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Dialoghi 244

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244 dialoghi Locarno – Anno 48 – Dicembre 2016

di riflessione cristiana BIMESTRALE

DOSSIER

Famiglie, quanti problemi! È (quasi) Natale, i commercianti esibiscono un modello di famiglia tutto d’oro e d’argento, in realtà di cartapesta. Dietro si profilano tanti problemi, con tendenza a crescere anziché a diminuire malgrado il benessere generalizzato e l’aiuto sociale. Il dossier di «Dialoghi» affronta i nuovi problemi della famiglia da tre punti di vista: quello del responsabile degli aiuti di Stato (il presidente del Governo, Paolo Beltraminelli), quello del magistrato che si occupa delle famiglie sfasciate (il giudice Franco Lardelli) e quello del politico di lungo respiro (il consigliere nazionale Marco Romano). Non per rovinarci il Natale, ma perché c’è tanto tempo e spazio ancora per la solidarietà e la misericordia. pp. 1-9

Zone di turbolenza in vista «Allacciate le cinture» avvertirebbe la voce impersonale della hostess. Ma è più che l’attraversamento di una zona perturbata quello che all’orizzonte si profila. Negli ultimi sei mesi si sono dovuti dimettere – smentiti da consultazioni popolari – i primi ministri di Gran Bretagna e d’Italia, e il presidente della Francia rinuncia a candidarsi il prossimo anno per evitare di essere bocciato. In tutti questi casi ci si domanda se in causa è solo la persona (in democrazia tutti i politici possono essere smentiti dagli elettori) oppure se non sia in gioco qualcosa di più profondo e di meno chiaramente diagnosticabile. Per preferire la seconda spiegazione basta guardare tra quali contraddizioni si muove il nuovo presidente degli Stati Uniti, eletto per una somma di tensioni sociali di segno opposto. In Europa abbiamo vissuto un regime di alternanza che ha prodotto relati-

va stabilità per tutta la seconda metà dello scorso secolo: in Gran Bretagna tra laburisti e conservatori, in Francia tra destra e sinistra, in Germania tra democristiani e socialisti. Così pure negli Stati Uniti, tra democratici e repubblicani. Per non citare la Svizzera, dove il potere esecutivo è esercitato per quattro anni: dimissioni in caso di bocciatura di una proposta governativa non sono previste. Più o meno, dunque, finora, è un «sistema» che ha retto: ma adesso è un edificio che scricchiola. Le migrazioni (anche senza riferirsi subito al terrorismo come realtà e come minaccia) hanno avuto un effetto destabilizzante sulle tradizionali fedeltà politiche, la finanza ha stravolto il mondo dell’economia, la scienza e la tecnica si sono evolute in modo travolgente, il costume è mutato. Chi si è sentito in qualche modo «lasciato in disparte» dai cambiamenti nella società, nelle


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professioni e nelle mentalità tende a caricare sulla politica responsabilità che non era abituata a portare, e che oggi non pare attrezzata ad affrontare con chiarezza e vigore sufficienti. Il rimedio populista (tutto il potere alla base popolare) non solo è incapace di produrre una rappresentanza apprezzabile a livello parlamentare, ma in quanto fortemente condizionato da ragioni locali si scontra continuamente con impegni presi a livello superiore per il bene di una comunità più ampia e integrata. Lo spettacolo di un Parlamento svizzero che smentisce nella sostanza il risultato di una votazione popolare (quella del 7 febbraio 2015 sull’immigrazione di massa) non è il massimo per una democrazia, anche se può essere giustificato da una ragione di bene comune superiore. La retorica del popolo-che-ha-sempre ragione, infine, mette in causa un istituto politico-giuridico che ha prodotto un risultato imperdibile in termini di civiltà: le Carte internazionali, per esempio la Convenzione Europea dei Diritti Umani, che un’iniziativa lanciata in Svizzera vorrebbe subordinata alle leggi «nostrane». Occorre uscire dall’incertezza: il Tribunale federale non può essere lasciato solo a respingere proposte giuridiche in contrasto con gli impegni sottoscritti della Svizzera in campo internazionale. A dover farsi carico di elaborare vie d’uscita è la politica intesa come cultura. I partiti e i parlamenti non devono essere lasciati soli: è il tessuto associativo di una società matura a dover impegnarsi per cercare nuove soluzioni a problemi nuovi. «Mandare a casa» questo o quello non risolve il problema ma soltanto lo mette da parte in attesa di nuove insoddisfazioni, di nuove tensioni, di nuove aporie a livello giuridico e costituzionale. In passato (che i più hanno tendenza a considerare troppo lontano per essere evocato), quando le tensioni risultavano insopportabili scoppiava una rivoluzione. Oggi si ritiene che le società evolute abbiano elaborato meccanismi di difesa contro una eventualità così drastica. Davvero? Guardando un poco oltre la nostra siepe, nel mondo che non finisce a Chiasso o a Gibilterra, non si direbbe. E.M.

Un Papa disinformato? Tornando in aereo dall’Azerbaigian, papa Francesco, rispondendo a una domanda, ha detto che la «teoria del gender» distrugge la famiglia. L’affermazione del Papa ha sorpreso gli

i corsivi di dialoghi

studiosi che discutono di questo tema a livello mondiale. Su «Progetto Gionata» – portale su fede e omosessualità – sono apparse queste considerazioni, riprese da «Adista» del 23 ottobre. «Diciamolo ancora una volta: la cosiddetta teoria “gender” (che sosterrebbe sia possibile indirizzare i bambini verso comportamenti tipicamente maschili o femminili a prescindere dal proprio sesso naturale, e che certi cattolici sostengono che sia propagandata da ambienti filogay, come se si potesse scegliere di diventare gay), non esiste. Esistono sì degli studi sul “genere” e sui comportamenti, sulle aspettative e sui condizionamenti sociali legati all’essere nati maschi o femmine, studi che hanno evidenziato come molti comportamenti siano socialmente determinati, e non “naturalmente”, ecc. Ma nessuna persona seria ha mai pensato che maschi o femmine si potesse diventare per scelta, al di là della propria natura. Ovviamente, un discorso a parte meritano le persone “transgender”, nate biologicamente maschi o femmine ma che poi si sentono appartenere, dal punto di vista psicologico, al sesso opposto». Nella Amoris laetitia, papa Francesco, citando al p. 56 le conclusioni del Sinodo dei Vescovi, disapprova l’ideologia «genericamente chiamata gender», ma poi al n. 286 osserva che «non si può nemmeno ignorare che nella configurazione del proprio modo di essere, femminile o maschile, non confluiscono solamente fattori biologici o genetici (…)». Il maschile e il femminile non sono, dice il Papa, «qualcosa di rigido»; e quindi condanna «la rigidità (che) diventa un’esagerazione del maschile o del femminile». Cioè riconosce ciò che hanno evidenziato gli «studi» del genere. a.l.

I novanta del GdP Il «Giornale del Popolo», quotidiano di cui il Vescovo detiene la maggioranza azionaria (con il diritto di designarne il direttore), ha festeggiato, «con una festa di popolo» i suoi primi novant’anni di vita. L’opportunità di un foglio che rappresenti il pensiero della Chiesa che vive in Ticino (appunto… «il popolo di Dio») non è contestata se assolve il suo «servizio»: il che non è stato sempre in passato ed è… carente a tutt’oggi. Non bastano un’Eucarestia vescovile (eucarestia significa gratitudine) e un banchetto con risotto e luganighe. Il Sinodo diocesano aveva lungamen-

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te discusso del quotidiano cattolico, formulando alcune direttive (andranno riconsiderate), mentre diversi vescovi hanno in passato indicato programmi… Solo mons. Grampa aveva convocato un’assemblea degli abbonati e costituito una commissione di riflessione: non ripetuta la prima e rapidamente esauritasi la seconda. Ma restano gli organismi diocesani, consiglio presbiterale e consiglio pastorale, che potrebbero esprimere sul giornale consensi e dissensi. D’accordo: l’importante è che il giornale ci sia, e non è il momento di rovinare la festa scoraggiando coloro che, non senza difficoltà (a cominciare dal ridursi dei mezzi finanziari), si sforzano di tirare avanti con dignità. Se ci sarà l’occasione, diremo la nostra, con spirito ecclesiale, perché il giornale sia sempre meglio, come vuole il vescovo Lazzeri, «non semplicemente un prodotto editoriale, ma un frutto ecclesiale». Intanto cominciamo coll’auspicarlo. a.l.

Egoismo criminale Secondo un collaboratore abituale del Giornale del Popolo («L’egoismo ci può rendere migliori», 19 ottobre), «Troppi politici (…) stanno annientando la cosa più preziosa e unica: l’iniziativa personale, e con essa l’egoismo di riuscire a fare qualcosa per gli altrui». Il politico liberista ospitato dal giornale cattolico scrive che «il birraio, il macellaio e il fornaio sono egoisti, e per fortuna nostra lo sono». Ma esistono altri egoisti meno benefattori dell’umanità, anche in Ticino! Tre società finanziarie di Via Nassa hanno creato un buco di 12 milioni di franchi e truffato centinaia di clienti: a mettere fine al loro (benefico?) egoismo, per fortuna, è intervenuto lo Stato. «Public Eye» (già: Dichiarazione di Berna) ha denunciato con una petizione sostenuta da 20 mila firme che la società Trafigura, con sede a Ginevra, vende in Africa carburanti proibiti in Svizzera perché inquinanti, approfittando dell’ignoranza e della corruzione dei governi locali. La petizione chiede che Trafigura cessi di seguire il proprio egoismo criminale (altro che benefico!). Ottanta associazioni umanitarie (tra cui le cattoliche Caritas e Sacrificio quaresimale) hanno raccolto oltre 120 mila firme per chiedere che in Svizzera siano penalmente condannati tanti egoisti, da noi domiciliati, che tollerano che loro collaboratori violino i diritti umani dei meno fortunati del pianeta. a.l.


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Forza e fragilità delle famiglie ticinesi È da riorientare il ruolo dell’economia La famiglia rappresenta la cellula primaria e fondamentale per la nostra società. Da diversi anni è in costante evoluzione e si moltiplicano tipi di famiglia diversi, sia nella composizione sia nell’organizzazione. È diventata una famiglia fragile: quella degli oltre 670 divorzi (8,2% della popolazione nel 2015) ed è confrontata con diverse difficoltà di ordine finanziario. Anche i bisogni espressi dai nuclei familiari si modificano e si differenziano. Le risposte alle nuove esigenze devono essere ripensate, mirate a una migliore efficacia, nel rispetto dell’autonomia e delle scelte individuali responsabili. Preso atto di questi cambiamenti, il Dipartimento della Sanità e della Socialità (DSS) ha deciso di riorientare la politica familiare in funzione dei nuovi bisogni delle famiglie ticinesi.

(pari al 47,4%), è stato sorprendentemente elevato. Le domande poste riguardavano l’alloggio, la situazione lavorativa, i servizi di custodia per bambini, gli aiuti o i sussidi, i servizi di consulenza e i bisogni legati alla gestione del proprio tempo. L’analisi ha consentito di rendere evidente come nel 2015 vi erano in Ticino oltre 10.000 famiglie con almeno un bambino con meno di 4 anni, per un totale di oltre 38.000 persone, pari all’11% del totale dei residenti del Cantone. Con poche eccezioni questa tipologia di famiglie è presente in tutti i comuni del Cantone.

Gli attuali aiuti

Le donne sono sempre più attive nel contribuire al mantenimento della famiglia: oltre il 50% delle madri è occupata professionalmente, nella maggioranza con un impiego a tempo parziale. All’arrivo di un figlio è la donna a uscire totalmente o parzialmente dal mondo del lavoro, il suo grado di occupazione medio si riduce di oltre il 30% tra prima e dopo la nascita. Non vi sono invece sostanziali mutamenti nella situazione professionale dell’uomo. I dati del sondaggio confermano la diffusione del modello neo-tradizionale, nel quale l’uomo lavora a tempo pieno e la donna a tempo parziale. Le madri che decidono di modificare il grado di

Gli strumenti di sostegno familiare in vigore si dividono in sostegni universali distribuiti a tutti a prescindere dal reddito (assegni familiari, deduzioni fiscali per figli e figli agli studi, assicurazione maternità) e sostegni sociali che prevedono una verifica dei redditi e della sostanza (prestazioni sociali, assegni integrativi per famiglie, assistenza, borse di studio, riduzione dei premi cassa malati). Accanto agli aiuti finanziari, il Cantone offre in collaborazione con i Comuni una rete di strutture di accoglienza sottoforma di nidi dell’infanzia, famiglie diurne, centri extra-scolastici e altre attività di socializzazione e consulenza sociale e sanitaria destinati a bambini in età prescolare. Per le maglie più fragili della rete il Cantone prevede pure misure di protezione dell’infanzia diversificate, come il sostegno sociale, educativo, per famiglie affidatarie e i centri educativi.

di Paolo Beltraminelli*

Comportamenti e bisogni

Radiografia delle famiglie con figli Nel 2015 il DSS ha promosso un’inchiesta allo scopo di verificare i reali bisogni, i comportamenti e le necessità delle famiglie dando voce agli interessati: 10.082 i questionari inviati a tutte le famiglie con almeno un bambino di meno di 4 anni. Il tasso di risposta, con 4776 questionari rientrati

Il mondo della famiglia (dati 2011)

occupazione lo fanno soprattutto per dedicare più tempo alla famiglia e ai figli, ma anche per esigenze di tipo finanziario (non sempre il costo di custodia degli asili nido è sopportabile per le famiglie, alcune vi rinunciano e dedicano tempo alla cura e alla custodia dei bambini). La flessibilità degli orari e le possibilità di lavorare a tempo parziale sono i bisogni più presenti nell’ambito lavorativo, con sfumature diverse in tutti i distretti. Le famiglie chiedono anche il prolungamento del periodo di congedo maternità e, subordinatamente, la possibilità di lavorare da casa. I bisogni non sono quindi tanto incentrati sulla possibilità di rimanere a casa quanto piuttosto di poter effettivamente conciliare famiglia e lavoro, garantendo in questo modo l’autonomia finanziaria del gruppo familiare. Gli attori della conciliabilità sono quindi lo Stato ma anche (e forse soprattutto) il mondo del lavoro e le imprese. Il riorientamento della politica familiare dovrà quindi fondarsi sulla collaborazione diretta e attiva del Cantone con le associazioni professionali, ognuno nel suo ruolo ma con una responsabilità condivisa. Il 60% delle famiglie che ha risposto al sondaggio si appoggia quindi a servizi o aiuti per la custodia dei propri figli mentre la mamma lavora. I servizi possono essere istituzionali (asilo nido, famiglia diurna, mensa o doposcuola) o informali (nonni, figli maggiori, parenti, amici, babysitter, ecc.). Circa il 50% ricorre unicamente


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a questi ultimi, mentre l’altro 50% utilizza solo quelli istituzionali. Fra chi si appoggia ai servizi informali, i nonni sono i più richiesti, mentre l’asilo nido è il servizio di custodia maggiormente utilizzato fra le famiglie che si appoggiano ai servizi istituzionali. Interessante è stata la risposta riguardo ai figli: il 58% delle famiglie ha dichiarato di desiderare un altro bam-

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bino. Una famiglia su cinque non lo fa dipendere da alcuna condizione, due famiglie su cinque sono disposte ad avere altri figli ponendo alcune «condizioni». Fra queste la dichiarata incertezza finanziaria funge da maggiore deterrente. Le famiglie affermano di aver bisogno di un reddito più elevato e sono preccupate per i costi che generebbe un altro figlio.

