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Dialoghi 254

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254 dialoghi Locarno – Anno 50 – Dicembre 2018

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Per la scuola che non verrà bocciati i partiti

Disuguaglianze matrici di populismo? L’uguaglianza davanti alla legge e l’uguaglianza di fronte al bisogno sono i cardini del moderno stato sociale. Che da questo obiettivo, nel mondo, si sia ancora molto lontani non è una novità. Le disuguaglianze tra il Nord e il Sud del mondo rimangono una pietra di paragone su cui si misura il nostro senso della giustizia, e Papa Francesco fa bene a ricordarcelo continuamente. Ma ci sono disuguaglianze che erodono dall’interno anche le nostre democrazie occidentali, suscitando reazioni di cui è necessario riconoscere il fondamento e l’insidia. La denuncia della frattura sociale creatasi con il ritorno – negli anni Ottanta del Novecento – dell’iperliberismo economico si coniuga oggi in tanti modi e proposte (alcune francamente inaccettabili): ma bisogna riconoscere le cause della vaga inquietudine che mina dal basso la convivenza sociale, dando luogo a una «società del rancore» che prende di mira tutto: i governi, i partiti, le Chiese. Il populismo ne è una variante. «Dialoghi» ha chiesto a tre studiosi ticinesi (Christian Marazzi, Amalia Mirante e Silvano Toppi, che ringraziamo per essersi messi a disposizione) di fare il punto per noi. Pagine 3-7

Nella votazione dello scorso 23 settembre, una maggioranza di votanti ha respinto la proposto di un credito di oltre 6 milioni di franchi per sperimentare, durante tre anni in sette scuole ticinesi, la cosiddetta «Scuola che verrà», sperimentazione proposta dal Consiglio di Stato e fatta propria, con una aggiunta, dalla maggioranza del Gran Consiglio. Il rifiuto della sperimentazione dispiace ad una rivista che ha come programma il dialogo. Ma c’è di peggio. Hanno partecipato alla votazione il 40% del corpo elettorale, per un totale di circa 86.000 votanti, 49.279 (56,66%) contrari alla sperimentazione e 37.699 (43,34%) favorevoli. Ricordando che in occasione dell’ultima elezione cantonale del 2015, il Partito liberale radicale raccolse oltre 30.000 schede, il Partito popolare democratico oltre 19.000 schede, e il Partito socialista poco più di 17.000 schede, un totale quindi di oltre 60.000 adesioni per i tre partiti che sostenevano la sperimentazione, il risultato della consultazione del 23 settembre è una sconfitta clamorosa della dirigenza dei tre partiti sopramenzionati o almeno dei loro rappresentanti in Gran Consiglio, seguiti da poco più della metà dei loro elettori del 2015! Non si vuole qui sostenere che il voto a un partito significa totale e immutata fedeltà a quanto il partito propone (…vale la libertà di opinione e il diritto di cambiarla!), ma i sopraccitati partiti devono seriamente porsi la domanda perché non siano stati sostenuti dai loro elettori: hanno completamente perso la fiducia di chi ha dato loro il voto nel 2015, e non sono più interpreti della loro opinione, oppure, deduzione molto meno piacevole, non si sono sufficientemente impegnati (…meglio, hanno fatto poco o niente!) per difendere le scelte che i loro esponenti hanno sostenuto in parlamento. Ai dirigenti dei sopramenzionati partiti l’invito a un serio esame della realtà: anche usufruendo delle piste ciclabili, trionfalmente inserite nella Costituzione federale, c’è quindi molto da pedalare… (a.l.)


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i corsivi di dialoghi

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i corsivi di dialoghi Aveva ragione Piketty I ritagli di giornale sono una maledizione. Tu li metti da parte, quando li cerchi non li trovi, quando non ti servono sono lì a suggerirti che esistono le discariche… Ma si può essere fortunati. Oggi, per esempio, ho ritrovato il ritaglio di un articolo dell’economista Thomas Picketty (autore del famoso saggio «Il capitale del XXI secolo», 2013), pubblicato da «Le Monde» del 20/21 dicembre 2015 ma che sembra scritto oggi, cioè dopo tutto quel che è accaduto in Italia dal 4 marzo in poi. Si intitola «Changer l’Europe maintenant» e propone una soluzione al problema del debito che paralizza le economie dei Paesi dell’Unione Europea, Italia ovviamente in prima fila, ma non sola. Piketty propone la convocazione di una conferenza tra gli Stati che costituisca un fondo in cui confluiscano i debiti nazionali superiori al 60% del PIL, con moratoria sugli interessi fino a quando i Paesi interessati non avranno ritrovato un tasso di crescita robusto rispetto al 2007. Liberati provvisoriamente dal peso degli interessi da pagare, sarebbe più facile per essi ridurre il peso fiscale e perciò rilanciare l’economia, innescando un processo positivo. Chi legge può facilmente immaginare che io non abbia simpatia né per la Lega di Salvini né per il Movimento 5 stelle di Di Maio, dei quali non mi piace l’anti-europeismo da osteria. Ma su un punto hanno ragione: l’Europa deve cambiare passo, il sistema è paralizzante. La crisi italiana, paradossalmente, avrà questo di buono: desterà l’Europa dal sonno. Perché un conto è la Grecia, che puoi umiliare fino a farle sopportare una recessione programmata, e un altro conto è l’Italia: già per le proporzioni, e poi per gli enormi impegni che le economie maggiori vi mantengono, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo (e lasciamo pur perdere i debiti che l’Europa ha con la sua cultura). L’unico finora che pare essersene reso conto è il presidente francese Macron, che per forzare la rigidità dei Paesi del Nord Europa e della Germania sperava nell’aiuto dell’Italia, della Spagna e del Portogallo. Ora pare tutto rinviato e sospeso ai… fatti d’Italia. Bisognerà dunque avere pazienza e districarsi, turandosi il naso, tra tutte le sciocchezze che si diranno e si scriveranno in questi mesi – e che i

mass media (per non parlare dei social) amplificheranno. Sperando nella parte migliore del Paese, che dev’essere mobilitata, oltre il «sovranismo» sciocco, per una conferma dell’adesione a un’Europa comunitaria riformata e finalmente solidale. E.M.

Per una laicità positiva L’iniziativa denominata «Ticino laico», per la modificazione dell’art. 24 della Costituzione cantonale, non ha raccolto le necessarie 10.000 firme e non sarà quindi sottoposta al voto popolare. È un bene perché sfondava porte aperte (nel Ticino già è garantita la laicità che impedisce ogni discriminazione fondata sulle religioni); quindi era una proposta superflua, mentre creava confusione nelle motivazioni, come ha dimostrato lo scarso dibattito svoltosi sulla stampa da parte sia dei fautori sia degli oppositori, con argomentazioni infondate e persino strampalate. Resta tuttavia un problema reale, cioè la necessità di aggiornare i rapporti tra il Cantone e il fenomeno religioso, in conseguenza dell’attuale cresciuto pluralismo religioso e areligioso. L’iniziativa proponeva una soluzione sbagliata, frutto di un superato laicismo ottocentesco, secondo cui lo Stato deve ignorare il fatto religioso, negando la sua importanza per la vita sociale di una parte della popolazione. La soluzione moderna (che ormai perseguono molti Cantoni svizzeri e Stati europei) è invece quella della «considerazione», da parte dell’ente pubblico, del fatto e del sentimento religiosi, per favorire l’integrazione e rendere sempre più effettiva la libertà, che comprende anche la libertà di non credere, cara ai delusi iniziativisti. «Dialoghi» si è ripetutamente occupata della necessità di considerare il nuovo pluralismo religioso (vedi specialmente «Vita difficile per il laicismo», n. 240, febbraio 2016; «Non solo burka e burkini», n. 243, ottobre 2016; «Collaborazione con le comunità minoritarie», n. 245, aprile 2017), tutti consultabili sul sito dialoghi.ch. Speriamo di potercene nuovamente occupare, quando le Chiese «ufficiali» e i partiti politici avvertiranno la necessità da tempo impellente di fare proposte in merito, per una maggiore libertà «di credo e di coscienza», come recita l’art. 15 della Costituzione federale, versione 1999. a.l.

Da quale porta uscire? Il 19 novembre scorso 6 donne, note all’opinione pubblica per il loro impegno socio-politico (una è stata direttrice del sacrificio quaresimale, un’altra consigliera nazionale e municipale della città di Zurigo, un’altra nota teologa, ecc.), hanno annunciato la loro uscita dalla Chiesa cattolica. Le motivazioni, contenute in un comunicato ripreso dalla maggior parte dei media svizzero-tedeschi, toccano i punti caldi del dibattito interno alla Chiesa e riguardano soprattutto i diritti delle donne, i meccanismi di discriminazione tuttora esistenti, e l’accesso a posizioni decisionali. L’episodio che maggiormente ha determinato la decisione del gruppo delle sei donne è stato un testo recente di papa Francesco, in cui paragonava l’attitudine di donne che ricorrono all’aborto e che affidano questo incarico a un medico, a un assassinio su commissione. Ecco le sue parole: «Non è giusto, è come affittare un sicario per risolvere un problema». Si sa che papa Francesco parla volentieri a braccio e che privilegia in questi casi un linguaggio diretto e particolarmente colorato. Stavolta l’improvvisazione gli ha giocato un brutto tiro e l’ira funesta delle 6 donne svizzere è comprensibile anche se ha sbagliato bersaglio. Si poteva protestare pubblicamente senza abbandonare radicalmente la propria comunità ecclesiale. Inoltre come uscire? Il codice di diritto canonico non prevede alcuna procedura, partendo dal punto di vista teologico secondo cui si è membri della Chiesa attraverso il battesimo e non per adesione scritta, confermata da un notaio… Le 6 donne non hanno avuto altro modo per rendere efficace la loro scelta che uscire dalla corporazione di diritto pubblico e cioè dalla «Chiesa cattolica nel canton Zurigo». Quest’ultima è fortunatamente presieduta da una donna, dalla signora Franziska DriessenReding, eletta democraticamente dal parlamento dei cattolici zurighesi, i cui membri pure sono eletti democraticamente dai cattolici del medesimo cantone. Situazione davvero paradossale che hanno spinto la presidente a manifestare pubblicamente la propria reazione: comprensione da una parte, solidarietà con gli ideali sostenuti dalle 6 donne e rincrescimento per aver scelto la porta sbagliata per manifestare il proprio disappunto. a.b.


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L’Europa deve impegnarsi maggiormente contro le diseguaglianze e la precarietà Le rivoluzioni agricole e industriali del XVII, XVIII e XIX secolo, sbocciate in Europa, hanno certamente permesso di aumentare notevolmente il tenore di vita medio della popolazione, ma sono state accompagnate da un forte aumento delle diseguaglianze. Uno studio recente1 mostra che dal 1500 al 1860 circa l’Indice di Gini, che misura il livello di diseguaglianza nella distribuzione del reddito, è raddoppiato, passando da circa 0,35 a 0,70 nel Regno Unito. Simile tendenza sul resto del Continente. A partire dalla fine dell’Ottocento e fino al 1980 circa, le diseguaglianze erano diminuite grazie a diversi fattori. Tra questi, l’introduzione di una tassazione sul reddito progressiva, che toglie proporzionalmente di più ai redditi alti che ai bassi redditi, l’introduzione di una politica sociale volta ad aiutare chi è nell’indigenza e la crescente spesa per la scuola pubblica, potente strumento per la promozione della mobilità sociale e per la lotta contro la povertà. Tuttavia, a partire dal 1980, con le disastrose politiche della prima ministra inglese Margaret Thatcher e del presidente americano Ronald Reagan, basate sulla lotta ai sindacati, sulla deregolamentazione e sul libero mercato più sfrenato, le diseguaglianze nella distribuzione del reddito hanno avuto la tendenza ad aumentare, allargando il fossato tra ricchi e poveri. Basti pensare che in pochi anni la differenza di salario all’interno della stessa azienda tra i lavoratori meno retribuiti e i dirigenti è passata da 1:10 a 1:400 in certi casi. Ovviamente questo non può che peggiorare la distribuzione del reddito tra le famiglie! E questa tendenza dura oramai da quasi 40 anni, più forte nel Centro e Sud Europa, meno forte nel Nord Europa.

zione del reddito lordo disponibile tra le nazioni europee2. Possiamo dividere le nazioni dell’Europa in quattro blocchi differenti. Il primo comprende le nazioni del Nord Europa (Danimarca, Svezia, Paesi Bassi), alle quali si aggiungono la Svizzera, l’Austria e il Lussemburgo: sono nazioni che partono da una distribuzione del reddito lordo non troppo diseguale, alla di Amalia Mirante*

quale però fa riscontro uno stato sociale molto forte, che serve, almeno in parte, a livellare i redditi disponibili. Il secondo gruppo è rappresentato dai maggiori Paesi dell’Europa, tra i quali la Gran Bretagna, la Francia e la Germania: qui le differenze tra i redditi dovute al libero mercato sono relativamente contenute, ma lo stato sociale è meno forte che nel primo gruppo, cosicché le differenze a livello di reddito disponibile restano importanti. Infine vi sono i Paesi mediterranei: Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, dove lo stato sociale è più debole che nel resto dell’Europa e dove le differenze a livello di reddito disponibile restano rilevanti. In questi Stati si assiste ad una tendenza che non si era mai registrata prima: i figli giovani, a causa della disoccupazione giovanile e della precarietà del mercato del lavoro, restano in famiglia, contando sulla pensione o sul salario dei genitori. Un circolo vizioso che ritarda i matrimoni e le nascite, portando ad una dinamica demografica preoccupante. Vi è poi un quarto gruppo che è rappresentato dalle nazioni dell’Est europeo che fanno fatica a seguire il ritmo dello sviluppo dell’Europa dell’Ovest: redditi bassi, pochi figli, stato sociale che arranca. In questo contesto le differenze nella distribuzione del reddito disponibile restano più elevate che altrove.

La situazione attuale Sussistono tuttavia importanti differenze per quanto riguarda la distribu1 Milanovic, Branko, Towards an explanation of inequality in pre-modern societies: the role of colonies, urbanization and high population density, Graduate Center City University and the Stone Center for Socio-Economic Inequality, New York 2018.

2. Per reddito disponibile si intende il reddito lordo così come generato dal mercato del lavoro, al quale occorre togliere le imposte dirette progressive, le imposte indirette e i contributi sociali, e vanno aggiunti i trasferimenti operati dallo Stato per sostenere i redditi bassi e medio-bassi. Otteniamo così il reddito effettivo a disposizione delle famiglie per poter soddisfare i loro bisogni primari ed eventualmente non fondamentali

Come migliorare la distribuzione del reddito? Occorreranno almeno quarant’anni di politiche sociali decise e incisive per rimediare ai danni fatti, a livello di diseguaglianze sociali, dalle politiche selvaggiamente liberiste e di deregolamentazione iniziate negli anni Ottanta dello scorso secolo dalla Thatcher e da Reagan. Questo anche a causa dell’apertura incontrollata delle frontiere all’importazione a prezzi stracciati dalle nazioni, come la Cina, che non rispettano le regole ambientali e che non si curano dell’impegno sociale. Se l’Europa vuole scrollarsi di dosso le differenze nella distribuzione del reddito disponibile, dovrà introdurre un’imposta generalizzata sul patrimonio (come in Svizzera), eliminare l’economia sommersa e passare da un sistema fiscale basato soprattutto sulle imposte indirette (IVA) ad un sistema basato su una forte progressività delle imposte dirette. Occorre inoltre che la deregolamentazione e il libero mercato vengano meglio controllati, promovendo consumi maggiormente sostenibili, a chilometro zero, e se possibile difendendo quelle categorie professionali che sono esposte all’importazione di beni a prezzi stracciati da nazioni che pagano salari molto bassi e non tengono conto delle esternalità negative (come le misure ambientali). Se nessuna di queste misure verrà adottata, e se la deriva dovuta alla disoccupazione giovanile, alla precarietà e alla bassa natalità non verrà contrastata, è verosimile che le tensioni sociali causate dalla cattiva distribuzione del reddito potrebbero esplodere di nuovo. La (mal)distribuzione del patrimonio Le tendenze registrate nella (mal) distribuzione del patrimonio sono un’altra caratteristica importante delle nostre società europee. Vanno subito notati due importanti fattori. Il primo riguarda la tendenza di lungo periodo della distribuzione della ricchezza in Europa in generale: allo stesso modo del reddito, dall’inizio del Novecento fino al 1980 circa, le politiche di


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ridistribuzione della ricchezza hanno permesso una diminuzione delle diseguaglianze. Basti ricordare che in Gran Bretagna nel 1910 il 10% delle famiglie più ricche, in termini di patrimonio, deteneva il 90% della ricchezza globale: alla fine del secolo questa percentuale era scesa attorno al 40% ma negli ultimi tre o quattro decenni è risalita. Questa tendenza è il risultato delle politiche fiscali ed economiche, della perdita di velocità della classe nobiliare e della crescita della classe media. Il secondo fattore riguarda la relazione tra distribuzione del reddito e distribuzione del patrimonio. Nelle nazioni moderne il patrimonio è sempre distribuito in modo più diseguale del reddito, per diversi fattori. Con l’aumento del reddito aumenta in modo più che proporzionale la propensione a risparmiare e quindi ad accumulare patrimonio. Chi ha un patrimonio importante può normalmente usufruire di condizioni di redditività migliori di quelle consentite ai piccoli risparmiatori. E poi circa il 75% del patrimonio nazionale è passato da una generazione all’altra, per cui le diseguaglianze nelle generazioni precedenti ce le ritroviamo ora e saranno trasmesse ai nostri figli e nipoti: un circolo vizioso. D’altra parte, se non fosse possibile trasmettere il patrimonio alle successive generazioni si potrebbero registrare problemi nella continuità dei processi produttivi, che sono quelli che creano ricchezza e posti di lavoro. La distribuzione attuale del patrimonio in Europa I dati dell’OCDE (Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Eco-

