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234 dialoghi Locarno – Anno 46 – Dicembre 2014

di riflessione cristiana BIMESTRALE

«Le Courrier», 27 maggio 2014

DOSSIER

Crisi della democrazia Silenzio degli intellettuali su un tema che preoccupa il Paese? Alla domanda intrigante risponde il dossier di questo numero di «Dialoghi» con quattro contributi: Democrazia diretta: dove va il popolo? Quando la democrazia tradisce la politica (di Alberto Lepori), Sul populismo e le sue (s)ragioni. L’ideologia del reale in presa diretta (di Fabio Merlini), È giusta l’idea che in quanto democratica la nostra sovranità internazionale sia assoluta? (di Virginio Pedroni), Politici e partiti messi alla prova dal nuovo potere della comunicazione (di Oscar Mazzoleni).

Sinodo: tra monarchia e collegialità Quest’anno ricorreva l’anniversario del Concilio di Costanza (14141417), che nella vulgata storiografica ecclesiastica è menzionato sempre con molto sospetto, è il minimo che si possa dire1. Il «conciliarismo», la tesi per cui il concilio è superiore al papa, affermatosi per forza di cose in quella circostanza (c’erano tre papi a disputarsi la sede apostolica!), è stato sempre dai pontefici successivi visto come un pericolo da tenere alla larga, tanto che dai più accesi papisti si è potuto sostenere che la Chiesa cattolica è una monarchia e i concili non servono più. L’esperienza del Vaticano II doveva dimostrare che questa tesi non corrispondeva alla natura vera della Chiesa. Quel concilio rivalutò la pro-

pria immagine al punto di dichiarare che il collegio episcopale, «insieme al suo capo il sommo pontefice», è «pure soggetto di piena, suprema e universale potestà sulla Chiesa»2. Temendo una forte opposizione, Paolo VI fece redigere alla Segreteria una Nota esplicativa previa da accludere alla costituzione3, il che in pratica convinse i padri conciliari a un’approvazione quasi unanime. I pontefici seguiti al Concilio – il neobeato Paolo VI scrivendo il regolamento del Sinodo dei vescovi da lui creato, ma soprattutto il neo-santo Giovanni Paolo II con il suo stile di governo – hanno fatto di tutto per allontanare di E.M. (Continua a pagina 12)


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La crisi di legittimità democratica di cui l’Europa soffre è stata giudicata severamente anche da un filosofo «europeista» come Habermas («L’Europe entre paralysie et distraction», «Le Monde» dell’8 novembre). Ma la Svizzera non può semplicemente chiamarsene fuori. Dire che non appartiene all’Europa perché non appartiene all’Unione Europea è un errore. Le nostre cure e preoccupazioni devono essere le stesse che hanno animato i due discorsi

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di Papa Francesco a Strasburgo («Giornale del Popolo» del 1. dicembre). Se così non è, dobbiamo domandarci se le nostre istituzioni fanno ancora i nostri interessi, chi sia «il popolo» che si esprime nelle votazioni, quale idea abbiamo della sovranità nazionale, di quali distorsioni del giudizio siano responsabili i politici «leggeri» e i media superficiali. DIALOGHI

Democrazia diretta: dove va il popolo? Quando la democrazia tradisce la politica Per giustificare il titolo occorre prima accordarsi sulle definizioni di democrazia e di politica. Per democrazia, accettando una descrizione abituale, intendo un sistema dove il popolo (demos) esercita il potere (kratos): «potere del popolo, sul popolo, per il popolo». E per politica, la realizzazione, per quanto possibile, del bene comune («costruire la casa comune a favore di tutti», come insegnava il maestro Lazzati). Così facilmente si può capire come la democrazia talvolta possa tradire la politica: papa Benedetto XVI, citando sant’Agostino (Deus caritas est, n. 28), ha scritto che «Il giusto ordine della società e dello Stato è il compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe a una grande banda di ladri (Remota atque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?)». E qui aggiungo: anche se sono democratici e regolati da decisioni del popolo! Già Giovanni XXIII (Pacem in terris, n. 53) aveva affermato che «l’attuazione del bene comune costituisce la stessa ragione di essere dei poteri politici»: vale per le autorità ma vale anche per il potere che hanno i cittadini in una democrazia. La politica che non realizza il «bene comune» è «antipolitica». Quando il «demos» non è veramente «popolo» Ma quale «popolo» è necessario perché ci sia democrazia? La Confederazione svizzera sarebbe (secondo i libri scolastici e l’opinione di molti suoi cittadini) una democrazia modello per l’intera umanità. Nel 2014 il popolo svizzero è stato invitato ad esprimersi quattro volte su 12 diversi argomenti. In verità, vota solo circa la metà (qualche percentuale in più o in meno a seconda degli argomenti), le maggioranze positive o negative non rappresentano mai neppure la metà

degli aventi diritto. Ma la democrazia è salva, perché tutti potevano votare e, astenendosi o impediti, accettano la scelta della maggioranza di chi «ha compiuto il proprio dovere di cittadino», come ci insegnavano a scuola. Ma, anche applicando il detto «chi tace, acconsente», non tutto il popolo è legalmente… il popolo svizzero. È vero che dal 1971 anche le donne, purché maggiorenni, hanno il diritto di di Alberto Lepori

voto e, purtroppo, lo utilizzano meno degli uomini. Ma i minori di diciotto anni? Sono esclusi dal voto gli adolescenti tra i 16 e i 18 anni (alcuni vorrebbero riconoscere il voto ai sedicenni, come in altri pochi Paesi), sono ovviamente esclusi i minori di 16 anni (la mia amica Maddalena vorrebbe che al loro posto votassero i genitori, con un voto moltiplicato per il numero dei figli minorenni, ovviamente da dividere tra madre e padre). Ma non votano gli stranieri residenti in Svizzera, da pochi o molti anni, maggiorenni o minorenni che siano, lavoratori o disoccupati, intellettuali o analfabeti; tutti esclusi (sono oltre il 23% della popolazione, quasi due milioni tra maggiorenni e minorenni!), tutti privati del diritto di decidere su autorità e doveri, cui sottostanno come gli aventi diritto. Una anomalia e ingiustizia, se il diritto di voto (come proclamano i politici e sul quale gli svizzeri giudicano gli altri Paesi) fa parte della dignità dell’uomo e della donna («La dignità della persona va rispettata e protetta», art. 7 della Costituzione federale del 18 aprile 1999). Ma in Svizzera, come nella «Fattoria degli animali» di George Orwell (1945), «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri». Fin qui per la democrazia. Vediamo ora come sta di salute la politica, definita come la realizzazione del bene

comune, oggi di dimensione mondiale. Non uno scherzo, perciò, quando, pur limitandoci al nostro Paese, nel Preambolo della Costituzione si afferma: «la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri», e alla politica si assegna lo scopo (art. 2) di promuovere «in modo sostenibile la comune prosperità». Come decidere la «comune prosperità» Per definire questa «comune prosperità», misurata sul «benessere dei più deboli», occorre primariamente fare un elenco delle misure da promuovere: non solo economiche ma anche sociali, culturali, spirituali, ambientali, internazionali, ecc.: un elenco quasi infinito (e sempre variabile) cui si possono dedicare solo gruppi di specialisti, centri di studi ed università, ma (sembra logico) anche il governo federale assistito dalla sua schiera di funzionari. Fatto l’elenco, occorre confrontarlo con le concrete possibilità: di uomini, di mezzi, di tempo disponibile, di rapporti reciproci, e questo esercizio di fissare le priorità degli interventi politici (ossia di quel tanto di «bene comune» che si vuol realizzare) sottostà forzatamente a un giudizio di valore: quale il bene prioritario che si vuole raggiungere? quale il diritto o bisogno che si vuole garantire e chi è tra essi «il più debole»? Governo, parlamento e «popolo sovrano» Su queste scelte, in democrazia, decidono i parlamenti, sollecitati dal governo, e spesso in Svizzera anche «il popolo sovrano» (con i limiti sopra indicati). Dando per scontato, con molta generosità, che governo e parlamento sappiano fare le scelte più confacenti al «bene comune» come definito dal-


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la Costituzione (ma anche per loro le priorità sono influenzate da giudizi di valore e persino da interessi settoriali – le lobbies!), resta al «popolo sovrano» fare le scelte giuste. Sappiamo che «in democrazia, il popolo ha sempre ragione», ma può anche sbagliarsi. Qui può sorgere una distorsione per cui non sempre dalla democrazia, anche svizzera, deriva l’unica scelta valida, quella del «bene comune». Come per governo e parlamento, anche le scelte dei cittadini, espressione del «popolo sovrano» o almeno della sua maggioranza, sono il risultato di giudizi di valore, di conoscenze più o meno scientifiche, di reazioni razionali o emotive: tutto sotto l’influsso della massa di informazioni che ogni cittadino riceve, dalla sua «cultura politica» e da quanto gli propinano nei più diversi modi partiti e media. Partiti e progetto politico Un ruolo devono (dovrebbero) svolgere i partiti politici, ai quali si possono associare gruppi promotori di iniziative o referendum e associazioni e gruppi economici. Specialmente i partiti politici hanno (dovrebbero) avere un «progetto politico», cioè una visione a più o meno lunga scadenza del «bene comune»: sia da realizzare tramite i propri rappresentanti – e quindi attorno al quale raccogliere i consensi – sia da proporre ai cittadini nelle votazioni popolari. Ogni partito ha (dovrebbe avere) una scala di valori, o come principi esplicitati o come orizzonte politico (le ideologie). Per non farla lunga dirò che, per un cristiano, si tratta di realizzare «la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (Paolo VI, Populorum progressio, n. 14), a partire dalla «scelta preferenziale per i poveri»: Matteo 25 non permette di farsi illusioni («Signore, quando…?») sul metro che sarà usato al Giudizio universale. Non si gioca ad armi pari Tornando ai partiti e simili, e alle informazioni che determinano le scelte dei cittadini, sono da rilevare i condizionamenti che può subire (e di fatto subisce) la democrazia perché i contendenti nell’arena politica non dispongono degli stessi mezzi, in particolare finanziari. In Svizzera manca, a differenza di altri Paesi più democratici (almeno sotto questo profilo), una legislazione che garantisca una parità di condizioni tra i partecipanti al dibattito politico. Esperti internazionali

hanno denunciato questa deficienza legislativa come causa di «corruzione»! A ciò si aggiunga che i partiti politici, che dovrebbero per definizione propugnare un «loro» bene comune, si trovano in grave crisi per motivazioni diverse: dal cattivo uso che hanno fatto del loro potere, con forme di «occupazione» e di clientelismo, alla personalizzazione della politica e alla sua polarizzazione strumentata dai media (che hanno sostituito alla presentazione dei problemi il confronto delle persone, e persino fomentato la rissa), alla libertà concessa nei sistemi elettorali con l’estensione del voto di preferenza personale piuttosto che la scelta di partito, e quindi di «progetto politico»; eccetera. Il massimo della rottamazione si è avuta nel Ticino con l’introduzione della «lista non intestata», cioè della possibilità di votare candidati appartenenti a diversi e persino opposti partiti politici, senza cioè preferire un progetto politico, ossia un determinato partito. Senza intestazione, cioè… senza testa: così gli elettori possono votare avendo perduto la testa, che nel dialetto luganese vale «essere pazzo». «Troppa democrazia»? Infine è meno avvertito, ma ormai sta diffondendosi, un giudizio negativo sugli effetti contraddittori ai quali può condurre l’ampia possibilità di democrazia concessa agli svizzeri dagli istituti del referendum legislativo e dell’iniziativa costituzionale. Con un referendum, promosso da 50 mila firme di cittadini, si può vanificare il risultato di lunghi mesi e persino anni di mediazione tra forze politiche e sociali: basta la maggioranza della minoranza, più o meno o bene informata, per impedire misure che parlamento e governo ritengono di «bene comune». Con l’iniziativa costituzionale, promossa con centomila firme (raccolte spesso persino da incaricati retribuiti tanto al pezzo), si può arrivare all’assurdo di proporre articoli pleonastici e persino contradditori rispetto alla Costituzione stessa o a trattati internazionali sottoscritti dalla Confederazione stessa. Sui 12 diversi oggetti decisi dal «popolo sovrano» nel 2014, la maggior parte riguardava temi parziali, con portata limitata rispetto al progetto generale costituito dalla Costituzione e dal diritto internazionale sottoscritto dalla Svizzera. Nel frattempo si sta proponendo l’assurdità, da parte di un partito che pretende di essere al centro della de-

mocrazia, di «costituzionalizzare» il principio che il diritto svizzero, deciso dal cosiddetto «popolo svizzero», è sempre superiore al diritto internazionale, anche se già accettato dallo stesso «popolo svizzero», come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e relativi Patti e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950): impegni da anni sottoscritti. Per cui, democraticamente, con decisioni popolari a partecipazione di una parte soltanto degli abitanti, si toglie o si aggiunge un mattone o un architrave alla casa comune, spesso con discutibile effetto estetico e persino col pericolo di far crollare una parte dell’edificio. È quanto avvenuto lo scorso 9 febbraio, quando una maggioranza popolare determinata da circa diecimila voti ha deciso che il «bene comune» della Svizzera (8 milioni di abitanti) valeva di più del diritto di 500 milioni di europei di muoversi liberamente a cercare sicurezza, lavoro e benessere, come a loro garantiscono l’art. 13 della Dichiarazione universale e i Trattati bilaterali conclusi dalla Svizzera con gli Stati europei. E allora che fare se il popolo non realizza il bene comune e la democrazia tradisce la politica? Qualche anno fa, i militari algerini fecero un colpo di Stato, avendo ritenuto un pericolo per il bene comune la vittoria elettorale dei Fratelli musulmani. Paolo VI, un giurista raffinato, riconobbe nella Populorum progressio (1967, n. 31) la possibilità de «l’insurrezione rivoluzionaria» «nel caso di una tirannia evidente e prolungata… (che) noccia in modo pericoloso al bene comune del paese» e il teologo protestante Bonhoeffer ritenne lecita la congiura per assassinare Hitler. Ai cittadini che rinunciano a essere rivoluzionari, e si adagiano a una democrazia che tradisce la politica perché non realizza il «bene comune», resta sempre la possibilità (e il dovere) di impegnarsi democraticamente. Come scriveva don Lorenzo Milani nella «Lettera ai giudici», occorre impegnarsi democraticamente per cambiare le leggi ingiuste: «Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto che come maestro civile sto dando una mano anch’io a migliorarle» (L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, 1966, p. 56).


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Sul populismo e le sue (s)ragioni L’ideologia del reale in presa diretta Fra le più grandi ingenuità intellettuali degli ultimi trent’anni, vi è stata forse quella di credere che la fin de siècle coincidesse con quanto un fortunatissimo libretto della fine degli anni Settanta definì la «fine dei grandi racconti». Intendiamoci, qualcosa del genere è di certo accaduto, togliendoci da sotto i piedi non poche certezze sull’ordine del tempo storico e sul modo in cui una politica, per essere responsabile, virtuosa e lungimirante, avrebbe dovuto organizzare i suoi piani d’azione. Non si è invece assolutamente verificato quello che apparve allora come il principale corollario, e anche il maggiore beneficio, della dismissione delle meta-narrazioni della Modernità derivate dall’armamentario categoriale della filosofia della storia setteottocentesca (Libertà, Progresso, Uguaglianza, Proletariato). E cioè la scomparsa dell’ideologia. Nonostante l’insistenza con la quale la vulgata dominante affermasse trionfalmente il contrario, nessuna «fine delle ideologie» fece seguito al disinvestimento metanarrativo delle vicende umane. Motivi anche fondati per affermare che grazie a quest’ultimo sarebbe stato possibile riconsegnare lo sguardo sulle cose alla sua purezza originaria non mancarono certo. Ma sostenere che fosse ormai giunto il tempo per un pensiero capace di cogliere il reale in presa diretta, rinunciando a mediarlo con schematismi partigiani, è stato un enorme equivoco. La relazione tra grandi racconti e ideologia è sin troppo evidente e tuttavia la fine degli uni non ha condotto affatto alla fine dell’altra. Al contrario, le ha assicurato un nuovo vigore. Proprio grazie al fatto di potersi avvalere dello schermo del realismo. Lo ripeto, argomenti a difesa di questa tesi non facevano certo difetto. Il declino delle ideologie ad alta distorsione del campo visuale e il declino delle narrazioni in base a cui la modernità ha pensato gloriosamente se stessa e il suo destino di universale emancipazione avevano effettivamente buone ragioni per presentarsi come le due facce della stessa medaglia. Una medaglia che stava a indicare, né più né meno, la fuoriuscita dalla Modernità; l’avvento di una nuova condizione esistenziale alleggerita, trasparente,

capace di affrancarci dalla zavorra dei fondamenti, dal vincolo delle gerarchie concettuali e da inveterati pregiudizi intellettuali. Una nuova rinascita sembrava ormai a portata di mano: dinamismo della comunicazione, del capitale e della merce, snellimento dello Stato, leggerezza dell’economia, liberazione del lavoro, scorrevolezza delle procedure produttive. Tutta una retorica della disinibizione che, negli di Fabio Merlini*

anni, è penetrata sin dentro i nostri comportamenti, ispirando linguaggi, posture e mode, tanto da riorganizzare la nostra stessa esperienza del tempo e dello spazio. Easy style: ecco la divisa chiamata ancora oggi, proprio in base a quanto appena osservato, a vestire le nostre azioni e i nostri discorsi, se vogliono assicurarsi quell’attualità che il presente offre ai soggetti come garanzia del loro rinnovamento e quindi anche delle loro possibilità di successo. Allora, è proprio seguendo questa pista che possiamo cercare di capire come, riorganizzandosi, l’ideologia sia riuscita a occupare il campo lasciato scoperto dall’eclissi dei grandi racconti, presentandosi in una forma forse ancora più subdola di quanto non accadesse, ad esempio, allorquando si ridistribuiva tra i fronti contrapposti della guerra fredda. La nozione che forse più di ogni altra consente di descrivere con una certa pertinenza la natura di una buona parte dei dispositivi che configurano la nostra attualità è quella di immediatezza. Ciò che si dà nell’immediato è l’essere senza tempo, il portato di una azione istantanea: la partenza e l’arrivo «colti d’un sol colpo». È l’offrirsi, il presentarsi o l’imporsi all’interno di una realtà senza interposizione, priva di intervalli, indifferente all’esitazione del «frattempo». Sotto il regime dell’immediatezza una qualsiasi realtà risulta in presa diretta, si despazializza detemporalizzandosi: il suo cronotopo è l’ora-qui-ovunque. Accadere nell’immediatezza vuol dire sottrarsi al differimento, fare a meno della sua prova: vivere nella condizione dell’impazienza. Una variante di quella «nevrastenia» che G. Simmel poteva già cogliere all’inizio dello sviluppo delle grandi metropoli.

