242 dialoghi Locarno – Anno 48 – Giugno 2016
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Al centro non basta
Madre della Misericordia Quando Piero della Francesca dipinse questa tavola, cattolici e protestanti non erano ancora divisi. Vogliamo credere che sotto quel manto vi fossero tanto futuri cattolici quanto futuri protestanti? (era il XV secolo, quello dei concili di riforma di Costanza e Basilea). Il «dossier» di questo numero di «Dialoghi» è composto in ugual misura di contributi di esponenti delle due confessioni. Sarà un segno che le posizioni, sull’essenziale, tendono a congiungersi, foriere di un pacificato avvenire? L’inquadratura storico-critica dei dogmi mariani pone il problema nella prospettiva della grande tradizione cristiana. (pp. 2-14)
Tra destra e sinistra, all’inizio di giugno, si è battagliato al Consiglio Nazionale su quanto destinare nel prossimo quadriennio per la «cooperazione svizzera», cioè per lo sviluppo, l’aiuto umanitario, la politica economica e commerciale, la cooperazione con l’Europa dell’Est, la promozione della pace. Il Consiglio federale aveva proposto di investire 11,11 miliardi di franchi, pari allo 0,48% del prodotto interno lordo (PIL), la destra politica (UDC e liberali-radicali) erano per una riduzione, la sinistra (verdi e socialisti), per un aumento, per raggiungere lo 0,7% del PIL, obiettivo fissato dalle Nazioni Unite. Trenta organizzazioni della società civile svizzera avevano pubblicato un «Appello urgente contro la fame e la povertà», in opposizione alla minaccia dei tagli alla cooperazione allo sviluppo. Alla fine di un aspro dibattito, l’ha spuntata il centro, approvando la proposta del Consiglio federale. Il presidente cileno Patrizio Aylwin (1918-2016) diceva che «tra giustizia e ingiustizia non si può stare al centro». In questi anni l’ingiustizia mondiale conta 800 milioni di morti all’anno per fame, 1.015.078 profughi arrivati nel 2015 in Europa, 3.771 morti o dispersi lo scorso anno nel Mediterraneo. Le Nazioni Unite hanno fatto il calcolo di quanto è necessario, indicando come «giusta» per ogni Stato la percentuale dello 0,7 del PIL. Invocare le difficoltà finanziarie della Confederazione, di fronte alle miserie e alle tragedie del mondo e ai bisogni cresciuti di profughi e migranti (l’Alto Commissario dell’ONU è recentemente venuto a Berna a sollecitare aiuti per la drammatica situazione in Libia) non è né serio né lecito né dignitoso, per un Paese che vuol essere civile e umanitario! La Norvegia ha dato un buon esempio nel 2015 destinando alla cooperazione l’1,05% del suo PIL e la Svezia l’1,4. Tra giustizia (0,7%) e ingiustizia non basta stare al centro (0,48%), e neppure guardare da un’altra parte. Dialoghi
2
i corsivi di dialoghi
No. 242
i corsivi di dialoghi Doppio binario o sistema misto? La discussione sulla riforma dell’insegnamento di cultura religiosa nelle scuole pubbliche ticinesi è stata rilanciata a fine maggio da due atti parlamentari. Matteo Quadranti, abbandonata la proposta Sadis (risalente al dicembre 2002 e fatta oggetto di un lungo e costoso studio e ripensamento da parte del Consiglio di Stato, sfociato in una… irresponsabile proposta di rifiuto) ha presentato la soluzione del cosiddetto «doppio binario». In pratica il Cantone si assume l’onere della «cultura religiosa» (affidato agli insegnanti di storia) per tutti gli allievi, mentre le Chiese attualmente presenti nelle scuole (cattolica ed evangelica) si fanno carico (anche finanziario) di un insegnamento ulteriore per coloro che lo desiderano. A poche ore di distanza, un gruppo di deputati di diversi partiti, primo firmatario Fiorenzo Dadò, propongono con una iniziativa generica il cosiddetto «modello misto»: un insegnamento gestito dal Cantone, obbligatorio per coloro che non seguono l’insegnamento elargito dalle due Chiese cattolica o evangelica, che resta nel programma scolastico. Ambedue i sistemi presentano vantaggi e difficoltà di attuazione; a questo momento sembra che solo una decisione del Gran Consiglio, dopo la necessaria discussione, potrà stabilire quale potrà essere la soluzione. Il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri («Giornale del Popolo» del 1. giugno) ha espresso preferenza per il «modello misto», che invece trova diversi oppositori, in primis il consigliere di Stato Bertoli. Sulle diverse possibilità e difficoltà «Dialoghi» si è ripetutamente espresso, in particolare con una proposta di soluzione provvisoria di un modello misto per le due ultime classi della scuola media, in attesa di verificarne l’adeguatezza e di affrontare diversi quesiti ancora aperti («Dialoghi» n. 229, dicembre 2013). Il modello misto avrebbe anche il vantaggio di evitare di modificare l’attuale legge scolastica, cioè è realizzabile senza abrogare l’art. 23 della Legge scolastica, che garantisce l’insegnamento dispensato dalle Chiese e facoltativo per gli allievi; mentre programma e modalità dell’insegnamento alterna-
tivo da parte dello Stato potrebbero essere decisi in base alle competenze del Consiglio di Stato per quanto riguarda le materie d’insegnamento, i programmi e le sperimentazioni. E ci sarebbe anche il tempo necessario per «qualificare» gli attuali insegnanti di religione e anche gli insegnanti di storia (fin qui reticenti…) ad adeguarsi a quanto richiede il loro compito di mettere tutti i giovani ticinesi in condizione di vivere coscienti e responsabili in una società sempre più plurale anche sotto il profilo religioso. a.l.
Chiese troppo «ricche» Quel che sta capitando alle venerabili Chiese «ortodosse» (il rischio di un fallimento del primo «concilio ecumenico» dopo milleduecento anni) dev’essere motivo di tristezza per tutti i cristiani, ma anche di riflessione. A un collega che mi chiedeva se non fosse la mancanza di clero uxorato la ragione della crisi delle nostre chiese in Occidente ho risposto di no: i protestanti lasciano sposare pastori e pastore, gli ortodossi pure (ma da loro chi è stato ordinato da celibe non può sposarsi «dopo»), e le loro chiese hanno ugualmente perduto le masse. Papa Francesco è ascoltato perché parla di «misericordia». L’aveva intuito benissimo Jürgen Habermas nel colloquio con il futuro papa Joseph Ratzinger del 19 gennaio 2004: le religioni sono ricche di intuizioni preziose circa la caduta, il riscatto e la via di uscita da una condizione senza speranza, che altrove sono andate perse: «sensibilità per i fallimenti esistenziali (verfehltes Leben), per l’insuccesso dei progetti di vita e per le deformazioni di contesti vitali degradati»1. Nella vicinanza delle comunità evangelicali alle folle di miserabili del nostro tempo sta forse il segreto del successo di queste «chiese» malgrado la loro povertà in fatto di dogmi e di storia; così pure la ragione dell’entusiasmo che il messaggio religioso provoca ancora in molti giovani, a Taizé e altrove, spesso destinato a venire deluso dal burocratismo che constateranno tornati in parrocchia. 1. «Dialoghi» n. 189, dicembre 2005.
È il peso della storia che fa penoso il cammino delle Chiese cristiane. Noi si sorride alle questioni di precedenza e di prestigio che dividono le Chiese orientali riunite in concilio a Creta, ma le Chiese d’Occidente non sono meno gravate da una tradizione che, invece di fare più profonda la conoscenza di Cristo, da lui le allontana. O venerabilis barba capucinorum!: così Mozart si prendeva gioco di una frateria che aveva tradito l’esempio di Francesco il Poverello. Dogmi, liturgie, latino e greco, diritto canonico: di quale ricchezza sono dotate le Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente! Quella ricchezza pesa sulla libertà delle Chiese di proclamare l’unum necessarium2 e le allontana dall’esempio degli Apostoli, dalla lezione del famoso episodio di Pietro alla Porta Bella del tempio: «Non ho né oro né argento, ti do quel che ho: nel nome di Gesù Cristo nazareno, alzati e cammina» (At 3, 1-10). Che questo seme di Vangelo la gente semplice lo veda nella premura dell’attuale Papa per i piccoli e i poveri è un fatto. Eppure Bergoglio è un gesuita, erede di una grande tradizione di cultura, le cose importanti le conosce: ma dimostra altre priorità rispetto al servirsi di quella e di quelle come di un peso con cui imporsi alle coscienze. Forse non ce la farà a rimuovere quel peso dalla pratica della «sua» Chiesa, per riportarla all’essenziale. Eppure! Quanta polvere si sia depositata sull’immagine vera della Vergine Maria si può constatare nel saggio di Ernesto Borghi che «Dialoghi» pubblica in questo numero. Si veda però anche, in questo stesso numero, quale risulti a guardar bene l’essenziale del «culto mariano», su cui convergono cattolici e protestati che erano detti «divisi» proprio sulla Madre del Signore. E.M.
2. In primo luogo il riferimento è al Vangelo di Luca (10, 42): la scelta della «parte migliore» da parte di Maria, ma il termine risale a J. A. Comenius (1592-1670), Unum Necessarium, Scire quid sibi sit necessarium, in Vita & Morte, & post Mortem, Amsterdam 1668, il quale scriveva dopo la terribile esperienza delle guerre di religione.
No. 242 3 dossier
Una teologia autentica sulla Madre di Cristo capace di superare i devozionalismi Nella Chiesa c’è una corrente che definirei «elitaristica», che vede nella devozione alla Madre di Gesù una specie di sottoprodotto della fede. Poi c’è il «popolino» che va in processione, che accende candele, che va pellegrino nei santuari. I cristiani più maturi prescindono da queste «devozioncelle» e si ispirano alla Bibbia! In realtà la mariologia nella sua essenza la troviamo proprio nel Nuovo Testamento, scritto o – meglio ancora – vissuto dagli anawim, cioè da quei poveri del Signore che hanno formato la comunità primitiva, la comunità della Pentecoste. I testimoni dell’Ascensione «salirono nella sala di sopra, dove di consueto si trattenevano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo d’Alfeo e Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne e con Maria, Madre di Gesù e i fratelli di lui» (At 1,13.14). Questa è la prima Chiesa, che sta per ricevere l’effusione dello Spirito Santo. Tutti i presenti – donne e uomini – vengono investiti da un rombo di vento impetuoso e da fiamme misteriose che si posano su ciascuna e ciascuno e tutti si mettono a parlare, facendosi capire dai pellegrini giunti a Gerusalemme da ogni dove, ricolmi di Spirito Santo (At 2,1-4). Il libro degli Atti precisa che questa inattesa quanto vigorosa predicazione raggiunge tutti i popoli, dai Parti e Medi del Vicino Oriente fino ai Romani e ai Libici dell’Occidente. La predicazione è così vigorosa e inattesa che qualcuno pensa che gli oratóri siano ubriachi (At 2,5-13), ma il poderoso discorso di Pietro li rassicura e trapassa i cuori degli uditori: «Dio ha costituito Signore (Adonai) e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,14-36). Questa è la prima Chiesa che viene creata e animata dallo Spirito del Risorto. La ricchezza d’intuizione della Parola è per questi primi testimoni unica. Nessuno più potrà sorpassare la penetrazione dell’«evento Gesù» che ebbero la comunità apostolica e Maria. Questa comunità di poveri (At 2,44-45), di perseguitati (At 5,17) percepisce in modo eccezionale e in-
sorpassabile la rivelazione del Figlio di Dio. Dobbiamo a questa comunità tutto il Nuovo Testamento e in particolare quel vertice di mariologia che è il «Magnificat», firmato, composto non da Maria, che certo non si autoglorifica, ma dalla sua comunità: «Ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). I piccoli, i poveri di Jahweh, vedono in lei quel «niente» (tapeinosis, Lc 1,48), nel
per Maria non sarebbero mai mancate (Lc 2,35), in una condizione di vita povera e precaria. Chissà quando ci si rappresenterà Maria con l’aspo come scettro, il grembiule come manto e l’anfora dell’acqua come corona? La stessa donna dell’Apocalisse (Ap 12) esprime nel pensiero dei Padri la nuova Chiesa impersonata dalla nuova Eva, Maria.
di don Sandro Vitalini
L’intuizione del Nuovo Testamento è quella di darci in Maria la pietra di paragone per attuare la nostra progressiva conversione al Vangelo (Mt 4,17). Maria che trabocca di felicità (Lc 1,47) non esulta tanto perché ha partorito Gesù, ma perché compie la volontà del Padre, così che anche noi siamo sua madre: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
quale il Padre ha compiuto cose così grandi da stupire tutte le generazioni venture (Lc 1,48-49). La comunità pentecostale conosceva a memoria il Primo Testamento e il «Magnificat» è un seguito ininterrotto di citazioni che vogliono indicare nella persona di Maria la sua realizzazione. Gesù è il Figlio di Dio e potrebbe sembrare inimitabile. Ma la comunità di Pentecoste ci pone innanzi Maria, modello creato, che sintetizza il Figlio nella sua persona. Lei infatti realizza quella felicità prorompente che Gesù promette a chi lo segue. Il termine di «beatitudini» (Mt 5) attenua e smorza l’annuncio di vera e propria felicità (makarioi) che si incarna in Maria, ipostasi del Vangelo. La comunità guarda a lei come a un Vangelo vivente. Lei ci dona il Figlio di Dio (Gal 4,6) non solo nel parto, ma nella sua vita, così che può dire anche a noi: «fate tutto quello che vi dirà» (Gv 2,5). L’intensa mariologia del «Magnificat» ci aiuta a percepire il legame fortissimo che strinse la comunità primitiva alla Madre di Gesù. Se consideriamo il Nuovo Testamento nella sua globalità ci accorgiamo che esso ci dice tutto su Maria: dall’annunciazione (Lc 1,26-38) al suo aiuto di «serva» a Elisabetta (Lc 1,39-56), dalla nascita di Gesù nella grotta annessa all’unico locale che costituiva la casa della famiglia dello sposo Giuseppe (Lc 2,17), all’accoglienza ai pastori (Lc, ivi vv. 8-20) e poi ai Magi (Mt 2,1-32), sempre in quella casa (Mt 2,11) nella quale la famiglia sarebbe rimasta in pianta stabile; ma la persecuzione scatenata da Erode e la situazione infida che si era creata costrinsero la famiglia prima all’esilio e poi al ripiegamento a Nazaret (Mt 2,13-23). Le sofferenze
Solo in Cielo sapremo perché Gesù, che si fece accompagnare da molte donne, anche facoltose, nei suoi viaggi apostolici (Lc 8,1-3), lasciò Maria a Nazaret, dove dovette vivere anni umilianti perché ritenuta la madre del falso messia, che la sua città aveva tentato persino di ammazzare (Lc 4,2830). Maria riappare a Gerusalemme nelle ore precedenti la crocifissione del Figlio e raccoglie un testamento che ci lega a lei per sempre: «Donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre» (Gv 19,26-27). Si comprende così il senso della maternità verginale di Maria (Lc 1,34) che genera nel Figlio la nuova umanità. Pure questa umanità è composta da vergini (2 Cor 11,2) nel senso che l’amore trinitario li connota (Gv 15,12), li spinge a dare tutto senza attendere alcuna risposta positiva. Il perdono che Gesù offre ai suoi assassini (Lc 25,34) è richiesto a Maria, che assume anche loro come figli, e a tutti noi (Mt 5,44-48). La divaricazione tra una mariologia di imitazione e una di privilegi si produce progressivamente quando il cristiano riduce il discorso della felicità proposto a tutti a un pio invito alla perfezione per pochi eletti, come i monaci, mentre gli altri giustificano la legittima difesa e la proprietà privata e riducono ai minimi termini il contenuto di per sé rivoluzionario del Vangelo.
4
dossier
Una «religione di Stato», ci ricorda il «Grande Inquisitore», ha bisogno di forza e di paura e non di amore e di perdono. Da una mariologia ecclesiale si è passati a una mariologia esclusiva e così non si sono nemmeno più trovati nel Nuovo Testamento i fondamenti per proclamare i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta! Eppure la lettera agli Efesini (Ef 1,4) e quella ai Filippesi Fil 1,22 ci dicono che tutti siamo amomoi, immacolati! Si è preferito seguire la strada agostiniana che immaginava nel semen trasmesso per generazione una contaminazione peccaminosa per tutti (e Duns Scoto emise la tesi di un «privilegio» di esenzione per Maria) piuttosto che riconoscere per tutti che là dove aveva abbondato il peccato sovrabbondava la grazia (Rm 5,18-19). Così si è ricorso alle immagini degli apocrifi per parlare di Maria assunta corporalmente in cielo, quando Paolo in 2 Cor 5,1 spiega che al disfacimento della tenda (skenos) segue per noi l’abitazione (oikos) definitiva preparata dalle mani di Dio. Mosè ed Elia che conversano con Gesù (Mt 17,3) sono pure assunti con tutti i santi e formano la folla immensa che glorifica il Padre (Ap 7,9 ss). La mariologia dei privilegi ci ha portato a immaginare Maria (detta maldestramente nel Medioevo «la Madonna») come la mediatrice, la consolatrice, la corredentrice…
Si noti come questi eccessi di devozione abbiano influito persino sull’Islam nascente, tanto che in esso si è immaginata la Trinità dei cristiani come composta dal Padre e dal Figlio e da Maria! Si ricordi la forte tensione che si ebbe ancora al Concilio Vaticano II, quando si domandò che si preparasse un documento su Maria distinto da quello che avrebbe trattato della Chiesa. L’inserzione di un capitolo su Maria nella «Lumen gentium» apparve a parecchi padri conciliari come un degrado della personalità di Maria! In realtà si trattava di un passo in avanti, che aiuta a recuperare la grandiosa rivelazione biblica sulla Madre di Dio. Il recupero va continuato. Cerchiamo di eliminare il termine medievale di «Madonna = Madame» che non corrisponde alla vocazione di colei che ci è data per madre. Un ritorno alle fresche sorgenti neotestamentarie ci permetterebbe di arrivare a ignorare finalmente apparizioni, segreti, visioni, rivelazioni private, sanguinamenti, che offuscano la dignità della Madre di Gesù. Là dove si prega Maria e con Maria si favorisce la preghiera abituale, come il Rosario, e quella attuale, segnatamente la riscoperta dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia; sparisce così finalmente la figura pagana di una madre che ammansisce la collera del Figlio, giudice tremendo.