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nomico) non ci permettono di stabilire una tassonomia per quanto riguarda la (mal)distribuzione del patrimonio tra le famiglie. Anche in questo caso tale diseguaglianza è misurata con l’indice di Gini, che va da 0 a 1; più è alto, maggiore è la diseguaglianza. Attenzione, però: le statistiche nazionali sono da prendere con le pinze. Le nazioni del Nord e Centro Europa, come Norvegia, Germania, Svezia, Danimarca, Lussemburgo, Austria, Finlandia, Svizzera e Paesi Bassi, hanno un livello di diseguaglianza abbastanza alto: ma è lì che sono arrivate per prime le rivoluzioni industriali, è lì che si ritrova una forte classe di imprenditori-finanzieri che hanno per generazioni accumulato un ingente patrimonio. Altre nazioni, soprattutto quelle dell’Europa Mediterranea e dell’Est europeo hanno un grado meno forte, ma non di molto, di disuguaglianza nella distribuzione del patrimonio. Sovente sono state a rimorchio del carro dell’industrializzazione, forse registrano maggiore patrimonio sommerso. O magari hanno una classe media più benestante, come nel caso dell’Italia dove il 90% delle famiglie vive in casa propria. In ogni caso si tratta di differenze relativamente contenute. Certo è comunque che una società giusta dovrebbe cercare di contenere e diminuire questo processo di concentrazione della ricchezza nazionale. Che fare? Per concludere possiamo osservare che: – se le nazioni riusciranno a contenere e magari a diminuire le diseguaglianze

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nella distribuzione del reddito quasi automaticamente si arriverà a una migliore distribuzione del patrimonio delle famiglie; – sarebbe utile che tutte le nazioni (e non solo la Svizzera, qualche Land tedesco o qualche Stato degli USA) introducessero una patrimoniale globale al fine di aumentare, sia pure in modo contenuto, il gettito fiscale, ma soprattutto per lottare contro l’evasione fiscale e l’economia sommersa. È indubbio che gli sforzi attuati per contenere le diseguaglianze nella distribuzione del reddito non possono che essere benefici per tutta la nostra società civile e per i nostri figli e nipoti, e questo senza voler reprimere l’imprenditorialità e lo spirito d’iniziativa. Un augurio per il futuro L’evidenza empirica mostra che ancora lunga è la strada verso una società meno diseguale, più solidale e più coesa. Se i nostri bisnonni e nonni sono riusciti in parte in questo intento per il periodo d’oro 1900-1980, prima che arrivassero Reagan e la Thatcher a rovinare una parte dei risultati raggiunti, non vedo perché la nostra generazione non possa invertire la marcia verso un mondo migliore! * Dopo la formazione universitaria in economia politica, ha conseguito un dottorato sull’interdisciplinarietà della teoria economica. Economista, docente e ricercatrice presso la SUPSI e l’USI. Esperta cantonale di economia per la formazione professionale cantonale. Da qualche mese membro del Consiglio dell’Istituto Universitario per la formazione professionale. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni scientifiche pubblicate da case editrici internazionali.

Per saperne di più Alacevich, M. e Soci, A., Inequality. A Short History, Brooking Press, Washington DC, 2017 (di imminente traduzione in italiano). Chesney, Marc, La crise permanente. L’oligarchie financière et l’échec de la démocratie, Quanto, Presse universitaires romandes, Losanna 2018. Franzini, M. e Pianta, M., Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Laterza, Bari 2016. Lanza, G., La misurazione della disuguaglianza economica. Approcci, metodi, strumenti, Franco Angeli, Milano 2015. Marazzi, Christian, La povertà in Ticino, DOS, Bellinzona 1987.

Mirante, Amalia e Baranzini, Mauro, Economia politica, CEDAM Padova (cap. 24, La distribuzione del reddito e della ricchezza), pp. 437-71. Piketty, Thomas, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014. Nouriel, Roubini, Stephen, Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano 2010. Rithinking Society for the 21th Century. Report of the International Panel on Social Progress. 2018 Report, Cambridge University Press, Cambridge 2018. Roncaglia, A. e Sylos Labini, P., voce: Economia, in Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, 1993.

Soci, A. e Melloni, N., Crisi economica e oligarchia politica: il ritorno della disuguaglianza, Il Mulino, Bologna, 2014 (pp. 1011-18). Scanlon, T.M., Why Does Inequality Matter?, OUP, Oxford UK 2018. Sedlaceck, Tomas, L’economia del bene e del male. Morale e denaro da Gilgamesh a Wall Street, Il Mulino, Bologna 2014. Stiglitz, Joseph, Il prezzo della disuguaglianza, Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2014. Tooze, Adam, Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo, Mondadori, Milano 2018.


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La lezione della crisi dei «subprimes» non è servita a nulla, siamo daccapo Chi si dà la pena di rileggere comunicati, dichiarazioni, intenzioni di organismi internazionali o di governi nazionali dopo lo scoppio della crisi dieci anni fa non può non rilevare la prevalenza di due atteggiamenti. L’uno pressoché logico in quel contesto: la deregolamentazione ci ha portato a tanto; ci vogliono quindi ancora regole, comuni, affinché si evitino deviazioni e conseguenze così catastrofiche e globali («la prima crisi dell’era globale», si dirà). L’altro generico, aggiuntivo, una sorta di pentimento dovuto per l’immagine predatrice data dal mondo finanziario-bancario all’opinione pubblica: c’è bisogno di etica per ristabilire la fiducia. Si aggiungeva, americanamente, per meglio convincere: «ethic pays», l’etica è comunque pagante (o, al contrario, è l’assenza di etica che porta al disastro). È sempre mancata la messa in discussione o la critica del sistema economico-finanziario che aveva potuto generare tale sconquasso. Il sistema era quindi ritenuto indiscutibile, comunque solido, senza alternative. Soggetto, è vero, come tutte le cose umane a sviamenti, ma prevenibili, adottando codici etici e opportune regole generali, oppure correggibili, con gli autocontrolli o gli interventi esterni di organismi di sorveglianza. Qualche regola è dunque stata imposta. Come limiti più precisi e obbligatori nel rapporto tra fondi propri delle banche e concessione di credito. Fu infatti l’insostenibile squilibrio tra la massa di indebitamento accumulata dal sistema bancario, opprimente sui mercati finanziari, senza controparte nell’economia reale (lavoro, produzione, redditi distribuiti, risparmio) che generò la crisi dei «subprimes» o, semplificando, della facile e speculativa concessione di crediti e ipoteche immobiliari a chiunque, traducendo poi il tutto in titoli negoziabili e speculativi per le banche. L’enorme crescita dell’indebitamento di questi ultimi anni sembra smentire l’efficacia di quella misura. A dieci anni di distanza non è cambiato un gran che: l’indebitamento pubblico e privato è continuato a crescere, passando dal

219 per cento del prodotto interno lordo mondiale al 327 per cento, una progressione due volte più rapida del periodo precedente la crisi. Un indebitamento da due a tre volte superiore a ciò che l’economia reale riesce a creare. Per motivi quasi identici. Perché si sono colmate le deficienze delle istituzioni finanziarie fallimentari, rimaste impunite e operanti come prima, socializzando di Silvano Toppi

però le perdite di chi ha generato la crisi (assunte dagli Stati e dai cittadini-contribuenti, veri penalizzati). Perché si è portato al tasso quasi zero gli interessi o il costo del denaro per incentivare l’economia, favorendo in realtà altre bolle, immobiliari o finanziarie. Perché si sono utilizzate le forti iniezioni di denaro degli organismi internazionali (Fmi) o delle banche centrali più per incrementare la speculazione borsistica, privilegiando fondi di investimento e azionisti (i corsi borsistici sono cresciuti del 60 per cento rispetto al 2007) che non l’economia reale. Perché si è privilegiata in ogni modo la concentrazione della ricchezza, spesso con la giustificazione della politica fiscale concorrenziale e non ci si è preoccupati della stagnazione o delle disparità dei redditi, della precarizzazione divenuta la regola del mercato del lavoro. Si sa che l’etica, invocata come raddrizzamento di barra necessario e di cui si sono subito dotati con moltiplicazione di codici di comportamento banche, multinazionali e aziende, a differenza della morale, che comanda, si limita a raccomandare e perlopiù secondo i precetti dell’utilitarismo. L’offerta di etica, vestitasi di marketing (non a caso si è anche coniato il termine di «marketics», marketing + etica) ha risposto comunque male alla domanda di morale ch’era sorta tra l’opinione pubblica dieci anni fa. Sia se si tiene conto di ciò che è ancora successo, sia se si valuta la relativa impunibilità di chi, ai livelli più alti, ha sempre ritenuto che il comportamento etico è impedimento e mai pagante o che l’etica degli affari sa d’invenzione per ingenui. Per dimostrare tutto questo basterebbe far capo a una lunga e puntiglio-

sa ricerca da poco apparsa di Robert Jenkins, membro della Commissione finanziaria della Banca d’Inghilterra, professore di Finanza alla London School. Jenkins ha steso l’elenco dei 140 comportamenti delittuosi in cui, da allora ad oggi, sono incappate le grandi banche (dalla manipolazione dei tassi di interesse e di cambio, alla violazione di leggi nazionali, ai casi di riciclaggio, di corruzione, di incitamento all’evasione fiscale ecc.) per arrivare a un grafico… piatto. Che significa: non c’è stato un solo amministratore delegato, un CEO, che abbia pagato per quei comportamenti. Tutt’al più ha pagato qualche subalterno. Il sistema non è per sua natura etico; è santificato dalla mitica «performance» degli uni che implica catastrofe per altri e riesce solo a sanzionare l’impossibilità di nascondere proprio tutto. Potremmo concludere con il recente premio Nobel per l’economia, l’americano Paul Romer, che «una crisi è una cosa che non si deve soprattutto sprecare». Intendeva dire che, come avviene per ogni esistenza, le crisi sono l’occasione per interrogarsi, scoprirne le cause, riesaminare modi, comportamenti, conseguenze provocate, farne un catalizzatore di mutamenti necessari ma rinviati, di rotture di dogmi nefasti o di ricorrere anche a ciò che sino a quel momento si era ritenuto utopia, come la ricerca dell’uguaglianza o la giustizia sociale. E quella crisi è stata sprecata. Anche perché, se giustamente affrontata ed esaminata, doveva mettere in discussione il sistema che l’ha permessa e ancora nutrita. Ma non lo si è fatto. Così si sta maturandone un’altra, pressoché analoga. Con una differenza sostanziale: l’impatto sociale di una nuova crisi, accentuata per di più dall’impoverimento della democrazia e dei suoi valori, sarà molto più doloroso perché interverrebbe dopo un periodo di forti concentrazioni di ricchezza e diseguaglianze, di lunga stagnazione dei redditi da lavoro, dovuta anche all’indebolimento sistematico dei diritti del lavoro e di contrazione forzata della spesa sociale a causa dell’elevato indebitamento pubblico.


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La «società rancorosa» è il prodotto delle povertà nascoste dietro la porta Ci sono voluti trent’anni per trovare un minimo di consenso sull’esistenza della povertà in questo nostro paese ricco, ricchissimo. Trent’anni dalla pubblicazione dello studio sulla povertà in Ticino (1986-87), uno studio realizzato dall’allora Dipartimento delle Opere Sociali (oggi DSS) in risposta ad una mozione di Carla Agustoni, granconsigliera del Partito Socialista Autonomo. Se ne parlo è perché, oltre ad aver vissuto dall’interno la sua rea­ lizzazione, ho vissuto anche tutte le polemiche, le critiche ma, anche, l’interesse che ne seguirono. Oggi sembra acquisito che la crescita delle disuguaglianze e delle nuove forme di povertà abbia contrassegnato il divenire delle nostre società opulente nel corso degli ultimi trent’anni. Basti citare gli studi recenti di Thomas Piketty (Il capitale nel XXI secolo) o di premi Nobel come Joseph Stiglitz, per render conto del fatto che in questi ultimi decenni la distanza tra ricchi e poveri non ha cessato di aumentare sull’onda delle trasformazioni dei modi di produrre beni e servizi, delle innovazioni tecnologiche, della globalizzazione e dei processi di finanziarizzazione dell’economia mondiale. Le disuguaglianze sono, di fatto, cresciute nei Paesi economicamente maturi, mentre sono in parte diminuite nei Paesi emergenti. Ma, appunto, i segnali di tale tendenza erano già visibili all’inizio degli anni Ottanta e averli voluti negare per così tanto tempo per evitare di mettere in discussione le politiche liberiste imperanti – tutte volte ad esaltare la crescita economica «a qualsiasi prezzo» – non ha fatto che contribuire a far maturare quelli che oggi, forse impropriamente, chiamiamo movimenti populisti, i movimenti che di questa miopia si sono ampiamente nutriti. I ritardi, in politica, hanno prezzi molto elevati, in termini partitici, certamente, ma soprattutto in termini sociali e umani. In che senso «povertà» Interrogarsi sui motivi di questo ritardo politico nel riconoscere che qualcosa di profondo, di strutturale, era all’opera già a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, permette di mettere a fuoco la natura

di questi stessi cambiamenti. Non fu un caso se, da subito, si parlò di «nuove povertà», cioè di forme emergenti che, rispetto a quelle tradizionali, non rimandano a soggetti o gruppi sociali stabilmente esclusi o emarginati dalla società, bensì a fenomeni sociali trasversali, iscritti cioè nel cuore stesso della società, nascosti nell’invisibile sociale. di Christian Marazzi*

Non si è poveri perché si è esclusi dal mercato del lavoro o dalla sfera del consumo ma, al contrario, perché si è «troppo» inclusi in essi. I working poor sono, appunto, poveri perché lavorano, perché lavorano a salari bassi, vicini o addirittura inferiori alla soglia di povertà: ma lavorano. Non è, d’altro canto, l’esclusione dal consumo che denota la nuova povertà, ma il fatto di essere consumatori indebitati, intrappolati nel rapporto tra un’idea omologante di cittadinanza, impregnata di status symbol, e gli interessi sul debito contratto con gli istituti di piccolo credito. Le nuove forme di povertà sono trasversali anche perché possono colpire chiunque, sono fenomeni per così dire evenemenziali, inediti nella biografia dei più: basta uno sfratto, un divorzio, un licenziamento, una malattia, per trovarsi in una situazione esistenziale sconosciuta, anche se estremamente concreta, che innesca una spirale cumulativa di svantaggi che, alla fine, portano alla povertà. Alla povertà sans phrase. Povertà nuove Le nuove povertà, che caratterizzano sempre più le famiglie monoparentali, le persone indebitate, i lavoratori precari o contingenti, sono in altre parole processi sociali e economici, non rimandano a situazioni storicamente consolidate nelle forme del quartiere povero, dello slump o del ghetto, della famiglia povera-da-sempre. Sì, certo, le vecchie povertà persistono nel tempo, ma sono questi nuovi processi di pauperizzazione che minano alla radice gli assetti politico-istituzionali, che mutano le fondamenta delle società occidentali. In quanto processi, realtà in divenire, le nuove povertà vanno

quindi studiate all’interno delle disuguaglianze socio-economiche, non come fenomeni separati, sorta di riserva indiana ai confini della società. Le nuove povertà, insomma, sono forme della ricchezza, sono consustanziali alla crescita economica stessa: ne sono una sua interna declinazione. La difficoltà sta appunto nel riconoscere la povertà nelle disuguaglianze. Di per sé, l’esistenza di disuguaglianze in un determinato Paese non comporta necessariamente l’esistenza di forme di povertà. La povertà si manifesta quando le disuguaglianze sono tali da mascherare gli stessi processi all’origine dell’impoverimento della popolazione. È, per così dire, più una questione di qualità delle disuguaglianze che di loro quantità. Si è poveri quando si è privati della capacità di progettare il proprio futuro, quando vien meno il proprio spazio di autodeterminazione. Era questa la definizione di povertà che azzardammo in quello studio sulla povertà in Ticino. Sì, certo, si cercò anche di misurare, di quantificare la povertà costruendo delle soglie di reddito tali da poter circoscrivere una certa quota di popolazione povera (o a forte rischio di povertà). I criteri europei fissavano, e continuano a fissare, al 50-60% del reddito disponibile medio (o, meglio ancora, del reddito mediano) la soglia di povertà in un determinato Paese. Ma così facendo si perde di vista l’essenziale, e cioè la dinamicità del processo di pauperizzazione, il fatto cioè che le povertà emergenti in quei primi anni Ottanta erano sintomi di un impoverimento più ampio, più pervasivo, più profondo. Una povertà di società, di una società in cui le disuguaglianze sono tali da impedire di poter sognare un riscatto, un miglioramento, una uscita dalla propria fragilità, dalla propria infelicità. Dall’aumento della ricchezza non è «sgocciolato» niente Da allora, quante volte abbiamo sentito elogiare la crescita economica come sinonimo di miglioramento per tutti! Sì, certo (si diceva), la crescita comporta sempre anche un aumento delle disuguaglianze ma alla fine questa stessa crescita fa «sgocciolare»


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dall’alto verso il basso la maggiore ricchezza prodotta. Un po’ di pazienza, un po’ di sacrifici e di povertà, poi tutto ritornerà virtuosamente ad un equilibrio superiore. Ma è proprio quanto non è successo! È proprio questo rapporto tra disuguaglianza e povertà, teorizzato dagli economisti neoliberali, che è stato clamorosamente smentito. Le disuguaglianze «necessarie» per innovare i processi produttivi, per flessibilizzare il lavoro, per investire in Paesi a basso costo del lavoro, non hanno fatto «sgocciolare» un bel niente, hanno invece reso strutturale la precarietà occupazionale e reddituale, hanno accresciuto l’indebitamento per (tentare di) mantenere gli stessi livelli di consumo, hanno lacerato il velo di speranza e le aspettative dei giovani confrontati col primo impiego. L’aumento delle disuguaglianze, registrato ovunque nei Paesi occidentali in questi ultimi trent’anni va quindi interpretato come una lacerazione della società, come la crisi complessiva della società ereditata dal Novecento. Un non-più, ma anche un non-ancora, se è vero che questa uscita dal Novecento non è affatto finita. Anzi, si è aggravata con l’esplosione della crisi del 2008, una crisi spiegabile appunto a partire dalle disuguaglianze prodotte dalle politiche neoliberali. È calata la qualità dell’occupazione Le nuove forme di povertà sono dentro gli stessi processi di crescita economica. A tal punto che, ormai, un indicatore di impoverimento classico come il tasso di disoccupazione non spiega l’altra faccia della medaglia, ossia la crescita dell’occupazione precaria, fatta di lavoretti a termine, di lavoro interinale, di freelance senza rete assicurativa, di lavoro su chiamata e via enumerando. Oggi la disoccupazione è ai minimi storici, in Svizzera come, ad esempio, negli Stati Uniti. Ma mai la qualità della occupazione è stata così bassa! Un dato interessante che riguarda la Svizzera, comparativamente a tutti gli altri Paesi occidentali, riguarda il minor aumento delle disuguaglianze dei redditi in questi ultimi due decenni.