Le figure attraverso cui è possibile cogliere la logica dell’immediatezza sono sotto i nostri occhi tutti i giorni: interessano le modalità della comunicazione, dell’informazione, dell’apprendimento, del lavoro, del guadagno, del consumo. E, soprattutto, della produzione del senso. Il che, tra l’altro, spiega anche perché i nostri desideri si presentino sempre più spesso sotto forma di bisogni indifferibili. Anche gli svantaggi però non si contano. Soprattutto quando guardiamo al modo in cui l’immediatezza interviene quale principio di organizzazione della comunicazione politica. L’ideologia della fine delle ideologie ha fatto dell’immediatezza il suo cavallo di Troia. E così giungiamo alla questione del populismo. Il teatro dell’immediatezza e la patologia della politica Il braccio armato di questa ideologia sono le tele-tecniche, cioè quelle tecnologie dello scambio comunicativo e informativo che, esattamente come accade per il «tempo reale», occultano la mediazione disintermediandosi, vale a dire lavorando appunto alla sua eliminazione. Chiamo allora tele-tecno-capitalismo quella forma di aggancio mercantile del mondo che, speculando sulla possibilità di stabilire relazioni dirette e di profitto fulmineo con le sue risorse, accompagna, rinsaldandola, l’ideologia dell’immediatezza. Dal punto di vista delle risorse, siano esse finanziarie, naturali o umane, l’esposizione diretta al mercato e alle sue «dure repliche» ha il senso di una legge inaggirabile, naturale, per cui tutto ciò che può generare profitto (e tendenzialmente tutto dovrebbe poterlo fare) è posto a portata di mano, pronto all’uso, disponibile al consumo o a lasciarsi consumare. Pena: la fuoriuscita dal mondo, la marginalità, l’esclusione. Detto questo, non possiamo non vedere come l’odierno populismo, oltre ad essere un modo particolare di interpretare l’azione politica attraverso il movimentismo reattivo, sia soprattutto l’espressione dell’impasse in cui l’ideo­logia dell’immediatezza ha bloccato la stessa politica. Esso non rappresenta l’anti-politica, bensì il sintomo di una patologia della


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politica che interviene allorquando il mondo come oggetto del suo interesse si trasforma in una risorsa disposta in presa diretta. L’immediatezza, per come qui riorganizza la mondanità delle relazioni tra élite e sovranità, agisce nel senso di un potente vettore di comunicazioni che bypassa le tradizionali mediazioni istituzionali, rendendo obsolete alcune delle arene storiche in cui la sovranità è chiamata a rappresentarsi. Per intenderci attraverso un esempio: il teatro tende a uscire dal parlamento per rivolgersi direttamente alla piazza, in tutte le forme immediatamente interattive di cui essa può giovarsi oggi. Quando però ciò accade, nessuno rimane più immune dalla logica della teatralità, alta o bassa che sia. Non lo possono rimanere gli attori politici, se non vogliono sprofondare nell’indifferenza dei loro interlocutori, ma neppure il corpo sovrano dei cittadini. Il quale, disponendosi allo spettacolo, tende inevitabilmente a smarrire la sua natura politica, perché anziché riconoscersi kantianamente nella figura emancipata del pubblico legislatore, finisce con l’accomodarsi tra il pubblico degli spettatori e dei voraci consumatori di emozioni. La solidarietà tra speculazione e populismo: la telepolitica Qui siamo al cospetto di una regressione, la cui responsabilità non può però essere imputata al solo populismo. Nei fatti, il populismo non fa che riflettere la logica in atto in ogni punto della catena produttiva dell’immediatezza: informazione, produzione, comunicazione, consumo e profitto. Chi ha creduto che la Realpolitik fosse la risposta matura alle ingenuità ireniche della «coscienza infelice» o al candore dell’«anima bella» non dovrebbe essere sorpreso da questa involuzione. Visto che al fondo vi è una identica considerazione del reale come campo di forza normativa apprensibile immediatamente, rispetto al quale l’allineamento opportunisticamente strategico sarebbe l’unica risposta pagante. Per tornare al punto in questione, si tratta di una involuzione lampante anche solo per il fatto di capovolgere la celeberrima possibilità di emancipazione colta da Kant nel suo articolo del 1784 sull’Illuminismo. Dunque, non il pubblico che si «illumina da sé», ma il pubblico che si adombra con le sue stesse mani, in ragione di una convenienza che oggi però, a differenza di quanto poteva pensare

Kant, non è imputabile solo a pigrizia e piaggeria. Essa ha piuttosto a che vedere con la fragilizzazione cui una economia ormai scatenata, perché ostaggio della speculazione, espone istituzioni, organizzazioni e cittadini, disorientandoli e, soprattutto, innervosendoli: rendendoli così sempre più aggressivi. L’ideologia dell’immediatezza mondanizza («in che modo vivi?») la realtà sociale e individuale secondo una logica che amplifica a dismisura la doppia logica dell’utile e della presenzialità – entrambi da conseguire in tempo reale. Applicata alla realtà politica, essa si traduce come ritorno elettorale, calcolo dei voti, strategia opportunistica del consenso – perfetto pendant della preoccupazione speculativa per l’immediato ritorno del capitale di investimento. La politica populista, quale inevitabile matrice della impasse odierna della politica, non è dunque assolutamente in opposizione alla più vorace speculazione economica, come invece pretende, ma è al contrario una sua alleata. Essa risponde al disagio, con le stesse armi che lo hanno generato e così facendo lo moltiplica, per poterne beneficiare a cortissimo termine. Per ragioni di simmetria con quanto osservato più sopra, chiamo telepolitica questa espressione della crisi della sovranità popolare. Con «telepolitica» intendo, quindi, quella forma particolare di «organizzazione dei molti» che lavora alla eliminazione della distanza (tele) spaziale e culturale tra sé e i destinatari dei propri messaggi, in modo da poter agganciare l’elettorato con la stessa immediata voracità con cui la speculazione economica si avventa narcisisticamente sulle risorse e su tutto quanto è in predicato di diventarlo. Più che apolitico, il populismo è dunque una telepolitica – proprio come parliamo di teletecnica per indicare quegli artefatti che permettono di comunicare in tempo reale, eliminando l’intermediazione dello spazio, cioè azzerando le distanze spazio-temporali. È una politica priva di mediazioni che si spettacolarizza in quanto interpretazione senza scarti della volontà popolare: spazio di una rappresentazione intenzionato a presentarsi quale garante unico della rappresentanza popolare. Nonostante le apparenze, essa è però quanto di più distante si possa immaginare dal popolo, poiché la sua prossimità alla «gente» è solo tattica, mira a uno sfruttamento irresponsabile del disagio generato dall’odierno diso-

rientamento. Vuole impossessarsene per dargli parola e sbocco, prospettando soluzioni a portata di mano. È irresponsabile proprio come lo è lo sfruttamento delle risorse orientato al «cattivo infinito» di una crescita economica che, nonostante tutto, continua a pretendersi illimitata. Per la telepolitica populista la prossimità alla gente è la farsa con cui la totale indifferenza verso la res publica si ammanta di sollecitudine e preoccupazione. Per lei non esistono né il singolo, né la comunità. Esiste solo il calcolo del guadagno conseguibile mercificando, cioè strumentalizzando, il loro disagio e il nervosismo da esso generato. È una forma tra le tante di volontà di potenza. Il populismo telepolitico risponde con la sua immediatezza all’immediatezza del comando economico; contrappone una immediatezza ad un’altra immediatezza. L’allergia dell’economia verso la mediazione politica, in questo modo, viene interiorizzata dalla politica stessa. Possiamo allora dire che la teletecnica politica si allea ai disegni egemonici di una economia resasi autonoma e indipendente da qualsiasi potere che non sia quello della sua azione immediata sul mondo. E vi perviene sottraendo il singolo e la comunità alla relazionalità politica. Non a caso, entrambi conseguono il risultato di restringere lo spazio della sfera pubblica, diffondendo l’illusione che volontà, aspettative e desideri possano essere realizzati immediatamente, pur non avendone i mezzi. Per concludere, vi è oggi una autoreferenzialità della politica che ripete con i suoi mezzi l’autoreferenzialità del tele-tecno-capitalismo, ossia la sua fuoriuscita da qualsiasi relazione di socialità, il suo volersi rispecchiare ovunque, trasformando tutto nella propria immagine. La sua assolutezza è allora anche quella di una politica dove la pretesa prossimità al popolo è paradossalmente il segno di una siderale distanza del popolo dalla politica. Il che significa che, così come l’economia rifugge dalla mediazione politica, dai lacci che minerebbero la sua vocazione all’assolutezza, allo stesso modo la telepolitica rifugge dalla mediazione politica. Per questo essa è la politica della non-politica. * Già docente di filosofia della cultura all’Università di Losanna, è direttore regionale dell’Istituto universitario federale per la formazione professionale. Dal 2010 è presidente della Fondazione Eranos.


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È giusta l’idea che in quanto democratica la nostra sovranità nazionale sia assoluta? Sono passati trent’anni dalla pubblicazione del libro di Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia (Einaudi, 1984), un volume importante che contiene anche il testo di una conferenza tenuta a Locarno nella primavera del 1983. In quell’intervento il filosofo torinese formulava una definizione minima di democrazia: (a) un gruppo è retto democraticamente se le decisioni vincolanti per tutti sono prese, direttamente o indirettamente, da un numero molto alto dei suoi membri, al limite da tutti (più numerosi sono, più il regime è democratico); (b) le decisioni sono prese in base alla regola di maggioranza. Vorrei ora richiamare brevemente alcuni degli argomenti elaborati nel pensiero politico a sostegno della tesi che un tal modo di procedere sia il migliore (o il peggiore eccetto tutti gli altri, come diceva Churchill). Essi possono essere raggruppati in due grandi famiglie: quelli che sostengono il valore strumentale (l’utilità) della democrazia, in vista di altri scopi, e quelli che ne affermano il valore intrinseco. La democrazia come valore strumentale Il metodo democratico può essere considerato utile in quanto il più adatto a difendere le libertà, i diritti e gli interessi individuali. È il motivo dell’adesione dei liberali alla democrazia. Dopo molte perplessità, dovute al timore che la democrazia si traducesse in tirannia della maggioranza, il pensiero liberale si è convinto, sulla base dell’esperienza storica, che libertà e democrazia stabile tendono a sostenersi reciprocamente e che la partecipazione politica favorisce la difesa dei diritti individuali. Le democrazie stabili sono liberali e gli stati liberali sono anche democratici. Si può immaginare un potere autocratico rispettoso delle libertà negative, ma oggi tale rispetto è presente in misura nettamente maggiore nei regimi democratici. In questa prospettiva, finalizzata alla salvaguardia dei diritti dei cittadini, anche la sovranità popolare va posta entro vincoli costituzionali (costituzionalismo democratico). La democrazia può essere ritenuta il regime più adatto a promuovere la

giustizia sociale, visto che i ricchi sono in minoranza; o, poiché dà voce all’interesse di tutti, il più atto a massimizzare il benessere collettivo, come riteneva J.S. Mill. Oppure (ancora con Mill, o con l’umanesimo civico) si può ritenere che la partecipazione politica sviluppi nei cittadini capacità personali che altrimenti rimarrebbero latenti, migliorandoli come persone. di Virginio Pedroni*

O, ancora, vi è chi ha sottolineato come la democrazia favorisca la soluzione pacifica dei conflitti politici, permettendo la concorrenza, la selezione e la sostituzione delle élite dirigenti senza ricorrere alla violenza: l’innovazione senza rivoluzione. Vi sono coloro che, in opposizione a una classico argomento anti-democratico e riallacciandosi a una tradizione che si può far risalire ad Aristotele, vedono nella democrazia vantaggi cognitivi: il confronto pubblico e il coinvolgimento di più punti di vista portano a decisioni migliori, in un ambito, quello politico, in cui nessuno può vantare il possesso di un sapere specialistico (la presunta scienza del Bene, vagheggiata da Platone), ma in cui contano, invece, saggezza e senso di giustizia. Una tale prospettiva sottolinea, però, l’importanza del confronto libero e approfondito. La libertà, la qualità e l’ampiezza della discussione sono condizioni tanto importanti per definire la procedura democratica, quanto la regola della maggioranza. Si parla di democrazia deliberativa. La democrazia come valore intrinseco Vi sono, poi, le giustificazioni della democrazia che fanno leva su un suo valore intrinseco, non solo strumentale, anche perché, effettivamente, non sempre le decisioni democratiche sono le migliori. Scrive Nadia Urbinati: «La democrazia ha a che fare con la libertà, non con la ricerca della buona decisione. Infatti essa è superiore a qualsiasi altro regime non perché produca decisioni buone, ma perché ci permette di sentirci direttamente responsabili delle decisione

che prendiamo». (Democrazia sfigurata, Università Bocconi ed., 2014, p. 136). La democrazia, in questa prospettiva, è ritenuta l’unica forma di governo compatibile con la libertà e l’eguaglianza degli individui. Se un ordine politico, con regole coercitive, è necessario, allora è compatibile con la libertà e l’eguaglianza solo quell’ordine in cui ciascuno, oltre che suddito, è anche sovrano. Questa è la linea argomentativa proposta da Rousseau, incentrata sul concetto di autonomia. All’obiezione liberale secondo cui la democrazia (autonomia pubblica) può anche tradursi in tirannia della maggioranza, e dunque entrare in conflitto con la libertà (autonomia privata), se non vincolata dall’esterno per mezzo di una previa definizione dei diritti individuali, i teorici democratici rispondono che tali diritti non sono vincoli esterni, cui la sovranità popolare deve piegarsi, ma presupposti e al contempo esiti irrinunciabili dell’ordine democratico stesso: ad esempio, autenticamente democratico è solo quel regime in cui i cittadini si riconoscono reciprocamente la libertà di esprimersi e dibattere, o i mezzi per far valere i loro legittimi interessi. Autonomia privata e autonomia pubblica sono co-originarie. Inoltre, anche per i teorici del valore intrinseco della democrazia, la discussione pubblica deve essere ampia e approfondita e l’obiettivo finale dell’unanimità (perfetta coincidenza di autonomia individuale e collettiva) rimane valido come idea regolativa; ed essenziale è la conseguente convinzione che ogni decisione è criticabile e rivedibile. È falso il detto vox populi vox Dei. Le promesse non mantenute Bobbio nella conferenza locarnese parlava di promesse della democrazia non mantenute. A prescindere dalla valutazione dei vari argomenti più sopra menzionati, possiamo dire che, alla luce delle considerazioni precedenti, abbiamo molti motivi per parlare, oggi, di crisi della democrazia. Limitiamoci a considerare alcune ragioni. Chi mette l’accento sul contenuto cognitivo della democrazia


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(produrre decisioni equilibrate), ma anche chi privilegia il riferimento all’autonomia, guarda giustamente con grande preoccupazione al degrado attuale del dibattito politico, alla «politica spettacolo», alla «telecrazia», alla demagogia, al prevalere degli interessi a breve termine. Si è parlato di passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico. Tale processo rilancia le tradizionali critiche antidemocratiche a proposito delle tendenze irrazionali della democrazia. Chi è attento al rispetto dei diritti individuali e al legame inscindibile fra autonomia pubblica e autonomia privata, dunque fra democrazia e pluralismo, democrazia e dissenso, guarda con sconcerto al populismo dilagante, al localismo, al nazionalismo, che si fondano sull’idea di popolo come entità indistinta e omogenea. Queste forme di democrazia etnica, plebiscitaria, votata alla chiusura e all’egoismo sono quelle che gettano la luce più inquietante sull’idea stessa di democrazia. Sotto queste spoglie, la democrazia mostra di contenere spinte verso la tirannia e dunque verso la propria autodistruzione. D’altra parte, le richieste di autonomia, secessione e chiusura sollevano il problema intricato della definizione dei confini territoriali del dèmos e dei criteri per stabilire chi abbia il diritto di farne parte. Chi sottolinea i valori di autonomia e eguaglianza vede con sconcerto la crescita delle diseguaglianze sociali, la condizione di precarietà (di servitù) in cui vivono molti cittadini, il peso enorme di anonimi e oscuri centri di potere (i mercati, le multinazionali, le istituzione economiche internazionali: BCE, FMI, ecc.), il ruolo decisivo del denaro nella battaglia politica, a detrimento delle voci che godono di scarso peso economico-finanziario, la trasformazione del ceto politico in casta. Si è parlato di degenerazione oligarchica e tecnocratica della vita politica e addirittura di post-democrazia, di vera e propria irrilevanza della democrazia di fronte al potere economico-finanziario (il voto dei mercati conta più di quello dei cittadini). In effetti, la diffusione della de-

mocrazia formale, seguita alla caduta del muro di Berlino, è stata accompagnata da un arretramento di quella sociale, come conseguenza dell’offensiva neoliberista: si considerino il ridimensionamento dello stato sociale; la riduzione della democrazia sui luoghi di lavoro, l’aumento delle disparità di patrimonio e reddito, ecc. La promessa democratica di eguaglianza sembra tradita. Il populismo sfrutta efficacemente questa situazione, sostituendo ai «partiti della giustizia sociale» i «partiti della territorialità», all’eguaglianza l’identità. Tutto questo si lega anche alla questione della crisi dello Stato nazionale, a cui la democrazia è storicamente legata, nel contesto della globalizzazione economica. L’interdipendenza è cresciuta. Rivendicare una sovranità nazionale assoluta, anche se democratica, è ingiusto e irrealistico. Irrealistico perché i problemi e i poteri travalicano i confini delle nazioni; ingiusto perché, se il valore fondante della democrazia è la possibilità di dare voce a tutti coloro che subiscono le conseguenze delle decisioni politiche, oggi più che nel passato questi stanno anche fuori dei confini degli stati, e spesso sono addirittura dei «senza patria», migranti votati alla schiavitù. Diritti dell’uomo e diritti del cittadino, solidarietà umana e solidarietà civica non possono essere separate, anche se non coincidono (la solidarietà civica è di maggior spessore). Inoltre, anche la sovranità democratica implica il riconoscimento di altre sovranità statali e sovrastatali. Gli accordi internazionali conferiscono a cittadini di altri stati dei diritti, vincolanti quanto quelli stabiliti dalle costituzioni nazionali: è per esempio il caso della cittadinanza europea. Questo aspetto della questione riguarda da vicino la vita politica svizzera. Nel nostro Paese la democrazia, in particolare quella diretta, non è più solo il quadro entro cui il dibattito politico si muove ma è diventata essa stessa un tema politico. La democrazia diretta viene strumentalizzata dal populismo in funzione anti-europea, anti-parlamentare e anti-giudiziaria (ad esempio contro il primato giuridico dei trattati internazionali e delle

relative corti, a cominciare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Come la votazione del 9 febbraio dimostra, l’autonomia pubblica (la volontà popolare) viene usata per limitare l’autonomia individuale di chi non è svizzero (libera circolazione dei cittadini dell’UE). Allo stesso modo, con segno contrario, il parlamento ungherese ha inserito nella costituzione la proibizione per i neolaureati di emigrare. In Ticino, ogni giorno entrano decine di migliaia di lavoratori che da molti sono considerati degli intrusi piuttosto che individui con dei diritti, non solo in quanto esseri umani, ma in quanto cittadini di stati nei cui confronti abbiamo degli obblighi. Una parte maggioritaria del popolo svizzero è restia ad accettare l’idea che alcuni stranieri, i cittadini europei, siano un po’ meno stranieri degli altri; non gradisce la prospettiva di «costituzionalizzare» il rapporto con i Paesi vicini, pensa, a torto, che in quanto democratica la nostra sovranità nazionale possa essere assoluta. Una necessaria limitazione della sovranità nazionale Il futuro di una democrazia non svuotata di potere e della sua spinta egualitaria e inclusiva richiede che si entri decisamente in una prospettiva «postnazionale», come afferma il filosofo Jürgen Habermas, in cui sia l’autonomia privata sia quella pubblica si dislochino a livelli diversi, a seconda della portata dei problemi, nella forma di una cittadinanza multipla e inclusiva. Occorre, cioè, tentare di unire due dimensioni che storicamente sono spesso entrate in tensione, sin dal passaggio dalla polis greca all’impero macedone: democrazia e cosmopolitismo, diritti politici riconosciuti entro confini territoriali e sociali delimitati, e diritti umani riconosciuti universalmente. Ciò passa attraverso una «costituzionalizzazione» dei rapporti fra gli stati, con la conseguente limitazione della sovranità di ognuno di essi. Un passo necessario o un’utopia? * Docente di filosofia al Liceo Lugano 1.

