli anziani, gli impiegati, i piccoli imprenditori, gli studenti, gli ultras. La tanto temuta Partecipazione Popolare di Larga Rappresentanza. Si potrebbe definire così in modo molto pratico e concreto come pratico e concreto è il nome scelto dal movimento: “9 dicembre”: Ma dal messaggio riciclato sulle impronte lasciate dai Forconi, gruppo nato alcuni anni fa in Sicilia ed organizzato, apparentemente, soltanto dagli autotrasportatori locali e dagli agricoltori siciliani in un connubio di partecipazione che è difficile da individuare correttamente.


Ma ritornando al preambolo iniziale ed a quella sorta di spontaneità che caratterizza anche oggi il movimento di protesta credo sia opportuno capire, intuire chi “ci sia dietro” o, forse, “chi possa esserci dietro” virgolettati solo apparentemente duplicati nel loro significato ma tanto diversi nella logica. Personalmente sostengo che sia difficile organizzare dei movimenti senza avere una capacità economica anche soltanto per preparare una manifestazione pur semplice che si voglia. Il tam tam di internet risuona velocemente ed a costo zero ma pilotare avanzate popolari vuol dire far conto su disponibilità, risorse immediate. A chi fa comodo, in conclusione, il movimento “9 dicembre”? Che collocazione politica hanno gli aderenti alla protesta? Ecco, credo che questi siano gli interrogativi ai quali tentare di rispondere sia un esercizio positivo Partiamo proprio dal secondo interrogativo. La collocazione politica. Non esiste, secondo me, una collocazione politica. Né di destra, né di sinistra, né di centro, né di centrosinistra, né di centrodestra. Niente di tutto ciò. E' la volontà popolare di cittadini, presi singolarmente, che compongono la forte protesta con dignità sentita e, probabilmente, sono coloro che alle ultime elezioni politiche hanno scelto di non votare, di non esprimere il loro dissenso se non attraverso il “non esserci”. Chiaro messaggio dal facile significato: “Non vogliamo far parte di questo sporco gioco, la politica fatevela da voi, a noi non interessa più”. Ma, allora, è proprio così? E se non fosse così? Ed allora chi strumentalizza, o potrebbe farlo, questo pensiero, questo concetto di lontananza, rifiuto e perché no, disgusto? Tra le ipotesi, una su tutte fa rabbrividire. Forse la mafia? Che, perdendo strada facendo alcuni canali criminosi preferenziali, come il giro della prostituzione, quello della droga, quello fortemente originario del pizzo intende, ancora di più, introitarsi nelle alte, altissime sfere della politica ed al suo apparente ricambio generazionale sfruttando questa volta l'incredibile esigenza del popolo italiano nel ricercare uno stimolo che possa concretizzarsi nell'accettazione di un “personaggio nuovo”, di un “volto unico”, di una “protesta nuova” a cui affidare le proprie umiliate, straziate, contorte speranza di rinascita. Attenzione qui non si tratta di non intuire il dramma personale e collettivo del nostro “strano” paese, del singolo cittadino ma di tentare di leggere cosa ci sia scritto un po' più in là. Voler cercare, oltre un comunicato, un video, una notizia del telegiornale, una risposta plausibile. E come ci debba far riflettere lo spostamento geografico e territoriale della mafia; aver abbandonato, o meglio, trascurato ultimamente proprio l'area del Sud per trasferire al Nord il business. Le opere pubbliche miliardarie, lo sfruttamento delle problematiche delle PMI, delle partita iva, di quell' imprenditoria medio bassa dove lo svilimento, la crisi, la paura del baratro spingono a volte la sopravvivenza verso un suicidio riparatore e fuggevole.  

E se non fosse la mafia, allora, chi?


Ma se proprio il movimento di protesta, la peculiarità di questa ondata esclude a priori ogni ed eventuale avvicinamento alla politica intesa come parlamentare in senso lato, se rigetta con il non voto ogni forma di dialogo parlamentare, se rifiuta e non riconosce prima di tutto la classe parlamentare, allora chi? Proviamo, non ci rimane altro per cercare di trovare una risposta, ad effettuare un tentativo per esclusione. Escludiamo, allora, ovviamente non tanto quei partiti al governo ma quella rappresentanza degli uomini che questo governo compongono. Letta ed Alfano su tutti. E Renzi, l'apparente “nuovo” che avanza da sinistra? Potrebbe strizzare l'occhio od averlo fatto al movimento di piazza? E Grillo, l'apparente “già vecchio”, che rigettando tutto e tutti si trova improvvisamente sorpassato da un vortice imprevisto? Potrebbe, con il passare del tempo, avvicinarsi all'ondata di protesta? Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. Per adesso, soltanto interrogativi.

Pierpaolo Gentili


OKKUPAZIONE   “Occupazione”: in genere, l’azione, l’operazione di occupare, cioè di prendere temporaneamente o stabilmente possesso di un luogo o di un bene, con mezzi legali o illegali, non propri. Vi è una contraddizione in termini nell’occupare gli spazi della propria scuola quando gli stessi di per sé sono occupati quotidianamente dagli studenti stessi! Ma, una volta all’anno, gli studenti scelgono come forma di protesta e/o contestazione di occupare la propria scuola, ovvero occupare se stessi ed i propri spazi! Che senso può avere o quale scopo può mai raggiungere chi “occupa se stesso”, se non il confermare che non si appartiene: occupare senza appartenenza, senza credere in se stesso, senza la coscienza di far parte integrale di ciò che si occupa , ma muovendosi come corpo estraneo all’interno del proprio corpo! Nei circa dieci mesi che dura un anno scolastico è semplice ed indolore “concentrare una protesta” in una settimana o poco più di tempo , è veloce, non troppo faticoso o vincolante; è più laborioso concentrare espandendo i tempi di una protesta che intende essere costruttiva nel quotidiano e quasi sicuramente risolutiva nel tempo. Ma questo sentore di contraddizione non deriva pedissequamente da una presa di posizione