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liabilità presso i datori di lavoro e le associazioni di categoria – per esempio con l’introduzione di un sistema d’incentivi diretti – un’azione, cioè, positiva in quanto capace di produrre o favorire il miglioramento delle condizioni di lavoro e quindi di vita delle famiglie. Stante la crescente difficoltà di aumentare la spesa pubblica a fronte di bisogni in continua crescita per le politiche sociali e familiari, io credo che sia l’atteggiamento della società verso la famiglia a dover mutare il suo volto: in particolare offrendo un welfare amico della famiglia. La sfida demografica

Adesso è la società, non solo lo Stato, a dovere aiutare Il mondo economico, le aziende, i datori di lavoro, sono una componente importante dello sviluppo di una politica familiare che favorisca la conciliabilità lavoro e vita familiare. L’interesse di un coinvolgimento attivo in quest’ambito è determinato anche dalle esigenze degli stessi datori di lavoro, di poter disporre di collaboratori adeguatamente formati, con esperienze specifiche alla funzione esercitata e in grado di garantire continuità ai processi di produzione. Il welfare familiare ticinese è stato sinora improntato al sostegno a famiglie (con figli) con una quota di spesa sociale piuttosto importante, ma la tendenza in atto anche a livello elvetico è di non considerare più il sostegno alle famiglie come una mera politica assistenziale (ossia non più intesa solo a sanare situazioni di bisogno delle famiglie disagiate), ma come una politica promozionale del benessere della famiglia e di tutti i suoi componenti. Questa non può prescindere da una

migliore conciliabilità con il mondo del lavoro, fattore decisivo dell’autonomia. Il DSS ha perciò aperto un nuovo cantiere di riflessione denominato «politica aziendale a favore delle famiglie». Tra i nuovi strumenti a disposizione, si stanno esaminando l’implementazione di «buone pratiche» di conci-

La speranza di vita alla nascita per le donne ticinesi è la più alta in assoluto in tutta la Svizzera (86,2 anni, contro 84,9 della media nazionale), mentre è la seconda in assoluto per gli uomini (81,2 anni, contro gli 80,7 della media nazionale). Nell’orizzonte temporale la quota di popolazione anziana continuerà ad aumentare passando dal 22,6% del 2015 al 28,2% nel 2030. Nello stesso periodo, però, la quota di giovani con meno di vent’anni diminuirà dal 18% del 2015 al 16,6% nel 2030. Oggi ci si sposa cinque anni più tardi e si divorzia di più che nel passato (anche se, negli ultimi anni, un po’ meno), aumentano inoltre i matrimoni tra partner divorziati. Sul piano della natalità, l’età in cui le donne sposate mettono al mondo il primo figlio continua ad aumentare: è passata da 27,9 anni nel 1981 a 31,7 nel 2011. Il tasso di fecondità è invece nettamente inferiore alla media svizzera. Nel 2013 era in Ticino di 1,38 figli (1,52 sul piano nazionale). In Ticino prevalgono le coppie senza figli. * Presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, direttore del Dipartimento della Sanità e della Socialità


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Una famiglia in cui abbiano diritti non solo i genitori ma anche i figli Nel 2012, un gruppo di esperti coordinati dal sociologo Pierpaolo Donati aveva studiato un campione di 3500 famiglie italiane. I risultati furono presentati all’Incontro Mondiale delle famiglie di Milano. Secondo tale ricerca1, la famiglia è risorsa per la società se non si allontana dal modello della coppia uomo-donna con i loro figli. È la famiglia che il prof. Donati definisce come «famiglia normo-costituita»2. In una successiva intervista il sociologo avrebbe precisato che un terzo solo delle famiglie italiane rientra in questa categoria3. Quanto più la famiglia è ampia e stabile tanto più essa è percepita come soddisfacente dalle persone che la costituiscono, le quali sentono di esserne arricchite dal punto di vista umano. In queste famiglie è all’opera un circolo virtuoso: quanto più la coppia è impegnata su un progetto di vita comune tanto più ha figli, i quali poi hanno successo nella vita – sono cioè giovani che si impegnano sia nello studio sia in una professione – hanno condizioni di salute migliori, comportamenti pro-sociali. In generale il benessere e la qualità di vita di queste famiglie è migliore. Un altro terzo delle famiglie è costituito da famiglie che presentano varie forme di difficoltà: sono più deboli, precarie e bisognose di assistenza. L’ultimo terzo è costituito da «famiglie molto problematiche»4. Queste famiglie denotano spesso grande instabilità e forme patologiche di relazioni; a volte una ricaduta negativa sulla società e comportamenti dei figli che sfociano più facilmente nella devianza e nella criminalità. In base alla mia esperienza professionale, di magistrato impegnato per 1. P. Donati, Famiglia risorsa della società, il Mulino, Bologna 2012. La ricerca era stata commissionata dal Pontificio Consiglio per la famiglia. 2. Cit., p. 11 3. «Messaggero di sant’Antonio», marzo 2012. 4. In riferimento a questo terzo di famiglie il sociologo utilizza il termine «famiglie sfasciate» (Ivi).

venti anni nel settore penale, posso confermare che le linee di tendenza indicate dalla ricerca coordinata dal prof. Donati possono essere rapportate anche alla realtà ticinese, che è molto vicina anche geograficamente a quella lombarda. L’esperienza degli ultimi tre anni e mezzo quale presidente della Camera di protezione5 mi ha messo a contatto diretto soprattutto con l’ultidi Franco Lardelli*

mo terzo di famiglie, quelle «molto problematiche», e mi ha mostrato i problemi dei figli di questa tipologia di famiglia. Il termine «famiglia» – inteso nella nozione tradizionale – va certo un po’ stretto a questo genere di famiglie. A volte mi trovo confrontato con figli di genitori sposati o conviventi, con un ambiente familiare diviso, conflittuale, confuso e ambiguo. Ma spesso ho a che fare con figli di genitori separati o divorziati, con figli di coppie «miste» aventi alle spalle altre storie di coppia, magari con altri figli avuti da precedenti rapporti falliti. Il disagio di ogni figlio incluso e inglobato in relazioni di coppia e di famiglia dove i sentimenti prevalenti sono di perdita, abbandono e rifiuto, riflette ciò che i genitori «sentono» e «fanno sentire» ai figli. Dall’osservatorio cui presiedo constato molte croci per i genitori, ma soprattutto per i figli. L’evoluzione in atto, anche nel nostro Cantone, preoccupa. Nel 2001 in Ticino erano attive 300 curatele educative a favore di figli minorenni. A 14 anni di distanza, nel 2015 le curatele educative risultano più che raddoppiate. Si calcola un aumento medio di 30 curatele educative l’anno. Preoccupa anche il fatto che ci troviamo sempre più confrontati con bambini, anche piccoli, con problematiche psicologiche e psichiatriche. In un contributo giuridico pubblicato l’anno scorso nella «Rivista ticinese di diritto» sulla riorganizzazione del si5. La Camera di protezione è una Camera della sezione di diritto civile del Tribunale d’appello del Cantone Ticino; tra le sue competenze, quella di vigilare sulle sedici Autorità regionali di protezione.

stema ticinese in materia di protezione del minore e dell’adulto6, rilevavo che le autorità di protezione ticinesi vanno riformate e soprattutto dotate di risorse umane più importanti, perché oggi non sono sufficienti a fronteggiare i problemi delle persone problematiche. Nelle conclusioni evidenziavo però che va avviata una riflessione anche sulle cause dell’evoluzione in atto, soprattutto circa le capacità educative dei genitori e sui possibili rimedi preventivi. Sono convinto che è necessario prendere coscienza delle cause e agire su esse, non solo sugli effetti. Senza un intervento sulle cause si arrischia di dovere mettere in campo in futuro risorse umane sempre più consistenti per fare fronte all’inarrestabile aumento dei casi. Il rapporto tra diritti e doveri Parlando delle cause del disagio è importante mettere a fuoco il rapporto tra diritti e doveri nella nostra società attuale. Nella «Dichiarazione di Ginevra dei diritti del fanciullo»7 è iscritto un principio fondamentale: per sviluppare armoniosamente la sua personalità il fanciullo ha bisogno di amore e di comprensione; egli deve, per quanto possibile, crescere sotto le cure e la responsabilità dei genitori e, in ogni caso, in un’atmosfera d’affetto e sicurezza materiale e morale. La «Convenzione sui diritti del fanciullo»8 riconosce nel preambolo che la famiglia è l’unità fondamentale della società e l’ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri, in particolare dei fanciulli, e che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità, deve crescere in un ambiente familiare e in un clima di felicità, di amore e di comprensione. 6. F. Lardelli, Prospettive e scelte coraggiose per la riorganizzazione delle Autorità di protezione, RtiD I-2015 p. 251. 7. Redatta nel 1924 dalla Società delle Nazioni Unite in seguito alle devastanti conseguenze che la Prima Guerra Mondiale produsse in particolare sui bambini; successivamente, con l’istituzione delle Nazioni Unite, la Dichiarazione è stata approvata il 20 novembre 1959 dall’Assemblea generale dell’ONU 8. Conclusa a Nuova York il 20 novembre 1989 e ratificata dalla Svizzera il 26 marzo 1997.


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Questi principi fondamentali sono in crisi. I modelli proposti dalla società attuale sono molto imperniati sull’«io» in sostituzione del «noi», ossia sull’autorealizzazione di se stessi. Questo pesa come un macigno sulla famiglia, più in generale sul rapporto tra due persone che a un certo punto della loro vita hanno generato un figlio. Pesa soprattutto sui bambini, sui figli minorenni che sempre più spesso finiscono per perdere l’ambiente di amore e di serenità nel quale crescere. Oggi, chi ha figli in età scolastica sa che l’interrogativo che si pongono i bambini non è più se i genitori si separeranno, ma quando si separeranno. Papa Francesco, in due celebri discorsi tenuti a Strasburgo il 25 novembre 2014 davanti al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, ha proposto una lettura interessante dell’origine di diversi problemi del convivere odierno. Nel primo, pronunciato davanti al Parlamento, dopo avere ricordato che la promozione della dignità della persona è strettamente connessa al riconoscimento dei diritti inalienabili di cui l’uomo non può essere privato, mette in guardia dal rischio di cadere in equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Esiste una tendenza a una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – meglio: individualistici – che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una «monade» (μονάς), sempre più insensibile alle altre «monadi» intorno a sé. Al concetto di diritto non sembra più associato quello, altrettanto essenziale e complementare, di dovere: si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa. Secondo papa Francesco, è quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale (o, meglio, personale) a quella del bene comune, a quel «noi-tutti» formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.

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Ritengo che questo approccio alle modalità odierne di rapportarsi agli altri sia interessante, abbia una dimensione universale riconducibile alla convivenza in genere, ma anche una dimensione particolare. Lo si vede bene nel mio settore di attività. Oggi, nel rapporto di coppia, tende a prevalere il diritto dell’individuo, l’«io» del narciso che vede solo se stesso e finalizza tutto a sé: «Io ho diritto al mio spazio, ho diritto ai miei soldi, ho il diritto di avere un figlio quando mi fa comodo, magari a 60 anni, ho diritto ad avere relazioni con chi desidero e di andarmene quando voglio». Ci si dimentica del «noi», quel «noi» che implica il dovere nei confronti dell’altro e dei figli. Parlando davanti al Consiglio d’Europa, papa Francesco ha evidenziato il rischio che ognuno diventi misura di sé stesso e del proprio agire aprendo la strada all’affermazione soggettivistica dei diritti, così che al concetto di diritto umano, che ha di per sé valenza universale, si sostituisce l’idea di diritto individualista, che porta all’indifferenza e all’incapacità di costruire rapporti umani autentici, improntati sul rispetto reciproco. A questo punto entra in gioco anche un corretto rapporto tra i diritti dei minori e i doveri dei genitori. La vera sfida educativa per il futuro sta nella capacità che avremo di ridefinire questo rapporto. Una sfida che coinvolge anche il rapporto con la scuola e con i docenti dei nostri figli. Non «scandalizzare» i piccoli Papa Francesco nell’Esortazione apostolica postsinodale sulla famiglia – Amoris lætizia – si sofferma sulle «conseguenze della separazione o del divorzio sui figli», sottolineando che i figli sono «in ogni caso vittime innocenti della situazione»9. In un discorso tenuto nella fase preparatoria dei Sinodi sulla famiglia il Papa rivolgeva ai genitori separati un accorato appello: «Mai, mai, mai prendere il figlio come ostaggio! Vi siete separati per tante difficoltà e motivi, la vita vi ha dato questa prova, ma i figli non siano quelli che portano il peso di questa separazione, non siano usati come ostaggi contro l’altro coniuge, crescano sentendo che la mamma parla bene del papà, benché non siano insieme, e che il papà parla bene della mamma»: 9. Amoris Lætitia, n. 245.

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parole riprese integralmente nell’Esortazione postsinodale. È dunque irresponsabile «rovinare l’immagine del padre o della madre con l’obiettivo di accaparrarsi l’affetto del figlio, per vendicarsi o per difendersi, perché questo danneggerà la vita interiore di quel bambino e provocherà ferite difficili da guarire». Rafforzare l’educazione dei figli L’Amoris Lætitia dedica un intero capitolo (il settimo: 32 punti, dal n. 259 al n. 290) a questa che è la sfida educativa importante, complessa e strettamente connessa con la vita di famiglia. Ritengo importante soffermarmi brevemente su tre di questi punti (nn. 268, 269 e 270), che trattano del valore della sanzione come stimolo. Per essere buoni educatori dei propri figli «è indispensabile sensibilizzare il bambino e l’adolescente affinché si renda conto che le cattive azioni hanno delle conseguenze. Occorre risvegliare la capacità di porsi nei panni dell’altro e di pentirsi per la sofferenza quando gli si è fatto del male (…) La correzione è uno stimolo quando al tempo stesso si apprezzano e si riconoscono gli sforzi e quando il figlio scopre che i suoi genitori mantengono viva una paziente fiducia (…) Ma è pure importante, anzi fondamentale, che la disciplina non si tramuti in mutilazione del desiderio, ma in uno stimolo per andare oltre». È ribadito qui il valore fondamentale del rispetto e la necessità di accompagnare i bambini e gli adolescenti nella scoperta dei propri diritti e dei propri doveri, dei limiti della propria libertà. La società civile può facilmente far propri questi principi. La «Fondazione SOS infanzia» ha realizzato un interessante manuale – distribuito nelle scuole medie del Cantone – nel quale i diritti e i doveri vengono riassunti in 12 punti, con un richiamo al fatto che le regole sono la base del rispetto reciproco. Il piccolo manuale è un piccolo passo, laico, della sfida culturale che ci attende per il futuro: rendere più umana la società. Certo, le Autorità di protezione sono decisamente sottodimensionate per rapporto ai casi che devono trattare: è il problema di tante autorità giudicanti. Vanno dunque potenziate, ma non basta. La giustizia intesa in senso stretto (i pretori, le autorità di protezione, i giudici) interviene sugli effetti, non sulle cause lontane, del disagio di tanti genitori, che ha poi conseguenze sui figli.