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La povertà in un Paese ricco Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST) nel 2016 in Svizzera il 7,5% della popolazione, circa 615mila persone, vive al di sotto della soglia della povertà, ossia con meno di 2.247 franchi al mese nel caso di una persona singola, o con meno di 3.981 franchi, se si tratta di due adulti con due figli. Per la maggior parte delle persone colpite, la povertà è stata un’esperienza passeggera, in quanto, dopo un anno, la maggior parte è tornata a percepire un reddito al di sopra della soglia di povertà. Il tasso annuale di povertà della popolazione complessiva del 7,5% tende al rialzo, mentre è stabile per quell’1% della popolazione che vive continuamente in povertà. Per Marco Fantoni, direttore di Caritas Ticino, è giusto continuare nella lotta contro la povertà in Svizzera, e occorre mettere in atto una strategia nazionale in collaborazioDei redditi, sia chiaro, dato che per quanto riguarda le disuguaglianze patrimoniali siamo i campioni del mondo! Questo minore aumento delle disuguaglianze si spiega alla luce di uno Stato sociale che, malgrado la serie di «ritocchi» alle varie prestazioni sociali che in questi anni lo hanno sicuramente ridimensionato, ha comunque mantenuto la sua capacita redistributiva e protettiva. C’è però anche un altro motivo che spiega questa «tenuta» della distribuzione dei redditi in un periodo che ha visto, anche in Svizzera (per non parlare del Ticino), una riduzione secca dei salari reali: è l’aumento dell’offerta di lavoro, ossia del numero di persone, in particolare donne, che entrano nel mercato del lavoro per compensare la riduzione del reddito famigliare conseguente alla compressione dei salari. Insomma, si lavora di più per mantenere lo stesso reddito dell’economia domestica. L’aumento dell’offerta di lavoro prevalentemente femminile, poi, rimanda alla tipologia dei lavori creati in questi ultimi anni:

ne tra la Confederazione, i Cantoni e i Comuni. La mancanza di lavoro è la principale causa di uno stato di indigenza economica; la tipologia di persone che più di altre finisce nella spirale negativa della povertà sono persone che vivono sole o in economie domestiche monoparentali con figli minorenni, ma anche persone senza formazione scolastica post obbligatoria o che vivono in economie domestiche in cui nessun membro è occupato. Nel raffronto europeo la Svizzera registra un tasso di rischio di povertà inferiore alla media (14,7%, contro 17,3%); è inoltre tra i Paesi con la quota più bassa di persone a rischio di povertà a lungo termine. La quota di deprivazione materiale, definita come la carenza di risorse finanziarie in tre settori della vita su nove, è stabile al 5,3%, contro una media europea del 17%. sono tutti lavori a tempo parziale, a termine, e sempre più di breve durata. Insomma, lavoretti. Il classico lavoro a tempo indeterminato, che ha così tanto contrassegnato l’epoca della società industriale novecentesca, è in diminuzione costante. È il lavoro atipico che, ormai, è sempre più tipico. In questa configurazione del mondo del lavoro si insinuano le nuove forme della povertà, che l’evoluzione delle disuguaglianze permette solo in parte di rilevare. Eppure sono queste povertà che più lavorano nel doppiofondo della società, generando insicurezza, ansia e, soprattutto, rancore. La società rancorosa è la società delle povertà nascoste dietro la crescita della ricchezza, la società in cui la ricchezza non è più sinonimo di equa ripartizione, di giustizia sociale, di legittime aspettative, di libertà nella costruzione del proprio futuro. * Economista, insegna alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. È autore di numerosi lavori sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo.

Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori

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Tutti in evidenza al Sinodo sui giovani i nodi di una Chiesa generosa ma timida Luci e ombre del magistero pastorale e dottrinale della Chiesa romana, almeno a livello gerarchico, al quinto anno del pontificato di Francesco: così, forse – in effetti, ci sono opinioni diversificate anche tra i cattolici «conciliari» – si potrebbe riassumere una prima e non esaustiva valutazione della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, svoltasi a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018, sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Quale coinvolgimento Un Sinodo dei vescovi sui giovani – per quanto non «dei» giovani – sarebbe stato davvero strano, per non dire improponibile, senza un qualche coinvolgimento concreto degli interessati. Ma come fare, essendo l’istituzione sinodale – oggi come oggi – del tutto «episcopale» e dunque «clericale»? La soluzione trovata è stata quella di tenere a Roma, nel marzo scorso (dal 19 al 24), una «riunione pre-sinodale» alla quale è intervenuto, in parte, lo stesso pontefice. All’incontro – ha spiegato il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo – sono stati presenti oltre trecento giovani, ragazzi e ragazze, dei cinque continenti, e altri quindicimila si sono collegati in vario modo. Infine, la riunione si è conclusa con un testo nel quale si chiedeva al futuro Sinodo di dire parole coraggiose e dare indicazioni evangelicamente forti. Ma, tra le righe, si lasciava trasparire che, sui problemi «caldi», tra gli stessi giovani vi siano notevoli differenze di giudizio: opinioni collimanti con lo status quo dottrinale e pastorale e, altre, divergenti. Affermava, infatti, la loro relazione: «C’è spesso grande disaccordo tra i giovani, sia nella Chiesa che nel mondo, riguardo a quegli insegnamenti che oggi sono particolarmente dibattuti. Tra questi troviamo: contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio e anche come viene percepito il sacerdozio nelle diverse realtà della Chiesa. Nonostante questo dibattito interno, i giovani cattolici le cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale desiderano essere parte della Chiesa. Molti

di Luigi Sandri

giovani cattolici accettano questi insegnamenti e trovano in essi una fonte di gioia. Desiderano che la Chiesa non solo si tenga ben salda ai suoi insegnamenti, sebbene impopolari, ma li proclami anche con maggiore profondità». Il Papa: attenti alla «piaga del clericalismo» Il Sinodo ha visto la partecipazione di 268 «padri» (quasi tutti vescovi), i soli con diritto di voto: la Conferenza episcopale svizzera aveva scelto, a rappresentarla, monsignor Alain De Raemy, ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo. All’assemblea, inoltre, a vario titolo hanno preso parte altre circa centoquaranta persone, tra le quali cinquanta uditori e uditrici, compresi una trentina di giovani, ragazzi e ragazze. Invitati, inoltre, alcuni «delegati fraterni» di Chiese non cattoliche e il priore di Taizé, frère Louis. Nell’omelia della Messa di apertura del Sinodo, papa Francesco ha detto: «Che lo Spirito ci dia la grazia di essere padri sinodali unti col dono dei sogni e della speranza, perché possiamo, a nostra volta, ungere i nostri giovani col dono della profezia e della visione; ci dia la grazia di essere memoria operosa, viva, efficace, che di generazione in generazione non si lascia soffocare e schiacciare dai profeti di calamità e di sventura né dai nostri limiti, errori e peccati, ma è capace di trovare spazi per infiammare il cuore e discernere le vie dello Spirito… Molti di noi eravamo giovani o muovevamo i primi passi nella vita religiosa mentre terminava il Concilio Vaticano II. Ai giovani di allora venne indirizzato l’ultimo messaggio dei padri conciliari. Ciò che abbiamo ascoltato da giovani ci farà bene ripassarlo di nuovo con il cuore ricordando le parole del poeta: “L’uomo mantenga quello che da bambino ha promesso” (Hölderlin)». Rilevando che «oggi, per la prima volta, sono qui con noi anche due confratelli vescovi dalla Cina continentale», il Papa si è commosso: «Diamo loro

il nostro caloroso benvenuto: la comunione dell’intero episcopato con il successore di Pietro è ancora più visibile grazie alla loro presenza». Era dal 1951 che vescovi della Cina popolare non partecipavano ad eventi maggiori della Chiesa romana, ai Sinodi e, cinquant’anni fa, allo stesso Concilio Vaticano II1. Nel pomeriggio dello stesso giorno, aprendo concretamente i lavori del Sinodo, Francesco ha detto: «Desidero, all’inizio del percorso dell’Assemblea sinodale, invitare tutti a parlare con coraggio e parresìa, cioè integrando libertà, verità e carità. Solo il dialogo può farci crescere. Una critica onesta e trasparente è costruttiva e aiuta, mentre non lo fanno le chiacchiere inutili, le dicerie, le illazioni oppure i pregiudizi. E al coraggio del parlare deve corrispondere l’umiltà dell’ascoltare. Questo è importante per il Sinodo. Molti di voi hanno già preparato il loro intervento prima di venire – e vi ringrazio per questo lavoro –, ma vi invito a sentirvi liberi di considerare quanto avete preparato 1. Nel 1951 il regime di Pechino costrinse i cattolici ad aderire formalmente alla Chiesa patriottica che, in sostanza, si eleggeva i vescovi da sola, senza e anche contro il parere di Roma. I vescovi obbedienti al papa, e i cattolici che li seguivano, subirono spesso persecuzione e carcere. Nella vita concreta, però, e soprattutto nelle campagne, la distinzione tra «patriottici» e «lealisti a Roma» non sempre è stata così chiara e definita. Tutti i papi succedutisi dal 1951 ad oggi hanno tentato di trovare un accordo con il governo cinese. Finalmente, dopo defatiganti trattative, vi è arrivato Francesco. Quasi a ridosso dell’inizio del Sinodo, il 22 settembre 2018 la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese hanno firmato un «Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi» – il grande problema che divideva Roma da Pechino. Non sono però stati diffusi i termini esatti dell’Accordo e l’ex vescovo di Hong Kong, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, l’ha definito un «cedimento ai comunisti». Contemporaneamente alla firma, il Papa – informava una Nota vaticana – «ha deciso di riammettere nella piena comunione ecclesiale otto vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio», uno dei quali, deceduto nel gennaio 2017, prima di morire aveva espresso il desiderio di essere riconciliato con la Sede Apostolica. Al Sinodo erano presenti due vescovi della Repubblica Popolare: uno da sempre legato a Roma e uno, «governativo», a fine settembre «perdonato» dal Papa.


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come una bozza provvisoria aperta alle eventuali integrazioni e modifiche che il cammino sinodale potrebbe suggerire a ciascuno». E ancora: «I giovani spesso dalla Chiesa si sentono non compresi nella loro originalità e quindi non accolti per quello che sono veramente, e talvolta persino respinti. Questo Sinodo ha l’opportunità, il compito e il dovere di essere segno della Chiesa che si mette davvero in ascolto, che si lascia interpellare dalle istanze di coloro che incontra, che non ha sempre una risposta preconfezionata già pronta». Il discorso continuava così: «Occorre, da una parte, superare con decisione la piaga del clericalismo. Infatti, l’ascolto e l’uscita dagli stereotipi sono anche un potente antidoto contro il rischio del clericalismo, a cui un’assemblea come questa è inevitabilmente esposta, al di là delle intenzioni di ciascuno di noi… Il clericalismo è una perversione ed è radice di tanti mali nella Chiesa: di essi dobbiamo chiedere umilmente perdono e soprattutto creare le condizioni perché non si ripetano. Occorre però, d’altra parte, curare il virus dell’autosufficienza e delle affrettate conclusioni di molti giovani… Ripudiare e rigettare tutto ciò che è stato trasmesso nei secoli porta soltanto al pericoloso smarrimento che purtroppo sta minacciando la nostra umanità; porta allo stato di disillusione che ha invaso i cuori di intere generazioni». I «circuli minores», cuore del Sinodo Il cardinale brasiliano Sérgio Da Rocha ha svolto la relazione introduttiva, spiegando l’Instrumentum laboris, il testo-base della discussione, elaborato tenendo conto delle proposte giunte dall’episcopato mondiale, e anche da vari gruppi, di giovani soprattutto. Poi sono iniziati gli interventi dei «padri» in plenaria: ma non si è sentita nessuna proposta davvero innovativa. E, dopo pochi giorni, i sinodali si sono suddivisi nei circuli minores, i quattordici raggruppamenti linguistici (italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco e portoghese: alcune lingue avevano più di un gruppo) che permettono un libero scambio di opinioni senza bisogno di interpreti. Ogni circulus ha, infine, reso noto le sue osservazioni, senza mai esplicitare – con nome e cognome – chi abbia espresso una significativa divergenza da un paragrafo. Nessun argomento «dottrinale» è stato toccato per apportarvi variazioni.

La maggioranza dei circuli ha evitato di approfondire il problema Chiesa/ donna, pur sollevato – in occasione del Sinodo, e in varie interviste – da religiose invitate. Così la francese suor Nathalie Becquart, aveva osservato: «Risulta sempre più difficile accettare una Chiesa che non dà alle donne il loro posto e che non rende più visibili e leggibili i loro ruoli e le loro responsabilità. Per me la questione del posto delle donne è proprio quella dei rapporti e della collaborazione tra uomini e donne nella società e nella Chiesa». E la salesiana italiana Alessandra Smerilli: «La Chiesa è meno Chiesa, e l’umano è meno umano, se non ha lo sguardo sia maschile che femminile». Però non tutti i raggruppamenti linguistici sono stati, sul tema, reticenti. Sia stato, o meno, scosso dalle affermazioni di quelle suore, il circulus francofono «C» ha sostenuto: «Nella comunione della Chiesa occorre riconoscere veramente il posto della donna. I giovani oggi sono particolarmente sensibili al fatto che la Chiesa non accorda tutta l’attenzione che dovrebbe alla problematica della donna nel mondo. Da una parte, in alcuni contesti culturali, la donna è ridotta ad una condizione di second’ordine. Dall’altra, nella Chiesa stessa, benché sovente si valorizzino le figure materne, sembra che non si sia ancora preso pienamente coscienza che è venuto il momento in cui donne e uomini nella Chiesa siano veramente considerati in modo uguale in materia di responsabilità. Noi pensiamo che la gravità e l’urgenza di tale questione giustifichi la messa in opera, nella Chiesa, senza più tardare, di una riflessione ampia ed approfondita che possa essere fondamento dei cambiamenti profondi e radicali che si impongono in questo campo». Il documento finale: rinvii al futuro Infine, approntato da un apposito comitato di redazione, il Documento finale nel pomeriggio del 27 ottobre era pronto. Suddiviso in tre parti, con 167 paragrafi, che dovevano essere votati uno ad uno, e ottenere – per essere «promossi» – l’assenso di almeno i due terzi dei «padri» presenti; quorum raggiunto, per lo più con la quasi unanimità, da ogni paragrafo. Solo i «padri» hanno votato: non è stata nemmeno considerata l’idea, lanciata da qualche gruppo esterno al Sinodo, di dare questa opportunità almeno alle

religiose presenti. Il Sinodo, ha ribadito papa Francesco, non è un «parlamento», ed è «episcopale». Si tratta di un testo assai ampio: circa 170mila battute; vi si affronta – con un certo approfondimento, o semplicemente commentandolo con poche righe – quasi ogni problema sociale, o ecclesiale, oggi pendente. Ad extra: pace, guerra, economia, ecologia, diritti umani, migranti, xenofobia, razzismo, famiglie, nuove tecnologie, rapporti intergenerazionali, mondo del lavoro; ad intra: le Scritture e i giovani, il messaggio di Gesù, la vocazione (al ministero o alla vita religiosa; al matrimonio; all’essere «single»), la sessualità, la castità, situazioni particolari, la donna nella Chiesa, la missione, la sinodalità, i contesti interreligiosi, l’ecumenismo, il discernimento. Una specie di riassunto di quanto, su questi temi, dice il più recente magistero, e un invito a «discernere» con sapienza la propria via, e a seguire con lieta fedeltà il messaggio dell’Evangelo. Una massa di problemi che rischia di essere troppo ampia; ma anche un panorama utile per tutti i fedeli, e in particolare per i giovani – ragazzi e ragazze – che vogliano conoscere il pensiero della Chiesa cattolica romana su una serie di argomenti. Rinviando al sito vaticano per il testo integrale del Documento finale (www.vatican. va), citiamo alcuni paragrafi su punti «caldi». Giovani e sessualità «La Chiesa ha una ricca tradizione su cui costruire e da cui proporre il proprio insegnamento su tale materia: per esempio il Catechismo della Chiesa cattolica, la teologia del corpo sviluppata da san Giovanni Paolo II, l’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI, l’Esortazione apostolica Amoris laetitia di Francesco. Ma i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Frequentemente infatti la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna. Di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l’affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell’autenticità e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più par-


