253 dialoghi Locarno – Anno 50 – Ottobre 2018
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Solidali con l’umanità, contro l’iniziativa nazionalista
Santo il Papa della «Humanæ vitæ» Il 14 ottobre è stato proclamato santo il beato Giovanni Battista Montini, nato a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897. Ordinato sacerdote nel 1920, dopo un lungo servizio reso nella Segreteria di Stato vaticana, fu nominato arcivescovo di Milano da papa Pio XII il 1. novembre 1954 ed eletto Papa con il nome di Paolo VI il 21 giugno 1963. Morì il 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo. Insieme a Paolo VI è stato canonizzato Oscar Arnolfo Romero, arcivescovo di San Salvador, nato a Ciudad Barrios (El Salvador) il 15 agosto 1917, ucciso in odio alla fede il 24 marzo 1980. Per una singolare coincidenza, la canonizzazione di Papa Montini coincide con il cinquantesimo dell’enciclica «Humanæ vitæ», di cui «Dialoghi» propone in questo numero un’ampia retrospettiva. p. 2
In memoria di Aldo Lafranchi Un suo articolo era contenuto anche nell’ultimo numero di «Dialoghi» (giugno 2018). Il nostro compagno di redazione – che la foto ritræ durante il convegno per il 250. numero della rivista, a colloquio con il Vescovo di Lugano Valerio Lazzeri – è deceduto il 9 luglio. Era nato a Locarno il 23 marzo 1937, aveva studiato nei seminari diocesani ed era stato ordinato presbitero il 28 luglio 1960. Fu vicario a Brissago e a Bellinzona, da ultimo economo spirituale di Olivone. La svolta nella sua vita fu la rinuncia allo stato clericale e il matrimonio con Anna Bonzanigo, nel 1969. Di professione psicologo, i suoi primi articoli furono pubblicati da «Dialoghi» nel 1976: da quella data durava non solo una collaborazione ma anche un’amicizia che lo legava a noi fino a oggi. Lo ricordiamo a p. 5
Dopo l’immane conflitto che ha devastato il mondo dal 1939 al 1945, i popoli hanno deciso di costituire una organizzazione, detta delle Nazioni Unite (ONU) per impedire nuove guerre, e hanno approvato una Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che fin dal preambolo afferma che «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace del mondo» (10 dicembre 1948), la Dichiarazione si sviluppa in trenta articoli che elenca i principali diritti umani, cui sono seguiti il Patto internazionale per i diritti economici sociali e culturali, e il Patto internazionale sui diritti civili e politici (16 dicembre 1966), e poi altri patti e convenzioni internazionali, a meglio definire i diritti enunciati, fino alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (la cosiddetta CEDU, Roma 4 novembre 1950). La maggior parte di questi documenti, che costituiscono la grande famiglia del diritto internazionale, prevede organismi che ne esigono o garantiscono il rispetto da parte degli Stati che li hanno sottoscritti. Anche la Svizzera ha aderito alla organizzazione mondiale delle Nazioni Unite, col voto popolare del 10 settembre 2002, e ha ratificato la CEDU il 21 novembre 1974, e quindi il popolo svizzero ha approvato il contenuto di tali documenti, sia i diritti che elencano sia gli obblighi che ne derivano. Con una iniziativa popolare, messa in votazione il prossimo 25 novembre, dal titolo «Il diritto svizzero anziché giudici stranieri», si vuole modificare gli articoli 5 e 56 della Costituzione, per inserire il principio che «La Co(Continua a pagina 24)
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A cinquant’anni dall’enciclica «Humanæ vitæ» Retrospettiva, ricerche, qualche conclusione Il 29 luglio 1968 veniva presentata alla stampa la settima enciclica di papa Paolo VI: Humanæ vitæ1. Si chiudeva un capitolo importante del post-Concilio, sul tema scottante del controllo delle nascite. Il «Corriere del Ticino» del 30 luglio intitolava una colonnina di commento: No all’anti-baby, con una restrizione che dell’intervento papale rifletteva l’interpretazione corrente, destinata a rimanere nella memoria. Il «Giornale del Popolo», nel primo commento pubblicato il 31 luglio, se nel titolo rimaneva sulle generali (Al servizio della vita), nel testo era reciso: «Il cattolico – il cattolico autentico che vuole avere la coscienza in pace – non può fare che accettare con docilità, anche quando gli può costare fatica, gli insegnamenti del Supremo Pastore», in quanto «attingono alla Rivelazione e alla legge morale». Sullo stesso tono «La Liberté» del 30 luglio: «La ferma posizione della Humanæ vitæ non sarà deludente se non per gli ingenui i quali pensavano che la Chiesa avesse la facoltà di modellare la legge divina e il diritto naturale secondo la mentalità dei tempi in cui viviamo»2. Più sfumato (ma più corretto) era stato il «Corriere del Ticino»: «Il dogma non è in discussione: è in discussione una dottrina tradizionale che vincola il cattolico
1. Humanæ vitæ. Lettera enciclica del Sommo Pontefice Paolo PP. VI, 25 luglio 1968. Come tutte le encicliche, il documento è contrassegnato dalle prime parole del testo: Humanæ vitæ tradendæ munus gravissimum, nella traduzione italiana ufficiale tradotto: «Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana» (…ma munus in latino può significare anche: dono, regalo, dovere, funzione, impegno). 2. «Secondo quanto riferito da Ferdinando Lambruschini, allora professore ordinario di teologia morale presso l’Università Lateranense, durante la presentazione ufficiale dell’enciclica il 29 luglio 1968, il papa stesso aveva previsto che la sua decisione non sarebbe stata accolta da tutti, sottolineando inoltre come l’enciclica facesse parte del cosiddetto “magistero autentico” e pertanto, sebbene i fedeli fossero tenuti a riservarle piena lealtà e un’approvazione interiore e non solo esteriore, essa non rappresentasse nessuna “affermazione infallibile” di carattere vincolante» (Martin, M. Lintner, Cinquant’anni di Humanæ vitæ. Fine di un conflitto, riscoperta di un messaggio, Queriniana, Brescia 2018 p. 17).
per disciplina, non per fede. Questa dottrina può cambiare? No, sostiene una parte, perché è basata su una legge di natura che è sempre uguale a se stessa. Sì, sostiene un’altra parte, perché l’idea della legge naturale, nella misura in cui, su questo argomento, la si trova nella Tradizione, è insufficiente». Il commentatore (E.M.) ricordava il caso del «Sillabo», il documento di di Enrico Morresi
papa Pio IX «sugli errori del mondo moderno»: «È innegabile che la dottrina della Chiesa, in seguito, è mutata in modo radicale». Si dimostrava inoltre bene informato citando «la commissione di esperti nominata da Paolo VI nel 1963», che a maggioranza un anno prima si era pronunciata per la liceità dei nuovi metodi di controllo delle nascite3. «La nuova enciclica – concludeva il “Corriere” – non sembra rispondere in modo esauriente ai drammatici quesiti che alla coscienza del cristiano pone l’odierna congiuntura economico-sociale». E «Dialoghi»? La rivista che avete nelle mani era… appena nata. Il numero 1 era stato pubblicato nel mese di giugno, è dunque nel n. 2 che si occupa la prima volta dell’enciclica, con una rassegna delle reazioni, un ampio spettro pubblicistico, scritto da Enrico Morresi4. Premessa una considerazione di «Informations catholiques internationales»: «È molto difficile farsi un’idea abbastanza precisa dell’accoglienza che i cattolici hanno riservato all’enciclica. Chi legge solo “l’Osservatore romano” non può non essere impressionato dalla quotidiana ondata di adesioni, proveniente da ogni parte, che il quotidiano riproduce a una colonna: chi legge solo la stampa inglese può credere che la 3. L’avevano pubblicata il «National Catholic Reporter» il 19 aprile 1967, e successivamente il quotidiano cattolico londinese «The Tablet» (Gilfredo Marengo, La nascita di un’enciclica. Humanæ vitæ alla luce degli archivi vaticani, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2018). L’autore del commento conosceva evidentemente il lavoro di Jean-Marie Paupert: Contrôle des naissances et théologie. Le dossier de Rome , Seuil, Paris, 1967. 4. «Dialoghi» n. 2 (ottobre 1968, pp. 10-14)
contestazione sia quasi universale», l’autore protestava la sua decisione di dar spazio anche alle critiche: «Non posso d’altra parte aderire al principio enunciato dal “Giornale del Popolo”: “i papalini siamo noi, evidentemente, che diamo più spazio al Papa e meno ai dissidenti” (21.9.68)». Sul numero successivo5 «Dialoghi» pubblicò una mini-inchiesta effettuata da Mario Forni: «Dopo la “Humanæ vitæ”. Opinioni di coniugi ticinesi», in cui le opinioni riferite appaiono abbastanza bilanciate. Don Oliviero Bernasconi chiuse il giro l’anno dopo con due articoli6 che affondavano le radici negli studi dei maggiori moralisti del tempo, in particolare Bernhard Häring e Karl Rahner, e da buon parroco di campagna concludeva: «Come mi congratulo con coloro che riescono a dare cordialmente il loro assenso all’enciclica con o senza gravi difficoltà, così comprendo le difficoltà che quegli altri provano nel capirla e nell’accettarla, soprattutto quando si tratta di un conflitto di valori e di gravi conflitti di coscienza». Cinquant’anni dopo: imbarazzo eloquente A cinquant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica, chi si aspettava nuovi pronunciamenti autorevoli è rimasto deluso. Da come Papa Francesco molte volte si è espresso sul tema dell’amore coniugale appare una sincera comprensione per i dilemmi morali cui sono soggetti i coniugi in materia: ma non c’è stato da parte sua un ritorno sui temi specifici dell’enciclica. «l’Osservatore romano», quotidiano ufficioso della Santa Sede, ha affidato il compito a Lucetta Scaraffia, che in un breve articolo sorvola sui problemi non risolti e corre subito alla conclusione: «Oggi, quando stiamo pagando tutti i costi di una brusca e forte denatalità, quando tante donne dopo anni di anticoncezionali chimici non riescono a concepire un figlio, ci rendiamo con-
5. «Dialoghi» n. 3 (dicembre 1968, pp. 8-11. 6. Per una lettura teologico-pastorale della Humanæ vitæ, «Dialoghi» n. 7 (agosto 1969), pp. 9-11; Le risposte dell’enciclica, «Dialoghi» n. 8 (ottobre 1969) pp. 7-11.
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to che la Chiesa aveva ragione, che Paolo VI era stato profetico a proporre una regolamentazione naturale delle nascite che avrebbe salvato la salute delle donne, il rapporto di coppia e la naturalità della procreazione»7 . Il movimento italiano «Noi siamo Chiesa» denuncia invece gli errori «che hanno portato alla non receptio [al rifiuto, ndr.] della Humanæ vitæ», ma ritiene che «i fatti più gravi siano stati l’accanimento e la tenacia con cui da decenni l’enciclica è stata proposta e imposta dai papi e dalle strutture ecclesiastiche alla generalità del popolo cristiano», ricordando che «ogni nomina episcopale è stata sottoposta per decenni alla verifica della previa accettazione da parte del candidato dei contenuti dell’enciclica»8 .Il movimento esprime sconcerto perché teologi che si dicono vicini a papa Francesco, come Pierangelo Sequeri e Vincenzo Paglia, «hanno tentato in modo sorprendente di collocare l’Humanæ vitæ in una linea di continuità con il passato». «Noi siamo Chiesa» si domanda se non si cerchi di nascondere «il principale errore di Paolo VI in vista della sua santificazione il 14 ottobre»9. Un saggio più ampio è quello di Gianni Gennari pubblicato da «Vatican Insider» del 14 agosto10. L’autore apprezza il coraggio e l’onestà di Paolo VI, il quale ammetteva che la Humanæ vitæ non aveva la caratteristica di un pronunciamento di carattere «infallibile», irreformabile e definitivamente vincolante senza alcun discernimento. Fornisce molte informazioni sugli ultimi mesi di gestazione della Humanæ vitæ, attribuisce grande importanza al rifiuto di un testo già pronto elaborato dal Sant’Uffizio (dal titolo De nascendæ prolis, cfr. nota 12) e conclude: «In sostanza si tratta di una questione di vita coniugale e famigliare a proposito della quale tener conto dello stile di esistenza intera e profonda, e di circostanze che indicano le possibili indicazioni (…). Tornare, dunque, al testo e allo spirito della Gaudium et spes [la costituzione pastorale del 7. SIR, Servizio Informazione Religiosa, 24 luglio 2018. 8. 24.7.2018, www.noisiamochiesa.org. 9. 23.7.2018, www.noisiamochiesa.org. 10. «Vatican Insider» è un sito internet del quotidiano «La Stampa», dedicato all’informazione globale sul Vaticano, l’attività del Papa e della Santa Sede, la presenza internazionale della Chiesa cattolica e i temi religiosi, prodotto in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo.
Concilio sulla Chiesa nel mondo contemporaneo], con la disposizione a rinunciare ad avere sempre l’ultima parola sulla concretezza di ogni scelta altrui, e dare spazio e fiducia alla libertà della coscienza dei coniugi». Non risultano studi, articoli o prese di posizione pubblicati nel Canton Ticino in occasione del cinquantesimo. La cessazione delle pubblicazioni da parte del «Giornale del Popolo» ha causato un vuoto che ci si può aspettare venga in qualche modo, come promesso, colmato.
Tra i libri pubblicati nella ricorrenza del cinquantesimo, il più nuovo, in assoluto, è il denso lavoro di Gilfredo Marengo, sacerdote e insegnante a Roma, sui retroscena della preparazione dell’enciclica, comprendente anche i testi dei progetti successivi11. Marengo si basa su tutta una serie di documenti d’archivio cui ha potuto attingere per licenza de’ superiori: tra i quali non solo gli abbozzi successivi ma anche rapporti riservati, lettere, biglietti e quant’altro. Risalta (perché consente illuminanti confronti interni) una enciclica fatta e finita, approvata da Paolo VI e… abortita pochi mesi prima della Humanæ vitæ per ragioni che anche all’autore riesce difficile spiegare12. Il percorso inizia con la formazione – si era negli ultimi mesi di vita del «papa buono»13 – di un piccolo gruppo di lavoro, successivamente e a varie riprese aumentato nel numero dei componenti, nelle attribuzioni e nelle dipendenze, oscillante di continuo tra la responsabilità della Segreteria di Stato e quella del Sant’Uffizio. La primissima preoccupazione rifletteva l’avvento recente di pratiche anticoncezionali (la pillola-Pincus, 1958) non più assimilabili a quelle conosciute al tempo dell’enciclica di Pio XI Casti connubii del 1930, e neppure a successivi interventi in materia di Pio XII. A quel punto si pensava soltanto a un nuovo pronunciamento autorevole del papa, ma all’atto della costituzione del
gruppo di lavoro era già in corso la prima sessione del Concilio e all’orizzonte si profilava la necessità di un documento (conciliare, stavolta) sui rapporti tra la Chiesa e il mondo, che nel 1965 si sarebbe concretata nel varo della costituzione pastorale Gaudium et spes. Tra la Commissione e gli organismi del Concilio vi fu perciò una certa collaborazione, e addirittura, nel 1964, durante la terza sessione, emerse anche la prospettiva di affrontare l’argomento in aula. Ma Paolo VI decise di avocare a sé la competenza a pronunciarsi, suscitando qualche risentimento (un padre conciliare fu «pregato» di rinunciare a un intervento che aveva preparato) e qualche allarme. Il card. Suenens disse in aula: «Vi scongiuro, fratelli, evitiamo un nuovo processo a Galileo. Ne basta uno!» (29 ottobre 1964). Si profilava la posizione restrittiva che stava per assumere Paolo VI sul tema del birth control14. La Commissione, allargata dal Papa con la nomina di decine di esperti, anche laici, continuò i suoi lavori producendo infine un rapporto in cui dichiarava di non aver potuto raggiungere una posizione concorde circa la liceità o meno della pillola. Anzi, si suggeriva che in una «Istruzione pastorale» ci si limitasse a consigliare al clero un atteggiamento di benevolenza e comprensione per le coppie che vi ricorressero non potendo servirsi dei metodi naturali. Tale indicazione veniva appoggiata al convincimento che i precedenti interventi del magistero non fossero da considerare in assoluto irreformabili. Vi furono due votazioni importanti: la prima in seno alla sottocommissione teologica, in cui con 12 voti contro 7 fu approvata questa tesi15, la seconda in seno addirittura a una commissione di cardinali e di vescovi, con tre soli voti in favore dello status quo, tre astenuti e 9 voti contrari16. Marengo constata: «Le proposte della Commissione si muovevano in una direzione differente dalle preoccupazioni di Paolo VI»17. Conseguente, da parte del Pontefice, fu la rinuncia ai servizi di questa commissione e il ricorso
11. Marengo, cit. 12. De nascendæ prolis, in Marengo, cit., pp. 215-237. 13. La «Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità» fu istituita formalmente da Giovanni XXIII nel marzo 1963 ma non tenne riunioni fino all’autunno, sotto l’autorità del nuovo papa.
14. «Diciamo francamente che non abbiamo finora motivo sufficiente per ritenere superate e perciò non obbliganti le norme date da papa Pio XII» (al Sacro Collegio in occasione dell’onomastico del Papa, 23 giugno 1964, Marengo p. 33). 15. Lintner p. 33. 16. Lintner p. 44. 17. Marengo p. 41.
Archivi aperti: conferme e nuove informazioni
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a nuovi esperti. Però la notizia filtrò all’esterno, fece scalpore e rese servizio ai media, come dimostrato dall’uso che ne avrebbe fatto anche l’editorialista del «Corriere del Ticino». La collaborazione con i responsabili del «famoso» Schema XIII del Concilio aveva comunque dato buoni frutti. I testi successivi all’avocazione a sé della tematica da parte di Paolo VI, pur tenendo fermo sulla dottrina tradizionale, attingono abbondantemente alla concezione della famiglia della costituzione conciliare Gaudium et spes18, in cui la generazione di un figlio è intesa come un aspetto della donazione reciproca tra gli sposi. L’episcopato tedesco si pronunciò per il rispetto della decisione della maggioranza commissionale19. Meno chiaro è l’influsso che l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, futuro papa Giovanni Paolo II, ebbe sulla redazione finale dell’enciclica: secondo Marengo, il «Memoriale di Cracovia», spesso citato, non risulta tra le fonti utilizzate20. Giovanni Paolo II fu comunque in seguito un ardente sostenitore della dottrina della Humanæ vitæ, in particolare con l’enciclica Veritatis splendor del 1993. Lintner sottolinea che «l’argomento viene qui elevato espressamente al piano di un’etica rivelata»21. Più riservato si sarebbe dimostrato Benedetto XVI, che probabilmente si ricordava degli anni drammatici da lui vissuti a Tübingen come professore universitario22. Dal molto che ne abbiamo preso l’utilità dei due libri usciti quest’anno nel cinquantesimo dell’enciclica risalta evidente. Se è da dare un giudizio, diremmo che quello di Marengo è imprescindibile per i documenti che pubblica, alcuni del tutto inediti e la cui rivelazione non può che essere stata decisa… dalli superiori. Quello di Lintner (1972, sudtirolese, religioso servita, presidente dell’Associazione internazionale per la teologia morale e l’etica sociale) è più sintetico ma ricchissimo di riferimenti bibliografici. Che cosa salvare «L’intenso sforzo, soprattutto da parte di Giovanni Paolo II, di motivare il divieto senza eccezione dei metodi 18. Marengo, p. 47 19. Marengo p. 92. 20. Marengo p. 97. 21. Lintner, p. 111. 22. Lintner, p. 118ss.