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Quando i genitori si rivolgono al giudice perché sono in difficoltà, è difficile fermare la separazione e le conseguenze sui figli. La giustizia va umanizzata potenziando le strutture che permettono di evitare che il conflitto diventi irreparabile e prevenire l’accesso al pretore, all’Autorità di protezione, al giudice. È necessario rafforzare i consultori e i luoghi di ascolto, che permettono di salvare il rapporto, il dialogo, il perdono reciproco. Ancora papa Francesco, trattando il rapporto tra «Misericordia» e «Giustizia»10, ha evidenziato che nell’amministrazione legale della giustizia «chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva. Questa strada però spesso non vince il male, ma semplicemente lo argina». Ecco allora, secondo papa Francesco, un altro modo di fare giustizia, che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere: «Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza (…) È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto. Certo, questo è un cammino difficile». In una recente intervista, Domenico Simeone, professore di pedagogia all’Università cattolica di Brescia e presidente della Confederazione ita10. Discorso all’Udienza generale del 3 febbraio 2016.

liana dei consultori familiari d’ispirazione cristiana, avrebbe sostenuto che «anche se l’alto tasso di separazioni non è immune da grandissime sofferenze, c’è poca disponibilità al perdono». Sembra che «le sole alternative che si contrappongono siano l’autorealizzazione personale o il sacrificio reciproco a favore di un progetto condiviso». In realtà, secondo Simeone, esisterebbe una terza strada, ossia «realizzare se stessi all’interno del progetto famiglia, dove il rapporto di coppia è il trampolino, non un ostacolo»: questo richiederebbe «una grande capacità di ascoltarsi e interrogarsi, di riconoscere nell’altro un maestro»11. A volte, nella mia funzione di giudice, provo sconforto nel constatare l’incapacità dei genitori di dialogare tra loro e di capire quale sia il vero bene e il male che stanno facendo a loro stessi e ai figli. Possiamo dunque migliorare l’efficienza della giustizia. Possiamo migliorare gli argini (bella l’espressione di «argine» usata da papa Francesco con riferimento alla giustizia legale!). Ma se non fermiamo il fiume in piena rilanciando la capacità di dialogo e di perdono reciproco tra le persone, presto non avremo più i mezzi per rafforzare gli argini e rischiamo che gli argini si spezzino e il fiume in piena travolga tutto. Il prof. Ernesto Borghi in una recente pubblicazione parla in modo molto appropriato della necessità di una cultura del dialogo, della riconoscenza e della responsabilità12 e auspica che le scelte politiche ad ogni livello e in ogni campo diano spazio a questo genere di cultura. Condivido il suo auspicio! Interessante potrebbe 11. Realizzata da B. Verrini, per NOI famiglia&vita, inserto di «Avvenire», 30 ottobre 2016. 12. E. Borghi, Donne e uomini, Prospettive di umanità dalla Bibbia alla vita di oggi, Effatà, Torino 2014, pag. 233.

Anime rubate

essere l’introduzione di corsi di formazione, organizzati in sede civile, per chi intende contrarre matrimonio, che insistano sul dialogo nella coppia e sulla responsabilità genitoriale. Tentativi in tal senso sono in atto in Italia13. Ancora più efficace sarebbe l’istituzione di corsi per genitori, sulle responsabilità genitoriali, estesi anche alle coppie o ai genitori non vincolati da patti tutelati dallo Stato. Un progetto pilota è in atto da una decina di anni a Chiasso sotto l’egida dell’Associazione «l’Altra cultura»14. Per guidare un’automobile o andare a caccia è necessario superare degli esami e disporre di una patente. Nonostante i danni enormi che si possono provocare, l’esame e la patente per diventare genitori sono difficilmente proponibili. Ci si può chiedere però se l’introduzione di corsi e l’eventuale obbligatorietà – da approfondire dal profilo giuridico – non vada quantomeno esaminata e se del caso promossa dalla Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DAFS)15. * Giudice, presidente della Camera di protezione del Tribunale d’Appello del Canton Ticino 13. Nei Comuni di Casier e Carbonera, in provincia di Treviso, è stato avviato «un progetto pilota», messo a punto dall’associazione di volontariato «Famiglie2000 onlus». Il Comune di Firenze ha concesso il patrocinio al «Consultorio Matrimoniale Laureziano» del C.I.F. per l’organizzazione di corsi di preparazione al matrimonio civile. Il Comune di Lecco ha promosso un percorso rivolto ai «promessi sposi» che hanno deciso di celebrare il matrimonio con rito civile, o che l’hanno già contratto, sempre con rito civile. 14. Il progetto è attuato in collaborazione del COSPES (Centro psicopedagogico e di orientamento scolastico e professionale) di Arese. 15. L’art. 2 lett. h del Regolamento della legge per le famiglie (RL 6.4.2.1.1) affida alla DAFS il compito di promuovere ed esaminare le nuove attività di sostegno alle famiglie e i progetti generali.

Bambini svizzeri all’asta

Il segreto di 12’000 bambini schiavi. Ragazzini strappati a famiglie povere e disastrate venivano portati al mercato e ceduti al miglior offerente come bestie. Un documento agghiacciante. di Lotty Wohlwend e Arthur Honegger, introduzione di Simona Sala, postfazione di Alex Pedrazzini, traduzione di Gabriella de’Grandi Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 224 pagine con inserto fotografico, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Approcci ideologici e veti incrociati ostacolano una politica della famiglia Nel corso degli ultimi decenni l’universo delle famiglie si è fatto sempre più eterogeneo. Se la maggior parte delle famiglie svizzere è ancora di stampo «tradizionale» (coppia sposata con figli), quelle di conviventi con figli non sono più una rarità e quasi un quinto sono le famiglie monoparentali, senza dimenticare le altre variegate forme. Le famiglie seguono la mutazione della società e una politica familiare moderna deve essere in grado di rispondere al cambiamento in atto: un obiettivo ambizioso che va perseguito mantenendo focalizzata l’attenzione sullo scopo dell’intervento dello Stato, che deve mettere al centro il bene del bambino e la qualità di vita dell’intera famiglia. Il tema è trasversale. Tutti i partiti, da destra a sinistra passando per il centro, dichiarano nei loro programmi di volersi impegnare a favore delle famiglie. Le differenze ideologiche e di approccio sono però marcate e hanno portato negli ultimi anni a una dinamica di veti incrociati che di fatto ha bloccato tutta una serie di misure concrete pronte per essere realizzate. E ciò, paradossalmente, a discapito delle famiglie stesse. La politica deve interrogarsi a questo riguardo. In votazione la famiglia perde sempre Il popolo svizzero è stato negli ultimi anni chiamato più volte a esprimersi su temi di politica familiare. Nel 2013 il Decreto federale sulla politica familiare, un progetto promosso dal PPD tramite un’iniziativa parlamentare, è stato approvato dalla maggioranza dei cittadini ma respinto da quella dei Cantoni: un esito piuttosto raro nel sistema elvetico della democrazia diretta, dettato dal rifiuto in particolare di diversi cantoni svizzero-tedeschi. Favorevoli e contrari si erano battuti principalmente sul tema della custodia extra-familiare (asili nido, mense, doposcuola, ecc.) e sul relativo finanziamento. A pochi mesi di distanza i cittadini svizzeri sono poi tornati alle urne per esprimersi su un’altra iniziativa, questa volta lanciata dall’UDC (che alcuni mesi prima aveva combattuto con vigore il citato decreto federale), che chiedeva sgravi fiscali anche per le famiglie che non affidano a terzi la

custodia dei figli. Sebbene in modo completamente diverso, l’obiettivo di entrambe le proposte era di sostenere le famiglie a prescindere dalla scelta dei genitori per quanto concerne la suddivisione dei compiti educativi. Purtroppo, invece di riflettere su questa esigenza, il confronto politico si è arenato sulla contrapposizione, prettamente partitica, fra i diversi modeldi Marco Romano*

li di famiglia. In particolare, all’UDC si rimproverò allora di voler ancorare nella Costituzione un modello di famiglia superato. Una contrapposizione fra modelli prevalsa ancora nel 2016: a farne le spese stavolta l’iniziativa lanciata dal PPD che chiedeva di eliminare gli svantaggi fiscali per le coppie sposate. Sul principio, tutti d’accordo: è chiaramente discriminatorio che le coppie sposate paghino più imposte rispetto ai conviventi e nel contempo, una volta pensionate, percepiscano una rendita plafonata al 150%. A infastidire gli oppositori in questo caso vi era la definizione di matrimonio contenuta nel testo, ovvero una durevole convivenza fra un uomo e una donna come stabilisce l’attuale interpretazione della Costituzione, ripresa dal diritto civile e dalla giurisprudenza. Durante il dibattito parlamentare i promotori dell’iniziativa, per correggere una discriminazione già ritenuta tale in una sentenza del Tribunale federale del 1984, si erano dichiarati disposti a togliere tale definizione: ma la maggioranza volle strumentalmente mantenerla e l’iniziativa fu respinta per un soffio. Sempre in ambito fiscale, l’anno precedente era stata respinta a livello federale un’altra iniziativa lanciata dal PPD, che chiedeva di esentare dalle imposte gli assegni per figli e gli assegni di formazione. Presentata con l’obiettivo di permettere alle famiglie di compensare il minor potere d’acquisto dovuto al mantenimento dei figli, fu rifiutata perché considerata troppo onerosa per le casse pubbliche e a beneficio delle fasce più abbienti della popolazione. A farne le spese, in questo caso a conti fatti, risultano invece principalmente le famiglie del

ceto medio, cioè quasi il 60% del totale, che di fatto beneficiano in maniera marginale di tutta una serie di misure extra-fiscali. Sicurezza familiare A livello federale si interviene principalmente per orientare quattro grandi pilastri: la sicurezza materiale, la conciliabilità fra lavoro e famiglia, il diritto di famiglia, e il sostegno e la prevenzione. La nascita di un figlio incide considerevolmente sul budget familiare. Si stima che i costi generali per la cura e la crescita dei figli ammontino a oltre 9.000 franchi annui per ogni figlio. Le famiglie con basso reddito sono a rischio-povertà già con la nascita del primo figlio, quelle del ceto medio devono affrontare un incremento importante dei costi. Per sostenere le famiglie bisognerà certamente continuare a lavorare sulla via intrapresa in ambito impositivo. Ma non solo. All’esame ci sono altre misure: per esempio quella che prevede l’esonero dal pagamento dei premi di cassa malati per i bambini. Vi è poi tutta una serie di proposte a sostegno delle persone (in sempre maggior numero) che devono occuparsi della cura di congiunti. In un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione occorre trovare delle soluzioni a sostegno della cosiddetta «generazione sandwich» che deve occuparsi, accanto all’attività professionale, tanto della custodia dei propri figli quanto di quella dei familiari più anziani. L’onere temporale e finanziario è spesso insopportabile e genera effetti negativi. Lavoro e famiglia Quello legato alla suddivisione dei compiti educativi è un tema di estrema attualità. Spetta alla coppia decidere come organizzare tali compiti all’interno della famiglia. Una soluzione univoca, capace di andare bene per tutti, non esiste. E su questo punto si bloccano di nuovo numerose iniziative. Per garantire una politica familiare moderna è necessario mettere da parte le contrapposizioni ideologiche e percorrere strade nuove. In questo con-


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testo si iscrive il dibattito relativo al rientro delle madri nel mercato del lavoro. Dopo il voto del 9 febbraio 2014 la Svizzera avrà sempre più bisogno di persone qualificate da reperire sul mercato del lavoro interno. Le madri rappresentano in tal senso un grande potenziale disponibile e formato, ma che necessita di un quadro favorevole allo svolgimento di un’attività lavorativa. Nei prossimi anni sarà perciò fondamentale mettere in pratica tutta una serie di misure atte a garantire una migliore conciliabilità fra lavoro e famiglia. Sarà necessario sbloccare risorse per garantire strutture per l’accoglienza extra-familiare adatta ai bisogni delle famiglie e accessibili a costi sopportabili. Ma non solo! Andrà prestata attenzione principalmente al fattore tempo: trovare soluzioni per promuovere il lavoro con grado di occupazione ridotto, gli orari flessibili o il job-sharing. Senza dimenticare il sostegno al reinserimento professionale delle donne che hanno dedicato un periodo all’educazione dei figli. A livello federale andrà poi approfondita la discussione legata alla partecipazione dei padri ai compiti educativi. Si pensa al congedo paternità o a quello parentale. Un altro capitolo importante riguarda il riconoscimento della citata «generazione sandwich» e un possibile congedo per potersi prendere cura dei propri cari. Il diritto di famiglia e il diritto successorio necessitano pure di un adeguamento alle forme di vita attuali. Diverse sono le misure possibili in tale ambito: dalla revisione del diritto in materia di mantenimento del bambino a un’ottimizzazione della suddivisione della previdenza in caso di

divorzio, all’adeguamento del diritto successorio fino al grande capitolo – attualmente sottoposto a referendum – della revisione del diritto in materia di adozione. In Svizzera esiste una vasta offerta di servizi a sostegno delle famiglie e nell’ambito della prevenzione: numerose sono le associazioni e gli enti attivi sul territorio. È una ricchezza che va sostenuta su tutto il territorio nazionale. Bisognerà dunque ancora rimanere vigili, in particolare nella prevenzione delle dipendenze (alcol, droghe), e dei nuovi pericoli legati a Internet. Da ultimo, ma non per importanza, la Confederazione dovrà continuare a promuovere misure a sostegno della formazione, per garantire a tutti pari opportunità. Conclusione La politica familiare è un ambito variegato e trasversale. Per i progetti capaci di conquistare la maggioranza, soprattutto nel caso in cui vengano sottoposti al voto di popolo e cantoni, occorre ricercare il consenso e accettare compromessi. Il sistema federalista svizzero, con i suoi tre livelli istituzionali e la radicata sussidiarietà, è un’ulteriore sfida nella costruzione di azioni concrete e coordinate in tutto il Paese. Misure e azioni di questo tipo toccano sempre altri settori e generano di regola costi per l’ente pubblico ai vari livelli. L’eterogeneità dei modelli famigliari odierni rende tutto molto complesso e la diffusa individualizzazione della società moderna ha relativizzato l’importanza della famiglia nucleo centrale della comunità. In materia di politica familiare è difficile rea­lizzare progetti di portata nazionale, e questo benché tutte le forze politiche propon-

gano il sostegno della famiglia: ma i partiti hanno visioni spesso diametralmente opposte e approcci ideo­logici che generano veti incrociati. Serve maggiore concretezza e occorre trovare soluzioni pragmatiche. Penso ad ambiti centrali quali la conciliabilità famiglia-lavoro, la fiscalità e il sostegno intergenerazionale. I cantieri aperti sono molti. Il risultato delle ultime votazioni federali ha generato una situazione di stallo, con ripercussioni anche sui progetti del futuro prossimo. In pieno spirito federalista, mi piace pensare ad una Svizzera capace di superare questa situazione di blocco approfittando della possibilità di agire con maggiore efficienza ed efficacia a livello comunale e cantonale. Riforme e progetti mirati in singoli cantoni o comuni hanno maggiori possibilità di riuscita e possono generare un effetto moltiplicatore rispetto ad altre realtà (orizzontali e verticali). L’approccio sarebbe tipicamente svizzero e in altri campi si sono pur affermati progetti capaci di diffondersi in tutto il Paese. La famiglia tradizionale resta il cardine della nostra società e non va relativizzata in virtù della diffusione di modelli complementari o alternativi. Fondamentale è tuttavia riconoscere la pluralità delle forme di famiglia presenti nella società moderna, evitando di contrapporle l’una contro l’altra, ma cercando misure e riforme capaci di avere ampi risvolti positivi. Non esiste la misura per tutti, si deve cercare una combinazione di azioni utili alla comunità nel suo complesso. La famiglia è un investimento e in quest’ottica vanno letti i costi delle politiche famigliari in quanto centrali per lo sviluppo della società. * Consigliere nazionale del Partito popolare democratico