No. 242
Mi auguro che si possa oggi reagire alla progressiva sparizione delle celebrazioni serali del mese di maggio in comunione con Maria. Anche in assenza di un presbitero si dovrebbe prevedere un momento di meditazione in comunione con la nostra Madre, presieduto da un laico, donna o uomo, preparato. E mi auguro che anche l’Avvento marchi maggiormente la figura di Colei che ci è data come Madre per sempre. È indispensabile recuperare la mariologia ecclesiale, dove Maria è il modello creato della Parola increata per accogliere il Vangelo che esige da noi la perfezione del Padre (Mt 5,48) e un’unità fraterna perpetua (Gv 7,21). Le divine esigenze del Vangelo ci impegneranno per tutta l’eternità e anche se ne siamo lontanissimi nell’attuarle non dobbiamo eroderle progressivamente, ma aprirci all’infinito amore di Colui che fa nuove tutte le cose (Ap 22,5). L’adesione a Maria nostra madre e madre di Dio è, teologicamente parlando, di tipo ontologico e supera le attuali tensioni in campo ecumenico. Maria è per la Chiesa il segno della nuova umanità e questa umanità è chiamata a identificarsi a tutti (Gv 11,32), perché il Creatore possa portare a compimento il suo disegno di ricapitolare tutti in Cristo (Col 1,13-23), in ogni persona (Rm 11,32), raccolta per sempre nell’unica famiglia guidata dall’unico Pastore (Gv 10,16).
Il libro dell’alpe «Non è piccola fortuna, per un uomo il cui destino, ogni giorno più, sembra essere di vivere fra libri e carte, l’aver avuto una fanciullezza come la mia, in alto, sugli alpi della mia remota valle, all’aria fina, in compagnia di uomini rudi e buoni, e di animali innocenti, in condizioni di vita che non potevano essere più semplici, anzi più primitive. Mi basta qualche volta chiudere il libro, spalancare la finestra, guardare i monti lontani, perché quella mia «prima vita» ritorni vera se pure, più o meno, con colori di fiaba, perché quelle cose «di cento anni fa» siano in qualche modo presenti ancora. Che se poi il desiderio si faccia più vivo, ci vuol poco a chiuder bottega per qualche giorno, e partire». di Giuseppe Zoppi Introduzione di Yasmine Tonini. Con illustrazioni di Giovanni Tomamichel Collana «La Rondine», form. 12,5 x 21 cm, 176 pagine con illustrazioni in b/n, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
No. 242 5 dossier
I dogmi mariani: storia, fede, tradizione Nel quadro della dottrina della Chiesa di Gesù Cristo cinque sono i dogmi di argomento mariano. Tre di essi – verginità di Maria, maternità divina di Maria, perenne verginità di Maria – sono stati proclamati prima della divisione del 1054 tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, dunque sono propri di un patrimonio variamente e sostanzialmente comune tra le Chiese cristiane. Due dogmi – immacolata concezione di Maria, assunzione al cielo di Maria – sono affermazioni specifiche del Papa, dunque dottrina essenzialmente cattolico-romana. Considereremo brevemente gli aspetti qualificanti di questi pronunciamenti dottrinali. Essi hanno avuto e hanno una grande rilevanza per la fede e la devozione religiosa e hanno ispirato notevolmente le arti figurative e varie altre manifestazioni della cultura universale dai primi secoli dopo la nascita di Gesù di Nazaret in poi. Ci chiederemo, poi, quali di questi elementi appaiono ancora oggi fondamentali per una fede cristiana biblicamente radicata, in una prospettiva che promuova l’ecumenismo e all’unità della Chiesa di Gesù Cristo. La verginità di Maria Con l’espressione verginità di Maria (o concepimento virginale di Gesù) si intende la dottrina secondo la quale, stando alla narrazione delle versioni evangeliche, anzitutto canoniche (cfr. Mt 1,18-25; Lc 1,26-38), Maria concepì Gesù in maniera soprannaturale, restando incinta per opera divina, dunque senza un rapporto sessuale con un essere umano. Cominciamo dal testo tratto da Matteo 11: «18Così si svolse l’origine di Gesù, (il) Cristo. Maria, sua madre, era promessa sposa di Giuseppe. Prima che andassero a vivere insieme, un soffio inconcepibile intervenne e lei si trovò incinta. 19Giuseppe, suo sposo, era un uomo giusto e non voleva comprometterla; perciò decise di congedarla segretamente. 20Mentre pensava a queste cose in cuor suo, ecco: gli apparve in sogno un messaggero del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di
1. Queste e le altre traduzioni di testi neo-testamentari sono a cura dell’autore e di Renzo Petraglio.
di Ernesto Borghi accogliere Maria, tua sposa, perché la vita che è in lei viene da un soffio umanamente inconcepibile. 21Darà al mondo un figlio. Tu lo chiamerai Gesù, perché è lui che salverà (i membri de)l suo popolo dai loro peccati. 22E avvenne, tutto questo, perché si adempisse la parola del Signore tramite il profeta: 23Ecco, la vergine diventerà incinta darà al mondo un figlio, e lo chiameranno Emmanuele, che significa Dio è con noi”2. 24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come gli aveva detto il messaggero del Signore. Accolse la sua sposa. 25Ma non ebbe relazioni sessuali con lei, finché ella non ebbe dato alla luce un figlio, e lo chiamò Gesù».
Ecco il brano da Luca 1: « Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, 27a una ragazza vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La ragazza si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Sii gioiosa, tu che sei davvero ricolma di grazia, il Signore è con te». 29A causa di queste parole ella rimase molto confusa e si domandava di quale genere fosse questo saluto. 30L’angelo le disse: “Non avere paura, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Concepirai in seno un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e della sua sovranità non ci sarà fine”. 34 Allora Maria disse all’angelo: “Come sarà possibile ciò? Non conosco sessualmente alcun uomo!”. 35Le rispose l’angelo: “Il respiro santo e santificante scenderà su di te, la potenza dell’Altissimo farà scendere la sua ombra su te. È per questo motivo che colui il quale nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio. 36Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile: 37nessuna parola da parte 26
2. Questo passo di Is 7, come tanti altri passi primo-testamentari sono stati interpretati, dalle origini cristiane, essenzialmente come propedeutici al vero culmine della rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Quantunque tale prospettiva interpretativa sia del tutto comprensibile a livello storico e abbia avuto ancora sino ad oggi una grande fortuna, essa è scientificamente non sostenibile: gli autori-redattori primo-testamentari hanno scritto quello che è giunto sino a noi a partire da contesti culturali, sociali e religiosi delle loro epoche e questi testi vanno letti anzitutto a partire da tale considerazione esegetica ed ermeneutica (cfr., per es., Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 24 maggio 2001, nn. 2-18).
di Dio resterà inefficace”. 38Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore! Che mi possa proprio capitare secondo quello che hai detto!”. E l’angelo si allontanò da lei»3.
Il vangelo secondo Matteo dice che Gesù nacque in modo miracoloso senza che Maria e Giuseppe si conoscessero (ossia «avessero rapporti sessuali», secondo il modo di dire semitico, per il quale dalla radice ebraica jd‘ = conoscere significa essere in relazione con secondo una gamma di rapporti ampia che arriva sino alle relazioni sessuali). L’affermazione della verginità di Maria si trova già nel «Credo 3. Nel Protovangelo di Giacomo (detto anche Vangelo di Giacomo e Vangelo dell’Infanzia di Giacomo, testo apocrifo scritto in greco e datato intorno al 150 d.C.) si legge quanto segue: «191Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: “Dove vai, uomo?”. Ed io le dissi: “Cerco una ostetrica ebrea”. Ed ella: “Sei di Israele?”. “Sì” le risposi. Ed ella proseguì: “E chi è che sta partorendo nella grotta?”. “La mia promessa sposa” le risposi. Mi domandò: “Non è tua moglie?”. Risposi: “È Maria, che è stata allevata nel tempio del Signore. Io l’ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito santo”. L’ostetrica gli domandò: “È vero questo?”. Giuseppe rispose: “Vieni e vedi”. E l’ostetrica andò con lui. 2Si fermarono al luogo della grotta ed ecco una nube luminosa copriva la grotta. L’ostetrica disse: “Oggi è stata magnificata l’anima mia, perché i miei occhi hanno visto un prodigio meraviglioso: è nata la salvezza per Israele” (cfr. Lc 2,30-32). Subito dopo la nube si dissipò dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò attenuandosi fino a che non apparve il bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre. L’ostetrica esclamò: “Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo”. 3 Uscita dalla grotta, l’ostetrica si incontrò con Salome [= un’altra ostetrica, da non confondere ovviamente con la madre dei figli di Zebedeo, discepola di Gesù], e le disse: “Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò che è contrario alla sua natura”. Rispose Salome: “(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito”. 201Entrò l’ostetrica e disse a Maria: “Mettiti giù bene. Attorno a te, c’è, infatti, una non piccola discussione”. Salome mise il suo dito nella vulva di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho messo a prova il Dio vivente ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata”» (I Vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi, Torino 1990, pp. 19-23). Anche nel Corano è affermata la verginità di Maria (cfr. Sura III, 42.45.47). In altri vangeli apocrifi del II sec. d.C. (per es., il vangelo degli Ebioniti, il vangelo di Tommaso, il vangelo di Filippo) non si parla di questo aspetto.
6
degli apostoli» (testo ricondotto da molti alle origini cristiane e denominato per la prima volta Simbolo apostolico da Ambrogio4). In seguito, sulla base anche di alcune argomentazioni di diversi padri della Chiesa, i vescovi riuniti al primo Concilio di Costantinopoli (381) fondarono il dogma della verginità perfetta di Maria, che implica la nascita verginale di Gesù. Il concepimento verginale di Gesù poggia dunque su una tradizione precedente ai due testi neo-testamentari che la propongono (Mt 1,18-25 e Lc 1,3435 appunto), considerate appunto le convergenze, su questo tema, delle due versioni evangeliche. Il resto del NT sostanzialmente non se ne occupa (l’unico caso dubbio è Gv 1,13). Perché allora Luca e Matteo la presentano? Il kerygma paolino (cfr. 1Cor 15,38) e le confessioni di fede del primo annuncio cristiano erano strutturate in forme essenziali (cfr. Gal 4,4; Fil 2,6-11; Rm 1,3), secondo uno stadio di elaborazione culturale precedente a quello proprio di Luca e Matteo. Inoltre, Paolo e i suoi collaboratori sentivano la vita di Gesù come fatto storico indiscutibile: dunque l’interesse stesso per gli eventi della vita terrena di Gesù era pressoché inesistente. Nei decenni susseguenti, in uno stadio posteriore della riflessione teologica e della predicazione cristiana5, anche l’inizio dell’esistenza terrena di Gesù divenne interessante per l’insegnamento e lo sforzo di chiarificazione sul suo essere Cristo. I vangeli secondo Luca e secondo Matteo appartengono a questa seconda fase culturale. La stessa sottolineatura della nascita verginale è da inquadrare in questa volontà di affermazione cristologica6.
4. Cfr. Epistulae 42,5. 5. Si confronti Rm 1, 3-4 (testo di una lettera della fine degli anni 50 d.C.) e, per es., Lc 1,26-38: «se mettiamo in fila i passi che usano i termini Spirito/potenza in relazione alla filiazione divina, essi sono associati alla risurrezione nella formula pre-paolina in Rm, al battesimo nell’inaugurazione del ministero in Lc (4,14) ed ora al concepimento nel racconto dell’infanzia in Lc… Nel piano dell’intera opera di Lc il messaggio cristologico è, insieme, artistico e insistente» (R.E. Brown, Introduzione alla cristologia del Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia 1995, p. 131). Cristologia è la disciplina teologica che si interessa «di ogni comprensione di Gesù, in relazione alla sua identità e al suo ruolo nel piano divino» (ivi, p. 9). 6. I testi giovannei, pur successivi a Lc e Mt, risultano associabili, in merito a questo fatto, ai testi paolini del primo annuncio (cfr. Gv 3,35; 4,34; 5,19-30; 14,7-11).
dossier
La verità della nascita verginale del Messia intende rispondere, pertanto, alla domanda: come può l’uomo Gesù essere in relazione tale con Dio (= figlio di Dio) da poter essere la presenza stessa di Dio fra gli uomini? Luca e Matteo sviluppano una cristologia dal basso, che parte cioè dal Gesù storico e dalla sua relazione unica con Dio per parlare della sua identità filiale (compresa alla luce della risurrezione) in un senso non metaforico: la nascita verginale è il segno che Gesù è il Figlio per la sua relazione unica e immediata con Dio7. Se si leggessero i vv. 26-38 omettendo i vv. 34-35, il racconto procederebbe bene, sotto il profilo struttural-narrativo. Si narrerebbe di una nascita naturale dal matrimonio non ancora completato tra Maria e Giuseppe. Questo potrebbe avvalorare la tesi di chi reputa tali versetti un’aggiunta lucana successiva, legata a ragioni teologiche. D’altro canto, la filiazione divina di Gesù non è fondata tanto sul fatto che egli non abbia avuto un padre umano nel senso fisiologico dell’espressione, ma su tutto quanto culmina nella morte di croce e nella risurrezione. L’idea stessa del concepimento verginale è comprensibile soltanto se, precedentemente, Gesù è già riconosciuto come Figlio di Dio, nel senso messianico del termine, fatto che l’intera versione lucana, come molti altri testi neo-testamentari, asserisce inequivocabilmente. Dal punto di vista scientifico non è possibile che una donna rimanga incinta senza un rapporto sessuale. Tuttavia esiste un dibattito interno al mondo teologico e religioso in merito a una presunta veridicità storica dell’evento, basato sull’affermazione di fede che Dio possa intervenire direttamente sulla materia. Accanto a quanti sostengono la storicità dell’evento vi è chi sostiene il contrario, affermando che questi racconti non possono che essere interpretati in chiave teologica e spirituale. La maternità divina Theotókos (in greco Θεοτόκος, in latino Deipara o Dei genetrix), è un titolo della Beata Vergine Maria, attribuito alla Madonna il 22 giugno 431, durante il Concilio di Efeso. Letteralmente 7. Cfr. G. Rossé, Il Vangelo di Luca, tr. it., Città Nuova, Roma 1995, p. 64.
No. 242
significa colei che genera Dio e spesso viene reso in italiano con Madre di Dio. Nel IV secolo il titolo «Madre di Dio» era ampiamente usato ad Alessandria d’Egitto (uno dei principali centri di elaborazione teologica del cristianesimo antico) ed era conosciuto in tutto l’Impero romano. Fu proclamato dogma dopo la controversia teologica causata dai nestoriani. Nestorio (381451), patriarca di Costantinopoli, aveva affermato infatti che Maria non aveva titolo per essere definita «madre di Dio», ma solo «madre di Gesù». La controversia tra Alessandria ed Antiochia fu risolta in un concilio ecumenico. L’assise si tenne ad Efeso, in Asia Minore, nel 431. Il Concilio di Efeso ribadì che Maria è Madre di Dio. Secondo la definizione conciliare, infatti, Gesù Cristo, pur essendo contemporaneamente Dio e uomo – come già aveva affermato in precedenza il concilio di Nicea (325) – è un’unica persona: le due nature, divina e umana, sono inseparabili, e perciò Maria può essere legittimamente chiamata Madre di Dio. La dottrina cristologica del patriarca Nestorio venne rifiutata dal concilio di Efeso perché separava troppo la natura umana di Cristo da quella divina, rischiando – in definitiva – di pensare a Gesù Cristo semplicemente come un uomo ispirato, inabitato dal Verbo di Dio. Tra le Chiese cristiane dei tre filoni di riferimento fondamentale – cattolico, ortodosso, protestanteriformato – la fede nella maternità divina di Maria non costituisce ragione di diversificazione. La perenne verginità Con verginità perpetua di Maria si intende un dogma, sostenuto a partire dal V secolo d.C. da alcuni padri della Chiesa e formalmente definito nel secondo Concilio di Costantinopoli (sessione ottava-2.6.553), secondo il quale Maria è rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita di Gesù. In tale ottica, i «fratelli di Gesù» nominati nei vangeli sinottici (cfr. Marco 3,31-34; Matteo 12,46-50; Luca 8,1921) sarebbero stati, in realtà, cugini o fratellastri. Né Matteo (cfr. 1,25) né Luca si interessano in modo particolare alla verginità di Maria dopo la nascita di Gesù. «Infatti non ebbe relazioni
No. 242 7 dossier
sessuali con lei, finché ella non ebbe dato alla luce un figlio» (Matteo 1,25). Luca non menziona altri figli di Maria e Giuseppe nel racconto della visita della famiglia al tempio, quando Gesù aveva 12 anni. Autori antichi8 e contemporanei9 hanno sostenuto, a partire dal presente del verbo ghinôskein, la volontà implicita di Maria di restare vergine perpetuamente10. Il dogma mariano in oggetto pare francamente almeno una forzatura testuale, anche tenendo conto dell’esaltazione dell’ascesi sessuale propria di talune tendenze giudaiche minoritarie dell’epoca (per es. le correnti esseniche). La dogmatizzazione è del tutto comprensibile per ragioni storiche e culturali. Il processo di ellenizzazione del cristianesimo, che consentiva una diffusione universale di testi e valori riconducibili alla fede nel Dio di Gesù Cristo (fatto questo, mi pare, oggettivamente positivo), ha però tolto ogni rilevanza anche alle radici ebraiche dei discepoli del Nazareno delle prime generazioni dopo la sua morte e apparizione come risuscitato. La cultura ebraica primo-testamentaria e giudaica guardava all’essere umano nella sua globalità, valorizzandone come positive tutte le componenti, comprese quelle di carattere fisico e sessuale. Una donna che non avesse figli era guardata con diffidenza, se non con disprezzo, nei suoi contesti vitali e sociali (cfr., per es., le figure bibliche di Sara e di Elisabetta) e una donna che avesse un solo figlio non era portata ad esempio umano ragguardevole. Dogmatizzare la perenne verginità di Maria significò certamente, nel VI secolo, pensare di esaltarne l’eccellenza religiosa ed umana rispetto ad ogni altro suo simile, in particolare di sesso femminile, portando all’apice quanto coglibile nel quadro del concepimento verginale di Gesù. Come? Evitando ogni «declassamento» che la «compromissione» con l’esperienza della sessualità avrebbe comportato. In questo senso i riferimenti diretti o indiretti anche a livello biblico potevano essere trovati senza troppa diffi8. Due esempi: Gregorio di Nissa, In diem natalem Christi, PG 46, 1140D; Agostino, De sancta virginitate, 4:4. 9. Per es. I. de la Potterie, Marie dans le mystère de l’alliance, Desclée, Paris 1988, p. 102. 10. Concilio di Costantinopoli (Sessione VIII - 2.6.553).