rigida di giovani menti, ma da un evanescenza di ogni iniziativa formativa ed educativa rivolta alle giovani menti che vivono il contrasto tra il dire ed il fare attraverso una sempre più pressante mancanza di seri e reali riferimenti a cui rivolgersi nei dubbi e nelle incertezze proprie di questa età e della crescita. Perché il superamento di “occupazione” è la partecipazione attiva di ogni componente di un gruppo sociale alla ricerca della soluzione dei problemi attraverso la conoscenza di causa ed effetto e dello stesso processo che li lega, ecco il senso di occupare se stessi! Genitori, Docenti, Adulti è così che diventa più semplice far comprendere di un’azione tutte le sue sfaccettature, capire che occupazione significa anche economia di spese che sono spese di tutti, scendiamo nel particolare i conti sono stati presto fatti: un costo di mille euro al giorno per classe che occupa, senza tener conto degli eventuali danni a cose e strutture! Costi che sono di tutti: studenti, docenti genitori, personale ata! Ognuno è parte integrante dell’insieme, soggetto attivo che compone la scuola, la società, dove l’individualismo è il fulcro che muove il pluralismo delle azioni sociali, non dobbiamo

perdere di vista questo obbiettivo quando entriamo in contatto con giovani menti desiderose di essere protagoniste: agire   perché   lo   spazio   comune   non   necessità   occupazione,   ma   soggettiva   partecipazione   allo   sviluppo   del   bene   comune  proprio.      

Donatella Ghinassi


ATAC – LACRIME E SANGUE? Guido Improta, assessore ai Trasporti del Comune di Roma, durante un discorso al dopolavoro dell’ATAC, ha così dichiarato, come si evince da un'intervista rilasciata al Corriere della Sera.it del 2/12/2013, dal titolo “Bilancio Comune: per Ama e Atac tagli da 700 milioni in due anni” a firma Ernesto Menicucci:

“ l’impegno di questa amministrazione è quello di far tornare l’ATAC ad essere un’azienda di cui andare orgogliosi – di confermare la valenza sociale e difendere il valore pubblico. Vogliamo che l’azienda alla scadenza europea del 2019, sia forte, competitiva, per potersi confrontare sul mercato senza aver paura della liberalizzazione” liberalizzazione


Quindi, in relazione al disavanzo di bilancio delle Municipalizzate si può solo dedurre che, a partire da quest’anno, “ SARANNO LACRIME E SANGUE “ per tutti e, per evitare di agire sulla “solita” leva fiscale, sicuramente serviranno profonde riforme strutturali. “Sarà proprio così?” Questo pensa il nostro autista, anonimo amico consolidato, proprio mentre si sveglia alle 4 di notte e cerca di rimettersi in piedi, dopo una nottata trascorsa nella speranza di vedere confermato il suo tanto sofferto posto di lavoro. Certo non era la sua massima aspirazione diventare autista dei mezzi ATAC, ma non vi erano alternative, neanche con un diploma di tecnico preso con tanti sacrifici da parte dei suoi genitori. Cerca di alzarsi a fatica dal letto, senza fare rumore per non svegliare sua moglie, prepara il caffè, si lava, si veste ed esce. Prende la macchina e si dirige verso il deposito, come tutti i giorni il programma prevede che deve stare 6 ore sulla linea 87 e, secondo le indicazioni degli esperti, è previsto che ogni percorso debba essere fatto in 64 minuti, senza tener conto delle fasce orarie, degli imprevisti, e tutto è determinato dalla sua capacità e volontà di volerlo fare. Ricorda ancora la sera prima di iniziare il turno: aveva percorso tutto il tragitto per memorizzarlo, in quanto nessuno gli aveva dato informazioni in merito. Oggi si chiede: “se la prima corsa è con partenza dal capolinea di Colli Albani alle 7, alle 8,04 devo arrivare all’altro capolinea di Viale Giulio Cesare, deduco che col traffico della mattina, dove trovo spazio devo accelerare?.......... Ma sono pazzi? Ho già preso una multa perché ad un incrocio passavo con il giallo che è diventato rosso nel frattempo. Conseguenza di ciò è stata che non potendomi fermare, hanno notificato la multa in azienda che ha provveduto subito a scalarmela dallo stipendio”. Parte alle 7 dal capolinea e, quando il traffico intenso della mattina lo consente, percorre tutti i tratti alla velocità di 30 km/h, con il traffico così caotico e privo di regole; attraversa gli incroci solo se è sicuro di non capitarvi in mezzo con il giallo, non accelera quando lo può fare, guida tranquillo non curandosi degli improperi dei passeggeri innervositi, non cede alle provocazioni, anche perché sa che è meglio che arrivino a destinazione SANI. Ma quanto tempo durerà questa situazione, si chiede, ci saranno tagli?... lo licenzieranno?... a giudicare dalle nuove assunzioni non si direbbe, eppure qualcosa nell’aria sta cambiando. Sarebbe disposto ad accettare un cambiamento nel quale la sua azienda viene acquisita da un privato in grado di offrire il miglior servizio al costo più contenuto? Questo potrebbe significare spostare i rapporti tra l’azienda e i fornitori di servizi pubblici dalla “ mediazione politica alla trattativa commerciale “ Fiat lux?!? Paolo D’Amanzo


Lo  

spazio  

vuoto  

della  

meraviglia    

Quando dico esperienza della Vita non intendo l’esperienza della mia vita, ma della Vita, quella Vita che non è mia benché sia in me… quella Vita, che non muore, che è infinita…. Raimon Panikkar ( da “ L’Esperienza della Vita”)

