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238 dialoghi di riflessione cristiana BIMESTRALE

Benvenuti! Come uomini, come cristiani, come svizzeri e come ticinesi, di fronte agli sbarchi di donne uomini e bambini sulle coste del Mediterraneo, alla processione di donne, uomini e bambini accampati lungo i binari, noi abbiamo una sola parola da dire: benvenuti! Come uomini, se appena cerchiamo di risalire nella linea dei progenitori (e senza necessariamente arrivare al momento in cui lasciarono gli alberi per correre nelle savane) e scopriamo l’origine di una parte dei nostri cromosomi; come cristiani che ricordano la richiesta che tutti ci aspetta («Ero straniero e mi avete accolto»); come ticinesi che conoscono le emigrazioni dell’Ottocento e del primo Novecento; come svizzeri che hanno accolto gli esuli liberali nell’Ottocento, gli ungheresi e i vietnamiti anticomunisti

nel Novecento, senza dimenticare la vergogna di aver apposto la tragica «J» sui passaporti di chi fuggiva ai campi nazisti della morte («la barca è piena!»). Abbiamo detto «benvenuti» a centinaia di migliaia di giovani, uomini e donne, venuti a lavorare nelle nostre fabbriche, sui cantieri di montagna (a Mattmark!), a scavare le gallerie ferroviarie e autostradali, contribuendo a creare la ricchezza e il benessere di cui godiamo. «Benvenuti» diciamo anche agli «undici» (e al loro mister, Petrovic) che evitano alla nazionale di calcio troppo frequenti «marignano», e ai quattro quinti dell’équipe di tennis che hanno difeso la nostra permanenza in Coppa Davis. Infine, ma non da ultimo, ringraziamo per il «benvenuto» con il quale avete

accolto e ancora oggi accogliete i ticinesi e gli svizzeri tuttora emigranti, non perché perseguitati ma in cerca di lavoro e persino fortuna (sono attualmente 700 mila gli svizzeri che abitano e lavorano fuori della Confederazione!). Quindi, tutti benvenuti. Certo, nel rispetto delle regole e dei nostri costumi (anche, se possibile, delle nostre manie di beneducati). Cercate di non disturbare troppo la sera, evitate di buttate i mozziconi di sigaretta per terra. Ma benvenuti a curare i nostri anziani, a permettere di funzionare ai nostri magnifici ospedali, ad assicurare la sopravvivenza demografica alla Svizzera e all’Europa, in calo di nascite da anni, e che avrà sempre più bisogno di nuovi venuti. DIALOGHI

NZZ am Sonntag, 6.9.2015

Locarno – Anno 47 – Ottobre 2015


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Dal COP21, la ventunesima Conference of the Parties, «Paris 2015», che riunirà a Parigi quarantamila partecipanti per una decina di giorni a partire dal 30 novembre, si attendono importanti decisioni. Giustamente, anche perché sarà una delle ultime, se non l’ultima occasione, per (come proclama il sito della manifestazione) «achieve a universal climate agreement», un accordo internazionale sul clima vincolante per tutte le nazioni del mondo, con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Con lo scopo, se non di evitare – perché è già tardi – almeno di ridurre l’impatto delle conseguenze che avrà il

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cambiamento climatico e, in parallelo, trovare vie per adattarsi, col danno minore, a una nuova realtà. «Dialoghi» dedica il dossier di questo numero al problema del clima, nella persuasione che molto rimanga ancora da fare per convincere l’uomo della strada (contro lo scetticismo alimentato ad arte da concreti interessi) che è una buona battaglia quella che occorre combattere. Ci impegna a questo anche l’ultima enciclica di Papa Francesco, intitolata al «Cantico di Frate Sole» di San Francesco: un inno al Creatore che finora si studiava come un testo letterario e ora si legge come un impegno affidato agli uomini di buona volontà.

Un’importante collezione di dati sul clima accerta la qualità e l’urgenza degli obiettivi In una vignetta pubblicata su USA Today nei giorni di un precedente summit climatico, quello di Copenhagen, si rappresentava il relatore davanti a una slide elencante i vantaggi di un’azione congiunta contro il riscaldamento globale (sostenibilità, città vivibili, acqua pulita e aria pura, nuove opportunità di lavoro, bambini sani, indipendenza energetica, eccetera), opposto a una voce del pubblico: «E se fosse tutto quanto una beffa? Se ci affannassimo a creare un mondo migliore per niente?» Chi si esprimeva così era uno «scettico climatico» o, più correttamente, un negazionista: perché lo scetticismo fa parte della scienza mentre un tale atteggiamento è ideologia bell’e buona. La scienza del cambiamento climatico – come oggi si preferisce chiamarlo, invece che «riscaldamento globale», proprio per sottolineare che si tratta non solo di aumento della temperatura ma soprattutto delle sue gravissime conseguenze per tutta l’umanità – fa valere le sue misurazioni, i suoi calcoli, i suoi modelli matematici: non un’opinione. È dalle misurazioni, dai calcoli, dai modelli matematici sempre più perfezionati che scaturisce il messaggio forte: il riscaldamento è reale ed è provocato in gran parte dalle attività umane. Senza interventi incisivi e rapidi, senza un drastico cambiamento di rotta, conseguenze drammatiche non tarderanno a manifestarsi. Non saranno per domani né per dopodomani ma saranno realtà tra venti o cinquant’anni; non toccheranno noi personalmente ma di certo i nostri figli, i nostri nipoti, il nostro futuro prossimo. Non si tratta di catastrofismo: la moderna scienza del clima

di Marco Martucci

vuole capire, mostrare e, soprattutto, proporre e aiutare a trovare soluzioni. Che cos’è «l’effetto-serra» I mutamenti climatici sono un problema di inquinamento atmosferico, dovuto ai gas-serra (vapore acqueo, diossido di carbonio CO2, metano CH4) che intrappolano il calore che la Terra riceve dal Sole, impedendogli di disperdersi nello spazio. È vero che senza l’effetto-serra la Terra sarebbe notevolmente più fredda e la vita sul nostro pianeta sarebbe perciò più difficile. Ma è vero anche il contrario: l’aumento dei gas-serra fa salire la temperatura in modo pericoloso. Si tratta dunque di un equilibrio delicatissimo che l’umanità ha rotto da quando, poco più di un secolo fa, si sono iniziati a bruciare sempre crescenti quantità di combustibili fossili: derivati del petrolio, carbone, gas naturale, depositati durante milioni di anni, liberando nell’atmosfera ingenti volumi di CO2 e CH4. Dalla Rivoluzione industriale nel XVIII secolo, la quantità di gas-serra nell’atmosfera è aumentata di continuo. Le prime misurazioni sistematiche della concentrazione atmosferica di CO2 sono iniziate nel 1958 sulla vetta del Mauna Loa alle Hawaii: lontano dunque da fonti di emissione locali. Il valore risultava aumentato da 316 parti per milione in volume (ppmv) di allora alle 400 ppmv di oggi. Può parer poco, ma l’incremento è di oltre il 25 per cento. Le maggiori fonti di gas

CO2 sono costituite, per quattro quinti, dalla combustione di combustibili fossili, per il resto gioca principalmente la deforestazione. La perdita di superfici boschive nel 2014 corrisponde a due volte la superficie del Portogallo, oppure alla superficie della Cambogia o della Siria: in totale 18 milioni di ettari (180.000 kmq). In un secolo abbiamo immesso nell’atmosfera più carbonio di quanto ne sia stato prodotto durante i cicli glaciali e interglaciali naturali in migliaia di anni, le concentrazioni dei due gas-serra più importanti non sono mai state così elevate durante almeno l’ultimo milione di anni. Lo rivelano ricerche effettuate, fra l’altro, su campioni di aria intrappolata in ghiacci antichissimi. Dal 1880 la temperatura media alla superficie terrestre è aumentata di 0,85°C; il riscaldamento delle acque oceaniche ha determinato un aumento del livello del mare di 20 cm, una diminuzione del 40% dei ghiacci artici e un aumento di eventi meteorologici estremi. Una presa di coscienza progressiva La consapevolezza del cambiamento climatico non è avvenuta di colpo, e ancora oggi vi è chi dubita: se non della tendenza all’aumento della temperatura, verificabile da chiunque osservi, per esempio, il ritiro dei ghiacciai alpini, delle cause di questo aumento. Di «riscaldamento globale» si parla da poco più d’un secolo, da quando, nel 1896, il chimico svedese Svante Arrhenius, confermato poco dopo dal geologo statunitense Thomas Chamberlin, calcolò che l’influsso delle attività umane, con l’immissione di CO2 nell’atmosfera, è in grado di au-


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mentare la temperatura terrestre. Le loro ricerche erano mirate al clima del passato, alla comprensione delle grandi glaciazioni. Ma altre cause, come l’attività solare, le eruzioni vulcaniche, l’orbita terrestre, incidono pure sul clima del nostro Pianeta. Ci volle tempo per capire che anche i nostri comportamenti vi avevano un peso, altrettanto se non più importante. Da allora la ricerca ha offerto una mole sempre crescente di dati, la comprensione dei modelli di circolazione delle acque oceaniche e dell’atmosfera si è perfezionata. Ma è stato solo verso la fine degli anni Ottanta del Novecento che la realtà di un mutamento climatico in rapida evoluzione è diventata un’evidenza. Nella formazione di una coscienza planetaria sensibile anche agli aspetti climatici un grande ruolo è stato svolto dai media: stampa scritta, radio e televisione, cinema. Pensiamo al documentario An Inconvenient Truth del 2006 (Una scomoda verità) con Al Gore o al film Avatar di James Cameron del 2009. L’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, fu creato nel 1988 come emanazione dell’ONU dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale WMO e dall’United Nations Environmental Panel. L’IPCC non conduce direttamente ricerche scientifiche indipendenti ma riunisce tutti i risultati delle ricerche pubblicati mondialmente. Finora, l’IPCC ha prodotto cinque rapporti principali, il più recente nel 2013/14. Un deciso apporto alla teoria del cambiamento climatico e alle sue cause antropiche è stato il Rapporto coordinato da Sir Nicholas Stern The Economics of Climate Change, commissionato dal governo britannico e pubblicato nel 2006. Nel rapporto si afferma che, in assenza di ogni azione, l’impatto del cambiamento climatico sarebbe costato ogni anno fra il 5 e il 20 per cento del PIL mondiale, mentre con la riduzione dei gas-serra sarebbe stato dell’ordine dell’uno per cento: valore che Stern, un paio d’anni dopo, corresse in un due per cento. Il messaggio comunque è chiaro: i costi per riparare i danni, anche solo economici, cioè senza contare le vittime umane, risultano più alti degli investimenti richiesti per la prevenzione. Investire in nuove tecnologie, nella ricerca di nuove fonti energetiche, negli adattamenti al cambiamento climatico non solo costa meno: migliora la qualità di vita e può essere addirittura redditizio economicamente. Per dirla come

nella vignetta di «USA Today»: fosse anche tutto falso avremmo almeno costruito un mondo migliore: niente male come risultato. Riassumendo, l’attuale consenso sul cambiamento climatico e sulle sue cause antropiche è il risultato di diversi apporti: la scienza del cambiamento climatico soprattutto dalla metà degli anni Sessanta, il notevole aumento della temperatura globale a partire dalla fine degli anni Ottanta, le nuove conoscenze sul rapporto fra climi del passato e la concentrazione di CO2, la rapida evoluzione dei supercomputer nella produzione di modelli climatici, lo sviluppo di una coscienza ambientale a livello planetario, la presenza dei media nel dibattito intorno ai cambiamenti climatici, l’interesse per il tema da parte di politici, medici ed economisti. Quando si dice che il cambiamento climatico è una teoria scientifica si può essere fraintesi e qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una costruzione senza basi reali. In verità la teoria scientifica si costruisce con il metodo scientifico, che non è un credo o un insieme di opinioni personali bensì (non ci si stancherà mai di rammentarlo!) un lavoro svolto con l’osservazione, la misurazione, da cui estrapolare le teorie che vengono costantemente messe in discussione e per le quali vale sempre la prova dei fatti. Il dibattito fra scienziati può dare l’impressione, a chi non conosce il metodo della scienza, nato con Galilei, di una grande confusione. C’è chi pensa che se neppure gli scienziati sono d’accordo fra loro, come potremmo noi, cittadini o politici, prendere le giuste decisioni? Anche se il dubbio è connaturato alla scienza, c’è sempre più consenso fra gli specialisti sulla realtà dei mutamenti climatici in atto e sulle loro cause. Possibili conseguenze del cambiamento climatico Quel che tutti vorremmo sapere è ciò che ci riserva il futuro. Tutto, dai trasporti all’agricoltura, dal turismo alle comunicazioni, alla salute, dipende in grande misura dal tempo meteorologico. Case, strade, ferrovie, aeroporti, uffici, treni, automobili sono progettati tenendo conto del clima locale, al quale la nostra specie ha saputo adattarsi con successo. A nuovi cambiamenti potremmo ancora reagire, ma molto dipende dall’entità e dalla qualità di questi cambiamenti. Per modellizzare il futuro mutamento climatico occorre

comprendere i principi fisici fondamentali del sistema-clima. Il rapporto 2013 di IPCC ha prodotto quattro nuovi scenari basati sulle emissioni, che tengono conto anche di modelli socio-economici che includono popolazione, uso del territorio, consumi energetici e diversi sviluppi regionali. I tre scenari basati sulle emissioni più realistiche dei prossimi 85 anni rivelano aumenti di temperatura, rispetto al periodo pre-industriale, che vanno da 2,8°C a 5,4°C per il 2100. Questi modelli prevedono anche, per la stessa data, un aumento dei livelli del mare fra 52 cm e 98 cm, a dipendenza delle emissioni. Il rapporto IPCC 2014 «Impatti, adattamento e vulnerabilità» passa in rassegna le possibili conseguenze del cambiamento climatico in differenti settori: l’approvvigionamento in acqua potabile, gli ecosistemi, gli oceani e le zone costiere, la sicurezza alimentare e la salute. L’impatto dipende in grande misura anche dalla situazione delle diverse regioni del pianeta, dalla loro vulnerabilità e capacità di adattarsi. Il valore di 2°C, posto come limite negli obiettivi del vertice di Parigi, è stato pensato nel 2005, in occasione di un congresso scientifico promosso dal governo britannico: più che un valore scientifico, ha un significato politico. Ma questi «magici» 2°C rappresentano una soglia, supportata scientificamente, oltre la quale il numero di persone toccate dal cambiamento climatico da effetti quali la scarsità d’acqua, la malaria, la fame e le inondazioni crescerebbe in maniera esponenziale. D’altra parte, stare sotto i 2°C di aumento non sarà facile. Il sistema-clima ha una grande inerzia e intervenire su di esso equivale a frenare un treno in corsa. Il cambiamento climatico avrà effetti sulla frequenza e sull’intensità di eventi quali siccità, inondazioni, ondate di calore e uragani. Le zone costiere saranno sempre più a rischio. Attualmente, un terzo della popolazione mondiale vive entro cento chilometri dalla costa e 13 delle 20 più grandi città del mondo sono direttamente sul mare. L’aumento della temperatura potrebbe favorire certe regioni ma penalizzarne altre, sconvolgendo equilibri geopolitici. Si prevedono una maggiore diffusione di malattie come la malaria, importanti mutamenti nella produzione agricola. Già entro i due gradi di aumento si prevedono forti impatti su ecosistemi particolarmente


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vulnerabili, come le regioni polari e le zone umide e l’intensificazione di eventi meteorologici estremi, che in parte sembrano già realtà. Fra i due e i tre gradi rischieranno di sparire le barriere coralline, vi saranno effetti su agricoltura, riserve d’acqua e salute. Oltre i quattro gradi di aumento, un quinto della popolazione mondiale dovrebbe abbandonare territori invasi dalle acque, per tre miliardi mancherebbe l’acqua potabile, la produzione agricola crollerebbe, ci sarebbero carestie, malnutrizione e conflitti, quelle che alcuni esperti chiamano «ecoguerre». Combattere le cause – Adattarsi ai cambiamenti Nessuno vuole arrivare a questo punto, naturalmente! Per risolvere questa emergenza planetaria occorrono soluzioni politiche, basate su accordi vin-

colanti e internazionali soprattutto per ridurre le emissioni di gas-serra. Nel contempo occorrerà studiare ogni possibilità per adattarsi a un cambiamento che ci sarà comunque, dovessimo pure eliminare ogni fonte di gas-serra da domani mattina. Non sarà un’impresa facile, anche perché le nazioni ricche e sviluppate reagiscono in modo diverso da quelle in crescita, come India e Cina, che vorrebbero pure loro svilupparsi. C’è chi ha parlato, a questo proposito, di green colonialism, cioè colonialismo verde: eticamente discutibile perché tenderebbe a imporre un certo modo di sviluppo alle nazioni meno ricche. Per risolvere il problema del cambiamento climatico occorre lavorare su due fronti: ridurre le emissioni di gas-serra e investire una cifra relativamente modesta – intorno al due per cento del PIL mondiale – per svilup-

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pare metodi che permettano non solo di ridurre queste emissioni ma anche di adattarsi a una nuova realtà che, in maggiore o minore misura, ci sarà. La popolazione mondiale (siamo sette miliardi oggi e saremo nove miliardi nel 2050) è in aumento e, con essa, crescono le emissioni di gas-serra, anche perché molte nazioni vorranno raggiungere il nostro livello di vita. Le soluzioni al problema del cambiamento climatico però esistono. Singole nazioni stanno già impegnandosi nella giusta direzione. Occorreranno trattati internazionali vincolanti ma, accanto a questi, strategie nuove circa le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, la riforestazione. Ne guadagneremo in aria pulita, acqua pura, suoli fertili, salute. Le tecniche vincenti esistono già, in futuro ne troveremo di nuove. Ma, soprattutto, abbiamo bisogno di guardare al mondo da una prospettiva nuova.