coltà (cfr., per es., la riduttività circa le relazioni sessuali tra uomini e donne che Paolo dimostra in 1Cor 7,8ss). I testi di Mt e di Lc non possono essere utilizzati, se letti il più possibile nei loro contesti storici e culturali di redazione, per fondare un’affermazione dogmatica, lo ripeto, del tutto comprensibile nel suo tempo, ma sostanzialmente insostenibile a partire dalla verosimile esperienza biografica di Maria di Nazaret. L’Immacolata Concezione L’Immacolata Concezione è un dogma proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Il dogma in oggetto riguarda il peccato originale. Per la Chiesa cattolica infatti ogni essere umano nasce con il peccato originale e solo la Madre di Cristo ne fu esente in vista della venuta e della missione sulla Terra del Messia. Sotto il profilo biblico non vi sono testi che suffraghino effettivamente tale affermazione dottrinale. I brani che tradizionalmente vengono considerati a titolo di «avvisaglie» della preservazione di Maria dal peccato originale (cfr. Genesi 3,15; Proverbi 8,24; Cantico dei Cantici 4,6; Luca 1,28), letti con attenzione esegetico-ermeneutica effettiva e senza interpretazioni ideologiche, non servono alla bisogna. L’apocrifo protovangelo di Giacomo (cfr. capp. 1-5.6-8), che sottolinea indubbiamente il concepimento elevato e l’infanzia altamente spirituale di Maria, appare troppo legato alle finalità di narratività sorprendente, propria della letteratura ellenistica, per essere una base testimoniale storicamente solida. La tradizione teologica cristiana ha teso a separare sempre più marcatamente Maria dal peccato: esempi significativi sono, dal V al XIII secolo, Agostino (354-430)11, Proclo di Costantinopoli (morto nel 446-447)12, Pascasio Radberto (morto 865 ca)13, Eadmero (1064-1124)14, Bernardo di Chiaravalle (morto nel 1153); Alessandro di Hales (morto nel 1245); 11. Cfr. De Natura et Gratia, 42 (PL 44,267). 12. Cfr. Omelia 6 (PG 65,753-757). 13. Cfr. De Partu Virginis (PL 120,1372). 14. Trattato sulla concezione della Beata Vergine Maria, 1-2.12 (PL 159,301-302.305).
Alberto Magno (morto nel 1280); Tommaso d’Aquino (morto nel 1274); Bonaventura (morto nel 1274). Giovanni Duns Scoto (morto nel 1308) è il teologo a partire dalla cui opera il dogma ha preso la forma poi fissata dal magistero cattolico. Egli sostiene non la redenzione anticipata di Anselmo e degli scolastici, ma la redenzione preventiva o preservativa. Diversamente dai predecessori, infatti, egli non dice che Maria fu concepita nel peccato originale e poi redenta, ma che fu concepita senza peccato originale. Il suo ragionamento ribaltò i termini della questione: Maria non fu un’anomala eccezione (o un caso anticipato) dell’opera redentiva di Cristo, ma la conseguenza della più perfetta ed efficace azione salvifica dell’unico mediatore. Scrive Scoto: «Cristo esercitò il più perfetto grado possibile di mediazione relativamente a una persona per la quale era mediatore. Ora, per nessuna persona esercitò un grado più eccellente che per Maria […]. Ma ciò non sarebbe avvenuto se non avesse meritato di preservarla dal peccato originale»15. La Chiesa cattolica festeggia la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria l’8 dicembre. Questa solennità era già celebrata in Oriente nel secolo VIII e venne introdotta nell’Italia meridionale da monaci bizantini. In Sicilia, in particolar modo, il tema dell’Immacolata Concezione divenne molto sentito ancora prima della definizione del dogma. Due esempi di tale importanza devozional-religiosa: nel 1439, al Concilio di Basilea era stato l’arcivescovo di Palermo a sostenere che Maria era stata concepita senza peccato. Il canonico e storico Mongitore racconta che addirittura già nel 1323 la Conceptioni di Maria era festa di precetto a Palermo, attestando in tal modo che la sua devozione nel capoluogo siciliano risultava persino allora così antica che non se ne ricordava l’inizio. Due apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa cattolica hanno relazione stretta con questo dogma e ne sono considerate, per certi versi, una conferma diretta. Nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero parigino di Rue di Bac, fece coniare una medaglia (detta poi la «medaglia miracolosa») che riportava le seguenti 15. Ordinatio 3, d.3, q.1.
8
parole, da lei viste durante un’apparizione della Vergine Maria (avvenuta il 27 novembre dello stesso anno): O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi16. Nel 1858, quindi quattro anni dopo la proclamazione del dogma, la veggente di Lourdes Bernadette Soubirous riferì che la Vergine si era presentata con le parole «Que soy era Immaculada Councepciou» (= Io sono l’Immacolata Concezione, in lingua occitana). Pur considerando con grande, doveroso rispetto il rilievo storico-teologico e la rilevanza popolare della concezione che sta alla base di tale «immacolato concepimento», una domanda viene spontanea: è indispensabile, in particolare oggi, fondare la grande importanza di Maria di Nazaret per la fede e la vita cristiana su una prospettiva soprannaturale che è biblicamente non fondabile e cristianamente, riconosciamolo, non necessaria? Partendo dal presupposto che la dottrina del peccato originale sia legittimamente cristiana, il fatto che la madre di Gesù sia stata allo stesso livello di qualsiasi essere umano e non esente «ab origine» da questa «macchia», toglierebbe significato e rilevanza alla sua fondamentale identità di esemplare credente nel suo Signore? L’Assunzione al cielo L’assunzione di Maria in Cielo è un dogma nel quale viene affermato che Maria, terminato il corso della vita terrena, fu trasferita in Paradiso sia con l’anima sia con il corpo. L’assunzione di Maria, nel pensiero cattolico, è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri esseri umani avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. Narra il Transito della Beata Maria Vergine (IV secolo d.C.) che Maria avesse chiesto al Figlio di avvertirla della morte tre giorni prima. La promessa fu mantenuta: il secondo anno dopo l’Ascensione, Maria stava pregando quando le apparve l’angelo Gabriele. Teneva un ramo di palma e le disse: «Fra tre giorni sarà la tua assunzione». La Madonna convocò al capezzale Giuseppe d’Arimatea e altri discepoli del Signore e annunciò loro la sua morte. Il dogma cattolico è stato proclamato 16. Cfr. www.chapellenotredamedelamedaillemiraculeuse.com/langues/italiano.
dossier
da papa Pio XII il 1. novembre 1950, attraverso la costituzione apostolica Munificentissimus Deus. Questo è il passaggio finale del documento, con la solenne definizione dogmatica: «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica». I cristiani ortodossi e armeni celebrano la Dormizione di Maria: Maria sarebbe stata assunta in cielo dopo la morte. Né la Dormizione né l’Assunzione sono un dogma presso gli Ortodossi o gli Armeni. La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude. Interrogativi e prospettive Maria di Nazaret è stata, dalla fine del I secolo a.C. fino al I secolo d.C., una figura importante per Dio e da Dio, per gli esseri umani e dagli esseri umani individualmente e comunitariamente intesi. I versetti di Lc 1-2, Mt 1-2 e Gv 2 e 19 – passi in cui ella è esplicitamente menzionata e direttamente attiva – indicano chiaramente il fondamento di tale rilevanza etica e religiosa. Questa valenza è essenzialmente radicata nella sua scelta di fiducia intelligente, responsabile e appassionata nel Dio di Gesù Cristo. Ella è la credente che cerca di capire, nel cuore e nella mente, come poter essere utile al progetto a cui Dio l’ha invitata a partecipare con un ruolo decisivo. Ogni altra caratteristica discende da tale compito impegnativo e gioioso, luminoso e tragico che ella ha accettato di svolgere: far strada, nel suo grembo, all’incarnazione di Dio nella storia umana.
No. 242
La verginità, il concepimento di Maria sempre esente dal peccato originale, la sua assunzione corporea al Cielo – solo per citare gli aspetti più rilevanti anche a livello di pietà religiosa – sono da comprendere sempre e soltanto in relazione a questo dato di fatto. È possibile? La risposta non è agevole. Comunque non bisogna mai dimenticare che soltanto di questo primo aspetto – la verginità prima della nascita di Gesù – le fonti bibliche parlano univocamente. Gli altri discendono da tradizioni di fede e di devozione non fondabili nei testi biblici, che hanno dato la base ad importanti scelte ecclesiali ben successive al I secolo d.C. Anche queste riflessioni fanno comprendere quanto siano infondate biblicamente, dunque cristianamente, tutte le forme di venerazione mariana che finiscono per idolatrare Maria. Esse si basano su una vana credulità che al serio impegno ha sostituito e sostituisce «il facile affidamento a pratiche solo esteriori: lo sterile e fugace moto del sentimento, così alieno dallo stile del vangelo, che esige opera perseverante e concreta»17. Così si espresse Paolo VI, il quale, in questo stesso documento, inoltre scrisse: «La nostra epoca, non diversamente dalle precedenti, è chiamata a verificare la propria cognizione della realtà con la parola di Dio e, per limitarci al nostro argomento, a confrontare le sue concezioni antropologiche e i problemi che ne derivano con la figura della Vergine Maria, quale è proposta dal Vangelo. La lettura delle divine Scritture, compiuta sotto l’influsso dello Spirito Santo e tenendo presenti le acquisizioni delle scienze umane e le varie situazioni del mondo contemporaneo, porterà a scoprire come Maria possa essere considerata modello di quelle realtà che costituiscono l’aspettativa degli uomini del nostro tempo… Il Concilio Vaticano II ha già autorevolmente denunziato sia l’esagerazione di contenuti o di forme che giunge a falsare la dottrina, sia la grettezza di mente che oscura la figura e la missione di Maria; nonché alcune deviazioni cultuali… Noi ne rinnoviamo la deplorazione: non sono forme in armonia con la fede cattolica e, pertanto, non devono esistere nel culto cattolico. La vigile difesa da questi errori e deviazioni renderà il culto alla Vergine più vigoroso e genuino: solido nel suo fondamento, per cui in esso lo studio delle fonti rivelate e l’attenzione ai documenti del Magistero prevarranno sulla ricerca esagerata di novità o di fatti straordinari; obiettivo nell’inquadramen-
17. Paolo VI, Esortazione apostolica Marialis cultus (2.2.1974), n. 38.
No. 242 9 dossier to storico, per cui dovrà essere eliminato tutto ciò che è manifestamente leggendario o falso; adeguato al contenuto dottrinale, donde la necessità di evitare presentazioni unilaterali della figura di Maria, le quali, insistendo più del dovuto su un elemento, compromettono l’insieme dell’immagine evangelica; limpido nelle sue motivazioni, per cui con diligente cura sarà tenuto lontano dal santuario ogni meschino interesse. Infine, qualora ve ne fosse bisogno, vorremmo ribadire che lo scopo ultimo del culto alla Beata Vergine è di glorificare Dio e di impegnare i cristiani ad una vita del tutto conforme alla sua volontà. I figli della Chiesa, infatti, quando, unendo le loro voci alla voce della donna anonima del Vangelo, glorificano la Madre di Gesù, esclamando, rivolti a Gesù stesso: Beato il seno che ti ha formato, e le mammelle che tu hai succhiato! (Lc 11,27), saranno indotti a considerare la grave risposta del divin Maestro: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11,28)»18.
Queste sono parole inequivocabili: la venerazione mariana consente di orientare la vita dell’essere umano alla sequela del Dio di Gesù Cristo oppure è del tutto estranea alla fede cristiana, quindi inaccettabile in questo quadro. I cristiani in genere e i cattolici in particolare non hanno come Dio la Trinità più una donna, Maria. Ella non è dalla parte di Dio a guardare verso gli uomini, ma dalla parte degli uomini a guardare ella stessa verso il Dio di Gesù Cristo. Le varie confessioni cristiane possono costruire una comune comprensione della figura di Maria, mostrando il coraggio e la libertà di cuore e di mente necessari per mettersi alle spalle gli elementi di separazione che non sono fondati sulla fede biblicamente intesa. Se vari protestanti dovranno evitare ogni presa di distanza pregiudiziale dalla figura concreta di Maria, sul cammino verso l’unità cristiana «sarà di aiuto se i cattolici faranno proprio lo sforzo della tradizione della Riforma di mantenere in tutto l’unica mediazione di Cristo, il primato della fede e della grazia e la precedenza della pa18. Ivi, nn. 37.38.39.
rola di Dio nella Bibbia proprio anche in riferimento a Maria. Ciò favorisce l’accuratezza teologica nella mariologia e una sobria moderazione nella venerazione di Maria»19, che è quanto di più radicalmente e rispettosamente mariano si possa realizzare. Come si può arrivare a tanto? Per esempio mettendo sempre più in pratica le seguenti attenzioni: • pregare con il Magnificat, dalla liturgia delle ore ad ogni occasione di preghiera pubblica e di formazione alla preghiera; • togliere ogni incrostazione e aggiunta non biblica alla recita del Rosario; • mettere in secondo piano preghiere come «Salve, Regina» e qualsiasi altra che dia spazio ad un’antropologia poco evangelica (la vita umana non può essere guardata anzitutto come «una valle di lacrime», altrimenti perché Dio avrebbe creato donne e uomini, forse per predisporli a soffrire?); • eliminare il più possibile le interpretazioni e presentazioni della figura di Maria che sappiano di rinunciarietà etica, affidamento infantile ed irresponsabile, emotività dolciastra (si può trattare di immaginette, canti, preghiere, omelie ecc.), perché con la madre di Gesù non c’entrano; • togliere ogni spazio possibile a quelle celebrazioni popolari (talune processioni, adorazioni, ecc.) che appaiono delle manifestazioni di un substrato religioso pagano semplicemente ricoperto di spiritualità pseudo-cristiana.
te, come modello religioso adulto e responsabile, anche nel nostro tempo. La devozione mariana è certamente molto importante, ma occorre che non si dimentichi mai che a Maria, da cristiani, si deve arrivare solo e soltanto in relazione a Gesù di Nazaret crocifisso e risorto. Il Dio di Gesù Cristo mostra Maria, la quale invita costantemente a guardare a lui. Talune dogmatizzazioni dottrinali mariane, nel corso della storia, quantunque certamente comprensibili nel quadro storico-culturale in cui sono state realizzate, non hanno forse impedito di guardare alla fede di questa ragazza galilea in modo realistico? Di Maria si è fatta un’ipostasi da considerare in modo più idolatrico «pagano» che biblicamente e teologicamente cristiano? Questi interrogativi sono legittimi e le risposte non sono facili, ma taluni drammatici eccessi devozionali vanno certamente evitati, se si vuole essere effettivamente radicati nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture e si vuole promuovere, in particolare tra le giovani generazioni, una fede cristiana realmente adulta. Anche rivedere costantemente schemi cultuali e pratiche religiose mariane è un’occasione per chiedersi giorno per giorno di quale tipo sia la fede cristiana che si ritiene di avere. Maria ha vissuto, dall’annunciazione in poi, come si legge anzitutto nel vangelo secondo Luca, in ripetuto discernimento di quanto le stava succedendo. A ogni essere umano che guardi a questa fiducia con serietà e passione spetta accogliere Gesù Cristo con assenso pieno, dunque accogliere anche tutti i doni – compresa Maria – coi quali egli ha voluto arricchire la sua Chiesa e stabilire tra di essi la corretta e feconda armonia20.
Maria è una donna di fede tanto più eccezionale quanto del tutto eloquen19. Conferenza episcopale tedesca-Chiesa evangelica luterana unita di Germania, Communio Sanctorum. La Chiesa come comunione di santi, tr. it., Morcelliana, Brescia 2003, p. 136.
