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240 dialoghi Locarno – Anno 48 – Febbraio 2016

di riflessione cristiana BIMESTRALE

A pagina 8 della modesta edizione su cui leggevo tanti anni fa (Lucrezio, La natura, Garzanti 1975) la frase è sottolineata: tantum religio potuit suadere malorum. Il poeta romano concludeva con questo verso terribile («a tali crimini ha potuto persuade­ re la religione»!) la narrazione della scena straziante in cui Ifigenia veniva sacrificata exitus ut classi felix faustusque daretur («per assicurare alla flotta [diretta alla guerra di Troia] una partenza felice e il favore degli dei»). Mi pare che nessuno abbia citato que­ sto verso dopo la strage di Parigi del 13 novembre 2015: ma lo si sarebbe ben potuto ripetere di fronte all’odio insensato di chi sparge sangue inneg­ giando ad Allah. Esegeti improvvisati, sulle pagine ri­ servate agli scritti dei lettori dei nostri giornali, da tempo insistono, citando questa o quella sura, che il Corano è all’origine del terrorismo di matrice islamica. Ma nella Bibbia si potrebbe trovare altrettanto riferito agli Israe­ liti, ai quali per esempio un salmo imputa un mancato sterminio come un’omissione: «Non sterminarono i popoli come aveva ordinato il Signo­ re» (Salmo 106, 34). Il problema della coesistenza di un tale comando di Dio e del suo contrario (il detto di Gesù: «a chi ti percuote sulla guancia, por­ gi anche l’altra», Vangelo di Luca, 6, 27-38) è conosciuto da sempre nella religione cristiana e certamente anche tra gli esegeti dei primi scritti del mu­ sulmanesimo. «Dialoghi» è in grado di offrire ai suoi lettori, in argomento, la sintesi della lezione che un caro e stimato biblista, Giuseppe Barbaglio, tenne a Pallanza nel 1994. Ma il tema oltrepassa i confini del re­ ligioso e invade la sfera politica, in quanto la religione – come nel mito antico – plasma la pratica civile e

Foto Sébastien Amiet

Ma davvero fa male la religione?

Parigi, Place de la République, dopo l’eccidio del 13 novembre 2015. influisce sul comportamento dei cit­ tadini soggetti alla legge. Due posi­ zioni sono illustrate su questo numero dedicato al tema: quella dei filosofi Habermas e Rawls, che ritengono im­ possibile, anzi negativo, negare acces­ so alla religione nella sfera politica, e quella del giurista, Alberto Lepori, che definisce un esercizio defatigan­ te per la legge «inseguire» le infinite varianti della pratica religiosa. Tutto questo abbiamo raccolto in risposta alla conclusione affrettata che solo attraverso la «laïcité» (intesa come espulsione di ogni segnale religioso) possa ottenersi quella pace sociale che tutti auspicano. Soprattutto in Francia, dopo gli atti terroristici del 13 novembre, questa tesi è di nuovo

sostenuta. A noi pare invece che non nella separazione ma nel dialogo gli uomini trovano la soluzione ai conflit­ ti, anche ai più acuti: lo spiega Remo Bodei in un’intervista che pure pubbli­ chiamo per gentile concessione. In definitiva, il problema si pone nel cuore dell’uomo – di ogni uomo – che riflette sulla pratica sociale del­ le sue credenze. È vero che la fede è sempre vissuta dentro un contesto storico, ma è altrettanto vero che la storia la fanno gli uomini secondo le loro volontà e possibilità. E tra le possibilità, quella di una società pa­ cificata in cui le religioni (e la nonreligione) possano vivere, convivere, dialogare è quella che a noi continua a parere la migliore. E.M.


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Il Dio violento delle Scritture ebraiche La guerra nella Bibbia problema teologico Il problema della violenza investe il problema teologico delle immagini di Dio. Fa problema soprattutto quella violenza che la Bibbia attribuisce direttamente a Dio. Tuttavia tra la violenza dell’uomo e quella di Dio non c’è una netta demarcazione: un uomo violento può avere solo un’immagine di Dio violento. L’uomo, nelle sue concezioni religiose, proietta ciò che è o ciò che sperimenta di essere. A sua volta l’immagine del Dio violento contribuisce a confermare e a legittimare la violenza umana. I rapporti sono di reciprocità. L’uomo tende a proiettare in Dio non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli aggressivi, violenti. E questa violenza proiettata in Dio entra nell’arte, nella cultura, diventa patrimonio culturale di tutti. Il problema della violenza ha anche le proprie radici in immagini del Dio violento. Il Dio bifronte Chi legge la Bibbia ebraica rimane impressionato dagli episodi di violenza. È bene, per rispetto verso gli ebrei, parlare di Bibbia ebraica piuttosto che di Antico Testamento: la Bibbia ebraica deve essere presa nella sua autonomia, senza utilizzare chiavi di lettura tratte dal Nuovo Testamento, chiavi di lettura legittime ma confessionali. Schwager ha elaborato una statistica impressionante: più di 600 passi parlano espressamente di attacchi con annientamento e uccisioni di gruppi o di popoli; in circa 1000 passi si parla del fatto che l’ira di Dio divampa e punisce con morte e rovina. Più di 100 passi testimoniano che Jhwh ordina espressamente di uccidere uomini. Per N. Lofhink «la storia della esegesi della Bibbia è una storia di rimozione della violenza». Solo la lettura delle opere di René Girard mi ha fatto aprire gli occhi sul macroscopico problema della violenza, sulla funzione della violenza sacrificale (religiosa) come valvola di sfogo della violenza della società e quindi come fonte di ricompattamento sociale. Questa commistione tra violenza e sacro è presente anche nella Bibbia. Per Girard, forse con una lettura un po’ parziale, la Bibbia è l’unico testo nel quale si ode la voce

degli oppressi che denuncia il meccanismo della violenza nei confronti del capro espiatorio. Nella Bibbia invece c’è anche una violenza che viene deificata, che diventa uno strumento utile e necessario per ottenere pace e salvezza. La violenza messa in Dio significa che Dio stesso dipende dalla violenza. Non si vuole vedere il carattere mostruoso della violenza, della nostra violenza proiettata in Dio. di Giuseppe Barbaglio*

Rudolph Otto nell’opera Das Heilige mostra come il divino, il sacro presente nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, è un Giano bifronte: un mysterium fascinans: fonte di vita di bontà, di grazia, e un mysterium tre­ mendum: che aggredisce e che porta alla morte. Nella Bibbia è il Dio che dà la vita e dà la morte, innalza e abbassa, crea e distrugge. Quando diciamo che Dio è buono ma anche giusto vogliamo dire che è anche violento per conseguire la giustizia. Mentre nelle religioni monoteistiche l’uomo proietta nell’unico Dio gli aspetti tremendi e fascinosi che sono propri dell’uomo stesso, nelle religioni dualistiche l’uomo proietta nel principio del bene gli aspetti positivi e nel principio del male quelli negativi. Ora nella Bibbia è presente solo questa immagine di un Dio bifronte, fascinoso e tremendo, fonte di vita e di morte o c’è anche un’altra immagine, minoritaria ma significativa, che, come un fiume carsico, ogni tanto esce allo scoperto? Tre soluzioni al problema: 1. Marcione: netta contrapposizione Marcione, armatore del II sec. convertitosi alla fede cristiana e folgorato dalla lettura di Paolo, accoglie delle Scritture solo quelle parti che parlano di un Dio che è puro amore, escludendo l’intera Bibbia ebraica e parte del Nuovo Testamento (accoglie solo il Vangelo secondo Luca e Paolo). Marcione risolve il problema delle contrastanti immagini di Dio eliminando una parte consistente della Bibbia. Ha sicuramente avuto il merito di non aver rimosso il problema, anche se la soluzione adottata è vicina a una posizione dualistica, manichea.

2. Bultmann e la soluzione di tipo dialettico Per Bultmann la funzione della Bibbia ebraica è di rinviare per contrapposizione al Dio di Gesù Cristo, passando dal Dio della legge al Dio della grazia, dall’uomo religioso che pensa di poter entrare in comunione con Dio attraverso l’osservanza rigorosa della legge all’uomo che si affida ciecamente all’amore gratuito di Dio. 3. La soluzione evoluzionistica È la soluzione più comune. Antico e Nuovo testamento sono un’unica storia che si evolve progressivamente. È la soluzione più apprezzata dai cristiani, anche perché maggiormente consolatoria: mentre gli ebrei costituiscono il punto di partenza i cristiani si collocano al punto di arrivo. È una soluzione però non pienamente fedele al dato biblico. Assumere lo scontro di immagini Ma in Gesù non c’è solo l’immagine di un Dio d’amore, c’è anche il tema della condanna dei malvagi al fuoco eterno. Non esiste cioè una progressiva evoluzione da un’immagine di un Dio violento a una che esclude totalmente la violenza. Solo Giovanni è riuscito quasi sempre ad avere un’immagine di Dio senza violenza, in particolare quando afferma che Dio ha mandato il suo figlio nel mondo non per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi. Non è presente qui il Dio che giudica premiando e castigando. Non è Dio che condanna l’uomo ma è l’uomo stesso che si autocondanna chiudendosi alla parola. Siamo noi giudici e sanzionatori di noi stessi. Il giudizio non si compie alla fine, ma attraverso le scelte che operiamo. Solo in un’occasione Giovanni parla della collera di Dio, tema invece ricorrente in Paolo. Nella Bibbia, anche in quella cristiana, abbiamo lo scontro non di due divinità, ma di due immagini di Dio. Quando leggiamo la Bibbia non incontriamo direttamente Dio ma le immagini di Dio di Mosè, del popolo di Israele, di Gesù, di Paolo, ecc. «Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio suo ce lo ha narrato». Ora, se di Dio si hanno solo immagini umane, qual è il valore della


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Bibbia? Quali immagini rispecchiano il volto di Dio? Il polo negativo, violento è nostro, non di Dio. Noi esportiamo in Dio la nostra distruttività e negatività per poterla giustificare. Noi siamo i violenti, Dio è tutt’altro. Nell’ottica di fede scorgiamo nelle immagini contrastanti di Dio la presenza dello Spirito che non soffoca né i processi proiettivi né quelle immagini folgoranti di un Dio puro. Dio è all’interno di questo scontro.

distruggitrice del diluvio. Mentre prima del diluvio l’uomo era vegetariano (visione non violenta) dopo il diluvio potrà cibarsi di carne di animali (Gen 9,3). E i comandamenti di Noè (Gen 9, 6-7) esprimono insieme una netta condanna della violenza umana (violenza ingiusta) e una sanzione altrettanto violenta della violenza (violenza giusta): «Chiunque verserà il sangue di un uomo per mezzo di un uomo il suo sangue sarà versato».

Abbiamo un’immagine troppo «divina» della Bibbia. Essa non lo è di fatto. Lo stesso Gesù Cristo non è un puro figlio di Dio, ma è figlio di Giuseppe e Maria e figlio di Dio allo stesso tempo. Noi siamo chiamati a scegliere nello scontro di immagini tra un Dio bifronte, insieme mysterium fascinans et mysterium tremendum, o un Dio solo mysterium fascinans. La nostra ipotesi è che l’immagine di un Dio bifronte, anche se quantitativamente nettamente maggioritaria (circa l’80-90% dell’intera Bibbia), è una produzione umana, una proiezione degli aspetti positivi e negativi dell’uomo in Dio. È un meccanismo culturale. L’elemento originale invece è l’immagine di Dio che è solo fonte di vita. In una visione di fede è la voce profetica che emerge dal meccanismo culturale.

L’esperienza dell’Esodo

L’immagine del Dio bifronte nelle Scritture ebraiche Il diluvio: una violenza «giusta» per combattere una violenza «ingiusta» La tradizione jahvista (Gen 6,1-4), che più volte aveva parlato della violenza dell’umanità originaria (disobbedienza, fratricidio) per spiegare il diluvio accenna solo alla misteriosa unione, percepita come mostruosa commistione, dei figli di Dio con le figlie dell’uomo da cui sarebbero nati i giganti. La tradizione sacerdotale, che è sostanzialmente pacifista e nettamente contraria alla violenza umana, ritiene che il peccato originale consista nella diffusione della violenza (Hamas in ebraico) sulla terra (Gen 6,11-13). La terra sta tornando al caos originario. Il diluvio stesso, conseguente alla violenza umana, è un ritorno al caos originario, alla morte, alle acque che invadono nuovamente la terra. Il diluvio è espressione anche della concezione di un Dio sanzionatore che retribuisce il bene con il bene e il male con il male. Il sacerdotale non si accorge della contraddizione di voler condannare la violenza umana attraverso la violenza

«Dio ci ha tratto dall’Egitto…» (Dio liberatore) con mano forte e braccio disteso (Dio sanzionatore). Nel libro dell’Esodo si narra epicamente l’uscita dall’Egitto di tribù oppresse che sperimentano un Dio efficacemente liberatore, che libera gli oppressi sprofondando gli oppressori nel mare dei giunchi, con modalità diverse secondo la tradizione jahvista (Dio fa soffiare il vento da oriente che prosciuga il mare) o la tradizione sacerdotale (Dio, per mezzo di Mosè, separa le acque). È un Dio che dona la vita agli uni seminando la morte tra gli oppressori. Il dono della terra La storia dell’esodo e dell’entrata delle tribù nella terra è la storia di una promessa. Dal punto di vista storico la penetrazione delle tribù israelitiche nella terra di Canaan avvenne in tempi diversi e in modi diversi, sia mediante infiltrazioni pacifiche in zone disabitate o scarsamente popolate sia per mezzo di colpi di mano militari. Il racconto biblico parla invece di un unico capo, Giosuè, che con tutto il popolo di Israe­le, in tre o quattro campagne militari sconfigge e annienta tutti i cananei: è questa la visione della tradizione deuteronomista, redatta al tempo del re Giosia (640-609), rinvenibile nei libri del Deuteronomio e di Giosuè. Questo racconto nasce in un tempo di forte nazionalismo, quando Giosia vuole ricostituire l’impero davidico. Il progetto sarà sostenuto e giustificato dai circoli deuteronomistici, originari del Nord e venuti a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria (721). La legittimazione avviene attraverso l’esposizione dell’ideale della guerra sacra: Dio, nella spartizione della terra ai popoli, ha assegnato a Israele la terra di Canaan, pertanto legittimamente è possibile annientare gli abitanti di quella regione perché lascino il posto agli israeliti. Anzi Dio stesso interviene per sbaragliare il campo nemico e quindi

i combattenti non devono temere (cfr. Dt 20,1-4). Tutta la normativa sulla guerra sacra è esposta in Dt 20,1-17: se una città rifiuta di sottomettersi si farà la guerra, uccidendo tutti i maschi se la città conquistata è straniera, annientando ogni essere vivente (herem) se è cananaica. È impressionante la ferocia di questa prassi enunciata dalla tradizione deuteronomistica, legata al diritto divino del popolo di Israele alla terra di Canaan. La tradizione sacerdotale, pacifista, narra che l’ingresso della comunità israelitica in Canaan avviene senza nessuna violenza, anzi si compie con la celebrazione della Pasqua con i frutti della terra. Il giudizio di Dio L’anima più profonda, laica, di tutto l’ebraismo è la sete di giustizia. Di fronte all’evidente ingiustizia nella società, soprattutto nei poveri nasce la speranza che la giustizia sia fatta da parte del re. Date le deludenti prove fornite dai re, la speranza viene proiettata in Dio, visto come l’unico giudice imparziale, sanzionatore, che rende a ciascuno secondo le sue opere. È un’immagine di Dio che scaturisce da bisogni sociali e che svolge una funzione sociale, infliggendo ai malvagi la pena dovuta e ai buoni il premio. Paul Ricoeur ritiene che sia­no stati gli uomini ad elaborare il mito della pena che deve ristabilire l’equilibrio rotto dalla colpa, e, senza molta congruenza, di una pena corporale per una colpa morale. Dio entra in questo schema mitico, dato che Dio sa leggere i cuori, sa misurare bene la colpa e pertanto anche la sanzione adeguata. Sodoma e Gomorra La tradizione jahvista (Gen 18,26 ss.) narra della distruzione di Sodoma, città divenuta esemplare per corruzione umana e per giusta e tremenda punizione divina. Per l’anima ebraica il giusto è la distinzione (chiaro e scuro, asciutto e bagnato, terra e acqua, bene e male, maschile e femminile), mentre il disordine, il caos, il male è la confusione. Per questa mentalità pertanto l’omosessualità è un terribile male in quanto confusione di sessi. Dio, giudice giusto, distruggerà le due città perché in esse non si trova nessun giusto. Dio punisce solo i malvagi e risparmia i giusti. Il giusto giudizio di Dio sarà ricorrente nella predicazione profetica. Ma a partire da Amos i profeti affermano che Dio sarà impietoso


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giudice del suo popolo infedele alle clausole del patto. I profeti Amos (9,7-8) mette sullo stesso piano il popolo di Israele e gli altri popoli («Io lo sterminerò dalla faccia della terra»). Ezechiele sottolinea con forza che il popolo di Giuda si è meritato la distruzione di Gerusalemme e l’esilio: «Ora tra breve rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere…» (Ez 7, 8-9). Letteratura apocalittica Nel postesilio compare anche la visione del giudizio universale, quando saranno annientati tutti i malvagi e finalmente sarà ricreato un mondo di giustizia e di pace. È la letteratura apocalittica. Addirittura i malvagi saranno resuscitati per poter essere condannati e annientati: è una resurrezione per la morte! Emerge qui con evidenza la forza dello schema del giudizio di Dio. L’invocazione della «vendetta» divina La vendetta nelle Scritture ebraiche non ha a che fare con l’arbitrio o con un particolare sadismo, ma si pone all’interno della legge, per perseguire efficacemente la giustizia. La vendetta è la difesa di un diritto conculcato. La vendetta, addirittura, oltre che un diritto, è un dovere, perché è necessario ristabilire l’ordine leso. Nei salmi, i poveracci chiedono la vindicatio, la vendicazione del proprio diritto. In altri salmi si invoca la vendetta con violenza distruggitrice contro l’oppressore a favore dell’oppresso. «Tu fa’ di loro un turbine, Dio mio, come paglia al vento» (Salmo 83,14). «Sorgi, Jahvè; nell’ira tua scagliati, contro la rabbia dei miei nemici» (Salmo

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7,7). «In tribunale sia condannato, la sua difesa sveli i suoi delitti. Brevi sia­ no i suoi giorni, un altro prenda il suo lavoro. Restino orfani i figli e vedova sua moglie. Si sperdano i suoi figli a mendicare, li scaccino lontani dalla casa in rovina. L’usuraio estorca ogni suo bene, gente straniera lo depredi d’ogni guadagno. Nessuno gli serbi pietà o si commuova dei suoi orfani. Sterminio alla sua discendenza, non viva il suo nome più di una generazione» (Salmo 109,7-13): qui un israelita lancia tremende maledizioni contro le persone che lo hanno accusato e perseguitato ingiustamente. Sembra quasi che la sete di vendetta prevalga sul desiderio di giustizia. Ancora: «Gioisca il giusto che ha visto la vendetta, lava i suoi piedi nel sangue dell’empio» (Salmo 58,11).

e condotto a forza nella città, è adirato per l’esito favorevole della sua predicazione. Non può accettare un Dio di sola grazia. Da fedele israelita si è costruito un’immagine di Dio bifronte, benigno verso Israele e punitore nei confronti degli altri popoli, soprattutto se nemici. Ma Jhwh ribatte così a Giona, che si era preoccupato per la morte della pianta di ricino: «Io non dovrei aver compassione di Ninive, quella grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?» (4,11). Qui Dio ha un solo volto, quello del mysterium fascinans, che dà solo la vita, non la morte. Dobbiamo stupirci per il fatto che un 10% della Bibbia ebraica ci parli di un Dio di solo amore e di sola vita.

