256 dialoghi Locarno – Anno 51 – Aprile 2019
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Paese mio, ti vedo male
Il saggio amaro di Dick Marty sul Ticino dell’economia e della politica a pagina 5
E nella Chiesa cattolica? La calma del triduo pasquale mi permette di godere di un po’ di tempo per riflettere sull’attualità ecclesiale, costantemente sollecitata da una quantità di notizie superiore alla media cui sono abituato. Mi sembra di subire involontariamente una specie di «doccia turca», con acqua molto calda e gelida ad intervalli intermittenti. Tra le notizie positive la visita di papa Francesco agli Emirati arabi e la pubblicazione di un documento comune cristiano-musulmano spicca come evento anticiclico rispetto all’attualità politica che sembra dimenticare i nodi e i conflitti irrisolti del medio Oriente. «Dialoghi» cerca di onorare questo evento, proponendo a chi ci legge il testo integrale del documento in questione. Non mancano comunque le notizie preoccupanti e negative. Nonostante l’incontro delle presidenze delle conferenze episcopali di tutto il mondo a
Roma attorno a papa Francesco per delineare le linee maestre di una strategia contro gli abusi sessuali al suo interno, bisognerà aspettare ancora un po’ per capire se davvero si stia voltando pagina. Conforta comunque la linea assunta dalle conferenze a noi più vicine, a cominciare da quelle della Svizzera e della Germania, come pure dalla conferenza francese. Esse sostengono una fiducia di principio nei confronti delle autorità giudiziarie dei loro relativi Paesi e prevedono una denuncia dei casi a loro conoscenza che non siano ancora prescritti. Resiste con tenacia, su questo aspetto del problema, la Conferenza episcopale italiana e non se ne capiscono le vere ragioni. Il «diavolo risiede comunque nei dettagli» e il proverbio ha trovato una chiara conferma proprio nella diocesi di Basilea, roccaforte del progressismo cattolico elvetico. A Riehen, sobborgo di Basilea, un prete si presenta
al concorso indetto per trovare un parroco. Prima di accedervi aveva parlato con il vescovo di Basilea e gli aveva rivelato di essere stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria e di aver subito un decreto d’accusa per aver avuto comportamenti inadeguati, anche se non gravi, con un minore. Il vescovo, conoscendo le qualità di questo prete, gli consiglia di presentarsi al concorso ma gli ingiunge di comunicare al contempo al consiglio parrocchiale il contenuto del decreto d’accusa. Il prete si presenta al concorso, ma omette di trasmettere l’informazione e il consiglio parrocchiale sembra disposto positivamente a farlo nominare. Alcuni giornalisti comunque pubblicano la notizia legata al decreto d’accusa e così l’episodio diventa di pubblico dominio. A questo punto il vescovo non ha altra possibilità che quella di non raccomandare al consiglio parrocchiale la nomina del Alberto Bondolfi (Continua a pagina 24)
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Ministeri laicali: tante scorciatoie in mancanza di una vera soluzione Uno dei punti sui quali la Chiesa cattolica, oggi, gioca la sua credibilità è l’effettiva assegnazione ai laici (e in particolare alle donne) dei compiti inerenti alla loro dignità battesimale. Sul punto pesa – come sanno bene i lettori di «Dialoghi» – la pesante eredità clericale di cui il diritto canonico è purtroppo ancora un arido testimone. Poiché tuttavia la Chiesa è viva e cerca di almeno ovviare alle conseguenze più imbarazzanti del dato giuridico, negli ultimi anni in varie parti del mondo (e pure, come vedremo, nella Diocesi ticinese) piccoli passi avanti si sono fatti senza rumore. Il Vescovo Lazzeri aveva dichiarato a noi di «Dialoghi» – in un incontro avuto con lui subito dopo la sua entrata in funzione – il suo giudizio negativo sui tentativi operati nei Paesi di lingua tedesca (Germania e Svizzera) ma anche di lingua francese (in alcune diocesi romande) di aggirare l’ostacolo introducendo la figura dell’«assistente pastorale». In Ticino ci si è perciò limitatati a piccole esperienze locali, come quella dei «ministri straordinari dell’Eucarestia», incaricati di portare la Santa Comunione ai malati che non possono venire a comunicarsi in chiesa, oppure abitano lontano dal luogo di residenza del parroco. Più volte ho assistito, direi con commozione, al termine della Messa parrocchiale nella parrocchia di Notre-Dame presso la stazione di Cornavin a Ginevra, alla consegna delle particole a laici (soprattutto laiche!) che le avrebbero portate nelle case alla fine della celebrazione… Va perciò salutata con piacere l’iniziativa della Diocesi di Lugano di organizzare momenti di formazione per i laici che hanno o avranno questo incarico nelle parrocchie del Ticino (ma sarà da ricordare per inciso, anche se meno importante, l’altra funzione del «ministro straordinario»: l’aiuto alla distribuzione dell’Eucarestia durante
la messa). «Catholica» del 2 marzo ha dato notizia che all’iniziativa si sono annunciate 129 persone: 65 uomini, 26 donne e 38 religiosi/e. Responsabile è don Sergio Carettoni, delegato vescovile per il diaconato permanente e i ministeri laicali. In questi incontri non si fa solo teoria ed è comprensibile che si scenda, per esempio, alle minuzie cerimoniali. Anche solo per prevenire comportamenti non adeguati, che diano argomenti a chi dice (a me è capitato di sentirlo…): io dai laici la Comunione non la prendo, e la domenica vedo di mettermi in colonna… dalla parte del prete quando c’è un laico che lo aiuta. I laici devoti sono peggio dei preti devoti! Tutto bene, dunque, nella più che opportuna distinzione (ma anche complementarietà) dei ruoli. Rimane auspicabile che le iniziative di formazione si estendano a un altro «ministero laicale», oggi svolto su larga scala in quasi tutte le celebrazioni: quello del lettore. Compito, questo, ancora più impegnativo e svolto spesso in modo approssimativo, spesso per mancanza di retroterra culturale (uno studio biblico adeguato) e di una preparazione specifica su come si parla al microfono a un’assemblea. C’è ancora molto da fare sul punto, e non solo in Ticino, dove peraltro è molto incoraggiante la partecipazione di laici ai corsi organizzati dall’ABSI. Tutto questo meritevole darsi da fare lascia pur sempre nell’ombra un aspetto della questione compromesso dalle disposizioni di Paolo VI nell’immediato post-Concilio, quando furono riorganizzati i cosiddetti «ordini minori». Positiva fu certamente la sua decisione di abolire antichi «uffici» divenuti superflui, come quelli dell’ostiario (teneva le chiavi delle porte) e la cosiddetta «prima tonsura», una cerimonia imposta a ragazzini alla loro entrata in Seminario. La Lettera apostolica di Paolo VI Ministeria
«Victor Hugo ringrazia tutti i generosi donatori pronti a salvare Notre-Dame de Paris e propone loro di fare la stessa cosa con i Miserabili». (Ollivier Pourriol)
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Repetita non juvant Per il 19 marzo, festa di San Giuseppe, il Seminario diocesano annunciava la celebrazione di un solenne pontificale «durante il quale si svolgerà il rito di ammissione agli ordini sacri e l’istituzione dei lettori e degli accoliti». Nulla da obiettare (anzi: ce ne rallegriamo!) per la parte che riguarda i veri ordini sacri, cioè dal diaconato in su. La parte della celebrazione che interessa i lettori e gli accoliti rappresenta invece, anche se non voluta, una mancanza di riguardo per… l’altra metà del cielo. quaedam, del 1973, questi antichi incarichi li riduceva a due: il «lettore» e l’«accólito», detti ora: «ministeri laicali». Per entrambi questi ministeri è previsto un piccolo rito liturgico presieduto dal vescovo: l’«l’istituzione». Ricordo che mons. Eugenio Corecco, sullo slancio di quel documento, mi aveva incaricato di progettare un momento specifico da situare dopo l’omelia, nel corso di un’Eucarestia da lui presieduta in Diocesi almeno una volta all’anno. Pensava alla festa annuale di San Carlo Borromeo… Io gli mandai una proposta che non ebbe risposta da parte sua. In un biglietto di qualche anno dopo, Corecco me ne diede la ragione: l’impossibilità di conferire quei ministeri «istituiti» alle donne. Evidentemente… si era dimenticato del punto 7. della Lettera apostolica, in cui si legge: «L’istituzione del Lettore e dell’Accólito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa, è riservata agli uomini». È poco probabile che le nostre compagne ne facciano un casus belli per lo «sciopero delle donne» di giugno. Anche quella, però, sarebbe un’occasione per dimostrare come la nostra Chiesa sia ancora e sempre ingiusta verso la metà del Popolo di Dio. E.M.
«Certo, la generosità per ricostruire Notre-Dame è legittima, è un tesoro nazionale, ma ci piacerebbe che questo slancio si rivolgesse anche verso le persone più povere. La solidarietà è un altro tesoro nazionale». (Florent Gueguen)
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Approvata la legge ginevrina per una laicità positiva Con una maggioranza del 55% dei votanti, il Cantone Ginevra lo scorso 10 febbraio ha approvato la nuova «Legge sulla laicità», votata dal Gran Consiglio ginevrino il 26 aprile 2018 e che costituisce una novità nel diritto svizzero in tema di rapporti tra Cantoni e comunità religiose. La nuova legge è l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione ginevrina del 24 ottobre 2012 che stabilisce che «Lo Stato è laico e osserva la neutralità religiosa. Non stipendia né sovvenziona alcuna attività di culto. Le autorità curano le relazioni con le comunità religiose». La Costituzione inoltre conferma all’art. 25 la libertà di credo e di coscienza e stabilisce che nessuno può essere tenuto a contribuire alle spese di culto, principi derivanti dalla Costituzione svizzera. Riferendosi genericamente alle «comunità religiose», il Cantone non si vuole limitare, come in passato, a legiferare sulle «religioni storiche» (cattolica romana, evangelica-protestante, cattolico-cristiana), ma, prendendo atto del pluralismo sempre più diffuso a Ginevra, estende la possibilità di avere relazioni con altre comunità religiose, inaugurando così un processo che può essere di esempio e di stimolo per altri Cantoni svizzeri. La nuova legge si compone di quattro capitoli, che trattano dei Principi (13), delle Relazioni tra autorità e organizzazioni religiose (4-9), di Dialogo, Informazione e Insegnamento (1011) e di Disposizioni finali e transitorie (12-15), comprendenti anche numerose modificazioni di altre leggi, tra cui quelle relative alle religioni risalenti al 1872, 1875 e 1945. La legge è stata approvata dopo una vivace campagna referendaria che ha tuttavia dibattuto praticamente solo le disposizioni dell’art. 3, relative alla «Neutralità religiosa dello Stato», mentre nella discussione pubblica sono stati ignorati articoli ben più importanti e innovativi, atti a promuovere a Ginevra maggiore tolleranza e libertà di religione. Le «Chiese storiche» si erano pronunciate a favore della nuova legge e hanno manifestato soddisfazione per l’approvazione popolare. Oltre alla novità di considerare in genere le comunità religiose, il Canto-
ne di Ginevra non si pone più in un atteggiamento negativo o repressivo verso le religioni, ma come esplicitamente osservava il Consiglio di Stato nel messaggio con cui proponeva la nuova legge (del 4 novembre 2015), «La laicità era finora definita per difetto o per negazione. […] Lo scopo del nuovo articolo 3 della Costituzione suppone un approccio radicalmente diverso. Non si tratta più di dire che la laicità proibisce, ma al contrario di definire ciò che essa è e ciò che permette. È l’opportunità di dare alla laicità il senso che essa deve avere, una definizione positiva. Perché la laicità non è lo scopo: essa è lo strumento al servizio di scopi superiori che sono da una parte la libertà di coscienza e di credenza, dall’altra la pace religiosa». Questa visione positiva della laicità, è indicata all’articolo 1 della nuova legge che elenca gli «Scopi»: a) promuovere e proteggere la libertà di coscienza e di credenza e di non-credenza; b) preservare la pace religiosa; c) definire il quadro adatto alle relazioni tra le autorità e le organizzazioni religiose. L’art. 2 dà poi due fondamentali e innovative definizioni: «la laicità dello Stato si definisce come il principio di neutralità dello Stato negli affari religiosi»; «Le comunità religiose si organizzano secondo le forme del diritto privato. Secondo questa legge, le organizzazioni religiose sono delle comunità costituite sotto la forma di associazioni o di fondazioni conformemente al diritto svizzero. I loro membri aderiscono liberamente a un sistema di credenze e di pratiche che essi considerano come religiose. Queste organizzazioni hanno uno scopo cultuale e non lucrativo». Infine l’art. 3 codifica ulteriormente il principio della neutralità dello Stato, secondo cui «Lo Stato è laico. Esso osserva una neutralità religiosa. Non stipendia né sovvenziona alcuna attività di culto. La neutralità religiosa dello Stato proibisce ogni discriminazione basata su convinzioni religiose o mancanza di esse, così come ogni forma di proselitismo. Essa garantisce un trattamento uguale a tutti gli utenti del servizio pubblico senza distinzione di appartenenza o non re-
ligiosa». Seguono le disposizioni relative al comportamento dei membri delle autorità e del personale statale, con il divieto per diverse categorie di persone di portare «segni esteriori» religiosi, su cui si è specialmente sviluppata la polemica degli oppositori alla legge e che sono tuttora oggetto di contestazioni giudiziarie. Nel capitolo secondo della legge viene regolata con minuzia come il dipartimento delle finanze provvede a incassare il «contributo religioso volontario» stabilito dalle singole comunità religiose che sono state a ciò abilitate; tra cui l’obbligo di presentare annualmente il bilancio e di segnalare le donazioni superiori a un certo importo, sia svizzere sia estere. Inoltre sono stabilite regole limitative per le manifestazioni religiose su suolo pubblico e restrizioni circa i cosiddetti «segni esteriori» in pubblico, così come dove valga l’obbligo di non mascherare il viso. L’art. 8 regola l’accesso agli istituti pubblici, ospedali, prigioni, ecc. a incaricati delle comunità religiose e a favore dei rispettivi aderenti. Infine nel capitolo terzo è da segnalare l’art. 11 relativo a «l’insegnamento del fatto religioso negli istituti scolastici pubblici», secondo il quale «la laicità dello Stato deve essere rispettata e ogni proselitismo proibito», mentre «l’insegnamento del fatto religioso è svolto da membri del corpo insegnante dell’istruzione pubblica», secondo la legge sull’istruzione pubblica. Nel messaggio di presentazione della nuova legge, il Governo proponeva di rafforzare la pratica in materia di insegnamento del fatto religioso, «con l’obbiettivo di assicurare un insegnamento del fatto religioso nella sua diversità. Questa pratica vuole far sì che la laicità dello Stato non debba comportare che la scuola pubblica ignori l’esistenza delle religioni, ma al contrario offra agli allievi l’opportunità di conoscere il fatto religioso in tutta la sua diversità e complessità». L’interdizione a esporre simboli e indumenti religiosi in luogo pubblico da parte di dipendenti pubblici e membri di autorità ha polarizzato il dibattito. Preoccupati infatti i musulmani che, tramite il portavoce dell’Unione delle organizzazioni mu-
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sulmane di Ginevra, ha sottolineato il crearsi di un problema laddove prima non c’era, facendo al tempo stesso il gioco degli estremisti che avranno l’occasione per attaccare una società che li discrimina. Nel concreto, la norma colpirebbe alcune decine di musulmane, impiegati pubblici, su un totale di 30.000 musulmani (il 90% dei quali non praticante). Le Chiese ginevrine (Chiesa cattolica romana, Chiesa protestante di Ginevra e Chiesa cattolico cristiana) hanno definito l’approvazione della legge un passo avanti per la pace religiosa, alludendo alle disposizioni riguardanti l’insegnamento del fatto religioso, le norme circa la cappellania negli istituti pubblici, la lotta contro le derive settarie, la chiarificazione dei rapporti fra comunità religiose e Stato e la neutralità di quest’ultimo. In un comunicato congiunto, hanno dichiarato che «la legge sulla laicità dello Stato chiarisce i termini della neutralità dello Stato e stabilisce delle regole comuni per l’insieme delle comunità religiose presenti nel cantone». Le Chiese hanno inoltre dichiarato il loro impegno a favore di una convivenza religiosa pacifica e di «un dialogo costruttivo con coloro che, fra i musulmani e le musulmane, si sentono minacciati nella loro identità, per proseguire insieme la riflessione sugli aspetti che toccano le convinzioni di fede e la loro espressione». Le tre Chiese, consapevoli della perfettibilità della legge e degli aspetti più controversi, si sono infine impegnate a mantenere alta l’attenzione sul tema e sull’applicazione «con discernimento della normativa, in particolare per quanto riguarda l’esposizione di segni religiosi e l’utilizzo di luoghi pubblici per attività di culto, su cui sono già stati presentati diversi ricorsi, sia da parte dei musulmani sia da una Rete evangelica che raggruppa diverse denominazioni». Complessivamente la nuova legge, seppure contenga alcune disposizioni ancora oggetto di contestazione, realizza un notevole adeguamento alla nuova situazione di pluralismo religioso e contiene elementi che possono essere di stimolo e di esempio per gli altri Cantoni svizzeri. Sarebbe utile anche in Ticino aprire una discussione sul testo del Cantone Ginevra, dopo l’insuccesso della iniziativa promossa dai «laicisti», per un aggiornamento dell’attuale regime dei rapporti tra Cantone e le comunità religiose, considerando anche i nuovi gruppi religiosi. (a.l.)
