237 dialoghi Locarno – Anno 47 – Giugno 2015
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Tra confusione e misericordia
Viste da fuori, le notizie che giungono dalla «Chiesa cattolica» e/o dal «Vaticano» hanno la capacità di confondere il più attento dei lettori. Negli ultimi tempi, infatti, non si sa più da che parte stiano i vertici del cattolicesimo quando si parla, per fare un esempio vistoso, di omosessuali. A chi dobbiamo credere? Al Papa che nel luglio 2013, di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, rispondendo alle domande dei giornalisti aveva detto: «Se una persona è gay e cerca il Signore, e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?». Oppure al segretario di Stato vaticano, cardinale Parolin, che il 27 maggio ha definito il risultato del referendum sulle nozze gay in Irlanda non solo una sconfitta dei principi cristiani, ma anche «una sconfitta per l’umanità»? Dobbiamo dare retta alle parole del
In alto, Papa Francesco lava i piedi dei giovani carcerati la sera del Giovedì Santo; in basso, la consegna del messaggio agli intellettuali del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, da Paolo VI a Jacques Maritain.
teologo domenicano Jean-Miguel Garrigues che qualche mese fa su «Civiltà cattolica» spiegava che «la visione di Francesco è quella di una Chiesa per tutti, perché Cristo è morto davvero per tutti gli uomini, senza eccezioni, non per alcuni» e in questo modo apriva la porta espressamente a deroghe nell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti e indirettamente lasciava immaginare aperture anche sugli omosessuali? Oppure dobbiamo fidarci di più del fatto che la mancata nomina dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede di Laurent Stefanini, cattolico praticante, sia dovuta alla sua dichiarata omosessualità, come adombra la maggior parte degli osservatori di cose vaticane? C.S. (Continua a pagina 13)
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Rileggere la costituzione «Gaudium et Spes» alla luce della misericordia di Papa Francesco Quando tre anni fa abbiamo cominciato i nostri incontri per celebrare i cinquant’anni dal Concilio e abbiamo previsto di giungere a parlare della Gaudium et Spes, abbiamo corso un grosso rischio. Perché se nel frattempo non fosse successo niente, se non fosse arrivato Papa Francesco, oggi avremmo rischiato di fare dell’archeologia. Avremmo parlato di un documento ormai vecchio, obsoleto, che non era piaciuto neanche allora ai migliori protagonisti del Concilio, per una sua certa dipendenza mondana, per un suo ottimismo della volontà che sembrava non fondato ed ingenuo, per un suo evangelismo debole e per la mancanza di un’intelligenza messianica; un documento che aveva condannato la guerra totale ma non aveva messo al bando l’atomica, che aveva accondisceso alla deterrenza e relegato in una nota a piè di pagina la Pacem in terris, che si era accorto dell’amore umano tra i coniugi ma poi aveva lasciato al papa di decidere come dovessero farlo; e mentre il nostro movimento aveva preso il nome della Chiesa dei poveri, i poveri nella Chiesa oggi starebbero ancora nelle catacombe, come dalle catacombe era uscito il «patto» dei vescovi più conciliari sulla povertà della Chiesa; i poveri sarebbero nelle catacombe e non si riunirebbero invece in Vaticano nell’aula del «vecchio Sinodo», non si farebbero il bagno e la barba sotto il colonnato di san Pietro, non andrebbero al concerto ai primi posti nell’aula Paolo VI e non sarebbero invitati a visitare la Cappella Sistina, dato che anch’essi hanno diritto non solo al pane ma anche alla bellezza. Il rischio dell’archiviazione del Concilio E se ancora fossimo nel deserto in cui eravamo tre anni fa, il Concilio stesso sarebbe oggi dilaniato tra le diverse ermeneutiche, sarebbe rimosso come un «non-evento», sarebbe esorcizzato perché, come aveva detto Paolo VI, attraverso le sue fessure il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio, e infine sarebbe sostituito dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, che secondo il cardinale Levada e Benedetto XVI doveva essere assunto come la vera ricezione del Concilio
nell’anno della fede 2012; e talmente il Vaticano II avrebbe dovuto essere considerato ormai chiuso e archiviato che alcuni tra noi avevano pensato che ci volesse un Vaticano III. Tutto questo abbiamo rischiato di vivere oggi; abbiamo rischiato di riunirci come carbonari di una Chiesa che non c’è, di ricordare un Concilio ormai «digerito», per usare un’espressione di Benedetto XVI, avremmo rischiato di rievocare una Chiesa che aveva parlato di gioia e speranza, senza avere però oggi né gioia né speranza. di Raniero La Valle*
Ed ecco invece che quello che poteva essere un sopralluogo archeologico diventa un affacciarsi sul futuro, e noi oggi non siamo un’assemblea di nostalgici, ma siamo dei viandanti che con maggiore lena possono riprendere il cammino. E questo si verifica perché mentre la Gaudium et Spes, come ha scritto Giuseppe Ruggieri, non era riuscita a definire i «segni dei tempi» e a farne la teologia, ecco che il segno dei tempi è accaduto, infischiandosene delle nostre ecclesiologie. È un segno dei tempi che mostra che c’è una dinamica divina nella storia, e che l’«oggi» di Dio non è mai come l’ieri di Dio, e nemmeno come l’ieri dei suoi figli, e per questo i profeti di sventura hanno torto, e tutto può sempre accadere. Concilio e Papa Francesco, un unico evento Il segno dei tempi ha preso la figura di Papa Francesco e questo ormai lo sappiamo, e ne avevamo preso atto già l’anno scorso. Ciò che di più ora sappiamo, è che il pontificato di Francesco non è un fungo spuntato nella Chiesa, ma non è altro che il Concilio che riprende e continua. Concilio e Papa Francesco non sono più due eventi a distanza di 50 anni l’uno dall’altro, ma sono ormai un unico evento. Questo pontificato si rivela oggi come parte di un processo che è cominciato l’11 settembre 1962 con il discorso giovanneo sulla Chiesa di tutti e specialmente dei poveri, è continuato con la Gaudet Mater Ecclesia dell’11 ottobre e col Concilio, è giunto con la Gaudium et Spes alla tappa della
chiusura del Concilio l’8 dicembre 1965 e poi, dopo una traversata nel deserto durata dieci anni di più dei quaranta regolamentari, attraverso la Evangelii Gaudium giungerà ora all’appuntamento dell’8 dicembre 2015, quando si apriranno le porte sante del Giubileo. E allora qui veramente continua il Concilio, qui la Chiesa veramente riparte esattamente dal punto in cui il Concilio si era interrotto. Il Concilio infatti si era occupato della Chiesa, per rispondere alla domanda che le aveva posto il cardinale Montini: «Chiesa di Cristo che cosa dici di te stessa?», ma il suo vero fine pastorale, che gli aveva dato Papa Giovanni, era quello di ripresentare al mondo il volto di Dio (il «tesoro» della fede), in quel modo per cui la nostra età potesse comprenderlo: ea ratione quam tempora postulant nostra; ed ecco che ora Francesco gioca tutto il suo pontificato, il suo programma, la sua Chiesa nel far noto al mondo il volto di Dio. Un volto che è il volto della misericordia, misericordiae vultus, e per questo indice il Giubileo. Ma lo programma in modo tale che non si apriranno solo le porte delle quattro basiliche romane, ma di tutte le cattedrali e le concattedrali e i santuari e le «chiese significative» del mondo: perché questa volta non si tratta di far entrare dei pellegrini a lucrare indulgenze, questa volta si tratta di far entrare la misericordia. E dovrebbero allora aprirsi non solo le porte delle chiese, ma anche delle case, e anche dei cuori, al di là ormai della divisione del mondo tra sacro e secolare, tra religioso e laico, che non è cosa cristiana; tutte le porte dovrebbero dilatarsi e divenire Porte di Misericordia, obbedendo al Salmo 24: «Alzate o porte la vostra fronte Alzatevi soglie antiche Ed entri il re della gloria». A questo serviva il Concilio, a questo è proteso il pontificato di Francesco, a riaprire le porte perché possa entrare il re della gloria, e in tal modo sia riaperta nella modernità la questione di Dio. La gioia Così ristabilito il nesso tra il Concilio e la Chiesa di oggi, veniamo alla
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Gaudium et Spes, vediamo che cosa essa può dire oggi per noi. Io vorrei ora fermarmi solo alle quattro parole che danno il via al documento e che ne esprimono il senso: Gaudium e spes, luctus e angor, gioia e speranza, lutto ed angoscia. Prima di tutto dalla Gaudium et Spes arriva la parola della gioia. È una parola che attraversa il tempo, quasi a indicare qualcosa che dura sempre, mentre il resto finisce. Gaudet Mater Ecclesia, gioisce la madre Chiesa, diceva Giovanni XXIII della Chiesa riunita a Concilio, Gaudium et Spes dice la Costituzione pastorale, Evangelii Gaudium, dice il documento programmatico del papa argentino, che è la nuova Regola francescana – nel senso di tutti e due i Francesco – per la vita della Chiesa di oggi. Perciò si va di gioia in gioia. Non solo «da fede a fede» (Rom. 1,17), ma da gioia a gioia. Però c’è una differenza: la gioia della Gaudium et Spes era la gioia che la Chiesa rinveniva nel mondo e che dichiarava di voler condividere con gli uomini del nostro tempo e soprattutto con i poveri. La gioia della Evangelii Gaudium è invece la gioia che la Chiesa vuole dare agli uomini del nostro tempo e soprattutto ai poveri, ed è la gioia del Vangelo. Qui la gioia è vista come bene da procurare, da acquistare; in questo senso la gioia, la felicità, non è una cosa che capita, che può arrivare, ma è un progetto, è uno scopo, è l’oggetto della ricerca umana. La gioia così intesa non è pertanto un fatto solo personale e privato, secondo i canoni dell’ideologia liberale, ma è un bene pubblicamente riconosciuto, che sta a cuore alla società, tanto è vero che il diritto al perseguimento della felicità è sancito dalle Costituzioni, a cominciare dalla Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776; tanto è vero che il crearne le condizioni è il compito più alto della politica in quanto essa sia ordinata al bene comune (il bonum humanum simpliciter, come diceva il padre costituente Giuseppe Dossetti); tanto è vero che il rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto la impediscono è la ragion d’essere della democrazia sostanziale, come sta scritto nell’art. 3 della Costituzione italiana. La felicità è anche la promessa e il fine stesso delle religioni, o almeno del cristianesimo e del Dio cristiano, e non è solo una felicità per l’altra vita, perché anzi il Dio di cui parla Francesco non vuole che si rinunci nemmeno a un giorno di felicità sulla terra, come dice proprio all’inizio la Evangelii Gau-
Raniero La Valle – che «Dialoghi» ringrazia per avere autorizzato la riproduzione di questo testo, presentato il 9 maggio 2015 a Roma – è stato parlamentare della Sinistra Indipendente dal 1976 al 1992. Come direttore dell’«Avvenire d’Italia» è stato inviato al Concilio. In Parlamento è stato tra gli artefici della legge sull’obiezione di coscienza. Nel 1974 si è schierato contro l’abrogazione della legge sul divorzio. Ha pubblicato, tra gli altri, Prima che l’amore finisca (Ponte alle Grazie, 2003), Se questo è un Dio (Ponte alle Grazie, 2008), Paradiso e libertà (Ponte alle Grazie, 2010), Quel nostro Novecento (Ponte alle Grazie, 2011) e, recentissimo, Chi sono io, Francesco? Cronaca di cose mai viste (Ponte alle Grazie, 2015). dium citando il Siracide: «Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene… Non privarti di un giorno felice» (Sir. 14, 11-14), cioè – vuol dire – amatevi, non solo amate gli altri, amatevi con la stessa tenerezza con cui ama voi il Dio che vi è padre. Ora, qual è la gioia che secondo il progetto del pontificato di Francesco la Chiesa dovrebbe arrecare, come suo specifico dono, all’umanità del nostro tempo? Io credo che sia la gioia di poter tornare a credere. Una gioia che si era perduta nei secoli Nel Novecento sembrò che questa gioia ci fosse preclusa. Quindici anni dopo la conclusione del Concilio, in un libro del 1980 Italo Mancini poneva la domanda cruciale: «Come continuare a credere?»1. Si era in piena 1. I. Mancini, Come continuare a credere, Rusconi, Milano 1980.
secolarizzazione e la diagnosi che egli faceva era che data la cultura e la situazione del tempo era quasi impossibile credere. Che cosa era successo? Era successo che era venuta a concludersi un’epoca storica nella quale le Chiese avevano cercato di mettere il mondo sotto il sequestro del sacro, e il mondo aveva reagito mettendo Dio tra parentesi e facendo a meno di lui. È stato questo lo scontro della Chiesa con la modernità, cominciato, come ha ricordato Benedetto XVI, col processo a Galilei. Facendo un bilancio del Concilio, il 22 dicembre 2005, Papa Ratzinger aveva detto che il rapporto della Chiesa con la modernità si era rotto su tre fronti: quello tra la Chiesa e le scienze moderne – non solo le scienze naturali ma anche la scienza storica – quello tra la Chiesa e lo Stato moderno, cioè il diritto, quello tra la fede cristiana e la pluralità delle religioni del mondo, e dunque tra verità e libertà religiosa, tra obbedienza e libertà. Era dunque accaduto che mentre l’umanità era entrata in un’«epoca nuova», come la definisce Bertolt Brecht nella sua «Vita di Galileo», la Chiesa e il Dio nel cui nome essa parlava si erano messi di traverso, come se il Vangelo, la fede, Dio fossero un impedimento, un’interdizione, un intralcio per gli sforzi dell’uomo che costruiva un mondo più consapevole, più avanzato, più umano. Né il Dio della cristianità arrecava la pace, e anzi non impediva la guerra tra gli stessi principi cristiani. Ma la modernità non accettò di essere fermata. Non si poteva arrestare lo sviluppo storico. Scienza, politica, diritto, pluralismo e libertà umana dovevano andare avanti. E se c’era un Dio che lo impediva, quello doveva essere un Dio frainteso, un Dio sbagliato. Così furono uomini cristianissimi, educati dalle Chiese, imbevuti del Vangelo, spesso addirittura preti e pastori, a cominciare dal calvinista olandese Ugo Grozio, che trovarono la soluzione; e questa fu la scelta di andare avanti a costruire la storia «come se Dio non ci fosse»: anche nella blasfema ipotesi – come scrisse Grozio nel suo «De iure belli ac pacis» nel 1625 – «che Dio non ci fosse o non si occupasse dell’umanità». E questa fu la formula della laicità che dura tuttora, e che governa la nostra cultura: un’ipotesi, data come una finzione e considerata infondata da coloro stessi che l’avevano proposta. Così Dio fu esiliato, anche se il Dio esiliato era in realtà un Dio artefatto,
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non credibile, e travisato per come veniva presentato dalle Chiese; un Dio che peraltro si faceva esiliare, perché è un Dio discreto, un Dio che si offre ma non si impone, non è invadente; è sul suo esempio che Papa Francesco dice che «l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile». E durante il lungo rifiuto cattolico della modernità, dal processo a Galileo al Sillabo, al non expedit, alla Humanae vitae, prima se ne andarono gli scienziati, poi se ne andarono i giuristi, poi se ne andarono gli operai (e il cardinale Suhard scriveva a Parigi: «Agonia della Chiesa?»), poi se ne andarono le donne e infine se ne sono andati i giovani, che non si sposano più, non battezzano i figli, non leggono la Bibbia, non hanno la fede tra i loro problemi e molti non sospettano più nemmeno l’esistenza di culture religiose. Insomma, come scriveva Mancini citando Nietzsche da «La gaia scienza», abbiamo vuotato il mare, oscurato il cielo, strusciato via l’orizzonte, gridato con il folle «Dio è morto»2. Ma questa divaricazione tra il mondo e Dio non è stata priva di conseguenze: perché senza dubbio questa età moderna che ha fatto a meno dell’«ipotesi Dio», ha fatto straordinarie conquiste, ma è anche finita nei totalitarismi, nelle guerre e nei genocidi del Novecento. La Gaudium et Spes, giunta alla fine del Concilio, doveva essere l’atto solenne con cui la Chiesa, anche al prezzo di una discontinuità nel suo magistero – soprattutto rispetto al magistero pontificio dell’Ottocento – si riconciliava con la modernità e dava inizio a un’epoca nuova. Ma secondo Benedetto XVI la Gaudium et Spes non era riuscita a far questo. In un articolo inedito pubblicato sull’Osservatore Romano dell’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio, Benedetto XVI aveva sostenuto che esso non era riuscito a cogliere il dato essenziale dell’età moderna: «La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo – scriveva – a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga “mondo di oggi” vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chia2. F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125.
