251 dialoghi Locarno – Anno 50 – Aprile 2018
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Ripartire con coraggio e speranza
Dopo 250 numeri, «Dialoghi» riparte, o meglio continua, con rinnovato coraggio e speranza, affidando il compito «artigianale» di preparare e gestire i singoli numeri a due forze leggermente più giovani di coloro che hanno assunto questo compito fino a poche settimane fa. Margherita Noseda ed Alberto Bondolfi succedono ad Enrico Morresi, che con Alberto Lepori, per molti anni ha assicurato continuità e qualità a questa rivista radicata nel Canton Ticino ed aperta ad orizzonti di vicinanza con l’Italia, l’Europa ed il mondo. Il passaggio di consegne non ha alcun significato di cambiamento di linea editoriale o di orientamento socio-politico, ma solo di avvicendamento legato allo scorrere del tempo e delle generazioni. Visto che i nuovi arrivati non sono neppure loro molto giovani si può sperare che le successioni in avve-
nire si facciano forse maggiormente frequenti… Cambiano in ogni caso, e sotto gli occhi di noi tutti, sia la società che la chiesa, di cui «Dialoghi» vuole essere piccolo specchio. Il fatto che uno dei due nuovi responsabili della redazione abiti ed operi a Zurigo è un primo segno dell’aumentata mobilità che caratterizza coloro che intendono avere una presenza culturale nel pezzo di Svizzera al sud delle alpi. La seconda persona è di genere femminile ed anche questo vuole essere un segno di una presenza più intensa delle donne sia in ambito sociale che ecclesiale. Enrico Morresi ha operato a lungo sia nella stampa scritta che nei media audiovisivi. I nuovi arrivati invece non hanno operato in questi ambiti. Chiediamo dunque ai lettori ed alle lettrici di «Dialoghi» un forte supplemento di comprensione e di tolleranza nei
confronti dei due neofiti che entrano in servizio a partire da questo numero. In questi ultimi anni sono cambiate molte cose non solo nella società ma anche nella vita delle chiese cristiane. Ad una stagione di un relativo «gelo ecumenico» sta succedendo un rinnovato impegno di dialogo e di condivisione tra le varie chiese. In ambito cattolico la dimissione a sorpresa di Benedetto XVI e l’arrivo, pure inaspettato, di un vescovo latino americano che ha voluto qualificarsi come «vescovo di Roma» e si è scelto il nome di Francesco, senza un numero che suggerisse l’inizio di una «dinastia», ha dato inizio ad cambiamento di atmosfera che sta diventando, sempre sotto i nostri occhi, anche sostanziale. Il mezzo millennio della Riforma protestante ha trovato, nel 2017, un’occasione di memoria e di attualizzazione in comune tra le varie chiese cristiane.
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opinioni
Qualche settimana fa, festeggiando alla Biblioteca dei frati, la pubblicazione del numero 250 della nostra rivista, abbiamo salutato con grande piacere la presenza in contemporanea sia del vescovo emerito Grampa che del vescovo titolare Lazzeri. L’abbiamo interpretato come segno di stima e di volontà di dialogo da parte di noi tutti. Ancora alcuni decenni fa l’uscita di un nuovo numero di «Dialoghi» provocava in via Borghetto più apprensioni e disagio che apprezzamento. Stiamo dunque tutti imparando a leggere meglio i «segni dei tempi». Quest’ultimi non sono comunque occasione di gioia e soddisfazione, bensì di preoccupazione e di dolore. Varie regioni nel mondo, ed in particolare il medio oriente, sono in una situazione di guerra continua e di veri sforzi diplomatici non si ha traccia credibile. Le guerre e l’estrema povertà porta molte popolazioni alla fuga. Stavolta non in luoghi lontani, ma anche sulla nostra porta di casa. Chi tra di noi frequenta la stazione ferroviaria di Chiasso ne trae un’impressione non facilmente dimenticabile. Se l’Europa si sta chiudendo a riccio, con strategie a geometria variabile, anche il nostro paese non si sta qualificando per spirito di accoglienza. Le chiese svizzere, coraggiose e loquaci ancora durante gli ultimi decenni, da un po’ di tempo sembrano far parte di quella che ai tempi della guerra fredda si chiamava «la chiesa del silenzio»… Anche noi ne facciamo comunque parte ed anche la nostra rivista è partecipe del senso diffuso di impotenza che ci abita ed attraversa. Non ci vuol mancare comunque una minima volontà di impegno e di speranza anche in questi tempi relativamente bui in cui ci tocca vivere ed operare. Se tra coloro che ci leggono ci fossero donne ed uomini che intendono fare un po’ di cammino con noi, siano benvenuti. Nei nostri cassetti ci sono penne per tutti. a.b., m.n.
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Medaglia del n. 250 A Luigi Sandri, libero giornalista «Vitæ ecclesiæ aliquid desit, si pubblica opinio deficiat , cuius rei culpa in pastores ac fideles derivetur» (Pio XII, Roma, 11 febbraio 1950). Convinti di questa constatazione di papa Pacelli, i redattori di «Dialoghi», in occasione del convegno dello scorso 24 febbraio è stata consegnata a Luigi Sandri la medaglia celebrativa del n. 250 di «Dialoghi», con la scritta: A LUIGI SANDRI / LIBERO GIORNALISTA. I premiati precedenti sono stati Ludwig Kaufmann, gesuita di «Orientierung» di Zurigo (con la medaglia del n. 100) e Albert Longchamp, gesuita di «Choisir» di Ginevra (con la medaglia del n. 200). Luigi Sandri è nato a Tuenno nel 1939 (Val di Non, Trentino); entrato nella Congregazione dei Dehoniani e ordinato presbitero nel 1967, è prima giornalista della rivista «Il Regno» fino al 1971, poi lascia la rivista per non accettare la censura sulla libertà d’informazione decisa dai Superiori. Partecipa alla fondazione del libero settimanale «Com» nel 1982 con dom Giovanni Franzoni, divenuto poi «Nuovi Tempi» nel 1984, e infine nel 1989 «Confronti», «mensile di religione, politica e società» , dove è presente regolarmente con la sua firma e spesso anche con lo pseudonimo di David Gabrielli (il cognome della madre). A Roma nasce la sua amicizia (fino al recente distacco) con l’abate Franzoni, seguito nella battaglia in difesa
del «divorzio civile» che gli costa la sospensione ecclesiastica e poi la radiazione dalla Congregazione. Assunto come giornalista all’ANSA, lavora come corrispondente dalle prestigiose sedi di Mosca (durante gli anni di Gorbaciov) e di Tel Aviv, mentre frequenta la Sala stampa vaticana (accreditato dal 1969) e segue i viaggi dei pontefici e i grandi raduni mondiali del Consiglio ecumenico delle Chiese, spesso tra i pochi giornalisti cattolici e italiani. Tuttora è «informatore religioso» di «Confronti» e del «Trentino», collabora da tempo con il «Corriere del Ticino» e ovviamente, e gratuitamente, con «Dialoghi». Da ricordare anche le sue pubblicazioni, dalla preziosa guida per la Terra Santa, alla Storia dei Concili, al romanzo di fantateologia su papa Zefirino II col quale anticipa le vicende dei prossimi Papi fino al 2100, tra cui un Francesco e un sud americano. Oltre ai meriti giornalistici, va ricordata la sua amicizia con «Dialoghi», originata dal suo soggiorno a Massagno, in via Madonna della salute, quale «praticante» presso il «Corriere del Ticino» per alcuni mesi nell’estate del 1975 Poi altri incontri in diversi convegni, la venuta ripetuta di Luigi in Ticino per conferenze, e quindi molti contributi giornalistici, sempre graziosamente inviati per «Dialoghi». Basta che Enrico ne faccia richiesta telematica, e Luigi prontamente esaurisce il nostro invito. a.l.
Numeriarretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» Alliny Antunes Richina via Roncaccio 7 6900 Lugano al prezzo di fr. 12.– Alberto Lepori consegna a Luigi Sandri la medaglia di «Dialoghi».
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i corsivi di dialoghi Migliorare l’informazione politica Tra gli argomenti utilizzati dai fautori del servizio pubblico fornito dalla SSR/RTSI (cioè contrari all’iniziativa «No Billag», bocciata col 71,6% dei voti negativi, contro il 28,4% dei favorevoli: ma la partecipazione è stata solo del 54,4% dei cittadini) ci fu quello che «per cambiare la RSI occorre che ci sia ancora!». Efficace argomento che apprezza l’esistenza della RSI, ma propone che sia migliorata. Anche «Dialoghi» vuol dare qualche suo suggerimento, sperando di essere ascoltato, almeno come ringraziamento per aver (modestamente) contribuito coi suoi trecento esemplari a far naufragare l’iniziativa «No Billag». Il suggerimento parte dalla constatazione che forse sfugge ai giornalisti e ai dirigenti della SSR, che il cosiddetto «quarto potere» cui tutti i media partecipano, non deve solamente vigilare sui tre poteri tradizionali (legislativo, esecutivo, giudiziario), denunciandone eventuali difetti o errori o prevaricazioni, ma opporsi a quello che è diventato un vero «quinto potere», cioè il qualunquismo e l’astensionismo che cavalca l’antipolitica, al servizio del «tutto sbagliato» e «tutti disonesti» (vedi il risultato della recente consultazione in Italia). La democrazia ha i suoi difetti («è il migliore tra i peggiori sistemi di governo») e tra i politici ci sono anche profittatori, incompetenti e farabutti, ma in Ticino e in Svizzera sono fortunatamente una minoranza (che oltretutto gode dell’appoggio elettorale…) e gli altri non meritano la condanna o lo scherno generalizzato. Compito dei media, a giusta tutela del bene comune, è di vigilare su tutti i poteri, compreso quindi anche il «quinto potere dell’antipolitica», denunciando il pressapochismo, le falsità e le contraddizioni; e in positivo assegnando non solo cartellini rossi, ma anche «medaglie al merito» o almeno giudizi positivi sui risultati soddisfacenti della politica. Come hanno auspicato i Vescovi svizzeri, invitando a «pubblicare anche le belle notizie»! Siccome però la tendenza (o la tentazione invincibile) dei giornalisti è «di dare la notizia del padrone che morde il cane e non quella del cane che morde il padrone», occorre che la SSR conceda spazio ai politici (come a esponenti di ogni agenzia so-
ciale o culturale) per esporre i propri argomenti o le proprie proposte: solo ad alcune Chiese viene concesso un libero spazio mediatico a… spese dei fruitori dei media! E questo perché molto spesso i cosiddetti «dibattiti», sia radiofonici sia televisivi, non permettono un vero confronto di idee e proposte, e spesso si trasformano in risse o almeno in spettacoli, dove prevale il parolaio più abile o sfrontato o incivile. Dovere quindi dei media (non solo della SSR ma anche dei giornali «indipendenti») è di far conoscere, senza glossa, l’opinione delle autorità e di ogni persona investita di compiti sociali, ovviamente con diritto del giornalista di commentare e con apertura al contradditorio. Nel recente confronto elettorale in Italia, la televisione ha ripreso la trasmissione delle «Tribune parlamentari»: ogni partito è stato intervistato da alcuni giornalisti indipendenti e quindi ha potuto «tranquillamente» esporre il sui programma e i suoi giudizi. Esempio da seguire, in preparazione della prossima tornata elettorale ticinesesvizzera del 2019. a.l.
Cittadinanza ad ostacoli Da metà febbraio 2018 i giovani stranieri della terza generazione potranno richiedere la cittadinanza svizzera mediante una «cosiddetta» (?) «procedura di naturalizzazione agevolata». Si tratta di una vera corsa agli ostacoli! A partire dal 15 febbraio 2018, secondo i legislatori svizzeri e autorità esecutive, la procedura per gli stranieri della terza generazione sarà più semplice, durerà molto meno e sarà meno costosa della naturalizzazione ordinaria. Sempre «naturalizzazione», perché occorre… cambiare natura (???). Ecco come è ora facilitato con le nuove disposizioni ottenere la cittadinanza svizzera: si deve chiedere alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) il modulo di domanda, non avere più di 25 anni, essere nati in Svizzera, avervi frequentato la scuola obbligatoria per almeno cinque anni ed essere titolari di un permesso di domicilio; essere integrati, vale a dire rispettare la sicurezza e l’ordine pubblici e i valori costituzionali, partecipare alla vita economica o acquisire una formazione e occuparsi anche… dell’integrazione della propria famiglia. Infine non si deve costituire un pericolo (oibò) per
la sicurezza interna o esterna della Svizzera, e… non superare il peso di 150 chili netti (condizione aggiunta dalla red). Inoltre uno dei genitori deve aver soggiornato almeno dieci anni in Svizzera, nonché avervi frequentato la scuola dell’obbligo per almeno cinque anni e acquisito un permesso di domicilio; e infine uno dei nonni (qui si abbonda, basta uno su 4!) deve aver acquisito un permesso di dimora in Svizzera o esservi nato. In un eccesso di generosità, il legislatore federale ha pensato anche a coloro che il 15 febbraio 2018 avevano più di 25 anni e meno di 35 anni e potranno anch’essi inoltrare una domanda, ma solo entro cinque anni. Questo pacco di documenti, ovviamente debitamente attestati, vanno inviati alla SEM; non poteva neppure mancare la «facilitazione» elettronica: per ottenere il modulo per la domanda basta rivolgersi alla SEM con una mail all’indirizzo ch@sem.admin.ch, o alle competenti (cioè?) autorità del luogo di domicilio. Ulteriori informazioni sono reperibili in rete nel «Manuale cittadinanza» e nelle «Domande ricorrenti (FAO)», ed in una edizione speciale della Settimana enigmistica (aggiunta della red). È probabile che il «petente», se è sopravvissuto alla corsa agli ostacoli, a questo punto si spara disperato un colpo di pistola alla tempia: la SEM lascia libera scelta se a quella destra o alla sinistra. a.l.
Il Papa insegna Con il titolo «Le donne nella Chiesa in uscita», il «Giornale del Popolo» dell’8 novembre, a firma Stefania Falasca, informa che il Papa ha designato due donne, madri di famiglia, specializzate rispettivamente in bioetica e diritto, impegnate a livello scientifico ed ecclesiale, sottosegretari (responsabili di uno dei tre settori di azione) del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Si tratta della bioeticista Gabriella Gambino e della giurista Linda Ghisoni. E commenta. «Nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non va intesa come dominio o potere – sintomi di clericalismo – ma è sempre servizio al popolo di Dio. In questa chiave dovrebbe essere naturale che i laici ricoprano ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato». Sempre secondo la giornalista, «nella
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Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio indispensabile che il prete stia sempre al vertice di tutto, come se si temesse di lasciar spazio ai laici, e quindi anche alle donne, mentre andrebbe riconosciuto lo spazio che è dovuto a ognuno. Dove non è richiesto l’esercizio della potestà di giurisdizione, infatti, gli incarichi possono essere affidati a laici, e quando questo non accade l’esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa diventa ormai ingiustificabile. Con le nomine di ieri, il Papa ha dunque messo in pratica ciò che insegna dall’inizio del pontificato, mostrando come sia possibile inserire laiche in posizioni di rilievo». Dal 1968 «Dialoghi» è ben lieto di essere qui in sintonia con il «giornale della Curia». a.l.
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inchino o una genuflessione, stando ovviamente in piedi. Ma torniamo ai laici… per i quali valgono sempre altre regole. Saggiamente, non si è voluto sostituire il nuovo al vecchio rito, per rispetto verso chi desidera comunicarsi «come una volta», cioè inginocchiandosi e ricevendo l’ostia sulla lingua. Non interessa qui sapere se dimostrarsi fedeli a una tradizione e mostrarlo coram populo significhi anche rigetto e critica verso la nuova modalità, perché de interiore homine judicat Deus. Ma è lecito crollare il capo dopo l’ultima uscita del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana del Culto Divino, il quale, nella prefazione a un volume di Federico Bortoli «La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali» (ed. Cantagalli, 2018), esprime la sua preferenza per l’uso antico, osservando: «Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione ai segni di Dio?» (www. lastampa.it/2018/02/23/vaticaninsider). Le preferenze del cardinale per la prassi liturgica precedente il Concilio sono note, il suo desiderio di ritornare a celebrare rivolti verso l’abside delle chiese aveva reso necessaria addirittura una precisazione dell’Ufficio stampa della Santa Sede su indicazione del Papa («Dialoghi»
n. 148, ottobre 2017, p. 2). Francesco, gentilmente, il 21 marzo lo ha corretto nuovamente dicendo a un’udienza generale: «ci si comunica in piedi oppure in ginocchio, come prescrivono le conferenze episcopali, e il sacramento si riceve in bocca oppure, dove è autorizzato, nella mano, come si preferisce». L’agenzia cattolica svizzera (Cath.ch No. 85) informa che l’esempio dei santi (si citano sempre Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta) non è l’unico possibile. Cirillo di Gerusalemme precisava verso il 365 d.C.: «Quando dunque ti avvicini, non tenere le mani e le dita aperte, fa invece della tua mano un trono che riceve il Re, e nel palmo accogli il corpo di Cristo dicendo: Amen». La stessa agenzia (nel numero del 26 marzo 2018) cita tutta la normativa vigente: l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, del 2004, ai punti 9094. Ce n’è per il buon cardinale e per tutti quanti… Un’ultima osservazione riguarda la possibilità di comunicare al pane e al vino, durante la Messa. Per ragioni pratiche – ma non senza qualche rimasuglio di prerogative clericali… – le occasioni di comunicare sotto le due specie sono divenute molto rare: ma almeno la sera del Giovedì Santo (Missa in coena Domini) non si dovrebbe mai omettere. Per amore del principio, almeno: anche se richiede un po’ di organizzazione. e.m.