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artificiali mediante una dimostrazione approfondita di forma argomentative antropologiche e personalistiche, e quindi quasi di strappare – con mezzi disciplinari e misure amministrative – l’approvazione alla Humanæ vitæ, non risultò convincente, e non poté impedire, né a breve né a lungo termine, che all’enciclica venisse negata una ricezione positiva e l’approvazione interiore da parte di moltissimi fedeli». A questo giudizio di Lintner si può sottoscrivere senza riserve23. L’enciclica proiettò un’ombra su papa Montini, la cui figura giganteggia per tanti altri atti e circostanze: dal coraggio dimostrato di proseguire il Concilio inaugurato da papa Roncalli all’apertura dimostrata sui temi ecclesiologici (l’enciclica Ecclesiam suam del 1964) ed economico-sociali (la Populorum progressio del 1967), fino al tentativo di strappare Aldo Moro dalle mani dei rapitori (1978). Tutto questo va considerato anche se si deve dar ragione al teologo tedesco Schockenhoff (1953, sacerdote, dottore in teologia, docente di teologia morale presso l’Università di Friburgo in Germania) quando scrive: «La tragicità del pontificato di papa Paolo VI sta nel fatto che egli commise sostanzialmente un solo errore facendosi influenzare unilateralmente dagli argomenti di un gruppo minoritario nella commissione di esperti da lui istituita. Tale decisione ebbe effetti fatali, percepibili a lungo termine, che fino a oggi gravano sul bilancio complessivamente positivo del suo operato nell’opinione pubblica, sia nella Chiesa sia al difuori di essa»24. Si può salvare qualche cosa della Humanæ vitæ? Lintner risponde positivamente: «Se si supera il restringimento sul divieto normativo della contraccezione artificiale, l’attenzione può essere nuovamente riportata su quelle richieste della Humanæ vitæ che hanno ugualmente tormentato Paolo VI e sono confluite nell’enciclica, soprattutto la visione integrale del matrimonio e dell’amore coniugale sulla scia della Gaudium et spes, ma anche alcuni pericoli negli ambiti della sessualità, del matrimonio e della famiglia, individuati dal papa con lungimiranza, per esempio la preoccupazione che “nella cultura edonistica delle moderne società del benessere la ses23. Lintner, p. 161. 24. Eberhard Schockenhoff, Der Glaubensinn des Volkes Gottes als ethisches Erkenntniskriterium, cit. da Lintner p. 160.
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sualità potrebbe diventare una merce disponibile o un bene di consumo”25, oppure la critica del “totale (e non solo parziale) dominio della ragione pianificante nella relazione d’amore e la crescente tecnologizzazione della riproduzione”»26 27. Anche a queste considerazioni è possibile aderire. Conclusione Se la confrontiamo con quella dei teologi di cinquant’anni fa (le donne, in teologia, erano a quel tempo ancora molto rare) non constatiamo più la medesima intensa attenzione per il tema della contraccezione. La ragione è evidente : temi ben più radicali occupano il dibattito. Per esempio, alla possibilità di maternità surrogate o a tecniche di social freezing, cioè di congelazione di ovuli in vista di una maternità il cui momento si potrà scegliere in un tempo ritenuto più adatto per il proprio vissuto personale. Altri nodi rimangono comunque da aprire e aspettano una risposta adeguata e argomentata: come superare la distinzione tra metodi detti «naturali» e altri ritenuti «artificiali», e soprattutto come giustificare la distinzione da un punto di vista morale? In molti altri ambiti della vita non è più decisivo per la scelta orientarsi secondo questa distinzione: piuttosto ricorriamo al concetto centrale di responsabilità, cioè di considerazione delle circostanze e delle conseguenze dei nostri atti. Anche Paolo VI aveva a suo tempo evocato la necessità di esercitare la «paternità responsabile», ma non aveva sviluppato fino in fondo la considerazione che assumere le conseguenze dei propri atti potesse comportare anche un giudizio sull’efficacia dei mezzi per ottenere il fine ritenuto moralmente legittimo e necessario. Queste considerazioni non tolgono nulla al fatto che papa Montini sia stato un vero testimone della fede, e che il ricordarlo in avvenire come «santo» sia un atto di riconoscenza che gli era dovuto.
25. Schockenhoff, Interview zu 40 Jahre Enzyklika «Humanæ vitæ», 24.7.2008, cit.da Lintner p. 167. 26. Lintner p. 167. 27. Dietmar Mieth, Humanæ vitæ compie 40 anni, in «Concilium» 1/2008, cit. da Lintner p. 161.
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Memoria di Aldo Lafranchi Santa Maria del Giglio a Gravedona, una mattina d’estate di molti anni fa, la redazione di «Dialoghi» in gita scolastica, silenzio sotto la volta romanica. Vien voglia di cantare. Exsultet iam angelica turba coelorum… intona Aldo, altri seguono. Aveva una splendida voce tenorile, Aldo Lafranchi: perfezionata negli anni di seminario in cui era stato allievo di Don Luigi Agustoni. Nato a Locarno il 23 marzo 1937, era stato ordinato presbitero il 28 luglio 1960 e destinato vicario prima a Brissago (fino al 1963) e poi a Bellinzona (fino al 1965), successivamente economo spirituale residente a Olivone, fino al 1968. Da allora, negli annali della Diocesi, risulta che studia a Lovanio… La biografia attinta all’archivio manca di un dato importante: il 26 dicembre 1969, Aldo Lafranchi sposa Anna Bonzanigo, di Bellinzona, dalla quale avrà tre figli: Silvia, Filippo e Lucia (ma la famiglia in seguito si allarga includendo anche un ragazzino vietnamita: Nguyên, accolto al tempo dei boat people e rimasto fino all’età adulta). Laureato in psicologia con specializzazione in psicoterapia, Aldo apre uno studio a Locarno e si impegna nella politica locale: sarà municipale ad Avegno e poi consigliere comunale a Locarno, nelle file del Partito popolare democratico. Importante sarà il suo impegno per la giustizia sociale: a livello locale (è tra i fondatori della Bottega del mondo e presidente della sezione ticinese della «Dichiarazione di Berna» (oggi Public Eye), come pure a livello nazionale e internazionale. Il suo interesse si rivolge anche alla politica scolastica, al tempo della diatriba sulle scuole private è membro del comitato promotore dell’Associazione per la scuola pubblica. Le amicizie coltivate fin dal tempo del seminario e il clima intellettuale del Sessantotto lo avvicinano all’esperienza di «Dialoghi». Citare date e titoli dei suoi tanti articoli è impresa che volentieri lasciamo ai topi d’archivio. Aldo scrisse il primo articolo per la rivista sul n. 44 (ottobre 1976) e figura tra i redattori dal n. 48 (ottobre 1977). Scrisse su temi sociali, famiglia, psicologia, religione ed è ancora presente negli ultimi due numeri: 251 (aprile 2018) e 252 (luglio 2018), sul tema dell’Inferno, conclu-
dendo con Mons. Signorelli: «Non ne sappiamo nulla!». Memorabile il fascicolo speciale di 32 pagine allegato al n. 248 (ottobre 2017) su «don Lorenzo Milani, cantore e martire della Verità», quasi un regalo di commiato. Molti ricorderanno come opinioni diverse tra i membri della redazione portarono alla pubblicazione di pareri opposti sull’iniziativa per il riconoscimento legale del partenariato omosessuale. Aldo era rigoroso su queste cose, non solo per un’innata sua serietà di giudizio, ma anche in virtù di un pensiero spinto con coerenza in esplorazione dei temi d’attualità. Ma a «Dialoghi» non si arriva mai, non diciamo alla rottura, ma neppure alla… separazione consensuale: la redazione è una palestra in cui ci si confronta in libertà. Perciò sul tema, nel numero 186 (aprile 2006) si pubblicarono due pareri a confronto, uno di Alberto Bondolfi (favorevole al riconoscimento) e uno di Aldo Lafranchi (contrario). L’arte di sdrammatizzare, mantenendo però forti i suoi principi, era un tratto saliente della personalità di Aldo, complice la convivialità dei convegni estivi, tra cui diversi tenuti nella sua valle Bavona. Dalla cultura musicale appresa da giovane Aldo trasse un forte interesse per l’arte in generale e la musica in particolare: assiduo ai concerti delle Settimane musicali di Ascona, di Magadino e di altri festival, è stato promotore dell’organo di Avegno, con il quale ha poi accompagnato le celebrazioni liturgiche per molti anni; da pensionato aveva conservato l’abitudine di recarsi in Sant’Antonio a Locarno per esercitarsi sull’organo della Collegiata, dove due giorni dopo la sua morte si sono tenuti i più solenni funerali cui ci sia stato dato di assistere da molto tempo. Deceduto il 9 luglio a Locarno attorniato dai suoi familiari, l’addio pubblico all’amico di tanti anni fu celebrato nel segno della speranza: «Con Te nel pianto, con Te nel canto: Tu dalla croce doni la pace. Gioia per sempre, alleluia!». Duro il distacco, ma vissuto così riesce perfino a essere una cosa buona. Alla famiglia di Aldo Lafranchi l’abbraccio dell’amicizia e della solidarietà. Dialoghi
A Mario Botta il premio Ratzinger L’architetto svizzero Mario Botta e la teologa tedesca Marianne Schlosser sono i vincitori dell’edizione 2018 del Premio Ratzinger, che verrà consegnato il 17 novembre in Vaticano. Diciotto finora le personalità insignite del Premio Ratzinger, provenienti da tredici diversi Paesi. «Per la seconda volta il Premio è attribuito a una donna», (nel 2014 il riconoscimento era stato assegnato infatti alla professoressa AnneMarie Pelletier, teologa, che il Papa poi scelse per le meditazioni della Via Crucis al Colosseo), ha ricordato padre Lombardi durante la conferenza stampa in presenza del cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Con-
siglio per la Cultura. «Inoltre – ha aggiunto il gesuita –, si continua la linea inaugurata lo scorso anno di comprendere anche le arti cristianamente ispirate fra le attività dei premiati: mentre lo scorso anno era stato insignito del Premio un musicista, Arvo Part, quest’anno è la volta di un noto architetto». Un bel riconoscimento per Mario Botta, tra l’altro autore di una delle dieci cappelle esposte nel padiglione della Santa Sede nell’Isola di San Giorgio, alla Biennale di architettura 2018 a Venezia, che, alla notizia, ha dichiarato alla Radio Vaticana «La prima reazione di fronte a questo riconoscimento è stata ovviamente quella di sorpresa. Il
fatto curioso è che all’interno di una società secolarizzata, emerge una ricerca, uno studio, un’architettura che trova nello spazio del sacro la sua ragione più profonda, la sua ragione prima». Proprio all’architettura sacra di Botta è stata dedicata di recente una bella mostra allestita a Casa Rusca, la pinacoteca comunale di Locarno. Il ricco catalogo (Mario Botta, Spazio sacro. Architetture 1966-2018, Bellinzona, Casagrande, 2018), che testimonia la lunga e feconda storia del rapporto dell’architetto ticinese con lo spazio del sacro, si avvale, tra gli interessanti saggi che contiene, della dotta prefazione del card. Gianfranco Ravasi.
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Pedofilia e Chiesa cattolica: perché è così difficile ritrovare credibilità? Mi sono deciso ad affrontare questo interrogativo lasciando volontariamente da parte ogni considerazione legata alla cronaca sia nazionale che internazionale e concentrandomi invece sull’interrogativo esposto nel titolo. Una rivista come Dialoghi non può e non deve ignorare la cronaca, onorata al meglio che si possa nei vari notiziari di ogni numero, ma intende essere soprattutto una rivista di riflessione cristianamente ispirata (come recita il sottotitolo della rivista stessa). Andare alle radici del disagio e della vergogna suscitate dalle vicende di questi ultimi tempi non è impresa facile. In questa sede cercherò solo di fare un po’ di ordine nelle considerazioni e negli argomenti che si possono ritrovare nella selva di contributi presenti su molti media, cartacei ed in linea, e di orientamento pure molto diversi. Denominatore comune di tutta questa letteratura è evidentemente l’esecrazione morale e giuridica di tutti gli episodi riferiti, pur nella pluralità delle interpretazioni e delle sue cause prossime e remote. Anni ’60 Mi sono chiesto innanzitutto come io stesso abbia interpretato episodi di pedofilia venuti a mia conoscenza durante gli anni ’60, passati in gran parte presso il seminario diocesano come studente di filosofia e di teologia. La cronaca di quegli anni mi fece conoscere alcuni episodi riguardanti preti che dovettero rispondere dei loro atti davanti a tribunali ticinesi. A quei tempi il termine «pedofilia» non era comunemente usato. Si trattava di atti sessuali avvenuti su adolescenti minori ma comunque non su bambini prepuberi. La distinzione tra pedofilia ed abuso sessuale su minori non era ancora presente all’opinione pubblica e non se ne faceva eco sulle cronache giudiziarie. Quest’ultime informavano sul fatto che i processi erano a carico di un prete operante in Ticino ma non facevano nomi e non entravano in particolari. Un velo di discrezione accomunava i media di quel tempo, al di là del loro diverso orientamento politico e nei confronti della Chiesa cattolica. In altre parole l’abuso di minori costituiva un tabù sia per gli am-
bienti maggiormente legati alla Chiesa che per quelli che al massimo traevano dalla cronaca giudiziaria un’occasione per rispolverare l’anticlericalismo di vecchia data. La discrezione era coltivata con estrema intensità all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. La nostra diocesi coltivava comunque la pratica di spostare abbastanza regolarmente preti da una parrocchia all’altra e talvolta alcuni spostamenti repentini provocavano perlomeno mormorii più o meno espliciti, ma nessuno chiedeva sui media nostrani al vescovo locale di spiegare le cause di tali spostamenti repentini. di Alberto Bondolfi
Anni ’80 Gli anni ’80 del secolo scorso provocarono in Svizzera un certo qual terremoto perché la Confederazione diede inizio, a partire dal 1981, a una revisione delle disposizioni penali in ambito sessuale. Questa revisione fu intrapresa sotto il segno di una tendenza «liberal» (nel senso anglosassone del termine e cioè come tendenza maggiormente permissiva nei confronti di varie pratiche sessuali) e fu, nel suo insieme, approvata sia dal parlamento che dal popolo. Sono convinto che i princìpi che hanno avevano motivato il cambiamento della legislazione penale in materia siano ora interiorizzati dall’opinione pubblica svizzera. Essi riguardavano soprattutto i compiti repressivi dello Stato in questo ambito. La liberalizzazione portò a un abbassamento dell’età di protezione dei minori. Si abbassò pure la differenza di età quando un maggiorenne avesse rapporti sessuali con un minorenne consenziente e si diminuì la differenza di trattamento penale quando gli incontri fossero tra minorenni del medesimo sesso. Il rapporto esplicativo pubblicato prima del dibattito parlamentare in materia metteva chiaramente in evidenza la filosofia di fondo che animava tutta l’operazione di revisione. Non sono più riuscito a trovare il testo in italiano di quel tempo e mi permetto di citare un passaggio esemplare in francese: «Il ne peut… plus s’agir de réprimer un comportement sexuel en tant que
tel ou d’imposer une certaine morale par le biais du droit pénal. Une telle réglementation irait à l’encontre du principe qui veut qu’en démocratie le citoyen soit libre de se comporter par ses actes ou ses omissions. Un comportement sexuel n’est dès lors punissable que s’il lèse une autre personne, ou si l’auteur ne possède pas pleinement la faculté d’apprécier le caractère de son acte ou de se déterminer d’après cette appréciation. Enfin, il y a lieu d’empêcher que quelqu’un doive prendre connaissance contre sa volonté d’actes d’ordre sexuel d’autres personnes ou de représentations de tels actes»1. La procedura di consultazione avvenuta prima del dibattito parlamentare non provocò aspre manifestazioni di dissenso, a parte quello alquanto moderato della Conferenza dei vescovi svizzeri. Ultimi sviluppi Il decennio che ci precede vede manifestarsi un nuovo orientamento nelle mentalità collettive. Da una parte le pratiche sessuali continuano a liberalizzarsi e l’attività repressiva dello Stato si limita alle condotte più estreme. Anche le attitudini collettive nei confronti delle coppie omosessuali diventano meno discriminanti, mediante l’introduzione, nel 2004, di un nuovo statuto detto unione domestica registrata. Dall’altra l’attenzione della giustizia penale si concentra maggiormente sulla sorte delle vittime di delitti sessuali. Nel 2010 il governo federale pubblica un’ordinanza sui provvedimenti per la protezione dei fanciulli e dei giovani e il rafforzamento dei diritti del fanciullo. Inoltre vieta l’esercizio della prostituzione per minorenni tra i 16 ed 18 anni, ratificando, nel 2012, la convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei minori e contro lo sfruttamento e l’abuso sessuali. Si potrebbe pensare che ci sia contraddizione tra i tentativi di liberalizzazio1. Cf. Commission d’experts pour la révision du Code pénal: Rapport explicatif relatif aux Avant-projets de la Commission d’experts pour la révision du Code pénal…, Berne 1981. Qui alla p. 28.
