245 dialoghi Locarno – Anno 49 – Febbraio 2017
di riflessione cristiana BIMESTRALE
La croce, la mezzaluna e la politica Come possono i cristiani stare dalla parte di Assad, che massacra il suo popolo ad Aleppo? È una domanda che molti in Occidente si sono posti durante il sanguinoso confronto che ha avuto come epicentro Aleppo, la città della Siria seconda solo alla capitale Damasco per bellezza e numero di abitanti. A chi andassero (salvo eccezioni) le simpatie dei cristiani a noi pareva evidente. Abbiamo posto la domanda a Luigi Sandri, informatore religioso, profondo conoscitore del Medio Oriente, collaboratore di «Dialoghi» dagli anni del postConcilio. «Il tuo – ci ha risposto – è il punto di vista di un occidentale che non conosce quale prezzo i cristiani
del Medio Oriente devono pagare per conservare vive comunità che risalgono ai primi secoli del Cristianesimo». «Spiegacelo tu, allora». Ne è uscito l’articolo principale di questo numero. Dal quale apprendiamo che, nell’atroce conflitto in atto tra frazioni rivali dell’Islam (sunniti e sciiti le principali, senza contare Daesh/Isis e le più piccole), i cristiani sono presi in mezzo e la vita di gruppi sociali un tempo fiorenti è diventata impossibile. Un gran numero di famiglie è emigrato o sta per emigrare in Europa o negli Stati Uniti. Rimarranno cristiani in Siria, in Iraq, in Libano, in Palestina? Una domanda angosciosa, una risposta difficile. (E.M.)
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i corsivi di dialoghi
i corsivi di dialoghi Un patto con l’Islam Il 1. febbraio il ministro italiano dell’Interno, Marco Minniti, e le principali associazioni dei musulmani in Italia hanno sottoscritto il «Patto nazionale per un Islam italiano». Si tratta di un documento «bilaterale» che, riconoscendo la rilevanza della comunità islamica in Italia, delinea precise strategie di dialogo e confronto. Tra gli impegni dei musulmani, la predicazione in italiano (o con traduzione) e la pubblicazione delle fonti di finanziamento; tra gli impegni da parte pubblica la formazione degli imam, la facoltà di visita negli ospedali, carceri e altri istituti e l’aiuto a disporre di adeguati luoghi di culto. Un gesto di intelligente accoglienza da parte statale, che certamente aiuta la convivenza; un esempio da seguire per la blasonata democrazia svizzera. Ma pare che anche il Consiglio federale, fin qui latitante, voglia far studiare come «migliorare» la gestione degli affari religiosi. Potrebbe essere una commissione federale con qualificati esponenti delle diverse comunità, di quelle tradizionali o nuove arrivate. E anche per il Ticino sarebbe utile, per dimostrare apertura ed accoglienza, non solo ai «nostri» ma anche agli «altri», tanto utili per il nostro benessere, e ai quali, come a tutti, occorre garantire il pieno riconoscimento dei diritti garantiti dalla Costituzione. (a.l.)
A difesa di ogni vita Il «Giornale del Popolo» del 24 gennaio apre la pagina 14 (Esteri) con il titolo su 4 colonne: «Donald Trump conferma: stop ai fondi per l’aborto». La decisione «Taglio ai fondi per l’aborto» è la prima illustrata nella notizia: vi si specifica che un «importante» ordine esecutivo del neopresidente «ristabilisce il bando sull’erogazione di fondi federali alle ong internazionali che praticano aborti o forniscono informazioni a riguardo». Più che lodevole approvare una decisione di non voler finanziare la soppressione di nascituri: sarebbe tuttavia altrettanto lodevole la denuncia delle misure ambientali, economiche e politiche che il nuovo presidente statunitense ha preso o promesso e che portano morte o povertà per migliaia di persone vive. Il GdP del 25 gennaio titola a tutta pagina «Il muro di Trump? È nato vent’anni fa» e informa dettagliatamente sulla
responsabilità dei passati presidenti. Ma resta la differenza: Trump intende completare il muro anti-migranti e se ne vanta, papa Francesco chiede invece di abbattere i muri e ha detto che chi costruisce muri non è cristiano. E poiché c’è sempre una possibilità per il peggio, il 31 gennaio si affida l’articolo di apertura del giornale «cattolico» al corrispondente statunitense de «Il foglio», il quale spiega «Quel pasticcio sui veti d’ingresso» e finalmente informa che la Conferenza episcopale americana ritiene la misura «un decreto contestabile, ma legittimo». Non tutti sanno che legittimo non sempre significa giusto e cristiano. (a.l.)
Criticano il Papa Il dissenso cattolico non muore mai. Una volta era «di sinistra» e/o «progressista», oggi «di destra» e/o «tradizionalista». È un fatto normale. Analogamente a quanto succede per i leader laici, che appena eletti giurano e spergiurano che saranno «il presidente di tutti», anche il capo della Chiesa cattolica in teoria guida l’intero spettro costituzionale delle correnti teologiche e pastorali esistenti. Ma poi chi non si riconosce nella sua linea lo contesta. Il dissenso ha senso, se ci si permette un gioco di parole. È lecito e, a nostro avviso, è sano perché permette di dare voce al disagio di questa o quella parte della Chiesa cattolica. Così, anche l’ultimo piccolo episodio di dissenso nei confronti di Jorge Mario Bergoglio, per quanto pittoresco e contraddittorio, ha diritto d’essere. Ci riferiamo all’apparizione all’inizio dell’anno di alcuni manifesti in romanesco per le vie della capitale italiana che denunciavano: «A Francè, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?». Una polemica all’amatriciana nel linguaggio ma preconciliare nei contenuti. Difficile pensare che venga dal popolino del Testaccio, che probabilmente dell’Ordine di Malta e del Francescani dell’Immacolata non sa nulla (ammesso che il tema possa interessargli). Francesco viene criticato per alcune recenti misure che hanno preso di mira realtà ecclesiali che si riconoscono in una spiritualità che esalta la messa in latino, riti e liturgie antiche e manifesta
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a volte comportamenti e dottrine poco conciliabili con le aperture al mondo del Concilio Vaticano II. Qualche mese prima, sempre sul fronte del dissenso «da destra», aveva provocato scalpore l’iniziativa di un gruppetto di cardinali che chiedevano al Papa di ravvedersi per le posizioni circa i divorziati risposati emerse dal Sinodo sulla famiglia (cfr. «Dialoghi» n. 244, p. 24). Lo ribadiamo: fatti salvi lo stile e i modi rispettosi, non c’è nulla di male nel manifestare un pensiero divergente rispetto a quello del Papa. Ma nel caso dei nuovi dissidenti c’è un problema che prima non esisteva. Prima, infatti, le stesse voci oggi dissenzienti ma che all’epoca erano fedelissime al Papa non riconoscevano alcuna legittimità alle opinioni critiche: Roma locuta causa finita. Se il Papa diceva che la contraccezione era una atto intrinsecamente cattivo, che i divorziati non dovevano accostarsi alla Comunione, che le donne non potevano diventare sacerdotesse, eccetera, tu semplice fedele dovevi accettarlo e basta. Non era prevista neppure una gradualità di colpa nel dissenso: contestare un aspetto secondario o marginale della pastorale o un dogma di fede era ugualmente colpevole. Se dissentivi – nelle piccole o nelle grandi cose – eri automaticamente fuori. Applicando lo stesso metro di giudizio al dissenso di oggi, i neo-dissidenti tradizionalisti dovrebbero ammettere che gli eretici e gli scomunicati latae sententiae oggi sono loro. Invece no. Quello fuori dalla Chiesa, quello che sbaglia, quello che deve ravvedersi – a leggere le loro accuse – sarebbe il Papa, non loro. Ed è per questo che il loro tentativo di scardinare il metodo dialogico del Papa è destinato a fallire. Avvitandosi sempre più nella contraddizione di chiedere fedeltà alla Chiesa e contemporaneamente di negare autorevolezza alla sua guida suprema, eletta secondo i metodi tradizionali in un consesso cardinalizio scelto dai loro papi di riferimento, senza rendersene conto sono loro stessi a profilarsi come nemici della Chiesa. La soluzione? O imparano la difficile arte del dialogo accettando di essere minoranza, e minoranza debole (dopo essere stati potentissimi) nella Chiesa cattolica e mettono in conto pazienti anni di rispettosa e forse feconda opposizione, oppure se ne vanno e fondano una loro Chiesa dove nessun Papa possa più dar loro fastidio. (c.s.)
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Scompariranno i cristiani dal Medio Oriente? Una prospettiva che incombe all’orizzonte I negoziati sulla Siria – o, meglio, sul futuro di quello che resta, dopo una terrificante «guerra civile» durata dal marzo 2011 fino a tutto il 2016, dell’antico paese controllato a Damasco dalla dinastia al-Assad – Hafez dal 1970 al 2000, e poi Bashar – svoltisi ad Astana (Kazakhstan) il 23 e 24 gennaio di quest’anno e guidati da Russia, Iran e Turchia, hanno confermato la tregua, decisa a fine dicembre, tra l’esercito siriano e i movimenti/gruppi anti-regime, anche se questi ultimi nulla hanno sottoscritto. È rimasta confermata l’alleanza russo-iranianaturca contro l’Isis/Daesh del cosiddetto e autoproclamatosi Califfato; è stata rinviata ai colloqui di Ginevra (e là dovrebbero esserci anche gli americani), la nuova conferma della tregua e l’approfondimento delle possibili ■
ipotesi per il «dopo» istituzionale del disastrato Paese. Tutti temi controversi che non permettono di prevedere come andrà a finire. di Luigi Sandri
Senza voler fare qui un’analisi esaustiva e complessiva dello «status quo» mediorientale, e delle singole situazioni, uno sguardo, pur rapido, ad almeno alcuni Paesi dell’area aiuta a comprendere realtà «religioso-politiche» di estrema complessità e di estrema gravità, tra loro interconnesse, che impongono una domanda cruciale: (r)esisteranno, nel prossimo futuro, significative comunità cristiane nei luoghi che duemila anni fa videro la nascita della Chiesa e delle Chiese?
Siria: i tre patriarcati, una difficile «neutralità»
al 90% musulmana (sunniti e alawiti), pur essendo minoranza, potevano vivere pubblicamente la loro fede, erano addirittura protette dal governo, a patto di pronunciarsi sempre a favore del regime. Negli anni della «guerra civile» (in realtà una «guerra per procura», combattuta in Siria da grandi potenze per interposti gruppi) vi sono state alcune prese di posizione dei patriarchi e capi cristiani, invocanti la pace nel Paese e scongiurando che tutti deponessero le armi. Tuttavia – salvo rarissime eccezioni – nessuno ha mai osato accusare apertamente il regime di compiere atrocità. L’accusa, esplicita, è stata lanciata solo contro gli oppositori di Bashar al-Assad e i gruppi armati coalizzati contro di lui, operanti ciascuno con la sua propria strategia. Perciò vi è chi ha accusato, o accuserà, le gerarchie cristiane in Siria di complicità con il regime, o di pavidità, per le drammatiche conseguenze della «guerra civile» e, soprattutto, per non aver levato la voce anche contro le responsabilità del governo. A una mia domanda in merito è stato risposto che se le Chiese avessero preso una esplicita posizione contro il regime sarebbero state travolte dalla repressione. Mutatis mutandis, in situazioni analoghe, anche in Europa – nel Novecento, tanto per non andare troppo indietro nel tempo… – tale dilemma si è posto e le risposte hanno suscitato polemiche senza fine e valutazioni divergenti.
Chi avesse visitato Aleppo, o Damasco, fino al 2010, sarebbe rimasto colpito dalle numerose chiese delle due città, dai campanili svettanti qua e là, ovviamente mescolati agli ancor più numerosi minareti. A Damasco hanno sede il patriarcato greco-ortodosso, quello melkita (greco-cattolico) e quello siro-ortodosso. Ciascuno dei titolari dei tre patriarcati porta il titolo di Antiochia. Dell’antica e gloriosa città romana, che attualmente si trova in Turchia, rimangono poche rovine.
di azione al loro interno, possedevano scuole riconosciute dallo Stato, erano libere di nominare i loro dirigenti; ma… non dovevano «fare politica». Cioè non dovevano criticare, in nessun modo e per nessun motivo, il regime al potere. Ove ciò fosse avvenuto, il responsabile della critica, semplice fedele o alto dignitario, avrebbe dovuto render conto: e alle varie polizie segrete nulla sfuggiva. In parole crude: queste Chiese che, insieme, rappresentavano circa l’8% di una popolazione
Gli al-Assad sono alawiti: una minoranza religiosa legata agli sciiti in un Paese in cui i musulmani sono in maggioranza sunniti. Questo fattore religioso è diventato decisivo dopo che, nel 1979, rovesciato l’impero dello scià, a Teheran è stata instaurata la Repubblica islamica dell’Iran, in mano agli ayahollah sciiti. Sotto gli al-Assad, i cristiani – quelli citati, e inoltre gli armeni gregoriani, gli armeni cattolici, i maroniti (cattolici di rito antiocheno), i latini e alcuni gruppi protestanti – ebbero piena libertà religiosa, purché (e questo «purché» è decisivo!) non facessero politica. Queste Chiese avevano dunque libertà
Due voci: quella di Padre Dell’Oglio…
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Riportiamo, in proposito, due voci. Paolo Dall’Oglio, un gesuita italiano, negli anni Ottanta del secolo scorso aveva fondato Deir Mar Musa alHabashi, il Monastero di San Mosè l’Etiope, una comunità monastica cattolica di rito siriaco ma aperta ai cristiani di altre confessioni, maschile e femminile. Il complesso, a circa ottanta chilometri a nord di Damasco, è situato in un antichissimo monastero, restaurato, costruito a picco sul costone di una montagna al limite del deserto. Le due volte che l’ho visitato m’impressionò moltissimo: sembrava ■
un nido d’aquila. La vocazione della comunità è (era) l’ecumenismo, l’impegno per l’ospitalità e il dialogo con l’Islam. Con lo scoppio della «guerra civile» – e padre Paolo sostenne i giovani che, «a mani nude», avevano iniziato a protestare contro il regime e che polizia ed esercito massacravano – egli propose di avviare una transizione pacifica verso un regime democratico basata sul consenso delle diverse componenti sociali e delle varie sensibilità religiose che caratterizzano la Siria. Per tutta risposta, il governo decretò la sua espulsione dal Paese. Nel giugno
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2012 p. Dall’Oglio riparò all’estero, ma pochi mesi dopo rientrò nel Nord della Siria, vicino alla frontiera turca, impegnandosi in un’ardua opera di mediazione per la liberazione di ostaggi che gruppi ribelli al regime tenevano prigionieri a Raqqa (due anni dopo sarebbe diventata la «capitale» siriana dell’autoproclamatosi Califfato islamico in mano all’Isis/Daesh). E in quella zona, il 29 luglio 2013, si sono perse le sue tracce. Alcune voci assicurano che egli sia ancora vivo, altre lo danno per morto. Di certo nulla si sa, e questo lascia la sua famiglia, a Roma, in una sofferenza estrema. Le gerarchie cattoliche ufficiali non amavano padre Dall’Oglio, proprio per la sua libertà di parola. D’altronde, preti e religiosi, in Siria, pur ammettendo privatamente la durezza del regime, si domandavano se fosse opportuno, in quel contesto, tentare di scalzarlo: chi lo avrebbe sostituito? E s’interrogavano: data la volontà di molti Paesi, tra essi l’Arabia saudita, ciascuno per i suoi motivi, di scardinare la Siria, non sarebbe poi stato ancora peggio, poiché contrasti militari e religiosi (la lotta tra sunniti e sciiti) avrebbero scatenato una immane tragedia e un caos ingestibile? Intervistai padre Dall’Oglio per Confronti (4/2012). Gli chiesi, tra l’altro: «Sembra indubitabile che le autorità delle varie Chiese – ortodosse e cattoliche – si siano schierate, per mesi e mesi, con il regime, negando ogni responsabilità del governo e incolpando per le violenze agenti esterni decisi a destabilizzare il Paese. Il vero motivo di questa scelta è, forse, che le gerarchie ecclesiastiche temono che, crollato il regime che garantiva una certa libertà ai cristiani, vadano al potere forze islamiche estremiste che tali libertà non assicureranno più?». La sua risposta fu: «La situazione delle Chiese è già irreversibilmente compromessa. Le paure alle quali lei fa riferimento nella sua domanda sono attive da tanti anni e hanno provocato l’emigrazione di molti cristiani orientali, arabi e non… Tuttavia non è giusto far d’ogni erba un fascio. Non sono pochi i cristiani siriani impegnati per il cambiamento, anche a costo di gravi sofferenze personali e familiari. In generale, si capisce, sono favorevoli agli schieramenti più laici e spesso di radice socialista o nazionalista; e nonostante questo non intendono negare il diritto all’autodeterminazione
dei musulmani maggioritari. Nella misura in cui la violenza estremista monopolizza lo spazio politico, i cristiani tendono a fuggire dall’arena civile e, concretamente, a emigrare. Se la crisi siriana si prolungherà e s’inasprirà, le Chiese siriane tenderanno a “evaporare” con qualche concentrazione locale connessa con effimere alleanze confessionali con minoranze musulmane, sul modello dei rifugi cristiani del Nord dell’Iraq. In caso di semplice ritorno al passato, che anche il presidente Bashar Assad afferma di non volere, e a causa dell’ingente prezzo morale che implicherebbe tale ipote-
si, si otterrebbe una così grave crisi dell’etica e della testimonianza evangeliche che equivarrebbe a un suicidio simbolico collettivo. La democrazia non ha mai fatto parte del dna dei cristiani locali e la loro relazione con i musulmani si è svolta all’interno del ricco quadro simbolico del buon vicinato. Ma questa innocenza del passato non è recuperabile dopo un bagno di sangue subito da chi chiede emancipazione civile, autodeterminazione e diritti. Accettare la logica della repressione come soluzione è negare i valori cristiani e finirebbe comunque con lo svuotare le chiese».