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17 maggio: malgrado tutto, «sì» al nuovo regime fiscale È importante che il prossimo 19 maggio l’elettorato svizzero approvi il «Progetto fiscale 17» – che allinea con una furbata la riduzione dei vantaggi fiscali alle imprese estere in Svizzera con un aiutino all’AVS in difficoltà. Si salverebbero anche gli interessi delle nostre banche all’estero! Votare sì, dunque, turandosi il naso – come si dice. Ma è importante sapere che, malgrado la mini-riforma, le multinazionali che sfruttano il Terzo Mondo potranno continuare a godere in Svizzera di vantaggi fiscali importanti: il tasso d’imposizione è infatti così basso che il nostro Paese continua a godere, nel confronto internazionale, di una posizione di vantaggio. Tutto ciò è stato chiaramente dimostrato da Alliance Sud (la comunità di lavoro che riunisce Swissaid, Sacrificio quaresimale, Pane per i fratelli, Helvetas, Caritas e Eper) in una conferenza stampa svoltasi a Berna l’11 settembre dello scorso anno. Lo studio pubblicato nella circostanza spiega con semplicità come il «Progetto 17» iscriva nelle legislazioni cantonali del nostro Paese un sistema di favori in contrasto con l’equità e la morale. Secondo Mark Herkenrath, direttore di Alliance Suisse, «benché abbia firmato l’Agenda 2030 dell’O-
NU per lo sviluppo durevole, la Svizzera ne affossa gli obiettivi». Dominique Gross, responsabile del progetto Tax Transparency ed esperto di politiche fiscali presso Alliance suisse, sostiene che «alcune multinazionali continueranno a pagare quasi le stesse imposte anche dopo questa riforma». Quel che occorre è ben altro! Secondo Ellen Ehmke, di Oxfam Germania, «alla Svizzera paradiso fiscale si chiede un cambiamento di rotta radicale verso un regime internazionalmente corretto». Documentazione può essere richiesta a: Dominique Gross, dossier politique fiscale, Alliance Sud, tel. 078 838 40 79; Felix Gnehm, direttore Solidar Suisse, tel. 079 197 95 63; Ellen Ehmke, Oxfam Germania, tel. 049 175 164 89 23. L’iniziativa popolare «per multinazionali responsabili» lanciata tra l’altro da Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti e Alliancesud è attualmente in fase di conciliazione tra le Camere è sarà probabilmente sottoposta al voto popolare nel 2020. Informazioni: Associazione Iniziativa Multinazionali Responsabili, c/o Alliancesud, via Moncucco 1, 6903 Lugano, lugano@ alliancesud.ch, 091 967 33 66.
Idealisti? Assolutamente no! Sabato 2 febbraio 50.000 persone in tutta la Svizzera, per la gran parte giovani, hanno manifestato per indurre il Consiglio federale e il Parlamento ad approntare subito misure efficaci contro il riscaldamento climatico. Altre manifestazioni si sono svolte: ad esempio il 15 marzo c’è stato uno sciopero scolastico planetario. Il movimento di protesta giovanile (ma non solo) è nato dalla studentessa svedese Greta Thunberg che dall’autunno scorso si assenta da scuola ogni venerdì per protestare davanti al Parlamento contro la mancanza di passi abbastanza decisi a favore di una svolta climatica. Per chi non va più a scuola e/o ha già raggiunto la
maggior età, si prospetta una buona opportunità: firmare e poi sostenere nell’urna l’iniziativa popolare detta dei ghiacciai, appena lanciata. Questa prevede dal 2051 il divieto dell’utilizzo di combustibili fossili. Una proposta priva di qualsiasi chance di riuscita sostenuta dai soliti ambientalisti idealisti? Assolutamente no, visto che a suo favore sono scesi in campo due senatori PLR: Ruedi Noser (Zurigo) e Damian Müller (Lucerna). Secondo il giornalista Marcel Hänggi, che ha lanciato l’iniziativa, sembra che perfino tra i parlamentari UDC ci siano favorevoli alla proposta, anche se non osano (ancora) affermarlo pubblicamente.
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Nell’esperienza dell’emigrazione la resistenza di un Ticino guastato dai soldi e dalla politica «Dialoghi» ringrazia Dick Marty per l’autorizzazione a pubblicare i tratti essenziali della Presentazione da lui scritta per l’ultimo libro di Giorgio Cheda («Nel Brasilio con Francesco», ed. Oltremare, Locarno 2018). Dick Marty è nato nel 1945, è stato procuratore pubblico dal 1975 al 1989, consigliere di Stato fino al 1995, consigliere agli Stati nella 47. legislatura, membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (per conto della quale ha pubblicato un rapporto sulle prigioni segrete della CIA in Europa), da sempre difensore delle libertà e dei diritti dell’uomo. Ringrazia pure Giorgio Cheda per averla concessa. A parte pubblichiamo una recensione del volume. Titolo e sottotitoli di questo articolo sono della redazione. Molti Ticinesi sembrano voler rimuovere dalla loro identità storica, talvolta rabbiosamente, il passato di terra di stenti e di gente di emigrazione. Perché questa ritrosia a volersi confrontare con le vicende di un Ticino, poi non tanto lontano, segnato dalla povertà, ma anche da valori autentici di un’agricoltura di sopravvivenza e dalla lacerante necessità per molti di abbandonare la propria terra per affrontare l’angoscia della forzata emigrazione e l’apprensione di un futuro incerto? Eppure, quelle pagine così dense della nostra storia non possono non richiamare fatti e tragedie di oggi che concernono, pur se in modo diverso, anche la nostra realtà quotidiana. Pertinente, allora, l’interrogativo dell’Autore di questo pregevole libro: come mai il nostro Cantone non ha ritenuto di dover istituire nell’ambito universitario un polo di eccellenza per la documentazione e la ricerca sull’emigrazione? Chi più di noi era legittimato a farlo in Svizzera? La nostra storia, così ricca e intensa, se ascoltata e rispettata, ne avrebbe resa ovvia l’esistenza. Occorre allora segnalare l’encomiabile iniziativa del Municipio di Maggia di dar vita a un centro di ricerca sull’emigrazione, proprio grazie alla donazione al comune di Giorgio Cheda di un’importante documentazione.
di Dick Marty
pertinente, invita la ricerca a «istituire un paragone tra il Ticino dei Battaglini, Ciani, Franscini, Lurati, Luvini, Manzoni, Peri… che nel “santuario” di Lugano hanno protetto parecchi protagonisti del Risorgimento e quello dei contemporanei che, nei caveau dello stesso “santuario”, hanno protetto parecchi filibustieri della finanza». La transizione dal Ticino rurale al terziario avanzato si è svolta in modo precipitoso, quasi brutale, nell’euforia e in modo disordinato. Questo brusco cambiamento epocale ha certo portato un importante benessere materiale ma ha pure provocato danni e scempi duraturi per il territorio, per la politica e per il senso etico di una parte significativa del corpo sociale. Voler bene al proprio Paese significa anche considerare la sua storia in modo onesto, senza artifizi né abbellimenti. La tentazione è grande, infatti, di rappresentare eventi e personaggi nel solo intento di celebrare ed esaltare un senso di patriottismo che sconfina nel nazionalismo e lo sciovinismo, presentando la storia come un esaltante «romanzo nazionale» epurato da tutto quanto è suscettibile turbare il racconto idillico che si vuole si trasmettere.
Decadenza rispetto all’Ottocento
I conti con la storia
Ma ai più, perlomeno a quelli che contano, pare più avvalorante appellarsi solo alle scintillanti facciate della piazza finanziaria. Cheda annota, non senza sarcasmo, come «la plurisecolare attività (degli emigranti) nobilita il Ticino, riscattandolo dalle prodezze di chi, in questi ultimi tempi, ha dimostrato di volerlo solo sfruttare». E, decisamente polemico, ma pur sempre
Lo scandalo dei fondi ebraici trattenuti dalle banche e le enormi pressioni dall’estero hanno costretto il nostro Paese a chinarsi finalmente in modo critico sull’atteggiamento delle autorità elvetiche e dell’economia durante la Seconda Guerra mondiale. Quel difficile periodo per la Svizzera, interamente circondata da Stati coinvolti in un immane conflitto, è stato sistema-
ticamente evocato e magnificato come un’azione di resistenza eroica del nostro esercito, delle autorità politiche e del popolo tutto. Che la situazione fosse delicatissima e pericolosa è fuori di dubbio. Ma perché non dire tutta la verità? La Commissione di storici, diretta da Jean-François Bergier, ha ben documentato come il quadro che ci era stato trasmesso non fosse fatto di sole luci, ma anche di parecchie ombre: rifugiati ebrei respinti al confine con la consapevolezza che sarebbero poi stati uccisi, atteggiamenti di sottomissione e di intensa collaborazione di parecchie imprese svizzere di grande prestigio con i nazisti. Per l’importanza del rapporto Bergier e la rilevanza dei documenti scoperti dagli storici ci si poteva legittimamente aspettare l’avvio di un ampio e sereno dibattito sulla posizione del nostro Paese durante la guerra, sulle scelte operate dalle autorità, sul reale ruolo assunto dall’esercito e dal potere economico. Non per condannare ma per capire ed eventualmente trarre insegnamenti per il futuro. Così non è stato. Poco mancò che i ricercatori non fossero accusati di tradimento. Nemmeno il Parlamento ritenne opportuno cogliere questa occasione per promuovere una riflessione sulla politica del nostro Paese nel contesto europeo alla luce delle nuove e sconcertanti rivelazioni in merito a questa particolare esperienza storica. Alla verità, la politica predilige il racconto che è meglio accetto ai più e che meglio serve i suoi interessi immediati. Già, «toute vérité n’est pas bonne à dire», dice un proverbio del XIII secolo. Una storiografia lacunosa La rapidità e la facilità, per non dire la spregiudicatezza, della trasformazione della società ticinese non sono probabilmente estranee alla ritrosia nel voler valutare senza pregiudizi e con rigore scientifico questa turbolenta transizione. Un’analisi critica di quanto capitato in quel periodo arrischia di dimostrare come certe decisioni politiche non siano state altro che la conseguenza dell’irruenza di tornaconti particolari a scapito dell’interesse generale. Ciò non mancherebbe di
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suscitare una reazione astiosa da parte di coloro che vedrebbero così insidiati i loro privilegi acquisiti con tanta disinvoltura e poco merito. Per gli studiosi sembra allora più comodo prediligere ricerche meno spigolose, più sciape, ancorché interessanti, come ad esempio la rievocazione delle vicende delle nostre contrade nel Medioevo: nessuno rischia di essere adombrato e tanto più facili saranno i finanziamenti delle ricerche. «Beaucoup d’historiens s’intéressent d’abord au passé pour échapper au présent», osserva lo storico Patrick Boucheron. Non è la via che ha seguito il nostro Autore, mai. Ciò gli è valsa una certa animosità di taluni colleghi, quelli della corona, e l’ostracismo di qualche burocrate. Ma anche e soprattutto la stima di molti per il suo particolare approccio alla nostra storia, per la sua indipendenza e la sua coerenza. I cambiamenti che hanno portato al Cantone di oggi sono quasi sempre stati propiziati da fattori esterni, molti dei quali fortunosi. Furono banchieri zurighesi e capitali esteri che resero possibile un primo importante allentamento dell’isolamento del Ticino, con la realizzazione della ferrovia del Gottardo. Importanti, poi, i giganteschi lavori per lo sfruttamento delle acque nel Locarnese e in valle di Blenio grazie a investimenti che venivano dal nord. La sola vera ricchezza del Cantone era stata infatti ceduta – svenduta diranno in molti – per un modesto ma immediato compenso. Un’alienazione che oggi ancora continua a penalizzare la nostra regione. Poi venne l’autostrada, pagata quasi interamente dalla Confederazione. Il territorio ne fu sconvolto e molti si arricchirono con le espropriazioni di terreni che prima poco o nulla valevano. A ritmo serrato seguì la speculazione immobiliare, largamente alimentata da capitali di Oltre-Gottardo e dall’estero. L’industria del mattone e del cemento conobbe un’evoluzione vertiginosa, per poi mantenersi a lungo a un livello completamente sproporzionato rispetto al territorio e alla sua reale economia. Lo sviluppo sbalorditivo del settore finanziario fu provocato da ingenti capitali in fuga dal fisco della vicina Italia e, in parte, della Germania. Gli anni della speculazione Ricordo quei tempi con sgomento, iniziavo la mia carriera di procuratore pubblico: ogni giorno entravano miliardi di lire trasportati da contrab-
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Una nuova pagina sull’emigrazione ticinese Nella biblioteca di ogni ticinese interessato alla storia del proprio Paese figurano certo già le opere di Giorgio Cheda, insegnante e storico cui si devono alcune delle ricerche più importanti sul fenomeno dell’emigrazione verso l’Australia e la California durante l’Ottocento e il primo Novecento1. Cheda ci sorprende ora con un… cambio di direzione importante, anche se riflette una storia di breve, brevissima durata: quella di Francesco Porta, nato a Manno nel 1822, morto a Rio de Janeiro nel 1855. Il numero degli emigrati verso l’America del Sud fu numericamente inferiore a quello approdato in California (12 mila contro 27 mila). Su quello specifico settore esistono già studi importanti, da Augusto Pedrazzini a Danilo Baratti. E la storia di Francesco Porta è piccola, il diario riprodotto copre appena un anno della sua vita, dall’autunno 1854 a quello del 18552. Ma il caso è particolare. Intanto, l’emigrante non parte sprovveduto: ha un titolo di ingegnere conseguito a Pavia e si vuole impiegare come agrimensore, professione di grande utilità per un Paese, il Brasile, tanto grande da garantire una riserva di lavoro senza limiti. Ma è almeno pari la durezza delle condizioni che il nostro ingegnere incontra: il clima, anzitutto, che a differenza della California o dell’Argentina è selvaggio al limite dell’insopportabilità, poi il carattere della gente che incontra: generosa, ma lenta a prendere impegni, a decidere, a intraprendere, una situazione moralmente defatigante. Si aggiunbandieri che avevano abbandonato il traffico delle bricolle per specializzarsi in questo nuovo commercio, illegale per l’Italia, benvenuto e favorito in Svizzera. Con altri magistrati avevamo espresso viva preoccupazione per l’afflusso di queste enormi quantità di denaro, di cui non si conosceva la vera provenienza, sottratte all’erario di una democrazia a noi vicina. Il denaro non arriva mai solo, dicevamo, ma porta con sé anche una cultura pericolosa: quella dell’evasione, del raggiro e dell’illegalità, atta a facilmente inquinare il nostro tessuto sociale. Oltre alle banche apparve pure
ga l’ansia permanente per una corrispondenza con i suoi a Manno che prende tempi lunghissimi, quand’anche le lettere riescono a giungere a destinazione. Le speranze si trasformano presto in scoramento e disperazione, le malattie aggiungono sofferenza fisica. La corrispondenza si interrompe con un’ultima lettera, scritta da Rio de Janeiro a una data posteriore al 9 novembre 1855. Secondo un necrologio pubblicato su «Gazzetta Ticinese» del 25 febbraio 1876, Francesco Porta morì a Rio, di colera, il 14 dicembre 1855. Diario piccolo, dunque, e lettere che occupano solo un’ottantina di pagine, delle 275 del volume. Messi da parte gli apparati (come sempre scrupolosi), messa da parte pure l’Introduzione dettata da Dick Marty, il volume si presenta per il resto ricco di introduzioni sul contesto delle migrazioni: da quello fisico a quello storico, scritte con la verve polemica tipica di Giorgio Cheda, un intellettuale che può dire di averne viste tante, ma non in California o in Brasile bensì qui, a casa sua. E.M. 1. Qui sono citati solo i principali: L’emigrazione ticinese in Australia, 2 voll., Dadò Locarno 1976; L’emigrazione ticinese in California, 3 voll., Dadò, Locarno 1981; Dal medèe al dery. Contadine ed emigranti per conoscere la storia del mondo alpino, Dadò, Locarno 1993; I colori di Uluru. Aborigini australiani e metallari svizzeri, ed. Oltremare, Locarno 2001; Le aquile gli alpigiani e le pietre di Mogno, ed. Oltremare, Locarno 2002; Cielo e terra, ed. Oltremare, Locarno 2016. 2. G. Cheda, Nel Brasilio con Francesco. Porta aperta al mondo, ed. Oltremare, pp. 277, Locarno 2018.