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ne da una parte e nuove sanzioni penali dall’altra. Ma ciò non è il caso se si pone mente al fatto che tutte queste decisioni sono motivate da una scelta di metodo che ritiene che compito dello Stato sia quello di reprimere e combattere solo quei comportamenti che causano un chiaro danno a coloro che ne subiscono involontariamente le conseguenze. Al di là di questo compito affidato al diritto penale, lo Stato assume sempre più seriamente il suo compito di assistere le vittime di pratiche sessuali che minano profondamente la loro identità personale. Nel nostro Paese, in cui vige un sistema di democrazia diretta, vengono lanciate iniziative che richiedono una repressione radicale delle persone condannate per delitti di pedofilia. L’ultima intende impedire a persone condannate per delitti di pedofilia di lavorare con fanciulli ed è stata approvata dal popolo nel 2011 con il 63% dei votanti. E nella Chiesa cattolica? La cronaca dell’ultimo ventennio segnala, almeno a livello mediatico, un aumento dei casi di pedofilia nel clero in varie parti del mondo e particolarmente in alcuni paesi come l’Irlanda, gli Stati Uniti e il Cile. Preciso che si tratta di casi messi in luce dai mass media e che quindi non vanno confusi con la pura realtà. Quest’ultima può rimanere nascosta là dove la congiura del silenzio e l’omertà sono ancora presenti ed efficaci. Così non mi sembra pensabile che un paese come la Polonia non conosca per nulla il fenomeno. Semplicemente non sale alla superficie mediatica. La reazione degli ultimi papi mette in luce una sensibilizzazione sempre maggiore per la gravità del fenomeno e la sua lettura cambia sensibilmente anche se a tappe lente. Con Giovanni Paolo II gli abusi su minori vengono evidentemente moralmente condannati ma al contempo si continua con l’inveterata abitudine di spostare i preti accusati di tali pratiche in luoghi e mansioni tali da coprire il tutto con il silenzio. Benedetto XVI inizia una strategia maggiormente severa e trasparente. I casi maggiormente gravi vanno denunciati alla Congregazione per la dottrina delle fede, da lui stesso presieduta sotto il pontificato di papa Wojtyla. Rimane comunque aperto il quesito teso a sapere come mai il cardinal Ratzinger non fosse riuscito a far passare questa linea più decisa quando non era ancora diventato papa. Visto
che Giovanni Paolo II nel frattempo è stato dichiarato santo, può sembrare irriverente porsi pubblicamente questo interrogativo… In ogni caso iniziano con Benetto XVI processi penali canonici a Roma nei confronti di preti accusati di abuso su minori. In altre parole comincia a diventare operativa la distinzione tra peccato e delitto che sembrava essere stata dimenticata da molti vescovi che «risolvevano» i loro casi ricorrendo semplicemente al foro interno della confessione e a sole misure disciplinari tenute segrete. Come spiegare dunque questa disciplina dell’arcano in un ambito che interessa l’opinione pubblica da una parte e gli organi giudiziari dall’altra? Sullo sfondo appare innanzitutto la logica interna al discorso presente nella teologia morale cattolica sulla sessualità, così come presentata nei manuali almeno fino al Concilio Vaticano II. Il postulato di partenza è ben noto a chi ha frequentato gli ambienti cattolici fino agli anni ’60: l’unica attività sessuale moralmente accettabile è quella tra un uomo e una donna, interna a un matrimonio indissolubile e in cui non si esclude la possibilità della procreazione. Tutte le altre pratiche sessuali non riconducibili a quanto appena affermato sono considerate gravemente peccaminose. Questa formulazione dottrinale non ammette gradi di gravità ma chiama «peccato grave» tutto quanto possa essere sussunto sotto questa affermazione iniziale: dalla masturbazione fino alla violenza carnale. So bene che oggi questa formulazione non è più accolta senza precisazioni ulteriori anche da parte di istanze ufficiali, ma i 50 anni che ci separano dalla pubblicazione dell’enciclica Humanæ vitæ non hanno portato ad un vero superamento di paradigma. In altre parole gli abusi da parte di membri del clero su minori vengono percepiti, all’interno delle istituzioni ecclesiastiche, innanzitutto come una grave mancanza morale al comandamento di «non commettere atti impuri» e non come una violazione estrema della personalità del minore, come una forma di strapotere nei suoi confronti e quindi in prima linea come un delitto che una società non può non sanzionare pubblicamente. La reazione istituzionale da parte delle autorità ecclesiastiche mira innanzitutto a proteggere il buon nome della Chiesa e delle sue istituzioni. Essa riconosce sì l’immoralità di queste condotte, ma cerca di risolverle innanzitutto attraverso un allontanamento
del prete dal luogo in cui è avvenuto il fattaccio, poi con un’opera di convincimento sulla famiglia del minore affinché non causi scandalo pubblico ed infine, sul piano spirituale, attraverso il sacramento della confessione. È sembrata mancare, fino a pochi anni fa, la coscienza che tali comportamenti non fossero solo una grave mancanza morale («peccato mortale»), ma anche un delitto che gli organi giudiziari devono poter sanzionare attraverso un equo processo. A partire dal pontificato di papa Ratzinger sono iniziati anche processi a carico di membri del clero denunciati dai vari vescovi sparsi nel mondo, giudicati comunque a partire da norme canoniche e con procedure per nulla pubbliche. Sul fronte giuridico penale l’ultima notizia per fortuna è buona: i vescovi svizzeri hanno annunciato, a seguito della loro riunione di inizio settembre 2018, che segnaleranno alle autorità giudiziarie competenti in Svizzera ogni caso non caduto in prescrizione, anche quando le vittime non si decidessero a sporgere denuncia. Bravi finalmente i vescovi svizzeri! Altri episcopati nel mondo non ci sono ancora arrivati, nonostante i continui appelli di papa Francesco che vanno chiaramente in questa direzione, anche se non entrano nei dettagli giuridici e giudiziari, propri a ogni diverso paese. Rimane un immenso lavoro da fare all’interno della Chiesa cattolica. Va rinnovato il discorso etico e teologico sulla sessualità e non solo nelle facoltà teologiche, ma anche nel lavoro di formazione nelle comunità parrocchiali, nella formazione dei catechisti e dei preti stessi. L’ascolto delle vittime dalle nostre parti è iniziato ed è accompagnato da persone competenti, ma non deve rimanere area di azione solo per specialisti, bensì per tutte le persone che sono state coinvolte in incresciosi episodi. Infine, visto che il fenomeno è venuto alla luce presso i preti e più raramente presso le religiose, bisognerà finalmente mettere in atto una riflessione comune sulle modalità di vita dei vari ministeri presenti nella Chiesa. Non è un affare da preti ma riguarda tutti noi, donne ed uomini operanti nella Chiesa. Solo comunità maggiormente fraterne e meno gerarchiche potranno prevenire quei comportamenti che ora tutti deprecano. Lo «scandalo» non è dato in prima linea dalle condotte sessuali in sé, ma dalla sistematica volontà di occultarle e di considerarle come semplici «incidenti di percorso».
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Papa Francesco fa cambiare il paragrafo del Catechismo sulla pena di morte La notizia, anche se riportata con evidenza dai media, ed accolta in maniera generalmente positiva, va interpretata tenendo conto di una «preistoria» che tocca da una parte una lunga tradizione dottrinale e dall’altra sviluppi interni alla Chiesa cattolica legati agli ultimi decenni. Le attitudini presenti nella Chiesa cattolica nei confronti della legittimità morale e giuridica della pena di morte non possono essere ricostruite in questo breve intervento1. Chi legge «Dialoghi» sarà forse maggiormente interessato agli ultimi sviluppi più che ad una ricostruzione storica. Il Catechismo della Chiesa cattolica2, pubblicato per la prima volta nel 1992 per iniziativa di Giovanni Paolo II, voleva rappresentare una sintesi delle dottrine teologiche e morali difese ufficialmente dalla Chiesa cattolica a seguito del Concilio Vaticano II, presentate in un linguaggio accessibile sia ai fedeli che a persone interessate a conoscere queste stesse dottrine. Fra i redattori principali figuravano anche teologi operanti nel nostro paese, primo fra tutti Christoph Schönborn, a quei tempi professore alla Facoltà teologica di Friburgo e ora cardinale e arcivescovo di Vienna. L’accoglienza del testo del catechismo non fu a quel tempo molto entusiasta, ma i dibattiti si limitarono soprattutto alle cerchie dei teologi di mestiere. Il paragrafo dedicato al tema della pena di morte causò comunque maggiori reazioni critiche, sia tra i teologi di mestiere che in seno a organismi ufficiali della Chiesa cattolica, prime fra tante le commissioni Giustizia e pace dei vari episcopati europei. Quest’ultima reazione non era dovuta al caso. Tutti gli Stati europei hanno dovuto abolire i loro «testi» legislativi attorno alla sanzione capitale, togliendoli dalle loro 1. Rimando chi ne fosse interessato alla raccolta di testi che ho curato in: Bondolfi, A.: Pena e pena di morte. Bologna: EDB 1985. Cfr. pure il lemma pena di morte che ho redatto per la prossima edizione del Dizionario di teologia morale. Milano: Ed. Paoline 2019. 2. Cfr. Catechismo della Chiesa cattolica. Libreria editrice vaticana 2012.
leggi, come condizione per poter entrare nel Consiglio d’Europa. Anche la Russia, obtorto collo, ha dovuto abolire questa disposizione. I membri delle commissioni Giustizia e pace erano dunque particolarmente predisposti a voler far togliere questa legittimazione della pena capitale, contenuta nel testo della prima edizione del catechismo. A quel tempo presiedevo la Conferenza di Alberto Bondolfi
europea Justitia et pax e così ricevetti l’incarico di comunicare alla presidenza della commissione pontificia questa nostra posizione critica. Il presidente della commissione pontificia a quel tempo era il cardinal Etchegaray, già presidente della Conferenza episcopale francese e arcivescovo di Marsiglia. Trovai in lui un interlocutore particolarmente aperto al dialogo e consenziente sul problema specifico della necessità di una parola chiara sul problema della pena di morte. In un primo incontro mi disse persino che quando la Francia discuteva della abolizione all’interno di questo Paese, egli fu invitato (siamo a tempi della presidenza Mitterand) a intervenire nell’Assemblea nazionale per perorarne la causa. Così facendo ruppe pure il tabù della laicità francese che impediva a ministri di culto di esprimersi in parlamento. Sempre durante questo primo incontro mi promise di trasmettere il testo delle commissioni europee direttamente al papa. Visto che dopo un po’ di tempo non ricevevo alcuna risposta, intervenni di nuovo a Roma e così il card. Etchegaray mi rivelò dove erano localizzate le resistenze interne alla Curia su questo tema. Esse si ritrovavano nella Segreteria di Stato, cioè nell’organismo della curia romana che tiene i rapporti tra la S. Sede e i vari Stati. Questo organismo era presieduto a quel tempo dal card. Sodano, prelato che avevo conosciuto qualche anno prima, quando era ancora nunzio in Cile. Anche allora si era discusso con lui (era pure presente Alberto Lepori) di pena di morte, ma nel contesto della dittatura cilena di quegli anni. Stavolta comunque la resistenza di questo organismo vaticano era dovuta al fatto che la Chiesa cattolica si era posta in un’attitudine critica nei con-
fronti dell’amministrazione degli USA presieduta da Reagan. I punti critici erano la politica di dissuasione nucleare e la lettera dei vescovi americani sull’economia. La Segreteria di Stato non intendeva aprire un terzo fronte di dibattito con il governo degli USA e così il catechismo rimase com’era. A titolo personale comunque varie volte papa Giovanni Paolo II intervenne per dichiarare moralmente inaccettabile la pena di morte. Ma si trattava di interventi a carattere «pastorale», durante le udienze del mercoledì e non di atti ufficiali della S. Sede. Il Catechismo, nella prima edizione del 1992, redatta in francese, ricordava che «l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto la fondatezza del diritto e del dovere dell’autorità pubblica legittima» di rispondere «con pene proporzionate alla gravità dei delitti, senza escludere nei casi di estrema gravità alla pena di morte»3. Alcuni anni dopo, nella versione del 1997, si era registrata una riformulazione in senso maggiormente restrittivo. In essa si affermava che «l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani»4. Tuttavia il Catechismo, citando l’enciclica Evangelium vitæ del 1995, specificava che «a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti»5. Una revisione a tappe dunque ma che con la formulazione voluta da papa Francesco non lascia più adito ad alcun dubbio. Eccola: 3. Al No. 2267. 4. Ibidem. 5. Ibidem.
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«Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la
pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». L’accoglienza per questo nuovo testo è stata alquanto contrastata: grande soddisfazione in molti Paesi, reazione maggiormente tiepida negli Stati Uniti, dove evidentemente la pena di morte permane, nonostante il carattere democratico del regime politico di quel paese. Tra gli specialisti di diritto penale ho notato con piacere la reazione del prof. Eusebi, ordinario di diritto penale all’Università cattolica di Milano, che ha salutato con piacere l’avvenuta revisione pur sottolineando il fatto che altri paragrafi, quelli
riguardanti le finalità generali del diritto penale, avrebbero bisogno di una riscrittura6. Papa Francesco aveva infatti, in un discorso precedente, criticato l’istituzione dell’ergastolo come una forma di «pena di morte a rate»7. Episodio di dettaglio, ma pur sempre significativo nei confronti di coloro che pensano che in campo teologico e morale ci siano solo affermazioni irrevocabili e che non ammettono revisioni e ripensamenti. 6. Cfr. http://www.settimananews.it/societa/ eusebi-la-chiesa-la-pena-morte-teologiadiritto 7. Cfr. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/october/documents/ papa-francesco_20141023_associazioneinternazionale-diritto-penale.html
Dopo l’anno del cinquecentesimo avanti tutta con l’ecumenismo A conclusione del quinto centenario della Riforma luterana, l’Associazione «Noi Siamo Chiesa» e le Comunità di Base italiane hanno pubblicato un bilancio che si conclude con una precisa proposta: proseguire decisamente verso l’unità nella diversità (testo completo in «Adista» n. 39, 11 novembre 2017). Cosa resterà allora di questo anniversario? Nelle dichiarazioni comuni i rapporti erano già buoni da tempo. La Dichiarazione sulla giustificazione del 31 ottobre 1999 è stata un momento centrale non solo nei rapporti cattolico-luterani: il lungo documento congiunto Dal conflitto alla comunione del giugno 2013 ha posto le premesse per l’incontro di Lund e per il documento firmato in quella occasione. Ma perché non si va nella direzione del superamento formale della divisione? Questa è la domanda che si è fatto Hans Küng, rispondendo che è tempo di ricomporre l’unità. Nella base cattolica il percorso è ancora lungo e sarebbe interessante riuscire a capire quale eco questo anniversario abbia avuto nelle nostre parrocchie e quante aperture abbia trovato. Si è dovuto confrontare con una diffusa ignoranza nel popolo cristiano della storia della Chiesa per contrastare la quale ci sembrano necessari impegni formativi di lunga durata.
Un vero percorso ecumenico che, come sostiene Piero Stefani, a volte sembra appannato da altre emergenze (le nuove religioni, il dialogo interreligioso e interculturale) è condizione sine qua non perché la nostra Chiesa sappia immedesimarsi veramente nel messaggio del Concilio (debitore, abbiamo detto, della Riforma) abbandonando tutte le derive di tipo identitario di quanti hanno diffidenza nei confronti del nuovo corso di papa Francesco. Proponiamo che, ovunque ci siano le condizioni minime, si vada comunque nella direzione di «preghiere comuni e di comuni opere di misericordia» (questo ha detto il Papa nell’intervista al gesuita Ulf Jonsson prima di Lund). Il segretario generale della Federazione Luterana Mondiale Martin Junge ha detto: «Il nostro compito, come teologi e pastori, non dovrebbe mai essere quello di fornire spiegazioni su come mai l’unità non sia ancora possibile; il nostro compito è quello di rimuovere con creatività e coraggio gli ostacoli che ci impediscono ancora di godere del dono dell’unità». Questa ci sembra un’affermazione importante. Pensiamo però che si possa e si debba andare oltre: basta semplicemente leggere un brano della Dichiarazione congiunta di Lund. Essa dice: «Molti membri delle nostre comunità aspira-
no a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata (…)». Questa è una comune volontà. Ci chiediamo allora perché non si possa celebrare insieme da subito l’Eucaristia, la Cena del Signore. Quale ostacolo si interpone? Almeno la celebrazione comune si realizzi tra cattolici e luterani, portando a compimento, a conclusione di questo anno luterano, il percorso comune già contrassegnato dai documenti e dall’incontro di Lund. Non pensiamo necessariamente a una generalizzazione di tale momento di fede e di fraternità, ma almeno ad una sua realizzazione in qualche situazione o momento più significativo. Sarebbe un messaggio forte anche per ogni altra Chiesa cristiana, costituirebbe la rottura di un tabù e sopratutto un segno di obbedienza all’insegnamento di chi ci ha detto «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).