Il perdono di Dio

* Giuseppe Barbaglio (Crema, 1934 - Roma, 28 marzo 2007), si è laureò in teologia alla Pontificia Università Gregoriana, proseguendo gli studi in scienze bibliche al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove conseguì la licentia docendi; in filosofia presso alll’Università di Urbino. Insegnò Sacra Scrittura al Seminario di Lodi e alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, sezione di Milano. Dopo l’abbandono del ministero presbiterale svolse un intenso ed esclusivo lavoro di ricerca biblica sull’ambiente storico del Nuovo Testamento, sulle origini della Chiesa, sul tema del «Gesù storico» e sull’opera paolina, pubblicando numerosi volumi e articoli in Italia e all’estero e dirigendo collane specializzate; inoltre, una brillante attività di conferenziere su tematiche bibliche e teologiche. Tra i saggi più significativi pubblicati negli ultimi anni della sua vita: Gesù ebreo di Ga­ lilea. Indagine storica (EDB, Bologna 2003; 2005, 5ª ed.); Il pensare dell’apostolo Paolo. Abbozzi in forma epistolare (EDB, Bologna 2004; 2005, 2ª ed.); Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso. Confronto storico (EDB, Bologna 2007). «Dialoghi» ringrazia la moglie di Giuseppe Barbaglio, Carla Busato, per avere autorizzato la pubblicazione della sintesi della relazione presentata durante «I fine settimana» a Verbania Pallanza il 19 novembre 1994 – realizzata da Giancarlo Martini – e le Edizioni Dehoniane, Bologna, che di Giuseppe Barbaglio hanno pubblicato il volume Pace e violenza nella Bibbia (2011).

I profeti annunciano però anche un Dio che perdona, che rompe la logica del nesso colpa-pena, facendo seguire alla colpa il perdono. Osea parla dell’eterna comunione di vita tra Jhwh e il suo popolo: «Ti farò mia sposa per sempre» (2,21). Per Geremia, Israe­ le sarà sempre il popolo di Jhwh e non sarà più rigettato (31,36-37). In Ezechiele Dio afferma: «Non mi adirerò più» (16,42). Così Gioele: «Non farò più di voi il ludibrio delle genti» (2,19). E Naum: «Se ti ho afflitto non ti affliggerò più» (1,12). Il secondo Isaia afferma che Israele non berrà più il calice dell’ira di Jhwh (51,52). Per Ezechiele, Dio è con Israele per sempre, anche quando gli si rivolterà contro (20, 9.14.22.44). Il Dio che Giona non può accettare Giona non voleva obbedire all’ordine di Dio di recarsi a Ninive per invitare il popolo alla penitenza e fugge. Ripreso

Berna è lontana?

Il Ticino e il nuovo regionalismo politico

L’obiettivo del volume è di leggere le trasformazioni delle dinamiche regionali in Svizzera nel contesto del consolidamento e del declino dell’integrazione nazionale. Nel considerare dimensioni socio-economiche, culturali e politiche, l’attenzione si concentra sulla mobilitazione regionalista ticinese che ha segnato l’attualità degli scorsi anni. di Oscar Mazzoleni Collana «Le sfide della Svizzera», form. 15 x 22 cm, 184 pagine, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Il canguro e le sue impronte Vita difficile per il laicismo Il prof. Francesco Alberoni mi insegnava, con la metafora del canguro, la differenza tra il diritto e la sociologia: ambedue vogliono fotografare la società (il canguro) ma il diritto si limita e si concentra sulle tracce che il canguro lascia quando procede a grandi balzi sulla spiaggia. Quelle tracce non ci danno che una parziale descrizione del canguro, come ogni codificazione che, magari, è il risultato di anni e secoli di studi, discussioni e vicende, mentre la vita degli uomini continua ad evolversi. Ma non solo i giuristi ed i politici si concentrano sulle «tracce» del canguro-società perdendolo di vista: Sabino Acquaviva, un brillante sociologo di metà Novecento, intitolava la sua innovativa riflessione L’eclisse del sacro nella civiltà industriale (Comunità, Milano 1966), mentre altri studiosi suoi contemporanei descrivevano «la società secolare» e constatavano che «Dio è morto». Nessuno oggi oserebbe definire con questi termini le società multiculturali e multi-religiose dei primi decenni del XXI secolo, dopo le stragi di Parigi dello scorso anno e le «guerre diffuse» che insanguinano molte regioni del mondo, con coperture più o meno esplicite di origine religiosa (sciiti contro sunniti, musulmani contro cristiani, minoranze cristiane e musulmane in fuga verso l’Europa, partiti nazionalisti e identitari che fanno incetta di voti «cristiani», ecc.). La religione – meglio: le religioni – sono tornate in primo piano, deludendo i laicisti rimasti ai miti ottocenteschi, costretti a battaglie di

retroguardia: neppure tracce recenti del canguro possono oggi dare loro qualche speranza. Del resto, gli storici (e i giuristi seri) sanno che da almeno due millenni di cristianesimo la «laicità» è in continua evoluzione: cambiano le richieste e le forme ma restano in vita i contendenti: potere religioso e potere politico, di Alberto Lepori

ovvero modernamente Chiese e Stati. Gli imperatori Costantino e Teodosio, e poi altri «potenti» hanno accompagnato per secoli la «cristianità costantiniana» (per alcuni sopravvissuta fino al Concilio Vaticano II), poi il Sacro Romano Impero e le lotte tra Chiesa e imperatori per il possesso delle «due spade», poi gli scontri con i re nazionali per la nomina dei vescovi, e la Riforma protestante che condusse alla pace con la formula cuius regio illius est religio (una religione imposta come identità nazionale). Quando, con la Rivoluzione francese, i popoli diventano l’oggetto del contendere, Chiesa e Stato democratico (ma non per questo sempre tollerante della libertà religiosa) riprendono le ostilità e il nuovo «laicismo» rivendica per lo Stato le scuole, l’assistenza pubblica, il registro civile, persino i cimiteri! L’Ottocento, anche ticinese, reca numerose tracce del canguro laicista sistematicamente smentite dal comportamento della società: «lucciole per lanterne» e «vittorie di Pirro» per ambedue i contendenti.

Il laicismo francese, una sfida tra giganti Qui mi limito al caso più clamoroso del reciproco inganno (o illusione): Pio IX e il laicismo francese. Continuo a utilizzare l’espressione «laicismo», che sottintende un atteggiamento, oppure un’azione, negativa o positiva ma equivoca e moltiforme: essa deriva inoltre da «laico» (cioè membro del laios = popolo). Sarebbe più adeguato il termine neutro «laicità» (l’avrebbero inventato i vescovi francesi – appunto! – nel primo Novecento), o forse tecnicamente sarebbe più esatta l’espressione «secolarizzazione», per indicare

il passaggio, spesso conflittuale, di settori della società civile dalla Chiesa cattolica allo Stato. Tutt’altra vicenda è quella dei Paesi riformati, evoluti da Stati confessionali a Stati più laici, con le Chiese sempre più libere. Appena dopo la metà dell’Ottocento, Pio IX pubblica l’enciclica Quanta cura (1864) con l’annesso Sillabo, cioè l’elenco degli errori moderni da combattere, tra cui il laicismo: è l’errore numero 55 (non si fanno sconti!), che recita: «È da separare la Chiesa

dallo Stato e lo Stato dalla Chiesa». Pio X condanna con l’enciclica Vehe­ menter dell’11 febbraio 1906 la legge francese del 9 dicembre 1905, che vuole separare (o meglio: escludere ogni relazione tra) Chiesa e Stato. L’art. 2 in particolare sopprime gli stipendi e le sovvenzioni dello Stato e l’art. 4 affida alle «associazioni cultuali» (composte dai cittadini) la futura amministrazione dei beni della Chiesa. Il giudizio dell’enciclica è pesante fin dalle prime frasi: «Siamo pieni d’inquietudine e d’angoscia quando soffermiamo il pensiero sulla vostra situazione (…) dopo la promulgazione della legge, che (…) crea alla Chiesa cattolica in Francia una situazione indegna di lei e quanto mai funesta» (in latino: indignam miserrimamque Ecclesiae in Gallia conditionem importat). Per spiegare la violenta reazione del Papa, dei vescovi e della popolazione cattolica francese, è da ricordare che la legge del 1905 è la conclusione di diversi decenni di conflitti tra lo Stato francese (la Repubblica laica) e la Chiesa di Francia, ancora in maggioranza su posizioni monarchiche e antirivoluzionarie, privata dei vantaggi a lei concessi dal Concordato stipulato con Napoleone I nel 1801 (lo stesso Concordato è detto «abrogato» dalla nuova legge). Nella prima parte dell’enciclica Vehe­ menter il Papa fa un elenco dei provvedimenti decisi dalla Repubblica francese nel togliere diritti e compiti alla Chiesa cattolica: è un istruttivo elenco della «secolarizzazione» promossa a favore dello Stato moderno. Negli anni precedenti, disposizioni legislative avevano limitato le attività delle congregazioni religiose, espropriandole dei loro beni. Infine si decreta che «l’insegnamento di ogni ordine e di ogni natura è vietato in Francia alle congregazioni» (legge del 4 luglio 1904). Con la Legge del 1902 la Repubblica pretende di «democratizzare» la Chiesa imponendo le «associazioni cultuali»; ma il Papa e i vescovi si oppongono e lo Stato francese decide che, in attesa dell’applicazione delle nuove regole, continuano a valere le precedenti disposizioni: un «provvisorio» che dura da più di un secolo!


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Tra la Quanta cura e le leggi persecutorie di Francia, in Ticino, con l’accordo di papa Leone XIII, si adotta una Legge sulla libertà della Chiesa (sic!) che istituisce un sistema democratico di gestione delle parrocchie analogo a quello delle associazioni cultuali condannate per la Francia. Non si è fatto altro che applicare, qui come altrove, il «chiavistello» propo-

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sto da mons. Dupanluop (1802-1878), vescovo di Orleans, distinguendo tra «tesi» e «ipotesi»: la tesi è il Sillabo con annessi e connessi (come i principi «non negoziabili» del card. Ruini), l’ipotesi è il comportamento del canguro-società che non tiene conto, nei suoi balzi, di ritornare sulle tracce precedentemente lasciate sulla sabbia.

Armistizio tra sconfitti e pace religiosa I vescovi e i cattolici francesi, seguendo le disposizioni papali, rifiutarono di costituire le associazioni che avrebbero dovuto amministrare in particolare gli edifici di culto, cercando in diversi modi, attraverso le forme associative del diritto comune, di far fronte ai bisogni della Chiesa: dal sostentamento del clero alle altre esigenze pastorali. Gli edifici ecclesiastici, tutti dichiarati di proprietà pubblica, restarono tuttavia a disposizione del culto, i tribunali e l’amministrazione statale riconoscendo quale titolare del diritto di utilizzarli il sacerdote incaricato dal vescovo diocesano; i comuni e persino lo Stato continuarono a provvedere alla manutenzione degli edifici che la legge aveva dichiarato di loro proprietà.

fermazioni in campo culturale, grazie a istituti e personalità unanimemente riconosciuti.

Poi, in conseguenza alla «Union sa­ crée» stabilitasi tra tutti i francesi contro la Germania nel primo conflitto mondiale (1914-1918), essendo inoltre scomparse le generazioni che conservavano i pregiudizi e i ricordi dolorosi del passato, nel 1924 tra Stato francese e Chiesa cattolica fu trovato un accordo di compromesso, affidando i beni destinati al culto (in pratica chiese e presbitèri) a delle «associazioni diocesane», di regola una per diocesi. Anche per quanto riguarda l’insegnamento scolastico, le leggi repressive vennero sempre più dimenticate (di fatto mai abrogate), fino a giungere, dopo il secondo conflitto mondiale, a forme di sussidio delle scuole cattoliche, che attualmente in Francia raccolgono una percentuale notevole di allievi, specie nel secondario. Così, una legge che poteva essere ostile (e tale fu giudicata e ostacolata da papa e vescovi nel 1905) ha permesso alla Chiesa francese di sopravvivere e persino di registrare diversi successi in svariati campi. Oltre all’insegnamento, vanno ricordate le opere assistenziali, l’attività missionaria (spesso a carico del bilancio statale!) e persino le af-

La scadenza centenaria ha aperto un dibattito sulla validità attuale della Legge del 1905 e sull’eventualità di una, almeno parziale, modificazione. L’esigenza più marcata proviene dal pluralismo religioso francese, oggi aumentato dalla presenza di oltre 5,5 milioni di musulmani, la cui integrazione nella comunità repubblicana pone non pochi problemi, alcuni drammaticamente manifestatisi in questi ultimi mesi. Alcune tendenze di laicismo intollerante sembrano ancora prevalere persino nelle istituzioni (il divieto del «velo islamico» nelle scuole è stato criticato da tutte le Chiese storiche), ma la Repubblica ha «organizzato» una rappresentanza semi-ufficiale dei musulmani francesi, mentre non esiste niente di simile per cattolici, protestanti ed ebrei. È stata

La Costituzione francese approvata con un referendum il 28 settembre 1958 afferma «solennemente», all’art. 2: «La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale (…)». Ma la «laicità alla francese» sopporta molte eccezioni, a partire dalla persistenza del Concordato napoleonico in Alsazia e Lorena, alle norme che organizzano le comunità musulmane (ove si prendono come misura di calcolo i metri quadrati delle moschee…), mentre il presidente della Repubblica è tuttora «canonico» di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del vescovo di Roma, ossia del papa.

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inoltre formulata autorevolmente la proposta di un aiuto statale per dotare la popolazione islamica di convenienti edifici di culto, anche per evitare l’intervento interessato di Stati arabi tradizionalisti. E il governo si preoccupa persino della formazione degli imam, perché siano meglio integrati nella società francese. Sono problemi seri che fanno apparire sempre più superata la «laicità da combattimento» che aveva ispirato una parte dei legislatori francesi un secolo fa. Cento anni dopo, anche i giudizi ecclesiastici sono diventati più distaccati e persino favorevoli: papa Giovanni Paolo II, in una lettera ai vescovi di Francia del 12 febbraio 2005, pur ricordando «un avvenimento doloroso e traumatizzante», constata «una migliore comprensione della laicità»: «Questa pace è ormai una realtà alla quale il popolo francese è profondamente attaccato». I vescovi francesi, in occasione della loro riunione plenaria dello scorso giugno, hanno detto di considerare la legge del 1905 «l’espressione di un equilibrio soddisfacente delle relazioni tra Stato e le organizzazioni religiose», per cui non ritengono che occorra cambiare le legge: «quella che poteva essere una legge di combattimento ha ceduto di fronte ad uno spirito di pacificazione». Lo scorso anno, ricordando i centodieci anni dalla Legge del 1905, i vescovi hanno persino invitato a «mantenere lo spirito originario» del testo, per evitare «la stigmatizzazione dei credenti che conduce a una riduzione crescente della loro possibilità di vivere e di esprimersi come cittadini». Ancora: «È una illusione e un errore credere che ridurre la loro espressione allo stretto quadro della vita privata favorirebbe la pace sociale»; il ruolo della Chiesa in settori essenziali della vita non può essere ignorato o rifiutato, anzi: «questo atteggiamento favorirà l’emergenza di correnti e di attitudini fondamentaliste che potranno appoggiarsi sul sentimento di sentirsi disprezzati, rifiutati, ignorati o inciterà a ripiegarsi su forme di vita comunitariste».

Laicità, disinteresse e collaborazione Ma ormai i canguri si sono moltiplicati e lasciando innumerevoli tracce disperse sulla sabbia sconvolgono il campo razionale e razionalizzato del diritto. Nella società plurireligiosa e «liquida», i giuristi (e prima di loro

i legislatori, cioè i politici) non ce la fanno più a «governare» (se mai ci siano riusciti) il fenomeno religioso. Nella Comunità europea, qualche anno fa, ci fu «battaglia» (a parole…) tra laicisti e «clericali» (il Papa com-


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preso!) sulla menzione delle «radici cristiane» nella futura Costituzione europea. Il Trattato di Lisbona, approvato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1. dicembre 2009, nel preambolo dichiara solo di ispirarsi «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa». Nel capitolo del Trattato sul funzionamento dell’istituzione (modificato col Trattato di Lisbona), l’art. 17 riconosce: «1. L’Unione rispetta e non pregiudica lo statuto di cui beneficiano, in virtù del diritto nazionale, le chiese e le associazioni o comunità religiose negli Stati membri; 2. L’Unione rispetta ugualmente lo statuto di cui beneficiano, in virtù del diritto nazionale, le

organizzazioni filosofiche e non confessionali; 3. Riconoscendo la loro identità e la loro organizzazione specifica, l’Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare, con le chiese e le organizzazioni». Di fatto, l’Unione non impone nessuna norma di laicità, negativa o positiva, agli Stati membri. Con l’art. 6 del Trattato di Lisbona l’Unione riconosce i diritti e le libertà e i princìpi della Carta di Strasburgo e al cap. 2 dichiara di aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4 novembre 1950). La libertà religiosa è dunque garantita dai trattati e tutelata dai rispettivi tribunali internazionali.