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rirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello “Schema XIII”. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del “mondo” e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale». Dunque, secondo Benedetto XVI, la Gaudium et Spes aveva fallito proprio nella questione cruciale del Concilio: il rapporto della Chiesa col mondo moderno, il mondo huius temporis. Se ciò è vero, questo è dunque un compito che spetta alla Chiesa di oggi, alla Chiesa di Papa Francesco; è con lui che veramente deve portarsi a compimento la riconciliazione della Chiesa con il mondo di questo tempo, e nello stesso tempo il giudizio su di esso. È con lui che può aprirsi un’epoca nuova, successiva all’età moderna. Quest’epoca dovrebbe essere quella nella quale venga meno la finzione del «come se Dio non ci fosse», l’epoca in cui Dio venga liberato dalle maschere e dai travisamenti in cui era stato sfigurato, e venga annunciato il Dio della misericordia e nonviolento, libero e liberante, e al mondo venga così restituita la gioia di poter ricominciare a credere. La speranza La seconda parola che viene dalla Gaudium et Spes è la speranza. Quello che fa la Gaudium et Spes riguardo alla speranza non è soltanto di riconoscere quel tanto di speranza che è già presente negli uomini e di condividerlo con loro, ma di offrire motivi di attendibilità alla speranza; ed è in forza di questa speranza più credibile che oggi la Chiesa di Francesco può dare nuove ragioni di speranza in un tempo di disperazione. Ci sono due modi o statuti della speranza, prima e dopo il Concilio. Per comprendere questo cambiamento avvenuto col Vaticano II occorre guardare a quella che è stata l’antropologia del Concilio. Nell’articolo molto bello del teologo Giuseppe Ruggieri, che già abbiamo citato3, egli lamenta la debolezza ermeneutica della Gaudium et Spes. Essa non avrebbe saputo tematizzare i segni dei
3. G. Ruggieri, Per una rilettura della Gaudium et Spes, in «Preti operai» n. 105-106, ottobre 2014 e sul sito chiesadituttichiesadei poveri.it
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tempi né avventurarsi in una rifondazione messianica e cristologica del rapporto tra fede e storia, rifugiandosi piuttosto sul terreno più familiare dell’antropologia; e in questa riduzione antropologica avrebbe cercato le risposte che avrebbero meritato un ben più profondo scrutinio teologico. È possibile che sia andata così. C’è da dire però che proprio nella nuova comprensione antropologica della Gaudium et Spes e di tutto il Concilio c’è a mio parere la rivoluzione copernicana nel rapporto tra la fede e la storia e si rende ragione di una speranza che altrimenti non sarebbe storicamente plausibile. L’antropologia giunta fino al Concilio – ma rimasta anche dopo a sinistrare i catechismi vigenti – era un’antropologia pessimistica, tributaria della dottrina agostiniana del peccato originale, che aveva suggerito a Nietzsche l’accusa al cristianesimo di essere la religione della décadence e della debolezza. Secondo questa antropologia l’uomo sarebbe stato sfigurato e rovinato nella sua stessa natura a causa del primo peccato; in conseguenza di ciò l’uomo correrebbe tutta la sua avventura storica non nella forma in cui era uscito dalle mani di Dio, ma in una forma decaduta, contraffatta, contaminata, per cui in realtà non sarebbe in grado, con le sue forze, di adempiere al comando di Dio di custodire la terra e di gestire la storia. Questa antropologia pessimista ha avuto enormi ripercussioni sulla vita dell’uomo sulla terra; le stesse istituzioni politiche – lo Stato – sono state fondate sull’idea di coazione, di repressione, perché si trattava di porre rimedio alla congenita cattiveria umana che, lasciata a se stessa, porterebbe alla legge della giungla, alla uccidibilità generalizzata, alla lotta di tutti contro tutti, all’homo homini lupus; per questo è stato inventato l’antidoto, il Leviatano, che offre sicurezza e toglie libertà. Questo è lo Stato, così come sarebbe nato, secondo Hobbes, un pharmakon che è nel contempo medicina e veleno; questa è la politica come guerra, e questo è ciò che nel Novecento ha portato un filosofo come Heidegger a dire che l’uomo non ce l’avrebbe fatta a tenere in piedi la storia e a chiedersi se «solo un Dio» ci poteva salvare, cioè solo un miracolo. E se poi invece, facendo appello a tutte le sue risorse, l’uomo avesse voluto veramente padroneggiare la storia, farsi artefice del suo destino, in base a questa antropologia veniva accusato di mettersi al posto di Dio, di presumere
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di fare a meno della grazia, era ricattato con l’accusa di cadere nell’eresia pelagiana, di credere all’autosufficienza umana. Questa intimazione all’uomo di restare nei ranghi, di non osare la libertà, non è stata solo della Chiesa cattolica: ancora nella prima Assemblea ecumenica di Basilea del 1989 sulla pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, le Chiese europee denunciavano la crisi dell’Europa, le minacce che erano rivolte alla giustizia, alla pace, all’ambiente, ma la colpa di tutto ciò sarebbe stata in una autoesaltazione dell’uomo, in una cieca fiducia nel successo umano, in una eccessiva espansione dell’azione umana, espressione di un uomo messosi al di sopra di tutto e pronto a sfruttare il mondo creato anziché averne cura e coltivarlo, anche se poi dissero dell’uomo, citando San Gregorio Nazianzeno, che «Dio lo ha posto sulla terra come un nuovo angelo», quindi tanto perverso non doveva essere. L’antropologia del Concilio supera questo stereotipo dell’uomo prometeico e lo ritiene invece capace di essere responsabile della sua storia, di costruire strade di giustizia e di pace sulla terra, di aprire varchi attraverso cui, per dirla con Walter Benjamin, possa entrare il messia. Senza cadere nell’accusa di pelagianesimo, senza cedere al pessimismo antropologico della «massa dannata», la Gaudium et Spes fa sua «la convinzione che l’umanità non solo può e deve sempre più rafforzare il suo dominio sul creato, ma che le compete inoltre instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l’uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità» (Gaudium et Spes, n. 9); inoltre la Costituzione pastorale dice con tranquilla coscienza che «quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, corrisponde alle intenzioni di Dio» (n. 34). Dunque non c’è nessun prometeismo condannato dal Concilio. Al contrario l’uomo, non sovvertito nella sua natura, non abbandonato da Dio nemmeno dopo il peccato, non è una canna sbattuta dal vento, non è incapace di perseguire il bene e di governare i processi. Perciò l’uomo può farcela a istituire ordinamenti di giustizia, a promulgare Costituzioni, ad attuare il diritto e costruire la pace. Come dice la Gaudium et Spes citando il Siracide, Dio «ha messo l’uomo in mano al suo consiglio» e nella misura in cui
«vengano suscitati uomini più saggi» è possibile far fronte a una situazione in cui «è in pericolo il futuro del mondo» (Gaudium et Spes n. 15). E qui è quasi plateale il passaggio dalla vecchia alla nuova antropologia. Perché quello stesso versetto del Siracide che la Gaudium et Spes traduce: «Dio ha messo l’uomo in mano al suo consiglio», le vecchie versioni della Bibbia, compresa quella ancora in uso della CEI, lo traducono come se si trattasse di una punizione: «Dio lasciò l’uomo in balia del suo proprio volere», che è come dire abbandonato a se stesso e stregato dal potere. Al contrario, il messaggio della Gaudium et Spes è che Dio si fida dell’uomo e l’uomo può farcela a combattere contro l’ingiustizia e a costruire la pace. Un ottimismo che non ha la sua origine in un’analisi sociologica, ma in un’antropologia cristologica, che culmina nell’affermazione della Gaudium et Spes secondo la quale «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». In questo processo l’opera di Dio e l’operazione umana sono congiunte. E questo è anche il messaggio di Papa Francesco, questa è la ragione che egli dà alla speranza, che non è solo l’attesa che qualcosa accada, ma è anche la lotta per farla accadere. Per questo egli ha potuto dare speranza ai movimenti popolari ricevuti in Vaticano il 28 ottobre 2014; e la speranza dipende dal fatto che i poveri non sono solo quelli che subiscono l’ingiustizia, ma sono quelli che lottano contro l’ingiustizia: «Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di ONG, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri». Ed è perciò che il papa mentre li guarda con misericordia, «misericordiando» come dice lui con uno dei suoi neologismi, li incita a continuare la lotta: «sigan con su lucha»; una lotta che non si arrende a un’economia che uccide, al denaro che governa e alla società dell’esclusione e degli scarti, e che deve continuare finché tutti abbiano un lavoro, la terra, la casa.
Il lutto e l’angoscia: non basta prenderne atto E qui siamo oltre la Gaudium et Spes, qui non ci si ferma alla presa d’atto del luctus e dell’angor, del lutto e dell’angoscia che devastano la terra, né solo si esorta a una inerte speranza, qui si apre il cantiere della gioia e si approda alle visioni messianiche della giustizia e della pace sulla terra. Ed è molto significativo che sia un papa gesuita a vedere nell’azione umana e nella lotta dei poveri le vie della realizzazione delle promesse messianiche. In tal modo infatti Papa Francesco rovescia l’accusa di pelagianesimo che Pascal aveva fatto ai gesuiti. Pascal, con la sua vicinanza ai giansenisti e la sua contrapposizione ai gesuiti è quel pensatore pessimista secondo il quale l’uomo corrotto, che porta in sé le conseguenze del peccato originale, non può costruire una società cristiana. Postulando il contrario, la dottrina dei gesuiti avrebbe portato secondo lui all’eresia pelagiana. Di conseguenza «il monopolio della violenza da parte del sovrano o della repubblica è visto da Pascal come l’unico strumento capace di impedire, con la repressione, le azioni malvagie dell’uomo decaduto. Il potere è sempre corrotto e lo Stato non può identificarsi con la giustizia, ma il monopolio della forza è necessario per frenare la tendenza alla violenza dell’uomo decaduto»4. Se fosse così non sarebbe possibile né gaudium né spes, e resterebbero solo luctus e angor. Ma Papa Francesco vede in tutt’altro modo il rischio pelagiano, che non sta nel voler costruire una società buona, ma sta nell’autocompiacimento egocentrico. E dice che c’è un solo modo per evitare il rischio pelagiano, ed è quello di seguire la strada indicata da Gesù per incontrarlo, che è quella di trovare le sue piaghe. E le piaghe di Gesù le trovi nei poveri, le piaghe di Gesù, dice Francesco, le trovi facendo opere di misericordia. E così dalla Chiesa dei poveri, alla Gaudium et Spes, al giubileo della misericordia la linea è tracciata e il cerchio si chiude. * Relazione presentata al Convegno «Gioia e speranza, misericordia e lotta. A cinquant’anni dalla Gaudium et Spes, Assemblea nazionale convocata da gruppi ecclesiali, riviste, associazioni a 50 anni dal Concilio Vaticano II», Roma, 9 maggio 2015. 4. P. Prodi, «Teologia morale e risposta alla modernità: ripartire da Trento», in Chiesa in Italia, Annale 2010 di Il Regno, Dehoniane, 2011, pp. 136 e ss.
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Alla Conferenza dei vescovi svizzeri: contrasti, malintesi e tanta confusione Cominciamo pure «a minimis», anche se, essendo in gioco persone, di minimizzare non pare davvero il caso – come il lettore vedrà. All’inizio di febbraio la Conferenza dei vescovi svizzeri comunicava il licenziamento di due membri del proprio Segretariato: Marco Schmid, aggiunto del segretario generale, e Simon Spengler, addetto stampa. Le ragione addotta: riorganizzare la struttura. Dire che questa «ragione» non ha convinto nessuno è troppo poco1. Quella vera è infatti un’altra: dei professionisti della comunicazione non sono stati messi in grado, puramente e semplicemente, di fare il loro mestiere: cioè comunicare, perché per alcuni vescovi la comunicazione è l’ultimo degli obiettivi cui puntare. Le successive dimissioni del presidente della Commissione dei media hanno rigirato il coltello nella piaga. Secondo una rivista, c’entrava un giudizio attribuito al vescovo di Coira Vitus Huonder, secondo cui Werner de Schepper essendo divorziato era divenuto l’oggetto di «pubblico scandalo»2. Ma il problema a monte è uno solo: i vescovi svizzeri, con la comunicazione, hanno un problema. Altri casi lo dimostrano. Minimo, se vogliamo, anche quello che riguarda il Premio cattolico svizzero dei media, destinato a onorare ogni due anni persone e prodotti mediatici di qualità. È vero che la dotazione era scarsa e la copertura mediatica era vicina a zero. Due anni fa il premio fu soppresso, forse per queste ragioni; ma l’anno scorso fu ripristinato e il sottoscritto – membro della giuria da alcuni anni – fu invitato a riprendere posto. Si ebbe una trentina di partecipanti (anche dal Ticino), le date erano già fissate per le riunioni della giuria, poi: «contrordine compagni!» il premio non si fa più, i lavori sono restituiti. Perché? Perché se ne occupava Simon Spengler e gli altri del Segretariato non avevano tempo. 1. «Deux licenciements à la Conférence des évêques suisses», APIC, 5 febbraio; «Mgr. Morerod justifie le licenciement de Simon Spengler», APIC 15 febbraio; «Avenir incertain pour la Commission des médias des évêques suisses», APIC 24 febbraio. 2. «L’Echo actualité», 26 febbraio 2015, p. 8.
Ugualmente poco trasparente, ma lasciando un’impressione anche peggiore, la decisione di rinunciare a proseguire la celebrazione del cinquantesimo del Concilio Vaticano II. Alla festa iniziale, svoltasi l’11 ottobre 2012 a Berna, avevano assistito tutti i vescovi svizzeri, il nunzio apostolico e le delegazioni delle diocesi, alle quali venne consegnato addirittura un «mandato»… «Dialoghi» approvò quell’iniziativa, piaceva soprattutto l’idea di una scansione triennale della commemorazione: tre momenti che prendevano spunto dai documenti più importanti del Concilio, studiati uno per ogni anno3. Ebbi l’onore di far parte, per incarico del Vescovo Grampa, della commissione inter-diocesana di coordinamento, che funzionò piuttosto bene per i primi due anni e pubblicò sussidi illustrati destinati a tutte le parrocchie (il primo sul Concilio come tale, il secondo sulla liturgia)… L’operazione, come detto, è stata fermata lì. Ma perché? Si tratta così la memoria del più importante avvenimento del Novecento per la Chiesa cattolica? A suo onore, va detto che Mons. Grampa si è dissociato pubblicamente dalla decisione di sospendere l’esperienza. Ma le tristezze non sono finite, anzi: crescono di importanza e di rilievo. La romana Chiesa è così organizzata che i vescovi di tanto in tanto sono convocati a Roma Città del Vaticano per vedersi assegnati i compiti da svolgere a casa. È raro che il Papa in persona li istruisca: magari li ascolta, li esorta, li ammonisce; altre volte (come capitò con Papa Wojtyla) li riceve e poi rimane zitto a significare che non è contento di loro; altre volte, come nell’ultima, parla liberamente con i vescovi e poi alla stampa viene distribuito un discorso che non ha pronunciato (si spera che l’abbia scritto lui). Di solito gli ordini li impartisce 3. Per il primo anno (2012-2013) il motto era «La fede che celebriamo», con l’invito a riflettere sulla costituzione liturgica «Sacrosantum Concilium»; per il secondo (2014) «La fede che ci unisce», attorno ai temi della Chiesa, della Bibbia e dell’ecumenismo; per il terzo (2015) «La fede che ci impegna», sulla costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno, sulla libertà religiosa e sui rapporti tra le religioni.
un cardinale capo di qualche dicastero: la Congregazione dei vescovi, per esempio, o l’ex Sant’Uffizio. Tra le cose da fare, qualche anno fa, Roma dettò disposizioni circa il divieto delle «assoluzioni collettive» e dell’omelia affidata ai laici. Su questi due punti i vescovi tornati a casa pubblicarono i relativi decreti. Più imbarazzante, per un Paese in cui i protestanti sono numerosi quasi quanto i cattolici, si dimostrava invece il mandato di dichiarare chiaro e tondo che l’Eucarestia in comune con i fratelli separati non s’ha da fare. I vescovi, comunque, si misero al lavoro. Fu esaminata una prima bozza di dichiarazione (prudentemente aperta) che fu respinta, poi una seconda (di totale chiusura) che fu pure respinta, e finalmente una terza (negativa, ma in termini più educati) sulla quale non si giunse a una votazione perché una maggioranza non si profilava. Questo va e vieni dura ormai da parecchi anni e oppone un gruppo di vescovi che chiameremo «di destra» pur sapendo che la definizione è imprecisa (capofila il vescovo di Coira, Vitus Huonder) e un gruppo «di sinistra» (capifila il vescovo di Basilea, Felix Gmür, e il presidente pro tempore Markus Büchel di San Gallo). Del vescovo di Coira è nota l’opposizione a qualsiasi apertura, persino a discuterne. È finita (per ora) che il vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo Charles Morerod, autore dell’ultima bozza in discussione, il 17 novembre 2014 è uscito da solo allo scoperto anticipando un Non possumus che ha gelato i protestanti e anche quei cattolici che speravano nel superamento degli ostacoli, davvero non di fede, che ci dividono dai fratelli evangelici. Se e come si scioglierà questo nodo è difficile dire. Il cinquecentesimo della Riforma si avvicina, i fronti contrapposti non sembrano destinati a sciogliersi e anche Roma dovrà pur decidersi se lasciare o no i teologi sull’isola a discutere. Sta di fatto che i lavori della Conferenza dei vescovi svizzeri sono guastati da un pessimo clima. Chi scrive si attende di essere smentito, naturalmente: ma crede di aver attinto queste notizie a fonti sicure. E.M.