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Una Chiesa dopo il Sessantotto Da Medellin a papa Francesco Negli anni ’60 l’America Latina vive una modernizzazione diseguale, che favorisce una forte urbanizzazione e l’inasprirsi dei conflitti sociali, sulla scia della crisi dei regimi populisti e del trionfo della rivoluzione cubana, con la radicalizzazione dei movimenti popolari e studenteschi. Questa effervescenza si incontra coi fermenti innescati dal Concilio Vaticano II, grazie anche all’afflusso di missionari provenienti dalle aree teologicamente più vivaci d’Europa, favorendo la nascita di gruppi di preti progressisti, lo sviluppo di iniziative di «coscientizzazione» della base cristiana e il coinvolgimento di cattolici nelle lotte sociali, fino al caso di p. Camillo Torres, ucciso in combattimento dopo aver aderito alla guerriglia in Colombia. La loro prassi utilizza il metodo «vedere-giudicare-agire», cioè parte dall’analisi della realtà sociale, la illumina con la Parola di Dio e ne ricava scelte di azione. Questo dinamismo viene assunto dalla II Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968, nella quale i vescovi, sotto la spinta di un gruppo di prelati innovatori, compiono tre opzioni fondamentali: per i poveri (scegliendo, cioè, di guardare la realtà dal punto di vista delle vittime dell’ingiustizia strutturale), per le Comunità ecclesiali di base (ossia un nuovo modello di Chiesa rifondata dal basso) e per la «liberazione integrale» (cioè non solo dal peccato, ma da ogni oppressione storica). Pochi mesi prima era stato il peruviano Gustavo Gutiérrez a coniare il termine «Teologia della Liberazione», che, a partire dall’interrogativo su «Come annunciare Dio in un continente in maggioranza povero e cristiano?» e facendo ricorso alla Teo ria della dipendenza (secondo cui il sottosviluppo del continente era frutto della sua collocazione nella divisione internazionale del lavoro imposta dal sistema capitalista), egli concepisce come riflessione critica sull’esperienza di fede vissuta dai cristiani nelle lotte di liberazione, che nel 1971 sistematizzerà nell’omonimo libro. Negli anni ’70 la Teologia della Liberazione (TdL) si consolida, misurandosi
col diffondersi delle dittature militari e al contempo avendo un ripensamento dei principali temi della teologia alla luce dell’opzione per i poveri come soggetto storico, un decennio segnato dalla persecuzione di consistenti settori della Chiesa cattolica a opera di regimi che dicono di difendere la «civiltà occidentale cristiana» si conclude nel 1979 con la III Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, che a Puebla conferma, pur tra forti tensioni, le scelte di Medellin, con la vittoria in Nicaragua della rivoluzione sandinista, la prima d’ispirazione socialista che vede una massiccia partecipazione dei credenti, e nel 1980 con l’omicidio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso mentre celebra l’eucaristia da un killer dell’oligarchia locale. di Mauro Castagnaro*
A questo punto la TdL si afferma ormai come la prima riflessione cristiana autenticamente «latinoamericana» dall’epoca della «scoperta-conquista» e dona alla Chiesa universale l’opzione per i poveri. Ma sempre più forte è nei suoi confronti l’ostilità degli ambienti conservatori cattolici in America Latina e nella Curia romana, che la accusano di abbandonare la dimensione trascendente della fede a vantaggio di una liberazione solo sociopolitica, dell’identificazione del Regno di Dio con l’utopia socialista, di sostituire il marxismo al Vangelo, di predicare la lotta di classe e promuovere la violenza, di costruire una «Chiesa popolare» alternativa a quella istituzionale. Anche se non si arriverà mai alla sua formale condanna (anzi, nel 1986 Giovanni Paolo II scriverà ai vescovi brasiliani che la «TdL non è solo opportuna, ma utile e necessaria»). L’Istruzione su alcuni aspetti della teologia della liberazione e l’Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione, pubblicate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1984 e nel 1986, suoneranno come una sconfessione, soprattutto perché accompagnate dalla sostituzione dei vescovi progressisti con prelati conservatori e dalla chiusura dei seminari che proponevano una formazione in-
culturata e comprometida, dal blocco alle pubblicazioni della collana «Teologia e liberazione» e dal veto al progetto «Palabra-Vida» della Confederazione caraibica e latinoamericana delle religiose e dei religiosi (Ciar), dagli interventi censori nei confronti dei principali esponenti e dall’emarginazione di centinaia di sacerdoti, religiosi e laici a essa legati. E alla fine del 1989 l’esercito massacra all’Università centroamericana di San Salvador sei gesuiti legati alla Tdl, con in testa p. Ignacio Ellacuría, e due donne di servizio. Il «terremoto dell’89», con la crisi della possibilità stessa di ipotizzare un’alternativa al sistema capitalista, cui segue nel 1990 la sconfitta elettorale dei sandinisti in Nicaragua, e l’egemonia del neoliberismo, fa cantare ai suoi nemici il «de profundis» alla TdL, mentre di fronte al venir meno dell’impegno di singoli, gruppi e comunità, molti, nella stessa Chiesa latinoamericana, arrivano a ritenerla esperienza residuale, a vantaggio dei nuovi movimenti ecclesiali e di un ritorno a forme religiose più tradizionali. Così, nel 1992, a Santo Domingo, la IV Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, pur senza rinnegarle esplicitamente, lascia sullo sfondo le grandi opzioni del magistero continentale postconciliare. E in effetti la TdL entra in una fase di ripensamento autocritico, ma anche di approfondimento che, se da una parte la fa sparire dalle prime pagine dei giornali, dall’altra la porta ad arricchire la propria riflessione di nuovi soggetti (i popoli indigeni, gli afroamericani, le donne, ecc.), di nuovi strumenti analitici (non più solo la sociologia, ma anche la psicologia, le scienze naturali, l’antropologia, ecc.) e di nuovi temi (il corpo, il pluralismo religioso, ecc.). Si assiste dunque a una sua ramificazione: la teologia india, la teologia nera, la teologia femminista, la teologia ecologica ed ecofemminista, la teologia hispanolatina, che parte dalla condizione e dalle lotte dei migranti, la teologia queer, che rivendica per le minoranze sessuali un posto nelle Chiese, la teologia della liberazione a partire dalla disabili-
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tà, ecc. si confermano, infatti, «atto secondo» rispetto a una fede vissuta nella prassi liberatrice, ma l’impegno di carità e sociopolitico non è più solo per i poveri e contro la povertà, ma per tutti gli oppressi, gli emarginati e i discriminati contro ogni forma di oppressione, emarginazione e discriminazione. Col nuovo millennio inizia quindi un lento processo di rilegittimazione di questo movimento ecclesiale, coi nuovi governi progressisti del continente che rivendicano radici nella TdL, con un rinnovato sforzo di presenza pubblica prima tramite il Forum Mondiale di Teologia e Liberazione, che dal 2005 accompagna le edizioni del Forum Sociale Mondiale, poi coi due Congressi continentali di Teologia, culminati nel 2012 e nel 2015, cui ne seguirà quest’anno un terzo, con l’allentamento dell’ostracismo istituzionale alla V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, tenutasi ad Aparecida nel 2007, e soprattutto col pontificato di papa Francesco. Egli non solo viene da un ambiente influenzato dalla
Teologia del popolo (ramo argentino della TdL, rispetto alla quale si caratterizza per l’enfasi posta sull’analisi storico-culturale più che su quella socio-strutturale), ma soprattutto mette al centro del suo pontificato i poveri come soggetto, promuovendo, tra l’altro, tre incontri mondiali dei movimenti popolari, e la salvaguardia della «casa comune» con l’enciclica Laudato si’. A 50 anni da Medellin si può quindi concludere che in America Latina si è sviluppata una vitale e consistente, seppur minoritaria, «Chiesa della liberazione», che si è espressa in una riflessione teologica (TdL), in una spiritualità legata all’impegno nella storia (evidente, per esempio, nelle pastorali sociali), in un nuovo modo di essere Chiesa (Comunità ecclesiali di Base), in un approccio alle Scritture (lettura popolare della Bibbia), in un rinnovamento del rito e del canto liturgico (messe latinoamericane), in un’inedita arte sacra, in un originale rapporto tra fede e politica, in un’esperienza di martirio, nella creazione di nuovi organismi pastorali, nella promozio-
ne di nuovi movimenti popolari ecc., segnando la maturità cristiana di un continente e di una Chiesa in transizione, dopo 500 anni, da Chiesa «calco» a Chiesa autoctona. Questo processo ha varcato i confini latinoamericani, per ispirare in altri continenti esperienze ecclesiali (piccole comunità cristiane in Asia e Africa) e teologie (contestuale in Sudafrica, della lotta nelle Filippine, dalit nel subcontinente indiano, minjung in Corea, della liberazione in Palestina, black theology negli Stati Uniti, ecc.), dando vita all’Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo Mondo e diventando punto di riferimento per la fede e l’impegno sociale di milioni di cristiani in tutto il mondo. La TdL, infatti, fin dal suo inizio ha coinvolto anche protestanti. E correnti «liberatrici» sono sorte anche nell’islam, nell’ebraismo, nell’induismo, nel buddismo e nel confucianesimo. * Giornalista, collaboratore di diverse testate cattoliche e missionarie. Da «Adista», numero 26, 8 luglio 2018.
Finalmente santo San Romero d’America Oscar Arnulfo Romero, il «vescovo fatto popolo», è stato lo scorso 14 ottobre canonizzato lontano dal suo popolo, in Vaticano, dove l’arcivescovo di San Salvador ha sofferto, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, incomprensioni e rifiuti. È stato elevato agli altari insieme a Paolo VI, il papa che perlomeno lo ha incoraggiato e sostenuto. Non è stata dunque accolta dal Papa la richiesta, avanzata in una lettera dai vescovi salvadoregni, affinché la canonizzazione fosse celebrata nel loro Paese, per consentire ai poveri di prendervi parte, dimenticando che erano stati proprio loro, i vescovi, durante la cerimonia di beatificazione a San Salvador il 23 maggio del
2015, a tenerli a distanza, dando la precedenza alle autorità, tra cui aveva trovato posto persino Roberto D’Aubuisson, figlio dell’omonimo mandante dell’assassinio di Romero, insieme a diversi esponenti di quella destra che pure non aveva esitato a inviare propri rappresentanti in Vaticano per cercare di bloccare il processo di canonizzazione. In molti tuttavia hanno assistito alla canonizzazione del 14 ottobre a Piazza San Pietro, una degna conclusione della messa interrotta dal proiettile di un cecchino il giorno del suo martirio, e di quella interrotta dalla violenza del regime di destra il giorno del suo funerale. E con essa avrà termine anche il lungo, complesso e travagliato processo di canonizzazione,
rimasto tanti anni bloccato a Roma, finché non è arrivato papa Francesco a mettere fretta ai postulatori delle cause dei santi, affinché Romero fosse al più presto elevato agli altari. E del resto sono in molti, estranei alla logica delle canonizzazioni e dei miracoli, a ritenere che di una santificazione dall’alto non ci fosse bisogno, come già indicava anni fa il vescovo Pedro Casaldaliga: «Che non canonizzino mai san Romero d’America perché gli farebbero un’offesa. Egli è santo in un modo del tutto particolare. È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre altro». (Rielaborazione di un testo di «Adista», maggio 2018)
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La lunga riforma conciliare della Chiesa Vantaggio dell’essere nati dopo il Sessantotto Per comprendere che cosa è successo nel mondo e nella Chiesa, a partire dal 1968, vorrei cominciare dalle parole di un caro collega americano, il compianto abate e professore Patrick Regan. Egli raccontava di essere giunto dagli Usa a Parigi, per studiare liturgia, proprio nell’anno 1968. E di aver assistito ai primi «moti» del ’68 parigino con lo stupore e la meraviglia di un americano che stava vivendo nello stesso anno l’assassinio di Martin Luther King. La prima cosa che il ’68 ci consegna è infatti la progressiva e parallela globalizzazione e differenziazione delle culture. E, in effetti, al centro del ’68 emerge una «esperienza di libertà» che, sintetizzata in una battuta, assomiglia molto al dogma trinitario, applicato però ad ogni uomo: «tutti sono uguali e ognuno è diverso». Questo è anche, in forma brevissima, e certo non priva di problemi, una sorta di carta di identità di quella che chiamiamo «società aperta». La società appare «aperta» – e non più chiusa – se ognuno può essere se stesso «incondizionatamente». Questo è il sogno. La autorità della libertà diventa massima, mentre la libertà della autorità diventa minima. Ecco il punto di partenza della società differenziata, secolarizzata, complessa. Nonostante la sua storia del XIX e XX secolo, la Chiesa cattolica è riuscita, in qualche modo, ad anticipare il ’68. Tra gli anni ’59-’65, sotto lo stimolo potente prima delle profezie vivaci di Giovanni XXIII e poi delle narrazioni ispirate del Concilio Vaticano Il, introduceva nella propria disciplina, e forse ancor più, nella propria dottrina, una «prospettiva inaudita». Il Concilio Vaticano Il, infatti, non è anzitutto un atto di «riforma», ma è la percezione e l’espressione di una forma più elementare e più radicale di Dio e dell’uomo, di Cristo e della Chiesa, della verità e della carità. Il Concilio come «esperienza del mistero» Se leggiamo i testi del Concilio Vaticano Il, soprattutto le 4 Costituzioni, ma anche i Decreti e le Dichiarazioni, scopriamo che al centro vi è il delinearsi di una nuova esperienza del mistero
di Dio. Rinunciando sia a «formulare nuovi dogmi», sia a «condannare nuovi abusi», il Concilio si converte dal magistero negativo a quella positivo, e «racconta» il Mistero del Dio di Gesù Cristo nella esperienza del culto, nella relazione alla Parola, nella struttura della comunità ecclesiale e nella Chiesa che vive in rapporto col mondo. Le Costituzioni conciliari, avvalendosi di linguaggi più opportuni, rinunciano a di Andrea Grillo*
definire e preferiscono «rinarrare» quattro punti di partenza, nella loro diversità e nella loro inesauribilità. L’«indole pastorale» che caratterizza il Vaticano Il è precisamente questo: scoprire che l’accesso alla «sostanza della antica dottrina del depositum fidei» può avvenire nella «riformulazione dei suoi rivestimenti» e che questa differenza incolmabile non è un limite, ma una virtù della tradizione. Questa differenza apre, necessariamente, alle «riforme» in ognuno di questi ambiti: riforma liturgica, riforma nel rapporto con la Parola, riforma nella strutturazione della esperienza ecclesiale e riforma nel rapporto con il mondo. Il Concilio come «esigenza di riforma» Come è evidente, su ognuno di questi 4 ambiti, nella loro comunanza di fonte, ma anche nella loro differenza di forme, si è sviluppato un processo di riforma che ha conosciuto fasi alterne e tensioni complesse. Sicuramente la liturgia è stata la più rapida nel proporre un proprio volto rinnovato, in cui la valorizzazione della eguaglianza e della differenza dei soggetti ecclesiali poteva essere finalmente concretizzata. Poco si è riflettuto sull’impatto che su questa «logica di riforma» hanno portato non soltanto le singole Costituzioni, ma anche il Decreto Dignitatis Humanæ, con il suo storico riconoscimento della «libertà di coscienza» come patrimonio comune non solo di tutta la cristianità, cattolicesimo compreso, ma anche al servizio di tutta l’umanità. Pensare che «partire dalla coscienza del soggetto» sia anzitutto un rischio è la eredità di un mancato ripensamento del Vaticano Il e dei suoi
innegabili rapporti con la elaborazione dell’esperienza anche ecclesiale all’interno di una società aperta. Nel momento in cui si ammette il principio di libertà di coscienza la società e la Chiesa «si aprono». Ciò le rende più ricche e più complesse, più fragili e più audaci. La grande resistenza al Concilio e il paradosso della «rinuncia alla autorità» Ma la profezia conciliare era, come tutte le profezie, esposta al discredito e alla diffidenza. I profeti di sventura, evocati nel discorso di inizio del Vaticano Il, da 66 anni sono pronti alla chiamata alle armi e alla organizzazione della resistenza. Fantasmi antimodernistici, interessi di immobilismo, alleanze con gli interessi più bassi hanno avuto, per lunghi tratti, una influenza pesante. Non hanno mai del tutto frenato il processo di riforma, ma l’hanno rallentata, svuotata e insultata. Come se riformare significasse tradire. Il «modulo» più fortunato di tale resistenza è stato messo a punto tra gli anni ’80 del secolo scorso e gli anni ’10 del nostro secolo. È un modulo capovolto rispetto al famosissimo «la fantasia al potere» di marca sessantottina. Esso pretende una Chiesa il cui potere sia del tutto privo di fantasia. Anzi, in cui il potere neghi se stesso e si impedisca ogni autorità, e quindi ogni possibile riforma. L’unica cosa che si è riformata è stato il Codice, perché una riforma fosse impossibile. Nel corso di questi tre decenni ogni questione è stata affrontata con questa riserva: solo gli antichi, i medievali e i moderni avevano una autorità. Noi no. La Chiesa è stata vittima di un modello capovolto rispetto a quello del ’68: forse ne è rimasta segnata, bruciata, traumatizzata. E per non ammettere la positività presente in quel modello che la metteva in crisi, ne ha assunto uno che l’ha radicalmente mortificata. Alla ingenuità mondana di un potere senza mediazioni, così come sognato dagli ideali del ’68, si è contrapposta la pretesa di una mediazione senza autorità, che ha paralizzato ogni istanza di riforma, arrivando, alla fine, a delegittimare pesantemente lo stesso inizio conciliare.
