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239 dialoghi Locarno – Anno 47 – Dicembre 2015

di riflessione cristiana BIMESTRALE

I migranti due volte vittime

Ricordate la foto straziante del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo di Kobane ritratto sulla copertina del n. 238 di «dialoghi»? Sembrava che da lì in avanti, da quell’icona scioccante e al tempo stesso delicata del dramma delle migrazioni, l’Europa avesse preso di colpo coscienza delle proprie responsabilità nei confronti dei popoli in fuga. A quell’epoca risalgono le più nette prese di posizione dei politici del Vecchio continente a favore di un’apertura delle frontiere. Non potevamo più permettere che altri bimbi così composti e normali, così uguali ai nostri, spirassero sulla sabbia dell’Occidente. Così come non potevamo permettere che altri migranti soffocassero dentro un camion abbandonato lungo un’autostrada in Austria. Mentre l’Ungheria di Orban erigeva barriere di filo spinato lungo i suoi confini, illudendosi di contenere l’ondata dei fuggiaschi, il resto del continente sembrava affrontare con maggiore sensibilità la tragedia dei moderni esodi dalle guerre e dal terrore. Ci furono perfino cartelli di benvenuto ai siriani che approdavano sfiniti alla stazione di Monaco di Baviera: per qualche tempo la Germania era diventata la locomotiva europea dell’accoglienza. In un anno, nel Paese della Merkel, sono entrati

un milione di stranieri. La solidarietà europea, tuttavia, funziona a corrente alternata. La Francia, un Paese con una lunga tradizione di accoglienza, ha fatto muro quest’estate con i flussi provenienti dall’Italia mostrando lo sconsolante spettacolo delle comunità di profughi accampati al vento sugli scogli di Ventimiglia. A Calais, davanti allo stretto della Manica, si è creata una zona per immigrati che i media hanno ribattezzato «la giungla». Da lì i più temerari tentano la traversata del tunnel verso l’Inghilterra di Cameron, rischiando la vita. Abbiamo scoperto la via balcanica della migrazione, ma questo non vuol dire che nel frattempo gli sbarchi in Sicilia siano cessati. L’Italia è e rimane un Paese «al fronte», dove sbarcano soprattutto gli eritrei. E la Grecia, già confrontata ad una crisi economica senza precedenti e per nulla attrezzata per l’emergenza, si è trovata a far fronte all’arrivo in massa di rifugiati sulle isole dell’Egeo. Di fronte all’«invasione» gli europei continuano ad oscillare tra solidarietà e chiusura. Il peggio è capitato dopo il 13 novembre. Il peggio si chiama Bataclan, si chiama jihadismo, si chiama

morte assurda di decine di persone nel cuore dell’Europa, a Parigi. Di fronte a quest’aggressione anche il dramma della migrazione è stato derubricato dall’agenda delle emergenze. La priorità è diventata la lotta al terrorismo, il controllo delle frontiere (e delle moschee). Persino il trattato di Schengen vacilla. Reazione comprensibile, ma che rischia di colpire doppiamente i migranti. I terroristi entrati in azione in Francia, infatti, non vengono da fuori, sono immigrati di seconda generazione nati e cresciuti in Occidente. Non sono arrivati nel XI arrondissement di Parigi a bordo di un vascello partito dalla Libia. Chi indica nelle migrazioni di massa il canale da cui giungono i jihadisti mente sapendo di mentire. Le popolazioni in fuga dalla Siria e dall’Iraq scappano proprio dagli stessi jihadisti che stanno colpendo l’Occidente: i seguaci del sedicente Stato islamico. E così rischiano di trovarsi nella condizione impossibile di chi è costretto a scappare perché minacciato dall’ISIS, ma allo stesso tempo è costretto a rimanere fuori dai nostri confini perché accusato di introdurre l’ISIS nei nostri Paesi. C.S.


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Migranti economici: sono tutti da espellere? Una realtà che giudichiamo senza conoscere Nel mondo occidentale, i recenti intensi flussi migratòri di origine economica, soprattutto dall’Africa verso l’Europa, sono sempre più motivo di tensioni politiche e sociali. Ciò benché il grosso di queste migrazioni non interessi i Paesi occidentali ma le aree geografiche di origine. Dimentichiamo che questo tipo di migrazioni è sempre esistito e che, nell’Ottocento e nel secolo scorso, la Svizzera e il Ticino furono protagonisti di importanti movimenti migratori di cui beneficiarono sia i nostri migranti sia le nostre economie. I nostri giudizi sono condizionati da visioni semplicistiche: quella, per esempio, che i migranti economici sono solo poveracci che sfuggono a situazioni di miseria, desiderosi di stabilirsi nei Paesi europei, se possibile ottenendo un lavoro duraturo, oppure beneficiando delle prestazioni dei nostri generosi sistemi di assistenza sociale. Migranti economici e insediamenti temporanei Secondo l’Istituto delle migrazioni internazionali di Londra quest’immagine è, almeno in parte, fuorviante. Diversi studi dimostrano che la maggior parte dei migranti economici non vive in condizioni di povertà assoluta – perlomeno secondo i parametri africani. Se così fosse, non potrebbero pagare a intermediari locali senza scrupoli gli spropositati costi di trasporto richiesti, oppure procurarsi i cellulari di cui dispongono. La maggioranza non ambisce insediarsi definitivamente sul continente europeo: cerca lavoro il tempo occorrente per procurarsi un reddito che in gran parte riverserà alle famiglie rimaste in patria attraverso rimesse regolari che permettono loro di sopravvivere più o meno decentemente. Questo tipo di migrazione non è un fenomeno nuovo nell’Africa subsahariana. Alcuni decenni fa le migrazioni erano interne al continente e i migranti privilegiavano le piantagioni di cacao della Costa d’Avorio, successivamente l’industria petrolifera della Libia. Viste le condizioni di insicurezza oggi prevalenti nel continente, ai migranti non resta che cercare lavoro più a Nord. Se l’Europa accettasse di

offrire un numero limitato ma ragionevole di permessi di soggiorno, le due parti potrebbero beneficiarne mutuamente. Dopo aver accumulato risparmi in quantità sufficiente, i migranti economici tendono infatti a rientrare nei loro Paesi d’origine. Le economie europee, sempre più in difficoltà per l’invecchiamento demografico e la mancanza di manodopera, beneficedi Pietro Veglio*

rebbero dell’accresciuta disponibilità di manodopera disposta a sobbarcarsi i lavori meno qualificati. A loro volta, i Paesi d’origine godrebbero delle rimesse che i migranti versano alle loro famiglie e, al loro rientro, delle competenze professionali e tecnologiche acquisite all’estero. Invece di questo approccio pragmatico, in Europa si espande la paura dell’immigrazione di massa. I Paesi europei diventano sempre più restrittivi nel concedere permessi di soggiorno limitati nel tempo. La conseguenza è che i migranti economici illegali, temendo di non poter beneficiare di altre opportunità in Europa, tendono a insediarsi permanentemente nei Paesi d’arrivo anche senza avere ottenuto un posto di lavoro. Senza contare coloro che, costretti a effettuare viaggi via terra e mare sempre più pericolosi e inumani pur di raggiungere l’agognata meta, a centinaia muoiono di sete e di stenti durante l’attraversamento del deserto del Sahara, o a migliaia annegano nel Mediterraneo. Il «vertice» europeo-africano di Malta: aiuti controversi Nella recente riunione di Malta l’Unione europea è riuscita a strappare con difficoltà dai partners africani * Pietro Veglio, per molti anni cooperante allo sviluppo di Paesi del Terzo Mondo per conto della Confederazione, è stato successivamente rappresentante della Svizzera e di altri Paesi nel Direttorio della Banca Mondiale. Attualmente presiede la FOSIT, federazione che riunisce organizzazioni non governative (ONG) impegnate a sostenere progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo in Africa, America Latina, Asia e nei Paesi dell’Est europeo, o attive nella sensibilizzazione e nell’informazione sulle problematiche del Sud del mondo.

l’impegno a migliorare il controllo delle proprie frontiere in cambio di maggiori aiuti allo sviluppo per i Paesi e delle regioni di origine. L’UE ha approvato un volume di aiuti equivalente a 3,6 miliardi di euro in aiuti logistici ed infrastrutturali, per migliorare le condizioni di vita e favorire il reinserimento professionale dei migranti rinviati in Africa: impegni accettati a denti stretti dai rappresentanti dei Paesi africani, i quali sanno che questo genere di promesse non è mai integralmente mantenuto. Non sorprende che la pertinenza e l’efficacia dell’aiuto allo sviluppo compensatorio dell’UE, da realizzare soprattutto nelle aree più povere all’origine delle migrazioni, sia­no controverse soprattutto in Africa: ma è perché le persone povere che dovrebbero beneficiarne in prima istanza non sono necessariamente quelle che decidono di emigrare. E poi perché l’obiettivo principale di questi aiuti non è pienamente condiviso dalle élites africane al potere. Vere cause delle migrazioni economiche africane Durante gli ultimi 15 anni le economie subsahariane sono cresciute in media del 5% annuo, in pratica raddoppiando i rispettivi volumi di produzione. Hanno beneficiato del boom dei prezzi mondiali delle materie prime causato in buona parte dalla forte crescita economica cinese. Il più recente rallentamento di questa crescita ha provocato una caduta degli investimenti e del commercio cinesi in e con l’Africa, e di conseguenza della crescita africana. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI) una diminuzione degli investimenti cinesi dell’1% provoca un calo dello 0,6% nel tasso di espansione dell’export africano. Il decantato boom delle materie prime si è sgonfiato prima di portare beneficio al processo di industrializzazione dell’Africa subsahariana. Secondo dati della Commissione delle Nazioni Unite per l’Africa, dal 1980 al 2013 il contributo del settore industriale all’economia continentale è diminuito dal 12 all’11%, il più basso a livello mondiale. In termini di creazione di posti di lavoro il bilancio è ancora più drammatico: il settore industriale


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subsahariano contribuisce solo per il 6% al totale dei posti di lavoro, un dato praticamente immutato negli ultimi tre decenni. In Asia, nello stesso periodo, la parte dovuta all’industria è cresciuta dall’11 al 16%. La prospettiva è purtroppo quella di un fallimento del processo di industrializzazione. In Asia, le industrie intensive in manodopera hanno ormai abbandonato la Cina per il Bangladesh o il Vietnam piuttosto che per l’Africa, nonostante la grande disponibilità di manodopera e i bassi livelli salariali africani. Vi sono eccezioni, non tutto è negativo: l’Etiopia è stata in grado di attirare investitori occidentali grazie anche a uno sviluppo infrastrutturale molto mirato; la Tanzania ha attirato investitori cinesi e di Singapore; il Ruanda lo ha fatto a livello dei calzaturifici. Resta il fatto che le industrie africane non sono finora state in grado di creare abbastanza nuovi posti di lavoro per offrire un’occupazione a chi abbandonava le zone rurali per insediarsi nelle aree urbane. I migranti interni finiscono così per lavorare a tempo parziale, in attività di bassa produttività, o nel settore informale. Oppure ricercano, appunto, opportunità di lavoro in Europa. Nuova sfida per i leaders La fase di rallentamento della crescita economica che si registra in Africa esige anzitutto una nuova e creativa risposta da parte dei leaders locali. Paradossalmente, la diminuzione dei prezzi delle materie prime potrebbe stimolare la ricerca di soluzioni pragmatiche, invece di incoraggiare a sperare nelle soluzioni miracolose propiziate da fattori esogeni, legati all’andamento dei prezzi sui mercati mondiali. Concretamente: promovendo aumenti della produttività industriale grazie a miglioramenti nell’efficienza del sistema dei trasporti stradali e portuali e delle telecomunicazioni locali. Alcuni Paesi dell’Africa orientale – Ruanda, Kenya, Uganda, Tanzania e Burundi – stanno dimostrando pragmaticamente che è possibile e che i benefici possono essere tangibili ed a breve scadenza. Per esempio, la durata del trasporto merci fra il porto di Mombasa in Kenya e la capitale Kampala in Uganda è stata ridotta da 18 a 4 giorni, e fra Mombasa e Kigali in Ruanda da 21 a 5 giorni. Sono progressi ottenuti senza ricorrere a nuovi investimenti costosi, ma semplicemente eliminando numerose inefficienze, soprattutto nei controlli doganali. La riforma delle ta-

L’ambigua politica della Confederazione Rispettando una sollecitazione delle Camere federali a raggiungere lo 0,5 per cento del PIL (il prodotto interno lordo), nel 2014 la Confederazione aveva destinato all’aiuto allo sviluppo l’importo annuo di 3,246 miliardi di franchi, con un aumento di 280 milioni rispetto all’anno precedente e in tal modo raggiungendo lo 0,49 per cento. La percentuale indicata dalle Nazioni Unite a carico dei singoli Stati era comunque dello 0,7%. La Svezia, con l’1,1, si dimostra la più virtuosa dei 29 Paesi dell’OCSE, la Svizzera è all’ottavo posto. Purtroppo il (modesto) traguardo raggiunto lo sarà per poco. Alliancesud (la Comunità di lavoro che riunisce le principali istituzioni svizzere di aiuto allo sviluppo) deplora che, discutendosi il preventivo della Confederazione per il 2016, il Consiglio nazionale abbia a fine novembre ac-

cettato drastici tagli nell’aiuto allo sviluppo, ritornando sulla decisione di quattro anni fa. Nel suo programma di stabilizzazione 2017·2019 il Consiglio federale prevede altre economie, dell’ordine del 20-25%, sulle spalle della cooperazione internazionale. Già si era deciso di considerare “aiuto allo sviluppo” anche le spese sostenute dalla Confederazione a favore dei rifugiati, adesso si pensa di mettere a carico della cooperazione internazionale anche quanto la Svizzera dovrà destinare per aiutare i Pae­si poveri a combattere il degrado ambientale. Sono calcoli miopi e meschini, mentre aumentano le migliaia di persone che cercano, premendo anche alle frontiere svizzere (ma un po’ meno di qualche mese fa, e il fenomeno è visto… con soddisfazione) una vita più degna. a.l.

riffe dei sistemi di telecomunicazione dell’Africa orientale ha permesso di moltiplicare le relazioni commerciali e di diminuire il costo unitario delle comunicazioni cellulari e internet intra-stati.

acume nella scelta di progetti mirati e sensati che permettano di rafforzare e consolidare iniziative locali pertinenti e non imprese faraoniche senza capo né coda destinate al naufragio quando cessa il finanziamento esterno.

Aiuti allo sviluppo complementari e mirati

MIGRANTI UNA RISORSA

Se è vero che non esistono soluzioni miracolose per trattenere la gente nell’Africa subsahariana, le soluzioni descritte dimostrano che si può continuare a proporre soluzioni innovative e non costose per sfruttare meglio il potenziale economico africano. Gli aiuti allo sviluppo possono e devono giocare un ruolo importante, ovviamente complementare a queste iniziative domestiche. Senza l’iniziativa e leadership locali, infatti, l’aiuto allo sviluppo può fare bene poco. È la strada che modestamente la cooperazione svizzera cerca di seguire attraverso misure atte a migliorare la «governanza» di paesi come il Ruanda e la Tanzania; l’efficacia dei sistemi fiscali e delle amministrazioni delle contribuzioni di paesi come il Mozambico ed il Ghana; i livelli di formazione professionale in settori che offrono prospettive professionali concrete a livello locale, compresa l’agricoltura e i servizi. È sperabile che l’Unione europea dia prova di

La Germania nel 2014 ha registrato 203.000 richieste d’asilo e ne ha accolte il 48,9%. Nell’anno in corso tuttavia questa cifra record è stata già superata: si attendono fino a 800.000 rifugiati entro la fine del 2015. Secondo stime pubblicate dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», la presa in carico di questi richiedenti asilo potrebbe costare allo Stato tedesco 10 miliardi di euro solo per quest’anno. Nonostante questo, il 57% dei tedeschi ritiene che il Paese debba continuare ad aiutare coloro che fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni. Gli imprenditori insistono sul fatto che la Germania ha bisogno di migranti. La Germania, con una media di 1,4 figli per ogni donna, invecchia molto rapidamente. Entro il 2050 potrebbero esserci 7 milioni di tedeschi in meno e già oggi la carenza di manodopera si fa sentire. Secondo la federazione degli imprenditori, nel Paese mancano 140.000 tra ingegneri, programmatori e tecnici e quest’anno potrebbero restare vacanti 40.000 posti di apprendistato.