La pastorale del vescovo – Proposte
corre un’intesa sufficiente sullo spartito da eseguire. Questo ha bisogno di essere preparato insieme. Anzitutto, attraverso una lettura condivisa delle potenzialità e delle sfide di ogni singola porzione territoriale diocesana. Qui,tutti, preti e laici, devono potersi esprimere, non semplicemente per scambiarsi i lamenti per la diminuzione delle forze, ma per inserirsi, ciascuno col suo dono e la sua vocazione in un progetto più ampio di quello di ogni singolo da solo è in grado di immaginare. Solo così potremo sforzarci di fare meglio con meno» (pp. 28-29).
Come si riceve la Comunione? La riforma liturgica post-conciliare ha innovato riscoprendo (come in altri casi) una prassi antichissima secondo la quale la S. Comunione può essere ricevuta dai fedeli nella mano. Cominciamo col notare che la prescrizione non vale per i preti, i quali si accostano al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo – nelle specie distinte del pane e del vino – solo dopo un
«Che errore fatale, anche per noi, sottovalutare il bene presente in nome di un passato che non c’è più, o di un futuro che non c’è ancora o forse non ci sarà mai nella modalità da noi immaginata! Com’è facile, fissati come siamo sui nostri obiettivi astratti, trascurare la presenza reale di persone, di comunità, di gruppi, di movimenti, di associazioni operanti senza rumore e attivi quotidianamente come testimoni del Vangelo di Gesù Cristo nel nostro mondo! Guai a ritenere irrilevante il loro numero o il loro agire! A fronte di tutto questo, urge però promuovere una modalità-rinnovata di assumere la propria vocazione!» (p. 26). «Sotto questo aspetto, la vicenda del profeta (nota: Elia) diventa particolarmente eloquente per il momento ecclesiale che stiamo vivendo. Da un po’ di tempo, infatti! abbiamo ripreso insieme l’impegno per arrivare pro-
gressivamente a una modalità nuova di presenza della Chiesa sul territorio. Le basi di questo lavoro sono già state poste da diversi anni e, salvo qualche eccezione, quasi tutti ne percepiscono l’urgenza. Dobbiamo arrivare a un’azione pastorale diocesana maggiormente organica e concertata. In un’opera lirica, certo, fa piacere ascoltare in alcuni momenti la voce di un tenore o di una soprano che s’innalza sopra le righe per suscitare la meraviglia del pubblico. Poi però bisogna curare ciò che unisce la composizione, il tappeto di suoni, su cui ogni voce con la sua particolarità potrà innestarsi e risultare feconda. È a questo tessuto connettivo umile, modesto e perseverante, che dobbiamo sempre dedicare le nostre migliori energie, piuttosto che agli exploits fragorosi che lasciano sempre il tempo che trovano. Inoltre, teniamo presente che, affinché un’opera raggiunga il suo scopo, oc-
«Occorre tornare a dare qualità umana e spirituale alla vita nel quotidiano, ai nostri contatti ordinari, alla catechesi per i sacramenti, alle celebrazioni domenicali, al ritmo del nostro volgersi regolarmente al Signore con tutta la nostra fatica di vivere e lottare per il bene» (p. 32). Da «Respirate sempre Cristo» del vescovo Valerio Lazzeri, settembre 2017
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Giovani e fede Le provocazioni che investono i «i meno giovani» Recentemente diverse pubblicazioni1 – nonché indagini specifiche in vista del Sinodo dei Giovani (ottobre 2018) – dal diverso taglio ma tutte interessanti, hanno cercato di osservare, analizzare e comprendere il rapporto «giovani-fede» (in Italia e non solo). La fotografia risultante è articolata: difficile definire – tra le differenti posizioni dei giovani – confini netti (Garelli li definisce «porosi»). In questo mio intervento traccio sei brevi linee-domanda sul modo dei giovani di vivere oggi la fede (lasciando alle pubblicazioni indicate e all’intervento di don Rolando Leo l’analisi più puntuale), per indicare piuttosto alcune «provocazioni» che investono noi «meno giovani». Ma davvero è una «generazione incredula?» Secolarizzazione e ateismo sono (diventati) sinonimi? La cultura, ormai quasi estranea al Cristianesimo (e sospettosa verso altre specifiche religioni, nonché affascinata superficialmente da altre), spesso animata da risentimenti anticristiani (di svariato stampo, da quello emotivo a quello sistematico, nella loro ampia gamma), produce necessariamente, quasi meccanicamente, dei «piccoli atei»? Generazione di (non) credenti o di creduloni? I giovani non sono così limitati tanto da essere affascinati solo dai social o dai soliti abiti firmati. In loro c’è qualcosa di infinitamente più profondo. Ma in che modo? Sicuramente in maniera individualistica ed emotiva. La relazione con Dio è vissuta in maniera soggettiva ed è intrecciata con i propri stati d’animo e situazioni emotiva. È tutto ciò necessariamente un elemento negativo?
1. A. Matteo La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede (2010); A. Castegnaro, E. Biemmi e G. Dal Piaz, Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso di (2013), R. Bichi e P. Bignardi, Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia di (2015), F. Garelli, Piccoli atei crescono – davvero una generazione senza Dio? (2016).
Con Francesco sì, con la Chiesa no? Alla richiesta di dare un voto da 1 a 10 a diverse istituzioni, i giovani italiani intervistati (secondo l’ultima indagine disponibile dell’Istituto Toniolo) hanno attribuito alla Chiesa un punteggio medio pari a 4,3. Altro discorso invece accade se si considera la figura di papa Francesco, la cui popolarità supera per alcuni indicatori come la capacità di comunicare, la simpatia, ecc., il 90% e di cui si apprezzano soprattutto l’impegno per la pace, per il dialogo tra le religioni e l’attenzione ai poveri. Il «carisma» di Papa Francesco è sufficiente a generare dei credenti? di Gaia De Vecchi*
Il dio personale. Vado al «supermarket»? La credenza religiosa è declinata sempre più al plurale e in forme di sincretismo. Vi è una crisi dell’adesione automatica alla «tradizione» e una costruzione sempre più individualizzata del proprio credo; di conseguenza si diffondono ampiamente svariate forme di superstizione. Anche per la religione si può affermare che prevale la mentalità consumistica (o la «cultura dello scarto» che Papa Francesco denuncia in Laudato Sii): delle religioni si «prende», si «consuma», si «getta» solo quello che è necessario (o si ritiene tale) in quel momento. Come arginare il fenomeno? Qual è quindi il ruolo delle comunità, prima fra tutte quella ecclesiastica? Religiosità liquida vs religioni inamovibili? La «fede da supermarket» indica un debole legame con la comunità e, di fatto, gli adolescenti frequentano poco le attività e la preghiera, anche perché ritengono che i linguaggi e i valori da essa proposti siano «superati». Denunciano, quindi, le religioni come «inamovibili», affermando che faticano a capire schemi e linguaggi che usiamo nelle nostre strutture e che percepiscono che forse c’è più posto per la dottrina che non per la vita. Ma malgrado questo: davvero i giovani avvertono pochissimo il bisogno di condividere domande e dubbi o un cammino di fede, di ideali, di valori?
Luci di speranza e spazi di lavoro? Quali luci? Quali spazi? Sicuramente sono urgenti l’ascoltare in modo attivo e lo «sporcarsi le mani» con i giovani, frequentando le loro «periferie esistenziali». Urge altresì ridare centralità allo stare e al fare insieme, cercando nuovi linguaggi, ripartendo da luoghi generatori di senso e d’identità. Occorre infine avere il coraggio (e la competenza) di valutare gli interventi. Provocazione per i «meno giovani» Ritengo che siano almeno tre gli ambiti in cui la relazione «giovani e fede» provoca noi meno giovani. Provocazione per la teologia morale La relazione «giovani e fede» provoca e interpella radicalmente la teologia morale, non solo in quelle che sono le sue declinazioni «speciali» (ovvero i singoli ambiti di riflessione), ma proprio in quella sua riflessione «fondamentale». Il metodo del Sinodo dei Giovani, ad esempio, ci ricorda una continua circolarità tra universale e particolare, tra antropologia e morale. E allora mi domando se sappiamo veramente ricordarci e integrare questa circolarità quando affrontiamo i «fondamenti», o se piuttosto ricorriamo a categorie e paradigmi obsoleti, talora solo tranquillizzanti Cosa abbiamo in mente quando parliamo (discutiamo, riflettiamo, insegniamo…) della «coscienza» e della sua formazione (ambito che evidentemente coinvolge i giovani)? Quando parliamo (discutiamo, riflettiamo, insegniamo…) delle «norme e dei valori» ci ricordiamo che spesso non è tanto il valore a essere messo in dubbio (e talora nemmeno la norma in sé), quando l’argomentazione che portiamo a supporto, «incomprensibile» per i giovani di oggi? Sono fortemente convinta che molte norme oggi siamo disattese non perché i giovani non riconoscano il valore portante, ma perché noi «meno giovani» non siamo in grado di comunicare – con paradigmi, logiche e linguaggio adeguato –, il percorso della norma. Provocazione per la formazione No, non la formazione dei giovani. Sto parlando della formazione di noi «meno giovani». Credo che il rapporto dei giovani con la fede e il Sinodo ci
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invitino implicitamente a trovare spazi per noi, per la nostra continua formazione e «rimessa in gioco». Perché se è vero – ed è vero – che in questo momento la società vive un momento fluido e incerto (cfr. DP cap.I, par.1) e che la differenza intergenerazionale è quanto mai ampia (DP cap.I, par.2), è altrettanto vero che anche noi «meno giovani» viviamo all’interno delle medesime coordinate, seppur da altra prospettiva. La nostra stessa formazione diventa così «dovere morale» nei nostri propri confronti, prima ancora che nei confronti dei giovani. Provocazione per la nostra relazione con i giovani Ultimamente si sente parlare spesso di «genitori spazzaneve», ovvero di genitori che eliminano dalla strada dei propri figli qualsiasi ostacolo possa presentarsi, di modo che non vivano nessun fallimento e nulla possa incrinare l’autostima. Mi pare di poter affermare che il rapporto «giovani e fede» ci sproni a non essere «Chiesa spazzaneve» nei confronti dei nostri giovani. La nostra relazione con i giovani non deve produrre «pupazzi». E quindi siamo chiamati a rivedere gli spazi, le attenzioni e le cure reali che offriamo loro, localmente e universalmente. Se proprio dovessi riassumere con una sola categoria morale queste provocazioni, sceglierei «corresponsabilità», dove intendo una responsabilità condivisa, in ruoli, pesi ed esperienze differenti, certo!, ma pur sempre condivisa. Una responsabilità nostra capace anche di fare un passo indietro. Passo indietro che sarebbe così liberante per loro e per noi… Ed è in quest’ottica che azzardo un’indicazione, dal gusto tradizionale – dal momento che utilizza le «virtù cardinali» – ma aperta ai «segni dei tempi», sottolineando altresì quattro «tentazioni» di cui siamo spesso vittime. Prudenza: nell’incasellare le differenti situazioni. Non dobbiamo banalizzare la complessità del mondo giovanile e del suo rapporto con la fede. Credenti, atei, creduloni, o anche: agnostici, indifferenti, intermittenti… sono spesso categorie troppo nette. La tentazione è forte perché le situazioni «chiare e distinte» tranquillizzano tutti e permettono di orientarsi verso soluzioni operative puntuali. Prudenza è, qui in modo pieno e lampante, la capacità di discernere, in ogni circostanza, il bene dei giovani e scegliere i mezzi adeguati ad attuarlo.
Gaia De Vecchi, Ernesto Borghi e Rolando Leo. Giustizia: la giustizia è la volontà costante di dare a Dio e al prossimo (aggiungo: e alla legittima autonomia delle realtà terrene) il dovuto. Il rapporto giovani-fede è un tema che coinvolge profondamente la riflessione teologico-morale, ma coinvolge altrettanto profondamente le altre discipline teologiche (es. la teologia fondamentale e le questioni della trasmissione e della credibilità) e gli ambiti umani di ricerca (es. sociologia, psicologia, statistica…): non si tratta quindi solo di una riflessione cha ha un oggetto (giovani-fede), ma di una riflessione che deve rinnovare il suo metodo di ricerca, provocante la teologia al suo interno – e al suo esterno – a «inventare» o rinnovare forme di collaborazione, di riflessione condivisa, evitando sterili competizioni o scissioni antagonistiche. È il combattere la tentazione di autoproclamarsi unico ambito di sapere deputato a emettere sentenze o indicazioni. Fortezza: La fortezza è spesso presentata come coraggio. Per affrontare seriamente la questione giovani-fede, noi adulti dovremmo essere consapevoli di dover investire del coraggio. Non dovremo soltanto leggere con distacco la situazione attuale e proporre soluzioni operative e/o educative, pastorali che mirino soltanto ai giovani. Dovremo piuttosto metterci profondamente in discussione come adulti e come credenti, perché il contesto (di fede, morale, sociale, economico…) in cui i giovani si stanno muovendo, e a cui stanno rispondendo, è frutto anche del nostro agire e delle nostre responsabilità. Dobbiamo rifuggire la tentazione di trincerarci in frasi fatte («ah! I giovani non sono più quelli di
una volta…») o di rigettare tutta la responsabilità o – peggio! – la colpa sui giovani e sui nuovi contesti (es. le tecnologie). Temperanza: credo che uno dei limiti del contesto attuale sia quello di aver rinunciato a mostrare ai giovani la bellezza della riflessione cristiana, del suo intimo rapporto con la cultura e l’uomo, del pensare la fede, rinunciando a educare anche l’intelligenza. Da un lato si moltiplicano esperienze pastorali, pratiche, ad es. di solidarietà (cui i giovani aderiscono con l’entusiasmo della loro età), dall’altro sono ben pochi i tentativi di preparazione a tali esperienze, ma soprattutto di riflessione posteriore. La solidarietà esige studio e intelligenza per essere efficace. Dobbiamo combattere la tentazione di ridurre tutto a pochi e logori slogan e impegnarci nell’esercizio del pensare e del far pensare. La temperanza, ovvero l’equilibrio nell’uso dei beni creati, ci ricorda che dobbiamo educare i giovani nell’equilibrio delle loro facoltà. Altrimenti detto: la temperanza è qui la capacità di uno sguardo integrale sull’uomo e sul cucciolo di uomo. I giovani non sono solo i nostri figli, i nostri studenti, i nostri ragazzi dell’oratorio… sono più radicalmente il nostro futuro. Futuro inteso come chronos, certo, ma soprattutto come kairos. Prezioso luogo in cui Dio ci si rivela ogni giorno, additandoci i prossimi passi per addentrarci nella nostra fede, personale e comunitaria, interpellando la nostra risposta etica. * Ha conseguito il baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e la licenza e il dottorato presso la Pontificia
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La fede dei giovani nel Canton Ticino: osservazioni e proposte educative Revisione del progetto di Pastorale Giovanile Il 4 novembre 2002 veniva approvato da Mons. Giuseppe Torti il nuovo progetto di Pastorale Giovanile della Diocesi di Lugano. Il gruppo redattore era composto da Luca Brunoni, don Marco Dania, Giovanni Keller, don Italo Molinaro, Cristina Vonzun e dal sottoscritto. Il progetto si divideva in un’introduzione, una prima parte, «Conosciamo!», una seconda, «Decidiamo!» e una terza, «Agiamo!». La conclusione comprendeva alcune schede pratiche. In sintesi, la prima parte del progetto si concentrava sulle modalità della Pastorale Giovanile facendo riferimento ai testi del Magistero, chiarendo le finalità generali e prendendo spunto dalla Parola di Dio. La seconda parte definiva gli obiettivi pastorali, le indicazioni metodologiche e l’organizzazione diocesana. La terza, più pratica e riferita a proposte o attività già esistenti. In questi anni ci siamo resi conto che il progetto redatto nel 2002 non è più attuale nelle modalità, anche se sempre valido nei contenuti. Per questa ragione, si intende proporre a Mons. Vescovo un possibile aggiornamento. Che cosa cercano i giovani Nel 2002, per capire la situazione giovanile nella diocesi, si sono promosse diverse iniziative, anche all’interno delle parrocchie; in particolare, si sono considerati i gruppi di ACG e di Scout nelle diverse fasce d’età. Ancor oggi, un monitoraggio è in corso, in particolar modo attraverso la discussione che prepara al Sinodo dei Giovani. A tal proposito, possiamo così riassumere la situazione: – i giovani cercano esperienze di fraternità, di amicizia e di condivisione. Le attività residenziali come le esperienze fuori casa aiutano li a crescere insieme; – la preghiera e la ricerca spirituale, in particolare per alcuni giovani, è un momento fondamentale della loro crescita. Va incentivata e promossa; – la regolarità temporale e spaziale aiuta i giovani a fare un’esperienza positiva di vita cristiana e di comunità;
– la condivisione e la promozione dei diversi carismi nella Chiesa sono vissute: alcuni giovani si impegnano nel sociale e guardano alle missioni, altri concepiscono il loro impegno nella chiesa locale, non per forza come consacrati o religiosi. di Rolando Leo*
Dove puntare? Le finalità sono sicuramente valide oggi come 15 anni fa. Nel 2002 gli obiettivi pastorali indentificati erano: – evidenziare le priorità della pastorale ordinaria, in particolare per i giovani dai 14 anni in poi; – proporre nuove vie di evangelizzazione, prendendo spunto dalla «pastorale di strada», dalla presenza cristiana nella scuola e dall’impegno sociale nella politica e nel volontariato; – formare giovani e giovani adulti, formando animatori del dopo-cresima (gruppi dai 17 anni), animatori di strada e sacerdoti per la pastorale giovanile. Guardando alla realtà di oggi e all’esperienza di questi ultimi anni, possiamo aggiornare questi obiettivi nel modo seguente: Promuovere una pastorale nel quotidiano e puntare sugli oratori. Una pastorale per i giovanissimi dai 14 anni non ha senso se non si guarda alla fascia d’età precedente, quando i ragazzi possono essere facilmente presenti in parrocchia grazie all’amministrazione dei sacramenti. Una pastorale ordinaria e una promozione degli oratori potrebbe essere presa in considerazione almeno a partire dalla prima media, anche se si potrebbe iniziare all’età della Prima Comunione. Su queste prime occasioni di «incontri con Cristo» ci si deve innestare per promuovere la pastorale giovanile e dare strumenti alle parrocchie, alle zone e ai vicariati. Formare giovani perché possano essere testimoni. Grazie a diversi eventi e appuntamenti in questi anni si è creato * Don Rolando Leo, presbitero della Diocesi di Lugano, oltre che insegnante di religione al liceo di Bellinzona, è attualmente anche responsabile dell’ufficio per l’istruzione religiosa scolastica e assistente di Pastorale Giovanile diocesana.