un numero incredibile di fiduciarie, senza alcuna regolamentazione né controllo. Vi fu anche un’esplosione degli studi di notariato e avvocatura, di architettura e di intermediari vari. Il sogno di molti fu allora di diventare impiegato di banca. Non pochi abbandonarono le professioni artigianali per diventare autisti o fattorini di questi nuovi eldoradi, un posto sicuro, orari regolari, giacca e cravatta. I vuoti lasciati nelle professioni manuali furono colmati dai frontalieri. Ad approfittare di questa pioggia di denaro venuta da altrove non furono necessariamente i più meritevoli, bensì i più furbi, quelli
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che seppero far prova di maggior cinismo e di meno scrupoli. Come in una spirale, i facili guadagni hanno dopato la speculazione, con risultati rovinosi per il patrimonio architettonico, paesaggistico e naturalistico. Oltre alla distruzione di innumerevoli testimonianze del passato sono pure state sacrificate pregiate superfici per l’edificazione di supermercati che, notoriamente, non creano un grande valore aggiunto e non sono di particolare interesse né per l’erario né per la società. Tali deturpazioni mi fanno sempre pensare alla grande occasione persa dal popolo ticinese nel 1969. La Legge urbanistica fu respinta in votazione popolare dopo un confronto memorabile tra le giovani generazioni sensibili ai valori ambientali e culturali, da una parte, e i conservatori e i cementificatori di tutti i partiti, dall’altra. Il testo allora proposto era il più moderno e il più avanzato in Svizzera ed era l’espressione di quella sensibilità che già avvertiva i gravi pericoli che incombevano sul territorio e sul patrimonio storico e architettonico. Fu la sconfitta di una visione culturale e umanista a favore di chi sbandierava una pretesa libertà che serviva soprattutto a difendere interessi particolari. Non è dunque azzardato affermare che l’affossamento della legge urbanistica sia all’origine di non pochi scempi che oggi, e per tanto tempo ancora, deturpano gravemente il nostro territorio. Imbarbarimento politico I danni non si limitarono al territorio e al patrimonio. Altrettanto devastante è stato il decadimento della cultura politica. Proprio quando si manifestavano i primi sintomi di una frenata congiunturale nacque la Lega, che non tardò a sconvolgere e a svilire il confronto politico. Insulti, attacchi personali e calunnie hanno da allora caratterizzato un certo modo di fare politica. Tale dialettica, aggressiva e nauseabonda, si è rivelata essere altamente contagiosa. La Televisione ha certamente guadagnato in indici di ascolto, organizzando e tollerando dibattiti sistematicamente degenerati in spettacoli indecenti per il comportamento dei dirigenti leghisti di allora. Così facendo, l’Ente è però venuto meno alla sua missione culturale e di promovimento del dialogo civile. La domenica mattina, frotte di ticinesi hanno preso l’abitudine di precipitarsi verso le cassette verdi, già rallegrandosi di scoprire quale consigliere
federale, quale politico, magistrato o altro funzionario fosse di turno per essere demolito e umiliato con parole e vignette vergognose. Un modo incivile di far politica che ha contaminato anche i partiti storici. Non pochi loro esponenti hanno amoreggiato con il leghismo, approfittando anche del putridume domenicale per regolare dei conti all’interno stesso della loro formazione. L’immigrato, il frontaliere, il diverso e l’Europa sono diventati bersagli e capri espiatori comodi per spiegare ogni malanno. Si è così fatto leva sulla propensione di molti a privilegiare le menzogne facili da capire a scapito delle verità più complesse da spiegare. Il frontaliere che ruba il lavoro ai ticinesi, i musulmani che mettono in pericolo la sicurezza pubblica, il rifugiato che fa affondare la nostra barca e l’invalido che sfrutta l’assicurazione sociale sono gli argomenti che hanno fatto della Lega il primo partito del Ticino dopo quello, informale ma non meno responsabile e riprovevole, degli indifferenti. Cavalcando l’onda del successo del movimento leghista, non sono mancati gli opportunisti che, ostentando la loro apparenza di bravi ragazzi ma senza mai tuttavia distanziarsi dalle nefandezze domenicali, si sono precipitati a occupare le poltrone diventate libere grazie alla distribuzione clientelare dei posti. Paese piccolo dagli intrecci complessi di sostegni e riconoscimenti reciproci, di elargizioni di sussidi o di mandati, molti se ne stanno zitti per interesse o codardia. Tra loro non pochi intellettuali. Quadro eccessivamente fosco? Deve forse consolare il fatto che tali dinamiche si osservano pure nella vicina penisola, in Ungheria, in Polonia o negli Stati Uniti? Un intellettuale raro Giorgio Cheda fa parte di quella schiera, invero poco nutrita, di intellettuali che non si sono prostrati alle mode del momento e ai silenzi compiacenti per non urtare chi conta o crede di contare. La sua solida cultura sociologica lo ha indotto a studiare e capire la storia non tanto attraverso le gesta di pretesi eroi (come mi fu invece insegnata a scuola), bensì seguendo il percorso degli umili che hanno subito e nel contempo plasmato le vicende umane di un popolo e di un’epoca. Una storia che non è disgiunta dagli eventi odierni. Capire i fatti che hanno segnato il passato implica necessariamente considerare e
commentare le dinamiche del presente. Cheda non si rifugia nella polvere del trascorso, ma evidenzia sempre i collegamenti con l’attualità dei nostri giorni. A costo di disturbare e di urtare. E Cheda ha indubbiamente infastidito. Non si è lasciato intimorire e ha perseverato accettando anche di pagarne il prezzo. È certamente un personaggio scomodo, talvolta scontroso, non teme la polemica né una certa irriverenza. È, insomma, un uomo libero, una scelta non sempre facile da vivere poiché suscita l’ostilità degli asserviti – e sono molti – che in questa libertà vedono lo specchio della loro cattiva coscienza. Cheda stesso lo dice: «L’onore dell’uomo libero consiste invece nel resistere alle più subdole forme di manipolazione non solo con qualche stoccata di fioretto, bensì con le più sanguigne polemiche». Giorgio Cheda ha investito tempo e passione nell’esplorare i destini di quelle migliaia di ticinesi (oltre 40.000 sull’arco di un secolo a partire da metà del XIX secolo) che sono emigrati oltremare. Queste innumerevoli vicende individuali hanno profondamente segnato il Cantone, in particolare le valli, e sono parte indissociabile della nostra identità. Non si tratta di racconti episodici, bensì di un appassionante dialogo tra cronaca locale e storia generale, poiché, dice l’autore, «è impossibile comprendere il locale senza ampliarne gli orizzonti spazio-temporali e coinvolgere tutte le discipline». Cheda insiste con pertinenza sull’importanza dell’eredità morale dei contadini di montagna, ricordando, con giustificato orgoglio, come egli appartenga all’ultima generazione che si è formata «dialogando con la montagna». Questi scritti si inseriscono in quello che Cheda chiama «il più affascinante romanzo storico della Svizzera italiana (…) compilato dagli emigranti e dai loro famigliari». Opera preziosa e attuale. La migrazione, come d’altronde la globalizzazione, non è un’opzione, ma un fenomeno ineluttabile, peraltro aggravato dal cambiamento climatico causato in massima parte dal comportamento sconsiderato dei Paesi più ricchi, con conseguenze che colpiscono molto duramente i più deboli e in particolare proprio coloro che da secoli abbiamo vergognosamente sfruttato. Certo, il fenomeno migratorio costituisce una sfida immane, ma anche ricca di straordinarie opportunità. Studi demografici recenti hanno infatti
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dimostrato che, tenuto conto dell’invecchiamento della popolazione e del tasso di natalità, la Germania tra pochi decenni non sarà più in grado di far funzionare la propria economia né di finanziare le assicurazioni sociali. Una dinamica che peraltro minaccia tutto l’Occidente. Già oggi, anche se molti non ne vogliono prendere atto, senza l’apporto dell’immigrazione e dei frontalieri il nostro Paese non sarebbe in grado di funzionare correttamente e non potrebbe più garantire l’attuale benessere. Invece di affrontare con serietà questa sfida epocale e determinante per il futuro delle prossime generazioni, una parte importante della politica sembra privilegiare i successi elettorali a breve termine, sfruttando e aizzando la paura dello straniero. I drammi del presente L’indifferenza con la quale si assiste alla tragedia umanitaria che si sta svolgendo nel Mediterraneo è semplicemente agghiacciante. Chi sono le persone che tentano con ogni mezzo di raggiungere le coste europee e per quali ragioni assumono questi terribili rischi? L’Africa è stata vittima della schiavitù, della colonizzazione e di un saccheggio tuttora in corso delle sue ricchezze naturali ad opera di multinazionali e di Stati senza scrupoli. Con gli accordi Sykes-Picot (1916), Francia e Regno Unito si sono spartiti il Medio Oriente e da allora è stata una successione continua di tragedie e di soprusi ai danni delle popolazioni, in particolare per assicurarsi il petrolio e controllare le vie di comunicazione. Nel 2003, sulla base di menzogne, gli Stati Uniti e il Regno Unito attaccarono l’Iraq senza l’autorizzazione del
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Consiglio di Sicurezza e, dunque, in flagrante violazione del diritto internazionale. Centinaia di migliaia di vittime (si parla di un milione di morti), una regione completamente devastata e tutte le strutture statali e assistenziali distrutte. Stessa sorte fu riservata alla Libia (allora il Paese con il più alto indice di benessere del continente africano) e alla Siria. Queste guerre hanno costituito un affare colossale per l’industria dell’armamento dei Paesi occidentali, per i loro azionisti e le loro banche. Anche tenendo conto di questo passato recente, non abbiamo forse un dovere di solidarietà nei confronti di questi disperati la cui sola colpa è quella di fuggire dalla distruzione e dalla miseria per poter sopravvivere? Lo spettacolo dato dai Paesi della ricca Europa, che fanno di tutto per rifilare ad altri i profughi giunti stremati dalle fatiche e dagli orrori del viaggio, è desolante e squallido. Come può il civilissimo Occidente, come si definisce, accettare che il Mediterraneo, che fu proprio la sua culla, sia diventato un cimitero per migliaia e migliaia di bambini, donne e uomini che cercavano aiuto? Una macchia terribile e indelebile per la storia della nostra epoca. Il problema della migrazione è sempre esistito e ha da sempre caratterizzato la storia dell’essere umano. L’umanità non è forse nata in Africa e in parte poi emigrata verso gli altri continenti? Le società che si sono ripiegate su se stesse sono tutte scomparse dopo un inesorabile e doloroso declino. Invece di tentare di capire e di proporre risposte ai problemi che indubbiamente pone, il fenomeno della migrazione è usato
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oggi, in modo cinico e spregiudicato, come grimaldello per abbattere la democrazia. Come lo ricorda Patrick Boucheron: le minacce che insidiano la democrazia sono a volte più pericolose degli attacchi esterni. L’orribile tragedia che si sta svolgendo nel Mediterraneo e la crescita dei movimenti xenofobi e chiusi sul mondo costituiscono una disfatta del modello democratico fondato sullo stato di diritto e sulla protezione dei diritti dell’uomo e sono un inconfondibile sintomo di una deriva verso quel «fascismo eterno» che, come diceva Umberto Eco, «può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti». Oggi, tali spoglie possono apparire innocenti solo agli ignavi e a chi non vuole vedere. La storia maestra di vita Per Giorgio Cheda, lo storico «deve cercare di capire la complessità del passato, responsabilizzando il cittadino nei confronti del futuro». Con questa sua nuova opera ci invita ancora una volta in modo mirabile a guardare a «quella stella polare chiamata emigrazione, che aiuta a individuare i cambiamenti della società nel tempo, ci orienta pure nel presente scombussolato da massicci travasi di popolazione». Questo libro è un’opera della maturità, molto denso, è anche un commovente atto d’amore per il suo Paese, le sue montagne, soprattutto per tutte queste migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la loro terra che non era in grado di nutrirle. Un omaggio alla loro tenacia, alla loro preziosa testimonianza e gratitudine per le importanti pagine di storia che, con dolore e speranza, ci hanno tramandato. Per meglio capire il mondo di oggi.
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Appello dei cristiani italiani: restiamo umani In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cattolici e protestanti italiani hanno lanciato, il 22 gennaio 2019, un appello comune perché si continui a vivere uno spirito di umanità e di solidarietà nei confronti dei migranti. Se per tutti è un dovere nei confronti di chi abbandona il proprio Paese rischiando la vita nel deserto e nel mare, per i cristiani si tratta di un obbligo morale. «Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei Paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui transitano, come in Libia, fini-
scono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti Paesi. Da qui il nostro appello perché – nello scontro politico – non si perda il senso del rispetto che si deve alle persone e alle loro storie di sofferenza». Ma al di là del metodo, il documento ecumenico affronta problemi di merito: «Una politica migratoria che non apre nuove vie sicure e legali di accesso verso l’Europa è fatalmente destinata a incentivare le immigrazioni irregolari. Per questo chiediamo ai vari paesi europei di duplicare o, comunque, di ampliare i corridoi umanitari, aperti per la prima volta in Italia all’inizio del 2016. E finita ormai la fase della sperimentazione e i risultati, positivi sotto tanti aspetti, sono sotto gli occhi di tutti. È auspicabile passare
quindi a una generalizzazione di questo modello, che salva dai trafficanti di esseri umani e favorisce l’integrazione. Per questo ci rivolgiamo direttamente al Governo italiano perché allarghi la quota dei beneficiari accolti nel nostro Paese e si faccia promotore di un “corridoio umanitario europeo”, gestito dalla UE e da una rete di paesi volenterosi, prevedendo un adeguato sistema di sponsorship». Il documento affronta anche il nodo problematico dei salvataggi in mare: «Nel breve periodo, però, mentre si cerca il consenso europeo su queste misure, occorre garantire il soccorso in mare, che non può ridursi a una politica di respingimenti o di semplici chiusure. Hanno firmato il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese; il prof. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio; il pastore Luca M. Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia; mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana.
Le Chiese protestanti per l’Europa Dal 23 al 26 maggio 2019, si terranno le elezioni per il Parlamento europeo in tutti gli Stati membri dell’Unione europea. La Comunione delle Chiese protestanti in Europa chiede alle persone di partecipare a queste elezioni e di svolgere un ruolo attivo nel plasmare l’ambiente di vita europeo secondo il cammino stabilito verso la riconciliazione e la convivenza pacifica. La CCPE è un’organizzazione di 94 Chiese protestanti, principalmente luterane, metodiste, riformate, di oltre trenta paesi europei e rappresenta all’incirca cinquanta milioni protestanti. Europa: un percorso per la riconciliazione Durante la sua ottava Assemblea generale, svoltasi a Basilea, in Svizzera, nel settembre 2018, la Comunione delle Chiese protestanti in Europa ha commemorato la fine della Prima
Guerra mondiale. Ha anche ricordato il dono della riconciliazione di cui il popolo europeo ha goduto dal 1945, come manifestato politicamente nel Consiglio d’Europa e nell’Unione europea, dopo che guerre devastanti e aberrazioni nazionalistiche avevano portato l’Europa sull’orlo della rovina. La fine della Guerra Fredda smantellò la brutale linea di divisione che attraversava l’Europa e permise agli europei dell’Est di determinare il proprio destino nelle libere elezioni. L’Europa è dove ci eleviamo alle nostre sfide I rappresentanti eletti al Parlamento europeo avranno un’enorme responsabilità, poiché il progetto europeo stesso è coinvolto in una crisi sfaccettata, compresa l’uscita del Regno Unito dall’Ue, L’aumento dell’euroscetticismo e delle voci antieuropee, e persino
un ritorno agli ideali nazionalistici, si può registrare in molte società europee. Allo stesso tempo, l’Europa affronta sfide immense, evidenti e ovviamente non risolvibili solo dalle singole nazioni: cambiamenti climatici e tutela del Creato; politiche umanitarie nei confronti di rifugiati e migranti; divisioni sociali ed economiche in Europa, che tra l’altro portano migliaia di persone in cerca di lavoro e di un futuro in un altro Stato membro, lasciando indietro le loro famiglie e le persone a carico; il profondo cambiamento nelle nostre società causato dall’uso di nuove tecnologie come la digitalizzazione, l’automazione, l’intelligenza artificiale; e, infine, anche i cambiamenti nelle forze politiche al di fuori dell’Europa. Coloro che sono incaricati di guidare la politica europea in futuro dovranno affrontare queste sfide in modo obiettivo e con competenze specifiche.