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Verso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia Nodi da sciogliere con pazienza e coraggio Le discussioni sviluppatesi, a livello planetario, sulle conclusioni del Sinodo straordinario dei vescovi dell’ottobre 2014 e in attesa dell’apertura della prossima assise episcopale dell’ottobre 2015, sono assai più importanti di quanto molti possano e vogliano credere. Le aperture di cuore e di mente che il magistero orale e scritto di Papa Francesco ha fatto registrare, con tutta la responsabile cautela e l’entusiasmante carica evangelica che le hanno contraddistinte, e quanto emerso dalle propositiones sinodali 2014 e dal documento preparatorio 2015 sono stimoli culturali e pastorali importanti. Matrimonio e legami familiari multiculturali Il processo del cambiamento in corso in tutte le società interessa anche la famiglia. Essa ha oggi una diversità di tipologie di cui bisogna prendere atto per cui non è possibile parlare di famiglia come di un’istituzione immutabile, di un modello unico sempre valido. Più che di «famiglia» bisogna sempre più parlare di «famiglie», senza ovviamente pensare che ogni esperienza debba essere denominata nello stesso modo (per es. l’unione tra due donne o tra due uomini non è culturalmente denominabile famiglia come l’unione tra un uomo e una donna con uno o più figli). D’altra parte, in contesti culturali extra-europei (anzitutto africani), dove vige la cultura della poligamia e dove ci sono uomini che effettivamente hanno rapporti positivi e costruttivi con varie mogli, la conversione alla fede cristiana deve condurre necessariamente a privilegiare una di queste donne «distruggendo» i rapporti con le altre e con i figli derivanti da tali unioni matrimoniali? Anche questo è un problema tutt’altro che agevolmente risolvibile, se si dà al messaggio evangelico il suo effettivo valore, ossia la notizia bella e buona dell’amore di Dio in Gesù Cristo per ogni essere umano… Bisognerebbe considerare, in modo assai diverso da un passato anche recente il matrimonio semplicemente
civile1 (che è, rispetto alle convivenze, un’assunzione di responsabilità sociale indubbia) e contemporaneamente favorire, in seguito, un percorso della coppia verso il matrimonio religioso attraverso un’azione di pastorale matrimoniale e familiare assai più corposa ed intelligentemente formativa degli sforzi pur significativi in atto da qualche decennio ad oggi. Su questi di Ernesto Borghi
temi le conclusioni del Sinodo 2014 sono state, a larghissima maggioranza (166 voti contro 14), le seguenti: «26. La Chiesa guarda con apprensione alla sfiducia di tanti giovani verso l’impegno coniugale, soffre per la precipitazione con cui tanti fedeli decidono di porre fine al vincolo assunto, instaurandone un altro. Questi fedeli, che fanno parte della Chiesa hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante, distinguendo adeguatamente le situazioni. I giovani battezzati vanno incoraggiati a non esitare dinanzi alla ricchezza che ai loro progetti di amore procura il sacramento del matrimonio, forti del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e dalla possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa» (Voto finale: 166 a favore, 14 contro). Ma tale incoraggiamento da che cosa può derivare? Anzitutto un ripensamento generale che sia parte del processo complessivo di riforma della Chiesa cattolica. I «successi» nella pastorale si devono a famiglie che hanno per lo più testimoniato la loro fede, palesando ai figli l’immagine di una realtà familiare aperta ai rapporti sociali ed unita sui valori decisivi dell’essere umano (anzitutto solidarietà verso chi è stato ed è in difficoltà psico-fisica e/o socio-culturale, dai membri del proprio nucleo familiare allargato ad altre persone esterne alla famiglia).
1. Cfr., in proposito, per es., W. Kasper, Il matrimonio cristiano, tr. it., Queriniana, Brescia 2014, pp. 87-93; A. Fumagalli, Il tesoro e la creta. La sfida sul matrimonio dei cristiani, Queriniana, Brescia 2014, pp. 147-153.
Oggi tali esiti costruttivi si possono raggiungere tramite scelte pastorali che guardino al futuro e che il prossimo Sinodo dell’ottobre 2015 dovrebbe davvero indicare: • i percorsi per adolescenti e giovani devono abituare ad accostarsi alla logica dell’amore in modo progressivo facendo interagire lettura biblica, interazione dialettica, incontri con testimonianze concrete, ecc.; • gli itinerari di preparazione al matrimonio devono evitare di affrontare temi di morale sessuale superati dallo sviluppo culturale contemporaneo, offrire opportunità di confronto e discussione su temi che partano dal vissuto concreto degli individui, essere coordinati da preti, religiose, laiche e laici che siano capaci di relazioni umane calorose e concrete. Lo stesso discorso vale per opportunità successive al matrimonio, che le comunità parrocchiali devono organizzare, in modo realistico e facendo rete tra loro e con altre istituzioni. Occorre, infatti, colmare, nelle forme più creative possibili, il gap che si crea, salvo eccezioni, nei rapporti con la comunità cristiana, tra il matrimonio e la nascita del primo figlio; • i percorsi di catechesi per adulti non devono essere spiegazioni pure e semplici, palesi o occulte del Catechismo della Chiesa cattolica o del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, ma occasioni di riflessione su vari temi che partano dalla Bibbia e educhino ad un’interazione costante tra Bibbia e vita2. Fare tutto questo significa, da parte della Chiesa cattolica, investire risorse culturali e materiali assai più ingenti di quanto avviene oggi, in particolare nei Paesi di tradizione neolatina, Italia per prima3. 2. Il presidente dell’Equipe europea di catechesi, Enzo Biemmi, ha recentemente ricordato, nel suo intervento al convegno annuale dell’Associazione Italiana Catecheti (L’Equipe europea di catechesi. Punto di incontro e osservatorio qualificato delle problematiche e delle prospettive catechetiche in Europa Roma, 12 settembre 2014) che nell’educazione alla fede degli adulti in Europa riscontrano ampio favore solo percorsi e itinerari fondati sulla lettura della Bibbia. 3. Nella Chiesa di Gesù Cristo si è ancora lontani dal momento in cui la lettura della Bibbia e i valori umanistici di taglio biblico
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Molte comunità cristiane sono poco preparate ad aiutare le coppie in crisi. Anche la reticenza a invitare le persone a separarsi, neppure quando il mantenere una relazione è insano o addirittura pericoloso per la coppia e per i bambini, rende difficile alle comunità cristiane aiutare la coppia a dividersi nel modo meno conflittuale possibile. Situazioni matrimoniali difficili La convivenza ad experimentum appare un evento sempre più normale, ma addirittura un’esperienza spesso non inutile prima di compiere un passo importante come il matrimonio che è orientato all’indissolubilità. Tantissime sono le coppie di conviventi che si presentano ai corsi di preparazione al matrimonio, occasioni formative preziose che vanno ripensate e ristrutturate profondamente. Molte persone divorziate risposate vivono l’impossibilità di ricevere i sacramenti con una sofferenza che purtroppo spesso evolve nell’indifferenza. Alla lunga si sentono infatti oggetto di un’ingiustizia e chiedono di poter partecipare pienamente alla vita della Chiesa, quindi accedendo ai sacramenti. Appare comunque assai ipocrita affermare «la Chiesa è vicina ai divorziati/risposati», quando poi essi vengono esclusi dal momento culminante della partecipazione ecclesiale, ossia la comunione eucaristica. Soluzioni pastorali tardive e verosimilmente inadeguate, come, per esempio, la recentissima costituzione, nell’Arcidiocesi di Milano, di un ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, non sono risposte a tanti problemi come questi. Al presbitero, che è stato ordinato ad aeternum e lascia il ministero non si nega certa la frequenza ai sacramenti: a chi si risposa, trovando spesso in questa seconda orientino e determinino, con intelligenza e passione, senza fondamentalismi e superficialità, qualsiasi azione e progetto pastorale. Ciononostante è questa la prospettiva in cui è auspicabile muovere, se le Chiese intendono effettivamente cooperare al futuro della formazione ed educazione dell’essere umano (cfr., in proposito, E. Borghi, Dalla «Evangelii gaudium» alla formazione Cristiana di oggi e di domani, in «Annali di Studi Religiosi» [15/2014], 91-115). E circa la necessità di ripensare con coraggio la configurazione pastorale della Chiesa cattolica nelle sue articolazioni «centrali e periferiche» magari ispirandosi, con tutte le differenziazioni del caso, alle comunità cristiane del I secolo d.C. cfr., per es., il dossier La Messa è finita? in «Jesus» XXXVI (7/2014), 28-38.
Il nuovo volume, a cura di Ernesto Borghi, in cui sono approfonditi i temi toccati da questo articolo. unione occasioni di vita evangelica senza paragone con il passato, perché tale opportunità viene proibita?4. La dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale da parte dei tribunali ecclesiastici può offrire un contributo alla soluzione delle problematiche delle persone solo in un ridotto numero di casi. Non si può pensare di sciogliere il nodo dell’Eucaristia ai divorziati risposati soltanto attraverso la semplificazione della procedura canonica di annullamento del vincolo, che, comunque, potrebbe essere semplificata. Occorrerebbe, per esempio, riconsiderare attentamente le conseguenze di quanto si legge nel canone 8 del Concilio di Nicea (325 d.C.)5. 4. Per una considerazione approfondita e seria del tema divorziati-risposati e accostamento ai sacramenti si veda, per es., il saggio di E. Schockenhoff, La Chiesa e i divorziati risposati, tr. it., Queriniana, Brescia 2014 (in particolare le pp. 186-254). 5. Eccone una traduzione: «Quanto a quelli che si definiscono càtari, cioè puri, qualora si accostino alla chiesa cattolica e apostolica, questo santo e grande concilio stabilisce che, ricevuta l’imposizione delle mani, rimangano senz’altro nel clero. È necessario però, prima di ogni altra cosa, che essi dichiarino apertamente, per iscritto, di accettare e seguire gli insegnamenti della chiesa cattolica, che cioè essi comunicheranno con chi si è sposato per la seconda volta e con chi è venuto meno durante la persecuzione, per i quali sono stabiliti il tempo e le circostanze della penitenza, così da seguire in ogni cosa le decisioni della chiesa cattolica e apostolica». Questo pronunciamento ufficiale dimostra che un secondo matrimonio era possibile e comunque non era ragione di esclusione sacramentale.
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È del tutto auspicabile l’adozione della prassi attualmente in vigore in varie Chiese ortodosse sulla celebrazione delle seconde nozze dopo il divorzio e che era in vigore nel primo millennio. I divorziati che vogliano risposarsi, in questo caso, vengono riaccolti nella Chiesa qualora abbiano fatto un percorso di penitenza e di riconoscimento dei propri errori, se ce ne sono gli estremi, e si occupino della prole, se c’è. Sempre al Sinodo dei vescovi cattolici dello scorso ottobre questi temi hanno condotto a tali affermazioni: «52. Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari e a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che “l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate” da diversi “fattori psichici oppure sociali” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)» (Voto finale: 104 a favore, 74 contro). Un’attenzione effettiva all’amore evangelico non può non augurarsi che un ecumenismo «verso Oriente» rinnovato permetta di considerare con favore la benedizione di una seconda opportunità matrimoniale. Non è leggerezza morale o cedimento ai cambiamenti sociali, è un tentativo di ragionare seriamente secondo il Vangelo. In proposito è indispensabile considerare che materia del matrimonio non possa essere altro che l’amore tra i coniugi, morto il quale si deve permettere che, in modo responsabile e maturo, siano possibili nuove unioni benedette dalla Chiesa. Se essa vuole apparire ed essere realmente il corpo di Cristo, la Chiesa non può avere altro atteggiamento che
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quello chiaro e misericordioso del suo Signore, perlomeno per quanto le versioni evangeliche canoniche ci dicono. D’altronde non fu il card. Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede a pubblicare, nel 1998, quanto segue: «Si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale»6. La verifica di tale condizione domanda un’attenzione fondamentale. E, in definitiva, quando ci troviamo di fronte a delle persone che vivono un nuovo rapporto matrimoniale «con serietà e impegno e ritengono insufficiente la proposta della partecipazione limitata alla vita della comunità, non c’è altra proposta, almeno per quelli che hanno capito l’importanza del pane eucaristico e ne soffrono la mancanza? È proprio vero – come dicono alcuni – che c’è perdono per tutto eccetto che per il fallimento nell’amore?»7. Le unioni tra persone dello stesso sesso La qualità della vita umana dipende largamente da quanto amore effettivo, cioè evangelicamente intelligente ed appassionato, si riceve e si dà8. La Chiesa cattolica, a tutti i livelli, dovrebbe abbandonare una concezione antropologica ristretta secondo cui l’amore omosessuale sarebbe «contro natura» e non una variante, seppur certamente minoritaria, di relazioni permanenti tra gli esseri umani attraverso le quali cercare di vivere il Vangelo di Gesù Cristo. Tali modalità non sono congruenti, ma certo sono non meno importanti di quanto possa avvenire nel quadro delle coppie di donne e uomini sposate sacramentalmente. La Chiesa cattolica dovrebbe attuare un effettivo accompagnamento pastorale degli omosessuali senza intendimenti «missionari» di «redenzione dal peccato». La comunità cristiana dovrebbe porsi l’obiettivo di creare al proprio interno un consenso tale da evitare ogni atteggiamento di di6. Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati, LEV, Città del Vaticano 1998, p. 27. 7. G. Muraro, Alla ricerca di una via d’uscita Riflessioni e indicazioni teologiche per affrontare il problema dei separati e dei divorziati, in «CredereOggi» 23 (4/2003), 95. 8. Cfr., in proposito, il corposo saggio di B. Brogliato e D. Migliorini, L’amore omosessuale, Cittadella, Assisi 2014.
sprezzo più o meno espresso e rendere possibile l’accettazione, anche formale, delle coppie gay e lesbiche, senza che ciò implichi l’omogeneizzazione di tali legami a quello tra un uomo e una donna, che resta quello più strutturalmente e radicalmente naturale. Il referendum del maggio 2015 che, in Irlanda, ha equiparato le unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale intende identificare realtà che sono strutturalmente e radicalmente differenti, dunque non costituisce un atto di libertà e liberazione, ma contribuisce anzitutto alla confusione culturale e sociale.
sate o conviventi, ma hanno tutte le caratteristiche per sostenerli nella crescita in termini di esempio d’amore concreto per gli altri, perché negare loro la possibilità di essere padrino o madrina? Questo momento potrebbe anche essere un’occasione per favorire un nuovo contatto con il Vangelo di Gesù Cristo… Ovviamente tutto questo implica una conoscenza effettiva, cioè cordiale, degli adulti in questione e dei diversi contesti familiari. E Papa Francesco, anche su questo tema, ha detto parole di apertura relazionale evangelica, difficilmente equivocabili.
«55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4)» (Voto finale: 118 a favore, 62 contro). Da queste parole del Sinodo dei vescovi 2014 a nostro avviso, occorre partire verso un futuro culturale e relazionale migliore sotto tutti i punti di vista.
Il rapporto tra famiglia e persona
L’educazione dei bambini in situazioni «irregolari»
Quello che succederà, circa i temi sin qui delineati nei prossimi mesi, nei prossimi anni, dal magistero vaticano alle comunità cattoliche più piccole, nelle società civili occidentali e terzomondiali, non è facile immaginare né sarebbe intelligente e costruttivo ipotizzare. Indubbiamente, tra le novità più eclatanti e sorprendenti del nostro tempo vi è l’azione di Papa Bergoglio e il liberante processo di confronto con la realtà effettiva della vita delle donne e degli uomini del nostro tempo che egli ha innescato, al di là di tradizionalismi e luoghi comuni, anzitutto nella Chiesa cattolica. Da qui al Sinodo dei vescovi cattolici dell’ottobre 2015 molto potrà avvenire, anche che le posizioni più retrive e chiuse alla verità del Vangelo di Gesù Cristo, cioè all’amore crocifisso e risorto, guadagnino terreno.
La comunità cristiana non serve a distribuire patenti di «regolarità» o di «irregolarità» ma per accompagnare, incoraggiare, sostenere ogni persona e anche ogni coppia in difficoltà, qualunque sia la condizione di vita di tali persone. Nei confronti dei bambini di situazioni «irregolari» e di bambini eventualmente adottati dovrebbe esserci un inserimento nella vita ecclesiale e un accompagnamento pastorale analoghi a quelli di ogni altro, con una particolare attenzione verso chi è maggiormente a rischio di discriminazione. Se un bambino è accompagnato al battesimo o un ragazzo alla cresima da persone che sono divorziate/rispo-
La famiglia, per l’importanza che riveste nella vita delle persone, è un luogo rilevante in cui Gesù rivela il mistero e la vocazione dell’uomo, ma non è, di per sé, l’ambito privilegiato rispetto ad altri. Non si può, d’altro canto, ignorare che il Gesù delle versioni evangeliche canoniche ha relativizzato i legami di sangue a vantaggio della fedeltà «alla volontà del Padre» (cfr. Mt 12,46-50; Mc 3,31-34; Lc 8,19-21). Bisogna poi avere sempre presente che le agenzie educative che influenzano i giovani sono sempre più numerose ed efficaci (mass media, social networks ecc.) e il ruolo educativo della famiglia è diminuito rispetto alle generazioni precedenti. Una presenza ecclesiale intelligente in merito sarebbe auspicabile, cercando forme di comunicazione sempre più differenziate e penetranti. In sintesi…
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Che cosa pensano gli svizzeri del questionario vaticano Alla fine di gennaio i vescovi svizzeri hanno invitato i cattolici a discutere i risultati del Sinodo straordinario sulla famiglia svoltosi a fine 2014. Le discussioni si sono svolte in gruppi ecclesiali, già attivi in precedenza o costituiti per l’occasione. Ai vescovi sono pervenuti i rapporti di 570 gruppi, oltre a una cinquantina di risposte individuali. In totale sono state coinvolte seimila persone. Nei primi mesi del 2014 erano stati circa 25.000 i partecipanti al primo sondaggio in preparazione del Sinodo (cfr. «Dialoghi» n. 231, aprile 2014). I vescovi svizzeri hanno pure sollecitato le osservazioni di esperti in materia di pastorale di coppia, matrimonio e famiglia, nonché di teologhe e teologi di varie Facoltà. I risultati della nuova inchiesta sono stati raccolti in un rapporto redatto dal Consiglio pastorale di San Gallo, assistito da due vescovi: mons. Pierre Farine, ausiliare di Ginevra e presidente della Commissione famiglia, e mons. Jean-Marie Lovey, vescovo di Sion, che sarà delegato della Conferenza al prossimo Sinodo romano. Il «Rapporto della Chiesa svizzera sugli interrogativi sollevati nei Lineamenta in preparazione al Sinodo ordinario dei Vescovi 2015 a Roma» (in seguito: Rapporto CS) constata «un grande consenso nella maggioranza delle risposte» e benché la «maggior parte dei fedeli, degli esperti e dei teo logi non sia unanime su tutti i punti, emergono grandi affinità e tendenze generali […]». La stragrande maggioranza dei gruppi è rappresentata da collaboratori di Chiesa, da agenti pastorali e da catechisti, ma anche da fedeli impegnati nelle parrocchie, nelle comunità e nelle associazioni ecclesiastiche (femminili e giovanili) o in gruppi e comunità. I riscontri esprimono in larga parte tendenze simili tra loro. Sono stati espressi però anche pareri divergenti, numericamente una minoranza: «non tanto gruppi parrocchiali o agenti pastorali ma soprattutto raggruppamenti il cui carisma consiste nella cura di preservare la vigente dottrina della Chiesa». Secondo il Rapporto, è già a partire dalla cosiddetta «domanda previa» riferita a tutte le sezioni della Rela-
tio Synodi che appare «un approccio diverso». Richiesti di esprimersi se «la descrizione della realtà della famiglia presente nella Relatio Synodi corrisponde a quanto si rileva nella Chiesa e nella società di oggi», molti constatano che «tra il Sinodo dei vescovi e i fedeli in Svizzera continua un “dialogo tra sordi”». La proposta dei Lineamenta, di prendere la Sacra Famiglia a modello per le famiglie di oggi è ampiamente dibattuta. «Mentre i Lineamenta, movendosi all’interno della dottrina della Chiesa, individuano nella Sacra Famiglia un modello ideale, i fedeli partono dalle sfaccettate, contraddittorie, vivaci, interrotte, curate, gioiose e dolorose esperienze familiari che hanno vissuto. Sulla base di queste premesse essi cercano e trovano un’altra posizione e un diverso approccio rispetto alla Sacra Famiglia che nella Bibbia non appare affatto come modello ideale ma è vista nella sua precarietà. Agli occhi di molti fedeli essa si avvicina maggiormente alle diverse realtà della famiglia d’oggi, pur senza poter essere considerata un modello. La Sacra Famiglia non corrisponde agli ideali famigliari della dottrina della Chiesa, eppure va giudicata positivamente in quanto, nonostante la precarietà, gli evidenti problemi e le tensioni, indica i valori della vita, della comunione, della solidarietà e del reciproco sostegno». Secondo il Rapporto CS, «per la maggior parte dei fedeli il punto di partenza e di riferimento non è l’ideale dottrinale, non sono le indicazioni dottrinali normative circa il matrimonio, la famiglia, il sesso, fondate a loro volta su indicazioni divine presunte oggettive, bensì il proprio ambito di esperienza e percezione soggettivo. L’esperienza relazionale, sessuale, matrimoniale e famigliare fatta nella propria vita o nella vita delle persone vicine è il cardine su cui poggiano i riscontri della maggior parte dei fedeli. Quest’esperienza viene dischiusa, interpretata e giudicata grazie a posizioni spirituali, religiose e morali che ragguagliano sul discernimento etico, spirituale e religioso dei fedeli. In questo si possono riconoscere i princìpi di una teologia matrimoniale e familiare che proviene “dal basso”».