Italia: 12 «intese» con le comunità religiose Un buon esempio (…o cattivo?) è l’Italia. L’articolo 7 della Costituzione entrata in vigore il 1. gennaio 1948, dopo aver affermato che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», prosegue riconoscendo che «i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi». L’articolo 8 recita: «Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge»; e al e terzo capoverso si prevede: «I loro rapporti con lo Stato sono regolate per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze». Passano gli anni e vengono stipulati i primi accordi, prima coi valdesi (i protestanti storici del Piemonte) e poi via via con altri Chiese o gruppi. Attualmente le intese tra Stato e comunità religiose sono 12 e riguardano anche le comunità ebraica, ortodossa, buddista e induista. Ma sono sorte difficoltà quando si tratta di «regolamentare» i musulmani delle diverse appartenenze, e anche tra gli Ortodossi solo la Chiesa rumena è stata riconosciuta, tra le diverse già presenti in Italia. Restano senza «intesa» gruppi di protestanti o riformati. Tali «intese», se pure hanno costituito un indubbio progresso in termini di libertà religiosa per gli appartenenti alle religioni che le hanno stipulate, non sembrano permettere di assicurare a tutti, cioè agli appartenenti a qualsivoglia comunità, una libertà completa: vuoi perché per alcune religioni la stipulazione comporta effettive difficoltà, specie per la mancanza di una autorità da tutti gli appartenenti riconosciuta, vuoi perché alcuni gruppi non vogliono stipulare «intese» con

lo Stato, vuoi ancora per la ridotta consistenza numerica di alcune fedi religiose, magari composte unicamente da cittadini stranieri e con residenza temporanea in Italia. Resta in vigore, per tutti questi casi di altre religioni, vecchie o nuove che siano, la legge restrittiva «sui culti ammessi» adottata nel 1929 dal regime fascista. Già nel 1997, il Governo presieduto da Romano Prodi aveva avvertito la necessità di trovare una soluzione che garantisse, oltre alla libertà individuale (già prevista nella Costituzione), anche quella comunitaria a tutte le confessioni religiose, indipendentemente da concordati o intese particolari, ma quale conseguenza dei principi generali di libertà derivati dalla Costituzione italiana e dalle carte internazionali dei diritti dell’uomo. Il progetto di legge, completato l’iter presso la Commissione affari costituzionali della Camera, non venne approvato in tempo per la fine della XXIII legislatura, nel febbraio 1991. Il medesimo testo è stato ripresentato, come proposta di legge 1576, il 14 settembre 2001, da parte dell’on. Spini e con la firma di 40 deputati del gruppo dell’Ulivo (centro-sinistra) e salutato con favore dai rappresentati delle minoranze religiose in Italia. Il progetto di legge consta di tre capitoli principali: il capo I (artt. 1-14) dedicato alla libertà di coscienza e di religione, il capo II (artt. 15-26) relativo alle confessioni e associazioni religiose, il capo III (artt. 27-36) riguardante la procedura per la stipulazione delle intese, cui seguono cinque articoli di norme transitorie e finali. Il capitolo primo descrive compiutamente la libertà religiosa (riconosciuta a partire dal quattordicesimo anno di età) come libertà

di professare in pubblico ogni religione, anche nei diversi istituti statali e sul posto di lavoro, di non essere discriminati, di associarsi in comunità religiose, di determinare l’educazione dei figli, di chiedere nelle scuole «libere attività complementari relative al fenomeno religioso» (art. 12). I ministri di culto devono essere liberi di svolgere il loro ministero, e l’art. 11 regola le condizioni per cui il matrimonio, celebrato davanti ad un ministro di una confessione religiosa riconosciuta, ha valore anche per lo Stato. Il secondo capitolo riconosce la libertà di cui possono fruire le confessioni religiose: dopo un articolo generale (art. 15), che riguarda specialmente la libertà di culto e di organizzazione interna, il progetto prevede le modalità perché «la confessione religiosa o l’ente esponenziale che la rappresenta» possa essere riconosciuta come persona giuridica agli effetti civili» (artt. 16,17,18). Ne consegue l’obbligo di iscriversi nel registro delle persone giuridiche, indicando gli elementi fondamentali di organizzazione e di funzionamento. Le istituzioni religiose aventi personalità giuridica hanno un trattamento fiscale equiparato a quello degli enti di beneficenza e istruzione per le loro «attività di religione, credenza o culto», mentre per le «attività diverse» (come assistenza, beneficenza, istruzione, educazione, cultura, e ovviamente commerciali e di lucro) «sono soggette alle leggi dello Stato concernenti tali attività» (art. 24 e 25). Resta inoltre riservata la possibilità di un riconoscimento della personalità giuridica, secondo le norme generali e con gli effetti previsti dal Codice civile.

In occasione dell’assemblea della Federazione delle Chiese italiane svoltasi l’anno scorso dal 4 all’8 dicembre a Pomezia (Roma), si è nuovamente discusso di una proposta di legge sulla libertà religiosa, elaborata in collaborazione con la FCEI da un pool di giuristi, dal titolo «Norme sulla libertà di coscienza e di religione», che si spera possa presto incominciare l’i­ ter parlamentare. Tutti d’accordo nel dire che serve superare la normativa del 1929 sui «culti ammessi», totalmente obsoleta di fronte al pluralismo religioso ormai presente nella società italiana e alle sfide poste dal multiculturalismo, con una norma che elimini gli aspetti di discrezionalità che oggi creano discriminazione, e una nuova legge che metta tutti i cittadini nella condizione di esercitare, in materia di credenze religiose, i propri diritti individuali e collettivi. Per Roberto Zaccaria, costituzionalista e presidente del Consiglio italiano per i rifugiati (CIR), occorre una legge sulla libertà religiosa e di coscienza che abbia come principio cardine quello della laicità dello Stato. Zaccaria, a capo del pool di giuristi, ha consultato numerosi rappresentanti di comunità di fede, coinvolgendoli anche nell’elaborazione del testo.


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In Svizzera: «in nome di dio onnipotente» L’idea di una legge generale per le religioni ha certamente un interesse che va al di là della situazione italiana, indicando problematiche e offrendo soluzioni che possono essere utilmente considerate anche in Svizzera: dove tuttavia un riconoscimento della piena libertà per le «religioni nuove o minoritarie» presenta qualche difficoltà in più, essendo il rapporto tra Stato e Chiese di competenza dei singoli Cantoni, in base all’art. 72 della Costituzione federale. La Costituzione del 18 dicembre 1998, che inizia con un esplicito: «In nome di Dio Onnipotente», all’articolo relativo all’uguaglianza giuridica prescrive che «nessuno può essere discriminato, in particolare a causa (…) delle convinzioni religiose (…); mentre l’art. 15, relativo alla libertà di credo e di coscienza, oltre al diritto (cap. 2) «di scegliere liberamente la propria religione e le proprie convinzioni filosofiche, e di professarle liberamente individualmente o in comunità», al cap. 3 precisa: «Ognuno ha il diritto di aderire a una comunità religiosa, di farne parte (…)» e (al cap. 4) «nessuno può essere costretto ad aderire a una comunità religiosa o a farne parte». La libertà religiosa comprende quindi anche la libertà di associazione per le comunità religiose. La Costituzione federale non va oltre, ribadendo, all’art. 72 (Chiesa e Stato) che «il disciplinamento dei rapporti tra Chiesa e Stato compete ai Cantoni», mentre (al cap. 2) «nell’ambito delle loro competenze, la Confederazione e i Cantoni possono prendere provvedimenti per preservare la pace pubblica fra gli aderenti delle diverse comunità religiose». L’ultimo capoverso, che prevedeva la necessaria approvazione della Confederazione all’istituzione di diocesi, è stato abrogato nel 2001. Le competenze della Confederazione in materia religiosa appaiono quindi limitate: una legge sull’esercizio della libertà sia personale sia sociale o comunitaria, valida per tutta la Confederazione, sembra dover richiedere una più esplicita base costituzionale. Così è stato con il nuovo articolo per la proibizione della costruzione di minareti (art. 72.3: «L’edificazione di minareti è vietata», in vigore dal 29 novembre 2009) che solleva parecchi dubbi circa la sua coerenza con l’art. 72; ma fin qui non è stata ritenuta necessaria una legge federale di applicazione. D’al-

tra parte, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo non ha ritenuto necessario emettere un giudizio di compatibilità col diritto internazionale (cioè la Carta europea dei diritti umani) in mancanza di un caso concreto di applicazione. Potrebbe essere diverso il giudizio qualora contro la nuova legge ticinese di applicazione sul divieto costituzionale («Nessuno può dissimulare o nascondere il proprio viso nelle vie pubbliche o nei luoghi aperti al pubblico» accettato in votazione popolare il 22 settembre 2013), o contro un caso concreto di applicazione, la Corte europea fosse chiamata a pronunciarsi. Una analoga legge francese è stata tuttavia ritenuta non incompatibile col diritto europeo. I rapporti tra Chiesa e Stato sono quindi demandati alla competenza (e alla legislazione) dei Cantoni. Riconosciute e regolate da tempo le cosiddette «Chiese nazionali» (e talvolta anche la comunità ebraica), con legislazioni sempre più «separatiste» (ma che inquadrano le Chiese in vincoli legali decisi dal Cantone), si stanno facendo tentativi di apertura verso le nuove «realtà religiose»: a Zurigo, a Basilea, a Vaud, sempre «nel rispetto dei valori costituzionali». In Ticino, l’art. 24 della Costituzione cantonale prevede: «La legge può conferire la personalità

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giuridica ad altre comunità religiose», oltre alle menzionate cattolica romana e evangelica riformata. Il Consiglio di Stato del Cantone di Ginevra ha presentato il 4 novembre 2015 un progetto di legge che vuole precisare il principio della laicità riconociuto nella nuova Costituzione cantonale e che è attualmente all’esame del Gran Consiglio. Il progetto afferma la neutralità dello Stato negli affari religiosi: i funzionari pubblici non possono manifestare la loro appartenenza religiosa con «segni ostentatori» che potranno essere vietati anche in pubblico, qualora potessero originare disordini. Il burka concerne solo pochi turisti e per il Governo non crea problemi, mentre il foulard islamico è tollerato nelle scuole solo per le allieve. Vengono abrogate le disposizioni legali anticlericali ereditate dal radicalismo di fine Ottocento («alla francese»), ma le manifestazioni religiose del culto devono svolgersi, in linea di principio, in sede privata o in luogo chiuso. Due le proposte di «laicità positiva»: estendere anche ad altre comunità religiose la possibilità di accordarsi con lo Stato per incassare «contributi religiosi volontari», mentre pastori e preti che operano in istituzioni pubbliche (ospedali e case per anziani) non saranno retribuiti per le attività religiose ma si prevedono sussidi per prestazioni di tipo sociale.

Un nuovo articolo costituzionale? Dopo l’abrogazione dell’articolo relativo ai nuovi vescovadi (che li sottoponeva all’approvazione del Consiglio federale), la Federazione delle Chiese protestanti svizzere (FCPS) aveva promosso uno studio per un nuovo articolo sulle religioni da inserire nella Costituzione federale. Secondo i dati relativi al 2015 dell’Istituto svizzero di sociologia pastorale di San Gallo, i cattolici sono circa il 40% della popolazione, le Chiese protestanti ne rappresentano il 26,1%, i «senza-confessione» sono attualmente oltre il 22%; inoltre, circa il 12% appartengono ad altri gruppi religiosi (musulmani, ortodossi, ebrei, ecc.). Le «minoranze» sono diversamente rappresentate a livello cantonale, per cui una loro tutela sul piano federale sembra necessaria, lasciando alle legislazioni cantonali di rispondere a diritti o esigenze di singole comunità socialmente rilevanti. Il risultato dello studio (pubblicato nel IV Quaderno, 2003, dell’Annuario sviz-

zero di diritto ecclesiale (Peter Lang, Berna) affronta in generale il tema della libertà religiosa, considerando anche la situazione delle comunità religiose minoritarie e propone modificazioni alla Costituzione federale tanto all’art. 15 (Libertà di coscienza e di credenza) quanto all’art. 72 (Rapporti tra Chiese e Stato). Per l’articolo 15 viene proposto sostanzialmente un nuovo capoverso, perché sia esplicitata per tutte le comunità religiose la libertà «di organizzarsi secondo la loro concezione ecclesiale e di governare i loro affari in maniera autonoma». Per l’art. 72 sono proposte due varianti: una prima secondo la quale «la Confederazione prende in considerazione le esigenze delle comunità religiose», «può sostenere le (loro) attività sociali e culturali», eventualmente «può riconoscere al suo livello le Chiese e le altre comunità religiose d’importanza nazio-


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nale». Resta ai Cantoni la possibilità di «riconoscere di diritto pubblico le Chiese e le altre comunità religiose». Più incisiva la seconda proposta, sempre relativa all’art. 72, per rispondere (così si dice…) alla nuova situazione sia sociale sia culturale in materia di rapporti tra comunità religiose e poteri statali. Il testo proposto esprime nel primo capoverso il fondamento della funzione statale in materia di libertà religiosa: «Confederazione e Cantoni incoraggiano la comprensione e il rispetto delle differenti religioni e loro membri». Quindi vengono elencate le competenze federali: «intrattenere rapporti con le Chiese e le altre comunità religiose d’importanza nazionale», «prendere in considerazione le esigenze delle comunità religiose», «sostenere la loro attività sociale senza pregiudicare la neutralità religiosa». Infine si conferma la competenza cantonale: «I Cantoni regolano in modo autonomo i loro rapporti con le comunità religiose. Possono riconoscere loro uno statuto giuridico speciale». Le proposte formulate dalla FCPS sono state sottoposte ad un gruppo di lavoro della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera (CLCC), che ha terminato i suoi lavori il 13 giugno 2005 redigendo un rapporto dal titolo «Relazioni Stato federaleChiese/Comunità religiose». Il rapporto, di 16 pagine dattiloscritte, elencava quattro varianti di base per i rapporti giuridici tra le Chiese/comunità religiose (in seguito: comunità religiose) e lo Stato; inoltre proponeva un articolo sul diritto di autodeterminazione. Le varianti erano le seguenti: 1. un riconoscimento di diritto pubblico di livello federale, con effetti da determinare mediante una legge speciale; non si esclude che lo Stato collabori anche con comunità religiose non riconosciute; 2. un «riconoscimento ufficiale» per cui la Confederazione prende unicamente atto delle comunità religiose, che restano di diritto privato; gli effetti di tale riconoscimento sono da stabilire; 3. una separazione giuridica delle comunità religiose dallo Stato, ma con la possibilità di collaborazioni in attività d’interesse pubblico, mediante stipulazione di contratti; 4. separazione completa con esclusione di ogni collaborazione istituzionale tra Stato e comunità religiose.

Il documento è stato trasmesso all’esame delle Chiese cristiane, per i cattolici alla Conferenza dei Vescovi svizzeri. Ne è seguito… un clamoroso silenzio! Il rapporto del Gruppo di lavoro di fatto propone di ridurre la modificazione costituzionale a un riconoscimento

limitato e che dovrebbe costituire la base costituzionale per relazioni più organiche tra Confederazione e le comunità religiose aventi una rilevanza o una diffusione nazionale. Per un articolo di libertà Tale limitazione non mi sembra tuttavia corrispondere all’apertura ecumenica che le Chiese cristiane storiche (cattolica e protestante) devono dimostrare di fronte al pluralismo religioso in crescita anche nel nostro Paese, e che meglio era espresso nelle proposte formulate nello studio del 2002 dal Gruppo di esperti della FCPS. Infatti, le Chiese cristiane, se vogliono aprire un dibattito con l’opinione pubblica svizzera, devono affrontare il tema generale della promozione di una più completa libertà di religione/di coscienza, sia individuale sia sociale, per tutte le manifestazioni religiose/ spirituali. Il nuovo testo costituzionale dovrebbe costituire un esplicito riconoscimento da parte delle autorità federali e cantonali del pluralismo religioso come fatto sociale positivo; tutte le comunità religiose sono degne di rispetto, per cui si prevede un sostegno per le attività sociali che svolgono, con l’unica limitazione dei principi costituzionali dell’ordine pubblico. Appare quindi necessario tornare alle proposte del Gruppo di esperti della FCPS (variante art. 72 CF) che era così formulato: art. 72 CF - Religione e comunità re­ ligiose (mia traduzione dal francese) 1. La Confederazione e i Cantoni in­ coraggiano la comprensione e il rispetto fra le differenti religioni e i loro membri. 2. La Confederazione mantiene rap­

porti con le Chiese e le altre comu­ nità religiose d’importanza nazio­ nale. 3. La Confederazione considera nella sua attività le esigenze delle comu­ nità religiose; essa può sostenere la loro attività sociale, senza pregiu­ dicare la neutralità religiosa. 4. I Cantoni regolano in maniera autonoma i loro rapporti con le comunità religiose. Essi possono riconoscere loro uno statuto giuri­ dico speciale. Non ritengo invece necessario un riconoscimento ufficiale a livello federale delle Chiese e comunità religiose: la definizione dei criteri per il riconoscimento e più ancora l’applicazione degli stessi provocherebbe discussioni interminabili (e magari a ricorsi e conflitti) di nessuna utilità, in quanto non tutte le religioni aspirano ad un riconoscimento statale. Ai loro aderenti basta sia garantita la stessa libertà religiosa (per rispetto della libertà e parità di trattamento garantiti dalla Costituzione federale e dalle carte internazionali dei diritti). Il tema di adattare la Costituzione federale alle nuove realtà religiose in Svizzera sembra ormai da tempo dimenticato, sia dai politici (paura di scottarsi le dita?), sia dalle Chiese ufficiali, che rinunciano a preoccuparsi della libertà religiosa degli altri (cioè di tutti), ignorando come il futuro può riservare brutte sorprese, mentre le religioni, in particolare l’Islam ma anche le altre comunità «nuove», devono essere partecipi dell’integrazione sociale dei migranti e dei loro «numerosi» discendenti! Invece trovano voce (e accoglienza nella legislazione) misure anti-islamiche che certo non favoriscono l’integrazione.