20. Cfr. A. Serra, Maria e la pienezza del tempo, Paoline, Milano 1999, p. 811.
Offrite «Dialoghi» A un giovane lettore! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le voa prezzo scontato. Per 30 franchi, invece di 60! I trenta franchi stre segnalazioni la Redazione-Amministrazione di «Dialoghi», che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di salc/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, dare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch.
10
dossier
No. 242
Il «Commento al Magnificat» di Lutero Il 30 marzo 2014 il pastore valdese Paolo Ricca pronunciò questa «testimonianza» durante il Vesperale tenuto nella chiesa luganese di San Rocco, prima dell’esecuzione del ciclo di Lieder «Das Marienleben» di Paul Hindemith (1895-1963) su testi poetici di Rainer Maria Rilke (1875-1926), interpretati dal soprano Lorna Windsor e dal pianista Antonio Ballista. L’abbiamo ricopiata senza modifiche dalla registrazione dell’evento, per gentile concessione dell’Associazione Amici della Musica in Cattedrale, ringraziandone ovviamente Paolo Ricca che l’ha autorizzata. Lutero amava la musica quasi come la teologia. La musica è il più bel dono di Dio, per suo mezzo vengono cacciate molte e grandi tentazioni, è la migliore consolazione per una persona tormentata, purché sia in grado di cantare almeno un po’: e una maestra che rende la gente più dolce, più mite, più ragionevole. Per Lutero l’abbinamento tra parola e musica è il più felice che si possa immaginare. Nulla – a suo dire – è così strettamente legato alla Parola di Dio come la musica. L’uomo deve lodare Dio con la parola e con la musica. Lutero ha scritto un commento splendido, da tutti i punti di vista, al Magnificat, al canto di Maria, la dolce Madre di Dio: un’espressione piena di devozione e di pietà mariana: sentimenti che Lutero, così come gli altri riformatori del Cinquecento, condivideva. Lutero individua nel Magnificat i tre temi fondamentali: lode delle grandi opere di Dio per rafforzare la nostra fede; consolazione degli umili annunciando quella che chiamerò la Rivoluzione di Dio; timore da incutere ai potenti della terra. Il commento al Magnificat lo dedicò a un principe, ammonendolo: «Dio è uno che rovescia i troni. Anche il tuo, se la tua fede non sarà come quella di Maria». Poi comincia il suo commento, che è un capolavoro. Lutero non fa altro che prendere le parole, una dopo l’altra, e scavare. È un minatore. Come il minatore che estrae dalla miniera i metalli preziosi, così egli tira fuori dalle parole del Magnificat tutti i tesori che contengono. Parte, ad esempio, da «L’anima mia» (così comincia il Magnificat). Maria non dice «la mia voce, i miei pensieri, la mia ragione, la mia volontà…». Bensì
Lc 1 46
Allora Maria disse:
L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; 50 di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. 51 Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52 ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53 ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54 Ha soccorso Israele, suo servo ricordandosi della sua misericordia, 55 come aveva promesso ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre. 47
«l’anima mia». Cioè tutta me stessa, tutti i miei sensi, la mia vita le mie forze magnificano Dio, proclamano la sua grandezza. Lutero dice che Maria si estasia in Dio, si sente elevata nella volontà buona e misericordiosa di Dio. Il riformatore magnifica Maria perché Lei magnifica Dio. Per Lutero Lei è grande non perché fa grande se stessa, ma perché fa grande Dio. Si spoglia di tutto e lo offre a Dio dal quale l’ha ricevuto. Maria non è stata altro che un lieto alloggio e una dolce albergatrice dell’ospite divino. di Paolo Ricca
I due temi fondamentali del Magnificat evidenziati nel commento di Lutero sono, da un lato, la fede di Maria come modello per tutti i cristiani (anche per il principe a cui è dedicato il commento) e dall’altro il canto di Maria come lode della rivoluzione di Dio. Partiamo dalla fede di Maria come fede-modello. Sono cinque i tratti che caratterizzano questa fede. Il primo è questo: pur avendo ricevuto da Dio il grandissimo privilegio di essere scelta come la madre del Messia, non dice nulla di sé, parla soltanto di Dio: non ha altri argomenti. Dimentica se stes-
sa. La fede è dimenticare noi stessi e ricordarci di Dio, che Dio diventi la grandezza della nostra vita, della nostra esperienza cristiana. Il secondo tratto lo troviamo nel versetto successivo, quando Maria afferma: lo spirito mio gioisce in Dio, esulta in Dio, mio Salvatore. Per Lutero, qui Maria ci insegna che dobbiamo amare e lodare Dio in sé. Non amarlo perché ci fa del bene, ma perché è il nostro Bene. Non amarlo perché ci conviene o perché le cose ci vadano bene, ma amarlo anche quando ci vanno male. La vera fede è quella che gioisce non dei beni di Dio, ma di Dio. Indipendentemente dal bene o dal male che puoi ricevere. Il terzo tratto della fede esemplare di Maria è racchiuso nel versetto 48: Egli ha guardato all’umiltà della sua serva. Questo il testo della traduzione episcopale italiana, che riprende quella di Girolamo, partendo dal latino humilitas. In origine, tuttavia, la parola greca non significava umiltà, ma bassezza. Non si riferiva a una predisposizione dell’anima, ma a una condizione sociale. Dio ha guardato non alla sua umiltà ma alla sua bassezza, al fatto che lei non è nulla, non è nessuno; una ragazza del popolo come ce ne sono tante. Dio è colui che guarda in bas-
No. 242 11 dossier
so, al contrario dell’uomo che guarda in alto: verso i famosi, i gloriosi, e si incanta… Lo sguardo di Dio è esattamente girato all’opposto. La fede è incrociare questo sguardo di Dio che guarda in basso. Poi abbiamo il quarto tratto della fede di Maria, dove dice: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata». Cosa vuole dire «beata», per Lutero? Significa: felice. Questa ragazza era felice perché Dio l’ha guardata nella sua bassezza. Quindi, per Maria, tutte le generazioni riconosceranno la sua felicità, capiranno perché è felice. La fede è la gioia di sapere che Dio guarda a noi che stiamo in basso. Come Maria con Maria. E poi abbiamo un quinto e ultimo tratto, al versetto 49: Colui che è potente ha compiuto in me cose grandi. Lutero commenta: Maria è diventata Madre di Dio, in questa situazione le sono stati concessi tanti e così grandi beni che nessuno li può comprendere. Da ciò le viene ogni onore e ogni beatitudine. Da ciò deriva la singolarità della sua persona, sopra tutti e sopra tutto il genere umano. In questo quinto tratto della fede, Ella ci parla delle grandi opere che Dio ha compiute nella nostra piccola vita. Piccola sì: però Dio la vede, la ama e la benedice. La fede di Maria è esemplare perché non mette
avanti se stessa ma soltanto Dio e le sue grandi opere. Nel Cinquecento già c’era un culto di Maria, ma Lutero non lo praticava. Diceva: quelli che pensano di onorare Maria magnificandola fanno il contrario di quello che ha fatto lei stessa: che non si è magnificata, ma ha magnificato Dio. Chi vuole veramente magnificare Maria non deve magnificare Lei, ma magnificare Dio in lei. Questa è la fede. Nella seconda parte del Magnificat si canta la rivoluzione di Dio, che si può riassumere in tre concetti. Primo: Dio confonde la sapienza umana, i pensieri superbi del cuore dell’uomo (versetto 51). Lo fa insegnando un’altra sapienza: quella dell’amore, della Croce. Secondo: Dio fa giustizia. Rovescia la potenza umana, dando potere agli ultimi, agli umili: innalzandoli. Poi azzera l’ingiustizia umana. Lascia a secco i ricchi e sazia gli affamati. Dio cambia la faccia del mondo capovolgendo le gerarchie esistenti per annullarle; socializza il potere e ridistribuisce la ricchezza. Ma Lutero ha un sussulto e si chiede: è proprio così? Accade proprio questo nel mondo? Sembra di no, Dio sembra lasciare andare le cose per il proprio conto, cosicché i malvagi trionfano e i buoni sono sconfitti. Constatando questo fatto (che è quello
che vediamo anche noi, tutti i giorni) Lutero cita il salmo 73: Dio lascia che il gruppo dei malvagi diventi grande e potente, Egli ritira da loro la sua forza e lascia che si gonfino soltanto della forza propria. Da dove entra la forza umana se ne va quella divina. E quando la bolla è gonfia e tutti pensano di aver vinto, Dio fa un buco nella bolla e tutto è finito. Ciò significa che Lutero si mette nella scia della fede di Maria e afferma con lei che questa rivoluzione avverrà, come è vero che Dio è vero. Non è un sogno, un incantesimo, una fantasia umana. Dio alla fine farà prevalere il bene sul male, la sazietà sulla fame, l’uguaglianza sulla disuguaglianza, la libertà sull’oppressione, l’amore sull’odio, la verità sulla menzogna, la pace sulla guerra. Questa è la fede di Maria. Questa è anche la nostra fede che con Lei, e come Lei, professiamo facendo nostro, anche attraverso la musica, il suo splendido Magnificat. Il testo del Magnificat, che premettiamo per chiarire i riferimenti contenuti nella «testimonianza», è dedotto dalla Bibbia CEI, San Paolo 2009. Il Commento al Magnificat di Martin Lutero, datato 10 marzo 1521 – l’anno delle più forti sue denunce anti-cattoliche – si trova in: Scritti religiosi di Martin Lutero, a cura di Valdo Vinay, Classici UTET, Torino 1967, pp. 431-512.
«Celebrare assieme la Riforma»
Il 31 ottobre 2017 sarà ricordato il 500. anniversario dell’affissione, sulla porta del castello di Wittenberg, delle 95 tesi di Martin Lutero sulle indulgenze: il gesto che, simbolicamente, dette l’avvio alla Riforma protestante. Le Chiese evangeliche – e non solo – si staranno preparando a celebrare questo evento sin dal 31 ottobre di quest’anno, con un incontro promosso dalla Federazione luterana mondiale a Lund, in Svezia, a cui sono stati invitati rappresentanti di tutte le Chiese cristiane, compresa quella cattolica. Ma in casa cattolica non tutti sono d’accordo sull’opportunità di celebrare l’anniversario della Riforma. Lo dice, senza tanti giri di parole, il cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) nel suo ultimo libro, Rapporto sulla speranza, recentemente pubblicato in Spagna. Secondo il cardinale, «strettamente parlando, noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare il 31 ottobre 1517, cioè la data considerata l’inizio della Riforma che portò alla rottura della cristianità occidentale», afferma il cardinale. E ancora: «Una protestantizzazione della Chiesa cattolica a partire da una visione secolare senza riferimento alla trascendenza non soltanto non ci può riconciliare con i protestanti, ma nemmeno può consentire un incontro con il mistero di Cristo». Il cardinale evita accuratamente di parlare di «Chiese» protestanti definendole sempre «comunità ecclesiali», ed esalta il ruolo del documento vaticano Dominus Iesus del 2000
che ribadiva appunto che l’unica Chiesa, in senso proprio, sarebbe quella cattolica romana. Per fortuna l’opinione del Prefetto è molto distante da quella espressa in un documento della Commissione luterano-cattolica sull’unità del 2013, intitolato Dal conflitto alla comunione. La commemorazione comune luterana-cattolica della Riforma nel 2017. Il documento si apre con queste parole: «Nel 2017 i cristiani luterani e cattolici commemoreranno congiuntamente il quinto centenario dell’inizio della Riforma. Oggi tra luterani e cattolici stanno crescendo la comprensione, la collaborazione e il rispetto reciproci. Gli uni e gli altri sono giunti a riconoscere che ciò che li unisce è più di ciò che li divide: innanzitutto la fede comune nel Dio uno e trino e la rivelazione in Gesù Cristo, come pure il riconoscimento delle verità fondamentali della dottrina della giustificazione» (§ l). Quale atteggiamento prevarrà nella Chiesa cattolica rispetto ai 500 anni della Riforma? Quello aperto che si riflette nel documento della Commissione luterano-cattolica di dialogo o quello chiuso del cardinale Prefetto? Staremo a vedere. Una cosa è certa: i luterani hanno invitato papa Francesco all’incontro di Lund del prossimo 31 ottobre, e il papa ha prontamente accettato l’invito. Luca Maria Negro Presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (da «Riforma», Torino, aprile 2016)
12
dossier
No. 242
Maria, la testimone più autorevole di Gesù per la sua capacità di penetrare la Parola Maria accompagna il credente in un itinerario di ascolto dove vengono, di volta in volta, fornite al discepolo le istruzioni per una fede consapevole. Una vera scuola di discepolato, che, mentre narra le vicende di Maria, dall’annuncio della nascita di Gesù all’oracolo di Simeone, offre a chi legge le chiavi per rimanere nella Parola. La chiamata di Maria Quando Maria riceve la chiamata è ancora una bambina. Promessa sposa a Giuseppe, attende che il suo corpo fiorisca, fino a diventare donna, per poter passare dalla casa paterna a quella del suo futuro sposo. Maria vive in un contesto difficile, che vede il suo popolo piegato dal giogo dell’occupazione romana. Probabilmente ascolta i lamenti della sua gente e anche lei, come molti in Israele, attende il Messia che verrà a liberare il suo popolo. Ma Dio sta per agire proprio attraverso di lei per cambiare le sorti della storia. L’angelo saluta Maria con parole importanti, che la turbano e la interpellano: «si domandava cosa volesse dire un tale saluto» (Lc 1,29). Maria vuole capire. Con lei impariamo che Dio non si aspetta da noi l’ubbidienza incondizionata. Troppe donne sono state piegate, ammutolite da una fede che asservisce senza liberare, che mette a tacere ogni dubbio e censura le domande. Dio non chiede una tale fede. Non l’ha pretesa dai grandi uomini come Mosè, Elia, o Abramo. Non la chiede a Maria, la quale discute il progetto divino; e nemmeno alle altre donne. La fede nel Dio che chiama richiede intelligenza e libertà. Il discepolo-tipo, Maria, desidera comprendere appieno prima di dare il proprio assenso. Si confronta, dunque, con Dio, domandandosi come potrà portare avanti un simile progetto: «Come possono avvenire queste cose?» (Lc 1,34). Sa che Dio, quando chiama, fa sul serio e, come i grandi prima di lei, oppone resistenza alla chiamata, riconoscendosi inadeguata. Dio risponde non tanto spiegandole «biologicamente» come rimarrà incinta. Non è questo che Maria chiede: la ragazzina sa già che da lì a poco si
unirà al suo sposo. Lei chiede piuttosto a Dio che non la lasci sola e l’accompagni nel percorso che le prospetta. Dio, infatti, promette di non perderla di vista nemmeno per un momento, di essere la sua ombra e camminare con lei: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo sarà la tua ombra» (Lc 1,35). di Lidia Maggi*
Maria non è incredula, come Zaccaria o Sara: è sconcertata, perplessa, spaventata, ma non incredula. Sa di ascoltare una parola che non si limita ad annunciare fatti futuri ma chiama in causa la sua stessa esistenza e vuole arrivare ad aderire al progetto divino con un sì per la vita. Ecco perché le ultime parole di questa solenne conversazione non sono affidate all’angelo, ma alla sua risposta: «Eccomi, sono la serva del Signore»(Lc 1,38). Dopo essersi interrogata e aver discusso con Dio, Maria risponde positivamente alla chiamata, fino a benedire: «Dio faccia con me come tu hai detto» (Lc 1,38), ovvero: che la parola di Dio si avveri, che quanto Dio sogna diventi realtà in me. Maria ed Elisabetta: una fede in relazione Maria riceve dall’angelo la notizia che Elisabetta, una sua parente, è incinta. La vergine e la sterile si trovano a vivere sul proprio corpo i segni concreti di una storia gravida di salvezza. La giovane si mette in viaggio per incontrare Elisabetta. In lei c’è l’urgenza dell’araldo, del testimone chiamato ad annunciare il tempo della salvezza. Altri viaggi dovrà compiere Maria, obbedendo a leggi umane, come quella del censimento; ma qui è lei, nella sua piena libertà, a decidere di andare per far visita ad Elisabetta, proprio come l’angelo ha visitato lei. Attraverso la fatica e la fretta del viaggio di una ragazza gravida, vengono tracciati altri elementi dell’identità di Maria: l’autonomia, il coraggio, l’intraprendenza. Anche questi sono attributi della fede, da riscoprire in ogni vocazione, in particolar modo per quella delle donne.
La fede di Maria non è un’esperienza privata. Nella visita ad Elisabetta c’è l’esigenza di un riconoscimento comunitario che, prima di passare attraverso il Tempio con le sue forme istituzionali, ricerca il confronto delle donne. Insieme, queste vogliono capire meglio quegli eventi straordinari, così da ascoltare nell’altra la voce di Dio. La lingua di Elisabetta non è rimasta muta, come quella di Zaccaria; il suo cuore non è stato vinto dal pregiudizio e dall’incredulità, dubitando dello status della ragazza. Elisabetta accoglie Maria con parole forti, capaci di lenire ogni preoccupazione. Parole che incoraggiano, benedicono, rafforzano e confermano nella vocazione: «Benedetta sei tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). Paroleabbraccio, che avvolgono di fiducia. Elisabetta accoglie Maria ed è solo a questo punto che la lingua di Maria si scioglie intonando una lode. Maria non ha cantato davanti al Signore dell’universo che è apparso nella sua casa: canta, invece, dopo l’abbraccio di una donna che l’accoglie e la riconosce. Adesso sa che non è più sola: non solo perché lo Spirito del Signore è su di lei, ma anche perché l’accompagnano la stima, l’affetto e la benedizione di un’amica, una mentore, una sorella, una madre spirituale. Donne di diverse generazioni si accolgono reciprocamente e mettono in comune la propria esperienza di fede. Elisabetta comunica ad una giovane vocazione fiducia e accoglienza. Riconosce e conferma la sua chiamata fino a spingerla a proclamare la Parola. Se nelle nostre chiese le giovani vocazioni faticano a trovare una propria collocazione, forse è anche dovuto alla nostra sfiducia nei loro confronti. Fatichiamo a riconoscere e ad incoraggiare nuove chiamate. La giovane Maria ci è maestra, con la sua fede libera e determinata. Accanto a lei c’è Elisabetta, che ci ricorda un ministero sottovalutato: la chiamata ad accogliere giovani fedi, piccole o maestose che siano, per aiutarle a crescere e non farle abortire nella sfiducia e nel disprezzo.