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Il ritorno al Concilio e il rilancio dell’«esercizio della autorità» Con l’arrivo di papa Francesco diversi fattori sono cambiati strutturalmente. Da un lato un papa non europeo non ha il complesso di superiorità della autorità sulla libertà e per questo può stare in modo più sciolto nella vicenda ecclesiale post-sessantottina. D’altra parte Francesco ha, nei confronti del Concilio Vaticano Il, un rapporto genealogicamente diverso. Mentre i suoi predecessori – tutti, da Giovanni XIII a Benedetto XVI – erano stati al Concilio e quindi avevano nei confronti del Concilio tutte le ragionevoli apprensioni che i padri hanno verso i figli (forse scapestrati e forse anche degeneri), Francesco è il primo papa «figlio del Concilio». Questo dipende da dati elementari, che riguardano la sua biografia ecclesiale: Jorge Mario Bergoglio è diventato prete l’anno dopo il ’68, a quattro anni dalla chiusura del Concilio. Questo gli ha consentito di «star fuori» da ogni senso di responsabilità verso il Concilio, che è per lui l’aria che ha respirato sempre, fin dagli anni della sua formazione. Questa condizione di favore ha rilanciato l’«autorità ecclesiale», che ora non si paralizza di fronte alla storia,
ma entra in dialogo e in ascolto della vita dei battezzati e provvede a tradurre la tradizione in forme nuove: per quanto riguarda l’evangelizzazione, la cura del creato, la famiglia, le forme ministeriali, siamo di fronte a un «inizio di un inizio», che estrae il disegno conciliare dal congelatore e ne riconfigura possibilità, necessità e urgenze. È un inizio. La riforma della Chiesa, 50 anni dopo La Chiesa immobile è stato l’ideale di ogni antimodernismo ecclesiale. Non manca chi, come Marco Marzano, mostra, anche con argomenti trascurabili, che questa non è una scelta, ma quasi un «destino» della Chiesa cattolica, anche sotto Francesco. A me pare, tuttavia, che alcuni segni decisivi mostrino come il ripensamento della tradizione si sia rimesso in moto. E per farlo ha rimesso in gioco la natura «partecipata» della liturgia, la verità «comunionale» della Chiesa, la «ricca narrazione» della Parola e la preziosa relazione con il mondo, come luogo in cui lo Spirito parla e deve essere ascoltato. La radice di ogni riforma, che certo comporta delicati processi di trasformazione istituzionale, consi-
ste in questa nuova trascrizione della esperienza di fede. La condizione della «società aperta» può essere considerata non solo un danno, ma una opportunità per la Chiesa solo se alcune nuove evidenze maturate a partire dal ’68, sono penetrate anche nella consapevolezza della compagine ecclesiale. Se, come si ripete, Francesco non può essere definito un liberale, ma piuttosto un radicale, tale può essere solo declinando il Vangelo e interpretando l’autorità episcopale con una nozione di libertà e con una passione per l’altro che ha imparato anche dalla fantasia del ’68. Altrimenti, senza il ’68, come avrebbe potuto Francesco dire al Collegio degli Scrittori della Civiltà cattolica, che le tre caratteristiche fondamentali del teologo di quella rivista debbono essere inquietudine, incompletezza e immaginazione? Per parlare così, per permettersi una tale parresia, egli deve aver considerato il ’68 non solo come un pericolo o come una perversione, ma anche come una occasione di crescita e come un kairòs per la tradizione ecclesiale. * Docente di teologia sacramentale e liturgica al Pontificio ateneo S. Anselmo di Roma. (Testo ripreso da «Adista», 8 luglio 2018)
10 tesi per il comeback della Chiesa Il 5 gennaio 2018 è stata presentata, nell’ambito della Conferenza MEHR di Augsburg, un’iniziativa congiunta delle Chiese cattoliche germanofone, denominata Missions Manifest. Si tratta di un documento composto da 10 tesi che parte dalla constatazione che tra pochi anni la Chiesa in Germania, Austria e Svizzera non avrà più un ruolo socialmente percepibile. L’idea del Missions Manifest è nata nel giugno 2017 durante un incontro nella casa di preghiera di Augusta. Tra gli iniziatori ci sono il teologo Johannes Hart, P. Karl Wallner, cistercense e direttore nazionale della Pontificia Opera Missionaria Missio in Austria, Bernhard Meuser, coautore di Youcat, Martin Iten dalla Svizzera, il teologo Paul Metzlaff della Cappellania della Conferenza episcopale tedesca, e Benedikt Michal, direttore dell’ufficio di coordinamento JAKOB, un’istituzione della Conferenza episcopale austriaca. La loro intenzione è mettere al centro della vita ecclesiale la preoccupazione della nuova evangelizzazione e chiedere una partenza missionaria nella Chiesa cattolica, da qui il nome dell’iniziativa. Nel preambolo del Manifesto si può leggere: Siamo cristiani cattolici in Austria, Germania e Svizzera che soffrono dell’«erosione della fede» di cui parla Papa Francesco. Lo sappiamo: le nostre terre d’origine sono
diventate paesi di missione. Siamo pronti per la missione. Vogliamo che i nostri paesi trovino Gesù. Vogliamo riunire coloro che hanno il coraggio di compiere passi inusuali. In risposta all’iniziativa molte comunità, anche al di fuori della Chiesa cattolica, hanno espresso il loro sostegno ed è stata approvata perché capace di aprire un vero dibattito nel mezzo della crisi che la Chiesa sta vivendo. La Conferenza Episcopale Svizzera ha pubblicato il Missions Manifest sulla sua pagina web e tra i primi firmatari figurano tre dei suoi rappresentanti. Ma non sono mancate le critiche in casa cattolica da parte di chi ritiene che il Manifesto dipinga la situazione attuale della a tinte troppo fosche. In ambito evangelico è stato criticato soprattutto il riferimento, formulato nella tesi 7, alla trasmissione della dottrina cristiana, così come è formulata nel Catechismo. Un altro appunto che si può fare al Manifesto è lo scarso coinvolgimento delle donne cattoliche. Il 2 maggio 2018, i promotori del Missions Manifest hanno presentato al Papa il libro che raccoglie le 10 tesi e le commenta. Ad oggi esse sono state sottoscritte da (sole) 3.973 persone con una dichiarazione dal tono seguente: voglio che il mio Paese trovi la strada verso Gesù. Mi impegno per un anno ad assumere un compito nella diffusione della fede. (d.l.)
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BIBLIOTECA Liturgia in crisi Un libro sui problemi attuali della liturgia giunge da Bose, il monastero fondato da Enzo Bianchi nel 1968 e noto per la qualità delle sue celebrazioni. Ne sono autori lo stesso ex-priore e Goffredo Boselli, responsabile del culto e della formazione liturgica della comunità. Un libro che è un segnale di allarme: «Oggi la liturgia è in stato di sofferenza. Dopo l’entusiasmo suscitato dal rinnovamento liturgico conciliare, in questi ultimi anni la liturgia è lentamente scivolata ai margini degli interessi principali della Chiesa (…). La Chiesa negli ultimi decenni ha privilegiato la militanza movimentistica, l’affanno dell’azione pastorale, al posto della presenza evangelica». Gli autori citano subito il «motu proprio» Summorum pontificum di papa Benedetto XVI del 7 luglio 2007, da molti accusato di essere… l’autorizzazione ufficiale al ritorno indietro. Pur riconoscendo che si è andati «ben al di là delle intenzioni del Papa», resta vero che esso «ha incoraggiato e legittimato la tendenza già presente in alcuni settori minoritari ma non irrilevanti della Chiesa a nutrire sospetto e talora discredito nei confronti dei principi basilari della riforma liturgica del Vaticano II». Tale tendenza «sembra raccogliere il consenso di un certo numero di giovani presbiteri e quello degli alunni dei seminari e dei noviziati. Ed è purtroppo realistico constatare che la critica alla riforma liturgica e la volontà di ritornare a piccoli passi alla liturgia preconciliare scorre oggi nella Chiesa cattolica come un fiume carsico che dà segni di essere pronto a riemergere appena le mutate condizioni [leggi: la fine del pontificato di Papa Francesco] lo renderanno possibile». Nel libro ci si chiede perché riti secondari (come l’adorazione eucaristica celebrata persino… in aggiunta alla messa) tendano a diffondersi riportando in campo antichi atteggiamenti devozionali1. Secondo Bianchi e Boselli, 1. Il problema è stato approfondito nella sessione di Universa Laus 20-24 agosto 2007 a Modra-Harmónia, Slovakia: The Body of Christ. Adoration and Communion: distinct rites, distinct music, e specialmente nella relazione di Rudolf Pacik: Il culto eucaristico al di fuori della Messa. Storia e orientamento attuale.
non si tratta di vera devozione ma di pigrizia, mancanza di inventiva, fede debole nella liturgia autentica. L’ignoranza produce… mostri liturgici, come l’Atto di comunione spirituale sentito recitare da tutti, in una chiesa della vicina Lombardia ambrosiana, prima di andare a ricevere materialmente il Corpo del Signore! Non vorrei dare del libro l’impressione che si tratti di uno scritto solo polemico. Vi si trovano infatti densi approfondimenti: per esempio una lunga bellissima spiegazione della Preghiera eucaristica IV, la più antica e la più bella ma… per brevità quasi mai pronunciata, e una riflessione molto pregnante sul rito della frazione del pane, che passa di solito inosservata sotto il canto o la recita dell’Agnus Dei. Ci saremmo augurati un approfondimento anche delle due epìclesi della preghiera eucaristica, oppure sul rilievo da dare al racconto dell’istituzione dentro la medesima preghiera: ma è vero che il libro non è un trattato, e va invitato a Bose chi vuole constatare quale ne sia il retroterra celebrativo. La questione del latino (per non dire della preoccupazione cara al cardina-
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le Sarah per la celebrazione rivolga ad orientem) a questo punto non può che apparire secondaria, e giustamente gli autori plaudono alla delega finalmente concessa da Roma alle conferenze episcopali perché i testi liturgici siano resi più vicini all’indole propria delle diverse lingue. Alla fine del libro gli autori si pongono infatti un interrogativo inquietante: «Si ha talvolta l’impressione di una diffusa rassegnazione circa l’irrilevanza dei testi liturgici nella vita di fede dei cristiani, anche i più maturi, a causa del loro impenetrabile linguaggio». Non si tratta soltanto di «alcune immagini di Dio che la liturgia veicola, immagini ereditate da secoli di cristianità (…), più debitrici di una religione sacrificale (per lo più pagana) che della rivelazione del volto di Dio», ma del «lento ma progressivo abbandono della partecipazione all’assemblea liturgica domenicale, specie da parte dei più giovani e tra essi delle giovani donne, dovuto in parte anche all’immagine di Dio che le nostre liturgie ancora trasmettono, immagini non pienamente evangelizzate». Dove, come si vede, la faccenda si fa seria. E.M. E. Bianchi e G. Boselli, Il vangelo celebrato, San Paolo editrice, Cinisello Balsamo 2017, pp. 286.
Il sacerdozio comune dei fedeli secondo Giovanni Crisostomo «Ci sono momenti in cui non vi è alcuna differenza tra il sacerdote e chi fa parte del popolo, come quando bisogna partecipare ai tremendi misteri: tutti vi siamo ammessi allo stesso titolo. Non è come nell’antica alleanza, quando alcune cose le mangiava il sacerdote, altre chi lo non lo era, e al popolo non era permesso di prendere parte a ciò che era riservato al sacerdote. Ora però non è così, ma a tutti viene offerto un solo corpo e un solo calice (…). Negli stessi tremendi misteri, il sacerdote prega per il popolo, ma anche il popolo prega per il sacerdote. Le parole “E con il tuo spirito!” non significano altro che questo. Perfino la preghiera eucaristica è comune, perché non è il sacerdote a rendere grazie da solo, ma lo fa l’intero popolo. Dopo che il sacerdote, infatti, ha preso la parola
per primo, il popolo esprime il suo assenso dicendo che è cosa buona e giusta, e solo allora egli comincia a rendere grazie. Del resto, perché meravigliarsi che il popolo dialoga con il sacerdote, quando si unisce addirittura agli stessi cherubini e alle potenze celesti per elevare con loro quei sacri inni? Vi dico queste cose affinché ciascuno, anche dei semplici fedeli, resti vigilante, perché comprendiamo che siamo tutti un solo corpo e che non c’è tra noi altra differenza che quella tra un membro e un altro membro, e perché non rimettiamo tutto alla cura dei sacerdoti, ma anche noi ci preoccupiamo di tutta la Chiesa, come di un corpo comune». San Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Seconda lettera ai Corinti 18,3, PG 61,527.
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Prospettive di diritto canonico (e oltre, si spera e ci si augura) C’è un aspetto, nell’organizzazione e nelle strutture della Chiesa cattolica latina, spesso trascurato da chi, dall’esterno, di essa si occupi, magari con sguardo critico, per descriverne la vita, e talora anche da chi, dal suo interno, si impegni perché essa sia tesa ad inverare l’Evangelo. Parliamo dell’aspetto giuridico, così come definito dal nuovo Codice di Diritto canonico (CIC) varato nel 1983 da Giovanni Paolo II. Sulla complessa problematica apporta considerazioni e prospettive interessanti un libro, curato da Libero Gerosa: La Chiesa «in uscita» di papa Francesco. Spunti per il rinnovo della missione apostolica (Cantagalli ed., Siena 2018, pag. 2010). Teologo e giurista, il curatore del volume è fondatore e direttore dell’Istituto internazionale di diritto canonico e diritto comparato delle religioni della Facoltà di teologia di Lugano; e, nel libro, sono poi riportati studi di nove docenti ed esperti di diritto canonico, italiani ed europei. Le riflessioni dei vari autori si muovono tra il CIC di papa Wojtyla e il magistero di papa Francesco, proprio per valutare come, tra questi due punti di riferimento, la Chiesa romana nel
suo agire, si sia mossa e si muova: in questo cammino, sottolinea Gerosa, il Codice – innervato dell’ecclesiologia prospettata dal Concilio Vaticano II, e sostenuta da Wojtyla; pontefice sul quale il professore dà un giudizio entusiasta e a tutto tondo – è uno strumento prezioso per aiutare la Curia romana, le Chiese locali, e i singoli fedeli a vivere nella fedeltà al Vangelo e in quei parametri necessari per il buon ordinamento di una Comunità cristiana diffusa in tutto il mondo ed operante, nei vari paesi, in contesti storici, religiosi e sociali assai differenziati. Il cardinale Lluís Martínez Sistach, arcivescovo emerito di Barcellona, e il giornalista Luigi Sandri di «Confronti», il 30 agosto hanno presentato a Lugano quel libro. Il porporato catalano, ripercorrendo in particolare le quaranta pagine della introduzione generale con cui Gerosa prospetta il discorso complessivo del volume, ha sottolineato i vari argomenti da lui approfonditi. Tra essi: il significato principale del rinnovamento missionario della Chiesa all’inizio del III millennio; alcuni dei principali ostacoli alla riforma; i «segni dei tempi» cui prestare attenzione durante
il processo di riforma; la conversione pastorale e missionaria provocata dalle nuove aggregazioni ecclesiali. Sandri, da parte sua, pur rilevando che il CIC varato da Wojtyla contiene, per molti aspetti, normative sagge, ha parlato dei suoi «gravi limiti». Esso, ha detto, era già «vecchio» alla nascita, per i suoi cànoni restrittivi sullo status della donna nella Chiesa; e lo è ancor più oggi, per l’inadeguatezza nel legiferare su una questione decisiva per la testimonianza e la credibilità di una Chiesa che, all’alba del III millennio, ancora, anche con Francesco, si rifiuta di ammettere la donna in tutti i ministeri ecclesiali. Altro limite del Codice è quello di non fare la distinzione tra Concilio ecumenico e generale. Infatti, ha notato il giornalista, storicamente e teologicamente il primo si dà quando ad esso partecipino tutte le Chiese, in particolare quelle orientali; senza di esse, si dà solamente un Concilio generale della Chiesa romana, del quale perciò Sandri si augura la convocazione al più presto, con la partecipazione di tanti «padri» e «madri» ad affrontare insieme i molti problemi incombenti. d.g.
Teologia dell’ecumenismo
è nemica di queste aperture (p. 138). Tutto ciò porta con sé la necessità di una continua conversione al Signore, perché, come si esprime il Gruppo di Dombes, «le nostre confessioni non meritano la qualifica di cristiane se non nella misura in cui si aprono alle esigenze della conversione» (p. 165). Il secondo termine attorno a cui ruota la riflessione è koinonia (comunione) e vuole rispondere alla domanda: «in quale direzione possiamo guardare per rappresentarci ecumenicamente la piena comunione futura e le forme che essa potrà assumere, per operare più efficacemente in vista di essa?» (p. 169). Qui il discorso si fa più complesso perché è noto che il tema della Chiesa, della sua forma storica e dei ministeri sia il vero ostacolo in vista dell’auspicata comunione futura e le varie formule di unità che nel tempo sono state proposte, e che il libro ci ricorda, sono lì a dimostrarlo. La prospettiva che il nostro autore ci pone dinanzi non è dunque quella di una realtà statica, bensì una dimensione dinamica: «letta nella prospettiva della
koinonia, quella dell’unità non appare tanto come una realtà da costruire, magari con faticosi giochi di mediazioni interecclesiali, quanto piuttosto come un dono prezioso da accogliere e custodire; un dono che preme peraltro per trovare espressione storica, in dinamiche di rinnovamento comunionale e reformatio ecclesiæ» (p. 237). Questa affermazione vale tanto più in quanto ci rendiamo conto che le Chiese (e con esse l’ecumenismo) cambiano i loro atteggiamenti e le loro priorità con i cambiamenti della storia. Basti l’esempio delle Chiese ortodosse dopo la caduta del muro di Berlino o quello dei documenti comuni tra le Chiese luterane e quella cattolica in occasione del cinquecentenario di Lutero. È dunque legittimo chiedersi se bastino i fattori teologici per spiegare certi atteggiamenti – o se non vi siano anche dei fattori non teologici che, quanto meno, favoriscono avvicinamenti o allontanamenti.
Il libro nasce dal corso sui «Principi del dialogo ecumenico» che Morandini tiene da anni all’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia, di cui è il vicepresidente, e risente un po’ della sua nascita manualistica. Ma non è un difetto, perché, nell’ampia panoramica che viene presentata dei numerosi dialoghi e dei pronunciamenti fatti dalle varie Chiese nel corso del tempo, si colgono una ricchezza e una passione di cui i non specialisti difficilmente si accorgono. Due sono le parole chiave attorno a cui l’autore fa ruotare la sua riflessione teologica: dialogo e koinonia. Il dialogo innanzitutto: «non è un optional per le Chiese, ma un modo di abitare la storia secondo la logica vissuta dallo stesso Gesù» (p. 160). Non può esserci dialogo autentico se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro ai quali parliamo, senza paura: la paura