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175 anni di emigrazione ticinese (quando i migranti eravamo noi) Dall’esodo epocale per sfuggire alla povertà nel Ticino (1850-1935/40) fino all’emigrazione odierna, caratterizzata soprattutto da migranti in cerca di specializzazione e acquisizione di competenze. Difficile dire se, per quest’ultimo settore, c’è stato (o ci sarà) il rientro nel Ticino. Tante generazioni hanno trovato da Göschenen alla California e da Ponte Chiasso all’Australia una sistemazione durevole, come confermano le pubblicazioni della Pro Ticino, l’organizzazione dei migranti che conta una cinquantina di sezioni e circa settemila aderenti e che quest’anno ha festeggiato il centenario. Per l’emigrazione fra metà Ottocento e metà Novecento, ma anche oltre, fanno stato soprattutto i libri del prof. Giorgio Cheda, che ha studiato a fondo il fenomeno migratorio, in particolare quello oltremare. Un dato statistico importante: fra il 1850 e il 1935 emigrarono oltremare in 40 mila su una popolazione cantonale di 150 mila anime. Anche la politica e l’amministrazione cantonali hanno preso atto dell’importanza dei ticinesi «fuori cantone». Possono essere antenne preziose per promuovere le nostre specificità, dal turismo all’economia. L’utilizzo della telematica era già stato auspicato dal prof. Cheda per la schedatura e la documentazione, dopo aver visitato il sito dei Mormoni a Seattle, una trentina d’anni addietro. Di recente è in funzione un ufficio cantonale (si può contattare al sito www.oltreconfiniTI), diretto da Mattia Bertoldi, che ha aperto rubriche sulla storia, sulle «eccellenze» della nostra emigrazione, sulle testimonianze e su tutto quanto può fare memoria e attualità. Ben documentato è anche il settore migratorio dal Cinquecento a metà Ottocento, ma si è rinunciato a riandare con il sito alle tante generazioni e all’attualizzazione, per l’intuibile carico lavorativo che avrebbe comportato. Ecco documentati gli ultimi 175 anni, grazie anche alla TSI che con i suoi documentaristi (specialmente di Bruno Soldini e Leandro Manfrini) ha portato a casa perle preziose. La breccia era stata aperta con la trasmissione «Riuniti per Natale» dagli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso. Nomi noti, fra altri, sono quelli di Alfonsina Storni (fra le maggiori poe­

tesse del Sudamerica), Mosè Bertoni (ambientalista in Paraguay) fino agli attuali Sergio Ermotti (direttore generale di UBS), Carlo Conti di Croglio (già consigliere di Stato a Basilea), Carlo Lamprecht (già consigliere di Stato a Ginevra). Da Londra a New York molti ticinesi diedero lustro a locali importanti. I Delmonico della Leventina gestivano nella Città della Mela un ristorante frequentato da di Piergiorgio Baroni*

celebri presidenti e uomini di cultura americani. Steve Moneghetti (origini di Montecarasso, come Monighetti) può essere citato come uno dei più grandi atleti dell’Australia. Anche in Italia ci sono tracce lontane e recenti della nostra emigrazione, soprattutto nell’arte, nella cultura e nell’economia (vedi collana delle edizioni «Ticino Management»). «Adesso la California è qui», afferma uno dei migranti, perché il cantone ha saputo, nel dopoguerra, scrollarsi di dosso l’endemica povertà. E quindi, per le attuali generazioni, «fuori Ticino» potrebbe diventare attrattivo, soprattutto nei settori produttivi con alto valore aggiunto. Le premesse non ci sono tutte, ma si lavora in questa direzione. Anche noi abbiamo avuto, soprattutto con l’Italia e il resto della Svizzera, una sorta di frontalierato, con gli emigrati stagionali che rientravano per le feste di fine d’anno. Erano i cosiddetti «maestran». Una sorta di emigrazione particolare è quella che un tempo si chiamava «aiuto al Terzo mondo» ed ora va sotto la voce di «cooperazione internazionale». Dal dott. Maggi in Africa fino agli impegni di vario genere assunti da associazioni di aiuto terzomondista (di stampo religioso, ma anche gruppi di privati). Una goccia, certo, in un mare di bisogno. Ma un esempio qualificato, perché i nostri «aiutatori» sono andati per «insegnare a pescare», un piccolo argine contro la fiumana di popoli d’oltremare che si riversano sulle * Piergiorgio Baroni, per un trentennio giornalista e redattore-capo del «Corriere del Ticino», è stato particolarmente attivo, nell’ultimo decennio, nella promozione di un sito cantonale sull’emigrazione ticinese: progetto approvato dal Consiglio di Stato e in attività da oltre un anno («www.oltreconfiniTI»).

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spiagge mediterranee o attraverso stati confinanti con l’Asia e l’Africa. Anche gli immigrati in Ticino (sotto lo sportello cantonale «Integrazione degli stranieri e prevenzione della discriminazione») hanno un loro punto di riferimento nell’amministrazione cantonale. Un tentativo di riunire rappresentanti delle due associazioni, con oltreconfiniTI, potrebbe sfociare in un weekend aperto al pubblico sul tema «emigrazione-immigrazione ticinese» per valutare analogie e differenze, con un discorso piano e costruttivo. Ormai il mondo, con l’avanzante globalizzazione, ha frontiere sempre più fragili, con tutti i problemi connessi e universalmente noti. Sarebbe, non solo dal punto di vista mediatico e divulgativo, un’esperienza interessante. Per allargare gli orizzonti. CONTRO IL TERRORISMO La Lega dei Musulmani in Ticino ha condannato i massacri di venerdì 13 novembre a Parigi. «Noi, Lega dei Musulmani in Ticino, condanniamo fermamente e senza esitazione la tragedia di Parigi (…) rifiutiamo il terrorismo e la violenza in tutte le sue forme (…) poiché il rifiuto alla violenza è un principio della nostra fede prescritto nel Corano (…). Facciamo appello alla popolazione europea, chiediamo di non cadere nella confusione tra Islam e terrorismo (…). Chiediamo a tutti i musulmani di pregare a favore della pace, di diffondere amore con il prossimo, di comportarsi saggiamente e con pazienza dinanzi a questo momento delicato. Davanti a questi avvenimenti, non possiamo che confermare l’opinione di diversi esperti, che vedono questi eventi come frutto di una politica d’integrazione sbagliata, che ha prodotto solo crisi d’identità e vuoti interiori nelle nuove generazioni, non solo musulmane (…). Come musulmani ribadiamo il nostro appello verso un dialogo serio e aperto per la riconoscenza dell’Islam e l’insegnamento dei suoi principi (…)». La presa di posizione è firmata dall’imam Samir Jelassi.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario


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L’esperienza di Losone: migranti accolti superando i pregiudizi. Ora sono accettati Poco più di un anno fa di loro non sapevamo quasi nulla. Da allora ce ne sono passati accanto più di 3500. E il tasso di criminalità non è salito, i nostri bambini, donne e anziani sono sani e salvi e il cielo non ci è caduto sulla testa. Sono arrivati, certo, i richiedenti l’asilo del centro San Giorgio. Scardinando tutti i timori della vigilia. Ennesima dimostrazione del fatto che, spesso, la paura è figlia della non conoscenza. Ad ammetterlo sono le stesse autorità comunali di Losone, che per prime si erano schierate apertamente – quasi all’unanimità – contro la volontà di Berna di trasformare l’ex caserma in centro di accoglienza provvisorio per migranti. Oggi gli stessi vertici del Comune testimoniano che nei primi dodici mesi e rotti di apertura le cose sono andate bene. Molto meglio del previsto. E senza incidenti degni di nota. Le resistenze iniziali Facciamo un passo indietro e torniamo al 2012, anno in cui la Confederazione annunciò l’intenzione di aprire la struttura per profughi all’ex piazza d’armi (per altro in disuso da parecchio tempo). La levata di scudi fu quasi generale. Comuni, enti, partiti, privati cittadini fecero sentire la propria voce. Oltre seimila firme furono consegnate al Governo federale perché si facesse retromarcia. La lista dei timori e delle preoccupazioni era lunga: dal paventato aumento della criminalità all’arrivo di fantasiose malattie esotiche, da un possibile danno all’immagine turistica della regione (oggi sì, decisamente, in crisi ma per tutt’altri motivi) al rischio che l’ente locale non potesse più – come auspicato da anni – acquistare finalmente il comparto dell’ex caserma. Ma Berna, forte dell’ultima modifica della Legge sull’asilo, non ha mollato. Ha invece – dopo qualche fraintendimento iniziale – scelto la via della trasparenza e del dialogo, sulla quale l’hanno poi seguita (magari dapprima tentennando un po’) sia le autorità cantonali sia quelle locali. Una strada che si è rivelata pagante. Per tutti. Pur non cessando il mormorio di fondo (con, fra l’altro, anche la presentazione di alcuni ricorsi, alla

fine tutti respinti dai vari tribunali), si è cominciato a passare dalla teoria alla pratica. È stato messo in atto uno speciale dispositivo di sicurezza, è stato allestito un programma di lavori di pubblica utilità, è nato il cosiddetto gruppo di accompagnamento (formato da rappresentanti dei vari partner interessati, con l’obiettivo di mantenere sempre aperti i contatti di Barbara Gianetti*

e di facilitare la convivenza con la popolazione). Nel frattempo Berna ha pure avviato un piccolo cantiere per rendere abitabile l’ex caserma, aprendo anche (e concludendole con successo) le trattative che, nel 2017, una volta chiuso il centro, permetteranno al Comune di diventare legittimo proprietario dell’intero comparto. Si è così arrivati al 20 ottobre 2014, quando i primi 24 richiedenti l’asilo – per lo più eritrei e siriani, fra cui anche una famiglia con bambini – hanno varcato il cancello del nuovo centro San Giorgio. Da allora, come dicevamo, il loro numero è costantemente cresciuto. In poco tempo sono diventati cento, mille, duemila e ora quasi quattromila. All’inizio rimanevano a Losone anche più di due mesi; oggi – con l’incremento costante dei flussi migratori – la loro permanenza è limitata a poche settimane. Prima di essere smistati in uno dei centri di competenza dei Cantoni, oppure di essere rimandati là da dove erano venuti. Condizioni quadro che rendono oggettivamente difficile un vero lavoro di integrazione. Iniziative di integrazione positive Eppure – anche se il massiccio afflusso è stato così ben gestito che in pochi a Losone si sono resi veramente conto della sua effettiva portata – la struttura di accoglienza ha finito per diventare parte integrante della realtà locale. Non fanno più notizia né sensazione, insomma, i gruppi di migranti che capita spesso di incontrare per le strade del paese, sugli autobus o nei negozi. Se ne stanno per lo più per conto loro, magari chiedono qualche indicazione * giornalista del «Corriere del Ticino»

e nulla più. Una pacifica presenza che ha dunque smorzato gli sguardi di sospetto dei primi mesi. A favorire la convivenza e l’accettazione da parte della popolazione è stato anche il programma di lavori di pubblica utilità, allestito di concerto fra Comune e Segreteria di Stato della migrazione (SEM) e che nel primo anno di apertura del centro ha visto gli ospiti occupati per diecimila giornate lavorative, in territorio di Losone e anche su quello di diverse altre località del Locarnese. Una possibilità particolarmente apprezzata dai richiedenti, tanto che nel 2015 quella losonese è stata la struttura a livello nazionale con il più alto numero di partecipanti volontari al programma. E di certo l’iniziativa fa bene a tutti: previene situazioni potenzialmente conflittuali fra gli stessi profughi, favorisce i contatti con la gente del posto e permette ai migranti di restituire qualcosa al territorio che li accoglie. Proprio per questo SEM e autorità locali hanno già iniziato l’allestimento di un nuovo piano per il 2016, nel cui ambito si spera di poter incrementare ulteriormente tale attività. L’azione dei volontari Ma fin dall’inizio il rapporto fra losonesi e Centro San Giorgio è andato anche oltre gli sporadici incroci quotidiani, grazie all’iniziativa di una quindicina di volontari. Persone come le altre, si definiscono, persone che hanno voglia di incontrarne e conoscerne altre. «Con la soddisfazione – dicono oggi – di vederle felici perché vengono accolte come esseri umani e non come problemi». Sono i membri del gruppo di accoglienza nato in parallelo all’apertura della struttura federale. Un’opera, la loro, iniziata e continuata in sordina, coscienti che la solidarietà è discreta e non fa rumore. Però ha grandi effetti. Tanto che il numero dei volontari nel giro di un anno ha ormai raggiunto e superato i cinquanta e la loro provenienza va ben oltre i confini comunali. Questi volontari, il martedì pomeriggio, si danno appuntamento al centro La Torre (messo a disposizione dalla


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Parrocchia) e qui accolgono una parte degli ospiti dell’ex caserma. Assieme si chiacchiera, si gioca, si svolgono piccoli lavori, ci si concede una merenda. Due o tre ore di assoluta serenità, senza nessuna pressione o obiettivo particolare. All’insegna della filosofia dell’hic et nunc, del «qui e ora». Perché lo scopo degli incontri è appunto quello del contatto immediato, dello scambio spontaneo, della condivisione totale del tempo a disposizione. Che non sempre è molto, proprio per il fatto che spesso gli ospiti del centro restano a Losone per brevi periodi. Eppure quasi sempre – finora sono stati oltre duemila i migranti che hanno partecipato alle riunioni del martedì pomeriggio – il ghiaccio si rompe facilmente, regalando a tutti momenti di vera serenità. Lo dicono gli stessi volontari, per i quali gli incontri si rivelano sempre arricchenti. Lo affermano gli operatori del centro San Giorgio, forti del loro contatto diretto e costante con i profughi. Storie di ordinaria tragedia Non capita spesso – perché per la maggior parte, comprensibilmente, i migranti preferiscono lasciarsi alle spalle le esperienze del passato – ma può succedere talvolta (in occasione, ad esempio, dell’ennesima strage del mare) che si finisca per parlare – superando spesso le difficoltà delle lingue diverse – del calvario che ognuno di loro ha alle spalle. Tanti ci hanno raccontato. Hanno cento storie diverse, cento sfumature di pelle, concentrano in un solo luogo oltre venti nazionalità. Eppure nei loro resoconti vi è un unico filo rosso: il dolore della partenza, un viaggio allucinante e, soprattutto, l’affannosa ricerca di una vita migliore. Ai fuoriusciti dai Paesi in guerra si evita di chiedere il perché dell’esodo, altri abbassano lo sguardo e preferiscono non parlare di ciò che li ha spinti a partire. Altri ancora hanno affrontato un’odissea molto semplicemente per affrancarsi da una situazione senza speranza. Fra le tante nazionalità, per molto tempo a spiccare è stata quella eritrea. Paese africano che ha spinto verso la terra promessa europea decine di migliaia di fuggiaschi. Uomini, donne, bambini. A Losone li ascoltiamo, spesso poco più che ragazzini, mentre raccontano della prima fuga, quella verso l’Etiopia, dove sarebbero volentieri rimasti. «Ma alla fine – ricordano – eravamo talmente tanti che non

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riuscivamo nemmeno più a sfamarci». Così è iniziato il calvario, verso il Mediterraneo e l’Europa. Passando per il Sudan e poi – cercando di sfuggire a pericolose bande di ribelli – fino in Libia. E il racconto dell’orrore prosegue con i mesi d’attesa, rinchiusi a centinaia in un soffocante capannone. Un tozzo di pane al giorno, senza servizi igienici e la possibilità di lavarsi. Poi, per i più fortunati, la partenza per mare, «pagata a carissimo prezzo senza sapere se arriverai, in 300 su una barchetta traballante, in balìa delle onde per tre giorni». E molti aggiungono, abbassando gli occhi: «Noi almeno ce l’abbiamo fatta. Di quelli che muoiono, invece, nessuno si occupa. Non sapremo mai i loro nomi. E, che peggio è, nemmeno i loro familiari, rimasti a casa, conosceranno mai il loro destino. Li penseranno in salvo qui, in Europa. Invece sono sepolti in fondo al mare…». È anche così, raccontando le loro storie, che i migranti sono riusciti ad abbattere il muro della diffidenza, sbriciolando paure e pregiudizi. Tanto che, se all’inizio l’atteggiamento comune era quello del sospetto o, al limite, dell’indifferenza, oggi le cose sono decisamente cambiate. E cresce il numero di coloro che, in qualche modo, si sentono coinvolti dalla presenza di quegli stranieri accanto alla porta di casa. Se il numero dei membri del gruppo di accoglienza va infoltendosi, cresce pure quello dei gesti spontanei di solidarietà. A testimoniarlo sono gli stessi partecipanti agli incontri del martedì, ma anche i responsabili del centro. Lievitano infatti le donazioni di abiti, giocattoli, libri, oggetti di prima necessità. E non manca chi mette a disposizione un sostegno finanziario. Senza contare tutte le iniziative che, in questo primo anno di attività, hanno coinvolto i richiedenti, favorendo la conoscenza reciproca e rendendoli protagonisti. Vi sono state, ad esempio, scuole che hanno chiesto di poter visitare l’ex caserma e incontrarne qualche ospite. Associazioni che hanno organizzato manifestazioni – sportive o ricreative – invitando una delegazione di migranti. Chi ha proposto corsi di teatro, chi ha offerto un concerto. «Bravi, losonesi!» Inutile negare, per finire, che i contrari rimangono. Legittimamente. Ma anche in quest’ambito il bilancio è positivo. Perché il clamore iniziale

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– non avendo più motivo di esistere – è andato via via spegnendosi. E, nonostante qualche sporadica eccezione mediatica, mai si è fortunatamente assistito a vere manifestazioni di aggressività. L’accettazione è diventata vera e propria accoglienza. E chi si è occupato di simili strutture, anche oltre San Gottardo, guarda con un po’ di stupore all’esperienza losonese. «Perché nel resto della Svizzera – racconta un operatore – è raramente capitato di assistere a resistenze iniziali così forti, ma nemmeno a gare di solidarietà come quella di cui siamo ormai testimoni quotidianamente». RISPETTARE I MIGRANTI Il Comitato esecutivo di Justitia et Pax Europa (coordinamento di 31 Commissioni episcopali di Giustizia e Pace europee) ha lanciato alla Comunità europea un appello, invocando un «trattamento più compassionevole per quanti sono stati costretti ad abbandonare il loro Paese» e una maggiore responsabilità a lavorare per la giustizia e la pace nel mondo. A tale scopo sono necessarie politiche di lungo termine per la prevenzione dei conflitti e per uno sviluppo sostenibile. Un appello è infine rivolto a quegli Stati che si sono opposti alla ripartizione di rifugiati e richiedenti asilo, perché abbiano «a riconsiderare a loro posizione». Nel documento, Giustizia e Pace Europa sottolinea alcuni nodi cruciali della questione migranti. Anzitutto occorre dare prontamente seguito e rafforzare l’impegno preso in sede europea a soccorrere i migranti in alto mare, con missioni di marina sul modello «Mare Nostrum». In secondo luogo, l’organismo cattolico si dice in linea di principio concorde sulla necessità di stroncare il traffico di esseri umani attraverso una missione comunitaria. «Tuttavia qualsiasi intervento deve essere coperto da un chiaro mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la vita delle persone innocenti non deve essere esposta ad alcun rischio». Giustizia e Pace riconosce il diritto di ogni singolo Stato a esercitare la propria sovranità nella gestione dei confini, ma invita a subordinare le esigenze interne al «dovuto rispetto per la dignità e i fondamentali diritti di ogni persona». Politiche repressive dei flussi irregolari devono essere concordate con i Paesi confinanti e nell’ambito di un quadro di coordinamento con l’Unione europea.