Francesco e la cura della casa comune È un’enciclica che guarda a Parigi? Curioso trovare un riferimento a un papa su una prestigiosa rivista scientifica o sul relativo sito; ancor più curioso che esso prenda la forma di quiz. Eppure sul sito di Nature incontriamo un test che propone di individuare – in una serie di affermazioni su mutamento climatico e politiche energetiche – quali siano tratte dall’enciclica Laudato si’ e quali da un testo recente dell’International Energy Agency. Per nulla facili le scelte cui si trova dinanzi chi scelga di cimentarsi in tale percorso: un chiaro segnale della novità di un documento magisteriale cattolico che su tali temi assume e valorizza con competenza lo stato dell’arte della relativa riflessione scientifica. Non appare casuale in tal senso che la presentazione ufficiale in Vaticano abbia visto tra i relatori Hans Joachim Schellnhuber, del Potsdam Institute for Climate Impact, collaboratore dell’IPCC. Non certo una presenza determinata da appartenenze confessionali: ciò che essa esprimeva era piuttosto la volontà di papa Francesco di evidenziare uno stile di positiva interazione col mondo delle scienze ambientali (e segnatamente della climatologia). Esso ha trovato espres-

di Simone Morandini*

sione soprattutto nel primo capitolo dell’enciclica: i contenuti e lo stesso stile rivelano un attento ascolto delle indicazioni della Pontificia Accademia delle Scienze, come strumenti indispensabili per comprendere «quello che sta accadendo alla nostra casa». Una ripresa così ampia in un testo di magistero autorevole come un’enciclica è assolutamente senza precedenti. Il testo dell’Enciclica, però, è ampio ed articolato e, per comprendere il senso della sua importante attenzione ai temi legati al clima, occorre accennarne alcuni elementi di quadro1. Un percorso tra i saperi… Tra i punti di forza della Laudato si’, che ha contribuito all’attenzione che sta riscuotendo, c’è però anche la sua forte caratterizzazione multidisciplinare. La cura di quella casa

1. Per un’introduzione più articolata: S. Morandini, Laudato si’. Un’enciclica per la terra, Cittadella, Assisi 2015.

comune che è l’ambiente e la gravità della crisi che lo investe esigono per papa Francesco una convocazione a tutto campo, che coinvolga un’ampia varietà di competenze e di riferimenti ideali: «tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità» (n. 14). Ciò si esprime nell’Enciclica in una ricca pluralità di riferimenti religiosi (all’ortodossia, al protestantesimo, all’ebraismo, all’Islam, oltre naturalmente alle diverse voci della comunità cattolica), ma anche nella varietà di approcci disciplinari presenti. L’attenzione per il discorso scientifico, la forte istanza di giustizia in ambito economico, la necessità di ripensare le forme della vita sociale oltre le aporie del modello consumistico: tutte componenti di quella che lo stesso Francesco definisce un’«ecologia integrale» (è il titolo del capitolo IV). Una sfida di complessità tale da lasciare sgomento chi comprenda la profondità delle radici culturali ed antropologiche della crisi (in tal senso il capitolo III), ma supportata anche da una radicale fiducia nella forza del cambiamento: «la speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre


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una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (n. 61). In questo contesto la stessa enciclica rivendica uno spazio per il discorso religioso e teologico: come contributo ad una ricerca che non può non avvalersi di tutti i saperi (una metodologia parziale rischierebbe una parzialità di comprensione, ma essa di fronte alla complessità ecologica rischia di essere distorcente). Tale esigenza, però, non viene formulata in termini polemici – quasi a riaprire vetuste forme di conflittualità tra fede e ragione – ma evocando invece colui dal quale il pontefice ha preso il nome: Francesco d’Assisi. Come osserva la Laudato si’: la sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e «li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione» (n. 11).

…per un’etica della cura e del cambiamento Da qui, dunque – a partire dall’esperienza della bellezza e della comunione col creato – si apre lo spazio per l’ampia riflessione etica e teologica del capitolo II, che sarà ripresa poi in prospettiva educativa nel VI. È un’approfondita ed innovativa rilettura della tradizione del cristianesimo occidentale, a superarne una comprensione inadeguata ed antropocentrica, per scoprirvi invece solide radici per un’etica relazionale della cura della terra. Essa, infatti, emerge al punto di intersezione tra la gratitudine per la bellezza del mondo e l’ascolto della sofferenza che lo abita – il grido dei poveri, così come il gemito della terra (nn. 1-2)2. Si parla così di cura per i singoli viventi, ma anche per specie ed ecosistemi (nn. 36-37): realtà dotate di valore proprio (n. 69) irriducibile alla mera utilità per gli umani. È un’ac-

2. È un riferimento – pur senza nominarlo – al pensiero del teologo brasiliano Leonardo Boff.

centuazione che evidenzia alcuni nodi problematici e chiede probabilmente anche di rivedere determinate scelte teologiche, visto che in molti ambiti formativi la considerazione della crea­ zione è ridotta a capitolo secondario dell’antropologia. L’enciclica, invece, domanda di ripensare il nostro rapporto con la terra, per evitare quelle forme di «antropocentrismo dispotico» (n. 68) che mettono al centro solo l’uomo, quale dominatore della terra, disinteressandosi delle altre creature. È, anzi, la stessa identità umana che va ritrovata in relazione alla terra, in un rapporto di interdipendenza con il creato, «in relazione alle altre creature» (n. 87); va ricollocata in un mondo sperimentato come creazione, come dono che scaturisce dalla mano del Padre di tutti, per il quale ogni creatura è oggetto di tenerezza (cf. n. 77). Bella anche la predicazione delle «virtù ecologiche» (n. 88), tema mai trovato con tale forza in testi magisteriali, e l’invito a trasfondere tutto questo in percorsi di formazione: parrocchie, comunità ecclesiali, scuola… Tale istanza si raccoglie intorno alla categoria di conversione ecologica (nn. 216-221) – non certo per invitare gli interlocutori a modificare i propri riferimenti ideali o religiosi, ma per coinvolgere tutti in una comune, convergente trasformazione, orientata alla custodia della casa comune. Essa domanda un radicale rinnovamento di stili di vita personali e comunitari, così come delle forme sociali ed economiche, ma rimanda pure ad una dimensione culturale, di profonda rimodulazione degli immaginari. Si tratta cioè di superare un unilaterale orientamento al consumo, per ritrovare una sapienza capace di gustare la bellezza – quella della natura, quella dei beni culturali, quella delle relazioni (cap. VI). Il clima come bene comune Grande attesa c’era nell’opinione pubblica per una presa di posizione sul tema del clima e proprio in relazione ad esso si era scatenato il fuoco di sbarramento preventivo della destra religiosa americana. Prima ancora della pubblicazione dell’enciclica, anzi, il candidato repubblicano Jeb Bush aveva platealmente invitato Francesco ad occuparsi d’altro. Il testo delude, però, tali aspettative minimaliste: la sezione dedicata al tema è compatta (nn. 2326) ma forte e chiara e rimanda a riferimenti presenti anche in altre sezioni del testo. Del clima si parla come di un

«bene comune» (n. 23) dell’umanità, che come tale va custodito, mentre i cambiamenti climatici vengono affrontati come «un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (n. 25). Nessun cedimento, dunque, allo scetticismo negazionista, più volte purtroppo risuonato anche in alcune aree del mondo cattolico. Non è qui in gioco semplicemente il riferimento al principio di precauzione, pure citato dall’Enciclica (n. 186); essa fa pienamente suo il riconoscimento di una dinamica climatica in atto. «Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23), cui contribuisce in modo significativo l’agire umano. Nitida anche la percezione della complessità delle relative conseguenze: in relazione agli oceani si sottolinea, ad esempio, che l’inquinamento prodotto dall’anidride carbonica aumenta l’acidità degli ocea­ ni e compromette la catena alimentare marina. Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi. L’innalzamento del livello del mare, ad esempio, può creare situazioni di estrema gravità se si tiene conto che un quarto della popolazione mondiale vive in riva al mare o molto vicino ad esso, e la maggior parte delle megalopoli sono situate in zone costiere (n. 24).

I mutamenti climatici, dunque, modificano spazi, ecosistemi e vivibilità, dando origine a «migrazioni di animali e vegetali», ma determinando soprattutto «l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale» (n. 25). Tante componenti che disegnano una grave polidimensionale minaccia che il mutamento climatico pone sulle future generazioni, ma che già impatta quella presente. Per di più gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali (n. 25).


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Superare l’economia fossile Chiara, quindi, l’indicazione: «È diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile» (n. 26). Tale invito a superare l’economia fossile sarà pure ripreso nel cap. V: «La tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio» (n. 165). L’istanza si indirizza all’intera comunità internazionale, ma interessa in primo luogo i Paesi più industrializzati: quelli più bisognosi avranno difficoltà maggiori a promuovere efficaci modelli di riduzione dell’impatto ambientale (n. 52); il modello della responsabilità comune ma differenziata è ben presente nell’enciclica (nn. 52.170). Urgono, dunque, accordi internazionali che prevedano tra l’altro efficaci meccanismi di trasferimento delle tecnologie a basso impatto ambientale; è una scelta che ottimizzerebbe i costi di contenimento delle emissioni, ma soprattutto «una decisione etica, fondata sulla solidarietà tra tutti i popoli» (n. 172). Un senso di urgenza A fronte di tali istanze e della loro urgenza, la Laudato si’ rivela una forte insoddisfazione per la lentezza della comunità internazionale nel ricercare accordi per mitigare il fenomeno: «i progressi sono deplorevolmente molto scarsi» (n. 169). Francesco, del resto, seguiva con attenzione lo svolgersi delle relative dinamiche: già alla COP XX papa Francesco aveva indirizzato un messaggio, forte ed esigente. Ancor più nitido l’intervento del Segretario di Stato, cardinal Parolin al summit ONU sul clima del settembre 2014: condannando i comportamenti da freeriders di alcuni soggetti nazionali egli aveva sottolineato che gli Stati hanno una responsabilità comune di proteggere il clima mondiale attraverso azioni di mitigazione, di

adattamento e di condivisione delle tecnologie e del «know-how». Ma hanno soprattutto una responsabilità condivisa di proteggere il nostro pianeta e la famiglia umana, assicurando alla generazione presente e a quelle future la possibilità di vivere in un ambiente sicuro e degno.

Ci si può chiedere, quindi, se proprio l’importanza della scadenza della XXI Conferenza delle Parti – Parigi, dal 30 novembre al 15 dicembre 2015 – non abbia contribuito ad accelerare i tempi di pubblicazione dell’Enciclica (la cui forza avrebbe forse invece tratto giovamento da un più ampio lavoro di editing e di armonizzazione). Non appare casuale, in tal senso, che subito dopo l’uscita della Laudato si’ i contenuti relativi al riscaldamento globale siano stato rilanciati in rete in forma di appello, promosso da diversi soggetti della società civile, ed indirizzato «ai Capi di Stato e di Governo dei Paesi partecipanti alla XXI Conferenza Internazionale sul Cambiamento Climatico». Aree d’azione Francesco non è ingenuo: egli sa bene che non basta formulare un’esigenza morale perché essa si traduca in pratiche politiche. Occorre un’azione a vasto raggio, con l’avvio di «cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano» (n. 23). Si pensi, in tal senso alla produzione di rifiuti, che danneggia la salute umana e gli ecosistemi; quasi un’icona di una «cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura» (n. 22). Non è soltanto di una questione di comportamenti individuali: è in primo luogo il sistema industriale che «non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie» fino a disegnare «un modello circolare di produzione» (n. 22). Abbiamo qui l’esplicito riferimento ad un paradigma importante per l’economia ecologica contemporanea, paragonato da Francesco al «funzionamento degli ecosistemi naturali»: «le piante

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sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali» (n. 22). È l’indicazione di un importante possibile contributo positivo dell’economia e della tecnica in ordine alla sostenibilità, ma non basta: il problema è ampio, etico, politico, culturale. Proprio il mancato riconoscimento di tale polidimensionalità è, del resto, anche alla base di quelle posizioni che incolpano «l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni», legittimando così «l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo» (n. 50). Conclusioni Non è certo per la presenza di soluzioni originali da un punto di vista tecnico o economico in ordine alla sostenibilità climatica che si segnala l’enciclica. Quella che risuona in Laudato si’ è soprattutto la forza di una testimonianza morale alta, mossa da un forte amore per il creato, intrecciato con una passione per la giustizia e i poveri. Proprio per questo, però, essa trova un ascolto così attento da parte di una società civile internazionale che vi coglie il richiamo a valori fondamentali condivisi – quelli che mobilitano tanti per la cura della terra, ma che talvolta restano come soffocati nella tecnicità dei negoziati internazionali. È il segno della possibilità di una interazione feconda tra linguaggi così diversi, eppure decisamente convergenti; un segno che può forse aprire nuove possibilità anche per la COP XXI di Parigi. * Simone Morandini opera alla Fondazione Lanza (Centro Studi in Etica) e alla Facoltà Teologica del Triveneto. La pubblicazione di questo articolo si deve alla cortesia della redazione di «Equilibri. Rivista per lo sviluppo sostenibile», che lo pubblica sul n. 2, 2015, pp. 239-246.

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L’impegno della Svizzera? A corrente alternata Kyoto, Lima e ora Parigi: tre capitali che hanno segnato (o stanno per farlo) con il loro nome una tappa importante nella politica climatica mondiale. Purtroppo finora l’esigenza di agire tempestivamente con misure vincolanti per evitare il peggio1 è passata in secondo piano, vittima degli interessi di alcuni singoli stati, poco propensi a limitare le proprie attività inquinanti. Non resta che sperare che a Parigi, questa volta, dove avrà luogo la XXI Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (dal 29 novembre al 13 dicembre), tutti si assumano le proprie responsabilità e che l’accordo sul clima che ne uscirà, vincolante dal 2020, sia davvero efficace per limitare i mutamenti climatici ormai in atto sul nostro pianeta. Dall’era preindustriale infatti, la temperatura media globale è aumentata di 0,85 gradi Celsius, un fenomeno causato dai gas serra generati dalle attività antropiche, soprattutto dall’utilizzo di energie fossili. Il riscaldamento climatico modifica in modo notevole l’ambiente e si ripercuote anche su tutti gli esseri umani. A livello di conseguenze, però, sono soprattutto le popolazioni dei paesi del Sud a essere maggiormente colpite, sebbene storicamente vi abbiano contribuito di meno. Giungere a un accordo ambizioso e giusto è necessario, oltre che doveroso: catastrofi come il tifone Hayian – che seminò morte e distruzione nelle Filippine nel 2013 – ce lo ricordano. Per questo motivo, gli stati stanno intensificando i propri sforzi al fine di ridurre le emissioni di gas serra.

1. Nel 2010 i governi del G8 si sono accordati su un obiettivo a lungo termine: mantenere il riscaldamento climatico al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli preindustriali. L’obiettivo è basato sui lavori del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), che dovrebbe consentire di prevenire le conseguenze peggiori dei cambiamenti climatici, ovvero un aumento di oltre due gradi della temperatura globale, che secondo gli esperti provocherebbe la scomparsa fra i flutti di milioni di km2 di coste e di isole a livello planetario.