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Politici e partiti messi alla prova del nuovo potere della comunicazione La politica e i partiti devono fare i conti, oggi, con nuove sfide lanciate dall’universo della comunicazione. Fino agli anni ’80 dello scorso secolo, in Svizzera e in Ticino, non esistevano i talk-show politici alla televisione, le pressioni commerciali sulle testate d’opinione erano assai meno forti di quelle di oggi, mentre in alcune realtà cantonali esistevano ancora quotidiani di partito. Internet era un fenomeno ancora inimmaginabile. Poi, come conseguenza della rivoluzione digitale, e sull’onda della crisi delle ideologie novecentesche, un nuovo e crescente potere della comunicazione ha impresso una svolta senza precedenti al modo di fare politica: un nuovo potere comunicativo che appare, al tempo stesso, come concausa e risposta alla crisi delle forme tradizionali del fare politica. Un nuovo potere pervasivo Oggi l’universo della comunicazione non comprende solo i media tradizionali (giornali, radio, televisioni) ma anche un insieme altrettanto variegato di piattaforme internet di informazione più o meno professionali, nonché i cosiddetti social networks e relativi blogs. La comunicazione dei partiti e dei candidati durante le settimane precedenti le elezioni è anch’essa cambiata. Rispetto a un passato ancora recente, l’universo della comunicazione è diventato più frammentato e proteiforme, con un potere, ossia una capacità d’influenza, assai più rilevante. La rivoluzione digitale ha favorito il moltiplicarsi delle testate, ampliando la concorrenza in modo inedito, tanto che il ritmo di diffusione dell’informazione è diventato un flusso continuo, onnipresente. La capacità delle testate tradizionali di influenzare la formazione dell’opinione pubblica è messa a dura prova. Anche e soprattutto per la competizione che lo innerva, il nuovo potere necessita di sempre nuove e accattivanti notizie – del piccolo o grande scandalo – che «bucano» lo schermo per attirare l’attenzione di un pubblico spesso (ritenuto) distratto e volubile. Certo, il processo di sganciamento delle logiche mediatiche da quelle di partito non è nuovo. Oggi però il potere della comunicazione –

che non comprende solo il campo della professione giornalistica – è più sinuoso, meno controllabile, spesso contraddittorio, non fa sconti a nessuno. Sulla politica, la comunicazione esercita un potere crescente. Già indebolita, incerta, la politica deve fare i conti con un elettorato meno fedele di un tempo e con ideologie già messe a dura prova. Senza contare che da aldi Oscar Mazzoleni*

meno un paio di decenni i partiti tradizionali – non solo in Svizzera e in Ticino – hanno dovuto fare i conti con contestazioni che taluni qualificano come populiste, che hanno anticipato o aperto il varco all’espansione del potere stesso della comunicazione. Nella misura in cui i nuovi canali della comunicazione veicolano la protesta, contribuiscono a rompere gli argini del linguaggio intellettuale, ideologico, burocratico; in contrasto con la seriosità del vocabolario politico (come dicono i francesi, la langue de bois), sdoganano la provocazione, la derisione e il sarcasmo; favoriscono insomma una nuova legittimità del dileggio pubblico, in un contesto in cui i politici appaiono in una vetrina pubblica onnipresente; a rendere possibile ad ogni cittadino pratico di tastiere e mouse, anche a colui che fino a ieri non ne aveva l’opportunità, di comunicare al mondo le proprie critiche alla politica; e non da ultimo, a favorire la possibilità di una campagna elettorale permanente, come quella attiva nella presente legislatura. Decisiva, per capirne la capacità seduttiva, è però anche l’ambivalenza del potere comunicativo. La comunicazione non è solo veicolo di protesta, implica anche i princìpi della trasparenza, della prossimità e della visibilità. Alle istituzioni politiche, il principio della trasparenza pubblica offre nuove opportunità per avvicinarsi al cittadino, sebbene tenda a metterle sotto pressione, a indebolire le regole di discrezione. Al politico, il nuovo potere offre una pressoché quotidiana visibilità, la possibilità di ricreare una sorta di prossimità con l’elettore; e lo fa esaltandone le qualità «personali», come la simpatia e l’empatia, ma nel contempo mette in ombra le sue com-

petenze amministrative e può renderne fragile la credibilità pubblica. Eppure, per chi fa politica, le regole della comunicazione tendono ad apparire vieppiù imprescindibili, a sembrare sinonimo di peso politico. Per il politico non appare quindi più sufficiente «il fare», «l’agire» nelle istituzioni, oppure il promulgare leggi e decidere come usare i soldi dei contribuenti: appare sempre più indispensabile comunicare che cosa si fa, rendere visibile la propria azione nella piazza virtuale. Tanto che alcuni rischiano di confondere «il fare» con «il comunicare». Una singolarità elvetica Sull’onda della crisi delle ideologie novecentesche, di uno scollamento dei partiti dalla società e della rivoluzione digitale, nei Paesi europei i princìpi del nuovo potere della comunicazione si sono imposti rapidamente e hanno largamente superato gli steccati ideologici (da destra a sinistra). Ciò è stato favorito dall’instabilità dei sistemi di partito e dallo stress cui sono sottoposti i grandi partiti di fronte alle sfide di sempre nuovi e agguerriti avversari; soprattutto, l’accresciuto potere della comunicazione è andato di pari passo con un’altra rivoluzione, silenziosa e poco conosciuta ai più, ossia l’introduzione e l’incremento del finanziamento pubblico ai partiti e alle campagne elettorali: un fenomeno pressoché assente negli anni ’60 del XX secolo ma oggi presente in gran parte delle democrazie del mondo. Il finanziamento pubblico ha contribuito a frenare l’indebolimento dei partiti tradizionali, ma ha anche legittimato le opportunità offerte dal nuovo potere della comunicazione in seno a tutte le forze politiche, creando nuove opportunità economiche per sondaggisti, specialisti della comunicazione e del marketing politico. In Svizzera, invece, il business legato ai partiti e ai loro leader politici rimane piuttosto ristretto, mancando un finanziamento pubblico diretto alle campagne. Sono esclusivamente i donatori privati (tesserati, lobbies o singoli candidati alle elezioni) a sorreggere i costi di una competizione politica che comunque si fa vieppiù accesa. Nel caso elvetico, la lunga stabilità


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di governo ha fino a pochi anni fa limitato la rilevanza delle campagne elettorali e degli investimenti finanziari che esse possono richiedere. Soprattutto, il maggiore potere della comunicazione ha coinciso con l’avvento del tema delle frontiere e della difesa dell’integrità nazionale proposto attraverso un stile politico di contestazione dell’establishment politico. Alcuni hanno parlato di una miscela di nazionalismo e populismo, che ha fatto da propellente di molti successi elettorali negli ultimi anni. Essendo tali temi e stili promossi con particolare forza da quello che è oggi il maggiore partito nel parlamento nazionale, e da quello che è il principale partito ticinese – almeno nel Governo – si può senz’altro affermare che sono queste stesse forze che si sono fatte finora portatrici, in modo più netto e conseguente, del nuovo potere della comunicazione. Il fatto di profilarsi ideologicamente all’opposizione (ad esempio rispetto all’integrazione europea) e di dichiararsi discriminati dai media tradizionali ha favorito la volontà di sperimentare nuove modalità di comunicazione, come è accaduto a partiti come l’Unione Democratica di Centro o alla Lega dei Ticinesi. Insomma, il modo in cui si sta imponendo il potere della comunicazione nella sfera politica in Svizzera tende a seguire un cammino piuttosto singolare: il crescente potere della comunicazione è ancora largamente percepito come espressione delle nuove forze di opposizione, dotate di ingenti mezzi finanziari privati, che si ergono in difesa dell’integrità nazionale e di un rafforzamento delle frontiere. Non stupisce quindi il sospetto che grava attorno alla comunicazione politica, e soprattutto le resistenze e le difficoltà che nutrono molte forze ed esponenti politici a fare i conti con esso. In sostanza, si tende a confondere forma (stile, canali, linguaggi) e contenuti. Ma, anche in Svizzera, ci si può chiedere in quale misura la minore legittimità politica del potere della comunicazione riesca effettivamente a limitarne l’espansione, stimolata non solo da strategie politiche e dalla competizione elettorale, ma anche da pressioni commerciali e sociali, dal potere dei media, tradizionali e nuovi, e dall’espansione delle reti sociali. I partiti ticinesi alla prova del potere comunicativo Questo discorso vale in parte anche per il Ticino. Negli ultimi anni, nel

contesto ticinese, la maggioranza delle forze politiche ha seguito – in modo involontario o strategico – tre strade. La prima è quella di un sostanziale disconoscimento: si ritiene che il cambiamento avvenuto sia solo quantitativo e non un vero e proprio salto di qualità in grado di mettere in crisi le tradizionali forme della politica. Secondo questa opinione, in fondo, le logiche del nuovo potere, che impongono più trasparenza e un rendiconto quotidiano delle azioni politiche, quindi un accresciuto impegno e investimento di tempo ed energia nella comunicazione, possono essere aggirate o neutralizzate. Per molti anni, i principali partiti tradizionali ticinesi – il Partito Liberale-Radicale, il Partito Popolare Democratico, il Partito Socialista – hanno tentato di seguire questa strada, sulla scia dell’eredità lasciata dalle proprie testate di partito e dai rapporti privilegiati acquisiti con i media tradizionali, in ragione della loro posizione istituzionale. Tuttavia, nel nuovo scenario imposto dal potere accresciuto della comunicazione, che coincide con l’erosione elettorale dei partiti tradizionali, la strategia del diniego sembra perdere la sua legittimità. La seconda strada è quella di un rapporto ambivalente con il nuovo potere della comunicazione, della quale si vuole cogliere le opportunità, nel profilarsi e nel rendersi visibile, pur continuando a smarcarsi da quelle che sono considerate le derive «populiste». È questa la scelta intrapresa negli ultimi anni dagli stessi partiti tradizionali, o meglio da alcuni suoi rappresentanti. È una strada che percepisce la necessità di adattarsi al nuovo scenario, pena un’erosione ineluttabile del proprio capitale di voti. Ma le modalità assunte rimangono spesso all’insegna di una certa improvvisazione e dettate dalle inclinazioni personali, pur accettando il principio della ricerca di un rapporto virtuale continuativo con l’elettore più o meno potenziale. La terza strada è quella che mette al centro dell’attività e dell’identità stesse del partito la comunicazione e ne anticipa in parte le tendenze. Non a caso è un «movimento-partito», la Lega, nata e cresciuta nell’epoca dell’ascesa del nuovo potere della comunicazione, che ha fatto pienamente propria questa scelta. Agli albori del suo movimento, Giuliano Bignasca affermava che la «politica è comunicazione». È opportuno ricordare che questo tipo di strategia era già stato fatto proprio dall’UDC sul piano na-

zionale, un partito che ha vissuto una sorta di rifondazione negli anni ’90. Già negli anni ’80, l’allora presidente della sezione cantonale dell’Unione democratica di centro di Zurigo e futuro «rifondatore» del partito nazionale, Christoph Blocher, affidava a istituti di sondaggio l’analisi dell’opinione degli elettori. Così, mentre nei periodici di partito il registro pressoché assoluto è quello della politica intesa come impegno nelle istituzioni e sul territorio, la nuova strategia comunicativa favorisce un intervento più articolato, che comprende anche le piazze virtuali: vuole parlare a persone che si interessano poco di politica puntando su un doppio vettore: cartaceo gratui­to e web, mescola temi e modalità proprie del periodico d’opinione (in particolare valorizzando lo sport), coniugando linguaggi e generi eterogenei, e soprattutto dà molto spazio alla protesta e alla drammatizzazione dello scontro politico. Insomma, un modello che in qualche modo anticipa, in chiave «partitica», i principi del nuovo potere della comunicazione. Senza dubbio, è questa terza via quella che, almeno fino alle recenti elezioni cantonali e luganesi, si è più sovente rivelata pagante dal punto di vista elettorale. Ma è anche vero che più le nuove modalità comunicative si diffondono, anche e soprattutto in relazione alla diffusione massiccia delle nuove tecnologie, più le pratiche comunicative di molti politici si evolvono e tendono in parte a convergere. Con la possibilità di ridurre i vantaggi competitivi di chi ha intrapreso già in passato la terza via. Si è aperta, insomma, una transizione dagli esiti incerti. Molto dipenderà da come le sfide del nuovo potere della comunicazione saranno colte dai diversi partiti, anzitutto da quelli tradizionali. * Docente di scienza politica e direttore dell’Osservatorio della vita politica dell’Università di Losanna

Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–


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biblioteca

biblioteca Il bene comune Giorgio Campanini, già professore di storia delle dottrine politiche all’Università di Parma è fra i più qualificati studiosi del pensiero politico cattolico dell’Ottocento e del Novecento, specialmente del filosofo francese Jacques Maritain, di cui ha approfondito in particolare le tematiche etiche e il rapporto tra pensiero cristiano e modernità. Al bene comune, categoriachiave del pensiero politico e dell’insegnamento sociale della Chiesa, dedica ora un agile testo, ricordando come il concetto stenta oggi a essere assunto come punto di riferimento nelle società occidentali. Dopo la grande stagione solidaristica del secondo dopoguerra, l’accentuato individualismo che caratterizza la post-modernità tende a enfatizzare le rivendicazioni autoreferenziali e a ridimensionare l’intervento pubblico, interpretato come ostacolo nei riguardi del libero agire dei singoli. Confinato tra i concetti gloriosi di stagioni passate, anche a causa della frattura intervenuta tra etica e politica, il bene comune è tuttavia un’istanza destinata a riproporsi in uno scenario deturpato dall’esasperazione dei personalismi, dalle chiusure identitarie e corporativistiche e da una rete di privilegi riservati a pochi. Si tratta infatti di un concetto fondamentale, ripetutamente ripreso nei documenti pontifici: già Leone XII nella Rerum novarum (1891, n. 25) lo indicava come «il dovere dello Stato». Nella Pacem in terris (1963, n. 22), Giovanni XXIII osserva che «tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi sono tenuti a portare il loro specifico contributo all’attuazione del bene comune»; mentre il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes (1965, n. 26) ripropone la nota definizione secondo cui «il bene comune è l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente», per cui «oggi diventa universale, investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano». Campanini osserva come nell’insegnamento del Vaticano II e nel dibattito postconciliare il tema del bene comune sia stato più volte ripreso, aprendolo a nuovi orizzonti, soprattutto in due direzioni. Una prima direzione fa riferimento alla sua dimensione «con-

cettuale»: gli sviluppi delle scienze moderne e l’insorgere di quella che è stata chiamata la «questione antropologica», in forme del tutto sconosciute rispetto al passato, impongono un allargamento della sfera del bene comune. L’antica visione del bene comune faceva essenzialmente riferimento alle tre fondamentali e tradizionali forme di vita comunitaria, e cioè la famiglia, la città e lo Stato; ma oggi sempre più diffusa è la consapevolezza che i progressi della tecnica esigono, proprio in vista del bene comune, un’attenta riflessione sulle implicazioni sociali di quelle che si vorrebbe fossero soltanto libere opzioni individuali. L’altra «nuova frontiera» del bene comune che si è aperta – a partire dall’ampliamento delle conoscenze e delle comunicazioni – è la dimensione universalistica, in relazione alla crescente consapevolezza dell’interdipendenza fra loro delle varie aree del mondo e dei popoli che le abitano. Un bene comune riferito soltanto alla polis, come nel mondo antico, o alla nazione, come nel mondo moderno, non ha più senso oggi, nell’età della globalizzazione e con la raggiunta consapevolezza di nuove problematiche, a partire da quelle ambientali, che non possono essere affrontate a livello locale ma esigono una visione globale dei problemi. In cinque agili capitoli (in tutto 102 pagine), Campanini parte dal concetto di bene comune, ne declina la dimensione universalistica e per poi affrontare la responsabilità politica che ne deriva. Si tratta di un utile strumento per gli indaffarati politici di oggi che vogliono ritrovare le ragioni fondamentali della loro attività. a.l. G. Campanini, Bene comune, Declino e riscoperta di un concetto, EDB, Bologna 2014.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario

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Il Vescovo con i giovani Tutti si domandano sempre: che fa il nuovo vescovo? Si potrebbe rispondere che don Valerio Lazzeri non teme i tempi lunghi: anche le piante crescono adagio. Registriamo allora con piacere un’iniziativa che non sarà probabilmente segnalata dai mass media ma che mira lontano, come tutte le cose che vogliono coinvolgere a fondo le nuove generazioni. A partire da quest’autunno, il Vescovo Lazzeri incontra ogni mese, un sabato mattina, tra i cinquanta e i settanta giovani da tutto il cantone, cominciando… dalla Bibbia, nel senso che legge per loro e con loro il Vangelo di Marco. L’iniziativa (coordinata dai due assistenti della pastorale giovanile e dell’Azione cattolica, don Rolando Leo e don Marco Dania) si rivolge ai giovani dai 17 anni in avanti e vuole creare un collegamento stabile tra manifestazioni come il raduno del Tamaro, le giornate mondiale della gioventù o le settimane a Taizé: «Un ponte su cui si può camminare dopo aver costruito i pilastri», è stata definita. Le riunioni si tengono dalle 9 alle 12 nella forma della lectio divina, con un linguaggio adatto ai partecipanti. Non si tratta di un’assoluta novità: tentativi di questo tipo sono stati avviati in passato a scala parrocchiale o regionale. Nuova è la presenza del vescovo, che vuol essere sia un forte richiamo («il vescovo che chiama», «il vescovo che invita») sia un coinvolgimento pieno del capo della Diocesi, approfittando della sua conoscenza dei testi e del tratto semplice e cordiale che lo distingue. Un’esperienza simile era stata iniziata anche nel 2001 e 2002, a livello di pastorale giovanile diocesana, superando cioè le frontiere parrocchiali che in tempi come i nostri non sono più un ostacolo. Don Leo e don Dania parlano di un buon inizio e di una positiva collaborazione da parte dell’Azione cattolica e dei movimenti. In via di realizzazione è anche una «consulta» che rifletta a iniziative per i più giovani, tra i 14 e i 17 anni (nel periodo critico «post-Cresima», che coincide per molti con l’abbandono della pratica religiosa). Non si può che augurare buona continuazione a iniziative come queste, che associano una struttura di formazione basata sull’essenziale del messaggio cristiano a momenti di festa adatti a quella fase della vita delle persone. E.M.