La Vita che sostiene e fa vivere la Natura, le cose e gli esseri, è una evidenza per tutti. Tuttavia, non accettiamo facilmente che essa sia Verbo, “Logos”, principio ordinatore, Verità, pur inafferrabile ed invisibile, che crea, regola e dà forma a questa stessa nostra vita. Ancor meno facilmente accettiamo che essa possa essere un Vivente, una Persona divino-umana con un Nome e un Volto, Incarnato come Uomo nella Storia: un Avvenimento che ci riguarda, ci interroga, ci divide, da sempre. Indipendentemente dalle nostre idee o convinzioni, siamo però, tutti chiamati a confrontarci con il M istero dell’esistenza, siamo, cioè, necessitati a fare l’esperienza di questa vita, che è tutta Intera, tutta Reale. Non è spezzettabile in “rubriche”- lavoro, amore, famiglia, salute, sesso, etc. - come una rivista o una pagina di oroscopo. Non è affrontabile assumendo varie “maschere” più o meno consone, a seconda dei momenti o dei ruoli sociali da ricoprire. E’ nostra, è unica e irripetibile, comprende contemporaneamente (cioè nello stesso tempo che ci è dato) bellezza, giovinezza, vecchiaia, gioia, affetti, incontri … soprattutto incontri e relazioni, ma anche assurdità, morte, sofferenza, tradimenti, ingiustizie, …. una fatica continua. Questo M istero ineludibile attraversa, perfora ogni giorno della nostra vita. Aderire concettualmente ad una idea anziché ad un'altra, ad un “partito preso” o sposare una visione del mondo e delle cose, condivisa dai più, che non dia scandalo e che riduca le nostre domande


ultime, al più, o ad aneliti spiritualistici o a buoni sentimenti umanitari, non risolve, non appaga né la mente, né il cuore. L’unica possibilità è viverla consapevolmente questa Esperienza: l’esperienza intera della vita: con attenzione e stupore. Perché la Vita ( Eterna ?) possa parlarci e svelarsi , già qui ed ora, è necessario un atto di fiducia (di Fede?): aprire mente e cuore, sospendere il giudizio e i giudizi, far tacere pensieri che riteniamo nostri, ma che sono indotti o dall’esterno ( influssi culturali, schemi politico-ideologici, messaggi dell’informazione, situazioni subite …) o dalle nostre paure, ansie, delusioni, bisogni e desideri. Abbiamo bisogno di uno spazio vuoto, libero da condiziona-menti, di un “centro” alto e profondo, dove ricondurre i nostri frammenti. Un silenzioso luogo interiore, dove poter ascoltare e vedere, dove possano irrompere ancora Stupore e M eraviglia. A noi spetta, solo, l’essere disponibili. Come quando eravamo bambini.                                                                                                                                                                                                                                                                    

         Claudio  Coen  Belinfanti  


Alla scoperta di una Sconosciuta e dei suoi sostenitori. Il primo articolo di questa rubrica credo che debba necessariamente sviscerare una questione fondamentale “che cos’è la Ricerca Scientifica?”. La domanda apparirà apparirà banale e per lo più retorica, eppure quando racconto di essere laureata in Biotecnologie Mediche e che “da grande” vorrei fare la ricercatrice … Beh, vedo sguardi stupiti, come se fossi una marziana che ha improvvisamente smesso di parlare italiano. Già,, la Ricerca Scientifica in Italia è la Sconosciuta per eccellenza e le Biotecnologie sono qualcosa di non meglio identificato, probabilmente in grado di nuocere gravemente alla salute e nel migliore dei casi potrebbe essere un settore legato all’ingegneria. all’ingegneri Eppure la Ricerca Scientifica è “un'attività umana avente lo scopo di scoprire,interpretare scoprire e revisionare fatti, eventi, comportamenti e teorie relative a qualunque ambito della conoscenza e dell'esperienza umana […], usando metodi intersoggettivi e condivisi, cioè basati sul metodo scientifico. La ricerca scientifica entifica è la metodologia usata per accrescere la conoscenza all'interno della scienza ed è ritenuta […] uno dei fattori chiave per la crescita e lo sviluppo della società nel medio - lungo periodo in virtù della sua potenziale capacità di fornire innovazione attraverso l'applicazione tecnologica e organizzata delle scoperte scientifiche, favorendo così il progresso della società noto come progresso tecnico e scientifico”. Nonostante la semplicità di queste poche righe, l’Italia, o meglio, le Istituzioni attuano ogni mezzo e strategia per deprimerne il progresso. I ricercatori nel nostro Paese sono molteplici Galileo Galilei che giornalmente cercano di difendersi


dalle oppressioni dell’Inquisizione dell’epoca moderna. Ma la domanda che sorge spontanea è: che cos’ha di moderno un Paese che non promuove l’innovazione e resta arroccato al presente senza andare al di là del proprio naso? Ci piace crogiolarci nel detto “mai lasciare la strada vecchia per quella nuova”, ma un paese chiuso nei confronti dell’innovazione è destinato al declino. Come noi. Un sentimento che alimenta la depressione della scienza è la diffidenza nei confronti della ricerca. Tra le domande più gettonate che mi vengono poste ci sono: “Scusa, ma quello che fai serve davvero?”, “Ma i soldi per i finanziamenti dove finiscono?” Per non parlare della sperimentazione animale! Argomento quanto mai attuale, dibattuto e per il quale sfociano i maggiori contrasti. Lo scetticismo e l’opinione diffusa che la scienza sia troppo complicata per le persone che non se ne occupano per studio o professione è quanto mai sbagliata! La scienza non è elitaria, ma è la quotidianità di cui tutti facciamo uso e consumo. Fin da bambini dovremmo impararne il valore rendendo questa disciplina patrimonio intrinseco della nostra cultura. Infatti la scienza è dedizione ed è una passione che si coltiva giorno dopo giorno: ha bisogno di essere innaffiata così da trasformare un piccolo germoglio in un albero rigoglioso dal quale cogliere i frutti migliori. Diamo spazio alla scienza e agli scienziati: non sono uomini strampalati con idee bizzarre, ma persone comuni che incontriamo per le strade delle nostre città, al supermercato o sull’autobus. Diamogli il giusto spazio per spiegarci di cosa si occupano senza pregiudizi e facciamo parlare gli autentici Scienziati di scienza. Se daremo una chance alla Scienza, daremo anche al nostro Bel Paese la possibilità di crescere e progredire come una vera società moderna. Francesca Martinetto