Carlo Gatti

Il bleniese che conquistò Londra Lasciato i prati e i boschi di Blenio questo emigrante fuori dalla norma si trasforma in un imprenditore di grandissimo successo e conquista il cuore di Londra. di Anne Cuneo, prefazione di Tiziana Mona, introduzione di Fernando Ferrari, traduzione di Luigi Colombo Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 344 pagine con inserto fotografico, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Per gli ottant’anni di Enrico Morresi Non so chi ancora non conosca Enrico Morresi. Se state leggendo questa rivista, di cui è redattore responsabile dal 1999, può darsi che le righe che seguono – pensate per celebrare il traguardo degli ottant’anni – non aggiungano un gran che alla vostra conoscenza del personaggio. Se non fosse che la visibilità di cui gode da decenni, in quanto penna, voce e volto tra i più noti del giornalismo ticinese e svizzero, rischia di far dimenticare altri aspetti meno conosciuti, ma non per questo poco significativi, della sua biografia. Enrico Morresi ha attraversato oltre sessant’anni di storia del Ticino, della Chiesa e del giornalismo in prima fila. La sua carriera parte dalle cantine della carta stampata nostrana e sale fino ai piani alti dei media nazionali e ancora più su, là dove non ci si limita a scrivere notizie e commenti ma dove si riflette sull’anima di una professione difficile e in costante mutamento e si cerca di dare un fondamento teorico alla prassi esercitata per una vita. Partito a 18 anni dal «Corriere del Ticino», inizia come cronista locale e sportivo per poi scalare tutti i gradini della carriera interna. È il primo inviato ticinese al Concilio Vaticano II (1962-1965), firma grandi reportages negli anni Sessanta dall’India (1965) e dall’Australia (1970). Scrive le cronache del Gran Consiglio dal 1958 al 1981 ed è responsabile della Terza Pagina e degli Spettacoli, oltre che critico musicale negli anni Sessanta e Settanta. Dal 1969 al 1981 è redattore-capo e responsabile della politica cantonale del giornale. Chi ha lavorato con lui lo ricorda pignolo, serio e determinato. Non scrive mai a vanvera, si documenta moltissimo, è un mastino e insegna la stessa disciplina ai suoi collaboratori. Alla TSI, dove entra nel 1982, passa tre anni alla rubrica «Reporter» con documentari sul controllo delle nascite in Cina – premio della stampa a Monte-Carlo – (1983), sul centenario di Lutero nella DDR (con Fabio Bonetti, 1983), sulla neutralità austriaca (con Fabio Bonetti, 1984), sulla Chiesa olandese (con Paolo Lehner, 1985), sul declino della società industriale nell’Inghilterra del Nord (con Matteo Bellinelli, 1986). Intanto partecipa a serate e modera un’infinità di dibattiti. Nel 1984 e 1985 fa parte del gruppo che imposta e lancia il nuovo «Quotidiano» TSI. Dal 1986 al 1992 è produttore di «Centro». È presidente della giuria dei documentari del Premio Circom (l’unione delle stazioni televisive medie e piccole d’Europa) nel 1992 e nel 1993. Il suo ultimo documentario realizzato per la TSI è «Ebrei come Gesù», e data del 2001. Ma prima è alla radio. Dal 1993 al 1998 è infatti responsabile dei Programmi parlati della Rete Due della Radio svizzera di lingua italiana e continua a collaborarvi (in particolare con la rubrica «Mediatica») anche quando va in pensione nel 1998. Entra nel comitato dell’Associazione della stampa ticinese nel 1969, che presiede nel 1976 e 1977. Lo stesso fa nella Federazione svizzera dei giornalisti dal 1976, di cui è presidente dal 1980 al 1982. Organizza il Congresso della Federazione internazionale dei giornalisti a Lugano nel 1982 e viene eletto nell’Ufficio della Federazione internazionale dei giornalisti dal 1982 al 1986. Dal 1984 al 1999

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è membro del Consiglio svizzero della stampa, dal 1999 al 2011 presiede la Fondazione del Consiglio svizzero della stampa. È co-fondatore nel 1989 del Verein «Qualität im Journalismus». È dunque uno che il giornalismo prima di tutto lo fa sul campo. Poi lo difende nelle associazioni di categoria. E infine lo pensa, lo struttura e ne immagina i codici invisibili nella saggistica. Dal 2000 al 2002, da quattro anni in pensione, frequenta l’European Master of Applied Ethics dell’Università di Zurigo conseguendo il titolo di Master of Advanced Studies in Applied Ethics. L’elaborazione di un pensiero articolato e originale nel campo dell’etica giornalistica sfocia nei volumi Etica della notizia. Fondazione e critica della morale giornalistica (2003, Casagrande Bellinzona) e, per lo stesso editore, nel 2008, L’onore della cronaca. Diritto all’informazione e rispetto delle persone, dove postula la necessità di un’etica dell’informazione e dei media, incapaci di regolarsi da soli con dei semplici codici deontologici nel ginepraio degli infiniti casi giornalistici e delle responsabilità che ne derivano.

Déjeuner sur l’herbe. Enrico Morresi, tra Antonio Riva e Flavio Cotti, a un convegno di «Dialoghi» a Prato Leventina, giugno 1966. In questa sede conta anche il suo impegno ecclesiale. Cattolico convintamente conciliare, formatosi con lo stesso gruppo di persone che ha dato vita alla rivista che avete in mano, non si è mai nascosto dietro un dito quando si trattava di esprimere posizioni ruvide sulla Chiesa mondiale e locale. Appartiene al novero dei ticinesi che ogni tanto hanno fatto arrabbiare il vescovo e (idealmente) il Papa, come attestano numerose prese di posizione proprio su «Dialoghi». Come molti altri cattolici della sua generazione, ha vissuto la stagione del Vaticano II che ha ridisegnato i fondamenti della sua fede dandole la struttura di un pensiero adulto e capace di confrontarsi con la modernità. E si è poi sentito in minoranza quando il vento del Concilio soffiava molto più blando. Certo, l’inatteso arrivo di un papa come Francesco ha contribuito a temperarne la verve. Il suo lavoro meticoloso, ragionato e appassionato nel mondo del giornalismo ha contribuito a innalzare il livello qualitativo dell’informazione in Ticino. Per questo ha avuto e ha molti ammiratori. Ha senz’altro urtato più volte la sensibilità di chi non condivide le sue posizioni, spesso radicali, sia nel campo del giornalismo che in quello della vita ecclesiale. Ma anche chi lo critica deve riconoscergli un impegno e una competenza fuori dall’ordinario. Auguri, Enrico. C.S.


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«Multinazionali e diritti umani» La Svizzera non si tiri indietro! Fare utili e rispettare i diritti umani. Sono due aspetti che possono convivere, ma non succede spesso. Dovrebbe esserlo secondo l’Iniziativa «per multinazionali responsabili». L’economista e giornalista indipendente Markus Mugglin, nel libro che ha di recente pubblicato*, fornisce le basi necessarie a un dibattito che dovrebbe essere affrontato in tutta trasparenza. Lei descrive la relazione tra Nestlé e le ONG, che è cambiata nel corso degli ultimi decenni. Al confronto si è sostituita la collaborazione. Non è motivo di confusione? Non è la mia impressione. Sia le ONG sia le imprese hanno dovuto passare attraverso un processo di apprendimento prima di capire che il confronto e la collaborazione sono possibili. Ho osservato questo processo attraverso l’esempio dei bambini impiegati nelle piantagioni di cacao. Per me è un caso che fa scuola. La pressione su Nestlé era cominciata nel 2001, da parte di ONG statunitensi. L’impresa promise miglioramenti, ma pareva incerta. Il punto di svolta è stato l’uscita di un film, del 2012, nel quale un rappresentante di Nestlé elogiava il regista danese per il suo approccio critico alla situazione nelle piantagioni di cacao dell’Africa occidentale. Da quel momento datano i primi progressi nella lotta contro il lavoro minorile. Tra le multinazionali svizzere, Novartis ha svolto negli ultimi anni una parte di primo piano nella discussione sulla responsabilità delle imprese, grazie a una fondazione presieduta da Klaus M. Leisinger. A questi è riuscito di smuovere il dibattito svizzero relativo al rapporto tra imprese e diritti umani. Questo esempio non dimostra la fragilità dell’argomentazione delle imprese, secondo cui la Responsabilità Sociale delle Imprese (rsi) è ampiamente sufficiente? La rsi è un concetto flessibile ma poco affidabile. Essa permette alle imprese di prendere sul serio solo le richieste facilmente realizzabili. Se si mettono i diritti umani al centro questo non è più possibile. Si devono mostrare le prove che i diritti umani siano rispettati, tutelati, e che gli strumenti di riparazione alle violazioni eventuali dei

diritti umani sono disponibili. Sono le esigenze poste dalle linee-guida dell’ONU. È vero che non sono giuridicamente vincolanti, ma il «pick and choose» (lo scegliere a piacere, consentito dall’«UN Global Compact»), molto apprezzato dalle imprese, diventa più difficile. Il Consiglio federale ha adottato nel 2015 un documento che definisce la sua posizione in materia di rsi. Non le pare una cosa positiva? No. La lettura del documento è frustrante. Si presta a confusione, il messaggio non è né coerente né riconoscibile. Urs Birchler, uno specialista di diritto bancario, ha scritto nella NZZ: «La Confederazione non interviene nel dibattito come uno Stato che definisca regole chiare e vincolanti e si incarica della loro applicazione, ma come un mittente di aspettative diffuse». Lo Stato dovrebbe fare chiarezza invece di destare confusione con una lista di raccomandazioni poco chiare. Dovrebbe stabilire regole precise, il meno burocratiche possibile, a garanzia del rispetto dei diritti umani da parte delle imprese. Le banche hanno finalmente capito che affari poco puliti comportano rischi elevati. Ma che importanza danno le multinazionali alla loro reputazione? E tuttavia… Le banche parlano di finanza sostenibile (sustainable finance): ma quando si guardano i numeri da vicino si rimane delusi. Veda i loro rapporti d’esercizio. Le quantità amministrate dalle due grandi banche svizzere sotto forma di «beni gestiti secondo il principio di sostenibilità» sono certo aumentati in modo significativo ma soltanto un’infima proporzione di questa fortuna è gestita sulla base di criteri sociali e ambientali. Gli Stati nei quali hanno sede le multinazionali possono pure subire un danno di reputazione. Per quanto riguarda il commercio dell’oro, la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) tenta di rimediare a questo rischio attraverso la «Better Gold Initiative». Questa iniziativa però concerne solo 700 kg del commercio dell’oro, mentre sono 3’000 le tonnellate di oro quelle che transitano per la Svizzera, ossia il 70% del commercio mondiale. Non è ridicolmente poco?

Certo. Tanto più in quanto la Svizzera ha passato volontariamente sotto silenzio – per decenni! – il ruolo che svolgeva sul mercato dell’oro. Oggi ancora, la provenienza di gran parte dell’oro importato e raffinato in Svizzera rimane un mistero. La tracciabilità, e quindi la possibilità di sapere da dove proviene e in che condizioni viene estratto l’oro destinato alla Svizzero, è oscura. Come spiegare la grande prudenza dell’Amministrazione federale rispetto alla problematica dei diritti umani? La mia impressione è che si stia al «politicamente corretto». Ho provato questa sensazione anche nel dibattito contro la speculazione sulle derrate alimentari. Si direbbe che non si voglia conoscere davvero quale sia la rea­ltà. Ci sono argomenti sui quali non ci si confronta apertamente. Aspettiamo sempre che gli altri – in genere l’Unione Europea – abbiano definito la loro politica… Le imprese sono in grado di assicurarsi i servizi di una moltitudine di lobbisti per influenzare i processi relativi al rapporto tra imprese e diritti umani. Le ONG hanno qualche possibilità di successo malgrado i mezzi limitati di cui dispongono? Assolutamente sì. Mi limito a ricordare il dibattito sulla giustizia fiscale. Lanciato nel 2003 da una manciata di esperti creatori della Tax Justice Network, oggi le proposte da loro formulate sono riprese al più alto livello dall’OCSE. Nel mondo delle ONG è aumentata la competenza tecnica. Penso a BankTrack, a SOMO, ai Paesi Bassi, a Oxfam, a numerose ONG svizzere. Il problema, piuttosto, è sapere se i risultati delle ricerche raggiungono il pubblico. È un lavoro che dovrebbe essere compito della stampa. Ma è un’altra storia, che per mancanza di tempo non ho potuto affrontare nel mio libro. Intervista condotta da Daniel Hitzig e Laurent Matile, di Alliance Sud (www.alliancesud.ch/it) * Markus Mugglin, Konzerne unter Beobachtung - Was NGO-Kampagnen bewirken können, Rotpunktverlag, Zürich 2016


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vignetta (in)sostenibile

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di Daria Lepori


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Non basta il clero. Il fascicolo di settembre della «Rivista diocesana» pubblica l’elenco delle «nomine di agosto» riguardanti l’assegnazione del clero: ben 28 nuovi incarichi, in gran parte affidati a presbiteri di origine straniera. La loro nazionalità non è ovviamente indicata (la Chiesa cattolica è universale…), ma quelli di origine ticinese o svizzera sono solo poche unità, e giudicando dai nomi anche gli italofoni sono soltanto una dozzina. Ma quel che solleva dubbi più importanti circa la «politica delle nomine» è la diffusione degli incarichi plurimi: dei 28 menzionati, 11 sono doppi, 2 tripli e 2 quadrupli, uno addirittura con sette incarichi e 2 con il record di nove incarichi. Sulla carta tutto è possibile, ma questa pratica non favorisce un vero «servizio» agli utenti, cattolici o no che siano. Non sarebbe più adeguato che tali incarichi, ovviamente secondo le regole del ministero, fossero affidati singolarmente a laici che facciano da tramite per ogni necessità pastorale degli abitanti del territorio e da riferimento per altre necessità relative alla parrocchia? Pareggio. L’Assemblea dei delegati della diocesi di Lugano ha approvato i conti dell’anno 2015, che si sono chiusi in pareggio. I costi della gestione ordinaria (spese generali, costi del personale, contributi interdiocesani, palazzo vescovile e Curia, ecc.) ammontano a 1,5 milioni di franchi, mentre per la pastorale e le strutture diocesane la spesa è stata di un milione circa. La partecipazione delle parrocchie alle spese diocesane è stata di 157.574 franchi, donazioni e eredità hanno fornito un importo di fr. 1.840.780,32. Il bilancio presenta un totale attivi di oltre 73 milioni, tuttavia con oltre 28 milioni di «dotazioni vincolate», e un capitale proprio di fr. 4.272.846,08. È stato ricordato che il restauro della cattedrale è ancora in corso, e che nel 2015 si è provveduto alla sistemazione degli spazi destinati al Seminario San Carlo presso l’ex monastero San Giuseppe a Lugano. Ulteriori investimenti sono stati effettuati agli stabili in Borghetto a Lugano, dove è stata conclusa la ristrutturazione della sala capitolare e di due locali annessi che saranno adibiti a uffici parrocchiali e sistemato un appartamento.