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Un’attenta analisi dei processi economici, politici e sociali è fondamentale per prendere le decisioni appropriate. L’Europa è un posto per la diversità. La maggior parte delle Chiese nella Comunione delle Chiese protestanti in Europa sono Chiese di minoranza che vivono l’esperienza della diaspora. Sono soggette alle opinioni e supposizioni della maggioranza. Per spiegare la propria fede, hanno bisogno di uno spazio che consenta di evidenziare differenze e peculiarità. Pertanto, per quanto riguarda la sfera politica, sono proprio la democrazia
e le elezioni democratiche a garantire alle minoranze una voce e un posto al tavolo del discorso politico e del processo decisionale. Le elezioni per il Parlamento europeo assicurano che la diversità possa prosperare ulteriormente in Europa, e abbia voce, contribuendo nel contempo a plasmare l’unità e la riconciliazione. L’Europa è un habitat che vogliamo aiutare a modellare La Comunione delle Chiese protestanti in Europa afferma l’importan-
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za fondamentale della democrazia e dello Stato di diritto. La Comunione delle Chiese protestanti in Europa incoraggia le persone a fare uso del loro diritto al voto e quindi a influenzare il percorso che l’Europa intraprenderà. Ci sono molte opportunità per svolgere un ruolo attivo nel plasmare l’Europa ma questa prossima in particolare determina la composizione del Parlamento europeo per i prossimi cinque anni. (da «Voce evangelica», febbraio 2019)
Chiese ed elezioni europee In vista delle elezioni del Parlamento europeo, che si terranno dal 23 al 26 maggio 2019, la Conferenza delle Chiese europee (Kek) e la Commissione delle Chiese per i migranti in Europa (Ccme) hanno elaborato uno strumento intitolato «Europa: è il nostro futuro – Azione delle Chiese per le elezioni del Parlamento europeo 2019» chiedendo alle Chiese di impegnarsi attivamente nel processo. Le elezioni di maggio, sottolineano le due organizzazioni ecclesiastiche, sono particolarmente significative perché, attraverso il voto diretto, i cittadini dell’Unione europea eleggeranno i deputati europei che daranno forma alla vita nell’Unione con un mandato
quinquennale. A partire da una precisa idea sul futuro, sui valori e sui modelli sociali dell’Ue, che nelle intenzioni della Kek e della Ccme dovrebbe avere a cuore la pace, la giustizia, la solidarietà e la dignità umana, il documento fornisce informazioni tecniche sulle elezioni e sul funzionamento del Parlamento. Inoltre, pone una serie di domande sui temi cruciali dell’agenda politica: migrazioni, cambiamenti climatici, sviluppo sostenibile, lavoro, trasparenza finanziaria, inclusione sociale, diritti umani. Infine, Kek e Ccme forniscono otto strumenti concreti di partecipazione: votare per la pace, la giustizia,
la dignità umana e la sostenibilità, incoraggiando a fare altrettanto, soprattutto i giovani; seguire e interagire con i candidati e i partiti sui social media; informarsi meglio sulla posizione della Chiesa sui problemi chiave, promuovere discussioni ed eventi nella propria Chiesa sulle elezioni; informarsi sulle modalità di voto nel proprio paese; informarsi sui candidati e i partiti prima delle elezioni; partecipare ai dibattiti locali; incoraggiare dibattiti misurati, la verifica dei fatti e un uso corretto del linguaggio, soprattutto sui social dove le informazioni si diffondono velocemente; condividere preoccupazioni e riflessioni con i candidati.
“Voltamarsina io? No, mai!” A 80 anni dalla scomparsa di Don Alberti, ricordato nel Giardino dei Giusti di Lugano per il suo impegno contro i fascismi, una nuova edizione ripropone il suo romanzo di straordinario successo.
Un libro sempre di grande attualità di Francesco Alberti, a cura di Flavio Catenazzi, prefazione di Davide Adamoli, collana «La Rondine», 288 pagine con illustrazioni in b/n, 12,5 x 21 cm, Fr. 22.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune Firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio È stato piantato come un seme di palma in una città fino ad anni recenti deserto, il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato il 4 febbraio a Abu Dhabi da Francesco e dal grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Ta. Sebbene esso, formalmente, sia opera del papa della Chiesa cattolica romana, e del capo del più importante centro mondiale di studi sunnita (che si trova al Cairo), la speranza è che il virgulto cresca e dia buoni frutti, non solo per il cattolicesimo e l’islam, ma anche per il mondo intero, la cui pace viene favorita se le due grandi religioni, tenaci avversarie nei secoli passati, ora, ciascuna nel suo solco ma dandosi la mano, in nome di Dio si spendano per la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani. (Luigi Sandri) Prefazione La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere. Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi. Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo «Documento sulla Fratellanza Umana». Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le
nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli. Documento In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace. In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera. In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante. In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome della fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre. In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e
divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini. In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa. In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede. In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra. In nome di Dio e di tutto questo, AlAzhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio. Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive. Ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agii uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come ancora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque. Questa Dichiarazione, partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea, apprezzando i suoi successi e vivendo i suoi dolori, le sue sciagure e calamità, crede ferma-
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mente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti. Noi pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che, insieme a tali progressi storici, grandi e apprezzati, si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di distrazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme dì dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva. La storia afferma che l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una «terza guerra mondiale a pezzi», segnali che, in varie parti del mondo e in diverse condizioni tragiche, hanno iniziato a mostrare il loro volto crudele; situazioni di cui non si conosce con precisione quante vittime, vedove e orfani abbiano prodotto. Inoltre, ci sono altre zone che si preparano a diventare teatro di nuovi conflitti, dove nascono focolai di tensione e si accumulano armi e munizioni, in una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi. Affermiamo altresì che le forti crisi politiche, l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – hanno generato, e continuano a farlo, enormi quantità di malati, di bisognosi e di morti, provocando crisi letali di cui sono vittime diversi paesi, nonostante le ricchezze naturali e le risorse delle giovani generazioni che li caratterizzano. Nei confronti di tali
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crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – a motivo della povertà e della fame –, regna un silenzio internazionale inaccettabile. È evidente a questo proposito quanto sia essenziale la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità, per dare alla luce dei figli, allevarli, educarli, fornire loro una solida morale e la protezione familiare. Attaccare l’istituzione familiare, disprezzandola o dubitando dell’importanza del suo ruolo, rappresenta uno dei mali più pericolosi della nostra epoca. Attestiamo anche l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni, tramite l’educazione sana e l’adesione ai valori morali e ai giusti insegnamenti religiosi, per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni. Il primo e più importante obiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarLo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirla. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento, anzi, tutti devono preservare tale dono della vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale. Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici. gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo. Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portarli a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per
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questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere dì usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente. Impegni Questo Documento, in accordo con i precedenti Documenti Internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, attesta quanto segue: – La forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune; a ristabilire la saggezza, la giustizia e la carità e a risvegliare il senso della religiosità tra i giovani, per difendere le nuove generazioni dal dominio del pensiero materialistico, dal pericolo delle politiche dell’avidità del guadagno smodato e dell’indifferenza, basate sulla legge della forza e non sulla forza della legge. – La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano. – La giustizia basata sulla misericordia è la via da percorrere per raggiungere una vita dignitosa alla quale ha diritto ogni essere umano. – Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della
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convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano. – Il dialogo tra i credenti significa incontrarsi nell’enorme spazio dei valori spirituali, umani e sociali comuni, e investire ciò nella diffusione delle più alte virtù morali, sollecitate dalle religioni; significa anche evitare le inutili discussioni. – La protezione dei luoghi di culto – templi, chiese e moschee – è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale. – Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale. Occorre condannare un tale terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni. – Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli. – Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della
civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture. L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale. È importante prestare attenzione alle differenze religiose, culturali e storiche che sono una componente essenziale nella formazione della personalità, della cultura e della civiltà orientale; ed è importante consolidare i diritti umani generali e comuni, per contribuire a garantire una vita dignitosa per tutti gli uomini in Oriente e in Occidente, evitando l’uso della politica della doppia misura. – È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti. – La tutela dei diritti fondamentali dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione, all’educazione e all’assistenza è un dovere della famiglia e della società. Tali diritti devono essere garantiti e tutelati, affinché non manchino e non vengano negati a nessun bambino in nessuna parte del mondo. Occorre condannare qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti. È altresì importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti – specialmente nell’ambiente digitale – e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia. – La protezione dei diritti degli anziani, dei deboli, dei disabili e degli oppressi è un’esigenza religiosa e sociale che deve essere garantita e protetta attraverso rigorose legislazioni e l’applicazione delle convenzioni internazionali a riguardo.
A tal fine, la Chiesa Cattolica e alAzhar, attraverso la comune cooperazione, annunciano e promettono di portare questo Documento alle Autorità, ai Leader influenti, agli uomini di religione di tutto il mondo, alle organizzazioni regionali e internazionali competenti, alle organizzazioni della società civile, alle istituzioni religiose e ai leader del pensiero; e di impegnarsi nel diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali, sollecitando a tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione. Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi. In conclusione auspichiamo che: questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà; sia un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni; sia una testimonianza della grandezza della fede in Dio che unisce i cuori divisi ed eleva l’animo umano; sia un simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano. Questo è ciò che speriamo e cerchiamo di realizzare, al fine di raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita. Abu Dhabi, 4 febbraio 2019
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Sinodo dei giovani 2018 Estratti dal documento finale (validi anche per la Diocesi di Lugano…) La forma sinodale della Chiesa 121. L’esperienza vissuta ha reso i partecipanti al Sinodo consapevoli dell’importanza di una forma sinodale della Chiesa per l’annuncio e la trasmissione della fede. La partecipazione dei giovani ha contribuito a «risvegliare» la sinodalità, che è una «dimensione costitutiva della Chiesa». […] Come dice san Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi – perché la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore» […]. La sinodalità caratterizza tanto la vita quanto la missione della Chiesa, che è il Popolo di Dio formato da giovani e anziani, uomini e donne di ogni cultura e orizzonte, e il Corpo di Cristo, in cui siamo membra gli uni degli altri, a partire da chi è messo ai margini e calpestato. La situazione delle parrocchie 18. Pur rimanendo la prima e principale forma dell’essere Chiesa nel territorio, diverse voci hanno indicato come la parrocchia fatichi a essere un luogo rilevante per i giovani e come sia necessario ripensarne la vocazione missionaria. La sua bassa significatività negli spazi urbani, la poca dinamicità delle proposte, insieme ai cambiamenti spazio-temporali degli stili di vita sollecitano un rinnovamento. Anche se vari sono i tentativi di innovazione, spesso il fiume della vita giovanile scorre ai margini della comunità, senza incontrarla. Il rinnovamento della parrocchia 129. La parrocchia è necessariamente coinvolta in questo processo, per assumere la forma di una comunità più generativa, un ambiente da cui si irradia la missione verso gli ultimi. In questo particolare frangente storico emergono diversi segnali che testimoniano che essa, in vari casi, non riesce a corrispondere alle esigenze spirituali degli uomini del nostro tempo, soprattutto a causa di alcuni fattori, che hanno modificato a fondo gli stili di vita delle persone. Viviamo infatti in una cultura «senza confini», segnata da una nuova relazione spazio-temporale
anche a motivo della comunicazione digitale, e caratterizzata da una continua mobilità. In tale contesto, una visione dell’azione parrocchiale delimitata dai soli confini territoriali e incapace di intercettare con proposte diversificate i fedeli, e in particolare i giovani, imprigionerebbe la parrocchia in un immobilismo inaccettabile e in una preoccupante ripetitività pastorale. Occorre dunque un ripensamento pastorale della parrocchia, in una logica di corresponsabilità ecclesiale e di slancio missionario, sviluppando sinergie sul territorio. Solo così essa potrà apparire un ambiente significativo che intercetta la vita dei giovani. Il desiderio di una liturgia viva 51. In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera e momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana, in una liturgia fresca, autentica e gioiosa. In tante parti del mondo l’esperienza liturgica è la risorsa principale per l’identità cristiana e conosce una partecipazione ampia e convinta. I giovani vi riconoscono un momento privilegiato di esperienza di Dio e della comunità ecclesiale, e un punto di partenza per la missione […]. In generale si constata che anche dove si offre la catechesi sui sacramenti, è debole l’accompagnamento educativo a vivere la celebrazione in profondità, a entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti. La centralità della liturgia 134. La celebrazione eucaristica è generativa della vita della comunità e della sinodalità della Chiesa. Essa è luogo di trasmissione della fede e di formazione alla missione, in cui si rende evidente che la comunità vive di grazia e non dell’opera delle proprie mani. […]. Va dunque riaffermato con chiarezza che l’impegno a celebrare con nobile semplicità e con il coinvolgimento dei diversi ministeri laicali, costituisce un momento essenziale della conversione missionaria della Chiesa. I giovani hanno mostrato di saper apprezzare e vivere con intensità celebrazioni autentiche in cui la bellezza dei segni, la cura della predi-
cazione e il coinvolgimento comunitario parlano realmente di Dio. Bisogna dunque favorire la loro partecipazione attiva, ma tenendo vivo lo stupore per il Mistero; venire incontro alla loro sensibilità musicale e artistica, ma aiutarli a comprendere che la liturgia non è puramente espressione di sé, ma azione di Cristo e della Chiesa. Le donne nella Chiesa 55. Emerge anche tra i giovani la richiesta che vi sia un maggiore riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e nella Chiesa. Molte donne svolgono un ruolo insostitui bile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L’assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso. Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento, anche a partire da una riflessione antropologica e teologica sulla reciprocità tra uomini e donne. Le donne nella Chiesa sinodale 148. Una Chiesa che cerca di vivere uno stile sinodale non potrà fare a meno di riflettere sulla condizione e sul ruolo delle donne al proprio interno, e di conseguenza anche nella società. I giovani e le giovani lo chiedono con grande forza. Le riflessioni sviluppate richiedono di trovare attuazione attraverso un’opera di coraggiosa conversione culturale e di cambiamento nella pratica pastorale quotidiana. Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato. Si tratta di un dovere di giustizia, che trova ispirazione tanto nel modo in cui Gesù si è relazionato con uomini e donne del suo tempo, quanto nell’importanza del ruolo di alcune figure femminili nella Bibbia, nella storia della salvezza e nella vita della Chiesa.