No. 239 7 memoria

Ricordo di don Emilio Conrad Papa Francesco parla spesso dei vescovi e dei preti come di pastori che devono avere addosso «l’odore delle pecore». A me, dico la verità, quell’odore non è mai piaciuto, forse per una certa piega presa da ragazzo, quando i miei (che venivano dal poco) mi dicevano che per riuscire nella vita avrei dovuto più fidarmi della testa che delle mani. Se, però, oggi penso a Don Emilio e alla vita che ha vissuto, devo ammettere che in questo Lui ci ha lasciato una lezione. Entrato adulto in seminario, compagno di studenti cui si raccomandava di non sporcarsi la talare neppure giocando a calcio, il chierico Conrad dimostrava coraggio e libertà di atteggiamento salendo in salopettes sulla scala a pioli o sulle impalcature. Ordinato sacerdote, venne a Massagno, dove tutti lo avevano conosciuto come operaio della Spinelli, dimostrando qualità intellettuali tutt’altro che di seconda mano ma senza abbandonare quella concretezza che si apprende studiando la vita non solo sui libri. In quei fervidi Anni Sessanta fu generoso con le persone ma severo con le istituzioni, compresa quella ecclesiastica. Nacque da un conflitto di coscienza con l’autorità diocesana la sua prima decisione di lasciare il Ticino per il Sudamerica. A Policarpa,

nel Sud della Colombia, dove lo avevano destinato i Missionari betlemiti, si trovò confrontato con strutture di ingiustizia e di violenza che in Ticino si potevano solo immaginare. Tornato in Ticino, dove nel frattempo era andata smarrita l’innocenza (e la sventatezza) del Sessantotto, si ritrovò a provare la stessa frustrazione rispetto agli ideali di giustizia che lo animavano: per cui si risolse a partire di nuovo, a Barranquilla, nel Nord stavolta della

Colombia, dove in condizioni meno penose poté finalmente dar vita, con il sostegno di molti amici in patria, alle strutture di base per una comunità di poveri: la scuola – soprattutto la formazione professionale! – la cassa di risparmio, i laboratori di produzione. E la chiesa, naturalmente, dedicata a San Carlo Borromeo: perché la sua fedeltà al ministero ecclesiastico non venne mai meno e della scelta fatta a vent’anni Emilio non si pentì mai. Ma ardeva per le cose pratiche, le persone le amava per quelle che erano, non per quello che volevano parere… Calmamente ci prendeva per mano parlando con dolcezza, qualche volta alzando gli occhi al cielo e sospirando. Mai l’abbiamo sentito distante. «Dialoghi», nel cui comitato don Emilio Conrad è stato fin dall’inizio, si inchina alla Sua memoria e lo ringrazia per l’esempio che ci ha dato. E.M. Emilio Conrad era nato il 4 settembre 1929. Ordinato sacerdote il 28 giugno 1958, fu vicario a Massagno e parroco a Bodio. Due volte missionario nell’America latina, al suo definitivo rientro in Ticino entrò nel comitato della nostra rivista (n. 173, ottobre 2002). Nel numero 209 (dicembre 2009) pubblicò la sua testimonianza di «prete operaio» e nel n. 229 (dicembre 2013) ricordò la sua esperienza di Barranquilla. È deceduto a Lugano il 20 novembre 2015.

Le colonie ticinesi in California «Le colonie ticinesi in California possono essere considerate uno degli esempi più felici di colonie svizzere all’estero e, sebbene in America rappresentino solo un elemento minimo, una pietra in un edificio, esse rimangono tuttavia una delle colonie straniere che hanno contribuito a rendere forti gli Stati Uniti». Un geografo romando visita negli anni ’50 i luoghi in cui si sono stabiliti 28’000 ticinesi che fra Otto e Novecento hanno lasciato la patria per cercare fortuna in California. Ne risulta il più completo ritratto del fenomeno mai pubblicato finora in italiano.

di Maurice Edmond Perret. Introduzione di Giorgio Cheda Formato 18 x 25 cm, 380 pagine con illustrazioni a colori e b/n Fr. 40.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Auguri! Il 14 ottobre, il cardinale Loris Francesco Capovilla, già segretario di papa Giovanni XXIII, ha compiuto cent’anni. Vive a Sotto il Monte, nella casa che ospitava il vescovo Roncalli durante le vacanze ed è ora un museo dedicato al «papa buono», del quale il cardinale Capovilla si dedica da anni a diffondere gli insegnamenti. Gli auguriamo molti anni ancora, col ritrovato «papa buono» Francesco. Premio musulmano. L’Unione vodese delle associazioni mussulmane ha consegnato il 25 ottobre il premio «Entreconnaissance» a Domenico Voinçon, agente pastorale della Chiesa cattolica per il Canton Vaud, per la sua opera di «costruttore di ponti» tra cristiani e musulmani. D’origine francese, Voinçon è stato giornalista al Centro cattolico di radiotelevisione, educatore a Lione e agente pastorale a Payerne, dimostrandosi sempre accogliente e fraterno nei confronti di persone di diversa cultura o religione. Generosità. La colletta lanciata il 31 agosto dalla Catena della solidarietà in favore dei rifugiati ha superato in un solo mese la soglia dei 20 milioni di franchi, che serviranno a finanziare interventi urgenti nelle regioni confinanti con la Siria e nei Paesi attraversati dai flussi migratori. Si tratta della somma più alta raccolta in favore delle vittime di conflitti dalla guerra del Kosovo del 1999, che va ad aggiungersi ai 23 milioni destinati ai rifugiati siriani già donati tra il 2012 e l’agosto 2015. Gli svizzeri sono generosi con i rifugiati, specie quando se ne stanno lontani, poi votano (ma saranno le stesse persone?) per chi non li vuole nella Confederazione. Diritti umani. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto la Svizzera membro del Consiglio dei diritti umani dell’ONU. Dal gennaio 2016 la Confederazione assumerà nuovamente il mandato triennale in questo importante organismo delle Nazioni Unite, creato nel 2006 in sostituzione della Commissione per i diritti umani. Il Consiglio ha sede a Ginevra e la Svizzera ne è stata due volte membro: dal 2006 al 2009 e dal 2010 al 2013. Un pieno di donne. Rettore dell’Università di Friburgo per il periodo 2015-2019 è stata eletta Astrid Epiney, mentre Astrid Kaptijn è uno dei vicerettori. Finalmente anche i vertici universitari si colorano di rosa, colore sempre più prevalente tra gli studenti. Tre delle quattro cattedre recentemente attribuite nella Facoltà cattolica di teologia di Salisburgo (Austria) sono state assegnate a donne: una austriaca: Angelika Walser, una belga: Kristin de Troyer, e una tedesca: Anna Koch, rispettivamente per l’Antico Testamento, le scienze religiose, la teologia morale e le scienze liturgiche. In occasione dell’apertura dell’anno accademico, un premio per la teologia e il dialogo interreligioso è stato attribuito alla giovane teologa brasiliana Eneida Jacobsen, specialista del pensiero politico del filosofo Jürgen Habermas. La notizia dev’essere arrivata anche a Roma, visto che al Sinodo sulla famiglia mons. Paul-André Duracher, arcivescovo di Gatineau nel Quebec, ha proposto per le donne l’accesso al diaconato. Presidente europeo. Il pastore Gottfried Locher, presidente della Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera, è stato eletto presidente esecutivo della Comunione delle

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Chiese protestanti in Europa (CEPE), che raggruppa circa 50 milioni di protestanti di cento Chiese riformate, unite, luterane, metodiste e pre-riformate, di più di trenta Paesi europei. Locher presiederà la CEPE fino alla prossima assemblea che si terrà a Basilea nel settembre 2018. Contro le energie fossili. Il vescovo di Friburgo, mons. Charles Morerod ha scritto in Vaticano invitando a ritirare i soldi investiti in fondi relativi a petrolio, gas o carbone – le cosiddette fonti d’energia non rinnovabili, responsabili dell’inquinamento atmosferico. L’impegno è stato annunciato il 1. ottobre all’Università di Losanna, in occasione di un ciclo di conferenze sul tema: «Liberiamoci delle energie fossili». È da ricordare che, da tempo, importanti Chiese appartenenti al Consiglio ecumenico boicottano le imprese attive nelle energie fossili e hanno ritirato gli investimenti relativi. Per mons. Morerod si tratta di una applicazione pratica dell’invito di papa Francesco per una «ecologia integrale». Alloggi in Vaticano. Per iniziativa di Papa Francesco, all’inizio di ottobre è stato aperto, a due passi da Piazza San Pietro, un dormitorio temporaneo con 34 posti (massimo soggiorno: un mese) per senzatetto, in un edificio offerto dai Gesuiti e affidato alle suore di Madre Teresa che già dal 1988 dirigono un analoga istituzione per donne. Il Papa l’ha visitato nella serata del 15 ottobre, dopo una riunione del Sinodo, intrattenendosi per una ventina di minuti con gli ospiti e il personale. Benedizione papale. Durante la sua visita in settembre negli Sati Uniti, papa Francesco si è spontaneamente fermato all’aeroporto di Filadelfia per benedire Michael Keating, un ragazzo decenne paralizzato. La fotografia dell’abbraccio papale diffusa su Internet ha fruttato centomila dollari, che serviranno all’acquisto di un veicolo per aiutare Michael negli spostamenti. La diocesi ripara. La diocesi di Auch, nel Sud-Ovest della Francia, ha contribuito con cinquemila euro alla ricostruzione della moschea distrutta in agosto da un incendio criminale. Contro le critiche sollevate da alcuni, il vescovo mons. Maurice Gardès ha scritto nel bollettino diocesano che «si tratta di dimostrare la nostra solidarietà verso la comunità musulmana e di condannare fermamente il gesto criminale». La diocesi ha pure destinato 12.000 euro a una istituzione di soccorso per i cristiani perseguitati in Oriente. La lingua della Madonna. Per la prima volta, nella basilica di Guadalupe in Messico, è stata celebrata una messa solenne in nahuati. In quella lingua che la Madonna si era rivolta a san Juan Diego, nell’apparizione del 1531. L’idioma è ancora parlato da 50 gruppi umani dispersi in dodici diocesi del Messico. Dall’Iran. Il Gruppo di lavoro della Conferenza dei Vescovi svizzeri ha ospitato a fine ottobre una delegazione iraniana, composta da sei responsabili statali e universitari dell’Organizzazione per la cultura islamica e le relazioni esterne, in visita per quattro giorni in Svizzera per dialoghi sull’importanza della religione nella società. La delegazione iraniana ha incontrato a Berna il nunzio apostolico mons. Gullickson e il segretario di Stato Rossier, ha visitato Palazzo federale, la cattedrale e la Biblioteca di San Gallo e l’Abbazia friburghese di Hauterive.


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La Chiesa cattolica «famiglia di famiglie»? Dal presente al futuro: potrebbe diventarlo Il Sinodo dei Vescovi sui temi della famiglia si è concluso da alcune settimane e tanto è stato detto e scritto sui vari aspetti presenti e futuri che tale assise ha suscitato e susciterà per molto tempo ancora. Tentarne un bilancio esula dalle possibilità di questo mio contributo. Ciononostante ritengo utile proporre alcune osservazioni, che spero aiutino a guardare avanti, proprio in ragione di alcuni argomenti di grande impatto sociale, culturale e religioso affrontati con trasparenza senza precedenti dai padri sinodali. Partiamo del discorso sinodale conclusivo del Papa (24 ottobre 2015) e da alcune sue affermazioni che meritano attenzione al di là degli specifici e pur importantissimi temi affrontati: «Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia? (…) Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri. Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori. Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile». Queste parole denotano senz’altro un grande amore per la Chiesa di Gesù Cristo nel senso più radicalmente evangelico del termine. Non solo. Anche la volontà di promuovere una fede adulta, in cui la libertà dei figli di Dio sia non un’espressione dottrinale astratta, ma una prospettiva di vita ef-

fettiva. Gli «ordini di scuderia», le disposizioni comportamentali, dal culto alla vita, dalla vita al culto, per le quali uno «pensa» e altri «obbediscono» – e Dio solo sa quanti cattolici hanno ancora questa deprecabile mentalità! – sono dimensioni lontanissime dalla prospettiva delle parole e delle azioni di Bergoglio. Il vescovo di Roma attuale è troppo impegnato a favorire di Ernesto Borghi

una relazione serena tra il cuore della fede cristiana – l’amore di Gesù Cristo crocifisso e risorto e la libertà personale e collettiva di vivere questo valore con gli altri e per gli altri – per perdere tempo con dottrinarismi e anatemi etici anti-evangelici che in passato hanno avuto un’importanza abnorme. Bergoglio non sembra avere neppure tempo da perdere con altre diatribe, frutto anche della rigidità con la quale i suoi ultimi predecessori hanno affrontato, sia pure in epoche diverse, temi sociali ed etici di grande rilievo. Si legga, per esempio, la risposta data dal Papa ad un giornalista, sull’aereo che lo riportava a Roma dall’Africa Centrale il 30 novembre scorso: Domanda: «L’Aids colpisce fortemente in Africa, la cura aiuta più gente a vivere più a lungo, ma l’epidemia continua: soltanto in Uganda ci sono state 135 mila nuove infezioni di HIV e in Kenya la situazione è anche peggiore. È la più grande causa di morte in Africa. Lei ha incontrato i bambini sieropositivi, ha ascoltato delle testimonianze commoventi, ma ha detto ancora poco sulla questione dell’Aids. Sappiamo che la prevenzione è una chiave, sappiamo anche che i preservativi non sono l’unico modo per fermare l’epidemia, ma è una parte importante per la risposta. Non è forse il tempo di cambiare la posizione della Chiesa? E permettere l’uso dei preservativi?». Risposta: «La domanda mi sembra troppo piccola, mi sembra anche una domanda parziale. Sì, è uno dei metodi. La morale della Chiesa si trova in questo punto davanti a una perplessità: il quinto o il sesto comandamento, che nella vita o che il rapporto sessuale sia aperto alla vita, ma questo non è il problema. Il problema è più

grande… Questa domanda mi fa pensare a quello che hanno domandato a Gesù una volta: “Dimmi, maestro, è lecito guarire il sabato, è obbligatorio guarire?”. Non questa domanda, è lecito guarire, ma la malnutrizione, lo sfruttamento della persona, il lavoro schiavo, la mancanza di acqua potabile: quelli sono i problemi. Non parliamo se si può usare tale cerotto o tal cosa per una piccola ferita, la grave ferita è l’ingiustizia sociale, ingiustizia dell’ambiente, l’ingiustizia che… A me non piace scendere a riflessioni così casistiche, quando la gente muore per mancanza di acqua, per fame, habitat… Quando tutti siano guariti, quando non ci siano queste malattie, tragiche, che fa l’uomo, sia per ingiustizia sociale, sia per guadagnare più soldi – penso al traffico di armi – quando non ci saranno più questi problemi, credo che si possa fare la domanda: “È lecito guarire il sabato?”. Se si continua a trafficare in armi, le guerre sono il motivo di mortalità più grande… io direi di non pensare se è lecito o non è lecito guarire il sabato, io dirò all’umanità “fate giustizia”, e quando tutti siano guariti, quando non ci sarà più l’ingiustizia, possiamo parlare del sabato»1. Queste parole del vescovo di Roma attuale denotano un senso di concretezza che punta, più di quanto detto dai predecessori anche recenti, a incidere sulle questioni fondamentali della convivenza umana. Lo scopo è chiaro: contribuire a creare le condizioni di base indispensabili per superare l’ingiustizia sociale e le sofferenze individuali e collettive, questioni umanamente cruciali sulle quali si concentra l’attenzione del Gesù di Nazareth crocifisso e risorto di cui parlano anzitutto le versioni evangeliche. Nella «Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi al Santo Padre Francesco», la riaffermazione dell’importanza fondamentale della famiglia fondata sull’unione sacramentale tra un uomo e una donna è un esito del Si1. Cfr. www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/ 11/30