…e quella di mons. Joseph Tobji ■ Per la stessa rivista (11/2016) tre anni e mezzo dopo, quando ormai la «guerra civile» aveva mostrato tutti i suoi orrori, intervistammo monsignor Joseph Tobji, vescovo maronita di Aleppo. Secondo lui, il 70% dei siriani è ancora favorevole ad Assad. A proposito delle Chiese, il prelato elencava membri del clero in mano ai jahidisti estremisti: «Ci sono due vescovi
di Aleppo (uno siro ortodosso e uno greco ortodosso), un sacerdote greco ortodosso e uno armeno cattolico rapiti due mesi prima dei due vescovi; c’è padre Dall’Oglio… e nessuno ha la minima idea di che fine hanno fatto, e se sono vivi, o sono morti». Ho replicato: «In Italia c’è molta preoccupazione per la sorte di padre Paolo». Risposta: «Lui è stato imprudente.
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Ha preso parte alla guerra dell’informazione [l’insistenza nel dare notizia dei bombardamenti operati in Siria dal regime e la sottovalutazione di quelli dei ribelli]». «In che senso?». «Conduceva un programma politico sul canale Orient di proprietà di un siriano e con sede a Dubai. Pensava di essere amico dei cosiddetti ribelli ed è andato a Raqqa. Forse ha considerato male la sua amicizia con loro, forse ha considerato male la sua posizione.
Ha fatto questa imprudenza, ma è una brava persona e faceva un bel lavoro quando si occupava del monastero». È probabile che, nella Siria o… nelle Sirie che stanno per nascere, se sarà garantito un tasso di democrazia accettabile (il che non è per niente scontato), all’interno delle singole comunità cristiane vi sarà un doloroso dibattito sul loro comportamento nei sei anni della «guerra civile».
Vorranno tornare i cristiani emigrati? Diamo per scontato che i lettori conoscano il Califfato islamico dell’Isis/ Daesh, autoproclamato da Abu Bakr al-Baghdadi il 29 giugno 2014, e le atrocità compiute dai suoi adepti nel nord dell’Iraq o nel nord della Siria, contro musulmani sciiti e anche sunniti se in disaccordo con essi, nonché contro cristiani e yazidi (un’antica religione mediorientale) che rifiutavano di convertirsi all’Islam. Si conoscono la violenza efferata, lo stupro di massa contro le donne di tutte queste comunità, la distruzione sistematica dei loro luoghi sacri, la furia cieca con la quale hanno raso al suolo anche antichissimi monumenti storici, come a Palmira, che i jahidisti considerano «eredità del diavolo». ■
L’Isis/Daesh si è inserito, sia in Siria sia in Iraq, in un conflitto dichiarato nel primo caso, strisciante nel secondo. La «guerra civile» siriana ha visto diversi gruppi islamici contrapposti al regime di Bashar Assad: gli Stati Uniti aiutavano questi gruppi, mentre la Turchia, il Qatar e l’Arabia saudita hanno foraggiato la nascita del Califfato, visto come un modo per rovesciare gli al-Assad e colpire, indirettamente, l’Iran. La Russia di Putin, filo-Assad ma da principio non molto implicata nel conflitto, nel 2016 si è schierata apertamente e, con la sua aviazione, ha dato un contributo decisivo al regime per contrastare i rivoltosi e indebolire l’Isis (attaccato, sul terreno, da curdi e dagli eserciti regolari siriano e iracheno). A fine 2016, spaventoso è il bilancio dei sei anni della «guerra civile» in Siria e degli attacchi dell’Isis/Daesh: da trecentomila a 430 mila vittime (secondo diverse fonti, Onu e Croce rossa), 7,8 milioni di sfollati interni, 4,3 milioni di profughi. La maggior parte di queste persone sono musulmani: i discepoli di Muhammad pagano dun-
que il prezzo più alto della «guerra per procura»1. Però, Inshiallah, queste comunità, se la vita riprenderà e la pace reggerà, hanno la possibilità di ricostruirsi. Invece, le significative ma frantumate Chiese cristiane, che rischiano di uscire dimezzate o, in alcune zone, totalmente distrutte dalla tempesta, potranno riprendersi? Vorranno tornare a casa i cristiani fuggiti all’estero o sfollati? Se non ritornano, villaggi un tempo totalmente cristiani scompariranno. Ricordo la struggente emozione che provai a Maalula, un villaggio siriano – quattromila abitanti, in gran parte melkiti – non lontano dal confine con il Libano, ove la gente parla ancora aramaico, la lingua che parlavano Gesù e gli ebrei del suo tempo. Un ragazzo o una ragazza, nella chiesa del monastero dei santi Sergio e Bacco (martiri cristiani dei primi secoli), recitavano il Padre nostro in aramaico. Ebbene, Maalula è stata devastata da guerriglieri musulmani, la chiesa bombardata, la comunità dispersa. Risorgerà? E così villaggi greco-ortodossi, o armeni gregoriani e cattolici, attaccati e demoliti da guerriglieri di varie obbedienze, risorgeranno2?
La spartizione del Libano ■ L’unico paese del Medio Oriente ove la popolazione, grosso modo, è per metà cristiana e per metà musulmana è il Libano. Questa non è una semplice caratterizzazione religiosa: è un dato politico di rilevantissimo peso. Già protettorato della Francia, a cavallo della seconda guerra mondiale il «Paese dei cedri» divenne indipendente e, nella sua strutturazione statale, adottò un «patto nazionale» assai singolare per noi occidentali ma,
finora, sempre rispettato. Prevede che le alte cariche politiche siano suddivise su base religiosa (e sono diciotto le religioni, Chiese comprese, ognuna delle quali è considerata a sé). La metà musulmana del Libano è suddivisa tra sunniti e sciiti; fanno gruppo a sé i drusi, un gruppo che nacque dalle costole dell’Islam un millennio fa, ed è del tutto indipendente. I cristiani sono suddivisi in greco-ortodossi, melkiti, siri-cattolici e ortodossi, armeni gregoriani e uniti a Roma, latini e maroniti. Questi ultimi – l’unica Chiesa orientale che non ne ha una corrispettiva ortodossa – sono di gran lunga, in Libano, il gruppo cristiano più numeroso. La «spartizione» politico-religiosa prevede che il presidente della Repubblica sia un maronita, il premier un sunnita, il presidente del Parlamento uno sciita. Era, questa, la «fotografia» del potere calcolato sulla situazione demografica del Libano a metà Novecento. Un tale mosaico religioso – così si prevedeva – doveva variare «naturalmente», ossia con l’andamento demografico delle nascite e delle morti, che, di per sé, è imparziale. Quasi subito, tuttavia, avvennero eventi imprevisti, che cambiarono, e non poco, la consistenza numerica dei gruppi religiosi. Il primo evento fu il conflitto arabo-israeliano (1947-49), che portò novecentomila palestinesi a raggiungere – chi volontariamente, chi sotto la minaccia delle armi israeliane – i Paesi arabi vicini. Una metà di questi profughi finì in Libano. Anche se l’integrazione di tali persone fu molto ostacolata, essa, 1. Amnesty International, in un rapporto pubblicato il 7 febbraio 2017, afferma che, nel carcere militare di Saydnaya – una trentina di chilometri da Damasco – il regime siriano, tra il 2011 e il ’15, ha imprigionato, torturato e impiccato, dopo un processo farsa, tredicimila persone, «colpevoli» di essere opposte a Bashar al-Assad. [NdR]. 2. A proposito, un paio di notizie riferite nelle prime settimane del 2017 da Radio Vaticana documentano motivi di speranza che, a noi occidentali, potrebbero sembrare eccessivi, ma che in Medio Oriente non lo sono affatto. Il 31 gennaio padre Ibrahim Alzabagh, parroco della chiesa latina di San Francesco, ad Aleppo, considerava segno davvero positivo e consolante il fatto che, fidandosi della tregua – pur fragile – raggiunta in Siria a fine dicembre, fossero tornate nella città devastata alcune famiglie cattoliche: due dal Venezuela e una dalla Germania. La stessa emittente il primo febbraio riferiva della gioia del patriarca caldeo (cattolico), mar Louis Raphael Sako, per il primo ritorno, il 30 gennaio, di una famiglia cristiana a Teleskuf, nel Pian di Ninive, nel nord dell’Iraq, che per due anni era caduta nelle mani dell’Isis/Daesh.
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di fatto, ingrossò il gruppo sunnita (i musulmani palestinesi sono sunniti). I palestinesi inoltre erano accusati di fomentare rivolte. La Siria, con gli Assad in mano alawita, che proteggeva gli hezbollah (guerriglieri filo-iraniani dominanti il Sud del paese, ai confini con Israele, e che ogni tanto lo attaccano) provocò la guerra civile, che durò dal 1975 all’89. I maroniti politicamente si spaccarono, tra filo-siriani e anti-siriani, e tra filo-israeliani e antiisraeliani. Quando, allo scopo dichiarato di fermare le infiltrazioni dal Libano di guerriglieri palestinesi, Israele invase il paese, nel settembre del 1982 le falangi (estrema destra) maronite compirono, con la tolleranza dell’esercito israeliano, le stragi di Sabra e Chatila, due «campi-profughi» palestinesi a Beirut. Nell’ottobre scorso è stato eletto presidente della Repubblica l’ex generale
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Michel Aoun. Finiva così un anomalo e assai preoccupante interregno che durava dal maggio 2014. Allora, infatti, alla scadenza del mandato si era dimesso il presidente Michel Sleiman: ma contrasti intra-maroniti e contrasti tra maroniti e musulmani delle varie tendenze avevano aperto una partita che non si riusciva a sciogliere. Più volte era intervenuto il patriarca maronita, Boutros Rai Béchara, per sollecitare a por fine a un vuoto che rischiava di far collassare il paese. Già grave tre-quattro anni fa, a fine 2016 si è ulteriormente aggravata, in Libano, la crisi incombente perché è salito a 1,2 milioni il numero complessivo di profughi dalla Siria, in stragrande maggioranza sunniti. Questi, pur non essendo cittadini libanesi, di fatto contribuiscono a ingrossare la presenza sunnita e, dunque, a «snaturare» l’equilibrio dei gruppi musulmani nel paese.
L’accordo tra Santa Sede e Stato di Palestina Il 14 gennaio 2017 il presidente palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), è stato ricevuto in udienza dal Papa, nel giorno in cui a Roma si inauguravano i locali della nuova ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede. Si concludeva così un iter che, iniziato il 15 febbraio 2000, con la firma dell’Accordo Globale tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), era proseguito attraverso varie trattative per giungere, il 26 giugno 2015, a un nuovo complessivo Accordo globale che, adesso, non era più con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ma con lo «Stato di Palestina». Questa dizione non era scontata, perché in concreto tale Stato – che dovrà essere formato, secondo i palestinesi, da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme-Est – oggi non esiste. Esisterà solamente «se» a tale risultato l’Autorità palestinese arriverà nelle trattative, oggi ferme, con il governo di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è infastidito per il fatto che il Vaticano abbia promosso la Palestina a… «Stato». ■
Nel Preambolo dell’Accordo si afferma che le due Parti hanno l’obiettivo di favorire la Two-State solution (la creazione, accanto allo Stato di Israele, di uno Stato di Palestina), e garantire il
significato non solo simbolico di Gerusalemme ma anche il suo carattere sacro per ebrei, cristiani e musulmani e il suo universale valore religioso e culturale come tesoro per tutta l’umanità. Ancora, l’Accordo auspica una pace «giusta e duratura» che può scaturire solo da un «accordo tra le autorità palestinesi e israeliane». Il testo garantisce piena libertà religiosa ai cattolici in Palestina e piena libertà di azione alle opere cattoliche; pure garantita la possibilità dei cristiani che lavorano negli
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uffici pubblici di adempiere l’obbligo della messa festiva. Nel testo vi è poi l’esplicito riconoscimento di una «autentica “obiezione di coscienza” quale pratica coerente con il diritto alla libertà di coscienza, credo e religione». L’importanza di tali impegni è evidente anche se in uno Stato di Palestina, la percentuale dei cristiani – tutte le Chiese insieme! – è minuscola. Ma occorrerà attendere la nascita ufficiale di quel Paese per verificare quale sarà l’attuazione di questi impegni. Nel 1993 era già stato firmato un Accordo fondamentale tra Santa Sede e Israele, che avrebbe aperto, l’anno dopo, all’allacciamento di rapporti diplomatici tra le Parti. Erano, allora, rimasti in sospeso aspetti legati alla personalità giuridica della Chiesa cattolica: per risolvere il problema era stata approntata una commissione ad hoc, che si è riunita molte volte (l’ultima a metà gennaio 2017) ma finora non è arrivata ad una conclusione positiva e complessiva. Dal punto di vista numerico, oggi, in Terra Santa (cioè nello Stato di Israele e nei Territori palestinesi) la presenza cristiana conosce una diminuzione che non sembra arrestarsi. All’inizio del Novecento – l’intera Palestina era allora in mano dei turchi ottomani – i cristiani erano tra il 15 e il 20% della popolazione; oggi, sia in Israele che nei Territori, la percentuale è circa del 2%. All’inizio del secolo scorso a Betlemme e a Nazareth i cristiani erano il 70% della popolazione, i musulmani il 30%; oggi in ambedue le città, la prima nei Territori e la seconda in Israele, è esattamente il contrario.
L’allarme del Consiglio delle Chiese ■ I Paesi mediorientali sono differenti gli uni dagli altri e ogni caso va valutato a sé: un conto la Siria, un conto il Libano; un conto l’Iraq, un conto l’Egitto; un conto la Turchia, un conto l’Iran (tutte realtà che qui diamo per note, nello loro intricate e spesso tragiche vicende). Hanno, tuttavia, forti somiglianze e analogie per quanto riguarda la permanenza del cristianesimo. Oltre le pesantissime conseguenze geopolitiche, gli stravolgimenti sociali, l’esodo traumatico di milioni di persone, le violenze efferate, le guerre hanno provocato un danno particolarissimo: un’inarrestabile emorragia di cristiani, che lasciano la loro patria o perché perseguitati, o perché considerati «di serie B», o perché,
in una situazione precarissima, non ce la fanno più: letteralmente! Nel settembre scorso la XI Assemblea del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, riunita ad Amman (Giordania), ha preso atto di questo desolante panorama e dell’inquietante futuro che si prospetta, e che anche papa Francesco più volte ha denunciato: il rischio, tra pochissimi decenni, che la terra che duemila anni fa vide nascere il Cristianesimo, e che ha generato uno stuolo di persone cui si deve un ineguagliabile contributo alla interpretazione dell’Evangelo, resti senza discepoli e discepole di Gesù Cristo, salvo una presenza numerica residuale e quasi impalpabile.
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Iraq, Egitto e Israele A riprova di questo, per ampliare il panorama vorrei aggiungere pochi dati (ci vorrebbe un articolo apposta per approfondire) sull’Iraq e sull’Egitto. ■ A Baghdad e dintorni, a parte le molte altre sconvolgenti conseguenze politiche e gli infiniti drammi umanitari, lo sciagurato attacco angloamericano del 2003, con quel che ne è seguito, e poi i contrasti tra sunniti e sciiti, oltre alle violenze dell’Isis/ Daesh, hanno provocato un dissesto ecclesiale totale, riducendo a trecentomila persone la presenza di cristiani che prima erano un milione e mezzo. ■ Nel
paese delle piramidi, i continui attacchi di gruppi estremisti islamici alle chiese inducono all’esodo molti cristiani ancorché il regime del generale Abd al-Fattah al-Sisi abbia riba-
dito la volontà di assicurare la libertà religiosa, soprattutto ai copti (la maggior Chiesa cristiana del Paese ove, tutti insieme, i cristiani rappresentano il 10% della popolazione, rispetto ad un 90% di musulmani sunniti). ■ Il 20 gennaio 2017 è entrato nella pienezza dei suoi poteri il nuovo presidente statunitense Donald Trump. Nei giorni precedenti il suo insediamento aveva assicurato che avrebbe trasferito l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Oggi tutte le ambasciate straniere in Israele hanno sede a Tel Aviv, perché tutti i Paesi, d’accordo con analogo atteggiamento dell’ONU, ritengono «illegale» – in quanto «unilaterale» – la decisione della Knesset (il parlamento israeliano) che nel 1980 proclamò l’intera Gerusalemme capitale «indivisibile» di Israele.
I palestinesi, infatti, rivendicano la parte est della città come capitale del loro costituendo Stato. In tale contesto, se adesso Trump attuerà davvero quanto promesso, smentisce i suoi predecessori susseguitisi alla Casa bianca dal 1980 al 2016 e fa un gesto provocatorio verso tutti i Paesi arabi e musulmani. Se la situazione, laggiù, si arroventerà, altri cristiani abbandoneranno la Terra Santa, e nessuno li sostituirà. All’interno di conflitti che hanno provocato e provocano immani sofferenze alla gente, in maggioranza musulmana, le comunità cristiane pagano un… sovrapprezzo particolarmente alto. Oggi come oggi, soprattutto i cristiani in Siria (e in Iraq) debbono affrontare un’altra stazione della loro Via Crucis. E la risurrezione, per loro e per tutti i cristiani del Medio Oriente, pare differita a un giorno atteso nella speranza ma, storicamente, inverificabile.