un bel gruppetto che potrebbe essere definito il «nocciolo duro». Sono ragazzi legati da un’amicizia ai quali si vuol proporre un cammino di crescita. Ma proprio per il fatto che «giovane chiama giovane», e il primo testimone è il giovane stesso, questo lavoro va intensificato e considerato primario, sicuramente più dell’organizzazione di eventi o appuntamenti. Per far questo ci vuole un accompagnamento individuale personalizzato, mettendosi all’ascolto vero del cuore dei giovani. Per fare questo occorre investire del tempo. Formare giovani e giovani adulti quali educatori. Diversamente dalle realtà che ci circondano (Svizzera Interna e Italia), è raro che si parli di formare giovani come educatori cattolici e oltretutto di retribuirli in una certa misura. Pensiamo che sia tempo di attuare una certa «professionalizzazione» dei ruoli. Diversamente dal progetto del 2002, quando la Facoltà di teologia era allo stato embrionale, oggi abbiamo un istituto universitario capace di formare anche educatori pastorali. Per implementare animatori in ambito oratoriale, parrocchiale, zonale o vicariale, è possibile anche trovare sinergie con la SUPSI che forma educatori. Un campo d’azione che nel 2002 non era sviluppato, e che era definito «pastorale di strada», oggi è molto presente ed è quello dei social e della comunicazione digitale. Oggi il muretto è il social. Occorre quindi stanare i giovani per riportarli a un rapporto personale e autentico. Diversamente dal progetto originario, oggi non si vogliono proporre strade nuove, ma piuttosto segnalare percorsi che potrebbero essere in parte o totalmente seguiti. Nel concreto, un criterio per definire le diverse aree d’intervento potrebbe essere l’età – 6-10 anni (scuola elementare) Bambini e ragazzi. Proposta di oratorio e di appuntamenti diocesani specifici. – 11-14 anni (scuola media) Ragazzi. Proposta di oratorio e di appuntamenti diocesani specifici. – 15-17 anni (post-scuola dell’obbligo) Giovanissimi. Proposta di oratorio e di appuntamenti diocesani specifici. – Dai 18 anni. Giovani. Proposta a livello diocesano.
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L’ufficio di Pastorale Giovanile e Oratori (PGO) A livello organizzativo e strutturale, il progetto non si propone di stravolgere la Commissione di Pastorale Giovanile, ma intende «allargarla», promuovendo un ufficio di Pastorale Giovanile e Oratori (PGO). L’ampliamento della fascia d’età è la regola nelle vicine diocesi lombarde (Cremona, Bergamo,…). In passato (2008-2009) la sinergia tra Azione Cattolica e la Pastorale Giovanile ha contribuito alla realizzazione di un progetto di Pastorale continuativa, che è presentato in tutti i vicariati. Se da un lato le proposte per bambini saranno più legate al territorio parrocchiale o interparrocchiale, quelle noma. rivista auto na), per i più grandi potrebvita come lia ant’anni di Svizzera Ita qu lla cin de ia a gg lic oghi» feste si (Associazione Bib Lugano) ci si è resi conto della necessità bero diventare anche 250, «Dial di Ab n. i l l’ n es de co oc e Di bblicazion gano llaborazione iosa Scolastica della Con la pu ocesi di Lu nizza in co di rimanere in rete con la realtà soprattutto diocesane lig Di ga Re or lla e, ne ne a ion zio io Istru ione biblic Per l’occas l’UIRS (Uffic ento della Formaz .30 am 2 italiana e di usufruire delle sue o extra-diocesane (vedi 1 re o e il Coordin le ore 9 al no risorse. GMG). 2018, dalle lita dei Frati» di Luga io ra b b fe 4 sabato 2 lioteca «Sa ib B Il «nuovo» ufficio di lla e d ibattito di lettura nella Sala l’incontro-d PGO è strutturato orienConclusione NI tativamente come segue, A I GIOVA S E I H La terza parte del progetto del con i rispettivi compiti: LLA C URO DE 2002, «Agiamo», non è stata La Commissione raggrupE IL FUT Inter verranno sul tema presa in considerazione, vipa rappresentanti di movihi cc Ve ione Gaia De nte di relig menti, associazioni, realtà e sto che entra nei particolari ce do e orale teologa m Milano gruppi. Essa opera in diverdi attività che in parte non no esi di Luga ndo Leo, ci sono più e in parte sono si ambiti : organizzazione di don Rola Scolastica della Dioc a ligios ruzione Re zona ll’Ufficio Ist cambiati. Un aspetto che nel eventi a livello diocesano, Bellin direttore de i ov sc Ve i odo de ttiva del Sin pe 2002 non è stato debitamenin particolare per ragazzi, os pr lla iesa ne ri o della Ch Luigi Sand re e sul futur giovanissimi e giovani; orte tenuto in considerazione ritto sc e sta ali giorn Roma è la potenzialità delle «zone ganizzazione di eventi extra«Dialoghi» di – 0. si 25 l re or rico M edaglia de Sandri la m bile della rivista, da En 18) – igi pastorali», cioè della questa diocesani, come ad esempio la Lu a ta 20 sa io nsegna respon 250 (febbra (aprile 2018). ne verrà co redattore 1999) al n. 1 Nell’occasio lle consegne, come messa in rete tra parrocchie GMG-CH e GMG; organizza5 (febbraio bili a partire dal n. 25 de 15 io n. l gg da il passa incarico responsa e avverrà tito questo ita Snider Noseda, per creare una pastorale zione di appuntamenti comuni che ha rives argher M e olfi Bond ad Alberto d’insieme. Nel mondo (mattinata con il Vescovo, ritiro giovanile, in particolare, potrebbe spirituale,…). Il settore Oratori e Grest1, formato da giovani che composte da gio- essere veramente strategico puntare su durante l’anno animano gli oravani fra i 18 e i 30 anni) che hanno strutture comuni, sull’esempio delle tori e collaborano con l’associazione il compito di evangelizzare nelle par- «aggregazioni scolastiche», per inseGrest, tiene i contatti con le parroc- rocchie e in contesti giovanili. Infine, rirsi sul territorio con proposte valide. chie che propongono queste attività, il gruppo «Formazione e vocazione», Con queste poche righe non si vuopromuovono e condividono materiale un’equipe di persone scelte, si occupa le sicuramente esaurire il Progetto di utile (formativo, gadget,…) per l’esta- non solo di organizzare momenti for- Pastorale Giovanile, ma piuttosto prete, formano i responsabili. mativi per gli animatori e i responsabi- sentare nuove prospettive, sulle quali Nella diocesi, accanto alla Commis- li, ma propone anche materiale per la la nuova commissione da settembre sione, sono presenti altri raggruppa- formazione in parrocchia dei giovani dovrà chinarsi. menti giovanili: gruppo ecumenico animatori. Inoltre, insieme ai respon- Il tutto sembra che sia fermo al 2002. Taizé Ticino, che organizza i soggiorni sabili e ai insegnanti del seminario e Ma lo è solo sulla carta. Infatti, sono ecumenici a Taizé, e, in collaborazione di altri istituti religiosi, dà un partico- state tante le innovazioni, gli espericon la Pastorale missionaria (CMSI), lar peso alla formazione intesa come menti, le proposte in questi 16 anni. prepara dei campi didattici all’estero; «vocazione». Basta pensare alla nascita dei Grest Comunità brasiliane di vita consacrata Data la realtà piccola della nostra dio- (dal 2004 a Riva San Vitale, dal 2013 (Palavra Viva, Shalom, Mar a Dentro, cesi, c’è l’intenzione di intensificare la a Lugano e Castelrotto e negli anni a collaborazione con l’Italia. Già oggi, seguire in una decina di parrocchie), esiste una collaborazione informale non possiamo rimanere immobili una 1. I GREST (GRande ESTate o GRuppi con diversi uffici di Pastorale Giova- realtà che tocca più di 2’000 unità tra ESTivi), che una tradizione decennale, diffunile. Ultimamente, in occasione del bambini, ragazzi e giovani, di fronte sa soprattutto nel Nord Italia, non sono altro Congresso sulle vocazioni organiz- alla quale non possiamo restare imche la continuazione estiva delle attività annuali di oratorio. zato dalla CEI (Roma, 3-5 gennaio), mobili.
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Il futuro della Chiesa, i giovani, la Cresima Alle riflessioni su «I giovani e il futuro della Chiesa» promosse dal convegno di «Dialoghi» il 24 febbraio 2018 per sottolineare i 50 anni di vita della rivista, ha contribuito anche il teologo Giannino Piana («Dialoghi» no 250, febbraio 2018) con un’analisi dell’ostacolo, il più insidioso a suo giudizio, che la Chiesa incontra oggi nell’azione pastorale. Si tratta della «diffusa indifferenza nei confronti del fenomeno religioso, legata al processo di secolarizzazione» in atto dagli Anni Settanta del Novecento, indotta «dalla divaricazione esistente tra il linguaggio ecclesiastico e il linguaggio corrente improntato a criteri utilitaristi che fanno perno sulla logica dell’efficienza produttiva, del mercato e del consumo, con l’adozione di un sistema di interpretazione della realtà che fa propri i paradigmi della razionalità strumentale». Evidente, sottolinea Giannino Piana, «la divaricazione esistente tra le immagini agropastorali e la visione naturalistica della realtà presente nei Vangeli, e una visione culturale dove a prevalere è l’azione trasformativa dell’uomo e il suo dominio incondizionato sulla natura». Per cui «problema di fondo, ineludibile, diventa l’inculturazione, questione complessa, da tempo nell’agenda della Chiesa, che finora non ha trovato soluzioni plausibili». Di fronte a «una cultura tecnologica dominante che plasma di sé il mondo interiore delle persone e si riflette nel modo di pensare di sentire e di agire, per favorire l’apertura agli orizzonti della trascendenza centrale diventa la questione antropologica: prima di annunciare il messaggio occorre restituire significato a valori quali gratuità, solidarietà, pietà, senso del mistero e della trascendenza, tutte pre-condizioni della fede che predispongono il terreno nel quale il seme della Parola può attecchire e portare frutto». Verrebbe da dire che gratuità e solidarietà siano virtù che, tutto sommato, riescono ancora a farsi strada nel cuore dei giovani. «Avevo fame e mi hai dato da mangiare, sete e mi hai dato da bere» trovano già sul piano razionale una porta che si apre senza doverla forzare, predisponendo alla compassione e alla condivisione. Con l’attuale dilagante aria nei confronti degli im-
migrati, oggi qualche ostacolo in più incontra «ero straniero e mi hai accolto». Complicato, per contro, attivare il senso del mistero, della pietà, della trascendenza, anche perché la Chiesa non può più contare su un’iniziazione elementare che avveniva nelle famiglie attraverso momenti pur brevi e irregolari di preghiera. di Aldo Lafranchi
Andare a messa, pregare, essere buoni cristiani va bene ma non basta Non basta? Chi è quel parroco che non sottoscriverebbe a due mani che invece basta e che di più non si può né si deve pretendere? Che non basti è dottrina di papa Francesco, spiegata nell’omelia del 24 ottobre 2017 a Santa Marta. Decisivo è, ha ripetuto, «se si entra nel mistero di Gesù Cristo». Avviene quando si fa strada la presa di coscienza di «chi è Gesù Cristo per me. Non è facile spiegare il mistero di Cristo, le argomentazioni portano fino a un certo punto, si tratta di inabissarsi in questo mistero: mi amò fino a dare se stesso per me. Entrare nel mistero di Cristo non è facile, lo capisce la gente umile che mette la speranza nel Signore, è una grazia, è scendere in quell’abisso di misericordia dove non ci sono parole, dove c’è soltanto l’abbraccio dell’amore, l’amore che lo portò a morire per me, per noi». Francesco insiste: «recitando il Credo, leggendo il catechismo, non si riesce a dire il mistero di Cristo. Si tratta di capire col cuore che Lui amò me e diede se stesso per me, fino a morire su una croce». Suggerisce la contemplazione della Via Crucis. Il senso del mistero, della pietà, della trascendenza nasce dunque dalla cura della relazione personale con il Signore. La domanda è se l’obiettivo sia alla portata di mano di giovani che, respirando la cultura dominante, hanno il loro modo di pensare, di sentire e di agire plasmato dalla tecnica. Taizé La risposta dovrebbe averla data don Rolando Leo al convegno di «Dialoghi». Un giovane ticinese partecipante
a una tre giorni a Taizé un giorno gli confidò di aver pregato per la prima volta in vita sua dopo aver preso parte alla liturgia dei monaci. Il salmodiare tranquillo, meditativo, i testi biblici annunciati con cura, le preghiere non ridotte a formule, devono aver creato un’atmosfera che in qualche modo ha reso sensibile al giovane la presenza di Dio. Un’atmosfera che liberava il significato delle parole e la loro forza relazionale con il Signore. Momento di spiritualità accessibile, come si vede, anche a giovani impregnati della razionalità strumentale della cultura moderna. La domanda diventa come mai quel giovane sia dovuto andare a Taizé per trovare quello che avrebbe avuto il diritto di sperimentare in parrocchia a una messa domenicale. La Cresima Il processo di secolarizzazione ha purtroppo intaccato anche il secondo atto dell’iniziazione cristiana. Per una parte importante dei cresimati il giorno della Cresima segna infatti l’addio alla partecipazione alla vita della comunità cristiana. Di diritto e di dovere la Cresima entra nella riflessione sul futuro della Chiesa. Alla ricerca di un rimedio, una trentina di anni fa si uniformò l’età della Cresima legandola all’anno scolastico della terza media, ma soprattutto si rese obbligatoria la preparazione al sacramento estendendola sull’arco di due anni. La quantità di tempo a disposizione avrebbe dovuto assicurare un lavoro di qualità. Purtroppo l’emorragia non si è arrestata. Nella sua parrocchia a Bellinzona P. Callisto la Cresima l’aveva spostata a 18 anni. Dalla quarantina di cresimandi quattordicenni ogni anno, si è ritrovato con una decina di più motivati diciottenni. Considerava che la scelta avesse senso. L’imperativo di un rimedio permane. Da dove ripartire? Dall’ipotesi più attendibile, da ciò che più di tutto importa secondo papa Francesco, dall’iniziare i cresimandi a «entrare nel mistero di Gesù Cristo». Obiettivo nel quale l’esperienza di
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fede del giovane di don Rolando Leo a Taizé si inserisce fisiologicamente. Professionisti del «vivere il mistero di Gesù Cristo», i monaci di Taizé confermano la fecondità dell’intuizione di Francesco. Compito del vescovo e dei parroci è dunque di portare i cresimandi a un rapporto personale con il Signore, fatto di attenzione nei suoi confronti, di desiderio, di dialogo interiore, di riconoscenza «per quello che ha fatto per me». Obiettivo ambizioso ma non elitario se traccia (soltanto) la frontiera tra ciò che basta e ciò che non basta. Una Cresima Chi scrive non ha né il compito né la competenza di valutare quanto s’è fatto. Tutt’al più può riportare le annotazioni di un nonno invitato tempo fa alla Cresima della nipote. Premesso che la preparazione alla Cresima varii da parrocchia a parrocchia, che una rondine non faccia primavera e che dedurre dall’atteggiamento esteriore il vissuto interiore delle persone è azzardo sconsigliabile, la Cresima di 25 cresimandi di 7 parrocchie in una valle ticinese qualche spunto di riflessione, per chi fosse interessato, lo può mettere a disposizione. Da come s’è svolto il rito, l’impressione del nonno è che non rimandasse a una preparazione dove l’accento fosse stato posto sull’iniziazione dei cresimandi al senso del mistero, della pietà, della trascendenza atta a favorire il loro entrare nel «mistero di Gesù Cristo». Dalla testimonianza della nipote, la preparazione aveva privilegiato i valori della gratuità (visite ai malati) e della solidarietà (intrattenere gli ospiti di una casa anziani), gesti squisiti ma insufficienti direbbe papa Francesco. In tutti i monasteri i momenti che precedono l’incontro con il Signore in una celebrazione liturgica sono riservati al silenzio che predispone a vivere l’evento con il coinvolgimento interiore ch’esso richiede. Pur non essendo piccola, la chiesa della Cresima non offriva posti a sedere per tutti: cresimandi, padrini e madrine, la schiera dei famigliari, i fedeli della parrocchia ospitante. Un quarto d’ora prima dell’inizio, banchi e sedie erano tutti occupati. Il cicaleccio e il ridere divertito di alcuni assicuravano l’atmosfera del mercato. Al loro sopraggiungere, i cresimandi venivano sequestrati con il padrino, rispettivamente la madrina, da un fotografo per le prime di una serie infinita di istantanee. Nel frattempo in un vano laterale un