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Diario del Sinodo Domenica XXVII dopo Pentecoste, 5 ottobre Solenne apertura dell’Assemblea «straordinaria» del Sinodo dei vescovi per dibattere su «Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione». Partecipanti, in particolare, i capi-dicastero della Curia romana e i presidenti delle 114 Conferenze episcopali del mondo; per la Svizzera mons. Marcus Büchel, di San Gallo. 191 i «padri» presenti, più 62 altre persone: esperti, uditori, delegati fraterni delle Chiese non cattoliche. All’omelia della messa, in riferimento alle letture del giorno (Isaia 5, Matteo 21), che parlano dei vignaiuoli infedeli, papa Francesco afferma: «Noi siamo tutti peccatori e anche per noi ci può essere la tentazione di “impadronirci” della vigna [del Signore], a causa della cupidigia che non manca mai in noi esseri umani. Il sogno di Dio si scontra sempre con l’ipocrisia di alcuni suoi servitori». Lunedì 6, san Bruno Inaugurando in concreto i lavori, il vescovo di Roma puntualizza: «Una condizione generale di base è questa: parlare chiaro. Nessuno dica: “Questo non si può dire; [il papa] penserà di me così o così…”. Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia [cioè con una coraggiosa libertà di parola]… senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità… E fatelo con tanta tranquillità e pace, perché il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del papa è garanzia per tutti e custodia della fede». In una Curia dominata, spesso, dal servilismo, è la prima volta, nel post-Concilio, che un pontefice parla così. Martedì 7, Madonna del Rosario I «padri», in commenti informali, tentano di minimizzare l’inaudita iniziativa del card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per

la dottrina della fede; impresa ardua! Infatti, il porporato, insieme ad altri quattro confratelli (tre di Curia: Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Velasio De Paolis, e poi l’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra), il 1. ottobre aveva pubblicato, in italiano, dopo che da due settimane era già uscito in inglese, Permanere nella verità di Cristo. Il libro attacca frontalmente le ipotesi aperturiste sui temi della famiglia di Luigi Sandri

espresse dal card. Walter Kasper nella sua relazione del 20 febbraio scorso al «plenum» cardinalizio; ipotesi viste con favore dal papa. Dunque, in realtà i cinque porporati hanno attaccato Francesco! Una prova schiacciante del dissenso crescente, in una parte dell’establishment ecclesiastico, contro la linea di Bergoglio. Mercoledì 8, santa Pelagia «Dove siamo arrivati, se il prefetto dell’ex Sant’Uffizio contrasta il papa?», mi dice desolato un prelato. Già, dove? Giovedì 9, sant’Abramo Da quel che, noi giornalisti accreditati, intuiamo dai riassunti che ci danno (dove non è precisata la paternità di chi ha detto questo o quello), nella discussione in aula – ogni «padre» ha a sua disposizione quattro minuti – prevalgono le tesi «progressiste», se è lecito, con mille virgolette, usare queste caratterizzazioni. Venerdì 10, san Daniele Seppure i problemi delle famiglie siano tantissimi, e assai diversi nelle varie aree geografiche, sembra che gli «scontri», nel Sinodo, siano soprattutto sui temi «caldi» – comunione alle persone divorziate e risposate, convivenze di fatto, unioni omosessuali. Sulle Chiese pesano naturalmente gli archetipi propri dei loro popoli: così nell’Africa subsahariana l’opinione dominante della gente, di qualsiasi religione e confessione, trova inaudi-

te, impensabili e inammissibili le idee «liberal» che, in Occidente, vi sono sugli omosessuali. Sabato 11, san Giovanni XXIII È al lavoro – lavoro davvero complicato – il cardinale relatore del Sinodo, l’arcivescovo di Budapest Péter Erdö, il quale, aiutato da un piccolo gruppo in questi giorni allargato dal papa, lunedì dovrà svolgere in Assemblea la Relatio post disceptationem, cioè una sintesi ragionata delle opinioni emerse in questa settimana di dibattito [= disceptatio] generale. Lunedì 13, sant’Edoardo Erdö legge la sua Relatio che, nei punti più «caldi», è molto aperta. Sulla comunione alle persone divorziate e risposate espone le ragioni del «no» ma anche quelle del «sì» e, sulle persone omosessuali, afferma che esse «hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?». E, sulle coppie di fatto: «Una sensibilità nuova della pastorale odierna consiste nel cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze». Ipotesi sorprendenti, per chi conosca il magistero severo e restrittivo dei papi Wojtyla e Ratzinger su tali argomenti. Davvero il grosso del Sinodo è approdato a queste tesi? Martedì 14, san Callisto Apprendiamo che ieri pomeriggio vigorosissima è stata la reazione dei «conservatori» alla Relatio di Erdò (ma ci ha messo una mano anche mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, segretario speciale del Sinodo), accusata di essere faziosa, impegnata nel sottolineare solamente le tesi innovative sui temi «caldi» e, invece, reticente sulle ragioni del «no». Si parla di alterchi verbali aspri, in aula, tra i fautori delle opposte proposte. Le fonti ufficiali – è il loro mestiere – minimizzano la tensione.


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Mercoledì 15, santa Teresa d’Avila Continuano i lavori, iniziati lunedì, nei circuli minores, i raggruppamenti linguistici – italiano, francese, inglese, spagnolo – nei quali, e ogni lingua ne ha più d’uno, si sono suddivisi i «padri» che, partendo dalla relazione Erdö, potranno proporre modifiche anche sostanziali. In pratica, i circuli sono il cuore del Sinodo, perché ne predispongono l’esito concreto. Giovedì 16, santa Margherita Maria Alacoque Rese note le conclusioni dei Circuli che, in maggioranza, restringono le ipotesi di Erdö. Esemplari, per esprimere la mentalità dei «conservatori», questi rilievi di un gruppo Italicus il cui presidente era il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, e segretario mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio della nuova evangelizzazione: «Non andiamo alla ricerca di un facile populismo che tutto assopisce e ovatta: abbiamo la responsabilità di esprimere anche un giudizio che proviene dalla Parola di Dio… Ciò diventa evidente soprattutto dinanzi a situazioni che sono assunte come una forma di de-istituzionalizzazione del matrimonio e della famiglia in forza di pretesi diritti individuali». Venerdì 17, sant’Ignazio di Antiochia Variegati i commenti della stampa internazionale sul Sinodo: alcuni media ritengono che l’Assemblea abbia bocciato le «novità» che sarebbero piaciute a Francesco; altri, invece, ritengono che, in prospettiva, Bergoglio porti a casa la partita. Sabato 18, san Luca Ognuno dei 62 paragrafi della Relatio Synodi – il documento conclusivo dell’Assemblea – viene votato in aula: per passare deve ottenere almeno i due terzi dei voti. Il n. 52 precisa che alcuni padri hanno ribadito il divieto alla comunione per le persone divorziate e risposate, mentre altri prospettano eccezioni, caso per caso. Il testo ottiene 104 sì e 74 no; mancano i due terzi, dunque bocciato. Anche il numero (55) sulle persone omosessuali respinge le «novità» di Erdö e, pur de-

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precando «ingiuste discriminazioni», nega ogni assimilazione o analogia tra le unioni omosessuali e il matrimonio. Voto: 118 sì, 62 no, perciò respinto. I «padri» approvano anche un Messaggio ai fedeli, invitandoli – con parole cordiali – a vivere con fiducia le sfide poste dalla famiglia. Domenica XXIX dopo Pentecoste, 19 ottobre Celebrazione per la conclusione dell’Assemblea. A proposito del Sinodo, il papa dice: «È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza (…) Egli che in questi giorni operosi ci ha donato di lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività, accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra, ci prepari al Sinodo ordinario dei vescovi del prossimo ottobre 2015 [che discuterà, anch’esso, della famiglia]». E, su Paolo VI, dopo aver ricordato che egli nel 1965 istituì il Sinodo, proclamando Montini beato afferma: «Nei confronti di questo grande papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!». Non una parola pronuncia, Francesco, sulle tensioni che hanno attraversato il Sinodo; e nemmeno risponde alle varie voci che hanno criticato la beatificazione di papa Montini: non per sé, ma per il fatto che si inserisce in una discutibile politica ecclesiale inaugurata da papa Wojtyla. Questi nel 2000 beatificò insieme Giovanni XXIII e Pio IX; Benedetto XVI nel 2011 ha beatificato Giovanni Paolo II; Francesco il 24 aprile scorso ha canonizzato Roncalli e Wojtyla. Insomma, sembra che si voglia canonizzare l’istituzione papale, sottraendola al giudizio pacato della storia che, a suo tempo, chiarirà di ciascun pontefice luci e ombre. «Dialoghi» dedicherà un commento al documento che presenta i primi risultati del Sinodo sulla famiglia. Come dice papa Francesco, «abbiamo un anno per maturare»!

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Sinodo: tra monarchia e collegialità Continua dalla prima pagina

nuovo, al seguito eventuale di quel capitolo 22 della «Lumen gentium», ogni tendenza «conciliarista». Ma in un bell’articolo tradotto e pubblicato recentemente da «Il Regno»4, il gesui­ ta Ladislas Örsy richiama la nostra attenzione su un documento, certo meno solenne ma pur sempre della mano di un papa: la lettera mandata da Bergoglio al card. Lorenzo Baldisseri, segretario del Sinodo dei vescovi, il 1. aprile 2014, in cui, superando con un gran salto tutte le prudenze di cui abbonda la definizione del Sinodo contenuta nel Codice di diritto canonico5, papa Francesco dichiara di vedere nel Sinodo una manifestazione piena e non strumentale della collegialità: «In virtù dell’ordine episcopale, l’attività sinodale rispecchierà (rappresenterà) quella comunione affettiva ed effettiva che costituisce lo scopo precipuo del Sinodo dei vescovi». In tal modo, egli dice di obbedire al Concilio Vaticano II: «Desidero valorizzare questa preziosa eredità conciliare». Si intuisce – scrive l’articolista – che per Francesco la nomina a vescovo del sottosegretario del Sinodo è un passo importante inteso a riforme di più vasta portata. Rimando all’articolo del «Regno» per le esplicitazioni necessarie. Il seguito da dare a queste premesse rimane, non solo giuridicamente ma anche «politicamente», nelle mani del papa. Il diritto canonico gli affida ogni decisione: in pratica, ma anche per il diritto, è lui a decidere quanta «collegialità» vuole esercitata dall’assemblea dei vescovi. In questo si riflette la concezione «monarchica» del papato, che il Vaticano II (a differenza del Concilio di Costanza) non ha voluto scalfire. Il futuro del Sinodo è dunque nelle mani E.M. di Francesco. NOTE 1. Per un rapido ripasso degli elementi informativi essenziali: Cfr. L. Sandri, Da Gerusalemme al Vaticano II. I Concili nella storia tra Vangelo e potere, Il Margine, Trento, pp. 159-175. 2. Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 22, in: Il Concilio Vaticano II, Edizione del cinquantesimo, EDB, Bologna 2012, p 519. 3. Ivi, p. 629 4. Anno LIX – N. 1173 – 15 settembre 2014, p. 537. 5. Codice di diritto canonico, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1983, can. 342.


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parole di papa La prima tentazione. È la tentazione dell’irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e, dei cosiddetti… oggi «tradizionalisti» e anche degli intellettualisti (dal discorso al termine del primo Sinodo, 18 ottobre). Il compito del Papa. Il suo compito è di ricordare a tutti che l’autorità nella Chiesa è servizio (cfr. Mc 9, 33-35), come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI, con parole che cito testualmente: «La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo (…) attraverso i Pastori della Chiesa: infatti, Cristo pasce il suo gregge» (dallo stesso discorso). Un anno per maturare. «Ora abbiamo ancora un anno per maturare, con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete alle tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie. Un anno per lavorare sulla Relatio synodi che è il riassunto fedele e chiaro di tutto ciò che è stato detto e discusso in quest’aula e nei circoli minori» (dallo stesso discorso). Camminare assieme. «Tutti abbiamo qualcosa in comune: tutti crediamo in Gesù Cristo, il Signore. Tutti crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, e tutti camminiamo insieme, siamo in cammino. Aiutiamoci l’un l’altro! Ma tu la pensi così, tu la pensi cosà… In tutte le comunità ci sono bravi teologi: che discutano, che cerchino la verità teologica, perché è un dovere, ma noi camminiamo insieme, pregando l’uno per l’altro e facendo opere di carità. E così facciamo la comunione in cammino. Questo si chiama ecumenismo spirituale: camminare il cammino della vita tutti insieme nella nostra fede, in Gesù Cristo il Signore» (dal «Giornale del Popolo» del 9 ottobre).

Sincerità e ascolto. «Dallo Spirito Santo per i padri sinodali chiediamo, innanzitutto, il dono dell’ascolto: ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama. Accanto all’ascolto, invochiamo la disponibilità a un confronto sincero, aperto e fraterno, che ci porti a farci carico con responsabilità pastorale, degli interrogativi che questo cambiamento d’epoca porta con sé. Lasciamo che si riversino nel nostro cuore, senza mai perdere la pace, ma con la serena fiducia che a suo tempo non mancherà il Signore di ricondurci a unità» (dal discorso della vigilia del Sinodo, «Giornale del Popolo» del 6 ottobre). Non per discutere belle idee. «Anche noi, nel Sinodo dei Vescovi, siamo chiamati a lavorare per la vigna del Signore. Le assemblee sinodali non servono per discutere idee belle e originali, o per vedere chi è più intelligente. Servono per coltivare e custodire meglio la vigna del Signore, per cooperare al suo sogno, al suo progetto d’amore sul suo popolo» (dal discorso di apertura del Sinodo, «Giornale del Popolo» del 6 ottobre). Occorre cambiare paradigma. «La Giornata mondiale dell’alimentazione si fa eco del grido di molti nostri fratelli e sorelle che, in diverse parti del mondo, mancano del cibo quotidiano. Ci fa riflettere all’enorme quantità di alimenti sprecati, di prodotti distrutti, alle speculazioni sui loro prezzi in nome del dio profitto. Si tratta del paradosso più drammatico della nostra epoca, al quale assistiamo impotenti ma spesso anche indifferenti. Non basta soccorrere con aiuti coloro che vivono situazioni di urgenza. Occorre piuttosto cambiare il paradigma delle politiche di aiuto e di sviluppo, modificare le regole internazionali riguardanti la produzione e il commercio dei prodotti agricoli. Fin quando si continuerà a difendere sistemi di produzione e di consumo che escludono la maggior parte della popolazione mondiale, proibendo loro persino le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi?» (dal messaggio per la Giornata mondiale dell’alimentazione, 16 ottobre - APIC).

L’uso distorto della religione. «Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano» (da un discorso pronunciato in Albania, 21 settembre 2014). Promuovere la libertà religiosa. «Il primo [atteggiamento per la promozione della libertà religiosa] è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle. Chi è sicuro delle proprie convinzioni non ha bisogno di imporsi, di esercitare pressioni sull’altro: sa che la verità ha una propria forza di irradiazione. Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio, mentre aneliamo alla verità e all’eternità, non viviamo come entità autonome ed autosufficienti, né come singoli né come gruppi nazionali, culturali o religiosi, ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri» (da un discorso in Albania, 21 settembre 2014). La Chiesa siamo noi. «La Chiesa siamo tutti, noi! Tutti i battezzati siamo la Chiesa, la Chiesa di Gesù. Da tutti coloro che seguono il Signore Gesù e che, nel suo nome, si fanno vicini agli ultimi e ai sofferenti, cercando di offrire un po’ di sollievo, di conforto e di pace. Tutti coloro che fanno ciò che il Signore ci ha comandato sono la Chiesa. Comprendiamo, allora, che anche la realtà visibile della Chiesa non è misurabile, non è conoscibile in tutta la sua pienezza: come si fa a conoscere tutto il bene che viene fatto?» (dal discorso in Piazza San Pietro del 29 ottobre 2014).


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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

L’Appello di Parigi. L’8 settembre un gruppo di responsabili musulmani di Francia, tra cui Dalil Boubakeur, rettore della Grande Moschea e presidente del Consiglio dei musulmani di Francia, hanno sottoscritto un documento, l’Appello di Parigi, che denuncia i crimini contro l’umanità commessi in Irak, («Non possono essere giustificati in nome dell’Islam»), mentre riaffermano il loro sostegno ai cristiani d’Oriente ed a tutte le minoranze. Romero beato. Mons. Luis Escobar Alas, arcivescovo di San Salvador, ha annunciato che il suo predecessore Oscar Romero, assassinato il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa, nel 2015 sarà proclamato beato: a lui l’ha comunicato personalmente papa Francesco. Romero sarà dunque beato per i burocrati vaticani: i poveri di tutto il mondo da 25 anni lo pregano come santo. Non è mai troppo presto. Il Segretariato e il Consiglio vaticani per l’economia hanno presentato a grandi linee un nuovo manuale per la gestione finanziaria che entrerà in vigore con il 2015. La guida vuole ottenere più coerenza e trasparenza nei bilanci finanziari dei diversi organismi della Santa Sede e della Città del vaticano. Secondo il cardinale Reinhard Marx, coordinatore del Consiglio per l’economia, «si tratta di un primo passo essenziale verso le riforme economiche e amministrative domandate dal Santo Padre». Primum vivere. Il cardinale filippino Luis Antonio Tagle ha criticato i media per le informazioni date sul recente Sinodo: concentrate sui problemi dei paesi ricchi, hanno ignorato i problemi delle famiglie dei Paesi poveri. Per gran parte del mondo, prima dei divorziati e degli omosessuali, c’è la lotta quotidiana delle famiglie, specie delle madri, per la fame, la salute, l’educazione e il lavoro. Anche papa Francesco aveva messo in guarda dal «discutere belle idee e originali» invece di occuparsi della «vigna del Signore». Libertà religiosa. È stato presentato a Friburgo e ad Ascona il Rapporto 2014 su «La libertà religiosa nel mon-

do», promosso dall’associazione «La Chiesa che soffre», dal quale risulta che le minoranze cristiane nel mondo sono tra le più perseguitate. Sulla situazione in Pakistan ha testimoniato Paul Batthi, fratello del cattolico Shahbaz Batthi, consigliere speciale del primo ministro pakistano per le minoranze religioso, assassinato il 2 marzo 2011 da terroristi islamici. Spagna col doppio binario. Con la ripresa scolastica, in Spagna è ritornato obbligatorio l’insegnamento della religione (cattolica, evangelica, musulmana, ebraica) in tutte le scuole pubbliche e private, insegnamento che il governo socialista aveva reso facoltativa nel 2006, sostituendolo con un corso obbligatorio di istruzione civica. L’insegnamento religioso in Spagna per i cattolici è garantito dal Concordato col Vaticano e prevede la nomina degli insegnanti da parte della Chiesa e la loro retribuzione da parte dello Stato. Con la recente riforma, gli allievi spagnoli devono scegliere tra un corso di religione e uno imperniato sui valori culturali e sociali, oppure seguire tutti e due. Conciliazione con Utrecht. Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano il 30 ottobre una delegazione di vescovi dell’Unione di Utrecht (i cosiddetti «vecchi cattolici», cui aderisce anche l’omonima Chiesa svizzera) e li ha invitati a marciare assieme, pregare e lavorare in spirito di conversione malgrado le differenze (ordinazione delle donne e degli sposati, secondo matrimonio, contraccezione). L’Unione di Utrecht è sorta alla fine del XIX secolo, da gruppi cattolici che non accettavano l’infallibilità papale proclamata dal Concilio Vaticano I e comprende attualmente mezzo milione di fedeli, specialmente in Europa (Belgio, Olanda, Germania). Riforma per quattro. Dallo scorso ottobre, il settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia si è trasformato articolandosi in quattro prodotti, distinti e al tempo stesso collegati in un unico progetto editoriale. Il settimanale «Riforma – L’Eco delle Valli Valdesi» prosegue le sue pubblicazioni, con 12-13 pagine dedicate all’attualità e alla vita del protestantesimo a livello nazionale