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nodo che non ha stupito nessuno e che appare positivo in senso globale, anche in ragione dei toni né trionfalistici né rivendicazionisti (cfr., in particolare, i nn. 2.11-16.47-51 del documento citato), di una trattazione assai ampia e articolata di molti temi di interesse familiare, con accenti anche, per certi versi, sorprendenti come le seguenti affermazioni sul ruolo della donna: «Può contribuire al riconoscimento sociale del ruolo determinante delle donne una maggiore valorizzazione della loro responsabilità nella Chiesa: il loro intervento nei processi decisionali, la loro partecipazione al governo di alcune istituzioni, il loro coinvolgimento nella formazione dei ministri ordinati» (n. 27). Appare improntata a sano ed efficace realismo la trattazione della preparazione al matrimonio sacramentale, al di fuori di qualsiasi frettolosa attenzione, prevalentemente all’ultimo periodo appena precedente alla cerimonia nuziale: «Il matrimonio cristiano non può ridursi ad una tradizione culturale o a una semplice convenzione giuridica: è una vera chiamata di Dio che esige attento discernimento, preghiera costante e maturazione adeguata. Per questo occorrono percorsi formativi che accompagnino la persona e la coppia in modo che alla comunicazione dei contenuti della fede si unisca l’esperienza di vita offerta dall’intera comunità ecclesiale. L’efficacia di questo aiuto richiede anche che sia migliorata la catechesi prematrimoniale – talvolta povera di contenuti – che è parte integrante della pastorale ordinaria. Anche la pastorale dei nubendi deve inserirsi nell’impegno generale della comunità cristiana a presentare in modo adeguato e convincente il messaggio evangelico circa la dignità della persona, la sua libertà e il rispetto per i suoi diritti. Vanno tenute ben presenti le tre tappe indicate da “Familiaris Consortio” (cfr. 66): la preparazione remota, che passa attraverso la trasmissione della fede e dei valori cristiani all’interno della propria famiglia; la preparazione prossima, che coincide con gli itinerari di catechesi e le esperienze formative vissute all’interno della comunità ecclesiale; la preparazione

immediata al matrimonio, parte di un cammino più ampio qualificato dalla dimensione vocazionale» (n. 57). Finalmente marcata risulta l’esigenza di formare adeguatamente anzitutto i presbiteri circa le relazioni e dinamiche familiari: «È necessario un rinnovamento della pastorale alla luce del Vangelo della famiglia e dell’insegnamento del Magistero. Per questo occorre provvedere ad una più adeguata formazione dei presbiteri, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, dei catechisti e degli altri operatori pastorali, che devono promuovere l’integrazione delle famiglie nella comunità parrocchiale, soprattutto in occasione dei cammini di formazione alla vita cristiana in vista dei sacramenti. In particolare i seminari, nei loro itinerari di formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale, devono preparare i futuri presbiteri a divenire apostoli della famiglia. Nella formazione al ministero ordinato non si può tralasciare lo sviluppo affettivo e psicologico, anche partecipando in modo diretto a percorsi adeguati… Nella formazione permanente del clero e degli operatori pastorali è auspicabile che si continui a curare con strumenti appropriati la maturazione della dimensione affettiva e psicologica, che sarà loro indispensabile per l’accompagnamento pastorale delle famiglie» (n. 61). Detto tutto questo, è ancora più rilevante, sotto il profilo sociale e religioso, l’intero III capitolo del documento conclusivo del Sinodo (nn. 69-86). Vi si trova la parte certamente più attesa, discussa e forse discutibile, ove il tema della riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati è affrontato in modo diverso dal passato. Sintetizzando giornalisticamente l’esito sinodale, si potrebbe parlare in questi termini: una «breccia» si è aperta in un muro. Sarà possibile che persone divorziate e risposate siano messe in condizione di superare l’esclusione a cui si reputavano condannate. Tutto ciò è sicuramente positivo, se si ritiene che fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo non implichi fondamentalismo etico e possa far guardare a quello che si vive in varie componenti dell’ortodossia

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orientale sul tema della riammissione ai sacramenti. D’altra parte la lettura attenta dei nn. 84-86 (frutto, lo si nota chiaramente, di un faticosissimo compromesso tra prospettive opposte), richiederà, da parte del Papa, indicazioni attuative che aiutino vescovi e preti a esercitare effettivamente la propria libertà di coscienza e la propria professionalità pastorale in merito a questioni che possono andare molto al di là della loro preparazione e della loro apertura di cuore e di mente. Non è un segreto per nessuno che la stragrande maggioranza dei vescovi oggi attivi sono stati nominati durante il trentacinquennio polacco-tedesco, ossia durante una fase della storia della Chiesa cattolica in cui la misericordia nella formazione religiosa non ha trovato particolare attenzione e la libertà di pensiero e quella di coscienza non apparivano caratteristiche determinanti per divenire vescovi e neppure forse per essere ordinati preti. Confidiamo che l’esortazione apostolica successiva al Sinodo possa essere pubblicata presto e riesca a puntualizzare, al di fuori di qualsiasi automatismo e giuridicismo, questioni che appaiono ancora troppo legate alla discrezionalità del singolo vescovo o del singolo presbitero per poter diventare agevolmente delle occasioni serene di liberazione evangelica. Comunque sia, da questo Sinodo, che è stato attraversato da varie forme di «boicottaggio» nei confronti della larghezza di cuore e di mente di papa Francesco e della sua volontà di favorire un dibattito ampio e sincero, è arrivata, nonostante i tentativi riduzionisti di singoli e movimenti, un’apertura alla speranza. La speranza che l’affermazione «spalancate le porte a Cristo» del granitico Giovanni Paolo II valga per tutti. Quindi anche per il cuore di tutti coloro che ritengono di poter escludere chi ha visto venir meno la propria prima relazione sponsale e non reputa che questa esperienza, spesso tragica, sia una ragione legittima per essere escluso da segni dell’amore di Dio quali sono riconciliazione ed eucarestia.

Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori


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Diario del Sinodo Sabato 3 san Candido Inattesa e singolarissima «ouverture» – non ufficiale, ma egualmente pesante – del Sinodo dei vescovi. Un monsignore polacco, Krzysztof Charamsa, officiale della Congregazione della dottrina della fede, segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale, docente in due università pontificie a Roma, in un’intervista al «Corriere della Sera» proclama la sua omosessualità e afferma poi di avere un compagno (che in serata presenterà alla stampa). Enorme stupore Oltretevere. Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi, si affretta a comunicare che il prelato è stato immediatamente dimesso da tutte le sue incombenze vaticane e di insegnamento. Domenica 4 san Francesco d’Assisi Francesco apre ufficialmente il Sinodo. «La Chiesa – afferma – insegna e difende i valori fondamentali, senza dimenticare che “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27)… Una Chiesa con le porte chiuse tradisce sé stessa e la sua missione, e invece di essere un ponte diventa una barriera». Nessun cenno alla vicenda del prelato polacco, il cui outing domina oggi le prime pagine di moltissimi giornali europei e americani (del Nord e del Sud). Lunedì 5 san Placido Iniziano in concreto i lavori del Sinodo. Impressiona che il relatore generale, il porporato ungherese Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom, sembri già chiudere soluzioni nuove sull’Eucaristia alle persone divorziate e risposate. Venerdì 9 san Donnino Il Sinodo potrebbe terminare senza un documento finale. Lo ha detto in conferenza stampa il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, uno dei presidente delegati dell’Assemblea. È stato, il suo, un modo per mettere le mani avanti, nel caso che sui temi «cal-

di» – Eucaristia alle persone sposate e divorziate, unioni omosessuali – si creasse una contrapposizione insuperabile tra i 270 «padri» (le «madri» non sono previste!) sinodali? Si vedrà. di Luigi Sandri

Sabato 10 san Casimiro Il grande nemico della società, e dunque anche dei cristiani, è la «ideologia del gender». Commentando i lavori del Sinodo, lo ha detto oggi a Radio vaticana il cardinale honduregno Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, che è anche il coordinatore dei nove porporati che aiutano il Papa a preparare la riforma della Curia romana. L’ideologia del gender, ha precisato il porporato, «è più pericolosa delle grandi ideologie del secolo passato perché, distruggendo la famiglia, si distrugge la società». Lunedì 12 san Serafino Fa discutere animatamente, dentro e fuori del Sinodo, una lettera – anticipata dal sito dell’«Espresso» – nella quale tredici cardinali (tra essi Angelo Scola di Milano, e Erdö) con parole nemmeno troppo velate contestano l’organigramma del Sinodo come voluto dal Papa, ritenendo che porterebbe inevitabilmente a far prevalere le tesi dei «progressisti». Cinque cardinali, tra i quali i due citati, smentiscono di aver sottoscritto la missiva. Si apprenderà poi che una lettera del genere esiste davvero, scritta dal cardinale australiano George Pell, ma rimane incerto il suo contenuto esatto, anche se pare certo che fosse critico. Mercoledì 14 san Callisto «Io vorrei, prima di iniziare la catechesi [dedicata alle parole di Gesù: “È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale avviene lo scandalo”], a nome della Chiesa, chiedervi perdono per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano». A chi si riferiva, Bergoglio?

Il portavoce vaticano, p. Federico Lombardi, ha escluso che Francesco pensasse a Ignazio Marino, il dimissionario sindaco di Roma, che ha polemizzato con il Papa. E allora? Alcuni pensano all’outing di monsignor Charamsa; altri alla lettera critica di alcuni porporati al pontefice. Giovedì 15 santa Teresa d’Avila I giornali italiani danno molto risalto all’intervento di un vescovo che ieri ha raccontato un fatto che ha commosso i «padri»: un bambino, figlio di genitori divorziati e risposati, nel giorno della prima comunione ha spezzato l’ostia in due, portandola al padre e alla madre impediti, data la loro situazione, di accostarsi all’Eucaristia. Sabato 17 santa Edvige Solenne commemorazione, in Vaticano del cinquantesimo (14 settembre 1965) dell’istituzione, da parte di Paolo VI, del Sinodo dei vescovi. Francesco ribadisce la volontà, già espressa da Giovanni Paolo II, di cambiare i modi di esercizio del ministero petrino, salvandone però la sostanza. E riafferma l’importanza della «sinodalità» nella Chiesa cattolica romana. Lunedì 19 san Pietro d’Alcantara Si viene a sapere che in alcuni «circuli minores» (i tredici raggruppamenti linguistici nei quali i «padri» approfondiscono i temi per riferirne poi in aula) è emersa l’ipotesi che una commissione post-sinodale – eletta dall’assemblea o nominata dal Papa? – sia incaricata di affrontare di petto la questione dell’Eucaristia alle persone divorziate e risposate civilmente. Se l’ipotesi fosse confermata, significherebbe che questo Sinodo è stato incapace di giungere, su un problema «caldissimo», a un parere condiviso da presentare a Francesco. Mercoledì 21 sant’Orsola «Il papa ha un tumore, si spera benigno, alla testa, ed è stato visitato


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da un luminare giapponese, Takanori Fukushima». Così spara oggi in prima pagina l’italiano «Quotidiano Nazionale». Lo scoop provoca enorme eco in tutto il mondo. P. Lombardi smentisce risolutamente la notizia sulla malattia di Francesco e definisce la pubblicazione «grave atto di irresponsabilità, assolutamente ingiustificabile e inqualificabile». E «l’Osservatore Romano», facendo riferimento al Sinodo in corso, commenta: «Il momento scelto per la pubblicazione delle notizie sulla salute del papa rivela l’intento manipolatorio del polverone sollevato». Anche il medico nipponico smentisce di aver visitato il papa. Venerdì 23 san Severino «I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi». Lo ha detto stamani Francesco nell’omelia a Santa Marta. Secondo molti vaticanisti, le parole papali erano un dolce invito a quei padri sinodali che sono decisi ad opporsi ad ogni cambiamento sui punti «caldi». Sabato 24 san Raffaele In serata i «padri» votano finalmente la «relatio finalis» dell’Assemblea che, dopo non poco travaglio, è infine giunta in porto. I 94 paragrafi del documento sono votati, uno ad uno: per essere approvati debbono ciascuno ottenere la maggioranza prescritta (i due terzi: mancando cinque «padri» essa è di 177). Il n. 85 passa per un soffio: 178 sì. Il paragrafo – il più arduo del Sinodo – citando l’esortazione apostolica post-sinodale «Familiaris consortio» (1981) di papa Wojtyla invita a fare attenta opera di «discernimento» nel caso delle persone divorziate e separate che intendono accostarsi all’Eucaristia: bisognerebbe – afferma quel testo – distinguere tra la situazione del coniuge responsabile della rottura del patto coniugale e il coniuge innocente. Ma, in definitiva, quel pontefice non permetteva la comunione a meno che i coniugi non promettessero di vivere come fratello e sorella. Il Sinodo, nella sua citazione, omette quest’ultimo inciso, decisivo; e non fa nessun cenno esplicito al problema dell’Eucaristia. Questa

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omissione, segno dei grandi contrasti che, sul tema, hanno diviso i «padri», provoca poi, nei commenti dei vescovi, interpretazioni opposte: per alcuni il silenzio significa «fuoco verde», per altri invece un secco rifiuto della comunione ai divorziati risposati. Ma poteva un Sinodo non essere chiaro – su un punto così qualificante – nel «consiglio» da dare al papa? Domenica 25 XXX domenica del Tempo ordinario Francesco chiude ufficialmente il Sinodo. Ai «padri» che concelebrano con lui nella basilica vaticana, dice: «Carissimi fratelli sinodali, noi abbiamo camminato insieme. Vi ringrazio per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia». E, all’«Angelus»: «Il Sinodo è stato faticoso, ma è stato un vero dono di Dio, che porterà sicuramente molto frutto».

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Coppie miste deluse Anche se il Sinodo ha avuto qualche parola di apprezzamento per «l’intrinseco valore» e «l’apporto che [le famiglie interconfessionali] possono dare al movimento ecumenico», la Relazione finale ribadisce quanto previsto dal Direttorio ecumenico del 1993, e cioè che «sebbene gli sposi di un matrimonio misto abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’Eucaristia non può essere che eccezionale». I vescovi tedeschi, nella loro risposta al questionario pre-sinodale, osservavano che in Germania «in oltre il 40% dei matrimoni uno dei partner è cattolico e l’altro appartiene a un’altra confessione cristiana, in genere a quella evangelica», per cui «l’esclusione dalla comunione del partner di un’altra confessione viene considerata un ostacolo, in particolare per l’educazione cristiana dei figli». E concludevano chiedendosi: «Non hanno forse i matrimoni misti […] un grande bisogno spirituale che nel caso singolo permetterebbe l’ammissione all’eucaristia del partner non cattolico?».