Conclusione Garantire meglio la libertà religiosa La libertà religiosa domanda un rispetto da parte dello Stato delle scelte personali (libertà negativa), ma chiede anche norme per permettere le espressioni sociali e comunitarie della stessa libertà, cioè ha bisogno anche di norme positive, di riconoscimento e aiuto per la sua innegabile funzione sociale. Ritengo che la libertà religiosa in positivo in Svizzera possa ancora essere compito cantonale (libertà di finanziamento con varietà di sistemi, esenzioni o trattamento fiscale privi-

legiato, sostegno di compiti sociali ecc.), per cui si deve considerare la consistenza sociale delle diverse comunità religiose nei singoli cantoni. La Confederazione dovrebbe tuttavia provvedere a una legge sulla libertà religiosa applicabile a tutte le espressioni religiose (toccherà ai tribunali stabilire quali ne possono usufruire), per garantire libertà effettiva sia ai singoli sia ai gruppi: unico limite restando il rispetto dell’ordine pubblico.


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Per risolvere il confronto tra cristiani e illuminismo Intervista al filosofo Remo Bodei In un libro di qualche anno fa – «I sen­ za Dio» – lei sosteneva che il cristia­ nesimo deve attraversare Nietzsche, Marx e Freud. Professor Bodei*, come vede oggi la proposta cristiana? Ha fatto i conti con questi «maestri del so­ spetto», come li definì Paul Ricoeur? Io parto da una constatazione storica: il crollo del comunismo come ateismo organizzato è stato un risultato della Chiesa e di Giovanni Paolo II in particolare, che ha iniziato a minare il comunismo in Polonia, sebbene io pensi che tale sistema sarebbe crollato da solo. La Chiesa poi si è trovata di fronte a un’Europa capitalistica, ancor più indifferente alla religione: una sorta di muro di gomma, un ateismo più soft di quello di Stato. Ora per la Chiesa, e anche per chi non si riconosce nei suoi dogmi granitici, c’è bisogno di una ricerca comune. È sbagliato da parte dei non credenti considerare la religione semplicemente come una superstizione e un sistema di potere. Per questo la Chiesa fa bene ad aprire questo «cortile dei gentili». Da parte mia, non c’è nessuna preclusione verso la Chiesa: essa può intervenire nello spazio pubblico e dire quello che vuole. Quel che mi preoccupa sono i cosiddetti atei devoti che strumentalizzano la religione ai loro scopi. Ecco, il mio rimprovero è verso quanti usano della religione per questioni di bassa cucina politica. La religione è un grande antidoto alla banalità del mondo e ci mette di fronte alla situazione che io definisco «essere ospiti». Nasciamo in questo mondo senza volerlo, il nostro corpo cresce e invecchia senza che la nostra volontà intervenga: c’è molto che ci sfugge. Mi viene in mente il finale del Libro di Giobbe quando, dopo che Giobbe ha accusato Dio che «l’assassino gira di notte», che si ruba agli orfani e alle vedove, Dio risponde «Cosa ne sai tu?». C’è una domanda inevasa nel nostro stare ospiti nel mondo e nella difficoltà di fronte a noi stessi. È dunque comune a credenti e non credenti la richiesta di senso di fronte al nostro essere gettati nel flusso del tempo. Il sentimento del sacro e lo stupore di essere ospiti nel mondo ci accomuna. Direi dunque che il «cortile dei gentili» istituzionalizza questa ricerca verso brandelli di verità.

Su quali tematiche dovrebbe concen­ trarsi questo «cortile dei gentili»? In primo luogo penso che si debba operare un disarmo bilaterale. Non trovo, ad esempio, molto fruttuosa da parte della Chiesa la critica dell’Illuminismo e della ragione. Già John Locke e Norberto Bobbio sostenevano che essa è un lumicino, ma guai a spegnerlo! Certo, se l’Illuminismo diventa un trionfo del solo sapere, allora va condannato. Ma esso consiste nello sforzo di capire e diventa lotta alla superstizione e tentativo di slegare fede e potere, esso rappresenta una premessa fruttuosa. Poi si può discutere quel che per la Chiesa è diventato centrale oggi, cioè la difesa della vita, così come la difesa dei diritti umani. Ci divide l’accettazione della lotteria naturale in tutte le situazioni della vita a partire dalla nascita. Capisco che qui ci sono elementi dogmatici che non si possono barattare se non aprendo le strade a uno scivolo. Dico, in sintesi: cerchiamo insieme. Prendiamoci carico del limite della sofferenza umana. Ma questo disarmo che lei invoca è fine a stesso o chiede qualcosa in più? Tutt’altro, è la premessa rispetto a questa guerra a bassa intensità, per poter risalire a questioni teologiche o umanistiche più alte. Questi problemi – i trapianti d’organi, gli interventi sulle malattie genetiche… – ci devono far ritornare al problema generale del rapporto dell’uomo con la natura, eventualmente con Dio. Il problema più urgente è, in Occidente, l’allentarsi di legami sociali e la religione, purtroppo, viene vista come un’assicurazione sull’aldilà. Pur amando molto Blaise Pascal, non concordo con la sua scommessa, che vale la pena comunque credere in Dio: mi sembra troppo utilitaristica, preferisco appellarmi alla misericordia di un Dio che mi accoglie anche per le mie scelte diverse. In altre parole: dobbiamo instaurare questa «tregua» come una premessa per un confronto in termini di crescita comune e possibilità di ritrovare noi stessi in un mondo dove dilagano la dissipazione, il relativismo e l’edonismo. Mi sia permessa una battuta in più sul relativismo: oggi c’è il proble-

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ma del confronto tra valori diversi e «relativo» vuol dire che qualcosa sta sotto a qualcos’altro. Ma chi non vede lo «splendore della verità», per citare un’enciclica di Giovanni Paolo II, è un cieco, un daltonico, un miope? Il punto è che molto probabilmente le grandi questioni vanno affrontate – secondo me – con spirito di carità. Mi piace ricordare Bonhoeffer e Paolo agli Efesini, quando si parla della kenosis di Dio e non di un Signore pantocrator. In questi casi si propone un Dio povero più vicino alla nostra umanità. Ma devo sottolineare che questa è una mia preferenza… Cosa vorrebbe suggerire ai «laici» d’oggi? Agli amici non credenti, che fanno parte dell’umanità disorientata e che non rifiutano pregiudizialmente la ricerca di senso, vorrei suggerire di mettersi in un atteggiamento di ascolto. La grandezza del cristianesimo è stata quella di aver messo nella nostra umanità la resurrezione, il nuovo, la speranza dopo ogni sconfitta, un’energia e una speranza che non si vedono in un mondo come il nostro. Alla Chiesa e ai credenti cosa chiede­ rebbe come imprescindibile? Vedo condivisibile questo atteggiamento di dialogo espresso nel «cortile dei gentili». Qualcosa di diverso da quanto successo con forme di violenza nelle Americhe quando si è fatta un’evangelizzazione forzata. In diverse discussioni, da me sostenute, ad esempio in Laterano con il cardinale Ruini o con il cardinale Scola, ho sempre avuto presente il rispetto per le idee altrui. Il confronto può anche essere tagliente ma si basa su una comune amicizia. Io non vado a questi appuntamenti per convincere o farmi convincere, ma per quello che Spinoza chiamava «l’amore intellettuale». * Remo Bodei (Cagliari, 1938), uno dei pensatori italiani più noti all’estero, si è laureato all’Università di Pisa e ha perfezionato i suoi studi filosofici in Germania, precisamente negli atenei di Tubinga, Friburgo e Heidelberg, dove è stato allievo di pensatori di fama come Ernst Bloch e Karl Lowith. Dal 1969 insegna storia della filosofia alla Scuola normale di Pisa e nell’Università della stessa città. L’intervista è stata pubblicata nel volume di Lorenzo Fazzini Dialoghi nel cortile dei gentili. Dove laici e cattolici si confrontano, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2010. Il «cortile dei gentili» è un’istituzione varata dal Pontificio Consiglio per la cultura, presieduto dal card. Gianfranco Ravasi, in seguito a un’intuizione di papa Benedetto XV (discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2009). «Dialoghi» ringrazia le EMP e l’autore per averne accordato la riproduzione.


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Rinnovato il Patto delle Catacombe Il 16 novembre 1965, verso la fine del Concilio Vatica­ no II, nelle catacombe di Santa Domitilla a Roma, 40 vescovi si impegnarono a vivere una vita sobria, senza lussi, senza privilegi, senza simboli di potere, orientata alla costruzione di una Chiesa dei poveri, firmando il testo di un «Patto delle catacombe» (cfr. «Dialoghi» 226, p. 2). Il 14 novembre 2015, a Roma si è svolto un seminario su «Una Chiesa povera al servizio dei pove­ ri», presso la Pontificia Università Urbaniana, per cele­ brare il 50. anniversario del «Patto delle Catacombe», sul cui significato per la Chiesa di oggi si è soffermato il gesuita Jon Sobrino, che ha presieduto, insieme a mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e tra i 40 vescovi firmatari del Patto, la celebrazione eucaristica per i 50 anni dello storico documento. Padre Sobrino ha avuto l’occasione di incontrare il Papa il giorno precedente al seminario, durante la messa mattutina a Santa Marta. Il 16 novembre, nelle catacombe di San Gennaro, al rione Sanità, un quartiere povero di Napoli, un gruppo di preti e laici hanno sottoscritto un «Nuovo Patto»: tra essi mons. Bettazzi, mons. Raffaele Nogaro, padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti. Oggi 16 novembre 2015, nel 50° anniversario del Patto delle Catacombe, entriamo nelle catacombe di S. Gennaro dei Poveri, nel Rione Sanità (Napoli), una realtà ai «margini», per dare vita a un rinnovato Patto e per impegnarci a dare centralità a una «Chiesa povera e dei poveri». Come quei padri conciliari, anche noi, oggi, «nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e la forza di cui Dio vuole farci grazia», ci vogliamo impegnare. Prima di tutto, Signore, ti vogliamo chiedere perdono. Siamo consapevoli che, attraverso il nostro stile di vita, siamo causa di tanta sofferenza per i nostri fratelli e sorelle, nonché per l’«oppressa e devastata terra» (Laudato Si’ 2). Ci impegniamo a fare l’opzione dei poveri, degli esclusi, degli «scarti» della società, a riconoscere in loro la «carne di Cristo», Sacramento vivo della sua Presenza, «a prestare a essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii Gaudium 198). Ci impegniamo affinché la nostra azione pastorale porti i poveri a sentirsi a casa loro nelle nostre comunità, nonché a essere al centro della nostra attenzione. Ci impegniamo quindi ad acquisire uno stile di vita sobrio in tutti gli ambiti della nostra vita, nell’abitazione, nel cibo, nell’abbigliamento, nei mezzi di trasporto e nelle nostre chiese: evitando l’usa e getta, privilegiando l’usato e il circuito corto e naturale, libero da scorie, riciclando e recuperando i rifiuti.

Ci impegniamo davanti a Te, Unico Signore, in questa società che adora l’idolo del denaro, a non arricchirci e a condividere quello che abbiamo. Ci impegniamo a utilizzare nella nostra quotidianità fornitori di servizi bancari che scelgono la finanza etica e alternativa, che combattono la speculazione, che non favoriscono il riciclaggio del capitali nei paradisi fiscali, frutto di criminalità o di evasione, e che non investono in attività come l’industria delle armi, che causa sofferenza e morte. Ci impegniamo, in questo momento storico, all’accoglienza dei fratelli e delle sorelle che fuggono da situazioni di ingiustizia e di morte, perché fare spazio a loro è farlo a Cristo: mettendo a disposizione le nostre case, chiese e conventi. Ci impegniamo, in solidarietà con i poveri, a rimettere in discussione il nostro sistema economico-finanziario, «nuova e spietata versione del feticismo del denaro» (EG 55), i cui effetti devastanti tocchiamo con mano in questo Sud così martoriato e devastato: sostenendo in maniera nonviolenta, nella nostra azione pastorale, i movimenti popolari che si impegnano a favore dei diritti fondamentali dell’essere umano, «lavoro, casa, terra», ma anche contro le enormi spese militari che producono sempre più guerre. Ci impegniamo a lottare contro ogni forma di violenza, di sopraffazione e di cultura mafiosa che genera criminalità organizzata, corruzione, inquinamento ambientale e morte. Ci impegniamo «a curare la nostra casa comune» accettando la sfida di papa Francesco, che, di fronte alla «grave crisi ecologica» che è causata dall’essere umano e che sarà pagata dai poveri, ci chiama ad una conversione ecologica, basata su relazioni sane «con il mondo che ci circonda». Ci impegniamo a costruire comunità cristiane «in uscita», aperte alla mondialità, all’inclusione, al dialogo ecumenico e interreligioso, profondamente missionarie e profetiche. Ci impegniamo, ritornando nelle nostre realtà locali, a far conoscere questo Patto chiedendo ai nostri fratelli e sorelle di vigilare su questa nostra scelta, aiutandoci con la preghiera e la comprensione. Ci impegniamo (sacerdoti e vescovi) a «non possedere a nostro nome beni immobili». Signore, affidiamo questo nostro Patto nelle tue mani, certi che ci aiuterai a vivere queste scelte, consapevoli che, insieme, possiamo smuovere le montagne. Aiutaci Dio, nostro Papà, a essere fedeli.


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parole di francesco

parole di francesco Dio ci giudicherà sulla misericordia. La misericordia è il cuore di Dio. Perciò dev’essere anche il cuore di tutti coloro che si riconoscono membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli; un cuore che batte forte dovunque la dignità umana – riflesso del volto di Dio nelle sue creature – sia in gioco. Gesù ci avverte: l’amore per gli altri – gli stranieri, i malati, i prigionieri, i senza fissa dimora, perfino i nemici – è l’unità di misura di Dio per giudicare le nostre azioni. Da ciò dipende il nostro destino eterno. Non c’è da stupirsi che l’apostolo Paolo inviti i cristiani di Roma a gioire con coloro che gioiscono e a piangere con coloro che piangono (Rm 12,15), o che raccomandi a quelli di Corinto di organizzare collette in segno di solidarietà con i membri sofferenti della Chiesa (1 Cor 16,2-3). E san Giovanni scrive: «Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Gv 3,17; cfr Ge 2,15-16). Per la credibilità della Chiesa. Ecco perché è determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là dev’essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia (dal messaggio per la Giornata della pace 2016). Invito al dialogo. Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria «fetta» della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227). Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre «homo homini lupus» di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù, che non recrimina ma accoglie e, pagando di persona, salva… La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. (discorso nella catte­ drale di Firenze, 10 dicembre 2015, al Convegno nazionale della Chiesa italiana).

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Dialogo e azione. Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. (discorso nella cattedrale di Firenze, 10 dicembre 2015, al Convegno nazionale della Chiesa italiana). Laici indispensabili. La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono. In realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del vescovopilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità del Vescovo Pastore! (discorso ai vescovi italiani, 18 maggio 2015). Giustizia per le donne. Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare. (udienza di mercoledì 29 aprile 2015) Per un’Europa umana. Tuttavia, i massicci sbarchi sulle coste del Vecchio Continente sembrano far vacillare il sistema di accoglienza costruito faticosamente sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che costituisce ancora un faro di umanità cui riferirsi. Di fronte all’imponenza dei flussi e agli inevitabili problemi connessi, sono sorti non pochi interrogativi sulle reali possibilità di ricezione e di adattamento delle persone, sulla modifica della compagine culturale e sociale dei Paesi di accoglienza, come pure sul ridisegnarsi di alcuni equilibri geo-politici regionali. Altrettanto rilevanti sono i timori per la sicurezza, esasperati oltremodo della dilagante minaccia del terrorismo internazionale. L’attuale ondata migratoria sembra minare le basi di quello «spirito umanistico» che l’Europa da sempre ama e difende. Tuttavia, non ci si può permettere di perdere i valori e i principi di umanità, di rispetto per la dignità di ogni persona, di sussidiarietà e di solidarietà reciproca, quantunque essi possano costituire, in alcuni momenti della storia, un fardello difficile da portare. Desidero, dunque, ribadire il mio convincimento che l’Europa, aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, abbia gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti. (dal discorso al corpo diplo­ matico, 11 gennaio 2016).