Con le Filippine. La Giornata mondiale di preghiera avrà luogo venerdì 3 marzo 2017 e sarà dedicata alla Repubblica filippina, le donne del Paese asiatico hanno preparato il testo della celebrazione, sul tema della giustizia. Le oltre settemila isole, con una popolazione di oltre 80 milioni di persone, furono occupate prima dalla Spagna e poi dagli Stati Uniti d’America, e sono indipendenti dal 1946. La popolazione è cattolica per l’80%, e comprende anche una minoranza musulmana (511%), mentre il 2% della popolazione pratica culti tradizionali. Vescovi liberali. In occasione della 313. Assemblea ordinaria della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), riunita dal 5 a 16 settembre 2016 nel convento benedettino di Fischingen, i vescovi, che già si erano espressi a proposito dei tentativi di far adottare in Svizzera la proibizione del burqa, di fronte alla raccolta di firme in favore di un’iniziativa popolare che chiede di iscrivere nella Costituzione federale la proibizione della dissimulazione del volto in ambito pubblico, hanno giudicato che sia un segno di insicurezza sul quale riflettere. La libertà di religione, così com’è garantita in Svizzera, autorizza abiti e altri segni religiosi in pubblico. In passato era stato proibito ai preti cattolici di indossare in pubblico abiti clericali in nome del laicismo. Oggi la proibizione vestimentaria pretende di essere a tutela dei valori cristiani, riconosciuti statisticamente dall’80% degli svizzeri. Per i vescovi svizzeri, il porto di un abito non deve tuttavia impedire di essere riconosciuti in ogni momento, per assicurare la sicurezza pubblica e una coabitazione pacifica. La Riforma e san Nicolao. La Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e il Consiglio della Federazione delle Chiese protestanti (FCPS) hanno tenuto un ritiro in comune il 6 e 7 settembre per discutere di due progetti ecumenici in preparazione delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma, nel 2017. Il 1. aprile 2017 vi sarà a Zugo una celebrazione ecumenica in cui si ricorderanno sia il seicentesimo anniversario della nascita di san Nicolao della Flüe sia i 500 anni della Riforma; sarà organizzata dalla FCPS e dalla CVS con altri organismi partner; è previsto pure l’al-

lestimento di un padiglione comune delle Chiese svizzere all’Esposizione mondiale della Riforma che avrà luogo a Wittenberg, in Sassonia, dal 20 maggio al 10 settembre. Collaborazione… strategica. La Chiesa cattolica in Svizzera dispone di un organismo a livello nazionale incaricato della collaborazione in materia strategica. Non manovra truppe a protezione delle frontiere ma decide come utilizzare i soldi versati dai cattolici. Il 14 settembre si è tenuta la prima seduta del nuovo Consiglio di cooperazione, che comprende la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e la Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ), che rappresenta le Chiese cantonali e le Diocesi. Il Consiglio ha il compito di armonizzare gli obiettivi e le priorità pastorali definiti dalla CVS con la pianificazione finanziaria della RKZ; imposterà il finanziamento della CVS, del segretariato generale e dei suoi organismi. Il Consiglio ha affrontato alcuni temi attuali, come l’avvenire della pastorale dei migranti o l’impegno della Chiesa cattolica nella celebrazione del cinquecentesimo della Riforma. Tra altri temi che meritano di essere in futuro discussi, le norme di diritto relative alla religione e il servizio pubblico dei media, considerato di fondamentale importanza non solo per le trasmissioni religiose diffuse dalla radio e dalla televisione. Tra le diocesi. Gli 842 «agenti pastorali» cattolici della diocesi di Losanna Ginevra e Friburgo (totale dei cattolici: 700.000), interpellati dal vescovo Morerod, hanno risposto (ma solo il 36%) di essere (44%) favorevoli a diocesi cantonali; il 35% sono contrari, il 21% indecisi. Solo il 45% dei cattolici ginevrini sono favorevoli ad una diocesi propria, che ritengono sarebbe poco vitale. Mons. Huonder, vescovo di Coira, continua a preferire la costituzione di una diocesi separata per i cattolici di Zurigo. È quel che vogliono i cattolici zurighesi (circa 400.000), ma il governo grigione (a quale titolo?) è contrario alla divisione e i cattolici di Svitto non vorrebbero restare con Coira, preferiscono la ricca Zurigo. Si potrebbe anche fare una diocesi doppia: Coira e Zurigo, con un vescovo ausiliare sulla Limmat. Ma ormai a Coira si profila la successione episcopale: mons. Huonder avrà 75 anni nel 2017. Una petizione è stata lanciata per proporre la soluzione transitoria di un ammini-


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cronaca svizzera

stratore apostolico nominato direttamente dalla Santa Sede, che avrebbe il compito di rappacificare la diocesi, stante il clima «impossibile» prodotto dall’attuale vescovo. Anche il contestatissimo mons. Haas, titolare precedente «evacuato» nel Liechtenstein, ora cerca pace… eterna: ha espresso il desiderio di essere sepolto nella sua attuale cattedrale di San Florini. Ma il preventivo (fr. 130.000 per tre tombe episcopali) pare non sia gradito ai contribuenti della città di Vaduz. Minoranze da riconoscere. Le comunità anglicane e cattolico-cristiane del Canton Vaud hanno presentato una domanda di riconoscimento – quali istituzioni di diritto pubblico – alle autorità vodesi, in applicazione di una disposizione della Costituzione cantonale. Ci vorranno, si dice, almeno cinque anni (!), prima che il Gran Consiglio possa decidere. Cattolici romani, protestanti e ebrei già sono legalmente riconosciuti; ma pare che anche gli evangelicali intendano presentare domanda, non invece, almeno per ora, gli ortodossi e l’unione dei musulmani. Affittata agli ortodossi. La comunità copta-ottodossa ha ottenuto per il periodo di 99 anni in affitto la chiesa dedicata a San Giuseppe a Grafstal, costruita nel 1928 dalla Maggi per i suoi lavoratori stranieri. I cattolici locali hanno dal 1983 una nuova chiesa a Illnau-Effretikon, e così possono affittare la chiesa ai copti (ecumenicamente, si capisce) per 48.000 franchi all’anno. La chiesa sarà consacrata (riconsacrata?) dal patriarca Tawadros:

sono previsti lavori di adattamento, in particolare l’istallazione dell’iconostasi per separare il coro dalla navata, cioè… il clero dai laici. Ortodossi sono e ortodossi rimangono. In aeroporto. In novembre è stata inaugurata all’aerodromo di ZurigoKloten, con una cerimonia interreligiosa, una nuova cappella, comprendente anche locali per la meditazione e per incontri pastorali. Le Chiese cattolica e quella riformata di Zurigo hanno contribuito con 170.000 franchi ciascuna alla costruzione di questo spazio spirituale, situato all’inizio della terrazza dell’aeroporto. Pro e contro. Il Governo del Canton San Gallo vuole abrogare la proibizione di portare il velo islamico nelle scuole (divieto abrogato dal Tribunale federale alla fine del 2015), mentre nel Giura i 1400 musulmani chiedono di disporre di un proprio cimitero che potrebbe favorire l’integrazione, in nome della quale il Tribunale federale ha invece confermato il divieto di istituire a Zurigo un istituto particolare per i bambini islamici. Il tutto poco favorevolmente influenzato dalla vicenda di un imam di Winterthur, accusato di reclutare foreign fighters per la guerra in Siria. Identiche preoccupazioni per un addetto di una moschea di Ginevra. Ma il cimitero è un’altra cosa: eviterebbe ai musulmani di trasferire le salme nei Paesi d’origine (costa da 3000 a 8000 franchi…). Cimiteri musulmani esistono a Berna, Ginevra, Losanna, Lugano, Winterthur, l’inumazione nel rispetto del loro rito è possibile a Basilea, Bienne e alla Chaux-de-Fonds.

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Nemico di Hitler. Ricorrendo il centenario della sua nascita, la Facoltà di teologia dell’Università di Friburgo ha reso omaggio il 9 novembre a Maurice Bavaud, lo studente di teologia di Neuchâtel che nel novembre 1938 aveva tentato di uccidere Hitler e fu ghigliottinato nel 1941 nella prigione berlinese di Plötzensee. Le autorità federali, che allora si erano praticamente disinteressate del suo caso, hanno fatto ammenda; a Neuchâtel è stata posata una lapide in ricordo. Con franchi svizzeri... L’organizzazione protestante svizzera EPER (Entraide Protestante Suisse) ha versato 250.000 franchi alla Federazione delle Chiese evangeliche italiane per favorire il trasporto in Italia di rifugiati particolarmente bisognosi dal Medio Oriente attraverso il cosiddetto «corridoio umanitario», organizzato in collaborazione con la Comunità di S. Egidio e autorizzato dal Governo italiano. Ne beneficeranno mille persone, in due anni. Abbiamo capito: noi ci mettiamo i soldi. Aiutiamo Haiti. La Diocesi di Lugano, su invito del vescovo Lazzeri, ha deciso di soccorrere la popolazione dell’isola caraibica, devastata dal recente uragano. I fondi raccolti (tramite il CCP 69-858 intestato alla Conferenza missionaria) sono destinati, oltre che ai soccorsi d’urgenza, a sostenere la formazione di docenti per le scuole parrocchiali, con un programma di un invio di volontari ticinesi nel prossimo giugno.

Lo specchio dei contadini Viaggio negli abissi del Male. Dopo 200 anni esce in traduzione italiana il capolavoro del grande scrittore svizzero di fama universale. Il giudizio unanime dei lettori: è un libro splendido!

di Jeremias Gotthelf, a cura di Mattia Mantovani, prefazione di Goffredo Fofi, introduzione di Peter von Matt Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 544 pagine, Fr. 24.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


No. 244 15 opinioni

La «Dichiarazione di Lund» tra luterani e cattolici Dichiarazione congiunta in occasione della commemorazione cattolico-Iuterana della Riforma – Lund, 31 ottobre 2016 «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4).

Con cuore riconoscente Con questa Dichiarazione congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l’anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant’anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide. Dal conflitto alla comunione Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama. Il nostro impegno per una testimonianza comune Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo. Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia

sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell’estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato. Uno in Cristo In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell’unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell’osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato. Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell’unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l’amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell’amore infinito di Dio per tutta l’umanità.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Donna presidente. Il Sinodo della Chiesa cattolica romana del Canton Berna ha eletto Clara Haltner, di 69 anni, presidente del Consiglio sinodale, che è l’organo esecutivo della Chiesa. La Chiesa cattolica di Berna, organismo di diritto ecclesiastico cantonale, è stata costituita nel 1982 e rappresenta 165.000 cattolici, appartenenti alla Diocesi di Basilea. Il consuntivo 2015 ha registrato un deficit di fr. 158.200, in parte causato dal trasferimento da Bienne a Berna dei locali amministrativi; per il 2016 si prevede un utile di 150.000 franchi. Con le altre due Chiese cristiane cantonali (protestante e vecchia-cattolica), la Chiesa cattolico-romana partecipa con fr. 36.000 all’assistenza ai richiedenti l’asilo ospitati nel vecchio ospedale Ziegler di Berna. Responsabili laici. Tra le nomine recentemente fatte da mons. Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, ci sono tre laici, tra cui due donne: Laura Cristina GrandJean, incaricata di trattare per la Diocesi i casi di abusi sessuali, e Sandra Vetere-Berchtold, responsabile (al 70%) della gioventù tedescofona friburghese. Thomas Staubli fungerà da assistente pastorale al 40% per la parrocchia di Bösingen. Per un vescovo che ha fama di conservatore: chapeau! La parola al popolo. Mons. Berchier, vicario episcopale per i cattolici francofoni friburghesi, ha lanciato un’inchiesta con una quindicina di domande (il legame con la Chiesa, la sua rappresentazione, il ruolo sociale, come amministrare l’imposta, e perfino; «se la Chiesa fosse un animale, quale sarebbe e perché?»). Precisa mons. Berchier: «È un mezzo per aiutarci a capire. Quando avremo le risposte ne faremo una sintesi che sarà analizzata con gli agenti pastorali della diocesi». Le conclusioni saranno sottoposte, in occasione della Pasqua 2017, al vescovo. Un esempio proponibile anche a Lugano, in mancanza della convocazione del Sinodo diocesano? Un prigioniero cardinale. Tra i 17 nuovi cardinali creati da papa Francesco il 19 novembre figura anche il francescano albanese Ernesto Simoni, 88 anni, condannato nel 1963 a 25 anni di carcere per… aver celebrato tre messe, come aveva domandato Paolo VI, in suffragio del presidente Kennedy («Un nemico del popolo albanese»). Costretto a lavorare in una cava, poi un una miniera e infine nelle fognature, liberato nel 1981, ha sempre trovato modo di celebrare la messa, anche con cibi di fortuna… Per il Santo Sepolcro. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas partecipa con un contributo personale al restauro della cappella che contiene il Santo Sepolcro, nella basilica omonima di Gerusalemme. Anche il re Abdallah di Giordania ha fatto pervenire una donazione. I lavori di restauro, condotti dalle comunità cristiane «guardiane» del monumento, dovrebbero concludersi in aprile, per la Pasqua 2017, che sarà celebrata assieme da ortodossi e cattolici. Richiesta di perdono. Nella chiesa cattolica del piccolo paese di Montségur, ai piedi dei Pirenei, domenica 16 ottobre si è svolta una significativa cerimonia: il vescovo di Pamiers, Jean-Marc Eychenne, ha pronunciato una richiesta di perdono per le persecuzioni patite in quelle terre dai Catari ormai otto secoli fa. Montségur fu il teatro di una delle ultime battaglie della crociata contro gli Albigesi, bandita

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da papa Innocenzo III nel 1209. Il 16 marzo 1244, dopo oltre un anno di assedio, il castello del paese, in cui erano rifugiati 222 catari, cadde. Davanti al rifiuto dell’abiura per aver salva la vita, vennero arsi vivi tutti i resistenti, in quello che da allora si chiama Prat des Cremats. All’assedio di Béziers il legato pontificio aveva pronunciato le tremende parole: «Tuez-les tous, Dieu reconnaîtra les siens»! Donazioni eroiche. Mons. Jacob Muricken, vescovo ausiliare di rito siro-malabarico di Palai, nel Nord-Ovest dell’India, ha donato un rene a un indiano di bassa casta che ne aveva urgente bisogno, imitando il gesto del prete cattolico Davis Chirarnel, presidente della Federazione indiana dei donatori di reni, che aveva compiuto lo stesso gesto nel 2009 per uno sconosciuto. I responsabili di diverse comunità religiose del Libano hanno sottoscritto un impegno come donatori di organi, per dimostrare che questa «forma di carità» non sia condannata da nessuna religione. La firma dell’impegno è avvenuta in presenza del ministro della sanità, Wael Bou Faour, lui pure aderente del movimento. Le auto del Papa. Tre automobili, targate K1 Pope’, K2 Pope’, K3 Pope’, utilizzate da papa Francesco in occasione della Giornate mondiali della gioventù di Cracovia (luglio 2016), sono state vendute per 60.000 euro a profitto della Caritas. Il ricavo è stato destinato all’acquisto di una clinica mobile per i rifugiati siriani in Libano. Un risultato concreto del raduno giovanile: speriamo ne seguano altri! Contro la ’Ndrangheta. L’arcivescovo di Catanzaro, mons. Vincenzo Bertolone, ribadisce la condanna senza appello delle organizzazioni mafiose, in particolare della ’Ndrangheta calabrese. L’occasione è stata fornita dalla pubblicazione – da parte della casa editrice Tau di Assisi – di un prezioso volumetto che riproduce alcuni dei principali documenti contro il fenomeno ’ndranghetìsta, prodotti in cento anni dalIa Conferenza episcopale calabra (La ’ndrangheta è l’antievangelo. Un secolo di documenti, pp. 144): una sorta di antologia che comincia con la Lettera pastorale dell’episcopato calabrese per la Quaresima del 1916 e con gli Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria del giugno 2015 (Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare), che si affiancano, completandola, alla Nota pastorale sulla ’Ndrangheta emanata dalla Conferenza episcopale calabra il 25 dicembre 2014, in cui l’organizzazione malavitosa è definita «struttura di peccato». Case per i poveri. L’arcivescovo di Napoli, card. Crescenzio Sepe, ha presentato il programma del prossimo anno della Diocesi nella lettera pastorale Vestire gli ignudi, annunciando che la Curia starebbe passando in rassegna tutto il proprio patrimonio immobiliare per trovare alloggi da cedere a famiglie indigenti. Nuove chiese. Il Patriarcato di Mosca e la Santa Sede costruiranno assieme le chiese distrutte in Siria, per di­ mostrare il comune destino e impegno dei cristiani. Una delegazione bilaterale si è già recata in Libano e in Siria per esaminare le misure urgenti per migliorare la situazione delle diverse comunità cristiane, tema discusso tra papa Francesco e il patriarca Cirillo nell’incontro del 12 febbraio all’Avana. Intanto la comunità maronita progetta di costruire tre cappelle, alla periferia di Damasco, per servire i fedeli che hanno dovuto abbandonare la città vecchia, dove è posta l’unica loro chiesa: la cattedrale di Sant’Antonio.