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e internazionale e 2-3 pagine riservate alle Chiese e al territorio delle valli valdesi del Piemonte (Pellice, Chisone e Germanasca). Al settimanale si affianca il supplemento mensile «L’Eco delle Valli Valdesi» che viene inviato per posta a tutti gli abbonati, ma è anche disponibile in distribuzione gratuita negli esercizi commerciali del Pinerolese. Completano il progetto un nuovo sito Internet multimediale (www.riforma.it) e un notiziario quotidiano online, inviato gratuitamente per posta elettronica a chi si iscrive sul sito. Durante il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste (24-29 agosto) il sito è stato costantemente aggiornato con notizie, commenti, fotografie e filmati. Un buon esempio di adattamento del tradizionale cartaceo. Un esempio per il Ticino? Chiesa di tutti. Il quarto convegno della rete «Chiesadituttichiesadeipoveri», tra coloro che sono interessati a parlare del Concilio Vaticano Il, avrà luogo il 9 maggio a Roma, in Piazza dello Scoutismo, e rifletterà sulla Chiesa, sulla sua riforma e sul suo rapporto col mondo a partire dalla Gaudium et Spes, e nell’ambito del nuovo corso avviato da papa Francesco. I precedenti incontri si sono tenuti a Roma il 15 settembre 2012, a ricordo dei cinquant’anni dall’inizio del Concilio, il 6 aprile 2013 a cinquant’anni dalla firma della Pacem in Terris, e il 17 maggio sulla Lumen Gentium. Si tratta ora di ricordare come è nata la Gaudium et Spes. Giornata mondiale di preghiera. La Giornata mondiale di preghiera 2015 avrà luogo venerdì 6 marzo, con il motto «Capite quello che ho fatto per voi?». La celebrazione è stata preparata dalle donne delle Bahamas. Le Bahamas sono 700 isole coralline, 30 sono abitate da 350.000 abitanti (per l’85% discendenti dagli schiavi neri e il 12% d’origine europea). La colletta è destinata ad un centro di prevenzione per adolescenti, mezzi tecnici per un club giovanile evangelico-metodista e un progetto per il ricupero di donne ex carcerate. La colletta del 2014, destinata ad aiuti all’Egitto, ha fruttato in Svizzera fr. 463.000. Otto delegati fraterni. Al Sinodo sulla famiglia dello scorso ottobre in Vaticano erano presenti anche otto «delegati fraterni» di altre confessioni (ortodossi, anglicani, luterani, riformati e battisti) in qualità di esperti e uditori. Tra loro Valérie Duval Poujol, teologa


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battista e presidente della Commissione ecumenica della Federazione protestante di Francia in rappresentanza dell’Alleanza battista mondiale. Alla domanda se l’invito del Sinodo l’ha sorpresa, Poujol risponde: «È vero che le Chiese battiste in Francia sono relativamente poco note, ma a livello mondiale l’Alleanza battista può contare su più di 42 milioni di membri, ed è per me un onore essere stata segnalata come membro partecipante. La nostra presenza è anche il segno di come con il dialogo le relazioni cambino di livello e acquisiscano valore: infatti, al medesimo invito ricevuto durante il Concilio Vaticano Il, l’Alleanza battista aveva opposto un rifiuto. Oggi, grazie ai passi ecumenici fatti insieme, le nostre relazioni hanno un livello tale di fiducia che permettono questo genere di importanti collaborazioni». Discriminazioni. L’8 ottobre, Luigi Lacquaniti (membro della Chiesa valdese di Brescia) ha presentato alla Camera dei deputati italiana un’interrogazione al Governo sul tema della libertà religiosa che, nei fatti, è stata fortemente limitata in Lombardia. La Regione, con la Legge regionale n. 12 del 2005, all’articolo 52, che si occupa in particolare dei mutamenti di destinazione d’uso con e senza opere edilizie, ha introdotto una disciplina fortemente restrittiva per il mutamento di destinazione d’uso di immobili finalizzati alla creazione di luoghi di culto, assegnando grandissima discrezionalità alle amministrazioni locali e associando a tale discrezionalità un meccanismo sanzionatorio particolarmente severo. Oggi, nei fatti, è possibile ottenere facilmente il cambio di destinazione d’uso di locali già adibiti a cinema o a teatro, e trasformarli a esempio in supermercato: non così per aprire un luogo di culto, pur nel rispetto dei piani di governo del territorio e delle prescrizioni della normativa sulla sicurezza. La puntuale applicazione della norma ha portato alla chiusura di molti luoghi di culto, punti di riferimento per comunità evangeliche composte soprattutto da im­migrati. Secondo Lacquaniti l’unico modo per superare queste problematiche è giungere a una nuova legge sulla libertà religiosa, in quanto vale ancora oggi la definizione di «culti ammessi», secondo una legge emanata dal governo fascista. Progetto interreligioso. Riunire sotto uno stesso tetto cristiani, ebrei e musulmani: è il progetto un po’ folle di

alcuni credenti berlinesi che cercano di raccogliere i 43,5 milioni di euro necessari per costruire un luogo di preghiera unico al mondo. Il nuovo edificio dovrebbe sorgere sulla futura Petriplatz, a Berlino, che per ora è solo un terreno sabbioso incolto. La costruzione dovrebbe essere ultimata entro il 2018: non sarà né una chiesa, né una sinagoga, né una moschea, ma dovrebbe essere un misto di tutti e tre. Questa «casa di preghiera e di insegnamento» – come la chiama l’associazione che sta portando avanti il progetto – è stata immaginata in principio dalla comunità protestante di Berlino alla fine degli anni 2000. Nel 2007, scavi archeologici sotto la Petriplatz hanno permesso di ritrovare fondamenta di quattro chiese. Da chiesa a sinagoga. Un’antica chiesa di Cottbus, nell’ex-Germania Est, sarà trasformata in sinagoga. Il pastore Ulrike Menzel, della Chiesa evangelica, ha consegnato le chiavi dell’edificio alla Comunità ebraica del Land del Brandeburgo. La sinagoga sarà inaugurata il 27 gennaio 2015, in occasione della commemorazione dell’Olocausto, a oltre 75 anni dalla «notte dei cristalli» (1938), quando furono distrutte dai nazisti più di 200 sinagoghe, tra cui quella di Cottbus. Benvenuto minareto. La prima «grande moschea» di Danimarca è stata inaugurata in giugno a Copenhagen, con tanto di minareto. L’edificio occupa una superficie di 6800 metri quadri ed è costato 24 milioni di franchi, offerti dal Qatar. Una manifestazione di protesta per l’inaugurazione è stata vietata dalla polizia ma molte autorità invitate hanno snobbato la cerimonia. Per un pastore protestante di origine irachena, la costruzione della «grande moschea» rappresenta un’espansione in Europa dell’Islam radicale, mentre per un docente della locale università potrebbe contribuire a integrare i musulmani nella società danese. Su 5,6 milioni di abitanti, i musulmani sono 250.000 e a Copenhagen rappresentano circa il 9% della popolazione. Vescovi USA. L’annuncio che entro il 2030 gli Stati Uniti ridurranno le emissioni di anidride carbonica del settore energetico del 30% rispetto al 2005 è stata commentata positivamente dai vescovi statunitensi, che avevano chiesto un forte impegno in questo senso da parte dell’amministrazione Obama. La Conferenza episcopale ha

invitato ad affrontare la sfida seguendo una serie di principi: il rispetto della vita umana e della priorità da dare alle persone più povere e vulnerabili, che saranno le prime a subire le conseguenze dell’inazione dei governi; la giustizia sociale ed economica, proteggendo i lavoratori dagli effetti negativi che potrebbero derivare dalle nuove regole, distribuendo eventuali costi aggiuntivi in modo equo, senza gravare sui più deboli; la cura del creato e la partecipazione al processo decisionale delle comunità locali che devono avere voce nella determinazione di queste regole sulla base dell’impatto che avranno a livello locale, in particolare le comunità a basso reddito spesso inascoltate. Incontro evangelico-ortodosso. Il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), si è recato a Mosca per incontrare il patriarca Kirill, primate della Chiesa ortodossa russa, e il metropolita Hilarion, presidente del dipartimento delle relazioni esterne della Chiesa ortodossa russa. Al centro dell’incontro le sfide poste alle Chiese dalla ricerca della pace. In particolare, Tveit e Kirill hanno condiviso le loro valutazioni sul conflitto in atto in Ucraina, sottolineando la sofferenza patita dalle persone e considerando le conseguenze negative della crisi sulle reazioni Est-­Ovest in Europa. Dopo l’incontro, Tveit ha affermato: «È stato incoraggiante riscontrare la volontà di rafforzare il ruolo del CEC a favore della giustizia e la pace in tutto il mondo. Le Chiese sono chiamate a superare le divisioni e, quindi, a rafforzare le loro relazioni in tempi di conflitto». No al finanziamento. In una società sempre più lontana dalle Chiese, il mantenimento delle sovvenzioni dello Stato si presta a incomprensione. Le sovvenzioni versate dai Länder tedeschi alle Chiese, che ammontano attualmente a 460 milioni di euro, risalgono agli espropri di beni ecclesiastici effettuati nel XIX secolo. Già nel 1919 la Costituzione di Weimar prevedeva il riscatto delle sovvenzioni dello Stato. Questa disposizione è stata ripresa nella Legge fondamentale (la Costituzione tedesca). Le due grandi Chiese cattolica e luterana hanno detto più volte di essere pronte a negoziare sul riscatto delle sovvenzioni dello Stato. In Germania le Chiese si finanziano specialmente con le imposte ecclesiastiche versate dai fedeli.


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Aderire al CEC. Le aperture di papa Francesco all’ecumenismo («unità nella pluralità riconciliata») hanno sollecitato un’iniziativa di al­cuni preti torinesi, cui hanno aderito anche don Luigi Ciotti del Gruppo Abe­le, Ernesto Olivero del Sermig, e padre Alex Zanotelli, missio­nario comboniano, i quali hanno inviato una lettera al Papa proponendo, come passo concreto e insieme di alto valore sim­bolico, l’adesione della Chiesa cattolica, fin qui solo «osservatore», co­me membro effettivo al Consiglio ecumeni­co delle Chiese, organismo in cui, dal 1948, le Chiese cristiane nate dalla Riforma e le Chiese ortodosse dialogano ed elaborano, in un rapporto paritario, documenti comuni. Un impegno diretto della Chiesa cattolica nel mag­ giore organismo ecumenico mondiale potrebbe dare più forza a quel «pelle­ grinaggio di giustizia e di pace» cui la recente assemblea del CEC di Busan ha invitato tutti i cristiani. Sarebbe inoltre un significativo e clamoroso segno ecumenico, in preparazione al quinto centenario della Riforma luterana del 1517. «Dialoghi» si unisce toto corde et spe all’iniziativa torinese. Digiuno eucaristico. Anne Soupa e Christine Pedotti, fondatrici del Comité de la jupe – il «comitato della gonna», movi­mento nato dall’esigenza di vedere riconosciu­ta pari dignità alle donne nella Chiesa cattoli­ca – hanno invitato a rinunciare all’Eucarestia fino al prossimo Sinodo per solidarietà con quanti ne sono esclusi, cioè non solo i divorziati risposati, che sono considerati peccatori come adulteri, ma anche dello stesso sesso che convivono. Secondo il Comitato, l’esclusione «di fatto» di molti membri della Chiesa è una grave sofferenza per loro ma anche per la Chiesa intera, che è come mutilata da tale esclusione. La comunione eucaristica non è un atto privato ma un atto sociale, nel quale tutta la Chiesa è impegnata. Perciò, al momento della processione di comunione, si propone di presentarsi al celebrante con le mani incrociate sul petto a chiedere la benedizione, come qualche ecclesiastico ha proposto per i divorziati risposati. I «rifiutandi» dimostrerebbero così l’appartenenza e la solidarietà con tutta la comunità. Il Concilio continua. È un «segno dei tempi» la decisione, annunciata sulla stessa homepage del sito internet, di chiudere l’esperienza di «Vivailconcilio.it», portale nato nel 2010 per iniziativa di alcuni autorevoli teologi

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ed esponenti della gerarchia cattolica, tra cui i cardinali Carlo Maria Martini e Roberto Tucci, il vescovo Luigi Bettazzi, Piero Coda, Severino Dianich. «Vivailconcilio.it» è stato in questi anni interamente dedicato a raccontare ed attualizzare il Concilio Vaticano Il. L’idea era nata dal successo di un’iniziativa promossa dall’ATI, l’Associazione teologica italiana, che nell’agosto 2010 vide un centinaio di persone partecipare a una settimana teologica sulla Lumen gentium presso il monastero di Camaldoli. In quell’occasione i presenti sollecitarono gli organizzatori a far conoscere e a valorizzare la lezione del Vaticano II. Di qui l’idea di creare un sito internet che ospitasse i testi conciliari, gli interventi dei pontefici e dei vescovi, riflessioni di taglio teologico, oltre ad immagini e video sull’evento conciliare e con lo scopo di mostrare quanto il Concilio Vaticano Il fosse ancora vivo. In questi anni il lavoro svolto da «Vivailconcllio.it» è stato molto apprezzato, tanto che il contatore web del sito ha superato la cifra di un milione di pagine visitate, per un totale di 122 mila contatti. Secondo il coordinatore del portale, Marco Vergottini, con l’elezione di Francesco, il primo pontefice a non aver preso parte all’assise conciliare, oggi lo spirito del Concilio gode di ottima salute, come ha dimostrato la vivacità del dibattito nel recente Sinodo sulla famiglia, e il sito può essere chiuso. Contro la corruzione. Dozzine di organizzazioni cristiane di 150 Paesi del mondo hanno aderito all’iniziativa Exposed a favore «dell’integrità e della trasparenza nella vita politica» e raccolto nell’arco di due anni 148.000 firme per un appello contro la corruzione e l’evasione fiscale. In occasione del G20, svoltosi a Brisbane in Australia, alcuni esponenti dell’ini­ ziativa, promossa tra gli altri dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), dalla Società Biblica, dall’Alleanza evangelica mondiale (Wea) – hanno consegnato una lettera aperta ai capi di Stato e di governo presenti. Sottolineando come la corruzione impedisca il riscatto dei poveri e la lotta alle diseguaglianze sociali, vanificando di fatto ogni azione di sviluppo, i promotori di Exposed hanno ricordato al G20 che sono i governi a dover promuovere politiche a favore della trasparenza nel mondo della fìnanza e della politica. Religione nella scuola. I componenti del Consiglio dei culti del Lussemburgo (cioè i rappresentanti ebraico,

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anglicano, cattolico, ortodosso, protestante, riformato, neoapostolico e della Shoura islamica) hanno firmato il 18 novembre scorso un memorandum per la creazione di un insegnamento delle religioni nella scuola pubblica. Mentre il Governo prevede di abolire qualsiasi insegnamento confessionale, gli otto leader religiosi sostengono una proposta di insegnamento aconfessionale che permetterebbe di conoscere le diverse religioni e sviluppare una comprensione delle numerose espressioni di fede. Per essi, tale insegnamento potrebbe favorire una migliore coesione sociale. Carta per la libertà. A Oslo è stata presentata l’8 novembre, presso il Centro Nobel per la pace, una «Carta per la libertà religiosa e di credo», promossa dalla «Coalizione internazionale di parlamentari impegnati a favore della libertà religiosa», con la partecipazione di una trentina di deputati di diverse fedi e Paesi. Al centro la preoccupazione per l’aumento a livello mondiale delle persecuzioni a sfondo religioso e l’impegno a promuovere ovunque la piena applicazione dell’articolo 18 della Dichia­razione universale dei diritti dell’uomo. Presente a Oslo per l’occasione anche il relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà religiosa Heiner Bielefeldt. Per molti Paesi (tra cui la Svizzera) è urgente una legge che tenga conto della pluralità di presenze religiose nella società e superi le legislazioni adottate quando vi era unità religiosa negli Stati. Unità nella pluralità. A fine 2014 la Chiesa protestante unita del Belgio (Epub) festeggia 175 anni. Nel 1839 le varie Chiese protestanti presenti sul territorio belga firmarono una carta comune, creando l’Unione delle chiese protestanti del regno del Belgio. L’Unione si dotò di un Sinodo, riconosciuto dalla Stato come la sola autorità ufficiale del protestantesimo belga. In seguito altre comunità riconobbero questa dichiarazione comune di unità e il relativo Sinodo. Oggi l’Epub, di cui non fanno parte le numerose Chiese evangelicali e pentecostali del Belgio, conta 110.000 fedeli. I festeggiamenti hanno compreso un momento altamente simbolico: l’impressionante sfilata di pastori lungo le vie della capitale per commemorare i tragici eventi del 1523, quando i primi martiri della Riforma furono bruciati vivi come eretici nella Grand-Place di Bruxelles.


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Vescovo incendiario. Nella ricorrenza del primo anniversario della sua ordinazione episcopale, il vescovo di Lugano, Valerio Lazzeri, ha pubblicato la sua prima lettera pastorale. Si intitola «Passare attraverso il fuoco». In una ventina di pagine egli si sofferma sul momento storico prendendo come guida Mosè che aveva ricevuto la missione di condurre un popolo attraverso il deserto, dalla schiavitù al servizio del Dio vivente, dall’oppressione alla terra promessa (il testo della Lettera pastorale in: www.diocesilugano.ch). Ne vale la pena. Lo scorso giugno è stato pubblicato il 400. fascicolo della rivista mensile «Koinonia». Nata nel 1976 quale foglio di collegamento a Querceto (Sesto Fiorentino), continua come organo dell’Associazione Koinonia di Pistoia (Piazza S. Domenico 1), animata dal domenicano Alberto Bruno Simoni che si avvale della collaborazione di Raniero La Valle, Piero Stefani, Giancarla Codrignani, Luigi Sandri e ospita importanti contributi di padri domenicani, come il brasiliano Frei Betto e il belga Ignace Berten. «Koinonia» è una delle voci più vivaci e attente tra le «piccole riviste» dei gruppi postconciliari, con le quali «Dialoghi» intrattiene amicizia e scambi, condividendone il motto (rilanciato nel n. 400) che «ne vale la pena»! Anche il mensile «Aufbruch», fondato nel 1974, per attuare la speranza postconciliare nella Svizzera tedesca, ha deciso (dopo aver annunciato la sospensione a fine 2014 della pubblicazione: gli abbonati sono scesi da 7000 nel 1992 agli attuali 3800) di continuare per sostenere papa Francesco nella sua decisione di attuare il Vaticano II. Sosteniamo quindi il confratello svizzero tedesco: ne vale la pena! (aufbruch-Aboservice, c/o Margrit Lanz, St. Alban-Tal 41,4052 Basel: abbonamento annuo (8 numeri) fr. 88. Come credono gli svizzeri. Secondo i risultati del Programma di ricerca nazionale «Comunità religiose, Stato e società», curata dai sociologi di Losanna e San Gallo, il 57% della popolazione svizzera appartiene al gruppo dei «distanti» (credenti ma non praticanti o poco interessati alla religione), il 18% sono «istituzionali» (praticanti e interessati alle Chiese tradi-

zionali, ma diminuiscono i cattolici e protestanti e aumentano carismatici ed evangelicali), il 13% «alternativi» (interessati a religioni non tradizionali), il 12% «laici» o «secolari» (indifferenti od opposti, in netta crescita). Cresce l’individualismo, mentre le religioni si fanno concorrenza; è ancora importante l’ambiente familiare per determinare le credenze; l’85% degli interrogati sono piuttosto o molto d’accordo che le religioni sono le principali cause dei conflitti nel mondo. Il rapporto è stato pubblicato in tedesco, l’edizione in francese uscirà la prossima primavera. Gesuiti in festa. La Provincia svizzera dei gesuiti, che festeggia nel 2015 i quarant’anni di presenza ufficiale e libera (dopo l’abolizione dell’articolo costituzionale che ne proibiva l’attività nella Chiesa e nella scuola), conta attualmente 58 membri di età variabile tra i 30 e i 95 anni, presenti in diversi campi, distribuiti in piccole comunità (a Zurigo, Basilea, Friburgo, Ginevra, Lucerna). Alcuni gesuiti svizzeri sono all’estero (Germania, Francia, Italia, Indonesia e Cina). Suore accoglienti. Le suore francescane di Baldegg (Lucerna), in collaborazione con la Caritas, hanno deciso di accogliere una trentina di richiedenti l’asilo eritrei e siriani nel settore del convento destinato agli ospiti, d’intesa con il coordinatore cantonale del servizio dei rifugiati. Nel Ticino non ci sono conventi vuoti e «ospitali»? Benedetta una coppia. Non di un uomo e una donna, ma di due donne: lo ha fatto un prete cattolico del Canton Uri (non gli facciamo propaganda, per evitargli denunce a Roma…), dopo aver informato il consiglio parrocchiale e il gruppo pastorale, confortato dalle informazioni pervenute dal recente Sinodo romano. Secondo l’articolo 2358 del «Catechismo della Chiesa cattolica», gli omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ha osservato il celebrante: «Oggi si benedicono le automobili, gli animali, persino le armi. Perché non benedire una coppia che desidera camminare con Dio?».