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Per una liturgia adeguata al XXI secolo Il settimanale «Corriere degli Italiani» del 20 febbraio 2019 (Zurigo) pubblica un ampio testo dal titolo «Dalla cena del Signore alle nostre messe rituali», a firma Albino Michelin, di cui pubblichiamo la parte iniziale e quella finale, che riprendono e approfondiscono la richiesta (vedi «Dialoghi» n. 255) per una celebrazione adeguata alla sensibilità moderna, specie dei giovani. L’ultima cena di Gesù, diventata con il tempo la messa cattolica, non fu un banchetto organizzato da un profeta depresso, ma l’invio dei discepoli e di tutti i credenti ad inaugurare il regno di Dio, cioè un mondo nuovo, fondato sulla giustizia e sulla fratellanza. L’espressione è un po’ roboante e logorata dal tempo, però tradotta nella vita concreta, vorrebbe significare una logica rovesciata da quella nostra abituale troppo egoista e individualista. E siccome l’ultima cena o la nostra messa viene sempre collegata alla morte di Gesù, fino a identificare ogni messa con la ripetizione del suo sacrificio sulla croce e del sangue per il Padre e per noi versato, ci siamo anche con il tempo creati dei miti o per devozione o per esigenze di culto che esigerebbero qualche riflessione e chiarimento. Una zona piuttosto complicata della teologia che ci mette di fronte ad una tradizione di duemila anni e al modo di influenzare le prediche del clero, divulgando l’equivoco che l’uomo bravo e onesto è tout court colui che frequenta la messa domenicale o che fa celebrare messe in continuazione, fonte di copiose grazie e benedizioni,
quando magari all’atto pratico il suo comportamento di vita fosse anni luce distante dall’intendimento di Gesù. […] La teoria a noi pervenuta che la morte di Gesù sia un sacrificio olocausto a Dio gradito per la salvezza di tutti i peccatori, noi inclusi, si comincia a delineare in epoca medioevale a partire da Anselmo di Canterbury (1250). Il concetto di questo monaco è diventato e resta il nostro. La morte di Gesù avrebbe una doppia finalità: di espiazione, offerta a Dio Padre per rabbonirlo e fargli cambiare idea sulla nostra predestinazione all’inferno. E l’altra quasi a carattere «finanziario» sarebbe un riscatto versato a Satana per strapparci dal suo possesso. Che si potrebbe chiamare anche «militare»: morte di Gesù come combattimento contro le potenze del male. Nulla di più tenebroso. Ma eravamo nel tempo della fioritura della scienza giuridica, cioè del diritto, in una logica tutta legata al giuridismo romano: do ut des. Come dire: Gesù offre e dà la sua vita a Dio padre, il quale gli restituisce il perdono dei peccati e la salvezza per tutti gli uomini strappandoli dal possesso del maligno. Con una serie di concetti mutuati tutti sempre dal giuridismo romano, pessimistici e negativi, come: legge, colpa, pena, espiazione, pentimento, ricompensa, soddisfazione. […] Il Vangelo non parla mai di questo, né di Adamo, né di Eva, nemmeno in occasione dell’ultima cena. Discutibile è anche l’obiettivo: non risulta quello di Gesù venuto al mondo a portare grazia misericordia, amore. Domina
Un commento femminile al documento finale del Sinodo I paragrafi che si occupano direttamente delle donne sono due: il 55 e il 148. Il paragrafo 55 dice una cosa significativa, cioè che «emerge tra i giovani la richiesta che vi sia un maggiore riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e della Chiesa». Insomma qui la Chiesa ha ammesso di ricevere dai giovani un insegnamento al quale non era stata in grado di giungere da sola: il valore dell’uguaglianza!
Al punto 148 si parla esplicitamente della necessità, evangelica prima di tutto, di coinvolgere le donne nei processi decisionali, ma nessuna azione concreta viene proposta e neppure adombrata. Tutto rimane nell’ambito dell’auspicio […] un auspicio che però ha dei limiti (questi sì) netti e concreti: gli ipotetici futuri ruoli decisionali non devono richiedere «specifiche responsabilità ministeriali». Insomma le donne vanno coinvolte, prima o poi e
come nel diritto romano la giustizia punitiva e il riscatto. Certo la teoria di Anselmo nacque dall’intenzione per altro lodevole di rendere comprensibile alla sua nuova epoca (mille anni dopo la morte di Gesù) la tradizione antica. Però l’evoluzione che fu consentita alla teologia medievale non la si dovrebbe proibire alla teologia contemporanea. Non si può negare che questo concetto fa emergere nell’inconscio popolare incresciosi equivoci paganeggianti quasi che Dio fosse così crudele e sadico nella sua collera da poter venire soddisfatto solo dal sangue e dalla croce del proprio figlio. Si sa che qualche sacerdote, trovandosi di fronte all’impasse sacrificale, «questo pane è il corpo offerto in sacrificio per voi», cambia in «offerto in amore per voi». La messa non è la ripetizione del sacrificio della croce, è una celebrazione che inizialmente, subito dopo l’ultima cena, si svolgeva nelle case con comprensibile semplicità avente valore commemorativo, di ringraziamento (= eucarestia) e di distribuzione del pane e generi alimentari ai bisognosi. Cena per un futuro da costruire, sulla slancio della Risurrezione di Gesù. Certo ognuno è libero di andare in chiesa, al tempio, alla moschea, alla sinagoga per pregare il suo Dio, i suoi dei, i suoi idoli. Ma se si tratta di partecipare alla messa, andrebbe premesso un esame: la messa, cena del Signore, non è fatta per chi in questo mondo vuole costruire muri anziché ponti, per chi vuole ammassare interessi personali, ma per chi il pane di Cristo dall’altare lo fa diventare condivisione nella vita.
in qualche modo, purché non chiedano riconoscimenti ufficiali e soprattutto l’ordinazione ministeriale. Per quanto riguarda il voto alle donne nei sinodi futuri non ci sono aperture reali; nella versione ufficiosa del documento finale uscita nei giorni precedenti alla chiusura del sinodo, si diceva che «è stata sollevata anche la questione della presenza femminile alle assemblee sinodali, evitando la disparità tra la rappresentanza della vita religiosa maschile e femminile», ma la frase è sparita dalla versione ufficiale. (di Paola Lazzerini, sociologa e giornalista, in «Adista» del 1. dicembre 2018)
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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Più donne. Il rinnovato Gran Consiglio ticinese, nominato lo scorso 7 aprile, comprende 31 donne, ovvero 9 in più rispetto al 2015, e porta il Ticino al di sopra della media nazionale per la rappresentanza femminile in parlamento. Un risultato raggiunto finalmente a 50 anni dall’introduzione del voto femminile in Ticino. 31 donne accanto a 59 uomini rappresentano il 34% del parlamento ticinese. Tra i Ticinesi nell’assemblea federale ci sono 2 donne e 8 uomini (20%), mentre nei municipi ticinesi siedono 96 donne accanto a 525 uomini (15%); meglio rappresentate nei Consigli comunali, con 756 donne e 1808 uomini (29% di donne). Nessuna donna invece tra i Consiglieri di Stato, mentre ce ne furono ben 2 su 5 nel quadriennio 1999-2003. A favore delle suore. Carmen Sammut, presidente dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG), ha chiesto il diritto di voto per le religiose alle assemblee sinodali, durante la conferenza stampa organizzata a Roma il 25 febbraio scorso, dopo lo storico incontro in Vaticano per la tutela dei minori. La UISG, organizzazione mondiale di Superiore generali di Istituti di Religiose cattoliche, è un foro internazionale in cui le Superiore Generali condividono esperienze, scambiano informazioni e si accompagnano reciprocamente nello svolgimento del loro servizio. La UISG rappresenta certamente una voce importante, che riunisce circa 2.000 congregazioni a cui appartengono più di 700.000 suore in circa 95 Paesi. Dieci suore hanno preso parte al summit sui minori conclusosi domenica 24 febbraio in Vaticano, e la voce sulla necessità che anche le religiose siano tutelate dagli abusi «Problema che esiste nella Chiesa», ha ammesso lo stesso papa Francesco. Suora Sammut ha sottolineando l’importanza del fatto che per «la prima volta» un papa invitasse le responsabili di ordini religiosi e congregazioni a partecipare ad un appuntamento di evidente risonanza internazionale quale è stato il vertice sulla tutela dei minori; ha perciò auspicato che in futuro ci siano più posti per suore nei Sinodi e in altri grandi incontri in Vaticano. La presenza di tre religiose al Sinodo dei vescovi del 2018, e di dieci al vertice
vaticano del 21-22 febbraio, lascia ben sperare per il futuro. Nuova badessa. La comunità benedettina di 10 suore del monastero di Santa Maria Assunta sopra Claro, dopo 48 anni, torna ad essere retta da una propria abbadessa, madre Maria Sofia Cichetti, investita con la benedizione abbaziale in una cerimonia presieduta lo scorso 9 febbraio da monsignor Valerio Lazzeri, vescovo di Lugano. Così il monastero, la cui fondazione risale al 1490, si stacca dalla comunità fiorentina di Rosano, da cui dipendeva dal 1971, e riprende il cammino indipendente. Donne preti? La presidente delle Madri superiori della Svizzera tedesca e del Liechtenstein, Simone Buchs, critica aspramente la gerarchia maschile che domina nella Chiesa cattolica: «È decisamente ora che la Chiesa cattolica si apra al sacerdozio femminile». Le leggi della Chiesa legittimano il fatto che il sacerdozio sia negato alle donne, ma queste leggi possono essere cambiate. Per la Madre superiora del monastero di Cham (ZG) è davvero giunto questo momento: «vedo una possibilità solo se un pontefice decidesse di delegare questa decisione alle Chiese locali. In questo caso le diocesi più progressiste potrebbero consentire alle donne di diventare preti». In Svizzera, tuttavia, non c’è unanimità su questo punto e gli avversari di quest’apertura sono potenti. La Chiesa protestante di Ginevra ha consacrato Marcelle Bard come prima pastora novant’anni fa, il 19 dicembre 1929, ma solo nel 1943 venne ammessa nella Compagnia dei pastori… Conti diocesani. Nel fascicolo di dicembre della «Rivista diocesana» è pubblicato il resoconto della Diocesi per l’anno 2017. Il Bilancio al 31 dicembre presenta agli attivi un totale di «sostanza circolante» per oltre 15 milioni di franchi e una «sostanza fissa» di oltre 58 milioni (le cifre pubblicate menzionano anche i centesimi…); al passivo troviamo elencati i «capitali di terzi» per 39 milioni, ammortamenti per 1,6 milioni, e «dotazioni vincolate» per oltre 27 milioni; il capitale proprio risulta di fr. 4.888.210,71. Qualche dato meno «misterioso» (per i non specialisti in materia finanziaria) li dà
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il Conto economico, per il quale i ricavi della gestione ordinaria assommano a oltre 249.000 franchi, mentre la gestione ordinaria (costi del personale, spese generali, costi palazzo vescovile, contributi interdiocesani) comportano un esborso di quasi 2 milioni. Per la pastorale diocesana, sovvenzioni a sacerdoti, strutture diocesane, ecc. la spesa totale è stata di oltre 1,2 milioni; su queste voci sarebbero utili, a informazione dei diocesani, maggiori indicazioni. Tralasciamo il seguito delle cifre pubblicate, per cui il totale dei ricavi e costi straordinari indica l’importo di franchi 544.452,80. Tra i costi straordinari, finalmente una indicazione chiara: la copertura del deficit del «Giornale del Popolo», per il 2017, è risultata di fr. 550.854,80; altra indicazione significativa, anche se «deludente», riguarda la «partecipazione delle parrocchie al Fondo attività diocesane», risultata di fr. 164.150. Il rapporto di revisione tranquillizza che tutto è in ordine «con un grado di sicurezza accettabile». La pubblicazione annuale dei conti diocesani è pratica lodevole ed esemplare; tuttavia sarebbe auspicabile una maggiore informazione di dettaglio per quanto riguarda le spese che vedono il coinvolgimento diretto dei diocesani. Totopreti. L’«Annuario della Diocesi di Lugano» ci permette di stabilire, anche quest’anno, il Totopreti, sulla base dell’elenco, pubblicato alle pagine 187-195. In testa alla classifica con 14 citazioni c’è Claudio Mottini, vicario episcopale, seguito a ruota da Nicola Zanini, vicario generale; con 13 ci sono i diretti collaboratori di mons. Lazzeri, che ha solo 4 rinvii; come gli emeriti mons. Grampa (1936) e mons. Togni (1926). Tra i preti, in testa è don Volonté (anno 1944) con 11 riferimenti, seguono don Braguglia (1966) e don Rogowski (1966) con 10, mentre è a quota 9 don Aliverti (1964), arciprete di Lugano. Numerosi quelli che raggiungono 8 presenze, mentre retrocessi nelle citazioni troviamo i già vicari episcopali Oliviero Bernasconi (5), Sandro Vitalini (7), Ernesto Storelli (5); solo Azzolino Chiappini resta ancora a quota 8. Tra i laici, 7 citazioni per Andrea Cavallini, cancelliere di curia, e il predecessore Gianni Ballabio ridotto a 2; Ernesto Borghi ha 4 riferimenti, a pari con Luigi Maffezzoli, preceduti dalle donne Cristina Vonzun con 6 e Chiara Gerosa con 5. Tra i cognomi, al primo posto i Bernasconi, con 4 rinvii per 3 preti, mentre i Lepori presentano 3 laici più
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padre Mauro, abate generale dell’Ordine cistercense. L’Annuario 2019 ci informa che in Diocesi ci sono anche 7 cappellani militari e 2 cappellani della protezione civile, mentre nella Curia vescovile, tra gli incarichi speciali (pag. 19), sono vacanti (!) i Delegati per la Pastorale sanitaria e per la Pastorale Universitaria. Infine i 6 Diaconi permanenti sono relegati a pagina 90, esclusi dal clero elencato nelle pagine 93 e seguenti. Tuttavia nell’Annuario segnano un punto a loro favore: è infatti diacono il caposervizio SMG dei cappellani militari, Urs Corradini, che merita quindi questa citazione nominatim. Preti sposati. Nel fascicolo 1-2 (gennaio-febbraio) 2019 della «Rivista diocesana», è pubblicato un articolo di Sandro Vitalini, dal titolo «I presbiteri», che ripercorre la storia del presbiterato nella Chiesa cattolica, per osservare (pag. 5) che «Essenziale è che ogni Chiesa, pur di modeste dimensioni, si senta strutturata attorno alla Parola e all’Eucarestia»; per giungere alla conclusione (pag. 6): «Ispirandoci all’Oriente, che non conosce la nostra crisi, il candidato potrebbe anche accedere all’Ordine già sposato, e con una professione che gli assicura anche il pane»; «Queste prospettive possono oggi sembrarci difficili da calare nella realtà, ma il futuro ci dirà che esse sono necessarie, affinché la Chiesa cresca come comunità di famiglie e non affondi in un anonimato che la trascina nella sua sparizione». Il tema sarà probabilmente proposto nell’annunciato Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia (sic), confrontata con una deplorevole scarsità di presbiteri al servizio di comunità disperse su un territorio immenso. Fondazione don Bosco. Nata nel 1965 grazie all’iniziativa di Don Enrico Morganti, sacerdote salesiano svizzero con l’intenzione di sostenere le Opere Salesiani in Burundi, oggi la Fondazione Opera Don Bosco nel Mondo è punto di riferimento per il sostegno e l’aiuto di tante missioni salesiane in tutto il mondo. L’azione di San Giovanni Bosco si concretizzava soprattutto a favore dei giovani, mentre oggi la Fondazione Opera Don Bosco ha all’attivo progetti che coinvolgono anche gli adulti. La Fondazione opera con progetti sociali ed educativi nel campo della formazione e dell’educazione, interventi strutturali a lungo termine quali la costruzione di mense comunitarie, abitazioni,
scuole e centri formativi, servizi igienico sanitari, oratori e luoghi di culto, veri e propri villaggi. Si occupa inoltre di far fronte alle richieste di aiuto a seguito di catastrofi naturali o a causa di guerre civili e etniche fino al sostegno a distanza. Per maggiori informazioni: www.operadonbosco.ch Elezione a Coira. Il nuovo vescovo di Coira sarà eletto da parte dei 24 canonici della cattedrale, che lo sceglieranno da una lista di tre proposta dalla santa Sede. Mons. Huonder, vescovo ormai emerito di Coira, ha annunciato che si ritirerà in un istituto scolastico del cantone di San Gallo, tenuto dalla Fraternità sacerdotale San Pio X, che fa parte del gruppo religioso tradizionalista fondato da mons. Lefebvre. Mons Huonder è stato incaricato dalla Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Ufficio) di tenere i contatti con la Fraternità e niente di più pratico che… diventarne ospite. Ricevuti dal Papa. Due svizzeri vittime di abusi sessuali sono stati ricevuti il 2 marzo scorso da papa Francesco, che ha loro chiesto perdono a nome della Chiesa. L’uomo aveva subito percosse e abusi da parte di religiosi in un istituto del canton Lucerna, la donna aveva subito violenze in un istituto pure lucernese retto da religiose. Erano accompagnati da Guido Fluri, autore dell’iniziativa a favore dei minori sottratti alle famiglie dalle autorità, presente anche il cardinale Kurt Koch, già vescovo di Basilea. Guido Fluri di Soletta aveva lanciato nel 2014 un’iniziativa per ottenere 500 milioni di franchi per indennizzare i minori vittime di misure di coercizione, ottenendo dal parlamento federale la messa a disposizione di 300 milioni, azione di risarcimento sostenuta finanziariamente anche dalla Chiesa cattolica. In Svizzera la pratica di internamenti amministrativi di minori in istituti o presso privati è cessata solo nel 1981 ed ha colpito una dozzina di migliaia di fanciulli e adolescenti. Nuove direttive. La Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha inasprito le direttive in materia di abusi sessuali: in caso di conoscenza di un reato vige l’obbligo di denuncia alla giustizia e per ogni nuova assunzione viene richiesto un estratto del casellario giudiziale specifico per privati. Le nuove disposizioni sono state decise nell’assemblea a fine febbraio all’abbazia di Mariastein, nel canton Soletta. Si è preso atto dell’Incontro sulla prote-
zione dei minori svoltosi in Vaticano, cui ha partecipato il presidente Mons. Gmür, vescovo di Basilea. Ogni diocesi e ogni comunità religiosa dovrà poi designare un incaricato della prevenzione e disporre di un proprio piano di precauzione in cui vengono ad esempio fissati criteri di base per le relazioni che implicano vicinanza e apporti rispettosi (da CdT del 1.3.2019). Nella diocesi di Losanna-Ginevra-Friburgo, tutti gli agenti pastorali devono firmare una «Carta contro gli abusi sessuali», introdotta all’inizio del 2019. Ecumenismo edilizio. I cattolici di Bex (Vaud) assisteranno alla santa messa nel tempio protestante, messo a loro disposizione dalla comunità evangelica per tutto il periodo necessario per i lavori di rinnovamento della loro chiesa. Nello stesso edificio, nei prossimi mesi, i cattolici celebreranno il sabato alle 18, mentre i protestanti la domenica alle 10. I cattolici disporranno inoltre durante la settimana di una cappella provvisoria in una scuola, dove sarà celebrata la santa messa alle 19.30 di ogni mercoledì. Sentenza. La diocesi di Coira aveva fatto richiesta alla «Chiesa cattolica dei Grigioni» («Katholische Landeskirche Graubünden») di non finanziare un ente che autorizza l’aborto e approva diverse altre pratiche contrarie agli insegnamenti cattolici; contro il rifiuto aveva promosso la via giudiziaria fino al Tribunale federale. Il Tribunale federale ha deciso che è consentito che una «Chiesa cattolica», organizzata dallo Stato, appoggi attività anche in contrasto con la sua dottrina; la diocesi deve dunque accettare che lo Stato permetta a un organismo da esso istituito di riscuotere tasse dai fedeli cattolici e con questi mezzi agire contro principi della Chiesa cattolica. Il Tribunale federale ha qualificato la «Chiesa cattolica grigionese» come parte della «struttura giurisdizionalista» («Staatskirchenstruktur»), costituita secondo il diritto statale; le somme riscosse dalla «Chiesa cattolica dello Stato» non appartengono alla diocesi in quanto Chiesa cattolica locale, bensì sono mezzi finanziari statali e questi mezzi possono essere utilizzati indipendentemente dalla Chiesa cattolica e quindi anche contro i suoi principi di fede. Antisemitismo. Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo e dalla Federazione svizzera delle comunità