La difficile ricerca di un compromesso Il Protocollo di Kyoto è stato un trattato importante: ha segnato una svolta, ma decisamente insufficiente per contenere i cambiamenti climatici in atto. Di natura volontaria, è stato sottoscritto l’11 dicembre 1997 ed è entrato in vigore solo il 16 febbraio 2005, grazie alla sua ratifica anche da parte della Russia. Al termine del suo periodo di validità, le discussioni si sono incentrate sul post-Protocollo di Kyoto, tuttora in vigore. Ma che succederà dopo il 2020? I progressi nel cammino verso una nuova intesa di Federica Mauri*

climatica a livello internazionale sono tristemente naufragati ai piedi della sirenetta di Copenaghen, che nel 2009 nulla ha potuto contro i voleri contrapposti dei vari Paesi. L’ultima conferenza, tenutasi a Lima nel dicembre 2014, ha perlomeno avuto il pregio di concludersi con un impegno di tutti i partecipanti a indicare i propri obiettivi in materia di politica climatica. Finora però solo una cinquantina di Paesi (compresi i 28 dell’UE) hanno già ufficializzato i loro impegni. Questi Stati (Svizzera compresa) rappresentano il 58,1 percento delle emissioni globali attuali. L’Australia ha ad esempio annunciato una riduzione compresa tra il 26 e il 28 percento, entro il 2030, rispetto al livello registrato nel 2005. Anche il Giappone ha puntato a un 26 percento, ma il calcolo è stato effettuato rispetto al livello del 2013. L’Unione Europea si è invece lanciata in una prospettiva di calo del 40 percento rispetto al livello del 1990; lo stesso anno è stato indicato dalla Russia, che intende far scendere le emissioni del 25-30 percento. Gli Stati Uniti si sono impegnati a ottenere un calo del 26-28 percento, ma rispetto al livello del 2005: Washington è però l’unica a dichiarare di volerlo fare entro il 2025, tutti gli altri hanno indicato come limite il 2030. A queste condizioni diventa difficile fare un confronto fra i singoli obiettivi. Alcuni appaiono piuttosto ambiziosi, altri non lo sono affatto. Senza voler essere pessimisti, sulla base di queste

premesse raggiungere un accordo che consenta di mantenere il riscaldamento globale sotto la fatidica soglia dei due gradi sembra un’impresa titanica. L’impegno preso dalla Svizzera Lo scorso 27 febbraio la Svizzera, primo Paese a farlo a livello internazionale, ha ufficialmente comunicato nel dettaglio il suo impegno di riduzione nell’ambito della convenzione ONU sui cambiamenti climatici. Entro il 2030 si intende ridurre le emissioni di gas serra del 50 percento rispetto ai livelli del 1990, e tra il 70 e l’85 percento entro il 2050. Tali riduzioni dovranno essere conseguite per almeno il 30 percento in Svizzera (tramite l’adozione di misure a livello nazionale) e la parte restante potrà avvenire per mezzo di progetti all’estero, anche se che cosa concretamente non è dato sapere. Se tali obiettivi di riduzione saranno raggiunti, nel 2030 le emissioni annue pro capite dovrebbero scendere a 3 tonnellate di CO2. Le riduzioni concernono sette gas serra: CO2, metano, protossido di azoto, HFCs (idrofluorocarburi), PCFs (perfluorocarburi), SF6 (esafluoruro di zolfo), NF3 (trifluoruro di azoto), gli stessi coperti dalla legislazione in vigore. Questo andamento – fa notare l’Ufficio federale dell’ambiente – combacia con l’obiettivo a lungo termine, definito dal Consiglio federale, di ridurre le emissioni pro capite a 1-1,5 tonnellate (nel 2013: 6,5t). Per centrare i propri obiettivi di riduzione, la Svizzera deve innanzitutto ridurre le emissioni di CO2 generate dalle energie fossili. È quindi indispensabile una rigorosa applicazione degli strumenti previsti dalla Legge federale sul CO22 (a metà 2016 è prevista la messa in consultazione della revisione di legge), in particolare la tassa sul CO2 sui combu-

2. La Legge federale sulla riduzione delle emissioni di CO2, entrata in vigore il primo gennaio 2013, prevede una riduzione del 10 percento delle emissioni di CO2 dovute all’uso di carburanti fossili per la produzione di energia, ossia l’80 percento circa delle emissioni di gas a effetto serra definite nel Protocollo di Kyoto.


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stibili, il programma edifici3 e l’obbligo di compensazione delle emissioni prodotte dai trasporti per gli importatori di carburanti. In linea con tale politica anche la recente decisione del Consiglio degli Stati di ridurre sensibilmente le emissioni di CO2 delle auto nuove. Durante la sessione autunnale delle Camere, nell’ambito della discussione sulla strategia energetica 2050 della Confederazione, la Camera dei cantoni ha infatti voluto allinearsi agli obiettivi UE. Concretamente ciò significa che le emissioni di gas serra per le vetture da turismo nuove dovranno essere portate entro il 2020 a 95 grammi di CO2/km in media (fine 2015: 130 g di CO2/km). È da sperare che tale volontà non venga meno una volta passate le elezioni federali di ottobre e con l’insediamento del nuovo parlamento. Stesso discorso vale per l’attesa svolta energetica e la progressiva uscita dal nucleare, decisa dopo la catastrofe ambientale di Fukushima nel 2011. Con la sua strategia il Consiglio federale vuole garantire l’approvvigionamento del Paese, riducendo al contempo la dipendenza attuale che la Svizzera ha nel settore delle energie 3. Con il Programma Edifici, la Confederazione e i Cantoni promuovono il risanamento energetico dell’involucro di edifici, l’utilizzo di energie rinnovabili e del calore residuo, come pure l’ottimizzazione dell’impiantistica. Dal 2010, un terzo della tassa sul CO2 è destinato al programma edifici.

fossili. Tali obiettivi secondo il Governo dovrebbero essere raggiunti con un potenziamento della produzione idroelettrica e di altre fonti rinnovabili, oltre a un miglioramento dell’efficienza (specialmente negli immobili) e a una riduzione dei consumi da parte dei privati. Gli Stati però, a differenza di quanto deciso in precedenza dal Nazionale, non ne hanno voluto sapere di introdurre un limite massimo d’esercizio per le centrali atomiche esistenti. Il progetto di legge che ne risulta è di fatto una versione edulcorata. Occhi puntati sul finanziamento… Al centro dei negoziati di Parigi però non vi è unicamente la riduzione delle emissioni, bensì anche il finanziamento della futura politica climatica. A Copenaghen i paesi industrializzati hanno stabilito di alimentare il «Fondo verde per il clima», inteso ad aiutare i Paesi poveri nei loro sforzi di adattamento ai mutamenti climatici, permettendo loro nel contempo uno sviluppo sostenibile basato su un’economia che riduce le emissioni. Dal 2020 in poi tale fondo verde dovrà essere alimentato annualmente con cento miliardi di dollari provenienti da fonti pubbliche e private. Queste promesse risultano formulate già nel 2009 ma finora non sono state mantenute. La Svizzera intende contribuirvi con 100 milioni di dollari fra il 2015 e il 2017. Ma che cosa accadrà in seguito, in particolare

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dopo il 2020? A tal proposito, a Berna le bocche sono cucite. Anche altri Paesi per ora non sembrano volersi sbilanciare, preferendo aspettare e osservare le mosse degli altri. … e sulle proprie responsabilità Altro nodo da sciogliere nelle discussioni parigine saranno le Common but Differentiated Responsabilities, per cui ogni Paese deve contribuire a ridurre le emissioni di gas a effetto serra proporzionalmente alla quantità che ne ha prodotta nella storia. I Paesi industrializzati sono contrari perché un simile impegno richiederebbe enormi mezzi finanziari e l’abbandono immediato delle energie fossili. Sempre in tema di assunzione di responsabilità, i Paesi in via di sviluppo vogliono anche che i responsabili dei mutamenti climatici siano tenuti ad assumersi le perdite e i disastri passati e futuri. La conferenza di Parigi è ormai alle porte: chi si dice fiducioso, chi invece appare preoccupato. Visto il clamoroso fallimento del vertice di Copenaghen, la cautela è d’obbligo. Una cosa è però certa: la posta in gioco per l’umanità intera è altissima e questa volta i governi mondiali non possono rifiutarsi per l’ennesima volta di cogliere questa sfida planetaria. Bisogna passare all’azione per il bene delle generazioni future e la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi. * di «Sacrificio Quaresimale».

Marco Bertoli

Remo Beretta

Benedetti soldi maledetti

I giorni e la morte

La storia infinita dei risparmi italiani nelle banche ticinesi

Questo romanzo, immediatamente dettato all’autore dalla perdita del fratello in età giovane, narra dell’ultima fase della vita di Silverio nel vissuto del paziente e dei congiunti. Redatto in meno di un anno nel 1961, mantenuto inaccessibile per oltre cinquant’anni, questo testo inedito sorprende per la lingua compatta ed essenziale e per la singolarità stilistica.

Una mattina di settembre, al funerale del padre Armando, Renato viene invitato dal notaio ad ascoltare cosa ha da dirgli il ragionier Camerlani, amico e fidato collaboratore del padre. Renato scopre così che Armando, gran lavoratore ma padre assente, in oltre quarant’anni di attività ha accumulato una fortuna in una banca di Lugano. Prefazione di Massimo Picozzi. Formato 12,5 x 21 cm, collana «La Betulla», 152 pagine, 20.– fr.

A cura di Sofia Marazzi, introduzione di Fabio Soldini Formato 12,5 x 21 cm, collana «La Rondine», 176 pagine, 20.– fr.

Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch


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Negazionismo climatico: conoscerlo per smascherarlo Cosa ci dice la scienza? La verità? No. Troppo spesso la scienza gode di un’autorevolezza epistemologica immeritata: «è scientificamente dimostrato che…» viene interpretato come «è vero che…». Ma questa interpretazione è sbagliata. La scienza non dice ciò che è vero, bensì ciò che è provvisoriamente non falso: una differenza nient’affatto trascurabile. Infatti la verità è tale in assoluto, per omnia saecula saeculorum. Come le verità matematiche, per intenderci (e difatti, proprio per questo, la matematica non è una scienza). La scienza, al contrario, si alimenta della critica e della revisione continua. Una legge scientifica è considerata valida oggi, poiché tutte le evidenze sperimentali la confermano. Però magari domani o dopodomani o fra 10, 100 o 1.000 anni nuove evidenze sperimentali costringeranno gli scienziati a cambiare quella legge o forse perfino a rigettarla e sostituirla con una legge nuova. In ogni comunità scientifica vige un paradigma dominante, al quale aderisce la maggioranza dei ricercatori con argomenti convincenti, criticato però da una minoranza di studiosi che ne mettono in evidenza limiti e difetti. Questa critica permanente è preziosa e indispensabile, talvolta prodromo di un mutamento di paradigma e talvolta invece no. In ogni caso il dibattito dovrebbe rimanere circoscritto ai fatti, alle osservazioni, alle misure, senza essere inquinato da pregiudizi ideologici. Così non è, purtroppo, nel caso della climatologia. Il paradigma dominante nella climatologia è quello del riscaldamento globale, fondato su tre ipotesi: la temperatura media dell’atmosfera terrestre è cresciuta negli ultimi 150 anni, la causa di questa crescita va cercata nelle attività antropiche di consumo dei combustibili fossili, in futuro la temperatura crescerà ancora. Queste tre ipotesi sono confermate dalle misure sperimentali e dai modelli teorici, come descritto e documentato nei rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), nei quali si riconosce la maggioranza degli studiosi. Sono vere in assoluto? No, come abbiamo detto. Ma sono quanto

di meglio la comunità dei climatologi è riuscita a produrre finora per descrivere l’evoluzione del clima del nostro pianeta e le sue cause. In questo quadro «sano» del dibattito scientifico si inserisce nondimeno la politica. Cioè l’ideologia neoliberista. Perché è ovvio: se la responsabilità dei riscaldamento globale sta nell’uso dei combustibili fossili, tutta la tradizionale produzione di energia va ripensata. E questo confligge con gli interessi delle grandi multinazionali del fossile. Che non apprezzano e, come già fecero i produttori di tabacco con la ricerca medica sugli effetti del fumo, si affannano a cercare argomenti per screditare il paradigma dei climatologi. Se trovano argomenti scientifici, bene. Se non li trovano, li inventano. I fronti di attacco sono tre, corrispondenti alle tre ipotesi del paradigma: il riscaldamento globale non esiste, se esiste non è colpa nostra, se esiste ed è colpa nostra comunque non è grave. Fin dalla presidenza di Ronald Reagan, all’inizio degli anni Ottanta, si sono fatte sempre più intensi da un lato i boicottaggi alla comunità scientifica, con il taglio ai finanziamenti per le ricerche sul clima, e dall’altro lato le pressioni sull’opinione pubblica per screditare il paradigma climatologico. Perciò nel contempo azione di lobbying sui politici e diffusione di informazioni tendenziose attraverso i media. Chi c’è dietro? Per la politica, negli Stati Uniti il Partito repubblicano e negli altri Paesi occidentali tutti quei partiti e movimenti che si riconoscono nell’ideologia neoliberista. Per i media, tutte le testate che a quell’ideo­ logia si ispirano e difendono le ragioni dell’economia contro le ragioni della protezione dell’ambiente. Nel nostro microcosmo a sud delle Alpi, per esempio, da sempre è paladino del negazionismo climatico il «Corriere del Ticino»: non c’è occasione in cui, volendo parlare di scienza del clima, il quotidiano di Muzzano non sottolinei che «sì, però non tutti sono d’accordo, ci sono anche climatologi critici sul riscaldamento globale» e via discorrendo. Risultato: doppie interviste a esperti pro e contro il mutamento cli-

matico, con pari spazio e pari dignità, come se il paradigma e i suoi critici fossero equivalenti, come se la comunità scientifica fosse spaccata a metà… quando invece così non è e i critici sono un’esigua minoranza. Al «Giornale del Popolo», il direttore Claudio Mésoniat si è molto impegnato, anche personalmente, come negazionista climatico, scrivendo articoli e ospitando analisi unidirezionali. L’enciclica «Laudato si’» gli ha un po’ tolto il verbo di bocca: si vedrà dal 1. novembre se Alessandra Zumthor, la nuova direttrice, lo seguirà su quella strada. Non è verosimile immaginare un finanziamento diretto dei gruppi di potere al «Corriere del Ticino» o al «Giornale del Popolo». Piuttosto è assai più probabile un pregiudizio ideologico in chi lo dirige. Ma su scala più ampia, dove il gioco si fa duro e in ballo c’è l’opinione pubblica collettiva, i think tank conservatori ricevono e distribuiscono finanziamenti di centinaia di milioni di dollari da parte delle grandi compagnie impegnate nell’estrazione e nello sfruttamento dei combustibili fossili. I metodi sono quelli classici di ogni negazionismo e di ogni cospirazionismo (dall’Olocausto fino all’evoluzione, dai vaccini fino alle scie chimiche): ipotesi di una cospirazione scientifica, massiccio finanziamento sistematico di istituti e singoli scienziati con simpatie conservatrici, critica agli istituti e ai ricercatori aderenti al paradigma, scelta mirata e sopravvalutazione attraverso i media di alcuni rari dati in controtendenza. Fin oltre il ridicolo: nel 2009 «il Giornale», diretto da Mario Giordano, mette in prima pagina Milano imbiancata dalla neve e titola «Ecco il pianeta surriscaldato». Per la serie: «Non so distinguere la climatologia dalla meteorologia». In tutto questo, la grande perdente è la scienza. Che non è una fonte di verità assolute e nemmeno un’enciclopedia dello scibile umano sulla Natura, ma un metodo per scoprirne le leggi, con i limiti delle conoscenze, degli strumenti, delle teorie del proprio tempo. E che con l’ideologia non dovrebbe avere nulla a che spartire. Matteo Cassini


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di Daria Lepori


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La visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino Lo scorso 22 giugno si è svolto a Torino un avvenimento di grande significato ecumenico: Papa Francesco è entrato nel tempio della Chiesa valdese (il primo Papa che incontra i seguaci di Valdo, scomunicati nel 1215) e ,dopo i discorsi di reciproco benvenuto, ha recitato il Padre nostro con l’assemblea, nella versione ecumenica del 1999. Al Papa è stata donata una copia anastatica della Bibbia tradotta nel 1535 da Olivetano , voluta e finanziata dai Valdesi, prima bibbia protestante in versione francese, quando ai cattolici (e lo fu ancora per secoli) erano proi-

bite le traduzioni nelle lingue del popolo. L’incontro del Papa con i Valdesi, presenti nelle valli piemontesi già prima della Riforma luterana, non ha avuto particolare pubblicità nei media ma merita di essere meglio conosciuto almeno in Ticino, dove molti pastori valdesi hanno svolto un ruolo importante nella diffusione e nello sviluppo della confessione evangelica. I testi dei discorsi che riportiamo sono desunti dal numero del 17 luglio 2015 del settimanale “Riforma”, organo delle Chiese evangeliche protestanti italiane, Torino.