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piccolo coro rispolverava i canti della celebrazione, stampati su un fascicolo ben curato, preparato per l’occasione, distribuito a tutti i presenti. Stupiva, fino all’incredulità, che i cresimandi non venissero coinvolti nel ripassare i canti. Quasi fossero degli estranei, non interessati alle parole che di lì a poco avrebbero dato forma e sostanza all’evento. Eppure quei canti erano molto belli, scelti con cura, una miniera di significati essenziali, strade maestre all’esperienza della trascendenza, del mistero di quanto stava per succedere, un supporto prezioso al rapporto vivo con il Signore. Uno più bello dell’altro, quei canti avrebbero rallegrato e nutrito il tempo della preparazione alla Cresima. Frasi piene di poesia e melodie facilmente memorizzabili, sarebbero state a disposizione dei ragazzi in ogni momento libero, quando la mente divaga e ci si ritrova a canticchiare o a zuffolare: «Luce divina, splende di te il segreto del mattino, Tu per nome chiami tutti alla gioia dell’incontro»; «Signore, manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della terra»; «Tu primo dono del Risorto, scendi ancora nella Chiesa dei redenti»; «Vieni Spirito dal cielo, manda un raggio di tua luce, manda il fuoco creatore che distrugga quanto al mondo v’è d’ingiusto. Vieni padre degli afflitti, datore di ogni grazia, o divina e sola gioia, dona a tutti tenerezza, Tu luce del mistero, Tu vita di ogni vita»; «Chiamami, verrò da te, la tua strada comprenderò»; «Vieni Spirito Santo, ospite dolce dell’anima, nella fatica riposo, nel calore riparo, nel pianto conforto…o luce beatissima invadi i nostri cuori»; «Stringimi con il tuo amore, portami vicino a te, voglio stare con te, vicino al volto tuo Signore», «Vivi dentro di me col tuo grande amore»; «Gloria a te, Cristo Gesù, oggi e sempre tu regnerai, gloria a te, presto verrai, sei speranza solo tu». Melodie e testi nei quali esulta lo spirito di papa Francesco e dei monaci di Taizé. Analogo discorso per la liturgia della Parola. Nessuno ha pensato di anticipare e contestualizzare ai cresimandi le tre letture bibliche. Avrebbe creato l’attesa per la Parola che avrebbe dato alla Cresima un tocco particolare. Nessuno si è dato la pena di preparare due cresimandi a una lettura «ad alta intelligibilità» («diritto di chi ascolta», papa Francesco il mercoledì delle Ceneri 2018) dei primi due brani della Scrittura. Stando così le cose, va ascritto a con-
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seguenza l’atteggiamento non sempre adeguato di qualche cresimando durante il rito: fare distratto, cellulari accesi, furtivamente consultati, difficoltà del celebrante, pur bravo, nel captare e mantenere l’attenzione di alcuni durante l’omelia. L’iniziazione remota Per chiudere il cerchio delle riflessioni sull’iniziazione al senso del mistero, della pietà, della trascendenza necessari all’annuncio cristiano non meriterebbe che si provi a verificare l’apporto di momenti di preghiera stimolando una varietà di sguardi spirituali su realtà che fanno la quotidianità dei ragazzi? Preso atto che le vecchie «preghiere del mattino e della sera», formule pietistiche oggi difficilmente riproponibili, al vescovo assieme ai parroci si aprirebbe una prospettiva per finire appassionante. Immaginare, ad esempio, a una serie di schede, ad alta leggibilità, con stampate parole poetiche tolte da salmi, versetti, inni, atti ad aggiungere senso al risvegliarsi del giorno e al cadere della giornata. Se è lecito qualche esempio: «La mia anima ha sete di Te, mio Dio»; «come la cerva anela alla fonte dell’acqua, così la mia anima ha sete di Te, Signore»; «io metto la speranza nel Signore e confido nella sua parola»; «la mia anima attende il Signore più che le sentinelle il mattino»; «sei pastore mio Signore, nulla più mi può mancare»; «Signore dirigi i miei passi sulla via della pace»; «io canto le lodi del Signore, canto le meraviglie che ha compiuto»; «il Signore è buono con tutti, la sua tenerezza si diffonde su tutte le creature»; «gli occhi di tutti guardano a Te, Signore, tu sei vicino a chi ti cerca»; «veglia, Signore, sul mio riposo con il tuo amore, la tua luce rischiari le ombre della notte»; «Gesù, sole senza tramonto rischiara la notte del mondo»; «se i miei occhi si chiudono, veglia in Te il mio cuore»… Parole che danno del tu al Signore, creando il contatto diretto con Lui. Schede che, sistemate sul comodino, permettono ai ragazzi di dare un’occhiata al mattino, cinque secondi, il tempo di leggere una frase, cinque secondi la sera per un pensiero che accompagni l’addormentarsi. Schede da rinnovare ciclicamente per arricchire la mente di pensieri e di poesia ispirati dalla Scrittura, dalla liturgia, preziosi… anche agli adulti. Come ama ripetere papa Francesco, il resto lo farà il Signore, spetta a lui, è compito suo.
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Casaldaliga: pastore, profeta, poeta 90 anni per la liberazione dei poveri In occasione del suo 90.mo compleanno, il 16 febbraio, vorrei rendere omaggio a dom Pedro Casaldaliga, pastore, profeta e poeta, con alcune riflessioni relative a ciò che costituisce, credo, il filo rosso di tutta la sua vita di cristiano e di vescovo: la relazione che ha stabilito tra la povertà e la liberazione. Rischiando la vita, ha vissuto e testimoniato tanto la povertà quanto la liberazione dei più oppressi, che sono gli indigeni e i contadini, espulsi dal latifondo nelle terre di Sào Félix do Araguaia, in Mato Grosso. Forse il più grande merito del vescovo Pedro Casaldaliga è stato quello di aver preso assolutamente sul serio le sfide che ci lanciano i poveri del mondo intero, specialmente quelli dell’America Latina, e la loro liberazione. Prima di qualunque riflessione o strategia di aiuto, la prima reazione è di profonda umanità: lasciarsi commuovere e riempirsi di compassione. Come evitare di rispondere alla supplica del povero o non capire cosa vogliono dire le sue mani tese? Quando la povertà appare come miseria, in tutte le persone sensibili, come lo è dom Pedro, irrompe un sentimento di indignazione e di sacra ira, come si nota chiaramente nei suoi testi profetici, specialmente quelli contro il sistema capitalista e imperialista che produce continuamente povertà e miseria […]. In funzione di una comprensione più adeguata dell’anti-realtà della povertà, conviene chiarire alcuni aspetti che ci aiuteranno a definire la nostra presenza effettiva accanto ai poveri. Tre diverse visioni del povero sono ancora oggi presenti nel dibattito. La prima, quella tradizionale, intende il povero come colui che non ha. Che non ha mezzi, non ha un reddito sufficiente, non ha casa, in una parola non ha beni. Sopravvive nella disoccupazione o nella sottooccupazione e con un basso salario. La strategia è allora quella di mobilitare chi ha perché aiuti chi non ha. In nome di questa visione si è organizzata, per secoli, un’ampia opera di assistenza. La seconda, progressista, ha scoperto il potenziale dei poveri e si è resa conto che tale potenziale non viene utilizzato. Attraverso l’educazione e la professionalizzazione, il povero riceverà qualificazione e autonomia. Così i poveri si inseriscono nel pro-
cesso produttivo. Si assegna allo Stato la parte principale del compito di creare posti di lavoro per questi poveri sociali. La società moderna, liberale e progressista ha fatto propria questa visione. La lettura tradizionale vede il povero, ma non ne coglie il carattere collettivo. La lettura progressista scopre sì il suo carattere collettivo, ma non il suo carattere conflittuale. La terza posizione è quella liberatrice che afferma: i poveri hanno realmente potenzialità, e non solo per ingrossare la forza lavoro e rafforzare il sistema, ma principalmente per trasformarlo nei suoi meccanismi e nella sua logica. I poveri, coscientizzati, autoorganizzati e coordinati con altri alleati, possono essere i costruttori di un altro tipo di società. Possono non solo progettare ma anche mettere in marcia la costruzione di una democrazia partecipativa, economica ed ecologico-sociale. Questa prospettiva non è né assistenzialista né progressista. È autenticamente liberatrice, perché fa dell’oppresso il principale soggetto della sua liberazione e il creatore di un progetto alternativo di società. La teologia della liberazione ha assunto questa concezione di povero. L’ha tradotta nell’opzione per i poveri, contro la povertà e in favore della vita e della libertà. Farsi poveri in solidarietà con i poveri significa un impegno contro la povertà materiale, economica, politica, culturale e religiosa. L’opposto di questa povertà non è la ricchezza, ma la giustizia e l’equità. È quest’ultima prospettiva quella che è stata ed è testimoniata e praticata da dom Pedro Casaldaliga in tutta la sua attività pastorale. Anche a rischio della sua vita, ha appoggiato i contadini espulsi dai grandi latifondisti. Insieme alle Piccole Sorelle di Gesù di p. Foucauld, ha collaborato al riscatto biologico dei tapirapés, minacciati di estinzione. L’altra povertà: quella evangelica ed essenziale Vi sono ancora due dimensioni della povertà che sono presenti nella vita di don Pedro: la povertà essenziale e la povertà evangelica. La povertà essenziale è il risultato della nostra condizione di creature, una povertà che ha, pertanto, una base
ontologica, indipendente dalla nostra volontà. Parte dal fatto che non ci siamo dati noi l’esistenza. Esistiamo, ma dipendendo da un piatto di cibo, da un po’ d’acqua e dalle condizioni ecologiche della Terra. Siamo suoi ospiti, passeggeri di un viaggio che va oltre. Di più: umanamente dipendiamo da persone che ci accolgono e che convivono con noi […]. Accogliere questa condition humaine ci rende umili e umani. Questa situazione ci invita a essere generosi. Se riceviamo l’essere dagli altri, dobbiamo a nostra volta darlo agli altri. Questa dipendenza essenziale ci rende grati a Dio, all’Universo, alla Terra e alle persone che ci accettano così come siamo. È la povertà essenziale. Questo tipo di povertà ha reso dom Pedro un vescovo mistico, grato per tutte le cose. Esiste anche la povertà evangelica, proclamata da Gesù come una delle beatitudini. Nella versione del vangelo di Matteo si dice: «Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli» (5,3). Questo tipo di povertà non è direttamente vincolato all’avere o al non avere, ma a un modo di essere, a un atteggiamento che potremmo tradurre con infanzia spirituale. Povertà qui è sinonimo di umiltà, distacco, vuoto interiore, rinuncia a ogni volontà di potere e di auto-affermazione. Implica la capacità di svuotarsi per accogliere Dio, e il riconoscimento della natura della creatura, dinanzi alla ricchezza dell’amore di Dio che si comunica gratuitamente. Questa povertà ha significato l’esperienza spirituale del Gesù storico: non solo è stato povero materialmente e ha assunto la causa dei poveri, ma si è fatto anche povero in spirito, poiché «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,7-9). Questa povertà è il cammino del vangelo, per questo si chiama anche povertà evangelica, secondo il suggerimento di San Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5). […] Questa povertà evangelica e questa infanzia spirituale costituiscono uno dei riflessi più visibili e convincenti della personalità di dom Pedro
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Casaldaliga, che appare nel suo modo povero ma sempre pulito di vestire, nel suo linguaggio pieno di humor anche quando diventa fortemente critico nei confronti degli spropositi della globalizzazione economico-finanziaria e della prepotenza neoliberista, o quando profeticamente denuncia le visioni mediocri del governo centrale della Chiesa di fronte alle sfide dei condannati della Terra o a questioni che interessano tutta l’umanità. Questo atteggiamento di povertà si è manifestato in maniera esemplare quando negli incontri con i cristiani di base, generalmente poveri, si poneva in
mezzo a loro e ascoltava attentamente quello che dicono, o quando si sedeva ai piedi dei relatori, fossero teologi, sociologi e portatori di un altro sapere qualificato, per ascoltarli, annotarne i pensieri e formulare umilmente domande. Questa apertura rivela uno svuotamento interiore che lo rende capace di imparare continuamente e di riflettere saggiamente sui cammini della Chiesa, dell’America Latina, del Brasile e del mondo. Quando gli attuali tempi di stravolgimento saranno passati, quando i sospetti e le meschinità saranno stati divorati dalla voragine del tempo,
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quando ci volteremo indietro e valuteremo gli ultimi decenni del XXI secolo, identificheremo una stella nel cielo della nostra fede, splendente, dopo aver attraversato nubi, sopportato oscurità e superato tempeste: la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, si è fatto compatriota, lontano, si è fatto vicino, e si è fatto fratello di tutti, fratello universale: dom Pedro Casaldaliga, che ha compiuto novant’anni. Da un testo di Leonardo Boff, in «Adista» del 10 marzo 2018
A cinquanta anni dall’assassinio di Luther King Nella città di Memphìs, nel Tennessee , dal 1991 esiste il National Civil Rights Museum, per ricordare il pastore battista Martin Luther King, noto leader del movimento per i diritti civili. Il museo è stato costruito intorno al Lorraine Motel, dove King fu assassinato il 4 aprile 1968. King era tornato a Memphis per sostenere lo sciopero degli addetti alla nettezza urbana e la sera prima aveva pronunciato nel tempio della Chiesa di Dio in Cristo, una denominazione pentecostale afroamericana, il suo ultimo profetico discorso, nel quale aveva incoraggiato i lavoratori in sciopero a continuare la lotta per la giustizia sociale: «[…]ho visto la Terra Promessa! Forse non ci arriverò con voi, ma voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa». La prima parte del percorso museale è dedicata alla tratta degli schiavi e alla storia della schiavitù in America (1619-1861). Nella seconda sezione dedicata alla segregazione razziale, i visitatori trovano l’autobus sul quale sedeva Rosa Par-
ks quando rifiutò di cedere il posto a un bianco, gesto che diede inizio al boicottaggio del servizio urbano di Montgomery, in Alabama (1955-56) e alla nuova fase del movimento per i diritti civili. La parte restante del museo mostra la storia del movimento, dallo sciopero di Montgomery alla morte di King. Visitare questo museo e ripercorrere le vicende della schiavitù e del razzismo nell’era di Trump, significa non soltanto ricordare per non dimenticare, ma affrontare ancora oggi, a 50 anni dalla morte di King, i tre grandi mali sociali degli Stati Uniti che egli aveva denunciato negli ultimi cinque anni della vita: razzismo, militarismo e ingiustizia economica. Per questo, il 4 aprile 2017 a Memphis e in molte grandi città americane si sono svolte marce e manifestazioni del «Movimento per la vita dei neri», contro il razzismo e per la giustizia economica. Per questo, l’anniversario della morte di King sarà anche un rinnovato impegno a proseguire la sua lotta.