Per la riforma della Chiesa, insieme a papa Francesco Dal 20 al 22 novembre, a Roma, un centinaio di partecipanti, venuti da 26 Paesi diversi d’Africa, Asia, Europa e America, si è incontrato per celebrare e continuare l’impulso rinnovatore del Concilio Vaticano II. Anche “Dialoghi” era presente! Si sono sentite testimonianze su esperienze di rinnovamento della Chiesa in paesi come il Gabon, il Sud Africa, il Camerun, il Messico, la Corea del Sud, l’Indonesia, la Spagna; inoltre si è lavorato in gruppi tematici su pace, guerra e soluzione non violenta dei conflitti, giustizia sociale ed economica, sostenibilità ambientale, famiglia, sessualità e nuove problematiche di genere, per confrontarsi sulla relazione Chiesa-mondo e, in una seconda serie di lavori di gruppo, su aspetti interni alla Chiesa stessa: nuova visione dei ministeri, uguaglianza uomo-donna, comunità di base, dialogo, inculturazione, povertà e nuovi stili di vita. Ogni gruppo ha raccolto una serie di sfide e di “segni dei tempi”, alla luce dei quali ha individuato piste da percorrere, impegni concreti da prendere a partire dal presente per

proiettarsi nel futuro in una Chiesa profondamente rinnovata. L’idea è costruire un nuovo “patto delle catacombe”, a cinquant’anni dall’impegno preso da alcuni padri conciliari, e poi da cinquecento vescovi di tutto il mondo, per uno stile di vita povero, solidale e profetico. Momento culminante dell’incontro è stata una liturgia eucaristica molto condivisa e partecipata, con un lunghissimo “segno della pace” che non voleva finire e i bei canti della “messa di monsignor Romero”. Domenica all’Angelus tutti in piazza San Pietro; la nostra presenza era segnalata, ma il Papa non ci ha menzionati con un saluto specifico… In lui, comunque, tutti i partecipanti all’incontro hanno detto di riporre moltissime speranze e tutti sono determinati ad appoggiarlo nella sua volontà di riformare la Chiesa, magari dandogli qualche spintarella dove pare ancora troppo titubante... Marina Sartorio La «Dichiarazione di Roma», documento conclusivo dell’incontro internazionale Council50 del 20-22 novembre, si può leggere al sito: www.noisiamochiesa.org.


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«Fra la rabbia di una evidente esclusione e la soddisfazione di essere comunque lì» L’esperienza di una donna al Sinodo dei Vescovi Me lo sono ripetuta tante volte, in queste tre settimane di Sinodo, per frenare la ribelle impazienza che mi assaliva: in fondo mi hanno invitata, e mi hanno fatto perfino parlare. Proprio me, una «femminista storica» (come ho letto in un blog fiammingo), non troppo dotata – lo hanno sicuramente capito – di diplomazia e di pazienza. Per una donna come me, che ha fatto il Sessantotto e il femminismo, che ha insegnato in una università statale e partecipato a comitati e gruppi di lavoro d’ogni tipo, questa è veramente un’esperienza inedita. Perché, anche se mi è capitato – quando ero giovane e le donne erano ancora poche in certi ambienti culturali e accademici – di trovarmi in qualche occasione a essere l’unica donna presente, si trattava pur sempre di uomini che una qualche dimestichezza con le donne la avevano: come minimo, erano sposati, e magari avevano delle figlie. La cosa che più mi ha colpita nel gruppo di cardinali, vescovi e sacerdoti che componevano l’assemblea dei padri sinodali era la loro estraneità alle donne, la loro poca dimestichezza a trattare con donne considerate inferiori, come le suore di solito che li servono a casa. Naturalmente non per tutti – con qualcuno di loro avevo anche dei legami di amicizia che precedevano il sinodo – ma per quanto riguarda la stragrande maggioranza l’imbarazzo a trattare con una donna come me era palpabile, soprattutto all’inizio. Intanto, nessun cenno di quell’abituale cavalleria che ancora si incontra, soprattutto negli uomini non più giovani, come sono loro. Con somma disinvoltura, mi tagliavano la strada per le scale, mi passavano davanti al buffet durante la pausa caffè. Finché il cameriere, impietosito, mi chiedeva cosa volevo bere… In seguito, quando abbiamo cominciato a conoscerci meglio, soprattutto durante i lavori nei circoli minori, gli alti ecclesiastici hanno cominciato a mostrarmi simpatia. Naturalmente, a modo loro: cioè trattandomi come una mascotte, e comunque con paternalismo, anche se magari abbiamo la stessa età o addirittura sono più giovani di me. Fin dall’ingresso tutto sembrava con-

giurare per farmi sentire un’estranea: nonostante i miei «passi» sinodali, subivo controlli rigidissimi, con il tentativo di requisirmi smartphone e tablet. Ogni volta, mi scambiavano per una giornalista nel migliore dei casi, se non per una donna delle pulizie. Poi hanno cominciato a conoscermi, di Lucetta Scaraffia*

e quindi a trattarmi con gentilezza e rispetto. Quando, dopo tre o quattro giorni, le guardie svizzere in alta uniforme che custodivano l’ingresso sono scattati sull’attenti al mio passaggio mi è sembrato di toccare il cielo con un dito! Ma, comunque, ero una presenza solo tollerata: non «timbravo il cartellino» all’inizio dei lavori, come i padri sinodali, né potevo intervenire se non nello spazio finale concesso a noi uditori, né votare. Anche nei circoli minori, oltre a non votare, non potevo proporre modifiche al testo in discussione, e in teo­ ria non avrei potuto neppure parlare: gentilmente, ogni tanto veniva richiesto il mio parere e io, preso coraggio, ho cominciato ad alzare la mano, e a farmi un po’ valere. Durante l’ultima riunione, ho potuto perfino proporre delle modifiche! Insomma, tutto contribuiva a farmi sentire inesistente. Anche i miei interventi nel gruppo di lavoro cadevano quasi tutti nel vuoto: per esempio, ho provato a far presente che nel diciannovesimo capitolo del vangelo di Matteo Gesù parla di ripudio e non di divorzio, e che nella situazione storica in cui viveva significava ripudio della moglie da parte del ma* Lucetta Scaraffia, torinese, classe 1948, storica e docente all’Università La Sapienza di Roma, è la prima editorialista donna de «L’Osservatore Romano», quotidiano della Santa Sede. Del quotidiano vaticano cura, insieme a Ritanna Armeni, l’inserto femminile mensile «donne chiesa mondo». Collabora con i quotidiani «Corriere della Sera», «Il Foglio», «Avvenire», «Giornale del Popolo». Membro del Comitato nazionale italiano di bioetica, si è occupata in prevalenza di religiosità femminile e ha pubblicato una ventina di libri presso Morcelliana, Il Mulino, Laterza e la Editrice Vaticana. L’articolo che riproduciamo per gentile concessione dell’Autrice è uscito in francese su «Le Monde» del 27 ottobre.

rito. E che quindi l’indissolubilità che difende Gesù non è un dogma astratto, ma una protezione per le persone più deboli della famiglia, le donne. Come se avessi parlato al vento: hanno continuato a dire che Gesù era contro il divorzio. Nella pausa pranzo, quando posso, scappo a casa e mangio davanti a «Beautiful» per disintossicarmi con una dose di vita reale: anche lì tutti parlano sempre di famiglia. «Se entrano loro, noi siamo schiacciati» Ho provato a scambiare queste mie riflessioni con le poche altre donne presenti: mi guardavano sorprese, per loro questo trattamento era ovvio. Del resto, la maggior parte di loro era venuta come membro di una coppia, e al momento dell’intervento finale avrei ascoltato improbabili racconti di matrimoni irreali letti a metà con il marito. Unica che si discostava da questo clima di rassegnazione una giovane e battagliera suora che ha scoperto, nel corso di uno scambio di saluti con il Papa, che le quattro lettere che la sua associazione gli aveva mandato – chiedendo più spazio per le religiose – non gli erano mai state recapitate. Ho capito che le suore, essendo tante, molto più dei religiosi, fanno paura: se entrano loro, noi siamo schiacciati, mi dicevano. Così, meglio far finta che non esistono… Davanti ai miei occhi interessati e stupiti, la Chiesa mondiale ha preso corpo e identità: certo, gli schieramenti fra chi vuole cambiare qualcosa e chi vuole solo difendere l’esistente c’è, ed è netta. E poi c’è una palude che non si schiera, dice cose vaghe, e aspetta di vedere come va il dibattito. I conservatori assicurano i poveri fedeli che seguire le norme non è un fardello disumano, perché Dio li aiuterà con la grazia. E parlano con linguaggio fiorito della felicità del matrimonio cristiano, del «canto nuziale», di «chiesa domestica», di «Vangelo della famiglia». In sostanza, di una famiglia perfetta che non esiste, ma che le coppie invitate sono previste testimoniare con la loro storia. Forse ci credono an-


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che. Non vorrei essere nei loro panni. I progressisti sono più diversi tra loro, alcuni più audaci parlano perfino di donne e di violenza domestica, e si distinguono perché parlano sempre di misericordia. Naturalmente, invece, le famiglie perfette non hanno bisogno di misericordia. Misericordia è la parola chiave del sinodo: nei gruppi di lavoro, la lotta degli uni è cancellare sempre questa parola dal testo, degli altri è difenderla e moltiplicarla. In fondo, non è neppure difficile: mi immaginavo una situazione teologicamente più complessa, più difficile da decifrare da una esterna come me. Ma a poco a poco capisco che è in atto un cambiamento profondo: accettare che il matrimonio sia una vocazione, così come è sempre stata considerata la vita religiosa, è un grande passo in avanti. Significa riconoscere il significato profondo dell’Incarnazione, che ha dato un valore spirituale a ciò che si fa con il corpo, e quindi anche alla sfera sessuale considerata via spirituale, sia nella castità che nella vita coniugale. Ed è altrettanto importante l’insistenza sulla vera intenzione di fede, sulla preparazione al sacramento: è finito il tempo di una adesione di facciata, di un perbenismo senza vera scelta consapevole. La grande proposta di Gesù, per il quale l’unica cosa che conta è l’intenzione del cuore, sta diventando prassi reale. E questo significa che stiamo facendo passi importanti nella comprensione della sua parola. Nelle mille polemiche centrate sulla dottrina o sulla normativa questo livello sembra non esistere, ma se si guarda bene si intravvede, ed è senza dubbio un cambiamento positivo. Un po’ di catechismo prima delle nozze… Durante le lunghe ore dei dibattiti dell’assemblea, osservo affascinata

l’eleganza dei padri: tutti in «alta uniforme», con le tonache nere filettate di viola o di rosso, con le papaline viola o rosse, alcuni con una elaborata mantellina, tutti con lunghe file di piccoli bottoni colorati. Gli orientali poi sfoggiano cuffie di velluto ricamate d’oro o d’argento, cappelli alti neri o rossi. Il più elegante di tutti ha una lunga tonaca viola: scoprirò alla fine che si tratta di un vescovo anglicano. Un domenicano, con la tonaca bianca, ogni tanto, da lontano, viene scambiato per il papa, che democraticamente si mescola a noi nella pausa caffè. Veramente vengono da tutto il mondo, veramente la Chiesa è cattolica: in genere i vescovi che provengono dai paesi già coloniali parlano la lingua del vecchio conquistatore: francese, inglese, portoghese. Coloro che provengono dall’Europa dell’Est parlano italiano. Mi accorgo di quanti vescovi ci siano in India, in Africa. Ognuno è un pezzo di storia e di realtà, sia se parlano dei loro problemi concreti sia se si limitano a tirate teoriche in difesa della famiglia. E così scopro che i più rigidi difensori della tradizione sono coloro che vivono in Paesi dalla realtà più difficile, come gli orientali, gli slavi, gli africani. E perfino un cardinale europeo. Chi ha conosciuto le persecuzioni del comunismo propone di resistere con la stessa durezza e intransigenza alle lusinghe della modernità, chi vive in Paesi dalla realtà difficile e sanguinosa, dove la stessa identità cristiana è in pericolo, pensa che solo la fermezza nelle regole può aiutare a difendere la religione in pericolo. Tranne rari e da me apprezzatissimi casi, tutti parlano un linguaggio autoreferenziale, quasi sempre incomprensibile a chi è al di fuori della ristretta cerchia del clero e di quelli che collaborano molto da vicino: affettività invece di sessualità, naturale per dire non modificabile, «sessualità

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matura», «arte dell’accompagnamento»… E quasi tutti pensano che basterebbe fare buoni corsi di preparazione al matrimonio per risolvere tutto, magari anche un po’ di catechismo prima delle nozze. Indissolubilità del matrimonio Dalla realtà, emergono invece tante situazioni diverse e complicate: in particolare, il problema dei matrimoni misti che, se pure con modalità diverse, si riscontra in tutto il mondo. I problemi sono molti e diversi, ma ce n’è uno che viene condiviso in tutti i casi: la religione cattolica è l’unica a prevedere l’indissolubilità del matrimonio, e quindi i poveri cattolici si ritrovano spesso abbandonati e nell’impossibilità di risposarsi. Molti padri difendono con fierezza le loro famiglie tradizionali, senza pensare che quasi sempre si tratta di situazioni che penalizzano le donne. Ma le donne sono quasi invisibili, e quando ne parlo, con forza, nel mio intervento, lamentando la loro assenza anche quando si discute un tema come la famiglia, vengo considerata «molto coraggiosa». Molti applausi, perfino un buon numero di padri che mi ringrazia: rimango un po’ sorpresa, ma poi capisco che parlando io con chiarezza ho evitato loro di fare altrettanto. In questa ridda di sensazioni contradditorie – fra la rabbia di una evidente esclusione, e la soddisfazione di essere comunque lì – non posso che pensare a come è straordinario, al giorno d’oggi, partecipare ad una assemblea che si apre con il canto del Veni crea­ tor Spiritus e si conclude con il Te Deum. Ma proprio per questo sento più forte il dolore per l’esclusione ingiusta delle donne da questa che in sostanza è una riflessione sul rapporto dell’umanità tutta, quindi donne e uomini, con Dio.

La Svizzera tra origini e progresso Il libro – che nella versione originale ha vinto lo Schweizer Buchpreis 2012 – raccoglie trenta interventi del celebre critico svizzero scritti in diverse occasioni e i cui soggetti sono spesso autori elvetici del passato e del presente – di cui von Matt analizza l’opera con sguardo attento e a tratti ironico –, ma anche temi di attualità politica e sociale svizzera. di Peter von Matt, a cura di Gabriella de’Grandi, pref. di Alessandro Martini Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 448 pagine, Fr. 24.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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parole di papa La Chiesa della misericordia. L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza, nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza. La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. Nel nostro tempo, in cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia esige di essere riproposto con nuovo entusiasmo e con una rinnovata azione pastorale. È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore che giunge fino al perdono e al dono di sé la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia. (dalla Bolla di indizione dell’Anno della misericordia, 8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016) Il messaggio del concilio. Il messaggio della Dichiarazione Nostra Aetate è sempre attuale. Ne richiamo brevemente alcuni punti: la crescente interdipendenza dei popoli (cfr N. l); la ricerca umana di un senso della vita, della sofferenza, della morte, interrogativi che sempre accompagnano il nostro cammino (cfr N. l); la comune origine e il comune destino dell’umanità (cfr N. l); l’unicità della famiglia umana (cfr N. l); le religioni come ricerca di Dio o dell’Assoluto, all’interno delle varie etnie e culture (cfr N. l); lo sguardo benevolo e attento della Chiesa sulle religioni: essa non rigetta niente di ciò che in esse vi è di bello e di vero (cfr N. 2); la Chiesa guarda con stima i credenti di tutte le religioni, apprezzando il loro impegno spirituale e morale (cfr N. 3); la Chiesa, aperta al dialogo con tutti, è nello stesso tempo fedele alle verità in cui crede, a cominciare da quella che la salvezza offerta a tutti ha la sua origine in Gesù, unico salvatore, e che lo Spirito Santo è all’opera, quale fonte di pace e amore. (per il 50. della dichiarazione conciliare «Nostra Aetate» sui rapporti con le religioni) Le attese del mondo. Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambien-

tale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza. Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare. La preghiera è il nostro tesoro, a cui attingiamo secondo le rispettive tradizioni, per chiedere i doni ai quali anela l’umanità. A causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentaliste o estremistiche in individui o gruppi, bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza. Si tratta di alzare lo sguardo per andare oltre. (dal Discorso al Congresso degli Stati Uniti, 24 settembre 2015) Mantenere vivo il concilio. Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre, un nuovo impegno per tutti i cristiani, per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre». (da «Misericordiae vultus», bolla di indizione del Giubileo straordinario, n. 4) Camminare assieme. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola «Sinodo». Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica. Dopo aver ribadito che il Popolo di Dio è costituito da tutti i battezzati chiamati a «formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo», il Concilio Vaticano II proclama che «la totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cfr 1 Gv 2, 20.27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il Popolo, quando “dai Vescovi fino agli ultimi Fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale» (…). Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari. Dopo aver richiamato la nobile istituzione del Sinodo diocesano, nel quale presbiteri e laici sono chiamati a collaborare con il vescovo per il bene di tutta la comunità ecclesiale, il Codice di diritto canonico dedica ampio spazio a quelli che si è soliti chiamare gli «organismi di comunione» della Chiesa particolare: il Consiglio presbiterale, il Collegio dei consultori, il Capitolo dei canonici e il Consiglio pastorale. Soltanto nella misura in cui questi organismi rimangono connessi col «basso» e partono dalla gente, dai problemi di ogni giorno, può incominciare a prendere forma una Chiesa sinodale: tali strumenti, che qualche volta procedono con stanchezza, devono essere valorizzati come occasione di ascolto e condivisione. (discorso del 17 ottobre, alla chiusura del Sinodo sulla famiglia)


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religioni nel mondo Il «parlamento mondiale delle religioni» Dal 15 al 19 ottobre a Salt Lake City, Utah, capitale del mormonismo, si è tenuto un nuovo «parlamento delle religioni del mondo» promosso dal Global lnterfaith Movement. Il primo «parlamento delle religioni del mondo» si era svolto nel 1893 a Chicago; venne replicato, sempre a Chicago, cento anni dopo. Seguirono i «parlamenti» di Città del Capo nel 1999, di Barcellona nel 2004 e di Melbourne nel 2009. Si tratta dunque del più ampio e inclusivo raggruppamento di credenti, di varie religioni e di tutti i Paesi. Nel 1893, alla prima edizione, i mormoni non furono graditi e furono tenuti ai margini dai partecipanti cristiani, ebrei, buddisti, indù, musulmani e spiritualisti; stavolta, non solo molto spazio è stato riservato ai seguaci della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (come si definisce questa confessione), ma anche alle numerose espressioni spirituali e religiose dei popoli indigeni, in particolare dei nativi americani e delle le tradizioni religiose orientali. Non tutte le tradizioni religiose o confessionali erano rappresentate con numeri significativi di delegati, oppure con delegazioni degli organismi di riferimento come i cattolici, gli ortodossi, gli evangelicali e i pentecostali, ma Salt Lake City per quattro giorni si è trasformata in un crogiolo di lingue, culture e fedi. Diecimila i convenuti, da 80 Paesi e 50 comunità di fede, che hanno seguito conferenze, dibattiti, concerti, letture e momenti di scambio. Si è parlato di guerra, terrorismo, odio, cambiamento climatico e salvaguardia del creato, benessere, povertà e spreco, dialogo interreligioso, armonia tra nazioni. A inaugurare i lavori è stata un’assemblea di donne, nel corso della quale si è parlato della responsabilità che hanno le religioni nell’affermare la dignità e i diritti umani dell’altra metà del cielo.