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israelite, l’anno scorso si sono registrati 42 casi di antisemitismo, tra cui l’attacco di un uomo armato di coltello a un gruppo di ebrei ortodossi, 11 ingiurie e 5 scritte antisemite. Sui social media e nelle sezioni dei commenti dei giornali sono invece stati registrati 535 casi, a cui va aggiunta una cifra sommersa di fatti non segnalati. I contenuti erano suddivisibili in quattro categorie: antisemitismo generico (148), negazione/banalizzazione della Shoah (37), antisemitismo con riferimento a Israele (170) e teorie del complotto (222). Il rapporto nota che attualmente le tesi complottiste stanno avendo un’enorme popolarità. Si basano sull’associazione delle teorie più svariate e strampalate, tutte comunque ascrivibili a un presunto «complotto giudaico internazionale». L’anno scorso nei Paesi confinanti con la Svizzera si sono verificate a più riprese gravi violenze fisiche, anche letali, contro gli ebrei. L’odio fiorisce in rete e la proporzione di affermazioni e minacce antisemite in Internet si attesta ad un livello altrettanto elevato che in altri Paesi europei. Molti utenti pubblicano sul web dichiarazioni con il proprio nome, ciò mostra chiaramente quanto l’antisemitismo sia tornato ad essere socialmente accettabile oggi, soprattutto nel mondo digitale. Per le due organizzazioni è quindi indispensabile porre maggiormente l’accento sulla prevenzione, ad esempio attraverso la formazione di esperti, l’informazione e il dialogo tra i vari rappresentanti della società svizzera. Proposte federali. Una petizione e una iniziativa parlamentare federale tentano di modificare l’articolo di legge che punisce l’aiuto disinteressato all’entrata o al soggiorno in Svizzera dei migranti. È in corso la raccolta delle firme per una iniziativa federale che vuole proibire l’esportazione di armi in Stati che violano sistematicamente i diritti umani. Una iniziativa popolare è stata presentata in sede federale per stabilire regole che impongano alle società multinazionali con sede in Svizzera di rispettare i diritti umani e l’ambiente anche nelle loro attività all’estero: sarà probabilmente messa in votazione nel 2020, se il parlamento federale non approverà disposizioni ritenute efficaci per reprimere tali abusi. Ingiustizia salariale. Stando ai dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica (UST), nel 2016 le donne attive nel privato hanno guadagna-
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to in media il 19,6% in meno degli uomini, mentre nel 2014 la quota era del 19,5%. Ad aumentare è anche la percentuale di queste disparità che resta inspiegabile: 42,9% nel 2016, contro il 39,1% nel 2014 e il 40,9% nel 2012; essa rappresentava in media 657 franchi al mese nel 2016 e 585 franchi del 2014. La differenza varia considerevolmente a seconda dei settori economici: si va dai 327 franchi al mese nel settore alberghiero e della ristorazione, a 702 franchi al mese nel commercio al dettaglio, a 964 franchi al mese nella industria metalmeccanica e a 1297 franchi al mese nelle attività finanziarie e assicurative. La situazione è leggermente migliore nel settore pubblico, dove la parte inspiegabile della differenza salariale tra i sessi nel 2016 era del 34,8% (522 franchi al mese), contro 41,7% nel 2014 e 38,8% nel 2012. Suicidi assistiti. L’organizzazione di assistenza al suicidio Exit Svizzera tedesca (alla quale fa capo anche il Ticino) ha «accompagnato alla morte» nel 2018 in totale 905 persone, 172 in più rispetto al 2017. Il numero di affiliati ad Exit è salito a 120.117, con oltre 13.000 nuove adesioni, numero che cresce ogni anno. Segno che la scelta di porre fine alla propria vita rimane per la popolazione svizzera una forte esigenza, nonostante lo sviluppo della medicina palliativa. L’età media delle persone accompagnate verso la morte l’anno scorso è stata di 78,2 anni, il 57% donne. I motivi principali delle richieste sono stati tumori allo stadio terminale (344 casi), malattie legate alla vecchiaia (245 casi) e patologie che provocano dolori cronici (75 casi). Nella Svizzera romanda le persone che hanno fatto ricorso al suicidio assistito sono state in tutto 299, 13 in più dell’anno precedente. Il numero di affiliati è passato negli ultimi due anni da 26.081 a 28.081. Il maggior numero di suicidi assistiti è stato registrato nel canton Zurigo. Seguono Berna, Argovia, San Gallo, Lucerna, Basilea Città e Basilea Campagna. Complessivamente il tasso di suicidi assistiti raggiunge l’1,5% dei circa 66.000 decessi annuali in Svizzera. Sempre più evidente è la necessità di una regolamentazione legale della problematica, fin qui limitata al Codice penale (che condanna l’aiuto venale al suicidio) e alle disposizioni in alcuni cantoni relative agli ospizi pubblici. In mancanza di una regolamentazione nazionale, dove sarà difficile raggiungere un consenso
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sufficiente, occorre che si facciano diligenti i legislatori cantonali, Ticino compreso, per evitare abusi e banalizzazioni, specie da parte di soggetti provenienti dall’estero. Burocrazia miope. Dieci organizzazioni non governative svizzere hanno ricevuto una brutta sorpresa poco prima di Natale. La Commissione europea le ha infatti informate che a partire dal nuovo anno non avrebbero più ottenuto fondi dall’Ue per i loro progetti. Nel 2018 avevano ricevuto da Bruxelles oltre 50 milioni di franchi. Il provvedimento è stato notificato tramite una lettera del 21 dicembre della Direzione generale che si occupa delle operazioni di aiuto umanitario. Nella missiva si spiega il motivo all’origine dell’interruzione del partenariato, vale a dire l’assenza di basi legali. La decisione interessa fra le altre Caritas, World Vision e Medici senza Frontiere, tutte ong attive in zone di crisi. Una decisione che, oltre danneggiare poveri aiutati dalla solidarietà svizzera, non faciliterà certo il giudizio degli svizzeri nei confronti dell’Unione Europea. Solidarietà vincenziana. Le Conferenze di San Vincenzo De Paoli del Cantone Ticino lo scorso anno hanno effettuato pagamenti di fatture intestate ai loro assistiti per circa mezzo milioni di franchi. Nel 2015 la cifra si era attestata a quota 400mila franchi, a 412mila l’anno seguente e a 460mila nel 2017. Le principali voci per le quali i vincenziani sono stati chiamati ad intervenire riguardano gli affitti e i premi di cassa malati. Gli aiuti possono essere di carattere materiale, come il pagamento di affitti arretrati, premi di cassa malati, costi odontoiatrici (generalmente per i figli), oppure consistono nella distribuzione di derrate alimentari, direttamente (attualmente ad un’ottantina di famiglie) oppure tramite la concessione di tessere del Tavolino Magico, con il quale le conferenze vincenziane collaborano. Attualmente in Ticino operano 11 conferenze, formate da circa 130 membri, tutti volontari. I casi di cui si viene a conoscenza sono discussi nell’ambito di riunioni mensili, nelle quali si decidono gli aiuti da elargire. I finanziamenti sono resi possibili grazie alla generosità di benefattori, spesso anonimi. Essendo le risorse comunque limitate, non sempre è possibile intervenire e coprire tutte le esigenze dei casi considerati.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
A favore del Global Compact. Papa Francesco ha salutato l’approvazione del Global Compact for Migration, elaborato in sede ONU e adottato da 164 Paesi nella Conferenza intergovernativa di Marrakech, e ha rivolto un ulteriore richiamo alla comunità internazionale perché verso i migranti si operi «con responsabilità, solidarietà e compassione». Papa Francesco ha lodato il patto globale che elenca le responsabilità comuni e principi di cooperazione su una delle principali emergenze globali, osservando che «il patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, intende essere un quadro di riferimento per tutta la comunità internazionale», auspicando che essa «grazie anche a questo strumento, possa operare con responsabilità, solidarietà e compassione nei confronti di chi, per motivi diversi, ha lasciato il proprio Paese, e affido questa intenzione alle vostre preghiere». La Santa Sede ha contribuito all’adozione del Global Compact sulle migrazioni e anche per l’altro documento in cantiere sui rifugiati, con i «20 punti» sottoposti all’ONU e redatti sulla base dei quattro verbi «accogliere, proteggere, promuovere, integrare» indicati da papa Bergoglio, e tramite la sezione sui migranti e rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. Frutto di ignoranza, se non di malafede, sono le obiezioni di coloro (anche tra i politici svizzeri) che confondono il Compact (che è una dichiarazione di intenzioni) con un patto (che è un testo impegnativo, sottoposto a verifica). Quindi, ritenere il Compact inutile perché non imperativo, è come ritenere inutile la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 (che ha lo stesso valore giuridico), e di cui è stata recentemente celebrata l’importanza a 70 anni dalla proclamazione, e che successivamente è stata via via sottoscritta da oltre 190 Stati, e poi attuata tramite più impegnativi patti internazionali. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha partecipato a Marrakech, nei giorni 10 e 11 dicembre, alla riunione dell’Onu per l’adesione formale all’accordo sul Global Migration Compact «per l’immigrazione e i rifugiati». Secondo Parolin, il GMC «sembra sia un buon punto di partenza, almeno per affrontare in modo collettivo il tema della migrazione»: esso vuole contribuire
ad una migrazione «disciplinata, sicura, regolare e responsabile», invita alla lotta alla xenofobia e allo sfruttamento, al contrasto del traffico di esseri umani, promuovendo assistenza umanitaria, sviluppo e integrazione. I Paesi europei che non hanno firmato il GMC sono Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Austria, Bulgaria e Polonia, in gran parte governati da forze politiche di destra (e aggiungiamo pure Stati Uniti ed Israele), mentre Italia e Svizzera «vogliono discuterne» e intanto restano in questa «bella compagnia». Europei reticenti. Non è riuscita un’iniziativa promossa tra i cittadini europei (detta Ice), col motto: «Siamo noi l’Europa che accoglie – Welcoming Europe», uno strumento di democrazia partecipativa che serve per chiedere alla Commissione Europea l’adozione di un provvedimento e che richiede un milione di sostenitori in tutta Europa, con delle soglie minime in almeno sette paesi membri. L’obiettivo purtroppo non è stato raggiunto a livello comunitario, perché, mentre in Italia con 65.000 firme il numero necessario è stato superato, altri Paesi non hanno raggiunto la cifra prefissata. Alcune delle proposte, grazie a un’intensa attività di pressione dei promotori sulle istituzioni europee, sono già state comunque prese in esame e hanno trovato una prima attuazione. In particolare, l’Ice chiedeva di rafforzare i programmi alla base dei corridoi umanitari – attuati con successo da alcune organizzazioni religiose in Italia e in Europa – e di modificare il sistema di accesso ai fondi europei, allargando la tipologia di soggetti (enti locali, società civile) che possono promuovere programmi di corridoi umanitari. Inoltre, si chiedeva l’accoglienza dei migranti, la cessazione della criminalizzazione delle Ong e maggiore tutela per le vittime di abusi alle frontiere. Cardinali condannati. A pochi giorni dal summit in Vaticano contro gli abusi sui minori, dopo il cardinale australiano George Pell (condannato per aver abusato di due minori), un altro «principe della Chiesa» subisce una condanna: si tratta del cardinale arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, 68 anni, accusato per la mancata
denuncia alle autorità statali di abusi sessuali compiuti da un prete. Ambedue i cardinali hanno ricorso contro le condanne; in attesa del verdetto finale dei tribunali, papa Francesco non ha preso decisioni sui due prelati, per non riconoscere condanne non definitive. Barbarin ha presentato le dimissioni al Papa, che le ha respinte. Suore abusate. Durante il volo di ritorno dagli Emirati Arabi, il 5 febbraio scorso, papa Francesco ha riconosciuto e denunciato gli abusi sessuali sulle religiose. «È vero, dentro la Chiesa ci sono stati anche dei chierici che hanno fatto questo. […] Ci sono stati sacerdoti e anche vescovi che lo hanno fatto. E io credo che si faccia ancora. […] Abbiamo sospeso qualche chierico, mandato via, per questo. […] Abbiamo dovuto sciogliere qualche congregazione religiosa femminile che era molto legata a questo, una forma di corruzione. […] È vero. Si deve fare qualcosa di più? Sì. Abbiamo la volontà di farlo? Sì. Ma è un cammino che viene da lontano». Parole che possono anche suonare generiche, ma che comunque mostrano un’esplicita assunzione di responsabilità. Adesso, è necessario «un cambiamento sistemico», ha detto suor Sharlet Wagner, presidente della Leadership Conference of Women Religious (LCWR), organismo statunitense che raccoglie l’80% delle superiore delle congregazioni religiose del Paese. Le donne, religiose e no, devono avere «un ruolo che non sia solo simbolico» nella riforma delle strutture della Chiesa: «se al tavolo c’è solo il clero, il tema sarà affrontato solo attraverso quella lente». La LCWR ha chiesto in un documento diffuso il 7 febbraio, firmato dalla portavoce suor Annemarie Sanders, che sia intrapresa un’azione decisiva, che mini alla base quella cultura clericale che rappresenta il terreno di coltura degli abusi. (Il testo della dichiarazione dell’Lcwr è pubblicato in italiano in «Adista» del 23 febbraio 2019) L’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg) aveva invitato, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre), tutte le suore che hanno subito abusi sessuali o di potere da parte di preti, religiosi, vescovi o cardinali, a denunciare l’accaduto, raccontando ai propri superiori, ma anche alla polizia, quello che hanno dovuto sopportare, anche se il fatto è risalente a molti anni prima. L’Uisg è costituita da duemila supe-
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riore generali delle Congregazioni religiose femminili di tutto il mondo, che rappresentano oltre 500mila suore. Un convegno di studio e testimonianze dedicato al tema «Superare il silenzio. Le voci delle donne nella crisi degli abusi» si è svolto a Roma il 27 novembre, promosso da Voices of Faith, organismo nato per far sentire la voce delle donne nella Chiesa che già lo scorso marzo aveva organizzato una convention che ebbe ampia eco: il Vaticano ne aveva impedito lo svolgimento all’interno delle mura, a causa della presenza «indesiderate» della ex presidente irlandese Mary McAleese, attivista dei diritti Lgbt. Donne preti. Una cerimonia speciale per celebrare i 25 anni trascorsi dalle prime ordinazioni femminili al sacerdozio nella Chiesa d’Inghilterra si è svolta il primo di marzo al Lambeth Palace di Londra, la residenza dell’arcivescovo di Canterbury. Tra gli ospiti c’erano molte di quelle donne che furono tra le prime a essere ordinate nel 1994, alcuni fra i laici che più si sono spesi in questa battaglia e una fitta rappresentanza delle donne ordinate in questi anni, compresa la reverenda Angela Berners-Wilson, la prima in assoluto. La predicazione è stata tenuta dalla reverenda Isabelle Hamley, cappellana dell’arcivescovo di Canterbury. L’arcivescovo Welby ha detto: «Molti di coloro che sono qui oggi sono stati pionieri nel capire che cosa significa essere e avere una donna ordinata nella Chiesa d’Inghilterra – non solo per se stessi e le loro comunità, ma per tutto il Corpo di Cristo. Oggi rendiamo testimonianza a coloro che hanno aperto la strada nel 1994, oltre a sostenere coloro a cui è stata aperta da allora la via per il ministero». Il primo gruppo di donne venne ordinato nella cattedrale di Bristol il 12 marzo 1994. Prossima assemblea Cec. L’undicesima assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese(Cec) si terrà a Karlsruhe, in Germania, nel 2021. «L’amore di Cristo muove il mondo verso la riconciliazione e l’unità» sarà il tema dei lavori assembleari. Il Comitato di pianificazione dell’Assemblea si è riunito a Cipro per selezionare gli elementi centrali per la futura assemblea. Il segretario generale del Cec pastore Olav Fykse Tveit ha commentato che «il tema aiuterà a concentrarsi sul movimento ecumenico come movimento di amore, nel tentativo di seguire Cristo e testimoniare l’amore
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di Cristo – espresso nella ricerca di giustizia, pace e unità». L’Assemblea è il supremo organo legislativo del Cec e si riunisce ogni otto anni. Lo scopo formale dell’assemblea è quello di verificare e pianificare i programmi e determinare le politiche generali del Consiglio ecumenico, nonché di eleggere i presidenti e nominare un Comitato centrale che funge da organo direttivo principale fino alla successiva assemblea. Contro la solidarietà. Sette persone sono stati condannate dal tribunale di Gap, in Francia, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con l’accusa di aver aiutato migranti a entrare in suolo francese durante una manifestazione. Lo scorso 22 aprile 2018 si era svolta fra Claviere, ultimo Comune italiano, e Montgenèvre, primo Comune francese, una manifestazione indetta da varie associazioni che in questi anni stanno cercando di prestare aiuto alle tante persone migranti che da queste montagne fra Piemonte e Francia tentano di transitare per proseguire il loro viaggio di speranza. Alla marcia erano presenti anche alcuni migranti che dunque hanno varcato la frontiera. Il Tribunale ha condannato tutti e sette i fermati, di nazionalità francese, italiana e svizzera ( tra cui il pastore Rostan della Chiesa valdese di Susa): 6 mesi con sospensione condizionale della pena per cinque fra loro e 12 mesi, con 8 mesi sospesi e 4 da scontare per altri due. Pro e contro. L’emigrazione è un impoverimento per i Paesi di origine, che vedono partire molti giovani da loro formati, a favore dei ricchi Paesi di destinazione. Questo effetto negativo della migrazione è in parte compensato dalle rimesse degli emigranti. Gli invii di denaro attraverso i canali ufficiali ai membri della propria famiglia in Paesi in via di sviluppo sono stimati a 529 miliardi di dollari per il 2018. Si tratta di una somma che supera di tre volte l’importo dell’aiuto pubblico allo sviluppo a livello mondiale. Perfino gli investimenti diretti nei Paesi in via di sviluppo sono solo una volta e mezzo le rimesse e sono significativamente meno stabili. Nel 2017 i migranti in Svizzera hanno versato ai loro Paesi di origine oltre 7 miliardi di franchi. Il contributo delle rimesse al PIL dei Paesi con un’elevata migrazione economica è considerevole: nel 2017 rappresentava il 35 per cento in Kirghizistan e circa il 30 per cento in Tagikistan, Haiti e Nepal.