Fotoscritto  

                                         

Confine,  barriera    chiusura    ermetica    dell’anima    avvolta  (dal  verde),  proprio    accanto    al     numero  5.   Parfum    casuale.  

Fotografia di Daniela De Angelis – Righe di Pierpaolo Gentili


Fotoscritto

 

Il Bolero sfianca. Come l’ossessione durante il riposo.

Fotografia di Daniela De Angelis – Righe di Pierpaolo Gentili  

 

 

 

 


“Dietro il Sipario”

Il Bluesman di Pietralata

E’ iniziato tutto davanti ad una macchinetta del caffè, al lavoro. Due chiacchiere con un collega, il calcio, stessi colori, stesse passioni, le donne e infine la musica. Quelle sette note che combinate assieme risultano essere fedeli compagne di vita anche nei momenti più tristi. Prima di rientrare in ufficio, mi regala un cd di musica blues. Mi dice di prestare attenzione perché le mani che pizzicano le corde di quella chitarra sono le sue. Lo ascolto e ne rimango piacevolmente affascinato. Mi colpisce il suono della sua chitarra, il suo blues: denso, duro e mai banale. Ho subito capito che avevo a che fare con un professionista, un bluesman romantico e arrabbiato. Spesso consideriamo i nostri colleghi solo olo all’interno dell’ambiente lavorativo disconoscendo perciò tutto ciò che va oltre. Lui è Giorgio Meletti, romano 52 anni, chitarrista. Giorgio ha la musica nel sangue e il suo curriculum parla chiaro. Ha studiato chitarra presso la Saint Louis Jazz School ol con Maurizio Dioguardi e Umberto Fiorentino. Negli anni ottanta è stato arrangiatore, turnista e produttore fondando anche una piccola etichetta “Spartiti Spariti”. E’ stato produttore esecutivo e arrangiatore per la BMG Ariola nel CD d’esordio di Giorgia Giorg Paradiso. Inoltre ha prestato il suo talento suonando le chitarre per alcuni artisti della musica Italiana quali Iva


Zanicchi, Alessandra Amoroso, Costanzo e Roberto Casalino nell’ultima compilation di “Amici”. Da qualche anno ha riscoperto il gusto per la musica live calcando le scene si importanti locali della capitale quali, L’Abbey Road, il Jailbraek, Porkis, BOA, Blues Canal e il Locanda Blues. Ultimamente è stato protagonista di un concerto strepitoso con la sua nuova band i “Black Rock” che si è svolto nel famoso locale romano del Piper a via Tagliamento.

Il nostro incontro avviene in un salottino della sala di registrazione LEAD Record, all’ombra del cupolone, dove Giorgio ha appena finito di esibirsi in una sessione di prove. Giacca pitonata, pantalone jeans attillato, stivaletto di pelle nera. Capello lungo fino al collo pettinato all’indietro con effetto bagnato. E’ sfinito, gronda di sudore ma è ancora eccitato per il suono che ha prodotto. Lo guardo, sorrido e gli lancio un cenno di soddisfazione. Lui mi allunga la mano e mi batte il cinque tirando fuori tutta la sua grinta. Un sorso di birra mandata giù alla svelta e lo incalzo subito con la prima domanda:

Quando nasce la tua passione per la musica?

La mia passione per la musica nasce circa 40 anni fa. Era Natale. I miei genitori mi regalarono un organo della Bontempi. Fu un regalo che non mi aspettavo ma ne fui entusiasta. Un vero sogno per un ragazzo di 10 anni.

Quale artista ti ha fatto innamorare della chitarra, quale ti ha ispirato e ti rappresenta al meglio?

Jimmy Page dei Led Zeppelin, non ho dubbi. Ero ossessionato dai suoi riff di chitarra. Mi ricordo che ero in vacanza dai nonni a Fano e, al cinema, vidi per ben tre volte “The song remains the same”. Mi dimenticai di tornare a casa, mio padre stava andando dai carabinieri perché non mi trovavano. Ero stato letteralmente ipnotizzato. Persi la cognizione del tempo quando vidi la scena della chitarra suonata con l’archetto da Jimmy Page. Poi in tarda età il colpo di fulmine per Joe Bonamassa, un artista il cui stile si ispira ai chitarristi che ho amato sin da ragazzo quali, Eric Clapton, Ritchie Blackmore, David Gilmour e Gary Moore.


De André, in una delle sue più belle canzoni "Amico fragile" scrive una frase bellissima: belliss " pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra ”. Cosa significa per te suonare la chitarra?

Suonare la chitarra è un’estensione della mia personalità. Da come suono si capisce il mio stato d’animo dell momento. E’ meraviglioso suonarla, farci un assolo, ma poi arriva il momento di metterla dentro la custodia. Dove la ritroverò la volta successiva. E’ una fedele compagna di vita.

Vedendo il tuo curriculum ho notato che ci sono partecipazioni con grandi artisti italiani, cosa ti è mancato per diventare un professionista? Hai qualche rimpianto?