Il saluto del pastore titolare della chiesa torinese

«Unità nella diversità»: un cammino comune Da quando abbiamo saputo di questa visita, mi sono più volte interrogato su quale sarebbe stato il modo corretto di rivolgermi a Lei e alla fine ho trovato la risposta nella parola che il Signore Gesù Cristo ci ha insegnato per designare i suoi discepoli – e la parola è: «fratello». E allora… caro fratello Francesco, siamo rimasti lietamente sorpresi quando abbiamo saputo che questo incontro si sarebbe tenuto qui a Torino, nel nostro tempio. Ma è probabilmente giusto così. Infatti, la Chiesa di Torino è la prima nata dopo la concessione dei diritti civili nel 1848, al di fuori da quel ghetto alpino in cui i Valdesi erano stati costretti per secoli. Il tempio nel quale ci troviamo è stato costruito nel 1853 e non a caso è nel centro della città, in quanto vuole esprimere la forte volontà di presenza di questa comunità nel tessuto della comunità civile. La Chiesa di Torino fin dal suo sorgere racchiude in sé tre anime: l’anima protestante tradizionale, tipica delle secolari comunità delle Valli valdesi che improntava i fedeli che scendevano alla città in cerca di un futuro e di un lavoro. (Non solo in Italia: il canto sudamericano intonato dal coro e ispirato al testo biblico dell’Ecclesiaste testimonia la presenza valdese al di là dell’Atlantico, in Argentina e Uruguay). Incarna anche l’anima risorgimentale e «risvegliata», tipica del protestantesimo degli italiani fuoriusciti politici dei vari Stati della penisola che nel tempo del Risorgimento avevano trovato rifugio in Piemonte e accoglienza nella Chiesa valdese, tesa al rinnovamento dell’individuo e della società con una forte spinta verso l’evangelizzazione. Vi è infine l’anima

siamo chiamati alla fede, siamo anche esortati a metterci in cammino verso il Cristo, che è e rimane al di fuori e al di sopra di noi. In questo percorso di persone e di chiese incontriamo fratelli e sorelle che condividono con noi il cammino. Oggi con gioia incontriamo Lei, Papa Francesco, come un nuovo fratello nel nostro percorso, e vogliamo leggere la sua visita (che è stata definita giustamente «storica») proprio in questa dimensione. Il pastore Ribet durante il saluto rivolto a papa Francesco. «diaconale» che si esprime nel servizio sociale rivolto alle parti più fragili della popolazione. L’esempio più noto a Torino di questo impegno era l’Ospedale Valdese che, con nostro profondo dolore, dopo pochi anni dalla cessione alla Regione, è stato chiuso. Oggi questa nostra azione di servizio si concreta principalmente nell’aiuto ai poveri e ai rifugiati. Come dicevo, questo grande tempio fu costruito per segnare una presenza significativa nella città, con la volontà di predicare l’Evangelo. Non si trattava però di predicare un «altro» Evangelo – perché, come scrive l’apostolo Paolo, non esiste un «altro» Evangelo – ma di predicare con la consapevolezza di vivere l’Evangelo di Gesù Cristo in un modo «altro» rispetto alla maggioranza degli italiani. Questa consapevolezza, che 150 anni fa portava allo scontro fra le Chiese, oggi vuole essere la base su cui costruire ogni discorso ecumenico nel pieno riconoscimento e nel rispetto reciproco, secondo la prospettiva della «unità nella diversità». Nel momento in cui

Viviamo un’esperienza incoraggiante e, spero, anticipatrice di ulteriori esperienze ecumeniche anche a Torino – dove peraltro non mancano momenti di comunione come la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani e il Comitato Interfedi. Termino con un auspicio: prima ricordavo la volontà dei padri che hanno costruito nell’Ottocento questo tempio di vivere l’Evangelo in modo «altro». Spesso l’accento è stato messo sull’aggettivo «altro», sulla diversità. Ma oggi vorrei mettere l’accento sul verbo «vivere». L’Evangelo non è una dottrina ma è una persona: la persona Gesù Cristo. È un atto di grazia che il Signore ci ha fatto e che noi siamo chiamati a testimoniare con le parole e con la vita nel contesto della città in cui siamo posti. Se il profeta Geremia poteva scrivere ai suoi compatrioti esiliati in Babilonia di pregare per il bene della città, noi siamo esortati dalla Parola di Dio e dall’esempio di chi ci ha preceduto sulle vie della fede ad agire per il bene della città – e a farlo in una sinfonia di voci che si rafforzano e si completano a vicenda. Paolo Ribet Pastore titolare della Chiesa valdese di Torino


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Il saluto del Moderatore della Chiesa valdese Caro papa Francesco, caro fratello in Cristo, mi permetta di accoglierLa in questo tempio rivolgendomi a Lei con questa espressione dei primi credenti che seguirono Gesù diventando i suoi discepoli e i suoi apostoli. Rivolgendoci a Lei come il fratello in Cristo Francesco, noi riconosciamo la nostra comune condizione di figli di quel Dio che è «al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6). I valdesi del ramo italiano, da me rappresentati, i metodisti – qui rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta – e i rappresentanti delle chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste, La accolgono con gioia, avendo apprezzato molti discorsi e molti gesti che Lei ha compiuto sin dall’inizio del suo ministero. Come moderatore della Tavola valdese, voglio ringraziarLa in particolare per le parole di fraternità che Lei ha ripetutamente espresso nei confronti della nostra Chiesa. Entrando in questo tempio, Lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana. Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo. Da oltre otto secoli, attraverso una storia a lungo segnata da varie forme di persecuzione e quindi scritta anche con il sangue di molti martiri, non abbiamo voluto essere altro che una comunità di fede cristiana al servizio della parola di Dio e della libertà del suo annuncio. Oggi, come nel Medioevo e nei secoli successivi, il nostro programma è: libere prædicare, «predicare nella libertà» l’Evangelo di Cristo. È questa l’unica ragion d’essere della Chiesa valdese. Questa libera predicazione dell’Evangelo di Cristo avviene oggi in un’Italia largamente secolarizzata, ma almeno avviene in un contesto sempre più ecumenico grazie all’impegno e all’apertura spirituale di evangelici e cattolici, come questa Sua visita dimostra in modo eloquente. A questo proposito, abbiamo letto nella Sua Esortazione apostolica» Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e

Foto P. Romeo/Riforma

Ci uniscono il pane e il vino offerti da Cristo

Il Papa con Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere. La prima riguarda la visione dell’unità cristiana come «diversità riconciliata» che Lei propone (n. 230), e che è la stessa che l’ottava Assemblea della Federazione luterana mondiale riunita a Curitiba (Brasile) proponeva nel 1990. Crediamo anche noi che l’unità cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come «diversità riconciliata», in cui occorre sottolineare sia la parola «diversità», sia l’esigenza che sia «riconciliata». La seconda affermazione riguarda i rapporti tra le diverse Chiese cristiane. Lei scrive: «Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (n. 246). È molto bello questo pensiero di cercare nelle chiese diverse dalla nostra non i difetti e le mancanze – che indubbiamente ci sono – ma ciò che lo Spirito Santo vi ha seminato «come un dono anche per noi». Proprio questo è l’ecumenismo: la fine dell’autosufficienza delle Chiese; ogni Chiesa ha bisogno delle altre per la propria vocazione. Non possiamo essere cristiani da soli. Ma proprio perché è così, riteniamo che i rapporti tra la Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) e la Chiesa cattolica romana, che già hanno prodotto buoni frutti in diversi ambiti – ricordo solo la traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente (Tilc), la

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la collaborazione a livello di facoltà teologiche, il testo comune tra la Conferenza episcopale italiana e valdesi e metodisti sui matrimoni interconfessionali, la collaborazione alla stesura della Carta Ecumenica, fino al documento comune cattolicievangelici-ortodossi per contrastare la violenza contro le donne che abbiamo sottoscritto insieme il 9 marzo scorso – ecco, questi buoni frutti possano essere ulteriormente migliorati e incrementati, nei modi che potremo cercare e stabilire insieme. Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte. E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno particolarmente a cuore. La prima è questa: il Concilio Vaticano II ha parlato delle Chiese evangeliche come di «comunità ecclesiali». A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una Chiesa a metà? Una chiesa non Chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio ad adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante. È nostra umile ma profonda convinzione che siamo Chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Fil 3, 14), ma chiesa, Chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria. La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le Chiese e all’interno di ciascuna di esse. Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni, che non fanno parte dell’Evangelo. Sarebbe bello se anche in vista del 2017 le nostre Chiese affrontassero insieme questo tema. In questa giornata, però, non possiamo dimenticare le sofferenze del mondo e


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le sfide che il mondo pone alle nostre Chiese. Anche su questo piano abbiamo in atto importanti collaborazioni che possono crescere ulteriormente. Per esempio nel campo della libertà di religione e di coscienza. Proprio per la nostra storia di minoranza «eretica» prima, «tollerata» poi, «ammessa», successivamente e finalmente «riconosciuta», noi avvertiamo una forte responsabilità nei confronti di chi ancora oggi – in varie aree del mondo ma anche in Europa e in Italia – è discriminato o perseguitato a causa della sua fede, sia egli cristiano o di altre fedi – per noi non fa differenza – perché, affermando il valore della libertà della coscienza, riteniamo che chiunque debba essere libero o libera di credere secondo la sua ispirazione, così come debba essere libero e libera di non credere o di credere in forme non convenzionali. Un altro campo sul quale i cristiani e le cristiane dovrebbero impegnarsi con più forza e unità è quello del dialogo interreligioso. Oggi il mondo è attraversato da guerre che spesso si combattono «nel nome di Dio». Questa pretesa blasfema di una religione ridotta a ideologia di violenza e di vendetta scuote la nostra coscienza e ci impone di perseguire con determinazione – come Lei tante volte ha fatto – un’altra strada: quella del dialogo tra uomini e donne che confessando l’unico Dio non possono condividere parole e gesti di offesa, oltraggio e violenza nei confronti di altri credenti e di altri essere umani, e che invece

insieme riescono a tracciare e percorrere strade diverse, strade di pace. Per noi cristiani – cattolici, protestanti, ortodossi – il richiamo a essere «operatori e operatrici di pace» non è un ornamento retorico della nostra fede, ma il cuore della legge dell’amore e della riconciliazione voluta da Gesù. E parlando di amore e riconciliazione, caro fratello in Cristo Francesco, sento di dover cogliere questa occasione per richiamare l’urgenza di proseguire e intensificare la testimonianza – talora comune ed ecumenicamente ispirata – a favore dei profughi che bussano alla nostra porta. La «fortezza Europa» li respinge rigettandoli nell’abisso di sofferenze, persecuzioni e dolore da cui fuggono; ma la legge che il Signore afferma ci impone di accogliere lo straniero, l’orfano e la vedova; e l’Evangelo che noi predichiamo dalle nostre chiese e dai nostri pulpiti ci invita ad aprire la porta della nostra casa, a dare da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete perché solo accogliendo chi soffre si può accogliere Cristo. L’ecumenismo cresce anche nel servizio (diakonìa) e in una predicazione comune che scuota i cuori e le coscienze di chi pensa di risolvere il dramma sociale e umanitario che investe grandi regioni del mondo alzando altri muri, bombardando dei barconi o pattugliando il Mediterraneo con mezzi militari. E termino. Chiudendo quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, Lei ha

affermato: «L’unità dei cristiani non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell’Uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti». Condividiamo queste Sue parole. Secoli di confronto e dibattito non hanno appianato, purtroppo, divergenze teologiche che in larga misura hanno resistito nel tempo. Eppure oggi siamo qui a riconoscerei come figli del Padre, fratelli in Cristo, gli uni e gli altri animati dalla forza dello Spirito Santo. Di fronte a noi c’è un mondo inquieto, sofferente, carico di tensioni; un mondo sovraccarico di parole mute, sterili, vane. In questo mondo, noi cristiani siamo chiamati a dire la Parola della verità e della vita, una parola che non ritorna invano ma che cambia i cuori. e le menti. Annunciare questa Parola è la nostra fatica e la nostra gioia di sorelle e fratelli in Cristo. Ed è il nostro vero mandato ecumenico, caro fratello Francesco: quello che ci chiama all’unità anche e soprattutto nell’annuncio della Parola «perché il mondo creda» (Giovanni 17, 21). Caro papa Francesco, grazie per essere tra noi e con noi. Dio illumini e benedica il Suo servizio. Pastore Eugenio Bernardini moderatore della Tavola valdese

Papa Francesco alla Chiesa valdese

«Vi chiedo perdono» per le offese passate Cari fratelli e sorelle, con grande gioia mi trovo oggi tra voi. Vi saluto tutti con le parole dell’apostolo Paolo: «A voi che siete di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo, noi auguriamo grazia e pace» (l. Tess. l,l)* Saluto in particolare il moderatore della Tavola valdese, reverendo pastore Eugenio Bernardini, e il pastore di questa comunità di Torino, reverendo Paolo Ribet, ai quali va il mio sentito ringraziamento per l’invito che così gentilmente mi hanno fatto. La cordiale accoglienza che oggi mi riservate mi fa pensare agli incontri con gli amici della Chiesa evangelica valdese del Rio de la Plata, di cui ho potuto apprezzare la spiritualità e la fede, e

imparare tante cose buone. Uno dei principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome. Questo legame non è basato su criteri semplicemente umani, ma sulla radicale condivisione dell’esperienza fondante della vita cristiana: l’incontro con l’amore di Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo e l’azione trasformante dello Spirito Santo che ci assiste nel cammino della vita. La riscoperta di tale fraternità ci consente di cogliere il profondo legame che già ci unisce, malgrado le nostre differenze. Si tratta di una comunione

ancora in cammino, e l’unità si fa in cammino; una comunione che, con la preghiera, con la continua conversione personale e comunitaria e con l’aiuto dei teologi, noi speriamo, fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, possa diventare piena e visibile comunione nella verità e nella carità. L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stes-


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so stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (cfr. 1. Cor. 12-14) e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti (cfr. Atti 15, 36-40). Purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani, che nella storia abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci! Perciò siamo profondamente grati al Signore nel constatare che le relazioni tra cattolici e valdesi oggi sono sempre più fondate sul mutuo rispetto e sulla carità fraterna. Non sono poche le occasioni che hanno contribuito a rendere più saldi tali rapporti. Penso, solo per citare alcuni esempi – anche il reverendo Bernardini lo ha fatto – alla collaborazione per la pubblicazione in

italiano di una traduzione interconfessionale della Bibbia, alle intese pastorali per la celebrazione del matrimonio e, più recentemente, alla redazione di un appello congiunto contro la violenza alle donne. Tra i molti contatti cordiali in diversi contesti locali, dove si condividono la preghiera e lo studio delle Scritture, vorrei ricordare lo scambio ecumenico di doni compiuto, in occasione della Pasqua, a Pinerolo, dalla Chiesa valdese di Pinerolo e dalla Diocesi. La Chiesa valdese ha offerto ai cattolici il vino per la celebrazione della veglia di Pasqua e la Diocesi cattolica ha offerto ai fratelli valdesi il pane per la Santa Cena della domenica di Pasqua. Si tratta di un gesto fra le due Chiese che va ben oltre la semplice cortesia e che fa pregustare, per certi versi, quell’unità della mensa eucaristica alla quale aneliamo. Incoraggiati da questi passi, siamo chiamati a continuare a camminare insieme. Un ambito nel quale si aprono ampie possibilità di collaborazione tra valdesi e cattolici è quello dell’evangelizzazione. Consapevoli che il Signore ci ha preceduti e sempre ci precede nell’amore (1. Gv 4, 10), andiamo insieme incontro agli uomini e alle donne di oggi, che a volte sembrano così distratti e indifferenti, per trasmettere loro il cuore del Vangelo ossia «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 36). Un altro ambito in cui possiamo lavorare sem-

La risposta dei Valdesi Caro fratello in Cristo Gesù, il Sinodo della Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese metodiste e valdesi) riceve con profondo rispetto, e non senza commozione, la richiesta di perdono da Lei rivolta, a nome della sua Chiesa, per quelli che Lei ha definito «gli atteggiamenti non cristiani, per­sino non umani» assunti in passato nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri nella fede evangelica. Desideriamo in primo luogo unirci a Lei e alla Chiesa cattolica romana nella gra­titudine a Dio, la cui fedeltà è più grande di ogni nostro peccato e le cui «com­passioni non sono esaurite, ma si rinnovano ogni mattina» (Lamentazioni 3:22s.). Il dialogo fraterno che oggi conduciamo è dono della misericordia di Dio, che molte volte ha perdonato, e ancora perdona, la sua e la nostra

Chiesa, invitandole al pentimento, alla conversione e a novità di vita, permettendo loro così di assumere ogni giorno di nuovo il compito di servirlo. Accogliamo le Sue parole come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle, in vista di quella «diversità riconciliata» che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi. La nostra comune fede in Cristo ci rende fratelli nel Suo Nome, e questa fra­ternità noi già la sperimentiamo

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pre di più uniti è quello del servizio all’umanità che soffre, ai poveri, agli ammalati, ai migranti. Grazie per quello che Lei ha detto sui migranti. Dall’opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi deriva l’esigenza di testimoniare il volto misericordioso di Dio che si prende cura di tutti e, in particolare, di chi si trova nel bisogno. La scelta dei poveri, degli ultimi, di coloro che la società esclude, ci avvicina al cuore stesso di Dio, che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2. Cor. 8, 9), e, di conseguenza, ci avvicina di più gli uni agli altri. Le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche, che continuano ad esistere tra cattolici e valdesi, non ci impediscano di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi. Se camminiamo insieme, il Signore ci aiuta a vivere quella comunione che precede ogni contrasto. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio nuovamente per questo incontro, che vorrei ci confermasse in un nuovo modo di essere gli uni con gli altri: guardando prima di tutto la grandezza della nostra fede comune e della nostra vita in Cristo e nello Spirito Santo, e soltanto dopo le divergenze che ancora sussistono. Vi assicuro del mio ricordo nella preghiera e vi chiedo per favore di pregare per me: ne ho bisogno. Il Signore conceda a tutti noi la sua misericordia e la sua pace. * Dalla traduzione interconfessionale della Bibbia.

e viviamo in tante occasioni con sorelle e fratelli cattolici: è un grande dono che ci viene fatto e che speriamo possa essere condiviso da un numero crescente di membri delle due Chiese. Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro. La grazia di Dio, però, «è sovrabbondata, là dove il peccato è abbondato» (Romani 5,20), e questo noi crediamo e confessiamo, certi che Dio vorrà attuare questa sua parola anche nella costruzione di nuove relazioni tra le nostre Chiese, ispirata alla parola evangelica: «Ecco, io faccio ogni cosa nuova» (Apocalisse 21:5). La ricordiamo, caro fratello Francesco, nell’intercessione e Le chiediamo di pregare per noi, invocando su di Lei, sul Suo servizio e sulla Sua Chiesa, la be­nedizione del nostro Dio.