«I fedeli dibattono e criticano, da questo loro punto di vista, le affermazioni sulla famiglia presentate nei Lineamenta. Le affermazioni dottrinali non sono (più) considerate degli orientamenti vincolanti, né incontestate indicazioni normative. Le affermazioni dottrinali devono, piuttosto, sapersi esprimere rispetto ai criteri sviluppati in virtù dell’esperienza di vita e di fede delle persone: cosa che riesce, evidentemente, solo in minima misura. Per questo sono chiare le critiche alle diverse posizioni dei Lineamenta». A ragione, dunque – sottolinea il Rapporto – tali critiche possono essere considerate di fondo ed esprimono l’esigenza che il Sinodo dei vescovi adotti un approccio sostanzialmente diverso nelle tematiche inerenti alla coppia, alla sessualità, al matrimonio e alla famiglia. Il distacco tra i fedeli e la dottrina della Chiesa può essere visto come un segno dei tempi da usare come punto di partenza per uno sviluppo e un rinnovamento della tradizione. Il capitolo si chiude con le critiche dei cattolici svizzeri agli «Aspetti mancanti» (pag. 5): «Sono soprattutto gli esperti di pastorale familiare ad auspicare un maggior coinvolgimento delle scienze sociali e umane, che permetterebbe di tracciare un’immagine realistica del matrimonio e delle sue mutate richieste al rapporto di coppia». Si esprime poi l’opinione che i Lineamenta siano rimasti, nella loro comprensione del matrimonio, in ritardo anche rispetto al Concilio Vaticano II. La definizione delle finalità del matrimonio, che all’epoca fu ampliata rafforzando la dimensione relazionale, passa nei Lineamenta nuovamente in secondo piano. Infine si deplora la mancanza di un nuovo e appropriato esame, da parte della Chiesa, delle questioni inerenti alla sessualità». Rispondendo infine alle singole questioni, i cattolici svizzeri confermato le proposte, già contenute nell’inchiesta del 2014, a favore dell’accesso all’Eucarestia dei «divorziati risposati», di una «benedizione» per le coppie omosessuali e il superamento dei criteri di regolazione delle nascite contenuti nell’enciclica di Paolo VI. (a.l.)
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Oltre la difesa di «Charlie-Hébdo» un problema di convivenza sociale Sette redattori di «Charlie-Hébdo» uccisi a sangue freddo il 7 gennaio a Parigi da un commando di integralisti islamici: l’episodio ha suscitato una riprovazione unanime. Perché è impressionante la sproporzione tra la causa (la pubblicazione di vignette satiriche su Maometto e l’Islam) e le conseguenze. È la ragione per la quale non ho avuto alcuna esitazione a definirmi «Je suis Charlie»: avrei anzi partecipato alla manifestazione pubblica di Parigi se ne avessi avuto la possibilità. Ma, come è naturale e giusto che sia, alla riprovazione deve seguire la riflessione. Ed è quanto mi propongo di fare con questo contributo sugli aspetti giuridici, deontologici ed etici della questione. Gli aspetti giuridici Sono molto diffidente nei confronti di ogni legislazione puntuale in materia di libertà di espressione. Per legislazione puntuale intendo la tendenza dei Parlamenti a legiferare sotto la spinta di emozioni pubbliche. Le misure proposte si dimostrano spesso confuse e difficili da applicare. In Svizzera ne dà l’esempio l’art. 261bis del Codice penale, in vigore dal 1995, che punisce la discriminazione razziale e il cosiddetto negazionismo1. A parer mio, non è il legislatore che deve dire se la Shoah c’è stata o no (oppure il genocidio degli armeni): spetta agli storici. Al di là della condanna della discriminazione razziale – che la Svizzera introdusse in applicazione di una Convenzione delle Nazioni Unite – la competenza data al giudice di punire il negazionismo rimane problematica benché il principio sia stato accettato non solo dalle 1. Art. 2561bis, Discriminazione razziale. Chiunque incita pubblicamente all’odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione […] o minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità […] è punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria». Il negazionismo è una corrente storica. Non si limita a reinterpretare determinati fatti della storia in modo contrario a quello comunemente accettato dagli storici («revisionismo»), ma si spinge fino a negare la realtà storica di alcune vicende. Si usa principalmente a proposito di avvenimenti legati a fascismo e a nazismo.
purtroppo non distoglie i mestatori dal piantare paletti contro questo o quello. Resta esemplare a parer mio e più che sufficiente la dinamica descritta nel capitolo primo della Costituzione federale del 18 aprile 1999, in cui la libertà di opinione (art. 16) è posta sullo stesso piano di altre libertà, e quando vi è conflitto su quale debba cedere il passo valgono l’interesse pubblico e la proporzionalità (art. 36). La deontologia
La copertina di «Charlie-Hébdo» alla ripresa delle pubblicazioni dopo l’attentato. Camere ma dall’insieme dell’elettorato, pronunciatosi in via di referendum2. Sussiste però anche l’art. 260 CPS (Perturbamento della libertà di credenza e di culto)3. Secondo il prof. Bertil Cottier, che si è espresso a Lugano durante una serata di riflessione sulla libertà della satira, questa dispodi Enrico Morresi
sizione non è quasi mai stata applicata perché l’azione penale è riservata al Pubblico Ministero. Tale restrizione procedurale confermerebbe l’idea di fondo del legislatore: si tratta di un provvedimento a tutela della pace religiosa in quanto bene collettivo più che un diritto del singolo. Su questa tematica è molto attiva la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che negli ultimi anni si dimostrerebbe sempre più in favore della libertà d’espressione4. Questo
2. L’articolo 261bis è stato approvato in votazione popolare il 25 settembre 1994. 3. Art. 261. Perturbamento della libertà di coscienza e di culto. Chiunque pubblicamente e in modo abietto offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza, particolarmente di credenza in Dio […] è punito con una pena pecuniaria sino a 180 aliquote giornaliere […]. 4. Cfr. il giudizio reso il 17 dicembre 2013 (Perincek c. Svizzera), su un caso di nega-
Il comportamento dei media circa la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto non è stato univoco, anche dopo la strage di Parigi5. Per esempio, il «Guardian» – giornale che ha avuto il Premio Pulitzer per il coraggio dimostrato con la pubblicazione dei segreti della NSA americana nel «caso Snowden» – ha deciso, dopo lungo dibattito interno, di versare centomila lire sterline a «CharlieHébdo» ma di rinunciare a riprodurre le vignette. Pure alcuni media svizzeri hanno rinunciato a pubblicare le vignette, come avevano fatto all’epoca del «caso Jyllands-Posten», il giornale danese che nel 2006 aveva destato una emozione collettiva nei Paesi islamici per la pubblicazione di vignette su Maometto e sull’Islam. I giornalisti svizzeri sono tenuti al rispetto della «Dichiarazione dei doveri e dei diritti dei giornalisti» (1972). Il Consiglio svizzero della stampa si è pronunciato più volte sulla satira, applicando il punto 8 della «Dichiarazione», che prescrive il rispetto della dignità delle persone e la rinuncia a riferimenti discriminatori. Il Consiglio ha sottolineato più volte che la satira non rappresenta una «zona franca» rispetto alle norme della deontologia: esse valgono dunque anche per questo tipo di pubblicistica. Eccone alcune:
zionismo contestato (circa il genocidio degli armeni), contro il quale tuttavia è ora pendente un ricorso alla Grande Camera. Su questa sentenza: P. Lobba, «Un “arresto” della tendenza repressiva europea nel negazionismo. Punire la contestazione del “genocidio” armeno viola l’art. 10 Cedu», in «Diritto penale contemporaneo», 20145. Être Charlie ou ne pas l’être, Le Monde 11-12 gennaio 2015.
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(1) l’intenzione satirica deve essere sempre evidente; (2) il contenuto non può essere fattualmente inveritiero; (3) la forma non deve offendere la dignità delle persone. Anche secondo la legge, in Svizzera, il falso o la diffamazione non diventano veri o scusabili per la sola differenza che sono veicolati da una vignetta. L’esempio spesso citato riguarda l’avvocato Hans W. Kopp di Zurigo, che una vignetta del «Tages-Anzeiger» ritraeva intento ad appendere al filo una filza di banconote ad asciugare. In quanto l’accusa di riciclaggio non è mai stata provata a suo carico, la caricatura poteva essere definita diffamatoria6. Questo in generale. Circa la satira religiosa, un notevole approfondimento della questione è stato operato dal Consiglio della stampa all’epoca delle vignette musulmane di «JyllandsPosten»7. Dopo i fatti recenti di Parigi, questo organismo ha pubblicato un breve comunicato in cui, della risoluzione del 2006, è estrapolata una sola frase, che presa a sé potrebbe venire interpretata come una liceità assoluta di satira sopra i soggetti religiosi: «La libertà della satira e della caricatura comprende i temi religiosi, non è legata a divieti di immagini religiose e non deve conformarsi alle particolari sensibilità di credenti ortodossi»8. La citazione riportata riflette infatti in modo incompleto la presa di posizione del 2006, che, intanto, non si pronunciava sulle vignette di «Jyllands-Posten» come tali ma sul diritto dei media svizzeri a riprodurne alcune per documentare l’oggetto della controversia. Quel documento continuava con la seguente precisazione: «Assumendo come metro di misura la sensibilità di un cittadino democraticamente aperto, [la satira] deve rispettare secondo proporzionalità i limiti generici della verità, della non-discriminazione e della dignità delle persone». La pronunzia del Consiglio della stampa non traccia un discrimine preciso tra quel che «si può» e quel che «non si può». Giustamente, rimanda ad altri concetti, di tipo etico, che perciò non si devono ritenere esclusi dal gioco.
6. Sentenza del Tribunale federale (non pubblicata) 17.5.1994, in P. Studer e R. Mayr von Baldegg, Medienrecht für die Praxis, 3. Auflage, Saldo Ratgeber SF, Zurigo 3. Auflage, 2006. 7. Presa di posizione del 21 marzo 2005 (presserat.ch, 12/2006) 8. Comunicato dell’8 gennaio 2015 (presserat.ch).
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Anche in passato la caricatura (questa di Lucas Cranach rappresenta il Papa che cavalca un maiale) è servita per diffamare il credo altrui. La diffusione garantita dall’invenzione della stampa fu nel Cinquecento una novità dirompente, pari a quella della moderna comunicazione online. La riflessione sui valori La riflessione etica è l’elaborazione e la riflessione sui valori che sostanziano una vita comune ordinata. La blasfemia. Tra i teologi cristiani, oggi, prevale l’opinione che nella cosiddetta blasfemia non è in gioco tanto l’onore della divinità quanto la protezione della convivenza9. L’umanità è fatta di tante alterità la cui ricomposizione è necessaria per conseguire obiettivi utili a tutti. Importante è sapere quando determinati comportamenti debbano essere esclusi; oppure, voltando l’affermazione in positivo, quali siano da promuovere per prevenire l’intolleranza. A questa conclusione le popolazioni europee sono state progressivamente indotte dall’esperienza storica delle divisioni religiose, che le hanno lacerate per secoli. La convivenza sociale. Si articola in base ad alcune condizioni di base. A me piacciono le tre condizioni che Habermas pone per la «situazione dialogica ideale», posta alla base dell’intesa democratica, ossia al rispetto delle norme minime per vivere insieme: (1) l’universalità dell’accesso, (2) la sincerità degli enunciati, (3) la coazione dell’argomento migliore. Mi provo a esplicitare queste condizioni in rela9. S. Ferrari, Leggi a tutela di Dio, «Il Regno», 15 marzo 2015, p. 163.
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zione al nostro tema. Se per quanto riguarda (1) l’universalità dell’accesso non mi pare che ci siano problemi, perché almeno da noi la libertà di espressione è garantita a tutti, circa (2) la sincerità degli enunciati qualche problema la satira lo pone nella misura in cui subdolamente insinua il falso o la discriminazione. La storia di questo genere letterario-artistico dimostra quanto facile sia stato attribuire ad altri crimini o storture non dimostrati: penso alle menzogne propalate contro l’altrui religione durante il Cinquecento o, più vicino a noi, contro gli Ebrei. Una comunicazione strumentalizzata è un cattivo servizio reso alla società. Se, dunque, anche la satira pungente e non-convenzionale deve essere accettata in nome della libertà, ogni abuso (per esempio, l’insinuare il falso) deve essere tenuto lontano. Infine, circa il punto 3 (la coazione dell’argomento migliore), pur ammettendo che non sempre chi ha ragione ha i mezzi per affermarlo, una realizzazione «sufficiente» può essere conseguita tramite procedure istituzionalizzate, per via legislativa o deontologica, che rendano palesi gli abusi e annullino o almeno moderino le posizioni di forza. Questo – come si vede – è l’ordine dei valori. Da cui ogni società bene ordinata non può prescindere. Anche la libertà della satira va posta in un orizzonte di valori. E se «amatevi come io vi ho amati» pare un obiettivo troppo ambizioso, si dovrebbe cercare almeno di rispettarci in nome della comune dignità umana. Il ruolo delle religioni Affermare che la satira non deve prestare attenzione e rispetto alla religione, in nome della laicità, ignora del tutto le riflessioni in corso in ambito filosofico sulla società «postsecolare»10. Il dibattito è vivo, attualmente, soprattutto in Francia, a causa del persistente malinteso sulla laicità, quasi significasse pura e semplice espunzione del dato religioso. Che il malinteso in Francia abbia origini storiche è risaputo, e non è questa la sede per rievocarlo: basti rimandare alla copiosa letteratura fiorita anche nei mesi successivi al dramma di «Charlie-Hébdo» nel Paese erede delle libertà dell’Ottantanove11. Al-
10. G. Bosetti (a cura di), Ragione e fede in dialogo, Marsilio, Venezia, 2005. 11. Una rassegna delle pubblicazioni più recenti nell’articolo La querelle de l’après»Charlie», Le Monde, 8 maggio 2015.
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trove (per esempio in Germania, o in Svizzera) non è così. La concezione oltranzista della laicità ignora che laico è lo Stato, non la società. O, per dirla con Gianfranco Ravasi, «Stato e Chiesa sono separati, ma società e religione non lo sono: tra i due vi è sempre un’attrazione e una tensione, un incontro ma anche uno scontro, mai però separazione e indifferenza»12. Il diritto alla libertà di espressione del settimanale satirico francese discende dal principio della laicità dello Stato, che non si contesta, non dal laicismo come pretesa norma sociale. Ricordo a questo proposito il parere del grande giurista tedesco ErnstWolfgang Böckenförde, secondo il quale «lo Stato liberale secolare vive di presupposti che non può garantire»13. Su questo punto anche Habermas concorda, quando, nel dialogo con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, sosteneva che occorre riconoscere alle convinzioni religiose, da un punto di vista laico, uno status epistemico non
12. Discorso alla Loyola University di Chicago, 25 marzo 2015 (testo italiano anticipato sul «Sole24Ore» del 22 marzo). 13. E.-B. Böckenförde, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, tr. it. a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 2006.