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Questi papi Da teologi a pescatori Cari Amici, per gli arruolati al partito antipapista la testimonianza dell’ex papa Benedetto XVI a sostegno di papa Francesco, a conferma della sua sapienza teologica e della continuità del suo pontificato con quello precedente, è arrivata come una sciagura. Così hanno cercato di azzerarla, svelando che nella lettera dell’ex papa c’era anche una riserva per uno dei teologi che aveva collaborato alla collana pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana per i primi cinque anni di pontificato. Ma per quanto la critica a uno degli autori della collana potesse essere fondata, ciò nulla toglie alla notizia principale, che sta nel rifiuto del precedente pontefice di prendere le parti o addirittura la guida della fazione anti-Bergoglio. La quale, dalla casamatta del blog dell’Espresso, annuncia ora per il 7 aprile a Roma una specie di Convenzione antagonista per pubblicare le Tesi di una nuova Protesta. Tornando alla Chiesa, c’è da dire che questo strascico polemico seguito alla limpida presa di posizione dell’ex papa Benedetto, ha avuto il merito di portare alla ribalta, come oggetto di riflessione, la natura stessa del papato, anche al di là del giudizio sull’oggi. E ciò proprio perché è stato papa Benedetto a far cadere l’ostacolo che impediva un ripensamento della natura e del modo di esercizio del primato petrino, e perciò impediva la riforma del papato, condizione e volano della riforma della Chiesa. L’ostacolo era che nel corso del secondo millennio cristiano il papato era stato fortemente mitizzato, quasi messo al posto di Dio. La manifestazione più vistosa nel Novecento se ne ebbe nella figura ieratica di Pio XII, il «Pastor Angelicus»; poi, dopo la parentesi di Giovanni XXIII, la mitizzazione giunse ai fasti di papa Wojtyla, che si disse avesse sconfitto da solo il comunismo e che le folle plaudenti volevano «santo subito!». Ma è in Paolo VI che il mito giunse alla sua massima crisi. Egli se ne era fatto custode, quando al Vaticano II aveva imposto (e aggiunto in via «previa») una sua interpretazione restrittiva al
documento conciliare sulla collegialità episcopale, per toglierne qualsiasi ombra che potesse offuscare la dottrina del primato e scolorire la figura del papa; e il 1 settembre 1966 in una sosta ad Anagni dove Bonifacio VIII aveva ricevuto il mitico schiaffo francese, rivendicò i meriti di quel ruvido papa «che più degli altri aveva affermato la più piena e solenne autorità pontificia» nel quadro concettuale «dei due poteri, uno spirituale l’altro temporale» disposti però su una «scala dei valori» per cui lo spirituale doveva prevalere sugli altri, e infiammò i fedeli così: «Questa comunità (la Chiesa) è organizzata e non può vivere senza l’innervazione di una organizzazione precisa e potente che si chiama la Gerarchia. Figlioli miei, è la Gerarchia che vi sta parlando, è il Vicario di Cristo che oggi è davanti a voi… Posso domandarvi, figlioli carissimi, questa grazia che voi certamente non mi rifiutate: amate il Papa, amate il Papa, perché senza alcun suo merito e senza certamente alcuna sua ricerca gli è capitata questa strana singolare vocazione di rappresentare Nostro Signore. Non guardate a noi, guardate il Signore di cui rappresentiamo…», e la frase non finì per gli applausi. Ed è certamente per la forte coscienza di questa rappresentanza ricapitolata in lui che papa Montini compì i suoi gesti più estremi, come la Humanæ Vitæ, disattesa dalla Chiesa, o la decapitazione e riduzione al silenzio della Chiesa di Bologna. Ma il mito si rovescia in tragedia quando Aldo Moro, nonostante la supplica montiniana alle Brigate Rosse che lo hanno rapito, viene ucciso. E nella preghiera agli agghiaccianti funerali di Stato che Moro aveva detto di non volere, Paolo VI si mostra sgomento perché lo scambio con Dio non ha funzionato, e lo interpella con un lamento che assomiglia più al «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» di Gesù, che alle rimostranze di Giona a Dio che si era pentito di voler distruggere Ninive e non l’aveva fatto. In tale lamento Paolo VI rompe nel grido e nel pianto la sua voce e si duole, quasi incredulo, con Dio: «Tu, o Dio della vita e della morte, Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, quest’uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico»; e tanto
ne fu il dolore, che dopo pochi mesi Paolo VI morì. E infine giunge Benedetto XVI, «il papa teologo», che pone soavemente l’atto più eversivo del mito, con le sue dimissioni da papa, demitizzando in tal modo il papato. E proprio da lì comincia la riforma della Chiesa. Ma in quale direzione? La disputa intorno alla lettera di Ratzinger su Bergoglio è stata su chi fosse il papa più teologo, o sul negare che Francesco fosse teologo. L’errore di questa disputa stava nel presupposto secondo cui il necessario predicato del papa è «professione teologo». Certo deve saperne di teologia, però la professione di Pietro non era teologo, ma pescatore. Così lo prese Gesù, e con lui anche gli altri. Del resto anche come pescatori lasciavano a desiderare, e se non era per Gesù che faceva gettare le reti e distribuire i pesci, le folle restavano digiune. Il papa non è lo scienziato di Dio, ma ne è il messaggero. Il termine stesso «teologia» del resto è esagerato. Non c’è una «scienza» di Dio, Dio non si può racchiudere nella nostra conoscenza, non sta lì, sta «in una brezza leggera». Dice il vangelo di Giovanni: Dio nessuno l’ha mai visto, è il Figlio che lo svela, che lo racconta, che ne fa «l’esegesi». Dunque a rigore c’è un solo teologo, che è Gesù, come un solo maestro, che è lui. Perciò papa Francesco non deve passare al vaglio di un’accademia, e non sono su questo piano la continuità e le differenze col suo predecessore. Per questo è così affascinante la domanda su chi è veramente Francesco, e per quale forza sta cambiando, presso l’uomo moderno, l’idea stessa di religione […]. Intanto, per la politica, la cosa più urgente da fare è di abolire, vista la perversione in corso, il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina (art. 11 della legge Bossi-Fini). Con i più cordiali saluti www.chiesadituttichiesadeipoveri.it Newsletter n. 76 del 20 marzo 2018
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Il viaggio di papa Francesco in Cile e Perù Papa Francesco ha voluto informare la folla radunata in San Pietro sul suo viaggio in Cile e in Perù lo scorso gennaio 2018: ne diamo ampi stralci, con titoli della nostra redazione Sono rientrato due giorni fa dal Viaggio Apostolico in Cile e Perù. Ringrazio il Signore perché tutto è andato bene: ho potuto incontrare il Popolo di Dio in cammino in quelle terre e incoraggiare lo sviluppo sociale di quei Paesi. Per la democrazia Il mio arrivo in Cile era stato preceduto da diverse manifestazioni di protesta, per vari motivi e questo ha reso ancora più attuale e vivo il motto della mia visita: «Mi paz os doy – Vi do la mia pace». Nell’incontro con le Autorità politiche e civili del Paese ho incoraggiato il cammino della democrazia cilena, come spazio di incontro solidale e capace di includere le diversità; per questo scopo ho indicato come metodo la via dell’ascolto: in particolare l’ascolto dei poveri, dei giovani e degli anziani, degli immigrati, e anche l’ascolto della terra. Per la pace Nella prima Eucaristia, celebrata per la pace e la giustizia, sono risuonate le Beatitudini, specialmente «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Una Beatitudine da testimoniare con lo stile della prossimità, della vicinanza, della condivisione, rafforzando così, con la grazia di Cristo, il tessuto della comunità ecclesiale e dell’intera società. Speranza nella prigione In questo stile di prossimità contano più i gesti delle parole, e un gesto importante che ho potuto compiere è stato visitare il carcere femminile di Santiago: i volti di quelle donne, molte delle quali giovani madri, coi loro piccoli in braccio, esprimevano malgrado tutto tanta speranza. Le ho incoraggiate ad esigere, da sé stesse e dalle istituzioni, un serio cammino di preparazione al reinserimento, come orizzonte che dà senso alla pena quotidiana. (…)
Le ferite della Chiesa Con i sacerdoti e i consacrati e con i Vescovi del Cile ho vissuto due incontri molto intensi, resi ancora più fecondi dalla sofferenza condivisa per alcune ferite che affliggono la Chiesa in quel Paese. In particolare, ho confermato i miei fratelli nel rifiuto di ogni compromesso con gli abusi sessuali sui minori, e al tempo stesso nella fiducia in Dio, che attraverso questa dura prova purifica e rinnova i suoi ministri. Armonia delle diversità Le altre due Messe in Cile sono state celebrate una nel sud e una nel nord. Quella nel sud, in Araucania, terra dove abitano gli indios Mapuche, ha trasformato in gioia i drammi e le fatiche di questo popolo, lanciando un appello per una pace che sia armonia delle diversità e per il ripudio di ogni violenza. Quella nel nord, a Iquique, tra oceano e deserto, è stata un inno all’incontro tra i popoli. Gestire i conflitti Gli incontri con i giovani e con l’Università Cattolica del Cile hanno risposto alla sfida cruciale di offrire un senso grande alla vita delle nuove generazioni. Ai giovani ho lasciato la parola programmatica di Sant’Alberto Hurtado: «Cosa farebbe Cristo al mio posto?». E all’Università ho proposto un modello di formazione integrale, che traduce l’identità cattolica in capacità di partecipare alla costruzione di società unite e plurali, dove i conflitti non vengono occultati ma gestiti nel dialogo. Sempre ci sono conflitti: anche a casa; sempre ci sono. Ma trattare male i conflitti è ancora peggio. Uniti nella speranza In Perù il motto della Visita è stato: «Unidos por la esperanza – Uniti dalla speranza». Uniti non in una sterile uniformità, tutti uguali: questa non è unione; ma in tutta la ricchezza delle differenze che ereditiamo dalla storia e dalla cultura. Lo ha testimoniato emblematicamente l’incontro con i popoli dell’Amazzonia peruviana,
che ha dato anche avvio all’itinerario del Sinodo panamazzonico convocato per l’ottobre 2019, come pure lo hanno testimoniato i momenti vissuti con la popolazione di Puerto Maldonado e con i bambini della Casa di accoglienza «Il Piccolo Principe». Insieme abbiamo detto «no» alla colonizzazione economica e alla colonizzazione ideologica. No a degrado ecologico e corruzione Parlando alle Autorità politiche e civili del Perù ho messo a fuoco le due realtà che più gravemente lo minacciano: il degrado ecologico-sociale e la corruzione. (…) La corruzione rovina i cuori. Per favore, no alla corruzione. E ho rimarcato che nessuno è esente da responsabilità di fronte a queste due piaghe e che l’impegno per contrastarle riguarda tutti. Contro ogni tempesta La prima Messa pubblica in Perù l’ho celebrata presso la città di Trujillo, dove la tempesta detta «Nino costiero» l’anno scorso ha duramente colpito la popolazione. Perciò l’ho incoraggiata a reagire a questa, ma anche ad altre tempeste quali la malavita, la mancanza di educazione, di lavoro e di alloggio sicuro. […] Un polmone spirituale La giornata finale del viaggio, domenica scorsa, si è svolta a Lima, con un forte accento spirituale ed ecclesiale. Nel Santuario più celebre del Perù, in cui si venera il dipinto della Crocifissione chiamato «Senor de los Milagros», ho incontrato circa 500 religiose di vita contemplativa: un vero «polmone» di fede e di preghiera per la Chiesa e per tutta la società. (…) Come sempre, la parola di Gesù dà senso pieno a tutto, e così anche il Vangelo dell’ultima celebrazione eucaristica ha riassunto il messaggio di Dio al suo popolo in Cile e in Perù: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). (testo ripreso dal Giornale del Popolo del 25 gennaio 2018)
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Papa Francesco chiede perdono Durante il viaggio in Cile, papa Francesco aveva vivacemente contestato le accuse contro il vescovo Juan Barros, chiedendo «prove»; poi nel viaggio di ritorno, aveva smorzato la richiesta in «evidenze» e, tornato a Roma, aveva inviato due prelati in Cile a raccogliere nuove informazioni. Il risultato risulta da una recente lettera ai vescovi cileni, che qui riproduciamo integralmente, nella c’è una affermazione molto chiara di Francesco: «ho sbagliato». È la prima volta, e da secoli, che si vede un papa fare una affermazione così chiara. Ai Signori Vescovi del Cile Cari fratelli nell’episcopato, la ricezione, la scorsa settimana, degli ultimi documenti che completano il rapporto che mi hanno consegnato i miei due inviati speciali in Cile il 20 marzo 2018, per un totale di oltre 2.300 pagine, mi muove a scrivervi questa lettera. Vi assicuro della mia preghiera e voglio condividere con voi la convinzione che le difficoltà presenti sono anche un’occasione per ristabilire la fiducia nella Chiesa, fiducia infranta dai nostri errori e peccati, e per risanare alcune ferite che non smettono di sanguinare nell’insieme della società cilena. Senza la fede e senza la preghiera, la fraternità è impossibile. Perciò, in questa II domenica di Pasqua, nel giorno della misericordia, vi offro questa riflessione con l’auspicio che ognuno di voi mi accompagni nell’itinerario interiore che sto percorrendo nelle ultime settimane, affinché sia lo Spirito a guidarci con il suo dono e non i nostri interessi o, peggio ancora, il nostro orgoglio ferito. A volte, quando simili mali ci deturpano l’anima e ci gettano nel mondo deboli, impauriti, arroccati nei nostri comodi «palazzi d’inverno», l’amore di Dio ci viene incontro e purifica le nostre intenzioni per amare come uomini liberi, maturi e critici. Quando i mezzi di comunicazione ci mettono in imbarazzo presentando una Chiesa quasi sempre in novilunio, privata della luce del Sole di giustizia (sant’Ambrogio, Hexameron IV, 8, 32) e abbiamo la tentazione di dubitare della vittoria pasquale del Risorto, credo che come san Tommaso non dobbiamo temere il dubbio (Gv 20, 25), ma temere la pretesa di voler vedere senza fidarci della testimonianza di quanti hanno
ascoltato dalle labbra del Signore la promessa più bella (Mt 28, 20). Oggi vi chiedo di parlare non di certezze, ma dell’unica cosa che il Signore ci dona di sperimentare ogni giorno: la gioia, la pace, il perdono dei nostri peccati e l’azione della Sua grazia. A tale proposito, voglio esprimere la mia gratitudine a S. E. Monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta, e al Reverendo Jordi Bertomeu Farnós, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, per il loro ingente lavoro di ascolto sereno ed empatico delle 64 testimonianze che hanno raccolto di recente sia a New York sia a Santiago del Cile. Li ho inviati ad ascoltare dal cuore e con umiltà. In seguito, quando mi hanno consegnato il rapporto e, in particolare, la loro valutazione giuridica e pastorale delle informazioni raccolte, hanno riconosciuto dinanzi a me di essersi sentiti sopraffatti dal dolore di tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere e, in particolare, degli abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro Paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza. Lo stesso sentito e cordiale ringraziamento lo dobbiamo esprimere come pastori a quanti, con onestà, coraggio e senso di Chiesa, hanno chiesto un incontro con i miei inviati e hanno mostrato loro le ferite della propria anima. […] Inoltre, nei giorni successivi alla missione speciale, sono stati testimoni di un altro fatto meritevole che dovremmo tenere ben presente per altre occasioni, poiché non solo si è mantenuto il clima di confidenzialità creatosi durante la Visita, ma in nessun momento si è ceduto alla tentazione di trasformare quella delicata missione in un circo mediatico. A tale proposito, voglio ringraziare le diverse organizzazioni e i mezzi di comunicazione per la loro professionalità nel trattare questo caso tanto delicato, rispettando il diritto dei cittadini all’informazione e la buona reputazione dei dichiaranti. Ora, dopo una lettura attenta degli atti di tale «missione speciale», credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocifisse e vi confesso che ciò mi causa dolore e vergogna. Tenendo conto di tutto questo, scrivo a voi, riuniti nella 115ª assemblea plena-
ria, per sollecitare umilmente la vostra collaborazione e assistenza nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile, al fine di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia. Intendo convocarvi a Roma per dialogare sulle conclusioni della suddetta visita e sulle mie conclusioni. Ho pensato a questo incontro come a un momento fraterno, senza pregiudizi né idee preconcette, con il solo scopo di far risplendere la verità nelle nostre vite. […] Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate. «Rimanete in me» (Gv 15, 4): queste parole del Signore risuonano continuamente in questi giorni. Parlano di rapporti personali, di comunione, di fraternità che attrae e convoca. Uniti a Cristo come i tralci alla vite, vi invito a innestare nella vostra preghiera dei prossimi giorni una magnanimità che ci prepari al suddetto incontro e che ci permetta poi di tradurre in atti concreti ciò su cui avremo riflettuto. Forse sarebbe addirittura opportuno mettere la Chiesa in Cile in stato di preghiera. Ora più che mai non possiamo ricadere nella tentazione della verbosità e di restare in temi «universali». In questi giorni, guardiamo a Cristo. Guardiamo alla sua vita e ai suoi gesti, specialmente quando si mostra compassionevole e misericordioso con quanti hanno sbagliato. Amiamo la verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciamoci convertire. In attesa di vostre notizie e, chiedendo a S. E. Monsignor Santiago Silva Retamales, Presidente della Conferenza Episcopale del Cile, di pubblicare la presente missiva il più presto possibile, vi imparto la mia benedizione e vi chiedo per favore di non smettere di pregare per me. Francesco (dal Bollettino della Sala stampa della Santa Sede, 11.4.2018)
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cronaca svizzera
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Il papa a Ginevra. Papa Francesco sarà a Ginevra il 21 giugno prossimo e visiterà il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), organizzazione che festeggia i 70 anni e che raggruppa 348 confessioni cristiane diverse; la Chiesa cattolica vi ha lo statuto di osservatrice, mentre fa parte della Commissione Fede e Costituzione che studia temi teologici in prospettiva ecumenica. Papa Bergoglio sarà ricevuto anche dal presidente della Confederazione Alain Berset, mentre celebrerà una santa messa per la comunità cattolica. È il terzo pontefice che visita il CEC, dopo Paolo VI nel 1969 e Giovanni Paolo II nel 1984. Pluralismo svizzero. I delegati svizzeri al Presinodo dei giovani di papa Francesco, svoltosi a Roma dal 19 al 24 marzo sono un bell’esempio di pluralismo ecumenico: Sandro Bucher, giovane giornalista lucernese, si dichiara ateo; Jonas Feldmann, studente in medicina di Zugo, 25 anni, è un cattolico critico; infine la basilese Medea Sarbach, 23 anni, è studentessa in teologia a Friburgo, e membro del Comitato svizzero delle Giornate mondiali. 10.000 Rifugiati all’anno. L’Aiuto protestante (EPER) e l’Organizzazione svizzera per i rifugiati (OSAR) hanno lanciato una petizione con la quale chiedono al Consiglio federale di creare vie legali per accogliere annualmente 10.000 rifugiati, e ciò per evitare a chi fugge da guerre e persecuzioni di essere sfruttato da «passatori senza scrupoli» e magari di finire in fondo al mare (nei soli anni 2016 e 2017 sono annegate nel Mediterraneo oltre 8.000 persone). Accoglienza e integrazione devono inoltre essere favorite in collaborazione con la società civile. Cantone riconoscente. Il legislativo del Cantone di Berna ha approvato una nuova legge sulle Chiese «nazionali» che riconosce il contributo delle comunità religiose alla vita sociale e assicura il sostegno finanziario statale alle prestazioni delle Chiese a favore della collettività, con un fondamento giuridico moderno. Luganese premiata. Il Gran Premio svizzero di letteratura 2018 è stato
assegnato alla luganese Anna Felder per l’originalità della sua opera caratterizzata da una scrittura sottile, improntata alla realtà umana e al senso dell’umorismo. La cerimonia ha avuto luogo il 15 febbraio presso la Biblioteca nazionale svizzera di Berna. Nata a Lugano nel 1937, Anna Felder ha studiato a Zurigo e Parigi e ha conseguito il dottorato con una tesi su Eugenio Montale. Oggi vive tra Aarau e il Ticino. Dal suo romanzo di esordio «Tra dove piove e non piove», apparso nel 1970, fino ai più recenti racconti brevi riuniti nel volume «Liquida» (2017), Anna Felder ha realizzato un’opera che conquista per la sua poesia e musicalità, il suo fine senso dell’umorismo e il suo sguardo acuto sulle persone e la natura. Ritorno a casa. I frati cappuccini della Svizzera italiana fanno parte nuovamente della Provincia lombarda: lo scorso marzo si è formalmente celebrato il distacco dei francescani ticinesi e del Grigioni italiano dai fratelli svizzero-tedeschi e romandi, per essere integrati nella Provincia di San Carlo. Si tratta di una sorta di ritorno alle origini, in quanto i cappuccini, presenti in Ticino dal 1500, e i loro conventi, appartennero alla Provincia di Milano, e poi, dopo un periodo di indipendenza, dal 1973 erano confluiti nella Provincia svizzera. Ora, con la neocostituita Custodia dei frati minori della Svizzera italiana, che ha sede nel convento del Sacro Cuore di Bellinzona, tornano alle origini, per ricevere sostegno dai confratelli lombardi. Per le donne somale. È stata costituita nel Ticino una associazione che si occupa concretamente di aiutare le donne oggetto di mutilazioni genitali, una pratica purtroppo ancora in uso in diversi paesi africani. È frutto dell’iniziativa di un oriundo somalo, Canad Cali, un giovane immigrato che ha portato a termine con successo la sua integrazione in Svizzera. L’associazione si prefigge di promuovere l’aiuto medico-farmaceutico alle donne della Somalia con la fornitura di medicamenti e di materiale sanitario. Le mutilazioni genitali femminili – una pratica crudele risalente a tempi remoti, non necessariamente collegata a un credo religioso – sono praticate tuttora
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soprattutto in alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea, dove toccano il 90% della popolazione femminile; secondo l’UNICEF, ogni anno tre milioni di bambine subiscono questa mutilazione. D’intesa con le autorità e con un ospedale di Mogadiscio, un primo invio di materiale sanitario è stato organizzato l’estate scorsa; si prevede di effettuarne uno nuovo entro il primo semestre di quest’anno. L’Associazione, che ha sede nello studio dell’avvocato Cesare Lepori, via Parco 2, Bellinzona, è aperta a nuove adesioni. Donazioni sono ricevute al ccp: 69-10314-2, con l’indicazione, Associazione Aiuto alle Donne Somalia, CH76 0825 2025 7214 COOOC. Solidarietà. La San Vincenzo de’ Paoli della Svizzera italiana conta 140 membri, appartenenti alle 11 Conferenze (ossia gruppi), e porta un aiuto concreto a chi fatica a livello economico. Lo scorso anno la San Vincenzo ha elargito 460mila franchi a famiglie e singoli, contribuendo a superare difficoltà finanziarie non coperte dalle previdenze pubbliche. Pure il Tavolino Magico aiuta in media ogni settimana 1.700 persone in difficoltà in Ticino. Nel 2017, la piattaforma di Cadenazzo ha raccolto 635 tonnellate di cibo, salvando dal macero alimenti in esubero provenienti dall’agricoltura, dall’industria o dal commercio all’ingrosso, consegnandoli a famiglie e individui indigenti. Nella Svizzera italiana, sono 280 i volontari attivi nei 13 centri di distribuzione. Gli alimenti destinati al macero in Svizzera rappresentano 2 milioni di tonnellate l’anno, mentre 570.000 persone vivono vicino o sotto la soglia di povertà. Carità salesiana. L’Opera Don Bosco nel Mondo è una fondazione con sede a Lugano, nata nel 1965 grazie a don Enrico Morganti, sacerdote luganese, con la intenzione di sostenere le Opere Salesiani in Burundi, mentre attualmente è un punto di riferimento per il sostegno di tante missioni salesiane in tutto il mondo. La Fondazione opera con progetti sociali e educativi nel campo della formazione e dell’educazione, interventi strutturali a lungo termine quali la costruzione di mense comunitarie, abitazioni, scuole e centri formativi, servizi igienico sanitari, oratori e luoghi di culto, veri e propri villaggi. Si occupa inoltre di far fronte alle richieste di aiuto giunte dai salesiani a seguito di catastrofi naturali o a causa di guerre civili o etniche.