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Non è tutto oro quel che luccica Gli obiettivi della Campagna 2016 del Sacrificio Quaresimale Non sempre l’oro luccica. Lo sa bene Jean-Bernard Traoré. Il nome è stato modificato ma ciò che racconta è vero e la sua storia è simile a quelle di molti altri abitanti di Nouveau Bissa, in Burkina Faso. Il loro villaggio quattro anni fa è stato spostato per far posto alla miniera d’oro della multinazionale russa Nordgold. Quella che era stata presentata come un’opportunità si è bene presto trasformata in desolazione. La vita degli abitanti è peggiorata. Se una volta la popolazione riusciva a vivere grazie a ciò che produceva, oggi non è più così. Una buona parte dei terreni coltivabili sono stati sottratti. In molti hanno visto morire o hanno venduto dei capi di bestiame perché non avevano più foraggio a sufficienza. A Jean-Bernard Traoré la miniera ha portato via la metà dei campi: gli sono rimasti solo due ettari di terreno su cui coltiva mil, mais e fagioli niébé per sfamare la famiglia. Una volta possedeva 40 bovini, 20 pecore e 30 capre, oggi può contare solo su trenta capi di bestiame. Le provviste non bastano per tutto l’anno e le famiglie sono costrette a indebitarsi per potersi sfamare. Inoltre, l’attività della miniera inquina e rovina irrimediabilmente l’ambiente circostante e le fonti di sussistenza, come ad esempio l’acqua. È successo anche a Nouveau Bissa. Analisi hanno portato alla luce la presenza di sostanze nocive nell’acqua: perciò gli abitanti devono affrontare ore di cammino per attingere l’acqua da un altro pozzo. Svizzera, crocevia dell’oro È in Svizzera che viene raffinato il 70% dell’oro di tutto il mondo. Il metallo prezioso è estratto da paesi quali il Sudafrica, il Perù, il Burkina Faso. Il settore dell’oro afferma di rispettare le linee guida per un commercio etico e responsabile del metallo prezioso, attraverso verifiche lungo tutta la catena di produzione, ma come ciò avvenga nella pratica non è ancora chiaro. Dietro l’oro estratto da Nordgold in Burkina Faso e che finisce per il 90% in Svizzera, ad esempio, Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti hanno riscontrato numerose violazioni. Le multinazionali che hanno sede in Svizzera non sono tenute a rispondere delle violazioni dei diritti umani o dei dan-

ni all’ambiente che hanno causato nei Paesi del resto del mondo in cui sono attive (direttamente o tramite le loro filiali o imprese fornitrici). Alcune si sono date dei codici di condotta, che però non sono vincolanti o soggetti a controlli trasparenti e indipendenti. Negli ultimi anni, in Svizzera il settore dell’oro si è trovato più volte in difficoltà. Nel 2005, per esempio, l’azienda Argor ha raffinato tre tonnellate di oro provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dove era in atto una guerra brutale. Nel 2013, l’organizzazione ginevrina per la difesa dei diritti umani Track Impunity Always (Trial) ha denunciato la Argor-Heraeus per concorso in crimini di guerra e riciclaggio di denaro. Lo scorso mese di settembre la Dichiarazione di Berna ha reso pubblico che l’oro lavorato dalla raffineria Valcambi, e che risulta proveniente dal Togo, è in verità estratto in Burkina Faso: il Togo non ha giacimenti e miniere d’oro. Vengono così alla luce pratiche illegali di contrabbando dell’oro in Togo e condizioni disastrose di estrazione e lavorazione in Burkina Faso, con il ricorso al lavoro minorile. Infine, l’Associazione per i popoli minacciati ha accusato recentemente le raffinerie svizzere Pamp e Metalor di essere coinvolte in traffici di oro estratto da imprese minerarie illegali dal Brasile e dal Perù. In Svizzera non esiste per legge un dovere di diligenza che obblighi le aziende a impegnarsi per il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente e a rendere conto del proprio operato. Per colmare questa lacuna oltre 60 organizzazioni, fra le quali anche Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti, hanno lanciato l’iniziativa popolare «per multinazionali responsabili». L’esempio delle miniere d’oro illustra bene come dietro ad aziende che registrano grandi profitti spesso vi siano persone cui è stata negata la possibilità di una vita dignitosa. Profitto per pochi, maledizione per molti L’oro assume soprattutto la forma di gioielli e orologi (55%); poi finisce in investimenti (23%) e in banche (12%) ma ha anche un utilizzo meno visibile nell’industria e nella medicina (10%). A partire dal 2002 il prezzo è salito

alle stelle fino a raggiungere, nel 2012, i 50.100 franchi al chilogrammo. Ciò ha reso questo commercio molto redditizio, inducendo a sfruttare terre che ne contengono anche basse percentuali (0,5-1 grammo per tonnellata) e ha spinto molti governi del Sud del mondo a modificare le regole per la concessione di licenze per lo sfruttamento delle miniere. Si sono aperte molte miniere di tipo industriale, anche da parte d’imprese globali. Sono numerosi gli aspetti problematici nelle attività legate all’oro, a partire dall’estrazione, per la quale si utilizzano prodotti altamente tossici e nocivi per la salute e per l’ambiente. Nelle miniere formate di cunicoli sotterranei, la roccia è staccata con picconi, martelli e dinamite; in quelle a cielo aperto grandi superfici di terra sono asportate con ruspe e bulldozer. Il minerale è poi frantumato e macinato finemente e a questo punto intervengono il mercurio o il cianuro, nonché grandi quantità d’acqua, per separare l’oro dai minerali di scarto. Spesso la gestione di questi processi da parte delle aziende non è adeguata: le sostanze tossiche sono impiegate dagli operai in modo non conforme agli standard di sicurezza, provocando danni alla salute, e infine ritornano alla natura avvelenando aria, acqua e terra e provocando danni ambientali immediati e a lungo termine. Le persone e gli animali assumono lentamente veleni attraverso il cibo e acqua. L’elenco delle conseguenze sulla salute della popolazione è lungo: malformazioni nei neonati, aborti spontanei, danni irreversibili al sistema nervoso, eruzioni cutanee, tumori. Il lavoro di un minatore è il più duro al mondo e i rischi per la salute e l’incolumità dei minatori sono grandi. Infine, anche in questo settore le violazioni delle convenzioni internazionali sul lavoro sono all’ordine del giorno, a partire dal ricorso al lavoro minorile e alla mancanza di contratti, fino a orari e ritmi di lavoro assurdi e retribuzioni da fame. Per far posto alle miniere accade che interi villaggi siano dislocati. Per esempio, quando sono state aperte quelle di Essaken, Bissa e Kalsaka, in Burkina Faso, circa 14 mila persone sono state trasferite in nuovi insediamenti. La popolazione non è consultata né coinvolta nelle trattative e non trae vantag-


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gi da questi trasferimenti: raramente le compensazioni sono adeguate. Nella maggior parte dei casi la qualità della vita peggiora. Le famiglie, che vivono soprattutto di agricoltura, si ritrovano con meno terra da coltivare e con pascoli più difficilmente accessibili. Inoltre, gli uomini non possono più cercare l’oro in modo artigianale e viene a mancare un importante apporto al reddito famigliare. In molti casi, le miniere inquinano l’ambiente circostante e danneggiano le basi vitali come l’acqua e la terra. Inoltre, come nel caso sopra citato in Burkina Faso le case vengono ricostruite ma all’insegna del risparmio e senza rispettare i bisogni e le tradizioni. Si indeboliscono pertanto le relazioni famigliari, le maglie della rete sociale nei villaggi si sono allargate lasciando in difficoltà le persone più deboli. Molti giovani hanno lasciato le famiglie per cercare un’occupazione nelle miniere, abbandonando i tradizionali lavori nei campi e nella pastorizia. Desolazione a lungo termine Quando le imprese abbandonano le miniere, rimane la desolazione. Il pae­saggio e le fonti di sussistenza sono rovinati, la struttura sociale e l’economia locale distrutte, il principale datore di lavoro se ne è andato. E nessuno si assume responsabilità per tutto questo. Una parte della miniera di Kalsaka della società britannica Amara Mining è stata chiusa lo scorso anno, ma il cratere profondo 120 metri e la strada d’accesso che taglia in due diversi villaggi sono ancora lì. E non è tutto quel che resta della miniera a cielo aperto! Rimane la terra impregnata di sostanze altamente tossiche stoccate sotto forma di terreno di copertura. Una membrana impedisce in teoria a questi prodotti chimici di penetrare nel terreno e nelle falde freatiche. Ma in caso d’inondazioni, oggi sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici, che cosa accadrebbe? La terra avvelenata si spargerebbe inevitabilmente dei dintorni. L’inquinamento e la distruzione delle terre e delle zone agricole costringono i contadini a vivere in situazioni precarie. Il suolo rimane per lungo tempo infertile e pericoloso per le persone e per gli animali. Se anche da noi, qui in Svizzera, venisse aperta una miniera d’oro, che cosa succederebbe? La regione del Napf, tra l’Emmental e l’Entlebuch, è ricca d’oro. Nei fiumi si deposita dell’oro finissimo, anche se trovarne è una

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questione di fortuna. La sua concentrazione è piuttosto bassa: si riesce a recuperarne mezzo grammo, al massimo un grammo, per ogni tonnellata di materiale setacciato. Se però il Napf fosse in Perù il discorso sarebbe diverso. Come è successo nella miniera di Yanacocha, in cui la concentrazione di oro è uguale a quella nel Napf. In meno di cinque anni dalla montagna verrebbe asportato tanto materiale da abbassarla di circa 900 metri. Torrenti come la Fontanne o la Luthern sparirebbero e difficilmente ne potrebbero nascerne di nuovi. L’apertura di una miniera avrebbe importanti conseguenze: l’acqua e il terreno verrebbero contaminati e avvelenati e i contadini non potrebbero più vivere di ciò che producono. Per fortuna la legislazione svizzera non lo permetterebbe! Ma non dovrebbe essere così anche in Perù? Agire con sollecitudine Partendo dall’esempio delle miniere d’oro in Burkina Faso, la Campagna ecumenica di Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali invita ad agire con sollecitudine, partendo dall’assunzione di responsabilità. L’appello è rivolto alle multinazionali ma anche a tutti noi, perché le nostre azioni non calpestino la dignità altrui. Non giriamo la testa dall’altra parte con la scusa che si tratta di una realtà lontana dalla nostra. Se persone perdono la possibilità di vivere in modo dignitoso e i loro diritti vengono calpestati, mentre le multinazionali si arricchiscono e noi possiamo godere di beni di consumo a basso costo, la giustizia è calpestata. I nostri valori cristiani, la fede in un Dio giusto, la visione di una vita piena per tutti ci devono interpellare. Sull’agire delle multinazionali possiamo dire la nostra, sottoscrivendo l’iniziativa per delle multinazionali responsabili. Porsi domande e cercare le risposte è già un primo passo. Una maggiore consapevolezza di ciò che succede al Sud del mondo ci porta ad avere un atteggiamento diverso di fronte al nostro modo di vivere. Inoltre, possiamo sostenere dei progetti di cooperazione allo sviluppo che contribuiscono a rafforzare le persone. Papa Francesco nella sua lettera enciclica Laudato si’ (n. 212) ci incoraggia: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a

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questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente». Katia Guerra e Daria Lepori (Sacrificio Quaresimale)

Oltre la confusione del mondo Le disuguaglianze sociali aumentano nei Paesi ricchi e in quelli poveri. La metà della popolazione mondiale si accontenta dell’8% del prodotto interno lordo mondiale, mentre la percentuale della popolazione più ricca ne consuma tre quinti. Senza contromisure rapide, il cambiamento climatico minaccia di diventare incontrollabile e di mettere a repentaglio le basi alimentari in Asia e in Africa. Intere regioni sono destabilizzate dai conflitti armati. Questi problemi dovrebbero essere affrontati da tutti i paesi, insieme. Ma la cooperazione internazionale è bloccata. Questo libro analizza le cause di questo blocco. Mostra i cambiamenti politici ed economici necessari e cerca di fare un po’ di chiarezza in un mondo opaco. Esso è frutto di una discussione fra le organizzazioni di sviluppo di Alliance Sud e presenta gli obiettivi politici e le strategie di Alliance Sud per i prossimi anni. Alliance Sud, Oltre la confusione del mondo, p. 66. Si può ordinare al prezzo di fr. 10 presso: Alliance Sud, Via Moncucco 1, cp. 515, 6900 Lugano. Usare bene il denaro! In Gran Bretagna è stata organizzata una «settimana del buon denaro», per riflettere su come usiamo i nostri risparmi, sia che li conserviamo in un salvadanaio sia che li investiamo in borsa. Coordinata dall’Associazione del Regno Unito per la finanza e gli investimenti sostenibili (Uksifa), la settimana si è tenuta dal 18 al 24 ottobre. La campagna intende sensibilizzare il maggior numero di persone sul fatto che ognuno ha la possibilità di scegliere di investire i propri soldi in modo etico, responsabile e sostenibile, scelte che non sacrificano le prestazioni finanziarie ma che permettono di avere un impatto positivo sull’ambiente e sulla società. Tra i tanti singoli e gruppi coinvolti nell’organizzazione, anche le Chiese giocano un ruolo importante, sia nella loro veste di investitrici, sia nel promuovere una maggiore consapevolezza tra i propri fedeli circa la necessità di investire i propri risparmi in modo utile per la comunità.


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

I ticinesi hanno paura. I giovani che assolvono il servizio civile dovrebbero essere maggiormente impiegati nelle scuole. Dopo essersi opposto in maggio, il Consiglio nazionale si è allineato – con 97 voti a 87 – alla posizione del Consiglio degli Stati su questo aspetto della revisione della legge sul servizio civile. Per far fronte al grande numero di «civilisti», il Consiglio federale aveva proposto di offrir loro una possibilità di impiego nel sostegno alla formazione e all’educazione scolastica. I responsabili dell’istruzione pubblica e delle associazioni di docenti sono favorevoli all’impiego di giovani incorporati nel servizio civile. In base alla nuova legge, i «civilisti» potranno anche dare una mano agli agricoltori, specie in ambiti quali la protezione della natura, dell’ambiente, del paesaggio. Il parlamento ha pure tacitamente deciso di consentire all’impiego dei giovani nella conservazione di beni culturali. Le nuove disposizioni prevedono inoltre che partecipino a una giornata d’informazione prima dell’ammissione. Tutti i deputati ticinesi (salvo Marina Carobbio) hanno espresso voto contrario all’assegnazione dei «civilisti» nelle scuole: potrebbero minacciare l’esercito! Religioni in Svizzera. Il numero dei cattolici è leggermente calato, in Svizzera, dagli anni ’90, i protestanti hanno visto un netto declino e il numero di coloro che non professano alcuna religione cresce. Sono i dati delle Statistiche ecclesiali 2015 pubblicate dall’Istituto svizzero di sociologia pastorale di San Gallo. Lo studio mostra che la Svizzera è passata negli anni da un panorama religioso bi-confessionale (in cui le Chiese cattolica e protestante dominavano), a una situazione tendente alla pluralità religiosa. Oltre all’aumento delle persone che si dichiarano senza religione c’è stato un aumento regolare di altre comunità cristiane e religiose. Tra il 1950 e il 2013 i protestanti sono calati di circa un terzo (passando dal 56,3% al 26,1%), mentre la Chiesa cattolica è rimasta al 40% grazie agli immigrati europei, in gran parte cattolici. Indennizzo riparatore. I vescovi svizzeri riuniti in assemblea a St. Maurice dal 30 novembre al 2 dicem-

bre 2015 hanno colmato una «dolorosa lacuna», relativa al risarcimento per i reati di abusi sessuali caduti in prescrizione, per i quali le vittime non avevano più possibilità di rivolgersi alla giustizia civile o canonica. La Conferenza episcopale svizzera e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno previsto un contributo finanziario unico di diecimila franchi. Il fondo vero e proprio per gli indennizzi (si parla di 500mila franchi), gestito da una commissione formata di religiosi e di laici, sarà alimentato dalle Diocesi e dalle congregazioni religiose. Chiese accoglienti. All’assemblea del delegati della Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera (Feps), svoltasi il 2 e 3 novembre a Berna, è intervenuto il segretario di Stato con delega all’immigrazione, Mario Gattiker, che ha fatto il punto sull’emergenza immigrati e sulla vicenda dei rifugiati che hanno occupato i locali del tempio di St. Laurent a Losanna, nel timore di dover tornare in Italia. «Oggi non rinviamo più donne e uomini verso la Grecia, in grave crisi economica, e per quel che riguarda l’Ungheria valutiamo caso per caso. Ma la Svizzera da sola non può pensare di risolvere i problemi dell’intera Europa. Tutte le altre nazioni devono sentirsi coinvolte e fare la propria parte», ha detto il diplomatico. Sono stati deliberati finanziamenti per circa 350.000 franchi svizzeri da destinare nel 2016 alle Chiese cantonali che avvieranno progetti di accoglienza e cappellanie all’interno dei centri statali. La Feps raggruppa 24 Chiese riformate cantonali, la Chiesa metodista e la Chiesa evangelica libera di Ginevra, in rappresentanza di circa due milioni e mezzo di cristiani. La parrocchia evangelica di Veltheim (Winterthur) ha deciso di mettere un edificio di culto a disposizione della città allo scopo di accogliere un certo numero di rifugiati. Nella chiesa e nei locali comunitari potrebbero trovare posto settanta persone. Che una chiesa venga adibita ad alloggio per rifugiati è una novità in Svizzera. Le autorità di Winterthur hanno accolto positivamente l’offerta, la città essendo infatti tenuta a trovare alloggi per 220 persone. La città e la parrocchia riformata hanno stipulato un contratto

che prevede l’utilizzo della chiesa per due anni. Winterthur verserà un affitto e si assumerà le spese per la sistemazione delle infrastrutture necessarie. Nella chiesa saranno installate piccole case, mentre docce, gabinetti e cucine saranno allestiti in container accanto alla chiesa. Nel cantone di Friburgo, l’iniziativa «Osiamo l’accoglienza» ha avuto un largo seguito e già in gennaio 30 famiglie si erano offerte di accogliere 51 migranti, in collaborazione con il competente ufficio governativo. Tesi ecumeniche. Il «Punto d’incontro religione e migrazione», gruppo di lavoro delle Chiese cristiane del Canton Berna, ha pubblicato un opuscolo con «10 tesi per la convivenza nella società multireligiosa». La traduzione italiana è stata distribuita, tramite «Voce evangelica» (gennaio 2016), dalla Chiesa evangelica riformata nel Cantone Ticino, che sostiene l’iniziativa. Insegnamento ecumenico. La Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica riformata del Canton Friburgo propongono dal 2013 un insegnamento religioso congiunto per la scuola dell’infanzia, recentemente dichiarata obbligatoria per tutti, mentre nella scuola primaria l’insegnamento è separato per confessione. L’insegnamento ecumenico consiste in cinque incontri di 90 minuti durante l’anno scolastico, gestiti assieme da cattolici e protestanti. Con l’anno 2014 tale insegnamento è condotto in 18 scuole di lingua francese. È pure stata accettata dalle due Chiese la creazione di un Consiglio delle Chiese riformata e cattolica, quale piattaforma di discussione e di collaborazione. Cattolici e protestanti già collaborano nell’assistenza negli ospedali cantonali. Informazione religiosa limitata. Rischiano di scomparire i contenitori di informazione religiosa radiofonica e televisiva della Radiotelevisione svizzera romanda (Rts). La decisione della direzione, comunicata il 18 novembre, è da ricondurre alla necessità di ridimensionare l’azienda di servizio pubblico. Le trasmissioni radiofoniche e televisive della redazione ecumenica «RTSreligion» vedranno tagliati i propri fondi del 50%. I due direttori delle redazioni: Médias-pro, per la parte protestante, e Cath-Info, per la parte cattolica, che da quasi 50 anni lavorano in partenariato con la Rts, hanno diffuso un comunicato stampa