Tra confusione e misericordia (Continua da pagina 1)
Non si creda che la contraddizione dei messaggi dipenda solo da una carente organizzazione dei servizi di informazione. È vero che il presidente del Comitato sulle comunicazioni della Santa Sede, Lord Patten di Barnes, ha sottolineato di recente che «la debolezza fondamentale» nel sistema attuale consiste nella «mancanza di coordinazione e di integrazione delle risorse mediatiche della Santa Sede». I vari uffici e istituzioni che si occupano di informazione, ha spiegato, lavorano in maniera indipendente l’uno dall’altro. Ma il problema qui è un altro: la schizofrenia comunicativa cela in realtà una schizofrenia teologico-pastorale che dilaga in tutta la Chiesa. E così mentre ci sono diocesi nel mondo che ribadiscono il niet agli omosessuali, ce ne sono altre (qualche mese fa è successo a Genova) in cui si
semplicemente irrazionale14. Anche alla religione, dunque – come a tutto l’essere umano nei suoi elementi costitutivi – non può essere negato il rispetto. L’attenzione di larghi strati dell’opinione pubblica per Papa Francesco dimostra che nel fatto religioso le persone sono disposte a riconoscere una riserva di senso non trascurabile. Un società multi… quanto? Sarebbe però un errore pensare che l’unico modo ragionevole di convivere sia il nostro, e che si tratti solo di una necessità di recupero – da parte degli «altri» – dei valori cari all’Occidente, da intendere come universali. Ricordo le riserve che gli Stati islamici hanno pronunciato contro addirittura la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948. La concezione della sharia come legge umana-divina che regola la convivenza (invece di quella che in Occidente sarebbe la legislazione ordinaria, democraticamente approvata) è evidentemente inaccettabile per noi. Il problema si pone però quando si trovano a convivere gruppi sociali retti da un sistema così diver-
so. Il divario si esprimerà anche terraterra: in contrasti, per esempio, sulla ginnastica o sulla mensa a scuola, o sul porto del velo. Qui l’apprendistato alla convivenza – sempre considerando che nessuno dev’essere escluso, che gli enunciati saranno onesti, che si cercherà l’argomento migliore, per esempio nel compromesso – dev’essere ancora fatto. Le corti svizzere difendono le regole della convivenza occidentale perché il rapporto numerico è ancora nettamente a nostro favore: ma già in alcune situazioni (le periferie parigine, le township inglesi) il contrasto si vive in termini di separatezza di usi e costumi. A suo tempo fu tollerato che i liceali ebrei non venissero a scuola, il sabato mattina, ma erano una piccola minoranza. Fino a che punto siamo disposti ad ammettere eccezioni per i nuovi gruppi etnici? Malgrado la decisione di San Gallo15, il campo è ancora dominato da una fondamentale incomprensione, ma se si deve convivere questa non può essere la soluzione. Per le varie Leghe o Fronti nazionali ve n’è una sola (föö di ball) ma le necessità – economiche, politiche – del mondo moderno dovrebbero ispirarci regole meno drastiche e più umane.
14. E. Morresi, Idee per una società «postsecolare». Il dialogo tra Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger, in «Dialoghi» anno 37, n. 189 (dicembre 2005).
15. Musulmani in causa, «Dialoghi» n. 236 (aprile 2015), p. 19.
organizzano veglie anti-omofobia. E sia in un caso che nell’altro possono appoggiarsi ad autorevoli dichiarazioni vaticane. Diciamolo chiaro, tanto non ha senso nasconderlo: dalla punta della Chiesa cattolica alla base si respira aria di battaglia in vista della seconda tappa del Sinodo sulla famiglia che si terrà quest’autunno a Roma. Battaglia tra i nostalgici di un magistero normativo di stampo conservatore-tradizionalista e i fautori di un recupero delle aperture mai del tutto realizzate del non proprio recentissimo Concilio Vaticano II. Solo che, a differenza di quanto è avvenuto per vent’anni fino alla nomina di Papa Bergoglio, il rapporto di forze tra le due posizioni contrapposte oggi appare molto più equilibrato. In Vaticano i sorrisi di non pochi prelati di lungo corso devono essere un po’ tesi. Sono finiti i tempi in cui se eri una virgola fuori dalla linea della dottrina ufficiale della Chiesa cattolica ti tacciavano, se non proprio di essere eretico, come minimo di praticare un
aberrante cristianesimo à la carte. Il gregge dei «puri e duri’’, fedelissimi alle indicazioni insindacabili – anzi, «non negoziabili» – si sente più solo, probabilmente «tradito». Tradito da chi? Ma dal Papa, naturalmente! Uno che quando parla di gregge non intende l’élite più o meno movimentista additata ad esempio di virtù per le masse secolarizzate, ma le masse stesse, l’«ospedale da campo» dove nessuno guarda il suo vicino dall’alto in basso, tutti oscillano tra santità e peccato e per ognuno c’è una buona parola. Che è poi la Buona Novella, l’Evangelo, appunto. Da qui alla fine del Sinodo, quindi, prepariamoci a una continua altalena di messaggi che si annullano fra loro. Difficile dire chi la spunterà, alla fine. Ma di sicuro, per una volta, i dogmatici rigoristi dovranno fare i conti col «metodo Bergoglio», che dà voce a tutti e non solo a una parte della Chiesa. Dovranno fare i conti anche con l’avvio di un Giubileo sul tema non proprio poliziesco della misericordia. C.S.
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osservatorio ecumenico
osservatorio ecumenico Chiese ed Expo Il Consiglio delle Chiese di Milano ha pubblicato sul proprio sito una lettera aperta nella quale vengono espressi dubbi e riserve in merito all’Expo di Milano. «II dramma della fame e della sete, le carestie che colpiscono vaste aree del mondo, le disuguaglianze nella distribuzione del cibo e delle risorse, sono un’emergenza planetaria. Anche le Chiese cristiane si sentono interpellate, perché è uno scandalo che oltre un miliardo di fratelli e sorelle non abbia cibo sufficiente o accesso all’acqua, mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza e nello spreco. Sentiamo di essere parte del sistema, per questo facciamo confessione di peccato ma vogliamo cogliere l’occasione per ricordare innanzitutto a noi stesse l’importanza dell’amore per il prossimo: proprio la condivisione del cibo è segno dell’amore di Dio, creatore del cielo e della terra. Utili e opportuni allora sono i convegni per approfondire le tematiche alimentari, così come originali e creative sono le varie iniziative di attenzione alle situazioni di marginalità. Ma tutto questo potrebbe non essere sufficiente se non ci si impegna a rimuovere le cause delle disuguaglianze. Ci auguriamo quindi – e per questo preghiamo – che Expo 2015 possa segnare una svolta sulla scena mondiale, inaugurando una reale sostenibilità economica, sociale e ambientale. Ciascuno di noi allora è invitato a non restare alla finestra, ma a riflettere, a organizzarsi, a cercare unità di azione, cominciando anche da piccole realtà quotidiane, partecipando attivamente a opere di trasformazione delle nostre società, verso una giustizia, una solidarietà autentica e condivisa, un impegno per la salvaguardia del creato».
Doni eucaristici Si è di recente assistito in Italia al moltiplicarsi di segnali di disgelo ecumenico. A metà febbraio, per la prima volta, il segretario generale della Conferenza episcopale italiana ha partecipato a un convegno della Federazione delle Chiese evangeliche; all’inizio di marzo, cattolici, evangelici e ortodossi hanno presentato un appello comune contro la violenza sulle donne; a fine mese è stata annunciata la visita di Papa Francesco alla Chiesa valdese di Torino, che è in programma a fine giugno. Un altro significativo segnale di disgelo è avvenuto a metà aprile nella diocesi di Pinerolo, il cui territorio coincide con le valli tradizionalmente abitate dai valdesi. Qui, in occasione della Pasqua, è avvenuto uno scambio di doni «eucaristici»: i valdesi hanno donato ai cattolici il vino per la veglia pasquale in Duomo, e i cattolici hanno donato ai valdesi il pane per la celebrazione della Cena del Signore, durante il culto della mattina di Pasqua. Il teologo valdese Sergio Rostagno ha spiegato come il gesto prende spunto da un antica consuetudine delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, documentata dallo storico Eusebio di Cesarea: pur avendo divergenze sull’osservanza di alcuni riti, esse continuavano a praticare la reciproca ospitalità eucaristica. Oggi le Chiese sono divise alla mensa del Signore, ma per Rostagno «riscoprire l’antica abitudine di scambiarsi almeno qualche elemento che ricordi la comunione (…) ci aiuta a comprendere che, nella consapevolezza delle tensioni ecumeniche, si può anche ravvisare una reale fraternità», nell’attesa di arrivare a una piena comunione.
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Per i 500 anni della Riforma Il 31 ottobre 2017 cadrà il cinquecentesimo anniversario dell’affissione delle 95 tesi, da parte del monaco agostiniano Martino Lutero, alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Il programma delle celebrazioni dell’avvenimento è a buon punto. A Berlino e nella Renania del Nord/Vestfalia, così come in altri cinque Länder il 31 ottobre è già stato dichiarato giornata festiva, mentre si attende che la data sia proclamata giornata di festa in tutta la Germania. Tra i momenti particolarmente significativi dei festeggiamenti, un culto all’aperto al quale sono attese trecentomila persone si svolgerà il 28 maggio 2017 a Wittenberg e radunerà partecipanti al Kirchentag evangelico tedesco che si terrà nei giorni precedenti a Berlino, come pure i partecipanti agli altri sei raduni previsti in sei città della Germania centrale. Oltre 60 località in Europa, nelle quali la Riforma ha lasciato delle tracce permanenti, saranno ufficialmente designate, nel novembre 2016, «città europee della Riforma».
Chiese per il clima Nel 2015 ci saranno tre momenti importanti di mobilitazione: dalla fine di maggio e per tutto il mese di giugno, in tutti i Paesi del mondo, si farà pressione sui negoziatori che inizieranno, a Bonn, la sessione di discussioni più cruciale. Saranno valutati gli impegni nazionali di riduzione dei gas a effetto serra, a livello mondiale, rispetto all’obiettivo di mantenere a 2°C l’aumento del riscaldamento. Il secondo momento di mobilitazione sarà in settembre. A livello internazionale, l’Assemblea generale dell’ONU avrà un forte «carattere» climatico, col discorso che il Papa dovrebbe tenere davanti a tutti i capi di Stato: durante quell’assemblea saranno definiti gli obiettivi di sviluppo sostenibile post-2015 (ex Obiettivi del millennio per lo sviluppo). Il terzo momento sarà la COP21, che si svolgerà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. Diverse iniziative sono già avviate, come il digiuno per il clima; pellegrinaggi per la giustizia climatica partiranno da diversi Paesi d’Europa, a piedi o in bicicletta o con altri mezzi di locomozione a bassa emissione di anidride carbonica, per arrivare a Parigi nel periodo della conferenza di dicembre (Martin Kopp, responsabile per la difesa della giustizia climatica alla Federazione luterana mondiale, da «Voce evangelica», marzo 2015).
Un milione di santi armeni Tutte le vittime del genocidio compiuto ai danni del popolo armeno – le stime parlano di circa un milione di morti – sono state proclamate sante, il 23 aprile scorso, dalla Chiesa apostolica armena. L’occasione per l’eccezionale proclamazione è stato il giorno anniversario dell’inizio del genocidio degli armeni attuato dall’Impero ottomano. Il 24 aprile del 1915, unità della polizia segreta arrestarono a Istanbul duecento intellettuali armeni: gli arrestati furono deportati in Anatolia, quasi tutti furono uccisi. Il numero dei morti del genocidio compiuto tra il 1915 e il 1917 è stimato tra le trecentomila e il milione e mezzo di persone. L’incertezza sulla cifra è determinata anche dalle scarse notizie demografiche disponibili. La Chiesa apostolica armena evita pertanto di fissare un numero preciso di vittime, limitandosi a dichiarare che tutti i morti nel genocidio sono proclamati martiri. La celebrazione del 23 aprile è stata eccezionale anche per un altro motivo: è da quattrocento anni che la Chiesa apostolica armena non proclamava più alcun santo.
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IRS, avanti con coraggio A fine marzo, e ormai in prossimità del rinnovo elettorale di governo e parlamento, il Consiglio di Stato, per bocca di Manuele Bertoli, capo del Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport, annunciava che il Governo rinunciava a fare proposte per rinnovare l’insegnamento delle religioni nella scuola pubblica. Nel comunicato in cui puntualizzava la sua posizione sull’argomento, il vescovo di Lugano mons. Valerio Lazzeri concludeva («Giornale del Popolo» del 28 marzo): «C’è da sperare che nella prossima legislatura il dibattito possa essere ripreso in Parlamento e trovare migliori canali di sviluppo, forse senza pretendere di sciogliere le perplessità di tutti, ma almeno evitando l’insoddisfazione di molti». Qualche giorno dopo, mons. Lazzeri (nell’intervista sul «Popolo e Libertà» del 3 aprile 2015), affermava a proposito dell’insegnamento della storia delle religioni: «È un tema per il quale si è chiuso un primo capitolo, nato con l’iniziativa che aveva dato luogo alla sperimentazione, ma non si tratta della conclusione di tutto. La preoccupazione per una crescente ignoranza delle giovani generazioni riguardo all’aspetto culturale del fenomeno religioso è ben viva e presente ed è anche un’esigenza che emerge dalla realtà del nostro tempo, dove le società sono multiculturali, multireligiose e quindi c’è bisogno – e lo si sente – di uno strumento culturale da mettere nelle mani dei ragazzi per poter leggere la realtà e muoversi con libertà in essa. Le Chiese, che hanno da sempre un ruolo nell’insegnamento religioso nella scuola riconosciuto dalla legge, non possono ritirarsi proprio in questo momento. Esse hanno uno spazio e ritengono di poter continuare ad averlo. Questo però non esclude che ci possano essere delle altre modalità per raggiungere quelle persone che attualmente escono dalla scuola ticinese senza aver ricevuto alcuna formazione nell’ambito religioso. Per questo bisognerà continuare a lavorare insieme, riflettere e cercare vie possibili per non diminuire il ruolo delle Chiese, che rimane importante, e contemporaneamente raggiungere l’obiettivo di offrire a tutti un minimo di competenza culturale nei confronti del fatto religioso. Sotto il titolo «Occasione mancata», «Voce evangelica» (aprile 2015) riferiva che «la Chiesa evangelica riformata nel Ticino – coinvolta fin dall’inizio nella riflessione – si è sempre detta favorevole a considerare la possibilità dell’introduzione di un’ora obbligatoria di storia delle religioni. Recentemente aveva anche provato a elaborare una sua proposta di applicazione del nuovo modello: mantenimento dell’ora confessionale per i primi due anni di scuola media e un’ora obbligatoria gestita dallo Stato per il terzo e quarto anno. Peccato che non sia riuscita a trovare alleati e, soprattutto, che non sia stata in grado di comunicare al pubblico la propria opinione, la quale avrebbe trovato certamente dei consensi. È una proposta da considerare». Passate le elezioni, il tema viene ora rilanciato con forza, con il titolo «Occorre cambiare» ancora da «Voce evangelica» (maggio 2015), in una intervista al pastore Tobias Ulbrich, presidente del Consiglio sinodale della Chiesa
riformata del Ticino (CERT), il quale, dopo aver affermato che la decisione del Governo «è stata una delusione», dichiara: «Per quanto mi riguarda, passate le elezioni, mi sembra necessario riprendere il filo del discorso. La situazione dell’istruzione religiosa nella scuola media richiede una soluzione diversa da quella attualmente adottata. Ci sono molti allievi che non frequentano l’ora di religione confessionale, soprattutto in terza e quarta media. Occorre dunque trovare una formula diversa». Il consiglio sinodale della CERT ha quindi proposto alla Chiesa cattolica di costituire una commissione per rilanciare il tema, raccogliendo l’adesione di mons. Lazzeri (GdP, 2.6.2015). Noi ci associamo alla richiesta di riprendere la discussione, per finalmente realizzare un primo passo su una soluzione largamente condivisa ed attuabile per le scuole medie, rinviando ad ulteriori approfondimenti quanto concerne gli altri ordini scolastici e la formazione generalizzata dei docenti, eventualmente cercando una soluzione provvisoria per una verifica del programma d’insegnamento già sperimentato. Tuttavia è assolutamente necessario che, dopo tante discussioni extraparlamentari, il tema, proposto dalla mozione Sadis del 2 dicembre 2002, sia oggetto di un dibattito nella Commissione scolastica e in Gran Consiglio. Un primo consenso sembra essere acquisito per l’introduzione di un corso di storia delle religioni quale nuova materia nei due ultimi anni di scuola media, gestito dal Cantone, con insegnanti qualificati e obbligatorio per tutti gli allievi, mantenendo nei primi due anni il corso affidato alle Chiese cattolica e protestante (…ma dovrebbe essere consentito anche ad altre comunità religiose che lo richiedessero quando fosse giustificato dalla presenza di loro appartenenti). Resta da trovare una soluzione per la richiesta cattolica di mantenere il proprio corso confessionale anche nella terza e quarta media, opzionale per chi lo richiede. Se questo corso «confessionale» fosse inserito nell’orario scolastico (come dovrebbe essere l’IR previsto attualmente dalla legge, e secondo la proposta della commissione Erba), si afferma che ciò urta contro una «intoccabile» griglia oraria; ma forse la difficoltà potrebbe essere risolta collocando l’insegnamento confessionale nella «pausa di mezzogiorno», come già attualmente talvolta viene fatto. È anche da rilevare come gli allievi che oggi seguono il corso confessionale negli ultimi due anni delle medie sono, in certe sedi, in un numero così ridotto che con un po’ di fantasia (e di buona volontà) una soluzione potrebbe essere trovata, se non si invocano «principi irrinunciabili» e uniformità di trattamento «militaresche». Fatto questo primo passo fondamentale (e ritenuto che in questo momento educativo la carenza di un corso specifico sulla religione per tutti sia particolarmente deplorevole), si potranno fare ulteriori studi e sperimentazioni su temi connessi, compreso quello del potenziamento dell’insegnamento della civica (ovvero dell’etica sociale e dell’educazione alla cittadinanza). (cfr. «Dialoghi», n. 229, dicembre 2014). (a.l.)