Decisi di non farlo per professione quando a 18-anni 18 anni andai in banca a chiedere un prestito per aprire uno studio di registrazione con due miei cari amici. Mi chiesero chie che lavoro facevo. Risposi il musicista. L’impiegato mi disse che non voleva conoscere il mio hobby ma il mio lavoro. Capii che siamo in Italia e che dovevo pensare ad un impiego per poter fare qualcosa nella vita. Mi fece molto male quell’esperienza ma, ripensandoci bene, mi ha fatto vivere con i piedi ben saldi in terra.

Cosa significa per te fare musica dal vivo? Che emozioni ti produce?

Il pubblico ti stimola, ti dà la forza e ti ripaga degli sforzi fatti prima dei concerti. Dietro ad una serie dii note c’è tutto il tuo mondo, un mondo che metti a nudo per quelli che stanno lì a sentirti suonare. E’ una specie di rito propiziatorio e anche quando si suona male, dietro a tutto c’è un significato. Un suono sbagliato ha anche lui un significato preciso. o. Può essere un grido di aiuto o un disappunto per qualche cosa che non va. È con le esibizioni live che il musicista comunica veramente. È lì che mette a nudo le proprie sensazioni, le proprie passioni, il proprio sentimento. Se le dita volano o no dipende dipen da tanti fattori. Io sono molto sensibile e basta un niente per mettermi in cortocircuito. Quando suono ho uno standard accettabile più o meno medio poi se metto la quinta marcia e riesco a volare sulla chitarra, dipende da una serie di fattori imponderabili. imponder Non si sai mai se la serata sarà memorabile o meno. Ma è bello così!


So che sei un grande collezionista di chitarre. Immagino che avrai da raccontare qualche aneddoto. Quante ne hai attualmente? A quale sei più affezionato?

Hai ragione! Ne avevo 20. Ora ne ho solo 7, tre Gibson, due Stratocaster, una Silent della Yamaha, Una Epiphone acustica modello J300. Avevo una collezione di Gibson che ho dovuto vendere per problemi di spazio e di soldi che non bastano mai. Ora suono con una Custom shop della Gibson modello Joe Bonamassa. E’ la numero 150 di 300 prodotte negli USA. Una chitarra davvero notevole. Poi uso un’altra Gibson, una standard con il top tripla A ed il manico tipo quello degli anni 50. Una chitarra molto aggressiva ma che diventa anche da blues se si suona in un certo modo. Comunque la chitarra a cui sono più affezionato è una Stratocaster auto costruita con pezzi presi un po’ qua e un po’ la. Ha il body di una standard mexico che ho fatto riverniciare da un mio amico carrozziere del colore giallino del maggiolino tutto matto, il mio film preferito dell’infanzia. Ha il numero 53 ben visibile sul body e il manico è in acero, un modello vintage col palettone. Suona alla grande anche perché l’ancoraggio al body è particolarmente ben fatto e gli armonici sono trasmessi quasi integralmente dalla punta del manico sino al fondo del corpo della chitarra. Per la parte elettronica ho montato un Humbucker al manico, e i single coil al centro e al ponte. In questo modo ho sia il tipico suono nasale Fender che la botta tipica della Gibson. E poi la miscela dei due pick up è davvero interessante. Insomma, una chitarra speciale che suona al livello delle Gibson con una maneggevolezza tipica delle Fender. Un vero gioiellino da cui non mi separerò mai.

Per concludere, ora che sei diventato grande, che progetti hai?

Voglio continuare a suonare, non ho più tempo da perdere e voglio suonare la musica che mi piace. Ora c’è un nuovo progetto con i “Black Rock” una cover band di Joe Bonamassa, il mio chitarrista preferito. Poi spero sempre che ci sarà ancora l’occasione di suonare per qualche artista famoso. Ma dipende dalle produzioni e soprattutto dal mio caro amico e produttore, Mario Zannini Quirini della Lead Records che in passato mi ha chiamato spesso per i turni in sala.


Giorgio non mi rimane che augurarti buona fortuna …

Ti ringrazio per l’opportunità. Mi ha fatto molto piacere e … un saluto a tutti i lettori di “Diffidate dalle Imitazioni”.

Un ultimo sorso di birra ci alziamo e ci abbracciamo. Da lunedì di nuovo colleghi d’ufficio.

Alessandro Nobili


VERMICELLI      :    UNA  STORIA  MILLENARIA   Sebbene si possa affermare con buona probabilità che ben 7000 anni fa in M esopotamia , lì dove nasceranno nei millenni successivi le prime fiorenti civiltà, si conosceva, si coltivava e si lavorava già il frumento; che nel 3000 a.c. i Sumeri adoperavano già il lievito e che , nello stesso periodo, nella regione dell’odierno Iran si dava inizio alla lavorazione dell' ”Itria”, pasta primitiva simile alle nostre tagliatelle diffusasi in Asia e Occidente, la certezza dell’origine della pasta l’abbiamo avuta dallo stupefacente ritrovamento nel 1994 in Cina, nella provincia dello Shaanxi, di una ciotola contenente vermicelli risalenti a 2500 anni fa, perfettamente conservati. Questi “spaghetti” appaiano lunghi ,contorti e rugosi come se avessero subito una determinata lavorazione. In Cina la pasta dovrebbe essere giunta fin dal 5000 a.c., tramite popolazioni nomadi di origine caucasica, che avrebbero appreso l’arte di lavorare il frumento proprio dai popoli ubicati sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. Un’altra considerazione interessante è che la pasta, fin dai primordi, fu indiscutibilmente “pasta asciutta” perché le testimonianze indicano che prima di essere cotta fu sempre essiccata al sole. Come dicevamo, proprio gli “indi” furono responsabili della diffusione mondiale della pasta. La citata itria dall’Asia centrale fu introdotta in Cina centrale , successivamente anche nelle regioni del nord e del sud, poi nelle pianure mesopotamiche, in Indocina e, attraverso la via della seta, giunse in Occidente. Abbiamo delle testimonianze pittoriche intorno al 900 d.c. ,in pieno M edio Evo, che mostrano immagini di vermicelli. Anche M arco Polo di ritorno dalla Cina pare che portò con se campioni di pasta ,ma questa sembrava essere abbastanza informe e poco filata. Si può affermare che 600 anni fa in Cina il piatto di vermicelli condito era consueto: si trattava di spaghetti filati a mano ed essiccati. La tecnica del filato venne svelata dal ritrovamento nel 460 d.c. nelle grotte in pietra dello Shuanxi. Si scoprì successivamente che l’acqua sotterranea di questa cavità era alcalina, il che conferiva all’impasto farinaceo una proprietà elastica, (alto rapporto P/L elasticità/resistenza) in quanto ricca di glutine, proteina che conferisce alla pasta le sue caratteristiche proprietà di essere molto lavorata e di reggere la cottura. In Giappone i vermicelli hanno poi assunto un significato rituale presso i monaci buddisti seguaci dello Zen, che li consumavano in particolari ricorrenze. In questa terra si apprese successivamente l’arte di preparare spaghetti non dal frumento ma dal grano saraceno (che ricordiamo non essere un cereale) chiamati “Soba” privo di glutine che quindi richiede,essendo la sua una farina molto debole, una grande maestria di impasto.