No. 242 13 dossier
Una fede che proclama la Parola di Dio Maria, alla fine, canta: un inno liturgico, dove le gesta di Dio sono magnificate dalla voce e dalla vita di questa giovane donna. Nel salmo la scopriamo «donna del sorriso», abitata da una fede gioiosa e appassionata. Maria intona una lode a Dio come fece prima di lei, nell’Esodo, l’altra Maria, col timpano ed il tamburello. Il contesto è solenne, come il linguaggio. Maria si sente autorizzata e incoraggiata da Elisabetta a proclamare la Parola, a proclamare le grandi meraviglie di Dio, in un contesto liturgico. La casa di Elisabetta è il primo cenacolo cristiano dove una giovane donna incinta predica la Parola. Maria è la prima predicatrice della Chiesa, un ministero che, in seguito, verrà destinato solo agli uomini: ma «all’inizio non era così»! Canta, Maria, perché sa di essere beata, come lo sono i poveri a cui Dio volge lo sguardo. È beata perché ha udito la voce di Dio e non ha indurito il suo cuore. È beata perché ha saputo rispondere con serietà al Signore ma anche perché la sua chiamata ha trovato accoglienza in un’amica. Ha imparato che la storia non è abbandonata a se stessa. Dio agisce attraverso piccoli come lei. La storia non è chiusa: Dio è in grado di riaprirla, quando ormai è troppo tardi e si mostra sterile e avvizzita, come il corpo di Elisabetta, come anche quando non è ancora giunto il tempo («l’ora mia non è ancora venuta»). Dio può anticipare l’ora, proprio come in Maria la quale, nonostante il corpo acerbo, si ritrova gravida di vita. Non è mai troppo tardi per Dio, come non è mai troppo presto… Lasciarsi mettere a nudo dalla Parola C’è ancora una cosa che, alla scuola di Maria, il discepolo dovrà imparare: su come si accoglie la Parola. Il racconto di Luca, dopo averci narrato la nascita del Messia e l’adorazione dei pastori, ed averci mostrato Maria quale «custode della Parola», prosegue nel tempio di Gerusalemme (Lc 2,22-36). Qui Maria, insieme a Giuseppe e al bambino, incontra Simeone e Anna e ascolta l’oracolo di Simeone rivolto al bambino e alla madre. Egli dice a Maria una frase spesso letta in chiave doloristica, come anticipazio-
ne della passione: «E a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). Ma la spada che penetra fino in fondo, che taglia in due l’anima e che mette a nudo i cuori, è la Parola di Dio! È come se a un certo punto Dio dicesse a questa discepola che quel rovesciamento del mondo cantato nel «Magnificat» deve avvenire anche dentro di lei. Che, pur essendo la madre di Dio, non è una privilegiata, non è esentata dal fare un percorso di conversione, poiché anche nel suo cuore c’è una parte alta e una parte bassa che devono essere ribaltate; e quella parola di giudizio, da lei annunciata nel Magnificat, le deve penetrare l’anima e mettere sottosopra il cuore. L’evangelista, dopo averci presentato in sintesi una teologia della Parola incarnata in Maria, dopo averci mostrato come questa agisca in lei fino a renderla discepola del Figlio, mette in scena anche i fallimenti, accomunando la figura di Maria a quella degli altri discepoli. E così, subito dopo gli eventi della nascita di Gesù e l’episodio nel Tempio, troviamo una Maria disorientata dal figlio dodicenne, incapace di comprenderne il comportamento: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati…» (Lc 2,48). Più avanti, la troviamo in difficoltà con la vita nomade di Gesù. Più volte lo cerca per riportarlo a casa (Lc 8,19). Questi fraintendimenti sono un tratto caratteristico della narrazione biblica. Lo sguardo ironico di chi è chiamato a seguire Dio con umiltà impedisce l’autocelebrazione. Israele, come anche in seguito i discepoli, si racconta a partire dai propri fallimenti. È l’incomprensione a delineare la figura del vero discepolo, che non si sente mai arrivato, che sperimenta lo scarto tra la chiamata e il proprio vissuto, così da riconoscere di avere ancora bisogno di essere formato e convertito. Proprio perché Maria non si è nascosta, ma si è lasciata mettere a nudo dalla Parola fino a diventare «discepola del Figlio», la incontreremo, dopo la risurrezione di Gesù, nel centro della comunità riunita in attesa dello Spirito (At 1). Maria in Giovanni Il vangelo di Giovanni non ci dà informazioni sugli eventi legati alla nascita di Gesù; ci racconta però il segno con cui Gesù inaugura la sua vita pubblica, durante un banchetto di nozze. Quando nel mezzo della festa viene meno il vino, Maria segnala al
figlio quella mancanza. «Non hanno più vino»(Gv 2,3): sono le sue prime parole. Ricorderemo quelle più solenni che seguono: «Fate tutto quello che egli vi dirà» (2,5); ma prima ci sono quelle che dicono un’attenzione al mondo, una lettura sapienziale della realtà. Cosa manca? Qual è il bisogno, il desiderio della gente? La parola di Dio non salta questo sguardo storico, proprio perché si fa carne. E Maria ce lo ricorda. Quella di Dio non è prima di tutto parola di giudizio, ma di salvezza. Maria, infatti, non giudica, non dice: guarda che sprovveduti… Il suo è uno sguardo empatico sul mondo, soprattutto quando manca di qualcosa. Come è diverso lo sguardo di molti cristiani, così giudicante sul mondo, pronto a mandare fulmini («Vuoi che chiediamo che un fulmine venga perché non ti hanno accolto?»). Lo sguardo di Maria non è spietato. Ricerca, invece, il bene del mondo, senza rinfacciare. Non dice: «hai bisogno di me, perché altrimenti non ce la fai». Maria ci insegna che non basta ascoltare e fare la Parola: occorre anche uno stile evangelico, che passa attraverso uno sguardo empatico, misericordioso, di cura. Al centro della scena il mondo: la parola che Maria rivolge non è per i discepoli, ma per i servi che si muovono dietro alle quinte. «Fate tutto quello che vi dirà» è una parola che agisce anche fuori dalle chiese. Precedentemente, dicendo: «Non hanno più vino» (2,3), Maria esprime un’invocazione rivolta al figlio, affinché faccia qualcosa. Ma Gesù si irrigidisce: «Che c’è tra me e te o donna? L’ora mia non è ancora giunta». Maria, nonostante il tono duro della risposta, non si chiude. Non ne fa ragione di scontro personale, reclamando per sé l’autorità materna. Dice, invece, ai servi di fare tutto quello che lui dirà. E da lì a poco, Gesù agirà ed il vino torna a fluire. In questa storia Maria non è la protagonista, e tuttavia è lei il personaggio-chiave che sollecita Gesù a dare inizio al suo ministero salvifico. È lei che prende l’iniziativa, che esorta, che forza i tempi. È una donna autorevole, per niente servile; dice parole imperative, richiamando all’ascolto. Lei, come il Giovanni Battista, è l’indice puntato verso il Messia. Invita a mettere in pratica la sua parola. Per Maria, ascoltare la Parola significa sollecitare Dio ad agire, anche se non è ancora la sua ora; dunque, ad anticipare i tempi, trasformando la preghiera di Gesù, «Venga il tuo Regno», in
14
dossier
passione di vita. Dio, del resto, non ha forse anticipato i tempi nel suo corpo rendendola gravida quando ancora era troppo presto? Perché allora la nostra preghiera non dovrebbe sollecitare Dio ad agire prima dell’ora? Maria a Cana prega il figlio di agire; e Gesù, sollecitato da questa discepola, si ritrova, suo malgrado, ad anticipare i tempi. Tutto prende il via dall’insistenza di una discepola che ha saputo aprire una breccia nei tempi di Dio per forzare il Regno. L’evangelo è per chi ha desideri, patisce la ristrettezza del mondo ricercandone la redenzione. Maria, che apparentemente sembra non ascoltare Gesù che le dice: «ma allora non capisci che la mia ora non è ancora venuta?», ci rivela che la Parola è complessa: è un «già» e un «non ancora». Gesù ha sottolineato il «non ancora» del Regno;
c’è però anche un «già» a cui Maria si richiama, fiduciosa che «l’ora» è già in azione. Maria è discepola ma anche ermeneuta, interprete della Parola. Non è anche la funzione del discepolo di Gesù quella di riconoscere che il Regno non è ancora giunto e proprio per questo continua ad invocarlo? «Venga il tuo Regno». Quando questa preghiera prende corpo, liberata dall’abitudine e dal rito ripetitivo, il Regno si fa più vicino. La testimonianza di Maria, ricollocata nell’evangelo, riacquista forza invitandoci a lasciarci fecondare dalla Parola che riapre ciò che è chiuso facendo nuova ogni cosa. * Lidia Maggi, nata nel 1964, è pastora dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia. Molto impegnata nella divulgazione biblica e nel dialogo ecumenico ed interreligio-
No. 242 so, ha pubblicato vari contributi su differenti periodici. Tra i suoi ultimi libri: Quando Dio si diverte. La Bibbia sotto le lenti dell’ironia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2008; Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, Claudiana, Torino 2009.20142; L’evangelo delle donne, Claudiana, Torino 2010. 20142; Elogio dell’amore imperfetto, Cittadella, Assisi 2010; (con L. Zoia) Amare oggi, Il Margine, Trento 2012; (con A. Reginato) Dire, fare, baciare… Il lettore e la Bibbia, Claudiana, Torino 2012; (con A. Reginato) Liberté, égalité, fraternitè. Il lettore, la storia e la Bibbia, Claudiana, Torino 2014; Giobbe, il dolore del mondo, Cittadella, Assisi 2014.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario
Maria in una prospettiva femminista Maria è il personaggio centrale nell’universo simbolico che regola la presenza della donna nella Chiesa, è il culmine di ogni indagine interpretativa, di ogni riflessione teologica sul ruolo delle donne nella rivelazione. Proprio per questo, quindi, il tema mariano è stato molto criticato e discusso negli ultimi decenni: nella figura di Maria, infatti, nella sua obbedienza alla volontà di Dio, molte femministe hanno voluto vedere l’origine del modello passivo, obbediente, servile, imposto per secoli alle donne. Oggi invece molte teologhe stanno riabilitando questa figura centrale della tradizione cristiana, scoprendo sempre più la ricchezza e l’importanza della sua immagine sia nel dibattito teologico – ad esempio, per la questione delle due nature di Cristo, divina e umana, terreno privilegiato di discussione è proprio il corpo di Maria – che nella vita spirituale. Si arriva così ad affermare che la Chiesa deve dare a Maria non solo il posto che merita, ma addirittura «tutto il suo posto». Ma questa diversa interpretazione ha già una storia, una ricerca le è stata dedicata ed è ancora in corso. Già la filosofa laica francese Sylviane Agacinski aveva messo in rilievo che, mentre nella tradizione ebraica il tramite fra Dio e l’essere umano era un uomo, e cioè Adamo, nel cristianesimo il tramite fra umanità e Dio è
una donna, Maria. Prima ancora, nel 1985, Géneviève Honoré-Lainé, in una riflessione sul mistero dell’alleanza tra Dio e l’uomo, aveva fondato su Maria ogni analisi del posto che la donna deve occupare nella Chiesa. Maria – scrive – è la condizione di questa alleanza. Maria non è stata costretta, ma Dio ha chiesto la sua libera adesione, un sì totale dato in rappresentanza del popolo di Israele: dando al figlio di Dio la natura umana ella ha permesso che fossero resi all’uomo i tratti della parentela divina. È lei che, nella sua fede, ha firmato il contratto dell’alleanza nuova del Dio vivente e con il suo popolo. Quindi è lei che ha risposto di sì per tutti, donne e uomini. Dal coraggio di una fanciulla ebrea, Maria, è dipesa quindi la salvezza del genere umano. In questo modo Maria diviene esempio per tutti noi: se la parola (logos in greco, verbum in latino) di Dio si è fatta carne in lei, essa può e deve incarnarsi in ciascuna delle nostre vite. Maria è modello di ogni credente, uomo e donna. Solo riconoscendo questo si può dare a Maria – e quindi più in generale alla donna – «tutto il suo posto». Maria quindi non solo mediatrice di protezione, non solo madre sollecita di ogni credente. Maria viene qui interpretata come modello esemplare del rapporto fra l’umano e il divino.
Riflessioni molto vicine a quelle che, nel 1948, scriveva la mistica svizzera Adrienne von Speyr, sempre meditando sull’annunciazione dell’angelo a Maria, inizio dell’incarnazione: «A questo punto per la prima volta si palesa il legame inscindibile, il matrimonio misterioso, tra il “sì” divino e il “sì” umano, la cui unione porta come frutto il Redentore del mondo». Lucetta Scaraffia Lucetta Scaraffia (1948) insegna storia contemporanea all’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Storica e giornalista, collabora con i quotidiani «Il Sole 24 Ore», «L’Osservatore romano» e «il Messaggero». Si è occupata di storia delle donne, di storia religiosa e di temi bioetici (è membro del Comitato nazionale italiano per la bioetica). La sua ultima pubblicazione si intitola «La Chiesa delle donne» (Città Nuova, 2015). «Dialoghi» n. 239 (dicembre 2015) ha pubblicato una sua testimonianza dopo il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, alla quale era invitata come uditrice.
Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–
No. 242 15 cronaca
Küng chiama, il Papa risponde Il 9 marzo scorso, il teologo Hans Küng, 88 anni e in precarie condizioni di salute, aveva scritto un «appello urgente» – in concomitanza con la pubblicazione presso l’editrice Herder, in Germania, del quinto volume della sua opera omnia, dedicato appunto al tema dell’infallibilità – perché papa Francesco «permetta una discussio ne aperta e imparziale sull’infallibilità del papa e dei vescovi». Il testo dell’appello di Küng, professore emerito di teologia ecumenica a Tübingen e oggi presidente onorario della «Stiftung Weltethos” (Fondazione per l’etica globale), è stato diffuso simultaneamente dalla rivista statunitense «National Catholic Reporter» e dal settimanale cattolico inglese «The Tablet». Ora lo stesso Küng ha annunciato di avere avuto da papa Francesco una risposta, senza rendere noto il testo della lettera «per la riservatezza che devo al Papa”, ma esprimendo soddisfazione per la lettera papale ed elencandone i motivi (testo italiano in «Adista», 7 maggio 2016). «Il 9 marzo scorso il mio appello a papa Francesco a dare spazio a un dibattito libero, privo di pregiudizi e aperto sul problema dell’infallibilità, è stato pubblicato sui principali giornali di diversi Paesi. Sono stato quindi felice di ricevere una risposta personale da Francesco, immediatamente dopo Pasqua. Datata 20 marzo, mi è stata inoltrata dalla Nunziatura a Berlino. Nella risposta del Papa trovo particolarmente significativi i seguenti punti: il fatto in sé che Francesco abbia risposto e non abbia lasciato cadere nel vuoto, per così dire, il mio appello; che abbia risposto di persona e non attraverso il suo segretario personale o il segretario di Stato; che abbia sottolineato il carattere fraterno della sua risposta in spagnolo, rivolgendosi a me con l’appellativo Lieber Mitbrüder (“Caro fratello”) in tedesco, e mettendo in corsivo queste parole personali; che chiaramente abbia letto con grande attenzione l’appello che avevo inviato allegando una traduzione in spagnolo; che abbia molto
Notizie belle e buone Primavera ecumenica. Papa Francesco si recherà il 31 ottobre a Lund, nell’estremo sud della Svezia, per partecipare alla commemorazione ecumenica del cinquecentesimo della Riforma luterana, organizzata in comune dalla Chiesa luterana di Svezia e dalla diocesi cattolica di Stoccolma. È prevista anche una visita papale alla locale comunità cattolica, composta in maggioranza da immigrati latinoamericani. È un nuovo importante passo per la riconciliazione ecumenica, dopo le visite del Papa alle comunità protestanti in Italia, a Caserta e Torino. Lo scorso gennaio papa Francesco è stato pure invitato, da una delegazione islamica guidata dall’ambasciatore saudita a Roma, a visitare la grande moschea di Roma, centro culturale islamico d’Italia, costruita nel 1995 e pagata dall’Arabia Saudita. Papa Francesco è già stato nella «moschea blu» di Istanbul e in quella centrale di Bangui nella Repubblica centroafricana. Insomma, non si limita a predicare e scrivere ma anche insegna coi gesti: così è tornato dalla visita a Lesbo, il 16 aprile, dal campo di accoglienza greco, ospitando nell’aereo tre famiglie di 12 siriani musulmani, grazie alla
apprezzato le considerazioni che mi avevano portato a scrivere il quinto volume delle mie opere complete, nel quale suggerisco una discussione teologica sulle diverse questioni sollevate dal dogma dell’infallibilità alla luce delle Sacre Scritture e della tradizione, allo scopo di approfondire il dialogo costruttivo tra la Chiesa “semper reformanda” del XXI secolo, le altre Chiese cristiane e la società postmoderna. Francesco non ha fissato alcuna restrizione. Ha quindi risposto alla mia richiesta di dare spazio ad una libera discussione sul dogma dell’infallibilità. Penso che sia ora doveroso cogliere l’opportunità di questa nuova libertà per portare avanti un chiarimento delle definizioni dogmatiche, che sono terreno di controversia all’interno della Chiesa cattolica e nel suo rapporto con le altre Chiese cristiane. Non avevo previsto questa nuova libertà che Francesco ha aperto nella sua esortazione post-sinodale Amoris leætitia. Già nell’introduzione egli dichiara che “non tutte le questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”, denuncia la “fredda morale burocratica” e non vuole che i vescovi continuino a comportarsi come se fossero “arbitri della grazia”; considera l’Eucaristia non come una ricompensa per chi è perfetto ma come un “nutrimento per chi è debole”; cita ripetutamente affermazioni fatte al Sinodo episcopale o dalle Conferenze episcopali. Francesco non vuole più essere l’unico portavoce della Chiesa. Questo è il nuovo spirito che ho sempre atteso dal magistero. Sono pienamente convinto che in questo nuovo spirito una discussione libera, priva di pregiudizi e aperta sul dogma dell’infallibilità – questione cruciale per il destino della Chiesa – sarà possibile. Sono profondamente grato a Francesco per questa nuova libertà e unisco il mio grazie di cuore all’aspettativa che i vescovi e i teologi adottino senza riserve questo nuovo spirito e si uniscano in questo compito in accordo con le Scritture e con la nostra grande tradizione ecclesiale». collaborazione della Comunità di Sant’Egidio, che assieme alla Federazione delle Chiese evangeliche italiane ha organizzato un «corridoio umanitario» per accogliere mille rifugiati. Panca ospitale. Il consiglio di Chiesa di Val-de-Travers, nel cantone di Neuchâtel, ha deciso di permettere a una panca di una delle chiese… di andare a spasso, uscire dai muri ecclesiastici incontro alle persone che non vanno in chiesa, e così agevolare gli incontri fra persone. Dopo una celebrazione, domenica 20 marzo, la panca ha potuto ufficialmente… partire all’avventura; finito il culto, è stata sulla piazza della stazione per accogliere gli escursionisti. Il tempo era bello e la parrocchiana di legno ha incuriosito, anzi è stata subito utilizzata: parecchie persone vi si sono sedute per qualche minuto e hanno conversato con i presenti. L’iniziativa proseguirà: il consiglio di Chiesa ha previsto diverse varianti: lasciare la panca con un taccuino di bordo per parecchi giorni nello stesso posto, oppure fare delle uscite specifiche in occasione di manifestazioni pubbliche. Siccome spesso le panche restano vuote nelle chiese (anche in Ticino), portiamole fuori su strade e piazze: c’è molta gente che cerca un momento di riposo.