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Maestri e amici nel Signore Un difensore dei poveri dei due mondi Arturo Paoli, piccolo fratello di Charles de Foucault, prete, missionario, teologo e saggista, si è spento a Lucca il 13 luglio scorso. Nato a Lucca nel 1912, laureato in Lettere a Pisa nel 1936, Arturo Paoli fu ordinato prete nel giugno 1940 e dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza: per questo suo impegno nel 1999 gli fu consegnata l’onorificenza di «Giusto tra le nazioni» e nel 2006 fu decorato insieme ad altri tre sacerdoti lucchesi con medaglia d’oro al valore civile. Dal 1949 divenne vice-assistente nazionale dell’Azione cattolica italiana, sostenendo i giovani che si opponevano al presidente nazionale Luigi Gedda che aveva reso l’associazione una struttura collaterale alla Democrazia Cristiana, nella lotta contro le sinistre in Italia. All’inizio del 1954, poiché il Vaticano aveva fatto capire di non gradire la sua permanenza in Italia, Paoli divenne piccolo fratello della comunità di Charles de Foucauld e, dopo un periodo di noviziato a El Abiodh, in Algeria, lavorò ad Orano, come magazziniere in un deposito del porto, e nel 1957 in Sardegna, per poi lasciare definitiva-

mente l’attività pastorale in Italia e trasferirsi in Argentina tra i boscaioli di Fortin Olrnos. Abbandonò in seguito l’Argentina, perché minacciato di morte, vivendo in Venezuela. All’inizio degli anni Ottanta visitò anche il Nicaragua, sostenendo apertamente la rivoluzione sandinista, Poi, dal 1983, Paoli decise di stabilirsi in Brasile, prima a Sào Leopoldo nello Stato del Rio Grande, e in seguito, dal 1987, a Boa Esperança, in un barrio della periferia di Porto Meira. Attraverso una numerosa produzione di libri, articoli, saggi, Arturo Paoli è stato decisivo per la nascita e la diffusione di quella sensibilità ecclesiale, politica e pastorale che prese il nome di Teologia della Liberazione. Dal 2006 Arturo Paoli tornò stabilmente a vivere in Italia, a S. Martino in Vignale, sulle colline di Lucca, particolarmente impegnato in attività di incontri e testimonianze, proseguendo la pubblicazione di libri, mantenendo un atteggiamento sempre piuttosto schivo. (da un testo di Valeria Gigante, «Adista», 25 luglio 2015).

Un apostolo ecumenico della Bibbia Il 19 marzo, a Brescia, si è spento Renzo Bertalot. Nato ad Ivrea il 21 giugno 1929, dopo il diploma da geometra conseguito presso la Olivetti, aveva compiuto gli studi teologici presso la Facoltà Valdese di Teologia a Roma (19481952) e a Princeton (1953). Lo stesso anno era consacrato pastore, dopo di che aveva svolto il ministero a Torino e a Chivasso. Dal 1954 al 1961 è stato pastore a Montreal (Canada), dove aveva proseguito gli studi presso la Mc Gill University e dove ha conseguito la specializzazione in teologia e successivamente il dottorato. Rientrato in Italia, ha esercitato il ministero pastorale a Torre Pellice (1961-1962) e a Venezia (1962-1967). Il pastore Bertalot è stato fra i pionieri del dialogo ecumenico in Italia fin dagli anni ’60 insieme al sacerdote don Germano Pattaro, della diocesi di Venezia, e a Maria Vingiani, fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE). Insieme a don Pattaro prima e a mons Luigi Sartori poi, è stato il consulente teologico nazionale del SAE e membro fondatore,

nel 1973, del Gruppo misto di lavoro teologico del SAE. Questa sua «vocazione» per il dialogo ecumenico ha caratterizzato tutta la sua vita. Negli anni ’70 ha avviato la revisione della Bibbia protestante e la traduzione interconfessionale in lingua corrente, realizzata insieme da biblisti cattolici e protestanti. Pubblicata nel 1985, essa ha avuto una diffusione di 14 milioni di copie nelle diverse edizioni. Nel 1983, insieme a membri autorevoli delle diverse Chiese italiane, aveva fondato la Società Biblica, associazione interconfessionale per la promozione della Bibbia: dal 1983 al 1989 ne è stato il primo segretario generale. Bertalot ha insegnato in numerose istituzioni accademiche, a partire dalla Facoltà Valdese di Teologia di Roma, e poi a Verona, Bologna, Parma, Sorrento-Napoli, Sassari, Milano, e all’Istituto di Studi Ecumenici san Bernardino di Venezia. Autore di circa 150 libri e articoli, ha tradotto in lingua italiana la «Teologia Sistematica» di Tillich. (da ECO, Torino, giugno 2015).

Operatore di conciliazione ecumenica Philipp Potter, leader metodista, alla guida del Consiglio ecumenico delle Chiese dal 1972 al 1984, è morto il 31 marzo 2015 a Lubecca, in Germania, all’età di 93 anni. Nato a Roseau, capitale della Repubblica dominicana, Potter iniziò il suo impegno ecumenico come membro del movimento studentesco cristiano dei Caraibi e fu portavoce dei giovani alle assemblee del CEC ad Amsterdam nel 1948 e a Evanston nel 1954, anno in cui si tra­sferì a Ginevra per lavorare direttamente nell’organizzazione. Figlio di una protestante e di un cattolico, pose l’unità fondamentale del cristianesimo al primo posto tra i suoi obiettivi. Fra i successi ottenuti durante il suo mandato di segretario generale vanno ricordati il documento di convergenza su «Battesimo, eucaristia e ministero» (BEM), pubblicato dalla Commissione Fede e

Costituzione nel 1982, il proseguimento di una coraggiosa campagna contro l’apartheid in Sudafrica e altre forme di razzismo nel mondo, un vigoroso dibattito sulla natura della missione post-coloniale cristiana, la testimonianza di pace in mezzo alle tensioni Est-Ovest e alla minaccia di distruzione nucleare, così come l’esplorazione di nuove forme di spiritualità, preghiera comune ed espressione musicale nelle diverse tradizioni ecclesiali. Il 12 giugno 1984 Philip Potter accolse Giovanni Paolo Il in visita al Consiglio ecumenico delle Chiese, durante il suo viaggio pastorale in Svizzera. Nei loro discorsi, fra l’altro, essi ricordarono la visita al CEC compiuta da Paolo VI il 10 giugno 1969, quattro anni dopo l’entrata in attività del gruppo misto di lavoro tra la Chiesa cattolica e il Consiglio ecumenico delle Chiese.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Doppie felicitazioni! Col 1. novembre assume la direzione del «Giornale del Popolo» Alessandra Zumthor, laureata in lettere moderne e attiva dal 2000 alla Televisione della Svizzera italiana. Si tratta della prima donna (sposata e con due figli) designata a dirigere un giornale cattolico. Ci rallegriamo con mons. Lazzeri per la scelta originale e auguriamo alla designata di sapere (e potere…) contribuire alla libera opinione pubblica nella Chiesa luganese. Ecumenismo pratico. Saranno i siro-ortodossi della Chiesa di Antiochia a mantenere attivo il convento dei Cappuccini di Lugano, lasciato dai frati ticinesi da qualche mese. Anche la chiesa tornerà aperta, con una scelta ecumenica che merita approvazione. La comunità siro-ortodossa è già da tempo attiva in Ticino e utilizza nella liturgia la lingua che parlava Gesù. Ticino a Cuba. Papa Francesco, in visita a Cuba, ha regalato a Fidel Castro due libri scritti da don Alessandro Pronzato, classe 1932, sacerdote dal 1956, fecondo scrittore che da decenni vive nel Luganese. Complimenti e auguri. Corsi e ricorsi. Mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, ha ricordato in un’intervista a un giornale svizzero tedesco che nel 1976 la Pontificia Commissione biblica aveva pubblicato un documento nel quale constatava che nei Vangeli niente si oppone al conferimento del presbiterato alle donne. La rivista «Il Regno» (via Nosadella 6, Bologna) ha ripubblicato il richiamato documento nel quaderno del 15 aprile 2015 (n. 1197). Basilea e Bologna, città benemerite per aver ospitato due famose università cristiane: solo coincidenza o buon auspicio? Più donne agli studi. Sale al 32,5% la percentuale delle donne iscritte al Politecnico federale, contro il 30,8% di un anno fa. All’Università di Zurigo, le donne rappresentano già il 57% degli iscritti (sono 3800), e quest’anno sono più del 50% anche nella facoltà di matematica e delle scienze naturali; restano in minoranza, contro il 70% di maschi, nella facoltà di scienze economiche. Chiese al femminile. La Chiesa protestante vodese ha consacrato quest’anno per la prima volta solamente donne (due pastore e una diacona); inoltre ha accolto nel corpo ministeriale quattro pastori provenienti da altre Chiese. Per la Chiesa cattolica del Cantone, il vescovo Morerod ha nominato tre donne agenti pastorali: Beatrice Vaucher nel vicariato episcopale, Isabelle Vernet per la formazione degli adolescenti, Malgorzata Dziegielewska per la formazione degli adulti, e due laici: Lorenzo Lanni per la formazione degli adolescenti ed Emmanuel Milloux per la catechesi dei fanciulli. Vederci chiaro. Papa Francesco è andato di persona a comprarsi nuovi occhiali, chiedendo di non spendere molto. Dalle parti sue, anche molti prelati sono di vista corta, e per il prossimo Sinodo avrebbero bisogno di vederci meglio: ma non basteranno occhiali nuovi. Vaticano utile. La farmacia del Vaticano partecipa direttamente all’aiuto alle migliaia di rifugiati accolti a Roma con decine di chilogrammi di medicamenti, prodotti diret-

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tamente nei suoi laboratori, in particolare un medicamento contro la scabbia. Grande successo hanno anche le docce istallate per decisione del Papa sotto il colonnato del Bernini: aperte dalle 7 del mattino alle 18 (salvo una pausa di due ore durante le udienze generali sulla piazza), sono utilizzate quotidianamente da 140 persone, che desiderano lavarsi oppure solo rinfrescarsi. Piazza Martin Lutero. Il sindaco di Roma ha deciso di dedicare una piazza a Martin Lutero, raccogliendo una proposta della Chiesa avventista. La piazza si trova nel parco del Colle Oppio, che sovrasta il Colosseo. Nessuna opposizione è stata espressa da parte cattolica e potrebbe essere una «riparazione» doverosa nel quinto centenario della Riforma protestante. Lutero fu scomunicato nel 1521 da papa Leone X. Martire sudafricano. La Chiesa dell’Africa del Sud ha celebrato la beatificazione del suo primo martire, Benedicht Samuel Tshimangodzo Daswa, ucciso il 2 febbraio 1990 da fanatici perché come cristiano non aveva voluto pagare uno stregone che avrebbe dovuto scongiurare gli uragani che colpivano il villaggio (per Benedicht essendo fenomeni naturali). Da Metodisti a Ortodossi. Un vecchio tempio della Chiesa metodista di Miami (Stati Uniti) è stato trasformato per accogliere la comunità ortodossa russa che conta da 100 a 200 mila battezzati nella regione. Il complesso comprende anche un asilo infantile, una scuola domenicale, una cantina e una biblioteca. Cimiteri diversi. Parecchie decine di cristiani e musulmani di un quartiere di Bangui, nella Repubblica centroafricana, si sono uniti per ripulire un cimitero musulmano abbandonato, realizzando così un’azione comune che rappresenta un segno di pace e di riconciliazione tra le due comunità. Intanto «cristiani» vodesi hanno raccolto 1377 firme per creare ostacoli all’assegnazione ai musulmani (sono 30 mila nella regione) di un settore particolare del cimitero di Losanna. Nuova università cattolica. Le autorità vietnamite hanno autorizzato l’apertura di un istituto universitario cattolico nazionale. Nel 1975, con la conquista comunista del Sud Vietnam, le università cattoliche erano state costrette a chiudere; da allora la Chiesa cattolica era autorizzata a gestire solamente giardini d’infanzia e scuole materne. Cattolici ecologici. La Casa Bianca ha premiato lo scorso 20 luglio quali «campioni del cambiamento» dodici personalità religiose attive nella difesa dell’ambiente: tra essi, due appartenenti alla famiglia francescana: la suora Joan Brown, direttrice di una istituzione che lavora alla sensibilizzazione per il risparmio energetico, e Patrick Carola, attivo in un movimento mondiale che si occupa del cambiamento climatico. Aiuto ebreo. Il rabbino Alon Goshen-Gottstein ha promosso una raccolta di fondi per finanziare la ricostruzione della chiesa della Moltiplicazione dei pani di Tabgha, sulla riva nord-ovest del lago di Tiberiade, danneggiata da un incendio attribuito a coloni estremisti israeliani. I danni hanno colpito anche il convento, retto da domenicani tedeschi e meta tradizionale dei pellegrinaggi cristiani in Terra Santa.