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ticolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all’omosessualità» [par. 39]. «Nell’attuale contesto culturale la Chiesa fatica a trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità, così come emerge dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero degli ultimi papi. Appare quindi urgente una ricerca di modalità più adeguate, che si traducano concretamente nell’elaborazione di cammini formativi rinnovati. Occorre proporre ai giovani un’antropologia dell’affettività e della sessualità capace anche di dare il giusto valore alla castità, mostrandone con saggezza pedagogica il significato più autentico per la crescita della persona, in tutti gli stati di vita. Si tratta di puntare sull’ascolto empatico, l’accompagnamento e il discernimento, sulla linea indicata dal recente Magistero. Per questo occorre curare la formazione di operatori pastorali che risultino credibili, a partire dalla maturazione delle proprie dimensioni affettive e sessuali» [149]. «Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali. A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro “orientamento sessuale” (Congregazione per la dottrina della fede, Homosexualitatis problema, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16). Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita

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della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé» [150]. Le donne nella Chiesa «Emerge anche tra i giovani la richiesta che vi sia un maggiore riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e nella Chiesa. Molte donne svolgono un ruolo insostituibile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L’assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso. Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento, anche a partire da una riflessione antropologica e teologica sulla reciprocità tra uomini e donne» [55]. «Una Chiesa che cerca di vivere uno stile sinodale non potrà fare a meno di riflettere sulla condizione e sul ruolo delle donne al proprio interno, e di conseguenza anche nella società. I giovani e le giovani lo chiedono con grande forza. Le riflessioni sviluppate richiedono di trovare attuazione attraverso un’opera di coraggiosa conversione culturale e di cambiamento nella pratica pastorale quotidiana. Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato. Si tratta di un dovere di giustizia, che trova ispirazione tanto nel modo in cui Gesù si è relazionato con uomini e donne del suo tempo, quanto nell’importanza del ruolo di alcune figure femminili nella Bibbia, nella storia della salvezza e nella vita della Chiesa» [148]. I problemi irrisolti Alcune osservazioni su questi paragrafi. In merito alla citazione – nel par. 150 – della lettera del cardinal Ratzinger, che vista fuori contesto può apparire tranquilla, forse converrebbe rileggere quel testo: «Occorre precisa-

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re che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile». Infatti, precisava il porporato, anche fondandosi su una certa interpretazione di passi dell’Antico Testamento, e di Paolo: «È solo nella relazione coniugale [tra un uomo e una donna] che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente». La scelta strategica di Francesco – che concludendo l’Assemblea ha detto: «Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie» – e del Sinodo, di riflettere sulla «pastorale», escludendo di proposito ogni riferimento alla «dottrina», arriva inevitabilmente a nodi critici che non possono essere sciolti senza domandarsi se l’affermata «dottrina» sia riflesso della volontà di Dio o, invece, elaborazione umana culturalmente datata. Siamo dinnanzi, ovviamente, a problemi teologici, ed etici, di grandissimo peso. Analogo è il problema Chiesa-donna. Gli «auspici» dei paragrafi citati si ripetono, di tanto in tanto, fin dal Sinodo del 1971. Perché non vi è stata soluzione? Non certo per cattiva volontà, ma perché, fondando l’asse del ministero sul sacerdozio – e sul sacerdozio maschile – non c’è soluzione. Si impone, dunque, la domanda: è possibile, con un Sinodo come oggi previsto, risolvere nodi intricatissimi, l’uno – giudizio morale sull’omosessualità – e l’altro – la donna in tutti i ministeri? Vi è chi lo immagina; ma l’esperienza concreta fa vacillare tale speranza, e sembra piuttosto invocare un Concilio, ove «padri» e «madri» insieme arrivino a cambiare proprio la «dottrina» vigente. Il che non avverrà senza provocare lacerazioni e sofferenze. Se il Sinodo pan-amazzonico… Ma, pur limitandosi a cambiamenti «pastorali», un assaggio delle diffi-


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coltà del percorso si vedrà nell’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione pan-amazzonica prevista per l’ottobre 2019 (a Roma, e non laggiù!). Due i temi maggiori sul tappeto: la difesa del «polmone verde» del mondo da mani rapaci che vogliono distruggerlo; l’ordinazione sacerdotale di viri probati, cioè di uomini già sposati. Quella vastissima zona, in-

fatti, che implica nove paesi – soprattutto Brasile e Perù – è pastoralmente ingestibile a causa della scarsità di preti, e anche perché il clero «latino» è lontanissimo dalle tradizioni e culture dei popoli «originari». Se la proposta passerà, per quanto ferreamente delimitata, a poco a poco sarà copiata in varie zone d’Africa e d’Asia, e poi nella vecchia Europa, Svizzera compresa

ove, seppure in situazioni diversissime da quelle amazzoniche, in certe aree vi è un’impressionante scarsità di clero «latino» (=celibe). Sarebbe, in prospettiva, l’inizio della fine del celibato obbligatorio per i presbìteri della Chiesa latina, e l’avvio – ovunque! – del celibato opzionale, come già esiste in alcune Chiese cattoliche orientali.

Perché i giovani possano considerare la Chiesa cattolica casa propria Ad alcune settimane dalla conclusione dell’ultimo Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica, certamente vivace – e in attesa che se ne tenga uno, urgentissimo, che metta al centro dell’attenzione generale l’accesso ai ministeri ecclesiali, la formazione indispensabile oggi in proposito e la presenza autorevole delle donne a tutti i livelli ecclesiali – proviamo a rileggere delle parole davvero formative ad ampio raggio. Si tratta di alcune considerazioni proposte, nel 1982, dall’allora vescovo cinquantanovenne di Ivrea, quel monsignor Luigi Bettazzi che ancora oggi, a quasi novantacinque anni, resta uno dei testimoni più lucidi e credibili del Vangelo di Gesù Cristo nel mondo ecclesiale e civile anzitutto italiano. Nel volume «Ateo a diciotto anni?» (pp. 169-170), un uomo che al Concilio Vaticano II ha partecipato già da vescovo, scriveva: «A te, giovane che ti dici credente in Dio, che ti professi cristiano, che vivi la vita della Chiesa. Sii coerente, ma fino in fondo. Renditi conto che credere in Dio è credere nell’uomo, che la fede religiosa non può essere un alibi per l’impegno concreto, tanto più da quando Dio si è fatto uomo per incarnare la salvezza nella nostra storia. Renditi conto che ogniqualvolta ti isoli nella tua religiosità, magari nutrendoti di Bibbia e moltiplicando la tua preghiera ma dimenticandoti del fratello che soffre o che è nell’indigenza, quando ti dedichi alla vitalità della tua Chiesa ma trascuri il doveroso contributo per una società più giusta e più umana, tanto più se il tuo disimpegno è favorito dal trovarti in posizione di sufficiente benessere, renditi conto che stai incoraggiando gli altri all’ateismo. Fa questo esame di coscienza, giovane credente che,

pur generoso, ti chiudi nell’intimità della tua coscienza o in quella della tua comunità. E ricorda che solo un’apertura efficace ai problemi del mondo verifica (cioè rende vera) la tua fede… Abbi fiducia, amico. Dio ti ama, Cristo è morto ed è risorto per te…Ed è risorto per tutti. E tutti devono riuscire a vedere nel tuo entusiasmo, nella tua perseveranza, la certezza che Cristo risorto può e vuole rinnovare la vita di Ernesto Borghi

di tutti… Ti accorgerai quanto è sacro, quanto è religioso interessarsi ai problemi della società e della storia, che sono i problemi dell’uomo, i problemi dei fratelli concreti. E che anche questo – se non addirittura “soprattutto” questo – è il modo di vivere la tua fede, è “costruire il Regno”». Dal 1982 ad oggi i cambiamenti sono stati certamente notevolissimi. Non soltanto coloro che allora avevano diciotto anni oggi hanno superato la cinquantina, ma la realtà ecclesiale, religiosa e sociale dal Nord al Sud del mondo è profondamente mutata sotto vari punti di vista. Il dottrinalismo e il moralismo di tanti pronunciamenti ecclesiastici ha lasciato il posto all’irruzione nella vita della Chiesa della libertà di coscienza e di un accoglimento di varie istanze della cultura moderna. In tanti luoghi del mondo occidentale la frequenza ai sacramenti, a cominciare dalla Messa domenicale, è molto diminuita e il cattolicesimo conosce sviluppi ed espansione, sia pure con difficoltà, soprattutto in America latina, in Africa, non certamente in Europa e in America del Nord. Il quadro socio-economico in cui ragazzi e giovani crescono è intriso di precarietà assai più di quanto

appariva ai diciottenni dei primi anni Ottanta del secolo scorso… Ciononostante l’esigenza di verificare l’autenticità della fede in Dio a partire dall’attenzione agli altri esseri umani, a cominciare da chi è più in difficoltà, appare il punto nodale, l’obiettivo centrale da proporre a ragazzi e giovani, come anche, d’altra parte, a tanti adulti che si sono più o meno allontanati da rapporti stretti con la realtà ecclesiale. Le parole di Bettazzi sono credibili perché vengono da un testimone che le ha variamente incarnate in decenni di ministero presbiterale ed episcopale. Che cosa possiamo proporre, per esempio, a ragazze e ragazzi che mantengono contatti positivi con le attività formative e con la dimensione sacramentale della Chiesa cattolica e che sono sanamente critici verso quanto sa di religiosamente vecchio, di eticamente moralistico, di culturalmente inconsistente e di lontano dalla giustizia e dall’amore evangelici? Occasioni di vita cristiana che siano radicate nell’icona che è il brano dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,1335), in modo che catechesi, liturgia e solidarietà caritativa siano tre momenti di un’unica, vitalizzante parola di vita, magari anche significativa sotto i profili ecumenico, interreligioso e interculturale? Oppure pensiamo di coinvolgerli in pratiche devozionali, momenti sacramentali o opportunità educative, che mettono già estremamente a disagio molti cinquantenni che non fanno parte di movimenti e gruppi più o meno massificanti? La scelta è semplice e piuttosto urgente, bisognosa di proposte biblicamente ed eucaristicamente intense e interessanti. I vescovi al Sinodo hanno percepito chiaramente, dagli applausi e dai dissensi palesi, dove i giovani desiderano andare…


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BIBLIOTECA Il diario vaticano di Alcide De Gasperi È un bene che l’Editrice «Il Mulino» non abbia aggiunto un nuovo tomo di mille pagine alla già fitta bibliografia su Alcide De Gasperi. È possibile infatti che persino quest’Italia scorderella, tutta presa di passione per gli attuali leader della politica, rassicurata dalla parvenza un poco modesta del volume, sia pur disposta a spendere 22 euro per dare un profilo umano a un nome che si legge sulle targhe stradali. Se poi chi legge reagisca male trovandosi di fronte a un testo che definire ponderoso è poco, non lo so: mi auguro infatti che leggendo si convinca che ne valeva la pena. Eccone qualche ragione. Alcide De Gasperi – nato a Pieve Tesino nel 1881, deputato al Parlamento di Vienna prima della Grande Guerra 1915-18 (fino allora il Trentino apparteneva all’Austria-Ungheria), successivamente al Parlamento italiano – fu tra i fondatori del Partito popolare nel primo dopoguerra e poi della Democrazia cristiana alla fine della seconda. Primo ministro d’Italia dal 1946 al 1953, morì a Borgo Valsugana nel 1954. Negli Anni Venti, dopo il delitto Matteotti (1924), si oppose al fascismo. Isolato dal regime, arrestato e condannato nel 1927 a 4 anni di carcere, dopo due anni sconfinò nella Città del Vaticano dove fu assunto dalla Biblioteca apostolica; qui rimase fino alla Liberazione, occupato in mansioni secondarie per non irritare il regime fascista. Il libro si occupa di questo periodo, rivelando un «Diario» rimasto in possesso fino ai giorni nostri di sua figlia Maria Romana. Il testo aggiusta il tiro di molte notizie errate, a cominciare da quella che leggiamo tuttora su Wikipedia: ove risulta che avesse giustificato l’annessione dell’Austria al Reich (1938), appoggiando le posizioni della Chiesa tedesca nel 1937 favorevoli al nazismo.

Di quel periodo oscuro il Diario mette in luce l’intimo strazio del democratico, il quale, «sacrificato» da papa Pio XI come leader dei popolari (lui come don Sturzo) per favorire la Conciliazione tra Vaticano e Regno d’Italia, collezionava ritagli di stampa e annotava nel Diario la caduta libera dell’atteggiamento di vecchi amici, segnando accanto al loro nome un significativo: «tu quoque». De Gasperi ritaglia lettere di prelati, brani di discorsi inneggianti al «Capo del Governo messo da Dio a reggere questa nostra cara patria con prudenza, saggezza e fermezza». Annota pure l’impressionante cambiamento di Papa Ratti, che ancora prima di scrivere la condanna del nazismo nella lettera apostolica «Mit brennender Sorge» (1937), definisce Mussolini «il nemico» eppure sa di navigare controcorrente rispetto a quasi tutti i vescovi d’Italia, pochissimi esclusi, che inneggiano al fascismo. Il libro – ricco di un corredo di note dettagliatissime, che ne inquadrano quasi ogni battuta, a cura di Marialuisa Lucia Sergio – è però tutt’altro che un ritratto a tutto tondo. Di De Gasperi si notano anche le esitazioni, le stanchezze e quant’altro lo induce a tacere, per esempio (se abbiamo letto bene), sulla persecuzione degli ebrei. Ne esce male in definitiva tutto un ambiente, nel tempo «bruciato» dalla Chiesa tra la messa a tacere del Partito popolare di Don Sturzo e la sua rinascita come Democrazia cristiana a partire dal 1943. Il dramma dello statista colpisce anche considerando che l’esilio vaticano di De Gasperi durò tra il 39º e il 52º anno della sua vita, quanto dire la parte più importante della crescita di un uomo politico. Da sottolineare, infine, il vantaggio storiografico della pubblicazione. Giustamente si fa notare che vi trova risposta un avviso di latenza come quello formulato dallo storico Giorgio Vecchio nella raccolta dei discorsi di De Gasperi pubblicata dal Mulino nel 2007: «Finora, la mancanza di scritti ampi e circostanziati ci ha impedito di

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valutare appieno cosa De Gasperi pensasse di ogni singolo episodio di quel tempo». Almeno, da qui si potrebbe ripartire per… almeno contraddire Wikipedia. E.M. Alcide De Gasperi, Diario 1930-1943, a cura di Marialuisa Lucia Sergio, prefazione di Maria Romana De Gasperi, il Mulino, Bologna 2018, pp. 271.

Che cosa bolle nella pentola vaticana? Le idee e le attività di papa Francesco non trovano oggi il plauso totale dei fedeli cattolici. Fin qui niente di strano anche se il fenomeno della critica all’attività dei papi è relativamente recente. Ora comunque il fenomeno si è allargato ad alcuni vescovi e, nel caso Viganò, tocca persino un ex-nunzio negli Stati Uniti. Quest’ultimo si serve, per manifestare le sue posizioni, di siti internet gestiti da giornalisti tradizionalisti come pure di homepages curate da ambienti economici nordamericani contrari alle posizioni etico-sociali di gran parte dell’episcopato statunitense. Il libro di Valente e Tornielli introduce i lettori non abituati a sviscerare queste polemiche interne al mondo cattolico in maniera non partigiana e contribuisce così a conoscere meglio il groviglio di temi e problemi cui l’attuale papa è quotidianamente confrontato. L’inchiesta qui presentata non costituisce comunque una specie di difesa d’ufficio di papa Francesco, ma ci fornisce gli elementi per poter porre un giudizio spassionato sul momento che sta vivendo l’apparato vaticano in questi ultimi anni. L’arcivescovo Viganò ha scelto di vivere in clandestinità per poter intervenire regolarmente con le sue prese di posizione e già questo fatto la dice lunga sulle modalità di comunicazione scelte dagli ambienti ostili alle posizioni del papa argentino. Non resta che sperare in una «schiarita» non solo atmosferica ma che porti ad un dibattito sincero ed accessibile a tutti i membri del popolo di Dio. a.b. Andrea Tornielli e Gianni Valente, Il giorno del giudizio, Piemme ed., Milano 2018.