Un silenzio di pietra Giallo ticinese
Semionico: nella banca Ratteisen sparisce un milione di franchi e muore improvvisamente l’unico impiegato. Alla direzione, che non ha nessun indizio sul furto, conviene fare ricadere la colpa sul defunto. La vedova, sola e straniera, chiama in soccorso Egidio Martinelli, un salumiere in pensione senza nessuna esperienza investigativa. Il compito è arduo: Egidio è ostacolato dalla banca, spiato da misteriosi occhi e il paese intero sembra volerne al defunto per oscure ragioni. di Giovanni Rossetti Collana «La Betulla», form. 12.5 x 21 cm, 240 pagine, Fr. 20.–
Il Ticino e la lotta al fuoco Storia sociale di un rischio collettivo
Il volume analizza l’evoluzione della gestione del rischio d’incendio nella storia ticinese (1803-1918), illustrando il valore del tema come «rivelatore» sociale e offrendo al lettore un percorso nuovo e originale attraverso lo sviluppo del Cantone. È soprattutto nel corso dell’Ottocento che la gestione dei rischi, naturali e non, s’impone come vero e proprio problema pubblico. Dalla prevenzione alla reazione, l’attitudine di una comunità di fronte al pericolo presenta implicazioni di carattere politico, sociale, economico e culturale. di Fabio Ballinari, presentazione di Francis Python, prefazione di Luigi Lorenzetti Collana «L’Officina», form. 18 x 25 cm, 384 pagine, Fr. 30.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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testimoni e profeti
TESTIMONI E PROFETI A servizio della Santa Sede Il cardinale Gilberto Agustonì, (1922-2017) fratello di don Luigi, illustre studioso di musica e di canto gregoriano, ha portato a compimento a Roma la sua laboriosa giornata terrena. Tutta la Diocesi lo ricorda con affetto e riconoscenza. La sua vita è stata per la maggior parte spesa al servizio della Santa Sede, dagli incarichi più umili e nascosti, come quello di segretario personale del cardinale Alfredo Ottaviani, personaggio di primo piano nel periodo conciliare, fino alle più alte responsabilità, come Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Questa sua lunga esperienza romana lo ha reso familiare in tutti gli aspetti degli organismi centrali del governo della Chiesa cattolica, ma certo non gli ha mai fatto dimenticare la sua terra d’origine e le sue radici ticinesi e svizzere. Tornava volentieri e più volte all’anno in Ticino e, per quanto potesse essere breve il tempo della sua visita, non mancava mai di passare a salutare i vari Vescovi che ha visto succedersi sulla cattedra di San Lorenzo. In questi tre anni, io stesso ho potuto più di una volta condividere con lui dei bei momenti di fraternità e di scambio. Amava tenersi aggiornato su tutti gli aspetti della vita della Diocesi e sulla realtà religiosa, sociale, politica e culturale del Cantone e le sue riflessioni e considerazioni lasciavano trapelare la sapienza e la prudenza dell’uomo che, pur avendo esercitato solo in misura limitata il ministero in ambito parrocchiale e diocesano (n.d.r.: quale assistente di Lepontia cantonale e vice assistente della Azione Cattolica Ticinese, 1947-1950), ha sempre avuto e ha alimentato negli anni un vivo senso ecclesiale e pastorale. Più di una volta si è reso disponibile, finché le forze glielo hanno consentito, a presiedere importanti momenti liturgici della Chiesa che è a Lugano. Le circostanze più significative lo hanno sempre visto presente e partecipe. La sua tempra forte e rigorosa era sicuramente quella del servitore, dell’uomo capace di un impegno costante e competente. Le sue doti d’intelligenza e di cuore lo hanno fatto apprezzare e la sua sincera dedizione al Signore lo ha reso saldo in un ministero non appariscente e spesso austero, ma proprio per questo tanto più sostanziale e fecondo (…). (Valerio Lazzeri, vescovo di Lugano, articolo pubblicato dal «Giornale del Popolo» del 14 gennaio 2017)
Un testimone tra due fedi Paolo De Benedetti ci ha lasciati domenica 11 dicembre, dopo aver trascorso l’intera sua vita a studiare e insegnare la Bibbia: è stato teologo, biblista, docente di Giudaismo e Antico Testamento alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e agli Istituti di Scienze religiose delle università di Urbino e Trento. Nato ad Asti nel 1927 da padre ebreo e madre cattolica, fin dalla sua infanzia ha vissuto dentro di sé l’incontro tra queste due fedi e la vocazione a essere strumento di dialogo tra esse. Non è facile collocare dal punto di vista confessionale una persona come Paolo De Benedetti: egli stesso si autodefinisce un «marrano», consapevole di vivere in sé una «compresenza di categorie mentali e fedeltà ebraiche e di alcune convinzioni cristiane, in combinazione instabile ma irrinunciabile». Abbiamo potuto vivere con Paolo questa sua capacità di abitare con profondità le diverse comunità di fede: conosceva molto
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bene le liturgie cattoliche, presiedeva con naturalezza il Seder pasquale ebraico ma anche un culto riformato, come ha fatto più volte nella comunità ecumenica di Asti e nella chiesa metodista di S. Marzano Oliveto. Molti i luoghi di dialogo in cui è stato attivo: menzioniamo solo l’Amicizia ebraico-cristiana, l’associazione Biblia, la ticinese ABSI, il centro ecumenico di Agape a Prali (To), la Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della diocesi di Milano, oltre alle numerose riviste con cui ha collaborato e i preziosi scritti che ci ha lasciato. Tra i doni preziosi che Paolo De Benedetti lascia in eredità vi è, restituita ai credenti, un’immagine di Dio libera dagli stereotipi di onnipotenza, ma piuttosto incarnata nella storia dell’uomo; un Dio fragile, un Dio che non vuole stare solo, che fin dalla creazione esprime il bisogno di un «tu» con cui relazionarsi e a cui chiedere aiuto. Paolo amava ricordare il brano di Isaia 40, l, tradotto in genere «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio», proponendone una rilettura rabbinica secondo cui il testo direbbe: «consolatemi, consolatemi o mio popolo, dice il vostro Dio». Nel «tu» con cui Dio si relaziona, secondo Paolo De Benedetti, è incluso tutto il creato; non è solo l’essere umano a essere amato da Dio ma tutte le creature, a partire dagli animali che gli erano così cari. (da: Francesca Giaccone e Marco Gisola, in «Riforma», Torino, dicembre 2016)
Una musulmana deputata USA Un raggio di speranza per gli Stati Uniti nordamericani: Ilhan Omar è infatti la prima donna somala, e la prima rifugiata, eletta alla Camera dei rappresentanti, uno dei due rami del parlamento nordamericano. La nuova deputata è musulmana praticante, sempre con l’hijab in testa, impegnata fin da giovanissima nelle battaglie per l’emancipazione delle donne immigrate, in particolare quelle di prima e seconda generazione. Insomma, un po’ tutto ciò che il neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dimostrato di odiare, a stare almeno alle roboanti dichiarazioni esternate da una parte all’altra della nazione durante i mesi frenetici che hanno preceduto la tornata elettorale. Ilhan Omar, classe 1982, è giunta negli Stati Uniti insieme alla famiglia nel 1994, in fuga dalla drammatica guerra civile somala. Negli States la prima tappa fu la Virginia: Arlington, la città sul Potomac, sede del celebre cimitero militare. Quasi subito i genitori si spostarono in Minnesota, dove Ilhan poté frequentare le scuole, imparando in appena tre mesi l’inglese e completando prima le superiori e quindi la facoltà di scienze politiche. Già dal 2006 si impegnò con il Partito democratico nelle campagne per le elezioni comunali, e dopo anni di lavoro a fianco delle minoranze, a inizio 2016 la scelta di candidarsi per un seggio nel parlamento federale. Nonostante una campagna con toni razzisti pesanti nei suoi confronti da parte anche di compagni di partito, Ilhan Omar riuscì vincitrice quale candidata nel Minnesota, uno Stato che da sempre premia i democratici. A Ilhan è riuscita l’impresa di superare i pregiudizi raccogliendo consenso anche fuori dalle comunità di riferimento, formate per lo più da immigrati. Nelle incertezze e nelle contraddizioni sociali che il voto di novembre ha reso palesi, la storia di Ilhan Omar rappresenta un segnale che un approccio differente all’agone politico è possibile anche oltre Oceano, in cui l’impegno concreto a fianco dei più deboli e per la crescita sociale, che dovrebbe essere la pietra angolare di ogni impegno pubblico, può rappresentare ancora la base di un successo politico.
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I primi passi di «Universa Laus» protagonista della riforma della liturgia Il 18 agosto 2016 è stato ricordato a Lugano il cinquantesimo dalla fondazione di «Universa Laus». Di questa associazione internazionale è attualmente segretario generale Enrico Morresi, il quale nella circostanza tenne un’ampia relazione sulle origini del movimento, che si può dire corse in parallelo con le prime discussioni al Concilio (1962-1963) sulla riforma della liturgia cattolica. Dalla sua relazione abbiamo selezionato e proponiamo ai nostri lettori le informazioni relative ai rapporti che i fondatori ebbero con i padri del Concilio e la Santa Sede. Questa fase si potrà mettere in parallelo con l’attesa maturata nella Diocesi di Lugano negli anni precedenti il Concilio (cfr. Morresi Timoteo, Il contributo della Diocesi di Lugano alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, Eupress Facoltà di teologia di Lugano, 2014). Utile sarà anche far capo al ricco Archivio di Universa Laus, che nel 2016 è stato trasferito nell’Archivio diocesano di Lugano. Il testo completo della relazione, con le note che rimandano ai documenti citati (qui se ne danno solo alcune, a chiarimento dell’informazione), può essere richiesto all’Autore, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno. Così pure la relazione che, nella medesima circostanza, è stata fatta dal prof. Daniele Sabaino, dell’Università di Pavia, sui due «documenti» (1980 e 2002) in cui Universa Laus ha condensato l’essenziale dei suoi studi. «Universa Laus» si può considerare il frutto maturo di una grande stagione: il movimento di riforma della liturgia cattolica culminato nel Concilio Vaticano Il (1962-1965). Chi guarda senza pregiudizi a quegli anni deve riconoscere che la riforma non fu un colpo di fulmine, un attacco improvviso e fatale portato a una tradizione veneranda da persone sprovvedute di senso della fede, di prudenza e di cultura (come fu interpretato) ma il punto d’arrivo e di partenza di uno sviluppo non ancora concluso e che probabilmente non si concluderà mai. Ridurre il moto di riforma a un cambiamento disordinato di riti e di rubriche significa dimenticare che alla base del rinnovamento conciliare vi era una nuova coscienza dell’essere la Chiesa, in primo luogo, Popolo di Dio. Il cambiamento di paradigma era importante, rispetto a una concezione verticistica del corpo ecclesiale, perché riconosce che i modi di incarnare la sequela di Cristo sono storicamente determinati per quanto riguarda lingua, costumi, modi diversi di tradurre l’amore di Dio e la Parola del Vangelo nella vita di ogni giorno. Anche facendo la storia di «Universa Laus» ci si rende conto che le istanze di rinnovamento di cui questa associazione fu portatrice affondavano le radici in un una nuova coscienza ecclesiale, a indicare la quale basterebbe citare alcuni nomi di precursori, come John Newman, Romano Guardini, Odo Casel, Lambert Beauduin… Non è dunque per caso che il germe
di Enrico Morresi
di «Universa Laus» si sviluppasse tra i cultori non del canto di élite: il gregoriano e la polifonia (di cui peraltro si apprezzava moltissimo la qualità), ma del canto dell’assemblea. All’origine di «Universa Laus» troviamo un legame di conoscenza e di amicizia tra autori ed editori di riviste e canti per il popolo. Nel resoconto del primissimo incontro, a Crésuz, nel cantone di Friburgo, nel 1962, questa circostanza è sottolineata come un elemento prudenziale: «Non tendiamo a iniziare in modo troppo ampio e spettacolare. Preferiamo cominciare con un incontro tra amici che tra loro già si conoscono»1. Il Concilio, a quel punto, non si era ancora aperto. Si sapeva già, però, che si sarebbe occupato di liturgia. Il docu1. Citato in una lettera di Joseph Gelineau a Helmut Hucke. Joseph Gelineau (19202008), gesuita dal 1941, prete dal 1951, studioso del canto liturgico antico e moderno, insegnante all’Institut catholique di Parigi, si era segnalato già nel 1953 per la proposta di un nuovo tipo di salmodia in lingua viva subito tradotto in molte lingue. Animatore, cofondatore e membro del primo Praesidium di Universa Laus nel 1966, Gelineau è deceduto 1’8 agosto 2008. Helmut Hucke era il redattore di «Musik und Altar. Zeitschrift fur Musik in Kirche und Schule, Jugend und Haus», con sede a Francoforte, ed era in contatto con Joseph Gelineau per la traduzione in tedesco del libro che Gelineau stava per pubblicare: «Chant et musique dans le culte chrétien».
mento fatto circolare da Annibale Bugnini2, segretario della Commissione preparatoria sulla liturgia, nel gennaio 1962, conteneva quasi tutti gli elementi destinati a nutrire la discussione durante le prime due sessioni conciliari e in seguito le primissime applicazioni della costituzione «Sacrosanctum Concilium» che il Concilio avrebbe approvato il 4 dicembre 1963. Il primo convegno fu preceduto da un incontro a Milano, il 25 maggio 1962, ospitato da mons. Ernesto Moneta Caglio, direttore del Pontificio Istituto di Musica Sacra della diocesi ambrosiana. La prima formale riunione di lavoro si tenne invece a Crésuz, una piccola località delle montagne friburghesi, dove Henri Kälin, fratello di don Pierre Kälin, responsabile della pastorale liturgica della diocesi di Losanna/Ginevra/Friburgo, possedeva uno châlet («Mur blancs»). Mancando un programma preciso, nei quattro giorni del convegno si discussero liberamente vari temi. Si decise comunque di incontrarsi ogni anno e un incaricato per nazione fu designato per tenere i contatti. Il convegno successivo era previsto a Essen, nel 1963. Gli aperti dissidi che si manifestarono al Concilio tra la prima e la seconda sessione trovano un riflesso nella lettera che Moneta Caglio scrisse a Gelineau il 26 giugno 1963 in vista dell’ormai imminente nuovo incontro del gruppo: «Quando ci salutammo a Crésuz si credeva che lo schema de Sacra Liturgia sarebbe stato approvato in fretta dal Concilio. Invece c’è stata una discussione non ancora finita e nel frattempo l’amico Bugnini è stato defenestrato (…). Voler trattare in precedenza argomenti che non sappiamo quale soluzione trovano nella ventura sessione conciliare mi sembra poco serio».
2. Annibale Bugnini (1912-1982), sacerdote, docente di liturgia all’Università lateranense, già attivo come consulente della Congregazione dei Riti prima del Concilio, dal 1964 segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, arcivescovo dal 1975, nel 1976 rimosso dal suo incarico (per una sua asserita appartenenza alla massoneria) e nominato pro-nunzio in Iran. Deceduto a Roma il 3 luglio 1982.
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Bugnini, un amico La notizia contenuta nella lettera di Moneta Caglio richiede un’escursione nel retroterra delle discussioni avviate dal Concilio nell’autunno del 1962 sulla liturgia, che era il primo argomento affrontato. Gli storici descrivono il citato documento di Annibale Bugnini, segretario della Commissione preparatoria sulla liturgia, come «un testo coerente, che combinava un’enunciazione concisa dei principi con alcune direttive pratiche concrete» e in seguito le primissime applicazioni della costituzione che il Concilio avrebbe approvato il 4 dicemmbre 19633. Il cardinale Gaetano Cicognani, che presiedeva tale commissione, fu convinto a firmarlo malgrado non ne condividesse certi aspetti. Il porporato era, del resto, molto malato – sarebbe deceduto il 5 febbraio 1962 – e papa Giovanni XXIII lo sostituì alla presidenza con il card. Larraona. Larraona di dubbi ne aveva più di Cicognani, e appena riunito il Concilio, il 21 ottobre, sostituì Bugnini con Ferdinando Antonelli, direttore della Sezione storica della Congregazione dei Riti. Che si trattasse di un provvedimento punitivo lo prova la contemporanea rimozione dello stesso Bugnini dall’insegnamento della liturgia alla Pontificia Università Lateranense. Il 22 ottobre Larraona e Antonelli presentarono lo schema al Concilio. Malgrado la riconosciuta qualità del testo, la discussione fu veemente e si protrasse fino al 13 novembre per 15 sedute, 328 interventi in aula e 297 presentati in forma scritta, con molte ripetizioni e ridondanze. I contrari riportarono in campo tutti i punti di contrasto che nel decennio precedente si erano manifestati nei congressi e convegni sulla liturgia, da Lugano ad Assisi e negli altri luoghi in cui si era dibattuto, per esempio, della comunione sotto le due specie e della concelebrazione, che il cardinale Ottaviani in aula avrebbe definito «una rivoluzione riguardo all’intera messa». Intelli-
3. A. Bugnini, La riforma liturgica (19481975), CVL Edizioni liturgiche, Roma 1997, pp. 43-52, 63-67; Storia del Concilio Vaticano II, diretta da Giuseppe Alberigo, Peters/ Il Mulino, 1999, Vol. I, pp. 171, 219-224, 233-237, 335-338, 439; Vol. III, p. 439; J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Vita & Pensiero, Milano 2010. pp. 131-143.