16
opinioni
No. 242
A settant’anni dalla morte di Buonaiuti un protagonista del «modernismo» italiano Si ricorda quest’anno il settantesimo dalla morte di Ernesto Buonaiuti, protagonista del «modernismo»1. Buonaiuti nasce a Roma il 25 giugno 1881, compie gli studi avendo come compagni i futuri storici e archeologi Manaresi, Belvederi e Roncalli (il futuro Giovanni XXIII), viene ordinato sacerdote nel 1903 e due anni dopo sostituisce Bonaccorsi nella direzione della neonata «Rivista storico critica delle scienze teologiche». Per un certo periodo diventa in seminario titolare dell’insegnamento di storia della Chiesa, sostituendo il suo professore, Umberto Benigni, ma poco tempo dopo sarà sospeso da tale insegnamento. Divenuto protagonista del «modernismo» italiano nei primi anni del secolo XX, incorrerà nella scomunica dopo la pubblicazione di una risposta all’enciclica Pascendi del 1907 con la quale Pio X condannava il movimento. Nel 1906 aveva avuto modo di incontrare a Parigi il primo protagonista del modernismo Alfred Loisy e l’anno dopo in Inghilterra George Tyrrell. Dell’incontro con il primo conservò un cattivo ricordo, mentre per tutta la vita sentì una forte affinità con il secondo, che però sarebbe morto nel 1909. Sono anni, quelli, in cui Buonaiuti (ma sarà una caratteristica di tutta la sua vita…) si dedica allo studio e alla ricerca con un’intensità e una fame di conoscere tale da stupire molti amici e collaboratori. Giovanni Papini dirà di lui che era un «lettore infaticabile di libri d’ogni colore e tenore». Del 1904 è un suo saggio sulla storia dei dogmi, premessa di una lunga serie di interventi, note, recensioni pubblicate in diverse riviste… Si occupa di correnti filosofiche contemporanee, della crisi della filosofia scolastica e si avvicina alla filosofia dell’immanenza leggendo le opere di Blondel. Da Loisy coglie la tensione di Gesù verso il Regno, la sua predicazione 1. A. Zambarbieri, Modernismo e modernisti. I, Il movimento, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2013, e Modernismo e modernisti, II, Semeria, Buonaiuti, Fogazzaro, Ivi, Roma 2014.
messianica, e soprattutto l’annuncio del Regno imminente. Tale annuncio diverrà uno dei temi dominanti di tutte le sue pubblicazioni successive. Si dedica quindi allo studio delle origini cristiane, pubblicando un saggio sullo gnosticismo, inizia a occuparsi anche di millenarismo… di Maurilio Guasco*
Bonaiuti troverà nel gesuita p. Enrico Rosa, prima scrittore e poi direttore de «La Civiltà Cattolica», il più fiero e pignolo lettore e accusatore. A partire dal 1905 la rivista romana dei gesuiti diverrà il luogo privilegiato in cui i vari autori accusati di «modernismo» saranno attaccati; molti incorreranno nei rigori di qualche Congregazione romana, cosa che a Buonaiuti succederà solo dopo diversi anni, probabilmente perché per un certo tempo egli può godere di una silenziosa protezione da parte di amici operanti all’interno delle congregazioni. Professore e scomunicato Divenuto, nel 1915, vincendo il relativo concorso, professore di storia del cristianesimo all’università di Roma, è a più riprese richiamato e sospeso a divinis ma ottiene più volte la revoca delle condanne grazie alle frequenti sottomissioni, non sempre approvate neppure dai suoi amici. Egli stesso avrebbe spiegato questo suo atteggiamento scrivendo: «È necessario, in vista di più alti interessi religiosi, piegare il capo all’autorità che condanna per non rompere un’unità religiosa che nel sacrificio vivifica». Fu comunque scomunicato negli anni Venti e a rischio di perdere la cattedra nel 1929, in seguito ai Patti lateranensi firmati dal Vaticano con l’Italia fascista. Il Ministero lo distaccò a occuparsi della pubblicazione delle opere di Gioachino da Fiore. Singolare dimostrazione di amore e di appartenenza alla Chiesa si manifesta nella sua ostinazione a non abbandonare il segno esterno della sua appartenenza al clero cattolico: l’abito talare, che fu obbligato a lasciare solo per legge. Alla cattedra che non aveva perso
nel 1929 dovette rinunciare due anni dopo, perché fu uno dei pochi professori universitari a rifiutarsi di giurare fedeltà al regime fascista. Le ragioni del suo rifiuto furono solo in parte politiche, quelle vere erano di tipo religioso: non accettava di compiere un gesto condannato dal Vangelo. Lo scrisse lui stesso in una lettera al rettore dell’Università di Roma: «A norma di precise prescrizioni evangeliche (…) reputo mi sia vietata qualsiasi forma di giuramento»2. Sempre fedele, senza ritrattazione Dopo il 1931 Buonaiuti visse un lungo periodo di grande impegno scientifico ma anche di ristrettezze economiche, alle quali ovviò grazie all’aiuto di alcuni suoi fedelissimi alunni, come pure rispondendo a molti inviti per conferenze. Avrebbe potuto diventare professore ordinario in Svizzera, aderendo alla Chiesa riformata: ma non volle farlo, per tutta la vita rimase in coscienza fedele alla Chiesa di Roma. Risulta anche dall’autobiografia che pubblicò nell’ottobre del 1945: «Pellegrino di Roma. La generazione dell’esodo». In quel periodo Buonaiuti pensò pure di occuparsi direttamente di politica, presentandosi candidato alle elezioni. Ma cadde gravemente ammalato, poi ricevette messi dal Vaticano, in particolare il card. Marmaggi, in vista di una sua possibile riconciliazione con la Chiesa cattolica. La condizione era che firmasse un documento in cui si precisava che accettava tutte le proposizioni della Chiesa e riprovava tutto quanto la Chiesa riprovava. Non accettò di firmare, e pochi giorni dopo morì. Era il 20 aprile 1946, la vigilia di Pasqua. La produzione di Buonaiuti, soprattutto di carattere storico, è immensa: una delle sue collaboratrici, Marcella Ravà, ha pubblicato un elenco dei suoi scritti, comprendente oltre tremila titoli, probabilmente neppure completo. Buonaiuti aveva una straordinaria capacità di cogliere nei testi che leggeva 2. F. Parente, Ernesto Buonaiuti, Edizioni dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1971, p. 80.
No. 242 17 opinioni
il senso fondamentale, ciò che gli permette di farvi seguire immediatamente commenti o note critiche. I primi anni del Novecento, quando Buonaiuti è uno dei protagonisti, in Italia, di quella che verrà definita la «crisi modernista», lo vedono anche accettare delle posizioni ambigue, pubblicare scritti in forma anonima, addirittura scrivere opere che saranno messe all’Indice, senza riconoscere di esserne l’autore. Uno dei massimi studiosi del modernismo, Emile Poulat, ha fatto un lungo elenco di opere pubblicate anonime in quegli stessi anni: Buonaiuti forse pensava di avere una missione da compiere nella Chiesa, sapeva che le sue tesi non avrebbero avuto la stessa efficacia se fosse stato estromesso dalla Chiesa stessa. Questo non può giustificare alcune sue posizioni discutibili. Ma forse la ragione principale del suo comportamento è il grande legame che lo legava alla madre, con la quale viveva e che non avrebbe sopportato una censura della Chiesa nei confronti del figlio sacerdote. Pare anzi che Buonaiuti (il quale tutte le mattine usciva per recarsi a dir messa in una vicina chiesa), quando la celebrazione eucaristica gli venne proibita, continuasse a uscire di casa alla stessa ora perché la mamma seguitasse a credere che la situazione canonica di suo figlio era ancora regolare. Forse è proprio questo che spinse Buonaiuti ad accettare, fino ad un certo punto della sua vita, di sottomettersi all’autorità, rischiando l’accusa di ambiguità e anche di ipocrisia. Lo scrive egli stesso in una lettera a Giuseppe Prezzolini, il 24 dicembre 1910: «Vi sono rinunzie a forme di lavoro più amare e più angosciose della morte. Dal momento in cui, contro tutte le mie illusioni precedenti, ho potuto avere la certezza matematica che non potevo apertamente, come era mio sogno, proseguire il movimento religioso iniziato senza provocare una tragedia domestica, mi sono completamente astenuto da ogni atto religioso antivaticano. Non mi sono astenuto e non mi astengo e non mi asterrò da atti scientifici antivaticani. Per il resto, per altre forme di lavoro, non sarà mai troppo tardi a meno che la mia morte non preceda quella di mia madre, cosa tutt’altro che improbabile date le mie e le sue condizioni di salute»3. La ma3. F. Parente, op. cit., p. 40.
dre sarebbe morta il 22 luglio 1941, dopo essersi convinta che «i verdetti ecclesiastici potessero non avere una sanzione divina». Che cosa resta? Che cosa resta oggi della produzione scientifica di Buonaiuti? In anni recenti, diversi studiosi hanno sottoscritto un documento con il quale si chiede qualche forma di riabilitazione di Buonaiuti. Personalmente non sono molto convinto che quegli appelli possano servire. Riabilitare qualcuno non vuol dire affermare che aveva ragione lui, e torto chi lo condannava: non si modificano verdetti che allora ebbero una loro efficacia. Credo piuttosto che siano lo studio e la ricerca a riabilitare il personaggio. Nel caso di Buonaiuti, al di là di certi suoi atteggiamenti ambigui la cui origine è abbastanza chiara, rimane il grande amore per la Chiesa cattolica, il tormento per le sanzioni che ne ricevette e, soprattutto, la passione dell’insegnamento. La condizione iniziale perché si potesse discutere di un suo ritorno era sempre la stessa, sempre rifiutata da Buonaiuti: la rinuncia alla cattedra universitaria. Aveva avviato alla lettura della Bibbia diversi suoi allievi, diventati poi in molti casi a loro volta professori universitari. In estate passava con loro un periodo delle vacanze, leggendo e commentando insieme pagine della Bibbia: e questo in tempi in cui la lettura della Scrittura era riservata agli specialisti. Era convinto che nella vita delle persone la Parola di Dio dovesse avere il primo posto. Le molte letture gli permettevano una conoscenza profonda di molti periodi della storia della Chiesa e delle religioni, ma in molte sue opere si dimostra meno preoccupato della scientificità del testo quanto di destare nel lettore la passione per un determinato periodo o per un certo autore. È uno dei rimproveri che, dal punto di vita scientifico, viene rivolto ai tre volumi della sua «Storia del cristianesimo». Questo lavoro, in fondo, era lo specchio dell’autore, quasi di un testo a tesi dove ogni periodo è segnato da una lotta tra lo spontaneismo religioso e il bisogno dell’istituzione di arginare e controllarlo. Collaborò – ma questo vale per tutti i protagonisti del «modernismo» – a dare diritto di cittadinanza alla ricerca scientifica anche all’interno della Chiesa cattolica, in un tempo in cui erano ancora in vi-
gore i vecchi criteri e si temevano le conseguenze dell’incontro con la scienza. La sua vita ci appare oggi come un esempio di fedeltà alla coscienza: lo dichiarava prendendo una frase di Pio VII e mettendola come epigrafe, con altre, alla sua autobiografia: «Quando le opinioni sono fondate sopra la voce della coscienza e sul sentimento del proprio dovere diventano irremovibili e non vi è forza fisica al mondo che possa, alla lunga, lottare con una forza morale di questa natura». Buonaiuti ha contribuito, con altri, al «passaggio da una teologia elaborata sulla base della cultura classica, unica e normativa, a una teologia che tenesse conto della nozione moderna della cultura empirica, pluralistica, in divenire»4. La storia non si fa con dei se o dei ma… credo tuttavia che si debba concordare con quanto scrive uno dei suoi migliori discepoli, A. C. Jemolo, nell’introduzione alla più recente edizione del Pellegrino di Roma5: «E lecito pensare che se fosse giunto a vedere il pontificato del suo coetaneo Angelo Roncalli, l’indizione del Concilio Ecumenico, ci sarebbe stato anche per lui il ritorno (…). Quanti credono nella vita futura, in una forma imperscrutabile ai nostri sensi umani, e ricordano quel che Buonaiuti fu, il suo amore per gli uomini, il suo desiderio di bene, l’aiuto che diede a quanti trovò sulla sua strada ed avessero bisogno di lui, il suo costante anelito alla realizzazione della Parola di Cristo, confidano ch’egli sia tra gli eletti». * Maurilio Guasco, nato nel 1939 a Solero (AL), dottore in teologia alla Gregoriana di Roma, licenza in Scienze sociali all’Institut catholique di Parigi e specializzato in sociologia all’Ecole pratique des hautes études, infine in lettere e filosofia a Torino, dal 1980 ha insegnato storia contemporanea alle Università di Padova e di Verona e dal 1985 storia del pensiero politico contemporaneo a Torino, dal 1992 alla sede di Alessandria. È attualmente ordinario alla Facoltà di scienze politiche dell’Università del Piemonte orientale. Ha pubblicato una biografia di Loisy presso la Morcelliana (2004), «Chiesa e cattolicesimo in Italia» (1945-2000) per le Edizioni Dehoniane nel 2001 e «Politica e religione nel Novecento italiano» per il Segnalibro, Torino, 1999.
4. A. Zambarbieri, Il cattolicesimo tra crisi e rinnovamento. Ernesto Buonaiuti ed Enrico Rosa nella prima fase della polemica modernista, Morcelliana, Brescia 1979). 5. Laterza, Roma-Bari 1964.
18
vignetta (in)sostenibile
No. 242
di Daria Lepori
No. 242 19 parole di francesco
parole di francesco La famiglia buona notizia. La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa». Come risposta a questa aspirazione, «l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia». Il cammino sinodale ha permesso di porre sul tappeto la situazione delle famiglie nel mondo attuale, di allargare il nostro sguardo e di ravvivare la nostra consapevolezza sull’importanza del matrimonio e della famiglia. Al tempo stesso, la complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei pastori e dei teologi, se è fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza. I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni, e perfino tra i ministri della Chiesa, vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche (da Amoris lætitia, n. 1-2). Presentare ragioni e motivazioni. Come cristiani non possiamo rinunciare a proporre il matrimonio, allo scopo di non contraddire la sensibilità attuale, per essere alla moda, o per sentimenti di inferiorità di fronte al degrado morale e umano. Staremmo privando il mondo dei valori che possiamo e dobbiamo offrire. Certo, non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con ciò potessimo cambiare qualcosa. Neppure serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità. Ci è chiesto uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro (da Amoris lætitia, n. 35). Dottrina e magistero. Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (Gv. 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni Paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali (da Amoris lætitia, n. 3). Sogno un’Europa… Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello
il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa in cui essere migrante non è delitto bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia (dal discorso per il conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016). Laicità e libertà religiosa. Uno Stato deve essere laico. Gli Stati confessionali finiscono male. Ciò va contro la storia. Credo che una laicità accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà religiosa offra un quadro per andare avanti. Noi siamo tutti uguali, come figli di Dio e con la nostra dignità di persone. Ma ognuno deve avere la libertà di esteriorizzare la propria fede. Se una donna musulmana vuole portare il velo, deve poterlo fare. Lo stesso se un cattolico vuole portare una croce. Si deve poter professare la propria fede non accanto, ma in seno alla cultura. La piccola critica che rivolgerei alla Francia a tale riguardo è di esagerare la laicità. Ciò deriva da un modo di considerare le religioni come una sottocultura e non come una cultura a pieno titolo («La Croix», Parigi, 9 maggio 2016). Gettare ponti. La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società. Com’è bello vedere persone impegnate a scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia. Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni e che conducono a esprimersi con messaggi di odio. La parola del cristiano, invece, si propone di far crescere la comunione e, anche quando deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione (Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali, 1. maggio 2016). Ascoltare e non soltanto udire. È fondamentale ascoltare. Comunicare significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire. L’udire riguarda l’ambito dell’informazione; ascoltare, invece, rimanda a quello della comunicazione, e richiede la vicinanza. L’ascolto ci consente di assumere l’atteggiamento giusto, uscendo dalla tranquilla condizione di spettatori, di utenti, di consumatori. Ascoltare significa anche essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune (Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali, 1. maggio 2016).