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Migranti nel mondo. Ogni due secondi una persona è costretta a lasciare la propria casa nel mondo per fuggire da conflitti, violenze, persecuzioni; questo è il dato più significativo contenuto nel Rapporto annuale Global Trends dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Tra i motivi, le crisi in diverse aree mondiali, come la precaria situazione della Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan o la fuga dal Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. Il rapporto Global Trends 2017 ci dice anche che «a fine 2017 erano 68,5 milioni le persone costrette alla fuga e di queste 16,2 milioni, solo l’anno scorso hanno dovuto lasciare le proprie case»; un dato impressionante «che porta all’esodo oltre 44.000 persone al giorno, dunque una persona ogni due secondi». Il numero dei rifugiati è in aumento: sono 2,9 milioni in più rispetto al 2016. Quattro rifugiati su cinque riescono a raggiungere i paesi limitrofi ai loro. Quasi due terzi, invece, rimangono all’interno del proprio paese. Su 25,4 milioni di rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi e sotto la responsabilità dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa). Dei restanti, che rientrano nel mandato dell’Unhcr, due terzi provengono da cinque paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia. Nuova Chiesa ucraina. Il 6 gennaio è nata ufficialmente la nuova Chiesa ucraina, la quindicesima del panorama ortodosso mondiale. Con una cerimonia nella cattedrale di San Giorgio di Istanbul, la sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il patriarca ecumenico Bartolomeo ha firmato il Tomos, documento che riconosce l’autocefalia della Chiesa di Kiev, sancendone lo sganciamento dalla Chiesa ortodossa russa. Patriarca della neonata entità ecclesiastica è il metropolita di Kiev Epifanio. Uno strappo che sta lacerando il mondo ortodosso, e che ha interrotto le relazioni fra Bartolomeo, primus inter pares fra i patriarchi, e Kirill, capo della Chiesa di Mosca, la più potente e numerosa. Si è trattato di una cerimonia dal forte accento politico, marcata dalla presenza, nello scranno d’onore al fianco dell’altare, del presidente ucraino Petro Poroshenko. I quasi cinque anni di conflitto hanno azzerato le relazioni fra Kiev e Mosca, e l’autonomia della Chiesa è uno dei tasselli principali del processo in corso. Quasi un terzo dei fedeli
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della Chiesa di Mosca si trova infatti su suolo ucraino; di conseguenza, ora è chiamato a scegliere se rimanere fedele all’antica Chiesa o aderire alla nuova. Per non parlare delle migliaia di edifici e luoghi di culto che sono destinati ad alimentare le dispute sulle proprietà e sul loro utilizzo. Lo scisma è una minaccia ventilata: al momento il Sinodo della Chiesa russa ha emanato una serie di documenti ufficiali di fuoco, aspramente critici nei confronti della condotta di Bartolomeo, e ha interrotto la comunione eucaristica con Costantinopoli. Un Sinodo laico. La Chiesa cilena ha celebrato, nei «due giorni» dell’Epifania un «Sinodo Nazionale Laicale», autoconvocato da cristiani delusi e sofferenti per il grande scandalo degli abusi su minori e per il più grande scandalo del complice silenzio di parecchi vescovi (che in blocco hanno presentato le dimissioni!). Molto partecipata, l’assise si è conclusa con una breve e puntuale Dichiarazione e con l’annuncio di un documento ben più articolato su quanto emerso nel dibattito. Lo scopo di questo «camminare insieme» (sinodo), si legge nel testo, è «ricostruire la nostra Chiesa devastata da peccati e delitti» come comunità profetica e liberatrice, partecipata e inclusiva. Il testo della dichiarazione è pubblicato in «Adista» n. 3 del 26 gennaio. Informazione religiosa. L’editoria è un settore in crisi da diversi anni. All’interno di questo settore, l’informazione religiosa ha particolarmente sofferto gli effetti della crisi economica e la massiccia diffusione di notizie attraverso internet e i social network. Chi ha pagato il prezzo più alto sono state le testate che non avevano alle spalle congregazioni religiose o sponsor ecclesiastici. Ma anche riviste più istituzionali, se non altro nella proprietà, hanno dovuto chiudere i battenti: la «Misna», ad esempio, storica agenzia di stampa del mondo missionario, che ha chiuso alla fine del 2015; o il «Regno», quindicinale dei dehoniani che per continuare a vivere viene ora edito da «Il Regno srl», emanazione dell’Associazione Dignitatis Humanae, nata nel 2016 con lo scopo di continuare a pubblicare la testata dopo la decisione del precedente editore, il Centro Editoriale Dehoniano, di chiuderla. Anche «Settimana», sempre dei dehoniani, (assieme a Musica e assemblea, che si occupava di liturgia) ha chiuso i battenti a fine
2018. E ancora: «Cem mondialità», rivista di dialogo interreligioso fondata nel 1972, a Parma, dai missionari saveriani, ha terminato le pubblicazioni nel 2016. Senza contare le sofferenze che da anni travagliano le testate delle Edizioni paoline, «Famiglia Cristiana» e «Jesus». A questa lunga lista di testate chiuse o in crisi si aggiunge ora il «Messaggero di Sant’Antonio», giornale edito dai frati della storica Basilica di Padova, nato nel 1898 e fra i periodici più letti al mondo. La proprietà ha comunicato di punto in bianco la «cessazione del rapporto di lavoro con tutta la redazione», formata di otto giornalisti. Oltre al «Messaggero», in procinto di chiudere sarebbe anche il «Messaggero dei Ragazzi», la testata specificamente rivolta ai più giovani (i due periodici sono diffusi in 148 Paesi e sono tradotti in cinque lingue, tedesco, rumeno, polacco, francese e inglese). Chiesa alla cassa. La Corte del Lussemburgo, con sentenza datata 6 novembre 2018, ha accolto il ricorso promosso dall’istituto d’insegnamento privato Scuola Elementare Maria Montessori e da un proprietario di un bed & breakfast che chiedeva di annullare una decisione della Commissione del 2012 che ha stabilito che l’esenzione dell’imposta sugli immobili (Ici) della Chiesa cattolica era un aiuto di Stato illegittimo, ma non ne ordinava il recupero, ritenendolo assolutamente impossibile. Ora la Corte ha ribaltato la decisione, condannando lo Stato italiano a ricuperare l’Ici non versato dalla Chiesa cattolica nel periodo 2006-2011, ossia da quando sotto i governi di Prodi e Berlusconi gli immobili della Chiesa cattolica e di altri enti avevano goduto di un regime di esenzione privilegiato. In pratica, i giudici hanno ora stabilito che il mancato pagamento dell’imposta ha configurato da un lato un caso di concorrenza sleale (ad esempio delle scuole di ispirazione cattolica verso quelle laiche), dall’altro una forma indebita di aiuto di Stato, proibito da una norma dell’Unione Europea. La storia dell’esenzione Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica è piuttosto travagliata. Venne introdotta fin da subito, nel 1992, con la nascita dell’imposta. Erano previste esenzioni per diversi tipi di immobili e soggetti, che sono state estese fino a includere anche le prime case (decisione presa nel 2008 dal governo Berlusconi): godevano dell’esenzione totale dell’Ici numerosi immobili destinati a compi-
ti istituzionali o sociali. Berlusconi e Tremonti, al governo nel 2005, modificarono la legge esentando dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto», e dando così un ulteriore enorme aiuto alla Chiesa cattolica, in quanto venivano esentate anche le scuole private cattoliche e le tante attività di «accoglienza», veri e propri alberghi, gestiti all’interno di strutture religiose, che pur facendo profitto, facevano «anche» attività religiose, formative, culturali, ecc. L’anno successivo, appena vinte le elezioni, Prodi e Bersani (che era ministro dello Sviluppo Economico) provarono ad abolire l’esenzione, ma alla fine, anche per le proteste di una parte del mondo cattolico, trovarono solo una soluzione di compromesso: sono esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi, case di riposo, cliniche e scuole private. Sin dal 2010, a seguito di una serie di denunce, la Commissione europea aveva avviato un’indagine sulle esenzioni dall’imposta e accertato che queste esenzioni distorcevano la concorrenza, perché conferivano ai beneficiari un vantaggio e quindi costituivano un aiuto di Stato. Nel 2012, il governo Monti decise così di adottare una nuova normativa: le esenzioni rimasero sostanzialmente invariate, ma furono concesse soltanto per lo svolgimento di attività svolte con modalità esclusivamente «non commerciali». La Commissione ha convenuto che questa formulazione era conforme alle norme dell’Ue in materia di aiuti di Stato, ma resta aperto il problema di prima del 2012. La recente sentenza ha dichiarato quantificabili ed esigibili i crediti dello Stato italiano nei confronti della Chiesa e degli altri enti beneficiari dell’esenzione: ai comuni italiani dovrebbero rientrare fondi stimati tra il miliardo e mezzo e i 4 miliardi di euro, ma non sarà facile recuperare tali importi. Per questo Parlamento e Governo debbono varare una norma che regoli il recupero di queste risorse, perché la sentenza non opera in maniera diretta e immediata.(da «Adista», 17 novembre 2018).