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Francesco non sfugge allo stereotipo maschile

Non differenziare tra l’uomo e la donna condiziona la capacità di analisi della realtà. Si osserva nella lettera che «Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio» che pure il Papa con tanta forza denuncia nella Laudato si’.

fatti, in una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo». Nel testo manca una «teologia della Madre» e prevale un’immagine di Dio dai connotati maschili. «Abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale». Una visione al maschile di Dio ha portato la Chiesa a cercare la forza invece di affidarsi alla debolezza della croce. Si legge ancora nella lettera al Papa, nella sua parte finale: «Gesù è l’uomo della croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor.12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita a una devozione mariana che educa alla soggezione le donne. Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt, …) hanno contribuito ad elaborare».

Inoltre, c’è un aspetto più strettamente teologico che sta a cuore al gruppo veneziano: nell’enciclica «è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, in-

Alla lettera sono arrivate varie adesioni, tra cui la rivista «Esodo» di Venezia, il movimento «Noi siamo Chiesa», la comunità di base di Pinerolo, il gruppo dell’Isolotto di Firenze. m.s.

Un gruppo di Venezia scrive al Papa Il gruppo veneziano «Donne e uomini in cammino» ha scritto una lettera al Papa. Sollecitato dall’apertura, la ricerca di dialogo e la disponibilità anche all’autocritica e al cambiamento di papa Francesco, questo gruppo impegnato a riconoscere le differenze di genere e a promuovere le pari opportunità e il ruolo delle donne nella Chiesa, ha analizzato in particolare l’enciclica Laudato si’ e ha comunicato quindi al Papa interessanti osservazioni sulla visione della donna che emerge dall’enciclica. Il gruppo ne condivide il tono dialogante, così come i contenuti di denuncia dell’individualismo, dell’antropocentrismo, dello sfruttamento economico, della degradazione dell’ambiente. Ma osserva come vi manchi del tutto un richiamo all’apporto specifico che pensatrici donne (non solo femministe, ma ecologiste, filosofe, teologhe) hanno dato su questi temi. L’assenza di queste voci femminili costituisce un limite e averne invece tenuto conto avrebbe aperto ulteriori orizzonti di riflessione e di approfondimento delle problematiche. Non solo. La stessa parola donna «compare solo una volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: l’uomo e la donna nel mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti (n. 162). Si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso

le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo». «Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo», scrive il gruppo, e prosegue: «Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica».

La Svizzera

Il paese più felice del mondo È ora che l’Europa la smetta di disprezzare la Svizzera per trarne invece ispirazione. Un’introduzione avvincente di Mauro Baranzini. Due edizioni in 60 giorni. di François Garçon, introduzione di Mauro Baranzini, traduzione di Christine Fornera Wuthier Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 320 pagine, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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parole di francesco

PAROLE DI FRANCESCO I doni della Riforma. Spirito santo, aiutaci a riconoscere con gioia i doni che sono venuti alla Chiesa attraverso la Riforma; preparaci a pentirci per i muri di divisio­ne innalzati da noi e dai nostri antenati, e sostienici nella testimonianza e nel servi­zio comune al mondo (nella cattedrale di Lund, Svezia, 31 ottobre 2016). Camminare insieme. Cattolici e luterani abbiamo cominciato a camminare insieme sulla via della riconciliazione. Ora, nel contesto della commemorazione comune della Riforma del 1517, abbiamo una nuova opportunità di accogliere un percorso comune, che ha preso forma negli ultimi cinquant’anni nel dialogo ecumenico tra la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica. Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare a un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri (…) Anche noi dobbiamo guardare con amore e onestà al nostro passato e riconoscere l’errore e chiedere perdono: Dio solo è il giudice. Si deve riconoscere con la stessa onestà e amore che la nostra divisione si allontanava dalla intuizione originaria del popolo di Dio, che aspira naturalmente a rimanere unito, ed è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per la volontà del popolo fedele, che sempre e in ogni luogo ha bisogno di essere guidato con sicurezza e tenerezza dal suo Buon Pastore. Tuttavia, c’era una sincera volontà da entrambe le parti di professare e difendere la vera fede, ma siamo anche consapevoli che ci siamo chiusi in noi stessi per paura o pregiudizio verso la fede che gli altri professano con un accento e un linguaggio diversi (Preghiera a Lund, 31 ottobre 2016). Cosa abbiamo imparato. Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Attraverso l’ascolto comune della Parola di Dio nelle Scritture, il dialogo tra la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale, di cui celebriamo il 50.mo anniversario, ha compiuto passi importanti. Chiediamo al Signore che la sua Parola ci mantenga uniti, perché essa è fonte di nutrimento e di vita; senza la sua ispirazione non possiamo fare nulla. L’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. «Come posso avere un Dio misericordioso?». Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto di «solo per grazia divina», ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio (Preghiera a Lund, 31 ottobre 2016). Il fiuto del popolo. Dopo aver ribadito che il Popolo di Dio è costituito da tutti i battezzati chiamati a «formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo», il Concilio Vaticano Il proclama che «la totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cfr 1 Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel

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credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il Popolo, quando, dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici, mostra l’universale suo consenso in cose di fede e i morale». Quel famoso «infallibile in credendo»! Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium ho sottolineato come «il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo», aggiungendo che «ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare a uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del Popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni». Il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens e Ecclesia discens, giacché anche il gregge possiede un proprio «fiuto» per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa (per i 50 anni del Sinodo dei vescovi, 17 ottobre 2015). Una diocesi sinodale. Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari. Dopo aver richiamato la nobile istituzione del Sinodo diocesano, nel quale presbiteri e laici sono chiamati a collaborare con il vescovo per il bene di tutta la comunità ecclesiale, il Codice di diritto canonico dedica ampio spazio a quelli che si è soliti chiamare gli «organismi di comunione» della Chiesa particolare: il Consiglio presbiterale, il Collegio dei consultori, il Capitolo dei canonici e il Consiglio pastorale. Soltanto nella misura in cui questi organismi rimangono connessi col «basso» e partono dalla gente, dai problemi di ogni giorno, può incominciare a prendere forma una Chiesa sinodale: tali strumenti, che qualche volta procedono con stanchezza, devono essere valorizzati come occasione di ascolto e condivisione (per i 50 anni del Sinodo dei vescovi, 17 ottobre 2015). Una Chiesa di misericordia. Se guardiamo la storia della salvezza, vediamo che tutta la rivelazione di Dio è un incessante e instancabile amore per gli uomini: Dio è come un padre o come una madre che ama di insondabile amore e lo riversa con abbondanza su ogni creatura. La morte di Gesù in croce è il culmine della storia d’amore di Dio con l’uomo. Un amore talmente grande che solo Dio lo può realizzare. È evidente che, rapportato a questo amore che non ha misura, il nostro amore sempre sarà in difetto. Ma quando Gesù ci chiede di essere misericordiosi come il Padre, non pensa alla quantità! Egli chiede ai suoi discepoli di diventare segno, canali, testimoni della sua misericordia. E la Chiesa non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità. Ogni cristiano, pertanto, è chiamato ad essere testimone della misericordia, e questo avviene in cammino di santità (Roma, 21 settembre 2016). Dono di Dio. La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti hanno comportato un ampliamento di orizzonte per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità. Mi piace definire questo potere della comunicazione come «prossimità». L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità (Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali).


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

I cardinali di Francesco. Nel Concistoro del 19 novembre il Papa ha crea­ to 17 nuovi cardinali: tredici saranno «elettori», cioè sotto gli 80 anni e con diritto di voto in caso di Conclave, provenienti da undici nazioni diverse e da tutti e cinque i continenti. La nomina di nuovi cardinali è sempre un fatto significativo nella Chiesa, dal momento che «sposta» gli equilibri interni al collegio cardinalizio; inoltre, la lista dei nuovi porporati fornisce qualche indicazione sulla linea in cui si sta muovendo il pontificato del papa venuto «quasi dalla fine del mondo». Nella lista emerge l’attenzione del Papa alle periferie della Chiesa e per le zone di maggiore sofferenza del pianeta. Esemplare la scelta di dare la porpora al nunzio in Siria, Mario Zenari, o all’arcivescovo Dieudonné Nzapalalnga di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, e la scelta di Ernest Simoni (86 anni, quindi tra i non elettori), un prete albanese che sotto il comunismo è stato in galera per trent’anni e anche costretto ai lavori forzati nelle fogne di Scutari. L’unico italiano della lista è mons. Renato Corti, già arcivescovo di Novara, che si è distinto in anni recenti per l’impegno sociale e l’opposizione all’acquisto da parte del Governo italiano dei cacciabombardieri statunitensi F-35. Un solo cardinale proviene dalla Curia; è Kevin Joseph Farrell, prefetto del dicastero per i Laici. Le scelte di Francesco sembrano voler depotenziare il gruppo della Curia Romana e dei cardinali italiani, con una predilezione per i porporati più impegnati nel campo dell’azione pastorale e sociale, e meno identificabili per i loro interventi nelle dispute dottrinarie e teologiche. La decisione di creare cardinali tre vescovi statunitensi parrebbe un messaggio rivolto a tutta la Chiesa nordamericana, oltre che alla Chiesa cattolica, circa la necessità di avere «pastori» meno preoccupati di questioni dottrinarie e «politiche» e più focalizzati sulla costruzione di ponti che rendano la Chiesa, di fronte all’opinione pubblica laica e secolarizzata, un luogo più inclusivo ed accogliente. Analogamente alle nomine, infatti sono significative anche le esclusioni eccellenti: come quelle dell’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput, di Baltimora William Lori e di Los Angeles José Gomez. Le tre

arcidiocesi sono tradizionalmente guidate da cardinali, ma Francesco (fatto non inedito, comunque rilevante) vuol dimostrare che la geografia e la prassi ecclesiastica da sole non bastano. Chaput si è opposto alle aperture del Papa sui divorziati risposati; Lori è stato l’uomo di punta della Conferenza episcopale nell’opposizione alla copertura assicurativa della contraccezione prevista dalla riforma sanitaria di Obama, Gomez, membro dell’Opus Dei, guida oggi la più grande diocesi degli Stati Uniti (quattro milioni di fedeli): la sua, anche per la massiccia presenza di cattolici ispano-americani, pare la bocciatura più clamorosa. (da un testo di Valerio Gigante, in «Adista», 22 ottobre). «Viandanti». Si è tenuto il 22 ottobre a Bologna il secondo convegno nazionale dei «Viandanti», la rete cui aderiscono una trentina di gruppi ecclesiali di tutta Italia (132 i presenti, di 19 gruppi) e nove riviste, tra cui «Dialoghi». Tema dell’incontro: «Chiesa di che genere sei?», con relazioni di tre teologhe cattoliche (Cettina Militello, Maria Cristina Bartolomei, Serena Noceti) e tre relatori maschi (un cattolico, un protestante, un ortodosso). Al tema «Dialoghi» intende dedicare un prossimo numero: qui basti ricordare l’esordio della Bartolomei: «La situazione delle donne nella Chiesa cattolica è assurda, rispetto a quanto accade nel mondo!». Sul sito dei «Viandanti»: www.viandanti.org sono consultabili tutti i documenti del convegno. Nuovi dicasteri. Con un motu proprio del 15 agosto, papa Francesco ha istituito un dicastero «Per i laici, la famiglia e la vita», raggruppando le competenze del Consiglio per i laici e quello della famiglia. Dovrà promuovere il sacramento del matrimonio, la protezione della vita e l’accompagnamento delle coppie in difficoltà, allo scopo di aiutare le famiglie, con una pastorale famigliare meglio coordinata tra Roma e le Chiese locali. Con lettera apostolica del 31 agosto, papa Francesco ha istituito anche un nuovo «Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale», che raggruppa i precedenti Consiglio Giustizia e Pace, Cor Unum che si occupa della carità, il Consiglio per la pastorale dei migranti e il Consiglio per la salute. Il Papa

stesso dirigerà la sezione relativa ai migranti, mentre il dicastero avrà «una stretta collaborazione» con la Segreteria di Stato vaticana quando questa si esprimerà pubblicamente sulle relazioni coi governi e gli altri soggetti di diritto internazionale. Contro la violenza. Il messaggio di papa Francesco per la cinquantesima Giornata mondiale della pace (1. gennaio 2017) avrà come tema: «La non violenza: lo stile di una politica per la pace». Il Papa definisce la situazione politica mondiale come una «terza guerra mondiale a pezzi»: la moltiplicazione dei focolai di violenza provoca conseguenze sociali molto gravi; la pace, invece, ha conseguenze sociali positive e permette un reale progresso. Questione di soldi. Il cardinale Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha ufficialmente deposto, il 19 settembre, lo strumento di adesione del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, dopo i molti sospetti diffusi attorno alle finanze vaticane. Lo scorso marzo, papa Francesco aveva approvato le nuove «norme sull’amministrazione dei beni delle cause di beatificazione e di canonizzazione», dopo che indiscrezioni giornalistiche avevano denunciato che il competente dicastero romano chiedeva fino a 50.000 euro per aprire una causa. Nel quinto centenario della denuncia di Lutero contro la vendita delle indulgenze, un segnale positivo. Italia anti-Islam. La libertà religiosa e di culto è sempre più negata, ogni volta che si tratta dei musulmani residenti in Italia, malgrado sia inserita nella Costituzione (art. 19) come il diritto di professare, pubblicamente o privatamente, la propria fede ed appartenenza religiosa. Si promuovono referendum ogni volta si teme che venga concessa la possibilità di costruire un luogo di culto islamico, oppure si chiude un luogo di culto che raccoglie soprattutto immigrati, per le più diverse ragioni. Leggi regionali restrittive sono state approvate in Lombardia e Veneto (la prima bocciata dalla Corte Costituzionale; entrambe impugnate dal Governo centrale, che le ritiene contrarie della libertà di culto), con lo scopo di impedire, attraverso mille cavilli giuridici, la possibilità di costruire nuove moschee. Alla lista si è aggiunta una legge approvata dal Consiglio regionale della Liguria che, nel solco tracciato da Lombardia