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Messaggio ai cattolici svizzeri. «La Svizzera deve però restare vigile, perché (i suoi) valori non vengano messi in secondo piano da altri fattori che più facilmente sanno tentarci quali il benessere, la crescita, il profitto. Il nostro Paese deve combattere l’egoismo attraverso una fondamentale solidarietà. E quest’ultima non può esistere senza la giustizia. Lo sfruttamento dei poveri, per l’estrazione delle materie prime dei Paesi in via di sviluppo, non è giustificabile. Una parte importante del commercio di alimenti prodotti in Paesi sfruttati a oltranza si genera in uffici che hanno la loro sede in Svizzera. Non ci si può arricchire sfruttando i Paesi detti poveri! La Svizzera è un Paese esemplare nell’accoglienza dello straniero: un abitante su quattro è straniero. Ciò non ci esime però dal continuare a impegnarci per restare una terra di accoglienza. Ricordiamoci che molti sono i migranti che contribuiscono alle nostre capacità industriali ed economiche. La pace non può esistere se non con un lungo lavoro di giustizia, condivisione e rispetto. L’altro, chiunque esso sia, ha bisogno più che di tolleranza, di rispetto. Ciò vale tanto dal punto di vista culturale quanto da quello religioso. Solo il rispetto esemplare della diversità può dare un esempio a coloro che vogliono imporre a tutti un solo modo di pensare, o una sola religione da professare» (dal messaggio ai cattolici svizzeri per la festa del 1. Agosto, dell’abate di St. Maurice, mons Joseph Roduit). Tra amici. Il biblista Renzo Petraglio ha raggiunto il traguardo dei settanta anni. Nato a Muggio nel 1945, è sposato e padre di 4 figli e nonno di altrettanti nipoti. Ha studiato teologia a Lugano e a Friborgo, ottenendo un dottorato in Nuovo Testamento nel 1973 e un secondo in lettere antiche. Uomo libero, biblista apprezzato a livello internazionale, non ha mai potuto avere una cattedra nelle facoltà di teologia e ha insegnato lingue e religione per anni nel liceo cantonale di Locarno, collaborando nel contempo alla traduzione interconfessionale in lingua corrente della Bibbia, con rinomati biblisti cattolici e protestanti. Dal 1993 ogni anno tiene corsi di lettura della Bibbia e del Corano in Burundi. Socio fondatore dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana, ne è

consulente fondamentale. In occasione dei suoi settant’anni è uscita una brochure in suo onore: «Leggere per vivere con l’altro», ottenibile presso il Centro San Giuseppe in via Cantonale 2A a Lugano, con contributi di diversi studiosi e amici. Conclude la pubblicazione un brano del libro «La fede attraverso l’amore» dello stesso Petraglio, in cui l’autore, introducendo all’Apocalisse, uno dei libri neotestamentari al quale si è più appassionato, scrive pure della sua esperienza in Burundi. «Dialoghi», che ha ripetutamente profittato della sua generosa collaborazione, si unisce con gratitudine agli auguri per molti anni di feconde ricerche e di vita pienamente serena. Donne e Chiesa. L’Unione Femminile Cattolica Ticinese (UFCT) in collaborazione con il Coordinamento Teologhe Italiane (CTI), organizza un ciclo di sei conferenze presso le suore di Santa Brigida, in Via Silvio Calloni 14, a Lugano-Paradiso, sul tema «Le donne riflettono la Chiesa». Le conferenze, iniziate lo scorso 19 settembre, proseguiranno nei giorni 17 ottobre, 16 gennaio 2016, 12 marzo, 21 maggio, e si concluderanno l’11 giugno con un confronto su «Cosa vogliono veramente le donne?». Gli incontri si svolgono dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 16. Prenotazione allo 091.994.12.12. La frequenza è libera e gratuita. Informazioni: unionefemminile@azionecattolica.ch e sito web: unionefemminile.wix.comjufct

di condanna o almeno di riprovazione da parte di giornalisti, personalità politiche, semplici cattolici, e persino di qualche collega vescovo. Il prelato, in un comunicato del 3 agosto, sostiene che si è trattato di un «deplorevole malinteso», perché nella sua relazione, relativa al «Matrimonio, dono, sacramento e missione», non intendeva denigrare gli omosessuali, nei confronti dei quali si attiene a quanto insegna il Catechismo della Chiesa cattolica (N. 2357, 2358, 2359), secondo cui le persone con «tendenze omosessuali innate (…) devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza». La Conferenza dei vescovi svizzeri si è occupata della polemica «estiva» che ha percorso la stampa svizzera, deplorando e precisando, ma forse sarebbe opportuno offrire un corso accelerato di esegesi biblica e uno di scienza della comunicazione al vescovo di Coira, che potranno servirgli nei pochi anni di episcopato che gli restano (essendo nato nel 1942). Invece non è colpa di mons. Hounder se molti ignorano il catechismo cattolico e danno troppa importanza alle «esternazioni» fuori sede di un vescovo…

Chiesa e ambiente. Per papa Francesco, l’impegno per l’ambiente non è un optional: l’associazione ecumenica Chiesa e Ambiente (oeku), raggruppa parrocchie, istituzioni ecclesiastiche e singoli aderenti, e con la sua rivista («Nouvelle OEKU», Schwarztorstrasse 18, c.p. 7449, 3001 Berna) presenta richiami e proposte pratiche. Il numero 3-2015 è dedicato all’enciclica «Laudato si’», con un editoriale di mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea.

Vescovi in assemblea. Riuniti a fine agosto nel canton Friburgo, i vescovi svizzeri hanno designato l’ufficio di presidenza per il periodo 2016-2918, chiamando alla direzione mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo, alla vicepresidenza mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea e quale terzo membro l’abate di Einsiedeln Urban Federer. Al vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è stato affidato il Dicastero annuncio della fede e formazione. La Conferenza ha trattato diversi argomenti, sollecitando l’impegno dei cristiani svizzeri nei confronti del dramma dei profughi, auspicando anche un maggiore impegno per offrire loro adeguata ospitalità, appoggiando in particolare la decisone della Confederazione di aumentare da 30 a 50 milioni l’aiuto per la Siria, decidendo infine di iscrivere nel calendario liturgico delle diocesi il 1. settembre come Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato, facendo seguito ad una decisone di papa Francesco.

Esegesi e comunicazione. Per aver citato, in una conferenza tenuta il 31 luglio in Germania, alcuni passi biblici del Levitico che propongono la morte per gli omosessuali, mons. Hounder, vescovo di Coira, ha suscitato una tempesta mediatica e parole

Chiese accoglienti. Il presidente del Partito popolare democratico svizzero, Christophe Darbellay, in un’intervista pubblicata il 20 agosto, ha invitato le parrocchie svizzere ad accogliere ognuna due o tre rifugiati, dimostrando coerenza con quanto


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espresso dai Vescovi nel messaggio del Primo Agosto. Analoghe iniziative erano state praticate in passato su larga scala nei confronti dei cileni dopo il colpo di Stato di Pinochet, e a favore dei vietnamiti al momento della vittoria dei comunisti del Nordvietnam. Mons. Lazzeri (che già vi aveva accennato nel discorso del Primo Agosto sul San Gottardo), con una lettera dell’8 settembre, ha rivolto un invito ai presbiteri e religiosi, ai consigli parrocchiali, agli enti e associazioni della diocesi di collaborare con le autorità cantonali, per mettere a disposizione strutture e locali adeguati ad ospitare i profughi, in previsione di afflussi eccezionali. Sono già state segnalate molte realizzazioni. La parrocchia di San Pietro a Friburgo ha messo a disposizione una casa per accogliere una sessantina di richiedenti l’asilo; altri richiedenti sono ospitati in locali del vecchio seminario di Villars-surGlâne e il governo cantonale sottolinea lo spirito di collaborazione della diocesi a dare ospitalità ai 50 richiedenti mensili assegnati al cantone. Mons. Gmür, vescovo di Basilea, ha messo a disposizione nel vescovado i locali per accogliere tre famiglie scelte dalle autorità di Soletta. Il convento di Baldegg (Lucerna) e l’abbazia di Einsiedeln da mesi già accolgono gruppi di richiedenti l’asilo. Numerose iniziative sono state realizzate nelle parrocchie protestanti («Voce Evangelica» di settembre). Il 26 agosto, oltre 120 teologi riformati e cattolici hanno sottoscritto un appello in cui chiedono che la Svizzera adotti una nuova politica migratoria, con lo scopo di permettere a tutti di «emigrare nella dignità e di essere accolti con benevolenza». Anche la Caritas svizzera critica le strategie di dissuasione e di chiusura delle frontiere, contrarie ai principi di uno Stato di diritto e alle tradizioni umanitarie. Sul piano pratico, Caritas ha aperto sul suo sito Internet una pagina sia per coordinare l’aiuto dei privati sia per fornire informazioni e consigli al riguardo. Un’analoga iniziativa è stata promossa a Friburgo da un gruppo di persone, con lo slogan «Osiamo l’accoglienza», in collaborazione con l’autorità cantonale competente e col sostegno di quelle ecclesiastiche. Per ora le autorità sono in grado di gestire gli arrivi; si dovrebbero perciò evitare soluzioni come quelle prospettate a Berna: alloggi (?) sotto le tende dell’esercito! Cultura islamica. L’università di Zurigo offre, a partire da settembre, un

cronaca svizzera

corso di teologia islamica. Secondo la «Neue Zürcher Zeitung», il corso viene svolto dal professor Abbas Poya, afghano, ricercatore presso l’università di Erlangen. La teologia islamica sarà presentata nel contesto culturalmente e religiosamente plurale dell’odierna Europa. L’ateneo non intende invece proporre una formazione per imam. Cambiamenti ai vertici. Gottfried Locher, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera, è il nuovo presidente del Consiglio svizzero delle religioni, e succede a Hisham Maizar, deceduto lo scorso maggio. Avrà come vicepresidente Montassar BenMrad, della Federazione musulmana. Il Papa ha nominato lo scorso 5 settembre nuovo nunzio a Berna monsignor Thomas Edward Gullickson, nato il 14 agosto 1950 nel Dakota del Sud (USA), prete dal 1976 e nel servizio diplomatico dal 1985. Lascia l’Ucraina, dopo aver rappresentato la Santa Sede in diversi Stati europei, a Gerusalemme e nel Rwanda; parla inglese, italiano, francese, tedesco e ceco e potrà così facilmente capire gli svizzeri. Imposte ecclesiastiche. Il Partito borghese democratico di Friburgo, in vista delle elezioni federali di questo autunno, ha cercato notorietà lanciando una iniziativa contro l’imposta ecclesiastica. Un’analoga proposta dei giovani liberali-radicali era stata respinta dal Gran Consiglio (82 contro 12) nel febbraio 2012. Queste iniziative ignorano i servizi sociali che svolgono le Chiese cantonali, senza prevedere nessuna misura di sostituzione. Molte proposte analoghe in altri Cantoni svizzeri non hanno avuto successo: nel febbraio 2014 i cittadini grigionesi hanno respinto, con oltre il 73% dei votanti, l’iniziativa «Meno imposte per l’industria»; nel marzo 2014 il Consiglio di Stato lucernese ha respinto un postulato dei Verdi liberali che chiedeva l’esenzione dall’imposta ecclesiastica per le persone giuridiche; nel maggio 2014 gli zurighesi hanno respinto col 70% l’abolizione delle imposte ecclesiastiche cattolica e protestante sulle imprese; nel luglio 2014 i giovani liberali-radicali di Turgovia hanno rinunciato ad una analoga iniziativa, che voleva abolire le imposte ecclesiastiche per le persone giuridiche. Infine, nel maggio 2015, è stata ritirata in Vallese una «iniziativa per uno Stato laico» che aveva raccolto solo 2000 delle 6000 firme necessarie; per

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lo stesso motivo era stata ritirata, nel dicembre 2013, un’iniziativa lanciata nel cantone Nidvaldo. In 17 Cantoni svizzeri, le persone giuridiche (salvo eccezioni) sono soggette all’imposta ecclesiastica, ritenuta legale dal Tribunali federale con una sentenza del 2011 relativa al cantone di Svitto. In cinque cantoni (Ge, Ne, VD, VS, Ti) le imposte ecclesiastiche non sono obbligatorie, mentre in quattro cantoni (BS, SC, AR, AG) sono obbligatorie solo per le persone fisiche, con modalità diverse di esenzione (da APIC, 20 agosto 2015) Riformati locarnesi. Tra i 13 progetti approvati dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces) in vista del cinquecentesimo della Riforma luterana, ne figura uno ticinese: si tratta di una rappresentazione teatrale e musicale itinerante che racconta la storia dell’inizio della Riforma a Sud delle Alpi nel XVI secolo e l’esodo di 170 cosiddetti «nuovi credenti» da Locarno verso la Svizzera tedesca, in particolare Zurigo. Soggetto e messa in scena sono stati affidati al teologo e autore teatrale zurighese Paul Steinmann. È previsto che le prime rappresentazioni si svolgano nel 2017 in Ticino, per poi proseguire nel resto della Svizzera. Un film su Zwingli. Zurigo potrà festeggiare i 500 anni dall’insediamento di Huldrych Zwingli quale predicatore del Grossmünster, il duomo della città, con un film dedicato alla vita del sacerdote cattolico che, nominato a Zurigo nel 1519, iniziò una Riforma simile a quella luterana. Zwingli è considerato il fondatore del ramo cosiddetto «riformato» del protestantesimo. Sarà l’importante casa di produzione svizzera C-Films a occuparsi della produzione, con un budget di sei milioni di euro e l’uscita nelle sale è prevista per il 2018. La Chiesa riformata svizzera avrà un ruolo di consulenza storica. Anche l’autorità cantonale è coinvolta nella preparazione di un calendario di eventi e celebrazioni, a partire dal 2017, quando saranno festeggiati i 500 anni della nascita del movimento protestante. È in allestimento ad esempio una «via di Zwingli», cioè un percorso che consenta al turista di ripercorrere le tappe della vita del predicatore, e non mancheranno conferenze, seminari, riflessioni sulla storia e sull’attualità della Riforma. Lo «Zwingliverein» sta elaborando un grande progetto di studi storici in vista del 500.esimo.


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biblioteca Quando la liturgia si riformava in Ticino L’aula magna della facoltà di teologia dell’Università della Svizzera Italiana ha accolto lo scorso 26 maggio un importante numero di persone convenute per la presentazione del volume di Timoteo Morresi: «Il contributo della Diocesi alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II». Facevano gli onori di casa il nuovo rettore, René Roux, e il «vecchio» rettore, Azzolino Chiappini, con il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri a motivare la volontà della Diocesi di produrre un documento importante sul lavoro da pionieri fatto soprattutto nel Seminario diocesano nei decenni precedenti la riforma del Concilio Vaticano II. Ha poi parlato Mons. Pier Giacomo Grampa, vescovo emerito e promotore della ricerca, e l’autore ha chiuso la carrellata ringraziando coloro che lo hanno aiutato: l’archivista della Diocesi Piergiorgio Figini in particolare, purtroppo scomparso lo scorso anno, ma anche tutte le persone intervistate che hanno fornito particolari, riguardo specialmente al Seminario di Lugano e ai primi Convegni liturgici. Nel volume «si documenta il contributo offerto dalla Chiesa che è in Lugano grazie alla sua posizione di Chiesa tra il Nord e il Sud dell’Europa» (dalla Prefazione di mons. Grampa). Uno sguardo rapido alla Cronologia (1953-1970) favorisce la lettura degli avvenimenti, trattati in otto capitoli. Il primo oseremmo addirittura definirlo «divertente»: «Come si celebrava prima della riforma liturgica». Chi è in là con gli anni troverà spassosi passaggi, soprattutto circa quel che succedeva nelle «messe basse»: il dialogo – in latino! – tra celebrante e chierichetti, il Suscipiat recitato da tutta l’Assemblea con effetti del tipo Torre di Babele, la «messa grande», i vespri e le altre funzioni, i canti popolari («Noi vogliam Dio»!): e la strapazzata «Missa de Angelis»… In buona sostanza: si contestualizza il bisogno di cambiamento. «Il movimento liturgico internazionale: lo sfondo teologico e culturale» fa da titolo al secondo capitolo. Obiettivo centrale era la partecipazione attiva di

tutti i fedeli alla liturgia. Nel contesto nostro diocesano, l’autore inquadra la meravigliosa figura di don Martino Signorelli, prima professore di lettere e di musica nel Seminario di Lugano, in un secondo tempo rettore. La documentazione è copiosa, mirata e scelta con criteri che fanno scoprire, anche ai meno attenti, divertentissimi passaggi di alcuni scritti di Signorelli. È qui che viene posta la questione della funzione nuova delle Scholae cantorum. Il lavoro di aggiornamento progredisce e aumentano pure gli interpreti di una operazione che si preannuncia fondamentale. E si succedono, quasi naturalmente, figure nuove, quelle che marcheranno il percorso del rinnovamento. Luigi Picchi – «un compositore al servizio della liturgia» – a Lugano avviò e formò all’organo intere generazioni di preti per più di trent’anni (1935-1968). E stato il punto di riferimento per un giudizio se una composizione fosse adatta alla liturgia e fosse tecnicamente alla portata di un organista parrocchiale. Picchi considerava fondamentale la partecipazione dell’Assemblea. Ma fu tutto il Seminario di Lugano a vivere un periodo liturgico-musicale molto felice, in particolare per l’apporto di don Luigi Agustoni. Allievo di Picchi, Agustoni aveva studiato canto gregoriano al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Milano e ottenuto il diploma di magistero a Roma. Il suo interesse per la liturgia era nato grazie alla sua attiva partecipazione a incontri specialistici in Germania. Agustoni fu una delle menti più autorevoli anche nel campo degli studi sul canto gregoriano. La quarta appendice del libro riporta le annotazioni di una conferenza inedita che don Luigi tenne a Orselina nel marzo del 1971. Allievo di Agustoni, don Luigi Cansani ebbe un ruolo importante come compositore di canti non solo destinati ai libri liturgici. E infine va citato don Silvano Albisetti, praticamente l’autore di tutti i testi destinati alla composizione dei canti liturgici. Argomento del terzo capitolo sono i convegni internazionali. Di quello di Lugano (il terzo della serie), che si tenne dal 14 al 18 settembre 1953, sono riassunti i temi e presentati alcuni testi, con le «reazioni» di alcuni partecipanti ai lavori. Il periodo dei convegni si concluse ad Assisi nel 1956.