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congiunto. «Una misura inopportuna e sproporzionata, una perdita secca di analisi della dimensione religiosa della società», lamentano i direttori delle due testate, anche perché la notizia arriva «in un momento in cui la necessità dell’aspetto religioso dell’informazione si manifesta ancor più dopo i tragici eventi di Parigi». L’8 gennaio 2016, una petizione contro la decisione di sopprimere le trasmissioni religiose, che ha raccolto 23.000 firme, è stata consegnata alla direzione della SSR. Stampa protestante. Tempi grami davvero per la comunicazione religiosa in Svizzera. Anche la carta stampata deve fare i conti con congiunture poco favorevoli. Al punto che nel corso dell’assemblea generale della Conferenza delle Chiese riformate romande è stato ratificato quanto si prospettava da tempo: cessano di esistere tre testate e ne nasce una nuova, comune alle Chiese riformate svizzere romande. La Chiesa protestante di Ginevra chiude il suo giornale, «La vie protestante». Stesso discorso per l’omonima edizione di Neuchâtel e di Berna; infine la Chiesa evangelica riformata del cantone di Vaud cessa di stampare «Bonne nouvelle». Nascerà invece «Réformés», sulla scia della testata francese «Réforme» e dell’italiana «Riforma». La riorganizzazione porterà a un calo dei costi di produzione e distribuzione, mentre non dovrebbero essere in pericolo posti di lavoro. In totale per il primo anno si sfioreranno i due milioni di franchi. Ora spetta ai vari sinodi locali ratificare tale scelta, e non si tratta di un passaggio pro forma. La Bibbia in tram. Da novembre a Zurigo circola un «Bibeltram», il tram della Bibbia. Per tutto il giorno, a spasso per la città, è possibile assistere gratuitamente alla lettura di stralci da quello che è il più grande bestseller di tutti i tempi. La lettura è affidata a scrittori, pastori, politici e giornalisti, che hanno scelto i loro brani preferiti. L’iniziativa, promossa dalla Comunità di lavoro delle Chiese cristiane del cantone Zurigo, è iniziata nell’ambito della «Settimana delle religioni». Contro il centro islamico. L’Unione democratica di centro, che da tempo cavalca la paura dell’Islam, ha raccolto 8734 firme per un’iniziativa popolare contro il Centro Islamico, già attivo presso l’Università di Friburgo e che sarà ufficialmente inaugurato a metà 2016. L’iniziativa vuol vietare qual-

cronaca svizzera

siasi aiuto statale alla formazione degli iman; il Centro non vuole tuttavia essere una scuola e vuole unicamente aiutare musulmani e non, nonché promuovere la reciproca conoscenza e il dialogo interreligioso. Promosso anche dalla Confederazione, comporta per il Cantone una spesa annua di 250.000 franchi. L’iniziativa è ora sottoposta al giudizio del Gran Consiglio, mentre il Governo propone di dichiararla nulla in quanto contraria al divieto costituzionale della discriminazione. Per lo sviluppo. L’associazione ginevrina CETIM, che ha all’attivo oltre 15 pubblicazioni e fa da sostegno ai movimenti sociali del Sud che si rivolgono alle istanze dell’ONU per la tutela dei diritti umani, segnala possibili difficoltà finanziarie, a seguito della decisione federale di cessare ogni finanziamento. La misura comunque sarebbe rinviata al 2017. Un appello è rivolto, sia ad aderire al CETIM come membri, sia abbonandosi al Bollettino (6, rue J.-C. Amat, 1202 Ginevra), giunto al n. 52 (dicembre 2015). Totopreti luganese. L’edizione 2016 dell’Annuario della Diocesi di Lugano ci permette di tentare l’abituale «totopreti diocesano», grazie alle pagine finali che elencano i nomi citati per la loro partecipazione alla vita diocesana. Partendo dalla premessa, ovviamente contestabile, che la graduatoria numerica delle citazioni non può rappresentare una classifica di importanza, va premesso che due «bonus» (o citazioni) sono assicurate a tutti i preti, vuoi per la presenza in una parrocchia, vuoi nell’elenco generale (pagine 95-139) dei «residenti in diocesi in ordine alfabetico», utilissimo repertorio su sfondo azzurro! La nuova classifica tuttavia rispecchia la distribuzione del clero fatta da mons. Lazzeri, in carica dalla fine del 2013. In testa alla gerarchia per il maggior numero di incarichi (ma papa Francesco preferisce che siano servizi…) troviamo don Nicola Zanini, con 14 riferimenti; segue con 12 il vicario episcopale don Claudio Mottini, con 11 don Braguglia e con 10 don Gaia e mons. Vitalini (il meglio classificato della «vecchia guardia»), cui segue mons. Chiappini con 9 citazioni, accompagnato dal «nuovo» J.C. Farine. Seguono i gruppi più folti con 8 o 7 citazioni: si tratta dei «colonnelli» che probabilmente attualmente portano il peso dell’organizzazione diocesana; tra essi mons. Sala, vicario generale,

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con Leo, Molinaro, Diener, Regazzi, Ruspini, Volonté, Alverti, Foletti, ecc. Una «seconda linea» con 6 citazioni, certamente ancora largamente impegnati, elenca Andreatta, Borelli, Gerosa, Ratti, Solari, Paximadi, e tra essi l’emerito vescovo mons. Grampa; l’altro emerito, mons. Togni, è a quota 4. Il vescovo in carica è a quota 6; mons. Storelli, tuttofare in passato, ha 5 citazioni con un titolo e due incarichi. Nella graduatoria generale i laici seguono a distanza: al primo posto figura Cristina Vonzun con 7 citazioni «nette», seguita da Andrea Cavallini con 5, Luisa Bucher, Gianni Ballabio e Ernesto Borghi con 4; con i «bonus» attribuiti ai preti (vedi sopra) sarebbero tuttavia nel folto gruppo della seconda linea. Non sono stati integrati nell’elenco qui fatto i «cambiamenti» intervenuti successivamente e menzionati in un foglio a parte: da menzionare tuttavia la sostituzione della Commissione sociale, da tempo inattiva, con un Gruppo di studio su problemi sociali. Quanto sopra vale salvo errori ed omissioni, e con l’augurio a tutti di buon «servizio». I vescovi parlano di politica. La Conferenza dei vescovi svizzeri, con un comunicato redatto dalle Commissioni «Giustizia e Pace» e «Migratio», giudicano «inutile, irrispettosa e ingiusta l’iniziativa “Per il rinvio degli stranieri criminali”, in votazione il 28 febbraio», mentre nel comunicato a seguito della Conferenza del 25 gennaio, il presidente mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo, sostiene l’iniziativa «Per la coppia e la famiglia», pure in votazione a fine febbraio, perché «il fatto di essere sposati non deve avere come conseguenza oneri fiscali supplementari o riduzione della rendita AVS». Le prese di posizione su proposte politiche in votazione popolare da parte dei Vescovi svizzeri sono abbastanza eccezionali e purtroppo sono spesso disattese dal «popolo fedele». In questa circostanza sono giustificate e meritano sostegno.

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biblioteca Di stimmate e stimmatizzati Con i tempi che corrono può sembrare ozioso interessarsi di argomenti teologici e pastorali desueti e, in generale, lontanissimi dalla sensibilità comune, seppure ci siano pur sempre gruppi di persone affascinate da essi. E, tuttavia, occuparci di «Discorsi sulle stimmate dal Medioevo all’età contemporanea» spazia ben al di là del tema specifico, e incrocia una serie di questioni, parallele o sottese, che percorrono la storia della Chiesa (romana, nel caso) e lambiscono il presente. Il volume, presentato a Roma nel novembre scorso, riporta una quindicina di studi discussi al convegno Discours et représenta­ tions des stigmates du Moyen Age à l’époque contemporaine, organizzato nel maggio del 2012 all’Institut d’Études Avancées de Paris. Gli studi sono riportati nelle lingue – italiano, francese o inglese – nelle quali furono sviluppati. Spiega Klaniczay: «Il punto di partenza sono i commentari patristici della famosa frase paolina: “Ego enim stig­ mata Iesu in corpore meo porto” (Gal 6,17), e poi va discussa la formazione della “spiritualità delle stimmate” nei secoli XI e XII. San Francesco d’Assisi è al centro di tutte le riflessioni sulla stigmatizzazione e il nostro volume vi dedica una attenzione privilegiata proseguendo il dibattito plurisecolare sulle sue stimmate. La moltiplicazione della stigmatizzazione femminile del tardo Medio Evo e dei tempi moderni ha introdotto nei discorsi sulle stimmate due nuovi motivi: quello di genere – potrebbe Cristo incorporarsi in una donna? – e quello della democratizzazione di questo privilegio: le piaghe sacre del Cristo possono riprodursi non solo nel corpo di Francesco, l’“alter Christus”, ma anche in numerose persone pie che sono desiderose e capaci di “portare la croce con Cristo”; la stigmatizzazione potrebbe essere il frutto della meditazione diligente sulla passione e una scelta fortissima di rivivere asceticamente le sofferenze di Cristo. All’interno di tali dibattiti bisogna aggiungere ancora un terzo elemento, il sospetto di finzione: la lettura di tutti i segni stigmatici nel quadro di una possibilità di frodo, di artificio umano». E, conclude il curatore, nei tempi moderni altri elementi

si sono aggiunti: una certa rinascita della religiosità legata alle stimmate, che viene opposta al razionalismo e allo scientismo; l’entrata in scena della psichiatria; l’allargamento a orizzonti extra-europei del fenomeno della stigmatizzazione (nel volume un ampio studio di Emma AubinBoltanski documenta la vicenda delle donne libanesi stigmatizzate ai nostri giorni). Dal ponderoso volume segnaliamo qui alcune spigolature su persone stigmatizzate, antiche e recenti. Seguendo l’interpretazione di Chiara Frugoni in San Francesco e l’inven­ zione delle stimmate (Torino, 1993), André Vauchez conviene con lei che è stata una «deviazione… fare della stigmatizzazione, semplice fenomeno fisico (difficilmente descrivibile) che Francesco aveva accuratamente dissimulato fin che era in vita, il cuore della rivelazione o dell’esperienza mistica che il Poverello ebbe senza dubbio, nel settembre 1224, a La Verna». D’altronde la Frugoni ha documentato che nei decenni successivi alla morte dell’Assisate, alcuni dipinti hanno continuato a rappresentare Francesco senza le stimmate. Ma più singolare, per le controversie che suscitò, è la vicenda – approfondita da Alessandra Bartolomei Romagnoli – di Caterina da Siena. Il suo direttore spirituale, il domenicano Raimondo da Capua, raccontò che Caterina il 1. aprile 1375 in una chiesa di Pisa cadde in estasi; si risvegliò avendo le stimmate, ma pregò il Signore affinché le sue ferite rimanessero invisibili. I domenicani si impegnarono per fare canonizzare Caterina, morta nel 1380; ma proprio il «se» dipingere la famosa mistica con le stimmate innescò polemiche. Il papa Martino V (eletto dal Concilio di Costanza nel 1417, ponendo così fine al Grande Scisma d’Occidente) si oppose alla canonizzazione, che, invece, nel 1461 fu decisa da Pio II, il quale però nella bolla con la quale esaltava la santa ignorò le stimmate. Molti pittori continuarono a dipingere Caterina con le stimmate; allora Sisto IV – un francescano – nel 1472 proibì sotto pena di scomunica di dipingere immagini della santa con quelle piaghe. Alessandro VI, trent’anni dopo, darà il consenso a rappresentazioni di Caterina stigmatizzata. Rinviando al documentatissimo volume per altre interessanti analisi, accen-

niamo allo studio di Francesco Castelli su padre Pio e Therese Neumann. Il primo, Francesco Forgione, nato a Pietrelcina (Benevento) nel 1885, fattosi frate cappuccino con il nome di Pio, fu assegnato al convento di San Giovanni Rotondo (Foggia). E qui – racconterà lui stesso ai superiori, allarmati dai fenomeni mistici che si raccontavano su di lui – la mattina del 20 settembre 1918 «vidi Nostro Signore, lamentandosi della mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da Lui favoriti… Udii questa voce: “Ti associo alla mia Passione”. E in seguito a questo, scomparsa la visione, sono entrato in me, mi son dato ragione e ho visto questi segni qui [le stimmate], dai quali gocciolava il sangue. Prima nulla avevo». Il francescano (e psicologo) Agostino Gemelli nel 1920 scrisse una lettera al Sant’Uffizio nella quale esprimeva dubbi sulla soprannaturalità del fenomeno. Sollecitato da questa e da altre pressioni, quel dicastero nel 1921 inviò a visitare il frate un suo officiale, Carlo Raffaello Rossi. Questi diede una valutazione positiva del suo fervore religioso, ma non volle pronunciarsi sulla soprannaturalità o meno delle sue stimmate. Intanto però andava crescendo la fama taumaturgica di padre Pio. Allora nel 1922 il Sant’Uffizio – regnante Pio XI – ordinò al frate di troncare ogni corrispondenza con i suoi devoti, di celebrare l’Eucaristia in privato, gli ritirarono il permesso di confessare. Infine – sperando di farsi aiutare in ciò da Benito Mussolini, il quale però rifiutò – il dicastero curiale ipotizzò di trasferire padre Pio in un convento di un’altra regione, o addirittura all’estero: ma la misura si rivelò improponibile perché devoti del frate, e gente interessata ai vantaggi provenienti dai pellegrini che venivano in paese proprio per vederlo, guardavano a vista, giorno e notte, il convento, per impedire la «fuga». Solo nel 1934 Roma cancellò le misure restrittive contro di lui. Padre Pio morì a San Giovanni Rotondo il 23 settembre 1968, dopo aver inaugurato nel 1956 un imponente ospedale cui diede il nome di Casa Sollievo della Sofferenza. Precisa Castelli: «Le stimmate iniziarono a scomparire gradualmente nell’ultimo anno di vita. L’ultima ferita, quella della mano sinistra, si richiuse un giorno prima della morte». Giovanni Paolo II ha beatificato padre Pio il 2 maggio del 1999, e lo ha canonizzato il 16 giugno 2002, di fronte ad una folla imponente. E papa Francesco ha voluto che nel febbraio 2016, per


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il Giubileo della misericordia, l’urna contenente le spoglie del santo sia trasportata per alcuni giorni, a Roma, per essere venerata dal popolo. Therese Neumann nacque nel 1898 a Konnersreuth, un villaggio della Baviera. A vent’anni fu guarita da una paralisi e dalla cecità. Il Venerdì Santo del 1926, dopo una lunga estasi, tornata in sé, la donna – laica, viveva in famiglia – s’avvide di avere le stimmate alle mani, ai piedi e al costato. Ma, a parte i «segni della Passione», quello che alla gente apparve più straordinario, in lei, fu la sua capacità di parlare lingue antiche – aramaico, greco e latino – mai studiate, il dono della chiaroveggenza e, soprattutto, la sua prolungata astensione dal cibo. A proposito di quest’ultimo fatto, già dopo alcuni mesi che durava il «digiuno» mons. Franz Anton von Henle, vescovo di Regensburg, alla cui diocesi apparteneva Konnersreuth, ordinò una rigorosa inchiesta. Due medici e quattro suore infermiere per due settimane guardarono a vista Therese per assicurarsi che non assumesse cibo; il suo peso rimase pressoché invariato. Testimoni affermano che la mistica visse per 36 anni cibandosi solamente dell’ostia eucaristica. E proprio questo fenomeno, più di quello delle stimmate, interessò il Sant’Uffizio; il quale, in definitiva, rimase prudente e attendista, interessandosi a vigilare perché non ci fosse troppo clamore rispetto al «caso». Si ipotizzò anche che la donna fosse trasferita in una clinica, per controllarla meglio, ma suo padre si oppose; e le stesse autorità ecclesiastiche non insistettero, per paura che i nazisti si intromettessero per creare problemi alla Chiesa. A proposito di Hitler, un testimone afferma che – negli anni Trenta del Novecento – Therese abbia detto: «Hitler finirà male». La stigmatizzata morirà nel 1962. Molti altri risvolti della stigmatizzazione sono affrontati, nel volume, da storici che, in quanto tali, non fanno atti di fede! Essi documentano che alcuni autoproclamatisi «stigmatizzati» si sono rivelati abili impostori o vittime di isteria; ma riconoscono che in altri casi, seguiti da vicino da medici e psichiatri, la scienza non ha saputo dare spiegazioni plausibili di fenomeni singolarissimi, e prendono atto che folle di fedeli ritengono persone stigmatizzate – da Francesco d’Assisi a Caterina da Siena, da padre Pio a Therese Neumann – segni visibili dell’irruzione del soprannaturale nella vita di tali testimoni della Passione di Cristo. A chi legge sono

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offerti fatti, analisi, ipotesi. Ciascuno ha a disposizione elementi per farsi la sua opinione. Del resto, anche i teologi non hanno trovato una risposta univoca all’affermazione di Paolo: che cosa sono, esattamente, quelle stigmata di cui egli parla nella lettera ai Galati? Luigi Sandri G. Klaniczay (a cura di), Discorsi sulle stimmate dal Medioevo all’età contemporanea, Archivio italiano per la storia della pietà XXVI, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2013, pp. 528.