20
cronaca svizzera
cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Allegria! Popolo e autorità, svizzeri e specialmente ticinesi, hanno celebrato «l’opera del secolo», cioè il nuovo tunnel ferroviario che unisce confederati ed europei. Ma non è mancata, come vuole la democrazia dove tutti hanno diritto di protestare, una polemichetta ecumenica, avendo la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera designato a rappresentare i cristiani mons. Martin Werlen, già abate di Einsiedeln, accanto ad un rabbino, a un discusso (anche lui!) imam e a un «senza religione». Alcuni protestanti (di quale chiesa?) si sono indignati, ignorando che in Svizzera i cattolici sono maggioritari col 37,9% mentre i protestanti ufficiali sono il 25,5% (secondo una recentissima statistica). Ma poi tutto si è accomodato, accogliendo alla cerimonia la pastora Simona Rauch, minoritaria come donna, ma italofona e attiva in Bregaglia! E il Consiglio svizzero delle religioni, responsabile della designazione dell’imam poco gradito, già aveva festeggiato i dieci anni di fondazione con una gita in treno da San Gallo a Ginevra, forzatamente evitando la vecchia e la nuova galleria. I ticinesi, intenti a preparare la festa d’inizio giugno, non hanno protestato perché mancava uno di loro. Svizzeri solidali. Nel 2015 «Sacrificio Quaresimale» ha realizzato entrate per quasi 25 milioni di franchi, 1,9 in più rispetto all’anno prima. L’organizzazione di cooperazione internazionale ha potuto investire nella realizzazione di progetti a favore delle persone svantaggiate nei 14 Paesi in cui è attiva. Sono tre i fattori che hanno inciso sull’aumento delle entrate: la fedeltà delle donatrici e dei donatori privati, maggiori lasciti e l’aumento dei contributi della Confederazione. In tutto risultano distribuiti 21,4 milioni di franchi. Sono diminuite, in proporzione, le spese per la raccolta fondi, che si attestano al 9,5% del totale dei costi (2014: 11,1%). Tra le attività di sensibilizzazione in Svizzera, la campagna ecumenica di denuncia del consumo di carne, in quanto abbia un’incidenza sui cambiamenti climatici, e la petizione a favore della protezione del clima hanno raccolto 21.000 firme. È ancora in corso la raccolta di firme per l’iniziativa popolare «per multinazionali responsabili», il cui successo è già
ampiamente assicurato. Si ringraziano tutte le donatrici e donatori per la loro fiducia. così come pure le parrocchie. le istituzioni e la Confederazione per il loro sostegno. Rifugiati in chiesa. La Chiesa riformata di Kilchberg, comune sul lago di Zurigo, ha concesso «asilo ecclesiastico» a una famiglia cecena la cui richiesta di protezione internazionale era stata rifiutata. Con un comunicato stampa diffuso lunedì 9 maggio la comunità ha informato che dava rifugio nella casa pastorale a una famiglia composta da sei persone – i genitori e quattro figli minorenni – arrivati in Svizzera quattro anni e mezzo fa, dei quali il Tribunale amministrativo federale aveva respinto un ricorso contro l’espulsione. La polizia ha cercato una prima volta di «accompagnare» la famiglia con la forza in aeroporto, traumatizzando i bambini; il secondo tentativo delle forze dell’ordine (… si dice così) è andato a vuoto in quanto la polizia, fatta irruzione alle 3,30 di notte, non ha trovato nessuno in casa. L’8 maggio la Chiesa riformata ha deciso di offrire loro il cosiddetto Kirchenasyl, una pratica millenaria che consiste nel dare rifugio in chiesa a chi è perseguitato. Si tratta di un atto simbolico, senza effetti giuridici non essendo previsto da alcuna norma legale: ma la decisione della comunità vuol garantire una tutela alla famiglia, e soprattutto ai minori e al padre, il quale, se rimpatriato, sarebbe in pericolo di vita. L’asilo ecclesiastico, inteso come «zona di protezione religiosa» dov’è tollerata la deroga dal diritto vigente, veniva praticato soprattutto nel Medioevo. Le chiese, i parroci, i monasteri davano rifugio a chi in coscienza era ingiustamente perseguitato. Con lo stato di diritto moderno questa consuetudine è andata persa, ma è tornata in auge a partire dagli anni ’80, soprattutto in Germania, come mezzo per evitare la violazione dei diritti fondamentali di persone a cui le autorità non hanno riconosciuto lo status di rifugiato. Non siamo una nicchia! L’assemblea dei media cattolici della Svizzera romanda constata l’interesse del pubblico per la religione: un dato che si vuole opporre alla decisione della Televisione romanda di tagliare il
No. 242
40 per cento dei mezzi a disposizione a partire dal 2017. È una cattiva risposta data dalla SSR all’impegno preso da cattolici e protestanti a sostegno della votazione sul canone del 2015. «cath.ch» riunisce l’agenzia di notizie Apic e il Centro cattolico per la radio e la televisione (CCRT) ed è presente sulle reti sociali, Facebool e Twitter. «Non si tratta di un canale specialistico – è stato detto all’assemblea di Cath-Info – ma di un luogo di informazione e di scambi», utilizzato in proporzioni uguali da uomini e da donne per il 53% residenti in Svizzera. Alla Radio le cose vanno meglio. 56 sono state le messe trasmesse nel corso del 2015, più la liturgia del Venerdì santo e due celebrazioni ecumeniche. La trasmissione della domenica sera (tra le 19 e le 20) «Haute fréquences» è ascoltata da più di ventimila persone e lo svegliarino di ogni giorno (tre minuti alle 6.27 sul primo programma) raggiunge cinquantamila ascoltatori. «Abbiamo un pubblico, non siamo una trasmissione di nicchia», è stato sottolineato. Svizzera futura. Al di là di tutte le incognite e le variabili da prendere in considerazione quando si fa questo genere di previsioni demografiche, una certezza esiste: la popolazione svizzera invecchia (la quota degli ottantenni raddoppierà, passando dal 5% del 2013 al 10% del 2045), sia perché il numero di nascite diminuisce (o comunque stagna), sia perché la speranza di vita continua ad aumentare. Secondo l’Ufficio federale di statistica il rapporto tra persone attive e pensionati nel 2045 sarà di circa due contro uno, mentre attualmente è di quasi quattro a uno; una persona anziana costa molto di più allo Stato di una giovane. Per fortuna ci sono gli immigrati, che dovrebbero almeno in parte compensare questa situazione; in effetti, malgrado l’iniziativa contro l’immigrazione di massa, è previsto un saldo migratorio (arrivi meno partenze) non inferiore alle 60.000 persone fino al 2030, poi di 30.000 nel 2045. La stragrande maggioranza di immigrati sono giovani (meno di 35 anni), così che la popolazione attiva dovrebbe progredire dello 0,5%, e non solo dello 0,1% come stimato quattro anni fa. Le casse delle assicurazioni sociali dovrebbero inoltre usufruire della riforma «Previdenza 2020», intesa a sanare le finanze dell’AVS almeno fino al 2030. Altra preoccupazione riguarda le spese per la sanità, che dovrebbero aumentare dal 10,8 al
No. 242 21 cronaca svizzera
14%, del PIL, e non soltanto perché la popolazione invecchia ma anche perché continuerà a crescere. Indispensabile dunque migliorare la prevenzione e rendere più efficaci cure e infrastrutture, la maggior parte di questi costi dovendo essere sopportata dai Cantoni e dai Comuni. Giustizia meglio tardi che mai. Il Consiglio nazionale ha approvato con 143 voti contro 26 e 13 astenuti il controprogetto governativo che creerà un fondo di 300 milioni (invece dei 500 previsti dall’iniziativa popolare) a favore di coloro che, fanciulli e adolescenti, furono strappati alle loro famiglie e affidati a estranei o ad istituti. Si prevede che il numero di vittime da indennizzare sia inferiore rispetto a quanto calcolato dagli iniziativisti: cioè tra le 12.000 e le 15.000 unità, non 20.000. La decisione è stata accolta con soddisfazione dai promotori dell’iniziativa: si tratta di un risultato insperato, che scaturisce da una progressiva presa di coscienza. Le persone cui iniziativa e controprogetto intendono rendere giustizia (1.348 richieste inoltrate all’Ufficio federale di giustizia nel 2015) sono bambini affidati a un istituto o sottoposti a un collocamento coatto, perché provenienti da un ambiente famigliare ritenuto inadatto. Molte vittime provenivano da famiglie disagiate, spesso con molti figli, che non erano in grado di sfamare. Frequenti anche i casi di alcolismo, insieme alla mancanza di prospettive legata alla condizione di povertà. Per questo si ricorreva (fino al 1980!) a misure di collocamento presso persone o istituzioni, pubbliche o religiose. È un capitolo nero della storia della Svizzera, un problema che oggi viene affrontato con altre misure sociali. Nel Ticino, recentemente, una ventina di vittime di misure coercitive si sono rivolte al Servizio cantonale per l’aiuto alle vittime per un ascolto e un eventuale aiuto e sostegno; alcune desiderano semplicemente avere informazioni o spiegazioni circa alcuni passaggi del proprio percorso biografico, oppure ottenere documenti relativi alla loro storia familiare. Solidarietà. Caritas Svizzera ha aumentato gli aiuti ai rifugiati in Grecia di 500 mila franchi. L’importo totale tocca così 2,5 milioni. Migliaia di rifugiati, comprese numerose famiglie e bambini piccoli, hanno passato le notti d’inverno all’aperto, bisognose di cibo, acqua e medicinali. Caritas precisa che gli aiuti andranno a persone
particolarmente bisognose sull’isola di Lesbo, ad Atene e a Idomeni. Finora, ventimila rifugiati hanno potuto usufruire di questo tipo di aiuti d’urgenza. Alla copertura dei costi partecipa anche la Catena della solidarietà. Chiese in vendita. Le autorità del cantone di Vaud hanno deciso di mettere sul mercato una ventina di edifici parrocchiali che non rispondono più alle esigenze e ai bisogni della Chiesa evangelica riformata. La misura è stata presa d’accordo con il Consiglio sinodale cantonale. Il Cantone ha fin qui assegnato alle parrocchie protestanti, e in alcune zone anche a quelle cattoliche, gli edifici necessari alla pastorale (chiese e case parrocchiali). Attualmente la Chiesa evangelica riformata procede a una riorganizzazione radicale: da 156 parrocchie del 2000 si è passati a 84 per il 2017. Si vogliono contenere i costi di esercizio, riducendo la disponibilità a un edificio per comunità. La scelta ha provocato polemiche. L’associazione che tutela il patrimonio svizzero ha espresso un parere contrario, ricordando che gli edifici rappresentano un unicum di valore eccezionale, come eredità di un periodo storico importante nella storia svizzera: costruite tra il 1536 e il 1845, hanno un elevato valore architettonico. Anche la Chiesa cattolica di Basilea ha… troppe chiese, caso tipico quella dedicata a San Giovanni Bosco, costruita nel 1935 e chiusa dal 2013. Le chiese erano previste per la cura pastorale di 90.000 fedeli, ora ridotti a 30.000 e sempre meno praticanti. Il vescovo Gmür è tuttavia contrario a qualsiasi nuova destinazione delle chiese dismesse, in particolare non vuole cederle ai musulmani, che sono alla ricerca di spazi per le loro attività. Intanto, la messa a disposizione di locali della parrocchia basilese di San Giuseppe per una scuola coranica ha sollevato opposizioni tra i cattolici. A Lucerna una chiesa cattolica è stata invece ceduta a una comunità ortodossa; per mons. Gmür sarebbero da preferire cessioni a comunità cristiane. Povertà in Svizzera. Nel 2014, nonostante il tenore di vita in Svizzera fosse tra i più elevati d’Europa (è di 1,7 volte maggiore a quello dell’Italia, di 1,3 volte a quello della Germania o della Francia), 530.000 persone vivevano in povertà. Nel 2013 erano circa 480.000, mentre due anni prima erano stimati a 580.000. Lo ha reso noto l’Ufficio federale di statistica. La situazione economica della popola-
zione svizzera, dopo deduzione delle spese obbligatorie risulta migliore di quella della maggior parte dei Paesi dell’UE. Anche le diseguaglianze di reddito, ossia il rapporto tra la somma dei redditi del 20% dei più abbienti e del 20% dei più poveri, risultano essere al di sotto della media europea: i nostri ricchi sono infatti mediamente «solo» 4,4 volte più facoltosi dei nostri poveri, mentre la media europea è del 5,2. I Paesi con le disparità più marcate nella ripartizione dei redditi erano la Serbia (9,8), la Macedonia (7,2), la Romania (7,2) e la Spagna (6,8); la differenza meno marcata si trova invece in Islanda (3,1) e in Norvegia (3,4). Tuttavia in Svizzera, nel 2014, il 4,6% della popolazione si trovava in una situazione di deprivazione materiale, il che significa che le condizioni di vita di questa parte della popolazione erano fortemente peggiorate per via della mancanza di risorse finanziarie. Questo tasso è comunque tra i più bassi d’Europa (18,6%). In Svizzera le deprivazioni materiali più frequenti erano legate alle difficoltà economiche (come il fatto di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 2.500 franchi nell’arco di un mese: 21,6%). Inoltre, il 9,7% (ma il 22,6% per le persone facenti parte di una famiglia monoparentale) non aveva le risorse sufficienti per trascorrere una settimana di vacanza all’anno lontano dal proprio domicilio (media europea: 36,9%). Il tasso di povertà calcolato secondo le norme di accesso all’aiuto sociale sale invece al 6,6%. Tra queste persone ve n’erano 123.000 professionalmente attive (tasso di povertà del 3,3%); i gruppi più esposti al rischio povertà sono le famiglie monoparentali (14,1%), le persone senza alcuna attività professionale (13,1%) e quelle sprovviste di formazione al di là della scuola dell’obbligo (12,6%). Da notare infine che il tasso di povertà era più elevato della media tra le persone di oltre 65 anni (13,6%), in particolare tra le persone anziane che vivono sole (22,7%). È stato calcolato che il costo medio annuale di un figlio in Svizzera è di 11.104 franchi; per due figli di 14.412 franchi. Non sono però compresi i «costi» indiretti causati dalla necessità da parte dei coniugi (in particolare la moglie) di ridurre o cessare il lavoro remunerato, con le relative conseguenze finanziarie, per esempio sulle future rendite AVS. Tutto compreso, il «costo» di due figli diventa di fr. 18.096 e quello di tre figli raggiunge mediamente fr. 21.852.