È facile immaginare l’entusiasmo che suscitarono quelle prime produzioni in ambito liturgico, uscite dall’attività del Centro di liturgia pastorale della Diocesi di Lugano, istituito il 25 aprile 1953: in particolare il libro «Il popolo alla Messa». Il quinto capitolo riassume le lineeguida della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia (1963), documento fondamentale del Vaticano II. Il brevissimo capitolo sesto è occupato dalla figura del vescovo Angelo Jelmini: ottimo il senso diplomatico dell’autore nel passare tra le situazioni di disagio e di fierezza «di esserci» di quel nostro vescovo! Gli ultimi due capitoli sottolineano i cambiamenti nella liturgia promossi e attuati in Diocesi. Quella del 7 marzo 1965 è una data storica: la prima Messa in italiano! Il periodo vede un nuovo protagonista, convinto della bontà del Vaticano II: don Valerio Crivelli, direttore del Centro cattolico radio e TV. I frutti della riforma liturgica in Diocesi si possono a questo punto definire «maturi». Appare la prima edizione del libro Lodate Dio (1970), il cui successo si ebbe rapidamente anche all’estero. A Lugano fu fondata nell’aprile del 1966 «Universa Laus», l’associazione internazionale per lo studio del canto e della musica al servizio della liturgia, operante ancora oggi e della quale Timoteo Morresi è socio. Aggiungo che l’autore, luganese, nato nel 1973, dottore in musicologia dell’Università di Ginevra (con uno studio su un autore della scuola di San Petronio a Bologna nel Seicento), aveva già al suo attivo un profilo biografico di Ferdinando Fontana (1850-1919), librettista di Puccini, poeta dialettale, profugo in Svizzera, per le edizioni Giampiero Casagrande Peppino Manzoni T. Morresi, Il contributo della Diocesi di Lugano alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, Edizioni della Facoltà di teologia, Lugano 2015. Il volume è acquistabile al prezzo di fr. 17 presso la stessa Facoltà.

Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–


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opinioni

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«Dappertutto chiese con le porte aperte» Chi ascolta papa Francesco? Sono per le chiese sempre aperte, come vorrebbe papa Francesco. Il mio parroco don Francesco Pesce la sua la tiene aperta, nel Rione Monti, a due passi dal Colosseo, dalle 7 alle 22 lungo la settimana, nel fine settimana dalle 8 alle 24. Faceva questo prima dell’elezione di Francesco e ora è felice della direttiva così chiara e così disattesa che è venuta dal vescovo di Roma. Trovo utile quest’uso e invito i lettori a segnalarmi – per un ampliamento dello sguardo – esperienze simili a quelle che ora racconterò, partendo da un testo nel quale Francesco fa la sua richiesta. «La Chiesa è chiamata a essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Così che, se qualcuno vuole seguire una mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa» (Evangelii gaudium, n. 47; Regno-doc. 21, 2013, 650). Nel papa il motto della Chiesa aperta è metafora e specifico precetto: «La Chiesa sia luogo della misericordia e della speranza di Dio, dove ognuno possa sentirsi accolto, amato, perdonato, incoraggiato a vivere secondo la vita buona del Vangelo. E per far sentire l’altro accolto, amato, perdonato, incoraggiato la Chiesa deve essere con le porte aperte, perché tutti possano entrare. E noi dobbiamo uscire da quelle porte e annunciare il Vangelo» (Udienza generale, 12 giugno 2013). Questo era già l’atteggiamento dell’arcivescovo Bergoglio. Ho raccolto molti testi d’allora e ne richiamo due, uno del primo anno da arcivescovo e un altro dell’ultimo. «Vi esorto a spalancare le porte al Signore: la porta del cuore, della mente, delle nostre chiese, tutte quelle della nostra vita» (Lettera ai sacerdoti dell’arcidiocesi, ottobre 1999). Lo spalancare le porte – tutte le porte – Bergoglio lo pone a denuncia e a rimedio delle mille porte chiuse che caratterizzano l’umanità globalizzata. Nella Lettera all’arcidiocesi di Buenos Aires per l’Anno della fede, che ha la data del l 0 ottobre 2012, fa della porta

chiusa «un simbolo del mondo d’oggi»: «Cari fratelli, tra le esperienze più forti degli ultimi decenni c’è quella di trovarsi davanti alle porte chiuse. Il crescente senso d’insicurezza sta portando a poco a poco a bloccare le porte, a porre sistemi di vigilanza, telecamere di sicurezza, a diffidare dell’estraneo che bussa alla nostra porta (...). L’immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo della luce, dell’amicizia, della gioia, della libertà, della fiducia. Quanto abbiamo bisogno di ritrovarla! La porta chiusa ci fa male, ci paralizza, ci separa». Un visitatore del blog ha raccontato di un gruppo che si è incaricato di essere presente sabato e domenica, a turno, in un santuario: recitano il rosario e accolgono pellegrini e visitatori. «Un’iniziativa del genere – è il suo commento – potrebbe aiutare a tenere sempre aperte le chiese e le renderebbe più accoglienti e vissute». Un altro visitatore evoca la possibilità – sperimentata in vari luoghi – di impiegare giovani del servizio civile e volontari che potrebbero «non solo rafforzare il controllo ma anche fare da ciceroni per i visitatori, che potrebbero ricompensarli con una piccola mancia». Un’amica di Bologna, di nome Giancarla, mi dice che la sua chiesa parrocchiale ha «le porte sbarrate quasi tutto il giorno», le apre solo verso sera, poco prima della messa, per il Rosario e il Vespro. Lei quando cerca una chiesa in altre ore va nella cappella dell’ospedale Sant’Orsola che è aperta tutto il giorno. Anche un amico di Roma mi segnala come le più accessibili, come orario, le cappelle di stazioni e aeroporti, nonché quella della Città universitaria. Alle volte il problema non è tanto quello della chiesa aperta, ma della presenza in essa di un sacerdote. Una visitatrice racconta che qualche anno addietro, volendo confessarsi, si trovò a girare quattro chiese della sua città: «E dalla seconda il giro l’ho fatto insieme a un turista con lo stesso desiderio e non pratico del luogo. Finalmente giunti alla quarta chiesa abbiamo trovato un prete che aspettava nel confessionale».

A Pistoia, da due anni un cartello di enti e associazioni viene sperimentando un programma che si chiama Visiting Pistoia, promotore il Consorzio turistico, che affida a volontari e studenti del liceo artistico la sorveglianza e la guida a musei e chiese oltre gli orari di apertura garantiti dai loro gestori. Ho visto qualcosa di simile a Roma per il Museo delle Mura e a Padova per i Musei civici agli Eremitani. Mi chiedo: ciò che fanno associazioni di varia umanità non potrebbe essere tentato, in altri luoghi, dalle associazioni di volontariato ecclesiale? Perché non si prova? Lo scorso novembre è stato pubblicato dalla CEI un opuscolo con «linee guida» per la tutela dei beni culturali ecclesiastici: che fare per evitare furti? Forse sono possibili delle linee guida per organizzare e gestire l’apertura continuata delle chiese, almeno di quelle parrocchiali. Ma a che orario penso quando dico apertura continuata? Il criterio dovrebbe essere quello – che riportavo sopra – suggerito dal mio parroco: finché intorno c’è gente. Brutta mia impressione la scorsa estate in una città della riviera ligure di Levante: la centralissima basilica, che dà sulla piazza storica e ha il mare sia a destra sia a sinistra, chiudeva alle 11.45 e riapriva alle 16.15, richiudendo definitivamente le sue nobili porte alle 19.00. Orario balzano e di pura comodità del parroco, se teniamo conto che la massima densità di passeggio e di visite, nella stagione balneare, lì si ha proprio nella tarda mattinata e in serata, fino verso la mezzanotte. Sarebbe come se Gesù, quella volta a Cafarnao, fosse salito sulla barca di Pietro per parlare alla folla quando questa non c’era e ne fosse sceso quando in tanti gli erano intorno. www.luigiaccattoli.it da Luigi Accattoli Io non mi vergogno del Vangelo, Il Regno - attualità 2/2015.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch


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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

A Roma per il cinquantesimo. Con il motto «Verso una Chiesa ispirata dai Vangeli e per il mondo», realtà ecclesiali di tutto il mondo celebrano il Concilio Vaticano II, promovendo un incontro nei giorni 20-22 novembre 2015, nella Casa LaSalle Aurelia 472, organizzato da «Noi siamo Chiesa (Italia)» e dal movimento internazionale «We Are Church (IMWAC)» Programma e informazioni in www. council50.org. Francesco deplora. In occasione del ricevimento in Vaticano di una delegazione della Chiesa hussita della Cecoslovacchia e della Chiesa evangelica del «fratelli cechi», papa Francesco ha deplorato la morte di Ian Hus, il teologo boemo mandato al rogo nel 1415 durante il Concilio di Costanza. Il pontefice ha ricordato «il rinomato predicatore e rettore dell’Università di Praga», unendosi al «profondo rammarico» per quegli eventi, già espresso per altro da Giovanni Paolo II. La persona e l’attività di Ian Hus sono state a lungo oggetto di contesa tra cristiani: oggi invece per papa Bergoglio è diventato motivo di dialogo. I cristiani debbono affrontare le questioni conflittuali con uno sguardo nuovo, per progredire insieme nel cammino della riconciliazione e della pace. Riabilitato. Papa Francesco ha accolto a Santa Marta, il 10 settembre, con un «Noi siamo fratelli», mons. Jacques Gaillot, il vescovo rimosso nel 1995 dalla guida della diocesi di Évreux in Francia a causa di opinioni divergenti dal magistero e dalla maggioranza dei vescovi francesi. Ordinato prete nel 1961, come vescovo nel 1983 votò contro il testo dell’episcopato sull’utilizzo del nucleare come forza di dissuasione; nel novembre 1988 intervenne a favore dell’ordinazione di uomini sposati, nel 1991 affermò la sua opposizione alla «guerra del Golfo» con il libro «Lettera aperta a coloro che predicano la guerra e la fanno fare agli altri». Mons. Gaillot ha compiuto ottant’anni l’11 settembre. Le scarpe in beneficenza. L’associazione Kolping, fondata nell’Ottocento in Germania a favore degli operai da un calzolaio, poi divenuto «padre» Adolf Kolping, ha raccolto 15.000 scarpe per una singolare lotteria cui

anche il papa emerito Benedetto XVI ha inviato i suoi mocassini di cuoio rosso, fabbricati da un esperto calzolaio romano, che ora non può più calzare. Sinodo esemplare. Iniziato il 30 novembre 2013, il Sinodo della Diocesi di Bolzano-Bressanone si è svolto in varie fasi: la prima di ascolto delle proposte dei fedeli; la seconda in cui il Sinodo ha fissato i temi approfonditi successivamente da diverse commissioni, fino alla conclusione dei lavori, prevista per l’8 dicembre. Nei documenti delle 12 commissioni sinodali sono emerse questioni importanti per la vita attuale della Chiesa. In particolare, i sinodali si sono espressi a favore del celibato opzionale dei preti, dell’ammissione delle donne al sacramento dell’ordine o al diaconato, della comunione ai divorziati risposati e dell’unzione degli infermi da parte di laici incaricati. Questo è stato possibile grazie all’ampia autonomia che il vescovo, Ivo Muser, ha voluto lasciare all’assise, evitando interventi e censure che avrebbero potuto condizionare il dibattito. Alla base di questa scelta, l’intenzione, pur nel rispetto del magistero, di indurre l’istituzione ecclesiastica ad aprirsi al confronto sui temi più controversi e alle sollecitazioni dell’opinione pubblica laica. «Vogliamo esplorare la nostra coscienza e riconoscere la nostra colpa per quanto riguarda l’ingiustizia recata alle persone con una pastorale dura di cuore nelle questioni morali, soprattutto nell’ambito del matrimonio e della famiglia. Pensiamo in particolare alla sofferenza recata attraverso l’umiliazione e l’emarginazione delle madri non sposate, dei figli extra-matrimoniali, alle convivenze pre- e nonmatrimoniali e alle persone separate e risposate». Un sistema ingiusto. Diminuisce in Italia la destinazione dell’«otto per mille» alla Chiesa cattolica e a quella valdese, e cresce quella allo Stato. È il quadro che emerge dai dati sulla ripartizione dei fondi per il 2015 (relativi alle dichiarazione dei redditi del 2011). Se nell’anno precedente (dichiarazione redditi del 2010, ripartiti nel 2014) era stato il 37,6% dei contribuenti a destinare tale percentuale alla Chiesa cattolica, facendole

incamerare l’82,24% dei fondi (in base al meccanismo per cui le quote non espresse sono comunque ripartite in proporzione alle firme ottenute), quest’anno la Chiesa cattolica, con il 36,75% delle firme, incassa l’80,22%. Registra una lieve flessione anche la Chiesa valdese (604 mila adesioni contro 613 mila). Cresce invece il numero dei contribuenti che ha deciso di destinare l’8 per mille allo Stato: dal 6,1 del 2010 al 7% del 2011, con un aumento di circa 26 milioni di euro. La Chiesa evangelica luterana ha raccolto 63 mila firme, ricevendo circa 4 milioni di euro, l’Unione delle comunità ebraiche con 87 mila firme ottiene 5,8 milioni. Pressoché invariato il numero di contribuenti che non hanno espresso una preferenza (45,81%), la cui parte viene assegnata secondo le scelte espresse dagli altri: così atei e non religiosi sostengono le Chiese! Palestina riconosciuta. Un accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina è stato firmato in Vaticano il 26 giugno. Il patto – che una volta si sarebbe chiamato concordato – è stato vivamente deplorato da Israele, perché vi si parla di uno «Stato di Palestina»: che, secondo Israele, potrebbe esistere solo al termine della conclusione delle trattative tra Israele e palestinesi. Occorre tuttavia ricordare la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del 29 novembre 2012, che ha accolto la Palestina quale Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite. L’accordo sottintende dunque il riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e dignità dentro un proprio Stato indipendente libero dall’occupazione. L’accordo riconosce la personalità giuridica della Chiesa cattolica, e le garantisce il pieno diritto all’esercizio della libertà religiosa nello Stato di Palestina. L’accordo entrerà in vigore dopo la ratifica dalle due Parti. Un giubileo «diverso»? Visitando nel settembre 2013 il Centro Astalli per rifugiati, gestito dai gesuiti a Roma, papa Francesco ha detto: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio l’accoglienza nei conventi vuoti». Sembra che alcuni istituti religiosi abbiano opposto un rifiuto alla richiesta del prefetto di Roma di accogliere i migranti nelle


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cronaca internazionale

proprie strutture perché sarebbero destinate a ospitare i pellegrini in visita a Roma per il Giubileo. La notizia, se confermata, smentirebbe le rassicurazioni che il «Giubileo della misericordia» sarebbe stato di basso profilo. Nel calendario ufficiale sono già previsti oltre venti grandi eventi: dal Giubileo dei ragazzi e delle ragazze (24 aprile) a quello degli ammalati (12 giugno), dal Giubileo del catechisti (25 settembre) al Giubileo mariano (8-9 ottobre). È vero che durante l’Anno santo del 2000 gli appuntamenti furono oltre il triplo, ma più di venti eventi in un anno sembrano comunque troppi per un Giubileo low profile. I vescovi svizzeri, per paura di essere qualificati «antiromani», hanno già deciso di organizzare un «pellegrinaggio svizzero», anche se il Papa ha esteso a tutte le cattedrali il giubileo, invitando praticamente i cattolici… a stare a casa! Buoni affari con lo IOR: L’Istituto per le Opere di Religione (IOR) ha chiuso il 2014 con un utile netto di 69,3 milioni di euro, a fronte dei 2,9 milioni del 2013. 55 milioni saranno destinati al budget della Santa Sede, in linea con la cifra già erogata nel 2014, e dovrebbero servire a portare in attivo il bilancio della Santa Sede. Gli

altri cinque dovrebbero essere elargiti a enti ecclesiastici in difficoltà e a opere a carattere assistenziale. Secondo il Rapporto annuale, i risultati positivi realizzati dallo IOR nel 2014 sarebbero dovuti «all’andamento del risultato da negoziazione titoli e alla diminuzione dei costi operativi di natura straordinaria», cioè sostanzialmente alla compravendita di prodotti finanziari: un’attività di tipo specu­lativo sui mercati azionari e obbligazionari. Lo IOR è stato fondato per volontà di Pio XII nel 1942 per gestire le risorse finanziarie provenienti dal Concordato del 1929. Da allora provvede alla custodia e all’amministrazione del patrimonio dei suoi clienti, fornendo loro la possibilità di aprire conti correnti e offrendo una serie di servizi di pagamento in tutto il mondo. L’istituto è oggi soggetto alla regolamentazione dell’istituzione di vigilanza nata dalla necessità, da parte delle istituzioni europe, di garantire un maggiore controllo sulle operazioni finanziarie nello Stato della Città del Vaticano. Per questa ragione, nell’ottobre del 2013 il Vaticano ha varato un vero e proprio testo unico sulla finanza che raggruppa le norme emanate a seguito delle inchieste della procura di Roma sullo IOR avviate nel 2009. Nel Rapporto annuale si sottolinea come, dal maggio 2013 (quando è

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iniziata l’opera di screening dei clienti dell’Istituto) al 31 dicembre 2014, lo IOR ha chiuso 4614 rapporti con suoi clienti, di cui 2.600 conti «dormienti» (ossia con saldo esiguo e nessun movimento), 554 rapporti che non rientravano nelle categorie autorizzate (non appartenenti cioè a istituzioni o enti della Santa Sede, dipendenti e pensionati del Vaticano, ambasciate e diplomatici accreditati presso la Santa Sede, congregazioni religiose e diocesi) e 1460… per naturale estinzione. A fine 2014 i clienti della «banca vaticana» si attestavano a quota 15.181. Ancora troppi! Chi controlla il controllore? Il card. Gerhard Ludwig Müller ha rilasciato un’intervista al quotidiano «La Croix» affermando che sarebbe suo compito, in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), «strutturare teologicamente» il pontificato di papa Francesco. Padre Aloisius Pieris, teologo nello Sri Lanka, in una lettera pubblicata da «Adista» il 16 maggio, osserva: «Sono certo che il prefetto della Cdf sa che papa Francesco è un religioso della Compagnia di Gesù che ha professato i voti solenni, e nessun gesuita è ammesso a tali voti se non ha completato una perfetta e rigorosa formazione filosofica e teologica.