S. Morandini, Teologia dell’ecumenismo, EDB Bologna, 2018.
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Il Sinodo è in corso
Per una Chiesa che rispetti l’identità dei giovani Questa volta tocca ai giovani. Dopo quello sulla famiglia che ha messo in luce anche forti contrasti all’interno della Chiesa cattolica, il nuovo Sinodo dei vescovi convocato tra il 3 e il 28 ottobre da papa Francesco è dedicato a loro, o, più precisamente a «i giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Il cammino sinodale è iniziato con la redazione del Documento preparatorio, pubblicato il 13 gennaio 2017 insieme a una «Lettera ai giovani» del Santo Padre. Come già per la preparazione del precedente Sinodo, il Vaticano ha spedito un Questionario, destinato principalmente alle conferenze episcopali, ai sinodi delle Chiese orientali cattoliche e ad altri organismi ecclesiali, con quindici domande per tutti, tre specifiche per ciascun continente e la richiesta di condividere tre «buone pratiche». Poi è uscito l’Instrumentum Laboris che ha tracciato le piste di riflessione per l’assemblea cercando di approfondire anche alcuni cavalli di battaglia del pensiero di Bergoglio, come quello dei giovani nella «cultura dello scarto». Ancora una volta, in ogni caso, la metodologia preparatoria del Sinodo mostra che la Chiesa di papa Francesco cerca di ragionare partendo dal basso, coinvolgendo non soltanto i vertici o gli esperti, ma anche i semplici fedeli. Di questo cammino di preparazione parliamo con Lorenzo Pezzoli, psicologo e psicoterapeuta FSP, docente alla SUPSI, che ha partecipato a vari incontri preparatori del Sinodo. Lorenzo Pezzoli, come è stato preparato il Sinodo dei giovani? «Ci sono state due tappe di preparazione che hanno portato alla stesura dell’Instrumentum laboris poi redatto e depositato alla Segreteria del sinodo». Quando è partito il lavoro? «La prima tappa è stata nel mese di settembre del 2017, la seconda a marzo 2018». E cosa si è fatto? «Questi appuntamenti avevano l’intento di offrire il materiale più ricco e composito possibile sul tema dei
giovani, portando filoni di pensiero ed esperienze concrete di vita nel mondo, di chi attraversa la condizione giovanile. A settembre 2017, per esempio, si è trattato di un seminario convocato a Roma con una selezione di docenti universitari e figure attive nel capo educativo assieme a una rappresentanza di giovani mandati da diocesi e movimenti. Sono state messe in campo discipline sociali, psicologiche ed economiche per indagare sugli snodi che il nostro tempo fa emergere relativamente alla condizione giovanile». Per esempio? «C’è il tema dell’identità, della fede, del rapporto con la tecnologia piuttosto che l’impegno sociale e politico e, ovviamente, il rapporto con la Chiesa. L’identità, del resto, non è un tema “caldo” solo per i giovani. Ce lo ricorda anche papa Francesco quando spiega, come è successo a marzo, quanti oggi si camuffino da giovani “idolatrando la giovinezza per non farla passare mai”, in quella filosofia del trucco (dice sempre papa Francesco) che attraversa trasversalmente tutti e per tutti rappresenta un rischio». Ma chi sono i giovani? È possibile definirli? «Dal mio punto di vista chi attraversa la condizione giovanile, quindi – a rigore – non solo i giovani, è un ricercatore di senso, un mobilitatore di interesse, una persona capace di mettere in gioco lo scontato e la tradizione per consentirsi di guardare e vivere il mondo in altri modi, con altri approcci. In altre parole è chi ha coraggio di rischiare e mettersi in gioco». Mi faccia capire: si può essere giovani vecchi e vecchi giovani? «Essere giovani è anzitutto una dimensione psicologica che offre la possibilità di crescere. Rispondo citando il Papa: “Senza rischiare – sostiene Bergoglio – un giovane invecchia, va in pensione a 20 anni”. Perché, afferma ancora il papa, “chi non rischia non matura”. Certo occorre essere accompagnati da “prudenza e consiglio” ma la messa in gioco di sé, inevitabile quando si lascia il noto dell’infanzia
e ci si muove verso l’ignoto dell’adultità, è la connotazione più specifica dell’essere giovani. A dire il vero il Papa applica lo stesso ragionamento addirittura alla Chiesa». In che modo? «Affermando, cito, che “una istituzione che fa scelte per non rischiare rimane bambina”. Parlare di giovani significa parlare di ciascuno di noi, significa parlare della Chiesa. È sempre il Papa a dire; “…e (se non rischia) anche la Chiesa invecchia”. Una visione nella quale i giovani vengono visti come compagni di viaggio indispensabili per la Chiesa perché “ci provocate a uscire da quella logica del si è sempre fatto così”. Una Chiesa che rischia di invecchiare, una società che rischia di invecchiare, se ha “paura di uscire verso le periferie esistenziali”. Francesco dice che “un conto è la prudenza”, utile e necessaria perché il rischio non sia distruttivo o autodistruttivo, un conto è la paura. “Veleno dolce” lo chiama il Papa quello del “si è sempre fatto così”. Un passo avanti ma guardando le radici non significa tornare alle radici perché sennò “finisci sottoterra”. Questi sono i giovani di e con papa Francesco». Quindi il Sinodo che si sta aprendo non è sui giovani, ma con i giovani? «Dovrebbe esserlo, nel senso che i giovani aiutano la Chiesa a riappropriarsi del gusto della ricerca, perché confrontano la Chiesa e gli adulti con “domande senza anestesia” perché “non sono il premio Nobel della prudenza” e per questo a volte noi adulti li teniamo distanza di sicurezza. Facendo così, però, perdiamo una grande occasione, un’occasione non per i giovani, ma per noi. Questo è bene che lo ricordiamo. Quando escludiamo i giovani stiamo privando noi stessi di una occasione. Il Papa lo dice con una frase che va ben meditata: “Se mancate voi (rivolto ai giovani), ci manca parte dell’accesso a Dio”. Non dice avremo meno risorse, non riusciremo a mandare avanti i nostri progetti, chiuderemo istituti o oratori… dice: “se mancate voi ci manca parte dell’accesso a Dio”».
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È questo il messaggio della Chiesa cattolica ai suoi giovani? «Non solo ai suoi, a dire il vero. Dei giovani, per questo viaggio sinodale ma non solo, abbiamo bisogno. Proprio per non fare un sinodo sui giovani, alle loro spalle o sopra le loro teste. E abbiamo bisogno, il Papa su questo è stato chiaro, di tutti i giovani. Non solo dei giovani cattolici. Infatti la presenza di giovani di altre religioni, di atei e di scettici, ha arricchito il dialogo, ha aiutato a maturare vie nuove di convivenza e riflessione. All’incontro del marzo di quest’anno erano trecento i giovani presenti, arrivati da tutto il mondo, con un gruppo di docenti, educatori, facilitatori che coordinavano i gruppi». D’accordo, il Sinodo intende camminare con tutti i giovani. Ma che cosa vuole dire loro? «Il primo e più importante messaggio è che i giovani non possono essere passivizzati come contenitori da riempire, poveri a cui buttare là il mantello, disorientati da guidare. Nel documento preparatorio al Sinodo si legge: “…i giovani non si percepiscono come una categoria svantaggiata o un gruppo sociale da proteggere e, di conseguenza destinatari passivizzati di programmi pastorali o di scelte politiche”. Allo stesso tempo, “i giovani non sono semplicemente un target di interesse
commerciale a cui vendere qualcosa (anche di non materiale), interlocutori da sedurre per i propri fini”». E quindi? «Quindi i giovani, e cito ancora il Papa, “vanno presi sul serio” e vanno resi protagonisti. Per esempio non devono essere un luogo di proiezione da parte degli adulti, proiezione delle loro speranze così come delle loro paure, piuttosto che dei loro sensi di colpa o fragilità; non proiezioni sia in positivo (i giovani sono la speranza, la soluzione, la salvezza…) sia in negativo (tutto il male, il disagio, i problemi vengono dai giovani). Ai giovani si chiede: responsabilità, partecipazione, messa in gioco di sé. Ma le stesse cose si chiedono agli adulti». Torniamo ai giovani. Non è che la Chiesa oggi ha già perso il treno dei giovani, che pensano a tutt’altro e certo non riempiono gli oratori come una volta? «Rispondo con un aneddoto che mi riguarda e che tocca proprio gli oratori. Da adolescente frequentando l’oratorio mi era stata regalata la vita di Don Orione a fumetti, dove c’era una scena incredibile. Per spiegare l’oratorio a don Bosco veniva fatto dire che ci volevano tre ingredienti. Mi scuso per il vocabolario ma rende bene: “Un prete, un prato e un cesso”».
Fuor di metafora? «Fuor di metafora, in fondo in quella battuta c’è una verità che possiamo considerare centrale per questo Sinodo e per il cammino coi giovani. Occorre un prete (o un adulto), ovvero una presenza, viva, capace di stare fianco a fianco, interessata, non virtuale. Occorre un prato, che non è solo lo spazio fisico, non sono le strutture moderne e performanti alle quali a volte rischiamo di delegare la capacità di attrattiva e di richiamo. Il prato è quello spazio interno di disponibilità dove l’altro sente che c’è posto per lui così come è. Il vero spazio che possiamo donare all’altro è quello che abbiamo dentro di noi. Se poi c’è anche un bel prato meglio ancora». E… il cesso? «Beh, ciascuno di noi sa a cosa servono i gabinetti. Il richiamo è ai bisogni dell’altro, all’attenzione a questi bisogni, all’ascolto e alla cura di essi. Bisogni di ascolto, presenza, affetto, a volte anche di richiamo, a volte di limiti, a volte di avere qualcuno con il quale arrabbiarsi e che sia capace di stare con quella rabbia senza chiudere la relazione. Dunque un prete un prato e un cesso ovvero: presenza, disponibilità e attenzione ai bisogni del proprio interlocutore». a cura di C.S.
I miti svizzeri
Fuga dalla Russia
Thomas Maissen rivolge uno sguardo oggettivo alle storie eroiche svizzere, dal giuramento di alleanza al ridotto nazionale, dalle tradizioni libertarie e umanitarie alla «nazione fondata sulla volontà». L’autore spiega come storiograficamente sono nati questi luoghi comuni e quali nozioni possediamo oggi del reale contesto storico, quindi fornisce un orientamento in una fase in cui la Svizzera deve indagare il proprio immaginario storico se non vuole incorrere nel rischio che la memoria pubblica entri in conflitto con la scienza e con la percezione all’estero.
L’agronomo Michele Raggi di Morcote è il fondatore della Colonia italosvizzera di san Nicola, moderna azienda agricola inaugurata nel 1896 nel sud della Russia e poi abbandonata a seguito della Rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917. Una vicenda quasi dimenticata, eppure molto interessante, di cui abbiamo una testimonianza diretta ed appassionata in questo suo diario personale. Un racconto vivo di quei giorni drammatici, durante i quali egli assistette impotente al saccheggio e alla rovina di ciò che aveva costruito.
di Thomas Maissen, pref. di Orazio Martinetti, collana «I Cristalli», 288 pagine con illustrazioni a colori, 12,5 x 21 cm, Fr. 24.–
di Michele Raggi, pref. di Ruben Rossello, collana «La Rondine», 304 pagine con illustrazioni, 12,5 x 21 cm, Fr. 20.–
Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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cronaca svizzera
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Solidarietà. «Koinonia» è un centro e una rivista (con la quale siamo collegati tramite i Viandanti), attivi da 40 anni e animati dal domenicano Alberto Bruni Simoni del convento di Pistoia. Da alcuni mesi il convento è stato chiuso e padre Alberto trasferito a Fiesole. Ci auguriamo che la comunità e la rivista possano continuare, pur con qualche difficoltà, perché la Chiesa e il mondo hanno ancora bisogno di voci libere. Auguroni! Elefanti tra i bicchieri. Una iniziativa costituzionale vuole modificare l’art. 24 della Costituzione cantonale, sostituendo l’attuale testo che conferisce personalità giuridica di diritto pubblico alla Chiesa cattolica e alla Chiesa evangelica, con il seguente: «1. Lo stato è laico e osserva la neutralità religiosa. 2. Al fine di proteggere la libertà di coscienza e di credenza, il Cantone e i Comuni non promuovono né sovvenzionano alcuna attività legata al culto». Meraviglia! che illustri giuristi sostengano il nuovo testo, e siano ignoranti di quanto è già ampiamente garantito dalla Costituzione cantonale all’art. 8 («Sono in particolare garantiti: […] la libertà di coscienza e di religione») e dalla Costituzione federale, cioè dall’art. 2 («Nessuno può essere discriminato in particolare a causa… delle convinzioni religiose»), mentre l’art. 15, cap. 4 recita: «Nessuno può essere costretto ad aderire a una comunità religiosa o a farne parte, nonché a compiere un atto religioso», ciò che già libera dall’obbligo di contribuire al culto e all’attività religiosa di una Chiesa a cui non si appartiene. Invece per tutte le attività educative e sociali che le Chiese (e non solo quelle menzionate all’art. 24) prestano alla comunità, esse fruiscono di contributi pubblici come ogni altro singolo o ente. Aiuti ticinesi. Grazie alla generosità di alcune parrocchie ticinesi, che durante la Quaresima hanno deciso di destinare le offerte raccolte a un progetto specifico di Sacrificio Quaresimale, è stato possibile cambiare in meglio la vita di molte persone in Brasile, India e Sudafrica. Così è stato possibile migliorare le condizioni di vita di 4.000 famiglie di Adivasi in India: questo progetto è stato sostenuto con 54.528,90 franchi raccolti
nelle parrocchie di Ascona, Losone, Auressio, Loco, Berzona, Mosogno, Vergeletto, Arbedo, Mezzovico, ViraMezzovico, Bironico, Rivera, Sigirino, Camignolo, Rancate e Balerna. Un altro progetto ha riguardato il Sudafrica, favorendo salari giusti e migliorando le condizioni di lavoro, grazie alle informazioni e alla consulenza fornite alle lavoratrici e ai lavoratori impiegati presso la latteria Laysmith. Questo progetto è stato sostenuto con 41.332,40 franchi raccolti nelle parrocchie di Cevio, Menzonio, Bignasco, Broglio, Brontallo, Peccia, Bosco Gurin, Muralto, Biasca, Chiggiogna, Rossura, Chironico, Calpiogna, Faido, Quinto, Airolo, Molare, Mairengo, Osco, Dongio, Malvaglia, Corzoneso, Prugiasco, Ludiano, Semione, Massagno, Iseo-Cimo, Neggio, Vernate, Tesserete. Il terzo progetto ha migliorato le condizioni di lavoro in un’impresa siderurgica in Brasile, con un contributo di 19.670 franchi raccolti nelle parrocchie di Aurigeno, Lodano, Maggia, Moghegno, Someo, Tenero, Gorduno, Lugano Cristo Risorto, San Nicolao e Chiasso. Con circa 400 progetti Sacrificio Quaresimale si impegna in Africa, America latina e Asia a fianco delle sue organizzazioni partner locali per superare la povertà e per la tutela dei diritti delle persone, indipendentemente dalla loro origine e religione. Nella conferenza episcopale. A nuovo presidente dei Vescovi svizzeri, per il periodo 2019-2023, è stato eletto mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, al quale auguriamo di rendere sempre «felici» tutti i cattolici svizzeri. La Conferenza, rilevando un aumento delle segnalazioni di abusi sessuali nella Chiesa cattolica (24 casi nel 2015, 65 nel 2017, il 90% anteriori al 1990) ha inasprito le direttive relative, prevedendo l’obbligo di denuncia all’autorità per ogni caso e decidendo di elaborare norme unitarie sulla prevenzione. Per la nuova costituzione. Il Vallese vuol darsi una nuova costituzione e si sta eleggendo i membri della Costituente. Mons. Jean-Marie Lovey ha invitato «i cittadini laici cristiani a impegnarsi in nome della loro fede cristiana per il bene di tutti» nella elaborazione della nuova carta fonda-
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mentale; tuttavia, con una lettera dello scorso aprile ha sconsigliato i suoi preti dal figurare nelle liste elettorali, perché «l’impegnarsi in una competizione elettorale rischia di spiacere a certi cristiani, e il prete deve essere al servizio di tutti». Giustizia laica. Il regolamento del personale della giustizia del Cantone di Basilea città vieta il porto di segni religiosi, per rispettare l’indipendenza e la neutralità religiosa, ma ha suscitato discussione perché da taluno giudicato lesivo della libertà personale. Il divieto è stato introdotto dopo che una donna si è presentata col velo islamico. Il divieto non vale per gli avvocati, gli interpreti e i testimoni. Carta religiosa. Un politico musulmano, nel Canton Berna, ha proposto di prevedere una «carta religiosa», da sottoporre alla firma delle comunità che non sono riconosciute come Chiese nazionali, affinché si impegnino a rispettare l’ordine giuridico, favorire l’integrazione e operare per il dialogo interreligioso. Il testo dovrebbe riconoscere anche l’uguaglianza tra uomini e donne e rifiutare ogni forma di invito alla discriminazione e all’odio religioso. Sarebbe una alternativa alla procedura di riconoscimento pubblico per le comunità minoritarie, non attualmente accettabile da parte della maggioranza della popolazione. Cinquantesimo benefico. Nel 1968 la «Dichiarazione di Berna», un manifesto redatto dal teologo evangelico André Bielèr e firmato da circa 10.000 persone, fu consegnata al Consiglio Federale. Quel testo auspicava una politica svizzera improntata alla solidarietà, attenta ai bisogni del Sud del mondo, capace di promuovere il commercio equo, critica nei confronti della vendita di armi. Quel manifesto pose le basi per la nascita dell’organizzazione per la cooperazione allo sviluppo che fino al 2016 portò il nome di «Dichiarazione di Berna» (DB) e che oggi si chiama di «Public Eye». Attraverso ricerche, attività di lobbying e campagne di sensibilizzazione, l’organizzazione si impegna affinché le imprese e il mondo politico svizzeri si assumano le proprie responsabilità per il rispetto dei diritti umani nel mondo. «Public Eye» conta oggi oltre 25.000 membri. Negli anni Settanta la DB criticò la multinazionale alimentare Nestlé, sostenne l’iniziativa sul segreto bancario, promosse
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il commercio equo e la sostituzione dei sacchetti di plastica con borse in Iuta. Dagli anni Novanta la ONG segnala abusi nell’industria tessile e nel 2000 ha creato «Public Eye Davos», un controevento al World Economie Forum. Nel 2009 denunciò il lavoro minorile nella raccolta del cacao destinato alla produzione di cioccolato svizzero. Un tema attualmente dibattuto è il ruolo della Svizzera nel commercio delle materie prime: nel 2015 l’ONG ha lanciato insieme con altre organizzazioni l’Iniziativa per multinazionali responsabili, in discussione in Parlamento. Musulmani discriminati. Secondo una ricerca universitaria, pubblicata dalla Commissione federale contro il razzismo, i media svizzeri mettono spesso in evidenza il terrorismo e la radicalizzazione, mentre danno poche occasioni ai musulmani di esprimersi. Tra il 2009 e il 2017, gli articoli che «creano distanza» rispetto ai musulmani sono aumentati dal 22% al 69%, mentre gli articoli sull’integrazione riuscita o sul quotidiano dei musulmani sono stati solo del 2%, così che la vita della maggioranza dei musulmani in Svizzera è praticamente ignorata. Cecità governativa. Il Consiglio federale raccomanda la bocciatura di una mozione del consigliere nazionale Lorenzo Quadri a favore di un sostegno della stampa mediante parte del canone radiotelevisivo. Nell’atto parlamentare il deputato ha ricordato la crisi attraversata dalla carta stampata in tutte le regioni del paese dove si chiudono testate, mentre respingendo l’iniziativa «No Billag» il popolo si è pronunciato anche a favore della pluralità dell’informazione, pluralità messa a dura prova dai problemi finanziari della stampa scritta. Secondo il Consiglio federale, per un sostegno diretto alla stampa mancano le basi costituzionali, e anche un sostegno indiretto è problematico. Ma la Costituzione si può anche completare a favore di una stampa valida, e non solo per le piste ciclabili! Ancora un cattivo consiglio. Secondo il Consiglio federale non è opportuno, e oltretutto difficile disciplinare su scala nazionale il finanziamento dei partiti e delle campagne in vista di elezioni o votazioni. Questo genere di intervento regolatorio è considerato dal Consiglio federale difficilmente compatibile con il sistema politico svizzero e il governo dà il… cattivo
consiglio di respingere, senza controprogetto, l’iniziativa popolare «Per più trasparenza nel finanziamento della politica (Iniziativa sulla trasparenza)». Il testo era stato depositato 10 ottobre 2017 con 109.826 firme valide. Secondo l’iniziativa, i partiti devono rendere pubblici i loro bilanci e conti economici, nonché la provenienza delle donazioni superiori a 10.000 franchi per anno e per persona. Nel caso di campagne politiche, le persone e i comitati devono dichiarare le donazioni superiori a 10.000 franchi sempre che impieghino in totale più di 100.000 franchi. Inoltre, accettare donazioni anonime è vietato. Il Governo afferma di comprendere le richieste e gli obiettivi del testo e sottolinea che tre Cantoni (Ginevra, Neuchâtel e Ticino) hanno già emanato norme sul finanziamento dei partiti. I cittadini di due ulteriori Cantoni (Svitto e Friburgo) hanno accettato iniziative popolari sul tema. La Svizzera è l’unica democrazia occidentale che non prevede disposizioni analoghe e per questo è in testa alla classifica della corruzione, specie per il massiccio intervento dei gruppi economici (a suon di milioni di franchi) in occasione di consultazioni referendarie, mentre i partiti non dispongono che di mezzi limitati per sostenere le loro proposte, pur accolte dal parlamento federale. Contrariamente a quanto ritiene il Consiglio federale, ne va di mezzo la volontà popolare, cioè la democrazia, quando le scelte vengono condizionate dalla sproporzione dei mezzi di propaganda a disposizione dei contendenti. Ingiustizia salariale. Almeno due milioni di franchi all’anno, o, in altri termini, 5.480 franchi al giorno è quanto hanno guadagnato l’anno scorso 110 manager delle 26 imprese analizzate. Non meno di 27 di essi guadagnavano oltre 100 volte più dei dipendenti con i salari più bassi della stessa impresa. Dal 2011 gli stipendi ai piani alti sono aumentati addirittura del 16%, mentre per i dipendenti simili cifre rimangono una lontana chimera: infatti solo il 3,8 percento in più rispetto al 2011. Nelle aziende analizzate il rapporto tra i salari più alti e lo stipendio più basso in azienda (chiamato anche «divario salariale») è ulteriormente progredito, Mediamente, nel 2011 il divario salariale era di circa 1:45 ed è cresciuto a circa 1:49 nel 2017, Negli ultimi sei anni lo stipendio medio dei top manager è quindi aumentato di ben 220.000
franchi per persona. Questa tendenza si constata non soltanto fra le banche o le imprese farmaceutiche, ma anche fra le assicurazioni, i dettaglianti e le imprese industriali. Migranti discriminati. In Svizzera la popolazione con un passato migratorio vive in condizioni finanziarie e materiali più sfavorevoli rispetto agli autoctoni. Questo dato viene rilevato anche a parità d’età o di livello di istruzione. Il concetto di «passato migratorio», secondo l’Ufficio federale di statistica, include le persone di nazionalità straniera o naturalizzate così come gli svizzeri di nascita con entrambi genitori nati all’estero. Tra gli indicatori (sono 68) utilizzati al fine di monitorare periodicamente il livello di integrazione, conta la lingua in cui vengono consumati i media, la partecipazione a un’associazione o a un gruppo, il livello di formazione raggiunto, l’abbandono prematuro del percorso scolastico, i matrimoni misti, la situazione professionale dei genitori, la partecipazione alle votazioni federali, i problemi di salute di lunga durata e l’esperienza della discriminazione. Secondo i dati del 2016, nella Confederazione il 36,8% della popolazione residente ha un antecedente migratorio. Di questi, il 13,3% ha la nazionalità svizzera (con un 11,9% di naturalizzati), mentre il 23,6% no. Il tasso di povertà delle persone dai 16 anni in su ammonta al 7,6%. Per chi ha un passato migratorio la quota è pari all’8,5% e, per la prima generazione, raggiunge addirittura il 9,4%. A partire dalla seconda, tuttavia, la percentuale, con il 4,6%, è nettamente al di sotto di quella relativa alla popolazione indigena. Anche nel campo del lavoro, il tasso di povertà relativo a chi ha un passato migratorio è maggiore degli indigeni: il 4,6% contro il 2,9%. Maggiore anche il tasso di coloro che in Svizzera beneficiavano dell’aiuto sociale (3,3%): l’insieme delle persone nate nella Confederazione faceva registrare una quota pari al 2,5%, mentre il totale delle persone giunte in Svizzera dopo la nascita era del 5,1%. Le persone con un passato migratorio hanno spesso un reddito più modesto: 46.600 franchi contro 53.000. Le persone con origini straniere presentavano inoltre un tasso di deprivazione materiale oltre tre volte maggiore rispetto agli autoctoni (8,8% rispettivamente 2,6%). Gli ultimi vivono anche meno frequentemente in un’economia domestica che ha difficoltà a sbarcare il lunario: 7,3% rispetto a 19,6%.