22
notiziario (in)sostenibile
notiziario (in)sostenibile a cura di Daria Lepori
Clima: il killer numero uno. Il 7 febbraio scorso la televisione della Svizzera romanda ha presentato Cargo, la face cachée du fret, un reportage franco-spagnolo che denuncia i danni causati dalla marina mercantile. Circa il 90% di tutto quello che utilizziamo ogni giorno viene trasportato per nave e la quantità di queste importazioni è in costante aumento: l’importanza del trasporto marittimo intercontinentale è dunque enorme. Il servizio rileva che se ne parla troppo poco. Se tutti (o quasi tutti) sono in grado di citare qualche grande multinazionale di prodotti petroliferi, della finanza o dell’agroalimentare, chi conosce il nome delle imprese che controllano il trasporto marittimo? La principale, la danese Maersk, ha tuttavia gli stessi introiti della Microsoft… Il reportage sottolinea il gigantismo e il rifiuto di ogni limite di questo settore: le circa 60.000 navi che solcano ogni giorno i mari possono raggiungere i 400 metri di lunghezza (quattro campi di calcio!) e ogni giorno si verificano quattro naufragi, di cui nessuno parla. La lista dei danni ecologici di questi titani dei mari è lunga. Generano un rumore infernale fatale agli animali marini, in particolare ai cetacei, un terzo dei quali soffre di lesioni uditive irreversibili; la pulizia in mare del motore, dei ponti, delle stive causa circa 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti tossici versati annualmente nelle acque. I motori dei venti più grandi vascelli inquinano da soli più di tutte le auto del pianeta! La marina mercantile è da sola responsabile del 4% del totale mondiale delle emissioni di gas a effetto serra. E i problemi ecologici si sommano a quelli sociali… Verso commesse pubbliche sostenibili. Nel quadro della «Campagna Clean Clothes» la Dichiarazione di Berna agisce da anni affinché le autorità svizzere s’impegnino a dare prova di responsabilità nell’ambito delle commesse pubbliche. Ora, con la «Strategia per uno sviluppo sostenibile 2016-2019», la Confederazione afferma di voler «essere di esempio con il suo modo di approvvigionarsi esigendo, per le commesse pubbliche, la fornitura di prodotti fabbricati nel rispetto di criteri di rendimento, dell’ambiente, della protezione della salute e, per quanto possibile, della responsabilità sociale». Quest’affer-
mazione è certo un primo passo, ma la sua applicazione dipende ormai dall’inclusione dei principi di sostenibilità sociale ed ecologica nella legislazione. La revisione attualmente in corso della legge sulle commesse pubbliche deve tradurre a livello nazionale le nuove disposizioni adottate dall’Organizzazione mondiale del commercio e armonizzare le ventisei differenti leggi cantonali con la legislazione della Confederazione. Finalmente essa offre l’opportunità di inserire nei testi quei principi che faranno della Confederazione, dei cantoni e dei comuni consumatori sostenibili, rispettosi dell’ambiente e socialmente responsabili. Non si potranno più tollerare – in modo attivo o passivo – violazioni dei diritti del lavoro e dei diritti umani nella produzione delle merci di cui si approvvigionano. Con i 40 miliardi di franchi svizzeri di acquisti annui, la Confederazione, i cantoni e i comuni sono consumatori importanti e possono dunque avere un impatto significativo con la realizzazione di una sostenibilità sociale ed ecologica delle commesse pubbliche. La legge dovrebbe essere sottoposta al Parlamento entro quest’anno. Le strade disegnano lo spazio insediato. Consideriamo la superficie di suolo che in Svizzera è stata urbanizzata: il 49,4% è occupato da edifici, il 7,8% da aree industriali, il 6,4% da luoghi di svago come attrezzature sportive, piscine e parchi e il 5,5% da infrastrutture speciali. Il restante terzo, e più esattamente il 30,9%, è dedicato alla rete dei trasporti, che a sua volta si suddivide in un 2% per aeroporti, un 9,9% per la ferrovia e l’88,1% per le strade. La resa dei conti. Dall’inizio del XX secolo la multinazionale Monsanto ha commercializzato prodotti altamente tossici che hanno causato malattie e morte di migliaia di persone e contaminato in modo durevole l’ambiente. Il modello agro-industriale promosso da Monsanto distrugge le risorse naturali, è all’origine di un terzo delle emissioni di gas a effetto serra dovute ad attività umane e minaccia la sovranità alimentare delle popolazioni con i brevetti sulle sementi e la privatizzazione di organismi viventi. Monsanto continua a ignorare i danni umani ed
No. 242
ecologici causati dai suoi prodotti e persiste nelle sue attività devastatrici con il lobbying nelle agenzie di regolamentazione e all’interno delle autorità governative, con la pressione sugli scienziati indipendenti e con altri atti sleali. La storia di Monsanto costituisce un paradigma dell’impunità delle imprese transnazionali e dei loro dirigenti. Dal 12 al 16 ottobre 2016 il «Tribunale Monsanto» organizzato all’Aia avrà come missione di valutare in che misura l’impresa viola i diritti umani all’alimentazione, alla salute e a un ambiente sano, così come la libertà di espressione e la libertà di ricerca accademica. Ancora, il Tribunale sancirà se Monsanto, uno dei produttori di Agent Orange, si è resa complice di crimini di guerra in Vietnam ed è suscettibile di riunire gli elementi costitutivi del crimine di ecocidio che, ad oggi, non è ancora riconosciuto come crimine dal diritto penale internazionale. Giuristi di alto rango, magistrati, avvocati e giudici saranno mobilitati per questo tribunale. Saranno ascoltate denunce dalle Americhe, dall’Europa, dall’Asia e dall’Africa e sarà data voce alle vittime delle attività criminali di Monsanto su scala mondiale. Le opinioni giuridiche rilasciate da giudici riconosciuti a livello internazionale permetteranno di mettere a disposizione delle vittime e dei loro avvocati argomenti e basi giuridiche atti a facilitare le azioni in giustizia contro la multinazionale a livello nazionale. Sul sito: www.monsanto-tribunal.org, è possibile esprimere appoggio al tribunale a titolo individuale o collettivo. Oasi verticali. Nelle zone urbane gli spazi verdi migliorano il microclima, filtrano le polveri fini e le particelle di gas da scarico nell’aria e attutiscono il rumore. Possono inoltre offrire un grande valore ecologico consentendo un habitat a numerose specie vegetali e animali e rappresentano luoghi di svago e di contatto con la natura. È oggi possibile rendere le facciate degli edifici propizie all’insediamento di vegetazione: il nuovo modulo Skyflor unisce la forza creatrice della natura a una tecnologia innovatrice. Il sistema, composto da una piastra di beton ultraperformante, da un substrato e da una piastra in ceramica porosa, permette di rendere adatti alla crescita vegetale e di… colorare i muri grigi. Un’oasi di verdura verticale può essere ammirata a Neuchâtel, dove un prato del Giura fiorisce su un muro antirumore che isola dalla strada il parco della rue des Bercles.
No. 242 23 cronaca internazionale
cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Chiese e clima. Il 22 aprile al palazzo dell’Onu di New York è stato ratificato anche dalle Nazioni Unite l’accordo di Parigi (Cop21) relativo alle misure per ridurre i danni provocati dall’inquinamento umano. Per l’occasione ben 270 leader religiosi di tutto il mondo hanno sottoscritto una dichiarazione comune al fine di ribadire l’urgenza di decisioni ormai ineludibili sulle questioni ambientali. Il testo, firmato fra gli altri dal segretario del Consiglio ecumenico delle chiese Olav Fykse Tveit, dall’arcivescovo Desmond Tutu, dal cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze vescovo Marcelo Sanchez Sorondo, dal rabbino capo di Haifa Shear Yashuv Cohen, dal Dalai Lama Tenzin Gyatso e molti altri, è stato presentato ufficialmente lo scorso 18 aprile al presidente dell’Assemblea generale dell’Onu Mogens Lykketoft. Nel testo i vari responsabili religiosi sottolineano che «l’umanità è ad un cruciale punto di svolta. Noi come comunità di fede riconosciamo di dover iniziare una transizione dalle inquinanti energie fossili alle pulite risorse rinnovabili (…). È chiaro che per molte persone questo implica cambiamenti significativi negli stili di vita. Dobbiamo batterci per alternative alla cultura del consumismo così distruttiva per noi e per il nostro pianeta». Per questo motivo si richiedono con urgenza azioni non più derogabili: «Sollecitiamo i Governi a firmare rapidamente, ratificando e dando attuazione all’Accordo di Parigi, e a incrementare gli impegni a ridurre le emissioni in linea con l’obiettivo di non innalzare la temperatura oltre 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli pre-industriali. Insistiamo sulla rapida riduzione delle emissioni entro il 2020 per stare nei limiti dell’incremento di 1,5 gradi. Chiediamo con forza un maggiore flusso finanziario soprattutto per le perdite e i danni legati al cambiamento climatico. Sottolineiamo l’urgenza di una rapida dismissione dei sussidi alle energie fossili e di una transizione al 100% in energie rinnovabili al 2050. Incoraggiamo le comunità di fede a ridurre le proprie emissioni e ad essere solidali con le comunità su cui maggiore è l’effetto del cambiamento climatico. Chiediamo che avvenga un disinvestimento nelle energie fossili ed un reinvestimento in soluzioni rinnovabili e a
ridotte emissioni di carbonio anche da parte delle nostre comunità cercando di coinvolgere in questo percorso il mondo produttivo». Suicidio assistito in Canada. Il14 aprile scorso il primo ministro canadese Justin Trudeau ha presentato un disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito. Se approvata dal Parlamento, questa normativa consentirà a cittadini canadesi affetti da «mali seri e incurabili, causa di durevole dolore fisico e psicologico» di richiedere al proprio Stato gli strumenti medici e amministrativi per porre fine, nella legalità, alla propria vita. La proposta di legge consente di ricorrere al suicidio medico assistito «soltanto a pazienti adulti consenzienti e responsabili, affetti da mali incurabili e irreversibili, la cui morte è ragionevolmente prevedibile». Secondo questa definizione, non potranno accedere a questa pratica i malati cronici, i minori e le persone affette da disabilità mentale. Inoltre non potranno accedervi i cittadini non canadesi, esclusi dal servizio sanitario nazionale, e ciò per impedire il fenomeno del «turismo della morte». Il disegno di legge si fonda sulla convinzione che, grazie al livello raggiunto dalla scienza medica, la morte sia un evento «ragionevolmente prevedibile»: di fronte a un percorso segnato, al paziente va accordato il diritto di evitare le sofferenze che ne derivano. La legge proposta non implica che il paziente che richiede di morire sia, in quel momento, in una condizione «terminale». Per accedere al suicidio assistito sarà necessario il parere favorevole di due medici «indipendenti»; dopodiché il paziente avrà quindici giorni di tempo per confermare o ritrattare la propria decisione. Nel caso in cui scelga di morire, potrà farlo assumendo in prima persona farmaci prescritti o richiedendo l’assistenza di medici deputati. Ai familiari sarà garantita la possibilità di seguire da vicino la dipartita della persona cara. Nessun medico obiettore sarà obbligato ad assistere o autorizzare i suicidi, ma vigerà per tutti il dovere professionale di indicare ad eventuali pazienti intenzionati al suicidio un collega disposto ad attuarlo. Contro gli immigrati. Martedì 5 aprile l’Assemblea regionale del Ve-
neto ha varato ad ampia maggioranza una legge che, sul modello della Lombardia (cfr. «Dialoghi» n. 236, p. 21), pone vincoli urbanistici e linguistici per poter edificare nuovi luoghi di culto. La parola «moschea» non compare mai nel testo ma è chiaro che questo è l’obiettivo dei legislatori di Lega Nord, Forza Italia e Alleanza nazionale che l’hanno approvato, incuranti della sentenza del 24 gennaio della Corte costituzionale italiana che ha bocciato vari aspetti della norma lombarda, avendovi ravvisato una possibile violazione al diritto di professare il proprio credo. Secondo la Corte costituzionale, «non è consentito al legislatore regionale, all’interno di una legge sul governo del territorio, introdurre disposizioni che ostacolino o compromettano la libertà di religione, ad esempio prevedendo condizioni differenziate per l’accesso al riparto dei luoghi di culto». Contro la nuova legge si è espresso, tra gli altri, domenica 3 aprile dalle colonne del giornale diocesano «Gente veneta» il patriarca di Venezia Francesco Margaglia, con un articolo che con toni chiari boccia senza appello la legge perché «l’esercizio, anche pubblico, della fede, è valore civile ed ecclesiale che permette a tutti di esprimersi rispettando le altrui convinzioni». Mons. Margaglia, che era stato a predicare nella chiesa valdese e metodista della città, osservava pure: «La libertà religiosa, rispettosa della coscienza altrui e amante delle buone regole del vivere civile, deve oggi più che mai essere potenziata. Non restringiamone i confini». Se l’obiettivo del legislatore veneto era il mondo islamico, a farne le spese sono in realtà tutte quelle confessioni che stanno traendo nuova linfa anche grazie al contributo dei fedeli provenienti da Paesi lontani: non solo musulmani, quindi, ma anche immigrati cristiani di comunità evangeliche sono spesso obbligati, da mancanza di fondi o di contatti giusti, a riunirsi in scantinati, garage, sottoscala, per la mancata possibilità di godere di spazi comuni di preghiera e riflessione: ciò pone ostacoli, dice il patriarca, alla convivenza e quindi alla la speranza di reale integrazione. Passo falso. «Il nome di Dio è Misericordia»: lo scrive il Papa, ma lo contraddice la scelta dell’editore. Comincia così il polemico commento di Rosario Amico Roxas, pubblicato sul sito italialaica.it, sul libro appena pubblicato da Bergoglio per la casa editrice Piemme, di proprietà del gruppo
24
Mondadori. È un giro milionario, regalato ai Berlusconi, che avrebbe potuto essere affidato a piccole editrici in difficoltà, al posto di fare arricchire chi è già ricco di suo, anche se si tratta di una ricchezza che lascia molto su cui riflettere. La delusione sconsiglia l’acquisto del volume. La stampa del libro affidata alla Mondadori non è certo un’opera di misericordia, bensì un affare milionario offerto al peggiore dei gaudenti. E il papa (o chi l’ha male consigliato) ha perso una grande occasione per affermare l’indipendenza da poteri occulti, ma sempre ricattatori, con uno scivolone che mette in discussione molte affermazioni in ordine alla dipendenza della Chiesa nei confronti del denaro (da una segnalazione di «Adista», 6 febbraio 2016). Ricordo di un maestro. Il 29 dicembre 2015 è scomparso, all’età di 88 anni, il sociologo Sabino Acquaviva, studioso della religione e del sacro nella modernità, accademico dell’Università di Trento e di quella di Padova, sua città natale. Tra i suoi libri, il più famoso del 1961 fu «L’eclissi del sacro nella civiltà industriale» (Edizioni di Comunità). Mentre altri studiosi, sulla scia della teoria del «disincanto» del mondo weberiano e della Scuola di Francoforte, discutevano sulla «morte di Dio», la sua definizione di eclissi del sacro non significava la fine della religione o la sua scomparsa, ma che il mutamento culturale e sociale esigeva una mutazione anche nella religione: e ciò avrebbe portato ad una crisi temporanea (appunto, l’eclissi) e a una trasformazione per poi riapparire in maniera diversa. Il sottotitolo del testo recitava: «Una teoria del movimento generale di dissacrazione e una sintesi della pratica religiosa nel mondo». Più volte in seguito Acquaviva precisò questo concetto, sempre con ironia e un mite sorriso sul volto. Meno anglicani = meno credenti? Ha fatto scalpore nel Regno Unito un rapporto pubblicato dalla Commissione sulle religioni e le credenze nella vita pubblica. La regina, si sa, è ancora ufficialmente «capo» della Chiesa nazionale anglicana. Viene suggerito di rinunciare ai riferimenti cristiani presenti nelle principali cerimonie pubbliche per lasciar spazio alla presenza di altre confessioni. Eventi quali l’incoronazione del re o della regina andrebbero ripensati in senso pluralista, così come si suggerisce di diminuire il numero di vescovi presenti alla Camera dei Lord, aprendo
cronaca internazionale
all’ingresso delle altre religioni. Le raccomandazioni della Commissione, presieduta dalla baronessa Elizabeth Butler-Sloss, giudice dell’Alta Corte, mettono in luce i cambiamenti in corso nella società britannica, ove il numero di persone che si dichiara anglicano è precipitato dal 40% del 1983 al 20% del 2013. Non mancano le reazioni alle proposte contenute nel testo. Un portavoce della Chiesa d’Inghilterra ne ha criticato le conclusioni, a suo avviso «dominate dalla convinzione fuori moda che le religioni tradizionali perdono di importanza e che la non appartenenza a una religione sia sinonimo di umanesimo e secolarismo». Fonti vicine alla casa reale raccontano di un principe Carlo favorevole ad alcune delle proposte: in diverse occasioni l’erede al trono ha espresso il desiderio di essere, una volta re, il difensore delle fedi piuttosto che di una fede. Fra i punti principali spiccano quindi la creazione di un vero Stato laico, l’abolizione di cerimonie religiose nelle scuole, una profonda riforma della cerimonia d’incoronazione, la fine del diritto dei vescovi anglicani a partecipare alla Camera dei Lord, in parte sostituiti da rappresentanti delle altre confessioni. Suicidio dell’informazione. Non c’è pace per l’editoria cattolica, travolta da restrizioni economiche e mancanza di profezia e di speranza. Dopo la chiusura di «Popoli» (rivista internazionale dei gesuiti), di «Misna», delle riviste dehoniane «Settimana» e «Il Regno» (quest’ultimo salvato in extremis dall’associazione «Dignitatis humanae» creata da volonterosi studiosi e intellettuali), dell’editrice Monti. Dopo la crisi aperta nella rivista saveriana «Missione Oggi», scomparirà fra un paio di mesi anche «CEM Mondialità». Per quasi cinquant’anni, il mensile saveriano e lo storico Centro di Educazione alla Mondialità di Brescia hanno animato il dibattito nazionale sull’educazione interculturale promovendo, oltre alla rivista cartacea e web, corsi di formazione, un convegno nazionale annuale, collane di testi, progetti speciali, campagne nazionali e internazionali di sensibilizzazione, con l’obiettivo, si legge sul sito della rivista, di «diffondere il più possibile la cultura del dialogo, della pace, della solidarietà, dei diritti umani e dell’ambiente». Senza riviste indipendenti dalla Conferenza dei vescovi muore anche l’opinione pubblica nella Chiesa, ritenuta necessaria già da Pio XII…
No. 242
In questo numero I corsivi di «Dialoghi» G al centro non basta (Dialoghi) 1 G Doppio binario o sistema misto? (a.l.) 2 G chiese troppo «ricche» (E.M.) 2 Dossier Madre della Misericordia G teologia autentica, non devozionalismi (don S. Vitalini) G i dogmi mariani: storia, fede, tradizione (E. Borghi) G il «commento al magnificat» di lutero (P. Ricca) G maria, la testimone più autorevole di gesù (L. Maggi) G maria in una prospettiva femminista (L. Scaraffia) Articoli G «celebrare insieme la riforma» (L.M. Negro) G Küng chiama, il papa risponde G a 70 anni dalla morte di buonaiuti (M. Guasco) G notizie belle e buone G vignetta (in)sostenibile G parole di francesco G cronaca svizzera G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale
3 5 10 12 14
11 15 16 15 18 19 20 22 23
dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Alliny Antunes Richina amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.