Una catechesi ecumenica cattolico-protestante Sabato 17 ottobre dieci ragazze e ragazzi hanno ricevuto la confermazione del battesimo in un contesto ecumenico. L’inedita liturgia si è tenuta a Oullins, una città di 26.000 abitanti a sud di Lione, presieduta dalla pastora protestante Françoise Sternberger e dall’arcivescovo di Lione, card. Philippe Barbarin. L’esperienza di una strada comune ebbe inizio oltre 40 anni fa a Oullins, quando il pastore e il curato decisero di elaborare un percorso catecumenale condiviso. Nel 1974 vide ufficialmente la luce la prima catechesi comune fra protestanti e cattolici, con cinquanta bambini iscritti per ognuna delle due confessioni, ma il percorso era iniziato anni prima, al termine della seconda guerra mondiale, grazie a un dialogo sempre più fitto fra i responsabili delle due comunità. Si rendeva infatti sempre più evidente che con i matrimoni misti il quadro di riferimento teologico, anche in famiglia, stava cambiando. Attualmente il corso di catechesi è rivolto a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di primo grado e delle superiori, una serie di nove incontri da tenersi un sabato mattina al mese durante il periodo scolastico. Ogni incontro è preceduto da una serata di studio, utile a preparare il testo che verrà analizzato al sabato. Si tratta quindi di una catechesi di tipo

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biblico, incentrata sulla scoperta della parola di Dio. A ciò si aggiungono due culti riformati e una messa nella chiesa di Saint-Martin. La questione eucaristica rimane il grande discrimine fra le due confessioni, ma a Oullins non si chiede di rinunciare al proprio credo, adattandolo a un progetto ecumenico che prevede di valorizzare ciò che unisce più di ciò che divide.

Un corso di laicità per imam La Francia ha siglato un accordo con l’Algeria che rende obbligatorio per gli imam giunti nel Paese un diploma universitario… in laicità. Lo ha annunciato il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve al termine di una trattativa diplomatica che ha coinvolto il ministro algerino degli affari religiosi, Mohammed Aissa. Discussioni sono in corso anche con la Turchia e il Marocco. Lo scopo del corso, che avrà durata annuale, sarà di presentare ai nuovi ministri di culto musulmani gli strumenti e i principi che regolano la vita religiosa in Francia. Nelle intenzioni dei proponenti, consentirà ai nuovi arrivati un’effettiva integrazione basata sulla comprensione dei principi repubblicani. A breve verrà quindi approvato un decreto che rende obbligatorio l’ottenimento di questo diploma per i nuovi imam provenienti dall’Algeria. Sono già tredici le università francesi che propongono corsi di studi sulla laicità, frequentati per lo più da ministri di culto di varie confessioni, in cui si ragiona sui diritti fondamentali dell’individuo, a partire da quelli religiosi, per proseguire sulla linea della libertà di espressione e dell’uguaglianza uomo-donna.

Dialogo cristiano-islamico Martedì 27 ottobre – il 13 Muharram 1437 – è stata celebrata in Italia la XIV Giornata del dialogo cristiano-islamico, occasione per riflettere sui rapporti fra le religioni all’insegna del dialogo e della comprensione reciproca. Diverse le iniziative organizzate, come a Torino: una serata di preghiere, letture, canti, testimonianze, la condivisione dei cibi portati da ognuno e gli interventi di Hamza Roberto Piccardo, esegeta del Corano, e Guido Dotti, monaco della Comunità di Bose. A Roma, alla Facoltà valdese di teologia, l’incontro è stato organizzato dalla rivista «Confronti»: una tavola rotonda con la partecipazione di rappresentanti di comunità religiose e di politici.

Chiusura interreligiosa dell’Expo Il Forum delle religioni di Milano, in collaborazione con il padiglione della Santa Sede e all’Arcidiocesi ambrosiana, ha promosso martedì 27 ottobre una riunione di induisti, ebrei, cristiani, musulmani e buddisti sul tema «Le religioni cibo dello spirito». I partecipanti si sono incontrati di fronte al Media Center di Expo e allo striscione «Assisi 1986 - Milano 2015. Religioni - cibo - pace» che ricorda lo storico incontro dei rappresentanti di confessioni e religioni diverse in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la pace. È poi partita una marcia, conclusasi al Conference Center dove ogni religione ha sviluppato un aspetto del rapporto uomo-Dio; uomo-creato; uomo-lavoro; uomo-uomini; uomo-corpo, secondo la tradizione valdese, induista, ebraica, musulmana, buddista. L’enciclica «Laudato si’» ha fatto da cornice.


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

La paura fa novanta. Lo spostamento a destra registratosi nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento federale (ottobre-novembre 2015), secondo François-Xavier Amherdt, professore di teologia pastorale a Friburgo, è attribuibile a un sentimento di paura di cittadini che ritengono di poter trovare rifugio in partiti che rappresenterebbero la sicurezza e l’identità svizzera meglio di altri. Circa il comportamento dell’elettorato cattolico, secondo Amherdt, lo spostamento è dovuto a convinzioni politiche e securitarie piuttosto che religiose e confessionali (da un’intervista del 19 ottobre, in cath.ch-apic). Dopo che nella Costituzione svizzera è stato inserito l’assurdo divieto di costruire minareti, una nuova iniziativa «antiburqa» vuole cavalcare la paura degli svizzeri a fini elettoralistici. L’operazione è già riuscita in Ticino, con la proibizione del cosiddetto «velo integrale». Nel contempo si auspica (ma veramente?) l’integrazione degli stranieri ai «valori» della democrazia svizzera… A comando risponde. La Conferenza dei vescovi svizzeri ha pubblicato il 3 novembre una lettera pastorale sul ruolo dei laici nella Chiesa. Secondo un portavoce dei vescovi, la lettera risponde a sollecitazioni ricevute in occasione della visita a Roma nel dicembre 2014. Si richiama quanto già prevede il diritto canonico ma l’applicazione è lasciata alle singole diocesi, per tener conto delle situazioni particolari. Tra i principi richiamati, quello che l’omelia è di competenza del presbitero e non dei laici. Ma papa Francesco dice («Evangelii gaudium», n. 135ss) che «molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie». E allora… Laici in aiuto. Tre parrocchie cattoliche del Giura hanno deciso di formare volontari per accompagnare le famiglie colpite da un lutto. È previsto un corso di formazione di cinque giorni e uno stage con agenti pastorali professionisti. Tale accompagnamento da parte di laici ha anche lo scopo di supplire alla scarsità del clero e già è praticato nelle diocesi di Friburgo e di Sion. Il Centro per la formazione di agenti pastorali di Friburgo è attualmente frequentato da 70 persone

in vista di un inserimento ecclesiale; nella diocesi di Basilea 80 persone si stanno preparando a un servizio pastorale. All’inizio di novembre, il vescovo mons. Morerod, ha assegnato a tre donne compiti pastorali: Anne Deshusses-Raemy responsabile per la formazione nel Canton Ginevra, Nicole Monney incaricata pastorale al servizio di una «unità» comprendente sette parrocchie, Nathalie Rousselle incaricata della pastorale degli ospedali universitari di Ginevra. Accoglienti. Gli svizzeri che non vogliono essere invasi (neanche disturbati se possibile) danno il voto ai democentristi e ai leghisti. Ma altri sono pronti all’accoglienza, rispondendo agli inviti delle autorità e delle Chiese. In Ticino, una trentina di parrocchie hanno segnalato la disponibilità di accogliere circa 180 persone («Corriere del Ticino», 16 ottobre), a Friburgo 80 famiglie si sono annunciate per ospitare migranti (APIC, 18 settembre); i gesuiti mettono a disposizione il loro istituto di Villars-sur-Glane per almeno 40 rifugiati (APIC 23 settembre), a Soletta, nel vescovado, sono stati accolti i primi dodici rifugiati (quattro donne eritree con bambini e una famiglia siriana); il Consiglio parrocchiale di Bulle propone un aiuto straordinario di centomila franchi per celebrare i duecento anni della ricostruzione della chiesa locale (APIC 1. ottobre); la Chiesa cattolica di Zurigo ha creato un servizio presso la Caritas per coordinare le offerte di ospitalità delle parrocchie e delle altre istituzioni (APIC 30 settembre). La Chiesa vodese ha per ora rinunciato a mettere a disposizione del Cantone una ventina di case parrocchiali vuote: ha intenzione di venderle e per alloggiare i profughi sarebbero necessari lavori di adattamento (APIC 13 ottobre). Caritas svizzera. Nelle Filippine, a due anni dal tifone che ha devastato il Paese, Caritas svizzera ha costruito 80 aule scolastiche per più di 4000 allievi e 1000 case. Nei Balcani, Caritas ha rinforzato l’intervento in Serbia e in Grecia per i migranti, in previsione della stagione invernale, destinando un contributo di tre milioni di franchi in cooperazione con le Caritas locali. Dallo scorso aprile, sono già state 20.000 le persone che hanno be-

neficiato dell’aiuto, specialmente nei campi di passaggio, con fornitura di viveri e di acqua potabile. Per una riparazione adeguata. Un’iniziativa popolare con oltre 100 mila firme chiede al Consiglio federale di indennizzare le vittime delle misure coercitive applicate fino oltre la metà del secolo scorso nei confronti di fanciulli e adolescenti sottratti alle famiglie e spesso costretti a lavori inadeguati. Si tratta di almeno 12-15 mila casi, forse 20.000. Il Governo propone di costituire un fondo di 300 milioni di franchi, che permetterebbe di versare indennizzi di 20-25 mila franchi secondo la situazione attuale dei richiedenti ancora viventi e il torto subito. I promotori dell’iniziativa ritengono necessario l’importo di mezzo milione, e che siano chiamati a contribuire cantoni e comuni, nonché istituzioni e organizzazioni ecclesiastiche ed economiche responsabili di questa pagina vergognosa della «socialità» svizzera. Manca un milione. La diocesi di Sion ha lanciato la colletta annuale per pareggiare i conti diocesani. Del preventivo, di 2,32 milioni, due terzi sono per salari (29 persone per 14 posti a tempo pieno: 22 attive nella pastorale, 7 con compiti amministrativi), il resto per l’amministrazione e contributi esterni. Le entrate sono costituite per il 40% da rendite e prodotti diversi, il 18% sono sussidi dello Stato per servizi sociali. Manca circa un milione da raccogliere tra i fedeli. Nel sistema vallesano, solo le spese delle parrocchie sono generalmente coperte dai comuni. Difendere il diritto internazionale. Le Chiese svizzere, con un documento edito in occasione della Giornata mondiale dei diritti umani del 10 dicembre, hanno preso posizione contro l’iniziativa secondo cui le decisioni adottate in votazioni popolari prevalgono sui diritti umani, garantiti dalla Costituzione e da trattati e decisioni internazionali, nonché tutelati dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. «Il principio di maggioranza non è sufficiente a garantire uno Stato e leggi giuste. Le decisioni della popolazione e delle autorità devono rispondere alle esigenze della giustizia e della solidarietà». Per uno sviluppo durvole. La Comunità delle Chiese cristiane vodesi (che raggruppa venti comunità) e 48 ONG attive nella cooperazione allo


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sviluppo hanno ricordato nella cattedrale di Losanna il 6 dicembre i 15 anni degli «Obiettivi del millennio per lo sviluppo» e la Conferenza di Parigi sul clima, impegnandosi a sostenere i 17 Obiettivi per lo sviluppo durevole recentemente fissati dalle Nazioni Unite, che hanno quale scopo di migliorare le condizioni di vita di ogni essere umano, proteggere l’ambiente e consolidare la pace. Divieto sconfessato. Il Tribunale federale, con decisione del 27 ottobre, ha deciso che il prefetto della Sarine, proibendo lo svolgimento della Conferenza annuale del Consiglio centrale islamico svizzero, ha violato nel 2014 il diritto di riunione e il principio di proporzionalità, non essendo chiaramente dimostrato che la conferenza potesse essere causa di disordini. Contro il secondo traforo. Il comitato dell’associazione ecumenica svizzera «OEKU, Chiesa e Ambiente» raccomanda di votare contro la costruzione della seconda galleria sotto il San Gottardo, per motivi di politica climatica, di etica ambientale e finanziari, e contro l’aumento del traffico stradale. L’ecumenismo invita ad abbattere le mura, ma non a bucare le montagne… Colletta mondiale. La Giornata mondiale di preghiera del 2016 sarà celebrata il 4 marzo sul tema «Chi accoglie un bambino accoglie me»; la liturgia relativa è stata preparata da donne cubane. La colletta sarà destinata a gruppi femminili e al programma «Donna e genere» del Consiglio delle Chiese, nonché a progetti sanitari: uno per l’allestimento di un Registro nazionale di endocrinologia pediatrica sul diabete dei bambini e dei giovani, uno per la prevenzione della demenza e della fragilità degli anziani e uno per il programma «Sviluppo e abilitazione economica» a favore di giovani madri povere. La colletta 2015 ha raccolto 420.450 franchi destinati a interventi nelle Bahamas. Teologia africana. Le edizioni bilingui «Academic Press Fribourg», che si avvalgono della vicinanza dell’Università, hanno fondato una collana di teologia africana. Vi presterà la sua collaborazione il prof. Bénézet Bujo, congolese, professore ordinario di teologia morale e di etica sociale e noto per i tre volumi sulla teologia africana del XX secolo, e la collaborazione al Dizionario dei teologi africani. È prevista la pubblicazione di due

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o tre volumi l’anno. La collezione sarà aperta nel 2015 con il volume di Bénézet Bujo «Il Credo della Chiesa nel dialogo delle culture». Franco poco ecumenico. Il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) è costretto a fare economie e a ridurre il personale – attualmente 115 persone –, diminuendolo di 8 unità. Il Consiglio è finanziato dalle 345 Chiese membro, che versano contributi nelle valute dei diversi Stati, mentre il personale è retribuito in franchi svizzeri. Domenicani in festa. L’Ordine dei frati predicatori, fondato da San Domenico di Guzman, festeggia i 700 anni. I domenicani della Svizzera (frati, suore e fratelli e sorelle laici) si sono trovati al monastero di Estavayer-le-Lac per partecipare a una messa celebrata da mons. Périsset, arcivescovo emerito e già nunzio apostolico. I frati predicatori residenti in Svizzera sono un’ottantina, una trentina appartenenti alla provincia svizzera e in gran parte residenti a Friburgo, nei due conventi dell’Albertinum e di San Giacinto; altri si trovano a Zurigo, Ginevra e Lucerna: sette comunità in tutto. Oltre a migliaia di suore e di fratelli e sorelle laici, nel mondo l’Ordine conta 4347 preti, 38 vescovi ed ha avuto quattro papi: Benedetto IX, Innocenzo V, Pio V e Benedetto XIII, i primi tre già proclamati santi, l’ultimo in via di beatificazione. Islam e società. Dallo scorso gennaio è attivo presso l’Università di Friburgo il Centro svizzero islam e società, che vuol essere al servizio della riflessione scientifica sull’islam nel contesto della società laica svizzera ed europea. Il Centro sarà inaugurato ufficialmente nei primi mesi del 2016, a meno che una nuova iniziativa integralista, di matrice democentrista, non metta ostacoli a questa forma di collaborazione interculturale. Anche in Vallese si sono manifestate forme di intolleranza, precisamente a Martigny, contro l’utilizzazione da parte dei musulmani, per la preghiera del venerdì, di alcuni locali di un ex ristorante appartenente a una associazione privata. La «Piattaforma interreligiosa vallesana» ha preso posizione in favore della libertà di culto e per favorire l’incontro e il dialogo ha organizzato una «giornata delle porte aperte». Una legge sulla laicità. Il Governo cantonale di Ginevra ha presentato al