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gentemente, il cardinale Tisserant, presidente di giornata, il 14 novembre 1962 mise ai voti se accettare o no il testo come base, e l’esito della votazione fu strabiliante: 2162 voti a favore, 16 contrari: il documento risultava gradito dall’assemblea al 97%. La volontà del Concilio si era espressa chiaramente in favore della riforma, e Paolo VI – il nuovo papa, eletto il 21 giugno 1963 – dimostrò di rispettarla, accettando che la Commissione apportasse al documento le poche varianti ritenute indispensabili. Riportata in aula nell’autunno, il 4 dicembre 1963 la Costituzione «Sacrosanctum Concilium» fu approvata con 2143 voti a favore e solo 4 contro. Il risultato fu talmente netto da influenzare anche il seguito da dare alla volontà espressa dal Concilio. Sorprese tutti la decisione del Papa di… ricuperare padre Bugnini, nominato segretario di un nuovissimo Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, alla presidenza del quale non fu chiamato il cardinale Larrona bensì l’arcivescovo di Bologna, cardinale Lercaro. Al giubilante Bugnini, che chiedeva dove potesse riunirsi il nuovo Consilium, il cardinale Amleto Cicognani rispose: «Dove volete, ma non alla Congregazione dei Riti». Figura centrale di tutto il processo post-conciliare di riforma della liturgia, Annibale Bugnini si sarebbe rivelato un amico prezioso del gruppo di teologi-musicisti costituito dai futuri fondatori di «Universa Laus». Essen 1963: strettamente privato Al secondo convegno, che ebbe luogo a Essen, i partecipanti furono relativamente pochi: una dozzina, e i temi in discussione piuttosto slegati: i recitativi, i canti processionali, l’oratio fidelium, l’innodia. Rimando alle date: l’incontro di Essen si teneva tra la prima e la seconda sessione del Concilio, da fuori non era possibile sapere se il testo uscito dalla prima sessione avrebbe avuto vita facile alla seconda lettura… L’atmosfera cambiò di colpo con l’approvazione definitiva, il 4 dicembre, della Costituzione. Solo da questo punto innanzi si sarebbe potuti davvero uscire allo scoperto. Nell’estate del 1964 il successivo incontro ebbe luogo a Cormatin, in Borgogna, in una dépendance dei monaci di Taizé.
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I tempi non erano tranquilli: il ticinese don Luigi Agustoni4, impedito di partecipare, informava che «la situazione a Roma è complicata. La Congregazione dei Riti tenta di privare di ogni potere esecutivo il Consilium. Vedremo come finalmente sarà applicata la riforma conciliare». Ma la situazione non sembrò preoccupare molto i partecipanti, i quali seguirono il programma prestabilito, un tema per ogni giornata: il Graduale della messa il 22 settembre, la Preghiera dei fedeli il 23, lo studio di un progetto di rivista internazionale il 24. Le lingue usate furono il francese e il tedesco: tutte le relazioni erano tradotte. Friburgo 1965: in pubblico e con i vescovi Con l’approvazione esplicita dell’Episcopato svizzero e alla presenza del vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo, François Charrière, l’incontro del 1965 si tenne all’Università di Friburgo. 225 i partecipanti: 75 francesi, 70 tedeschi, 40 italiani, 20 inglesi, 20 spagnoli… Designato segretario generale del convegno, Pierre Kälin chiese esplicitamente la benedizione del Cardinale Lercaro, il quale in precedenza aveva raccomandato prudenza su alcuni punti specifici. Lercaro manderà comunque il 21 agosto un telegramma al vescovo Charrière in cui esprime fervidi auguri ma aggiunge: «Studiate passato per preparare avvenire migliore. Ma soprattutto abbiate cura che arte del canto secondo la nuova coscienza liturgica del popolo di Dio non faccia rimpiangere il passato, ma sia degno sana e santa tradizione Chiesa e culto di Dio, che serve con umiltà e devozione». Gli organizzatori non avevano annunciato il convegno sulla stampa. Gli inviti diramati erano da ritenere strettamente personali. Ma era una precauzione più di facciata che di sostanza, visto il numero finale dei partecipanti e la circostanza, visibilissima, che i lavori si tenevano nell’aula magna dell’Università. Le relazioni presero 4. Luigi Agustoni (1917-2004), nato a Kreuzlingen, studi al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Milano e di Roma, sacerdote dal 1941, insegnante di musica e di liturgia al Seminario di Lugano, studioso di canto gregoriano, fondatore del Centro di Liturgia Pastorale della Diocesi ticinese, professore a Milano, consultore del Consilium per la messa in opera della riforma liturgica. Membro del primo Praesidium di U.L. Deceduto a Orselina il 31 marzo 2004.
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in considerazione praticamente tutti gli aspetti della liturgia aperti al cambiamento, senza dimenticare le radici della liturgia medesima: due presentazioni al giorno, da lunedì 22 a sabato 27 agosto, con traduzioni in tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo. Alla fine dei lavori, un comunicato stampa sottolineava che a Friburgo erano convenuti rappresentati 33 Paesi diversi: «dalla Norvegia a Formosa, dalla Jugoslavia al Brasile». Il convegno di fondazione a Lugano Nel convegno successivo, tenuto a Lugano dal 20 al 22 aprile 1966, fu adottato l’atto della costituzione di Universa Laus come associazione finalmente dotata di organismi e di statuto, tuttavia ancora con una certa prudenza. La convocazione fu fatta a nome di un Groupe international Crésuz-Taizé-Fribourg, 111 furono gli inviti diramati, il titolo del Convegno sarebbe stato: Rencontre internationale (privée) 19-23 avri11966, lo schema il solito: 8 relazioni, due al giorno… Segnali di incoraggiamento erano venuti nel frattempo: per esempio, una lettera molto calorosa del card. Julius Döpfner, arcivescovo di Monaco di Baviera, uno dei protagonisti dell’appena concluso Concilio. Il pomeriggio del 21 aprile si tenne un’assemblea che, evidentemente, era stata preparata con cura. Ecco il verbale della riunione: «II p. Joseph Gelineau, responsabile delle giornate di studio organizzate a Lugano alla Casa S. Pio X dal 20 al 22 aprile 1966, apre la seduta alle 14.35 esponendo le ragioni che giustificano lo fondazione di un’associazione permanente che si chiamerà “Universa Laus”. Tale esistenza giuridica presenta difatti molti vantaggi pratici, specialmente per l’organizzazione dei futuri incontri, ma anche per assicurare lo consistenza finanziaria del gruppo di studio che, negli anni scorsi, si è riunito a Crésuz, Taizé e Friburgo. Il p. Gelineau espone in seguito l’organizzazione dell’associazione prevista da esperti della materia. Essendo il progetto approvato all’unanimità, la detta associazione risulta fondata e gli statuti di seguito approvati. Si passa in seguito a una discussione circa la determinazione della tassa annuale dovuta dai membri attivi. Essa sarà di 20 fr. svizzeri, una somma pressappoco equivalente potendo essere percepita da ogni paese. Tre nomi sono proposti
per l’elezione del Praesidium: Don Luigi Agustoni, Padre Joseph Gelineau, e il Signor Erhard Quack. La votazione dà il seguente risultato: Agustoni 14, Gelineau 14, Quack 14, Hucke 4, Joris 2. I tre primi nominati risultano dunque eletti. I membri fondatori passano in seguito alla cooptazione di 10 nuovi membri attivi, tutti accettati all’unanimità dei 15 votanti. La seduta è chiusa alle 15.15». Lo stesso giorno, il Praesidium mandò una lettera al Papa: «Beatissimo Padre, riuniti a Lugano per approfondire alcuni problemi concernenti il canto e la musica nella riforma liturgica, 70 responsabili (nazionali, regionali o locali) di 16 Paesi, desiderano esprimerLe lo loro profonda devozione filiale: nel rendimento di grazie a Dio per il grande beneficio spirituale del lavoro sulla liturgia compiuto dal Concilio Vaticano; nella riconoscenza a Vostra Santità per il sostegno personale che Ella dà alla riforma liturgica; nella fiducia verso il Consilium incaricato di proseguire tale riforma; nella speranza che il lavoro continuerà in armonia per lo gloria di Dio e il bene dei fedeli, consapevoli del valore della tradizione musicale della Chiesa che noi seguitiamo a investigare e a utilizzare, allo stesso tempo preoccupati di fornire ai fedeli l’espressione musicale meglio aderente alle forme della liturgia rinnovata, attivi da molti anni al ravvicinamento delle discipline liturgiche, musicali e pastorali, estranei ad ogni spirito di parte ma preoccupati di servire positivamente la nostra Madre, la Santa Chiesa, abbiamo pensato bene di associarci, sotto il titolo di “Universa Laus”, per meglio collaborare al lavoro che ci aspetta; dopo i benevoli incoraggiamenti ricevuti da S.E. Raymond Tschudi, presidente della Commissione liturgica svizzera, e da S.E. Angelo Ielmini (sic), amministratore apostolico di Lugano e presidente della Conferenza dei Vescovi Svizzeri, imploriamo sul nostro lavoro e su ognuno di noi la Vostra paterna benedizione apostolica. Il Praesidium» (seguono le firme di L. Agustoni, J. Gelineau, E. Ouack). La risposta si fece attendere fino all’l1 maggio. È una lettera di mons. Dell’Acqua, sostituito alla Segreteria di Stato, in cui si legge: «(…) L’iniziativa è parsa opportuna a Sua Santità in questo periodo in cui l’applicazione delle direttive conciliari nell’ambito del canto e della musica liturgica pone
così tanti problemi delicati». Si augurano «i più felici sviluppi». Presenti i giornalisti, la fondazione di Universa Laus fu riportata dal «Giornale del Popolo» («Alla Casa S. Pio X Convegno internazionale/di specialisti di liturgia e musica») e fu distribuito un ampio comunicato stampa, intitolato «Giornate internazionali di studio sui canti processionali della messa», in cui si precisava: «La riforma liturgica pone ai musicisti sempre nuovi problemi. Uno dei maggiori riguarda i canti della messa detti “processionali”: il canto d’ingresso, il canto d’offertorio, il canto di comunione, al quale è possibile aggiungere l’Alleluia che precede la lettura del Vangelo. La condizione di questi canti è in effetti particolarmente difficile e importante. In quasi tutti i Paesi è stato possibile fissare una traduzione autorizzata di brani come il Gloria in excelsis oppure il Sanctus; ma per quelli appartenenti al proprio della messa non basta dare ai compositori una versione letterale da mettere in musica, perché questi canti, in latino, hanno tutti una forma melodica originale. Tradotti e isolati, nella maggior parte dei casi non possono rispondere alle esigenze attuali di un vero canto liturgico. Occorre dunque ricercare, partendo da studi storici, liturgici, pastorali e tecnici, una forma adatta, tanto letterale quanto musicale, come pure corale, organica, coerente, tenendo conto dei mezzi effettivi delle diverse assemblee». L’equivoco di Chicago La fondazione di «Universa Laus» non incontrava però l’approvazione negli ambienti della Consociatio Internationalis Musicae Sacrae (CIMS), fondata il 22 novembre 1963 da papa Paolo VI con il chirografo «Nobile subsidium Liturgiae», con sede a Roma, timorosa di una concorrenza. Mons. Dell’Acqua precisò che «le parole di incoraggiamento» contenute nel messaggio dell’l1 maggio «non costituiscono un’approvazione»; anzi, si ritiene opportuno che «U.L. si aggreghi alla CIMS». La Consociatio era diretta da un gruppo deciso a dare la precedenza alla conservazione del repertorio tradizionale in latino e a frenare il più possibile l’evoluzione verso una liturgia più aperta. I principali responsabili prepararono una lettera da far firmare a Paolo VI, che richiedesse a U.L. di auto-sopprimersi e di fondersi con la CIMS: il progetto di questa lettera giunse fino alla Segreteria di Stato, ma Paolo VI non la firmò
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Un fruttuoso sodalizio Vincenzo Giudici, direttore del Coro della Cattedrale e benemerito del canto liturgico, ha voluto partecipare alla «laudatio» del nostro redattore responsabile («Dialoghi» n. 244, dicembre 2016) inviandoci questo suo simpatico ricordo. Non mi sarebbe stato facile, giunto dalla valle ai piedi del San Gottardo – dov’ero nato, cresciuto ed ero stato maestro per quattro anni – creare a Lugano nuove relazioni sociali e allacciare amicizie se, per una felice concomitanza, non vi arrivassi al momento in cui si fondava una sezione della Gioventù Musicale Svizzera. Erano gli inizi degli anni Sessanta, il decennio delle speranze, delle illusioni, delle utopìe, di cui si vorrebbe cancellare il ricordo o travisarlo fino a deriderne i superstiti come dei falliti. In Gioventù Musicale si respirava quest’atmosfera effervescente. Tra le molte attività vi erano gli incontri mensili al Caffè dei Commercianti di Lugano. È qui che conobbi Enrico: giovane giornalista, musicista per passione e fervente sostenitore del rinnovamento liturgico. Saputo che studiavo musica, cominciò a parlarmi della Schola cantorum di Massagno, di cui era l’animatore, cercando di stuzzicare il mio interesse finché mi decisi di andare a vedere di che si trattasse. Finì che mi aggregai e, com’era suo velato desiderio, ne assumessi la direzione musicale. Ciò segnò l’inizio di una stretta collegialità, che proseguì anche quando la Schola si trasferì in Cattedrale e in seguito confluì nel coro di questa, come pure di una sincera amicizia che dura tuttora, anche se da tempo Enrico non è più attivo nel coro. Tralascio di parlare di lui nella sua veste pubblica di giornalista della stampa, della televisione e della radio, o del suo impegno nel campo dell’etica e della storia del giornalismo ticinese. Voglio soffermarmi sul suo impegno nel campo della liturgia, un’attività poco, o per nulla, appariscente all’esterno, ma che ho potuto apprezzare e ammirare in tanti anni di fruttuoso sodalizio. La religiosità per me – come per molti – consisteva nell’andare a messa con il messalino, far la comunione il primo venerdì del mese, partecipare a certe celebrazioni devozionali, e nei ricordi dell’infanzia: il rosario in casa, la «visita» quando si passava davanti alla chiesa con la zia contadina, il segno di croce al suono dell’Angelus o dell’Ave Maria, che era anche il segnale per «mettere a tetto» la mucca quand’era al pascolo. Con questo retroterra culturale è comprensibile che l’incontro con la Schola cantorum sia stato per me
come «aprire la finestra», per usare una metafora cara a Giovanni XXIII. La Schola non era un’invenzione di Enrico. Era stata fondata dal giovane prete Emilio Conrad, radunando giovani e giovanissimi per educarli e sensibilizzarli a una partecipazione attiva alle celebrazioni, secondo gl’indirizzi provenienti dal Seminario con l’impronta di Luigi Agustoni. In seguito alla partenza di padre Callisto, che ne era stato il primo «istruttore», Enrico ne aveva assunto la guida, manifestando già allora il carattere aperto a recepire nuove istanze e la fermezza nelle convinzioni che lo hanno contraddistinto anche nell’attività professionale. Doti che sovente turbano la quiete dell’acqua stagnante: nel caso che ci riguarda, l’attivismo innovativo dei giovani accanto al plauso di taluni aveva anche suscitato qualche reazione d’intolleranza sospettosa in altri. In tanti anni di collaborazione fianco a fianco, ho scoperto in lui una persona che non s’accontentava del pressapoco, assidua nell’approfondire le conoscenze col documentarsi seriamente e con l’intreccio di relazioni di cui mi ha pure fatto partecipe. Ho anche sperimentato una mente creativa nel proporre testi da mettere in musica e progetti di celebrazioni talvolta caduti nel vuoto per scarsa rispondenza. Dall’altra parte, anche nell’ambito ristretto della musica liturgica ha messo in luce le sue doti di organizzatore. Il rilievo sempre maggiore ottenuto dall’Associazione Amici della Musica in Cattedrale, costituitasi oltre trent’anni fa come semplice espansione dell’attività del Coro, è in massima parte frutto del suo attivismo, come segretario fin dalla fondazione. Significativo è anche il fatto che l’associazione internazionale per lo studio della musica nella liturgia Universa Laus, di cui facciamo parte, avendo negli ultimi anni perso lo smalto iniziale, ha pensato di affidargli ad interim la carica di segretario generale. Non so se considerare valore o difetto la fermezza nei suoi princìpi che in qualche occasione ha fatto sorgere dissapori o addirittura aperta ostilità. Non è questa l’occasione per rievocarli anche se possono servire da esempio di quanto costi il parlar chiaro. Qualche lettore penserà che, parlando di un amico, non è facile essere imparziali. Per me, oltre che un amico, Enrico è stato anche un maestro che ha dato una svolta alla mia vita, e gli sono riconoscente. Vincenzo Giudici
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mai e perciò essa non giunse a Universa Laus. Ma una copia di questa lettera venne letta pubblicamente a ChicagoMilwaukee durante un congresso della CIMS e ripresa dalla stampa, per sostenere che U.L. era stata condannata dalla Santa Sede come «inutile e dannosa», e che le si ordinava di sciogliersi. La salvezza giunse ancora una volta da p. Annibale Bugnini. «Notitiae», bollettino ufficiale del Consilium, pubblicò una messa a punto: «Siamo autorizzati a dichiarare che, da parte della Santa Sede, nessuna condanna è stata né può essere pronunciata, come da qualcuno è stato affermato sconsideratamente. Neppure è stato decretato un ordine di scioglimento, perché Universa Laus non è un “doppione” della “Consociatio” – come tale, perciò, “inutile e condannabile”. Si tratta di un organismo autonomo, distinto, dotato di una costituzione sana, che esiste, vive e lavora con le altre associazioni musicali già confederate nella “Consociatio” alla quale, al momento opportuno, aderirà in piena armonia di intenzioni e di azione. I fondatori di “Universa Laus”, preti e laici, operando in uno spirito di amore e di servizio rispetto alla liturgia, hanno ben meritato della Chiesa e possono pertanto continuare, in gioia e salute, a lavorare, sotto la direzione dell’Autorità competente, in armonia con la Costituzione liturgica, il lavoro prezioso iniziato». Da questo punto innanzi corre la success story di un’associazione che l’anno seguente, il 1967, a Pamplona, avrebbe richiamato 970 partecipanti: la metà dalla Spagna e l’altra metà da 35 diversi Paesi. Ora che l’Archivio di «Universa Laus» è stato trasferito a Lugano sarà più facile agli studiosi approfondire questo o quel periodo della sua storia, perché sia possibile rendersi conto di quale tensione morale, di quanto impegno e di quanta sapienza e cultura hanno nutrito i cinquant’anni di vita di questa associazione.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario
Quaresima 2017: Terra fonte di vita L’accaparramento delle terre (in inglese land grabbing) è un fenomeno noto fin dall’antichità. Anche nella Bibbia ne troviamo un esempio, con il furto della vigna di Nabot da parte del re Acab (Re 1,21). Ma ciò che oggi lo rende attuale e particolarmente inquietante è l’accelerazione e l’ampiezza che ha assunto. Non esistono dati ufficiali, tuttavia secondo una stima prudente dell’osservatorio online Landmatrix (www.landmatrix.org) globalmente gli investitori hanno concluso contratti di utilizzo agricolo per 48 milioni di ettari (stato al 18 gennaio 2017), una superficie che equivale a circa 14 volte quella del territorio svizzero. Il profitto in primo piano. Le cause principali di questa corsa alla terra sono: 1º la crisi dei prezzi dei prodotti alimentari del 2007-2008 e la reazione di alcuni Paesi per assicurarsi le proprie riserve alimentari e tutelare interessi nazionali; 2º la crisi finanziaria del biennio 2007-2008, che ha spinto la finanza a cercare nuove opportunità di investimento e di profitto creando nuovi prodotti finanziari. Dietro il land grabbing ci sono dunque principalmente interessi privati: circa l’80% della superficie venduta o affittata appartiene a imprese o fondi di investimento. Agli Stati che comprano o affittano grandi appezzamenti di terra all’estero è attribuibile circa il 20% dei 40 milioni di ettari. Gli accordi commerciali hanno luogo principalmente in Paesi poveri dove la partecipazione democratica è molto debole. Il motore globale del land grabbing risiede nella ricerca, da parte di imprese private e fondi di investimento, di possibilità di investimento foriere di guadagno. L’agricoltura non serve più dunque alla produzione di alimenti e la foresta pluviale non è più ritenuta uno spazio vitale. La prospettiva di un profitto economico orienta la scelta su che cosa coltivare. Dietro il fenomeno ci sono materie prime agricole come l’olio di palma, la soia e la cellulosa destinate alla produzione alimentare industriale e gli agro-carburanti. L’olio di palma è uno dei prodotti che più sta conoscendo un boom a livello mondiale. È impiegato per la produzione di beni di consumo (alimentari, cosmetici, detersivi, ecc.) e di agro-carburanti. Inoltre, nel Sud si manifestano spinte nazionali: gli interessi economici e politici di élite nazionali e locali che traggono benefici consistenti dai contratti stipulati con imprese private e con fondi d’investimento. La terra è nutrimento e identità. La terra sta passando di mano, quasi in sordina per noi che acquistiamo ciò che mangiamo nei negozi, senza apparenti preoccupazioni. Che dire, invece, delle famiglie contadine nei Paesi del Sud del mondo, che ancora coltivano la terra per nutrirsi e alimentare i mercati locali? Vale la pena ricordare che questo tipo di agricoltura rappresenta il 70% della realtà agricola mondiale e produce il cibo che serve – e che servirà! – a sfamare il pianeta. Questa forma di agricoltura consuma poca energia fossile, meno acqua, nessun fertilizzante artificiale o pesticida prodotto da imprese ad alto consumo energetico, crea posti di lavoro e assicura la fertilità del suolo e la biodiversità a lungo termine. Lo scenario distruttivo del land grabbing priva della terra le comunità ancora agricole, che vi attingono non solo il sostentamento ma anche la loro identità. Risparmiatori sì involontari ma non più complici. Tutti noi siamo complici involontari di questo furto delle terre. Banche e casse pensioni usano i nostri risparmi per fare investimenti che non sempre rispettano i diritti umani e l’ambiente. Partendo dall’esempio delle gigantesche monocolture di palma da olio che stanno proliferando in Indonesia, la Campagna ecumenica di Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali illustra le conseguenze nefaste per le popolazioni colpite da questa corsa al profitto, che vede implicate anche banche svizzere. Sul sito www.vedere-e-agire.ch si trova un esempio di lettera da inviare alla propria banca o cassa pensione. Oppure si consiglia di privilegiare istituti diligenti, come la Banca Alternativa Svizzera o la Banca Comunitaria Libera, che applicano criteri ecologici e sociali particolarmente severi. Daria Lepori e Federica Mauri (Sacrificio Quaresimale)
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PAROLE DI FRANCESCO Il cristiano nonviolento. Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa, come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI, «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo «di più viene da Dio»· Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della «rivoluzione cristiana»». Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia» (…) La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. (Messaggio per la Giornata della pace, 1. gennaio 2017) Le cose possono cambiare. A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San Benedetto III, 3). (Lettera ai giovani in occasione della presentazione del documento preparatorio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi) I furboni del biglietto. Adesso devo dirvi una cosa che non vorrei dire, ma devo dirla. Per entrare alle udienze ci sono i biglietti nei quali è scritto in una, due, tre, quattro, cinque e sei lingue che «Il biglietto è del tutto gratuito». Per entrare all’udienza, sia in aula sia in piazza, non si deve pagare, è una visita gratuita che si fa al Papa per parlare con il Papa, con il vescovo di Roma. Ma ho saputo che ci sono dei furboni che fanno pagare i biglietti. Se qualcuno ti dice che per andare in udienza dal Papa c’è bisogno di pagare qualcosa, ti sta truffando:
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stai attento, stai attenta! L’ingresso è gratuito. Qui si viene senza pagare, perché questa è casa di tutti. E se qualcuno si fa pagare per farvi entrare all’udienza commette un reato, come un delinquente, e fa qualcosa che non si deve fare! (Udienza in Aula Nervi dell’11 gennaio 2017) Una domenica mondiale dei poveri. Alla luce del «Giubileo delle persone socialmente escluse», mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la «Giornata mondiale dei poveri». Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (Mt 25,31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr Lc 16,19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr Mt 11,5), con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia. (Dalla Lettera apostolica a chiusura dell’Anno della Misericordia, Roma 20 novembre 2016) Il denaro è uno strumento. Gesù, nella parabola dell’amministratore disonesto, esorta a farsi carico degli amici con la ricchezza disonesta, per poter essere accolti nelle dimore eterne (Lc 16,9-15). Tutti i Padri della Chiesa hanno interpretato queste parole nel senso che le ricchezze sono buone quando si mettono al servizio del prossimo, altrimenti sono inique. È un principio chiave: il denaro deve servire, invece di governare. Il denaro è solo uno strumento tecnico di intermediazione, di comparazione di valori e diritti, di compimento degli obblighi e di risparmio. Come qualsiasi tecnica, il denaro non ha un valore neutro, ma acquista valore a seconda della finalità e delle circostanze in cui si usa. Quando si afferma la neutralità del denaro si sta cadendo in suo potere. Le imprese non devono esistere per guadagnare denaro, anche se il denaro serve per misurare il loro funzionamento. Le imprese esistono per servire. Perciò è urgente recuperare il significato sociale dell’attività finanziaria e bancaria, con la migliore intelligenza e inventiva degli imprenditori. Ciò significa assumere il rischio di complicarsi la vita, dovendo rinunciare a certi guadagni economici. (Dal discorso alla Conferenza internazionale delle Associazioni di imprenditori cattolici, UNIAPAC, Roma 17 novembre 2016) Necessaria anche la gratuità. Pur ammettendo la possibilità di creare meccanismi imprenditoriali che siano accessibili a tutti e funzionino a beneficio di tutti, bisogna riconoscere che sarà sempre necessaria una generosa e abbondante gratuità. Sarà anche necessario l’intervento dello Stato per proteggere certi beni collettivi e assicurare il soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali. Il mio predecessore, San Giovanni Paolo Il, affermava che ignorare ciò porta a «una idolatria del mercato» (enciclica «Centesimus annus», n. 40). (Dal discorso alla Conferenza internazionale delle Associazioni di imprenditori cattolici – UNIAPAC, Roma 17 novembre 2016)
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Per il centenario di Turoldo (1916-1992) «Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze. uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini»: la definizione che di p. David Maria Turoldo diede l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, celebrandone le esequie l’8 febbraio 1992, restituiva in pochi tratti un’esistenza cristiana tra le più intense del Novecento italiano, fotografando una personalità che diede corpo e voce alle aspirazioni di rinascita religiosa, civile, sociale della sua generazione, guadagnando calorosi consensi presso la Chiesa conciliare e progressista, ma suscitando non meno forti dissensi. L’obiettivo, come accade con tutte le figure che hanno attraversato, e diviso, la Chiesa del Novecento, è oggi – a 100 anni dalla nascita (avvenuta a Coderno, 22 novembre 1916) – di restituire alla storia una figura più volte rievocata in toni apologetici o aneddotici, o approfondita finora soprattutto nel suo versante poeticoletterario. La vita di Turoldo è peraltro articolata e ricca di esperienze, incontri, avvenimenti significativi: a partire dalla povertà e dal calore dell’infanzia friulana del piccolo Giuseppe, nome di battesimo di padre David; passando per il fecondo percorso di studi nei conventi dell’Ordine servita; poi, la coraggiosa partecipazione alla Resistenza al fascismo nella Milano degli anni Quaranta; quindi gli slanci di rinnovamento culturale e civile del fervido dopoguerra, in cui Turoldo sostenne la Nomadelfia di don Zeno Saltini; e ancora: l’inserimento nella «mitica» Firenze degli anni Cinquanta, vitalizzata dalle presenze di Giorgio La Pira e di p. Ernesto Balducci; i due dolorosi «esili», in Austria nel 1953 e in Inghilterra nel 1958, con i quali si cercò di mettere a tacere la sua voce appassionata e critica: la realizzazione del suo unico significativo film «Gli ultimi» nei primi anni Sessanta; il definitivo approdo a Sotto il Monte nel 1964, per calcare la terra che aveva dato i natali a Giovanni XXIII. Da lì, negli anni del Concilio Vaticano Il, Turoldo si fece divulgatore del rinnovamento liturgico ed ecumenico e del riaperto dialogo Chiesa-mondo; fu interprete instancabile della fede in chiave di liberazione anche storica, appoggiando negli anni Settanta
e Ottanta i movimenti di impegno per la giustizia e valorizzando le voci più significative dell’America Latina, come il vescovo martire Oscar Romero e la guatemalteca Rigoberta Menchù, poi premio Nobel per la pace. Nel procedere degli anni Ottanta, con l’evolvere degli scenari internazionali, fu il tema della pace a imporsi, declinato nei termini di nuovo equilibrio tra le nazioni, ma anche di nuova armonica relazione tra gli esseri umani e la natura, relazione che Turoldo tra i primi auspicò e predi-
Manda ancora profeti Manda ancora profeti Manda, Signore ancora profeti, uomini certi di Dio, uomini dal cuore in fiamme. E tu a parlare dai loro roveti, sulle macerie delle nostre parole dentro il deserto dei templi: e dire ai poveri di sperare ancora (…) Vogliamo ancora profeti a rompere le nuove catene, in questo infinito Egitto del mondo: oceano di gemiti e pianto di schiavi sotto imperiosi terrori. (da «Il grande male», Mondadori, Milano 1987)
cò non finalizzata alla spoliazione o manomissione resa possibile dalla tecnica. Impressionante risulta la quantità degli incroci e delle collaborazioni con personaggi significativi del Novecento. Per limitarci ai nomi più noti: i suoi vescovi, Ildefonso Schuster, che lo invitò a predicare in duomo a Milano (Turoldo lo avrebbe fatto per dieci anni. affascinando o scandalizzando migliaia di milanesi accorsi ad ascoltare la sua fiammeggiante parola); Giovanni Battista Montini, a cui lo legò un affetto mai venuto meno neppure negli anni del suo papato; Carlo Maria Martini, che lo invitò di nuovo a predicare in duomo a Milano nel 1984, riabilitandolo come «profeta» da ascoltare in tempi di forte emarginazione. Ancora, in ambito religioso, padre David incontrò e frequentò figure come don Primo Mazzolari, Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, don Lorenzo Milani, Enzo Bianchi, mons. Gianfranco
Ravasi; in ambito letterario Carlo Bo, Alda Merini, Andrea Zanzotto, Biagio Marin, Pier Paolo Pasolini. Dotato di una fervida vena poetica, completata negli anni con una inesausta attività di traduttore dei salmi e creatore di inni per la liturgia, Turoldo scrisse liriche che alternavano la confessione di un’anima religiosa che si interroga sul silenzio di Dio e il tono profetico-parenetico della denuncia e della lotta contro l’ingiustizia. Non sempre apprezzate dai letterari «addetti ai lavori», conquistò platee di lettori che riconobbero nei suoi versi le loro stesse domande e aspirazioni. Spesso convegni e manifestazioni degli anni Settanta-Ottanta erano arricchiti dalla trascinante recitazione delle sue salmodie militanti, mentre gli ultimi furono piuttosto segnati da una poesia che esprimeva la sua personale «teomachìa», novello Giacobbe, in lotta con Dio per strapparlo al suo mistero. Recentemente, una ricostruzione dettagliata e rigorosa della parabola umana, spirituale, politica e civile di Turoldo viene da un prezioso studio della storica Mariangela Maraviglia, (David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza, Morcelliana, Brescia 2016). Il lavoro, basato su un’accurata indagine d’archivio e sulla testimonianza di numerose persone vicine al religioso nelle diverse stagioni della vita, restituisce l’instancabile attivismo del frate friulano, ricostruendo anche episodi finora sconosciuti. (ADISTA, 19 novembre 2016) Turoldo era molto noto anche in Ticino. La Televisione della Svizzera italiana, grazie a Leandro Manfrini, realizzò di lui «ritratti» indimenticabili. I Vesperali, organizzati dall’Associazione Amici della Musica in Cattedrale, lo ebbero ospite nella loro prima edizione, nel 1984. «Dialoghi» fin dall’inizio ha seguito l’avventuroso cammino ecclesiale e politico di Padre David e lo ha ricordato in particolare in morte con il numero 121 (aprile 1992) e poi negli anniversari decennali e ventennali, accomunandolo all’amico Ernesto Balducci che l’aveva inopinatamente raggiunto nella morte a pochi mesi di distanza. (a.l.)
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RELIGIONI NEL MONDO Pregare assieme La Federazione luterana mondiale (Flm) e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (Pcpuc) hanno invitato le Chiese luterane e le Conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo a usare il Common Prayer (il libro della preghiera comune) preparato congiuntamente per la commemorazioni dei 500 anni della Riforma. In una lettera congiunta inviata lunedì 11 gennaio alle Conferenze episcopali e alle Chiese membri della Flm, il pastore Martin Junge, segretario generale della Flrn, e il cardinale Kurt Koch, presidente del Pcpuc, hanno presentano il Common Prayer: che vuole realizzare quanto auspicato dalla relazione di studio «Dal conflitto alla comunione: Commemorazione comune luterano-cattolico della Riforma nel 2017», che invita le comunità cattoliche e luterane a pregare insieme in occasione dell’anniversario. Il Common Prayer comprende materiali che possono essere adattati alle tradizioni liturgiche e musicali locali delle Chiese delle due tradizioni cristiane. Nel documento «Dal conflitto alla comunione», i due organismi ecclesiastici descrivono insieme per la prima volta la storia del 16° secolo della Riforma e le sue intenzioni. Il rapporto elaborato nel 2013 dalla Commissione cattolica-luterana sull’unità è disponibile in quattro lingue (inglese, francese, tedesco e spagnolo); in italiano è stato pubblicato dalla rivista bolognese IL REGNO. L’obiettivo del Common Prayer è di esprimere i doni della Riforma e di chiedere perdono per la divisione dei cristiani delle due tradizioni. Come indica la prefazione, «esso offre l’opportunità di guardare indietro, attraverso il rendimento di grazie e la confessione di peccato, e di guardare avanti, impegnandoci nella testimonianza comune e nel proseguire il cammino».
Minori migranti In materia di protezione dei minori migranti e rifugiati in Europa serve un vero e proprio piano d’azione. Lo chiedono 78 organizzazioni governative e associazioni della società civile, tra cui diverse realtà religiose, come la Commissione di chiese per i migranti in Europa (Ccme), Eurodiaconia, World Vision, Caritas Europa e molte altre. Muovendo dalla considerazione che un terzo delle persone migrate in Europa sono minori e guardando ai dati sui minori migranti non accompagnati – in Italia il loro numero è raddoppiato in un solo anno – le 78 organizzazioni hanno diffuso un documento congiunto dal titolo: «I bambini non possono aspettare. Sette azioni prioritarie per proteggere tutti i bambini rifugiati e migranti». Sono migliaia i bambini e le bambine migranti che quotidianamente sono esposti al rischio di abuso, violenza e sfruttamento, per non parlare della violazione dei loro diritti fondamentali come quello alla salute, all’educazione, all’abitazione o alla sicurezza. «Questi bambini stanno crescendo nelle nostre società e in futuro saranno cittadini dell’Unione europea», si legge nel documento, che fa appello alla leadership europea affinché venga immediatamente lanciato un piano d’azione in cooperazione con la società civile, a favore di un’adeguata protezione per i minori migranti e rifugiati. Sette gli ambiti di intervento proposti: un piano d’azione che coordini i
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sistemi di protezione dei vari paesi di arrivo, transizione e destinazione dei migranti; la riforma della legislazione in materia di asilo; priorità ai bisogni dei bambini nelle politiche di migrazione e asilo; incentivare i fondi per il rafforzamento dei sistemi di protezione del bambino; offrire sostegno effettivo ai minori migranti e rifugiati in tutti gli ambiti in linea con la Convenzione dei diritti del fanciullo; armonizzare i sistemi statistici e di raccolta dati nell’Ue in tema di minori migranti e rifugiati e de loro diritti. (Nev)
Stanza del silenzio Nascerà all’interno dell’Ospedale Maggiore di Parma, sulla scorta di esperienze simili già collaudate in Piemonte (l’Ospedale «Molinette» di Torino è stato il primo in Italia a inaugurare una «stanza del silenzio») e in Toscana, una «stanza del silenzio» per raccogliersi in preghiera, elaborare la sofferenza o il lutto, o semplicemente stare tranquilli a pensare. Un luogo interculturale, dove chiunque possa esprimere la sua fede in un momento di difficoltà. A sostenere l’idea un gruppo di lavoro per la «stanza del silenzio e dei culti», che si è costituito lo scorso luglio a Modena ed è sostenuto da una rete di operatori sanitari. Il progetto ha coinvolto la Diocesi, la Chiesa metodista, gli Avventisti del Settimo giorno, i Sikh, i musulmani, la comunità ebraica e Baha’i, gli induisti, la Chiesa ortodossa greca e rumena e i buddisti, e non ha escluso associazioni come l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. L’obiettivo è dotare le strutture sanitarie di un luogo dove i pazienti e i parenti in visita e anche medici e infermieri possano trovare ristoro spirituale: uno spazio neutro per chi non crede, senza simboli religiosi, o una vera e propria «stanza dei culti» aperta a tutte le confessioni, dove i simboli non vengono esibiti, però sono messi a disposizione di quanti li richiedano. Esiste anche la possibilità di pensare una via di mezzo, quindi una stanza che può essere luogo «laico» di silenzio che, se necessario, possa essere impiegato come stanza dei culti.