In anni più recenti fu poi inventato il torchio per filare la pasta che sostituiva il lavoro a mano e che produceva dei vermicelli meno vischiosi. Fu introdotta poi, con l’avvento dell’industrializzazione, la tecnica della trafilatura con apposite macchine,avviandosi quindi all’epoca della produzione industriale della pasta. I trafilatori servono a dare il “formato” della pasta : quelli in bronzo creano una pasta ruvida che regge poco la cottura mentre i moderni in teflon forniscono una pasta molto resistente alla cottura. Attualmente la pasta asciutta è cucinata universalmente ed in Cina si preparano i “Lamian”, vermicelli fatti a mano e conditi con le più svariate salse e condimenti. Questa tradizione è ben salda in Indocina nel delta del M ekong, una delle zone più inquinate del pianeta e l’abitudine di unire la pasta con il pesce pangasio ( prodotto ittico tipico della zona ma importato anche in Italia) non è proprio una cosa salutare. Sempre in Cina spaghetti vengono prodotti macinando farina di riso e persino di fagioli varietà “mungo”, legume tipico dell’Asia. Questa lavorazione è molto più difficile perché il riso non contiene il glutine ( così come il grano saraceno,il miglio, ) e quindi è molto meno vischioso della farina di grano. Questa tradizione , iniziata anch’essa in Cina, sotto l’etnia Dai, si diffuse nel sud-est asiatico fino alla Thailandia. Permane tuttora, e da noi lo possiamo vedere frequentando i cosiddetti ristoranti cinesi dove vengono serviti spaghetti di riso. Nella nostra Italia che è diventata per antonomasia il paese dei “maccaroni” ( ma anche della “Pizza”) l’arte dei pastai raggiunse l’eccellenza , forse per la qualità dell’acqua ( nell’1800 era soprattutto la regione campana la culla degli spaghetti ) e per il condimento con pomodori ( avvenuto solo dopo l’importazione delle loro piantine a seguito della scoperta del Nuovo M ondo) , per l’introduzione di macchine impastatrici ma anche per quelle doti di maestria e fantasia artigianale che ci sono universalmente riconosciute. M a non potremo certo mai affermare che siamo stati gli “inventori” della pasta.

Nei secoli XIX e XX, causa la forte immigrazione italiana negli Stati Uniti, il consumo di pasta si è diffuso anche nella popolazione nordamericana,tramite le esportazioni che i nostri pastifici operavano a favore inizialmente dei nostri connazionali. M a ben presto anche gli autoctoni ne apprezzarono le qualità organolettiche e nutritive, e li chiamarono con il termine inglese di “noodles”. Tuttavia ancora oggi, presso gli anglosassoni ( quindi anche in Inghilterra e in Irlanda) gli spaghetti difficilmente vengono presentati come primo piatto completo unico ma piuttosto come contorno, unito a numerose salse o secondi piatti . Fanno eccezione ovviamente i ristoranti italiani o quelli cinesi dove però si servono spaghetti di riso. In conclusione i vermicelli ( o tutti i loro sinonimi ) hanno rappresentato ,fin dagli albori della civiltà umana, uno degli alimenti fondamentali del pasto quotidiano, giungendo fino a noi


e rappresentando quindi un simbolo di espressione culturale e un passo fondamentale nel lungo divenire evoluzionistico dei popoli della terra. Giovanni Melogli


ITALIA SPAGNA 0 – 0

 

 