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parlamento un progetto di legge che vuole aggiornare le disposizioni cantonali in materia di laicità, principio inserito nella Costituzione cantonale della «Roma protestante» all’inizio del Novecento sotto l’influsso della laicizzazione vigente nella vicina Francia, ma ottenuto dall’alleanza «contro natura» degli anticlericali radicali e dei cattolici minoritari. Oltre alla collaborazione del Cantone nell’incasso delle cosiddette «imposte ecclesiastiche» (contributi volontari che non saranno limitati come finora alle tre Chiese cristiane tradizionali), sono previsti aiuti finanziari per l’attività sociali – ma non religiose negli istituti pubblici; saranno inoltre permessi segni religiosi «non vistosi» portati nelle scuole dagli allievi (ma non dai docenti!). Multinazionali responsabili. «Le società domiciliate in Svizzera devono assumersi le responsabilità quando le loro attività all’estero minacciano i diritti umani e l’ambiente». Un’ampia coalizione di 66 organizzazioni, comprendente le istituzioni umanitarie delle Chiese, ha lanciato lo scorso 21 aprile, a Berna, una iniziativa popolare «per multinazionali responsabili». Condizioni di lavoro indecenti nelle fabbriche tessili in Asia o nell’Europa dell’Est, lavoro minorile nella produzione del cacao nell’Africa dell’Ovest, emissioni mortali di diossina in Zambia: anche società svizzere sono implicate in questi scandali. Secondo uno studio dell’università di Maastricht, realizzato sulla base di più di 1800 casi, la Svizzera figura al nono posto tra i Paesi più coinvolti nella violazione dei diritti umani commessi da aziende. Il Consiglio federale e il Parlamento rifiutano di agire e continuano a puntare sulla collaborazione delle imprese. In marzo, il Parlamento federale ha respinto per pochi voti una mozione tendente a rinforzare la loro responsabilità nelle attività all’estero. Un primato vergognoso. Secondo la nuova classifica del Financial Secrecy Index, la piazza finanziaria svizzera continua ad essere la più attiva nel nascondere i soldi dell’evasione fiscale e nel dissimulare i flussi finanziari illeciti. Per gli evasori fiscali dei Paesi in sviluppo il segreto bancario svizzero rimane intatto. Alliance Sud, a nome delle principali organizzazioni per lo sviluppo e la giustizia, esige urgenti rimedi. Con Zurigo, Ginevra e Lugano, la Svizzera dispone di piazze


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finanziarie importanti a livello internazionale, ma con numerosi Paesi non offre lo scambio delle informazioni, permettendo in tal modo condizioni ottimali per dissimulare i flussi finanziari illeciti. La Svizzera persegue la strategia della zebra: accoglie solo soldi «puliti» provenienti dai paesi industrializzati, mentre quelli «sporchi» provenienti da Paesi in sviluppo o emergenti continuano ad essere benvenuti. Il Parlamento ha rifiutato in settembre che gli obblighi di diligence siano estesi alle banche sospettate di dare rifugio a denaro sporco. Poi, quando un dittatore viene rimosso, ci facciamo belli restituendo (tutto?) il maltolto, ovviamente dedotti i profitti incassati e i bonus incamerati dei dirigenti. Lotta alla povertà. Secondo Caritas svizzera, soltanto una minoranza di cantoni pratica una politica familiare sistematica per prevenire e combattere la povertà. Spetta quindi al Parlamen-

to federale occuparsi del problema e adottare una politica di prevenzione, invece di accontentarsi di contenerla attraverso l’assistenza sociale. Nello studio pubblicato quest’anno sulla lotta alla povertà e dedicato alla povertà delle famiglie, Caritas calcola che circa 250.000 persone siano toccate dalla povertà in Svizzera. La situazione potrebbe peggiorare visto che molte famiglie dispongono di un reddito che supera di poco la soglia di povertà. Secondo Caritas, la maggior parte dei cantoni non ha adottato una visione globale della lotta alla povertà, che esige investimenti e deve prevenire il fenomeno, non solo contenerlo attraverso l’assistenza sociale. L’organizzazione umanitaria chiede alla Confederazione di introdurre prestazioni complementari per le famiglie a livello svizzero e di partecipare al loro finanziamento. Svizzeri fedeli. Secondo un’indagine promossa da un’associazione evange-

lica che raggruppa numerose Chiese protestanti libere, il 72% degli intervistati ha dichiarato di ritenere «possibile» rimanere insieme al proprio partner per tutta la vita, il 64% anche rimanergli sessualmente fedele. L’Alleanza evangelica ha commentato i risultati dell’indagine sottolineando l’importanza che si dà tuttora in Svizzera alla fedeltà nella coppia, ma ha rilevato anche l’alto numero di matrimoni sciolti ogni anno. L’ideale della fedeltà rimane difficile da mettere in pratica. Meno teologia. La Facoltà di teologia dell’Università di Neuchâtel ha cessato i suoi corsi il 31 luglio. Il numero delle facoltà di teologia protestante in Svizzera passerà così da sei a cinque: le facoltà di Ginevra e Losanna in Romandia e quelle di Berna, Basilea e Zurigo nella Svizzera tedesca. La chiusura è determinata da motivi economici, il rapporto studenti/docenti considerato fuori misura rispetto alle altre facoltà.

Taizé: settantacinque anni di testimonianza La comunità di Taizé sorge tra le colline della Borgogna, a 10 km da Cluny, sul lato francese del Giura, a pochi chilometri dalla frontiera svizzera. Essa conta più di cento fratelli, di tutte le confessioni cristiane, provenienti da circa 30 nazioni differenti. Tutto è incominciato nel 1940 quando, all’età di venticinque anni, frère Roger (Roger Louis Schutz, 1915-2005) lasciò la Svizzera, per andare a vivere in Francia, il paese di sua madre. Durante la Seconda Guerra mondiale si impegnò per aiutare le persone in pericolo: il villaggio di Taizé, dove si era stabilito, era vicinissimo alla linea di demarcazione che divideva in due la Francia sconfitta dall’esercito nazista. Frère Roger aveva comperato una casa abbandonata da anni con degli edifici adiacenti e propose ad una sorella, Geneviève, di venire ad aiutarlo ad accogliere: l’abitazione servì da rifugio anche ad ebrei. Senza acqua corrente, si andava ad attingere acqua al pozzo del villaggio. Il cibo era modesto, specialmente minestre fatte con farina di granoturco comperata a poco prezzo al vicino mulino. Per discrezione nei confronti di chi era accolto, frère Roger pregava da solo, lontano dalla casa, nel bosco. Nel 1945, un giovane della regione che aveva creato un’associazione che si faceva carico di ragazzi che la guerra aveva privato della famiglia propose di accoglierne un certo numero a Taizé. La domenica, i fratelli accoglievano anche dei prigionieri di guerra tedeschi internati in un campo vicino. Qualche altro giovane venne ad unirsi ai primi fratelli e il giorno di Pasqua 1949 sette di essi promisero di impegnarsi per tutta la vita con l’impegno del celibato, della vita comune, della comunione dei beni e dell’obbedienza all’autorità. Iniziava cosi una storia che ben presto avrebbe conosciuto una crescita spettacolare. Durante l’inverno 1952-1953, il fondatore della comunità

scrisse la «Regola di Taizé». Roger conosceva il monachesimo, avendo scritto la sua tesi di laurea, a Losanna, sul monachesimo occidentale fino a san Benedetto. Nel capoluogo vodese era stato promotore di incontri di preghiera e di riflessione con altri studenti universitari. Negli anni del Concilio (1962-1965) i contatti tra la comunità di Taizé e il mondo cattolico si fecero sempre più stretti fino a instaurare una lunga amicizia con tutti i pontefici. AI Concilio la presenza di frère Roger e del suo confratello Max Thurian impressionò tutti (cfr. E. Morresi, Roger Schutz: cinque lustri di testimonianza ecumenica, «Corriere del Ticino», 27 gennaio 1966). Da decenni molti giovani vanno a Taizé per una esperienza di preghiera e di spiritualità. Vi trovano una occasione di mettersi alla presenza di Dio, esigenze e proposte di impegni semplici, immediati e concreti. Ci vanno pure molti preti, monaci e sacerdoti. Dalla fine degli anni cinquanta Taizé è così diventata meta di un continuo pellegrinaggio di giovani di tutte le confessioni cristiane. Nel 1974, frère Roger convocò a Taizé un originale «concilio dei giovani»: dagli anni seguenti l’iniziativa continua in incontri di riflessione e di preghiera nelle principali città europee. Lo scorso agosto ricorreva il decimo anniversario della tragica morte di frère Roger, per mano di una squilibrata. L’esperienza monastica di Taizé deve essere valutata anche per un altro elemento. Da Calvino e Lutero, e nelle Chiese che da loro hanno preso avvio, la vita religiosa e monastica è stata, per lo più e per motivi storici, valutata negativamente. Dando avvio all’esperienza di vita comunitaria di Taizé, frère Roger ebbe il coraggio di offrire una testimonianza contro il pregiudizio. Oggi, anche in ambito protestante, la vita monastica gode di nuova e migliore considerazione.


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vignetta (in)sostenibile

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di Daria Lepori


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notiziario (in)sostenibile di Matteo Cassini

Parlare del clima. La minaccia è remota: colpirà nei prossimi decenni, ad andar bene. Remota e confusa: mica è chiaro in cosa consiste. «Farà un po’ più caldo? E vabbe’. Anzi, meglio così: risparmieremo sul riscaldamento. E poi vuoi mettere le primavere precoci e gli autunni miti? C’è solo da rallegrarsi. Certo, magari altrove si alzerà il mare e aumenterà la desertificazione. Ma noi già siamo in alto e comunque viviamo in un bel posto verde. Perciò sai che c’è? Chissenefrega dei mutamenti climatici». Quante volte lo abbiamo sentito dire? Con l’aggiunta frequente: «I problemi veri sono altri. Le guerre e i profughi, per esempio. O la disoccupazione. O gli aumenti dei premi di cassa malati». Il riscaldamento globale, in conclusione, non è una priorità: troppo lontano dall’esperienza e dall’urgenza quotidiane. Superfluo dire quanto quest’atteggiamento sia pericoloso. Infatti il mutamento climatico non comporta solo un aumento della temperatura media, ma crea problemi anche alla produzione agricola, alla generazione di energia idroelettrica, all’approvvigionamento idrico. Non solo: scatena con più frequenza eventi meteorologici estremi e indebolisce il territorio. Non in Africa, ma qui. Perciò è importante parlarne per sensibilizzare. Ma come? Un rapporto appena pubblicato negli Stati Uniti dal titolo «Let’s Talk Climate» (http://bit.ly/letstalkclimate) presenta alcuni suggerimenti importanti, pensati per gli statunitensi ma utili anche da noi. I consigli sono numerosi, ma in generale propongono di eliminare l’approccio negativo («Non fare questo, evita quell’altro», oppure: «Questa cosa è sbagliata, quell’altra è sporca e non va bene») per assumerne uno invece positivo e propositivo («Fa’ questo, fa’ quello» e «Questo è un comportamento/prodotto/servizio pulito/virtuoso/moderno»). Insomma, sfruttare i combustibili fossili non è banalmente sbagliato, ma è da sfigati. Il petrolio non produce energia «sporca», ma «antiquata». Meglio poi non insistere sull’egoismo, quindi non par-

lare dei vantaggi «per noi», ma «per le famiglie, per i nostri bambini, per le future generazioni». Solo parole? Metà basta. O tutto o niente. Troppo spesso siamo così: senza mezze misure. Anche nelle nostre scelte di vita. Per esempio, siamo vegetariani oppure carnivori. I primi spiegano ai secondi i vantaggi per la salute e per l’ambiente. I secondi oppongono ai primi la propria passione irresistibile per la carne. Ma non c’è una via di mezzo? È la scelta demitariana: non si rinuncia del tutto alla carne, ma se ne dimezza o almeno se ne riduce in modo drastico il consumo. Che è già tanto. Lo conferma una ricerca svolta dall’UNEP, il programma dell’ONU per l’ambiente, che va a studiare come sia cambiato il consumo di carne nel tempo e quali siano le conseguenze oggi. Nella società rurale la carne era un prodotto di lusso: la si mangiava quasi solo nelle festività. Sicché se ne mangiava poca. Poi da un lato il benessere economico si è diffuso e dall’altro si è imposto l’allevamento di massa. Perciò sono aumentate le risorse economiche a disposizione delle persone e delle famiglie e nel contempo il prezzo della carne è calato. Risultato: il consumo è cresciuto. Quanto? Tanto. Quasi non c’è giorno in cui non consumiamo almeno un po’ di carne. Ora, non c’è bisogno di cavalcare l’allarmismo contro la carne rossa. Però è vero: tutta questa carne non fa bene alla salute. E neppure all’ambiente, poiché l’allevamento sfrutta il territorio, consuma le risorse, produce inquinamento molto più della coltivazione di vegetali. L’ideale sarebbe smettere di consumare carne… ma come si fa? Rinunciare alla carbonara? Alla fondue chinoise? Al salame? Ecco allora la proposta demitariana: dimezziamo il consumo di carne, di latte e dei derivati e già andrà meglio. Per esempio, così riduciamo dal 25 al 40 per cento le emissioni di azoto, il cui contributo all’effetto sera è maggiore di quello dell’anidride carbonica. Non solo: diminuiamo del 40 per cento l’apporto

di grassi saturi, abbassiamo il colesterolo, combattiamo l’obesità. In breve: come sempre, est modus in rebus. Ci vuole moderazione. Non sarà la perfezione – che non è di questo mondo – ma è già parecchio. Elettrico è sempre meglio? Il motore a scoppio libera nell’atmosfera gas e particelle di vario genere: tutta robaccia di cui faremmo volentieri a meno. Soprattutto, produce anidride carbonica. E quella – lo sappiamo – è la principale responsabile dell’effetto serra e quindi anche dei mutamenti climatici. Perciò quando accendi il motore della tua auto – a benzina o diesel poco importa – ti senti un po’ in colpa. Ed ecco la soluzione: l’auto elettrica. Giusto? Beh, dipende. Fino a pochi anni fa le auto elettriche erano rare e strane. E scomode: con una carica della batteria macinavano poche decine di chilometri. Quasi inutilizzabili. Poi sono arrivate le ibride: fine della schiavitù dalla corrente elettrica e consumi ridotti. Non proprio l’ottimo, ma almeno un piccolo sollievo per la coscienza. Ormai quasi tutte le marche hanno almeno un modello ibrido in catalogo. Nel frattempo le batterie sono molto migliorate: costano meno, pesano meno, durano di più. Un pieno ti fa percorrere alcune centinaia di chilometri. E anche la ricarica diventa sempre più veloce, sebbene sia ancora ben lontana dalla rapidità dell’operazione alla pompa di benzina. Ma vuoi mettere? Coscienza limpida, per finire. Ma anche no. Infatti la corrente elettrica non è una fonte di energia, ma solo un vettore: serve per trasportare l’energia da qui a lì, non la genera. Per cui, se ti angusti per la produzione di anidride carbonica, con il motore elettrico non hai risolto il problema: lo hai solo spostato. Tutto dipende, tanto per cambiare, dalla fonte originaria. Se la corrente elettrica con cui ricarichi la tua auto arriva da una fonte rinnovabile, come l’idroelettrico o l’eolico, allora va bene. Se invece arriva da una centrale a carbone… nobbuono: inquini come prima, anzi forse perfino più di prima. E allora? Allora, di nuovo, è una questione di consapevolezza. Consapevolezza, cioè informazione: sapere da dove arriva in ultima analisi l’energia di cui ci serviamo, per scegliere in modo oculato.