Cristianesimo plurale. L’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo ha pubblicato il primo repertorio nazionale delle circa 350 comunità cristiane presenti in Svizzera, frutto dell’immigrazione non solo europea e della globalizzazione. Il pluralismo cristiano non è rappresentato solo dalle comunità protestanti, evangelicali, carismatiche e pentecostali o dalle comunità ortodosse, generalmente nazionali, ma anche da gruppi cattolici che mantengono le loro caratteristiche linguistiche, rituali e culturali. La situazione dovrebbe favorire un ecumenismo pluralistico ma pone problemi allo Stato che vuole garantire a tutti la massima libertà religiosa possibile. La consigliera nazionale Ada Marra (socialista) ha auspicato che lo Stato finanzi tutte le religioni, compreso l’islam e l’induismo, e che sia rilanciata la discussione sul riconoscimento del ruolo sociale svolto dalle religioni in Svizzera. Da segnalare che il 30 settembre la Chiesa riformata e la Chiesa cattolica del Cantone Vaud hanno firmato le convenzioni relative al versamento di 61 milioni per i servizi sociali del periodo 2015-2019. La partecipazione cantonale all’attività delle due Chiese vodesi dipende dal riconoscimento costituzionale come istituzioni di diritto pubblico. Nel frattempo dieci comunità ortodosse hanno fondato una «Federazione delle Chiese ortodosse del Canton Zurigo», in cui sono rappresentate comunità copte, grecoortodosse e rappresentanti di cristiani d’Egitto, Armenia, Grecia, Romania, Russia e Siria. Suicidio assistito. Il Gran Consiglio di Neuchâtel ha introdotto per legge l’obbligo per gli ospedali e gli istituti per anziani sussidiati di mettere a disposizione una camera per il cosiddetto «suicidio assistito» da parte di organizzazioni come Exit e Dignitas. Analoga disposizione esiste da un paio d’anni nel Canton Vaud, che stabilisce condizioni particolari. Le due associazioni contano in Svizzera 90.000 membri e lo scorso anno hanno eseguito oltre 800 «prestazioni» (Exit Zurigo 459, di cui 12 in Ticino, Dignitas circa 200, Exit Ginevra 150). Alcuni granconsiglieri ticinesi hanno presentato una iniziativa generica perché una procedura analoga sia regolamentata nel nostro Cantone. Per l’Uni friburghese. Il risultato della colletta 2013 per l’Università di Friburgo, raccomandata dai vescovi,


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è stato così ripartito: fr. 200.000 per studi sull’etica, compreso l’Istituto di etica e dei diritti dell’uomo; fr. 30.000 per ricerche del Forum delle religioni; 30.000 fr. per pubblicazioni scientifiche di riflessione sull’etica; 10.000 franchi al Dipartimento di teologia pastorale; 18.000 fr. per borse di studio a studenti di paesi emergenti; 20.000 franchi per la cura pastorale degli studenti; 15.000 franchi per organizzare la colletta. Media cristiani. Con il 1. gennaio 2015, Cath-Info rimpiazza l’agenzia di stampa internazionale Apic (Kipa), l’associazione Catholink (editrice del sito internet cath.ch) e il Centro cattolico di radio e televisione (CCRT). La missione affidata a Cath-info dai Vescovi svizzeri e dalla Conferenza centrale romano-cattolica è l’informazione, l’annuncio del Vangelo, le relazioni pubbliche. L’assemblea costitutiva si è svolta a Losanna il 2 ottobre, in rappresentanza di 72 membri (diocesi, parrocchie, comunità religiose e persone singole). Sono sollecitati ad aderire tutti coloro che hanno interesse e vogliono contribuire all’informazione religiosa in Svizzera. È previsto un budget annuale di 1,8 milioni di franchi, con una decina di giornalisti. L’agenzia d’informazione «Protestinter» si stacca invece dalla redazione della rivista «Protestinfo» per dedicarsi all’informazione internazionale ed ecumenica, avendo cessato le pubblicazioni per motivi finanziari l’agenzia di stampa del Consiglio ecumenico delle Chiese. «Protestinter» si avvale della collaborazione delle agenzie di stampa protestanti di Germania, Stati Uniti, Argentina. Per assicurare la continuità al giornale friburghese «La Liberté», la congregazione delle Suore di San Paolo, proprietarie dalla fondazione da 140 anni, hanno deciso di cedere un terzo delle azioni a due società pubbliche del Canton Friburgo, garantendo il radicamento nel cantone romando e la continuazione di uno dei più vecchi giornali cattolici. La situazione finanziaria del quotidiano è solida, il giornale stampa 40.000 copie e raggiunge centomila lettori. La congregazione, per mancanza di vocazioni in Svizzera, intende dedicarsi ad altre attività pastorali. Anche la Corporazione ecclesiatica cattolica di Friburgo si è occupata della necessità di potenziare la presenza nei media, specialmente nei confronti degli organismi ecclesiali locali. Le diocesi della Svizzera tedesca hanno lanciato nell’ottobre

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2013 una campagna pubblicitaria, con lo slogan «Possibilità d’impiego ecclesiale» (Chance Kirchenberufe) cercando forze nuove per le attività pastorali e di formazione. Dopo l’affissione di cartelloni pubblicitari, specialmente nei trasporti pubblici, ora anche nelle sale cinematografiche vengono proiettate diapositive sulle varie possibili funzioni nella Chiesa cattolica. Nuovo rettore. Nella primavera del 2015 entrerà in funzione il nuovo rettore della Facoltà teologica di Lugano, René Roux, nato ad Aosta il 3 settembre 1966, prete dal 1991. Ha studiato ad Aosta, Roma e Oxford, ha insegnato in diverse facoltà a Roma, Parigi, Aosta, Morogoro (Tanzania), Darmstadt, Magonza, Erfurt, specialmente patrologia e scienze ecclesiastiche orientali. Offerta di teologia. La Facoltà di teologia dell’Università di Ginevra apre le porte a tutti i potenziali studenti, permettendo di seguire alcuni corsi. Scopo dell’iniziativa è dare la possibilità agli indecisi e ai curiosi di rendersi conto delle materie insegnate. Da quando è stato avviata l’iniziativa, nel gennaio 2014, quattro (!) potenziali studenti hanno partecipato alle visite. Gli interessati possono scegliere quattro lezioni tra quelle proposte: riguardanti materie non specialistiche, sono alla portata di chi non ha ancora dimestichezza con la teologia a livello accademico. L’offerta delle visite guidate è valida tutto l’anno. Alcuni studenti sono a disposizione per accompagnare i visitatori e far scoprire loro i vari dipartimenti della Facoltà. Nel 2012, la Facoltà di teologia di Ginevra contava 188 studenti, compresi quelli dei corsi a distanza. Insegnamento protestante. La Chiesa evangelica riformata in Ticino offre un insegnamento della religione evangelica (conoscenze di base di testi biblici, incoraggiamento, sensibilizzazione per l’etica, rispetto del creato, stile di vita e discussione su valori cristiani quali il perdono e la condivisione) con lezioni nelle classi pubbliche elementari da un minimo di due allievi, formazione continua e formazione di nuovi docenti nonché lo studio e l’elaborazione di materiali didattici in lingua italiana. A questo scopo è stato creato un «Fondo insegnamento» alimentato da contributi dalle tre comunità presenti in Tici-

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no. Il costo annuale medio per anno scolastico è di fr. 280.000 circa (720 allievi in 100 sedi scolastiche ripartite su 19 docenti) È rivolto un appello alla solidarietà per garantire un servizio ad una minoranza non soltanto confessionale ma anche linguistica e geografica (Chiesa evangelica riformata nel Ticino «Fondo insegnamento», Conto: CCP 65-756293-7). Credere protestante. La Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera ha redatto un «libro della fede protestante» di circa 300 pagine e dal titolo «Cos’è credere? Le risposte del Padre Nostro» (Qu’est-ce que croire? Réponses du Notre Pére»), stampato dalle Edizioni Labor et Fides di Ginevra. Si tratta di una primizia svizzera, redatta da teologi, uomini e donne, tedeschi e romandi che hanno riflettuto sui fondamenti del Padre Nostro dal punto di vista riformato ed ecumenico. Libertà evangelica. La Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (FCES-SEK) ha invitato le Chiese membro a creare un logo in vista del 500° anniversario della Riforma, con la lettera «R». Alcune Chiese in Svizzera hanno inserito semplicemente lo stemma cantonale, dichiarando così gli stretti legami che tradizionalmente hanno con le strutture statali. Altre hanno scelto un’espressione storica o tradizionale, con l’effigie di un riformatore, della cattedrale, oppure per manifestare la loro identità e missione. La Chiesa evangelica riformata in Ticino ha messo sulla propria «R» una catena spezzata: la Riforma ha scoperto la libertà dell’individuo nel mondo della religione. Un nuovo inno? Più di 200 progetti di rifusione dell’Inno nazio­nale svizzero sono stati inviati alla Società svizzera di utilità pubblica (Ssup). Una giuria ne selezionerà una decina che poi saranno sotto­sottoposti al voto popolare tramite sms, telefono e e-mail. La proposta vincente sarà presentata al Consiglio federale. Il futuro inno nazionale deve basarsi sul testo del preambolo della Costituzione federale svizzera, in vigore dal 1999, che indica valori quali la democrazia, la diversità, la libertà, la pace e la solidarietà ma comincia con il motto: «In nome di Dio onnipotente». L’attuale Salmo svizzero è una preghiera cristiana, perciò criticata in nome della laicità. Come risolverà il dilemma laicità-religiosità il nuovo inno?


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osservatorio ecumenico La nuova «Bibbia in lingua corrente» Domenica 26 ottobre, nella chiesa evangelica di Lugano, con una cerimonia ecumenica presenti i delegati delle Chiese cristiane in Ticino, è stata presentata l’ultima revisione della TILC, la traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente. Valdo Bertalot per la Società biblica ha ricordato che ogni generazione ha la sua lingua e di conseguenza ha il diritto di leggere la Parola di Dio nella propria lingua. L’operazione che portò all’uscita anzitutto del Nuovo Testamento nel 1976 per opera della casa editrice Elledici e del­l’Alleanza biblica universale fu il risultato di uno degli inviti del Concilio Vaticano II, giunto quando in diversi Paesi europei strategie per la traduzione dei testi ebraici e greci erano già state sperimentate. La Bibbia completa «in lingua corrente», uscita nel 1985, aveva bisogno di una revisione, anche le note esplicative sono state arricchite. È destinata anzitutto a due categorie di persone: a chi non va più in chiesa e a chi non riesce a leggere la Bibbia, a causa del linguaggio ritenuto troppo lontano.

Una diversità riconciliata Durante la visita al suo amico pastore Giovanni Traettino e alla sua comunità pentecostale del 28 luglio scorso, papa Francesco ha spiegato che cos’è per lui l’ecumenismo: «Cosa fa lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo fa la «diversità» nella Chiesa. Lui fa la diversità. E davvero questa diversità è tanto ricca, tanto bella. Ma, poi. lo stesso Spirito Santo fa l’unità, e così la Chiesa è una nella diversità. E, per usare una parola bella di un evangelico che io amo tanto (il riferimento è al teologo protestante Oscar Cullmann, morto nel 1999), una «diversità riconciliata» dallo Spirito Santo (…). Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro; tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità. Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse: ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. E in questa strada che noi cristiani facciamo ciò che chiamiamo col nome teologico di ecumenismo: cerchiamo di far sì che questa diversità sia più armonizzata dallo Spirito Santo e diventi unità».

Dialogo cristiano-islamico «Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide». Parte da questa constatazione l’appello per la XIII Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico (celebrata il 27 ottobre), una delle più importanti iniziative di «ecumenismo dal basso» che si svolge ogni anno in Italia. Vi aderiscono decine di associazioni, gruppi e riviste del mondo cristiano e musulmano, tra cui la agenzia Adista di Roma, i mensili Confronti e CemMondialità, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. A realizzare concretamente la Giornata sono state centinaia di iniziative di preghiera, di incontro e di approfondimento, promosse da parrocchie, comunità, centri islamici, Chiese cristiane non cattoliche. Assieme cristiani e musulmani rappresentano oltre metà della popolazione mondiale: la pace e il dialogo fra queste

religioni è dunque fondamentale per la pace nel mondo. Essi ritengono che i tratti fondamentali dell’unico Dio siano «la misericordia» e «la compassione». I musulmani in apertura di ogni sura del Corano trovano l’invocazione ad «Allah, il compassionevole, il misericordioso»; i cristiani ricordano le beatitudini pronunciate da Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

Divisi sulle coppie omosessuali Le prese di posizione del­le Chiese protestanti svizzere sul tema dell’omosessualità sono estremamente varie, ma lasciano percepire due grandi linee di demarcazione: tra le Chiese dette riformate e quelle dette evangelicali, e tra i cantoni romandi e i cantoni svizzero-tedeschi. Per quanto riguarda la diversità tra le Chiese riformate e le Chiese evangelicali, le prime sostengono una posizione piuttosto aperta e accogliente nei confronti degli omosessuali, mentre le altre adottano un atteggiamento più conservatore o persino omofobo. Questa differenza si spiega anzitutto con un rapporto diverso con il testo biblico, e con i versetti (poco numerosi) che trattano dell’omosessualità nell’Antico Testamento (per esempio nel Levitico) o nel Nuovo Testamento (nelle lettere di Paolo). Le Chiese riformate, influenzate dall’esegesi moderna, hanno sviluppato una distanza critica nei confronti dei testi che condannano a priori l’omosessualità. La lettura più letterale fatta dalle Chiese evangelicali, invece, le spinge a condannare una pratica percepita come un peccato o persino una malattia. In Svizzera, poi, le Chiese della parte tedesca sono state le prime a proporre la benedizione per le coppie dello stesso sesso, a volte ancor prima della nascita del partenariato registrato nella legge civile. In alcuni cantoni della Svizzera tedesca una persona omosessuale può diventare pastora o pastore e persino abitare nella casa parrocchiale con il proprio partner. Viceversa, i cantoni romandi hanno più difficoltà a porre in essere iniziative concrete a favore delle coppie dello stesso sesso. Nessuna benedizione viene oggi proposta a Gi­nevra; la Chiesa riformata evangelica neocastellana non ha intenzione di introdurre un rito di benedizione per le coppie unite in partenariato. Alla fine del 2012, la Chiesa evangelica riformata vodese ha accettato la proposta di benedizione per coppie dello stesso sesso. Il Sinodo ticinese ha deciso il 15 novembre di permettere ai pastori che lo vogliono di benedire le coppie omosessuali.

Il CEC contro i combustibili fossili Benché non abbia alcun investimento nei combustibili fossili, il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) ha formalmente aggiunto questo settore alla lista degli esclusi dai propri investimenti. Si tratta di un atto simbolico, ma queste linee direttive del CEC servono da modello per altre Chiese e organizzazioni cristiane. Il Comitato centrale, dicendo «no» agli investimenti nelle energie fossili, dichiara così di impegnarsi sul lungo termine per la cura del creato e contro il cambiamento climatico, ricordando inoltre la sua scelta per investimenti etici. Diverse Chiese del CEC si erano già impegnate a rinunciare a investimenti nei combustibili fossili, fra le quali la Chiesa unita del Cristo negli Stati Uniti, la Chiesa anglicana di Nuova Zelanda e di Polinesia e la Chiesa luterana di Svezia. Rifiutando di investire nelle aziende dei combustibili fossili, il CEC vuole indicare una direzione per reagire al cambiamento climatico.