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cronaca internazionale
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Prima l’umanità. Mons. Luigi Bettazzi, già presidente di Pax Christi e vescovo emerito di Ivrea, ha scritto al presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, una lettera aperta – rilanciata anche da Avvenire come editoriale del 4 luglio. L’ha scritta non come rappresentante di un potere religioso che bacchetta un presidente di un governo laico, ma umilmente, «come cittadino dell’Italia che, nella Costituzione, garantisce il diritto d’asilo a quanti, nel loro Paese, sono impediti di esercitare le libertà democratiche» e come cittadino dell’Europa che, nella Carta dei diritti fondamentali, afferma: «La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata». Bettazzi non ha inteso confrontarsi sullo scivoloso terreno del religioso, nonostante il ministro Salvini ami agitare rosari e Vangeli, appellandosi ad ipotetiche radici cristiane da difendere, mentre ignora puntualmente i numerosi appelli all’accoglienza pronunciati da papa Francesco. E conclude: «Al di là di una incomprensibile indifferenza o di un discutibile privilegio (“prima gli Italiani”, quali italiani? O “prima l’umanità?”), credo che nell’interesse della pace, aspirazione di ogni persona e di ogni popolo, l’Italia possa e debba essere per sé e per tutta l’Europa, pioniera di accoglienza, controllata sì, ma generosa». Sessione SAE ad Assisi. Un appello a favore di donne e uomini migranti e un messaggio di solidarietà nei confronti del sindaco di Riace sono stati diffusi al termine della sessione di formazione ecumenica del Sae (Segretariato Attività Ecumeniche) che si è svolta ad Assisi dal 29 luglio al 4 agosto sul tema «Le Chiese di fronte alla ricchezza, alla povertà e ai beni della terra: una ricerca ecumenica». I due testi, sul sito dell’associazione, sono stati votati nell’assemblea finale. Il rispetto e la tutela della dignità della persona, l’inammissibilità della criminalizzazione della solidarietà e dell’accoglienza, la richiesta di una comunicazione politica e di un’informazione corrispondenti alla verità dei fatti sono i punti della prima mozione. Nella seconda mozione si esprime vicinanza a Domenico Lucano che ha iniziato uno sciopero della fame per l’esclusione del suo Comune, modello di accoglienza e integrazione, dal
sostegno dei progetti a favore dei rifugiati. Il presidente Piero Stefani ha dato l’avvio alla sessione che ha articolato il tema in diverse direzioni. L’economista Rony Hamaui è intervenuto sul rapporto del popolo ebraico con la dimensione economico-finanziaria. Il pastore avventista Hans Gutierrez Salazar sull’etica del lavoro nel protestantesimo. La docente Sarah Kaminski ha parlato dell’economia femminile nel mondo ebraico. L’economista Leonardo Becchetti ha parlato di economia sostenibile, e il giornalista Antonio Quaglio di finanza «mercantile» e «cooperativistica». Tra le voci nuove quella di Leonid Sevastjanov, direttore esecutivo della Fondazione San Gregorio del Patriarcato di Mosca, intervenuto sulla visione ortodossa sulla diseguaglianza sociale e sul ruolo della Chiesa nella lotta contro la povertà nello spazio post-sovietico. Una tavola rotonda ha informato sul finanziamento delle Chiese. Paolo Cortellessa, della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha spiegato i meccanismi del sostentamento del clero e l’utilizzo cattolico dell’otto per mille, il pastore Bruno Bellion ha ripercorso la storia sofferta della Chiesa valdese per giungere alla Intesa con lo Stato e la scelta e la modalità di avvalersi dell’otto per mille. Il presbitero Ionut Radu ha spiegato come vive e come si sostiene la diaspora romena in Italia che non ha ancora un’Intesa. Il teologo Simone Morandini ha ripercorso il cammino conciliare del Consiglio ecumenico delle Chiese per la giustizia e la salvaguardia dei beni della terra. Condanna delle Chiese. A proposito dei volgari ricatti del ministro Salvini, «Riforma», il settimanale delle Chiese evangeliche, battiste, metodiste, valdesi d’Italia, titola a piena pagina (Torino, numero del 31 agosto): «Non possono essere i poveri a pagare i dissensi tra Roma e l’Europa», e pubblica il Manifesto dell’accoglienza, approvato dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, in cui si legge: «Respingiamo la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, perché un paese tra i più ricchi al mondo ha le risorse per garantire l’una e gli altri e perché sappiamo che, col tempo, anche i nuovi immigrati costituisco-
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no una risorsa per un paese come l’Italia ad alto declino demografico». Quest’ultima è una evidenza anche per la Svizzera. Un esempio coraggioso. Per la prima volta a Riesi (Caltanissetta), un bene confiscato alla mafia sarà gestito dal Servizio cristiano, opera sociale della Chiesa valdese. Su questa concreta possibilità si è espresso il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi che ha approvato il sostegno all’opera nelle sue attività di contrasto alla criminalità. Il comune di Riesi aveva pubblicato un bando per l’assegnazione di alcuni beni confiscati a Cosa Nostra. Tanti altri bandi sono andati deserti e a quest’ultimo il Servizio cristiano ha deciso di partecipare insieme all’Arci di Riesi. Sono stati gli unici soggetti a concorrere: quel bene appartenuto alla mafia sarà trasformato in un luogo di attività per le nuove generazioni. Israele intollerante. Una maggioranza dei deputati del parlamento israeliano, ha recentemente promulgato una legge che dichiara che «Israele è lo Stato-Nazione del popolo ebraico»: secondo il Patriarca latino di Gerusalemme, «questa legge afferma che non c’è uguaglianza di diritti tra Ebrei e Arabi e addirittura rifiuta di riconoscere l’esistenza di quest’ultimi». Per il Patriarca questa legge non garantisce i diritti delle minoranze che vivono nel paese che rappresentano il 20% della popolazione (arabi palestinesi e drusi). La nuova legge contraddice la Dichiarazione delle Nazioni Unite che aveva riconosciuto lo Stato di Israele nel 1945 e le stesse promesse contenute nella dichiarazione d’indipendenza, e una legge israeliana del 1995 su «Libertà e dignità dell’uomo» che promette il rispetto della dignità di ogni persona. Ancora sulla comunione mista. Il documento della Conferenza dei vescovi tedeschi che ammette la possibilità per il coniuge non cattolico di una coppia mista di accedere alla eucarestia distribuita in un culto cattolico continua a suscitare dichiarazioni contrastanti, persino tra i cardinali di Santa Romana Chiesa. Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, emerito prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede (uffa!), ha dichiarato a un giornale cattolico australiano (e sì, australiano…) che considera «l’intercomunione non possibile, assolutamente, obiettivamente», perché la comunione eucaristica è la «rappresen-
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tazione sacramentale della comunione nella fede». In attesa che l’emerito cardinale fornisca il termometro per misurare… la fede dei comunicanti, il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente anche lui emerito (cioè… pensionato) del Consiglio pontificale per i testi legislativi, in un colloquio col sito «Vatican Insider» (1. agosto 2018), ha spiegato che la comunione cattolica per un non cattolico era già possibile «in casi eccezionali e di necessità spirituale», quale sarebbe per lui quello di una coppia mista che, partecipando a una messa cattolica, si trova a scegliere tra dividersi nell’eucarestia o rinunciare ambedue a comunicarsi. Già papa Francesco aveva anticipato la soluzione, rimettendosi alla coscienza dei singoli. (da Cath. ch n. 213 del 1. agosto 2018). Cristiani meno cristiani? In Europa i cristiani, rispetto ai «non» religiosi, si oppongono maggiormente all’immigrazione ed esprimono opinioni anti-islamiche e antiebraiche: è quanto rileva una nuova indagine condotta dal Pew Research Center, l’istituto statunitense che si occupa di studiare le interazioni fra politica e religione nel mondo. I risultati si basano su oltre 24.000 interviste fatte in 15 paesi dell’Europa occidentale, tra cui Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Italia. Lo studio evidenzia un forte legame tra religione e sentimenti nazionalisti. Sebbene molti europei occidentali siano disposti ad accettare musulmani ed ebrei nella loro zona, i cristiani praticanti e i non praticanti (coloro che si identificano come cristiani, ma frequentano i servizi ecclesiastici poche volte l’anno), rispetto agli adulti non affiliati ad alcuna religione, sono più propensi a esprimere opinioni anti-immigrazione e anti-minoranza. I cristiani con maggiore probabilità rispetto ai non religiosi, utilizzano affermazioni anti ebraiche, come ad esempio «gli ebrei perseguono sempre i propri interessi e non l’interesse del paese in cui vivono». Nel Regno Unito il 45% dei cristiani che va in chiesa afferma che l’Islam è fondamentalmente incompatibile con i valori e la cultura britannici, lo stesso afferma il 47% dei cristiani non praticanti, mentre tra i «non religiosi» solo il 30% è d’accordo. Complessivamente i cristiani sono più favorevoli alla riduzione dei livelli di immigrazione rispetto alla popolazione in generale, mentre i «non» religiosi tendono a essere contrari alla riduzione dell’immigrazione.
Ad esempio, in Italia, il 63% dei cristiani che va regolarmente in chiesa vuole ridurre l’immigrazione, contro il 51% di cristiani non praticanti, e il 36% di adulti non religiosi. Tra la popolazione italiana complessiva, il 52% vuole ridurre l’immigrazione. Sebbene l’indagine si sia concentrata in gran parte sull’atteggiamento nei confronti dei musulmani, essa ha anche evidenziato le tensioni dell’antisemitismo presenti nel cristianesimo europeo. Si scopre che i cristiani praticanti e non praticanti, rispetto a coloro che non sono affiliati a nessuna religione, sono più propensi a dire di non essere disposti ad accettare ebrei nella loro famiglia. L’ampio sondaggio esplora anche questioni relative alla secolarizzazione. Risulta che l’Europa è una delle regioni più secolari del mondo: mentre la maggior parte degli adulti si considera ancora cristiana, i cristiani non praticanti costituiscono la più alta percentuale della popolazione. Nel Regno Unito, ad esempio, i cristiani non praticanti (55%) sono all’incirca tre volte più numerosi dei cristiani che frequentano la chiesa (18%). Chiese contro le armi. La Conferenza delle Chiese europee (KEK), tramite il gruppo tematico denominato «Pace e Riconciliazione» esprime forte preoccupazione per le recenti scelte dei leader dei Paesi del vecchio continente di aumentare in maniera considerevole le spese militari destinate alla sicurezza. Il 7 giugno scorso la Commissione europea ha lanciato il Fondo europeo, per la difesa, che favorirà l’industria europea degli armamenti. La proposta prevede di destinare a favore dell’industria bellica circa 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal Defence Action Plan del novembre 2016. Secondo le previsioni, i fondi a disposizione delle aziende armate aumenteranno dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. I vertici della Kek criticano le decisioni che trasformano l’Unione Europea sempre più in un’alleanza militare, a discapito di altre priorità: «L’Unione europea è nata come un progetto di pace dopo gli orrori della guerra; deve perciò adoperarsi per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti invece di prevedere una militarizzazione del bilancio e delle istituzioni stesse». La Conferenza delle Chiese europee chiede di concentrare gli sforzi piuttosto sulla disoccupazione giovanile, sullo sviluppo economico regionale e sulle questioni sociali, in particolare
nell’Europa orientale e meridionale, ed esorta le Chiese membro a impegnarsi con i governi nazionali in una discussione critica sullo sviluppo della politica di difesa militare dell’Unione. Nuove chiese in Inghilterra. La Chiesa d’Inghilterra ha annunciato lo scorso 11 luglio un ambizioso programma: creare 100 nuove chiese sul territorio inglese, attraverso lo stanziamento di 27 milioni di sterline che saranno suddivise in dieci diocesi diverse. L’arcivescovo di Canterbury Justin Welby lo ha definito «un esempio meraviglioso di come le chiese stanno cercando di essere fedeli a Dio e di servire le loro comunità nell’amore e nella missione. Attraverso l’innovazione le chiese, che sono piene di vita, manifestano una crescente determinazione a condividere la Buona Novella in modi diversi, significativi per i membri delle nostre comunità più povere ed emarginate, nei luoghi di maggior bisogno della nostra società». L’iniziativa, rivolgendosi a contesti specifici quali le aree costiere, le periferie, le città commerciali, intende finanziare progetti originali, come una pionieristica chiesa-caffè a Margate, nella diocesi di Canterbury, che dovrebbe fare da apripista a nove nuove comunità nelle città costiere del Kent. La diocesi di Londra ha intrapreso la stessa sfida nel 2013 con il progetto Capital Vision 2020, ponendosi come termine il 2020; all’inizio di giugno, la diocesi, che comprende gran parte della capitale del Regno Unito, ha infatti raggiunto metà dell’obiettivo di aprire 100 nuovi luoghi di culto. USA fuori dei diritti umani. Il presidente Trump da mesi aveva minacciato l’abbandono del Consiglio dei diritti umani dell’ONU da parte degli USA, come già accaduto per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) nell’ottobre del 2017. Il motivo dello strappo con il Consiglio è stata la condanna di Israele per le violenze sul confine di Gaza. La Svizzera ha deplorato la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Consiglio del diritti umani dell’ONU, che considera «un organo fondamentale per la promozione e la tutela» di tali diritti, così come aveva deplorato le violenze che hanno provocato la sopracitata condanna. Ma al momento di votare contro gli USA, la «deplorazione» della Svizzera (e di altri Stati occidentali) si è «mimetizzata» nell’astensione! Evviva la coerenza!