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Donne e uomini sposati possono essere ordinati prete Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Luis Francisco Ladario Ferrer, ha pubblicato sull’«Osservatore Romano» del 20 maggio scorso un ampio articolo per affermare che «il carattere definitivo della dottrina di “Ordinatio sacerdotalis” esclude la possibilità dell’ordinazione delle donne al presbiterato». L’articolo è stato ripreso integralmente dalla «Rivista della diocesi di Lugano», giugno 2018. Il teologo gesuita José Maria Castillo la pensa diversamente ed è opportuno conoscere anche la sua opinione. (red.) Il Concilio Vaticano I nella Costituzione dogmatica «Dei Filius» (anno 1870), cap. III, definì che «si devono credere con fede divina e cattolica tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio, scritta o trasmessa per tradizione («in verbo Dei scripto vel tradito continentur») e che vengono proposte dalla Chiesa […] come divinamente ispirate e pertanto da credersi». Ogni affermazione (o ogni pratica) che non rientri nel contenuto di quest’ affermazione dogmatica può essere modificata dall’autorità suprema della Chiesa. Per quanto riguarda le verità o attività che si giustificano per mezzo del cosiddetto «Magistero Ordinario Universale» della Chiesa, bisogna stare attenti e non dare loro un valore assoluto ed intoccabile, poiché – come è ben noto e per fare un esempio – per secoli si è pensato che era verità di fede che il sole girasse intorno alla terra, fino al punto di condannare Galileo quando affermò il contrario. Ed oggi sappiamo che aveva ragione Galileo. Un problema importante che oggi ha la Chiesa con riferimento alle «verità di fede», sta nel fatto che possano esserci – ed a volte capita che ci sono – fatti «storici» o «sociologici» ai quali si dà un «valore dogmatico». Proprio questo succede quando ci chiediamo se le donne o le persone sposate potranno essere preti. Per quanto riguarda le donne, nell’antichità non avevano gli stessi diritti degli uomini. Per questo non potevano essere testimoni ufficiali di nulla. Né prendere decisioni su altri. Né su loro stesse. (Q. Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, EDB, Bologna

2000). È logico che in tali condizioni non potevano rivestire incarichi di responsabilità in istituzioni pubbliche. Oggi la situazione sociale e giuridica della donna è completamente diversa. Ed in ogni caso quello che non si può fare è trasformare in rivelazione divina quello che non è altro che una situazione sociale già superata. La Chiesa non avrà credibilità finché continuerà a conservare la disuguaglianza della donna in dignità e diritti rispetto all’uomo. Per quanto riguarda le persone sposate, il Vangelo non impone nessun obbligo rispetto al celibato. D’altra parte, l’apostolo Paolo dice che è un diritto degli apostoli vivere e viaggiare con una donna cristiana, come facevano Pietro ed i parenti del Signore (1 Cor 9,5). La continenza dei preti iniziò ad imporsi agli inizi del secolo IV nel Concilio di Elvira (Granada). E la legge del celibato si impose progressivamente nel Medioevo. Fu stabilita come legge a partire dal II Concilio lateranense (nel 1138). La legge del celibato non ha fondamento biblico. E si basa principalmente sulle idee e sul puritanismo che provenivano dallo stoicismo dei greci del sec. V a.C. (E.R. Dodds). Come giustifica la Chiesa la volontà di non cambiare questa legge, quando ogni giorno ci sono sempre meno preti e quindi molte parrocchie e comunità che non possono avere la loro vita cristiana organizzata e gestita come la stessa Chiesa impone obbligatoriamente? È urgente che la Chiesa studi questa questione a fondo e senza paura. Per cercare la soluzione alla quale i fedeli cristiani hanno diritto. Se non si farà in questo modo, sarà inevitabile verificare un fatto che esiste già: i gruppi di laici che clandestinamente celebrano l’Eucaristia senza prete. In questa delicata questione è di somma importanza tenere presente che la dottrina della sessione VII del Concilio di Trento sui sacramenti non contiene definizioni dogmatiche. […] Di conseguenza, la Chiesa può e deve sentirsi libera nel prendere, in tema di sacramenti e di liturgia, le decisioni che la stessa Chiesa considera in questo momento come più urgenti e necessarie per il maggior bene spirituale e cristiano dei fedeli. (da «Adista», 21 luglio 2018)

Assolta Asia Bibi Il 31 ottobre è stato e resterà come un giorno di speranza. La Corte Suprema del Pakistan ha assolto in appello la cristiana Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia nel 2010, con l’accusa di aver offeso il profeta Maometto. «La pena di morte viene annullata. Asia Bibi è assolta da tutte le accuse», recita il verdetto della Corte. I giudici hanno aggiunto che la donna sarebbe stata rilasciata immediatamente. I media e le Chiese di tutto il mondo hanno per anni seguito le vicende di questa donna, divenuta simbolo dell’intolleranza religiosa, della mancanza di dialogo e dell’odio persecutorio. Era il 2009 quando l’allora 39enne contadina del Punjab, madre di cinque figli, osò prendere acqua da una fonte cui dovevano abbeverarsi anche le sue compagne di lavoro, operaie musulmane che cominciarono a insultarla; l’acqua le sarebbe stata vietata, in quanto infedele cristiana. Asia rispose per le rime e quel litigio fu l’inizio del suo calvario: le donne, sostenute da un imam locale, accusarono la donna di aver insultato il profeta Maometto. Da lì la denuncia e l’arresto e la permanenza per nove lunghi anni in isolamento nel carcere femminile di Multan. Asia Bibi è la prima cristiana (cattolica) a essere stata condannata a morte in Pakistan secondo gli articoli del Codice penale noti come «legge antiblasfemia». L’accusa è arrivata nel 2009 e nel 2010 un tribunale l’ha condannata alla pena capitale. L’8 ottobre scorso si era tenuta l’ultima udienza del terzo grado di giudizio della Corte suprema, durante la quale l’avvocato difensore, il musulmano Saiful Malook, aveva evidenziato evidenti incongruenze nella versione dell’accusa e nelle testimonianze raccolte in questi anni. Reazioni e azioni violente sono state espresse da parte di gruppi islamisti fondamentalisti. Nel 2011 il governatore del Punjab fu ucciso per aver difeso la causa della donna, e stessa sorte toccò a un ministro cristiano con delega alle minoranze, Shahbaz Bhatti, che a sua volta si era speso per chiedere la revisione del processo. La famiglia di Asia Bibi vive già da tempo all’estero, e certamente la donna cercherà di raggiungerla al più presto per evitare di finire vittima della follia reazionaria dei gruppi islamisti pakistani. Negli anni le Chiese cristiane locali e gli organismi internazionali hanno a più riprese lanciato appelli per la liberazione della donna, divenuta simbolo dell’assurda intolleranza religiosa. La sua assoluzione regala un bagliore di speranza al mondo. (da «Riforma», Torino, 9 novembre 2018)


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Auguri a monsignor Lazzeri. Sono ormai cinque anni che mons. Lazzeri è vescovo di Lugano, ordinato il 7 dicembre 2013. In una lunga intervista, rilasciata alla redazione di catt.ch (n. 309, 5 novembre 2018), indica le sue priorità nella cura delle qualità umane e spirituali degli agenti pastorali, in pratica i preti, operando per la collaborazione interparrocchiale, riconoscendo che non fa che cominciare, e nell’accompagnamento ai giovani con gli incontri del sabato, mentre segnala il cammino di un bel gruppo di famiglie nella ricerca della loro particolare vocazione. Constata le difficoltà finanziarie di molte parrocchie, mentre una discussione generale non è ancora stata iniziata. A favore dei rifugiati. Una dichiarazione interreligiosa, a favore dei rifugiati, da parte di cristiani, ebrei e musulmani, è stata presentata lo scorso 7 novembre a Berna, alla presenza dei rappresentanti delle diverse comunità religiose e col sostegno dell’Ufficio per la Svizzera dell’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Le comunità rappresentate nel Consiglio svizzero delle religioni, in una «prima» di grande portata ecumenica, lanciano cinque appelli diretti alla politica svizzera, chiedendo una procedura d’asilo equa, il diritto alla vita famigliare, la necessità di una rapida integrazione e la responsabilità dello Stato e del mondo politico. È stata consegnata alla presidente del Consiglio nazionale Marina Carobbio. Anche le tre Chiese del Cantone Neuchàtel hanno pubblicano una raccolta dei principi che derivano dalla bibbia e dai diritti umani a favore dei migranti, in risposta all’inasprimento delle procedure di accoglienza che si manifesta attualmente in Svizzera. Il presidio della Conferenza dei Vescovi svizzeri ha salutato favorevolmente la petizione «Vie sicure per salvare delle vite», sottoscritta con 38.000 firme e diretta al Consiglio federale, per stabilire delle vie legali e sicure per i rifugiati particolarmente vulnerabili e chiede che la Svizzera si impegni maggiormente a favore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Le Chiese sono già attive a diversi livelli e rimangono disponibili a sostenere lo Stato in tutte le sue iniziative, seguendo l’esortazio-

ne di papa Francesco ad «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati». Statistica ticinese. Pochi nuovi nati, molti single e molti stranieri: questo il Ticino. Lugano ha appena 7,8 nascite ogni mille abitanti (nelle città svizzere i nati pro mille sono ben 12). Tuttavia la «grande Lugano» non perde abitanti: anche se nel 2016, contro 496 nascite ha registrato 556 decessi; fortunatamente è positivo il conto migratorio, con 4.945 arrivi contro 4.532 partenze. A Lugano su 30.792 nuclei familiari, 13.386 sono single; situazione analoga a Bellinzona. Nel 2016 Lugano contava 24.752 stranieri, cioè il 38,7% dei residenti; così come Locarno, mentre a Bellinzona gli stranieri sono «solo» il 25,7%, e il 42% a Chiasso. Caromessa. La organizzazione della messa papale al Palexpo di Ginevra è costata alla diocesi romanda circa 2 milioni di franchi ma… il fallimento è stato evitato grazie alla generosità dei fedeli e delle Chiese cantonali che hanno donato circa 1,5 milioni; restavano a fine agosto da trovare ancora circa un milione, ma si è fiduciosi di coprire l’intero importo. Intanto la Conferenza centrale cattolico romana ha assicurato la copertura del deficit eventuale per 250.000 franchi. Nelle Chiese cantonali. La Corporazione ecclesiastica cattolica di Friburgo ha chiuso i conti 2017 con una eccedenza di 300.000, mentre la Cassa per i ministeri parrocchiali ha registrato un utile di 90.000 franchi. La Chiesa cattolica del Canton Vaud (Federazione ecclesiastica cattolica romana) presenta una piccola eccedenza di fr. 12.000, su un totale di spesa complessiva di 27 milioni di franchi. La Collettività ecclesiastica cantonale del Giura ha invece registrato nel 2017 un deficit di fr. 197.000, minore tuttavia del preventivato mezzo milione, su un movimento complessivo di 10 milioni di franchi. Svizzeri poco credenti. Il mensile evangelico «Chistianisme Aujourd’hui» nel fascicolo di ottobre 2018 pubblica i risultati di una inchiesta svolta su un campione di 1052 persone tra i 15 ed i 79 anni circa le

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credenze religiose degli svizzeri. Se una metà degli Svizzeri interpellati credono in una sopravvivenza dopo la morte, solo il 10% accetta la visione cristiana tradizionale di una paradiso e di un inferno; gli uomini (50%) sono meno inclini che le donne (30%) a credere ad una sopravvivenza; mentre per l’esistenza del paradiso c’è parità tra i sessi, e il 5% ritiene che quello sia la destinazione finale di tutti. Chiesa aperta ai laici. Il Canton Friburgo conta 121 parrocchie, 56 case religiose femminili e 24 case per religiosi. Le parrocchie sono raggruppate in 20 unità pastorali di cui 3 intercantonali e una bilingue. Nella pastorale territoriale sono impegnati professionalmente 55 preti e 100 agenti pastorali, diaconi o laici. Accanto alla pastorale territoriale, esiste una pastorale per categorie, che comprende anche le missioni linguistiche (le tre principali sono l’italiana, la spagnola e la portoghese) e 7 servizi (per la formazione dei catechisti, alla solidarietà, per la gioventù, per i malati, per la comunicazione); vi sono occupati 6 preti e 124 agenti pastorali per la parte francese, e 2 preti e 16 agenti pastorali per la parte tedesca. Nel Cantone, per la pastorale, opera un totale di 63 preti e 240 agenti pastorali, diaconi o laici, tra cui molte donne. Informazione ai preti. La «Rivista della diocesi di Lugano», nel fascicolo di ottobre 2018, pubblica un’ampia relazione della direttrice Myriam Caranzano Maitre sulla «Prevenzione degli abusi sessuali», riferendo le informazione, concordate con mons. Vescovo, da lei date a 12 seminaristi e a quattro gruppi di preti («la maggior parte dei sacerdoti della diocesi») al fine di prevenire gli abusi sessuali e ogni altra forma di maltrattamento infantile. Secondo la relazione «l’ultimo studio realizzato in Svizzera rivela che tra 30.000 e 50.000 minorenni in pericolo sono segnalati ogni anno» (pag. 307); «il 50% degli abusi sessuali avvengono su bambini che hanno meno di 9 anni di età» e «nell’80% dei casi è ad opera di un membro della famiglia» (pag. 311); con conseguenze tragiche, se «Tante persone abusate da bambini soffrono di varie patologie per tutta la vita e un terzo di loro si suicida» (pag. 311). Contro il celibato obbligatorio. È in corso nei Grigioni una raccolta di firme a sostegno di una petizione che


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chiede l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti cattolici. La petizione è partita dal villaggio di Brigels, dopo che il parroco Marcel Köhle, molto apprezzato, ha annunciato che abbandonava il ministero per vivere con una donna. Una analoga richiesta era stata presentata, con una lettera aperta, dal consiglio parrocchiale. A favore del conferimento del presbiterato a uomini sposati si è espresso, durante il recente Sinodo sulla vocazione dei giovani mons. Kockerois, a nome dei vescovi belgi, affermando che uomini sposati possono positivamente rispondere alla chiamata ad essere preti, ciò che potrebbe ovviare alla crisi di vocazioni. Anche il Consiglio nazionale dei preti cattolici d’Australia si è pronunciato, lo scorso settembre, per il celibato opzionale e la riammissione al ministero dei preti che l’hanno abbandonato per sposarsi, mentre la locale Conferenza episcopale ha ricordato che il celibato obbligatorio «è una pratica antica e positiva della Chiesa». Nuovo presidente. L’assemblea della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane di Svizzera (CLC.CH) ha eletto lo scorso settembre suo presidente, per il periodo 2019-2021, il pastore riformato Daniel de Roche, dal 2015 rappresentante della Federazione delle Chiese protestanti svizzere. La CLC. CH è la sola piattaforme ecumenica attiva a livello nazionale Anniversario. Il 19 ottobre 1969, il 63% degli uomini ticinesi votarono a favore dell’introduzione del suffragio femminile in materia cantonale. Da quel giorno le donne ticinesi iniziarono una lunga marcia verso la conquista dei propri diritti, ma a 50 anni di distanza sono ancora lontani dal raggiungimento di una parità di fatto. In occasione del 50º anniversario dall’introduzione del diritto di voto alle donne, la Commissione consultiva per le pari opportunità fra i sessi, in collaborazione con la Delegata per le pari opportunità e diverse Associazioni femminili ticinesi, lancia una campagna della durata di un anno, scandita da una serie di eventi proposti tra il 19 ottobre 2018 e il 19 ottobre 2019. La campagna vuole attirare l’attenzione sulle conquiste delle donne dagli anni ’70 ad oggi, ma anche sulle sfide che ancora permangono in materia di parità dei sessi. In vista delle imminenti votazioni cantonali e federali che caratterizzeranno il 2019, la campagna si pone anche

Dopo il lutto del «Giornale del Popolo» Carente: è il minimo che si possa dire per descrivere l’informazione sulle scelte della Diocesi di Lugano, editrice del «Giornale del Popolo», dopo il clamoroso fallimento della primavera scorsa («Dialoghi» n. 252, giugno 2018). Le notizie che seguono sono quanto «Dialoghi» ha raccolto, delle briciole lasciate circolare oppure dall’esito di alcuni contatti personali. L’Operazione Fondo di solidarietà, per cominciare. Ha coinvolto una ventina di ex dipendenti del giornale ed è stata condotta da una commissione presieduta dal vicario generale mons. Nicola Zanini, con la partecipazione del sindacato OCST e delle associazioni dei giornalisti. L’impegno del Vescovo è stato concreto ed efficace e alla fine si sono potuti raccogliere 850mila franchi, usati, secondo una nostra fonte, «con equità e giustizia», elaborando criteri oggettivi che consideravano età e anni di lavoro al giornale per determinare il quantum da assegnare, ma anche tenendo conto di correttivi (un tetto massimo) per ottenere un risultato in definitiva definito «equo». Una presenza che ha già dietro di sé cinque mesi di vita è il sito online «L’Osservatore» (www.osservatore.ch), lanciato all’inizio di luglio. L’editore è un imprenditore attivo tra Lugano e Francoforte sul Meno: Cleto Pescia, la testata è di proprietà della Eurisco Sagl, Via San Gottardo 82, 6900 Massagno. È offerto un abbonamento annuale a fr. 25 a chi, oltre alla pagina web da tutti fruibile, è interessato all’«Osservatore Magazine», un settimanale che spazia su cultura, economia e scienza, giunto il 10 novembre al diciottesimo numero e di cui sono responsabili Manuela Camponovo e Corrado Bianchi Porro, due «vecchi» del defunto «Giornale del Popolo». La l’obiettivo di favorire una maggiore rappresentanza delle donne in politica. L’evento inaugurale della campagna si è svolto 19 ottobre 2018, con una serata pubblica di presentazione di una retrospettiva storica sulle pioniere della politica a livello ticinese, seguita da una tavola rotonda con la presenza di donne e uomini che hanno svolto per il voto alle donne un importante ruolo politico e/o istituzionale.