Centro islamico-cristiano in Nigeria Nel Nord della Nigeria, nella città di Kaduna, che da sola ha pagato in questi ultimi trent’anni un pegno di oltre ventimila vittime ai vari conflitti che si sono succeduti, è stato inaugurato il «Centro internazionale per la pace e l’armonia fra le varie fedi». Nel filone di un crescente numero di iniziative interreligiose che hanno visto la luce negli ultimi anni, il nuovo centro ha un unico importantissimo scopo: sistematizzare i documenti, creare un archivio informativo che raccolga le storie, le voci, le vicende di chi non ha avuto mai voce, senza distinzione religiosa. La volontà è di creare un’accurata, imparziale e indelebile raccolta delle ingiustizie, delle violenze e delle atrocità patite dalle popolazioni locali, magari compiute in nome di un qualche dio. La documentazione sarà a disposizione di uomini politici e studiosi nazionali e internazionali. L’onere della costruzione e delle gestione del centro è stato spartito fra varie organizzazioni locali nigeriane con il Consiglio delle Chiese cristiane di Nigeria e Iamaatu Nasril Islam, che raggruppa le comunità musulmane del grande stato africano. Nel 2014 un forum consultivo fra 40 leader cristiani e musulmani riuniti nella città di Abuja, capitale della Nigeria, ha posto le basi per l’edificazione della nuova struttura.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Proposte ai vescovi. L’Associazione italiana «Noi siamo Chiesa» ha proposto alla Conferenza episcopale di seguire l’esempio lodevole dei loro confratelli vescovi francesi e quelli svizzeri, che hanno celebrato (il 17 novembre e il 5 dicembre del 2016) una Giornata di preghiera e di penitenza per i reati di pedofilia commessi da personale ecclesiastico. Un altro esempio lodevole che si invita a seguire è quello del vescovo di Padova che il 29 ottobre ha fatto pubblicare il bilancio della diocesi, pratica che da parecchi anni è usuale nella diocesi di Lugano (cfr. «Dialoghi» n. 244, per il 2015) e certamente anche in altre parti del mondo. Tale pubblicità in Italia è particolarmente doverosa, perché le diocesi beneficiano di un finanziamento dello Stato tramite una quota dell’imposta pagata dai cittadini, il cosiddetto 8 per mille. Italia ecumenica. 400 persone provenienti da tutta Italia hanno partecipato a Trento, a metà novembre 2016, al Convegno su «Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull’oggi e sul domani», godendo di un clima genuinamente ecumenico fatto di incontri, parole, abbracci, comunione di tavola, preghiere, gesti, musica. L’incontro è stato organizzato dall’Ufficio nazionale per l’’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza dei Vescovi, in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche – anima dell’evento don Cristiano Bettega – con la collaborazione delle comunità cattolica e luterana della città. I partecipanti erano laici e pastori, uomini e donne, studenti in teologia, molti i delegati diocesani per l’ecumenismo, presente un nutrito gruppo di vescovi e rappresentanti delle varie denominazioni protestanti. Finalmente anche in Italia l’ecumenismo non è più snobbato dai cattolici! Bisognava tornare a Trento (città della divisione, con il suo Concilio) e specialmente avere un papa come Francesco. Sinodo dei giovani. Per la prossima Assemblea generale ordinaria, da celebrarsi nel 2018, papa Francesco il 6 ottobre ha deciso che tema del dibattito sia: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», un argomento solo apparentemente tranquillo. Quando si
parla di «discernimento vocazionale», infatti, il riferimento ovvio è la scelta tra matrimonio e vita religiosa o sacerdotale: ma qualche padre sinodale potrebbe voler affrontare la legge del celibato imposta nella Chiesa latina, per cui alcuni giovani non scelgono il presbiterato; oppure domandarsi perché le donne non possono diventare prete, e discutere l’ipotesi dei ministeri femminili. Sono temi già sollevati in alcune conferenze episcopali e molti gruppi femminili avevano auspicato un sinodo solo su «La donna nella Chiesa». Secondo le normative in vigore, all’Assemblea generale ordinaria la maggioranza dei «padri», a parte i patriarchi orientali e i capi-dicastero della Curia romana, viene eletta dalle Conferenze episcopali: un delegato se la Conferenza ha meno di 25 membri, due se è almeno di 50, tre se meno di cento, quattro se di più (Brasile, Stati Uniti, Italia). Ma per veramente rappresentare il Popolo di Dio dovrebbe essere assicurata una quota significativa di membri (e non solo di osservatori) a giovani laici, donne e uomini sposati. Speriamo che le Conferenze episcopali provvedano a nominare anche tali «rappresentanti», perché l’Assemblea sia veramente «ordinaria», cioè rispettosa dell’ordine in cui è composto il Popolo di Dio. È stato pubblicato un documento preparatorio che termina con un questionario destinato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo, le quali dovranno far pervenire le loro risposte entro il mese di ottobre di quest’anno. È prevista, inoltre, una consultazione dei giovani attraverso un sito Internet (sinodogiovani2018.va) che sarà in linea dal 1. marzo. Le risposte ai questionari costituiranno la base per la redazione dell’Instrumentum laboris, punto di riferimento per la discussione dei padri sinodali. Inoltre, il Papa ha pubblicato una lettera speciale rivolta ai giovani. Con l’odore delle pecore. Sono deceduti recentemente due vescovi emeriti che non avevano aspettato papa Francesco per impregnarsi dell’odore delle pecore. Il 14 dicembre 2016 è morto a 93 anni il cardinale brasiliano Paolo Evaristo Arns, già arcivescovo di San Paolo, considerato una delle personalità più influenti della Chiesa latino-americana, impegnato coraggiosamente contro la dittatura mili-
tare nel periodo 1964-1985 e molto presente con i poveri delle favelas e della periferia della megalopoli brasiliana. Il 1. gennaio è morto a Roma l’arcivescovo greco-melchita cattolico Ilarion Capucci, 94 anni, già vicario patriarcale di Gerusalemme, difensore della causa palestinese, arrestato nel 1974 dagli israeliani e condannato a 12 anni di prigione per trasporto illegale di armi. Liberato nel 1978 per intervento del Vaticano, espulso dalla Terrasanta, ha continuato a prendere parte ad azioni per la liberazione del suo popolo. Marcia delle donne. Il 21 gennaio, il giorno dopo l’insediamento del nuovo presidente Donald Trump, si è svolta nella capitale nordamericana la «Marcia delle donne su Washington». L’iniziativa prende il nome dallo storico evento che ebbe luogo il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial quando Martin Luther King II pronunciò il celebre discorso «I Have a Dream» (Ho un sogno). La Marcia ha voluto inviare un chiaro messaggio al Governo – e non solo alla nuova amministrazione presidenziale – affinché i leader eletti si adoperino per proteggere e garantire i diritti delle donne, delle loro famiglie e delle loro comunità. Analoghe manifestazioni si sono svolte nelle maggiori città statunitensi e in molte città di altri Paesi. Intanto però Trump ha fatto togliere il busto di M. L. King dall’Ufficio Ovale: per il timore, forse, che gli suggerisse qualche idea gentile… Riconoscenza. È morto il 25 dicembre all’età di 93 anni padre Romano Scalfi. Nato a Tione in provincia di Trento il 12 ottobre 1923, Scalfi fu ordinato sacerdote nel 1948. Protagonista del dialogo con le Chiese dei Paesi dell’Est, durante il comunismo padre Romano fondò nel 1957 «Russia Cristiana». Con il suo confratello Pietro Modesto seguiva la stampa, ufficiale e clandestina (il samizdat) dell’Unione Sovietica, svolgendo una fondamentale opera di informazione sulla realtà sovietica, in particolare quella religiosa. Nella villa Ambiveri-Seriate si svolsero negli anni ’60 alcuni incontri estivi dei «giovani di Gazzada» (poi continuati in «Dialoghi») che fecero loro conoscere le vicende della Chiesa ortodossa e persino diedero vita a un coro che accompagnava le liturgie in lingua slava. Lo ricordiamo grati dell’ospitalità offerta ai giovani ticinesi e per l’insegnamento di un ecumenismo allora ancora eccezionale nella Chiesa cattolica.
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Annus horribilis. L’espressione è stata ripetutamente usata, pur partendo da punti di riferimento diversi, per qualificare il 2016. Il Centro studi della cristianità globale stima che nel 2016 circa 90.000 cristiani siano stati uccisi a causa della loro fede: più di due terzi in Africa. Secondo l’agenzia vaticana Fides, nel 2016 sono stati uccisi 28 agenti pastorali cattolici (preti, diaconi, religiosi e religiose e laici impegnati nella pastorale). L’America latina è risultata il continente più violento, con 9 preti e tre religiose uccisi. Secondo «Reporters sans frontières» nel 2016 sono stati uccisi 57 giornalisti, 9 «giornalisti-cittadini» (blogger) e 8 collaboratori «per aver esercitato la loro missione di informare». La Siria è stata un vero mattatoio, con 19 reporter assassinati, seguita dall’Afghanistan (10), dal Messico (9), dall’Iraq (7) e dallo Yemen (5). Nel corso degli ultimi dieci anni risultano uccisi in totale 780 giornalisti. Secondo il rapporto annuale del «Comitato per la protezione dei giornalisti» (Cpj), se nel 2016 le uccisioni sono diminuite, l’anno è stato il peggiore per le incarcerazioni (259 giornalisti) in tutto il mondo, il maggior numero (81) in Turchia, seguita dalla Cina (38). Buon esempio valdese. Un immobile sequestrato alla mafia cinese nella cintura zona nord-ovest di Firenze è stato assegnato in gestione alla Commissione sinodale per la diaconia della Chiesa valdese. L’inaugurazione è avvenuta il 21dicembre, presenti il sindaco, la pastora della Chiesa valdese di Firenze Letizia Tomassone e don Luigi Ciotti per «Libera». La casa ospiterà sei fra ragazzi e giovani che saranno alloggiati a due per camera, potranno usufruire di inserimenti lavorativi e percorsi formativi e naturalmente avranno spazi anche per la vita comune. Saranno accolti giovani che vivono condizioni di disagio sociale, italiani o stranieri; l’età è stata indicata fra i 16 e i 21 anni (perché ci sono casi in cui, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, le autorità ravvisano ancora la necessità di proseguire un servizio di accompagnamento all’età adulta). Il progetto è finanziato per quattro anni e poi sarà valutato, rinnovato o modificato; la Diaconia valdese fiorentina, peraltro, che da anni si occupa di minori, interviene anche con appartamenti dedicati all’accoglienza di
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minori stranieri non accompagnati e con case-famiglia per minori. Mille testamenti biologici. Nel dicembre 2009 la Chiesa valdese di Milano ha aperto uno sportello per la raccolta delle direttive anticipate di fine vita («testamento biologico»), che ha da poco superato le mille adesioni. L’esempio è stato seguito da altre Chiese, a Torino, Bergamo, Brescia, Padova, Trieste, Lucca, Roma, Napoli, Palermo. Questa forma di indicare le proprie volontà in caso di incapacità personale non è regolamentata legalmente in Italia, mentre lo è in Svizzera dal 1. gennaio 2013 (cfr. «Dialoghi» n. 236, aprile 2015). Rimane l’esigenza di una legge che dia direttive precise, anche se l’affermazione del diritto di poter scegliere in materia di fine vita e libertà di cura (e di non-cura) è ormai consolidata e i giudici italiani si sono pronunciati più volte, sempre nella stessa direzione, in maniera coerente, e anche in Italia la maggior parte delle strutture sanitarie si attiene alle volontà espresse con queste dichiarazioni. Le Chiese evangeliche svolgono così un’opera di «supplenza umanitaria» che la politica, per veti incrociati pretestuosi anche da parte cattolica (o pretesa tale), non ha sin qui saputo garantire con una precisa disposizione legale. Accolti in Inghilterra. Da ottobre più di 750 bambini sono giunti nel Regno Unito provenienti dalla famigerata «giungla» di Calais, il campo in cui migliaia di persone si accalcavano nel tentativo di sfruttare ogni stratagemma per proseguire il proprio viaggio oltre la Manica. Il progetto di trasferimento dei minori non accompagnati ha preso avvio dopo le critiche da più parti piovute sul governo britannico. Dopo la decisione di smantellare le baraccopoli di Calais e di ricollocare su suolo francese chi vi si affollava, rimaneva da risolvere la situazione delle bambine e dei bambini soli, molti dei quali con parenti già in Inghilterra. Molte Chiese hanno rivolto pressanti appelli alla comunità britannica e internazionale per una rapida soluzione del problema, con un inverno gelido alle porte. Lo scorso aprile molte polemiche si erano levate dopo il voto contrario del Parlamento alla proposta di accogliere tremila ragazzi siriani non accompagnati. Il voto contrario della maggioranza conservatrice, allora guidata dall’ex
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premier David Cameron, era stata stigmatizzata da vari attori sociali, soprattutto dai vertici delle varie Chiese presenti nel Paese, da quella battista a quella anglicana, alle comunità ebraiche. I bambini con legami familiari nel Regno Unito sono stati ora ammessi ai sensi del regolamento di Dublino che consente il ricongiungimento. Per gli altri si sono applicati i Dubs Amendment, regole che consentono a particolari categorie vulnerabili di trovare comunque rifugio e accoglienza. Un buon esempio anche per la Svizzera, nei confronti dei minorenni che «premono» alla frontiera di Chiasso. Migranti. Secondo i dati dell’ONU, ci sarebbero oggi nel mondo 65 milioni di persone che fuggono la guerra, la persecuzione politica o un’assenza di prospettive economiche. Tra questi, 40 milioni sono «sfollati interni», cioè che sono rimasti nel loro Paese. Tra gli oltre 20 milioni di rifugiati che hanno lasciato il loro Paese, meno di un quinto è fuggito nei Paesi sviluppati. Oltre 1’80% ha trovato rifugio in altri Paesi in sviluppo, un quarto persino in Paesi tra più poveri del pianeta. Alcuni Paesi in sviluppo sembrano avere meno difficoltà che l’Europa ad integrare i rifugiati stranieri. Dovrebbe essere evidente che i Paesi poveri che accolgono più rifugiati hanno bisogno della solidarietà dei Paesi ricchi. Razzismo beota. A Cagliari, i genitori hanno tolto i loro bambini da un asilo tenuto dalle suore perché vi erano ospitati due fanciulli arrivati soli dall’Africa. Nel Bolognese, un intero paese fa le barricate per impedire l’alloggio di una decina di donne immigrate. Fa notare «Adista» (22 ottobre) che «i dati ISTAT chiaramente indicano l’importanza dell’apporto del lavoro (regolare) degli immigrati: 11 miliardi di contributi previdenziali versati ogni anno, 7 miliardi di imposte (Irfep), pari al 2% sulla spesa pubblica italiana: è come se pagassero 640.000 pensioni degli italiani. D’altro canto, lo sfruttamento degli immigrati nel lavoro nero è arrivato a forme di quasischiavitù: vi sono stati casi di morte per sfinimento, ricatti sessuali per le donne, ecc. Ma è sentire abbastanza comune che l’immigrazione sia per l’Italia un costo da sostenere, più che una risorsa, e che gli immigrati “rubano il lavoro”. Così, il razzismo disinformato non rispetta i confini.