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cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Non tutto è perduto. Dopo le stragi di Parigi del 13 novembre, il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri («Giornale del Popolo» dell’8 novembre) ha ricordato la speranza insegnata da papa Francesco («Laudato si’» n. 205): «Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e socia­le che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non di­menticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle». Il paradosso Francesco. Su «Riforma» (Torino, 6 novembre) Fulvio Ferrario così conclude l’editoriale dedicato al Sinodo sulla famiglia: «Il “paradosso di Francesco” è anche que­sto: le spinte innovatrici sono attese da un rafforzamento del centralismo roma­ no, ad opera di un pontefice che intende essere collegiale». E Leonardo Boff rincara (intervista in «Adista» del 31 ottobre): «L’obiettivo è il cambiamento della Chiesa. Non bastano le riforme, ci vuole la rivoluzione. La collegialità è un ottimo strumento per governare, ma non per cambiare. La funzione del papa è quella di essere il grande protagonista del cambiamento: dispone degli strumenti necessari, se vuole può usarli». Lo storico Giorgio Vecchio dell’Università di Parma, nel sito dei «Viandanti», ricorda che nella Chiesa cattolica la decisione finale spetta alla «sanior pars» (la «parte più saggia») e non alla maggioranza. Anche per papa Francesco, il Sinodo non è un parlamento… Avanti con le riforme. Tre giorni dopo la pubblicazione di due libri a sensazione su veri o presunti scandali finanziari vaticani (ma il vero scandalo accertato è la consegna a giornalisti di documenti trafugati per motivi inconfessati da parte del personale vaticano), papa Francesco ha rassicurato

che «questo triste avvenimento non mi distoglie certamente dal lavoro di riforma». «Alcune misure sono state prese che cominciano a portare frutti, alcuni già visibili». Il Papa constata che «col sostegno di tutta la Chiesa, la Chiesa si rinnova con la preghiera e la santità quotidiana di ogni battezzato», concludendo: «Vi ringrazio e vi domando di continuare a pregare per il papa e per la Chiesa, senza lasciarsi turbare, ma andando avanti con fiducia e speranza». Martire da vivo. Papa Francesco, ricevendo il 30 ottobre scorso una folta delegazione di vescovi e fedeli salvadoregni giunti a Roma per ringraziare il Papa per la recente beatificazione del vescovo Romero, ha ricordato che «il martirio di mons. Romero non si è limitato al momento della sua morte», in quanto fu perseguitato prima e persino successivamente al suo assassinio: «diffamato, calunniato e infangato anche dai suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato». «Non parlo per sentito dire – precisa il Papa –, ho ascoltato io stesso queste cose». Assassinato nel 1980, la causa di bea­tificazione di Romero, avviata nel 1993, è rimasta a Roma dal 1997 e malgrado l’evidenza dei fatti (Romero fu ucciso da una fucilata mentre celebrava l’Eucarestia!), si è potuta concludere solo quest’anno. Sono noti i tentativi, anche ecclesiastici, di impedirne la conclusione: «per non canonizzare la Teologia della liberazione». Al congresso continentale di teologia, svoltosi a Belo Horizonte dal 26 al 30 ottobre, uno dei padri della Teologia della liberazione, che molti dicono morta, ha constatato di non essere stato invitato al suo funerale: «Io continuo a ritenere, stupidamente, che essa esita sempre». I cinque giorni del Congresso, cui hanno partecipato trecento teologi, vescovi, religiosi e laici, è stato caratterizzato dalla speranza che la Chiesa latino-americana, grazie ai suoi martiri e anche a papa Francesco, continui a riformarsi rispettando la sua storia e le sue specificità. Pastori in cattedra. Alla testa di due importanti diocesi italiane: Palermo e Bologna, papa Francesco ha scelto due pastori «con l’odore delle pecore», confermando la sua volontà di avere non vescovi e preti «gestio-

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nari», ma concretamente impegnati a favore della gente, «e che non vivono come faraoni!». A Palermo nuovo arcivescovo è Corrado Lorefice, 53 anni, noto per il suo impegno contro la mafia e la prostituzione e a favore degli emarginati della città di Modica. A Bologna è stato designato mons. Matteo Zuppi, 60 anni, da tempo dedito ai poveri ed ai barboni con la Comunità di Sant’Egidio a Roma. Ambedue le località sono tradizionali sedi cardinalizie: papa Francesco aumenterà dunque i suoi «alleati» nel collegio dei suoi collaboratori diretti. Il 6 novembre, durante la messa che celebra ogni giorno alla Casa Santa Marta, il Papa ha manifestato la su tristezza perché «anche nella Chiesa ci sono alcuni che invece di servire, se ne servono; arrivisti, attaccati al denaro» (…) «la radicalità del Vangelo, l’invito di Gesù, è a servire, essere al servizio, dimenticarsi di se stessi». Martiri argentini. È iniziato a Rioja, in Argentina, il processo di beatificazione di mons. Enrico Angelelli, assassinato dalla dittatura militare il 4 agosto 1976 dopo un provocato incidente automobilistico. Nel luglio 2014, un processo si era concluso con la condanna di alcuni militari colpevoli di quell’assassinio. È noto che il futuro papa Francesco si era ripetutamente interessato dello svolgimento del processo penale e aveva presieduto nel 2006 la commemorazione dei trent’anni dalla morte di mons. Angelelli. La pratica di beatificazione del vescovo argentino segue quella, recentemente trasmessa a Roma, del prete francese Gabriele Longueville e del suo vicario, il francescano argentino Carlo Murias, assassinati due settimane prima del vescovo di Rioja. Da Lazzati a CL. L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Milano ha dato lo sfratto alla Fondazione Lazzati e all’Associazione Città dell’Uomo, due realtà ecclesiali figlie del Concilio e dell’onda lunga del Vaticano Il nella diocesi di Milano, che utilizzavano una palazzina nel Largo Corsia dei Servi. Il card. Martini aveva concesso gratuitamente la sede affinché vi venisse coltivata la memoria e l’eredità storica di Giuseppe Lazzati (1909-1986), rettore dell’Università Cattolica e tra gli esponenti più significativi del cattolicesimo democratico postconciliare. L’Associazione Città dell’uomo venne fondata nel 1985 da Lazzati avendo come scopo di «educare alla politica» e da allora ha


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svolto una intensa e regolare attività di promozione culturale, anche con la rivista mensile «Appunti di cultura e politica», attualmente stampata dalla Editrice Morcelliana di Brescia. Il motivo dello sfratto è pretestuoso (e poco allineato con la predicazione dell’attuale papa): si trattava di pagare un affitto, che l’associazione non era in grado di fare. Lo pagherà invece Comunione e liberazione, che vi subentra con un centro culturale avente l’intento (promette il presidente) «di donare alla città un ancora più grande servizio alla cultura» (notizia di «Adista» del 14 novembre). C’è cultura e cultura, insomma… Corridoi umanitari. Trentacinque vescovi e leader religiosi provenienti da 20 Paesi si sono riuniti in a Monaco di Baviera lo scorso 29 ottobre per ragionare insieme attorno al dramma dell’emergenza profughi e sul ruolo che le Chiese possono ricoprire nei processi di gestione, chiedendo con forza la creazione di passaggi di sicurezza – detti «corridoi umanitari» – lungo i quali far transitare i migranti, favorendo i movimenti di tanti disperati in fuga. Una misura simile è in via di attuazione, promossa dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a partire dalla Tunisia. Strabismo mediatico. Grande spreco di parole, carta e inchiostro ha avuto, alla vigilia della apertura del secondo Sinodo sulla famiglia, la esternazione di mons. Krzysztof Charamsa (già studente a Lugano, membro della Congregazione della dottrina della fede e professore in università romane), che ha «pubblicizzato» la sua omosessualità, felicemente praticata con un giovane catalano. Ogni vicenda umana merita rispetto, ma altrettanto non ne ha dimostrato l’ex monsignore polacco, da tempo vivendo nella falsità verso la sua Chiesa e gli studenti a lui affidati, incassando un regolare stipendio per il suo «servizio». I media hanno per contro completamente ignorato (anche quelli che si vogliono seri) l’importante momento di incontro promosso a Roma dalla Rete globale di cattolici arcobaleno, svoltosi sabato 3 ottobre, dal titolo «The ways of love (Le strade dell’amore). Istantanee di incontri cattolici con le persone Lgtb e le loro famiglie». Il convegno ha proposto testimonianze di cura pastorale e di inclusione per persone omosessuali, bisessuali e

Le donne: tra i poveri, le più povere In occasione della visita di papa Francesco negli Stati Uniti, la teologa benedettina Joan Chittister gli ha scritto una lettera aperta per attirare la sua attenzione «su due questioni». Ecco il testo pubblicato da «Adista» del 10 ottobre. «La prima riguarda la miseria su cui richiami incessantemente la nostra attenzione. Tu ci impedisci di dimenticare la disumanità delle periferie ovunque nel mondo, i senzatetto, gli sfruttati, i malpagati, gli schiavi, i migranti, i vulnerabili e coloro che sono invisibili ai potenti di oggi. Tu rendi visibile al mondo ciò che abbiamo dimenticato. Ci chiami a fare di più, a fare qualcosa, a dare lavoro, cibo, casa, educazione, voce e visibilità che conferiscono dignità e pieno sviluppo. Ma c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari dirittransessuali, già presenti nella Chiesa cattolica. L’incontro è stato moderato dalla giornalista RAI Gabriella Caramore e tra gli ospiti meritava almeno una segnalazione Mary McAleese, già presidente della Repubblica d’Irlanda tra il 1997 e il 2011, certamente più nota del monsignore polacco già finito nel dimenticatoio degli scoop. Fine di un «Regno». Dieci fitte pagine di stupore e 111 dichiarazioni di solidarietà per deprecare la chiusura della rivista bolognese «Il Regno», decisa per la fine 2015. Ma anche stupore che la Chiesa cattolica italiana, malgrado i milioni incassati grazie all’8 per mille, e neppure il Vaticano con i fondi dello IOR, non siano in grado di mantenere un indispensabile strumento di informazione e di libero dibattito. Agli abbonati delusi e orfani «Dialoghi» consiglia di abbonarsi al mensile «Confronti» (Via Firenze 38, 00184 Roma; www.confronti.net) o al notiziario di «Adista» (Via Acciaioli 7, 00186 Roma, www.adista.it) che continuano la buona battaglia per l’opinione pubblica nella Chiesa italiana. Finanza protestante. Nel 1975 i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese diedero vita a Oikocredit,

ti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale: per poche donne al mondo vale lo stesso. Gli uomini danno per scontata l’educazione: poche donne nel mondo possono farlo. Gli uomini possono raggiungere posizioni di potere e autorità fuori casa: poche donne al mondo possono sperarlo. Gli uomini hanno diritto di proprietà; la maggior parte delle donne si vedono negate queste cose dalla legge, dal costume, dalle tradizioni religiose. Le donne sono regolarmente trattate come oggetti, picchiate, violentare e ridotte in schiavitù semplicemente per il fatto di essere donne. E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – dalle loro Chiese, compresa la nostra, come non fossero esseri umani in pienezza e autentiche discepole. È impossibile, Santo Padre, fare sul serio qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o niente per le donne. (…) Fino ad allora, Santo Padre, niente potrà davvero cambiare per i loro figli affamati e nelle loro disumane condizioni di vita». un sistema di finanziamento internazionale pensato per gestire parte dei capitali delle Chiese membri del CEE. Si trattava allora di aiutare le Chiese sconvolte dal conflitto in Vietnam, e quelle impegnate in Sud Africa a combattere l’apartheid. Oikocredit ha compiuto 40 anni, non è più alle dirette dipendenze del CEE, ma è comunque legato alle comunità religiose che lo hanno ideato. È divenuto uno dei maggiori attori di microfinanza presenti sullo scenario globale, impegnato in particolar modo nella promozione del ruolo delle donne nella società e nello sviluppo delle zone rurali del pianeta. Negli ultimi anni ha sostenuto progetti a favore delle donne in India, per insegnar loro a gestire meglio la rete idrica, in Uganda per selezionare le migliori qualità di semi delle varie colture, il rafforzamento delle capacità imprenditoriali e tecniche per garantire un futuro di autonomia e non di mera sussidiarietà ai beneficiari. In anni in cui le banche non erogano crediti nel timore che non rientrino i capitali prestati, Oikocredit vanta il 100% dei prestiti rimborsati, un record che garantisce la solidità e il buon funzionamento del sistema nonostante la maggior parte dei fondi vengano destinati all’agricoltura,


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in cui solitamente la percentuale di rientro è molto bassa. La Germania, l’Olanda, gli Stati Uniti, l’Austria e la Svizzera sono i Paesi maggiori investitori all’interno di Oikocredit. Nella sola Svizzera romanda si contano 670 finanziatori, quasi tutti rappresentanti di comunità religiose. Chiesa italiana. La secolarizzazione in Italia prosegue e si sente poco, finora, l’effetto Francesco constatato in altri Paesi. Secondo i dati dell’ultimo «Rapporto» curato da Critica liberale («Adista» del 17 ottobre), i battezzati cattolici, che erano nel 1994 il 92% dei nati, erano nel 2013 scesi all’80% (ma occorre considerare le variazioni causate dal pluralismo religioso, a seguito dell’immigrazione). Diminuiscono ovviamente anche prime comunioni e le cresime, ma specialmente i matrimoni religiosi, che dal 1994 al 2013 sono calati del 52,7%, passando da 291mila del 1994 a 194mila del 2013. Aumentano i matrimoni civili, cresciuti del 48%, cioè da 55mila del 1994 agli 82mila del 2013. Altro indicatore importante del processo di secolarizzazione dell’Italia è la frequenza dell’ora di religione cattolica nella scuola pubblica: in 19 anni, dal 1994 al 2013, la percentuale media nazionale degli studenti che hanno scelto di non frequentare l’IRE nella scuola pubblica è più che raddoppiata, passando da 500mila di inizio periodo (5,6%) al milione per l’ultimo anno analizzato (11,5%). Le percentuali, tutte raddoppiate nel ventennio preso in esame, aumentano progressivamente con l’età. Nell’ultimo anno scolastico preso in considerazione, il 2013-2014, nella scuola dell’infanzia è il 7,7% degli alunni a non seguire l’ora di religione, il 9,2% alle elementari, l’9,8% nelle medie, il 18% nelle superiori, percentuali maggiori nel Nord Italia (senza tuttavia raggiungere il quasi abbandono generale delle scuole superiori in Ticino). Diminui­ scono anche le iscrizioni alle scuole cattoliche – dal 16% del 1996 al 14% del 2013 del totale degli allievi italiani – e il personale ecclesiastico: i preti diocesani passano da 56.708 del 1994 a 47.560 del 2013, le nuove ordinazioni risultano calate da 512 del 1994 a 376 del 2013. I religiosi sono scesi da 4.371 a 3.471, le religiose da 119.625 a 84.443. Se le pratiche religiose sono in calo, aumenta però la presenza di istituzioni cattoliche, specie nel sociale, probabilmente anche in ragione di una presenza ormai piuttosto consistente di immigrati: crescono gli isti-

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tuti di assistenza (6.299), gli ospedali e le case di cura (1.654), i consultori, i nidi d’infanzia, i centri di assisten­za alla vita (355 nel 2014). Perché lasciano la Chiesa. In una inchiesta condotta dal Pew Research Center su trentamila adulti intervistati in 19 Paesi dell’America latina per accertare le motivazioni dell’abbandono della Chiesa cattolica, alla domanda «per quale ragione importante non siete più cattolici», l’81% risponde di ricercare una relazione personale con Dio, il 69% manifesta apprezzamento per le celebrazioni nelle nuove Chiese, il 60% il desiderio di una morale più severa, il 59% perché le nuove Chiese aiutano di più i loro membri, il 58% a causa dell’impegno sociale delle nuove Chiese, il 20% per problemi personali, il 14% perché spera di migliorare la propria situazione finanziaria, il 9% dopo un matrimonio con un partner non cattolico. Secondo la stessa fonte, i cattolici nell’America latina nel periodo 1910 – 2014 sono diminuiti dal 94 al 69%, i protestanti sono attualmente il 19% e i senza-religione l’8% («Il Regno-Attualità», n. 22-2014). Intercomunione. Nella sua visita alla chiesa luterana di Roma, il 15 novembre, è stata posta a papa Francesco una domanda sull’impossibilità della comunione comune tra un coniuge cattolico e un altro cristiano (la cosiddetta intercomunione). Papa Bertoglio si è posto la domanda: «La Cena del Signore è il fine o è il viatico? Lascio la domanda ai teologi». Ma poco dopo si è dato una risposta: «“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, ha detto il Signore. “Fate questo in memoria di me”, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare». E ha consigliato di seguire la coscienza: «Vedete voi… È un problema a cui ognuno deve rispondere». Ma qual è la differenza tra le varie celebrazioni, cattoliche e cristiane? «Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni… La vita è più grande delle spiegazioni e delle interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: “Una fede, un battesimo, un Signore”, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più». I Vescovi, nelle conclusioni del Sinodo sulla famiglia, dicono che «la condivisione dell’Eucarestia non può essere che eccezionale» (72). Papa Francesco è più misericordioso…

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In questo numero Dossier G I migranti due volte vittime (C.S.) G migranti economici: una realtà che giudichiamo senza conoscere (P. Veglio) G quando i migranti eravamo noi (P. Baroni) G l’esperienza di losone (B. Gianetti)

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Articoli G ricordo di don emilio conrad (E.M.) 7 G la chiesa cattolica «famiglia di famiglie?» (E. Borghi) 9 G diario del sinodo (L. Sandri) 11 G per la riforma della chiesa (M. Sartorio) 12 G l’esperienza di una donna al sinodo dei vescovi (L. Scaraffia) 13 G notizie belle e buone G parole di papa G religioni nel mondo G cronaca svizzera G vignetta (in)sostenibile G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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