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Solo nell’anno 2017 sono stati elargiti 867.139,62 franchi, distribuiti in 47 progetti all’interno di 26 missioni diverse. Rapporto Caritas. La Caritas svizzera nel 2017 ha raccolto donazioni per 34,3 milioni di franchi e ha realizzato programmi e progetti per 106,7 milioni, dei quali 48,1 milioni in interventi a livello internazionale. Oltre ai progetti su lungo termine per la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la lotta ai cambiamenti climatici, ci sono stati investimenti in favore dei rifugiati di guerra siriani collocati in Giordania, Libano e Siria. Importante anche l’intervento nei Caraibi per l’uragano «Irma». In Svizzera le azioni hanno invece riguardato in particolare la frana verificatasi a Bondo (GR). Continua però anche il programma di lotta alla povertà nella Confederazione, con l’obiettivo di dimezzare il numero di poveri entro il 2020. Tutela delle minoranze. Il Consiglio degli Stati e il Consiglio il Nazionale hanno accolto una mozione che dà mandato al Governo federale di analizzare se sono sufficienti le vigenti dispositivi a tutela delle minoranze religiose, e in particolare della comunità ebraica, contro la minaccia terroristica. Il Consiglio federale deve chiarire se questi compiti spettino ai Cantoni e ai Comuni oppure alla Confederazione. Inoltre, la mozione chiede all’Esecutivo di evidenziare quali provvedimenti complementari potrebbero essere presi per intervenire a tutela delle comunità a rischio terrorismo e quali basi legali potrebbero essere create a tal proposito. Dal mese di marzo 2017, un gruppo di lavoro è all’opera,e vi partecipano Confederazione, Cantoni, polizie, Comuni e comunità ebraica e musulmana. I risultati dovrebbero essere pubblicati entro la fine dell’anno o all’inizio del 2019. Politica femminile. La Commissione cantonale per le pari opportunità fra i sessi ha incontrato le Associazioni femminili attive in Ticino, per condividere e discutere alcune tematiche d’attualità e impostare nuove iniziative di collaborazione. È stato presentata la seconda edizione dell’opuscolo «La legge sulla parità dei sessi vi protegge – Come far valere i vostri diritti», pubblicato nei Cantoni della Svizzera romanda, tradotto ed adattato alla legislazione ticinese e che ha come obiettivo di promuovere la
conoscenza della Legge federale sulla parità dei sessi. Le rappresentanti delle Associazioni intendono organizzare collettivamente una campagna in vista del 2019, anno in cui il Ticino festeggerà i 50 anni dall’introduzione del suffragio femminile in materia cantonale, campagna che sarà indirizzata anche a favorire la partecipazione femminile alle elezioni cantonali e federali di quell’anno. Sanatoria ginevrina. Nel quadro di un’operazione finora inedita in Svizzera – chiamata «Papyrus» – sono stati regolarizzati a Ginevra 1.093 clandestini. L’obiettivo è di permettere a determinate categorie di sans-papiers di regolarizzare la loro situazione in Svizzera, e anche di combattere il lavoro nero e il dumping salariale. Le condizioni per ottenere la regolazione sono un soggiorno ininterrotto di cinque anni per le famiglie con figli che frequentano la scuola, e di dieci anni per le altre categorie; inoltre l’integrazione riuscita, l’assenza di condanne penali e l’indipendenza finanziaria totale. La maggioranza dei 1.093 clandestini che hanno soddisfatto questi criteri è costituita da famiglie, che contano complessivamente 400 figli. Ginevra ha creato un dispositivo di inserimento volto a stabilizzare la situazione professionale delle persone coinvolte dal progetto, e impartito ai datori di lavoro un nuovo termine fino al 30 giugno per dichiarare i loro dipendenti in situazione irregolare: trascorsa questa data, i casi che saranno scoperti saranno denunciati al Ministero pubblico. Questa procedura potrebbe essere adottata in futuro da altri cantoni: il numero dei sans-papiers in Svizzera è stimato a circa 76.000, di cui 13.000 a Ginevra. Predicatori premiati. La Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera ha organizzato per la seconda volta un concorso per la migliore predica. Il primo premio è stato attribuito al pastore basilese Philip Roth su un tema biblico, il secondo premio è stato assegnato al pastore evangelico attivo in Piemonte Alessandro Esposito, il quale ha trattato della solidarietà coi rifugiati; il terzo al prete cattolico turgoviese Erich Häring con un’omelia sulla pecorella e la moneta smarrite. Alle due giurie (tedesco-romancia e romanda-italiana) erano state presentate 172 prediche. I testi premiati e altri dieci sono stati raccolti in una pubblicazione.
Rapporti con le religioni. Secondo un sondaggio pubblicato all’inizio del 2017, il 79% degli svizzeri interpellati sarebbe favorevole a vietare la dissimulazione del viso (il cosiddetto divieto del burka). L’iniziativa costituzionale ha raccolto oltre 150.000 firme e potrà essere sottoposta al voto popolare non prima del 2019. Intanto il parlamento sangallese (dopo l’elettorato ticinese) ha accolto tale divieto, ma ora è in corso un referendum contrario. Il Gran Consiglio vallesano ha invece respinto la proposta di vietare il velo islamico nelle scuole. Il Consiglio federale intende pronunciarsi contro tale divieto, perché lede il principio federalista (invadendo un campo di competenza cantonale), mentre gruppi evangelici e il vescovo Markus Büchel di San Gallo vi si sono detti favorevoli. Tra i politici, il presidente del Partito democratico cristiano Pfister sarebbe per regolare per legge alcune materie relative alle religioni, mentre il presidente dei socialisti, Christian Levrat, si è espresso in favore, a certe condizioni, di un riconoscimento ufficiale (da parte di chi?) delle comunità musulmane. Il tema del riconoscimento delle comunità religiose minoritarie è all’esame delle autorità di Neuchâtel, mentre il Governo di San Gallo ha rinunciato ad aprire alle minoranze religiose la possibilità di uno statuto pubblico, per l’opposizione dei partiti; la Diocesi si era espressa a favore. Il governo zurighese ha adottato, con l’approvazione delle comunità protestante e cattolica, sette linee direttrici per definire le relazioni del Cantone con le religioni, comprese quelle non riconosciute dal diritto cantonale. Un gruppo di lavoro del Partito democristiano starebbe elaborando un documento intitolato «Valori dello Stato di diritto». Un altro sondaggio ha rilevato come gli svizzeri sopravvalutano la presenza musulmana nel Paese, ritenuta del 17,2% della popolazione (mentre, secondo l’Ufficio federale di statistica, è in realtà del 5,1%), confermando la regola che chi ignora una realtà ne ha paura! Chiesa per gli ortodossi. L’Abbazia di Saint-Mauricie ha concesso, con un contratto stipulato il 28 febbraio, per venti anni la cappella dell’Ospizio San Giacomo a Saint-Maurice (Vallese) alla diocesi russa degli ortodossi di Francia e Svizzera: la cappella, inutilizzata da più di 15 anni, è stata messa a disposizione gratuitamente, col solo onere della manutenzione.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Cinque anni di papa Francesco. Sono ormai trascorsi cinque anni dalla elezione di papa Bergoglio, primo papa col nome di Francesco. Numerose sulla stampa valutazioni più o meno positive sul suo operato; «Dialoghi» l’ha attentamente «sostenuto» sia riportando sue «parole», sia elencando «belle notizie». La rivista milanese dei Gesuiti «Aggiornamenti sociali», nell’editoriale del numero di marzo, indica così «le tante parole chiave lanciate da papa Francesco»: «periferie esistenziali, inequità, cultura dello scarto, dialogo, verità relazionale, cura, ecologia integrale, sobrietà, discernimento, gioia, ecc.» Sono parole che indicano una strada che «Dialoghi» si propone di continuare. Nuovi santi beati e martiri. Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione dei decreti che riconoscono i miracoli rispettivamente attribuiti all’intercessione del beato Paolo VI, papa dal 1963 al 1978, e del beato Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di El Salvador trucidato nel 1980 mentre celebrava Messa. Oltre le due «santificazioni», sono state autorizzate anche le beatificazione o il riconoscimento della virtù eroica di preti, religiosi e laici, tra quest’ultimi anche otto donne. Il Papa ha approvato inoltre il riconoscimento del martirio dei 19 religiosi, assassinati «in odio alla fede» tra il 1994 e il 1996 in Algeria, tra cui il vescovo mons. Pierre Claverie di Orano e i sette monaci trappisti francese di Tibirine. Testimoni col sangue. Nel 2017 sono stati uccisi 27 agenti pastorali cattolici, tra cui 13 preti, un religioso, una religiosa e otto laici: undici nelle Americhe, 10 in Africa, due in Asia. Nel 2016 gli assassini erano stati 28, 22 nel 2015; il Messico è il paese dove i preti sono più minacciati, un centinaio di essi sono stati uccisi a partire dal 2000. Sono dieci i paesi che, secondo un rapporto statunitense, non rispettano la libertà religiosa, mentre si constata nel mondo un aumento della persecuzione contro i cristiani che riguarderebbe 2,5 miliardi di persone, mentre 215 milioni subiscono forme di intolleranza. Nel 2017 sarebbero stati uccisi, a causa della loro fede, oltre tremila persone, mentre sono oltre 15mila gli edifici cristiani attaccati.