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Chiesa unita (finalmente!) per il martire mons. Romero «Evangelizzatore e padre dei poveri, testimone eroico del regno di Dio, regno di giustizia, di fraternità e di pace»: con questo titolo, sabato 23 maggio a San Salvador, monsignor Romero è stato proclamato «beato». Erano passati trentacinque anni da quel 24 marzo 1980 in cui fu ucciso mentre celebrava la messa. Pedro Casaldàliga, in un famoso poema, lo dichiarò «Santo de América». Altrettanto fecero i poveri, non solo del Salvador, ma in tutta l’America Latina, insieme ai religiosi, ai teologi, ai laici impegnati sparsi in tutto il mondo che si riconoscevano nella teologia della liberazione e nella nuova visione di chiesa scaturita dal Concilio. Ma c’era anche chi vedeva in Romero un fiancheggiatore dei guerriglieri e un comunista e voleva che gli fosse tolto l’incarico di vescovo. Riconoscere la santità di Romero da parte della gerarchia vaticana avrebbe significato entrare in conflitto con i potenti non solo del piccolo Salvador, ma del continente ancora dominato da dittature come in Cile, Argentina, Uruguay. Eppure nasce e si diffonde una devozione popolare che riconosce Romero «pastore, profeta e martire», la cappella dove fu ucciso diviene luogo di pellegrinaggio, la gente più umile lascia bigliettini con richieste di intercessione, ringrazia per avvenuti «miracoli» (guarigioni, momenti difficili superati)… testimonianze che purtroppo non vengono conservate. Nelle comunità si appendono poster con la sua foto e le citazioni di sue parole sono riprodotte in biglietti, segnalibri, quadri. Si pubblicano le sue omelie, i suoi discorsi alla radio, biografie. Varie istituzioni, centri d’incontro, gruppi e associazioni portano il suo nome. Inizia dall’altra parte un lungo, faticoso percorso di riconoscimento. Giovanni Paolo II, che era stato molto severo con Romero nel suo viaggio in Salvador del 1983, rimane colpito dalla devozione della gente, prega a lungo sulla sua tomba (la visita non era prevista dal programma ufficiale) e alla fine dichiara: «Romero è nostro, è della Chiesa», è stato «un pastore che ha dato la vita per il suo popolo». Bisognerà aspettare la metà degli anni Novanta perché parta il processo per la
beatificazione e il cardinale Ratzinger cercherà sempre di bloccarla. Nel 2005 si confermerà l’«ortodossia della teologia» di Romero, poi l’«ortoprassi». Nel 2008 si riconosce come motivo dell’assassinio l’«odium fidei»: una fede evangelica di amore per i poveri odiata dagli squadroni della morte e dai loro mandanti. Si comincia a sperare che la beatificazione possa avvenire per il trentesimo anniversario della morte (2010), ma non se ne fa nulla. Con l’elezione di Papa Bergoglio, finalmente, si ha un’accelerazione. Mancato il giorno dell’anniversario (24 marzo), si arriva al 23 maggio di quest’anno. Tutto bene? Jon Sobrino (e come lui molti altri) ha sempre messo in guardia dal rischio dell’edulcorazione, dell’annacquamento della figura di Romero. Nei settori più tradizionali della Chiesa, non solo del Salvador, e pure in ambienti non ecclesiali, ora che la beatificazione è arrivata, si deve fare buon viso a cattiva sorte, cercando di mettere in luce solo il Romero fedele, devoto, impegnato nella ricerca della pace, della riconciliazione: non si citano le denunce più forti, le prese di posizione in difesa dei poveri e dei perseguitati, lo smascheramento degli «idoli» come ricchezza e potere, in nome del Vangelo. La messa di beatificazione, celebrata il 23 maggio nella grande piazza «Salvador del Mundo» alla presenza di oltre trecentomila persone, millecinquecento sacerdoti, molti vescovi e autorità politiche anche di altri Paesi, è stata aperta da monsignor Vincenzo Paglia, postulatore della causa di beatificazione di Romero, e presieduta da un altro italiano, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Monsignor Paglia ha illustrato la figura di Romero in un lungo intervento, letto in spagnolo. «Romero – ha detto – non è solo stato un profeta, ma ha creato una comunità profetica. I tre anni vissuti come vescovo di San Salvador lo rendono simile a Gesù nei suoi tre anni di vita pubblica. Con Romero, Gesù camminava nuovamente tra il suo popolo. Come il buon pastore del Vangelo, Romero ha difeso il suo popolo. Nella notte di veglia per l’assassinio del gesuita
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Rutilio Grande, avvenuto pochi giorni dopo la sua nomina a vescovo della capitale, vedendo il dolore dei poveri che avevano perso un pastore che li difendeva, capì che doveva prendere il suo posto. Incominciò a denunciare apertamente le violenze che si moltiplicavano nel paese gettandolo nel terrore. Con questo non faceva politica ma proclamava il Vangelo. La notizia della sua uccisione mentre celebrava la messa fece il giro del mondo, suscitò un’ampia devozione popolare, la sua memoria è stata di conforto per le vittime dei terribili anni di guerra civile che ne seguirono. «Con questa celebrazione – ha detto pure mons. Paglia – si porta a compimento quella messa interrotta il giorno del martirio nonché la messa interrotta il giorno del funerale, quando i militari spararono sulla folla accorsa facendo altre vittime innocenti». L’omelia del cardinale Amato ha messo un accento più forte sulla volontà di pacificazione e di riconciliazione dimostrata da Romero nel suo Paese sconvolto dalla violenza. «Non ho rancore per nessuno», ha citato, e ribadito che l’opzione per i poveri non era ideologica ma evangelica. Romero è ora «un’altra stella nel cielo della santità latinoamericana» e la sua beatificazione «non sia simbolo di divisione ma di pace, di concordia, di fraternità» – ha concluso. Mettendosi nell’ottica dei poveri, del «gregge» di monsignor Romero, la giornata vissuta nella Piazza Salvatore del Mondo, il cardinale venuto da Roma, l’esposizione della reliquia (la camicia che Romero indossava quando fu ucciso), i canti, la lettura solenne in latino e in spagnolo della bolla di beatificazione, rimarranno la conferma della sua intuizione. Come ricorda Jon Sobrino, citando letteralmente le parole di un contadino: «Romero è un santo, perché ha detto la verità, perché ha difeso il suo popolo, e per questo lo hanno ucciso». Marina Sartorio
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario
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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Un «sinodo dei discepoli». L’assemblea nazionale di «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri», rete di un centinaio di gruppi ecclesiali e riviste (tra cui «Dialoghi») si è svolta a Roma il 9 maggio nell’auditorium dell’Agesci. Sarebbe dovuta essere l’atto finale di un percorso dopo quattro appuntamenti: il primo nel 2012 a cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, cui seguirono le assemblee del 2013 (dedicata all’enciclica «Pacem in terris» di Giovanni XXIII), e del 2014 (sulla «Lumen gentium»). Invece è stato deciso di costituire un «sinodo permanente dei discepoli» per continuare a confrontarsi, a camminare insieme e a sollecitare le gerarchie della Chiesa. È già in programma l’assemblea internazionale «Council50. Verso una Chiesa, ispirata dal Vangelo, per il mondo» che si svolgerà a Roma dal 20 al 22 novembre, in occasione del cinquantenario della chiusura del Concilio. Informazioni e documenti su www.council50.org. Una sintesi dell’incontro romano dello scorso maggio in «Adista» del 23 maggio. Verso il Sinodo 2. È scaduto il termine per la consegna delle risposte al questionario in vista del Sinodo ordinario di ottobre ed entro l’estate – quando sarà pubblicato l’lnstrumentum laboris – sapremo se e come hanno influito gli interventi di quanti, tra vescovi, congregazioni religiose, comunità e singoli fedeli, in questi mesi hanno voluto dire la loro in materia di famiglia, accogliendo l’invito della Segreteria generale del Sinodo. In febbraio, cinquecento preti inglesi sono scesi in campo – con una lettera pubblicata sul settimanale «Catholic Herald» – per esprimere l’auspicio che il Sinodo produca «una proclamazione chiara e ferma» a sostegno della dottrina della Chiesa sul matrimonio. Il 10 aprile altrettanti preti, ma a partire dall’altra sponda dell’Oceano, hanno dato corpo a una serie di suggerimenti che vanno nella direzione opposta. Le risposte sono state ordinate secondo la loro importanza. Il primo posto se l’è conquistato la domanda n. 20: «Come aiutare a capire che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili?», nel rispondere alla quale i preti
americani preannunciano il tenore di tutto il documento: «non presumendo che chi è nella Chiesa sia nella ragione e chi ne è al di fuori sia nel torto»; «accogliendo anziché rifiutando e discriminando i cattolici divorziati risposati e omosessuali»; «rispettando il primato della coscienza in caso di dilemmi morali» (da «Adista», 2 maggio 2015). A livello mondiale è in corso una raccolta di firme per chiedere al Papa «parole chiarificatrici» contro l’ammissione all’eucarestia dei cosiddetti «divorziati risposati», perché ciò aprirebbe «una breccia tale da permettere l’adulterio». Il punto è che l’adulterio può essere confessato e perdonato, magari parecchie volte; perché no, allora, quando è compiuto una volta sola con il nuovo matrimonio? Non va imbalsamato. L’associazione «Noi Siamo Chiesa» in Italia partecipa con gioia e spirito di fede alla beatificazione di mons. Romero, momento importante per la Chiesa cattolica e per tutte le Chiese, ma senza unirsi agli applausi di comodo, ricordando che Romero non è stato assassinato da atei o da seguaci di un’altra religione per «avere proclamato il nome di Cristo», come ora succede in Medio Oriente, ma da altri cattolici, che andavano a messa e che pretendevano di difendere Dio e i «valori» del cattolicesimo. Romero è martire per avere preteso la giustizia e per la predicazione del Vangelo a favore degli ultimi. La «Chiesa di cristianità», che è stata alle spalle delle dittature, diventandone complice negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, ha perseguitato tante realtà cattoliche soprattutto di base, ha usato l’anticomunismo come arma di deterrenza contro la teologia della liberazione e ha persino bloccato a Roma la canonizzazione di Romero. Per questo Romero deve rimanere nella Chiesa e nella società come un momento di vera contraddizione, deve essere conosciuto e capito considerando il momento storico in cui visse. «Dialoghi» si associa agli amici di Romero che in tutto il mondo continueranno a cercare di evitare che finisca imbalsamato. Per un’Europa solidale. Più volte si è parlato di «strage dei migranti» o di «tragedia del mare» in occasione
del naufragio di imbarcazioni di fortuna cariche di persone nel Canale di Sicilia. Di fronte all’ecatombe della notte tra il 18 e il 19 aprile, nella quale hanno perso la vita oltre 700 profughi, locuzioni simili non sembrano più sufficienti per esprimere la portata della «tragedia più grave di sempre», come l’ha definita la portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), Carlotta Sami. Durante l’Angelus del 19 aprile, mentre i media cominciavano a diffondere i numeri della tragedia, Papa Francesco ha espresso il suo «sentito dolore», rivolgendo «un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza». Questi migranti – ha detto – «sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre». In un’intervista del 22 aprile a «Vatican Insider», il segretario di Stato, card. Pietro ParoIin, ha detto che occorre lavorare su tre livelli: «creare nei Paesi di provenienza condizioni che permettano di restare», ovvero pace e benessere; «stroncare la rete dei trafficanti» che speculano «sulle vite di così tanti innocenti»: infine, che l’accoglienza passi all’Europa, perché il problema non è soltanto italiano. Il 20 aprile, il card. Reinhard Marx, presidente della Commissione degli episcopati dell’UE (Comece), ha puntato il dito contro l’ipocrisia di quegli europei che professano valori a cui poi non danno seguito: «Questa nuova catastrofe nel Mediterraneo costituisce un fallimento per tutto ciò che fa dell’Unione Europea una comunità di valori»; «Il salvataggio di vite umane nel Mediterraneo non può rimanere una pura questione politica. Si tratta di un vero e proprio dovere umano e di un’esigenza del senso morale dell’Europa» (da «Adista», 2 maggio 2015). La Comunione mondiale delle Chiese riformate (Cmcr) si è unita alle numerose organizzazioni religiose e umanitarie pronunciatesi a favore dei diritti dei migranti. In particolare, la Cmcr chiede una «giusta risposta» al numero crescente di persone che muoiono in mare nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, per poi chiedere asilo in Europa. Il segretario generale, pastore Chris Ferguson, ha ricordato che «Dio non ha creato le frontiere – noi sì, per cui sia le frontiere geografiche sia le frontiere di comodo intralciano quello che Cristo ha insegnato, abbattendo le frontiere tra i popoli e invitando tutti a cena: ciò dovrebbe fare la Chiesa». La Cmcr ricorda i valori della solida-
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rietà e della libertà propri dell’Unione Europea e sottolinea l’importanza di aprire subito canali umanitari che permettano passaggi sicuri del Mediterraneo a chi fugge da persecuzioni e conflitti. Contro le armi nucleari. Rappresentanti di una cinquantina di organizzazioni legate alle tradizioni cristiana, buddista, musulmana ed ebraica hanno sottoscritto una dichiarazione secondo la quale le armi nucleari sono incompatibili con i valori difesi dalle rispettive tradizioni religiose. Con un appello rivolto ai 191 Stati firmatari del Trattato sulla non-proliferazione delle armi nucleari, i religiosi, provenienti da Europa, Asia e Nord America si impegnano a far sì che le rispettive comunità siano maggiormente consapevoli della natura disumana delle armi nucleari. In occasione del 70.mo anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, alcuni sopravvissuti (che oggi hanno più di 80 anni), hanno ripetuto gli appelli all’abolizione delle armi nucleari. Anche le Chiese del Consiglio ecumenico nei sei continenti hanno chiesto ai loro governi di dimostrare il loro appoggio al divieto delle armi atomiche.
cronaca internazionale
le Chiese a favore della «giustizia climatica». È stata lanciata una newsletter mensile con proposte di riflessione teologica, risorse pedagogiche, schede sulle «buone pratiche», testimonianze e link utili. La Federazione protestante di Francia ha aderito alla Coalition Climat 21, una rete della società civile lanciata il 30 maggio con lo scopo di mobilitare la cittadinanza. Fine della povertà estrema. Più di 30 fra leader religiosi e responsabili di organizzazioni di credenti hanno lanciato il 9 aprile un appello per porre fine alla povertà estrema entro il 2030, obiettivo condiviso anche dalla Banca Mondiale. «Porre fine alla povertà estrema: un imperativo morale e spirituale» è il titolo del documento, diffuso il 9 aprile, che sottolinea come negli ultimi venticinque anni si sia dimezzato il numero di persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno, secondo i parametri universalmente riconosciuti. «Ora, per la prima volta nella storia dell’umanità – recita il testo – esistono la possibilità concreta e la responsabilità morale di riuscire a porre fine a queste condizioni di indigenza».
Senza libertà religiosa. Aumentano i Paesi in cui le violazioni al diritto fondamentale della libertà religiosa vengono perpetrate o tollerate. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto annuale della Commissione statunitense sulla libertà religiosa nel mondo (Uscirf), pubblicato lo scorso 30 aprile. I Paesi che destano particolari preoccupazioni sarebbero raddoppiati rispetto all’anno scorso. Alle maglie nere del Myanmar, Turkmenistan, Cina, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, Sudan e Uzbekistan, si sono aggiunti Egitto, Iraq, Nigeria, Pakistan, Siria, Tagikistan, Vietnam e Repubblica Centrafricana. Per quanto riguarda le atrocità perpetrate dall’lsis (il sedicente Califfato attivo in Siria e Iraq), la Uscirf chiede al governo americano di sostenere una richiesta del Consiglio di sicurezza dell’Onu alla Corte penale internazionale perché apra un’indagine. In altri 16 Paesi le violazioni sono serie, ma meno preoccupanti: tra essi Russia, Turchia e Cipro.
Per chi si prega. Negli Stati Uniti, il 13% della popolazione afferma di pregare per una squadra sportiva, mentre una persona su cinque (21%) ammette di aver pregato per vincere alla lotteria. È quanto rivela l’ultimo studio effettuato da «LifeWay Resesarch». Uno studio precedente affermava che sempre più americani (il 26%) pregano per la squadra preferita, mentre sette persone su dieci dicono di non averlo mai fatto. Fra le principali conclusioni dello studio di «LifeWay» si rileva che il 48% degli americani prega ogni giorno; l’82% di quelli che pregano lo fanno per la propria famiglia o i propri amici; il 20% prega per i membri di altre religioni o per le persone senza religione. Nel Nuovo Testamento, Paolo incoraggia i cristiani a pregare per le autorità, ma solo il 12% degli americani afferma di pregare per il proprio governo. Gesù chiede ai suoi di pregare per i nemici: circa il 40% di quelli che pregano dicono di averlo fatto e quattro persone su dieci hanno pregato per chi aveva fatto loro un torto.
Protestanti francesi per il clima. In vista della Conferenza sul clima (Cop21) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre, i protestanti francesi si sono attivati per mobilitare
Ingiustizia televisiva. Una recente indagine sulle trasmissioni della RAI hanno nuovamente evidenziato l’ingiusto trattamento fatto in Italia alle religioni diverse dalla cattolica.