A volte ritornano. Lo fanno senza bussare alla porta. Senza dare nemmeno un minimo segnale, un piccolissimo segnale o avvertimento. In modo talmente subdolo e meschino, come fossero ladruncoli da quattro soldi in preda ad un inutile furto qualsiasi in una drogheria qualsiasi. Un fulmine a ciel sereno. Tornano. Questa è la storia di un ragazzo di ventisei anni, nato e cresciuto in un paesino lombardo in provincia di M ilano. Il suo nome è Francesco. Sin da piccolo aveva un sogno nel cassetto come tutti i bambini, come tutti noi. Diventare grande e fare un mestiere fuori dal comune. Quali i più gettonati? L’ astronauta, il pilota di formula uno, il pompiere, il calciatore, il pilota di moto e chissà quant’ altri. Lui ci è riuscito. Il suo cognome è Acerbi: attualmente difensore centrale dell’ U.S. Sassuolo che milita nella massima serie per la prima volta nella sua lunga storia. La sua avventura nella squadra romagnola ha inizio nell’ estate del 2013. Un avvio però già segnato; proprio cosi. Durante la visite mediche di inizio stagione, lo staff del Sassuolo gli diagnostica un tumore al testicolo. Francesco è un professionista, amante del suo sport e del suo lavoro, quindi si fa immediatamente operare, tra l’ altro con un grande urgenza, all’ ospedale San Raffaele di M ilano e dimesso il giorno successivo. Il suo debutto non tarda ad arrivare, la voglia di tornare sul terreno di gioco è troppo forte, ed il 15 settembre 2013 è in campo regolarmente nella partita di campionato Verona – Sassuolo , vinta dai padroni di casa 2-0. Tutto va come deve andare, Acerbi colleziona prestazioni ottime, la squadra cerca di conquistare punti per rimanere in serie A. Il primo dicembre 2013 il Sassuolo vola in terra sarda, dove


affronterà il Cagliari. Il test antidoping successivo alla partita registra la positività di Francesco per gonadotropina corionica. Qui ha inizio la difficile e lunga scalata di una montagna dalla vetta irraggiungibile.

campo dopo due mesi. Passa più di un anno ed il male torna, questa volta però la sentenza

Si grida allo scandalo! Acerbi: il solito sportivo dopato! Gioca in serie A perché si dopa! Un furbetto! Titoloni in prima pagina dei giornali sportivi e non solo. Addetti ai lavori e giornalisti con i paraocchi che gettano benzina sul fuoco: l’ esclusiva, la prima pagina, lo scoop. La società Sassuolo che per giorni non fa nulla per difendere il suo “dipendente”. Il Coni lo squalifica immediatamente. Possibile mai che qualcuno pensasse che l’ ente federale non rispetti le regole, che sia “lento”. M ai. E così la fortuna di navigare in internet ci dà la possibilità di cercare e trovare l’ introvabile. Di digitare la parola chiave “Francesco Acerbi” e di leggere la storia, la carriera del giocatore. Di scorrere il mouse fino a trovare “Acerbi operato a luglio per un tumore”. Nessuno ci prova. A tutti interessa la notizia, come dire, drogata. Non a caso passano i giorni e Francesco si sottopone ad esami specifici. Qui il dramma. Positivo ad altro: al tumore. Il male è tornato silenzioso. La società fa un passo indietro e fa uscire immediatamente un comunicato che dovrebbe essere chiarificatore. Il giocatore dovrà iniziare nuove cure antitumorali. M a, logicamente, dovrà proporre appello per la sospensione della squalifica. Ed allora facciamo un piccolo passo indietro. Come non ricordare Eric Abidal. Un caso analogo. Anche per l’ ex giocatore del Barcellona il bollettino medico è pesante: tumore al fegato. Subito operato, torna in  

è drammatica: trapianto di fegato e fine della carriera professionistica. I compagni di squadra lo sostengono in tutto e per tutto, la società meno. Il compagno Dani Alves si offre addirittura come donatore, ma alla fine sarà il cugino di Eric a donargli la speranza. I dottori intravedono uno spiraglio. Il 28 maggio 2011 Eric gioca la finale di Champions contro il M anchester United vincendola per 3-1. Il momento più bello avviene quando, durante la premiazione, il capitano Puyol, gli cede la fascia facendogli alzare al cielo il trofeo, mentre il pubblico lo applaude commosso. Abidal vuole giocare ancora ma il Barcellona gli chiude la porta in faccia offrendogli al massimo una carriera da allenatore nelle giovanili. Quindi decide di passare al M onaco. Lo stesso Dani Alves amico di Eric si dice colpito e indignato per il trattamento ricevuto dalla società, addirittura


di vergognarsi. Siamo tutti d’accordo nel sostenere e pensare che, intorno al mondo del calcio, girino milioni e milioni, numerosi interessi, di conseguenza ci sono società meno ricche e società, come nel caso del Barcellona, più ricche: non si guarda in faccia nessuno. M a tutto ciò non può e non deve essere una giustificazione. Non si può leggere di una società che riserva ad un proprio giocatore un trattamento del genere. Le stesse società che fanno la morale e gridano di volere un “calcio pulito”, i valori dello sport prima di tutto, l’ amore dei tifosi, per poi trattare un proprio giocatore, malato, come un dipendente qualsiasi. Anzi in alcuni casi come un “lavoratore in nero”. Queste due vicende che abbiamo approfondito non sono accomunate solo per gli aspetti negativi del caso. Fortunatamente Eric e Francesco, oltre ai familiari, possono contare sull’ affetto dei propri tifosi e dei propri compagni di squadra. Davanti ad una malattia, più grave o meno grave che sia, siamo tutti uguali. Non ci sono rivalità o colori che tengano. Non ci sono giocatori bravi o meno bravi, società vincenti o società perdenti, presidenti intelligenti o meno intelligenti. Ci sono Uomini. Gli stessi che un domani dovranno guardarsi allo specchio. Forza Ace. Forza Eric!