Vescovo dei poveri. Nella celebrazione del novantesimo compleanno di Pedro Casaldaliga (16 febbraio), non uno dei nomi a lui dedicati è andato perso: vescovo dei poveri, santo, profeta, poeta, mistico… E, soprattutto, patrimonio dell’umanità intera, a cominciare da quella povera, a cui ha dedicato l’intera sua esistenza, ricevendo per questo innumerevoli omaggi e riconoscimenti, tra cui anche un film, uscito nel 2013. Per i suoi 90 anni (16 febbraio) è stato creato anche un portale, destinato, come spiega l’équipe di Servicios Koinonìa che ne dà notizia, a mettere a disposizione di tutti le sue opere, in forma digitale e gratuita, «per volontà espressa dello stesso autore». È impossibile citare tutti gli articoli che sono stati scritti in occasione del suo compleanno; vale la pena citare perlomeno quello di Antonio Gil, canonico della cattedrale di Cordova, in Spagna,che lo definisce come «un vescovo unico, speciale, della stirpe dei grandi vescovi latinoamericani, di quelli che hanno conquistato il cuore delle persone». Dom Pedro ha voluto restare anche dopo il pensionamento nel 2005, a Sao Felix de Araguaia, malgrado le sue condizioni di salute (da 25 anni convive con «fratello Parkinson»), che avrebbero richiesto un luogo più accessibile di un municipio distante 16 ore dal più vicino aeroporto. Oggi don Pedro dice: «Alla mia età, tutto rientra in una preghiera». E ancora: «Oggi, da pensionato, contemplo la vita relativizzando ciò che è relativo in me, nella società e nella Chiesa, e assolutizzando ciò che è assoluto: Dio e l’umanità». (da una notizia di Claudia Fanti, in «Adista» del 10 marzo) I teologi italiani da papa Francesco. Fu nel 1966, al termine del Convegno internazionale di teologia conciliare svoltosi a Roma un anno dopo la fine del Vaticano II – e che vide presenti, tra gli altri, Congar, Danielou, Chenu e pure Karl Barth –, che un gruppo di studiosi decise di costituire un’associazione che si dedicasse specificamente alla diffusione della teologia in Italia. A Napoli, nel gennaio del 1967, si celebrò il primo Congresso della nascente Associazione Teologica Italiana (ATI), che conta adesso più di 330 soci: Adriana Zarri fu la prima donna a farne parte, mentre attualmente è vice-
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presidente l’ecclesiologa Serena Noceti di Firenze. A conclusione del tradizionale Corso di aggiornamento per docenti di teologia, i membri dell’ATI sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco il 29 dicembre scorso, che nel discorso ai partecipanti al corso, aveva riconosciuto che la «fedeltà creativa» al Vaticano II comporta la «responsabilità di annunciare il Vangelo in modo nuovo, più consono a un mondo e a una cultura profondamente mutati», senza temere di assumersi pure il singolare compito di «ripensare la Chiesa perché sia conforme al Vangelo che deve annunciare». L’udienza di papa Francesco (che ha voluto stringere la mano a tutti i teologi presenti) può quindi essere interpretata come una «riparazione» alle molte difficoltà avute dalla Curia da parte di molti teologi e della stessa associazione, che pure elenca una serie di presidenti prestigiosi; dopo i primi due anni della presidenza di Carlo Colombo, seguirono infatti Luigi Sartori, Severino Dianich, Giacomo Canobbio, Piero Coda. Inoltre va ricordato come, nel 1989, 63 teologi italiani, in gran parte soci ATI, firmarono un appello sui pericoli involutivi del cammino conciliare della Chiesa (la cosiddetta «Dichiarazione di Colonia», in «Dialoghi» n. 105): fu, per quanto burrascoso, un momento importante della storia ecclesiale italiana, che attestava una presenza teologica appassionata e competente e, d’altro canto, faceva presagire e auspicare tempi nuovi, modalità inedite di rapporto tra teologia e magistero. Tempi e modalità che l’incontro papale di venerdì 29 dicembre 2017 sembrano aver finalmente sancito. (da un articolo di Stefano Sodaro, giornalista socio di ATI, in «Adista» del 20.1.2018) Precettato il Papa buono. Il 12 settembre 2017 papa Roncalli è stato «chiamato alle armi» per conferirgli la medaglia di cartone di «patrono» dell’Esercito italiano, una scelta che ha innescato aspre reazioni non solo in settori cattolici tradizionalmente «pacifisti», ma perfino nella Conferenza episcopale italiana (CEI). Il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, ha appreso la notizia a fatto compiuto, mentre il presidente di Pax Christi Italia, monsignor Giovanni Ricchiuti, irritato per la decisione, ha lamentato che, sulla questione, non ci sia stato un confronto all’interno della Cei. Le ragioni addotte dall’ordinario castrense in Italia, monsignor Santo Marcianò, è che durante la Prima guerra mondiale,
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l’allora don Angelo Giuseppe Roncalli, cappellano militare, si era distinto per lo zelo con cui aveva vissuto quel ministero; ma si nasconde lo sviluppo che ebbe in Roncalli infine diventato papa, l’avversione alle armi, con l’affermazione del primato della pace e della nonviolenza, e la sua definizione della guerra come «alienum a ratione» (Pacem in terris, n. 67), cioè… cosa da pazzi! La decisione formale è stata presa dalla Congregazione per il culto divino, il cui prefetto è il cardinale Robert Sarah, quello che si preoccupa del glutine perché sia valida la s. messa, secondo lui da celebrare mostrando la schiena al Popolo di Dio! In comunione da 70 anni. Il 23 agosto 1948, ad Amsterdam nacque il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEE), l’organismo più ampio e inclusivo tra le diverse organizzazioni del movimento ecumenico moderno. Oggi, formato da 348 Chiese membro in 110 paesi del mondo, rappresenta circa 500 milioni di cristiani. Il CEE comprende la maggior parte delle Chiese ortodosse, numerose Chiese protestanti storiche (anglicane, battiste, luterane, metodiste, riformate) e diverse Chiese indipendenti. È una «comunione di Chiese» riunite per promuovere il dialogo e la riconciliazione fra le diverse tradizioni cristiane. Per celebrare i primi settant’anni del longevo organismo, le Chiese membro e il suo Comitato hanno deciso di festeggiare, tra otto mesi, la data con un culto celebrativo e numerosi appuntamenti proprio nella capitale dei Paesi Bassi. Un sinodo a Milano. Un Sinodo diocesano per costruire un vera Chiesa multietnica e «delle genti» si è aperto il 14 gennaio a Milano, l’arcidiocesi più grande d’Europa (1.107 parrocchie), dallo scorso settembre guidata da mons. Mario Delpini. Si tratta di un Sinodo minore, perché non tratterà tutti gli aspetti della vita della Chiesa, come nei Sinodi ordinari, ma un solo tema. Un tema però tutt’altro che «minore»: un percorso di studio, riflessione e decisione per definire le modalità attraverso le quali annunciare adeguatamente il Vangelo, celebrare i sacramenti, vivere l’esperienza della carità nelle parrocchie ambrosiane, tutte sempre più multietniche. A Milano, oggi, quattro nati su dieci hanno un genitore straniero, un immigrato su quattro ha ormai un’abitazione di proprietà, nelle scuole del territorio si possono stimare oltre 160mila
alunni di nazionalità straniera, mentre sono circa 12mila gli studenti stranieri iscritti a uno degli atenei milanesi. Gli stranieri rappresentano il 13,4% dei residenti nei comuni diocesani, ma addirittura il 62,4% delle persone che, nel corso del 2016, si sono rivolte ai centri di ascolto della Caritas ambrosiana. A favore dei migranti. Don Fabio Baggio (sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati presso il Pontificio Consiglio per lo Sviluppo umano) ha consegnato ai rappresentanti dei 28 Stati membri dell’Unione Europea i 20 punti d’azione per un patto globale su migranti e rifugiati, un documento approvato da papa Francesco e redatto dopo aver ascoltato il parere di diverse Conferenze episcopali e delle ONG cattoliche. Le parole d’ordine del documento sono le stesse utilizzate da papa Francesco nel titolo del Messaggio per la Giornata mondiale del rifugiato 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ogni epoca ha le sue migrazioni anche se quella attuale sembra raggiungere dimensioni epocali, e la Chiesa intende stare sempre dalla parte del più debole, di chi cioè si mette in cammino per fame, guerra, persecuzione, disastri ambientali, ecc. La migrazione è una risposta umana naturale alle crisi e una testimonianza del desiderio innato di ogni essere umano di essere felice e di godere di una vita migliore. Nel paragrafo «Accogliere», si osserva che «la migrazione stessa dovrebbe essere sicura, legale e ordinata, e gli Stati sono invitati a bandire ogni forma di espulsione arbitraria e collettiva», secondo il principio di non-refoulement, e devono ampliare il numero e le forme di vie legali alternative per una migrazione e un reinserimento sicuri e volontari. Per una prima accoglienza responsabile, il Vaticano chiede la chiusura dei grandi centri, che non portano risultati, anzi generano «nuove situazioni di vulnerabilità e di disagio», mentre «programmi di accoglienza diffusa» facilitano l’incontro personale e consentono una migliore qualità dei servizi. Nel capitolo «Proteggere», il documento chiede che i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati debbano «essere accolti come esseri umani, nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti». Questo garantisce un inserimento più efficace e rappresenta anche una garanzia di sicurezza tanto per chi arriva quanto per chi accoglie. Promuovere infine significa favorire lo sviluppo umano
integrale, in modo che l’accoglienza non si limiti alle prime necessità, e consentire così a chi rimane di realizzarsi come persone, contribuendo allo sviluppo del paese che li ospita. Badanti e anziani. Il sistema sociale italiano si sostiene con circa 350.000 «badanti» censite, più le irregolari, in gran parte donne dell’Est europeo. La loro retribuzione è di circa 1.000 euro al mese, per prestazioni spesso di ventiquattro ore al giorno; le badanti di solito vivono con l’anziano e ricevono quindi anche vitto e alloggio. Si calcola che il «sistema» attuale funziona e costa alle famiglie 7 miliardi di euro all’anno, mentre se gli attuali anziani (910.000) fossero collocati in istituti (che in Italia sono pochi), costerebbero allo Stato 17 miliardi. Attualmente gli italiani con più di 75 anni sono 11% della popolazione, ma nel 2050 saranno il 25%, e già dal 2030 sarà necessario un mezzo milione di badanti in più. Ben venuti quindi i migranti, da accogliere per «badare» agli anziani, in Italia e… da noi! Africa insegna. Dopo anni di discussioni, il Sinodo generale della Chiesa riformata dell’Africa orientale (Rcea) ha approvato l’ordinazione delle donne. La Chiesa cristiana riformata dell’Africa orientale è membro della Comunione mondiale di Chiese riformate (Wcrc), che riunisce più di 225 Chiese in oltre 110 paesi. Il Consiglio generale della Comunione mondiale di Chiese Riformate del 2017 aveva adottato «una dichiarazione di fede sull’ordinazione delle donne», secondo cui «Dio, attraverso lo Spirito Santo, chiama sia le donne che gli uomini a partecipare pienamente a tutti i ministeri della Chiesa». La Rcea spera di ordinare la prima donna al compito di ministro della Parola e Sacramento entro la fine dell’anno. «Grazie» benefico. Secondo un recente studio dell’università di California a San Diego, ringraziare fa bene alla salute: un cuore grato è un cuore più sano. La ricerca è stata condotta su 186 pazienti colpiti da insufficienza cardiaca: i malati hanno ricevuto le stesse cure e gli stessi farmaci ma al termine della sperimentazione solo i pazienti che avevano espresso i loro «grazie» quotidianamente hanno mostrato una diminuzione nei parametri che possono sviluppare delle cardiopatie. Un altro studio ha associato il ringraziare» a un sonno migliore, più profondo e duraturo.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Borse salvavita. Lesvos Solidarity è un’ong di donne greche, fondata nel 2016 presso il centro di accoglienza di migranti «Il Villaggio di tutti insieme», sull’isola di Lesbo. Uno dei suoi progetti si chiama Safe Passage Bags: dai salvagente rimasti sulle spiagge dell’isola si fanno borse, zainetti e porta computer. I salvagente, assunti a simbolo del rischiosissimo viaggio di circa un milione di persone in fuga dalle coste turche a quelle delle isole del mar Egeo, sono diventati un problema. Abbandonati in discariche a cielo aperto si decompongono e penetrano nel terreno. Spesso vengono bruciati e producono fumi inquinanti e dannosi per la salute. A questa emergenza si sono aggiunti altri elementi: il desiderio condiviso di tenere vivo il patrimonio simbolico di memoria, e quello di inventare un nuovo significato e uso. Il laboratorio di Safe Passage Bags occupa 9 persone, sei rifugiati di diverse nazionalità e tre donne greche. Sala Ka Bula, Magi Ka Bula, Bibidi Babidi Bu. Da circa 3 anni la centrale nucleare di Beznau I è inattiva. Per la dodicesima volta Axpo che ne gestisce le attività ha procrastinato la sua rimessa in funzione: da fine febbraio a fine marzo. Malgrado ciò Axpo non intende mettere definitivamente fuori servizio la centrale, operazione che ci costerà 1,5 miliardi di franchi. Nel frattempo gli oltre 900 difetti monitorati sull’involucro del reattore non scompariranno di certo per magia. Chi vivrà, vedrà. Dalla catastrofe di Fukushima Daiichi sono passati 7 anni (anniversario 11 marzo). In un raggio di 30 km oggi si misurano ancora radiazioni di più di 50 milli sievert all’anno che rendono impossibile il rientro di più di 50’000 persone evacuate. Nuove immagini scattate da robot di Tepco, la ditta che gestisce la centrale, mostrano finalmente dove è localizzato il materiale combustibile fuso nell’incidente. Grazie a questa informazione è ora possibile iniziare a mettere fuori funzione la centrale. Il procedimento dovrebbe durare almeno 30 anni. Quando la regione sarà di nuovo abitabile, invece non è detto di sapere. Sempre meno efficienti. A fine anno il Consiglio federale ha reso pubblico un
rapporto sull’utilizzo di energie fossili ed elettrica in Svizzera negli ultimi 10 anni. Contiene una bella notizia: il consumo globale ha smesso di crescere costantemente come ha fatto dal 1959 in diretta relazione alla crescita del prodotto interno lordo. Infatti, grazie all’efficienza energetica e alle misure politiche per applicarla, diminuisce leggermente. Il rapporto contiene anche una cattiva notizia: il consumo di energia continua a salire nel settore dei trasporti! Le auto sono diventate sì più efficienti, ma anche sempre più pesanti e si usa un mezzo privato sempre più spesso per i propri spostamenti. Altro aspetto allarmante: il traffico aereo non è incluso nel calcolo. Bella domanda. Il campanile della nostra chiesa ospita nidi di pipistrelli? Gli orari delle messe tengono conto degli orari dei trasporti pubblici? La mia parrocchia conosce il consumo di energia per riscaldare la chiesa? I fiori usati per abbellire l’altare sono del commercio equo o locali? I dintorni della chiesa sono intrattenuti con metodi naturali? Utilizziamo corrente con certificazione ecologica? Rinunciamo a stoviglie di plastica per gli aperitivi e le feste patronali? Il prete va in bicicletta? OEKU, il gruppo di lavoro per Chiese e Ecologia, invita il popolo di Dio a porsi queste domande. E a impegnarsi affinché sempre più comunità parrocchiali vivano i valori del Vangelo anche attraverso atti concreti per una gestione oculata delle risorse del pianeta. Comincio da me. Dal rapporto aggiornato al 2016 dell’Organizzazione meteorologica mondiale emerge un vero allarme per il pianeta: la concentrazione di CO2 nell’atmosfera terreste è aumentata del 50% rispetto alla media dei 10 anni precedenti, raggiungendo un livello mai più verificatosi da 800’000 anni. Ciò sarebbe legato a una combinazione di fattori: dalle attività umane al fenomeno climatico di El Nino. I livelli di anidride carbonica hanno raggiunto 400 parti per milione. L’ultima volta che la terra ha conosciuto una concentrazione simile è stato tra i 3 e i 5 milioni di anni fa. La temperatura era più alta di 2-3 gradi e il livello del mare superiore di 10-20 metri rispetto a quello attuale. Smettendo subito di immettere
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anidride carbonica nell’atmosfera ci vorrebbero decine di anni per scendere al di sotto del livello critico. Abbiamo a disposizione diverse soluzioni, sia a livello individuale sia collettivo. Per realizzare queste ultime manca la volontà politica. Ma per quelle individuali, tocca anche a te, che stai leggendo questo testo, fare qualche cosa. La Chiesa non ci sta. Douglas Tennent è stato espulso dalla Papua Nuova Guinea. Il missionario cattolico neozelandese si era schierato dalla parte delle popolazioni locali e aveva partecipato alle azioni di protesta contro il disboscamento di grandi superfici di foresta originaria per far spazio alle piantagioni di palma da olio. Tra il 2010 e il 2016 in Papua Nuova Guinea sono stati distrutti 1,26 milioni di ettari di foreste, con conseguenze devastanti per le popolazioni locali. Dopo proteste internazionali Tennent ha potuto rientrare, ma gli è stato imposto di non immischiarsi più in questioni che possono provocare tensioni tra proprietari terrieri. L’arcivescovo di Rabul, Francesco Panfilo ha tuttavia dichiarato che la condizione imposta a Tennent non significa che la Chiesa in futuro rinuncerà alla difesa dei più deboli. Capire o non capire. Nella foresta pluviale della regione amazonica del Brasile sono state scoperte, tra il 2014 e il 2015 circa 400 nuove specie animali. Tra di loro spiccano un delfino di fiume rosa e una lucertola dai baffi gialli. Questo fa capire l’enorme ricchezza in biodiversità della foresta amazonica. Assolutamente incomprensibile invece è l’atteggiamento dell’attuale presidente brasiliano Michel Temer che ha concesso il permesso per disboscarne grandi superfici. Il paltò di Fiffì. In tutte le culture si presuppone uno stadio originario in cui la convivenza tra esseri umani e animali è stata totalmente armonica; chiamiamolo paradiso. Oggi il rapporto umano-animale nella nostra società, orientata al consumo, oscilla tra lo sfruttamento insensibile e il sentimentale antropomorfismo riversato sugli animali da compagnia. Il Museum für Kunst und Gewerbe di Hamburgo ha dedicato a questo argomento l’esposizione appena conclusasi: «Animali. Rispetto Armonia Sottomissione». Le prime rappresentazioni della relazione umano-animale sono vecchie di oltre 30’000 anni e la mostra ha cercato di rappresentarne i contrasti e di promuovere una coesistenza rispettosa.