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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Prima gli altri. Non è mancata la solidarietà dei ticinesi per gli abitanti dell’Italia centrale colpite dalle ripetute scosse di terremoto e da importanti nevicate. Molti si sono mobilitati, uomini e macchinari sono stati inviati sul posto, c’è stato pure un invio di viveri e vestiti. Anche la Diocesi, per iniziativa del Vescovo Lazzeri, si è mossa in aiuto alla Caritas di Rieti e, grazie a una colletta nelle parrocchie, è stata in grado di devolvere 60 mila euro da impiegare nella fornitura di abitazioni provvisorie per i terremotati di Amatrice (da un servizio del «Giornale del Popolo», 27 gennaio). Riconoscenza. È morto all’inizio dell’anno don Ottavio Cheda, prete valmaggese, nato nel 1934, ordinato nel 1959. Dopo aver servito in diverse parrocchie, era da molti anni in quiescenza. Amico di «Dialoghi» fin dall’inizio, ne aveva curato con diligenza l’amministrazione nei primi anni di esistenza della rivista. Lo ricordiamo con amicizia, nella gloria del Signore. Ripartire dal Ranft. Il 600.mo anniversario della nascita di San Nicolao della Flüe sarà celebrato quest’anno con più di 90 progetti in tutta la Svizzera. L’Associazione «600 anni di Nicolao della Flüe» ha presentato il programma (www.mehr-ranft. ch) sotto lo slogan: «Ripartire dal Ranft». Due le manifestazioni nazionali in programma: il Primo Aprile, a Zugo, una giornata commemorativa ecumenica raccoglierà i due «centenari» dell’anno, cioè i 600 anni di san Nicolao e i 500 anni della Riforma; domenica 30 aprile a Sarnen si svolgerà la cerimonia commemorativa nazionale, presente il Consiglio federale e una rappresentanza del Parlamento e dei Cantoni. Inoltre una esposizione mobile, «Nicolao della Flue in cammino», circolerà durante l’estate per tutta la Svizzera. Per il Ticino sono annunciati alcuni eventi. Il 5 giugno, lunedì di Pentecoste, pellegrinaggio diocesano a Sachseln, presieduto da mons. Valerio Lazzeri. L’11 giugno, in occasione del convegno delle corali liturgiche, che quest’anno avrà luogo a Lugano, nella chiesa di San Nicolao, si eseguirà «San Nicolao», di padre Callisto, rielaborato in forma oratoriale recitata e cantata, con interventi
corali per i quali Vincenzo Giudici ha avuto l’incarico di preparare testo e musica. La rappresentazione sarà ripresa il 22 e 23 settembre a Morbio e a Giubiasco. Domenica 17 settembre, Festa federale, Lepontia cantonale dà appuntamento in vetta al Camoghè, dove esiste una cappella dedicata al Santo, patrono anche degli Studenti svizzeri, cui seguirà nel pomeriggio una Messa alla chiesetta dedicata a San Nicolao sul Monte Ceneri, celebrata da mons. Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Friburgo e già cappellano della Guardia Svizzera. L’11 giugno, il 14 e il 21 ottobre a S. Antonio di Locarno e poi in due tempi per «Cantar di pietre» sarà presentato l’Ufficio liturgico realizzato subito dopo la morte di san Nicolao, mai rappresentato e recentemente riscoperto. Addio a «Hébdo». Il 2 febbraio era in edicola l’ultimo numero di «Hébdo», il settimanale romando fondato nel 1981 e che dava lavoro ultimamente a una cinquantina di giornalisti. Una parte del personale andrà a rinforzare la redazione di «Le Temps», rimasto l’unico quotidiano di qualità venduto nella Svizzera romanda. La tiratura era calata (da 56.000 copie nel 1997 a 38 mila nel 2014), ma «Hébdo» pagava soprattutto le conseguenze della crisi delle risorse pubblicitarie. Il fenomeno riguarda anche il Ticino, dove i quotidiani sono tutti deficitari. La stampa scritta sperava nella pubblicità che si sarebbe… trasferita sull’online. Accade invece che la pubblicità copra una minima parte delle spese per fare il giornale online e il pubblico si è abituato a leggere il giornale gratis sullo schermo del computer o dello smartphone e rinuncia all’abbonamento o all’acquisto in edicola. L’interesse individuale e degli editori limita così la libertà dell’informazioni per tutti. Taizé a Basilea. L’incontro europeo promosso dalla comunità di Taizé si svolgerà quest’anno a Basilea, cittàsimbolo per ricordare il quinto centenario della Riforma protestante. Un incontro si era già svolto in Svizzera nel 2007, a Ginevra – «la Roma protestante» – con la partecipazione di 40.000 giovani di tutta Europa. È prevedibile che altrettanto successo avrà il raduno a Basilea, città che ha svolto
un ruolo importante nella diffusione della Riforma, come centro di intellettuali tra cui Erasmo da Rotterdam. A Basilea inoltre, nel 1989, si svolse il primo Incontro ecumenico europeo col motto «Giustizia, Pace e Tutela del Creato». Identità cristiana. Un sondaggio del settimanale romando «Le Matin Dimanche» avrebbe constatato che l’80% degli Svizzeri sostengono che il nostro Paese ha un’identità cristiana e si richiamano a «valori cristiani». Gerhard Pfister, presidente nazionale democristiano, in novembre aveva dichiarato che i valori cristiani facevano parte dell’identità svizzera. Due vescovi svizzeri non sono altrettanto categorici: mons. Morerod di Friburgo si domanda che cosa intende questa immensa maggioranza per «valori cristiani» (probabilmente c’è una certa varietà…); mons. Gmür, vescovo di Basilea, ritiene che tale identità dovrebbe essere dimostrata (per esempio nelle votazioni federali…). Meglio sarebbe dire che la cultura svizzera è influenzata dal cristianesimo (da una notizia di Cath.ch del 19 dicembre 2016). Beati i poveri? L’Almanacco sociale 2017 di Caritas svizzera denuncia che nel nostro Paese 530.000 persone (su circa 8 milioni di abitanti) sono in situazione di povertà benché 120.000 di esse abbiano un lavoro. Il reddito disponibile a questo mezzo milione non garantisce loro il minimo vitale: le cause sono la mancanza di qualificazione professionale o impieghi precari. Sempre secondo Caritas, nel 2015 ogni mese 3142 individui, uomini e donne, hanno perso il diritto alle indennità di disoccupazione: in tutto 38.000 persone, un record degli ultimi dieci anni. Lo scandalo è reso più evidente dal fatto che il 10% delle persone più favorite dispongono di un terzo del totale dei redditi, mentre il 10% dei meno favoriti se ne dividono un piccolo 3,3%. Certamente Gesù predicava «Beati i poveri», ma di una povertà diversa, e la vantata «identità cristiana» dovrebbe provvedere! Scrivere fa bene. Il Forum svizzero per il tumore al seno «Europa Donna della Svizzera italiana» ha promosso un concorso di scrittura intitolato «Il tempo felice delle parole perdute», destinato a chi è stato confrontato con il tumore al seno (pazienti, ex-pazienti, familiari e conoscenti). Il concorso intende favorire e valorizzare il ruolo
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terapeutico della pratica della scrittura nel percorso della malattia. Gli interessati possono scaricare il bando di concorso e il modulo di partecipazione dal sito di «Europa Donna» della Svizzera (www. europadonna. ch; voce: Attualità), oppure possono richiederli scrivendo a: Concorso di scrittura di «Europa Donna della Svizzera italiana», p.za S. Franscini 5, 6760 Faido. La premiazione degli scritti avverrà il prossimo maggio. Dalla Chiesa svizzera. Durante una cerimonia svoltasi il 5 dicembre scorso a Notre-Dame di Valère (Sion), i vescovi svizzeri hanno chiesto perdono per gli abusi sessuali commessi nella Chiesa. In ginocchio hanno intonato il salmo 130: «Dal profondo grido a te, Signore». I vescovi, insieme con l’Unione dei superiori dei religiosi e la Conferenza centrale cattolica romana, hanno poi informato circa le disposizioni emanate, il fondo di riparazione per le vittime (di fr. 500.000) e le statistiche raccolte da una speciale commissione di esperti. Negli ultimi sei anni, le vittime annunciate sono state 223, gli autori 204, di cui 103 preti diocesani. La CVS ha inoltre deciso di dotarsi di un servizio specializzato: la responsabile di questo nuovo servizio è la teologa Kosch-Vernìer, entrata in funzione con l’inizio del 2017. Le cure palliative hanno lo scopo di assicurare la miglior qualità di vita possibile e un sostegno alle persone che soffrono di una malattia incurabile. Mons. Morerod, vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo, ha istituito una «cellula di accoglienza e di accompagnamento» per i preti stranieri che entrano in servizio, con lo scopo di seguirli nel periodo di prova di un anno. È stato pubblicato un libretto di quindici pagine per l’accoglienza e l’accompagnamento, contenente la presentazione della diocesi e varie informazioni sulle condizioni del servizio. Infine, il vescovo ausiliare di Basilea, mons. Denis Theurillat, è stato nominato presidente della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane della Svizzera, per la durata di due anni a partire dal 1. gennaio 2017. La comunità, fondata nel 1971, comprende dieci Chiese o gruppi di Chiese ed è l’unica «piattaforma» ecumenica a livello nazionale. Finanze ecclesiastiche. La Cassa di rimunerazione dei ministeri parrocchiali del Canton Friburgo prevede una spesa per il 2017 di 13, 3 milioni per pagare 61 preti e 100 laici (92 nel 2016). I posti occupati a pieno tem-
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po dai preti rappresentano il 49,6%, quelli dei laici il 57,2%. Le misure di economia del Canton Giura toccano anche la Collettività ecclesiastica cantonale: il Cantone sussidiava con una percentuale del 47% in passato 92 posti a tempo pieno, con un salario medio di fr. 75.836; per il periodo 20172018 la percentuale è scesa al 45%, il salario medio a 75.246 franchi, ma per soli 72,8 posti a tempo pieno. Finanze sane per la Federazione ecclesiastica cattolica-romana del Cantone di Vaud: il preventivo 2017 prevede un’entrata globale di 27 milioni di franchi contro spese di funzionamento per 27,3 milioni. Il 51% va alle parrocchie, il 40% ai settori specializzati, il 9% per i servizi generali. I posti di lavoro a tempo pieno per il 2017 sono 191,83. La Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ) investirà nel 2017 8,4 milioni per sostenere una quarantina di progetti e di istituzioni. Circa un quarto del budget (2,3 milioni) sono destinati ai media. La RKZ ha approvato la convenzione con la Conferenza dei vescovi svizzeri per regolare una collaborazione più stretta in futuro. Stiamo alle cifre. Nel 2016 in Svizzera sono state presentate in totale 27.207 domande d’asilo, con un calo del 31% rispetto all’anno precedente, mentre 5985 persone hanno ottenuto il riconoscimento quale rifugiato (22,7% delle domande). Nel quadro del programma dell’Alto commissario delle Nazioni Unite, 968 persone hanno trovato rifugio e il Consiglio federale ha deciso di accogliere altri 2000 migranti dalla Siria e dai Paesi vicini nei prossimi due anni. Questi i dati ufficiali: dov’è l’invasione denunciata dalla propaganda dell’UDC? Stiamo ai fatti e siamo onesti! Amnesty Svizzera ha sollecitato il Consiglio federale a mettere in atto una procedura rapida per accogliere, come a suo tempo promesso, 1500 richiedenti siriani, particolarmente bisognosi, per aiutare Italia e Grecia. Nel mondo attualmente vivono (sopravvivono…) 65 milioni di persone tra i rifugiati, un numero mai così alto dopo la Seconda Guerra mondiale. I Paesi ricchi dimostrano il loro egoismo lasciando a dieci Stati poveri (con il 2,5% del PIL mondiale) di ospitare il 56% dei rifugiati (Informazioni Amnesty International, dicembre 2016). Asilo ecclesiastico. Il Consiglio della Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera ha pubblicato uno
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studio sul cosiddetto «asilo ecclesiastico», dal titolo: «La Chiesa, luogo di rifugio». per consigliare le Chiese membro e le parrocchie quando persone in difficoltà cercano rifugio in edifici ecclesiastici. Secondo la Federazione, l’asilo ecclesiastico è giustificato dallo stato di bisogno di una persona o di un gruppo ma deve rispettare i principi dello Stato di diritto e dell’eguaglianza di fronte alla legge. Quattro condizioni sono necessarie: serve ad attirare l’attenzione sul problema, le porte del rifugio devono essere aperte e si vuole suscitare un dibattito, la comunità ecclesiale deve decidere democraticamente, la comunità dimostra la solidarietà cristiana per persone in difficoltà (da una notizia APIC del 25.8.2016). Svizzera accogliente. Nel 2015 il 36% dei circa 7 milioni di individui adulti che vivevano in Svizzera aveva un passato migratorio; nel 2008 la proporzione era del 31%. Con l’espressione «popolazione con un passato migratorio» si intendono persone straniere nate all’estero e naturalizzate svizzere (la prima generazione), inoltre quelle nate in Svizzera e poi naturalizzate e quelle straniere nate nella Confederazione con almeno un genitore nato all’estero (2. generazione). Il cantone che presenta la maggior percentuale di popolazione con passato migratorio è Ginevra (62%), seguito da Ticino e Vaud (entrambi con un 49,2%). Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, più di un terzo del totale della popolazione con radici straniere ha cittadinanza svizzera. Vi sono numerosi svizzeri che possiedono più passaporti. È il caso per esempio di un terzo degli stagiaires diplomatici. Il Consiglio federale ha abolito il divieto di escludere dalla diplomazia i cittadini con doppia nazionalità; il consigliere federale Didier Burkhalter, capo del DFAE, ha assicurato tuttavia che un… binazionale non sarà inviato in missione in un Paese di cui possiede anche il passaporto. Cappellani cercansi. Benché l’esercito svizzero verrà ridotto a centomila uomini, assicurare loro l’assistenza religiosa costituisce una preoccupazione lodevole. Gli attuali 170 cappellani sono sufficienti, ma l’età media è alta e senza un’inversione di tendenza nel reclutamento nel 2029 saranno scomparsi! Si prevede pertanto di rendere meno severe le norme di reclutamento, accettando in servizio anche diaconi e
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catechisti e persino studenti in teologia, anche appartenenti a religioni non cristiane, a dipendenza delle necessità dei militi. Prevale l’integrazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha confermato la decisione delle autorità svizzere di multare i genitori che si sono rifiutati nel 2008 di far frequentare alle figlie musulmane di nove e sette anni il corso di nuoto scolastico. Pur ritenendo tale obbligo una violazione della libertà religiosa, tale violazione non è giudicata sproporzionata rispetto all’interesse delle ragazze a essere integrate (i genitori non avevano accettato proposte alternative, come l’uso dei burkini). Secondo le disposizioni in vigore nel cantone di Basilea città, una dispensa può essere accordata solo a partire dalla pubertà Il Tribunale federale ha confermato la decisione del Gran Consiglio di Friburgo di giudicare anticostituzionale l’iniziativa UDC di inserire nella Costituzione cantonale la proibizione di insegnare la religione musulmana in un istituto universitario (già aperto a Friburgo). La proposta è stata giudicata discriminatoria e pertanto contraria alla libertà religiosa. Il Consiglio federale, rispondendo ad una domanda del consigliere nazionale Marco Romano (PDC), ritiene impossibile giuridicamente proibire ad una organizzazione salafista di distribuire gratuitamente libri religiosi. Per ora è così, in futuro si vedrà. Multinazionali e diritti umani. Le multinazionali hanno la loro parte di responsabilità nel rispetto dei diritti umani e delle norme di protezione ambientale. A questo proposito uno studio di «Pane per tutti» e di «Sacrificio Quaresimale» documenta la politica dei diritti umani di duecento multinazionali svizzere (cento quotate e cento non quotate in Borsa). I risultati dello studio preoccupano: se le imprese quotate in borsa sembrano avere un comportamento più diligente rispetto alle loro omologhe non quotate, il 61.5% delle duecento imprese analizzate non dà informazione sulla politica dei diritti umani praticata; il 27.5% pubblica un codice di condotta che si applica all’impresa stessa e ai suoi principali fornitori; l’l1% delle imprese fa riferimento alle «linee guida» dell’ONU relative alle imprese e ai diritti umani. Negli ultimi anni sono sempre più numerosi i rapporti sulle violazioni dei diritti umani da parte di multinazionali svizzere all’este-
ro: lavoro minorile, uso di sostanze chimiche velenose o dannose per la salute, trasferimento di interi villaggi, ecc. Imporre un quadro giuridicamente vincolante alle imprese è indispensabile perché le misure a carattere volontario in materia di diritti umani non sono sufficienti. Un’iniziativa costituzionale promossa da un gruppo di associazioni terzomondiste ha raccolto oltre 140.000 firme e costringerà Governo e Parlamento a prendere posizione: in ultima istanza il popolo deciderà. Ma è contradditorio fornire aiuti allo sviluppo e poi tollerare che le multinazionali, svizzere o qui residenti, negli stessi Paesi violino i diritti umani e inquinino l’ambiente. Nuovo direttore. Direttore di Sacrificio Quaresimale a partire dal19 aprile 2017 sarà Bernd Nilles, finora Segretario generale del CIDSE, l’alleanza internazionale di organizzazioni cattoliche di cooperazione allo sviluppo. Con questa scelta, Sacrificio Quaresimale intende aumentare la sua attenzione alla collaborazione internazionale nell’impegno per i Paesi poveri e sottosviluppati. Incontro con l’altro. È il titolo di un breve ciclo di conferenze e riflessioni che ha proposto l’Unione Femminile Cattolica Ticinese (UFCT), con tre relatori e sotto tre ottiche diverse, verso lo straniero che ci interpella e a volte ci inquieta. Il percorso è iniziato con la teologa battista Lidia Maggi che l’11 febbraio ha parlato dello straniero a partire dalle Scritture. Il 10 aprile lo psichiatra e psicoterapeuta Graziano Martignoni tratterà dello straniero, mentre il 3 giugno Roberto Simona, impegnato in soccorsi umanitari, proporrà in concreto come andare incontro all’altro. Gli incontri si tengono il sabato mattina, a partire dalle ore 10 presso le Suore di Santa Brigida a Paradiso. Religioni in Svizzera. In base ai risultati del censimento effettuato nel 2015 dall Ufficio federale di statistica, quasi un quarto (23,9%) dei confederati adulti ha dichiarato di non avere un’appartenenza religiosa (il doppio rispetto a 15 anni prima). I credenti di fede cattolico-romana nel 2015 risultano il 37,5% (in numeri assoluti sono cresciuti, grazie all’immigrazione, passando dai 2.513.849 censiti nel 2010 ai 2.573.443 del 2015); gli evangelico-riformati sono il 24,9 per cento, diminuiti rispetto al 2000, quando erano un terzo del totale. Gli orto-
dossi sono passati al 5,8% nel 2015 (ossia all’incirca 403mila persone); i musulmani e le comunità derivanti dall’Islam negli ultimi quindici anni hanno fatto registrare un aumento di 1,5 punti percentuali, raggiungendo il 5,1%; la comunità ebraica è rimasta invariata allo 0,2%, buddismo e induismo rappresentano entrambi circa lo 0,5%. In Ticino, alla religione cattolica romana, a fine 2015, aderivano 202.463 residenti di 15 e più anni, equivalenti circa ai due terzi del totale cantonale, passando dall’84,3% del 1990 al 76,6% del 2000, al 67,8% nel 2015, pur rimanendo praticamente inalterato il numero di persone aderenti. La comunità protestante si attesta attorno alle 12.400 persone (circa 5mila unità in meno dal 1990 a oggi); la quota di fedeli ad altre comunità cristiane, che nel 1990 rappresentava soltanto l’1,6% della popolazione residente, oggi raggiunge il 5,5%, in cifre assolute, pari a 16.400 individui. La popolazione di religione musulmana nel 2015 contava 5959 persone, quasi il 2% del totale cantonale, mentre nel 1990 rappresentava lo 0,5%. Multata la Svizzera. La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato la Confederazione al versamento di 30.000 euro per torto morale a un tamìl. Espulso e rientrato in patria, è stato arrestato e vittima di abusi. L’uomo aveva presentato una domanda d’asilo nel 2009, ma l’Ufficio federale della migrazione (OFM) aveva respinto la richiesta e fatto rimpatriare l’uomo, con la moglie e i loro due figli. Secondo i giudici di Strasburgo, l’autorità svizzera doveva prevedere i rischi che avrebbe corso il cittadino srilankese nel Paese d’origine.