La pubblicazione è aconfessionale, cura comunque anche temi religiosi di interesse per un pubblico cattolico e si fa apprezzare per la ricchezza e la varietà del prodotto. Va detto che una ricca offerta già esisteva in audio, in video o in rete: dalle televisive «Strada regina» (il sabato su La1) a «CATIvideo» (pure il sabato, su Teleticino), alla radiofonica «Chiese in diretta» (la domenica mattna su ReteDue, gestita con gli evangelici): tutti programmi ricevibili normalmente, cioè in chiaro, sulla radio o sul televisore di casa. Vanno citati ancora la S. Messa diffusa ogni domenica e giorni festivi dalle varie stazioni radiofoniche SSR, e poi, per passare al cartaceo, accanto al bimestrale «Dialoghi», «Spighe», mensile dell’Azione cattolica. Da oltre confine proviene un’offerta strabordante: dal quotidiano «Avvenire» al settimanale «Famiglia cristiana», a decine di riviste e bollettini di ogni genere e tipo. Ci si è resi conto tuttavia che una parte importante dell’ultimo lettorato del «Giornale del Popolo» era costituita da utenti del giornale di carta, probabilmente in difficoltà nell’inseguire l’offerta in audio, video o in rete. Può la Diocesi rinunciare (al di là del suo smilzo sito online) a uno strumento che ha avuto per 92 anni un compito importante nell’informazione e nella formazione dei cattolici ticinesi? Le difficoltà sono soprattutto di tipo economico. Alla chiusura dei conti del 2018, la Diocesi deve «digerire» il pesante passivo del fallimento (di cui non è nota l’entità). Ma può darsi che proprio nelle pieghe dell’errata decisione di lasciare il «Corriere del Ticino» («Dialoghi» n. 249, dicembre 2017) si trovi una soluzione, per modesta che possa essere. Per ora non è dato di saperne di più. E.M. Religione e famiglia. In Svizzera, la popolazione secondo l’appartenenza religiosa si divide nel 38% Chiesa cattolica romana, 26% Chiese nazionali protestanti o riformate, 5,7% altre comunità cristiane, 5,0% comunità musulmane o altre comunità derivanti dall’lslam, 1,5 altre comunità evangeliche, 1,5 altre religioni; il 22,0% dichiara di non appartenere ad alcuna comunità religiosa (popolazione di 15 e più anni). La pubblicazione «La ré-


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ligion, une histoire de famille» (Neuchatel UST), disponibile in francese e in tedesco, analizza la trasmissione della religione dai genitori ai figli e i cambiamenti rispetto alla religione praticata nell’infanzia. Dall’analisi, basata sui risultati dell’indagine realizzata nel 2014 presso un campione di persone di 15 e più anni, risulta ad esempio che l’84% dei cattolici aveva entrambi i genitori di religione cattolica; la proporzione è la stessa tra i musulmani, mentre tra i protestanti è del 74%. Il cambiamento di appartenenza religiosa concerne in modo preponderante i membri di altre Chiese evangeliche (circa la meta lo è divenuta nel corso nella vita), e le persone senza appartenenza religiosa (circa la metà apparteneva in precedenza a una comunità religiosa), mentre tocca in maniera contenuta i musulmani (4,5%) e i cattolici (5,9%) (da «Dati». Statistiche e società, ottobre 2018). Moschea a Sciaffusa. Il progetto di costruire una moschea da parte della comunità turca locale ha sollevato vive proteste, manifestatesi con una petizione che ha raccolto circa 11.000 firme. Il permesso di costruzione è stato rilasciato nel rispetto delle leggi; resta tuttavia aperta la necessità di vigilare sull’attività futura nella moschea, essendo noto che le comunità turche sono controllate dal Ministero della religione di uno Stato poco rispettose dei diritti umani. Recentemente a Colonia (Germania) è stata inaugurata una imponente moschea, tra le più grandi d’Europa, con un discorso del presidente Erdogan, rivolto ai tre milioni di turchi che vivono in Germania, di esplicita denuncia dei golpisti e dei separatisti curdi, creando frizioni con le autorità tedesche. Tibetani in Svizzera. L’Istituto tibetano di Rikon, situato nella valle zurighese della Töss, ha festeggiato i cinquanta anni di esistenza. L’origine del monastero è legato alla fine dell’indipendenza del Tibet, quando numerosi tibetani abbandonarono il paese e il Dalai Lama fuggito nel 1959 formò un governo in esilio. Il Consiglio federale aprì le frontiere agli esiliati che dal 1966 al 2010 passarono da 600 a 3000. Per celebrare il 50º anniversario, numerose manifestazioni si sono svolte, con la presenza del Dalai Lama. Il monastero (che ospita una decina di monaci) è il centro di festività religiose e di altre attività della comunità tibetana sparsa per la Svizzera.

cronaca svizzera

Commercio criminale. Nel 2017 le esportazioni svizzere di materiale bellico sono aumentate dell’8%, arrivando a 446,8 milioni di franchi. I principali Paesi di destinazione sono stati la Germania (117,7 milioni), la Thailandia (87,6 milioni) e il Brasile (32,9 milioni). La Confederazione ha esportato l’anno scorso verso 64 Paesi; il materiale bellico rappresenta lo 0,15% del totale delle esportazioni. Nell’elenco della Segreteria di Stato dell’economia figurano anche vendite per 4,7 milioni di franchi all’Arabia Saudita, per 3,2 milioni agli Emirati Arabi e per quasi 644.000 franchi alla Turchia, vendite che suscitano le giustissime critiche di Amnesty International e del Gruppo per una Svizzera senza esercito, perché sono Paesi in guerra in Yemen e in Siria, e anche all’interno dei propri confini. Secondo un rapporto pubblicato nel febbraio 2017 dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, la Svizzera si piazza al quattordicesimo posto tra gli esportatori di armi. Travolto dalle proteste delle organizzazioni umanitarie e criticato da numerosi politici, il Consiglio federale ha innestato il retromarcia, rinunciando a modificare l’ordinanza sulla vendita delle armi, modificazione che avrebbe permesso (per favorire l’industria) di vendere anche a Paesi ove sono in atto conflitti interni. Resta tuttavia il grosso scandalo della armi vendute a Paesi sicuri e poi finite sui campi di battaglia, come quelli siriani. Nelle Chiese riformate. La diminuzione delle risorse finanziarie e del numero di membri ha portato le varie Chiese riformate della Svizzera francofona a interrogarsi sul loro ruolo nella società. Nel 2014, la Chiesa protestante di Ginevra ha adottato una nuova «visione» basata su tre impegni principali: la testimonianza, l’incontro aperto a tutti e la diversificazione delle forme di culto. Su questa base, lo scorso settembre il Concistoro (Consiglio di Chiesa) ha votato alcune linee strategiche al fine di ravvivare la vita comunitaria, mettendo l’accento soprattutto sui giovani e sull’incontro con le persone che si sono allontanate dalle Chiese. La stessa preoccupazione è condivisa dalle Chiese dei cantoni di Berna-Giura-Soletta: dal 2015 al 2017 l’Unione sinodale ha realizzato un processo collettivo di rinnovamento chiamato «Visione Chiesa 21», suscitando uno slancio all’interno delle singole comunità. Inoltre le Chiese dovranno affrontare anche cambia-

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menti strutturali, per attuare la nuova legge sulle Chiese nazionali che entrerà in vigore il 1. gennaio 2020 e prevede il trasferimento della gestione dei pastori (compreso la retribuzione) dal Cantone direttamente alle Chiese, che riceveranno un finanziamento statale. Nel cantone di Vaud, il cambiamento nella retribuzione dei pastori dal Cantone alla Chiesa viene già attuata nel 2018, parallelamente alla discussione con lo Stato sulla convenzione del contributo per il periodo 2020-2024, con la riduzione dell’equivalente di una quindicina di tempi pieni, trasferiti alla Chiesa cattolica nel quadro degli accordi di riequilibrio tra le due Chiese riconosciuti dal diritto pubblico. Questa diminuzione (interamente realizzata dai pensionamenti) implica un ripensamento della ripartizione delle forze pastorali. Nella Chiesa riformata evangelica del cantone di Neuchâtel, alla fine del 2017 è stato lanciato il progetto «Eren 2023», per riflettere sulla missione fondamentale della Chiesa, e definire le principali linee di impegno e di vita. Anche la Chiesa evangelica riformata del cantone di Friburgo si interroga sul ruolo che può giocare nella società attuale, considerando tre direzioni principali: il consolidamento dello statuto, l’approfondimento del senso delle attività, e la sperimentazione di nuove modalità d’incontro. Infine in Vallese, dove i riformati costituiscono una piccola Chiesa in un cantone a maggioranza cattolica, è stato promosso un progetto a lungo termine, col proposito di consolidare i legami con le autorità cantonali e comunali, partecipando sempre più alle manifestazioni locali. Nella popolazione. Nel 2017 sono morte in Svizzera 66.600 persone, contro le 65.000 del 2016. Per quanto riguarda le nascite, furono 85.000, 2.900 in meno dell’anno precedente. La diminuzione riguarda praticamente tutti i cantoni. La stima provvisoria del numero medio di figli per donna è di 1,48. La maggior parte delle nascite (75,5%) avviene tuttora nell’ambito del matrimonio, ma la quota di quelle extra matrimoniali ha continuato a crescere, attestandosi al 24,5% contro il 24,2% nel 2016. Meno anche matrimoni e divorzi: nel 2017 sono stati celebrati 39.800 matrimoni, contro i 41.600 del 2016, e il numero di divorzi (14.900) è fortemente sceso rispetto all’anno precedente (-12,8%). La durata media di un matrimonio al momento del divorzio rimane di 15 anni. In base alla tendenza osservata


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nel 2017, si calcola che un matrimonio su tre (36,1%) potrebbe sfociare in un divorzio. Nel 2017 poco meno di 800 coppie omosessuali hanno registrato la propria unione domestica: il numero di coppie maschili continua a essere superiore a quello delle coppie femminili, ma è stato rilevato un forte aumento delle unioni tra donne (+32,6%) contro la diminuzione delle coppie formate da uomini (-5,0%).

se; l’altro terzo è invece a carico della Chiesa cattolica.

Troppi milionari. In Svizzera i milionari sono passati da 363.900 nel 2016 a 389.200 in dodici mesi. Il mondo conta 18,1 milioni di milionari (contro meno di 11 milioni nel 2010). Sono definiti come milionari le persone che dispongono di un patrimonio di almeno un milione di dollari statunitensi, senza però tenere conto del valore della casa di residenza, di oggetti d’arte e di beni correnti. Solo sei Paesi contano più milionari della Confederazione: Stati Uniti (5,28 milioni), Giappone (3,16 milioni), Germania (1,37 milioni), Cina (1,26 milioni), Francia (629.000) e Regno Unito (575.000). Ma proporzionalmente alla sua popolazione, la Svizzera è ampiamente in testa alla graduatoria. Poco meno di un abitante su 20 (4,6%) è milionario, contro ad esempio meno del 2% negli Usa. A livello planetario il patrimonio cumulato dei milionari raggiunge un nuovo record di oltre 70.000 miliardi di dollari (circa 65.500 miliardi di franchi al cambio attuale). Il patrimonio dei milionari complessivamente nel 2017 è progredito in tutte le regioni del pianeta, globalmente del 10,6%.

Riduzioni contestate. Lottare contro le disuguaglianze, la povertà e le conseguenze dei conflitti, è quanto si propone di fare la Confederazione mettendo a disposizione di varie agenzie dell’ONU, per il periodo 2018-2020, 312 milioni di franchi. Si tratta tuttavia in totale di 30 milioni in meno rispetto al triennio precedente secondo il programma di risparmi 2018-2020 della Confederazione. Stando alla decisione del Consiglio federale, 156,4 milioni (-23,6 milioni rispetto al periodo precedente) saranno destinati al Programma di sviluppo delle Nazioni Unite; il Governo intende inoltre destinare 59,6 milioni (-6,4 milioni rispetto al periodo precedente) al Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF). Quarantotto milioni ciascuno sono previsti invece per il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne. Alliancesud, la comunità di lavoro che raggruppa le principali organizzazioni svizzere impegnate per lo sviluppo, critica le decisioni del governo che fanno diminuire dal 0,53 al 0,46 la percentuale del reddito nazionale destinato all’aiuto internazionale, allontanandosi ancora di più dal 0,7% che è quanto proposto a livello mondiale. Caritas svizzera inoltre denuncia che, mentre diminuisce la cooperazione svizzera allo sviluppo e alla lotta contro il surriscaldamento terrestre, vengono invece aumentate le spese militari nel preventivo 2019.

Nuova materia. Il Bollettino ufficiale delle leggi del Cantone Ticino del 31 agosto 2018 pubblica la modifica dell’art. 23 della Legge della scuola del 1. febbraio 1990, ora indicato come «Insegnamento religioso e sulle religioni», con l’aggiunta di un nuovo capoverso 2 del seguente tenore: «L’insegnamento neutrale e non confessionale della storia delle religioni è impartito obbligatoriamente durante il quarto anno di scuola media quale disciplina ordinaria». Questa modifica, adottata dal Gran Consiglio il 28 giugno 2018, entra in vigore col 1. giugno 2019. Una commissione speciale sta elaborando il programma di questa nuova materia scolastica. A Basilea Città è stato dimezzato il corso ecumenico d’insegnamento delle religioni, fin qui dispensato negli anni 3. e 4. della scuola primaria, e ciò perché la Chiesa riformata, che si assume i due terzi dei costi, deve ridurre le spe-

Nuova caserma svizzera. La Guardia svizzera a servizio in Vaticano avrà, ma solo nel 2024, una nuova caserma, dal volume di 50.000 metri cubici e dalla superficie di 14.200 metri quadrati, preventivata in 50 milioni di franchi, per la quale è in corso una raccolta di fonti, da parte di una Fondazione, presieduta da Pierre Roth, già presidente della Banca Nazionale Svizzera. Se qualche ticinese avesse intenzione di criticare questo «investimento» all’estero, si consoli sapendo che sarà realizzato dallo studio di architettura Dürisch e Nolli e quindi ne trarrà qualche vantaggio anche il fisco ticinese. Purtroppo la Guardia Svizzera potrebbe soffrire difficoltà di reclutamento dopo il 2020: c’è il calo demografico generale, diminuiscono i giovani che hanno assolto la necessaria scuola recluta, viene meno l’impegno per la Chiesa cattolica e infine potrebbe cambiare in meglio la

situazione economica, per cui sarà meno attrattivo il servizio militare a Roma. Musulmani a scuola. Il Centro Islam e società (CSIS) dell’Università di Friburgo, in cooperazione con il Canton Zurigo e l’associazione che raggruppa le organizzazioni musulmane zurighesi, hanno promosso a partire dallo scorso settembre una formazione continua denominata «Assistenza e accompagnamento in un contesto interreligioso»; si sono iscritte dodici persone. Il bisogno di operatori musulmani qualificati per le istituzioni sociali è da tempo avvertito; le due Chiese cattolica e protestante del cantone sostengono l’iniziativa, con una commissione d’accompagnamento, istituita dal Cantone. A partire dal 2019, una dozzina di «cappellani» musulmani presteranno servizio negli istituti assistenziali; i musulmani residenti nel Cantone sono circa 100.000, e fin qui gli ospedali facevano capo a assistenti sociali esterni. Richieste d’asilo. Nel 2017 sono state presentate in Svizzera 18.088 domande d’asilo, in particolare di persone provenienti dai numerosi focolai di guerra nel Vicino Oriente e sul continente africano. Rispetto all’anno precedente le richieste sono 9.119 in meno del 2016. La diminuzione è principalmente da ricondurre a due fattori: le domande d’asilo del 2016 erano legate ai flussi migratori provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq, e dal calo della migrazione attraverso il Mediterraneo centrale. Quest’ultimo motivo ha provocato la riduzione delle richieste di persone provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana. L’Eritrea rimane il principale Paese di provenienza dei richiedenti asilo con 3.375 domande. Seguono Siria (1.951 domande), Afghanistan (1.217), Turchia (852), Somalia (843) e Sri Lanka (840). Finanze vallesane. La diocesi di Sion rivolge ogni anno, per la Solennità di Tutti i Santi, un appello a favore delle finanze. Il fabbisogno della diocesi per il 2018 è stimato a 2,3 milioni di franchi, e la raccolta annuale, fatta durante le sante messe, è stimata attorno al milione di franchi; il Cantone versa sussidi per fr. 400.000 per prestazioni documentate. La colletta annuale registra un progressivo calo, mentre sono in aumento le donazioni; negli anni 2016 e 2017, i conti diocesani sono stati quasi equilibrati.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Avanti col Concilio. Il 22 settembre si è svolta a Parma l’assemblea ordinaria dell’associazione Viandanti, rete di riviste e gruppi cui partecipa anche «Dialoghi», che ha votato una articolata mozione che ripropone gli impegni per i prossimi cinque anni. Tra essi, «sostenere, nello spirito del Concilio, la volontà di riforma della Chiesa e l’opera di Francesco», «aprirsi alle grandi questioni del mondo contemporaneo (pace, giustizia, ambiente, sessualità, inizio e fine vita, mutamento antropologico, ecc…)», «operare per il superamento della visione conciliare della “indole secolare”, per ricuperare la piena dignità battesimale e iniziativa ecclesiali di ogni “christifidelis”». Un bel programma anche per «Dialoghi». Viganò no. Dal polverone anti Francesco, togliamo da «Adista» dell’8 settembre u.s. queste conclusioni. «Mentre dunque fiumi di parole si sprecano sulla vicenda, e papa Francesco, al contrario, resta in un assoluto silenzio (in conferenza stampa, durante il volo di ritorno dall’Irlanda, ha detto chiaramente di non voler intervenire), lentamente ma inesorabilmente vengono poste una accanto all’altra, dagli osservatori e dai vaticanisti più avvertiti, le tessere di un mosaico che, se contengono singolarmente – ma solo in alcuni casi – particelle di quella verità propinata da Viganò, non compongono, alla fine, l’immagine descritta dall’ex nunzio. Di più: molto di quanto dichiarato dal prelato risulta, a un controllo nemmeno troppo sofisticato ma fondato su prove e testimonianze verificate e sotto gli occhi di tutti, fondamentalmente non rispondente al vero. È così, ad esempio, per la questione della presunta sanzione comminata da papa Ratzinger al cardinale abusatore McCarrick ma, evidentemente, come minimo mai applicata: si allunga infatti l’elenco degli eventi ecclesiali cui il porporato partecipò tranquillamente anche alla presenza di papa Ratzinger e dello stesso Viganò, lieto di farsi fotografare con lui. Ma, al di là dei singoli tasselli, è il quadro d’insieme che non tiene. Lo illustra molto efficacemente Andrea Tomielli su Vatican Insider (28/8), quando afferma, dimostrando la strumentalità dell’intero affare, che “c’è da chiedersi se la sequenza descritta da Viganò, le sue considerazioni, le

sue omissioni, le sue interpretazioni siano ragionevoli e portino davvero ad attribuire una qualche responsabilità al Pontefice oggi regnante”. Una oggettiva e nuda cronaca dei fatti, così come riportati da Viganò, dice che c’è un papa santo il cui entourage (molto meno santo) ha promosso e fatto cardinale un vescovo omosessuale che abusava del suo potere portandosi a letto i seminaristi, anche se non è chiaro quante informazioni dirette fossero pervenute su questo all’orecchio di Giovanni Paolo II, allora perfettamente in grado di intendere e di volere, al quale certamente non poteva passare inosservata l’importanza della nomina dell’arcivescovo di Washington. C’è un altro papa oggi emerito, Benedetto, che (forse) avrebbe ordinato a questo cardinale di vivere ritirato ma senza essere poi in grado di far rispettare i suoi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni, e senza che il suo nunzio negli Usa (Viganò) avesse alcun problema a farsi ritrarre insieme a lui, a concelebrare con lui, a cenare con lui, a pronunciare discorsi in sua presenza. E c’è infine un papa, Francesco, che a quel cardinale – nonostante fosse anziano e pensionato da tempo – ha tolto d’imperio la porpora dopo averlo ridotto al silenzio proibendogli di celebrare in pubblico. Eppure è di quest’ultimo che l’ex nunzio oggi indignato chiede la testa, probabilmente soltanto perché Francesco ha “osato” nominare negli Stati Uniti qualche vescovo meno conservatore rispetto a quelli nominati in precedenza, quando a consigliare sulle nomine americane erano cardinali come Bernard Law. La strumentalità dell’operazione è evidente a chiunque rifletta sulla successione dei fatti, senza il bisogno di rivangare informazioni tendenti a screditare la figura di Viganò». Già, perché la stampa ha recuperato vecchie interviste e testimonianze che gettano una luce negativa sull’uomo Viganò, egli stesso insabbiatore di indagini su abusi, come quella sull’arcivescovo John Nienstedt, nel 2014, nell’ambito della quale ordinò di distruggere una prova, come hanno raccontato diversi media statunitensi all’epoca. Ambiente e diritti umani. Il 18 settembre, in occasione del 39º Consiglio dei diritti umani al Palais des Nations