Verso un nuovo ecumenismo La 52. sessione ecumenica promossa dal Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) si è svolta a Santa Maria degli Angeli di Assisi, dal 26 luglio al 1. agosto, avendo per tema «In cammino verso un nuovo ecumenismo», con il provocatorio invito alla prostituta: «Va e d’ora in poi non peccare più» (Gv. 8.11). La settimana si è svolta secondo i binari collaudati dal susseguirsi di meditazioni (due volte come libera discussione), relazioni e gruppi di studio: da notare positivamente la sempre maggiore presenza femminile al tavolo dei relatori, non solo donne-pastore protestanti ma anche agguerrite cattoliche e quest’anno persino una ortodossa. Del resto, il SAE, fondato dalla veneta Maria Vingiani, prima presidente, è oggi diretto dalla veronese Marianita Montresor, ebbe nel suo settantennio di attività alla presidenza un’altra donna… e un solo uomo. Gli Atti della sessione offriranno un quadro completo, sempre ricco di stimoli. La sessione SAE voleva indirizzare verso «un nuovo ecumenismo», che dal dialogo passi ai gradi più impegnativi dell’accoglienza e dell’affidamento («fidarsi dei diversi»). Mentre si conferma il raggiunto incontro con l’ebraismo (per Barth «unico grande problema ecumenico»), incombono ora le sfide delle altre grandi religioni mondiali, sempre più presenti in Occidente, e specialmente il prorompente Islam. Anche tra i cristiani mutano le priorità, con il diffondersi di posizioni confessionali (pentecostali, carismatiche, ecc.) con poca o nessuna sensibilità ecumenica, per non dire

anti-: sono nuovi cristianesimi che attraversano e anche superano le Chiese storiche. A conclusione della settimana, il valdese Paolo Ricca (apprezzato veterano del SAE) ha indicato alcune esigenze pratiche dell’ecumenismo «nuovo», invitando alla modestia e all’universalità. Tra le proposte concrete, formulate nel gruppo di studio su «luci ed ombre della realtà ecumenica», due meritano la segnalazione: per dimostrare «affidabilità» alle Chiese ortodosse, la Chiesa romana dovrebbe rinunciare al «filioque» nel Credo della Messa (è ormai assodato che fu una aggiunta posteriore ai Concili di Nicea e Costantinopoli, ripresa dalla sola Chiesa latina) e dovrebbe aggiungere nella Preghiera eucaristica, dopo la menzione del Papa e del Vescovo locale, quella per i ministri di tutte le Chiese cristiane. Nelle conversazioni circolavano anche altre due proposte più «avanzate»: quella di chiedere a papa Francesco di togliere la scomunica a Lutero in occasione del cinquecentesimo della Riforma, come fece Paolo VI per gli Ortodossi; liberalizzare l’intercomunione (un divieto che rimane la più conosciuta e dolorosa prova della mancanza di unità tra i cristiani) tra tutte le Chiese che già riconoscono reciprocamente valido il battesimo da loro amministrato (sono quindi vere Chiese cristiane). Peraltro, la fede della comunità celebrante supplisce (supplet Ecclesia) alle eventuali mancanze in chi presiede «la Cena del Signore». Papa Francesco ripete che l’ecumenismo è un cammino: cerchiamo di non restare al palo. (a.l.)


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La posizione del card. Müller suscita una domanda imbarazzante: «se la Cdf avesse il compito di tenere sotto controllo e strutturare teologicamente il pontificato di Francesco, chi terrebbe sotto controllo la strutturazione teologica della Cdf?». Il teologo conclude: «Questo pontificato ha avviato un processo di evangelizzazione a livello mondiale, che i professori e i docenti accademici di teologia non hanno mai tentato e, a fortiori, nemmeno realizzato. Ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno alla guida della Chiesa non è una strutturazione teologica ma una testimonianza evangelica». Richieste contrastanti. La difesa e la promozione della famiglia tradizionale, ma anche la ricerca di una forma di benedizione delle coppie omosessuali e di una forma di inclusione e di partnership sacramentale per i divorziati risposati: è questo il contenuto di due mozioni approvate all’unanimità dall’assemblea generale del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) che si è svolta a Würzburg l’8 e il 9 maggio. Come è possibile, ci si è chiesti, risanare il conflitto esistente in molti cattolici tra i problemi e le scelte operate nella vita quotidiana e la dottrina della Chiesa? I cattolici della ZdK si sono interrogati anche sulla necessità di una legge che regolamenti l’assistenza a profughi e rifugiati, sia nei Paesi d’origine sia in quelli di transito. Ma… suona anche un’altra campana. Una petizione promossa da cattolici americani, che ha raccolto quasi mezzo milione di firme, supplica il Papa di «riaffermare in modo categorico l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio per il quale i cattolici divorziati e civilmente risposati non possono ricevere la santa comunione e le unioni omosessuali sono contrarie alla legge divina e naturale». Tra i firmatari, alcuni cardinali e una settantina di vescovi, tra cui Wolfang Haas, già vescovo di Coira. Benedizioni e rotture. Il 17 maggio, il Sinodo della Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha detto «sì» alla benedizione di coppie dello stesso sesso. La decisione della EPUdF, che unisce riformati e luterani, è giunta al termine di un animato dibattito nelle comunità locali durato un anno e mezzo e arriva a due anni dall’introduzione nell’ordinamento legale francese del «matrimonio per tutti». Si prevede che la «benedìzione liturgica» di coppie omosessuali possa essere invocata sulle sole coppie sposate civilmente «che

vogliono presentare la loro alleanza di fronte a Dio». Pertanto, quello che già si faceva per le coppie eterosessuali – con un adattamento liturgico ancora in via elaborazione – sarà possibile anche per gli sposi omosessuali, a patto che vi sia l’accordo della comunità e del pastore. La EPUdF conta 110 mila membri attivi e 400mila affiliati. Il protestantesimo è la quarta comunità religiosa dopo il cattolicesimo, l’islam e l’ebraismo. E tuttavia… Con una dichiarazione resa pubblica mercoledì 3 giugno, il dipartimento delle relazioni estere del Patriarcato di Mosca ha annunciato la rottura dei suoi rapporti con la Chiesa protestante unita di Francia e con la Chiesa presbiteriana di Scozia, per la loro decisione di permettere la benedizione di unioni omosessuali. Queste decisioni «deludono profondamente la Chiesa ortodossa russa perché incompatibili con le norme della morale cristiana». Il Patriarcato di Mosca, conformemente a una decisione del 2008 del Sinodo dei vescovi, secondo la quale «le relazioni con le comunità protestanti dipendono dalla loro fedeltà alle norme morali dell’Evangelo», non vede «alcun futuro per altri rapporti ufficiali con la Chiesa di Scozia e con la Chiesa protestante unita di Francia». Nel 2003, la Chiesa ortodossa russa aveva, allo stesso modo, rotto i propri legami con la Chiesa episcopale americana, che aveva ordinato un vescovo apertamente omosessuale e, nel 2005, con la Chiesa di Svezia, dopo la decisione di quest’ultima di benedire matrimoni omosessuali. Abolita la preghiera. In Canada le sedute dei consigli comunali non potranno più aprirsi con una preghiera. Lo ha stabilito la Corte suprema del Paese nordamericano con una sentenza che impone la neutralità confessionale alle istituzioni pubbliche. La decisione dei giudici dà quindi ragione ad Alain Simoneau, un cittadino di Saguenay (Québec) che, in quanto ateo, aveva ravvisato nella preghiera che apre ogni riunione del consiglio municipale una violazione della sua libertà di coscienza. La giustificazione del sindaco Jean Tremblay, che ha evocato l’eredità storica del cattolicesimo romano del Québec, è stata respinta dalla Corte suprema: «L’adozione di una tradizione religiosa da parte dello Stato costituisce una discriminazione nei confronti di tutte le altre tradizioni», ateismo compreso. Nell’intero Canada, dove la preghiera d’apertura è una consuetudine diffusa, alcune munici-

palità hanno già modificato le proprie procedure per uniformarsi alla sentenza; altre, tra cui Oshawa (Ontario), hanno deciso di continuare a pregare prima di ogni seduta comunale. (Nev) Quasi pari opportunità. L’8 marzo la Chiesa evangelica in Germania (Ekd) ha presentato il suo primo Atlante per le pari opportunità tra uomo e donna. L’Atlante, che ricalca quello annuale predisposto dal governo federale, offre analisi statistiche e approfondimenti sulle pari opportunità all’interno delle Chiese dell’Ekd. Il risultato è molto variegato, tra le le diverse Landeskirchen. A livello nazionale le donne sono il 33% del corpo pastorale, mentre la presenza femminile nel Sinodo dell’Ekd è del 46%, e nel Consiglio dell’Ekd del 47%. Sono percentuali comunque superiori rispetto al parlamento tedesco e al governo federale. L’Atlante contiene anche informazioni sulla distribuzione per genere nella diaconia e nell’ambito della vita ecclesiastica, nonché nel volontariato. A quando una simile ricerca per la Chiesa cattolica? Non si tratterà di un grosso impegno: basteranno poche pagine… se si esclude il volontariato. In occasione della Giornata della donna, la redazione tedesca di Radio vaticana ha informato che sono 371 le donne impiegate nel Governatorato della Citta del Vaticano (erano 194 dieci anni fa): il 19% del personale. Le donne sono occupate specialmente in compiti di servizio negli spacci, ai musei e nell’ufficio postale. Per quanto riguarda la Curia, le donne sono 391: il 18% come archiviste, giornaliste, storiche e capi ufficio (il 41% con una formazione superiore). In tutto sono quindi 762 le donne che lavorano in Vaticano, cioè poco meno di un quinto del personale. Al vertice della burocrazia (si fa per dire!) due donne hanno il rango di sottosegretario: Flaminia Giovanelli a Giustizia e Pace, e suor Nicoletta Spezzati alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata (APIC dell’8 marzo 2015). Ma capita anche di peggio: un prete cattolico di San Francisco ha proibito alle ragazze di fare il chierichetto, sostenendo che il servizio deve essere riservato ai maschi, come preparazione ad essere preti, e l’opinione è stata condivisa dal cardinale Raymond Burke, dichiaratosi preoccupato della «femminizzazione» della Chiesa. Insomma, le chierichette sarebbero responsabili della diminuzione dei preti.


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opinioni

Una voce protestante per un giubileo diverso Appena ho sentito la notizia dell’indizione del Giubileo straordinario da parte di Papa Francesco, il mio primo pensiero è stato: «Speriamo non lo faccia nel 2017, quell’anno è nostro». Non proprio un pensiero nobile, lo ammetto, ma i primi pensieri sono frutto delle associazioni di idee più che della riflessione. A parte il sollievo per la mancata sovrapposizione con il cinquecentenario della Riforma, la mia seconda reazione è stata di attenzione. Francesco non è un papa come gli altri, non è prevedibile, se non nella sua imprevedibilità. Le parole usate dal papa per indire l’Anno santo sono state molto belle: «un Giubileo della misericordia». Solitamente un giubileo non ha bisogno di complemento di specificazione: un giubileo è un giubileo e basta. Invece Francesco ha voluto specificare, come per dire che questa volta non sarà come le altre. Il problema per noi protestanti – e riteniamo per tutta la Chiesa di Cristo – è proprio la storia dei giubilei cattolici, dal primo di Bonifacio VIII nel 1300 al supermegamaxievento del 2000 indetto da Giovanni Paolo Il. I giubilei cattolici nascono per due motivi fondamentali, nessuno dei quali è teologico. Il primo è affermare la centralità politica di Roma, con tutti i popoli, tutti i principi invitati a convergere su Roma, Mecca del cristianesimo. Il secondo è fare cassa. La Chiesa di Roma è custode del tesoro dei meriti dei santi, una sorta di banca della salvezza cui i fedeli possono accedere con le cosiddette indulgenze, veri e propri titoli nominativi che certificano il perdono dei peccati. Con il mercato delle indulgenze, che raggiunse picchi scandalosi nel XVI secolo, la Chiesa cattolica riuscì a finanziare la costruzione dell’attuale Basilica di San Pietro e a provocare la spaccatura del cristianesimo d’Occidente, quando Martin Lutero – dopo diversi tentativi prima di lui, finiti tutti più meno male – accese la miccia (o la luce) della Riforma protestante. Ecco perché un protestante alza il sopracciglio di fronte all’indizione di un Giubileo. A parte la costitutiva imprevedibilità di Francesco, perché questo Giubileo dovrebbe essere diverso? Potrebbe intanto sembrare che

uno dei due motivi, almeno in buona parte, debba cadere. L’annuncio sostanzialmente a ridosso dell’evento stesso deve aver fatto rimanere un po’ male un bel po’ di gente. Meno tempo per preparare gadget di ogni genere, meno tempo per organizzare megaraduni – ma non speriamo che ci verrà risparmiata la Giornata della gioventù –, nessuna possibilità di proporre grandi opere, spesso inutili, ma sempre lucrative, per i palazzinari di cui tradizionalmente Roma abbonda. Non ci aspettiamo l’eliminazione delle indulgenze. Noi protestanti viviamo benissimo senza, ma la questione del tesoro dei meriti, della venerazione dei santi, delle messe in suffragio, sono troppo costitutive della Chiesa cattolica. Non possiamo pretendere che la Chiesa cattolica non sia più la Chiesa cattolica. Però possiamo sperare che anch’essa possa riformarsi senza necessariamente diventare una chiesa riformata. E qui c’è l’indizio principale che ci fa guardare con attenzione a questo evento: il giubileo del Concilio Vaticano II, il principale evento riformatore della Chiesa cattolica, si chiuse il 7 dicembre 1965. L’8 dicembre 2015 si aprirà il Giubileo di Francesco. La portata simbolica è enorme: come se questi cinquant’anni di restaurazione non fossero mai esistiti. È importante per noi protestanti non disinteressarsi all’evento per due ragioni. La prima, teologica, è che non possiamo snobbare un papa che mette al centro la misericordia di Dio; non possiamo ricadere in quello spirito settario che Gesù condanna. «Allora Giovanni disse: “Maestro, noi abbiamo visto un tale che scacciava i demòni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato perché non ti segue con noi”. Ma Gesù gli disse: “Non glielo vietate, perché chi non è contro di voi è per voi”». (Luca 9, 49-50). La seconda ragione è più pratica. Al termine del Giubileo di Francesco inizieranno le nostre celebrazioni per i 500 anni della Riforma. Stiamo attenti a quel che succede nel 2016, per non sembrare delle mummie nel 2017. Peter Ciaccio (da RIFORMA, Torino, 27 marzo 2015)

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In questo numero Editoriale G Benvenuti!

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Dossier Il rischio climatico G un’importante collezione di dati accerta la qualità e l’urgenza degli obiettivi (M. Martucci) G francesco e la cura della casa comune (S. Morandini) G l’impegno della svizzera (F. Mauri) G Negazionismo climatico (M. Cassini) G vignetta (in)sostenibile (D. Lepori)

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Speciale La visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino

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Articoli G maestri e amici nel signore 15 G «dappertutto chiese con le porte aperte» (L. Accattoli) 20 G una voce protestante per un giubileo diverso 24 Biblioteca G T. Morresi, il contributo della diocesi di Lugano alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II (P. Manzoni)

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G notizie belle e buone G cronaca svizzera G cronaca internazionale

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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