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e Veneto, è presentata come un provvedimento riguardante la «disciplina urbanistica sui servizi religiosi», ed è sostenuta dall’attuale amministrazione di centrodestra. La legge dovrebbe regolamentare la creazione di nuovi luoghi di culto nel tessuto urbano, ma gli obiettivi sono ben altri: è un tentativo maldestro di limitare la libertà di culto per via urbanistica, per esempio vincolando l’apertura di luoghi di culto a una distanza minima da altri di diverso credo: in pratica, moschee possono essere costruite solo in periferia o nelle zone industriali! Diaspora cattolica. In Italia, il cosiddetto «voto cattolico», il voto cioè dei praticanti la messa domenicale, spesso frettolosamente definiti «moderati», è da tempo distribuito tra sinistra, destra, centro e Movimento 5 Stelle. L’istituto di ricerche Swg, con riferimento ai soli votanti, ha rilevato che nelle ultime politiche il Partito Democratico ha ottenuto il 24%, Forza Italia il 24%, il Movimento 5 Stelle il 20%, la Lega Nord il 3%. (da «Appunti di cultura», 5-2016). Nelle recenti elezioni per il presidente Usa hanno votato per Donald Trump l’81% degli evangelicali bianchi e il 52% dei cattolici, determinando la maggioranza in alcuni Stati ove sono il 20%, come la Florida, l’Ohio e la Pennsylvania. (Le Courrier, 13 novembre). I Vescovi francesi hanno pubblicato un libretto dal titolo «In un mondo che cambia, ritrovare il senso della politica», invitando al dialogo e deplorando l’aumento della violenza nel dibattito politico. Il giornale «La Croix» di Parigi ha denunciato la progressione dell’estrema destra tra i cattolici: nel 2015, il Fronte Nazionale avrebbe raccolto nelle consultazioni regionali il voto del 24% dei cattolici praticanti regolari, del 25% dei praticanti occasionali e del 34% dei cattolici non praticanti. In Svizzera, in occasione del rinnovo del Consiglio nazionale (ottobre 2015), il 26% dei cattolici avrebbe votato per l’Unione democratica di Centro, il 24% per il Partito popolare democratico e il 16% tanto per il Partito liberale radicale quanto per il Partito socialista (dallo studio Selects, Losanna). Religione in Lussemburgo. Lo scorso giugno il Lussemburgo ha legiferato in merito alla sostituzione del tradizionale corso di religione e di morale laica nelle scuole del Granducato con lezioni di «Vita e società» che tratteranno temi relativi alle religioni,alla cultura e alla sessualità, e avranno lo scopo

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Salva Israele, ferma l’occupazione Cinquecento personalità israeliane hanno sottoscritto una dichiarazione-appello agli Ebrei del mondo perché si uniscano in un’azione comune rivolta a porre fine all’occupazione dei territori palestinesi. Un appello alla Diaspora perché non sia spettatrice silente e rassegnata dinanzi al pericolo che il persistere dell’occupazione conduca ad uno stato binazionale senza diritti per i palestinesi e al degrado della democrazia all’interno stesso di Israele. Fra i firmatari (l’elenco integrale è disponibile sul sito wwwsiso.org.il) vi sono intellettuali, scrittori e artisti fra i più noti in Israele, accademici, fra cui un Premio Nobel e 48 vincitori del Premio Israele, ex-alti ufficiali dell’esercito, ex-ministri, parlamentari e diplomatici. Documenti sui programmi di SISO saranno disponibili anche in italiano su una pagina dedicata del sito www.jcall.eu. Per la prima volta un gruppo così ampio di Israeliani si rivolge direttamente agli Ebrei della Diaspora chiedendo un sostegno fattivo alla causa. «Mai dal 1948 – ricorda Alice Shalvi, insignita del Premio Israele per il suo contributo allo Stato di Israele – vi è stata la necessità come oggi di un’alleanza fra Israele e la Diaspora. Allora lottammo per dare vita a uno stato ebraico indipendente. Oggi dobbiamo investire ogni sforzo nel salvare l’anima di Israele e la sua dirittura morale». L’appello è solo un primo passo. L’impegno è organizzare in Israele così come nel mondo ebraico una serie di iniziative – incontri, spettacoli, concerti, attività educative – per il periodo che va fino al giugno 2017, 50 anni dalla guerra del giugno 1967 e dall’inizio dell’occupazione. Per informazioni: info@siso.org., jmontell2012@gmail.com (Jessica Mondi «aiutare gli studenti a arricchire le proprie convinzioni e a educarli alla tolleranza». Il nuovo corso è stato introdotto in settembre nell’istruzione secondaria, mentre per la scuola dai 4 agli 11 anni si dovrà attendere l’anno prossimo. La maggiore difficoltà è stata rappresentata dal «riorientamento» dei circa 220 insegnanti toccati dal cambiamento, cui viene garantito il posto di lavoro con la remunerazione e la carriera corri­spondenti al loro vecchio incarico. Finora, gli studenti lussemburghesi potevano scegliere tra

tell, Direttore di SISO), jcall.italia@ gmail.com. L’appello ci viene segnalato da Bruno Segre, già docente alla Magistrale di Locarno e presidente dell’Associazione Amici di Neve Shalom/Wahat al-Salam, direttore del periodico «Keshet» di vita e cultura ebraica, autore di diverse pubblicazioni e di un recente volume su Adriano Olivetti (Reggio Emilia, 2015) e «Che razza di ebreo sono io» (Casagrande, Bellinzona 2016). APPELLO AGLI EBREI DEL MONDO Se amate Israele, il silenzio non è più un’opzione possibile Con l’avvicinarsi del 2017 che segna il cinquantesimo anno dell’occupazione israeliana di territori palestinesi, Israele è a un punto di svolta. La situazione attuale è disastrosa. Il protrarsi dell’occupazione opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue, corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni. La nostra migliore speranza per il futuro – il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace – risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno Stato palestinese indipendente accanto e in rapporti di buon vicinato con lo Stato di Israe­le. Facciamo appello agli Ebrei nel mondo intero perché si uniscano a noi Israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future. un insegnamento di religione e uno di morale: ora, il corso «Vita e società» sarà impartito a tutti, in tutte le classi della scuola pubblica. La metà degli ex insegnanti di religione, che non ha i requisiti richiesti per insegnare altre materie, dovrà essere «riciclata». Il nuovo programma è stato elaborato da un gruppo di lavoro formato da una trentina di insegnanti di religione e di morale, spesso in disaccordo sul ruolo da attribuire alla religione rispetto alla filosofia. Sei gli ambiti tematici previsti dal programma: io (emozioni, cam-


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biamenti del corpo, sessualità), io e gli altri (famiglia, comunità, amicizia, amore), stili di vita, mondo e società (lavoro, religioni. tradizioni, immigrazione in Lussemburgo), l’essere umano, la natura e la tecnica (impatto della tecnologia, tutela dell’ambiente, commercio equo), cultura e comunicazione (lingue, riti religiosi, media, musica, poesia), grandi questioni della vita (malattia, morte, senso della vita, fanatismo). Cresce la «Claudiana». In un mondo editoriale in trasformazione per rispondere alle sfide del mercato, che coinvolgono anche l’editoria religiosa, l’editrice Claudiana scommette sul futuro: dal 1. gennaio 2017 l’editore di riferimento del mondo protestante in Italia acquisisce uno dei marchi storici del settore: Paideia, casa editrice bresciana specializzata in saggi e studi di critica filologica e storica, applicata ai testi dell’antichità classica e cristiana e all’Antico e Nuovo Testamento. I quattro soci della Claudiana editrice sono la Chiesa evangelica valdese, la Chiesa evangelica luterana in Italia, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia e l’Opera per le Chiese evangeliche metodiste. Pluralismo americano. Secondo uno studio del Pew Research Center sul panorama religioso degli Stati Uniti, basato su un campionario di 35mila persone, il declino del cristianesimo non riguarda solo le giovani generazioni o alcune regioni più urbanizzate: il trend si manifesta a prescindere dall’età, dall’appartenenza etnica, di genere, di ceto sociale o di origine geografica. La percentuale di chi si dichiara «cristiano» è scesa, dal 2007 a oggi, di 8 punti ed è ora al 71%. Perdono adepti la Chiesa cattolica (3% in meno rispetto al 2007, ma grazie ai latinos ha ancora il 21%), e le Chiese protestanti storiche, che scendono al 15% (meno 3 punti). Stabili le denominazioni evangelicali, che con un solo punto percentuale in meno rispetto a sette anni fa sono il primo gruppo confessionale degli Stati Uniti (25,4%). Aumenta così la «pluralizzazione» religiosa (i non-cristiani sono passati dal 4,7% al 5,9% in sette anni). Cresce anche il segmento dei non-affiliati, i cosiddetti nones (coloro cioè che si dichiarano atei, agnostici o che «non credono in nulla in particolare»), con una percentuale che sale dal 16% al 23%, superando i cattolici e piazzandosi di fatto in seconda posizione, dietro gli evangelicali.

L’incontro annuale del SAE Fede, riflessione, amicizia Che cos’è una sessione SAE? Qui, come altrove, è più facile dire quello che non è. Se a una persona qualsiasi capita in mano il programma delle giornate, la prima valutazione che dà è di essere di fronte a cinque giorni e mezzo sovraccarichi di relazioni, inframmezzate da qualche liturgia. In fin dei conti lo scambierebbe per un convegno «devoto». Le cose non stanno così. Certo: ci sono relazioni, tavole rotonde, gruppi di studio e c’è anche spazio per il pregare; ma tutto assume un aspetto diverso quando si prende atto che l’anima profonda della sessione sta nell’esperienza dell’incontro. Interpersonale, informale e rea­ le, a tavola, nei corridoi, nelle brevi passeggiate, ma anche, per così dire, pubblico e programmato, là dove lo spirito ecumenico, in sala, nei gruppi di studio e nelle liturgie, si fa prassi. «Tradizione, riforma, profezia»: lo svolgimento delle giornate di quest’anno è rimasto fedele a questa successione. Ciò significa molto. Perché? Perché la tradizione è stata vista in maniera dinamica. Dal passato ereditiamo tuttora anche opacità. Tuttavia ad Assisi si è ben percepito che nel suo senso autentico la tradizione è l’opposto del tradizionalismo. Non si rivolge al passato per custodire un principio di verità non riformabile. Al contrario, quando si vive autenticamente lo spirito della tradizione ci si rende conto che trasmettere quanto a propria volta si è ricevuto significa dare la possibilità alla fede di avere un domani. Tradizione, riforma e profezia hanno questo in comune: le Chiese e le persone sono poste al servizio del messaggio e tuttavia il buon annuncio per essere vivo o rivitalizzato (è il caso in particolare della Riforma) ha bisogno delle persone e delle comunità di fede. Fin dal principio il credente trova l’autentico se stesso soprattutto quando si affida a Dio e di conseguenza si fida di colui che, al pari di lui, cerca di porre Gesù Cristo al centro della propria vita. Il cuore dell’ecumenismo sta in questo reciproco atto di fiducia, sorretto dalla convinzione che Dio è fedele e vicino a chi lo cerca. La profezia nella storia delle comunità dei credenti è chiamata ad animare uno spirito di riforma. Si tratta innanzitutto di rimuovere quanto ostacola l’incontro tra i credenti con Dio e tra loro. Tuttavia è proprio della

fede ricevuta e trasmessa sapere che la comunione non è solo con le sorelle e i fratelli che ora ci vivono accanto ma va estesa anche a chi è vissuto prima di noi. Resta tuttavia un punto in cui la profezia – termine dall’uso spesso troppo esteso – si distingue in maniera netta dalla tradizione e dalla riforma: essa è sempre una risposta a una chiamata che viene da fuori. Individuare la voce che chiama implica un non facile discernimento (non a caso vi è sempre il rischio che la profezia sia falsa), tuttavia rimane indubbio che c’è profezia solo là dove si risponde a una chiamata. Piero Stefani Piero Stefani, teologo ed esegeta, professore a Ferrara, al San Bernardino di Venezia e alla Facoltà di teologia dell’Italia Settentrionale, autore di numerosi testi, è stato recentemente eletto presidente del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), associazione di laici per il dialogo interreligioso. Ha tenuto più volte conferenze nella Biblioteca della Salita dei Frati di Lugano e conta parecchi amici in Ticino: a lui i più vivi ringraziamenti per il servizio che ha assunto, e tanti auguri di soddisfacente lavoro.

Lutto ecumenico. Lo scorso 15 novembre è morta Marianita Montresor, presidente dal 2012 al 2016 del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), la principale (unica?) associazione laica per il dialogo interreligioso in Italia. Era nata a Verona nel 1956, impegnata fin da giovane nel volontariato e insegnante di religione, responsabile del gruppo locale del SAE dal 2001, si era laureata allo Studio San Bernardino con una tesi sulla spiritualità ecumenica di Luigi Sartori, il teologo padovano pioniere dell’ecumenismo cattolico italiano. Malgrado la grave malattia, aveva diretto con gentilezza e competenza l’associazione ecumenica, ancora presente all’ultimo convegno primaverile di Parma. Esaudendo una sua ultima proposta, amici e parenti l’hanno ricordata con una celebrazione nella chiesa di San Nicolò, alla quale cattolici e ortodossi, luterani e valdesi, ebrei e musulmani hanno manifestato il loro dolore ma soprattutto la loro fede, in un clima di grande fraternità. La ricordiamo con affetto nella gloria della Chiesa unita. (a.l.)


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biblioteca

CRONACA INTERNAZIONALE Vescovi e immigrazione. I presidenti delle Conferenze episcopali svizzera, francese e germanica hanno organizzato un simposio sul tema delle migrazioni. Su invito del card. Reinhard Marx (Germania), di mons. Georges Pontier (Francia) e di mons. Charles Morerod (Svizzera), 50 rappresentanti del mondo scientifico e del mondo ecclesiale, tra cui undici vescovi, si sono riuniti a Berlino attorno al tema: «Migrazioni e identità culturali e religiose in Europa. Le sfide per lo Chiesa». Il simposio ha trattato del rapporto tra migrazione e identità sociale e ha permesso di meglio comprendere le evoluzioni sostenibili che toccano gli strati profondi della società a causa della migrazione, per poi affrontare le prospettive di organizzazione della società, della politica e della Chiesa. Alcune questioni centrali: che cosa significa, per le società europee, l’immigrazione di molte persone, soprattutto dalle regioni musulmane del mondo, che cosa implica questa immigrazione sulla vitalità delle loro radici e sul loro sviluppo; in quale modo i cambiamenti demografici e la migrazione influenzano la comprensione delle identità sociali; come organizzare una coabitazione pacifica in una società sempre più pluralistica religiosamente; come la pratica religiosa deve reagire a queste evoluzioni per avervi parte. Informazione africana. Il gruppo Bayard Presse, in unione col quotidiano francese «La Croix», ha aperto un sito francofono dedicato all’attualità religiosa del continente africano, con accesso gratuito e non destinato solo a lettori africani. Oltre a riferire le iniziative dei cristiani africani, il sito ha una rubrica sul Papa e una sull’attualità mondiale. Mobilità dolce. Per ringraziare papa Francesco dell’enciclica ecologica «Laudato si’», la ditta italiana NWG Energia per le energie rinnovabili di Prato ha offerto una dozzina di biciclette elettriche al Vaticano. È forse un rispettoso invito a molti monsignori a… mettersi in moto? Francobollo ecumenico. La Posta belga ha emesso un francobollo, denominato «Tolleranza», con le fotografie del gran rabbino di Bruxelles, del vescovo di Anversa e dell’imam di Gand Khalid Benhaddou che si tengono per mano.