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L’indagine ha considerato le TV generaliste su un periodo di un anno, dal settembre 2013 a fine agosto 2014. Risulta che le trasmissioni per gli ebrei e i protestanti sono collocati nel palinsesto a notte inoltrata, quasi fossero tutti insonni da aspettare le ore piccole per sentire parlare della loro fede. Per quanto riguarda i telegiornali, nel rapporto è stato monitorato in particolare il tempo riservato al Papa: all’interno del Tg 1, nel 2009, il Papa aveva avuto 51 minuti; nel 2014 più di tre ore. Su RaiNews24, Papa Benedetto XVI è apparso nel 2009 per due ore, Papa Francesco nel 2014 per 27 ore. Le cifre sono impressionanti: paradossalmente, però, si potrebbe affermare che non c’è educazione religiosa: viene privilegiato l’avvenimento, la messa, la cerimonia, ma non c’è una vera e propria discussione sul fenomeno religioso e il livello di approfondimento non esiste. Questo penalizza persino i cattolici. Chiese e migranti. Secondo il gruppo di lavoro ecumenico «Asilo in chiesa», attualmente in Germania 237 chiese servono da rifugio per i migranti. Anche la proporzione dei cosiddetti «casi Dublino» (il trattato che prevede il rinvio del migrante nel Paese dell’UE in cui è arrivato la prima volta) è aumentata. Recentemente c’è stata una vivace discussione tra i portavoce delle Chiese e il ministro dell’Interno Thomas de Maizières, membro della CDU tedesca. Egli rimprovera alle Chiese di opporsi al diritto praticando questa forma di asilo. Il 7 aprile, 426 persone usufruivano della protezione delle Chiese, tra cui 118 bambini. 205 persone erano soggette agli accordi di Dublino. I rappresentanti delle grandi Chiese e l’Ufficio federale delle migrazioni e dei rifugiati sono giunti a un compromesso: i richiedenti asilo dovranno sottoporsi a una nuova verifica della loro situazione. De Maizières si è impegnato a rinunciare a fissare la data limite a 18 mesi. Il compromesso entrerà in vigore nel prossimo autunno. Allah è tutto nostro! La Corte federale della Malaisya ha confermato a un settimanale cattolico il divieto di usare il termine «Allah» per indicare Dio. La battaglia giudiziaria attorno al termine «Allah» è cominciata nel 2009 e la sentenza rappresenta una violazione del diritto delle minoranza cristiana a usare un termine che vale per designare il Padre di tutti i credenti.
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parole di papa Giubileo della misericordia. Una domanda è presente nel cuore di tanti: perché oggi un Giubileo della Misericordia? Semplicemente perché la Chiesa, in questo momento di grandi cambiamenti epocali, è chiamata ad offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio. Questo non è il tempo per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. È il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere segno e strumento della misericordia del Padre (cfr. Gv 20,21-23). È per questo che l’Anno Santo dovrà mantenere vivo il desiderio di saper cogliere i tanti segni della tenerezza che Dio offre al mondo intero e soprattutto a quanti sono nella sofferenza, sono soli e abbandonati, e anche senza speranza di essere perdonati e di sentirsi amati dal Padre. Un Anno Santo per sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti. Un Giubileo per percepire il calore del suo amore quando ci carica sulle sue spalle per riportarci alla casa del Padre. Un Anno in cui essere toccati dal Signore Gesù e trasformati dalla sua misericordia, per diventare noi pure testimoni di misericordia. Ecco perché il Giubileo: perché questo è il tempo della misericordia. È il tempo favorevole per curare le ferite, per non stancarci di incontrare quanti sono in attesa di vedere e toccare con mano i segni della vicinanza di Dio, per offrire a tutti, a tutti, la via del perdono e della riconciliazione (dall’omelia dei primi vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015). La vera forza. Il mondo propone di imporsi a tutti costi, di competere, di farsi valere… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità, nella quale cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi. Questa non è debolezza, ma vera forza! Chi porta dentro di sé la forza di Dio, il suo amore e la sua giustizia, non ha bisogno di usare violenza, ma parla e agisce con la forza della verità, della bellezza e dell’amore. Dal Signore risorto oggi imploriamo la grazia di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace. A Gesù vittorioso domandiamo di alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome, come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso, Ce ne sono tante! (dal messaggio Urbi et Orbi per il giorno di Pasqua, 5 aprile 2015). Pace a voi! Pace e libertà chiediamo per tanti uomini e donne soggetti a nuove e vecchie forme di schiavitù da parte di persone e organizzazioni criminali. Pace e libertà per le vittime dei trafficanti di droga, tante volte alleati con i poteri che dovrebbero difendere la pace e l’armonia nella famiglia umana. E pace chiediamo per questo mondo sottomesso ai trafficanti di armi, che guadagnano con il sangue degli uomini e delle donne. Agli emarginati, ai carcerati, ai poveri e ai migranti che tanto spesso sono rifiutati, maltrattati e scartati; ai malati e ai sofferenti; ai bambini, specialmente a quelli che subiscono violenza: a quanti oggi sono nel lutto; a tutti gli uomini e le donne di buona volontà giunga la consolante e sanante voce del Signore Gesù: Pace a voi (Ibidem).
La passione dei bambini. Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. Qualcuno osa dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore farli venire al mondo. Questo è vergognoso! Non scarichiamo sui bambini le nostre colpe, per favore! I bambini non sono mai «un errore». La loro fame non è un errore, come non lo è la loro povertà, la loro fragilità, il loro abbandono: tanti bambini abbandonati per le strade; e non lo è neppure la loro ignoranza o la loro incapacità: tanti bambini che non sanno cosa è una scuola. Semmai, questi sono motivi per amarli di più, con maggiore generosità. Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti? (Roma, 24 marzo). Responsabilità degli adulti. Coloro che hanno il compito di governare, di educare, ma direi tutti gli adulti, siamo responsabili dei bambini e di fare ciascuno ciò che può per cambiare questa situazione. Mi riferisco alla «passione» dei bambini. Ogni bambino emarginato, abbandonato, che vive per strada mendicando e con ogni genere di espedienti, senza scuola, senza cure mediche, è un grido che sale a Dio e che accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito. E purtroppo questi bambini sono preda dei delinquenti, che li sfruttano per indegni traffici o commerci, o addestrandoli alla guerra e alla violenza. Ma anche nei Paesi cosiddetti ricchi tanti bambini vivono drammi che li segnano in modo pesante, a causa della crisi della famiglia, dei vuoti educativi e di condizioni di vita a volte disumane. In ogni caso sono infanzie violate nel corpo e nell’anima. Ma nessuno di questi bambini è dimenticato dal Padre che è nei cieli! Nessuna delle loro lacrime va perduta! Come neppure va perduta la nostra responsabilità, responsabilità sociale delle persone, di ognuno di noi, e dei Paesi (Ibidem). Martiri di oggi. Anche oggi ci sono tanti uomini e donne, veri martiri, che offrono la loro vita con Gesù, per confessare la fede, soltanto per questo motivo. È un servizio, servizio della testimonianza cristiana fino al sangue, servizio che ci ha fatto Cristo: ci ha redento fino alla fine. E questo è il significato di quella parola: «È compiuto». Che bello sarà che tutti noi, alla fine della nostra vita, con i nostri sbagli, i nostri peccati, anche con le nostre buone opere, con il nostro amore al prossimo, possiamo dire al Padre come Gesù: «E compiuto»; non con la perfezione con cui lo ha detto Lui, ma dire: «Signore, ho fatto tutto quello che ho potuto fare. È compiuto». Adorando la Croce, guardando Gesù, pensiamo all’amore, al servizio, alla nostra vita, ai martiri cristiani, e anche ci farà bene pensare alla fine della nostra vita (4 aprile). Andrea Santoro. Nel corso dei secoli ci sono uomini e donne che con la testimonianza della loro esistenza riflettono un raggio di questo amore perfetto, pieno, incontaminato. Mi piace ricordare un eroico testimone dei nostri giorni, don Andrea Santoro, sacerdote della diocesi di Roma e missionario in Turchia. Qualche giorno prima di essere assassinato a Trebisonda, scriveva: «Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne (…). Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo, come ha fatto Gesù» (4 aprile).
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cronaca svizzera
cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Pubblicare i testi completi! Nel numero di dicembre della «Rivista diocesana luganese» due servizi giornalistici informavano i cattolici ticinesi e specialmente i preti diocesani sui Lineamenta del Sinodo 2015 e sulla visita al Papa dei Vescovi svizzeri. Noi avremmo preferito che l’organo ufficiale della Diocesi ci «servisse» i documenti ufficiali, come il testo del discorso del Papa. Non basta indicarci il sito da cliccare! Anche della lettera del presidente mons. Büchel ai parlamentari svizzeri, nella quale il vescovo di San Gallo esalta la Corte europea dei diritti dell’uomo, definita «la coscienza dell’Europa», viene dato solo un riassunto: avremmo gradito il testo completo, specie perché l’appello è stato ignorato dai media. Generosi (tutti?) per il Nepal. Oltre ottomila morti, migliaia di case distrutte e di sfollati, milioni di danni; la tragedia del Nepal ha scosso il mondo e suscitato la solidarietà di molti. In Svizzera la Catena della solidarietà ha raccolto oltre 25 milioni di franchi (molti, vabbè, ma pur sempre circa tre franchi per abitante!) Il Consiglio di Stato ticinese si è particolarmente illustrato decidendo un contributo di fr. 30.000 a carico dell’erario: una somma meschina (dieci centesimi per abitante!). Aggiungendo uno zero sarebbe ancora meno di un franco a testa. Zero in solidarietà, consiglieri di Stato! Apprezzate e criticate. L’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo ha condotto una indagine per rilevare il grado di apprezzamento di cui godono le Chiese svizzere, cattolica e protestante. Sono state raccolte le valutazioni di circa 1400 persone, tra cui 360 insegnanti, 90 studenti di teologia e 949 membri di parlamenti cantonali. Tra i giudizi positivi: l’apprezzamento per quanto le Chiese fanno in campo sociale ma anche per i servizi religiosi che assicurano. L’indagine ha rilevato il danno patito dalla Chiesa cattolica negli scorsi anni a causa degli abusi sessuali di suoi appartenenti, della posizione dichiarata in materia di morale sessuale e di uguaglianza dei sessi, nonché del celibato obbligatorio dei preti. Le persone impegnate in politica apprezzano quasi tutto quanto fa la Chiesa protestante e hanno per
essa in generale una migliore opinione che per la Chiesa cattolica. L’Istituto di San Gallo raccomanda alle Chiese di «comunicare con spirito di apertura, con trasparenza e onestà». Patata bollente. Il 28 settembre 2014, i cittadini cattolici dei due Cantoni di Basilea hanno accettato, con una percentuale dell’80%, un’iniziativa popolare (promossa nel 2011 con 2800 firme) con la quale, modificando lo statuto delle Chiesa cantonali cattoliche, si impegnano le autorità delle due corporazioni ecclesiastiche ad agire per l’abolizione del celibato obbligatorio dei preti e per l’ordinazione delle donne a presbiteri nella Chiesa cattolica. Il vescovo diocesano mons. Felix Gmür aveva approvato il testo in votazione, che avrebbe cambiato lo statuto ecclesiastico dei due Cantoni. I dirigenti delle due Chiese basilesi hanno deciso di inoltrare il testo dell’iniziativa in Vaticano e una loro delegazione incontrerà il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Consiglio pontificio per i testi giuridici, ma già ci sono state discussioni con altri rappresentanti della Curia vaticana. Al passo con i tempi. La Chiesa cattolica di Ginevra ha aggiornato il proprio sito Internet (www.cath-ge. ch) per meglio rispondere al pubblico: è infatti risultato che la maggior parte delle richieste riguardano gli orari delle messe o le persone da poter contattare. Vi è stato inserito un «geolocalizzatore» che permette di conoscere il luogo della parrocchia più vicina e l’orario delle messe è aggiornato in tempo reale. Conti in nero. La Corporazione ecclesiastica cattolica del Canton Friburgo (che riunisce le parrocchie sul piano cantonale) ha chiuso i conti 2014 con una eccedenza attiva di oltre 65 mila franchi su un totale di fr. 10.121.389,33 franchi (per la precisione…). Così ha potuto versare al Vescovo un supplemento di fr. 25.000, mentre vanno in riserva fr. 7000 ed è costituito un fondo di fr. 32.900 per incoraggiare la fusione tra le parrocchie, tenendo conto di quelle in atto tra i comuni. Anche la Cassa dei ministeri pastorali (che in particolare integra i redditi dei preti in pensione) ha chiuso
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in nero i conti 2014, con un risultato positivo di oltre 178 mila franchi su un movimento di oltre 12 milioni. Sono stati messi in riserva fr. 175.000 per ridurre i contributi chiesti alle parrocchie nel 2016 e per completare le retribuzioni dei ministri parrocchiali delle parrocchie povere. Mutamenti in Romandia. Ha lasciato l’incarico di vicario episcopale per il Cantone di Vaud, un anno prima della scadenza, mons. Marc Donzé, classe 1947, un ecclesiastico giurassiano apprezzato anche come teologo. A nuovo vicario per Vaud è stato designato mons. Godel, 45 anni, che ha servito due anni nella Guardia svizzera a Roma, ha studiato teologia a Friburgo e ha occupato diversi incarichi parrocchiali. Come vicario episcopale per la parte di lingua tedesca del Canton Friburgo è stato nominato mons. Alain de Raemy, già cappellano delle Guardie svizzere e vescovo ausiliare dal 2013. Mons. Glasson, 42 anni, già superiore del seminario diocesano, è il nuovo vicario episcopale per le vocazioni. Passo falso. Il nuovo vescovo di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, ha suscitato una vivace discussione per una intervista data il 12 maggio al quotidiano «Le Nouvelliste» in cui avrebbe detto che (un omosessuale) «è spesso così dalla partenza, ma ciò non vuol dire che non sia modificabile. Esistono guarigioni psicologiche. L’omosessualità può essere guarita». A una seconda domanda, se l’omosessualità sia una malattia: «No, è una debolezza della natura – ha risposto. La prova è che c’è sofferenza reale nella persona che la vive e nel suo ambiente. Ciò non toglie niente all’umanità della persona omosessuale, né alla sua dignità». Ci sono state reazioni, polemiche, approvazioni, con grande soddisfazione dei mass media. Mons. Lovey ha riconosciuto poi un «errore di comunicazione» e si è scusato verso coloro che si sono sentiti offesi. Nuove diocesi? La proposta di mons. Charles Morerod di «smembrare» la diocesi di Losanna-Ginevra-Friburgo (650.000 cattolici in quattro cantoni – compreso anche Neuchâtel – con 1,6 milioni di abitanti) ha raccolto una maggioranza di adesioni in un sondaggio tra i preti, gli agenti pastorali e le comunità religiose della diocesi. I due terzi si sono pronunciati a favore, il 25,2% contro, il 12,6% sono gli indecisi. Invece, la proposta
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di istituire una diocesi separata per Ginevra ha ottenuto una maggioranza risicata del 51,7%, con il 33,7% di contrari e il 14,4% senza opinione. La nuova diocesi (170.000 cattolici per 470.000 abitanti) avrebbe scarsità di clero e finanze limitate pur applicando il sistema dei contributi volontari tramite la dichiarazione fiscale. Già attualmente Ginevra è una «quasi diocesi», con un vescovo ausiliare e residente, (attualmente mons. Pierre Farine, che ha raggiunto i 75 anni e presto lascerà la funzione). Sono emerse anche alcune difficoltà: qualcuno propone che il vescovo ritorni dall’«esilio friburghese» alla sua sede storica di Losanna, altri mettono in guardia circa la diminuzione dei cattolici, specie nelle zone urbane, e sul problema del reclutamento del clero, distribuito oggi senza tener conto del Cantone di origine. Una trentina di anni fa, la proposta di una diocesi per Ginevra aveva sollevato opposizione in ambienti protestanti, che poi avevano accettato e quindi apprezzato la presenza di mons. Amedeo Grab quale vescovo ausiliare residente. Armeni in Svizzera. La commemorazione del centenario del massacro degli armeni in Turchia (che Papa Francesco ha definito genocidio, come le Chiese europee e svizzere e il Consiglio nazionale, ma non ancora
il Consiglio federale…) ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla «diaspora» degli armeni, costituita in Svizzera da circa cinquemila persone, presenti specialmente a Ginevra e sulla riviera lemanica, a Zurigo, Kreuzlingen e in Ticino. La Chiesa armena ha avuto origine dalla predicazione di San Gregorio Illuminatore, che evangelizzò il re Tiridate IV (298-330): il primo Stato ufficialmente cristiano del mondo. Gli armeni svizzeri cercano di preservare le loro tradizioni religiose, in particolare nei momenti «forti» come il battesimo, il matrimonio e la sepoltura. Il loro principale luogo di culto è la chiesa apostolica armena di Soup Hagop (San Giacomo) a Troinex (Ginevra), costruita nello stile antico delle chiese armene; nel Ticino gli armeni celebrano regolarmente in chiese cattoliche a Locarno e Lugano. Storie di sinagoghe. Un recente volume, frutto del lavoro di dottorato di un architetto, presenta la ventina di sinagoghe esistenti in Svizzera e la storia della loro costruzione: con gli ebrei prima confinati nei villaggi di Lengnau ed Endingen, e poi, a partire dal 1874, liberi di praticare in tutta la Svizzera. Sorsero allora nuove sinagoghe a partire dalle città (Zurigo nel 1884); nel 2010 è stata costruita la sinagoga della Comunità israelita
liberale di Ginevra, che riproduce la forma del choffar, il corno che viene suonato nelle feste tradizionali. Per l’inaugurazione è stato però suonato il corno delle Alpi, forse a segnare la realizzata integrazione. Mille pagine per St. Maurice. In occasione del giubileo dell’abbazia di St. Maurice in Vallese, fondata 1500 anni fa, sono stati pubblicati due volumi di storia di oltre mille pagine, comprendenti scritti di 36 autori di sette università e centri scientifici, il tutto raccolto in un cofanetto del peso di 5,5 chilogrammi. In tutto, 16 tonnellate di carta e una spesa di 850.000 franchi. Il cofanetto è venduto a 150 franchi. Un’opera degna della millenaria presenza cristiana della Chiesa indivisa. Tempo della creazione. Dal 1. settembre al 4 ottobre le Chiese svizzere, tramite la fondazione ecumenica OEKU (Chiesa e ambiente), invitano a celebrare il «Tempo della creazione», dedicato quest’anno alle «Belle colline, alpeggi selvaggi, le montagne, centri di vita». Le Alpi sono in Europa i luoghi più ricchi di diversità biologiche: trentamila le specie animali, tredicimila quelle vegetali. Il Dio biblico appare spesso sulle montagne, e le montagne sono ricche di cappelle lungo i sentieri e di croci sulle vette.