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Notizie belle e buone Per il dialogo. Il vescovo cattolico-cristiano («vecchi cattolici») Harald Rein è dal 1. aprile presidente del Consiglio svizzero delle religioni, per un periodo di due anni. Il Consiglio, fondato nel 2006, raggruppa i rappresentanti delle tre Chiese storiche (cattolica-romana, protestante, vecchiacattolica) e degli ebrei, ortodossi, musulmani, e favorisce il dialogo interreligioso. Per i cattolici vi fa parte mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Per non dimenticare. Nel collegio Calvin di Ginevra, lo scorso gennaio, si è svolto un incontro straordinario ed emozionante, presenti oltre 200 allievi di una dozzina di istituti romandi, tra i due figli di francesi uccisi perché resistenti e i due figli di tedeschi ufficiali delle SS che avevano partecipato a fucilazioni di massa nell’Europa Orientale. L’iniziativa della Coordinazione contro l’antisemitismo e la diffamazione (CICAD) vuole ovviare al venir meno dei «testimoni» delle atrocità compiute nell’Europa del XX secolo. (da «Le Courrier», 24.1.2018) Cinque sottosegretarie. La suora spagnola Carmen Ros Nortes è stata nominata da papa Francesco, il 23 febbraio 2018, sottosegretaria della Congregazione per gli istituti di vita consacrata. È così la quinta sottosegretaria, due laiche al Dicastero per i laici, un’altra al Dicastero per lo sviluppo e due religiose alla Congregazione per gli Istituti religiosi. Totale cinque sottosegretarie, ma sempre sotto… Finalmente. A titolo eccezionale, papa Francesco ha autorizzato quindici donne a partecipare, accanto a cardinali e vescovi e consultori, all’assemblea plenaria della Commissione pontificia per l’America latina, riunitasi dal 6 al 9 marzo in Vaticano. Allo studio il rapporto e la partecipazione delle donne all’edificazione della Chiesa e della società in America latina. In occasione della giornata della donna, una quarantina di donne impiegate in Vaticano hanno fruito di un pranzo «in loro omaggio», mentre i partecipanti all’assemblea sono stati/e ricevuti/e dal Papa alla chiusura del convegno. Invito al sorriso. Ricevendo i dirigenti del personale delle Poste italiane, il 10 febbraio scorso, papa Francesco ha loro domandato di mettere sempre la persona «al centro», specialmente con un sorriso. Invito che vale anche per la Svizzera, con gli impiegati sotto pressione e gli utenti arrabbiati per la chiusura degli sportelli. Anche in Francia. Il presidente Emmanuel Macron ha affermato la necessità di sviluppare l’insegnamento del fatto religioso nelle scuole, ritenendo che tale insegnamento non è in opposizione al principio della laicità della scuola, tanto caro ai francesi. Un gruppo di lavoro sta studiando la realizzazione: stavolta il Ticino è all’avanguardia… Più teologhe. La professoressa Astrid Kaptijn, vice rettrice (o rettore…) dell’università di Friburgo, vuole interessare un maggior numero di donne agli studi di teologia cattolica: è quanto ha auspicato lo scorso marzo, in occasione della Giornata delle donne. «Se si vogliono più donne attive nella Chiesa, occorre per primo formare delle teologhe». Per i dalits. I Vescovi cattolici indiani hanno riaffermato il loro impegno a favore dei 200 milioni di dalits («intoc-
cabili»), fortemente discriminati nella società e purtroppo anche nella Chiesa. I cristiani in India sono il 2,3% della popolazione e per il 60% sono dalits, in gran parte operai agricoli nei villaggi. Diaconessa armena. Una anestesista di 24 anni, AnniKristi Manvelian, è stata ordinata diaconessa nella cattedrale armena ortodossa di San Sergio a Teheran. Si tratta di una prima storica, anche se le diaconesse esistevano nei conventi della Chiesa armena, ma stavolta si tratta di una laica, che non appartiene ad una congregazione monastica, quindi una «diaconessa di parrocchia». Intanto a Roma si studia, si studia… Per la ricostruzione. Gli Stati Uniti americani hanno promesso 75 milioni di dollari per la ricostruzione dei villaggi cristiani nella Pianura di Ninive, nel nord dell’Iraq, distrutti dal sedicente Stato Islamico. La spesa totale per la ricostruzione nelle regioni occupate dai ribelli ammonterà, secondo il Consiglio dei ministri iracheno, ad almeno 100 miliardi di dollari e sarà curato dalla Banca mondiale e da una settantina di Stati. Chiesa fa salute. Una ricerca pubblicata su PLOS (e riferita da Il Corriere del Ticino) relativa a 18.370 statunitensi di età pari o superiore ai 50 anni, avrebbe scoperto che chi aveva frequentato funzioni religiose almeno una volta alla settimana aveva un rischio di mortalità inferiore del 40%, rispetto a chi non vi aveva mai partecipato, senza differenze per il tipo di religione seguita. Secondo i ricercatori lo spirito religioso si associa in genere ad un’attitudine mentale positiva che protegge da malattie, come ictus o colite ulcerosa. Presidenza femminile. L’Unione vodese delle associazioni musulmane ha eletto alla presidenza, lo scorso 25 marzo, Sandrine Ruiz, una convertita di origine francese. È la prima volta in Svizzera che una donna viene designata a tale funzione ed è anche una scelta significativa nell’auspicata strada dell’integrazione. Giornate ecumeniche. La sesta edizione delle «Giornate di studio per il rinnovo teologico e sociale» si svolgeranno all’Università di Friburgo il 20-22 giugno, per la prima volta col padrinato congiunto della Conferenza dei vescovi svizzeri e della Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera. Il tema sarà: «In Cristo – Insieme verso il Centro». Benvenuti. Sono giunti in Ticino, all’inizio di aprile, 7 famiglie di rifugiati siriani, comprendenti 11 adulti e 23 minori, che fanno di un primo gruppo di complessivi 70 siriani che il Consiglio di Stato ha deciso di accogliere, partecipando a una azione, decisa dal governo svizzero lo scorso dicembre, e che porterà nella Confederazione in totale 2.000 siriani particolarmente bisognosi di tutela. Un buon inizio: le organizzazioni umanitarie svizzere propongono di accoglierne 10.000, e hanno promosso una petizione in tal senso. Onore al merito. La città di Ginevra ha consegnato la medaglia «Ginevra riconoscente» a Cornelio Sommaruga (85 anni), per la sua azione quale presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa durante dodici anni e del Centro internazionale dello sminamento, onorando il suo impegno per le vittime dei conflitti e il rispetto del diritto internazionale umanitario.
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opinioni
Gesù e le donne I diritti e gli insegnamenti traditi La disuguaglianza di diritti, dignità e sicurezza delle donne rispetto agli uomini, in Spagna almeno, è in aumento. Il dato terribile della quantità crescente di donne che sono maltrattate, minacciate e assassinate dagli uomini è eloquente e preoccupante. E consta che le religioni – concretamente, la nostra Chiesa – hanno una buona dose di responsabilità in questa drammatica situazione. Un dato sospetto: ho cercato nell’«Indice delle materie» del vigente Codice di Diritto Canonico la parola «donna». Il risultato è che nella codificazione dei diritti nella Chiesa la donna non è menzionata. Vuol dire che la donna è carente di diritti nella Chiesa? E se nella Chiesa i diritti della donna sono inferiori a quelli degli uomini, con quale autorità la Chiesa può chiedere ai poteri pubblici che rispettino la donna? Gesù cosa pensava di questa faccenda? Per rispondere, è necessario sapere qualcosa della situazione sociale della donna nel popolo e nella cultura nella quale è nato e vissuto Gesù. Per fortuna non manca un’abbondante documentazione storica. Uno dei migliori studiosi del tema, il professor Joachim Jeremias, si sofferma più che sulle teorie su fatti molto concreti. Per esempio: quando la donna giudea di Gerusalemme usciva da casa portava il volto coperto con un copricapo di due veli sulla testa, un diadema sulla fronte con lacci legati sotto al mento e una maglia di merletti e nodi; in questo modo non si potevano riconoscere i lineamenti del suo volto. La donna che usciva senza coprirsi la testa, cioè senza il copricapo che le velava il volto, offendeva a tal punto la buona creanza che il marito aveva il diritto, perfino il dovere, di allontanarla senza essere obbligato a pagarle la somma stipulata nel contratto matrimoniale in caso di divorzio. Ma c’era qualcosa di peggiore: il saggio giudeo Filone di Alessandria ci informa che «mercati, consigli, tribunali, processioni festive, grandi assembramenti, in una parola, tutta la vita pubblica, con le relative discussioni e affari, tanto in tempo di pace quanto di tempo di guerra, erano solo riservati agli uomini»1 (J. Jeremias, Jerusalén en tiempos de Jesús, 372). La cosa più dura era il diritto matri-
moniale. Fino all’età di dodici anni e mezzo una figlia non aveva il diritto di rifiutare il matrimonio deciso dal padre, che poteva sposarla anche ad un deforme. E inoltre, il padre poteva vendere la figlia come schiava (Es 21,7). In questo contesto, i vangeli ci informano che Gesù, quando ha iniziato la sua attività pubblica, per prima cosa ha riunito un buon gruppo di discepoli che «lo seguivano» per le stradi José Maria Castillo*
de e per i paesi. Da notare che era un gruppo misto, di uomini e donne, come spiega (fornendo nomi e origini familiari) il vangelo di Luca (8,13). Una lista parallela alle altre liste di discepoli (Lc 6,12-16; At 1, 13; Mc 3,13-19; Mt 10,1-4)2 E consta che le donne che enumera Luca (alcune con i loro nomi) erano tanto persone della migliore società, quanto donne che Gesù aveva dovuto liberare da «sette demoni» (Lc 8,2). Inoltre, in una società senza la giusta libertà, Gesù ha creato, per lui e per coloro che lo accompagnavano, la sua stessa libertà: si è lasciato profumare e baciare da donne (Mc 14,3-9; Mt 26, 6-13; Gv 12,3), in qual che caso persone dalla peggiore fama (Le 7,38). Un tema che spesso i predicatori ecclesiastici hanno taciuto o dissimulato, come tanti altri che indebitamente si suole occultare in ambienti clericali. Gesù ha avuto una singolare confidenza con una samaritana poco esemplare (Gv 4,4-30), con Marta e Maria (Lc 10,38-41), con la Maddalena (Lc 8,2; Gv 20, 11-18). Il fatto è che, quando i discepoli l’hanno abbandonato nella passione (Mc 14,30), è stato un gruppo di donne ad accompagnarlo piangendo (Mc 15,40-41). Ma ci viene anche ricordato che perfino nel momento della morte, sul Calvario c’era un buon gruppo di donne (Mc 15,40-41). E, per concludere questo rapido excursus di ricordi evangelici, non dobbiamo dimenticare che, nelle storie delle apparizioni del Risorto, le donne hanno avuto una preferenza di primo piano (Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-12; Gv 20,11-18). La Chiesa nascente ha compreso – e lo ha lasciato testimoniato nella «memoria sovversiva» di Gesù – che l’«umanizzazione di Dio» (non è altro
il mistero dell’Incarnazione) si accetta e si vive solo quando il rispetto e l’attuazione dell’uguaglianza in dignità e diritti dell’uomo e della donna si fanno non semplicemente legge e diritto, ma realtà parente e palpabile. Una realtà per la quale tutte le autorità, cominciando dalla Chiesa, si dovrebbero impegnare fortemente, rispettando (come è logico) le differenze inerenti alla nostra condizione naturale. Finché le donne non hanno gli stessi diritti economici degli uomini, la stessa dignità in qualsiasi lavoro, la stessa libertà nelle relazioni domestiche, professionali, sociali e religiose ci saranno famiglie nelle quali la donna dovrà sopportare perché sa che, se il marito la lascia, di che vive? Come va avanti? Che fa con i suoi figli? La «violenza di genere» non si risolve al telefono. Né con l’ingiunzione al violento a non avvicinarsi a più di duecento metri da casa. I a violenza non ha altra soluzione che la soppressione di ogni disuguaglianza nei diritti, nel rispetto delle differenze. E per finire, dove sta scritto che le donne non possono essere sacerdoti o non possono esercitare incarichi di governo nella Chiesa? La risposta a questa domanda non appartiene all’ambito della fede. È invece una questione culturale. Gesù non ha mai proibito alle donne nessun tipo di attività nella sua comunità. E si è scontrato con i farisei quando gli hanno chiesto del privilegio unilaterale del maschio di ripudiare la donna (Mt 19,1-12; cf. Deut 24,1). Come si è scontrato con scribi e farisei quando gli hanno condotto una donna sorpresa in adulterio (Gv 8,1-11). E l’individuo che stava commettendo adulterio con quella donna non aveva responsabilità? – Non avrebbero dovuto condurgli anche lui? O quell’uomo aveva diritto a rimanere in incognito, mentre la donna bisognava ammazzarla? Perché noi che siamo religiosi siamo a volte tanto ipocriti? 1. Cfr. Jeremias, J.: Theologie des alten Testaments. Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht Verelag 2015. 2. Cfr. Bovon, F.: Vangelo di Luca. Brescia: Paideia ed. 2013 (3 voll.). * Teologo spagnolo.
(da «Adista», articolo apparso in «Redes cristianas» del 30.12.2017)
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Manifesto di «Dialoghi» n. 180, febbraio 2004 «Le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». (Incipit della costituzione pastorale «Gaudium et Spes» del Concilio Vaticano II, 1964)
Viviamo una profonda crisi di umanesimo, i cui effetti colpiscono anche il nostro Paese. La persona umana non è più considerata la misura delle cose. Solo l’uomo può salvare se stesso e noi siamo certi che ne abbia ancora la forza, la gioia e la capacità. • La globalizzazione dell’economia, sottratta al controllo democratico, e il peso eccessivo della finanza mostrano come troppo spesso la logica del profitto calpesti gli equilibri degli Stati e i diritti delle persone. Anche in Svizzera la pace sociale è in pericolo e le fasce più deboli della popolazione temono per il loro futuro. Noi diciamo no alla persona sacrificata alle logiche dell’economia globale. Noi diciamo sì a un’economia posta al servizio della persona. • Lo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta e l’inquinamento prodotto dalle attività umane fanno temere che si stia perpetrando un attentato della nostra generazione nei confronti delle persone che abiteranno il pianeta domani. Noi diciamo no all’egoismo delle generazioni presenti che per ragioni di comodo o di profitto rovinano l’ambiente in cui vivranno quelle future. Noi diciamo sì a uno sviluppo ecologicamente sostenibile. • Le disuguaglianze fra Nord e Sud del mondo hanno risvegliato la violenza degli estremismi religiosi. La risposta non viene però ricercata nel tentativo serio di rimediare alle ingiustizie e di appianare le differenze tramite la forza del diritto, ma in una cieca fiducia nel diritto della forza che rischia di portare il mondo verso spaccature ancora più gravi. Noi diciamo no alla violenza in nome di Dio e alla logica perversa dello scontro tra civiltà. Noi diciamo sì all’equa redistribuzione della ricchezza tra Nord e Sud del mondo, nel segno dell’apertura e dell’accoglienza dei diversi per cultura e per religione, operando a favore dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.
• La sempre maggiore consapevolezza di sé che arricchisce l’uomo contemporaneo si perverte talvolta in un individualismo fine a se stesso. Vengono così banalizzati valori come la solidarietà tra le persone e la famiglia come luogo di socializzazione in cui realizzarsi nell’amore e nella dedizione. Noi diciamo no alla banalizzazione che mortifica i rapporti d’amore e di solidarietà ed equipara, nei fatti, al matrimonio ogni altra forma di convivenza. Noi diciamo sì a una famiglia alla quale viene riconosciuto il valore di fondamento della società umana, mentre riteniamo opportuna la regolamentazione di nuove forme di convivenza. • Le religioni e le Chiese storiche, già impegnate in un confronto non facile con la modernità, si trovano di fronte all’immensa sfida della violenza e dei fattori di disumanizzazione del mondo, che occorre affrontare col metodo del dialogo. Noi diciamo no alla guerra fra religioni e alla guerra delle religioni contro la modernità. Noi diciamo sì al dialogo fra tutte le fedi religiose e alloro contributo per la pace nel mondo. • Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che «tutti siamo Chiesa», con il dovere di assumere le nostre responsabilità nella piena libertà di figli di Dio, a partire dalle Chiese locali. Spesso tuttavia l’autorità ecclesiastica cattolica, cui va pur riconosciuto il merito di impegnarsi nella lotta per la pace del pianeta e per la giustizia sociale, sembra più preoccupata di fornire nuove norme disciplinari che di ascoltare le domande dei propri fedeli. Noi diciamo no a una Chiesa identificata con l’istituzione e unicamente normativa. Noi diciamo sì a una Chiesa «popolo di Dio» aperta al dialogo sia all’esterno sia all’interno . Constatando questa situazione di palese crisi d’umanesimo a più livelli (sociale, politico, economico, religioso, ecclesiale), la rivista «Dialoghi» chiede a quanti, in Ticino e fuori, condividono il suo allarme, da qualsiasi esperienza e percorso provengano, di unirsi al suo cammino di riflessione e di discussione, contribuendovi attivamente, proponendo articoli, incontri e confronti o anche solo leggendola. Il mondo ha urgente bisogno di un nuovo umanesimo, sociale, economico, politico, religioso, ecclesiale. Il mondo ha bisogno dell’azione delle «minoranze profetiche». Vorremmo che questa rivista, con l’aiuto di tutti, potesse continuare a contribuire alla causa di un nuovo umanesimo per il XXI secolo.
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i conti 2017 di «Dialoghi»
I conti 2017 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO
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In questo numero Editoriale G RIPARTIRE CON CORAGGIO E SPERANZA (a.b., m.n.)
1
COSTI Stampa rivista Spedizione rivista Costi per prestazioni di terzi Rimborsi spese forfettarie Costi internet Altri costi Interessi e spese postali TOTALE COSTI
2017 2016 19’656,50 16’289,00 4’101,10 3’552,95 – 120,00 850,00 830,00 218,80 – 55,84 55,01 219,10 245,69 25’101,34 21’092,65
Convegno di «Dialoghi» G GIOVANI E FEDE (Gaia De Vecchi) 5 G LA FEDE DEI GIOVANI NEL CANTON TICINO (Rolando Leo) 7
RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidi cantonali TOTALE RICAVI TOTALE COSTI Perdita
2017 2016 11’595,00 11’605,00 5’020,00 4’000,00 306,00 99,00 4’500,00 3’000,00 21’421,00 18’704,00 25’101,34 21’092,65 -3’680,34 -2’388,65
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BILANCIO ATTIVI CCP TOTALE ATTIVI
31.12.2017 31.12.2016 7’008,00 3’130,44 7’008,00 3’130,44
PASSIVI 31.12.2017 31.12.2016 Risconti, ricavi già ricevuti 300,00 60,00 Ratei, costi non ancora pagati 11’273,70 3’955,80 Anticipazioni 3’000,00 3’000,00 Capitale proprio / capitale sociale -461,91 -461,91 Utile o perdita riportata -3’423,45 -1’034,80 Perdita -3’680,34 -2’388,65 TOTALE PASSIVI 7’008,00 3’130,44 Alliny Antunes Richina, amministratrice
OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» lettori giovani alla rivista? Raccoglie le propone un abbonamento a prezzo sconvostre segnalazioni la Redazione-Amtato. Per 30 franchi, invece di 60! I trenta ministrazione di «Dialoghi», c/o Alliny franchi che mancano li versa il comitato Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 di «Dialoghi» al momento di saldare la Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, alfattura della stampa. Perché non ci date linyg@hotmail.com. una mano, lettori più anziani, a trovare
Articoli G IL FUTURO DELLA CHIESA, I GIOVANI, LA CRESIMA (Aldo Lafranchi) G CASALDALIGA: PASTORE, PROFETA, POETA G QUESTI PAPI G IL VIAGGIO DI PAPA FRANCESCO IN CILE E PERÙ G PAPA FRANCESCO CHIEDE PERDONO G GESÙ E LE DONNE (José Maria Castillo) G MANIFESTO DI «DIALOGHI»
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I corsivi di «Dialoghi» G MIGLIORARE L’INFORMAZIONE POLITICA (a.l.) G CITTADINANZA AD OSTACOLI (a.l.) G IL PAPA INSEGNA (a.l.) G COME SI RICEVE LA COMUNIONE? (e.m.) G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE G I CONTI 2017 DI «DIALOGHI»
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