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di Ginevra, si è svolto un convegno su «Cambiamenti climatici, debito estero e diritti umani», promosso dal Forum interreligioso di Ginevra sui cambiamenti climatici e sui diritti umani e dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cee), rilevando che il cambiamento climatico e il debito estero si stanno intersecando con le questioni relative ai diritti umani e le comunità religiose possono contribuire a comprendere meglio e affrontare queste situazioni, considerando il caso delle Isole dei Caraibi, seriamente minacciate dai cambiamenti climatici e dal debito. Si prevede infatti che gli uragani nel tempo aumenteranno la loro intensità e le Chiese locali e i Consigli di Chiesa nazionali dei Caraibi insistono sul fatto che il debito estero dovrebbe essere portato a un livello sostenibile, cioè inferiore al 60% del Pil. La riduzione del debito sarebbe l’unico strumento utile per garantire il sostegno alle emergenze e alla ricostruzione. Bilancio deficitario. Nell’ultimo rapporto sui migranti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d’origine degli emigrati, ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi migranti, e terza, dopo Polonia e Romania, tra gli Stati europei. Nel 2017 sono arrivati in Italia circa 90.000 stranieri, ma nello stesso anno sono emigrati all’estero circa 120.000 italiani. Di questi la maggioranza giovani e per giunta laureati. Ogni italiano che emigra rappresenta una perdita per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro per un diplomato, 158.000 o 170.000 per un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 per un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di studi Politici S. Pio V. In 10 anni l’ltalia è «salita» di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove: 87mila nel decennio 2005-2014 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015. Bugie italiane. Scrive Paolo Naso, professore a Roma, su «Riforma» (7.9.18): «Ma davvero possiamo dire che l’Europa ha lasciato sola l’Italia? Secondo i dati ufficiali di qualche mese fa, l’Italia era il secondo paese dell’Unione per quantità di fondi ricevuti, il sestultimo nella capacità di spenderli. È bizzarro criticare l’Europa quando, per incapacità ammi-


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nistrativa e gestionale, non si riesce a investire i fondi ricevuti. Ma anche sui migranti qualcosa della polemica sovranista non torna. È vero che l’Europa ha risposto picche al Governo italiano che chiedeva la ridistribuzione dei 177 profughi della nave Diciotti. Ma questo è l’ultimo fotogramma di una lunga storia che, invece, descrive un’Europa complessivamente assai più generosa dell’Italia nell’accoglienza ai profughi. Su 1.000 persone residenti, in Svezia i rifugiati sono 24, in Norvegia e Austria 11, in Germania 8, in Olanda 6, in Belgio 4, in Italia soltanto 2,4. L’Italia, insomma, accoglie meno della media dei paesi europei. Difficile, quindi, denunciare la pagliuzza di 177 persone respinte dall’Europa e dimenticare la trave di una percentuale tra le più basse di accoglienza dei rifugiati». Una stabile decrescita. Così definiscono le Chiese valdesi e metodista italiane il dato generale complessivo che evidenzia come dal 1985 al 2016 sono diminuite di poco più di cinquemila membri, pari al 24% della popolazione evangelica del 1985; una forma di realismo che accetta il ridimensionamento, riconoscendo le difficoltà, ma cerca di mettere in campo dinamiche e strategie nuove che trasformano la Chiesa e che potrebbero anche rafforzarla. La partecipazione al culto domenicale riguarda mediamente il 27% di valdesi e metodisti: circa cinquemila in una domenica ideale, dei quali il 25% di persone che non sono membri della Chiesa; tra questi ultimi il 5% entra in una chiesa per la prima volta, mentre negli ultimi 5 anni i nuovi membri ammessi sono il 7%.

La «stabile decrescita» è confermata anche dai nuovi dati dell’otto per mille: sebbene il numero dei contribuenti che sceglie la Chiesa metodista e valdese (circa 500mila) è di gran lunga più alto dei 22mila fedeli italiani, per il terzo anno consecutivo si registra una flessione: i contributi del 2018 scendono a 32 milioni di euro (nel ’16 erano 37, lo scorso anno 34). Le somme non sono utilizzate per spese di culto (come fa in parte la Chiesa cattolica) ma per progetti sociali, assistenziali, sanitari e culturali, in Italia e all’estero. Nel Sinodo svoltosi all’inizio di settembre, è stato riconfermato, per l’ultimo anno del settennato, Eugenio Bernardini alla guida della Tavola valdese, organo esecutivo dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi. Collaborazione ecumenica. Si è tenuta a Roma, dal 18 al 20 settembre scorsi, la Conferenza mondiale su «Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni internazionali», con oltre 200 rappresentanti di alto livello di Chiese, comunità di fede e istituzioni internazionali, convocata dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e dal Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. La Conferenza ha affermato l’uguaglianza di tutti gli esseri umani nella loro dignità e nei loro diritti e ha descritto le migrazioni come un fenomeno intrinseco alla condizione umana; per questo il rifiuto dell’accoglienza a chi fugge da violenze e sofferenze è contrario alla chiamata di Cristo. La Conferenza è frutto della collaborazione ecumenica

tra Cec e Vaticano», confermata della visita di papa Francesco lo scorso giugno alla sede del Cec a Ginevra in occasione delle celebrazioni per i 70 anni dell’organismo ecumenico mondiale, una collaborazione che ha portato i cristiani di tutti i continenti a riflettere insieme su un importante tragedia del nostro tempo. Il documento finale definisce la migrazione «una caratteristica intrinseca della condizione umana. Appartiene all’intera storia dell’umanità e all’intero racconto biblico. Siamo tutti migranti e residenti, e siamo tutti membri dell’unica famiglia umana». È per questo che i partecipanti hanno affermato il loro sostegno «all’istituzione dell’asilo per coloro che fuggono da conflitti armati, persecuzioni o calamità naturali» e invocato «il rispetto dei diritti per tutte le persone in movimento, indipendentemente dal loro status». Chiese europee. Tra il 13 e il 18 settembre si è svolta, nella cattedrale di Basilea, l’VIII Assemblea della Comunione di Chiese protestanti in Europa (CCPE), con i delegati di oltre 60 Chiese luterane, riformate, metodiste e unite, in rappresentanza di oltre 50 milioni di credenti. Presidente è stato riconfermato il pastore. Gottfried Locher, riformato svizzero, mentre l’incarico di segretario generale è stato affidato al pastore Mario Fischer, della Chiesa tedesca. L’Assemblea generale si tiene ogni sei anni, ed elegge un Consiglio di 13 membri, che si incontra almeno due volte all’anno. L’Assemblea è stata molte cose insieme: discussione di documenti importanti, confronto fra esperienze di Chiese grandi e piccole, di Stato o di mino-


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ranza; tra i documenti approvati quello relativo al dialogo con le altre religioni. I documenti vengono trasmessi alle Chiese e fra tre anni si farà una prima valutazione sui risultati e le reazioni. Lasciatelo intero. L’agenzia ispanofona EFE ha diffuso la notizia che, con qualche anticipo sulle Giornate della Gioventù che si terranno a Panama (22-27 gennaio 2019), una «reliquia minima» del vescovo Oscar Arnulfo Romero è già arrivata: per evitare supposizioni irriverenti, si informa che si tratta di un frammento di una costola. A noi san Romero d’America (che è stato ufficialmente dichiarato santo lo scorso 14 ottobre) piace tutto intero, dopo i vari tentativi già fatti di appropriarsene, quale martire della fede o dei diritti umani o dei poveri. E lasciamolo intero anche nella tomba della cattedrale di San Salvador, evitandogli ulteriori mutilazioni… Riparazione tedesca. Dopo la confessione di colpa e una richiesta di perdono della Chiesa evangelica tedesca (la principale denominazione luterana del paese) per il primo genocidio del XX secolo compiuto dai colonizzatori tedeschi nel 1901 a danno degli Herero e dei Nama, popolazioni dell’Africa del Sud, Namibia, il 29 agosto scorso, la Germania ha restituito alcuni resti mortali di persone delle popolazioni indigene portati fuori dal paese dell’Africa del Sud durante il periodo coloniale (1884-1919). Per ricordare l’evento, è stato celebrato un culto commemorativo a cura della Chiesa evangelica in Germania e del Consiglio delle Chiese in Namibia a Berlino, mentre il 31 agosto si è svolta una cerimonia anche a Windhoek, capitale della Namibia.

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Lettera ai vescovi italiani Un gruppo di presbiteri e laici ha scritto ai vescovi italiani affinché intervengano sul dilagare di una cultura intollerante e razzista. La raccolta di firme si è conclusa il 25 luglio u.s. e hanno sottoscritto 1130 esponenti del mondo cattolico italiano, presbiteri, religiosi e laici. La presidenza della CEI il 19 luglio ha diffuso una nota intitolata «Migranti, dalla paura all’accoglienza». Mons. Lazzeri, vescovo di Lugano, ha dedicato all’argomento il commento evangelico alla santa messa del 1. Agosto sul Passo del San Gottardo. Eminenza Reverendissima Mons. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, Eccellenze Reverendissime, Vescovi delle Chiese Cattoliche in Italia; vi scriviamo per riflettere con voi su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l’intera Europa. Cresce sempre più una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia; cultura avallata e diffusa persino da rappresentanti di istituzioni. In questo contesto sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli in contesti degradati e degradanti. Non mancano, inoltre, le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo

o offensivo. I recenti richiami – in primis dei cardinali Parolin e Bassetti – al tema dell’accoglienza sono il punto di partenza; ma restano ancora poche le voci di Pastori che ricordano profeticamente cosa vuol dire essere fedeli al Signore nel nostro contesto culturale, iniziando dall’inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo. Un vostro intervento, in materia, chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco, potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda. Come ci insegnate nulla ci può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o subire forme di rifiuto o esclusione ecclesiale e civile. È così grande lo sforzo delle nostre Chiese nel soccorrere e assistere gli ultimi, attraverso le varie strutture e opere caritative. Oggi riteniamo che l’urgenza non sia solo quella degli interventi concreti ma anche l’annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta perché con essi il Cristo si identifica e, al tempo stesso, essa è cardine della nostra comunità civile che deve crescere in tutte le forme di «solidarietà politica, economica e sociale» (Art. 2 della Costituzione). Grati per la vostra attenzione e in attesa di un vostro riscontro, vi salutiamo cordialmente. Roma, 14 luglio 2018

Il Collegio Papio di Ascona Da Carlo Borromeo alla diocesi di Lugano Un volume ricco di immagini che racconta gli oltre quattro secoli di storia del Collegio Papio, dalla costituzione di un seminario nel 1584 alle sfide di un collegio moderno e al passo coi tempi di Lorenzo Planzi, presentazione di Pierre-Yves Fux, prefazione di mons. Pier Giacomo Grampa, collana «L’Officina», 416 pagine con illustrazioni a colori e in b/n, 18 x 25 cm, Fr. 30.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


No. 254 21 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Premiati due eroi. Il premio Nobel per la Pace è stato quest’anno assegnato a Nadia Murad di 25 anni, che sopravvissuta a violenze atroci è divenuta il simbolo delle sofferenze inflitte dall’ISIS alla sua comunità, gli yazidi, e a Denis Mukwege, medico congolese di 63 anni, che ha dedicato tutta la sua vita a curare le ferite delle donne vittime di stupri. Due generazioni, due Paesi, due mondi, accomunati dalla lotta contro «l’uso della violenza sessuale come arma di guerra». Entrambi, secondo il presidente del comitato che assegna il prestigioso riconoscimento, Berit Reìss-Andersen, «hanno dato un contributo cruciale ad accendere i riflettori e combattere questi crimini di guerra». Murad, attualmente ambasciatrice di buona volontà delle Nazioni Unite, già insignita del premio Sakharov nel 2016, ha raccontato la sua prigionia nelle mani degli aguzzini jihadisti nella autobiografia «L’Ultima ragazza» (edizione Mondadori, 2018). Il ginecologo Mukwege, fondatore e anima dell’ospedale Panzi di Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, si prende cura delle donne, spesso bambine, vittime di stupri di gruppo perpetrati da soldati e miliziani. Largo alle donne. L’ultimo numero di «Choisir», la rivista dei gesuiti di Ginevra, si è interrogato sul posto delle donne nella Chiesa cattolica che sembra dimenticare che esse sono il suo presente e il possibile futuro. Intanto se ne occupano almeno i teologi. Lo scorso marzo la Facoltà di teologia di Friburgo ha lanciato una campagna all’insegna della «Teologia al femminile», mentre la Facoltà di teologia di Lugano ha svolto in settembre una settimana interdisciplinare di studio sulle donne nella Chiesa. Il movimento mondiale «Votes for catholic women» chiede invece il diritto di voto per le donne nei sinodi dei vescovi, deplorando che nel recente sinodo sui giovani le 11 religiose presenti non avevano diritto di voto. La richiesta è stata appoggiata anche dalle benedettine del convento di Fahr di Argovia. Donne pastore. La Chiesa riformata zurighese ha festeggiato quest’anno i cento anni dalla prima nomina di donne pastore, avvenuta il 27 ottobre 1918; fu una primizia per la Svizzera (e non c’era ancora il voto femminile) e una primizia anche per i protestanti europei. Tra il 1962 e il 1972 la maggior parte delle Chiese protestanti svizzere hanno deciso per il pastorato alle donne; nel 2017 un terzo dei 1869 pastori riformati svizzeri sono donne. Una proposta svizzera. Monsignor Alain de Raemy, vescovo ausiliare romando e incaricato della pastorale giovanile in Svizzera, ha proposto, durante l’assemblea sinodale del 18 ottobre, la creazione di un Consiglio pontificale dei giovani, composto di giovani d’ambo i sessi dei diversi continenti e presieduto da uno/a di loro. Scopo del Consiglio giovanile è di essere in costante dialogo con gli altri dicasteri della Curia: papa Francesco ha applaudito alla proposta: se son rose fioriranno… Quattro nuovi martiri. Il vescovo Enrico Angelelli, il prete francese Gabriel Longueville e il francescano argentino Carlos Murias, suoi stretti collaboratori, e il laico padre di famiglia Wenceslas Pedernera saranno beatificati come martiri il prossimo 27 aprile 2019, assassinati nel 1976 da sicari della giunta militare. Papa Francesco aveva incontrato vescovo Angelelli, quando era provinciale dei gesuiti

argentini e aveva celebrato nel 2016 una cerimonia in suo ricordo, interessandosi poi ripetutamente della procedura penale promossa contro gli assassini; sarà rappresentato alla beatificazione dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Solidarietà. In oltre duemila hanno firmato una petizione di solidarietà al pastore neocastellano Norbert Valley, condannato lo scorso 18 agosto dalla giustizia (?) cantonale per aver ospitato un richiedente di asilo togolese minacciato di espulsione. La pena inflittagli è stata di 10 giornate (fr. 1.000), sospesa per due anni, più le spese di procedura di fr. 250. Secondo i firmatari, «Aiutare una persona in difficoltà non è un crimine», come invece stabilisce l’art. 116 della Legge sugli stranieri. La Pira venerabile. Papa Bergoglio ha autorizzato la continuazione del processo di beatificazione per Giorgio La Pira (1904-1965), professore universitario a Firenze, ripetutamente sindaco della città, costituente, deputato e sottosegretario del Governo italiano, noto per la sua pietà e dedizione ai poveri, e per l’impegno a favore della pace e del dialogo interreligioso, consultore laico al concilio vaticano II. La gioia del vangelo. Papa Francesco aveva dedicato all’omelia due grandi capitoli della sua esortazione, e il professore François-Xavier Amherdt, docente di teologia morale all’Università di Friburgo, ha ora pubblicato un manuale di 300 pagine sul contenuto a la forma della predicazione, per ovviare… alla «sofferenza» di chi predica e di chi ascolta. Strumento utilissimo di cui auspichiamo una pronta traduzione in «ticinese». Concerto benefico. Il ricavato del tradizionale concerto natalizio del 15 dicembre, che si terrà in Vaticano nella sala Paolo VI, sarà destinato a favore dei due campi per rifugiati di Palabeck (Uganda) e Erbil (Irak); in ambedue i campi viene particolarmente promossa l’educazione dei giovani. Il concerto sarà ritrasmesso da Canale 5 il 24 dicembre. Vaticano etico. L’Istituto per le opere di religione IOR, cioè la banca vaticana, ha annunciato un beneficio di 30 milioni di euro per l’anno 2017, conseguito «con investimenti conformi all’etica cristiana», cioè «per la promozione della vita, della Creazione e della dignità umana». Lo IOR ha circa 15.000 clienti in 112 Paesi e un patrimonio di 627 milioni di euro a fine 2017: la commissione cardinalizia di supervisione ha deciso di versare l’intero utile alla Santa Sede. Generosità musulmana. Un musulmano di Bagdad ha messo a disposizione 50.000 dollari che saranno utilizzati per la ricostruzione di una chiesa nella Piana di Ninive (Irak), gravemente danneggiata dai jiadisti che l’avevano utilizzata come scuola di tiro. Un segno di distensione per superare i contrasti provocati tra le diverse comunità dalla guerra civile. Chiesa solidale. L’arcivescovo di Kuala Lumpur (Malesia), mons. Julian Leow, ha invitato i cattolici a contribuire a una colletta lanciata dal governo, per ridurre il debito statale di 1.000 miliardi di ringgt (oltre 245 miliardi di franchi), che rappresenta l’80% del PIL nazionale, un debito dovuto alla cattiva gestione e alla corruzione del precedente governo, esautorato con le elezioni nazionali del 9 maggio.