La religione secondo Habermas e Rawls «Si direbbe quasi che la religione – viva e vegeta anche nel mutato quadro cognitivo della modernità – irrompa nel presente come una sorta di elemento arcaico. Questa dissonante presenza della religione io non la registro soltanto come un mero dato-difatto sociologico. Dal momento che le certezze religiose conservano una loro autenticità, legandosi a impressionanti testimonianze biografiche, io non interpreto l’attuale costellazione fede-sapere soltanto come una condizione empirica, ma piuttosto come un fatto significativo all’interno della storia della ragione». Con uno sforzo, anche di traduzione, impressionante, il più autorevole degli «habermassiani» italiani, il torinese Leonardo Ceppa, ci offre una collezione di testi del filosofo tedesco utilissimi a dissipare l’affrettata ma ridondante asserzione che la religione non può vantare alcuna pretesa di validità nella sfera pubblica. «È simile (è ancora Habermas che parla) all’odierno tentativo di risolvere – ancora più drasticamente – in correnti neurocerebrali le meditazioni religiose dei monaci in preghiera». Il filosofo è del parere che «tutte le comunità religiose [attenzione: il discorso vale anche dopo l’esplosione dell’integralismo musulmano] non devono solo “adeguarsi” alla modernità con un “modus vivendi”, bensì agganciarsi ai fondamenti normativi della modernità a partire dalla prospettiva interna delle loro convinzioni di fede». Naturalmente, passando attraverso un «filtro istituzionale» con cui accettano di tradurre in un linguaggio generalmente accessibile il contenuto delle loro espressioni religiose. La «traduzione» è parola magica, nel discorso di Habermas, egli la usò anche nel fa-

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moso colloquio con l’allora cardinale Ratzinger di cui «Dialoghi» diede a suo tempo notizia*. L’applicazione di questo criterio alla sfera politica dà luogo a un confronto serrato con la ricerca di un altro grande filosofo contemporaneo, John Rawls, sul quale è stato pubblicato (finora solo in inglese) un saggio che giustamente il filosofo Sebastiano Maffettone loda «per la chiarezza dei temi e l’acutezza filosofica delle argomentazioni». Sono libri «difficili» ma utili a capire e approfondire una svolta della filosofia contemporanea che merita finalmente di emergere anche a livello di insegnamento e di articoli di giornale. E.M. * «Dialoghi» n. 189, dicembre 2005.

J. Habermas, Verbalizzare il sacro. Sul lascito religioso della filosofia, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 315. T. Bailey e V. Gentile, Rawls and Reli­ gion, Columbia University Press, New York 2015. Editoria religiosa. Nella crisi generale che investe il mercato librario italiano (-14,7% nell’ultimo triennio), va male anche l’editoria religiosa, che perde solo un po’ meno di quella laica (12,5%), probabilmente anche grazie al grande successo dei libri «di» e su papa Francesco. Il libro religioso vale 78 milioni di euro, pari al 9% del mercato generale. I titoli di questo settore pubblicati nel 2013 sono stati 5.798, con un incremento dell’8% negli ultimi quattro anni. La produzione occupa stabilmente, da diversi anni, il 6,5% del totale dei libri stampati e vede progressivamente crescere l’interesse degli editori laici che assorbono il 27% del settore (1616 titoli). Secondo i dati del sondaggio («Gli italiani e l’editoria religiosa») il tempo dedicato alla lettura in Italia cala sempre di più; la televisione mantiene ancora uno spazio importante all’interno dei consumi giornalieri, ma a occupare sempre più gli interessi del tempo libero è Internet, anche con forme di fruizione e di partecipazione attiva. Per quanto riguarda la lettura dei libri religiosi, il sondaggio stima in un 11,5% (pari a circa 5,7 milioni) il numero di italiani maggiorenni che nel corso dell’anno 2013 hanno letto almeno un libro di argomento religioso: rispetto al 2012 il calo è del 2,2%. I lettori sono 1.194.000: persone di buona cultura, spesso impegnate nell’ambito ecclesiale.


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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Presidenza giornalistica. Il pastore battista Luca Maria Negro è stato eletto nuovo presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia Nato a Torino nel 1953, ha svolto il ministero pastorale ad Albano Laziale (Roma), Ginevra e Torino. Per diversi anni fu giornalista redattore di «Com Nuovi Tempi», direttore del mensile interreligioso «Confronti», direttore dell’agenzia di stampa Nev - Notizie Evangeliche. A Ginevra è stato segretario per le comunicazioni della Conferenza delle Chiese europee (Kek) dal 2001 al 2009 e a Torino attualmente è direttore del settimanale «Riforma - L’Eco delle Valli Valdesi». Il nuovo presidente ha così commentato la sua nomina: «Mi rallegro del fatto che questo nuovo incarico giunga in un momento favorevole per il movimento ecumenico, perché finalmente, dopo decenni di stagnazione, vediamo dei segnali positivi, in particolare grazie al pontificato di papa Francesco». Oltre al dialogo ecumenico, Negro si occupa in particolare delle questioni migratorie e della libertà religiosa e di coscienza in Italia, e intende proseguire nello sforzo di accoglienza, accompagnamento ed integrazione dei rifugiati attraverso il progetto «Mediterranean Hope», mentre per la libertà di religione e di coscienza e della laicità dello Stato la FCEI ha contribuito a un progetto per un disegno di legge che superi finalmente la legislazione fascista sui «culti ammessi». In tema di giustizia climatica, dopo il Cop21 di Parigi, il pastore Negro ha citato «l’impegno non più procrastinabile a favore della salvaguardia del creato, un impegno che vede le Chiese in prima linea». Al pastore Negro, collega di giornalismo, i rallegramenti e gli auguri della redazione di «Dialoghi». Chiese e ambiente. Ottimismo e attenzione nei primi commenti dei leader religiosi agli accordi sul clima di Parigi. In molti hanno voluto sottolineare gli aspetti positivi, come l’immediata presa in carico delle necessità delle nazioni maggiormente colpite dai disastri ambientali, ma non manca chi esorta a dare reale seguito ai buoni propositi. I leader cristiani hanno sottolineato il ruolo decisivo svolto dalle Chiese e dalle organizzazioni religiose nel percorso che ha portato agli accordi, e ora le esortano

a spingere i leader politici mondiali al rispetto delle decisioni. Gli esperti concordano nel notare che il patto di per sé non provvederà a costruire un mondo sicuro, per cui andranno via via attuati gli impegni presi. Infatti il pastore Tveit, segretario generale del CEC, ha osservato che il testo finale non fornisce alcuna modalità vincolante per trasformare le ambizioni comuni in attuazioni pratiche, mentre il segretario generale della Federazione luterana mondiale Martin Junge ha scritto: «Ottimo risultato. Ora mettiamo tutto il nostro peso dentro di esso. La grande sfida che ci attende sta nella somma delle tante piccole sfide che ognuno di noi deve vincere, per farci arrivare al traguardo sperato». A favore dei migranti. Le Chiese europee, al termine di un seminario sulle migrazioni svoltosi a Bruxelles all’inizio di dicembre, hanno sottolineato in un comunicato congiunto l’urgenza in materia di politiche di integrazione, perché la sfida più grande è l’integrazione a lungo termine dei migranti e dei rifugiati nelle società di accoglienza e sul mercato del lavoro. Al seminario, organizzato dalla Commissione europea, hanno preso parte rappresentanti della Conferenza delle Chiese europee (Kek), la Commissione delle Chiese per i migranti in Europa (Ccme) e la Commissione delle Conferenze episcopali cattoliche della Comunità europea (Comece). Ribadendo l’importanza di coltivare una immagine più positiva di tutti i migranti e i rifugiati in Europa, i responsabili delle Chiese sottolineano l’aspetto personale e umano della crisi attuale: essa non è una mera questione di statistiche o di economia bensì una questione di dignità umana e di bene comune. Nel comunicato si fa notare come le Chiese in Europa sono spesso il primo e il più importante punto di contatto per i migranti e i rifugiati, che in esse trovano il sostegno necessario per iniziare ad adattarsi alle società di accoglienza. L’impegno a fornire spazi di incontro tra i migranti, rifugiati e società di accoglienza non deve trascurare tuttavia di affrontare i timori delle comunità ospitanti. Buon esempio italiano. Il progettopilota sui corridoi umanitari, promosso dalla Federazione delle Chiese

evangeliche in Italia in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, si va concretizzando. Il 16 dicembre, le due organizzazioni hanno annunciato l’avvenuta firma di un protocollo con le autorità italiane che permetterà di istituire corridoi umanitari, dapprima dal Libano e dal Marocco e poi anche dall’Etiopia, per accogliere un ­migliaio di profughi in condizione di particolare vulnerabilità (donne, bambini, malati e disabili), che grazie al rilascio di visti per motivi umanitari potranno entrare legalmente e in Italia ove potranno presentare domanda di asilo. I promotori del progetto-pilota auspicano che anche altri Paesi dell’accordo di Schengen possano avviare soluzioni analoghe. Non c’è motivo per cui Paesi come la Svizzera, la Norvegia, l’Austria, il Lussemburgo e altri, che per ovvi motivi non saranno mai paesi di «primo approdo» (come recita l’accordo di Dublino), non possano applicare lo stesso dispositivo. Molte vite si potrebbero salvare e sottrarre ai trafficanti di uomini. Inoltre, il problema dei ricollocamenti dei profughi in Europa potrebbe essere già risolto a monte. La questione è aperta. Intanto, complimenti ai promotori del progetto che ecumenicamente hanno avuto il coraggio di lanciare un sasso nello stagno. Un sinodo per l’Italia. Guido Campanini, delegato della diocesi di Parma, riferendo del Convegno ecclesiale di Firenze, dagli scarsi risultati ma accogliendo l’invito fatto da papa Francesco a «dialogare» a tutti i livelli, conclude con la proposta di un sinodo: una novità per la Chiesa italiana. Ecco la proposta: «Un sinodo che coinvolga la base anche nel senso di “tastare il polso” ad una “pubblica opinione ecclesiale” che oggi non ha canali riconosciuti per farsi sentire. Magari un sinodo in tre tappe, come è stato quello dei vescovi sulla famiglia: una prima tappa nazionale, che raccolga, discuta, purifichi e rilanci una traccia iniziale, par farla diventare oggetto di discussione approfondita nelle Chiese particolari, nelle associazioni, ma anche nel Paese; una seconda tappa di riflessioni della base, con una segreteria che raccolga e riassuma quello che è stato detto/pensato/vissuto nelle periferie della Chiesa; e una terza tappa davvero sinodale, in cui si lavora su un documento-base redatto per paragrafi, in cui si discuta, si propongano emendamenti, ci si divida anche, se necessario, si voti per consegnare ai vescovi, maestri e pastori, una serie di propo-


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cronaca internazionale

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Partito socialista. Insomma, i cattolici francesi per il 65% hanno votato per la destra o l’estrema destra, in barba alla «Laudato si’» e con l’immancabile deplorazione «postuma» della stampa cattolica transalpina.

esempio, ma anche della macellazione rituale. Ancora «carne al fuoco» per i «ghiringhelli» di turno, ora intenzionati a lottare contro le barbe lunghe, con un’eccezione per i San Nicolao natalizii e cristiano-occidentali.

Ius soli anche in Italia. Dopo anni di attese e mobilitazioni da parte delle associazioni per i diritti dei migranti, dopo una trentina di proposte di legge, è stato approvato in prima lettura alla Camera dei deputati italiana il testo di legge sulla cittadinanza, superando l’ostruzionismo leghista che denunciava il «suicidio etnico»! Il testo di legge supera la norma fondata sullo ius sanguinis (la cittadinanza è trasmessa per discendenza ai figli, anche se nati all’estero), introducendo una forma di ius soli limitato da un ius culturae: il richiedente, oltre ad essere nato in Italia, deve avervi frequentato almeno un ciclo di studi. Tuttavia un’altra serie di vincoli rende la richiesta della cittadinanza una corsa ad ostacoli con esito incerto. Nel marzo 2012, dopo una lunga mobilitazione, oltre 20 associazioni aderenti alla campagna per i diritti di cittadinanza «l’Italia sono anch’io» avevano depositato oltre 200mila firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare, avviando di fatto il dibattito sulla cittadinanza anche a livello istituzionale. Gli iniziativisti sono delusi dal testo approvato e fiduciosi nella possibilità di modifica durante la discussione al Senato. Intanto la Svizzera «progressista» sta discutendo se «facilitare» la cittadinanza a chi, nato e cresciuto in Svizzera, ha avuto almeno un nonno (sic!) residente nella Confederazione. Come diceva un noto costituzionalista, in Svizzera le pere si colgono quando sono cadute a terra!

Non a pagamento. Il parlamento tedesco ha approvato il 6 novembre una legge che impedisce la remunerazione in denaro per la pratica del suicidio assistito: in sostanza si impedisce la nascita, sul modello svizzero, di associazioni che accompagnano il richiedente nel percorso di gestione degli atti che condurranno alla morte, scelta che ovviamente deve essere consenziente. Così in Germania rimane legale la già esistente assistenza passiva, ad esempio la fornitura di medicinali necessari a un malato terminale, sempre che sia il degente a prepararsi e somministrarsi in maniera autonoma il cocktail necessario, ma si vieta la professionalizzazione dell’assistenza regolata da rapporti economici. La questione rimane quindi prettamente medica e le scelte riservate al personale sanitario, che dovrà valutare caso per caso. La scelta del parlamento, caldeggiata anche dalla cancelliera Angela Merkel, ha raccolto l’approvazione di molte Chiese locali, che già nel corso dell’anno avevano espresso il proprio sconcerto davanti alla prospettiva di aiutare a morire, invece che aiutare a terminare al meglio la propria esperienza terrena. In un documento firmato dai presidenti delle più importanti Chiese tedesche si riconosce nella nuova legge «un segnale forte per la protezione della vita e per l’avvenire della nostra società e per la sua coesione. In questo modo si proteggono le persone malate in fase terminale e quelle anziane che avrebbero potuto imbattersi in pressioni sociali per porre fine prematuramente alla propria vita. Inoltre si rispetta e rafforza la relazione individuale fra paziente e medico. Per questi motivi ringraziamo gli estensori della legge per il passo per una società più umana».

Cattolici a destra. In occasione del primo turno delle elezioni regionali francesi (dicembre 2015), il Fronte nazionale di Marine Le Pen ha raccolto complessivamente il 28% dei voti, risultando il primo partito di Francia. Secondo un sondaggio dell’Ifop, pubblicato dalla rivista cattolica «Pélerin», i cattolici hanno votato in ragione del 32% per il Fronte nazionale, contro il 33% andato ai Repubblicani di Sarkozy e il 19% per il

Ebrei e musulmani. Ai primi di settembre è stato costituito a Vienna il Muslim-Jewish Leadership Council (Mjlc), composto da una decina di rabbini e muftì, leader ebrei e musulmani, con lo scopo di difendere i diritti alla libertà religiosa nei confronti delle istituzioni europee e dei governi dell’Unione europea (Ue), dopo i ripetuti attacchi, anche giudiziari, subiti in vari paesi UE in riferimento alle pratiche religiose della circoncisione, per

Chi educa alla fede? Parecchi sondaggi effettuati negli Stati Uniti e in Europa dimostrano l’importanza del periodo dell’infanzia e dell’adolescenza per lo sviluppo della fede. Un’indagine realizzata da Christian Zwicky in Svizzera nel 2007 ha evidenziato che, su mille persone interrogate, il 32% ha vissuto un processo di conversione spirituale tra i tredici e i sedici anni, il 20% nei tre anni precedenti e il 14% tra i sedici e i venti anni. I due terzi dei cristiani sono dunque divenuti tali tra i nove e i vent’anni. Un altro dato essenziale messo in evidenza dallo studio concerne le persone che hanno maggiormente contribuito alla conversione dei bambini. Non si tratta né del pastore né del monitore della scuola domenicale, ma dei genitori. La mamma ha avuto un ruolo determinante per l’85% dei ragazzi e delle ragazze. Il padre è stato decisivo rispettivamente per il 71% e il 69% dei ragazzi e delle ragazze. Il ruolo del pastore o del sacerdote è stato determinante «solo» nel 52% e nel 42% dei casi (meno importante delle esperienze vissute in campeggi estivi cristiani). Si potrebbe essere tentati di dire che i genitori non hanno bisogno della Chiesa locale nell’educazione spirituale dei loro figli. Ma le indagini mostrano una realtà più articolata, che induce a riflettere: oltre Atlantico soltanto il 12% dei giovani parla della fede con i propri genitori cristiani (il 5% con il padre); in Svizzera meno della metà dei genitori legge la Bibbia con i propri figli. Nelle famiglie cristiane la fede è un argomento di discussione soltanto per quattro bambini su dieci. Soltanto la preghiera, probabilmente all’ora di andare a dormire o prima dei pasti, resta una pratica diffusa (91%). Alla luce di questi dati sembra opportuno rivedere e rafforzare la collaborazione tra pastori, monitori, catechisti e genitori, in vista del comune compito della trasmissione della fede. Il pastore Forrer, responsabile del lavoro tra i bambini nelle comunità evangeliche in Svizzera, ha creato da alcuni anni una sorta di «scuola dei genitori»: il programma comprende responsabilizzazione, impulsi e idee pratiche affinché l’insegnamento da parte della Chiesa e la trasmissione della fede in famiglia formino un vero partenariato.

ste. Spetterà poi ai vescovi tradurle, se lo riterranno, in indicazioni pastorali concrete. È un sogno? Una speranza? Una proposta? La mettiamo nelle mani dello Spirito che guida le nostre Chiese sul cammino iniziato da Gesù». La proposta di Campanini non vale solo per l’Italia: anche i cattolici svizzeri, ticinesi compresi, aspettano un loro sinodo, dopo oltre mezzo secolo di «silenzio assordante» loro imposto. Non basta applaudire papa Francesco: occorre anche «realizzarlo»!