Roberto Genazzini
Gerry Mottis
Il mio villaggio
Fratelli neri
Dieci racconti gandriesi Lettere emerse dal passato, il quaderno di un grande pittore, pietre tombali, leggende locali e aneddoti personali. Lo «scrittore di Gandria» dedica al proprio paese dieci racconti permeati di delicatezza, ironia e un certo senso di amarezza per la perdita d’identità di un piccolo quartiere sospeso fra un passato nostalgico e un presente straniante. Prefazione di Bruno Soldini Formato 12,5 x 21 cm, 96 pagine, 20.– fr.
Storia dei primi internati africani nella Svizzera italiana Nel settembre del 1943 i vagoni della BM scaricano a Roveredo un contingente di soldati provenienti dalle colonie francesi in Africa, suscitando interesse e qualche malumore. Ma i pochi giorni di internamento al Collegio Sant’Anna della ventina di «fratelli neri» – come li chiama il poeta Senghor – bastano perché si getti un ponte fra le due culture. Prefazione di Mohammed Soudani, note storiche di Stefano Mordasini, formato 12,5 x 21 cm, collana «La Betulla», 224 pagine, 20.– fr.
Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch
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notizie belle e buone
Notizie belle e buone Invitati dal Papa. Al concerto organizzato il 14 maggio a favore delle opere di carità di Papa Francesco, numerosi posti in prima fila sono stati occupati da assistiti della Caritas di Roma, della Comunità di Sant’Egidio e di altre organizzazioni per poveri o rifugiati. L’incasso del concerto, tenuto nella Sala Paolo VI dal coro della diocesi di Roma e della filarmonica di Salerno, è stato consegnato a mons. Konrad Krajewski, l’occupatissimo preposto alle opere caritative volute dal Papa. Archivi. Gli Archivi del Vaticano relativi al periodo della dittatura argentina (1976 – 1983) sono parzialmente aperti, secondo quanto ha assicurato Papa Francesco ad Angela Lita Boltano, presidente di una associazione argentina di parenti di detenuti e di desaparecidos per motivi politici. Bertoglio era provinciale dei Gesuiti quando, sotto il regime militare, sparirono o furono uccisi migliaia di civili. Il papa ha confidato l’intenzione di preparare un documento di autocritica sul comportamento della Chiesa in quel periodo. Contro l’evasione fiscale. L’Italia e la Santa Sede hanno firmato una convenzione fiscale per lottare contro l’evasione attraverso lo scambio di informazioni. L’accordo conferma un certo numero di esenzioni per dipendenti del Vaticano e per organismi dello Stato, riconosciute con il Concordato del 1929, ma permette all’Italia di tassare enti religiosi residenti in Italia che tengono conti in Vaticano. Quelli aperti presso lo IOR (l’Istituto per le opere di religione) sono 11.000, dei quali 4.500 di enti religiosi (congregazioni, diocesi, associazioni varie ecc.), spesso con sede a Roma e che fanno transitare dal Vaticano ingenti somme relative alle loro attività attraverso il mondo. Beatificazione per Camara. Nella cattedrale di Olinda (Nordest del Brasile) è stata iniziata il 3 maggio la procedura di beatificazione di mons. Helder Camara (1909-1999), che aveva partecipato al Concilio Vaticano II ed era conosciuto (a seconda di chi lo giudicava) come il «vescovo dei poveri» oppure «il vescovo rosso». Il governo brasiliano si era opposto nel 1970 alla candidatura di Camara per il Nobel della pace. Quando nel 1985 lasciò per raggiunti limiti di età la direzione della diocesi di Olinda e Recife, Giovanni Paolo II nominò come successore un conservatore, il vescovo José Cardoso Sobrinho. Unificare la data della Pasqua. Il patriarca ortodosso copto Tawadros ha proposto di fissare la terza domenica di aprile quale data unica per tutti i cristiani per celebrare la Pasqua. Si toglierebbe così un motivo di discussione (e di complicazione), specie dove sono presenti diverse confessioni cristiane (come a Gerusalemme): un primo modesto passo verso l’auspicata unità della Chiesa. Condannato e onorato. Papa Francesco ha incaricato il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo emerito di Praga, a rappresentarlo alle celebrazioni per il sesto centenario dalla morte del riformatore Jan Hus (1372-1415). Un compito non da poco, perché Hus, arrestato a tradimento durante il Concilio di Costanza, fu condannato dalla Chiesa a morire sul rogo quale eretico. Ora che le usanze sono cambiate, mons. Vlk non corre alcun pericolo di finire in fumo.
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Giovani e religione. L’Università di Laval, nel Québec, ha istituito una cattedra «Giovani e religione», inserita nella Facoltà di teologia e scienze religiose, con lo scopo di meglio studiare i rapporti che i giovani tra i 12 ed i 30 anni hanno con le tradizioni religiose, in particolare con il cristianesimo. La nuova cattedra è sostenuta finanziariamente da quattordici congregazioni religiose operanti nel Québec, dove sei milioni si dichiarano ancora di religione cattolica ma la pratica è molto diminuita: già nel 2000 solo il 5% dei giovani frequentavano la messa domenicale. Cardinale batte parroco. Al parroco di Bürglen, agli onori della prima pagina dei giornali scandalistici poco informati di religione, ha soffiato il posto (si fa per dire!) il cattolicissimo arcivescovo di Westminster, cardinale Vincenz Nichols, celebrando il 10 maggio una messa (altro che una «piccola benedizione»!) per i LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) nella chiesa dell’Immacolata Concezione (sic!) di Londra. Dal 2007 due volte al mese venivano celebrate messe per i LGBT in una chiesa di Soho. Roma le aveva fatte cessare ma il cardinale aveva fatto spostare gli incontri del gruppo dei… diversamente cattolici a Westminster. Tra i martiri un musulmano. Tra i 28 cittadini etiopici decapitati in Libia il 19 aprile dai djihadisti del preteso Stato islamico non tutti erano cristiani copti, come è uscito sui giornali. Un musulmano aveva deliberatamente scelto di stare con i suoi compatrioti cristiani e seguirne la sorte, forse nel tentativo di evitare il massacro. La Chiesa copta li ha proclamati santi e inseriti nel proprio martirologio: speriamo senza fare eccezioni per chi morendo ha pregato Allah… Decana. Dallo scorso gennaio, la decana (direttrice) della Chiesa riformata grigionese è una donna, Cornelia Camichel Bromeis. Cresciuta a Tiefencastel, ha frequentato la scuola magistrale a Coira e ha studiato teologia a Basilea, Berna e Friburgo, ha svolto il ministero pastorale nella parrocchia evangelica di Coira (Comander Kirche) e attualmente è pastora a DavosPlatz. Sposata con Ernst Bromeis, ha tre figli. Your Lordship (indeclinabile…). Si chiama Rachel Treweek ed è il primo vescovo donna (vescova?) a sedere nella Camera dei Lord. 52 anni, sposata, è la terza donna che accede alla dignità episcopale nella Chiesa d’Inghilterra, ma le altre non sono titolari di diocesi: sarà quindi lei la prima a sedere nella «camera dei vescovi» dell’Alta Corte. Una chiesa nel Sinai. La prima chiesa cattolica nella penisola del Sinai è stata inaugurata il 15 febbraio e dedicata a Maria, Signora della Pace. La consacrazione è stata presieduta dal patriarca copto-cattolico d’Egitto. Le messe saranno celebrate, oltre che nel rito alessandrino, in latino, inglese e italiano. La chiesa è destinata specialmente ai turisti e ai lavoratori stranieri, specie filippini, del complesso vacanziero di Charm el Cheikh. La costruzione è stata finanziata dalla fondazione pontificia «Aiuto alla Chiesa che soffre». Croata presidente. Per la prima volta, i cittadini della Croazia hanno eletto alla presidenza della Repubblica una donna: Kolinda Grabar Kitarovic, che ha superato di misura, con 50,45% dei voti, il maschio presidente uscente.
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notiziario (in)sostenibile a cura di Matteo Cassini
Piccoli agricoltori crescono. In un’epoca nemmeno troppo lontana, le famiglie si arrangiavano. Non fino all’autarchia totale, ma senza dubbio più di oggi. Gli oggetti di uso comune, se non venivano realizzati nella famiglia stessa, quanto meno venivano riparati quando si rompevano. Oggi anche per sostituire un lampadario chiamiamo l’elettricista. Anche sul piano alimentare si praticava una maggiore indipendenza. Certo, in campagna: questo è ovvio. Ma pure nelle periferie delle città, dove nei giardini delle casette unifamiliari era frequente vedere un piccolo orto per le piante aromatiche, i pomodori, la lattuga, le patate. In qualche caso un gabbiotto ospitava un piccolo pollaio. Oggi tutto questo è impensabile. Naturalmente gli appartamenti sono inadatti. Ma qualche metro quadro di giardino lo si potrebbe dedicare a un po’ di coltivazione diretta, no? Gli esperimenti altrove si fanno. «The Independent», per esempio, ci racconta di una cooperativa inglese composta da tre famiglie in roulotte dedite all’agricoltura biologica su piccola scala. Scopo: dimostrare che si può fare, senza lavorare in perdita. L’energia se la producono da sole, a partire da pannelli solari. E raccolgono l’acqua piovana. Hanno nove ettari di terreno che ospitano capre, polli e arnie per le api e qualche albero da frutto. Ma hanno anche un problema: smerciare. Perché non vogliono solo l’indipendenza alimentare: vogliono pure dimostrare che un piccolo business agricolo è praticabile. Tanto da camparci, quanto meno. La difficoltà sta nel canale di distribuzione. Infatti le grandi società di smercio si rivolgono ai grandi produttori agricoli, non a quelli piccoli o addirittura minuscoli. Al di sotto di una dimensione critica, la grande distribuzione perde di interesse. Senza contare i problemi burocratici: al di sotto di cinque ettari diventa difficile accedere ai sussidi agricoli dell’Unione Europea. E tirare a campare diventa ancora più difficile. Un vicolo cieco? Dipende. Un caso da studiare, quanto meno. Anche alle nostre latitudini. Perché forse l’agricoltura professionale non è accessibile a tutti, ma un po’ di autonomia alimentare sui balconi, i davanzali, i cortili e i giardini condominiali offrirebbe la possibilità di un consumo responsabile.
Sharing? Quale sharing? La chiamano «sharing economy». Ovvero l’economia della condivisione. Possibile grazie alla flessibilità degli strumenti elettronici, che permettono di condividere… beh, tutto: il tempo libero, le competenze professionali, l’auto, la casa. Basta creare una rete, un sito Web, un’app per lo smartphone. Poi ci si promuove un po’ attraverso i social media e il passaparola fa il resto. L’idea in sé è buona e offre un’alternativa alla classica economia di mercato. Non solo: anche alla proprietà. Perché ciascuno dovrebbe possedere un’auto o una casa di proprietà che usa solo ogni tanto, quando insieme potremmo averne una per tutti in comproprietà e usarla solo quando serve? L’idea è buona, ma dipende da come viene applicata. Il caso più noto è quello di Uber, che ambisce a sostituire i taxi tradizionali: con un’app, per una cifra modesta, è possibile chiamare un’auto con un conducente, non assunto dalla compagnia, che mette a disposizione il proprio veicolo e il proprio tempo. Superfluo dire che Uber è stata oggetto di polemiche e di proteste. I conducenti, per esempio, sono tutt’altro che soddisfatti del modo in cui vengono trattati dalla compagnia. E poi c’è un difetto di fondo: un’auto, una persona. Anzi due: il conducente e il passeggero. Ma che sharing sarebbe? Il vero sharing si ha quando si offre qualcosa per usarlo insieme con lo stesso scopo. Io ho una casa dove dormo, tu hai bisogno di una casa per dormire qualche giorno nella mia città, io te la affitto e ci dormiamo insieme. Con Uber no: io non andrei dove tu mi chiedi di andare. Ti ci porto solo perché tu me lo chiedi e mi paghi. Che differenza c’è con un taxi? La condivisione c’è, per esempio, se usiamo insieme la mia auto per compiere lo stesso percorso o almeno una sua parte. E magari non solo noi due,
Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–
ma più persone interessate: studenti della stessa scuola, colleghi dello stesso ufficio, operai della stessa fabbrica. Invece di tante scatole di metallo con un solo passeggero, poche scatole con tanti passeggeri ciascuna. Altrimenti non cambia nulla. Internet inquina? Si intitola «Clicking Clean» (http://bit. ly/2015clickingclean) il rapporto di Greenpeace sull’impronta ecologica delle aziende che operano nell’Information Technology (IT). E vien da chiederti: ma che impronta sarà mai? Perché Internet ha questo di bello: sembra pulita. Una volta che ti sei comprato il computer o il tablet o lo smartphone – e già lì ci sarebbe da discutere, ché non si tratta mica di oggetti a impatto zero, ma transeat – il resto, tutto il resto, sembra del tutto non inquinante. Si legge ogni cosa a monitor, perciò non si consuma carta per stampare. Non si distribuiscono atomi, quindi non c’è trasporto e conseguente inquinamento. E insomma tu stai lì, davanti al tuo schermo, e ti sembra tutto molto clean. Sembra soltanto, però. Perché la realtà è più complessa. Per cominciare, computer e tablet e smartphone consumano energia. Dirai: «Sì, ma ormai li producono a basso consumo. I miei consumano pochissimo». I tuoi. Ma tu sei solo uno dei tanti. Quanti? Molti miliardi. Solo gli utenti di Facebook sono quasi un miliardo e mezzo. Fatti due conti! Poi ci sono i computer per contenere tutti quei dati, di solito in copie multiple di backup, per sicurezza. Anche loro consumano. Per esempio, ormai i video on line inquinano già di più dei DVD che hanno sostituito. E i computer degli editori consumano più delle tipografie di cui hanno preso il posto. Due casi in cui il vantaggio ambientale è stato annullato. La situazione può solo peggiorare. Secondo le previsioni, fra tre anni i video produrranno i tre quarti del traffico on line. Ma quali video? Utili e istruttive conferenze TED Talks oppure stupidi video con gattini? Perché una riflessione anche su questo ci sta: quanto è davvero importante nei bit trasmessi lungo i cavi? Per esempio, gran parte del traffico è prodotto dal porno. Ora, senza voler fare i moralisti, è ragionevole fare una riflessione sull’utilità. Perché ricicliamo la carta e il vetro e l’umido e usiamo i mezzi pubblici invece dell’auto, ma non siamo altrettanto coscienziosi quando siamo appiccicati al monitor. E il nostro inquinamento è occulto.
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i conti di «dialoghi»
I conti 2014 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO RICAVI D’ESERCIZIO Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidi cantonali Donazioni Interessi Attivi TOTALE RICAVI D’ESERCIZIO
11.700,00 4.300,00 15,00 5.000,00 1.000,00 0,95 22.015,95
COSTI D’ESERCIZIO Costi rivista Stampa rivista Spedizione rivista Costi postali Acquisto diritti foto Totale costi rivista Costi del Personale Indennità di funzione Totale Costi del Personale Costi diversi d’esercizio Spese ufficio/amministrazione Interessi e spese postali Totale costi diversi d’esercizio
16.832,70 2.967,95 239,00 97,20 20.136,85 830,00 830,00 80,00 181,55 261,55
TOTALE COSTI Utile
21.228,40 787,55
BILANCIO ATTIVI Conto corrente postale Ricavi non ancora ricevuti TOTALE ATTIVI
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In questo numero Editoriale G tra confusione e misericordia (C.S.) 1 Articoli G rileggere la costituzione «gaudium et spes» alla luce della misericordia di papa francesco (Raniero La Valle) 2 G alla conferenza dei vescovi svizzeri: contrasti, malintesi e tanta confusione (E.M.) 6 G verso il sinodo dei vescovi sulla famiglia. nodi da sciogliere con pazienza e coraggio (Ernesto Borghi) 7 G che cosa pensano gli svizzeri del questionario vaticano (a.l.) 10 G oltre la difesa di «charlie-hébdo» (Enrico Morresi) 11 G irs, avanti con coraggio 15 G chiesa unita (finalmente!) per il martire mons. Romero (Marina Sartorio) 16 G osservatorio ecumenico G cronaca internazionale G parole di papa G cronaca svizzera G notizie belle e buone G notiziario (in)sostenibile G i conti 2014 di «dialoghi»
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch
70,21 5.000,00 5.070,21
PASSIVI Ricavi già ricevuti 60,00 Costi non ancora pagati 4.340,95 Capitale proprio -461,91 Utile o perdita riportata 343,62 Utile 787,55 TOTALE PASSIVI 5.070,21 Claudio Cerfoglia, amministratore
Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.