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Per un vegetarianesimo cristiano. È il titolo della recente opera di Paolo Trianni, teologo e docente all’Università Urbania e all’Ateneo S. Anselmo. L’autore è consapevole che parlare di vegetarianesimo come di un’implicazione etica – addirittura teologica – del messaggio cristiano può indurre sconcerto, forse anche velato sarcasmo, nel popolo di Dio. La sua analisi sui testi biblici, sui Padri, sugli enunciati del Magistero, sugli apporti anche recenti del pensiero teologico evidenzia che, letti nell’ambito della loro cultura e delle motivazioni per cui furono scritti, mostrano una: «congruenza e una soggiacenza del vegetarianesimo al messaggio cristiano». Anche se il Gesù nei Vangeli appare inconfutabilmente non vegetariano e non animalista per ragioni storiche e culturali, il suo insegnamento ha però reso spiritualmente possibile il vegetarianesimo. E se non è propriamente un «undicesimo comandamento», sicuramente si pone in un ambito di rispetto dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Trianni scrive nel suo libro che una persona che si dice cristiana deve sentire l’obbligo assoluto a non depredare e violare la creazione, sprecando risorse e infliggendo evitabili sofferenze alle creature. Cosa che certamente rappresenta un peccato mortale. Non disturbare o irritare il tuo prossimo. In Giappone un atteggiamento molto malvisto è il meiwaku il fatto di disturbare o irritare i propri simili. La potenza di questa norma morale nipponica è per così dire andata in scena in mondovisione, in occasione dei campionati del mondo calcio in Russia. Al termine di ogni partita della loro nazionale i supporter giapponesi sono entrati in azione e hanno completamente ripulito lo stadio. La povertà e la sovra popolazione sono i due elementi che hanno, nel corso dei secoli portato la società nipponica a evitare il meiwaku. Prima di essere la potenza industriale ed economica odierna il Giappone è stato a lungo un paese povero, con poche risorse naturali: da qui la propensione alla parsimonia e all’attenzione allo spreco. Il fatto poi di aver dovuto sempre a vivere in tanti in poco spazio ha sviluppato un’elevata sensibilità nel non irritare l’altro. Per evitare il mei-

waku ognuno deve stare molto attento al benessere di chi sta accanto a sé. È quello che hanno fatto i tifosi giapponesi in Russia. Cara automobile. Da un recente calcolo reso noto da LeasePlan in media un’automobile ci costa (in Svizzera) 733 franchi al mese. Infatti i suoi costi non si limitano alla benzina e a un eventuale leasing. Bisogna includere tutto per rendersi conto di quanto ci costa la tanto declamata «libertà» di questo mezzo di trasporto (libertà che spesso si riduce a lunghi tempi di attesa in colonne, semafori e via dicendo): ammortamento, assicurazioni, manutenzioni, tasse di circolazione, pneumatici, lavaggio. La media europea è di 714 franchi e in Italia ce ne vogliono 886. Chissà perché? Robinia meraviglia della natura. La robinia è originaria del Nord America, forse dalla Luisiana. In Ticino è arrivata con la ferrovia del Gottardo quando fu utilizzata per rafforzare le massicciate lungo i binari. Oggi non gode di particolare benevolenza perché è invasiva e tende a formare boschi di sole robinie. Ha però molte virtù… Oltre alla capacità delle sue profonde radici di rafforzare il terreno e di proteggerlo dalle erosioni, ha un’elevata resa della biomassa. In pratica è una macchina solare che cresce molto rapidamente fissando le radiazioni del sole per formare materia vegetale. In molti casi in un ettaro e in un anno si formano venti tonnellate di biomassa avente un valore energetico equivalente a quello di una decina di tonnellate di petrolio. E questo anno dopo anno. Inoltre la robinia è una leguminosa, cioè una pianta capace di crescere senza concimi perché fissa l’azoto atmosferico mediante batteri che sono presenti in speciali noduli nelle radici. I batteri vivono in simbiosi con la pianta da cui traggono sostanze necessarie alla propria vita, in cambio le cedono molecole organiche azotate. Le foglie di robinia hanno perciò anche un elevato contenuto d proteine, dai 200 ai 250 grammi per chilogrammo di foglie secche. Sono dunque adatte come foraggio e quelle che si decompongono nel terreno gli restituiscono l’azoto. I fiori della robinia attraggono le api che poi producono una qualità di miele molto buono.

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Il legno della pianta è tra i più duri e molto resistente (anche al fuoco); è molto ricercato per la produzione di mobili, pavimenti, opere di carpenteria anche esterni perché non necessita di particolari trattamenti. Matusalemme. La sua età è stimata a più 1.000 anni! Si tratta di un fungo, un chiodino, scoperto nel Parco nazionale in Engadina. E la sua longevità non è l’unico elemento per cui è diventato famoso: è anche il più grande scoperto in Svizzera. La sua superficie si estende su un’area di 35 ettari, ossia circa 50 campi di calcio. Armillaria sp., questo il suo nome scientifico, forma un fitto reticolo di ife nel terreno dalle quali nascono ed emergono in superficie quelli che noi chiamiamo funghi, ma che sono i corpi fruttiferi. Capsula del tempo. Una capsula del tempo contenente 2.602 messaggi e documenti dell’anno di commemorazione di San Nicolao della Flüe è stata interrata nella piazza di FlüeliRanft. Coperta da una copertura in vetro rimane ben visibile. Dovrà essere aperta fra cent’anni, in occasione delle celebrazioni del 2117. I messaggi sono stati scritti da persone che hanno vissuto l’esperienza dell’incontro con il Patrono della Svizzera, grazie a un padiglione itinerante che ha fatto tappa anche a Giubiasco e Lugano nel settembre 2017. Non sono mica noccioline. Il calcolo del valore economico dei paesaggi è determinante quando si tratta di prendere decisioni sul suo utilizzo. Inoltre la qualità dei paesaggi è percepita come un fattore importante da parte della popolazione. Con un’indagine condotta consultando migliaia di persone si è cercato di capire meglio il legame tra valore e qualità del paesaggio. Per esempio per la rivalorizzazione di un fiume le persone che abitano nei suoi dintorni sarebbero disposte a pagare fino a 149 franchi all’anno. Per una passeggiata nel bosco le persone sono disposte a pagare 9 franchi, il che permette di stimare tra i 2 e i 4 miliardi di franchi il valore dei benefici rigenerativi di tutti i boschi svizzeri. Per conservare il paesaggio dell’Oberland Bernese i suoi abitanti sono disposti a investire 40 franchi all’anno. E la disponibilità dei turisti stranierei a pagare per visitare il nostro territorio determina il valore del «capitale paesaggistico svizzero» per il turismo che oscilla tra i 68 e i 79 miliardi di franchi.


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PAROLE DI FRANCESCO Lettera al popolo di Dio (Vaticano, 20 agosto 2018). […] Con vergogna e pentimento, come comunità ecclesiale, ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli. […] La dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria. Benché sia importante e necessario in ogni cammino di conversione prendere conoscenza dell’accaduto, questo da sé non basta. Oggi siamo interpellati come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito. Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore (Evangeli gaudium, 228). Tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona. […] È impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente» Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo. […] È imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. […] Discorso sulle migrazioni mondiali (Roma, 20 settembre 2018). Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e persino di odio nei confronti di gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società. Questi sentimenti, poi, troppo spesso ispirano veri e propri atti di intolleranza, discriminazione o esclusione, che ledono gravemente la dignità delle persone coinvolte e i loro diritti fondamentali, incluso lo stesso diritto alla vita e all’integrità fisica e morale. Purtroppo accade pure che nel mondo della politica si ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure o le oggettive difficoltà di alcuni gruppi e di servirsi di promesse illusorie per miopi interessi

elettorali. La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti. Siamo tutti chiamati, nei nostri rispettivi ruoli, a coltivare e promuovere il rispetto della dignità intrinseca di ogni persona umana, a cominciare dalla famiglia – luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisone, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà – ma anche nei vari contesti sociali in cui operiamo. […] In un mondo in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso, una responsabilità particolare incombe su coloro che operano nel mondo delle comunicazioni sociali, i quali hanno il dovere di porsi al servizio della verità e diffondere le informazioni avendo cura di favorire la cultura dell’incontro e della apertura all’altro, nel reciproco rispetto delle diversità. […] Coloro, poi, che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero, in cui irregolarità o illegalità del soggiorno favorisce e nutre un sistema di precariato e di sfruttamento – talora a un livello tale da dar vita a vere e proprie forme di schiavitù – dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato. […] Messaggio per la giornata mondiale dell’alimentazione (16 ottobre 2018). […] Il futuro non abita sulle nuvole, ma si costruisce suscitando e accompagnando processi di maggiore umanizzazione. Possiamo sognare un futuro senza fame, ma ciò è legittimo solo se ci impegniamo in processi tangibili, in relazioni vitali, piani operativi e impegni reali. L’iniziativa Fame Zero 2030 offre un quadro propizio per tale impegno e, senza dubbio, servirà a realizzare il secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, che mira a «sradicare la fame, ottenere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e di promuovere l’agricoltura sostenibile». Qualcuno può dire che abbiamo ancora davanti dodici anni per realizzare questo piano. E, tuttavia, i poveri non possono aspettare. La loro situazione calamitosa non lo permette. Perciò è necessario agire in modo urgente, coordinato e sistematico. Un vantaggio di queste proposte è che sono state capaci di stabilire mete specifiche, obiettivi quantificabili e indicatori precisi. Sappiamo che dobbiamo armonizzare una duplice via di attenzione, con azioni a lungo e a breve termine per far fronte alle condizioni concrete di chi, al giorno d’oggi, patisce gli strazianti e affilati artigli della fame e della malnutrizione. […] Gli indicatori globali sono inutili se la realtà effettiva sul campo rimane lontana da tale impegno. Per questo motivo è fondamentale che le priorità e le misure contenute nei grandi programmi si radichino e si diffondano ovunque, affinché non vi siano dissociazioni e tutti accettino la sfida di combattere la fame in modo serio e condiviso, con un’adeguata architettura istituzionale, sociale ed economica che porti a buon fine iniziative capaci di offrire soluzioni praticabili, così che i poveri non continuino a sentirsi trascurati. Abbiamo, dunque, gli strumenti adeguati e un quadro di riferimento perché le belle parole e i buoni propositi si trasformino in un vero programma d’azione che culmini, effettivamente, nello sradicamento della fame dal nostro mondo. Farlo diventare realtà richiede unione di sforzi. […] Manca realmente la volontà politica. È necessario volere davvero mettere fine alla fame, e questo, in definitiva e prima di tutto, non si realizzerà senza la convinzione etica, comune a tutti i popoli e alle differenti visioni religiose, che pone al centro di qualsiasi iniziativa il bene integrale della persona e che consiste nel fare all’altro quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Si tratta di un’azione fondata sulla solidarietà tra tutte le nazioni. […]


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opinioni

CONTRO I NUOVI MURI Il vescovo Valerio al San Gottardo Viviamo un’epoca in cui rinasce, non solo da noi, ma un po’ dappertutto, in Europa e nel mondo, il bisogno dell’affermazione di sé, della propria cultura, della propria cosiddetta identità. Si esasperano i nazionalismi, i protezionismi e i «sovranismi». S’investono le migliori energie nell’innalzamento di muri che dovrebbero difendere quello che si ritiene essere il proprio mondo, la propria visione delle cose, la propria cultura e il proprio modo di vivere e di stare sulla terra. Molto spesso si scambia però la difesa della patria con un irrigidimento, una contrazione su di sé. Ci illudiamo che barriere politiche ed economiche sempre più impenetrabili potranno evitarci il faticoso ma indispensabile confronto con l’altro, con tutto ciò che si tende a dipingere solo come una minaccia per il proprio benessere e la propria stabilità. […] «Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra». È un monito che non può lasciarci indifferenti! Ci riguarda ogni volta che cadiamo nella tentazione di chiuderci in noi stessi, di poter pensare al nostro benessere a prescindere da quello degli altri, con la scusa di dover provvedere a stare bene noi, prima di darci da fare per

il bene degli altri. In realtà, nessun membro di un organismo può stare bene, quando pensa unicamente a se stesso. La preoccupazione di ciascuno deve essere sempre che tutto il corpo a cui appartiene, fisico, sociale, politico, economico e istituzionale, non si comprometta con le tenebre o ne condivida la logica e le dinamiche. […] Il Gottardo ha potuto rappresentare il ridotto, entro il quale raccogliersi per difendersi da fuori. Oggi appare però sempre più il simbolo di quella comunicazione tra popoli diversi, senza la quale non potremmo mai né sapremmo mai esistere e tantomeno vivere. Ricordiamoci! Venendo qui non siamo «in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sul candelabro». Non certo in una posizione di privilegio da mantenere o di superiorità da vantare, ma di servizio e di responsabilità. Ci aiuti il Signore a esserne coscienti, a trarne le pratiche conseguenze, non per blindare definitivamente ogni nostra via d’accesso, ma «perché chi entra veda la luce». (dall’omelia di mons. Valerio Lazzeri, al San Gottardo, 1. Agosto 2018, testo completo in «Rivista della diocesi di Lugano», settembre 2018, pp. 295-297)

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In questo numero Editoriale G LA SCUOLA CHE NON VERRÀ (a.l.) 1 I corsivi di Dialoghi G AVEVA RAGIONE PIKETTY (E.M.) 2 G PER UNA LAICITÀ POSITIVA (a.l.) 2 G DA QUALE PORTA USCIRE? (a.b.) 2 Dossier G L’EUROPA DEVE IMPEGNARSI (A. Mirante) 3 G LA LEZIONE DELLA CRISI DEI «SUBPRIMES» (S. Toppi) 5 G LA «SOCIETÀ RANCOROSA» (C. Marazzi) 6 Articoli G IN EVIDENZA I NODI DI UNA CHIESA GENEROSA MA TIMIDA (L. Sandri) 8 G PERCHÉ I GIOVANI POSSANO CONSIDERARE LA CHIESA CATTOLICA CASA PROPRIA (E. Borghi) 11 G DONNE E UOMINI SPOSATI POSSONO ESSERE ORDINATI PRETE 13 G ASSOLTA ASIA BIBI 13 G IL VESCOVO VALERIO AL SAN GOTTARDO 24 Biblioteca G IL DIARIO VATICANO DI DE GASPERI (E.M.) 12 G CHE COSA BOLLE NELLA PENTOLA VATICANA? (a.b.) 12 G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIE BELLE E BUONE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G PAROLE DI FRANCESCO

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dialoghi di riflessione cristiana

Per ricordare Ernesto Buonaiuti Ernesto Buonaiuti: vi dice qualcosa questo nome? Gli amici torinesi di «Tempi di fraternità» hanno promosso la diffusione di un «calendario» che per il 2019, mese per mese, ricorda le tracce di quel grande ricercatore storico e biblista (1881-1946) che soffrì la brusca frenata imposta dalla Chiesa contro il rinnovamento del pensiero teologico e dell’annuncio evangelico. Per non dire che Buonaiuti incorse nella persecuzione del regime fascista! Le sue opere sono nelle biblioteche, ma il calen-

dario ci ricorda l’essenziale di quella sua testimonianza con un fascicolo riccamente illustrato. La pubblicazione avviene in collaborazione tra «Tempi di fraternità» e il Centro servizi volontariato di Asti e Alessandria, che si aspettano in cambio soltanto una piccola partecipazione alle spese. Riferimenti: Associazione culturale di volontariato Tempi di fraternità onlus, I-14100 Asti, tel. +39 347 434 17 67, ass. tdf@libero.it / Banca C.R. Asti, IT06N06085103220000000232.

www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana.

Numeri arretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi», Alliny Antunes Richina via Roncaccio 7, 6900 Lugano al prezzo di fr. 12.–

I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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