Nicolò Gentili

   

 


Oltre  il  racconto  …   La voglia di dare voce alle mie storie di uomini e di donne che esistono, vivono e ci passano accanto senza far “rumore” mi spinge ad andare oltre il racconto e cercare delle risposte nuove a domande diverse. La Dott.ssa Ilaria Mancini, laureata in Psicologia, ricercatrice in Psicologia dell’Interazione, della Comunicazione e della Socializzazione, si è resa disponibile a rispondere ai quesiti dell’anima Quali sono le paure di una ricercatrice? Non so se ce ne siano di particolari e specifiche. Forse, oggi come oggi, la paura è di non poter continuare a fare ricerca. Purtroppo la ricerca – e nelle scienze umane e sociali particolarmente –non è al centro degli investimenti che meriterebbe … non ha vita facile … Quanti e quali dubbi? Il dubbio, l’interrogarsi … penso siano nutrimento prezioso per la ricerca. Solo a patto di uscire dalle certezze è possibile scoprire, aprirsi a nuova conoscenza, approfondire. Mantenere lo sguardo mobile, flessibile, attento all’imprevisto e al nuovo … condizione imprescindibile per (intra)vedere nuovi spazi di comprensione. Quanto tempo la ricerca “ruba” il tempo per se stessa? Non mi sento derubata … la ricerca risponde ad un mio personale appassionamento per lo studio, ed anche a quella che è per me un’etica del vivere: fare ricerca, nei contesti quotidiani della vita delle persone, partecipando delle situazioni concrete del vivere, è una via possibile per contribuire (per quanto possibile) ad immaginare/costruire miglioramenti effettivi nella qualità della vita. Quale frase della “Storia di Enzo” l’ha più colpita?” Probabilmente la frase conclusiva: “Io e lei non avevamo sognato questa vita”. Credo bene rifletta l’imponderabilità dell’esistenza umana. Come diceva un mio vecchio professore di psicologia dinamica: “Nei fatti umani, mai dire mai!”. Per fortuna anche nel bene!

Daniela De Angelis


LA CRISI CHE NON C’E’ Cortina dà un … “pezzo”

La più bella di tutte. La principessa d’ Italia, la “regina delle Dolomiti”. Cortina d’Ampezzo.

La perla innevata immersa in un paesaggio da sogno; una bomboniera che fa del proprio fascino il suo punto di forza. Come non rimanere incantati quando al volante, tornante dopo tornante, si inizia ad intravedere il fantastico ed antico campanile simbolo della “regina”. Poi ancora più su, costeggiando Corso Italia, la via del lusso dove i sogni diventano realtà, a volte. Coppie, ragazzi ed intere famiglie con amici al seguito passeggiano facendo tappa nei numerosi negozi che offrono il top dei propri prodotti al cliente. Si ergono i più famosi ed importanti hotel a 5 stelle, una lunga fila perfettamente allineata come i soldati al fronte. Come dimenticare il grande Stadio per gli amanti del pattinaggio, gremito di lame che scalfiscono il ghiaccio; per poi passare agli impianti sciistici che permettono ai numerosissimi turisti di abbinare lo sport alla natura. Chilometri e chilometri di “strade bianche” che collegano i quattro passi alle molte valli circostanti.


Sarà la fantastica atmosfera natalizia, la voglia di lasciarsi alle spalle le grandi città, o forse più semplicemente, la meraviglia che si divora il pessimismo di un momento storico tutt’ altro che favorevole per le tasche del popolo nostrano. Probabilmente è proprio così, perché anche quest’ anno Cortina d’Ampezzo punta, anzi, puntava al tutto esaurito. Obiettivo centrato. Infatti come ci conferma l’ Osservatorio nazionale del turismo di Unioncamere-Isnart nel periodo clou della stagione, le prenotazioni ricevute dai vari hotel sono: il 49% delle camere disponibili, e rispetto all’ anno passato si registra un aumento del quasi 3% . Con un grande divario rispetto alla media registrata su scala nazionale. M a il dato da mettere sotto la lente d’ ingrandimento è sicuramente il boom esponenziale di prenotazioni presso gli hotel a 5 stelle. Bisogna soffermarsi anche su un altro aspetto molto importante. Cortina punta forte al turismo estero piuttosto che a quello made in Italy per una serie di motivazioni. L’ ormai moda del last minute, un trend avviato da tempo, soprattutto a capodanno; e la palese ed amanti della neve che per un attimo ci ricordano il grande raccordo anulare durante l’ora di punta. M a come non prendere in considerazione il tutto esaurito dei locali e dei i rifugi pronti ad organizzare il ricco cenone per l' ultimo dell’

avviata crisi che sta colpendo il nostro paese. E’ qui che bisogna affrontare il problema. Sembra un controsenso, perché nonostante l’ acclamata crisi, gli italiani che riempiono le strade cortinesi sono un numero vertiginoso. A differenza dei centri commerciali che sorgono nelle zone più importanti delle grandi città, nei quali, soprattutto durante le feste natalizie diventano meta fissa delle famiglie, luogo ideale dove portare i propri bambini, ma da rimanere rigorosamente lontani dalle entrate delle decine e decine di negozi, Cortina fa registrare un afflusso quasi isterico all’ interno delle proprie attività. Forse per moda? O forse perché è un “isola che non c’è”? Un luogo come abbiamo sottolineato fantastico immerso in uno scenario mozzafiato, ma anche un angolo che lascia alle spalle dei pochi fortunati, tutti i problemi economici che sono all’ ordine del giorno da qualche anno per la gente, come dire, normale. C’è un continuo via vai nei negozi, buste firmate nelle mani dei clienti sorridenti, ristoranti pronti ad accogliere le prenotazioni registrare, le lunghissime code presso le stazioni sciistiche, le piste da sci assaltate dagli anno. Cifre che si aggirano mediamente intorno ai 400 / 600 euro a persona per recarsi nel ristorante dei sogni nel cuore delle Dolomiti, e stappare una bottiglia di Champagne pregiato.

M a non finisce qui. Sono le 23:59, gli addobbi e le luci di Natale si illuminano ad intermittenza, a Corso Italia le campane rintoccano facendo eco in tutto il Cadore, le strade si riempiono, come formiche operose, decine di persone si riuniscono in piazza. Le bottiglie di spumante in mano. Tre,due,uno Buon 2014 a tutti! Il freddo si fa sentire: pungente, la crisi meno.

Pamela Di Lodovico



Rivista Diffidare dalle imitazioni numero 0