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notizie belle e buone
Notizie belle e buone In ascolto delle ferite. Mons. Lazzeri ha informato che la Diocesi di Lugano ha promosso una struttura di ascolto per le vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiale e si impegna nella formazione e nella prevenzione del personale attivo tra i minori, proseguendo nella realizzazione delle relative direttive della Chiesa universale e svizzera. La «bella notizia» sarà completa quando non ci saranno più casi di preti o quant’altri abusatori. Grazie, Mauro. La lettera «La Chiesa con le donne», frutto di un’iniziativa delle donne svizzere portata… a piedi a Roma partendo da San Gallo il 2 maggio 2016, è stata (finalmente!) consegnata a papa Francesco da padre Mauro Jöhri, durante una pausa dell’udienza del 25 novembre accordata ai superiori degli istituti religiosi. L’iniziativa, sostenuta dai vescovi di San Gallo e di Basilea, chiede una maggiore integrazione delle donne nella Chiesa cattolica ed è stata bellamente ignorata dalla stampa cosiddetta bene informata… Il Papa ha fatto sapere, con una lettera del 19 novembre della Segreteria di Stato, «di aver preso conoscenza con attenzione del contenuto». Nel discorso per la riforma della Curia dello scorso 22 dicembre, papa Francesco aveva detto che «la valorizzazione della donna e dei laici nella vita della Chiesa è di grande importanza». Ospitati dai protestanti. La cattedrale di Losanna (occupata dai protestanti dal 1536) ha accolto la comunità cattolica del Canton Vaud per una messa concelebrata sabato 3 dicembre dal vescovo ausiliare mons. Alain de Raemy con 20 preti, e colma di fedeli. È dal 2003 che la chiesa è messa a disposizione una volta all’anno della comunità cattolica. È stata lanciata la proposta di sistemare, almeno sul portone, una raffigurazione della Vergine Maria, tuttora… titolare dell’edificio e fin qui «censurata» dai riformati. Chissà se, in occasione dei 500 anni della Riforma (e dell’espulsione dei protestanti da Locarno nel 1555) una chiesa cattolica ticinese, a Locarno o a Lugano, potrà ospitare una celebrazione della Santa Cena con i nostri fratelli evangelici? Donne e riforma. Le Donne protestanti in Svizzera (FPS) vogliono richiamare, in occasione del Giubileo della Riforma, il ruolo svolto dalle donne accanto ai riformatori uomini. Il tema sarà sviluppato in tre avvenimenti nazionali. Nell’assemblea del 29 aprile sarà ricordata in particolare Margarete Blarer (1494-1541), impegnata a favore dei poveri e iniziatrice della diaconia sociale nelle Chiese. Iniziative necessarie. L’Università di Berna ha deciso di accogliere nel corso di formazione continua per assistenti pastorali, fin qui destinato ai soli cristiani, anche imam e membri di altre religioni che svolgono compiti assistenziali in ospedali, carceri e altre strutture pubbliche. L’iniziativa si aggiunge a quella del Centro Islam e Società istituita presso la Università di Friburgo, con il programma di favorire le persone musulmane a vivere la loro religione nella società svizzera. Hamburgers ai poveri. Il ristorante «McDonald’s», aperto all’entrata del Vaticano da pochi mesi malgrado l’opposizione di alcuni cardinali, ha offerto un migliaio di pasti ai senzatetto romani, ogni lunedì a partire da metà gennaio, per una decina di settimane. Per la distribuzione si sono offerti studenti dell’Università di Tor Vergata.
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Prima vaticana. Lo scorso 1. settembre è stata costituita l’associazione «Donne in Vaticano», la prima (dalla fondazione del cattolicesimo?) riservata alle 750 donne che lavorano per la Santa Sede e istituzioni ad essa collegata. Presieduta da Trasey McLure, una giornalista americana che lavora a Radio Vaticana, ha raccolto una cinquantina di iscrizioni. Ne ha dato notizia «l’Osservatore Romano» del 30 novembre. Rispettando i tempi biblici abituali in loco, giustamente si è tardato a darne notizia. Chiese ospitali. Durante i mesi invernali, da ottobre a maggio, quattordici chiese di Londra offrono ospitalità ai senzatetto della capitale. Da sempre, nel nartece della centralissima St. Bartholomew’s, una chiesa episcopaliana di New York, ospita una fila di letti per i senzatetto. Anche Notre-Dame, a Parigi, lo fa, offrendo alloggi tra un night club e un ristorante italiano. L’iniziativa della parrocchia di Chiasso, sollecitata da don Feliciani, non è quindi una novità, anche se disturba la tranquilla coscienza di autorità e devoti offrendo ospitalità in un locale della parrocchia a chi è costretto a dormire alla stazione nelle fredde notti invernali. Ospitalità anglicana. Nella cattedrale anglicana della Santa Trinità di Quebec è stato istituito un seggio speciale permanente riservato all’arcivescovo cattolico della città: un gesto simbolico, a prova delle buone relazioni tra anglicani e cattolici iniziate… nel 1793, quando l’allora vescovo cattolico aveva accolto sulla spiaggia il primo vescovo anglicano. Auguri leciti. La Casa della Fatwa, organismo egiziano incaricato di fare chiarezza circa l’applicazione dei precetti coranici, ha affermato lo scorso 23 dicembre che un musulmano può fare gli auguri ad amici e conoscenti cristiani in occasione del Natale e di altre solennità liturgiche, sconfessando il divieto emanato da alcuni predicatori salafisti: perché gli auguri contribuiscono alla coesistenza pacifica tra le diverse componenti della società. Diaconesse ortodosse. Durante il Sinodo della Chiesa greco-ortodossa di Alessandria e di tutta l’Africa, svoltosi ad Alessandria dal 15 al 17 novembre, il Patriarcato ha deciso di reintrodurre il diaconato femminile, affidando ad una commissione di vescovi l’approfondimento della proposta, formulata dal metropolita Gregorius del Camerun, considerato il ruolo importante che svolgono le diaconesse nell’opera missionaria. L’argomento è allo studio anche nella Chiesa cattolica, dopo che papa Francesco ha nominato a tal fine una commissione di studio. Sostegno papale. Papa Francesco, ricevendo lo scorso 26 novembre settemila giovani volontari del Servizio civile italiano, ha loro detto che sono «una forza preziosa ed indispensabile per raggiungere il bene della società, tenendo specialmente presente in particolare i più deboli», ed ha invitato le autorità a promuovere lo spirito di solidarietà nella società. Vale anche per la Svizzera? Dono profetico? Il presidente palestinese Mahmud Abbas, a Roma in gennaio per inaugurare l’ambasciata del suo Paese presso la Santa Sede, ricevuto da papa Francesco in udienza privata, ha fatto dono al pontefice di una pietra del Calvario, proveniente dalla chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Risale al giugno 2015 l’accordo bilaterale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, premessa all’inizio delle relazioni diplomatiche. Così sul colle del Vaticano c’è anche un sasso del Golgota, tra i molti «lanciati» meno benevolmente al Papa.
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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Giustizia è fatta? Il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon esplose causando la morte di numerosi addetti: una catastrofe ambientale di entità gigantesca e una perdita di fonti di guadagno per l’industria ittica e il turismo. La Deepwater Horizon era di proprietà della svizzera Transocean, sfruttata dalla britannica BP e gestita dalla statunitense Halliburton. Tra i 5 e i 10 milioni di litri di greggio fuoriuscirono dalla voragine formatasi sotto la superficie marina, che solo tre mesi dopo si riuscì a chiudere. Recentemente il «Financial Times» ha reso pubblico che 102 persone sono state condannate a pene detentive. Bene, verrebbe da dire! Peccato che nessuna di esse sia in relazione con una delle tre imprese implicate. Si tratta invece di persone che hanno richiesto intenzionalmente indennizzi ingiustificati. Il proprietario di un’azienda ittica dovrà, per esempio, scontare una pena detentiva di 5 anni per aver ottenuto un risarcimento di 16’000 dollari per le perdite commerciali da lui vantate. Se tra indennizzi e multe BP ha sin qui speso 62 miliardi di dollari, dopo l’annus horribilis 2010 si è però subito ripresa e sta per iniziare i lavori a una nuova piattaforma petrolifera nella stessa regione. Non ci resta che sperare che abbia imparato qualcosa. Pronti a fare le valigie? La perdita di biodiversità interessa il 58% della superficie terrestre, su cui vive quasi il 72% della popolazione mondiale: è tale ormai da pregiudicare la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e di sostenere le società umane. Lo dice la rivista «Scienze» basandosi su dati verificati. Per esempio: negli ultimi trecento anni le foreste tropicali si sono ridotte del 40%, dal 1990 è scomparso il 50% delle zone umide, il tasso di estinzione provocato dalle attività umane è mille volte più rapido di quello naturale, il 93% della barriera corallina australiana è a rischio. Possiamo consolarci sapendo che nel restante 48% della superficie del pianeta la natura sta meglio? Proviamoci e… prepariamoci ad andare tutti lì. Era ora! Sempre più persone danno concretezza ai loro valori etici ed ecologici operando delle scelte, a volte anche impegnative, nei propri acqui-
sti: prodotti bio, a chilometro zero, commercio equo e solidale. Confederazione, cantoni e comuni invece sembrano esentati dall’assumersi maggiore responsabilità. Recentemente tre esempi sono stati messi in evidenza dai vari media: le uniformi della Protezione civile svizzera fabbricate in India in condizioni disumane; il Canton Zurigo che le fa cucire in Ungheria pagando salari da fame; i nuovi stivali da combattimento delle reclute prodotti in Romania, dove le operaie sono pagate meno di due franchi l’ora (cfr. «Dialoghi» n. 244, dicembre 2016). Nella Berna federale voci di protesta cominciano a farsi sentire (finalmente non sono in campo solo le solite ong e la sinistra), a margine della consultazione sulla revisione della legge sulle commesse pubbliche. Visto che il buon senso da solo non basta, aspettiamo una legge che imponga di considerare anche fattori sociali e ambientali (e non solo economici) quando si tratta di fare acquisti che riguardano organismi statali. A messa col paltò. Nell’ottica della salvaguardia della «casa comune» (come la chiama Papa Francesco), le parrocchie svizzere sono invitate a contribuire alla riduzione del consumo di energia elettrica aderendo al programma di sostegno EgliseproWatt. L’iniziativa parte ancora una volta dall’associazione oeku impegnata da più di trent’anni a coniugare protezione ambientale e vita ecclesiale. Il programma offre alle chiese che lo desiderano (e che adempiono alcuni presupposti) perizie, consigli e piccoli incentivi finanziari a ridurre drasticamente il consumo di energia elettrica per riscaldamento, produzione di acqua calda e illuminazione. Sapendo che la spesa per riscaldare un edificio di culto può arrivare a 20.000 franchi l’anno, oeku si è fissata come obiettivo una riduzione del consumo di energia del 30% entro entro la fine del 2018, pari al consumo annuo di 340 economie domestiche. L’altra metà (e un po’) del cielo. Il primo numero di quest’anno di «Energeia», il bollettino dell’Ufficio federale dell’energia (si pubblica sei volte l’anno, ma solo in tedesco e francese), è intitolato «L’énergie, une affaire de femmes» e presenta una decina
di donne la cui vita ruota attorno ai temi, anche molto tecnici, delle fonti energetiche. È un vero piacere sfogliare la rivista e soffermarsi sui vari contributi, ammirare volti simpatici con il fuoco negli occhi e il sorriso sulle labbra di queste professioniste, più o meno giovani. Nessun confronto con riviste e brochure di certi istituti bancari, aziende elettriche e via enumerando, che si ricevono mese dopo mese nelle cassette delle lettere e dove si ammirano (si fa per dire!) solo uomini incravattati e rubicondi e che se ci presentano una figura femminile nella maggior parte dei casi si tratta dell’immancabile sportiva o della miss che fa da madrina a questo o quel progetto, più raramente una mamma che ci rivela che cosa sta cucinando per la sua famiglia. Facoltà di Scienze della comunicazione dove sei? Meglio andare in libreria! Una rosa virtuale (*) a chi sa dire subito chi è Jeff Bezos! Risposta: è il terzo uomo più ricco degli Stati Uniti, eletto nel 2014 peggior datore di lavoro del mondo. Bezos è l’inventore e proprietario di Amazon, l’azienda che quasi tutti conoscono e forse usano per ordinare tramite Internet, libri e tanto altro. In tutto il mondo il gigante economico ha allestito enormi depositi in cui sono stoccati gli articoli messi in vendita online. I più grandi arrivano a centomila metri quadrati dove, malgrado l’alto tasso di meccanizzazione, non si può fare a meno della forza lavoro umana. Poiché il 70% della cifra d’affari è generata nei mesi che precedono il Natale, Amazon impiega moltissimo personale avventizio. In tutta Europa lavoratrici e lavoratori precari provenienti dall’Ucraina, dalla Spagna o dalla Romania sono trasportati in bus nei depositi di spedizione delle merci. Per consentire alla macchina di funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7 ed effettuare consegne in poche ore, gli impiegati di Amazon percorrono giornalmente decine di chilometri per recuperare i prodotti stoccati e richiesti dai clienti: li chiamano pickers. I percorsi sono controllati tramite gps e cronometrati. Se il rendimento cala i pickers sono dapprima puniti e in caso di recidiva licenziati. Alloggiati in dormitori comuni, a volte in baracche poco o niente riscaldate, realizzano uno scenario ultra-fantascientifico: non macchine per sostituire il lavoro degli umani ma il contrario. (* chi lo sapeva comunichi a darialepori@bluewin.ch il suo numero di cellulare)
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«facciamo strada insieme»
Facciamo strada assieme Camminiamo insieme: che i più forti aspettino e aiutino quelli che si trascinano. Che i più solitari si volgano verso gli altri. Che i più deboli accettino di appoggiarsi su quelli che tendono loro la mano. Che i più inquieti abbiano fiducia in Te. Perché sei tu, Signore, che ci metti in cammino. Camminiamo insieme: Che i più attivi si fermino per riflettere e per valutare le cose da fare. Che i più negligenti riprendano coraggio e odano l’ppello che Tu rivolgi a loro. Che i più scettici si lascino portare dal tuo Spirito. Perché sei tu, Signore, che ci metti in cammino. Camminiamo insieme: Che i più fedeli vedano rafforzarsi la loro fede. Che i più stranieri si sentano accolti e utili a tutti. Che i più emarginati sappiano che il mondo ha bisogno di loro, che la Chiesa ha bisogno di loro, che Tu hai bisogno di loro. Perché sei tu, Signore, che ci metti in cammino. Camminiamo insieme: Che i più chiacchieroni si tacciano per ascoltare gli altri. Che i muti sappiano che il loro modo di comunicare sarà compreso. Che quelli che nessuno ascolta mai, sappiano che sarà fatto uno sforzo per tenere conto della loro parola. Perché sei tu, Signore, che ci metti in cammino. Camminiamo insieme nel mondo di oggi. Camminiamo insieme, tutti con Te, Signore. Francine Robillot, L’aumône de feu, in «Un sentiero nella foresta», raccolta di testi di fede della Chiesa universale
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In questo numero I «corsivi» di «Dialoghi» G UN PATTO CON L’ISLAM (a.l.)
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G A DIFESA DI OGNI VITA (a.l.)
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G CRITICANO IL PAPA (c.s.)
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Articoli G SCOMPARIRANNO I CRISTIANI DAL MEDIO ORIENTE? (Luigi Sandri)
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G I PRIMI PASSI DI «UNIVERSA LAUS» PROTAGONISTA DELLA RIFORMA DELLA LITURGIA (Enrico Morresi) 9 G UN FRUTTUOSO SODALIZIO (Vincenzo Giudici)
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G QUARESIMA 2017: TERRA FONTE DI VITA (D. Lepori / F. Mauri)
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G PER IL CENTENARIO DI TUROLDO 15 Articoli G TESTIMONI E PROFETI
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G PAROLE DI FRANCESCO
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G RELIGIONI NEL MONDO
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G CRONACA INTERNAZIONALE
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G CRONACA SVIZZERA
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G NOTIZIE BELLE E BUONE
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G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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G FACCIAMO STRADA INSIEME (F. Robillot)
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.