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Per parrocchie più verdi. Lo scorso mese di aprile 16 persone hanno concluso il corso semestrale sulla Gestione ecologica di una parrocchia. Sono due parroci, una religiosa, un sagrestano, due presidenti di consiglio parrocchiale, una diacona e 9 altre persone che svolgono diverse mansioni nella loro parrocchia a titolo volontario hanno. Il fulcro della formazione sono state le visite a parrocchie della Svizzera germanofona che hanno già ottenuta la certificazione Grüner Güggel (gallo verde) che hanno permesso di vedere, nella pratica, che cosa significa amministrare una parrocchia in maniera rispettosa dell’ambiente. Il corso si è tenuto per seconda volta e laureate e laureati sono ora a disposizione in qualità di consulenti, oltre che nella propria realtà parrocchiale, anche presso altre parrocchie che hanno deciso di fare qualche cosa di concreto per salvaguardare il creato. Per chi vuole ingaggiarli la lista con i loro nomi è reperibile su: www.grüner-güggel.ch. Seguiamo gli svedesi. Da subito viaggiatrici e viaggatori che decollano da un aeroporto svedese pagano (con l’acquisto di un biglietto) anche una tassa ambientale. Il ricavato serve a compensare le conseguenze negative dei mutamenti climatici. In Svizzera invece il kerosene, a differenze del combustibile per i veicoli che non volano, è ancora fortemente sovvenzionato dallo stato. Inoltre sul prezzo dei voli non viene percepita l’IVA e a differenza di tutti gli stati confinanti non c’è una tassa di emissione sui biglietti. Il traffico aereo nel nostro paese è responsabile per il 18% della produzione del gas a effetto serra, il CO2. Per il raggiungimento dei degli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi diventa sempre più urgente che la Svizzera includa misure per limitare le emissioni causate dal traffico aereo. Vento sole acqua al potere. Nel 2017 in tutto il mondo è stata installata tanta capacità produttiva solare da superare quelle di carbone, gas e atomo sommate. La parte di energia prodotta oggi e da ricondurre a fonti rinnovabili (senza i grandi impianti idroelettrici) è già del 12,1%. Uno studio recente ha dimostrato che in Germania la produzione con impianti solari e eolici terrestri sono le tecnologie più eco-
nomiche. Dal 2030 il prezzo di produzione scenderà sotto i 4,7 €ct/kWh per istallazioni fotovoltaiche sui tetti e 2,41 €ct/kWh per quelle situate su terreni. Inversamente il prezzo per la costruzione di nuovi impianti a carbone è in continua crescita; per non parlare del nucleare che deve anche risolvere il problema delle scorie radioattive di cui nessuno vuole sapere. Immolarsi per il clima. Avvocato, newyorkese, 60 anni. David Buckel si è cosparso di benzina la mattina presto del 16 aprile in un parco della sua città, si è dato fuoco ed è morto carbonizzato. «Buona parte degli esseri umani respira aria resa malsana dai combustibili fossili. In tanti muoiono. Il mio decesso precoce serva a fare riflettere su ciò che stiamo facendo a noi stessi», è quanto ha lasciato scritto per spiegare il suo gesto. 5 centesimi di grande effetto. L’effetto del divieto di mettere a disposizione gratuitamente sacchetti della spesa in vigore dall’inizio del 2017 è misurabile: 84% sacchetti in meno. Sono stati 66.112.000 quelli che clienti distratti o indifferenti hanno pagato 5 ct. 66 milioni sono sempre tanti, ma niente in confronto al quasi mezzo miliardo consumato nel 2016. Attendiamo i risultati del 2018 per capire se la misura avrà un effetto duraturo. Primo comune del commercio equo. Capriasca ha ricevuto il 16 giugno il riconoscimento Fair Trade Town. È il primo comune della Svizzera italiana a fregiarsi di questo titolo, il sesto in Svizzera (prima di lei Glarus Nord, Zweisimmen, Bern, Frutigen e Carouge) e circa il duemillesimo al mondo. Questa campagna è nata una decina di anni fa con l’intento di incentivare il consumo di prodotti del commercio equo. Malgrado numerosi e incessanti sforzi di far uscire i prodotti del commercio equo dalla nicchia di quella fascia di popolazione attenta ai bisogni delle contadine e dei contadini, delle artigiane e degli artigiani dei paesi del Sud globale, i risultati sono pochi. La Svizzera è infatti il campione mondiale per ciò che riguarda gli acquisti di merci fair trade (commerciate equamente): un po’ più di 80 franchi a persona all’anno è quanto in media si spende da noi in un anno.
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Per diventare comune del commercio equo Capriasca ha dovuto soddisfare 5 criteri: impegnarsi a promuovere i prodotti del commercio equo all’interno della sua struttura amministrativa; cerare e sostenere un gruppo di lavoro per coordinare le sua attività in questo ambito; coinvolgere 3 commerci al dettaglio che vendono prodotti fair trade; coinvolgere anche 4 istituzioni e aziende; informare regolarmente la cittadinanza sul commercio equo e quanto il comune fa per promuoverlo. Varie sul legno. Il faggio è l’albero a foglie caduche più presente sul territorio elvetico: le faggete fanno stato di 100 milioni di esemplari e, complice il mutamento climatico e la sua compatibilità con le nostre condizioni geologiche, sono in continua crescita. L’abete è comunque ancora il primo in classifica e supera largamente il faggio anche per ciò che concerne il suo utilizzo come legno da costruzione. Poche segherie sono infatti attrezzate per lavorare il legno più duro del faggio che finisce pertanto di solito bruciato in stufe e caminetti. Tuttavia questa situazione potrebbe ben presto cambiare. Grazie all’aumentata sensibilità di architetti e committenti ai temi ambientali a poco a poco le costruzioni di legno tornano di moda. Le caratteristiche del faggio gli permettono di essere utilizzato anche in strutture portanti per sostituire acciaio e beton in edifici grandi e dalla statica complicata. Il cantone di Friborgo si è dotato nel 2014 di una legge per la promozione delle costruzioni in legno locale sul suo territorio. Per il momento iscrivere nei bandi di assegnazione dei mandati l’obbligo di utilizzare legno locale è in contrasto con norme dell’organizzazione mondiale del commercio cui anche la Svizzera sottostà. Tuttavia nell’ambito della revisione della legge sulle commesse pubbliche la problematica è stata rilevata a livello nazionale con l’intento di dare più spazio alle risorse locali. Al momento in Svizzera si utilizza per il 51% legno indigeno. Un test effettuato in un locale completamente realizzato in legno ha dimostrato che questo materiale agisce come abbattitore dello stress e migliora la capacità di concentrazione. Nelle professioni legate alla selvicoltura e allo sfruttamento del legno lavorano 80.000 persone. Il PNL del legno è l’1% di quello totale con 6 miliardi di franchi l’anno. 50% dei boschi svizzeri ha funzione di protezione dalle valanghe, scoscendimenti e frane per 130.000 edifici e 1.000 km di vie di comunicazione.
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Notizie belle e buone Laici in vetta. Paolo Ruffini, fin qui direttore di TV2000, è stato nominato prefetto del Dicastero per la comunicazione, ed è il primo laico che assume una responsabilità di questa importanza in Vaticano. Vincenzo Buonomo è stato nominato da papa Francesco rettore dell’Università pontificia del Laterano; finora la carica era tradizionalmente occupata da un vescovo. Una prima donna anche al posto di direttrice di Signis, l’Associazione cattolica mondiale per la comunicazione: è Maria Chiara De Lorenzo, giornalista italiana nata nel 1976, membro del Movimento dei Focolari. Mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo, ha proceduto a una serie di nomine, pubblicate sul foglio diocesano del luglio 2018: si tratta di 21 diversi incarichi, di cui 4 affidati a preti e 17 a laici, di cui 8 donne. Chapeau!
commemorazione si era già svolta nella cattedrale di SaintPierre a Ginevra, sede del CEC, il 17 giugno: il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha chiesto ai delegati di proseguire gli sforzi a favore dell’unità, della giustizia e della pace. Rifiuto governativo. Il Consiglio federale ha deciso di proporre il rifiuto della iniziativa popolare «Per proibire di dissimulare la faccia», deposta con 105.000 firme nel settembre 2017; la competenza deve rimanere dei Cantoni (come dimostra il mal esempio ticinese), anche se sono necessarie misure per combattere l’obbligo dei travestimenti. Misure che sarebbero però più auspicabili per i «travestimenti» dei promotori di certe iniziative popolari.
Agenti pastorali. Il 2 giugno si è svolta all’abbazia di Romainmôtier la festa finale dell’Istituto di Formazione ai Ministeri (IFM), con la consegna del diploma a nove agenti pastorali laici, cinque donne e quattro uomini. Il vescovo mons Morerod si è detto felice che questi agenti lasciano il IFM per essere inviati a servire.
Sport salutare. Nel Messaggio indirizzato al congresso brasiliano «Lo sport come strumento per lo sviluppo umano, economico e sociale», svoltosi lo scorso agosto, papa Francesco ha scritto che lo sport fa mettere in pratica virtù che favoriscono lo sviluppo delle comunità, in quanto permette di praticare una «cultura dell’incontro, della fraternità e della solidarietà», diventando così «una strada sicura per la costruzione di un mondo più pacifico e più giusto. Ma non basta, tuttavia, essere tifosi».
Hanno fatto festa. La Chiesa evangelico-riformata del Sottoceneri ha festeggiato, con un culto festoso bilingue, lo scorso 30 settembre, la fine dei lavori di restauro dell’edificio di via Cattaneo a Lugano, e il 150.mo della (ri) presenza protestante in Ticino, con una mostra curata dallo storico Rodolfo Huber sulla Riforma e la sua diffusione in Ticino. «Dialoghi» ecumenicamente si associa.
Premio Caritas. Il Premio Caritas 2018 è stato consegnato, lo scorso 15 giugno, al medico Sovennarith Sam, che da decenni in Cambogia opera a favore dei diritti dei fanciulli più sfavoriti, vittime della schiavitù e della prostituzione. Il premio di 10.000 fr. sarà utilizzato per i centri del dottor Sam che offrono ai ragazzi, lavoratori o mendicanti, un ricovero e un aiuto e propongono anche una scolarizzazione di base.
Contro le armi. La Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei Vescovi svizzeri, il 20 giugno 2018, ha fermamente criticato la decisione del Consiglio federale di affievolire le disposizioni relative all’esportazione di materiale militare verso paesi in conflitto. La decisione fa perdere credibilità agli appelli dello stesso governo alla tradizione umanitaria e ai valori cristiani della Svizzera.
Vescovi impegnati. Mons. Büchel, vescovo di San Gallo, e mons. Gmür, vescovo di Basilea, sostengono l’iniziativa popolare «per multinazionali responsabili» che chiede il rispetto dei diritti umani in ogni loro attività, anche all’estero. L’iniziativa è attualmente in discussione alle Camere federali: il Consiglio federale propone di respingerla, dando… un cattivo consiglio! La Conferenza dei vescovi svizzeri appoggia la petizione «Strade sicure per salvare vite», promossa dall’Aiuto protestante (EPER) e trasmessa al Consiglio federale, che chiede un impegno maggiore per i migranti più bisognosi, aumentando a 10.000 il contingente annuale dei rifugiati da integrare. Secondo EPER, nel mondo sono 65 milioni le persone in fuga da guerre, persecuzioni, fame e miseria.
Coi poveri. La seconda Giornata mondiale dei poveri sarà celebrata a Roma il 18 novembre con l’invito ai poveri alla messa del Papa in San Pietro, cui seguirà un pranzo con Francesco per 3.000 di essi. Dal 12 novembre, inoltre, un centro mobile di cure sarà disponibile, sulla piazza Pio XII, accanto al Vaticano, per fornire prestazioni sanitarie gratuite. Papa Bergoglio ha già voluto unirsi con 260 poveri in occasione della Festa dei Santi Pietro e Paolo, al pranzo in un refettorio del Vaticano, organizzato dal nuovo cardinale Krajewski, cappellano apostolico. Ringraziamenti. Con un messaggio del 28 maggio, in occasione del 90.mo compleanno del prete peruviano, papa Francesco ha reso omaggio a padre Gustavo Gutiérrez, uno dei fondatori della Teologia della liberazione, per il contributo dato alla Chiesa e per l’amore preferenziale per i poveri. Anniversario. Il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) ha festeggiato il 23 agosto 2018 il 70.mo anniversario ad Amsterdam, dove è stato fondato nel 1948: attualmente vi aderiscono 350 Chiese cui appartengono più di 500 milioni di cristiani di 110 paesi, e vi collabora anche la Chiesa cattolica, pur non essendo membro. Papa Francesco ha visitato la sede ginevrina del CEC il 21 giugno scorso. Una
Alla salute. Nel recente viaggio di papa Francesco in Irlanda, non sono mancate le folle e le contestazioni; è sfuggita tuttavia alla «grande» comunicazione la breve sosta papale ad onorare la tomba del venerabile Matt Talbot (18561925), un operaio alcolizzato e riabilitato, per il quale è in corso la beatificazione quale esempio di pietà, coraggio e mortificazione; per gli irlandesi, è «il patrono degli alcoolisti» che intendono redimersi. Chiesa universale. Migliora la «universalità» del Collegio dei cardinali: dopo il concistoro del 28 giugno: i 225 cardinali (un numero quasi record) provengono da 88 diversi paesi, anche se con 107 cardinali (di cui 22 italiani) l’Europa è ancora sovra rappresentata, anche solo 53 di essi sono tuttora elettori con meno di 80 anni. Del collegio elettorale fanno inoltre parte 17 cardinali nordamericani e altrettanti asiatici, 15 africani e 13 sudamericani, 5 dell’America centrale e 4 dell’Oceania.
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Solidali con l’umanità, contro l’iniziativa nazionalista (Continua dalla prima pagina)
stituzione federale ha rango superiore al diritto internazionale e prevale su di esso, fatte salve le disposizioni cogenti del diritto internazionale», e «in caso di contraddizione, (la Confederazione e i Cantoni) adeguano gli obblighi di diritto internazionale alla Costituzione federale, se necessario denunciando i trattati internazionali in questione». Illustri studiosi svizzeri hanno partecipato alla elaborazione delle carte internazionali (convenzioni e trattati) e il popolo li ha sottoscritti in votazioni popolari o tramite i suoi rappresentanti; non si tratta quindi di «diritto straniero», come pretendono gli iniziativisti, ma di «diritto comune», cioè di «diritti umani o dell’umanità». Chiedere, come fa l’iniziativa sottoposta al voto il prossimo 25 novembre, che il diritto svizzero sia superiore (migliore?) di quanto è stato definito a livello internazionale, non è solo un atteggiamento di madornale supponenza («noi siamo più bravi e intelligenti dell’intera umanità»), ma è anche crassa dimostrazione di ignoranza. Ogni svizzero sa che i diritti personali e sociali, elencati nelle costituzioni cantonali e nella Costituzione federale, già per le modalità in cui si sono sviluppati a partire dalla metà dell’Ottocento, non possono avere la pretesa di assoluta completezza e di esauriente definizione. Pertanto il diritto internazionale definisce e spesso garantisce maggiori diritti a ogni svizzero che non lo stesso diritto nazionale: l’iniziativa, anteponendo il diritto svizzero, provocherà l’assurdo risultato, non già di migliorare la tutela giuridica degli svizzeri, ma di ridurre i loro diritti e di limitarne la tutela nel confronto internazionale! Quanto poi all’intenzione, espressa nel titolo della iniziativa, di sottrarre gli svizzeri ai giudici stranieri, anche qui la supponenza si allea all’ignoranza. Con questa richiesta di essere giudicati solo dai nostri compatrioti, si afferma implicitamente che i giudici svizzeri sono sempre migliori – più intelligenti? più onesti? più competenti? – di giudici scelti a livello internazio-
editoriale
nale, secondo procedure accettate anche dalla Svizzera quando ha aderito alle singole carte. Perciò non si tratta di «giudici stranieri», ma di «giudizi internazionali». E si manifesta ancora la propria ignoranza perché alle decisioni sia arbitrali sia giudiziarie previste a livello internazionale spesso partecipano giuristi svizzeri. In particolare la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’istanza giuridica più importante per gli svizzeri in quanto tutela i diritti elencati nella CEDU, è prescritto, in forza dell’art. 43, che quando il ricorso concerne un determinato Stato, del collegio giudicante deve far parte un giudice dello Stato interessato. Così, quando si qualificano come «giudici stranieri» quelli europei, si fanno diventare «stranieri» anche gli svizzeri che vi partecipano! Alle argomentazioni sopra ricordate di chiaro «sapore» nazionalistico e infantile (cioè di «chi non sa parlare»…), occorre opporre un giudizio e un impegno di ben maggiore livello, quello della solidarietà mondiale. La Svizzera vuole essere riconosciuta come un esempio, in molti campi, di solidarietà con tutti i popoli, e spesso viene vantata, … non solo da noi svizzeri, per la sua presenza pacifica solidale e umanitaria. Ora, in un momento in cui, purtroppo in diverse parti del mondo, i diritti umani, anche i più elementari (come la vita, la salute, l’educazione, l’uguaglianza per le donne e i minori, ecc.), sono violati, una clamorosa dichiarazione di indipendenza della Svizzera per quanto riguarda il diritto internazionale e di sconfessione della solidarietà universale al grido «prima i nostri» sarebbe un doloroso messaggio per tutti i «dimenticati della terra», una vergogna per l’intero popolo svizzero e un tradimento clamoroso della nostra tradizione umanitaria. Per questo i redattori di «Dialoghi», rivista che ripetutamente ha scelto di «essere dalla parte dell’uomo», invitano a respingere, con un esplicito No, l’iniziativa sottoposta al giudizio dei cittadini svizzeri il prossimo 25 novembre. a.l.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario
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In questo numero Editoriale G SOLIDALI CON L’UMANITÀ, CONTRO L’INIZIATIVA NAZIONALISTA (a.l.) 1 Articoli G A CINQUANT’ANNI DALL’ENCICLICA «HUMANÆ VITÆ» RETROSPETTIVA, RICERCHE, QUALCHE CONCLUSIONE (Enrico Morresi) 2 G MEMORIA DI ALDO LAFRANCHI
5
G PEDOFILIA E CHIESA CATTOLICA (Alberto Bondolfi)
6
G PAPA FRANCESCO FA CAMBIARE UN PARAGRAFO DEL CATECHISMO (Alberto Bondolfi) 8 G UNA CHIESA DOPO IL 1968 DA MEDELLIN A PAPA FRANCESCO (Mauro Castagnaro) 10 G LA LUNGA RIFORMA CONCILIARE DELLA CHIESA (Andrea Grillo) 12 G PER UNA CHIESA CHE RISPETTI L’IDENTITÀ DEI GIOVANI
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Biblioteca G LITURGIA IN CRISI (E.M.)
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G PROSPETTIVE DI DIRITTO CANONICO (d.g.)
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G TEOLOGIA DELL’ECUMENISMO
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G CRONACA SVIZZERA
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G CRONACA INTERNAZIONALE
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G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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G NOTIZIE BELLE E BUONE
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.