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BIBLIOTECA Per un laicato nuovo nella Chiesa Secondo l’agenzia vaticana Fides, il 31 dicembre 2014 i battezzati cattolici nel mondo erano oltre un miliardo e duecentomila (per la precisione: 1.272.281.000), con un aumento di oltre 18 milioni rispetto all’anno precedente. I preti erano 415.792, con un leggero aumento di 444 unità a livello mondiale ma con una netta e costante diminuzione in Europa (di 2564 unità) e diminuiscono globalmente di 1312 anche i seminaristi). Solo i diaconi permanenti sono aumentati (+1371), raggiungendo quota 44.566; l’Europa partecipa all’incremento con 311 nuovi diaconi. Più che giustificato, quindi, l’agile volume di Giorgio Campanini, dal titolo provocatorio «Senza preti?» che, come indica il sottotitolo, vuole proporre «Nuove vie per evangelizzare». Il testo si riferisce specialmente alla situazione italiana, con una prospettiva di breve durata (il 2025) ma le indicazioni e sollecitazioni di fondo possono trovare applicazione anche in Svizzera, dove di fronte alla diminuzione dei preti già operano 250 diaconi: il gruppo più folto nella diocesi di Basilea (117 diaconi, a fronte di 434 preti secolari). Per la Diocesi ticinese, 255 parrocchie (con oltre 250.000 battezzati), l’Annuario diocesano 2016, a pagina 179 («Dati statistici»), indica come «attivi nel ministero» 113 preti diocesani, 31 extra-diocesani e 25 religiosi, mentre a pagina 92 (perché non tra il clero?) annovera sei diaconi permanenti. Campanini parte da due considerazioni fondamentali: la cosiddetta «crisi del clero» interpella tutto il «popolo di Dio» perché tutti i battezzati dovrebbero partecipare responsabilmente al compito di diffondere il Vangelo. La Chiesa non deve solo celebrare l’Eucarestia (servizio riservato al clero), ma annunciare a tutti la parola, compresi i nuovi arrivati a seguito delle migrazioni, ed esercitare la diaconia (cioè il servizio) nei confronti dei bisogni dell’intera umanità. Osserva Campanini che il «modello di Chiesa» attualmente in crisi in Europa e affidato prevalentemente al clero secolare, è una realizzazione storica consolidatasi

in Europa dopo il Concilio di Trento e grazie all’abbondanza di preti, ma non è l’unico modello nella storia del cristianesimo, e neppure attualmente nel mondo: basti considerare la situazione in America latina, con le comunità di base, e in Africa, con il ruolo che svolgono i cosiddetti «catechisti». Nella prima parte dell’operetta, Campanini valuta i tentativi fin qui praticati o progettati in Italia, da lui descritti come «sentieri interrotti»: la mai realizzata riduzione delle diocesi (sono ancora 225 per circa 60 milioni di abitanti), il ricorso a presbiteri di origine straniera (con difficoltà di inserimento di vario genere e l’impoverimento che rappresentano per le diocesi originarie ben più povere di personale) e infine la ridotta utilizzazione della novità conciliare del «diaconato permanente», limitato nel numero e nei compiti, dedito quasi esclusivamente al servizio liturgico. Tra le vie proposte, «Per una nuova stagione dei ministeri laicali»: scartate quelle del clero sposato o aperto anche alle donne (che Campanini non ritiene di prossima realizzazione: non gli era nota la decisione di papa Francesco di far studiare la possibilità del diaconato femminile), vengono prospettate quattro nuove figure di impegno per i laici: «l’animatore di comunità», «il/la catechista», «l’animatore della carità», «il ministro dell’ascolto». Per le quali l’Autore non nasconde le difficoltà di attuazione, che indica nella necessità di una adeguata preparazione e di una retribuzione finanziaria in relazione all’impegno richiesto. Non viene affrontato un altro ostacolo, che vale (penso) anche per il diaconato permanente: quello della durata, se a tempo o definitiva; mentre sarebbe da evitare il pericolo della «clericalizzazione del laicato» (che Campanini, studioso di Maritain e storico del movimento cattolico, non può mancare di segnalare): con i laici, attirati dalla pastorale ecclesiale, e che abbandonano (o fuggono) dal meno gratificante impegno politico. Un bel libretto da meditare, magari per farne una edizione in salsa «ticinese»… a.l. Giorgio Campanini, Senza preti?, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2016.


No. 244 23 religioni nel mondo

RELIGIONI NEL MONDO Nuove Chiese nel CEE Tre nuove Chiese sono diventate membro del Consiglio ecumenico delle chiese (Cee) e altre due sono state ammesse allo status di membro provvisorio. L’ammissione, decisa dal Comitato centrale in occasione della riunione che si è tenuta dal 20 al 28 giugno a Trondheim, in Norvegia, porta il numero delle Chiese membro a 348. Le tre nuove Chiese membro sono: (1) la Chiesa riformata olandese (Drc), fondata nel XVII secolo in Sud Africa, comprendente più di un milione di persone e tre facoltà teologiche. Sospesa dal Cee nel 1962 a causa del suo coinvolgimento e sostegno all’apartheid, nel 1986 ha respinto ogni forma di razzismo e ha accolto quali suoi membri tutti i credenti; (2) il Sinodo di Blantyre, componente della Chiesa dell’Africa Centrale Presbiteriana (Ccap) nella regione meridionale del Malawi. Il Sinodo di Blantyre è stato fondato nel XIX secolo da missionari scozzesi e conta 1,8 milioni di membri in 800 comunità locali; (3) il Consiglio delle Chiese battiste nel Nord Est dell’India (Cbcnei), uno dei più grandi gruppi battisti in India, 1,2 milioni di membri con 7263 comunità. l missionari battisti americani iniziarono la missione nel 1836. Oggi il Cbcnei ha sei «convenzioni» regionali che raccolgono i diversi organismi degli Stati del Nord Est. Insieme alle tre nuove Chiese membro, sono state accolte altre due Chiese per un periodo transitorio che precede l’adesione piena nel Cee. Sono: (1) la Africa Brotherhood Church (Abc) del Kenya, fondata nel 1945 da gruppi che avevano ricevuto il Vangelo dall’attività missionaria della Africa Inland Mission (Aim), dell’Esercito della Salvezza e da missioni cattoliche. La Abc conta attualmente 159.193 membri e 916 comunità locali sparse nell’Africa orientale e centrale; (2) la Comunità delle Chiese battiste in Africa centrale (Cbca) della Repubblica Democratica del Congo. Fondata nel 1927 da una società missionaria americana di (Unevangelized African Mission), è diventata indipendente nel 1964. Presente nella parte orientale della RDC, la Comunità attualmente conta oltre mezzo milione di membri, 418 «congregazioni» riconosciute e 300 «avamposti». La Cbca gestisce migliaia di scuole, strutture sanitarie e università.

Restaurata la chiesa di Lutero La chiesa del Castello di Wittenberg in Germania è celebre perché sulla porta furono affisse le «95 tesi», ossia la «Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze», che il frate agostiniano Martin Lutero propose alla pubblica discussione il 31 ottobre del 1517, dando di fatto inizio alla Riforma protestante. Per Lutero quel gesto non era un atto di rottura con la Chiesa romana ma la proposta di sottoporre a una critica teologica la pratica delle indulgenze. I lavori di ristrutturazione della chiesa sono costati circa 7,8 milioni di euro, l’inaugurazione è stata promossa con un anticipo di dodici mesi rispetto agli eventi che, in tutta Europa, celebreranno il quinto centenario della Riforma. Dopo il culto inaugurale i partecipanti hanno piantato nel vicino giardino un albero offerto dalla Chiesa evangelica luterana danese (era presente la regina Margherita). Nel giardino saranno piantati entro il 2017 cinquecento alberi, uno per ogni Chiesa, per celebrare il giubileo della Riforma.

Archivio ecumenico Al termine di un anno di intenso lavoro, archivisti e studiosi hanno sistematizzato i documenti relativi a una parte significativa della storia ecumenica europea, così da favorirne la conservazione e la consultazione. Attingendo prevalentemente dagli archivi del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) e della Conferenza delle Chiese europee (Kek), sono stati ordinati e recuperati oltre mille scatoloni di materiale, relativi soprattutto ai primi decenni di percorso ecumenico nel vecchio continente. Comprendono le dichiarazioni e la corrispondenza dei segretari generali e i resoconti delle riunioni di gruppi e assemblee di lavoro a partire dal 1959, anno di creazione della Kek. La raccolta offre uno spaccato del movimento ecumenico in Europa in anni di grandi tensioni fra i blocchi, in pieno periodo di guerra fredda. Ricercatori e studiosi potranno quindi recarsi a Ginevra negli spazi del centro ecumenico di Bossey per consultare l’archivio che include anche le relazioni intercorse non solo tra CEC e Kek, la storia dell’Alleanza mondiale delle Chiese riformate (Wcrc), della Federazione luterana mondiale e della Federazione mondiale degli studenti cristiani. È in fase di realizzazione un indice delle opere censite che sarà disponibile online in modo tale da fornire una prima panoramica di ciò che i ricercatori troveranno nelle stanze ginevrine. La Conferenza delle Chiese europee (Kek) è un raggruppamento di 115 Chiese ortodosse, protestanti e anglicane in Europa, cui si aggiungono oltre 40 organizzazioni nazionali di Chiese e altri partner ecumenici. Creata nel 1959, possiede uffici a Bruxelles e Strasburgo.

Milioni di Bibbie Il numero di Bibbie distribuito dalle Società bibliche di tutto il mondo ha superato per la prima volta i 34 milioni in un anno sono 34.396.611, precisamente, le Bibbie integrali vendute nel corso del 2015, con un aumento dell’1,5% rispetto al 2014. Sommando anche i vangeli e altri testi, le copie vendute salgono a 418 milioni, proseguendo un trend di crescita che dal 2010 fa registrare un +14%. In Europa e Medio Oriente sono state vendute due milioni e mezzo di copie, nelle Americhe 14.700.000 milioni, in Africa 7 milioni e mezzo e in Asia e Oceania oltre 9 milioni. L’area europea e medio orientale, pur rimanendo il fanalino di coda a livello globale, ha fatto registrare un incremento delle vendite superiore del 50% all’anno precedente. Ciò si deve alla spettacolare crescita delle richieste provenienti da nazioni in guerra: fra Siria, Turchia, Libano, Giordania e Iraq vi è stato un aumento dell’88% delle Bibbie vendute. La nazione dove si vendono più Bibbie è il Brasile: oltre 7,6 milioni le copie nel 2015, il doppio rispetto al secondo classificato, che (un po’ a sorpresa) è la Cina. Dal 2010 in Brasile si sono vendute 44 milioni di Bibbie, ma è in generale tutto il continente americano a trainare il mercato, un terzo di tutte le vendite nel mondo. Leggero rallentamento si nota in Africa, che rimane comunque il continente con il trend di crescita più significativo negli ultimi cinque anni: +36% a partire dal 2010. In Asia la situazione rimane stabile con India e Filippine a fare da traino, oltre alla già citata Cina.

Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori


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i corsivi di dialoghi

«Sua Santità rifiuta di rispondere» Il titolo è del «New York Times» del 28 novembre. Quattro giorni prima quattro vecchi cardinali considerarono di pubblico interesse informare la stampa che il Papa non aveva risposto alla loro lettera del 19 settembre, che enumerava «i dubbi suscitati dal cap. VIII di Amoris laetitia», l’Esortazione Apostolica del 19 marzo 2016 con la quale il vescovo di Roma ha chiuso il Sinodo sulla famiglia. Non è la prima volta che i card. Burke, Brandmüller, Caffarra e Meisner sentono il bisogno di prendere pubblicamente le distanze da un annuncio del Vangelo troppo incentrato, a loro giudizio, sull’inesauribile misericordia di Dio, impostazione teologico-pastorale inaugurata da Francesco nel suo primo Angelus in Piazza S. Pietro dopo l’elezione il 13 marzo 2013. Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia 2014-2015, con altri nove colleghi, i quattro cardinali avevano dato alla stampa un libro dove denunciavano il pericolo, per la dottrina, rappresentato dal vento della misericordia che a loro giudizio stava soffiando troppo forte, contagiando la maggioranza dei padri sinodali. Nella lettera a otto mani affermano di «non volersi opporre al Papa» e di avere interpretato la sua mancata risposta «un invito a continuare la riflessione e la discussione calma e rispettosa». È interessante che per riflettere e discutere siano ricorsi alla tecnica usata già dai farisei quando ponevano domande a Gesù per coglierlo in fallo: domande che, come risposta, ammettono soltanto un sì o un no, un modo per strappare all’interlocutore le risposte desiderate. Come se, dopo un sì e un no, si aprisse ancora uno spazio per discutere! E poi, che senso ha porre domande alle quali il Papa ha già ampiamente risposto nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia? L’origine della lettera del 19 settembre potrebbe essere legata a un’altra lettera, quella del 5 settembre del Papa indirizzata al Delegato della Regione Pastorale di Buenos Aires, mons. Fenoy, una lettera per ringraziarlo d’avergli sottoposto il testo preparato dai vescovi di Buenos Aires per i loro sacerdoti, con i «dieci criteri di base» per come praticare il «di-

scernimento» previsto dal cap. VIII di Amoris Laetitia» sulla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti. Francesco elogia i vescovi argentini, per «l’esemplare accompagnamento pastorale», e conclude affermando che «non esiste altra interpretazione». Sono dunque stati i vescovi di Buenos Aires, non la Curia romana, a offrire alla Chiesa «l’interpretazione autentica» del cap. VIII del documento papale. Dal centralismo vaticano alle periferie, da Roma a Buenos Aires, in perfetta linea con la visione della Chiesa del Vescovo di Roma: novità verosimilmente poco gradita dai quattro cardinali. Ma a colpire maggiormente è l’ardire di non fermarsi nemmeno dopo che Francesco ha pubblicamente confermato in tutto e per tutto conformi al suo pensiero i contenuti dei vescovi argentini. Al lettore interesserà capire che cosa, della visione che Francesco promuove dell’uomo e della Chiesa, risulti indigesto ai quattro vecchi cardinali e a coloro che condividono la resistenza. Sta nella risposta alla domanda se la legge sia o non sia più importante dell’uomo. I quattro non hanno dubbi: prima la dottrina, contraddicendo l’indicazione del Vangelo: prima l’uomo, il sabato dopo. Di due persone risposate la dottrina sa soltanto che prima lui era sposato con un’altra donna e lei con un altro uomo. Se abbiano figli, su quali percorsi accidentati si sono trovati a camminare, in quante e quali peripezie si siano imbattuti, di tutto ciò la legge non sa nulla. Perché «la legge è uguale per tutti», non guarda in faccia a nessuno. Ecco perché «da sola la dottrina non basta, rischia di deformare irrimediabilmente il profilo del Vangelo compromettendo un convincente annuncio della misericordia di Dio» (Andrea Grillo). «La strada della Chiesa è di non condannare eternamente nessuno» (Francesco, Amoris Laetitia, cap. VIII, n. 296). Interrogato sulla pazienza che sta usando con chi esprime pubblico disaccordo con la sua linea pastorale, Francesco deve aver risposto che «i figli non ci sono dati perché poi noi ce li togliamo d’intorno». Miracolo e paradosso della misericordia: ne beneficia anche chi la contesta. Aldo Lafranchi

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In questo numero I «corsivi» di «Dialoghi» G ZONE DI TURBOLENZE… (E.M.) G UN PAPA DISINFORMATO (a.l.) G I NOVANTA DEL GDP (a.l.) G EGOISMO CRIMINALE (a.l.)

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Dossier Famiglie, quanti problemi! G FORZA E FRAGILITÀ DELLE FAMIGLIE TICINESI (P. Beltraminelli) 3 G UNA FAMIGLIA IN CUI ABBIANO DIRITTI ANCHE I FIGLI (F. Lardelli) 5 G IDEOLOGIE E VETI INCROCIATI OSTACOLANO UNA POLITICA DELLA FAMIGLIA (M. Romano) 8 Articoli G PER GLI OTTANT’ANNI DI ENRICO MORRESI (C.S.) 10 G MULTINAZIONALI E DIRITTI UMANI (INTERVISTA A M. MUGGLIN) 11 G LA DICHIARAZIONE DI LÜND TRA LUTERANI E CATTOLICI 15 G FRANCESCO NON SFUGGE ALLO STEREOTIPO MASCHILE 17 G «SUA SANTITÀ RIFIUTA DI RISPONDERE» (a.la.) 24 Biblioteca G C. Campanini, Senza preti?, San Paolo, 2016

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G VIGNETTA (IN)SOSTENIBILE G CRONACA SVIZZERA G NOTIZIE BELLE E BUONE G PAROLE DI FRANCESCO G CRONACA INTERNAZIONALE G RELIGIONI NEL MONDO

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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