No. 240 21 religioni nel mondo

religioni nel mondo Cina contro le religioni La diffusione sempre più ampia delle reli­gioni in Cina, a fronte di un passato non certo lontano in cui anche solo professarsi credente era impensabile, pone il mondo politico, che nel grande Stato asiatico vuol dire Partito comunista e null’altro, di fronte a nuovi scenari. Davanti ai quali spesso ha reagito con stizza, come se il fenomeno, figlio in primis di un’inevitabile apertura al mondo dopo decenni di isolamento, andasse arginato sul nascere in nome dei valori supremi della nazione. Continuano ancora oggi in varie regioni dell’immenso paese le demolizioni di chiese e croci cristiane, adducendo solitamente pretesti legati alla non sicurezza o conformità degli edifici, tentando per l’ennesima volta di frenare la libertà con decisioni burocratiche. Se da un lato non si placano simili azioni, che portano milioni di persone a non professare apertamente la propria fede nel timore di ritorsioni, dall’altro lato le autorità non possono negare che il processo sia in atto. Da qui la decisione di tentare di governarlo un’altra volta. Così è stata convocata, da parte dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi (l’ex Bureau per gli affari religiosi), un summit politico sulle religioni, come è stato definito da Chen Zhongrong, vice direttore del servizio. Si rinnova quindi il tentativo di controllo sulla popolazione di credenti cristiani, che le stime ufficiali di Pechino valutano in circa 25 milioni di persone, mentre in realtà, secondo molte testimonianze e secondo i calcoli di varie diocesi e Chiese protestanti, sarebbero almeno quattro volte tanto, con una netta prevalenza dell’evangelismo di matrice protestante. Continuando a questi ritmi entro pochi anni la Cina potrebbe diventare la nazione con più cristiani al mondo, rendendo ancora più anacronistico il violento atteggiamento di chiusura delle autorità.

Ebrei e cristiani per redimere il mondo Ventotto rabbini, per lo più dell’ala più liberale della tradizione ebraica ortodossa, hanno rilasciato una dichiarazione nella quale si afferma che il Cristianesimo non è stato un incidente, ma è parte del piano divino di Dio. La dichiarazione, intitolata «Fare la volontà del Padre Nostro in cielo: verso un partenariato tra ebrei e cristiani», segna un cambiamento significativo che pone il Cristianesimo in una nuova prospettiva e apre la strada a ulteriori relazioni interreligiose. Se finora la cooperazione ebraico-cristiana era limitata alle questioni sociali, economiche e politiche, questo documento afferma che il Cristianesimo ha uno scopo teologico ed escatologico. «Come Maimonide e Yehudah Halevi, riconosciamo che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, bensì l’esito dovuto alla volontà di Dio e dono alle nazioni […] Separando ebraismo e cristianesimo, Dio ha voluto una separazione tra interlocutori con significative differenze teologiche, non una separazione tra nemici». La dichiarazione è stata pubblicata il 3 dicembre, alla vigilia della presentazione in Vaticano del documento della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, dedicato al 50. anniversario della dichiarazione «Nostra Aetate» ed è stato diffuso sul sito del Centro per la comprensione e la cooperazione ebraico-cristiano,

con la firma di rabbini alla guida di importanti comunità e istituzioni in Israele, Stati Uniti, Germania e Svizzera. Secondo il rabbino Shlomo Rìskin, fondatore del Centro per la comprensione e la cooperazione ebraico-cristiano, «la vera importanza di questa dichiarazione ortodossa è che essa richiede la collaborazione fraterna tra i capi religiosi ebrei e cristiani, ma anche riconosce lo status teologico della fede cristiana. Ebrei e cristiani devono essere in prima linea nell’insegnare i valori morali fondamentali per il mondo. […] Oggi gli ebrei sperimentano amore sincero e rispetto da parte di molti cristiani, espressi attraverso numerose iniziative di dialogo, incontri e conferenze in tutto il mondo». La dichiarazione si conclude affermando: «Il nostro partenariato non sminuisce in alcun modo le differenze che perdurano tra le due comunità e le due religioni (…)». (da «Riforma», Torino, 18 dicembre 2015)

Imam patentati Il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Anouar Kbibech, ha annunciato la istituzione di un’abilitazione per gli imam operanti in suolo francese, atta a certificare l’insegnamento di un Islam tollerante e aperto al prossimo. Il Consiglio musulmano attribuirà un patentino di idoneità agli imam per certificarne la tolleranza e l’apertura verso il prossimo. Verranno verificate sia la formazione sia il livello teologico dei vari imam, perché siano portatori di un messaggio di pace e di rispetto verso le leggi della Repubblica. Le abilitazioni potranno quindi essere revocate in caso di mancato rispetto di questi parametri. In una riunione di tutte le federazioni islamiche di Francia è stata presentata la proposta ai rappresentanti delle diverse anime dell’islamismo; essi intendono mostrare compattezza nel lottare contro l’influenza dei salafiti jahidisti, che si rivolgono alle frange maggiormente marginalizzate delle nuove generazioni. La patente per gli imam è uno dei capitoli della lotta contro la radicalizzazione, con una maggiore collaborazione fra il governo francese e quelli algerini e marocchini, al fine ottenere l’invio di predicatori adeguatamente formati, anche sui valori della nazione francese.

Libertà religiosa Il presidente dell’Indonesia, Ioko Widodo, eletto nel luglio del 2014, ha intenzione di rendere meno severe le condizioni per la costruzione di nuovi luoghi di culto per le minoranze non musulmane. L’Indonesia è la più popolosa nazione a maggioranza musulmana del mondo, con 250 milioni di abitanti di cui 1’86% di fede islamica, e tenta un processo di modernizzazione: fino a oggi per veder approvata una nuova costruzione religiosa è necessaria la raccolta di almeno 99 firme fra i fedeli della zona interessata e di almeno 60 fra i residenti, con un permesso da parte del responsabile amministrativo dell’area. In molte zone rurali indicare apertamente la propria religione presenta forti rischi, di fronte ai gruppi fondamentalisti. Inoltre, talvolta, le autorità locali tengono chiusi locali di preghiera di gruppi cristiani, con pretesti vari, nonostante le sentenze della Corte suprema che ne chiedevano l’apertura in nome della tutela dei diritti delle minoranze. Una nuova legge costituirebbe un passo verso la distensione promessa dal presidente Widodo, che ha già abolito l’obbligo di indicare la propria fede sui documenti d’identità, che portava molti a professarsi musulmani nel timore di discriminazioni; inoltre ha concesso dignità di esistenza alle religioni indigene, per lo più di derivazione animista e sciamanica, riconoscendone i culti.


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vignetta (in)sostenibile

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di Daria Lepori


No. 240 23 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Dialogo interfamiliare. A cinquant’anni dalla dichiarazione conciliare «Nostra Aetate», la Commissione vaticana per le relazioni religiose con l’ebraismo, presieduta dal cardinale svizzero Kurt Koch, incoraggia una nuova stagione per i rapporti cristiano-ebraici, chiedendo un impegno contro l’antisemitismo, un approfondimento reciproco della conoscenza e azioni sociali e caritative comuni. Il dialogo non è tra due religioni, ma tra il cristianesimo e il fondamento della propria fede. Siccome l’alleanza di Dio con il popolo d’Israele non viene meno, la Chiesa cattolica non conduce né promuove alcuna azione missionaria specifica nei confronti degli ebrei. Chiese decarbonizzate. La Chiesa protestante unita di Francia, che comprende riformati e luterani, ha deciso di rinunciare agli investimenti in imprese che trattano energie fossili (carbone, petrolio, gas). Si tratta di circa 12 milioni di euro, destinati a garantire la pensione di 380 pastori e 120 vedove, fin qui impiegati per il 5-10% in investimenti nocivi per l’ambiente. «Ristorante della misericordia». A fine dicembre è stato inaugurato ad Amman (Giordania) un «ristorante della misericordia» gestito dalla Chiesa cattolica tramite la Caritas locale, che offre giornalmente 500 pasti caldi senza fare distinzione tra i richiedenti. La mensa è ospitata nei locali della vecchia tipografia cattolica, non lontano dalla parrocchia di Nostra Signora dell’Annunciata. Divertirsi in chiesa. La chiesa di San Giuseppe ad Arhnen (Olanda), chiusa dal 2007, è stata dal 2011 trasformata in uno skatepark di mille metri quadri e messa a disposizione degli appassionati. Non si tratta di un unicum: è già successo in Canada e in Spagna. Sono numerose in Europa le chiese abbandonate e trasformate in ristoranti, spazi d’incontro o per avvenimenti culturali, negozi e appartamenti. Uguale dignità. La Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società apostoliche ha pubblicato un lungo documento in cui chiede di tener conto della «stessa dignità» tra religiosi-preti e religiosi/e-non-preti, che sono in totale 55.000. Vengono in particolare sottolineate la ricchezza della vocazione e del carisma dei religiosi e la testimonianza profetica della fraternità. I vescovi sono in particolare invitati a facilitare la partecipazione attiva dei religiosi e delle religiose nei luoghi di consultazione, di decisione e di azione della Chiesa locale. Bella e cattolica. Miss Svizzera 2016 è la friburghese Lauriana Sallin, 22 anni, studentessa universitaria in storia e francese, eletta il 7 novembre. In una lunga intervista, pubblicata da Apic del 16 dicembre, Lauriana manifesta il suo interesse per le questioni religiose. Richiesta di esprimersi sulla Chiesa, ha osservato: «Penso che se la Chiesa non parla concretamente di ciò che accade nel mondo, essa non è utile. In questo senso, papa Francesco è una opportunità. Ho letto l’enciclica “Laudato si’” e ho trovato il concetto di ecologia integrale estremamente interessante». Bella e informata. Persino in Arabia. Sono 13 le donne saudite elette nello storico voto dello scorso dicembre. Hanno trionfato in otto province, su un totale di 2.106 consiglieri comunali eletti. Oltre novecento donne erano candidate, contro quasi

seimila uomini, in 284 comuni che hanno poteri limitati alle questioni locali, come la gestione di strade, giardini pubblici e raccolta dei rifiuti. Per le saudite è stata una giornata storica: ancora oggi non possono uscire di casa senza un parente di sesso maschile che le accompagni, guidare un’automobile, parlare in pubblico con uomini che non siano loro famigliari… Ma in 130mila (su un milione e mezzo circa di aventi diritto) sono andate a votare. E in Vaticano? Tombola papale. Il Governatorato della Città del Vaticano ha organizzato anche quest’anno una tombola; i premi erano una quarantina di regali ricevuti da papa Francesco: tra essi un’automobile «Lancia», un orologio Rolex, una bicicletta tandem (!). I biglietti a dieci euro sono stati venduti nei diversi negozi dello Stato vaticano. Il ricavo dell’iniziativa sarà destinato alle opere di carità del Papa a favore di rifugiati e senzatetto. Presidente mondiale. Mauro Jöhri, ministro generale dei Frati minori cappuccini, è il nuovo presidente dell’Unione dei superiori generali. Il religioso grigione è stato eletto nel corso dell’ottantaseiesima assemblea dell’USG, svoltasi lo scorso novembre. Nato a Bivio (GR), padre Mauro ha 68 anni, è entrato nell’ordine nel 1964 ed è stato ordinato sacerdote nel 1972. Dal 2006 è ministro generale dei cappuccini; da allora vive a Roma. Lo scorso 9 gennaio è stato ricevuto da papa Francesco, accompagnato dal suo predecessore: padre Nicolas, «generale» dei gesuiti. Pienone in cattedrale. Una volta all’anno dal 2004, la cattedrale di Losanna, «diventata» protestante con la Riforma, accoglie la comunità cattolica del Canton Vaud. Lo scorso 28 novembre oltre 800 persone, cento cantori e una ventina di preti e di diaconi, hanno celebrato l’inizio del tempo liturgico dell’Avvento. Ai partecipanti è stato distribuito il «Libretto del pellegrino» per vivere l’Anno santo della misericordia. Perché non inaugurare a Lugano un’ospitalità analoga a favore dei protestanti, almeno nel 2017 per celebrare (ma sì!) la Riforma? Benedizioni opportune. In occasione della domenica dei media, celebrata in Belgio a fine settembre, nel santuario di Notre-Dame di Beauraing si è proceduto alla benedizione di smartphone e telefonini. Il celebrante ha ricordato che tali oggetti sono ormai utilizzati anche nelle cerimonie religiose, persino quando c’è il Papa, per far partecipare parenti e amici lontani… Una benedizione potrebbe forse ridurre l’uso e l’abuso che molti ne fanno per importunare il prossimo. Confessioni al supermercato. Lo scorso ottobre, in un grande centro commerciale di Bogotà, 350 preti hanno offerto la possibilità (ovviamente gratis!) a clienti e curiosi di confessarsi. Un piccolo cartello, con la foto di papa Francesco, segnalava il «confessionale». Per il sacerdote organizzatore, si trattava di rispondere all’invito di papa Francesco di essere vicini ai fedeli. L’iniziativa è stata giudicata positivamente dalla Conferenza episcopale colombiana. Pasqua unificata. Il comitato esecutivo del Consiglio delle Chiese cristiane del Medio Oriente, nella sua ultima riunione in Egitto, si è dato come obiettivo l’unificazione della data di celebrazione della Pasqua. Erano presenti i patriarchi copto ortodosso, siro cattolico, greco ortodosso di Gerusalemme e il «cattolico» di Cilicia degli armeni. Ortodossi tutti: è ora che si mettano d’accordo…


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opinioni

La dichiarazione di Roma

verso una Chiesa ispirata dal Vangelo per un mondo di pace, giustizia e solidarietà Nel numero 239 di DIALOGHI è stata pubblicata una breve cronaca del convegno svoltosi a Roma dal 22 al 29 novembre 2015 in occasione del cinquantesimo del Concilio Va­ ticano II e promosso dal movimento internazionale «We Are Church» (Noi siamo Chiesa). Al termine dei lavori è stata votata la seguente ri­ soluzione: Noi, discepoli di Gesù, fedeli cattolici membri del popolo di Dio, riuniti a Roma in occasione del cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano Il, consapevoli delle molte sfide poste dal nostro mondo in cambiamento, attenti ai «segni dei tempi», considerando la situazione attuale della nostra Chiesa e le sue difficoltà nell’affrontare queste sfide, coscienti che ogni comportamento dei cristiani e della nostra Chiesa contrario al messaggio evangelico allontana il mondo dallo Spirito di Gesù e gli impedisce di riconoscere la forza del Vangelo, riconoscendo le nostre debolezze e mancanze ma confidando nella forza

Cinquant’anni di ecumenismo a Bose «La comunione visibile tra tutti i cristiani battezzati nel nome del Signore Gesù e l’ascolto dell’umanità tutta, anche quella non cristiana, impegnata in altre vie di spiritualità o in un cammino di umanizzazione ispirato dalla coscienza»: da queste due urgenti indicazioni maturate dal Concilio Vaticano Il, prese avvio, cinquant’anni fa, l’intuizione dell’esperienza della comunità monastica di Bose, fondata e guidata da Enzo Bianchi. L’esperienza prende avvio in una piccola frazione in provincia di Vercelli, ma comunità in senso proprio lo diviene tre anni dopo, quando Enzo Bianchi è raggiunto dai primi confratelli, tra cui una donna e un pastore protestante. Tre i pilastri della vocazione monastica: celibato, comunione dei beni, obbedienza al Vangelo. Presto però arrivano i problemi. Nel 1967

che ci dà la fede in Gesù e desiderando rispondere agli appelli di papa Francesco che sta rafforzando i processi di consultazione nella Chiesa, dopo aver pregato lo Spirito Santo, seguendo Gesù e facendo memoria dello spirito del Vaticano II e del Patto delle catacombe, ci impegniamo: a lavorare per proseguire il rinnovamento della nostra Chiesa, affinché sia testimone dello Spirito di Gesù e della forza del Vangelo e accolga le sfide del nostro tempo; a contribuire a riorientare il nostro mondo, dando voce ai poveri e a agli emarginati, affinché possa diventare un mondo di pace, giustizia e solidarietà, un mondo che rispetta il pianeta come nostra casa comune, che permette ad ogni persona di fiorire nella sua unicità e approfondire il valore accordato alla sua umanità. Un’altra chiesa per un altro mondo è possibile! Tornati nei nostri Paesi, faremo conoscere questi nostri impegni alle nostre comunità, associazioni, parrocchie; chiederemo che ci sostengano con le loro preghiere e che si uniscano a noi nell’attuazione di questi impegni. il vescovo di Biella, mons. Carlo Rossi, dispone un interdetto per la presenza di aderenti non cattolici, che il card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, rimuove l’anno successivo, approvando la regola monastica nel 1973, quando i primi sette confratelli pronunciano la loro professione. La comunità – che nel frattempo ha fondato altre fraternità (Gerusalemme, Ostuni, Assisi, Cellole di San Gimignano e Civitella San Paolo) – conta oggi un’ottantina di membri, uomini e donne, tra i quali alcuni protestanti e ortodossi, cinque preti e un pastore. Una vita cenobitica improntata agli insegnamenti di San Pacomio, San Basilio e San Benedetto, fatta di preghiera e lavoro, nel segno dell’accoglienza di chi è in cerca di Dio: dalla cura del frutteto e dell’orto alla produzione artigianale di oggetti in ceramica e in legno, dalla creazione di icone tradizionali alla casa editrice Qiqaion, dalla ricerca teologica all’attività catechetica. Alcuni membri hanno una propria attività professionale all’esterno della comunità.

No. 240

In questo numero Dossier G ma davvero fa male la religione? (E.M.)

1

G il dio violento delle scritture ebraiche (Giuseppe Barbaglio)

2

G il canguro e le sue impronte. vita difficile per il laicismo (Alberto Lepori) 5 G per risolvere il confronto tra cristiani e illuminismo (Remo Bodei)

10

G la religione secondo habermas e rawls

18

Articoli G rinnovato il patto delle catacombe

11

G non è tutto oro quello che luccica (Sacrificio Quaresimale)

13

G la dichiarazione di roma

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Biblioteca G G. Klaniczay, Discorsi sulle stimmate (Luigi Sandri)

11

G parole di francesco

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G cronaca svizzera

15

G cronaca internazionale

19

G religioni nel mondo

21

G vignetta (in)sostenibile

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G notizie belle e buone

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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