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Delusione cattolica. La delegazione della Santa Sede che ha partecipato alla Conferenza sul Clima di Katowice lo scorso mese di dicembre si è detta delusa per il fatto che le regole d’applicazione dell’accordo di Parigi adottate nella città minerario polacca non riflettono l’urgenza necessaria. Inoltre ha dichiarato che queste regole sembrano minimizzare i diritti umani, cruciali per riflettere il volto umano del riscaldamento climatico, che tocca più duramente le persone più svantaggiate e deboli del pianeta: il loro grido e quello della terra necessitano di più ambizioni e più urgenza. Padre BrunoMarie Duffé, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e membro della delegazione alla COP24, ha commentato: «Non siamo di fronte a una crisi climatica e a una crisi sociale, ma a un’unica crisi: quella dell’avvenire della vita comune sulla terra. E i Gilet jaunes ce lo ricordano ogni settimana». La delegazione svizzera a Katowice, invece, si è detta soddisfatta delle direttive che precisano l’attuazione dell’accordo di Parigi. Andate e raccontatelo ad altri. Yacouba Sawadago, 76 anni, è soprannominato l’uomo che fa indietreggiare il deserto e proprio per questo il 23 novembre scorso è stato insignito del Right Livelihood Award 2018. Nel suo paese, il Burkina Faso, ha lavorato metà della sua vita per dare nuova fertilità alla terra minacciata dall’erosione e dall’avanzata del Sahel. Ha visto giusto, quando all’inizio degli anni 80 a seguito di una grave siccità, abbandonò la sua attività di commerciante per riportare in auge un’antica tecnica agricola: lo zaï. Grazie a questa tecnica agricola anche suoli estremamente poveri di humus sono in grado di generare buoni raccolti. Si tratta di preparare i campi per la semina scavando fosse di 20-40 cm di diametro e profonde tra i 15 e i 20 cm. Nelle fossette si aggiunge del composto organico, prima di seminarvi le colture. La germinazione e la crescita dei vegetali è favorita da un microclima climatico e idrologico. La conformazione dei campi così preparata offre resistenza al vento, nelle fossette tende ad accumularsi materia organica trasportata dal vento. Verso la fine degli anni 90 il successo di questa tecnica gli giovò il soprannome. Oggi, purtroppo, l’e-
spansione delle città e la bramosia di profitto stanno facendo più danni del deserto alla fertilità del suolo che viene sacrificato per scopi immobiliari. Yacouba Sawadago spera che, grazie al riconoscimento ottenuto, lo zaï acquisti la meritata notorietà. «In 40 anni ho ricevuto la visita di molte persone, ma purtroppo la maggior parte di chi impara la tecnica la tiene per sé. Voglio che questo sapere sia condiviso su larga scala. Per il bene di tutti, per il bene del nostro pianeta». Biancaneve non c’entra. Servono a rendere le salse più fluide, le creme più bianche o alcuni prodotti più croccanti e fino al 2021 non sapremo se le stiamo consumando o no. Sono le nano particelle, aggregati di atomi e molecole di dimensioni microscopiche, oltre 1.000 volte più sottili di un capello umano. La loro capacità di passare le barriere biologiche degli organismi è potenzialmente pericolosa anche se per il momento non ancora dimostrata. Una ricerca dei chimici cantonali della Svizzera romanda ne ha riscontrate di diversi tipi in un quarto dei prodotti analizzati: salse, biscotti, cereali per la colazione, gomme da masticare; nel caso di queste ultime, 5 campioni su 5 ne contenevano. La nuova legge sulle derrate alimentari entrata in vigore nel maggio 2017 rende obbligatoria la loro dichiarazione. L’obbligo entrerà in vigore però solo dopo un periodo di applicazione di 4 anni. A partire da quel momento i laboratori cantonali potranno effettuare controlli. Nel frattempo tenetevi il più possibile alla larga dai cibi preconfezionati. Salvate le oche. Non sembra fermarsi la moda delle giacche in piume d’oca. Dai neonati agli anziani, che le apprezzano per la loro leggerezza e confort termico, sono onnipresenti anche in questa stagione invernale. Quanti sono al corrente delle terribili sofferenze delle oche cui quelle piume sono state strappate? Sono una persona sensibile e solo l’idea di provare a descrivere tanta crudeltà mi annienta… Per fortuna tra tante marche che non si curano degli aspetti etici delle loro collezioni, ce ne sono alcune più attente. L’italiana (malgrado il nome) Save the Duck ha sviluppato la tecnologia Plumtech capace di eguagliare e superare le caratteristiche della piuma
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d’oca: isolamento e leggerezza. Tanto che le sue creazioni sono ora scelte anche da alpinisti estremi, che, scalando le montagne più alte del mondo, devono poter contare sul massimo di calore per un minimo di peso. Un buon motivo per imparare il tedesco. In tutta fretta, prima del suo rinnovo dicembrino, il Consiglio federale ha aumentato la dose massima di radioattività che può fuoriuscire da una centrale nucleare in caso di terremoto, portandola da uno a cento millisievert. Trattandosi di una minaccia invisibile e di dosi infinitesimale è utile fare un paragone: la dose di radioattività tollerata prevista dall’attuale quadro giuridico è di 20 millisievert all’anno per quelle persone che sono sottoposte a emissioni per motivi professionali, come il personale medico. La decisione presa dall’esecutivo ha conseguenze importanti, affossa il principio della protezione dalle emissioni radioattive e mette in pericolo la popolazione. Di più: è una decisione presa per porre fine alla situazione fuori legge della centrale di Beznau, dopo che uno studio dell’ENSI (Ispettorato federale per la sicurezza nucleare) del 2012 ha appurato che in caso di un terremoto di media entità la centrale provocherebbe la fuoriuscita di radiazioni in una forchetta situata tra i 29 e i 78 millisievert. Così, invece di chiudere Beznau, il Consiglio federale cambia i valori di riferimento. La manovra è stata messa in atto da Doris Leuthard, che malgrado il pomposo annuncio dell’uscita svizzera dal nucleare all’indomani della catastrofe di Fukushima, ha sempre ben rappresentato gli interessi di AXPO, proprietaria della centrale argoviese. Il suo dipartimento diffonde notizie scorrette come quella (del 7 dicembre 2018) secondo cui «per dosi di radioattività inferiori ai 100 millisievert non sono appurabili effetti negativi sulla salute». Questo quando anche la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni, organismo piuttosto incline al nucleare che atomo-scettico, definisce per il trasferimento definitivo di una popolazioni proprio questo valore soglia. E che dire del fatto che pur di non più far figurare la centrale di Beznau come la centrale atomica più vecchia ancora in funzione, la sua data di messa in esercizio sia stata ritoccata di tre mesi spostandola in avanti al 9 dicembre 1969? Sul nucleare svizzero si potrebbe scrivere un libro. Anzi la giornalista Susann Boos ne ha già scritti ben due. E chi sa il tedesco farebbe bene a leggerli.
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Notizie belle e buone Ticino tollerante. Il Gran Consiglio ticinese, con 52 voti contro 21 e 5 astenuti, ha respinto la petizione tendente a proibire «preghiere con messaggi di odio su suolo pubblico». Giustamente Lorenzo Jelmini ha sostenuto che «non è diffondendo paure e astio nei confronti dei musulmani che si risolve il problema della radicalizzazione». Un tempo anche i cattolici ticinesi cantavano, nella democratica Svizzera, «Noi vogliam Dio che è nostro re», pur restando repubblicani. Sic transit. Anche la scomparsa del «Giornale del Popolo» può finire in questa rubrica, almeno per aver risparmiato a parecchi tra i suoi ultimi redattori di dover pubblicare la notizia della condanna, ad oltre cinque anni di prigione, dell’amico Roberto Formigoni, per corruzione con un giro di circa 70 milioni di euro e 6 milioni di «utilità» in cene, viaggi e vacanze. Dopo la deprecabile «comunione» coi soldi altrui, non resta che augurargli una rapida «liberazione» dal sole a scacchi… per buona condotta. Ginevra accogliente. L’operazione Papyrus, lanciata a Ginevra nel febbraio del 20 17 con l’obiettivo di regolarizzare migranti privi di documenti, ha permesso di normalizzare la situazione di 1.846 individui; 566 genitori e 610 figli, 14 coppie senza figli e 642 persone sole hanno ottenuto il permesso di soggiorno (permesso B). La maggioranza dei casi riguardava persone attive nel settore dell’economia domestica e la maggior parte delle regolarizzazioni concerne famiglie con bambini. L’operazione si è conclusa il 31 dicembre scorso, ma il numero totale di stranieri che potrebbero ancora essere regolarizzati è stimato a circa 3.500 persone. Nuova definizione. Papa Francesco, parlando l’8 marzo ai partecipanti alla Conferenza internazionale per lo sviluppo sostenibile, ha completato la definizione di Paolo VI, della Populorum progressio, spiegando che «le religioni possono aiutare a proseguire nel cammino di un vero sviluppo integrale, che è il nuovo nome della pace». Brindisi santo. Papa Francesco ha autorizzato la canonizzazione del cardinale John Henry Newman (1801-1890), convertito dall’anglicanesimo e passato alla storia per aver (tra molto altro…) detto: «Se fossi obbligato a fare un brindisi al Papa, prima brinderei alla mia coscienza e poi al Papa». Presto, un brindisi santo! Riabilitato. Con un messaggio consegnato dal Nunzio, Papa Francesco ha annullato le sanzioni canoniche inflitte nel 1985 a Ernesto Cardenal, prete e gesuita, celebre poeta nicaraguese che aveva accettato di essere ministro della cultura nel governo sandinista. Ernesto Cardenal ha lasciato la politica nel 1994 e ora, a 94 anni, si trova in un ospedale di Managua, dove col Nunzio ha potuto celebrare la messa dopo una astinenza, da lui umilmente accettata, di 35 anni. Il Papa invita. Circa 1.300 poveri, senza tetto, prigionieri, con dei volontari, hanno potuto assistere, per richiesta di papa Francesco, allo spettacolo presentato dal marzo 2018 nell’auditorio di via della Conciliazione: «Il giudizio universale di Michelangelo e i segreti della Cappella Sistina», dove per 60 minuti vengono proiettati immagini a 270 gradi, con attori e ballerini.
Sostituzione. Don Carlos Castillo è stato nominato a fine gennaio e consacrato lo scorso 2 marzo quale arcivescovo di Lima, in sostituzione dell’opusdeista card. Juan Luis Cipriani, pensionato appena raggiunti i 75 anni. Castillo, classe 1950, sociologo, allievo del fondatore della Teologia della Liberazione Gustavo Gutierrez, ha sistematizzato nella «teologia della rigenerazione» la necessità dell’educazione a partire dai giovani, per vivere l’opzione preferenziale per i poveri. Archivi aperti. Papa Francesco ha annunciato la decisione di aprire alla consultazione dei ricercatori la documentazione archivistica attinente al pontificato di Pio XII, sino alla sua morte avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958. Una decisione da tempo sollecitata dagli studiosi e che potrà contribuire al giudizio sul comportamento di papa Pacelli dinnanzi alla deportazione e allo sterminio degli ebrei. Progressi anche in farmacia. L’8 marzo, la farmacia del Vaticano, che esiste dal 1874, ha inaugurato un reparto dedicato ai prodotti cosmetici. La farmacia, ben nota ai romani e ai turisti, riceve più di 2.000 clienti al giorno, e ora potrà soddisfare anche coloro, compresi i cardinali, che vogliono essere sani e belli. Chiesa caritativa. Secondo una statistica pubblicata dall’agenzia missionaria Fides, la Chiesa cattolica è una delle organizzazione principali nel mondo a servizio della umanità con più di 5.200 ospedali, 16.000 dispensari e 15.000 ospizi; tra essi 352 lebbrosari in Asia e 192 in Africa, 8.127 case per anziani e ammalati cronici in Europa, e 3.763 in America; 9.552 orfanatrofi e 11.758 giardini per l’infanzia. Una statistica benvenuta in questo momento di giuste denunce di crimini commessi in ambito ecclesiale. Per i giovani. L’arcivescovo del Lussemburgo Jean Claude Hollenrich, presidente della Commissione degli Episcopati dell’Unione europea, in occasione della sua partecipazione alle Giornate mondiali della Gioventù di Panama, ha dichiarato la sua intenzione di costituire un Consiglio diocesano dei giovani, parallelo a quello presbiterale e a quello pastorale, al quale intende sottoporre tutte le questioni relative al futuro della Chiesa, per sentire la voce dei giovani. Prevede quattro sessioni all’anno, e quella estiva sarà una grigliata nel suo giardino, per discutere liberamente seduti per terra! Chapeau! Nuove chiese. Il 26 gennaio 2019 è stata inaugurata a Sandino, piccola città di Cuba, una chiesa dedicata al Sacro Cuore, la prima chiesa costruita dopo la vittoria della Rivoluzione cubana del 1959. È stata inoltre autorizzata la costruzione di altre due chiese. Secondo dati ecclesiastici, il 60% degli 11 milioni di cubani sono cattolici, mentre nell’isola esistono 650 chiese, servite da 340 preti e 600 religiosi. Una nuova chiesa cristiana, per i siro ortodossi, è in costruzione a Istanbul (Turchia), con 700 posti, la prima dal 1932. I siro-ortodossi che vivono in Turchia sono stimati in 25.000, in gran parte vivono nei sobborghi della parte europea della capitale turca. Una cattedrale nazionale cattolica sarà costruita invece ad Accra, capitale del Ghana; avrà una capienza di 5.000 posti e sorgerà in un complesso di più di 5.000 ettari e costerà circa 100 milioni di dollari. La cattedrale è auspicata dal presidente Nana Akufo-Addo, un cattolico praticante di uno Stato laico secondo la costituzione del 1992, dove i cristiani sono circa il 71% dei circa 30 milioni di abitanti, mentre i musulmani sono il 17%.
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(Continua dalla prima pagina)
E nella Chiesa cattolica? prete in questione. Il prete si ritrova sulla strada (nessun’altra parrocchia vorrà assumerlo) e l’opinione pubblica sconcertata. Mons. Gmür comunque si scusa pubblicamente per aver ingenuamente dato fiducia al prete sperando solo sulla sua sincerità e non prevedendo altre misure. Tra le buone notizie una proveniente da Zurigo. Il vicario generale, che rappresenta sul posto il vescovo di Coira (e che diventa emerito nei prossimi giorni), e la presidente del Consiglio sinodale pubblicano sui giornali cittadini una dichiarazione congiunta che fa il punto sulla situazione diocesana e su quella ecclesiale in genere, alla vigilia della nomina del nuovo vescovo, manifestando coraggiosamente i sentimenti di molti cattolici che vivono nel contesto urbano della città più popolosa in Svizzera. Già solo i titoli e i sottotitoli del documento mettono in evidenza la linea che la chiesa intende seguire a Zurigo: «Papa Francesco rinnoviamo assieme la nostra Chiesa!; abbiamo bisogno di misure decise contro l’abuso sessuale; abbiamo bisogno di un rapporto con
la sessualità che sia vicino alla vita; la Chiesa ha bisogno del rispetto della separazione dei poteri e di maggiore corresponsabilità; abbiamo bisogno di maggior coraggio e di creatività». La curia di Coira reagisce con il silenzio. I media ticinesi, quelli cattolici compresi, non se ne accorgono nemmeno. Infine il Papa emerito, sempre durante il tempo prepasquale, pubblica in Baviera degli «appunti» in cui propone la sua interpretazione delle cause dell’abuso sessuale da parte di alcuni membri del clero cattolico. Ratzinger localizza le cause nel disorientamento etico-sessuale avvenuto a seguito del cosiddetto ’68, disorientamento che ha toccato anche una parte dei teologi moralisti. Nonostante l’enciclica Veritatis splendor, la chiarezza in questo ambito non sarebbe, secondo lui, ancora tornata. Numerose le reazioni critiche a questa esternazione del papa emerito che aveva promesso di ritirarsi in silenzio. Ma anche cardinali in pensione, come il cardinal Müller, prendono le difese di Ratzinger. Tira aria di campagna elettorale anticipata anche nella Chiesa cattolica? Musica un po’ stonata nei confronti del messaggio che ogni ricorrenza pasquale ci propone.
Vittoria femminile Più di 3,5 milioni di donne indiane hanno formato una catena umana lunga 620 chilometri per affermare il loro diritto all’uguaglianza alla preghiera nel tempio sacro agli indù di Sabarimala, storicamente chiuso alle donne «in età fertile». Il 1. gennaio, per la prima volta nella storia dell’India, Bindu Mmini, 40 anni, e Kanaka Durga, 39, scortate da alcuni agenti, hanno superato il muro di cinta e hanno pregato nel sancta sanctorum, la parte più interna del tempio, in passato inaccessibile alle donne. L’ingresso delle due donne ha scatenato diverse proteste fuori dal tempio e la polizia ha usato lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Il tempio è rimasto chiuso per alcune ore per eseguire un rituale di «purificazione», ritenuto necessario dopo l’incursione delle due donne. La vicenda del tempio di Sabarimala, nel Kerala, Stato del sud dell’India, è al centro dell’attenzione da mesi. Lo scorso settembre la Corte suprema indiana ha stabilito l’illegalità della proibizione che per centinaia di anni
ha impedito alle donne in età fertile (dai 10 ai 50 anni) l’accesso al tempio. A impedire l’applicazione della sentenza, finora, sono stati gli integralisti, ancora convinti che la divinità celebrata nel tempio, Ayyappa, che è celibe, possa essere «tentata» dalle donne sotto i 50 anni. Le donne hanno raccolto solidarietà da milioni di simpatizzanti in tutto il Paese, maschi e femmine. Nello Stato di Kerala, migliaia di uomini hanno affiancato una seconda catena a quella creata dalle donne. Il gesto di Bindu e Kanaka ha spaccato in due l’India anche politicamente. Il Partito popolare indiano (Bip), che guida il Paese, si è opposto al loro ingresso. Lo stesso primo ministro, Narendra Modi, in un’intervista ha sostenuto che il divieto «è un credo religioso, non una questione di parità di genere». Favorevole all’ingresso, invece, il Partito comunista, che guida lo Stato del Kerala, da sempre sostenitore dell’uguaglianza tra uomini e donne nei luoghi di culto.
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In questo numero Editoriale G E NELLA CHIESA CATTOLICA? (Alberto Bondolfi)
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Articoli G MINISTERI LAICALI: TANTE SCORCIATOIE IN MANCANZA DI UNA VERA SOLUZIONE (E.M.) 2 G APPROVATA LA LEGGE GINEVRINA PER UNA LAICITÀ POSITIVA (a.l.) 3 G 17 MAGGIO, MALGRADO TUTTO, «SÌ» AL NUOVO REGIME FISCALE 4 G LA RESISTENZA DI UN TICINO GUASTATO DAI SOLDI E DALLA POLITICA (Dick Marty) 5 G APPELLO DEI CRISTIANI ITALIANI: RESTIAMO UMANI 9 G LE CHIESE PROTESTANTI PER L’EUROPA 9 G CHIESE ED ELEZIONI EUROPEE 10 G DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA UMANA PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE 11 G SINODO DEI GIOVANI 2018 14 G PER UNA LITURGIA ADEGUATA AL XXI SECOLO 15 G UN COMMENTO FEMMINILE AL DOCUMENTO FINALE DEL SINODO 15 G VITTORIA FEMMINILE 24 G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.