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Mario Agliati, Carla Agustoni, Dalmazio Ambrosioni, Elvezio Andreoli, Antonio Antognini, Corrado Augias, Willy Baggi, Dino Balestra, Maria Florinda Balli, Silvano Ballinari, Dario Balmelli, Danilo Baratti, Pier Felice Barchi, Corrado Barenco, Piergiorgio Baroni, Mario Barzaghini, Eros Bellinelli, Matteo Bellinelli, Bruno Bergomi, Aurelio Bernasconi, Luigi Bernasconi, Moreno Bernasconi, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Amilcare Berra, Francesco Bertola, Lina Bertola, Dario Bertoni, Enzo Biagi, Roberto Bianchi, Piero Bianconi, Sandro Bianconi, Ovidio Biffi, Eugenio Bigatto, Giuseppe Biscossa, Basilio Biucchi, Marco Blaser, Amedeo Boffa, Antonio Bolzani, Severino Bomio, Giovanni Bonalumi, Alberto Bondolfi, Matilde Bonetti Soldati, Ignazio Bonoli, Emilio Bossi, Alberto Bottani, Americo Bottani, Gianni Brera, Gerardo Broggini, Renata Broggini, Romano Broggini, Giuseppe Buffi, Fulvio Caccia, Luciana Caglio, Giorgio Calastri, Padre Callisto Caldelari, Guido Calgari, Marco Cameroni, Geo Camponovo, Manuela Camponovo, Bixio Candolfi, Patrizia Candolfi, Guglielmo Canevascini, Ugo Canonica, Mascia Cantoni, Sergio Caratti, Tazio Carlevaro, Tita Carloni, Werner Carobbio, Ulisse Carugati, Achille Casanova, Giuseppe Cattori, Adriano Cavadini, Aristide Cavaliere, Clara CaverzasioTanzi, Bixio Celio, Franco Celio, Nello Celio, Raffaello Ceschi, Giuseppe Chiesi, Gianfranco Chiozzani, Tiziano Colotti, Eros Costantini, Flavio Cotti, Peppino Crivelli, Giuseppe Curonici, Giairo Daghini, Cherubino Darani, Gianni De Bernardis, Augusto De Maria, Mauro Dell’Ambrogio, Mons. Luigi Del Pietro, Diego Erba, Salvatore Maria Fares, Ugo Fasolis, Fabrizio Fazioli, Michele Fazioli, Guido Ferrari, Felice Filippini, Daniela Fornaciarini, Elsa Franconi Poretti, Fredy Franzoni, Ugo Frey, Angelo Frigerio, Plinio Gabuzzi, Sigismondo Gaggetta, Brenno Galli, Ezio Galli, Athos Gallino, Mario Gallino, Pasquale Genasci, Claudio Generali, Luigi Generali, Andrea Ghiringhelli, Federico Ghisletta. Armando Giaccardi, Alberto Giacometti, Carlo Gianinazzi, Silvano Gilardoni, Martino Giovanettina, Luciano Giudici, Attilio Grandi, Gianni Grassi, Plinio Grossi, Mario Guglielmoni, Paul Guidicelli, Marco Horat, Sergio Jacomella, Arminio Janner, Dino Jauch, Camillo Jelmini, Eugenio Jelmini, Federico Jolli, Hugo Koblet, Hans Küng, Ugo La Malfa, Don Alfredo Leber, Alberto Lepori, Armando Libotte, Guido Locarnini, Raimondo Locatelli, Mara Lucchini, Ottavio Lurati, Pompeo Macaluso, Luigi Maffezzoli, Carlo Maggini, Leandro Manfrini, Carlo Manzoni, Christian Marazzi, Marco Marcacci, Luciano Marconi, Plinio Martini, Grytzko Mascioni, Franco Masoni, Sergio Maspoli, Theo Mäusli, Gaddo Melani, Carlo Melchioretto, Cristina Molo, Gianfranco Mombelli, Tiziana Mona, Indro Montanelli, Enrico Morresi, Dario Müller, Claudio Nembrini, Libero Olgiati, Giorgio Orelli, Pio Ortelli, Sergio Ostinelli, Gian Piero Pedrazzi, Luigi Pedrazzini, Andreino Pedrini, Guido Pedroli, Angelo Pellegrini, Piero Pellegrini, Erasmo Pelli, Ferruccio Pelli, Mattia Piattini, Carlo Piccardi, Massimo Pini, Nicola Pini, Lorenzo Planzi, Giovanni Pozzi, Remigio Ratti, Giovanni Regazzoni, Giò Rezzonico, Raimondo Rezzonico, Argante Righetti, Antonio Riva, Dario Robbiani, Enrico Rondi, Angelo Rossi, Martino Rossi, Diana Rüesch, Ugo Sadis, Vinicio Salati, Giacomo Salvioni, Sergio Salvioni, Aurelio Sargenti, Piero Scanziani, Antonio Snider, Francesca Snozzi, Marco Solari, Bruno Soldini, Fabio Soldini, Carlo Speziali, Alberto Stefani, Paolo Storelli, Bruno Strozzi, Nico Tanzi, Tito Tettamanti, Jerko Tognola, Lauro Tognola, Silvano Toppi, Pietro Trisconi, Nelly Valsangiacomo, Franca Verda, Plinio Verda, Marino Viganò, Guglielmo Volonterio, Carlo Weder, Franco Zambelloni, Flavio Zanetti, Giuseppe Zois, Franco Zorzi, Mario Agliati, Carla Agustoni, Dalmazio Ambrosioni, Elvezio Andreoli, Antonio Antognini, Corrado Augias, Willy Baggi, Dino Balestra, Maria Florinda Balli, Silvano Ballinari, Dario Balmelli, Danilo Baratti, Pier Felice Barchi, Corrado Barenco, Piergiorgio Baroni, Mario Barzaghini, Eros Bellinelli, Matteo Bellinelli, Bruno Bergomi, Aurelio Bernasconi, Luigi Bernasconi, Moreno Bernasconi, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Amilcare Berra, Francesco Bertola, Lina Bertola, Dario Bertoni, Enzo Biagi, Roberto Bianchi, Piero Bianconi, Sandro Bianconi, Ovidio Biffi, Eugenio Bigatto, Giuseppe Biscossa, Basilio Biucchi, Marco Blaser, Amedeo Boffa, Antonio Bolzani, Severino Bomio, Giovanni Bonalumi, Alberto Bondolfi, Matilde Bonetti Soldati, Ignazio Bonoli, Emilio Bossi, Alberto Bottani, Americo Bottani, Gianni Brera, Gerardo Broggini, Renata Broggini, Romano Broggini, Giuseppe Buffi, Fulvio Caccia, Luciana Caglio, Giorgio Calastri, Padre Callisto Caldelari, Guido Calgari, Marco Cameroni, Geo Camponovo, Manuela Camponovo, Bixio Candolfi, Patrizia Candolfi, Guglielmo Canevascini, Ugo Canonica, Mascia Cantoni, Sergio Caratti, Tazio Carlevaro, Tita Carloni, Werner Carobbio, Ulisse Carugati, Achille Casanova, Giuseppe Cattori, Adriano Cavadini, Aristide Cavaliere, Clara Caverzasio-Tanzi, Bixio Celio, Franco Celio, Nello Celio, Raffaello Ceschi, Giuseppe Chiesi, Gianfranco Chiozzani, Tiziano Colotti, Eros Costantini, Flavio Cotti, Peppino Crivelli, Giuseppe Curonici, Giairo Daghini, Cherubino Darani, Gianni De Bernardis, Augusto De Maria, Mauro Dell’Ambrogio, Mons. Luigi Del Pietro, Diego Erba, Salvatore Maria Fares, Ugo Fasolis, Fabrizio Fazioli, Michele Fazioli, Guido Ferrari, Felice Filippini, Daniela Fornaciarini, Elsa Franconi Poretti, Fredy Franzoni, Ugo Frey, Angelo Frigerio, Plinio Gabuzzi, Sigismondo Gaggetta, Brenno Galli, Ezio Galli, Athos Gallino, Mario Gallino, Pasquale Genasci, Claudio Generali, Luigi Generali, Andrea Ghiringhelli, Federico Ghisletta. Armando Giaccardi, Alberto Giacometti, Carlo Gianinazzi, Silvano Gilardoni, Martino Giovanettina, Luciano Giudici, Attilio Grandi, Gianni Grassi, Plinio Grossi, Mario Guglielmoni, Paul Guidicelli, Marco Horat, Sergio Jacomella, Arminio Janner, Dino Jauch, Camillo Jelmini, Eugenio Jelmini, Federico Jolli, Hugo Koblet, Hans Küng, Ugo La Malfa, Don Alfredo Leber, Alberto Lepori, Armando Libotte, Guido Locarnini, Raimondo Locatelli, Mara Lucchini, Ottavio Lurati, Pompeo Macaluso, Luigi Maffezzoli, Carlo Maggini, Leandro Manfrini, Carlo Manzoni, Christian Marazzi, Marco Marcacci, Luciano Marconi, Plinio Martini, Grytzko Mascioni, Franco Masoni, Sergio Maspoli, Theo Mäusli, Gaddo Melani, Carlo Melchioretto, Cristina Molo, Gianfranco Mombelli, Tiziana Mona, Indro Montanelli, Enrico Morresi, Dario Müller, Claudio Nembrini, Libero Olgiati, Pio Ortelli, Sergio Ostinelli, Gian Piero Pedrazzi, Luigi Pedrazzini, Andreino Pedrini, Guido Pedroli, Angelo Pellegrini, Piero Pellegrini, Erasmo Pelli, Ferruccio Pelli, Mattia Piattini, Carlo Piccardi, Massimo Pini, Nicola Pini, Lorenzo Planzi, Giovanni Pozzi, Remigio Ratti, Giovanni Regazzoni, Giò Rezzonico, Raimondo Rezzonico, Argante Righetti, Antonio Riva, Dario Robbiani, Enrico Rondi, Angelo Rossi, Martino Rossi, Diana Rüesch, Ugo Sadis, Vinicio Salati, Giacomo Salvioni, Sergio Salvioni, Aurelio Sargenti, Piero Scanziani, Antonio Snider, Francesca Snozzi, Marco Solari, Bruno Soldini, Fabio Soldini, Carlo Speziali, Alberto Stefani, Paolo Storelli, Bruno Strozzi, Nico Tanzi, Tito Tettamanti, Jerko Tognola, Lauro Tognola, Silvano Toppi, Pietro Trisconi, Nelly Valsangiacomo, Franca Verda, Plinio Verda, Marino Viganò, Guglielmo Volonterio, Carlo Weder, Franco Zambelloni, Flavio Zanetti, Giuseppe Zois, Franco Zorzi, Mario Agliati, Carla Agustoni, Dalmazio Ambrosioni, Elvezio Andreoli, Antonio Antognini, Corrado Augias, Willy Baggi, Dino Balestra, Maria Florinda Balli, Silvano Ballinari, Dario Balmelli, Danilo Baratti, Pier Felice Barchi, Corrado Barenco, Piergiorgio Baroni, Mario Barzaghini, Eros Bellinelli, Matteo Bellinelli, Bruno Bergomi, Aurelio Bernasconi, Luigi Bernasconi, Moreno Bernasconi, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Amilcare Berra, Francesco Bertola, Lina Bertola, Dario Bertoni, Enzo Biagi, Roberto Bianchi, Piero Bianconi, Sandro Bianconi, Ovidio Biffi, Eugenio Bigatto, Giuseppe Biscossa, Basilio Biucchi, Marco Blaser, Amedeo Boffa, Antonio Bolzani, Severino Bomio, Giovanni Bonalumi, Alberto Bondolfi, Matilde Bonetti Soldati, Ignazio Bonoli, Emilio Bossi, Alberto Bottani, Americo Bottani, Gianni Brera, Gerardo Broggini, Renata Broggini, Romano Broggini, Giuseppe Buffi, Fulvio Caccia, Luciana Caglio, Giorgio Calastri, Padre Callisto Caldelari, Guido Calgari, Marco Cameroni, Geo Camponovo, Manuela Camponovo, Bixio Candolfi, Patrizia Candolfi, Guglielmo Canevascini, Ugo Canonica, Mascia Cantoni, Sergio Caratti, Tazio Carlevaro, Tita Carloni, Werner Carobbio, Ulisse Carugati, Achille Casanova, Giuseppe Cattori, Adriano Cavadini, Aristide Cavaliere, Clara Caverzasio-Tanzi, Bixio Celio, Franco Celio, Nello Celio, Raffaello Ceschi, Giuseppe Chiesi, Gianfranco Chiozzani, Tiziano Colotti, Eros Costantini, Flavio Cotti, Peppino Crivelli, Giuseppe Curonici, Giairo Daghini, Cherubino Darani, Gianni De Bernardis, Augusto De Maria, Mauro Dell’Ambrogio, Mons. Luigi Del Pietro, Diego Erba, Salvatore Maria Fares, Ugo Fasolis, Fabrizio Fazioli, Michele Fazioli, Guido Ferrari, Felice Filippini, Daniela Fornaciarini, Elsa Franconi Poretti, Fredy Franzoni, Ugo Frey, Angelo Frigerio, Plinio Gabuzzi, Sigismondo Gaggetta, Brenno Galli, Ezio Galli, Athos Gallino, Mario Gallino, Pasquale Genasci, Claudio Generali, Luigi Generali, Andrea Ghiringhelli, Federico Ghisletta. Armando Giaccardi, Alberto Giacometti, Carlo Gianinazzi, Silvano Gilardoni, Martino Giovanettina, Luciano Giudici, Attilio Grandi, Gianni Grassi, Plinio Grossi, Mario Guglielmoni, Paul Guidicelli, Marco Horat, Sergio Jacomella, Arminio Janner, Dino Jauch, Camillo Jelmini, Eugenio Jelmini, Federico Jolli, Hugo Koblet, Hans Küng, Ugo La Malfa, Don Alfredo Leber, Alberto Lepori, Armando Libotte, Guido Locarnini, Raimondo Locatelli, Mara Lucchini, Ottavio Lurati, Pompeo Macaluso, Luigi Maffezzoli, Carlo Maggini, Leandro Manfrini, Carlo Manzoni, Christian Marazzi, Marco Marcacci, Luciano Marconi, Plinio Martini, Grytzko Mascioni, Franco Masoni, Sergio Maspoli, Theo Mäusli, Gaddo Melani, Carlo Melchioretto, Cristina Molo, Gianfranco Mombelli, Tiziana Mona, Indro Montanelli, Enrico Morresi, Dario Müller, Claudio Nembrini, Libero Olgiati, Pio Ortelli, Sergio Ostinelli, Gian Piero Pedrazzi, Luigi Pedrazzini, Andreino Pedrini, Guido Pedroli, Angelo Pellegrini, Piero Pellegrini, Erasmo Pelli, Ferruccio Pelli, Mattia Piattini, Carlo Piccardi, Massimo Pini, Nicola Pini, Lorenzo Planzi, Giovanni Pozzi, Remigio Ratti, Giovanni Regazzoni, Giò Rezzonico, Raimondo Rezzonico, Argante Righetti, Antonio Riva, Dario Robbiani, Enrico Rondi, Angelo Rossi, Martino Rossi, Diana Rüesch, Ugo Sadis, Vinicio Salati, Giacomo Salvioni, Sergio Salvioni, Aurelio Sargenti, Piero Scanziani, Antonio Snider, Francesca Snozzi, Marco Solari, Bruno Soldini, Fabio Soldini, Carlo Speziali, Alberto Stefani, Paolo Storelli, Bruno Strozzi, Nico Tanzi, Tito Tettamanti, Jerko Tognola, Lauro Tognola, Silvano Toppi, Pietro Trisconi, Nelly Valsangiacomo, Franca Verda, Plinio Verda, Marino Viganò, Guglielmo Volonterio, Carlo Weder, Franco Zambelloni, Flavio Zanetti, Giuseppe Zois, Franco Zorzi, Mario Agliati, Carla Agustoni, Dalmazio Ambrosioni, Elvezio Andreoli, Antonio Antognini, Corrado Augias, Willy Baggi, Dino Balestra, Maria Florinda Balli, Silvano Ballinari, Dario Balmelli, Danilo Baratti, Pier Felice Barchi, Corrado Barenco, Piergiorgio Baroni, Mario Barzaghini, Eros Bellinelli, Matteo Bellinelli, Bruno Bergomi, Aurelio Bernasconi, Luigi Bernasconi, Moreno Bernasconi, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Amilcare Berra, Francesco Bertola, Lina Bertola, Dario Bertoni, Enzo Biagi, Roberto Bianchi, Piero Bianconi, Sandro Bianconi, Ovidio Biffi, Eugenio Bigatto, Giuseppe Biscossa, Basilio Biucchi, Marco Blaser, Amedeo Boffa, Antonio Bolzani, Severino Bomio, Giovanni Bonalumi, Alberto Bondolfi, Matilde Bonetti Soldati, Ignazio Bonoli, Emilio Bossi, Alberto Bottani, Americo Bottani, Gianni Brera, Gerardo Broggini, Renata Broggini, Romano Broggini, Giuseppe Buffi, Fulvio Caccia, Luciana Caglio, Giorgio Calastri, Padre Callisto Caldelari, Guido Calgari, Marco Cameroni, Geo Camponovo, Manuela Camponovo, Bixio Candolfi, Patrizia Candolfi, Guglielmo Canevascini, Ugo Canonica, Mascia Cantoni, Sergio Caratti, Tazio Carlevaro, Tita Carloni, Werner Carobbio, Ulisse Carugati, Achille Casanova, Giuseppe Cattori, Adriano Cavadini, Aristide Cavaliere, Clara Caverzasio-Tanzi, Bixio Celio, Franco Celio, Nello Celio, Raffaello Ceschi, Giuseppe Chiesi, Gianfranco Chiozzani, Tiziano Colotti, Eros Costantini, Flavio Cotti, Peppino Crivelli, Giuseppe Curonici, Giairo Daghini, Cherubino Darani, Gianni De Bernardis, Augusto De Maria, Mauro Dell’Ambrogio, Mons. Luigi Del Pietro, Diego Erba, Salvatore Maria Fares, Ugo Fasolis, Fabrizio Fazioli, Michele Fazioli, Guido Ferrari, Felice Filippini, Daniela Fornaciarini, Elsa Franconi Poretti, Fredy Franzoni, Ugo Frey, Angelo Frigerio, Plinio Gabuzzi, Sigismondo Gaggetta, Brenno Galli, Ezio Galli, Athos Gallino, Mario Gallino, Vogliate spedirci copie delAndrea volume Pasquale Genasci, Claudio Generali, Luigi Generali, Ghiringhelli, Federico Ghisletta. Armando Giaccardi, Alberto Giacometti, Carlo Gianinazzi, Silvano Gilardoni, Martino Giovanettina, Luciano Giudici, Attilio Grandi, Gianni Grassi, Plinio Grossi, Mario Guglielmoni, Paul Guidicelli, Marco Horat, Sergio Jacomella, Arminio Janner, Dino Jauch, Camillo Jelmini, nella Svizzera italiana di Enrico al prezzo di Fr. 45.– l’una Giornalismo Eugenio Jelmini, Federico Jolli, Hugo Koblet, Hans Küng, Ugo La Malfa,1950-2000 Don Alfredo Leber, Alberto Lepori,Morresi Armando Libotte, Guido Locarnini, Raimondo Locatelli, Mara Lucchini, Ottavio Lurati, Pompeo Macaluso, Luigi Maffezzoli, Carlo Maggini, Leandro Manfrini, Carlo Manzoni, Christian Marazzi, Marco Marcacci, Luciano Marconi, Plinio Martini, Grytzko Mascioni, Franco Masoni, Sergio Maspoli, Theo Mäusli, Gaddo Melani, Carlo Melchioretto, Cristina Molo, Gianfranco Mombelli, Tiziana Mona, Indro Montanelli, Enrico Morresi, Dario Müller, Claudio Nembrini, Si Olgiati, prega Pio di compilare in Ostinelli, stampatello Libero Ortelli, Sergio Gian Piero Pedrazzi, Luigi Pedrazzini, Andreino Pedrini, Guido Pedroli, Angelo Pellegrini, Piero Pellegrini, Erasmo Pelli, Ferruccio Pelli, Mattia Piattini, Carlo Piccardi, Massimo Pini, Nicola Pini, Lorenzo Planzi, Giovanni Pozzi, Remigio Ratti, Giovanni Regazzoni, Giò Rezzonico, Raimondo Rezzonico, Argante Righetti, Antonio Riva, DarioCognome Robbiani, Enrico Rondi, Angelo Rossi, Martino Rossi, Diana Rüesch, Ugo Sadis, Vinicio Salati, Giacomo Salvioni, Sergio Salvioni, Aurelio Sargenti, Piero Scanziani, Antonio Snider, E-mail Francesca Snozzi, Marco Solari, Bruno Soldini, Fabio Soldini, Carlo Speziali, Alberto Stefani, Paolo Storelli, Bruno Strozzi, Nico Tanzi, Tito Tettamanti, Jerko Tognola, Lauro Tognola, Silvano Toppi, Pietro Trisconi, Nelly Valsangiacomo, Franca Verda, Plinio Verda, Marino Viganò, Guglielmo Volonterio, Carlo Weder, Franco Zambelloni, Flavio Zanetti, Giuseppe Zois, Franco Zorzi, Mario Agliati, Carla Agustoni, Dalmazio Ambrosioni, Elvezio Andreoli, Antonio Antognini, Corrado Augias, Willy Baggi, Dino Balestra, Maria Florinda Balli, Silvano Ballinari, Dario Balmelli, Danilo Baratti, Pier Felice Barchi, Corrado Barenco, Piergiorgio Baroni, Mario Barzaghini, Eros Bellinelli, Matteo Bellinelli, Bruno Bergomi, Aurelio Bernasconi, Luigi Bernasconi, Moreno Nome Tel./Cell. Bernasconi, Don Oliviero Bernasconi, Paolo Bernasconi, Amilcare Berra, Francesco Bertola, Lina Bertola, Dario Bertoni, Enzo Biagi, Roberto Bianchi, Piero Bianconi, Sandro Bianconi, Ovidio Biffi, Eugenio Bigatto, Giuseppe Biscossa, Basilio Biucchi, Marco Blaser, Amedeo Boffa, Antonio Bolzani, Severino Bomio, Giovanni Bonalumi, Alberto Bondolfi, Matilde Bonetti Soldati, Ignazio Bonoli, Emilio Bossi, Alberto Bottani, Americo Bottani, Gianni Brera, Gerardo Broggini, Renata Broggini, Romano Broggini, Giuseppe Buffi, Fulvio Caccia, Luciana Caglio, ViaCalastri, Padre Callisto Caldelari, Guido Calgari, Marco Cameroni, Geo Camponovo, Manuela DataCamponovo, Bixio Candolfi, Patrizia Candolfi, Guglielmo Canevascini, Ugo Canonica, Giorgio Mascia Cantoni, Sergio Caratti, Tazio Carlevaro, Tita Carloni, Werner Carobbio, Ulisse Carugati, Achille Casanova, Giuseppe Cattori, Adriano Cavadini, Aristide Cavaliere, Clara CaverzasioTanzi, Bixio Celio, Franco Celio, Nello Celio, Raffaello Ceschi, Giuseppe Chiesi, Gianfranco Chiozzani, Tiziano Colotti, Eros Costantini, Flavio Cotti, Peppino Crivelli, Giuseppe Curonici, Giairo Daghini, Cherubino Darani, Gianni De Bernardis, Augusto De Maria, Mauro Dell’Ambrogio, Mons. Luigi Del Pietro, Diego Erba, Salvatore Maria Fares, Ugo Fasolis, Fabrizio Fazioli, Località Firma Ugo Frey, Angelo Frigerio, Plinio Gabuzzi, Sigismondo Gaggetta, Brenno Galli, Ezio Michele Fazioli, Guido Ferrari, Felice Filippini, Daniela Fornaciarini, Elsa Franconi Poretti, Fredy Franzoni, Galli, Athos Gallino, Mario Gallino, Pasquale Genasci, Claudio Generali, Luigi Generali, Andrea Ghiringhelli, Federico Ghisletta. Armando Giaccardi, Alberto Giacometti, Carlo Gianinazzi, Silvano Gilardoni, Martino Giovanettina, Luciano Giudici, Attilio Grandi, Gianni Grassi, Plinio Grossi, Mario Guglielmoni, Paul Guidicelli, Marco Horat, Sergio Jacomella, Arminio Janner, Dino Jauch, Camillo Jelmini, Eugenio Jelmini, Federico Jolli, Hugo Koblet, Hans Küng, Ugo La Malfa, Don Alfredo Leber, Alberto Lepori, Armando Libotte, Guido Locarnini, Raimondo Locatelli, Mara Lucchini, Ottavio Lurati, Pompeo Macaluso, Luigi Maffezzoli, Carlo Maggini, Leandro Manfrini, Carlo Manzoni, Christian Marazzi, Marco Marcacci, Luciano Marconi, Plinio Martini, Ordinazioni anche tramite Inviare a: Franco Masoni, Sergio Maspoli, Theo Mäusli, Gaddo Melani, Carlo Melchioretto, Grytzko Mascioni, Cristina Molo, Gianfranco Mombelli, Tiziana Mona, Indro Montanelli, Enrico Morresi, Dario Müller, Claudio Nembrini, Olgiati, Pio Ortelli, Ostinelli, Piero Pedrazzi, Luigi Pedrazzini, Andreino Pedrini, Guido Pedroli, Angelo Pellegrini, Piero Pellegrini, Erasmo Pelli, Armando DadòLibero editore, Via OrelliSergio 29, C.P. 563,Gian 6601 Locarno Telefono 091 756 01 20 Fax 091 752 10 26 Ferruccio Pelli, Mattia Piattini, Carlo Piccardi, Massimo Pini, Nicola Pini, Lorenzo Planzi, Giovanni Pozzi, Remigio Ratti, Giovanni Regazzoni, Giò Rezzonico, Raimondo Rezzonico, Argante Partecipazione ai costi di spedizione: Fr.Angelo 3.– Rossi, Martino Rossi, Diana Rüesch, Internet www.editore.ch – info@editore.ch Righetti, Antonio Riva, Dario Robbiani, Enrico Rondi, Ugo Sadis, Vinicio Salati, Giacomo Salvioni, Sergio Salvioni, Aurelio Sargenti, Piero Scanziani, Antonio Snider, Francesca Snozzi, Marco Solari, Bruno Soldini, Fabio Soldini, Carlo Speziali, Alberto Stefani, Paolo Storelli, Bruno Strozzi, Nico Tanzi, Tito Tettamanti, Jerko

i giornalisti che ci hanno raccontato il nostro mondo Trent’anni di storia del giornalismo nella Svizzera Italiana ripercorsi da Enrico Morresi. Pubblicato il primo di due volumi per conoscere e capire le personalità che hanno fatto la storia dei nostri media.

Volume rilegato in tela 239 pagine 48 pagine illustrate Formato: 18 x 25 cm 45.– franchi

Tagliando d’ordinazione

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No. 234 21 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Riconoscimenti. Il Premio Nobel per la pace 2014 è stato attribuito a Malala Yousafzai, la giovane pachistana vittima di un attentato a 12 anni perché difendeva il diritto delle giovani all’istruzione, e all’indiano Kailash Satyarthi, di 60 anni, attivista per i diritti dei fanciulli. Il prete cattolico Bernard Kinvi ha ricevuto il premio «Alison Des Forges» dell’organizzazione statunitense per la difesa dei diritti umani «Human Rights Watch», per il coraggioso impegno in difesa dei civili musulmani nella crisi del 2013 scoppiata nella Repubblica centroafricana. Il premio Herbert-Haag 2015 è stato attribuito alla teologa tedesca Regina Ammicht Quinn, diTübingen e alla rivista teologica internazionale «Concilium» (fondata nel 1965), per il loro impegno per la libertà nella Chiesa. Donne rivalutate. Suor Luzia Premoli, superiora generale delle missionarie comboniane, è stata nominata il 13 settembre scorso nel consiglio direttivo della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. D’origine brasiliana, suora missionaria in Mozambico e in Brasile, è stata provinciale e superiora generale dal 2010. È la prima donna nominata in una congregazione vaticana, mentre in Curia già operano «alcune» donne quali sottosegretarie o membri di consigli pontifici. Per suor Premola la nomina «è una concretizzazione della volontà di papa Francesco per più donne ai posti alti della Chiesa cattolica». Dieci giorni dopo, il 23 settembre, cinque donne sono state nominate, per un periodo di cinque anni, nella Commissione teologica internazionale, in luogo delle due già presenti. La domenicana francese Serge-Thomas Bonino resta segretario generale della commissione, che comprende 30 teologi: non avranno vita facile, con il presidente, card. Gerhard Ludwig Müller, battagliero difensore della concezione tradizionale della famiglia. A Ginevra, la giornalista cattolica Christine Pedotti, autrice del libro «Gesù, questo uomo sconosciuto», ha presentato il 2 ottobre il suo lavoro (la prima biografia di Cristo scritta da una donna) durante un incontro ecumenico organizzato dall’iniziativa protestante «L’Espace Fusterie». È stata l’occasione (secondo l’APIC) di parlare dello statuto della donna nella Chiesa e della scrittura «al femminile». È arrivata l’ambasciatrice. Per la prima volta una donna, Annette Schavan, 59 anni, sarà ambasciatrice della Repubblica tedesca presso la Santa Sede. Già ministro dell’educazione, è una personalità vicina alla cancelliera Angela Merkel ed è stata vicepresidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi. A quando un nunzio donna? Ma, forse, prima saranno aboliti i nunzi. Osar al femminile. Due donne sono alla direzione dell’Aiuto ai rifugiati: Isabella Bindschedler, giurista a Caritas Svizzera, è stata nominata presidente dell’OSAR (Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati), mentre Diana Rüegg dell’Unione dei Comitati d’aiuto ebraici è stata eletta vicepresidente. OSAR(e) fa bene! Nuotare in seminario. Il grande seminario di Colonia ha messo a disposizione la sua piscina per corsi di nuoto per donne musulmane, organizzate in collaborazione con il municipio. La piscina, fatta costruire negli anni 50 sotto il seminario per volere del cardinale Josef Fring, è uno spazio sottratto a occhi indiscreti, per ciò prima ideato… a protezione dei seminaristi, ora delle donne islamiche.

Coppia pretesca. Per la seconda volta nella sua storia, la Chiesa cattolica-cristiana (i cosiddetti «vecchi cattolici») ordinerà al presbiterato una coppia: Liza e Thomas Zellmeyer-Hüggli, che hanno studiato assieme teologia all’università di Berna ed eserciteranno il ministero ad All­ schwil, nella periferia di Basilea. Nella Chiesa cattolicocristiana (la più piccola delle confessioni cristiane svizzera) le donne possono diventare prete dal 1999. Assolto. Il Tribunale di polizia di Saint-Etienne in Francia ha prosciolto don Gérard Riffard, accusato di aver ospitato in chiesa una ottantina di richiedenti asilo contro il parere delle autorità locali che invocavano motivi di sicurezza. Il prete è stato sostenuto dal vescovo Dominique Lebrun che si è domandato: «La nostra società non può aiutare tutta la miseria del mondo, ma può proibire di fare il bene?». Decisioni coerenti. La Caritas di Ginevra (budget annuale di 11 milioni di franchi, deficit di un milione) ha rifiutato centomila franchi offerti da Japan Tobacco, una multinazionale delle sigarette, giudicando l’offerta contraria ai suoi ideali: l’industria del tabacco conosce retribuzioni molto basse e le sigarette provocano morte e povertà. L’Assemblea generale della Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha deciso la ritirare i propri investimenti da Caterpillar ln., Hewlett-Packard e Motorola perché gli affari delle tre multinazionali in Israele promuoverebbero «attività non pa­cifiche» volte alla repressione nei territori occupati. Il ritiro degli investimenti è tuttavia solo una delle decisioni approvate in un ordine del giorno complesso e articolato in cui i presbiteriani statunitensi riaffermano, tra l’altro, il loro «impegno di lunga data per la pace in Israele e Palestina». Ospitalità cristiana. L’abbazia di Einsiedeln ha accolto 40 eritrei richiedenti l’asilo, ospitandoli nella parte del convento destinato ai pellegrini a partire dal 6 ottobre e per dodici settimane. La misura riguarda 36 persone singole e una coppia con due bambini, che disporranno di due dormitori, una camera per la famiglia, una piccola cucina, docce e servizi igienici. L’abbazia ha risposto a una sollecitazione del governo svittese, in ricerca di una sistemazione per i richiedenti d’asilo assegnati al Cantone dalla Confederazione. Il convento dei cappuccini di Wesemlin (Lucerna) ha deciso di destinare una parte del giardino alla costruzione di un edificio comprendente appartamenti per persone anziane, cui sarà assicurato un sostegno medico e spirituale. Il convento resta destinato a una ventina di religiosi; la nuova costruzione, oltre a contribuire a risolvere un problema sociale sempre più acuto, dovrebbe assicurare anche un reddito per coprire i bisogni della comunità. Due buoni esempi per i cappuccini ticinesi in cerca di una utilizzazione del convento di Lugano. Conservare la memoria. Il Vaticano ha offerto l’importo di centomila euro al fondo internazionale destinato alla conservazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau (Polonia). Il fondo necessita di almeno 120 milioni di euro, utilizzati ogni anno per finanziare i lavori di manutenzione. Il Vaticano è il trentunesimo Stato contribuente, la Svizzera fa parte del gruppo. I due campi si estendono su una superficie di 200 ettari e comprendono 150 edifici in buono stato e 300 in rovina. Vi furono sterminate, negli anni 1940-1945, oltre un milione di persone, in gran parte ebrei. Il museo del campo, simbolo dell’olocausto, è visitato ogni anno da più di un milione di persone.


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vignetta (in)sostenibile

No. 234

Daria Lepori


No. 234 23 notiziario (in)sostenibile

notiziario (in)sostenibile a cura di Matteo Cassini

Occhio alla confezione. Un elemento poco considerato nelle scelte di consumo è la confezione: magari valuti con oculatezza il contenuto e poi cadi sul contenitore. Vetro? Lamiera? Cartone? Cos’è meglio? Mica facile capirlo.Il vetro sembra la soluzione migliore: si ricicla, giusto? Vero. Però pesa, perciò il trasporto è più inquinante. E molto va comunque disperso nell’ambiente. Allora la lamiera? Il riciclaggio è piuttosto semplice. Più semplice, per esempio, di quello della carta. Ma pure la lamiera ti frega sul peso: in una lattina l’acciaio è il 13 per cento, contro l’87 per cento del liquido. Rimane solo il cartone. La confezione ha quella bella forma regolare, tanto comoda da compattare quando la si imballa per portarla in giro. E pesa poco. Infine si ricicla la carta che compone il cartoncino. Anche sul peso vince: solo il 4 per cento del totale per le bevande, per esempio. Però è un po’ più difficile da smaltire, anche se lo smaltimento è più ecologico perfino di quello del vetro. Conclusione? Limitare, come sempre. Limitare il più possibile. Acquistare prodotti con confezioni minimali o, meglio ancora, del tutto prive di confezione. E poi privilegiare le confezioni grandi, formato famiglia. Ma se sei single e la famiglia non ce l’hai e le confezioni grandi sono troppo per te? Occhio alla data di scadenza e poi comprale lo stesso. Lo streaming ecologico. Chi ricorda più le videocassette? Estinte. E i DVD? Supporti di nicchia, ormai: si trovano giusto nei fondi di magazzino dei negozi di elettronica. C’era da aspettarselo. È lo stesso destino del vinile e dei CD. Perché la frontiera della distribuzione dei contenuti è lo streaming. Che è pure più ecologico. Il passo precedente era stato l’acquisto via Internet: la fortuna di iTunes di Apple. Compri un brano per volta, lo metti sul lettore digitale, te lo porti in giro ovunque. E già con quello il supporto volante era scomparso. Poi è arrivato lo streaming musicale. Non compri: noleggi. Anzi, paghi un abbonamento mensile e con quello puoi ascoltare tutta la musica dell’universo conosciuto (o quasi). Fatti due conti: con pochi franchi, meno di quanto hai speso finora per la tua musica, hai accesso a tutto. È lo

streaming, appunto. Che, dopo aver sfondato in ambito musicale, arriva al cinema e alla televisione. Idem come sopra: o noleggi i titoli oppure paghi un tot e vedi quel che ti pare. Ma conviene? All’ambiente conviene di sicuro. Lo dimostra una ricerca pubblicata da «Environmental Research Letters», nella quale si studiano i costi ambientali per la visione di film negli Stati Uniti nel 2011. I dati: 17,2 miliardi di ore di visione di DVD con una produzione di 9’200 tonnellate di gas serra, a fronte di 3,2 miliardi di ore di visione in streaming con 1’300 tonnellate di gas serra. Il rapporto è tutto a favore del secondo. Perché? È presto detto: per produrre e distribuire i DVD, fatti di atomi, servono materiali e processi che non sono necessari con lo streaming, nel quale si muovono solo impalpabili bit. Niente dischi, niente scatole, niente furgoni per portarli nei negozi e niente auto per andare a prenderli e poi restituirli. E gli apparecchi? Anche i terminali per lo streaming, computer o tablet o smartphone, consumano meno di un lettore di DVD. Il tuo cibo e il clima. Pensi mai a quel che mangi? Certo che ci pensi. E ti chiedi se fa bene al tuo stomaco, al tuo intestino, al tuo fegato, al tuo cuore, al tuo sangue. E anche al tuo borsellino, ovvio. Poi magari ti chiedi anche se fa bene a proprio quel che mangi (ha sofferto?). Ma pensi mai al pianeta? Il cibo è davvero il bene di consumo più universale. Puoi rinunciare all’auto, al computer, allo smartphone, perfino al divano. Ma non al cibo. E siamo ormai più di 7 miliardi. Tutti affamati almeno un paio di volte al giorno. Sicché proprio l’alimentazione è uno dei fattori critici nel nostro consumo delle risorse del pianeta. Ora, quale dieta è la migliore? La risposta è in un numero recente della prestigiosa rivista «Nature»: la dieta vegetariana. Messa a confronto con quella vegetariana più il pesce, quella mediterranea e quella europeo-occidentale, si è dimostrata la più sostenibile per l’ambiente. Infatti permette di ridurre le emissioni di gas serra, causa principale del riscaldamento globale del clima. La peggiore in assoluto (ma tu guarda,

eh?) è invece quella nostra tradizionale, ricca di grassi, zuccheri e proteine animali. E stendiamo un velo pietoso sulle conseguenze per la tua salute, ché è risaputo quanto influisca sul rischio di ammalarsi di sindromi coronariche, diabete e tumore. Adesso guardiamo al futuro. Coi Paesi in via di sviluppo che, appunto, si sviluppano, è facile prevedere altre centinaia di milioni di persone impegnate a mangiare le nostre stesse schifezze. Lasciamo perdere i costi sociali delle malattie. Ma te l’immagini la pressione sull’ambiente di tutta quella richiesta di grassi e di zuccheri? Bisognerà invitarli a mangiar più sano. E magari dare il buon esempio, nel frattempo, non sarebbe male. Il compromesso del pollame. Sembra ovvio: se fa bene all’animale allora fa bene anche all’ambiente e viceversa. Giusto? Sbagliato. Non sempre il benessere degli animali da allevamento va di pari passo con un impatto ambientale sostenibile. Prendiamo il pollame, ad esempio. Per l’igiene, niente è meglio delle gabbie: animali separate, poca interazione, perfetto controllo delle condizioni ambientali. Peccato solo che le galline lì dentro soffrano per la costrizione. Stanno più comode nei capannoni, dove però, se sono al chiuso, finiscono per essere ammassate, competere per il mangime, arrivare addirittura a cannibalizzarsi fra loro, per muoversi nei loro stessi escrementi… dove peraltro depongono anche le uova. Meglio delle gabbie, ma non è un bel vivere nemmeno quello. E sorvoliamo sull’igiene nella deposizione delle uova, che poi finiranno nel nostro piatto. E quindi? Quindi l’allevamento a terra e all’aperto. Però soltanto se l’animale ha spazio per muoversi e interagire con i suoi simili in modo naturale. Ma lo spazio è una risorsa finita e preziosa: un grande allevamento toglie il terreno disponibile per le coltivazioni, ecologicamente più sostenibili. E poi all’aperto c’è il rischio di attacchi da parte dei predatori: basta una volpe per fare una strage. Non solo: gli uccelli selvatici possono infettare il pollame domestico, devastando un intero allevamento. Magari pure con malattie trasmissibili all’uomo. Sicché torniamo alle gabbie. Per l’igiene, niente è meglio delle gabbie: animali separate, poca interazione, perfetto controllo… Ah, già. Eccetera eccetera. Insomma, la vita è tutta un compromesso. Anche per il pollame.


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No. 234

La guerra finirà La guerra finirà / pianteremo alberi / perché rimangano / non perché siano legna da ardere / con i nostri bambini giovani e anziani pianteremo fiori / alle frontiere / e grano nei campi dei soldati / trasformeremo le prigioni in musei. La guerra finirà / faremo pace fra di noi / i luoghi diventeranno attrazioni turistiche / insieme sradicheremo le mine / come i contadini sradicano le infestanti / al ritmo dei suoni del rac­colto / chiuderemo le fabbriche di armi / diventeranno ospedali e scuole materne / e i veicoli militari / diventeranno bus sco­lastici / una volta ridipinti con arcobaleni a onde. La guerra finirà / alzeremo la bandiera dell’amore e della tolle­ranza / cantando per gli umani e la natura / applaudendo in­sieme / con risate e sorrisi puri / metteremo vasi di fiori al posto dei cancelli / ogni fiore da una parte diversa del mondo / ordiremo un arazzo colorato / ogni filo da una nazione. La guerra finirà / ciascuno benderà le altrui ferite / pianteremo gelsomini / sulle tombe delle nostre vittime. (Questo è il sogno di Elias, veterinario iracheno di Mossul, pubblicato da «Adista», 11 febbraio 2012. «Dialoghi» lo offre ai suoi lettori, con l’augurio di Buon Natale)

In questo numero Dossier: Crisi della democrazia G Democrazia diretta: dove va il popolo? (Alberto Lepori) G Sul populismo e le sue (s)ragioni (Flavio Merlini) G La nostra sovranità nazionale è assoluta? (Virginio Pedroni) G Il nuovo potere della comunicazione (Oscar Mazzoleni) G Biblioteca: G. Campanini, Bene comune, EDB Bologna 2014 (a.l.)

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Articoli G Il vescovo con i giovani 10 G Diario del Sinodo (Luigi Sandri) 11 G Il Sinodo tra monarchia e sinodalità (E.M.) 1 G Parole di papa G Cronaca internazionale G Cronaca svizzera G Osservatorio ecumenico G Notizie belle e buone G Vignetta (in)sostenibile G Notiziario (in)sostenibile G La guerra finirà

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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